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IL LAVORO NELLE COOPERATIVE E LA CESSIONE DI

RAMO AZIENDALE
CORSO P18003
Scandicci, 22-24 gennaio 2018

Lunedì, 22 gennaio 2018

Il “trattamento economico complessivo proporzionato” del


socio-lavoratore: la ricerca dell’equilibrio tra art. 36
Costituzione, scopo mutualistico e competitività
- GIURISPRUDENZA DI RIFERIMENTO -

Relatore
Prof. Massimiliano DELFINO
Università di Napoli Federico II
Riferimenti giurisprudenziali:

C. cost. 19 dicembre 1962, n. 106.


C. cost. 7 luglio 1964, n. 75
C. cost. 20 luglio 1980 n. 141.
C. cost. 29 marzo 2013, n. 59
C. cost. 11 marzo 2015, n. 51.
Cass., sezione lavoro, 4 agosto 2014, n. 17583
Cass., sezione lavoro, 28 agosto 2013, n. 19832
Cons. Stato 16 marzo 2016, n. 1076
Tar Lazio 7 aprile 2015, n. 5054
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STAMPA

Archivio selezionato: Sentenze Corte Costituzionale

Autorità: Corte Costituzionale


Data: 19/12/1962
n. 106

LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori:
Prof. GASPARE AMBROSINI, Presidente
Dott. MARIO COSATTI
Prof. GIUSEPPE CASTELLI AVOLIO
Prof. ANTONINO PAPALDO
Prof. NICOLA JAEGER
Prof. GIOVANNI CASSANDRO
Prof. BIAGIO PETROCELLI
Dott. ANTONIO MANCA
Prof. ALDO SANDULLI
Prof. GIUSEPPE BRANCA
Prof. MICHELE FRAGALI
Prof. COSTANTINO MORTATI
Prof. GIUSEPPE CHIARELLI
Dott. GIUSEPPE VERZÌ, Giudici,
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nei giudizi riuniti di legittimità costituzionale degli artt. 1, 2,
3, 4, 5 e 8 della legge 14 luglio 1959, n. 741, recante norme
transitorie per garantire minimi di trattamento economico e normativo
ai lavoratori, e della successiva legge di proroga 1 ottobre 1960, n.
1027, promossi con le seguenti ordinanze:
1) ordinanza emessa il 24 novembre 1961 dal Pretore di Pisciotta nel
procedimento penale a carico di Mautone Giovanni, iscritta al n. 217
del Registro ordinanze 1961 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica n. 18 del 20 gennaio 1962;
2) ordinanza emessa il 12 luglio 1961 dal Pretore di Ferrara nel
procedimento penale a carico di Bruzzo Lorenzo e Bock Cesare,
iscritta al n. 224 del Registro ordinanze 1961 e pubblicata nella
Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 18 del 20 gennaio 1962;
3) ordinanza emessa il 14 dicembre 1961 dal Pretore di Salerno nel
procedimento civile vertente tra Cappelli Rita e la Ditta Caiafa
Alfredo, iscritta al n. 10 del Registro ordinanze 1962 e pubblicata
nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 51 del 24 febbraio 1962;
4) ordinanza emessa il 22 febbraio 1962 dal Pretore di Troina nel
procedimento penale a carico di Catalani Franco, iscritta al n. 55
del Registro ordinanze 1962 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale

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della Repubblica n. 99 del 14 aprile 1962;


5) ordinanza emessa il 1 febbraio 1962 dal Pretore di Cervaro nel
procedimento penale a carico di Monteforte Salvatore iscritta al n.
73 del Registro ordinanze 1962 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica n. 145 del 9 giugno 1962.
Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei
Ministri e gli atti di costituzione in giudizio di Bruzzo Lorenzo,
Bock Cesare e Cappelli Rita, nonché di Massari Mario, Greghi Fedoro e
Dallamagnana Renzo, parti civili nel procedimento penale a carico di
Bruzzo Lorenzo e Bock Cesare;
udita nell'udienza pubblica del 31 ottobre 1962 la relazione del
Giudice Giovanni Cassandro;
uditi gli avvocati Gian Maria Zignoni e Antonio Sorrentino, per
Bruzzo Lorenzo, l'avv. Massimo Severo Giannini, per Massari Mario e
Cappelli Rita, l'avv. Vincenzo Mazzei, per Greghi Fedoro, l'avv.
Francesco Santoro Passatelli, per Dellamagnana Renzo, e il sostituto
avvocato generale dello Stato Valente Simi, per il Presidente del
Consiglio dei Ministri.

Fatto
Ritenuto in fatto:
1. - Nel corso di un procedimento penale davanti al Pretore di Ferrara la difesa degli imputati
sollevò la questione di legittimità costituzionale degli artt. 1, 2, 3, 5 e 8 della legge 14 luglio
1959, n. 741, recante "norme transitorie per garantire minimi di trattamento economico e
normativo ai lavoratori", asserendo che fossero in contrasto con le norme contenute negli att.
76, 39 e 3 della Costituzione. Il Pretore ritenne la questione rilevante e non manifestamente
infondata e in conseguenza, con l'ordinanza 12 luglio 1961, sospese il giudizio e rinviò gli atti a
questa Corte. L'ordinanza, ritualmente notificata e comunicata, è stata pubblicata nella
Gazzetta Ufficiale 20 gennaio 1962, n. 18.
2. - Degli articoli impugnati, l'art. 1 delega il Governo a emanare norme giuridiche, aventi
forza di legge, al fine di assicurare minimi "inderogabili di trattamento economico e
normativo" nei confronti di tutti gli appartenenti a una medesima categoria, con l'obbligo di
"uniformarsi", nell'esercizio della delega, a "tutte le clausole dei singoli accordi economici e
contratti collettivi ... stipulati dalle associazioni sindacali anteriormente alla data di entrata in
vigore della ... legge". L'art. 2 specifica che le norme da emanare devono riguardare tutte le
categorie per le quali risultano stipulati accordi economici e contratti collettivi "per la
disciplina dei rapporti di lavoro, dei rapporti di associazione agraria, di affitto a coltivatori
diretti e dei rapporti di collaborazione che si concretino in prestazioni d'opera continuativa e
coordinata". L'art. 3 precisa che gli accordi e i contratti ai quali il Governo deve uniformarsi,
sono quelli "preventivamente depositati a cura di una delle associazioni stipulanti presso il
Ministero del lavoro e della previdenza sociale che ne accerta l'autenticità". L'art. 5 dispone
che le norme delegate non possono essere in contrasto con norme imperative di legge. L'art.
8, infine, prevede a carico del datore di lavoro che non adempia gli obblighi derivanti dalle
norme delegate, un'ammenda da lire 5.000 a lire 100.000 per ogni lavoratore al quale si
riferisce la violazione.

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3. - I motivi per i quali le norme ora ricordate sarebbero in contrasto con la Costituzione, sono
i seguenti:
1) gli artt. 1, 2 e 3 non conterrebbero i principi e i criteri direttivi richiesti dall'art. 76 per una
legittima delegazione di potestà legislativa;
2) gli artt. 1 e 5 priverebbero il Governo, nell'esercizio della delegazione, di ogni potere
discrezionale;
3) la legge conferirebbe efficacia legislativa a contratti col lettivi stipulati da sindacati privi
dello status richiesto dall'art. 39 della Costituzione e, in conseguenza, violerebbe la libertà
sindacale, dato che sottrarrebbe ai sindacati, o a taluni sindacati, il potere di stipulare
contratti collettivi aventi efficacia per i rispettivi aderenti e, insieme, priverebbe questo o quel
sindacato di concorrere alla stipulazione di contratti collettivi, nell'ipotesi che il Governo si
uniformi, nell'esercizio del potere di delega, agli accordi stipulati soltanto da una o da alcune
associazioni sindacali;
4) l'art. 8, prevedendo, in caso di inadempienza, sanzioni penali soltanto per una delle parti
contraenti, violerebbe il principio dell'eguaglianza sancito dall'art. 3 della Costituzione.
4. - Nel presente giudizio si è costituito l'ing. Lorenzo Bruzzo, rappresentato e difeso dagli
avvocati Andrea d'Andrea, Gian Maria Zignoni e Francesco Porreca. Le deduzioni sono state
depositate il 31 luglio 1961.
Secondo la difesa dell'ing. Bruzzo, la legge impugnata violerebbe, in primo luogo, l'art. 39,
quarto comma, della Costituzione, giusta il quale soltanto i contratti collettivi stipulati dai
sindacati registrati, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, possono
conseguire efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alla categoria alla quale il contratto
si riferisce. Codesta illegittimità non potrebbe essere superata con l'affermazione che la fonte
regolatrice dei rapporti di lavoro sia la legge delegata, non già il contratto collettivo, giacché
nella sostanza la volontà che determina il regolamento di quei rapporti è quella dei singoli
sindacati non registrati. Il che è confermato dalle norme della legge le quali:
a) impongono al Governo di uniformarsi a tutte le clausole dei contratti collettivi (art. 1);
b) rendono l'emanazione delle norme non già una mera facoltà, ma un obbligo del Governo,
che diventa attuale in conseguenza del semplice deposito del contratto collettivo da parte di
uno dei sindacati stipulanti, violandosi così anche l'art. 71 della Costituzione che regola il
potere di iniziativa delle leggi (artt. 2 e 3);
c) stabiliscono che le norme della legge delegata non potranno essere in contrasto con norme
imperative di legge (art. 5), conferendo così alla clausola contrattuale una posizione
prevalente e assorbente rispetto alla norma.
- Né l'illegittimità costituzionale potrebbe essere sanata facendo richiamo all'art. 36 della
Costituzione, giusta il quale "il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla
quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sè e alla famiglia
un'esistenza libera e dignitosa", perché questa norma si riferirebbe esclusivamente alla
retribuzione, laddove la legge ha reso possibile l'estensione obbligatoria erga omnes di tutte le
clausole dei contratti collettivi, senza dire che la norma dell'art. 36 sarebbe una norma
programmatica che il legislatore deve di volta in volta attuare con un atto legislativo vero e
proprio, valutando autonomamente le ragioni che ne giustificano l'emanazione ed
assumendone la diretta responsabilità politica.
L'art. 36, prosegue la difesa, non può autorizzare un'elusione dell'art. 39, che è l'articolo il
quale regola, "direttamente ed esplicitamente", la materia dei contratti collettivi di lavoro, i
modi della loro stipulazione e la loro efficacia.

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5. - In secondo luogo, la legge in esame violerebbe il principio della libertà sindacale (art. 39,
primo comma, della Costituzione) che comporta necessariamente "il potere contrattuale" dei
sindacati: il potere, cioè, di stipulare contratti collettivi a nome e per conto degli associati. La
legge, infatti, rendendo possibile che un contratto collettivo stipulato da un singolo sindacato
acquisti efficacia erga omnes, toglie a tutti gli altri contratti collettivi ogni efficacia, anche
quella, cioè, nei confronti degli associati al sindacato stipulante.
6. - In terzo luogo, la legge violerebbe il terzo comma dell'art. 39 anche in relazione all'art. 3
della Costituzione. Infatti, il congegno costituzionale assicura a tutti i sindacati di partecipare,
in proporzione al numero dei propri iscritti, alla contrattazione collettiva, ponendoli tutti in
posizione di eguaglianza. È evidente che il principio di eguaglianza viene violato quando si
conferisca efficacia erga omnes a un contratto collettivo non formato col concorso di tutti i
sindacati.
7. - In quarto luogo la legge violerebbe l'art. 76 della Costituzione perché non determinerebbe
i principi e i criteri direttivi ai quali il legislatore delegato deve attenersi, non potendosi
ravvisare tale determinazione come implicita nel rinvio ai contratti collettivi. La norma
costituzionale, a detta della difesa, imporrebbe che codesta determinazione sia contestuale
alla delega e che la legge di delega ne sia la fonte immediata e diretta. Di più,
l'indeterminatezza della delega, e di conseguenza la violazione dell'art. 76 della Costituzione,
risulterebbe anche dal fatto che non è dato alcun criterio per stabilire a quale contratto
collettivo, nell'ipotesi di più contratti collettivi stipulati per la medesima categoria, debba
darsi la preferenza: nemmeno quello di un minimo di rappresentatività, in contrasto con lo
spirito dell'art. 39 e con gli artt. 2 e 3 della Costituzione. Aggiunge la difesa che il fatto che sia
stato affidato ai sindacati l'impulso per "porre in essere il potere-dovere del Governo di
rendere obbligatori erga omnes i contratti collettivi" violerebbe l'art. 71 della Costituzione e
che il fatto che l'efficacia delle norme delegate rimane subordinata alla validità delle clausole
del contratto collettivo ai sensi dell'art. 5 della legge, sarebbe incompatibile con la natura
della legge e col principio dell'art. 77 della Costituzione, dal quale risulta che i decreti emanati
in forza di delega hanno valore di legge ordinaria.
8. - In quinto e ultimo luogo, l'art. 8 della legge, comminando sanzioni penali soltanto per
l'inadempienza ai patti da parte del datore di lavoro e non già del lavoratore, violerebbe l'art.
3 della Costituzione. Non nega la difesa che il legislatore possa valutare diversamente, ai fini
della gravità della pena da erogare, il fatto commesso dal datore di lavoro; nega, invece, che il
legislatore possa assumere un diverso atteggiamento di fronte a fatti qualitativamente eguali
e aggiunge che l'art. 8 sfuggirebbe alla censura di incostituzionalità soltanto se venisse
interpretato nel senso che esso contempli unicamente gli obblighi specifici del datore di
lavoro, come l'osservanza del minimo di retribuzione, non già gli altri che sono suoi come del
lavoratore, quale, ad esempio, l'osservanza del preavviso nel caso di recesso unilaterale.
9. - Si è costituito in giudizio anche l'altro imputato, l'ing. Cesare Bock, rappresentato e difeso
dagli avvocati Riccardo Artelli e Francesco Porreca, depositando l'11 luglio 1961 deduzioni
identiche a quelle ora riferite dell'ing. Bruzzo.
10 - Si è costituito anche il sig. Mario Massari, parte civile nel giudizio a quo, rappresentato e
difeso dall'avvocato Massimo Severo Giannini, mediante deposito delle deduzioni il 23 luglio
1961.
La difesa del sig. Massari eccepisce preliminarmente che le norme rilevanti nel giudizio a quo
sarebbero non già quelle contenute nell'articolo citato della legge di delegazione, ma quelle
contenute nell'art. 1 della legge delegata 28 agosto 1960, n. 1360, che conferisce efficacia

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normativa al contratto collettivo 16 settembre 1958 per gli addetti all'industria saccarifera, e
negli artt. 10 e 11 di questo stesso contratto collettivo, norme rispetto alle quali l'ordinanza di
rimessione non solleverebbe alcuna questione di costituzionalità. Si verrebbe così a creare
una situazione, dice la difesa, "alquanto confusa per l'incompletezza della fattispecie
normativa ... portata al giudizio della Corte", stante il principio secondo il quale i limiti della
cognizione della Corte costituzionale, nel giudizio incidentale di costituzionalità, sono segnati
dall'ordinanza di rimessione. La difesa su questo punto, peraltro, conclude rimettendosi "a
quanto vorrà la Corte ritenere".
11. - Nel merito, la difesa del Massari sostiene che l'ordinanza sottoporrebbe alla Corte
questioni già sollevate in relazione al disegno di legge, ma non più significative oggi che la
legge è stata approvata in forma sostanzialmente diversa da quella del disegno.
Così non sarebbero fondate le censure mosse alla legge ex art. 76 della Costituzione, in quanto
la legge delegata conferisce la delega per un periodo di tempo limitato su un oggetto definito
(il minimo di trattamento economico e normativo per tutti i lavoratori) e con principi e criteri
direttivi (obbligo del Governo di uniformarsi a tutte le clausole contenute nei contratti, di
riferirsi anche ai contratti e accordi intercategoriali, di assumere contratti stipulati prima
dell'entrata in vigore della legge, di esercitare la delega per tutte le categorie per le quali
risultino stipulati accordi e contratti collettivi che abbiano un certo oggetto, di ispirarsi nella
scelta al fine di assicurare i minimi inderogabili di trattamento economico e normativo). Né
sarebbe esatto che la violazione dell'art. 76 si avrebbe per il fatto che al legislatore delegato sia
negato l'esercizio di qualsiasi discrezionalità. Un giudizio di opportunità, che si concreta in un
potere di scelta tra più soluzioni possibili, si avrebbe almeno in due ipotesi: a) quando esista
per una stessa categoria di lavoratori una pluralità di contratti col lettivi e di accordi
economici; b) quando si debba espungere da un contratto collettivo o da un accordo
economico una clausola che si ritenga in contrasto con norme imperative di legge (art. 5).
12. - Non avrebbero nemmeno fondamento le censure mosse alla legge ex art. 39 della
Costituzione. Sostiene, infatti, la difesa del Massari che quelle censure riposano tutte
sull'errato concetto che la legge impugnata sia la legge sindacale prevista dall'art. 39 della
Costituzione. La legge in esame, viceversa, vuole assicurare soltanto un minimo inderogabile
di trattamento economico e normativo ai lavoratori delle varie categorie. I contratti collettivi
e gli accordi economici avrebbero, pertanto, nel sistema della legge, un valore meramente
strumentale. L'articolo della Costituzione nel quale si iscrive la legge non è l'art. 39, bensì
l'art. 36.
13. - Infine, non sarebbe fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 8 della
legge; con la norma contenuta in questo articolo il legislatore ha voluto tutelare la parte del
rapporto che si trova in posizione di particolare debolezza e proprio in omaggio a un principio
di giustizia distributiva.
14. - Si è costituito, altresì, mediante deposito delle deduzioni il 23 agosto 1961, il sig. Fedoro
Greghi, rappresentato e difeso dagli avvocati Vincenzo Cavallari e Filippo Baraldi.
La difesa del Greghi sostiene che la legge non viola le norme che regolano la delegazione
legislativa, né sotto il profilo dei criteri e dei principi direttivi, né sotto l'altro della
discrezionalità del legislatore delegato. Sostiene, inoltre, l'infondatezza delle censure mosse
alla legge sulla base dell'art. 39 della Costituzione:
1) perché la legge non ha voluto attuare questo art. 39, ma stabilire transitoriamente
trattamenti normativi ed economici in favore dei lavoratori e in applicazione dell'art. 36;

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2) perché i sindacati non sono stati privati del potere di stipulare contratti collettivi con
efficacia generale, perché essi di tale potere sono privi fino a quando la norma dell'art. 39
della Costituzione non sarà stata attuata;
3) perché nessuna disparità di trattamento è stata fatta ai sindacati, in quanto il Governo si è
impegnato, ed ha mantenuto l'impegno, di non esercitare la delega in casi di pluralità di
contratti.
Non può dirsi, infine, violato il principio di eguaglianza in relazione all'art. 8 della legge,
essendo ovvio che una legge la quale mira a tutelare i lavoratori, non avrebbe potuto
introdurre "ipotesi di punibilità penale a carico della parte protetta".
15. - Argomentazioni identiche o analoghe esibisce il sig. Renzo Dallamagnana, rappresentato
e difeso dall'avvocato Aurelio Becca, che ha depositato le sue deduzioni il 23 agosto 1961.
16. - Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei Ministri, rappresentato e difeso
dall'Avvocatura generale dello Stato. L'atto di intervento è stato depositato il 2 ottobre 1961.
L'Avvocatura sostiene che le censure mosse alla legge ex art. 76 della Costituzione sono
infondate perché il legislatore delegato deve osservare quanto meno due criteri direttivi:
dettare norme uniformi alle clausole dei contratti collettivi; escludere dalla ricezione le
clausole che porrebbero le norme di legge delegata in contrasto con disposizioni di legge
imperative.
In secondo luogo, il legislatore delegato non sarebbe privo di un certo potere discrezionale, in
quanto anche la relatio a un testo preformato consente, quanto meno, di non esercitare la
delega e di risolvere le incertezze che possano sorgere nella sua attuazione, senza dire che
sarebbe pacifica la possibilità di una delegazione con riferimento a un testo già precostituito
ed altrettanto pacifico che il legislatore delegato, nell'esercizio del suo potere, non incontri
altri limiti se non quelli del legislatore ordinario.
Quanto ai rilievi formulati contro la legge in relazione all'art. 39 della Costituzione,
l'Avvocatura sostiene, in primo luogo, che le leggi delegate non conferirebbero efficacia alle
clausole di un contratto collettivo, ma detterebbero un trattamento minimo salariale e
normativo utilizzando queste clausole sciolte così dal nesso che allevano col potere autonomo
del sindacato; in secondo luogo, che non esisterebbe l'ipotesi di una scelta del contratto
collettivo da recepire, né il divieto di stipulare nuovi contratti, che incontrerebbero l'unico
limite nel rispetto del trattamento minimo assicurato ai lavoratori dalla legge.
Aggiunge l'Avvocatura che, anche se si potesse ritenere stabilita dall'art. 39 della Costituzione
una riserva normativa in favore dei sindacati, questa potrebbe divenire operante soltanto
quando saranno costituiti i soggetti dell'autonomia collettiva sindacale con efficacia generale.
Il che significa che codesta autonomia non potrà essere esercitata fino a quando non
esisteranno sindacati registrati.
Infine, l'art. 3 della Costituzione non sarebbe stato violato dall'art. 8 della legge, perché
sarebbe ovvio che la legge, la quale stabilisce un minimo di trattamento in favore dei
lavoratori, può essere violata soltanto da chi si sottragga all'obbligo di corrisponderlo.
17. - Hanno depositato deduzioni in cancelleria il 12 settembre 1961 la Confederazione
Italiana Sindacati Lavoratori (C.I.S.L.) e la Federazione Italiana dei Liberi Lavoratori dello
Zucchero e dell'Alcool (F.I.L.L.Z.A.), rappresentate e difese dagli avvocati Francesco Santoro
Passarelli e Benedetto Bussi.
La difesa delle associazioni sindacali ora nominate sostiene che non potrebbe essere negata
l'ammissibilità dell'intervento dei sindacati nel giudizio intorno a una legge che ha "a suo
presupposto e a matrice necessaria" un contratto collettivo, cioè uno strumento "posto in

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essere dai sindacati per la realizzazione dell'interesse collettivo professionale". Vero è che la
legge in esame tutela un interesse pubblico, quello di assicurare un trattamento minimo a
tutti i lavoratori appartenenti alle diverse categorie professionali, ma è vero anche che tale
minimo la legge desume dai contratti collettivi esistenti: sicché dovrebbe essere consentito ai
sindacati, segnatamente a quelli che stipularono i contratti collettivi, di far valere nel giudizio
di costituzionalità la propria valutazione delle conseguenze che derivano dalla legge
all'interesse collettivo di settori rappresentati non dallo Stato, ma dai sindacati. Le stesse
ragioni, insomma, che spiegano come la valutazione dell'interesse pubblico nel giudizio è
affidata alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, giustificano che quella dell'interesse
collettivo implicato nello speciale procedimento previsto dalla legge di delega sia affidata
all'organizzazione sindacale libera.
18. - La difesa dell'ing. Bruzzo ha depositato una memoria il 18 di questo mese, nella quale, in
primo luogo, si oppone alla domanda di intervento delle sopra ricordate associazioni
sindacali. L'intervento del Presidente del Consiglio, al quale è stato fatto riferimento per
giustificare codesta domanda, è previsto dalla legge e ha carattere obiettivo e autonomo
rispetto all'interesse direttamente coinvolto nella causa. Nessun parallelo perciò si può
stabilire, a detta della difesa, con l'intervento di associazioni o categorie sotto specie del loro
particolare collegamento con l'interesse tutelato dalla legge.
19. - In secondo luogo, la difesa dell'ing. Bruzzo respinge l'eccezione di inammissibilità della
questione di costituzionalità della legge di delegazione, essendo evidente che un'eventuale
dichiarazione di illegittimità di questa si ripercuoterebbe, per un rapporto di mera
conseguenzialità, sulla legge delegata.
20. - Nel merito, la difesa sostiene che ho stesso iter di formazione della legge mostrerebbe
come l'originaria incostituzionalità del disegno di legge sia stata superata soltanto
formalisticamente; insiste sulla mancanza di principi e criteri direttivi e sulla inconcepibilità
di una delega che non lasci alcun margine alla libera determinazione del legislatore delegato;
respinge l'accusa di contraddittorietà di queste due censure, sottolineando che esse, in
definitiva, costituiscono aspetti di un medesimo vizio sostanziale, la mancanza di criteri
direttivi essendo conseguenza necessaria della funzione affidata al legislatore delegato, che è
quella, in sostanza, di procedere alla registrazione dei contratti collettivi e degli accordi
economici. Al Governo non sarebbe stata delegata la funzione legislativa né in senso formale
né in senso materiale, stante che verrebbe riconosciuta ai contratti collettivi efficacia nei
confronti di tutti gli appartenenti alla categoria, non già forza vincolante di legge.
Ribadisce, poi, la tesi dell'incostituzionalità ex art. 39, respingendo l'altra, che dichiara
formalistica, che la legge avrebbe come fine di garantire un trattamento minimo economico e
normativo e che l'estensione erga omnes dell'efficacia dei contratti collettivi sarebbe soltanto
un mezzo per raggiungere codesti fini. Nega che le censure mosse alla legge possano essere
ricondotte sotto la figura dell'eccesso di potere legislativo, stante che, viceversa, esse
configurerebbero una precisa violazione di precetti costituzionali; ritiene, comunque, che,
anche se si trattasse di eccesso di potere, le censure dovrebbero essere accolte e
l'incostituzionalità dichiarata, conformemente alla giurisprudenza di questa Corte.
- 21. - La difesa del sig. Fedoro Greghi ha depositato il 18 ottobre una memoria nella quale
sono ribadite e svolte le tesi già prospettate nelle deduzioni. La difesa insiste sul fatto che la
legge conterrebbe principi e criteri direttivi nella norma che impone al legislatore delegato di
uniformarsi alle clausole dei contratti ad eccezione di quelle che contrastano con norme
imperative di legge; che un margine di attività non vincolante sarebbe assicurato al Governo

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che deve procedere a una serie di giudizi accertativi e valutativi relativamente all'autenticità e
alla regolarità formale delle contrattazioni collettive e relativamente all'esistenza o meno del
contrasto tra le singole clausole e le norme di legge imperative; e che deve procedere a una
scelta nell'ipotesi dell'esistenza di più contratti collettivi per una medesima categoria.
L'infondatezza, poi, delle censure mosse alla legge ex art. 39 risulterebbe, in primo luogo, dal
carattere stesso di legge transitoria che è della legge impugnata, e dal fatto che essa non
attribuisce efficacia erga omnes ai contratti collettivi, ma utilizza i risultati della
contrattazione collettiva passata per raggiungere i fini assegnati dal legislatore delegante e ciò
senza violare la libertà sindacale, perché i sindacati non possono essere stati privati di un
diritto - quello di concorrere alla stipulazione di contratti collettivi con efficacia obbligatoria
generale - che ad essi non compete nell'attuale loro posizione giuridica.
22. - In una memoria depositata il 18 ottobre l'Avvocatura dello Stato, chiariti i fini della legge
e sottolineati i benefici che essa avrebbe assicurato, respinge ancora una volta la tesi della
violazione o della elusione dell'art. 39 della Costituzione. La legge, a suo avviso, avrebbe
assicurato "un trattamento minimo cristallizzato" a favore di tutti i lavoratori e avrebbe a
oggetto l'interesse generale dello Stato a che esistano queste garanzie minime inderogabili;
laddove i contratti collettivi avrebbero lo scopo di determinare un trattamento contrattuale
temporaneo e a oggetto "la volontà dei sindacati di disciplinare l'interesse collettivo di
categoria". Ripete che la legge non conferisce efficacia ai contratti collettivi, ma ne utilizza le
clausole ai suoi fini, né viola la libertà sindacale che potrà essere esercitata col solo rispetto
dei minimi garantiti dalla legge. Ribadisce la tesi dell'esistenza di principi e criteri direttivi,
nonché di un potere discrezionale del Governo nell'esercizio della delega, e riconferma l'altra
della legittimità della norma contenuta nell'art. 8 della legge impugnata.
23. - Con l'ordinanza 24 novembre 1961, il Pretore di Pisciotta, ritenuta non manifestamente
infondata la questione, sollevata dalla difesa dell'imputato sig. Giovanni Mautone, sulla
legittimità costituzionale dell'intera legge 14 luglio 1959, n. 741, ha sospeso il giudizio e
inviato gli atti a questa Corte. L'ordinanza è stata ritualmente notificata e comunicata e
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 18 del 20 gennaio 1962.
La parte privata non si è costituita.
È intervenuto il Presidente del Consiglio dei Ministri, rappresentato e difeso dall'Avvocatura
generale dello Stato. L'atto di intervento è stato depositato il 23 dicembre 1961.
L'Avvocatura respinge le censure, articolate in dieci punti, che la difesa del Mautone enunciò
nel sollevare la questione di legittimità costituzionale della legge davanti al Pretore e che
danno luogo a questioni di costituzionalità analoghe a quelle prospettate nel giudizio
promosso dal Pretore di Ferrara: mancanza, cioè, di principi direttivi; in più del termine di
tempo per l'esercizio della delega; introduzione, con l'art. 5, di una fonte normativa sui
generis, una delegazione legislativa, cioè, fornita di minore efficacia dell'ordinaria in quanto
non conferisce il potere di modificare norme di legge imperative preesistenti; violazione
contrattuale della disciplina dei rapporti di lavoro, stabilita dall'art. 39 della Costituzione;
violazione, con l'art. 8, dell'art. 3 della Costituzione per il quale tutti i cittadini sono eguali
dinanzi alla legge.
24. - Il Pretore di Salerno ha ritenuto rilevante e non manifestamente infondata la questione
di legittimità costituzionale, sollevata nel corso di un procedimento civile vertente tra la
signora Rita Cappelli e l'impresa Alfredo Caiafa, della legge 14 luglio 1959, n. 741, e della
successiva legge di proroga lo ottobre 1960, n. 1027. L'ordinanza, emessa il 14 dicembre 1961,

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è stata ritualmente notificata e comunicata e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 51 del 24


febbraio 1962.
Secondo l'ordinanza i vizi di costituzionalità della legge deriverebbero:
1) dal fatto che l'art. 39 potrebbe essere interpretato nel senso che "la facoltà normativa" in
materia di regolamentazione collettiva dei rapporti di lavoro sarebbe sottratta al legislatore e
riservata esclusivamente ai sindacati con la conseguenza che la legge di delegazione
mirerebbe ad eludere "il procedimento costituzionalmente delineato per il conferimento
dell'obbligatorietà per tutti dei contratti collettivi";
2) dalla mancanza di un oggetto definito e di principi e criteri direttivi, come sarebbe
confermato dalla vastità della materia che può essere recepita nei decreti delegati; dalla
indeterminatezza della formula "assicurare minimi inderogabili di trattamento economico e
normativo"; dall'impossibilità che i principi e i criteri possano ritenersi fissati implicitamente
col richiamo alle norme dei contratti collettivi, non fosse altro per la circostanza che codesti
contratti possono essere stati stipulati anche nel periodo che corre tra l'applicazione della
legge e la sua entrata in vigore;
3) dal fatto infine, che l'emanazione della legge delegata sarebbe subordinata all'arbitrio delle
associazioni stipulanti che possono non depositare il contratto collettivo.
25. - Nel giudizio si è costituita la signora Rita Cappelli, rappresentata e difesa dagli avvocati
Aurelio Becca, Massimo Severo Giannini e Antonio Siniscalco. Le deduzioni sono state
depositate il 14 marzo 1962.
Gli argomenti addotti per sostenere la tesi della non fondatezza della sollevata questione di
costituzionalità non sono diversi da quelli fatti valere nel giudizio promosso con l'ordinanza
del Pretore di Ferrara e già riferiti. È, tuttavia, opportuno aggiungere che, secondo la difesa, il
fatto che la delega non possa essere esercitata senza il previo deposito del contratto collettivo,
non costituisce, contrariamente a quanto si sostiene ex avverso, violazione degli artt. 70 e 71
della Costituzione, in quanto codesto deposito rappresenterebbe "un presupposto all'esercizio
della delega voluto e prescritto dal legislatore quale onere a cui è subordinata l'emanazione
del decreto delegato relativo".
26. - È intervenuto, altresì, il Presidente del Consiglio dei Ministri, rappresentato e difeso
dall'Avvocatura generale dello Stato, che ha depositato l'atto di intervento il 19 gennaio 1962,
nel quale vengono brevemente ripresi gli argomenti fatti valere nel giudizio promosso con
l'ordinanza del Pretore di Ferrara.
27. - Il Pretore di Troina, con ordinanza 22 febbraio 1962, ha ritenuto rilevante e non
manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale della ripetuta legge 14
luglio 1959, n. 741. L'ordinanza, ritualmente notificata e comunicata, è stata pubblicata nella
Gazzetta Ufficiale n. 99 del 14 aprile 1962.
Anche per il Pretore di Troina la legge violerebbe l'art. 39 della Costituzione, in quanto
conferirebbe efficacia erga omnes a contratti collettivi stipulati da enti e con procedura
diversa da quella indicata nel citato articolo della Costituzione; nonché l'art. 76, perché non
indicherebbe i principi e i criteri ai quali deve essere subordinato l'esercizio della potestà
delegata e non definirebbe nemmeno l'oggetto della delega che sarebbe, secondo il Pretore, "il
criterio di come scegliere il contratto collettivo da convertire in norma obbligatoria". 28. - Nel
giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei Ministri, rappresentato e difeso
dall'Avvocatura generale dello Stato che, nell'atto di intervento depositato il 21 marzo 1962,
ha fatto riferimento alle tesi già svolte negli atti difensivi del giudizio promosso con
l'ordinanza del Pretore di Ferrara.

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29. - Analogamente, il Pretore di Cervaro ha ritenuto rilevante e non manifestamente


infondata la questione di legittimità costituzionale della legge 14 luglio 1959, n. 741, sollevata
dalla difesa del sig. Salvatore Monteforte e, con l'ordinanza 1 febbraio 1962, ha sospeso il
giudizio e rinviato gli atti a questa Corte. L'ordinanza, ritualmente notificata e comunicata, è
stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 145 del 9 giugno 1962.
Secondo il Pretore di Cervaro le norme contenute negli artt. 1, 2 e 3 della legge non
indicherebbero i principi e i criteri direttivi della delegazione e gli artt. 1 e 5 priverebbero il
legislatore delegato di ogni potere discrezionale quanto al contenuto delle emanande norme
delegate, violando cosi l'art. 76 della Costituzione. La norma, poi, dell'art. 8 della legge
sarebbe in contrasto con l'art. 3 della Costituzione in quanto prevede, in caso di
inadempienza, sanzioni penali solo per una delle parti contraenti.
30. - Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei Ministri, rappresentato e difeso
dall'Avvocatura generale dello Stato che, nell'atto di intervento depositato il 17 marzo 1962,
ha ribadito il punto di vista già espresso nel giudizio promosso dal Pretore di Ferrara.
31. - All'udienza del 31 ottobre 1962, dove le cause sono state discusse congiuntamente, le
difese delle parti costituite nei giudizi hanno brevemente riassunto le loro tesi e confermato le
loro conclusioni.

Diritto
Considerato in diritto:
1. - Le cause, che hanno ad oggetto le medesime questioni di legittimità costituzionale, vanno
decise con un'unica sentenza.
2. - L'eccezione pregiudiziale di non rilevanza, sollevata dalla difesa del sig. Massari nel
giudizio promosso con l'ordinanza del Pretore di Ferrara, deve essere respinta. Al fine è
sufficiente richiamare la giurisprudenza di questa Corte sulla competenza del giudice a quo
per quanto attiene alla rilevanza della questione di legittimità costituzionale. Tuttavia, nel
caso presente, si può notare, anche perché ciò giova ad una migliore definizione delle
questioni sottoposte a questa Corte, che, in primo luogo, la legge di delegazione viene
direttamente in questione con l'art. 8, che contiene la norma sanzionatrice per l'inosservanza
delle clausole contenute nei decreti delegati e che, in secondo luogo, il nesso, il quale lega la
legge di delegazione a quella delegata (e l'una e l'altra al precetto contenuto nell'art. 76 della
Costituzione) è tale che l'esame della legittimità della legge di delegazione, della quale si
assuma l'incostituzionalità, è pregiudiziale a quello della legge delegata, che, com'è evidente,
non potrebbe trovare applicazione se la fonte, da cui trae la sua efficacia normativa, fosse
costituzionalmente illegittima.
3. - La prima delle questioni sottoposte all'esame della Corte sorge dal contrasto, che si
asserisce esistente, tra la legge impugnata e l'art. 39 della Costituzione, e, più specificamente,
la norma contenuta nel quarto comma di questo articolo, giusta la quale i sindacati registrati,
e forniti, pertanto, di personalità giuridica, "possono, rappresentati unitariamente in
proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria
per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce".
Occorre subito avvertire che la Corte non ritiene fondata la tesi, richiamata da quasi tutte le
ordinanze di rimessione e sostenuta dalla difesa delle parti interessate, secondo la quale l'ora
richiamato art. 39 contiene una riserva, normativa o contrattuale, in favore dei sindacati, per
il regolamento dei rapporti di lavoro. Una tesi siffatta, segnatamente se enunciata in termini
così ampi, contrasterebbe con le norme contenute, ad esempio, nell'art. 3, secondo comma,
nell'art. 35, primo, secondo e terzo comma, nell'art. 36, e nell'art. 37 della Costituzione, le

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quali - al fine di tutelare la dignità personale del lavoratore e il lavoro in qualsiasi forma e da
chiunque prestato e di garantire al lavoratore una retribuzione sufficiente ad assicurare una
vita libera e dignitosa - non soltanto consentono, ma insieme impongono al legislatore di
emanare norme che, direttamente o mediatamente, incidono nel campo dei rapporti di
lavoro: tanto più facilmente quanto più ampia è la nozione che la società contemporanea si è
costruita dei rapporti di lavoro e che la Costituzione e la legislazione hanno accolta.
Tuttavia, in codesti suoi interventi il legislatore non può agire senza l'osservanza di limiti che
la Costituzione medesima ha fissato per la tutela di altri interessi, assunti anch'essi
nell'ambito della legge fondamentale dello Stato e dei principi che ne sono alla base. Pertanto,
l'attività legislativa deve svolgersi, in questo e negli altri casi analoghi, in guisa tale che
l'attuazione dei precetti costituzionali e il conseguimento delle finalità segnate, in questo
settore, dalla Costituzione, non avvengano col sacrificio di altri precetti e di altre finalità, ma
nel rispetto dell'armonica unità del sistema posto dalla legge fondamentale della Repubblica.
4. - I limiti che l'attività legislativa incontra in materia di rapporti di lavoro possono essere
rintracciati in numerosi principi e norme della Costituzione, ma di essi non occorre fare in
questa sede una compiuta rassegna, essendo sufficiente che la Corte indichi quelli che
sorgono dall'art. 39, che le ordinanze di rinvio ritengono violato dalla legge impugnata.
L'art. 39 pone due principi, che possono intitolarsi alla libertà sindacale e alla autonomia
collettiva professionale. Col primo si garantiscono la libertà dei cittadini di organizzarsi in
sindacati e la libertà delle associazioni che ne derivano; con l'altro si garantisce alle
associazioni sindacali di regolare i conflitti di interessi che sorgono tra le contrapposte
categorie mediante il contratto, al quale poi si riconosce efficacia obbligatoria erga omnes,
una volta che sia stipulato in conformità di una determinata procedura e da soggetti forniti di
determinati requisiti.
Una legge, la quale cercasse di conseguire questo medesimo risultato della dilatazione ed
estensione, che è una tendenza propria della natura del contratto collettivo, a tutti gli
appartenenti alla categoria alla quale il contratto si riferisce, in maniera diversa da quella
stabilita dal precetto costituzionale, sarebbe palesemente illegittima.
Né si può dire che la questione di costituzionalità, posta in questi termini, possa essere
superata col richiamo alla norma contenuta nel primo comma dell'art. 36 della Costituzione.
Al di là della intitolazione della legge e delle intenzioni che il legislatore si è attribuite, o che
sono state attribuite al legislatore, vale la realtà delle norme contenute nella legge di
delegazione e il modo col quale la delegazione è stata esercitata: l'una e l'altro non lasciano
dubbi sul fatto che la legge abbia inteso di conferire e abbia in effetti conferito efficacia
generale a contratti collettivi e ad accordi economici con forme e procedimento diversi da
quelli previsti dall'art. 39 della Costituzione.
5. - Senonché, la Corte non può ignorare che le forme e il procedimento previsti dalle norme
costituzionali non sono ancora applicabili. La Corte non deve ricercare i motivi di questa
inadempienza costituzionale, ma non può non prendere atto della carenza legislativa che ne
deriva e delle conseguenze che essa provoca nel campo dei rapporti di lavoro. In questa
situazione la legge impugnata assume il significato e compie la funzione di una legge
transitoria, provvisoria ed eccezionale, rivolta a regolare una situazione passata e a tutelare
l'interesse pubblico della parità di trattamento dei lavoratori e dei datori di lavoro. In questo
senso, e soltanto in questo senso, può ritenersi fondata l'osservazione che ricorre
ripetutamente nelle difese svolte davanti alla Corte, che con la legge impugnata non si sia
voluto dare attuazione al sistema previsto dall'art. 39 della Costituzione, del quale, anzi, si

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può aggiungere, si presuppone imminente l'attuazione. Del che pare conferma la norma
contenuta nell'art. 7, secondo comma, che limita l'efficacia delle norme delegate fino al
momento in cui non siano intervenuti accordi e contratti validi per tutti gli appartenenti alla
categoria: sicché si può dire che la legge miri a collegare il regime dei contratti di diritto
comune con l'altro dei contratti con efficacia generale, a mezzo di un regolamento transitorio:
circostanza che la pone al riparo dal contrasto con l'art. 39 della Costituzione.
6. - Ma queste medesime ragioni, che inducono la Corte a dichiarare non fondata la questione
di legittimità costituzionale della legge 14 luglio 1959, n. 741, impongono, viceversa, di
dichiarare l'illegittimità costituzionale della legge 1 ottobre 1960, n. 1027: più esattamente,
dell'art. 1 di questa legge, il quale conferisce al Governo il potere di emanare norme uniformi
alle clausole degli accordi economici e dei contratti collettivi stipulati entro i dieci mesi
successivi alla data di entrata in vigore della richiamata legge n. 741. Questa norma, infatti,
estende il campo di applicazione della delega oltre la data del 3 ottobre 1959 e ne allarga
l'efficacia agli accordi e ai contratti stipulati dopo questa data. È da ritenere, infatti, che anche
una sola reiterazione della delega (a tale riducendosi la proroga prevista dall'art. 1 della legge
impugnata), toglie alla legge i caratteri della transitorietà e dell'eccezionalità che consentono
di dichiarare insussistente la pretesa violazione del precetto costituzionale e finisce col
sostituire al sistema costituzionale un altro sistema arbitrariamente costruito dal legislatore e
pertanto illegittimo.
La stessa cosa non si può dire del successivo art. 2, che, preso da sè, si limita a prorogare di
quindici mesi l'esercizio della delega, che, pertanto, il Governo dovrà esercitare soltanto con
riferimento ai contratti collettivi stipulati entro il termine fissato dalla prima legge di
delegazione.
7. - La seconda questione nasce dall'affermato contrasto tra la legge di delegazione e le norme
contenute nell'art. 76 della Costituzione. Si sostiene che la legge non contenga i principi e i
criteri direttivi e non si riferisca a un oggetto definito: una delle ordinanze fa cenno anche alla
mancanza del "tempo limitato", entro il quale deve essere esercitata la delega secondo la
ricordata norma costituzionale, ma si tratta di una evidente svista.
Anche questa seconda questione deve ritenersi infondata. Non nega la Corte che l'oggetto e la
particolare finalità della delega abbiano indotto nella legge singolarità che, a un primo esame,
possono apparire in contrasto con le norme della Costituzione, ma ritiene anche che una
considerazione più approfondita delle norme impugnate persuade che codeste peculiarità,
mentre da un lato confermano il fine che il legislatore si è prefisso, quello, vale a dire, di
conferire efficacia generale agli accordi economici e ai contratti collettivi stipulati entro un
certo termine, dall'altro non sono tali da trasformarsi in violazioni della Costituzione. Così
non si può dire che la delega si riferisca a un oggetto non definito, non potendosi qualificare
tale quello di "emanare norme giuridiche, aventi forza di legge, al fine di assicurare minimi
indederogabili di trattamento economico e normativo nei confronti di tutti gli appartenenti a
una medesima categoria"; così, pure, non si può dire che manchino i principi e i criteri
direttivi per l'esercizio della delega, dato che il Governo deve uniformarsi a "tutte le clausole
dei singoli accordi economici e contratti collettivi, anche intercategoriali, stipulati dalle
associazioni sindacali anteriormente alla data di entrata in vigore della ... legge". Del che è
riprova, come è stato notato, il fatto che la censura, che così si muove alla legge di
delegazione, trapassa nell'altra, contraria e opposta, secondo la quale il legislatore delegato
troverebbe nell'esercizio della delegazione limitazioni tali da escludere del tutto una sua
attività discrezionale. Le due censure finiscono così per eliminarsi a vicenda: ma com'è

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infondata la prima, così non pare fondata la seconda. La limitazione rigorosa dei poteri del
legislatore delegato si giustifica con le finalità della delega e non è tale, ad ogni modo, da
costituire una violazione dell'art. 76 della Costituzione, che impone al legislatore di non
delegare i suoi poteri se non con limiti precisi e che, pertanto, non si può ritenere violato se
queste condizioni e questi limiti siano posti con molto rigore. Stabilire qual'è il punto nel
quale codesto rigore è tale da escludere affatto che si sia in presenza di una delega è quanto
mai difficile e ad ogni modo non può riflettersi sulla legittimità delle norme di delegazione il
modo col quale il legislatore delegato abbia esercitato la delegazione, e che sia, in ipotesi, tale
da precludere ogni margine di attività libera.
8. - Ancor meno sono fondate le censure che si muovono alla legge ex art. 71 della
Costituzione: per superarle è sufficiente affermare che l'onere del deposito entro un mese,
presso il Ministero del lavoro e della previdenza sociale, degli accordi economici e dei
contratti collettivi a cura di una delle associazioni stipulanti, non può significare
trasferimento dell'"iniziativa delle leggi" ai sindacati. Esso è e resta soltanto un onere che si
pone alle associazioni sindacali per rendere più agevole al Governo l'accertamento, che il
legislatore gli ha delegato, dell'esistenza di validi e autentici contratti collettivi.
9. - Nemmeno da accogliere sono le censure mosse all'art. 5, secondo il quale le norme
delegate non possono essere in contrasto con norme imperative di legge. Si sostiene che una
norma siffatta conferirebbe al Governo il potere di emanare norme di efficacia inferiore a
quelle aventi forza di legge e di creare così, con violazione dell'art. 77 della Costituzione,
norme di un'efficacia particolare o, come si è detto, norme di legge affievolite, che si
porrebbero nella gerarchia delle fonti al disotto delle norme della legge ordinaria.
La tesi non è fondata. Anche qui occorre tener presente il fine che il legislatore ha perseguito
con la delega, quello cioè di conferire transitoriamente efficacia generale a contratti collettivi.
Codesto conferimento non vuole alterare o modificare l'efficacia propria delle clausole dei
contratti collettivi, non vuole cioè che le clausole contrarie a norme di legge imperative si
trasformino in norme aventi vigore di legge. Nell'operare in una materia istituzionalmente
riservata all'autonomia collettiva professionale, il legislatore si è proposto di rispettare il più
possibile codesta autonomia, assumendo a contenuto delle norme il contenuto dei contratti
collettivi e degli accordi economici e nei limiti in cui questi possono acquistare efficacia
generale nel sistema tradizionale della contrattazione collettiva. Perciò l'art. 5 si pone fuori
dei confini della delega, non ne rappresenta un limite. Esso agisce direttamente sui contratti
ai quali il Governo deve conformare le proprie norme, non ha come destinatario il Governo. Si
potrebbe dire, in un certo senso, che esso è logicamente anteriore alla delega. Dal che
consegue che, qualora le clausole siano comprese nei decreti delegati, la loro inserzione si
deve ritenere inoperante e incapace perciò di conferire ad esse forza di legge; e, pertanto, non
può essere configurata quale vizio della legge delegata, cioè quale eccesso di delega. Ne
consegue che spetta al giudice ordinario di accertare volta per volta se sussista il contrasto di
queste clausole contrattuali con le norme imperative di legge e, in caso affermativo, di
disapplicarle.
10. - Infine, non può configurarsi come vizio della legge la circostanza che essa non indichi il
criterio che il Governo deve adottare nel caso di più contratti collettivi o di più accordi
economici relativi alla medesima categoria. Anche ammesso, infatti, che si tratti di
un'omissione del legislatore, non se ne può dedurre l'illegittimità costituzionale della legge.
Altra questione è quella degli effetti che codesta pretesa omissione esercita sui poteri del

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legislatore delegato, ma è una questione che non viene nel presente giudizio e deve, pertanto,
rimanere impregiudicata.
11. - La terza questione di legittimità costituzionale è quella della norma contenuta nell'art. 8
della legge, che prevede a carico del datore di lavoro il quale non adempia gli obblighi
derivanti dalle norme delegate, "un'ammenda da lire cinquemila a lire centomila per ogni
lavoratore cui si riferisca la violazione". La tesi che, così disponendo, la legge abbia violato il
principio di eguaglianza consacrato nell'art. 3 della Costituzione, non è fondata. La norma
impugnata, infatti, nel prevedere sanzioni soltanto a carico del datore di lavoro, ha
considerato, non arbitrariamente, la particolare posizione del lavoratore nel rapporto di
lavoro e l'ha ritenuta meritevole di una particolare tutela penale. È propria anzi
dell'applicazione del principio di eguaglianza, come l'ha interpretato la Corte, la
configurazione di ipotesi legislative che, apparentemente discriminatrici nei confronti di
categorie o gruppi di cittadini, nella sostanza ristabiliscono l'eguaglianza delle condizioni di
queste categorie o gruppi.

PQM
PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale delle norme contenute negli
artt. 1, 2, 3, 4, 5 e 8 della legge 14 luglio 1959, n. 741, recante "norme transitorie per garantire
minimi di trattamento economico e normativo ai lavoratori" in riferimento agli artt. 3, 39, 71,
76 e 77 della Costituzione;
dichiara l'illegittimità costituzionale delle norme contenute nell'art. 1 della legge 1 ottobre
1960, n. 1027.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l'11
dicembre 1962.
DEPOSITATA IN SEGRETERIA IL 19 DIC. 1962
NOTA: ORDINANZA 31 OTTOBRE 1962
Pronunziata in udienza nel corso della discussione della questione di legittimità
costituzionale in via incidentale della legge 14 luglio 1959, n. 741, in ordine all'intervento nel
giudizio di soggetti (C.I.S.L. e F.I.L.L.Z.A.) non parti del giudizio a quo cui si riferisce la
sentenza n. 106.
Giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale - Costituzione limitata alle parti del
giudizio a quo - Associazioni sindacali - Non furono parti nel giudizio a quo - Loro
partecipazione alla stipulazione di contratti collettivi - Irrilevanza - Non conferisce ad esse la
figura di soggetti processuali - Loro intervento nel giudizio di legittimità in via incidentale -
Inammissibilità. (Legge 11 marzo 1953, n. 87, art. 18).
LA CORTE
considerato che, come è stato ripetutamente affermato da questa Corte, nessuna forma di
intervento è ammessa nel giudizio di legittimità costituzionale delle leggi in via incidentale
(ordinanze 5 dicembre 1956; 26 febbraio 1958);
che, pertanto, in tale giudizio possono costituirsi soltanto le parti alle quali deve essere
notificata l'ordinanza di rimessione quando non ne sia stata data lettura nel pubblico
dibattimento;
che né la Confederazione italiana sindacati lavoratori (C.I.S.L.) né la Federazione italiana
liberi lavoratori zucchero e alcool (F.I.L.L.Z.A.) sono parti nel giudizio a quo;

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che non può avere rilevanza in questa sede, nella quale si discute sulla legittimità
costituzionale delle leggi, la circostanza, addotta dalle due associazioni sindacali, di aver
partecipato alla stipulazione del contratto collettivo 12 settembre 1958;
che la tutela dell'interesse collettivo professionale, che si asserisce andata "istituzionalmente
ed esclusivamente ai sindacati liberi e democratici attualmente esistenti", non conferisce a
questi figura di soggetto processuale riconducibile a quella del Presidente del Consiglio dei
Ministri, il solo al quale la legge consente di intervenire nel giudizio di legittimità
costituzionale delle leggi in via incidentale;
PER QUESTI MOTIVI
visto l'art. 18 della legge 11 marzo 1953, n. 87;
dichiara inammissibile l'intervento proposto dalla Confederazione italiana sindacati
lavoratori (C.I.S.L.) e dalla Federazione italiana liberi lavoratori zucchero e alcool
(F.I.L.L.Z.A.) e ordina la prosecuzione della discussione.

Note

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STAMPA

Archivio selezionato: Sentenze Corte Costituzionale

Autorità: Corte Costituzionale


Data: 07/07/1964
n. 75

LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori:
Prof. GASPARE AMBROSINI, Presidente
Prof. GIUSEPPE CASTELLI AVOLIO
Prof. ANTONINO PAPALDO
Prof. NICOLA JAEGER
Prof. GIOVANNI CASSANDRO
Prof. BIAGIO PETROCELLI
Dott. ANTONIO MANCA
Prof. ALDO SANDULLI
Prof. GIUSEPPE BRANCA
Prof. MICHELE FRAGALI
Prof. COSTANTINO MORTATI
Prof. GIUSEPPE CHIARELLI
Dott. GIUSEPPE VERZÌ
Dott. GIOVANNI BATTISTA BENEDETTI
Prof. FRANCESCO PAOLO BONIEACIO, Giudici,
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 28, comma
ottavo, della legge 2 giugno 1961, n. 454, "Piano quinquennale per lo
sviluppo dell'agricoltura", promosso con ordinanza emessa il 5
novembre 1963 dal Giudice conciliatore di Pantelleria nel
procedimento civile vertente tra D'Aietti Angelo e Belvisi Pietro,
iscritta al n. 212 del Registro ordinanze 1963 e pubblicata nella
Gazzetta Ufficiale della Repubblica, n. 34 dell'8 febbraio 1964.
Visti l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei Ministri
e l'atto di costituzione in giudizio di D'Aietti Angelo;
udita nell'udienza pubblica del 10 giugno 1964 la relazione del
Giudice Giuseppe Chiarelli;
uditi gli avvocati Gustavo Minervini e Giuseppe Guarino, per D'Aietti
Angelo, e il sostituto avvocato generale dello Stato Umberto Coronas,
per il Presidente del Consiglio dei Ministri.

Fatto
Ritenuto in fatto:
Il notaio Angelo D'Aietti, con atto 3 ottobre 1963, citava dinanzi al Conciliatore di Pantelleria
il signor Pietro Belvisi, per il pagamento della somma di lire 8.818, residuo di compenso a lui
dovuto per la redazione di un atto di compravendita.

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Il convenuto eccepiva che per alcune prestazioni il compenso doveva essere ridotto alla metà,
a norma dell'art. 28, comma ottavo, della legge 2 giugno 1961, n. 454, avente per oggetto il
piano quinquennale per lo sviluppo dell'agricoltura. Detta norma dispone che tutti gli atti e
documenti inerenti all'applicazione delle leggi riguardanti la formazione e l'arrotondamento
della piccola proprietà contadina e dei territori montani sono esenti dalle tasse di bollo, e gli
onorari notarili sono ridotti a metà.
Di questa norma il notaio D'Aietti contestava la legittimità costituzionale, in riferimento agli
artt. 36, 35 e 3 della Costituzione.
Il Conciliatore riteneva la questione non manifestamente infondata e rimetteva gli atti a
questa Corte, con ordinanza 5 novembre 1963, regolarmente notificata, comunicata e
pubblicata.
Si è costituito nel presente giudizio il notaio D'Aietti, rappresentato e difeso dagli avvocati
Gustavo Minervini e Giuseppe Guarino, con deduzioni depositate il 21 febbraio 1964, nelle
quali si sostiene che, dovendo la tariffa professionale essere stabilita sulla base del valore
delle singole prestazioni, è palese l'illegittimità, ai sensi degli artt. 35 e 36 della Costituzione,
di una legge che stabilisca che per dati atti tale tariffa debba essere ridotta a metà, quando
non sussiste alcuna ragione obiettiva che giustifichi detta riduzione.
Conseguenza della violazione dei menzionati articoli è la violazione del principio di
eguaglianza (art. 3 della Costituzione), sia che ci si riferisca ai professionisti, sia che ci si
riferisca agli atti, venendosi - tra l'altro - ad attuare fra i professionisti una discriminazione
ingiustificata, a seconda del settore e del distretto nel quale svolgono la loro attività. Né,
prosegue la difesa del notaio D'Aietti, il fine di incentivazione può giustificare la riduzione
della tariffa.
Infine, il principio di eguaglianza sarebbe violato in quanto non si hanno esempi di analoghe
situazioni per le tariffe di altri professionisti.
È intervenuto in giudizio il Presidente del Consiglio dei Ministri, rappresentato e difeso
dall'Avvocatura generale dello Stato, con atto depositato il 17 gennaio 1964, col quale si
chiede che la questione sia dichiarata non fondata per le seguenti ragioni.
Non sussiste il contrasto con l'art. 3 della Costituzione, perché la norma impugnata pone una
modifica alla tariffa notarile in relazione ad alcuni atti, oggettivamente determinati,
indipendentemente dai requisiti soggettivi a cui si riferisce il detto art. 3.
Comunque, anche se, in non concessa ipotesi, ci fosse la discriminazione affermata
dall'ordinanza, essa sarebbe giustificata dalle finalità sociali garantite dall'art. 44 della
Costituzione.
Né sussiste il contrasto con l'art. 36, il quale trova applicazione esclusivamente nell'ambito
del lavoro subordinato; comunque, se fosse applicabile ai rapporti di prestazione d'opera
professionale, dovrebbe aversi riguardo alle prestazioni complessive del professionista.
Si ricorda, infine, la speciale disciplina della professione notarile, la quale fornisce una
completa tutela degli interessi economici di questa categoria di professionisti.
La difesa del notaio, nella memoria difensiva, ha insistito sulla dedotta violazione dell'art. 3
della Costituzione, in base al quale l'unico elemento che potrebbe servire di base per una
differenziazione dell'ammontare delle tariffe sarebbe il valore qualitativo-quantitativo
dell'atto che deve essere compiuto dal professionista: valore che è stato fissato dall'ordine
professionale nella determinazione delle tariffe. Con la violazione del principio di eguaglianza
- prosegue la memoria - è connessa la violazione degli artt. 35 e 36, essendo stati presi in
considerazione elementi del tutto irrilevanti al fine della determinazione della tariffa. Né per

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aiutare la piccola e media proprietà il legislatore può ledere posizioni riconosciute ad altri
soggetti da norme costituzionali.
L'Avvocatura dello Stato ha sviluppato, nella sua memoria, gli argomenti addotti nelle
deduzioni. In particolare ha insistito nell'affermare che nel caso in esame si è del tutto fuori
dai presupposti e dalla situazione ipotizzati dall'art. 36, in quanto il reddito del lavoratore
autonomo, e in particolare del prestatore d'opera professionale, risulta dalla totalità dei suoi
rapporti con i clienti, mentre la sua attività sfugge a una valutazione diretta a determinare se
ogni compenso si adegui al minimo vitale. E che si è fuori dell'ambito dell'art. 36 è
confermato dalla particolare disciplina della professione di notaro, caratterizzata dalla
posizione di monopolio professionale, dal numero chiuso delle sedi, e dalla garanzia di
integrazione mensile a carico dello Stato. Né la tutela del lavoro, affermata con l'art. 35, è
contraddetta dalla previsione di onorari ridotti per il compimento di atti di speciale interesse
pubblico.
In relazione alla asserita violazione dell'art. 3 si ribadisce che la riduzione della tariffa è fatta
in relazione ad atti oggettivamente determinati, e si osserva che l'incidenza della sede sugli
onorari complessivi rientra nella normale alea dell'attività professionale, se di alea si può
parlare nei riguardi della professione notarile, e che comunque la disposizione impugnata
non ha carattere di singolarità, essendo la riduzione degli onorari prevista da altre leggi
pubblicistiche, anche per professionisti diversi dai notai.
Nell'udienza del 10 giugno 1964 le difese delle parti costituite hanno confermato le loro
conclusioni.

Diritto
Considerato in diritto:
1. - L'art. 28, comma ottavo, della legge 2 giugno 1961, n. 454, non contrasta, a giudizio di
questa Corte, con gli artt. 35, primo comma, 36, primo comma, e 3 della Costituzione.
In relazione alle norme di tutela del lavoro, contenute negli artt. 35 e 36, è da osservare che
nel caso presente si può prescindere dalla questione se il primo comma dell'art. 36 sia
applicabile ai rapporti di lavoro autonomo. Infatti, anche ove si dia risposta affermativa a tale
quesito, non ne deriva come conseguenza l'illegittimità della impugnata disposizione
legislativa.
La norma dell'art. 36, primo comma, è intesa ad assicurare la tutela della persona del
lavoratore e la soddisfazione dei bisogni fondamentali suoi e della sua famiglia; non già a
garantire la parità delle prestazioni nel rapporto sinallagmatico di lavoro. Se, pertanto, i
principi contenuti nella detta norma debbono considerarsi applicabili nel campo del lavoro
autonomo, e in particolare nel campo delle professioni intellettuali, tale applicazione non può
aversi se non in considerazione dell'attività complessiva del professionista, nei modi e nei
limiti in cui essa sia accertabile e valutabile, e non in relazione ai singoli rapporti e alle singole
prestazioni in cui si esplica l'attività del libero professionista. Oltre tutto, quest'ultimo criterio
non varrebbe ad assicurare al professionista l'esistenza libera e dignitosa, voluta dalla
Costituzione.
Né la norma in esame può essere scomposta in precetti distinti, con diversi campi di efficacia,
isolando dal contesto della disposizione il precetto della corrispondenza della retribuzione
alla quantità e qualità di lavoro prestato, come il solo applicabile al lavoro autonomo. Una
tale interpretazione, oltre a non corrispondere a fondamentali esigenze di ermeneutica,
contrasterebbe, come si è visto, con la ragione storica e sociale della norma, considerata nella
sua unità. Non ha, pertanto, fondamento la tesi, sostenuta nel presente giudizio, secondo la

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quale le tariffe professionali, una volta fissate con la collaborazione degli Ordini, sarebbero
inderogabili dallo stesso legislatore, in quanto, essendo basate sulla corrispondenza della
retribuzione al lavoro prestato, ogni deroga ad esse implicherebbe violazione dell'art. 36. A
parte che, come si è detto, il senso dell'art. 36, primo comma, non è di garantire la parità delle
contrapposte prestazioni, non è neanche esatto che le tariffe siano stabilite con esclusivo
riferimento alla quantità e qualità di lavoro prestato. È, invece, ben noto che esse tengono
conto anche di altri elementi considerati come indici dell'importanza dell'opera, ai sensi
dell'art. 2233 del Codice civile, quali, ad esempio, il valore dell'atto o della controversia nelle
tariffe dei notai e degli avvocati e procuratori: è chiaro che al valore economico di un atto o di
una controversia non corrisponde necessariamente la quantità e qualità di lavoro richiesto al
professionista.
Dalle esposte considerazioni deriva che non può riscontrarsi alcuna violazione dell'art. 36,
primo comma, della Costituzione nel fatto che il legislatore, cui compete l'emanazione delle
tariffe notarili, abbia stabilito con la norma impugnata che per determinate prestazioni le
tariffe siano ridotte a metà.
Né tale disposizione viola il principio generale della tutela del lavoro, sancito dall'art. 35 della
Costituzione, giacché essa si inserisce in quella disciplina legale della professione notarile, la
quale, mentre regola nell'interesse pubblico l'esercizio di tale professione, assicura una
particolare tutela degli interessi del professionista e del decoro della categoria. Tale tutela si
connette alla situazione in cui operano i notai e al numero chiuso delle loro sedi, e si
manifesta anche nella garanzia di un assegno supplementare a completamento degli onorari
che non raggiungano un minimo determinato: garanzia che, assicurata attraverso la Cassa del
notariato, si basa sulla particolare struttura dell'ordinamento della professione di notaio.
Su questa tutela complessiva dell'attività notarile non incide la riduzione degli onorari di
alcuni atti, disposta dal legislatore con la norma in esame.
2. - Ugualmente infondata è la dedotta violazione dell'art. 3 della Costituzione.
È giurisprudenza costante di questa Corte che il principio di eguaglianza contenuto in detto
articolo consente al legislatore ordinario di emanare norme differenziate rispetto a situazioni
obiettivamente diverse.
La previsione di atti e documenti inerenti all'applicazione delle leggi riguardanti la
formazione e l'arrotondamento della piccola proprietà contadina dà luogo evidentemente alla
configurazione di situazioni obiettivamente determinate e specificamente definite, le quali
ben possono essere considerate distintamente dalla formazione o dalla stipulazione di atti di
tipo diverso o aventi un diverso oggetto. Né ha valore l'argomento che la norma impugnata è
stata emanata a scopo di incentivo dell'agricoltura, o che le misure che, come questa, sono
dirette a fini economici di utilità generale non possono essere poste a carico di una
determinata categoria di persone.
Intanto va considerato che nel nostro ordinamento sono ben numerosi i casi in cui è prevista
la riduzione degli onorari notarili, anche al di fuori del campo degli incentivi economici (art.
34 del R. D. L. 16 settembre 1926, n. 1606, sull'Opera nazionale combattenti; art. 151 del R. D.
28 aprile 1938, n. 1165, sulla edilizia popolare; art. 93 del D. L.10 aprile 1947, n. 261,
sull'alloggio ai senza tetto; art. 38 del D. L.7 maggio 1948, n. 1235, sui consorzi agrari; art. 18
della legge 3 agosto 1949, n. 589, sulle opere pubbliche di interesse degli enti locali; art. 26
della legge 10 agosto 1950, n. 646, sulla Cassa del Mezzogiorno; art. 8 della legge 2 dicembre
1961, n. 1330, sull'Ente di gestione per il cinema, ecc. ecc.).

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Queste riduzioni trovano il loro fondamento nel fatto che, com'è ben noto, l'attività del notaio
consiste nell'esercizio di una pubblica funzione, e che la determinazione degli onorari, di
competenza del legislatore, è diretta non soltanto a stabilire la rimunerazione del
professionista, ma a fissare il prezzo del pubblico servizio svolto dal notaio, in relazione alle
esigenze del servizio stesso e agli interessi della generalità di coloro che della attività notarile
debbono servirsi. È pertanto perfettamente legittimo che, in questa determinazione affidata
alle valutazioni del legislatore ordinario, questi tenga conto di particolari finalità sociali, quali
che esse siano, purché non in contrasto con la Costituzione.
In tal modo il legislatore non crea arbitrariamente situazioni di sfavore per una categoria, o
per alcuni appartenenti alla categoria, ma, nel legittimo esercizio del potere di stabilire la
disciplina dell'attività notarile, fissa il compenso per la redazione di atti pubblici, tenendo
conto, oltre che dell'interesse del professionista a cui tale redazione è affidata, della funzione
e delle finalità degli atti stessi.
Che sull'attuazione in concreto delle differenti tariffe possa, in alcuni casi, influire la sede in
cui si esercita la professione, rientra nella normale alea della attività professionale; alea che
per altro, come si è accennato, per la professione del notaio trova attenuazione nella ricordata
disciplina, e comunque non è tale, per le ragioni già dette, da contrastare con alcuna norma
della Costituzione.

PQM
PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 28, comma ottavo,
della legge 2 giugno 1961, n. 454, relativa al piano quinquennale per lo sviluppo
dell'agricoltura, sollevata dal giudice conciliatore di Pantelleria con ordinanza del 5 novembre
1963, in riferimento agli artt. 3, 35, primo comma, e 36, primo comma, della Costituzione.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 23 giugno
1964.
DEPOSITATA IN SEGRETERIA IL 07 LUG. 1964.

Note

Utente: ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI - www.iusexplorer.it - 18.01.2018

© Copyright Giuffrè 2018. Tutti i diritti riservati. P.IVA 00829840156

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Archivio selezionato: Sentenze Corte Costituzionale

Autorità: Corte Costituzionale


Data: 30/07/1980
n. 141
Classificazioni: LAVORO SUBORDINATO (Rapporto di) - Retribuzione - - in genere

LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori: Avv. LEONETTO AMADEI, Presidente - Dott. GIULIO
GIONFRIDA - Prof. EDOARDO VOLTERRA - Prof. GUIDO ASTUTI - Dott.
MICHELE ROSSANO - Prof. ANTONINO DE STEFANO - Prof. LEOPOLDO ELIA -
Prof. GUGLIELMO ROEHRSSEN - Avv. ORONZO REALE - Dott. BRUNETTO
BUCCIARELLI DUCCI - Avv. ALBERTO MALAGUGINI - Prof. LIVIO PALADIN -
Prof. ANTONIO LA PERGOLA - Prof. VIRGILIO ANDRIOLI, Giudici,
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nei giudizi riuniti di legittimità costituzionale della legge 10
dicembre 1976, n. 797 - di conversione, con modificazioni, del d.l.
11 ottobre 1976, n. 699 - e degli artt. 1, 2, 4 e 6 del d.l. 1
febbraio 1977, n. 12, convertito, con modificazioni, nella legge 31
marzo 1977, n. 91, promossi con le ordinanze emesse dai pretori di
Cuneo il 28 giugno 1977, Biella il 30 giugno 1977, Torino il 4
ottobre 1977, Cuneo il 7 ottobre 1977, Brescia il 23 dicembre 1977,
Milano il 7 novembre 1977, Napoli il 5 gennaio 1978, Torino il 1
giugno e il 31 maggio 1978, Cuneo il 28 febbraio 1978,
rispettivamente iscritte ai nn. 419, 463, 543 e 549 del registro
ordinanze 1977 ed ai nn. 101, 102, 273, 453, 462 e 617 del registro
ordinanze 1978 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica
nn. 306 e 334 del 1977, nn. 32, 39, 115, 250 e 359 del 1978 e nn. 3 e
45 del 1979.
Visti gli atti di costituzione di Berrino Giovanni, di Cantono Remo,
del Banco di Roma, del Banco di Napoli e di Corsello Vito, nonché gli
atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
udito nell'udienza pubblica del 23 aprile 1980 il Giudice relatore
Virgilio Andrioli;
uditi gli avvocati Alberto Romano e Guido Zangari (per Berrino
Giovanni, Cantono Remo e Corsello Vito), Walter Prosperetti (per il
Banco di Napoli), e Giovanni Cassandro (per il Banco di Roma) nonché
l'avvocato dello Stato Giovanni Albisinni per il Presidente del
Consiglio dei ministri.

Fatto
Ritenuto in fatto:
1. - Con ricorso 9 maggio 1977 Berrino Giovanni, funzionario addetto alla succursale di Cuneo
dell'Istituto Bancario San Paolo di Torino, premesso che una quota della retribuzione

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corrispostagli nel mese di aprile del 1977 risultava erogata in buoni poliennali del tesoro,
chiese condannarsi il datore di lavoro al versamento in moneta corrente di tutte le quote di
retribuzione erogate in buoni del tesoro, maturate e maturande sino al momento dell'effettivo
pagamento, previa declaratoria d'incostituzionalità dell'articolo unico della legge 10 dicembre
1976, n. 797, di conversione in legge del d.l. 11 ottobre 1976, n. 699 (nonché, per quanto
occorra e possa, di quest'ultimo).
Con memoria 17 giugno 1977 il convenuto Istituto instò per la reiezione della domanda
attrice, previa declaratoria di manifesta infondatezza della sollevata questione
d'incostituzionalità.
Con ordinanza 28 giugno 1977, debitamente comunicata e notificata e pubblicata nella
Gazzetta Ufficiale n. 306 del 9 novembre 1977 (n. 419 Reg. ord. 1977), l'adito pretore di Cuneo
ha giudicato rilevante e non manifestamente infondata la questione di costituzionalità della
legge 10 dicembre 1976, n. 797, di conversione, con modificazioni, del d.l. 11 ottobre 1976, n.
699, in riferimento agli artt. 1, 3, 23, 36, 39 e 53 Cost.
Avanti la Corte si è costituito il Berrino, rappresentato e assistito per procura in calce dagli
avvocati Alberto Romano, Andrea Comba e Ubaldo Papetti, cui si sono successivamente
affiancati, giusta procura con firma autenticata il 14 aprile 1980 per notaio C. Parola di
Cuneo, gli avvocati Aldo Sandulli e Guido Zangari, mediante atto 26 settembre 1977, in cui si
è riservato di illustrare in prosieguo il buon fondamento della proposta questione; riserva
sciolta con memoria 4 aprile 1980, in cui non solo si sono illustrate le conclusioni di
fondatezza della questione, ma in via subordinata si è chiesto che venga dichiarata
l'illegittimità del testo modificato dell'art. 4, in quanto non prevede che i buoni del tesoro
consegnati al lavoratore dipendente in luogo di contante fruttino un interesse ogni anno in
ogni caso pari al tasso di inflazione rilevato nel corso dell'anno stesso, maggiorato del 5% del
valore nominale dei buoni medesimi, a titolo di compenso per la ritardata corresponsione di
quanto dovuto al lavoratore.
Ha spiegato intervento la Presidenza del Consiglio dei ministri con atto 28 novembre 1977, in
cui, richiamato tra l'altro l'art. 6 d.l. 12/1977, ha concluso per la infondatezza della questione.
Alla pubblica udienza del 23 aprile 1980, nel corso della quale il giudice Andrioli ha svolto la
relazione, gli avvocati Romano e Zangari hanno sostenuto le ragioni del Berrino, e l'avv. dello
Stato Albisinni ha illustrato le già prese conclusioni.
2. - Con ricorso 5 maggio 1977 Cantono Remo, funzionario addetto alla succursale di Biella
dell'Istituto Bancario San Paolo di Torino, premesso che una quota della retribuzione
corrispostagli nel mese di aprile del 1977 risultava erogata in buoni del tesoro quinquennali al
portatore, chiese condannarsi il datore di lavoro al versamento in moneta corrente di tutte le
quote di retribuzione erogate in buoni del tesoro, maturate e maturande sino al momento
dell'effettivo pagamento, previa dichiarazione d'illegittimità dell'articolo unico della legge 10
dicembre 1976, n. 797, di conversione in legge, con modificazioni, del d.l. 11 ottobre 1976, n.
699 (nonché, per quanto occorra e possa, di quest'ultimo).
Con memoria 15 giugno 1977 il convenuto Istituto chiese respingersi la domanda attrice,
previa declaratoria di manifesta infondatezza della sollevata questione d'incostituzionalità.
Con ordinanza 30 giugno 1977, regolarmente comunicata e notificata e pubblicata nella
Gazzetta Ufficiale n. 334 del 7 dicembre 1977 (n. 463 Reg. ord. 1977), l'adito pretore di Biella
ha giudicato rilevante e non manifestamente infondata la questione di costituzionalità della
legge 10 dicembre 1976, n. 797 di conversione, con modificazioni, del d.l. 11 ottobre 1976, n.
699 in riferimento agli artt. 1, 3, 23, 36, 39 e 53 Cost.

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Avanti la Corte si è costituito il Cantono, rappresentato e assistito per procura in calce dagli
avvocati Alberto Romano, Andrea Comba e Ubaldo Papetti, con atto 2 dicembre 1977, in cui si
è riservato di illustrare in prosieguo il buon fondamento della proposta questione; riserva
sciolta con memoria 4 aprile 1980, comune all'incidente iscritto al n. 419 Reg. ord. 1977.
Ha spiegato intervento la Presidenza del Consiglio dei ministri con atto 23 dicembre 1977, in
cui, richiamato tra l'altro l'art. 6 d.l. 12/1977, ha concluso per la infondatezza della questione.
All'udienza del 23 aprile 1980, nel corso della quale il giudice Andrioli ha svolto la relazione,
l'avvocato Romano ha sostenuto le ragioni del Cantono e l'avvocato dello Stato Albisinni ha
illustrato le già prese conclusioni.
3. - Con ricorso 31 maggio 1977 Scagliotti Cesare, dipendente dell'Istituto Bancario San Paolo
di Torino, chiese condannarsi il datore di lavoro alla corresponsione in moneta avente corso
legale degli aumenti retributivi dipendenti da variazioni del costo della vita determinatesi
successivamente al 30 settembre 1976 da conteggiarsi e corrispondersi secondo il regime di
indicizzazione posto in essere dal vigente contratto collettivo di lavoro per il personale
dipendente delle aziende di credito e finanziarie e dall'accordo di scala mobile che ne
costituisce elemento fondamentale e integrante, previa dichiarazione d'incostituzionalità del
d.l. 11 ottobre 1976, n. 699, e della legge di conversione 10 dicembre 1976, n. 797, nonché del
d.l. 1 febbraio 1977, n. 12 e della successiva legge di conversione 31 marzo 1977, n. 91.
Il convenuto si costituì mediante memoria depositata il 23 settembre 1977, in cui eccepì tra
l'altro che l'accordo collettivo del 1968 per il settore credito era stato disdettato dalla
organizzazione sindacale delle aziende di credito, né era stato sostituito da altro accordo
collettivo sulla scala mobile, concludendo per l'irrilevanza e, comunque, per l'infondatezza
delle proposte questioni, e si oppose nel merito alle richieste dell'attore, ma l'adito pretore di
Torino, con ordinanza 4 ottobre 1977, comunicata e notificata e pubblicata nella Gazzetta
Ufficiale n. 32 del 1 febbraio 1978 (n. 543 Reg. ord. 1977), pur avendo dichiarato la manifesta
infondatezza della questione di costituzionalità del d.l. 12/1977, convertito in legge 91/1977,
ha giudicato rilevante e non manifestamente infondata, in riferimento agli artt. 3 e 53, primo
comma Cost., la questione di legittimità degli artt. 1, commi primo e terzo, 2 e 3 d.l. 699/1976,
convertito in legge 797/1976.
Avanti la Corte nessuna delle parti si è costituita, ma ha spiegato intervento la Presidenza del
Consiglio dei ministri con atto 20 febbraio 1978 concludendo per l'infondatezza della
proposta questione.
Alla pubblica udienza del 23 aprile 1980, nel corso della quale il giudice Andrioli ha svolto la
relazione, l'avv. dello Stato Albisinni ha illustrato le già prese conclusioni.
4. - Con ricorso 20 giugno 1977, in allegato al quale produsse copiosa documentazione,
Castoldi Franco, dipendente con la qualifica di funzionario di 2 grado della Cassa di risparmio
di Cuneo, chiese - previa rimessione alla Corte costituzionale delle questioni di legittimità
degli artt. 1, 2, 3, 4 e 5 d.l. 699/1976, convertito, con modificazioni, in legge 797/1976 per
contrasto con gli artt. 3, 23, 36 e 53 Cost., nonché degli artt. 2, 4 e 6 d.l. 12/1977, convertito,
con modificazioni, in legge 91/1977, per contrasto con gli artt. 3, 36 e 39 Cost. - la condanna
della convenuta Cassa al pagamento delle maggiori somme, che gli sarebbero dovute, a
seguito della dichiarata illegittimità delle menzionate norme e a far tempo, rispettivamente,
dal 1 ottobre 1976 e dal 1 febbraio 1977.
Con memoria 31 agosto 1977 la convenuta si rimise alla giustizia dell'organo giudicante in
merito alle questioni di costituzionalità che investivano norme, al cui rispetto la datrice di
lavoro era pur tenuta.

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Con ordinanza 7 ottobre 1977, regolarmente comunicata e notificata e pubblicata nella


Gazzetta Ufficiale n. 39 dell'8 febbraio 1978 (n. 549 Reg. ord. 1977), l'adito pretore di Cuneo
ha giudicato rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità del d.l.
699/1976, convertito, con modificazioni, in legge 797/1976, in riferimento agli artt. 1, 3, 23,
36, 39 e 53 Cost., nonché degli artt. 2, 4 e 6 del d.l. 12/1977, convertito, con modificazioni, in
legge 91/1977, in riferimento agli artt. 3, 36 e 39 Cost.
Nessuna delle parti si è costituita avanti la Corte; ha spiegato intervento la Presidenza del
Consiglio dei ministri con atto 25 febbraio 1978 concludendo per l'infondatezza della
proposta questione.
Alla pubblica udienza del 23 aprile 1980, nel corso della quale il giudice Andrioli ha svolto la
relazione, l'avv. dello Stato Albisinni ha illustrato le già prese conclusioni.
5. - Provvedendo sulla domanda, intesa da Varano Arrigo a conseguire la condanna della
Banca di Credito Agrario Bresciano, di cui era dipendente, al pagamento delle somme
corrispondenti all'ammontare dei maggiori compensi dovuti per effetto di variazioni del costo
della vita, trattenute sulla retribuzione e corrisposte alla Banca d'Italia - Sezione di tesoreria
provinciale dello Stato, secondo quanto disposto dal d.l. il ottobre 1976, n. 699, convertito,
con modificazioni, nella legge 10 dicembre 1976 n. 797, e dal successivo d.l. 1 febbraio 1977, n.
12, convertito, con modificazioni, nella legge 31 marzo 1977, n. 91, il pretore di Brescia, reietta
l'eccezione di difetto di legittimazione passiva, sollevata dalla convenuta nella memoria 7
dicembre 1977, sulla constatata sussistenza dell'interesse della Banca a resistere alle domande
attrici, ha ritenuto non manifestamente infondate le questioni di costituzionalità degli artt. 1,
2, 3, 4 e 5 del d.l. 11 ottobre 1976, n. 699, convertito, con modificazioni, nella legge 10
dicembre 1976, n. 797, per contrasto con gli artt. 3, 23, 36 e 53 Cost., e degli artt. 2 e 4 del d.l.
1 febbraio 1977, n. 12, convertito, con modificazioni, nella legge 31 marzo 1977, n. 91 per
contrasto con gli artt. 3, 36 e 39 Cost.
Avanti la Corte, alla quale l'incidente è stato rimesso con ordinanza 23 dicembre 1977,
debitamente comunicata e notificata e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 115 del 26 aprile
1978 (n. 101 Reg. ord. 1978), nessuna delle parti si è costituita; ha spiegato intervento la
Presidenza del Consiglio dei ministri con atto 13 maggio 1978, in cui ha concluso per la
infondatezza della questione.
Alla pubblica udienza del 23 aprile 1980, nel corso della quale il giudice Andrioli ha svolto la
relazione, l'avv. dello Stato Albisinni ha illustrato le già prese conclusioni.
6. - Nella controversia di lavoro, promossa da Petitti Gianfranco contro il Banco di Roma, il
quale, nella memoria 30 settembre 1977, aveva tra l'altro rilevato che, alla data di entrata in
vigore delle norme impugnate, nessun accordo collettivo relativo alla scala mobile del settore
credito avrebbe sostituito l'accordo collettivo 11 gennaio 1968, a suo tempo disdettato, il
pretore di Milano, con ordinanza 7 novembre 1977, comunicata e notificata e pubblicata nella
Gazzetta Ufficiale n. 115 del 26 aprile 1978 (n. 102 Reg. ord. 1978), sebbene non abbia
motivato sulla eccezione d'irrilevanza, sollevata dal datore di lavoro, ha giudicato non
manifestamente infondata la questione di costituzionalità del d.l. 11 ottobre 1976, n. 699 e
della relativa legge di conversione 10 dicembre 1976, n. 797, e del d.l. 1 febbraio 1977, n. 12 e
della relativa legge di conversione 31 marzo 1977, n. 91, con riguardo a tutte le disposizioni
che attengono al pagamento della contingenza con buoni del tesoro e alla soppressione delle
scale mobili anomale, in riferimento agli artt. 3, 36, 39 e 53 Cost.
Avanti la Corte si è costituito il Banco di Roma, rappresentato e assistito dall'avv. Giovanni
Cassandro giusta procura 24 novembre 1977 n. 739705 rep. per notaio Butera di Roma, con

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atto 12 maggio 1978, nel quale non ha riproposto l'eccezione d'irrilevanza ed ha svolto a
sostegno della dichiarazione d'infondatezza delle impugnate norme di diritto ragioni poi
ribadite nella memoria 26 marzo 1980.
Ha spiegato intervento la Presidenza del Consiglio dei ministri con atto 13 maggio 1980, in
cui ha argomentato e concluso per la infondatezza delle proposte questioni.
Alla pubblica udienza del 23 aprile 1980, nel corso della quale il giudice Andrioli ha svolto la
relazione, l'avv. Cassandro ha sostenuto le ragioni del Banco di Roma, e l'avv. dello Stato
Albisinni ha illustrato le già prese conclusioni.
7. - Con ricorso, notificato il 12 maggio 1977, De Stasio Salvatore, inquadrato nel grado ottavo
del personale di ruolo B, premesso che nel prospetto paga n. 467844, relativo al mese di
marzo 1977, si era vista decurtata di lire 73.363 la retribuzione alla voce scala mobile, chiese
la condanna del datore di lavoro Banco di Napoli al pagamento di quanto l'Istituto gli aveva
indebitamente trattenuto in virtù del d.l. 21 ottobre 1976, n. 699, convertito in legge 10
dicembre 1976, n. 797, nonché del d.l. 1 febbraio 1977, n. 12, di cui denunciava l'illegittimità
per contrasto con gli artt. 3 e 36 Cost.
Sebbene il convenuto avesse eccepito il difetto di legittimazione passiva e chiesto dichiararsi
la manifesta infondatezza della questione e il rigetto della domanda attrice, l'adito pretore di
Napoli, con ordinanza 5 gennaio 1978, debitamente comunicata e notificata e pubblicata nella
Gazzetta Ufficiale n. 250 del 6 settembre 1978 (n. 273 Reg. ord. 1978), ha disatteso la
eccezione di difetto di legittimazione passiva del Banco, di cui ha in via preliminare
constatato la tardività, e ha ritenuto non manifestamente infondata la questione di legittimità
degli artt. 1, 2, 3 e 5 d.l. 11 ottobre 1976, n. 699, convertito in legge 10 dicembre 1976, n. 797,
in riferimento agli artt. 3, 36 comma primo e 53 comma primo Cost.
Avanti la Corte si è costituito il Banco, rappresentato e assistito dagli avvocati Walter
Prosperetti e Gaetano Rizzo per procura speciale 5 aprile 1978, rep. n. 480701, per notaio
Marranghello di Napoli, con atto 8 maggio 1978, in cui ha insistito nel rigetto della questione;
conclusioni che, ulteriormente illustrate con la memoria 2 aprile 1980, han trovato
consenziente la Presidenza del Consiglio dei ministri, la quale ha spiegato intervento con atto
25 ottobre 1978.
All'udienza del 23 aprile 1980, nel corso della quale il giudice Andrioli ha svolto la relazione,
l'avv. Prosperetti ha sostenuto le ragioni del Banco di Napoli, e l'avv. dello Stato Albisinni ha
illustrato le già prese conclusioni.
8. - Con ricorso 10 febbraio 1978 Corsello Vito, dipendente della Cassa di risparmio di Torino,
previa rimessione degli atti alla Corte costituzionale per la dichiarazione d'illegittimità
dell'articolo unico della legge 797/1976 di conversione in legge, con modificazioni, del d.l.
699/1976 (e, per quanto occorra e possa, di quest'ultimo), nonché degli artt. 1, 2, 4 e 6 del d.l.
12/1977, convertito, con modificazioni, nella legge 91/1977, chiese condannarsi la convenuta
Cassa al pagamento di tutte le quote di retribuzione erogate in buoni del tesoro in base alla
legge 797/1976, maturate e maturande sino al momento del pagamento nonché alla
corresponsione degli incrementi di contingenza contrattuali maturati e maturandi non versati
in osservanza degli artt. 1, 2, 4 e 6 del d.l. 12/1977, convertito, con modificazioni, nella legge
91/1977.
La Cassa convenuta si rimise sulla questione di costituzionalità alla giustizia dell'adito pretore
di Torino, il quale, con ordinanza 1 giugno 1978, comunicata e notificata e pubblicata nella
Gazzetta Ufficiale n. 359 del 27 dicembre 1978 (n. 453 Reg. ord. 1978), nel corso della
motivazione della quale osservò che l'art. 2 della legge 91/1977 si riferiva al solo anno 1977 ed

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eludeva, per la vaghezza dei criteri enunciati, l'art. 76 Cost. (vaghezza di criteri che induceva a
sospettar violato l'art. 23 anche se non si considerasse il ripetuto art. 2 legge di delegazione),
giudicò rilevanti e non manifestamente infondate le questioni di costituzionalità della legge
797/1976 di conversione, con modificazioni, del d.l. 699/1976 in riferimento agli artt. 1, 3, 4,
23, 36, 39 e 53 Cost., nonché degli artt. 1, 2, 4 e 6 d.l. 12/1977, convertito, con modificazioni,
nella legge 91/1977 in riferimento agli artt. I, 3, 4, 23, 36, 39 e 53 Cost.
Avanti la Corte si è costituito il Corsello, rappresentato e assistito per procura in calce dagli
avvocati Ubaldo Papetti, Alberto Romano e Andrea Comba, con atto 3 luglio 1978, in cui si è
riservato di argomentare a sostegno della declaratoria di incostituzionalità, sciogliendo la
riserva con due memorie in data 4 aprile 1980: mentre la prima, riflettente i corpi di norme
del 1976, è comune all'incidente, iscritto al n. 419 Reg. ord. 1977, nella seconda, dedicata alle
questioni di costituzionalità relative al d.l. 12/1977 e alla legge di conversione, si pone in
rilievo come le somme, non corrisposte ai lavoratori, siano state sino a tutto il 1977 devolute
alle finalità descritte nell'art. 2 della legge di conversione, e, a far tempo dal 1 gennaio 1978,
siano state trattenute dai datori di lavoro, e s'insiste, in particolare, sulla illegittimità
dell'articolo 2 d.l. 12/1977 in quanto caduca gli accordi collettivi e individuali, che prevedono
indicizzazioni delle retribuzioni più favorevoli di quelle stabilite dagli accordi interconfederali
richiamati, e preclude la pattuizione di tali più favorevoli indicizzazioni. E intervenuta la
Presidenza del Consiglio dei ministri con atto 12 gennaio 1979 in cui ha argomentato e
concluso per la infondatezza delle proposte questioni, non senza, in via preliminare,
osservare, in riferimento all'art. 2 della legge 91/1977 e agli artt. 23 e 53 Cost., che "potrebbe,
in ipotesi, riscontrarsi una imposizione tributaria a carico del datore di lavoro" e non già del
lavoratore, nella cui disponibilità non entrano gli elementi colpiti a far tempo dal 1 febbraio
1977.
Alla pubblica udienza del 23 aprile 1980, nel corso della quale il giudice Andrioli ha svolto la
relazione, l'avv. Romano ha sostenuto le ragioni del Corsello, e l'avv. dello Stato Albisinni ha
illustrato le già prese conclusioni.
9. - Con ricorso 17 novembre 1977 Puma Cesare chiese condannarsi le Assicurazioni Generali
s.p.a., di cui era dipendente, al pagamento delle somme maturate posteriormente al 30
settembre 1976 a titolo di indennità di contingenza, calcolata secondo i meccanismi
contrattuali in vigore a quella data, previa dichiarazione d'incostituzionalità vuoi del d.l.
699/1976, convertito in legge 797/1976. vuoi del d.l. 12/1977, convertito in legge 91/1977.
La convenuta non solo si oppose alle richieste attrici, ma dedusse che, in ipotesi di
accoglimento, sarebbesi dovuto condannare il Ministero dei Tesoro ai rimborso delle somme
percepite in conto buoni del tesoro. A seguito di che, l'adito pretore di Torino dispose la
integrazione del contraddittorio mediante la chiamata del Ministero, che si costituì eccependo
l'infondatezza della questione, la propria estraneità alla controversia e il difetto di
competenza e di giurisdizione dei pretore.
Con ordinanza 31 maggio 1978, comunicata e notificata e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale
n. 3 del 3 gennaio 1979 (n. 462 Reg. ord. 1978), il giudice a quo, ritenuto di soprassedere
all'esame delle eccezioni del Ministero sino alla pronuncia della Corte, ha giudicato rilevante e
non manifestamente infondata la questione di legittimità degli artt. 1, commi primo e terzo, 2
e 3 d.l. 11 ottobre 1976, n. 699, convertito in legge 10 dicembre 1976, n. 797, in riferimento
agli artt. 3 e 53 Cost.

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Avanti la Corte nessuna delle parti si è costituita; ha spiegato intervento la Presidenza del
Consiglio dei ministri con atto 20 gennaio 1979 concludendo per la infondatezza della
proposta questione.
Alla pubblica udienza del 23 aprile 1980, nel corso della quale il giudice Andrioli ha svolto la
relazione, l'avv. dello Stato Albisinni ha illustrato le già prese conclusioni.
10. - Con ricorso 11 novembre 1977 Berrino Giovanni chiese la condanna del datore di lavoro
Istituto Bancario San Paolo di Torino al versamento della somma di lire 79.443 che
rappresentava la differenza retributiva, afferente il mese di maggio 1977, fra gli incrementi di
contingenza contrattuali e quanto effettivamente corrisposto al dipendente in applicazione
del d.l. 12/1977, di cui denunciò la incostituzionalità con esplicito riguardo agli artt. 1, 2, 4 e 6
d.l. 12/1977, nonché per quanto occorre della legge di conversione 91/1977. La difesa del
convenuto, tempestivamente costituitosi, eccepì l'irrilevanza della proposta questione di
costituzionalità per essere da tempo disdetto l'accordo 11 gennaio 1968 concernente la scala
mobile per il settore del credito.
Con ordinanza 28 febbraio 1978 (pervenuta alla Corte costituzionale il 7 novembre 1978), a
sensi di legge comunicata e notificata e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 45 del 14
febbraio 1979 (n. 617 Reg. ord. 1978), l'adito pretore di Cuneo - disattesa l'eccezione
d'irrilevanza per essere l'applicazione dell'accordo del 1968 cessata solo a seguito della
entrata in vigore del d.l. 12/1977 - giudicò non manifestamente infondata la questione di
legittimità degli artt. 1, 2, 4 e 6 d.l. 12/1977, convertito, con modificazioni, in legge 91/1977, in
riferimento agli artt. 1, 3, 4, 23, 36, 39 e 53 Cost.
Avanti la Corte si è costituito il Berrino, rappresentato e assistito dagli avvocati Ubaldo
Papetti, Alberto Romano e Andrea Comba, cui si sono successivamente affiancati, giusta
procura con firma autenticata il 14 aprile 1980 per notaio C. Parola di Cuneo, gli avvocati
Aldo Sandulli e Guido Zangari, con atto 5 giugno 1978, in cui si è riservato di argomentare e
di concludere; riserva sciolta nella memoria 4 aprile 1980, comune all'incidente iscritto al n.
453 Reg. ord. 1978. E intervenuta la Presidenza del Consiglio dei ministri con atto 3 marzo
1979, in cui ha concluso per l'infondatezza della questione.
Alla pubblica udienza, nel corso della quale il giudice Andrioli ha svolto la relazione, gli
avvocati Romano e Zangari hanno sostenuto le ragioni del Berrino e l'avv. dello Stato
Albisinni ha illustrato le già prese conclusioni.

Diritto
Considerato in diritto:
1. - Dei dieci procedimenti, dei quali si è disegnato l'iter, la nota comune, che ad un tempo li
distingue dai tre altri, i cui temi han formato oggetto di discussione alla pubblica udienza del
23 aprile 1980, è rappresentata da ciò che i corpi di norme del 1976 e del 1977 disciplinano le
retribuzioni e non anche il computo o meno nell'indennità di anzianità degli aumenti di
indennità di contingenza o di emolumenti di analoga natura scattati posteriormente al 31
gennaio 1977.
La individuata caratteristica, la quale non svanisce anche se in alcuni dei procedimenti in
esame viene in considerazione soltanto uno dei due corpi di norme, entrati in vigore nel 1976
e nel 1977, a motivo della interdipendenza corrente tra i medesimi, induce la Corte a reputar
conforme al principio di concentrazione la riunione dei dieci procedimenti; riunione la quale
non esclude che il pur unico scioglimento delle questioni di costituzionalità potrà produrre
diverse conseguenze nei giudizi di merito.

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Ancora: i dieci procedimenti si distinguono per la diversa ampiezza dei parametri di


costituzionalità assunti dai giudici di merito, ma la rilevata diversità non giustifica la
suddivisione delle statuizioni che la Corte sarà per adottare in più documenti decisori,
essendo il principio della continenza canone vigente anche per il giudice delle norme aventi
forza di legge.
Infine, non è inopportuno sin da ora precisare che continente rispetto agli altri si appalesa
l'incidente, iscritto al n. 453 Reg. ord. 1978, vuoi per i parametri (artt. 1, 3, 4, 23, 36, 39 e 53
Cost.) vuoi per le norme di diritto impugnate (dl. 699/1976, e d.l. 12/1977 e corrispondenti
leggi di conversione).
2. - Per il d.l. 11 ottobre 1976, n. 699, entrato in vigore il successivo 13, i maggiori compensi
dovuti per effetto di variazioni del costo della vita, determinatesi successivamente al 30
settembre 1976 e fino al 30 settembre 1978, erano da corrispondersi ai lavoratori dipendenti
con trattamento mensile - comprensivo di tutti gli emolumenti a carattere continuativo (ratei
di mensilità aggiuntive, premi di rendimento, indennità e compensi della stessa natura) al
netto delle ritenute previdenziali ed assistenziali - corrispondente ad un importo superiore a
lire otto milioni annui mediante obbligazioni nominative emesse dall'Istituto centrale per il
credito a medio termine (Mediocredito centrale).
Per i dipendenti, il cui trattamento annuo complessivo fosse superiore ai sei milioni ma
inferiore agli otto milioni di lire, la corresponsione dei maggiori compensi doveva effettuarsi
sempre mediante obbligazioni, ma limitatamente al cinquanta per cento sino al
raggiungimento del limite di otto milioni.
Per i dipendenti con trattamento annuo complessivo inferiore ai sei milioni di lire il descritto
modo di soluzione era da praticarsi dal momento in cui il trattamento complessivo superasse
il limite dei sei milioni di lire e per la parte eccedente.
Non solo i lavoratori dipendenti, ma anche i titolari di trattamenti pensionistici erano soggetti
alla riassunta disciplina, dettata nei primi cinque commi dell'art. 1, l'ultimo comma del quale
non mancava di precisare che le somme, corrisposte in obbligazioni, erano comprese nel
trattamento retributivo in godimento ai fini della commisurazione dei contributi previdenziali
ed assistenziali ai sensi dell'art. 3 della legge 31 luglio 1975, n. 364 e per la determinazione del
trattamento di quiescenza e di fine rapporto; il che - mette conto di chiosarlo - scaturiva dalla
natura di (parziale) prestazione in luogo di adempimento, propria del meccanismo posto in
essere dal Governo del tempo.
Per la contestualità della esposizione va anticipata la descrizione del contenuto dell'art. 6 d.l.
1 febbraio 1977 n. 12, modificato nella legge di conversione, a mente del quale i maggiori
compensi dovuti ai lavoratori dipendenti per effetto di variazioni del costo della vita,
corrisposti in buoni del tesoro a sensi dell'art. 1 d.l. 699/1976, così come sostituito per l'art. 1
della legge di conversione 797/1976, non sono soggetti a ritenute fiscali e non costituiscono
reddito imponibile agli effetti delle imposte sul reddito. Esenzione - sia rilevato per inciso -
non desumibile dalla evidenziata natura di prestazione parziale in luogo di adempimento, ma
non contrastante con la causa economico-giuridica di retribuzione propria dei maggiori
compensi e trattamenti pensionistici.
Al fine di somministrare contropartite al Mediocredito, chiamato ad emettere le obbligazioni,
a loro volta oggetto della ripetuta datio in solutum, le somme corrispondenti all'ammontare
dei "maggiori compensi" dovevano essere versate dai datori di lavoro e dagli enti erogatori dei
trattamenti pensionistici, per i periodi di paga in riscossione in ciascun semestre, in rate
semestrali al 30 giugno e al 31 dicembre, al Mediocredito, il quale, entro il 31 gennaio

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dell'anno successivo, emetteva le obbligazioni nominative da consegnare a lavoratori


dipendenti e a titolari di trattamenti pensionistici entro il 31 gennaio dell'anno successivo
(artt. 2, 3 d.l. 699/1976).
Non mancavano gli artt. 3, 4 e 5 di puntualizzare che le obbligazioni e le relative cedole erano
equiparate, a tutti gli effetti, ai titoli del debito pubblico e loro rendite, godevano delle stesse
garanzie anche dello Stato e non potevano essere cedute dai possessori se non dopo cinque
anni dalla loro emissione.
Infine, il Mediocredito era tenuto ad utilizzare i fondi, in tal guisa acquisiti, per effettuare
operazioni di risconto e di anticipazioni agli istituti, ammessi ad operare con l'Istituto,
esercenti il credito a medio termine a favore delle medie e piccole industrie secondo le norme
previste dalla legislazione vigente (art. 5). Tuttavia, l'art. 7 non mancava di sancire che, in
caso di omesso, tardivo o incompleto versamento al Mediocredito, si applicava, a carico dei
datori di lavoro e degli enti erogatori di trattamenti pensionistici, un interesse pari al triplo di
quello, fissato dal Ministro del tesoro (art. 4) per le obbligazioni, da devolversi allo stesso
Mediocredito.
Se il d.l. fosse stato in tutto convertito, della sostanza economico-finanziaria del meccanismo,
costretto nei limiti di tempo: 30 settembre 1976 a 30 settembre 1978, sarebbe stata assai
piana la comprensione: lavoratori dipendenti e titolari di trattamenti pensionistici, nella
misura segnata dallart. 1, fornivano al Mediocredito i mezzi finanziari necessari per
incentivare medie e piccole industrie senza possibilità di restituzioni anticipate e sotto la
garanzia dello Stato, ma, poiché il mutuo assumeva la forma di prestito obbligazionario, lo
schema del mutuo più non era, sul piano giuridico, utilizzabile, talché sarebbe apparso lecito
por mente allo schema della (parziale) prestazione in luogo di adempimento, realizzata
mediante titoli nominativi non rimborsabili e trasferibili se non alla scadenza del
quinquennio dalle emissioni.
A questo punto non sarebbe sfuggito ad osservatore anche disattento che tra la scadenza dei
crediti dei lavoratori dipendenti e dei titolari di trattamenti pensionistici e il versamento al
Mediocredito, finiva con inserirsi un lasso di tempo, che poteva oscillare tra un mese e sei
mesi (cadenza temporale, ovviamente ridondante a favore dei debitori) e che non erano fissati
termini di sorta al Mediocredito per utilizzare, nei precisati modi, i fondi versati per conto dei
lavoratori e dei pensionati dai datori di lavoro e dagli enti erogatori dei trattamenti
pensionistici al Mediocredito, ma le preoccupazioni dell'osservatore venivano, almeno in
parte, sedate con il menzionato art. 6 del d.l. 12/1977.
In più complessa visione, la manovra del Governo si articolava nel senso che non solo veniva
ridotto in misura seppure minima il costo del lavoro, ma veniva compressa la liquidità del
medio circolante e che il diverso e forse più ampio sacrificio, sopportato nei precisati termini
da lavoratori dipendenti e pensionati, ridondava a favore delle piccole e medie industrie, le
quali finivano, quindi, con essere privilegiate rispetto agli altri imprenditori.
Poiché il d.l. 699/1976, nel modo in cui è stato costruito, ha avuto in misura minima pratica
attuazione in pregiudizio dei lavoratori e dei pensionati (non dei datori di lavoro e degli enti
erogatori dei trattamenti pensionistici) non già a favore del Mediocredito e delle piccole e
medie industrie, nessuna questione di costituzionalità è stata in effetti, con esclusivo
riferimento al d.l. 699/1976, prospettata.
3. - Peraltro la considerazione che del d.l. è stata svolta non è superflua perché giova a
cogliere le modificazioni delle linee di tendenza, apportate dal Parlamento in sede di
conversione con la legge 10 dicembre 1976, n. 797, entrata in vigore il successivo 26.

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In primo luogo, ai lavoratori dipendenti e ai pensionati si aggiungono "coloro che beneficiano


di un meccanismo automatico di adeguamenti dei compensi alle variazioni degli indici del
costo della vita" e correlativamente avvantaggiati ne risultano anche coloro, che, pur non
essendo datori di lavoro dipendente né gestori di trattamenti pensionistici, abbiano ancorato i
debiti di compensi a indici di variazione del costo della vita.
In secondo luogo, mentre i tempi finali delle operazioni sono anticipati al 30 aprile 1978, il
finanziamento alle piccole e medie industrie, realizzato tramite il Mediocredito, sfuma nella
incentivazione di attività produttiva, a gestire la quale è legittimato lo Stato; correlativamente
la datio in solutum viene attuata non mediante titoli obbligazionari del Mediocredito, sibbene
mediante buoni del tesoro poliennali al portatore, da emettersi alla pari e con il rispetto delle
ulteriori modalità di emissione e di consegna, poi fissate dal Ministro per il tesoro con decreto
22 aprile 1977, ma, se identici rimangono tempi e modalità di versamento delle somme
corrispondenti all'ammontare dei maggiori compensi e le sanzioni per l'omesso, tardivo o
incompleto versamento di dette somme alla tesoreria dello Stato, tali somme sono numerate
al netto dei contributi previdenziali e assistenziali per le quote a carico del lavoratore, che
continuano ad essere versate a enti e gestioni competenti; gli interessi prodotti dai buoni
vengono pagati posticipatamente.
Il decreto 22 aprile 1977, emanato dal Ministro per il tesoro di concerto con il Ministro per il
lavoro e la previdenza sociale, pone in chiaro che la normativa del 1976 continua ad applicarsi
sino al 30 aprile 1978 malgrado il d.l. 1 febbraio 1977, n. 12, entrato in vigore lo stesso giorno,
che è richiamato nelle premesse; il tasso d'interesse, fissato in lire quattordici per ogni cento
lire di capitale nominale, pagabile in cinque annualità posticipate al 1 luglio di ciascuno degli
anni dal 1978 al 1982 compresi per i soli buoni del tesoro iscritti nel Gran libro con
decorrenza dal 1 luglio 1977, di scadenza 1 luglio 1982, mentre il tasso di interesse per i buoni
del tesoro, di scadenza 1 gennaio 1983, iscritti nel Gran libro con decorrenza dal 1 gennaio
1978, è stato fissato nella misura del 13% con il d.m. 20 dicembre 1977, e il tasso di interesse
per i buoni del tesoro, di scadenza 1 luglio 1983, iscritti nel Gran libro con decorrenza dal 1
luglio 1978, nel 13% con il d.m. 10 giugno 1978; si precisa che buoni del tesoro e relativi
interessi sono esenti da ogni imposta reale presente e futura e dalla imposta sulle cessioni, e,
pur essendo anche al portatore (a differenza delle sempre nominative obbligazioni del
Mediocredito), non sono trasferibili per un quinquennio dalla emissione.
Sebbene non sia compresa tra le nozioni di comune esperienza che per essere inserite nel
ragionamento del giudice non han bisogno di prove legittimamente assunte (art. 115 c.p.c.) la
constatazione della concreta osservanza del precetto della intrasferibilità di titoli al portatore,
tale rispetto non può non essere presunto sino a prova contraria, in nessuno dei procedimenti
riuniti offerta, e, pertanto, è da assumere per fermo che le tre categorie di destinatari del
corpo di norme del 1976 "rientrino" del prestito dai medesimi praticato al Tesoro dello Stato
in un tempo che va da un massimo, costituito dall'intervallo tra il 30 settembre 1976 e il 1
luglio 1982, ad un minimo costituito da intervalli di tempo che vanno dal 30 giugno 1977 al 1
luglio 1982, dal 31 dicembre 1977 al 1 gennaio 1983, e dal 30 giugno 1978 al 1 luglio 1983,
traverso intermedi, cui forniscono materia retribuzioni, trattamenti pensionistici e compensi
di varia natura in scadenza nel corso del semestre. Non va del pari posto in dubbio che i
creditori percepiscono gli interessi a scadenze successive alla mancata riscossione delle
somme costituenti oggetto dei maggiori corrispettivi che oscillano da un massimo di un anno
e nove mesi a un minimo di un anno.

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Poiché non rientra nei compiti di questa Corte controllare in quale sorta di incentivazione di
attività produttive siano stati investiti i versamenti dei maggiori corrispettivi, né verificare in
qual modo siano stati identificati - e, quindi, astretti al rispetto della legge - i debitori dei
beneficiari di meccanismi automatici di adeguamento di compenso alle variazioni degli indici
dei costo della vita, è da affermare che le norme del 1976, nella forma assunta nella legge di
conversione, non prestino il fianco a censure, che siano contenute nel campo del giudizio di
costituzionalità, e, per contro, non travalichino in valutazioni di ordine politico-sociale e si
convertano in dubbi sulla funzionalità economico-finanziaria della manovra disposta dal
Parlamento.
Manovra, della quale vanno sottolineate la temporaneità resa ancor più evidente in sede di
conversione, la incidenza su fasce di redditi di lavoro e no, rispetto alle quali il sacrificio
imposto ai destinatari non incide sul minimo vitale (il che emerge anche da scritti difensivi
redatti nell'interesse di taluni destinatari avanti la Corte), la sostanziale convenienza
dell'investimento del prelievo la quale non deve essere saggiata sulla base di raffronti con
investimenti in attività produttive (spesso di non sicuro esito finale e sempre di difficile
conduzione). Dati, che rientrano nella comune esperienza e, pertanto, non egent probatione.
Il sacrificio dei destinatari delle norme del 1976, in tal guisa identificato, non costituisce
materia di applicabilità dell'art. 53 Cost. perché è carente l'effetto ablatorio che di detta
norma rappresenta la fattispecie.
L'insussistenza di tale effetto non giova ai fine di neutralizzare i sospetti d'illegittimità delle
norme impugnate alla stregua dell'art. 23, del quale ricorre la fattispecie dappoiché è
innegabile il carattere di prestazione proprio del sacrificio, seppure non definitivo, imposto ai
destinatari, ma del parametro è rispettato il precetto; si vuol dire l'esigenza della riserva di
legge vuoi perché, in guisa seppure meno puntuale di quanto non fosse riuscito di statuire con
il decreto-legge, si identificano il requisito della causa della prestazione (cioè la finalità della
incentivazione di attività produttive) e la entità del corrispettivo, la cui definizione ha il potere
legislativo affidato ai Ministri per il tesoro e per il lavoro e la previdenza sociale, dei settori
cioè dell'Amministrazione cui competono esperienze tecniche nella materia (esperienze, che
hanno indotto a fissare il tasso per le tre emissioni nelle sopraricordate misure, secondo un
criterio di giusta remunerazione dei prelievi in esame, che deve considerarsi implicito nel
corpo di norme del 1976).
L'art. 36, in sè considerato, non sembra violato perché, se i criteri della qualità e della
quantità del lavoro non vengono in considerazione, neppure acquisisce spessore al livello di
giudizio di legittimità costituzionale delle norme il criterio della sufficienza della retribuzione
ad assicurare al lavoratore e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa la cui verifica in
concreto spetta al giudice di controversia individuale investito della conformità a detto
criterio del salario del singolo lavoratore.
Dell'art. 3 si è lamentata la violazione sotto varii aspetti - interni ed esterni al mondo del
lavoro, subordinato e no - dei quali colpisce in piu incisivo modo il rilievo che al
finanziamento della incentivazione delle attività produttive sono chiamate a contribuire le tre
categorie di "colpiti" dalla normativa del 1976 e non anche gli imprenditori e i titolari di
redditi reali, e neppure l'universalità dei dipendenti, pensionati e aventi diritto a compensi
nel senso a quest'ultima categoria assegnato dalla legislazione tributaria, ma soltanto coloro
che fruiscono di indicizzazioni coordinate alle variazioni del costo della vita.
Si è obiettato dalla Presidenza del Consiglio e dalle difese dei datori di lavoro che, non
essendo identiche le situazioni dei "colpiti" e degli indenni, l'art. 3 sarebbe non a proposito

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invocato, e l'obiezione sembra colpire nel segno sia per quel che concerne la discriminazione
tra le varie forme di indicizzazione per essere diverse le finalità pratiche, cui sono indirizzati i
meccanismi in esame, ed altre clausole, che mirano in vario modo a salvaguardare il potere
d'acquisto della moneta legale, sia perché sono diversi gli ambienti economico-finanziari, nei
quali operano da un lato le tre categorie di destinatari e dall'altro lato le categorie non
chiamate a far le spese della incentivazione di attività produttive.
Certo, la tendenza del Parlamento a battere le vie di sempre e - per uscire di metafora - a non
muovere alla ricerca di "ricchezze novelle" meno agevolmente identificabili può non essere
disconosciuta, ma trattasi di giudizio politico, riservato agli elettori e alle forze sociali, cui la
Corte non può sostituirsi. Il qual rilievo giova a dire non opportunamente invocato l'articolo 1
Cost., cui i giudici, che della denuncia si sono resi portatori, hanno attribuito un significato di
esclusività, che è smentito dal complesso della Costituzione, dappoiché alla Carta sono ben
presenti anche valori diversi dal lavoro.
Il senso dell'art. 4 Cost., poi, si presta, vuoi nella lettera vuoi nello spirito, ad essere, nei
presenti incidenti, capovolto perché al fine di assicurare il diritto al lavoro non tanto può
quanto deve essere perseguita la incentivazione delle attività produttive.
Rimane la censura di violazione dell'art. 39 o (a voler essere più puntuali) di attentato
all'ultima sua parte, riflettente l'autonomia normativa dei sindacati, ma, a tacere che il testo
costituzionale non è stato ancora attuato nel momento strutturale della registrazione, quale
presupposto della personalità giuridica dei sindacati, la normativa ordinaria del 1959, sulla
quale si è pronunciata questa Corte con sentenze, da cui, nei presenti incidenti, si è in utroque
argomentato, aveva di mira l'assicurazione del minimo trattamento economico e normativo,
che nella specie non viene in considerazione. Sino a quando l'art. 39 non sarà attuato, non si
può né si deve ipotizzare - nei termini proposti - conflitto tra attività normativa dei sindacati e
attività legislativa del Parlamento e chiamare questa Corte ad arbitrarlo.
4. - Dei due temi del corpo di norme del 1977 viene - lo si ripete - verificata in questa sentenza
la conformità ai dettami costituzionali della disciplina della esclusione dalle retribuzioni dei
miglioramenti, descritti nell'art. 1 d.l. 1 febbraio 1977, n. 12, laddove ad altro documento
decisorio è riservato il giudizio sulla parziale novellazione dell'art. 2121, secondo comma, c.c.
e degli artt. 361 e 923 codice navigazione.
Ribadito che la normativa del 1976 continua ad applicarsi nell'area temporale che le è propria
malgrado l'entrata in vigore del d.l. del 1977, è da rilevare in primo luogo che il d.l. del 1977
colpisce lavoratori dipendenti e lavoratori del settore pubblico e non anche il personale
statale e degli enti pubblici, di cui alla legge 20 marzo 1975, n. 70, né le due altre categorie dei
destinatari della normativa del 1976; in secondo luogo che trattasi non di una prestazione
(parziale) in luogo di adempimento, realizzata mediante titoli del debito pubblico (art. 1,
commi terzo e quarto), ma a) del divieto di conglobamento, nella retribuzione a partire dal 1
febbraio 1977, di tutti i miglioramenti retributivi per effetto di variazioni del costo della vita o
di altre forme di indicizzazione corrisposti in misura non superiore e in applicazione dei
criteri di calcolo, nonché con la periodicità stabiliti dagli accordi interconfederali operanti nel
settore dell'industria, b) della incomputabilità degli effetti delle variazioni del costo della vita
o di forma di indicizzazione su qualsiasi elemento della retribuzione in difformità della
normativa prevalente prevista dagli anzidetti accordi interconfederali e dai contratti del detto
settore per i corrispondenti elementi retributivi e limitatamente a tali elementi (art. 2 comma
primo); in terzo luogo che "ai lavoratori occupati in settori non industriali continuano ad
essere applicate le disposizioni dei rispettivi accordi e contratti collettivi che determinano il

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valore mensile del punto di contingenza in misura inferiore a quella stabilita dall'accordo
interconfederale di cui al primo comma" (art. 2, comma secondo); in quarto luogo che le
somme non più dovute ai lavoratori per effetto dell'art. 1 sarebbero devolute alla riduzione di
costi aziendali o alla copertura di oneri pubblici (art. 3); in quinto luogo che veniva abrogata
ogni disposizione in contrasto con le norme contenute nel decreto ed erano definite nulle di
pieno diritto norme regolamentari e clausole contrattuali contrastanti con il decreto
medesimo (art. 4); in sesto ed ultimo luogo che gli articoli 2 e ss. del decreto restavano in
vigore fino al 31 gennaio 1979 (art. 5).
Proprio il carattere temporaneo, che accomunava il d.l. del 1976 alla normativa del 1977, è
stato cancellato con la legge 31 marzo 1977, n. 91 di conversione (entrata in vigore il
successivo 17 aprile), con la quale il Parlamento, in sostituzione del soppresso art. 3, che - si
ripete - destinava le somme non più percepite dai lavoratori alla riduzione di costi aziendali o
alla copertura di oneri pubblici, ha autorizzato con l'art. 2 il Governo della Repubblica a
determinare, nel termine di due mesi dalla entrata in vigore della legge stessa, la utilizzazione
delle somme derivanti nell'anno 1977 dalle differenze tra i trattamenti discendenti dalle
regolamentazioni modificate con il d.l. 12/1977, e quelle dovute per effetto delle disposizioni
di cui all'art. 2 decreto stesso, nonché a regolare le modalità di riscossione.
Non si esauriscono nella soppressione degli artt. 5 e 3, sostituiti con la tecnica della legge di
delegazione e del decreto legislativo, le modificazioni apportate con la legge di conversione: in
disparte il chiarimento del già richiamato art. 6, al divieto di conglobamento dei
miglioramenti contributivi si aggiunge la irricalcolabilità nei tempi differiti, e degli accordi
interconfederali operanti nel settore dell'industria sono puntualizzate le date di stipulazione
del 15 gennaio 1957 e del 25 gennaio 1975.
La normativa del 1977 va integrata con il d.P.R. 6 giugno 1977 n. 384, entrata in vigore il
successivo 27 luglio, il quale, limitatamente all'anno 1977, indica i modi di utilizzazione delle
somme non corrisposte ai lavoratori dipendenti, soggiungendo che, se non utilizzate
nell'esercizio 1977, possono essere impegnate nell'esercizio successivo; precisa che dette
somme vanno versate dai datori di lavoro, entro quindici giorni dalla fine di ciascun
trimestre, in un apposito conto corrente infruttifero aperto presso la Tesoreria centrale,
intestato al Ministero del tesoro e denominato "Fondo speciale di cui all'articolo 2 della legge
31 marzo 1977, n. 91", al quale affluiscono, alla fine del secondo mese successivo a quello in
corso alla data di entrata in vigore del decreto (e cioè al 30 settembre 1977), anche le somme
dovute dal 1 febbraio al 30 giugno 1977 (art. 1), e prevede, infine, le sanzioni a carico dei
datori di lavoro in caso di omesso e incompleto versamento (art. 2).
5. - Nel procedere al raffronto tra la normativa del 1977 e la normativa che l'ha preceduta, non
può questa Corte lasciare in ombra la circostanza - di cui, seppure in guisa non chiara, ha
avuto il Pretore di Torino nozione nel motivare la ordinanza 1 giugno 1978 che ha dato origine
all'incidente iscritto al numero 453 del Reg. ord. 1978 - che, mentre le somme non corrisposte
ai lavoratori dipendenti dal 1 febbraio al 31 dicembre 1977, sono destinate al conseguimento
delle finalità specificate nel d.P.R. 384/1977, le somme non corrisposte in tempo successivo al
1 gennaio 1978 rimangono nel patrimonio dei datori di lavoro, ai quali non è imposto alcun
obbligo, neppur generico, di destinazione delle stesse per aver la legge di conversione (art. 1)
soppresso l'art. 3 d.l. 12/1977, per il quale le somme, non più dovute ai lavoratori, erano
devolute alla riduzione di costi aziendali e alla copertura di oneri pubblici. Talché il "vuoto" di
destinazioni diverse dalla permanenza del numerario nei patrimoni dei datori di lavoro,
consecutiva alla limitazione del d.P.R. 384/1977 al 1977, rappresenta - almeno allo stato

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attuale della legislazione ordinaria - il traguardo della disciplina normativa in materia, della
quale è stato punto di partenza l'art. 5 d.l. 699/1976: si prendono le mosse dal prestito
forzoso, il cui ricavo è destinato all'incentivazione delle piccole e medie industrie, e, traverso
l'ablazione definitiva di parte della retribuzione, dapprima destinata alla incentivazione delle
attività produttive e poi alla triplice finalità, espressa nel d.P.R. 384/1977, si perviene alla
conservazione - senza vincolo di sorta - delle somme, non versate ai lavoratori dipendenti, nei
patrimoni dei datori di lavoro.
L'ultima tappa della metamorfosi non può essere stimata irrilevante dalla Corte, perché dal
"vuoto", provocato dalla limitazione temporale dell'art. 2 della legge di conversione del 1977 e
del d.P.R. 384/1977, sono incise le pretese di Vito Corsello, dipendente della Cassa di
risparmio di Torino, il cui ricorso porta la data del 10 febbraio 1978 ed ha dato luogo, traverso
l'ordinanza 1 giugno 1978, all'incidente iscritto al n. 453 Reg. ord. 1978; incidente che - lo si
ripete - offre il più ricco mosaico di norme impugnate e di parametri di costituzionalità.
6. - Ciò precisato, l'attenzione della Corte si indirizza alle questioni di costituzionalità del d.l.
12/1977, così come modificato nella legge di conversione, ma non inciso dal ripetuto "vuoto",
in riferimento agli artt. 1, 3, 4, 23, 36, 39 e 53 Cost.
La destinazione delle somme non corrisposte ai lavoratori nel periodo di tempo 1 febbraio-31
dicembre 1977 non diverge dalla destinazione avvisata nella normativa del 1976 in guisa tale
da comportare diverso scioglimento, da parte della Corte, della questione sorta dal sospetto di
violazione dello art. 53 sulla quale la destinazione può in qualche misura incidere, seppur non
è consentito porre in rilievo la maggiore puntualità, di cui il più volte menzionato d.P.R. 384
del 1977, dà prova.
A ben più delicate indagini aprono il varco sia il carattere definitivo del sacrificio dei
lavoratori dipendenti non esteso ai titolari di trattamenti pensionistici né ai creditori di
compensi di altra natura, sia la maggiore ampiezza subiettiva del sacrificio, che coinvolge tutti
i dipendenti e non i lavoratori titolari di compensi elevati.
La Corte ha piena coscienza della gravità delle conseguenze economiche della duplice scelta,
cui sono pervenuti il Governo e il Parlamento, e fa sua la espressione ricorrente nel corso
delle discussioni parlamentari - correre cioè la legge di conversione del 1977 sul filo della
incostituzionalità -, ma non ritiene che il giudizio reso a proposito della normativa del 1976
sia da modificare.
Certo, alla ampliatio dei lavoratori dipendenti colpiti si aggiunge la liberazione, dall'obbligo
del prelievo, dei creditori di compensi di altro genere ma, a parte il non agevole reperimento
di costoro, va tenuto conto della esclusione dal prelievo dei titolari di trattamenti
pensionistici; esclusione, di cui non possono non giovarsi i dipendenti, per i quali venga ad un
tempo meno il rapporto di lavoro e sorga il presupposto del rapporto pensionistico.
Vero è che il prelievo non opera con identico "peso" sulle fasce dei redditi di lavoro, sibbene
provoca in concreto sacrifici che crescono con la compressione dei redditi, ma la reazione a
tali conseguenze, di cui non va dissimulata la estrema gravità, può essere attuata nei giudizi,
in cui il singolo lavoratore ben potrà nei confronti del datore invocare il rispetto del minimo
vitale in conformità di ben consolidati orientamenti giurisprudenziali. Né va dimenticato che
- almeno nei limiti di concorrente vigenza delle due normative - i compensi elevati sono
colpiti non solo dal prelievo definitivo, ma anche dall'onere del prestito forzoso.
Nella valutazione dei sospetti d'incostituzionalità della normativa denunciata per violazione
degli artt. 1, 3, 4 e 36, separatamente e congiuntamente verificata, la Corte deve tener conto
della sentenza 42/1980, con cui ha dichiarato l'illegittimità della disciplina normativa

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dell'ILOR nella parte in cui colpisce i redditi prodotti da rapporti di lavoro autonomo, purché
non esplicati in forma di esercizio di imprese; declaratoria che fa venir meno l'argomento per
l'appunto basato da taluna difesa dei datori di lavoro sul diverso trattamento praticato a
lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi nell'applicazione dell'imposta locale sui redditi.
Peraltro giova, per quel che concerne l'art. 3 considerato in sè e congiuntamente con gli artt. 1
e 4, porre in evidenza che l'assorbimento, nella normativa del 1977, della contrattazione del
settore industriale rappresenta un passo verso l'attuazione del principio di uguaglianza nella
materia disciplinata, contro il quale non giova opporre l'interdipendenza dei vari elementi
obiettivi del rapporto di lavoro perché ben potranno, se lo credono, le categorie, lese
dall'appiattimento, rivalersi - traverso la contrattazione e, più a monte, l'esercizio del diritto
di sciopero nei modi consentiti dal mos interpretato da questa Corte e dal giudice, cui spetta
la funzione di nomofilachia -, sui dati, estranei alla misura della retribuzione, attingendo le
auspicate "compensazioni", alle quali ben potranno i datori di lavoro opporsi con i mezzi
delineati negli artt. 3 e li legge 604/1966. Che poi l'appiattimento operi in peius e non in
melius ponendosi in contrasto con l'orientamento della derogabilità a favore del solo
lavoratore, recepito nell'art. 12 legge 604/1966, è proposizione, che, non essendo detto
principio generale (non assoluto né ancor meno fondamentale) assicurato dalla Costituzione,
non coinvolge l'attività della Corte, che non può né deve farsi carico delle offese a detto
principio inferte dalle norme impugnate.
Le riflessioni, che ne scaturiscono, sono di ordine politico, mentre rientrano i conflitti pratici,
che possono derivarne, nella competenza dei giudici delle controversie individuali e, in ipotesi
(art. 28 legge 300/1970), sindacali.
In ordine agli artt. 23 e 53 è da osservare in via preliminare che non l'art. 23, ma l'art. 53
assume ipotetico rilievo nei procedimenti, aventi per oggetto i maggiori corrispettivi relativi
al periodo 1 febbraio-31 dicembre 1977, dappoiché destinatario delle somme non corrisposte
ai lavoratori è il Tesoro dello Stato, non già il contraente datore, ma l'art. 53 non può dirsi
violato nel senso denunciato da alcune ordinanze di rimessione perché la delega a
determinare l'utilizzazione delle somme, di cui all'art. 2, primo comma, legge 91/ 1977,
costituisce la conseguenza, e non la premessa, delle disposizioni sulle somme non più dovute
ai lavoratori da parte dei datori di lavoro.
Rimane l'art. 39, su cui hanno insistentemente discusso le parti con argomenti a proposito dei
quali è sufficiente sul piano costituzionale osservare, in aggiunta alla motivazione spesa in
punto alla normativa del 1976, che, sino a quando non sarà disciplinata la loro registrazione,
l'individuazione dei sindacati legittimati alla contrattazione collettiva (collettiva nel senso che
alla parola può essere riconosciuto a seguito della soppressione dell'ordinamento corporativo)
non può non essere affidata al gioco delle forze sociali, che, al di là dei non sempre sussistenti
vincoli associativi, si trovano a rappresentare di fatto, e che di cotale esigenza sono stati
consapevoli Governo e Parlamento nel dare vita alla normativa del 1977 la quale presta - e
non può non prestare - il fianco a valutazioni, critiche o favorevoli, di estrazione economica,
finanziaria e sociale, e fornirà motivi di contesa sul quomodo della realizzazione normativa e
della concreta attuazione nelle controversie processuali individuali e sindacali, ma non apre
utile adito a incidenti di costituzionalità fondati sull'asserito ostracismo decretato alle forze
sociali.
Due rilievi a chiosa e chiusa dell'esame dei parametri riflettenti la normativa del 1977 nel
tempo di vigenza anteriore al 31 dicembre 1977. Nessuno dei lavoratori, che ebbero a
denunciare la violazione, ha postulato e, ancor meno, dimostrato di appartenere ai settori non

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industriali, cui l'art. 2, comma secondo, d.l. 12/1977 vuole applicabili le disposizioni dei
rispettivi accordi e contratti collettivi che determinano il valore mensile del punto di
contingenza in misura inferiore a quella stabilita dagli accordi interconfederali 15 gennaio
1957 e 25 gennaio 1975, operanti nel settore dell'industria, né tra le parti si annoverano
soggetti del settore pubblico per i quali le indennità dovute in dipendenza di variazioni del
costo della vita o di altre forme di indicizzazione siano regolate da norme in contrasto con i
ripetuti accordi (art. 2, comma terzo, d.l. 12/1977).
Pertanto, la sentenza della Corte, in virtù del principio della corrispondenza tra chiesto e
pronunciato, non pregiudica motivi e argomenti, che potrebbero in ipotesi ricavare sostanza
dalle peculiarità proprie delle due categorie di rapporti, non impegnate nel presente giudizio.
7. - La peculiarità dell'incidente, iscritto al n. 453 Reg. ord. 1978, che si è posta in rilievo,
impone di verificarne l'incidenza sulla fondatezza delle prospettate questioni di
costituzionalità in riferimento ai soli artt. 23 e 53 dei quali l'appropriazione senza vincolo di
destinazione, da parte dei datori di lavoro, delle somme non corrisposte ai lavoratori
dipendenti pone fuori gioco il secondo dappoiché beneficiari della operazione sono e, se non
interverranno norme di diverso segno, saranno i datori di lavoro, non già io Stato al quale le
relative somme sono affluite per soli undici mesi (febbraio a dicembre) del 1977.
A proposito dell'art. 23, limitatamente - si ripete - ai mesi del 1978 ai quali è limitato il
giudizio di merito, è da osservare che il sacrificio dei lavoratori dà luogo ad una sorta di
(parziale) rimessione forzata del debito (tacitamente, ma sicuramente accettata dai datori di
lavoro; art. 1236 c.c.) e non alla vicenda della datio in solutum, che costituisce la normale
fattispecie del testo costituzionale in esame, ma la Corte - a parte la natura formalistica della
qualificazione in merito alla quale potrebbesi obiettare che il bene rimesso rimane nel
patrimonio del debitore e non va ad impinguare la cassa del creditore - non può non farsi
carico di ciò che l'assenza di un qualsiasi vincolo di destinazione delle somme, di cui i datori
di lavoro non si spogliano, fornisce materia a dubbi sulla razionalità della normativa, in
ordine ai quali lo spartiacque tra il politico-sociale e il giuridico non è di agevole
individuazione. Dubbi, che questa Corte scioglie, allo stato, in senso negativo, anche in
considerazione del fatto che l'intervallo di cinque mesi, nei quali è costretto il suo giudizio,
non permette d'identificare le misure normative che in qualche guisa siansi in ipotesi
sostituite alla carenza di vincoli di destinazione, e, ancor più, di ponderarne eventuali effetti.
Canone di prudenza che ha indotto il giudice delle leggi a non disporre verificazioni e altri
mezzi istruttori (artt. 26 a 35 r.d. 27 agosto 1907, n. 642, richiamati, in quanto applicabili,
nell'art. 22 legge 11 marzo 1953, n. 87), la cui opportunità si è pur profilata nel corso della
deliberazione della presente sentenza.
8. - Prima di tradurre nel dispositivo la sin qui svolta motivazione deve la Corte sciogliere la
riserva formulata sul limitare della stessa, per annotare che la ordinanza introduttiva
dell'incidente iscritto al n. 102 Reg. ord. 1978 difetta dell'apprezzamento di rilevanza della
questione di costituzionalità della normativa del 1977, riflettente i miglioramenti retributivi,
per omesso esame della eccezione, basata dal convenuto istituto bancario sulla disdetta della
contrattazione sindacale del settore su cui il dipendente basava le pretese di merito. Poiché
trattasi di materia indisponibile il fatto che la difesa dell'istituto, costituitasi avanti la Corte,
più non abbia insistito nella eccezione, non giova a giustificare l'esame del merito della
questione l'accesso alla quale è invece legittimato, ad avviso della Corte, non già da ciò che
altro giudice di merito abbia in guisa convincente motivato su identica eccezione, sollevata da
altra banca (n. 617 Reg. ord. 1978), sibbene, e soprattutto, da ciò che le parti, che lo hanno

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stimato utile alla soddisfazione dei propri interessi, hanno ampiamente argomentato sul
fondo della questione di legittimità talché la rimessione degli atti al giudice a quo si
corromperebbe in ispreco di tempo e di attività (apprezzamento, estensibile, per identità di
ragione, all'incidente, iscritto al n. 101 Reg. ord. 1978, in riferimento al quale si è avvertita
l'omissione di esame di eccezione di irrilevanza di diverso contenuto).
Il che - è appena il caso di farne cenno - non impedirà agli interessati di riproporre, ai fini del
merito, domande e difese che han fornito materia alle eccezioni d'irrilevanza.

PQM
PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE
1. - riunisce i dieci procedimenti;
2. - dichiara non fondate le questioni di legittimità della legge 10 dicembre 1976, n. 797 di
conversione, con modificazioni, del d.l. 11 ottobre 1976 n. 699 in riferimento agli artt. 1, 3, 4,
23, 36, 39, 53 Cost. e del d.l. 1 febbraio 1977, n. 12, artt. 1, 2, 4 e 6, convertito, con
modificazioni, nella legge 31 marzo 1977, n. 91, in riferimento agli artt. 1, 3, 4, 23, 36, 39, 53
Cost., sollevate dal Pretore di Torino con ordinanza 1 giugno 1978 (n. 453 Reg. ord. 1978),
nonché non fondate le questioni di legittimità sollevate con le ordinanze di varia data, iscritte
ai nn. 419, 463, 543 e 549 Reg. ord. 1977, e ai nn. 101, 102, 273, 462 e 617 Reg. ord. 1978.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 18 luglio
1980.
DEPOSITATA IN CANCELLERIA IL 30 LUG. 1980

Note

Utente: ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI - www.iusexplorer.it - 18.01.2018

© Copyright Giuffrè 2018. Tutti i diritti riservati. P.IVA 00829840156

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STAMPA

Archivio selezionato: Sentenze Corte Costituzionale

Autorità: Corte Costituzionale


Data: 29/03/2013
n. 59
Classificazioni: PREVIDENZA ED ASSISTENZA (Assicurazioni e pensioni sociali) - Contributi
assicurativi - - in genere

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori:
- Franco GALLO Presidente
- Luigi MAZZELLA Giudice
- Gaetano SILVESTRI "
- Sabino CASSESE "
- Giuseppe TESAURO "
- Paolo Maria NAPOLITANO "
- Giuseppe FRIGO "
- Alessandro CRISCUOLO "
- Paolo GROSSI "
- Giorgio LATTANZI "
- Aldo CAROSI "
- Marta CARTABIA "
- Sergio MATTARELLA "
- Mario Rosario MORELLI "
- Giancarlo CORAGGIO "
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nei giudizi di legittimità costituzionale dell'articolo 7, comma 4,
del decreto-legge 31 dicembre 2007, n. 248 (Proroga di termini
previsti da disposizioni legislative e disposizioni urgenti in
materia finanziaria), convertito, con modificazioni, dall'articolo 1
della legge 28 febbraio 2008, n. 31, promossi dal Tribunale di Lucca
con due ordinanze del 14 aprile 2011, iscritte ai numeri 232 e 240
del registro ordinanze 2011 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale
della Repubblica n. 47 e n. 49, prima serie speciale, dell'anno 2011.
Visti gli atti di costituzione dell'Istituto nazionale della
previdenza sociale (INPS), in proprio e quale mandatario della
Società di cartolarizzazione dei crediti INPS-S.C.C.I. s.p.a., nonché
gli atti di intervento della Lega Nazionale delle Cooperative e
Mutue, della Confederazione Cooperative Italiane, della Associazione
Generale Cooperative Italiane e del Presidente del Consiglio dei
ministri;

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udito nell'udienza pubblica del 26 febbraio 2013 il Giudice relatore


Alessandro Criscuolo;
uditi gli avvocati Livia Salvini e Angelo Pandolfo per la Lega
Nazionale delle Cooperative e Mutue, per la Confederazione
Cooperative Italiane e per la Associazione Generale Cooperative
Italiane, Antonino Sgroi per l'INPS in proprio e quale mandatario
della Società di cartolarizzazione dei crediti INPS-S.C.C.I. s.p.a e
l'avvocato dello Stato Vittorio Cesaroni per il Presidente del
Consiglio dei ministri.

Fatto
Ritenuto in fatto
1.- Il Tribunale di Lucca, in funzione di giudice del lavoro, con due ordinanze emesse il 14
aprile 2011 (r.o. n. 232 del 2011 e r.o. n. 240 del 2011), ha sollevato, in riferimento all'articolo
39 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'articolo 7, comma 4, del
decreto-legge 31 dicembre 2007, n. 248 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative
e disposizioni urgenti in materia finanziaria) convertito, con modificazioni, dall'art. 1 della
legge 28 febbraio 2008, n. 31.
2.- Nell'ordinanza r.o. n. 232 del 2011, il rimettente premette di essere chiamato a
pronunciarsi su un ricorso in opposizione ad iscrizione a ruolo di credito previdenziale, ai
sensi dell'art. 24 del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46 (Riordino della disciplina della
riscossione mediante ruolo, a norma dell'articolo 1 della legge 28 settembre 1998, n. 337),
proposto da una società cooperativa nei confronti dell'Istituto nazionale della previdenza
sociale (INPS) e della s.p.a. Società di cartolarizzazione dei crediti INPS-S.C.C.I.
Il Tribunale espone che la cartella esattoriale opposta ha come oggetto i contributi
previdenziali richiesti dall'INPS alla società cooperativa ricorrente, in relazione al maggior
imponibile retributivo e contributivo determinato ai sensi dell'art. 7, comma 4, del d.l. n. 248
del 2007, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 31 del 2008. Infatti, ad avviso del detto
Istituto, l'opponente avrebbe dovuto fare applicazione, quanto al trattamento retributivo e
normativo (e, quindi, previdenziale), del contratto collettivo nazionale di lavoro AGCI, ANST-
LEGACOOP, CONFCOOPERATIVE (parte datoriale) - FILT-CGIL, FIT-CISL e UIL
TRASPORTI (parte dei lavoratori), anziché del diverso contratto collettivo nazionale di lavoro
UNCI (parte datoriale) - CONFSAL (parte dei lavoratori), come da verbale di accertamento.
Il giudice a quo riporta il contenuto del citato art. 7, comma 4, ai sensi del quale: «Fino alla
completa attuazione della normativa in materia di socio lavoratore di società cooperative, in
presenza di una pluralità di contratti collettivi della medesima categoria, le società
cooperative che svolgono attività ricomprese nell'ambito di applicazione di quei contratti di
categoria applicano ai propri soci lavoratori, ai sensi dell'articolo 3, comma 1, della legge 3
aprile 2001, n. 142, i trattamenti economici complessivi non inferiori a quelli dettati dai
contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni datoriali e sindacali comparativamente più
rappresentative a livello nazionale nella categoria».
2.1.- In punto di rilevanza, il rimettente osserva che la pretesa contributiva dell'ente
previdenziale, oggetto del giudizio principale, si fonda sull'applicazione dell'art. 7, comma 4,
ora trascritto, sicché «dall'eventuale accoglimento della questione di costituzionalità
discenderebbe un mutamento nel quadro normativo di riferimento».

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2.2.- In punto di non manifesta infondatezza, il giudice a quo dubita della legittimità
costituzionale della disposizione censurata, in riferimento all'art. 39 Cost.
Ad avviso del rimettente, detta disposizione attribuirebbe efficacia erga omnes a contratti
collettivi di tipo "normativo" e non semplicemente ad "accordi gestionali" (è richiamata la
sentenza della Corte costituzionale n. 268 del 1994). È, altresì, citata la sentenza n. 106 del
1962 della medesima Corte, secondo cui «L'art. 39 pone due principi, che possono intitolarsi
alla libertà sindacale e alla autonomia collettiva professionale. Col primo si garantiscono la
libertà dei cittadini di organizzarsi in sindacati e la libertà delle associazioni che ne derivano;
con l'altro si garantisce alle associazioni sindacali di regolare i conflitti di interessi che
sorgono tra le contrapposte categorie mediante il contratto, al quale poi si riconosce efficacia
obbligatoria erga omnes, una volta che sia stipulato in conformità di una determinata
procedura e da soggetti forniti di determinati requisiti. Una legge, la quale cercasse di
conseguire questo medesimo risultato della dilatazione ed estensione, che è una tendenza
propria della natura del contratto collettivo, a tutti gli appartenenti alla categoria alla quale il
contratto si riferisce, in maniera diversa da quella stabilita dal precetto costituzionale,
sarebbe palesemente illegittima».
Inoltre - prosegue il giudicante - l'attribuzione di tale efficacia obbligatoria erga omnes, al di
fuori delle condizioni previste dall'art. 39 Cost., prescinderebbe da qualsiasi valutazione in
ordine al rispetto o meno, da parte del diverso contratto collettivo nazionale di lavoro
applicato, dei precetti di cui all'art. 36 Cost. Infine, la disposizione, pur avendo carattere
apparentemente transitorio, non individuerebbe, in realtà, alcun limite temporale preciso di
efficacia.
In questo quadro, è sollevata la questione di legittimità costituzionale in esame.
3.- Nell'ordinanza r.o. n. 240 del 2011, il Tribunale premette di essere investito di un ricorso
in opposizione ad iscrizione a ruolo di credito previdenziale, ai sensi dell'art. 24 del d.lgs. n.
46 del 1999, proposto da una società cooperativa a r.l. nei confronti dell'INPS e della s.p.a.
Società di Cartolarizzazione dei Crediti INPS-S.C.C.I.
Il rimettente espone che la cartella esattoriale opposta ha ad oggetto i contributi previdenziali
richiesti dall'INPS alla società cooperativa ricorrente, in relazione al maggior imponibile
retributivo e contributivo determinato, ai sensi dell'art. 7, comma 4, del d.l. n. 248 del 2007,
convertito dalla legge n. 31 del 2008; che, ad avviso dell'ente previdenziale, la società
cooperativa opponente avrebbe dovuto fare applicazione, quanto al trattamento retributivo e
normativo (e, per conseguenza, previdenziale), del contratto collettivo nazionale di lavoro
AGCI, ANST-LEGACOOP, CONFCOOPERATIVE (parte datoriale) - FILT-CGIL, FIT-CISL e
UIL TRASPORTI (parte dei lavoratori), anziché del diverso contratto collettivo nazionale di
lavoro UNCI (parte datoriale) - CONFSAL (parte dei lavoratori).
3.1.- In punto di rilevanza e di non manifesta infondatezza, il giudice a quo svolge le stesse
argomentazioni di cui alla ordinanza di rimessione r.o. n. 232 del 2011.
4.- Nel giudizio di cui all'ordinanza di rimessione r.o. n. 232 del 2011, con memoria depositata
in data 29 novembre 2011, si è costituito in giudizio l'INPS, in proprio e nella qualità di
mandatario della s.p.a. Società di Cartolarizzazione dei Crediti INPS-S.C.C.I., chiedendo che
la sollevata questione di legittimità costituzionale sia dichiarata inammissibile e, comunque,
non fondata.
Preliminarmente, l'Istituto deduce l'inammissibilità della questione, non avendo il rimettente
verificato - nonostante la contestazione della stessa società ricorrente in opposizione - se, in
considerazione della concreta attività svolta dalla società cooperativa, fosse possibile una

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concorrente applicazione di contratti collettivi con riferimento ai contratti di lavoro


subordinato stipulati con i propri soci, disciplinanti la medesima attività, come affermato
dall'INPS, ovvero fosse applicabile soltanto uno dei contratti, senza alcuna predicabile
concorrenza di disciplina pattizia, come ritenuto dalla cooperativa stessa. In particolare, ad
avviso dell'INPS, la prospettata questione di legittimità costituzionale potrebbe essere
logicamente e giuridicamente rilevante solo dopo avere chiarito l'esistenza o meno di una
disciplina concorrente.
Altro motivo di inammissibilità della questione, sarebbe costituito dalla non pertinenza
dell'art. 7, comma 4, del d.l. n. 248 del 2007, convertito dalla legge n. 31 del 2008, rispetto ai
vizi denunciati dal rimettente.
Al riguardo, la controversia sarebbe incentrata sull'individuazione della disciplina legislativa
applicabile per l'accertamento della misura della contribuzione previdenziale obbligatoria che
la società cooperativa deve versare all'INPS in favore dei propri soci lavoratori, con i quali ha
stipulato un contratto di lavoro subordinato. Tale disciplina, in virtù del richiamo operato
dall'art. 4, comma 1, della legge 3 aprile 2001, n. 142 (Revisione della legislazione in materia
cooperativistica, con particolare riferimento alla posizione del socio lavoratore) alle
normative vigenti, con riferimento alla contribuzione previdenziale e assicurativa, sarebbe,
nell'ipotesi di stipula di rapporti di lavoro subordinato, l'art. 1 del decreto-legge 9 ottobre
1989, n. 338 (Disposizioni urgenti in materia di evasione contributiva, di fiscalizzazione degli
oneri sociali, di sgravi contributivi nel Mezzogiorno e di finanziamento dei patronati),
convertito, con modificazioni, dalla legge 7 dicembre 1989, n. 389.
Nel merito, l'ente previdenziale deduce la non fondatezza della questione sulla base delle
seguenti argomentazioni.
In primo luogo, esso sottolinea come il legislatore abbia implicitamente previsto un'efficacia
temporalmente limitata della disposizione censurata, pur senza l'individuazione di un
termine certo. Inoltre, lo stesso legislatore non avrebbe previsto alcuna efficacia erga omnes
di una contrattazione collettiva rispetto ad un'altra, essendosi limitato a prevedere - con
riferimento ai soli aspetti retributivi e al fine di garantire il diritto inviolabile del lavoratore ad
una retribuzione proporzionata alla qualità e quantità del proprio lavoro ed, in ogni caso,
sufficiente ad assicurare al lavoratore e alla sua famiglia un'esistenza libera e dignitosa - che,
a parità di attività lavorativa esercitata, la contrattazione collettiva, che assicura una
retribuzione più elevata, sottoscritta dalle organizzazioni sindacali comparativamente più
rappresentative a livello nazionale nella categoria economica dove opera il datore di lavoro,
costituisca parametro retributivo non derogabile verso il basso.
5.- Nel giudizio di cui all'ordinanza di rimessione r.o. n. 240 del 2011, con memoria
depositata in data 12 dicembre 2011, si è costituito l'INPS, in proprio e nella qualità di
mandatario della s.p.a. Società di Cartolarizzazione dei Crediti INPS-S.C.C.I., chiedendo che
la sollevata questione di legittimità costituzionale sia dichiarata inammissibile o, comunque,
non fondata, sulla base delle medesime argomentazioni di cui alla memoria di costituzione
depositata dall'Istituto, in proprio e nella qualità, in data 29 novembre 2011, nel giudizio r.o.
n. 232 del 2011, cui si fa rinvio.
6.- In quest'ultimo giudizio, con atto depositato in data 29 novembre 2011, è intervenuta (ad
opponendum) la Confederazione Cooperative italiane ("Confcooperative" o "L'Associazione"),
in persona del legale rappresentante pro tempore, chiedendo che la sollevata questione di
legittimità costituzionale sia dichiarata inammissibile o, comunque, non fondata.

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7.- In data 5 febbraio 2013, la detta Confederazione ha depositato memoria illustrativa nella
quale ribadisce le conclusioni di cui all'atto di intervento del 29 novembre 2011.
8.- Nel giudizio r.o. n. 240 del 2011, con atto depositato in data 13 dicembre 2011 è
intervenuta (ad opponendum) la Confederazione Cooperative italiane ("Confcooperative" o
"L'Associazione"), in persona del legale rappresentante pro tempore, chiedendo che la
sollevata questione di legittimità costituzionale sia dichiarata inammissibile o, comunque,
non fondata sulla base delle medesime argomentazioni di cui all'atto di intervento depositato
in data 29 novembre 2011, nel giudizio r.o. n. 232 del 2011.
9.- In data 5 febbraio 2013, la Confederazione Cooperative italiane, in persona del legale
rappresentante pro tempore, ha depositato memoria illustrativa nella quale ribadisce le
conclusioni di cui all'atto di intervento del 13 dicembre 2011.
10.- Nel giudizio r.o. n. 232 del 2011, con atto depositato in data 29 novembre 2011, è
intervenuta in giudizio (ad opponendum) la Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue
(Legacoop o "L'Associazione"), in persona del legale rappresentante pro tempore, chiedendo
che la sollevata questione di legittimità costituzionale sia dichiarata inammissibile o,
comunque, non fondata, sulla base delle medesime argomentazioni di cui all'atto di
intervento della Confederazione Cooperative italiane del 29 novembre 2011.
11.- In data 5 febbraio 2013, la Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue, in persona del
legale rappresentante pro tempore, ha depositato memoria illustrativa nella quale ribadisce le
conclusioni di cui all'atto di intervento del 29 novembre 2011.
12.- Nel giudizio r.o. n. 240 del 2011, con atto depositato in data 13 dicembre 2011, è
intervenuta in giudizio (ad opponendum) la Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue
(Legacoop o "L'Associazione"), in persona del legale rappresentante pro tempore, chiedendo
che la sollevata questione di legittimità costituzionale sia dichiarata inammissibile o,
comunque, non fondata, sulla base delle medesime argomentazioni di cui all'atto di
intervento depositato dalla Confederazione Cooperative italiane in data 29 novembre 2011,
nel giudizio r.o. n. 232 del 2011.
13.- In data 5 febbraio 2013 la Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue, in persona del
legale rappresentante pro tempore, ha depositato memoria illustrativa nella quale ribadisce le
conclusioni di cui all'atto di intervento del 13 dicembre 2011.
14.- Nel giudizio r.o. n. 240 del 2011, con atto depositato in data 13 dicembre 2011, è
intervenuta in giudizio (ad opponendum) la Associazione Generale Cooperative Italiane
("A.G.C.I." o "L'Associazione"), in persona del legale rappresentante pro tempore, chiedendo
che la sollevata questione di legittimità costituzionale sia dichiarata inammissibile o,
comunque, non fondata, sulla base delle medesime argomentazioni di cui all'atto di
intervento depositato dalla Confederazione Cooperative italiane in data 29 novembre 2011,
nel giudizio r.o. n. 232 del 2015.
15.- In data 5 febbraio 2013 la Associazione Generale Cooperative Italiane, in persona del
legale rappresentante pro tempore, ha depositato memoria illustrativa nella quale ribadisce le
conclusioni di cui all'atto di intervento del 13 dicembre 2011.
16.- Nel giudizio r.o. n. 232 del 2011, con atto depositato in data 29 novembre 2011, è
intervenuto il Presidente del Consiglio del ministri, rappresentato e difeso dalla Avvocatura
generale dello Stato, chiedendo che la sollevata questione di legittimità costituzionale sia
dichiarata inammissibile o, comunque, non fondata.
In primo luogo, la difesa erariale pone in evidenza come, ai fini della determinazione degli
imponibili contributivi, la norma da applicare sia l'art. 1, comma 1, del d.l. n. 338 del 1989,

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convertito, con modificazioni, dalla legge n. 389 del 1989 (nonché la successiva norma
interpretativa dettata dall'art. 2, comma 25, della legge 28 dicembre 1995, n. 549 recante:
«Misure di razionalizzazione della finanza pubblica»). In base a tale normativa, la
retribuzione da assumere come base di calcolo dei contributi previdenziali ed assistenziali
sarebbe quella stabilita dai contratti collettivi nazionali di lavoro stipulati dalle organizzazioni
sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative su base
nazionale di categoria.
Il Presidente del Consiglio rileva come tale previsione risponda alla necessità di garantire una
minore disparità nell'assolvimento degli obblighi contributivi tra datori di lavoro nonché la
sostenibilità finanziaria dell'Ente previdenziale.
Diversamente, la norma censurata - attinente al profilo dell'obbligazione retributiva e non a
quello della contribuzione previdenziale dovuta - prevede, nel solo settore della cooperazione
e per un periodo transitorio, una specifica e più incisiva tutela dei lavoratori della categoria
sotto il profilo retributivo.
La difesa dello Stato osserva come l'art. 3 della legge n. 142 del 2001 abbia introdotto
nell'ordinamento cooperativistico il principio dell'equa retribuzione del lavoro svolto in
relazione alla quantità e qualità del lavoro stesso. Risulterebbe evidente, dunque, il
collegamento della norma richiamata con il disposto dell'art. 36 Cost., relativo ad una
retribuzione sufficiente e proporzionata.
La difesa erariale ritiene che, diversamente da quanto prospettato nell'ordinanza di
rimessione, la norma denunciata non contrasti con l'art. 39 Cost.
Il Presidente del Consiglio dei ministri rileva come, in una fattispecie analoga a quella in
esame, la Corte costituzionale, dopo avere evidenziato la mancata attuazione dell'art. 39 Cost.
- e la mancata applicabilità del procedimento e delle forme dallo stesso previsti - ha escluso la
illegittimità di quelle leggi transitorie, provvisorie ed eccezionali che, al fine di «tutelare
l'interesse pubblico alla parità di trattamento dei lavoratori», collegano il regime dei contratti
di diritto comune a quello dei contratti ad efficacia generale (sentenza n. 106 del 1962).
Ad avviso dell'interveniente, la questione di legittimità costituzionale sarebbe non fondata in
quanto il censurato art. 7, comma 4, avrebbe: 1) lo scopo di garantire la "invarianza" del
trattamento economico complessivo minimo dei lavoratori mediante l'adozione di un
medesimo parametro di riferimento; 2) natura dichiaratamente transitoria, in vista di una
completa attuazione della normativa in materia di socio lavoratore di società cooperative
(solo in ragione della complessità della fattispecie giuridica da ultimo menzionata, non
sarebbe stato possibile specificare alcun limite temporale preciso di efficacia della
disposizione in oggetto).
Infine, il Presidente del Consiglio dei ministri ritiene che non possa essere condivisa la tesi,
sostenuta nell'ordinanza di rimessione, secondo cui la disposizione censurata avrebbe
attribuito efficacia erga omnes ai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni datoriali e
sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale nella categoria, in quanto
la norma in questione avrebbe soltanto assunto il contenuto economico dei contratti in
questione quale parametro di congruità del trattamento economico, in conformità con i
principi sanciti dall'art. 36 Cost.
17.- In data 5 febbraio 2013, il Presidente del Consiglio dei ministri ha depositato memoria
illustrativa nella quale ribadisce le conclusioni di cui all'atto di intervento del 29 novembre
2011.

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18.- Nel giudizio r.o. n. 240 del 2011, con atto depositato in data 13 dicembre 2011, è
intervenuto il Presidente del Consiglio del ministri, rappresentato e difeso dalla Avvocatura
generale dello Stato, chiedendo che la questione di legittimità costituzionale sia dichiarata
inammissibile o, comunque, non fondata.
In primo luogo, la difesa erariale sottolinea l'esistenza di un limite temporale di efficacia della
norma censurata, indicato nella «completa attuazione della normativa in materia di socio
lavoratore di società cooperative».
In secondo luogo, essa osserva come la sentenza n. 268 del 1994, richiamata nella ordinanza
di rimessione, si riferisca ad un'ipotesi opposta a quella oggetto del giudizio a quo e, cioè,
all'ipotesi in cui la stessa legge prevedeva che un accordo sindacale potesse derogare alla
legge, nella specie in materia di licenziamenti.
Nel merito, la difesa erariale evidenzia come la norma della cui legittimità si dubita non abbia
attribuito efficacia erga omnes ai contratti collettivi in essa indicati. Invece, avrebbe previsto,
in via transitoria ed in attesa di una più specifica regolamentazione, una disciplina del
rapporto di lavoro dei soci lavoratori delle società cooperative richiamando, sotto il profilo
retributivo, una regolamentazione già prevista in contratti collettivi per categorie analoghe,
espressamente specificando che i trattamenti economici non possono essere inferiori a quelli
previsti da tali contratti. Sarebbe, dunque, evidente che i contratti collettivi richiamati nella
norma censurata costituiscono solo un parametro di riferimento per commisurare una
retribuzione - la cui fonte è normativa e discende dal citato art. 7 - che, nelle more di una
regolamentazione organica ed uniforme, potrebbe non essere adeguata per il lavoratore.
La difesa erariale eccepisce, altresì, l'inammissibilità della prospettata questione di legittimità
costituzionale, in quanto il rimettente, nel rilevare che l'applicabilità di un sistema retributivo
piuttosto che un altro incide sugli obblighi previdenziali gravanti sul datore di lavoro, non
avrebbe valutato se il sistema retributivo applicato in concreto fosse il più favorevole per il
lavoratore. Ciò in aperto contrasto con la evidente finalità della normativa che, facendo
riferimento, nei limiti indicati, alla contrattazione collettiva relativa ad attività analoghe a
quelle poste in essere dai soci lavoratori di società cooperative, avrebbe inteso effettuare una
equiparazione dei vari sistemi retributivi proprio in attuazione degli artt. 3 e 36 Cost.
19.- In data 1°ottobre 2012, il Presidente del Consiglio dei ministri ha depositato memoria
illustrativa nella quale svolge ulteriori argomentazioni, di tenore identico a quelle di cui
all'atto di intervento depositato dallo stesso Presidente del Consiglio dei ministri in data 29
novembre 2011, nel giudizio r.o. n. 232 del 2011.

Diritto
Considerato in diritto
1.- Il Tribunale di Lucca, in funzione di giudice del lavoro, con le due ordinanze indicate in
epigrafe, dubita - in riferimento all'articolo 39 della Costituzione - della legittimità
costituzionale dell'articolo 7, comma 4, del decreto-legge 31 dicembre 2007, n. 248 (Proroga
di termini previsti da disposizioni legislative e disposizioni urgenti in materia finanziaria),
convertito, con modificazioni, dall'art. 1 della legge 28 febbraio 2008, n. 31.
2.- In entrambe le ordinanze di rimessione, il Tribunale premette che, nei giudizi principali,
due società cooperative, opponenti avverso iscrizioni a ruolo di crediti previdenziali ai sensi
dell'articolo 24 del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46 (Riordino della disciplina della
riscossione mediante ruolo, a norma dell'articolo 1 della legge 18 settembre 1998, n. 337),
contestano la pretesa contributiva dell'Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) «in
relazione al maggior imponibile retributivo e contributivo determinato ai sensi dell'art 7,

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comma 4, del decreto-legge 31 dicembre 2007, n. 248 convertito, con modificazioni, dall'art. 1
della legge 28 febbraio 2008, n. 31».
3.- Ad avviso del rimettente, considerato che, come già chiarito da questa Corte nella sentenza
n. 106 del 1962, una legge che cercasse di conseguire il risultato della efficacia obbligatoria
erga omnes per tutti gli appartenenti alla categoria alla quale il contratto collettivo si riferisce
in maniera diversa da quella stabilita dall'art. 39 Cost. sarebbe palesemente illegittima, la
norma censurata violerebbe il parametro costituzionale sopra indicato, in quanto:
a) attribuirebbe efficacia "erga omnes" a contratti collettivi di tipo "normativo" e non
semplicemente ad "accordi gestionali" (è citata, al riguardo, la sentenza n. 268 del 1994);
b) l'attribuzione di tale efficacia obbligatoria erga omnes, al di fuori dei requisiti - soggettivi e
procedurali - stabiliti dall'art. 39 Cost., prescinderebbe totalmente da qualsiasi valutazione in
ordine al rispetto o meno, da parte del diverso contratto collettivo nazionale di lavoro
applicato, dei precetti di cui all'art. 36 Cost.;
c) avrebbe carattere solo apparentemente transitorio, non individuando alcun limite
temporale preciso di efficacia.
4.- Le due ordinanze indicate in epigrafe censurano la medesima disposizione di legge con
argomentazioni identiche o analoghe. Pertanto, i relativi giudizi di legittimità costituzionale
vanno riuniti per essere definiti con unica decisione.
5.- Gli interventi, di cui in narrativa, spiegati, nel giudizio r.o. n. 232 del 2011, dalla
Confederazione Cooperative Italiane e dalla Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue, e nel
giudizio r.o. n. 240 del 2011, dalla Confederazione Cooperative Italiane, dalla Lega Nazionale
delle Cooperative e Mutue, nonché dalla Associazione Generale Cooperative Italiane, sono
inammissibili, dovendosi al riguardo confermare le considerazioni esposte nell'ordinanza
letta nella pubblica udienza del 26 febbraio 2013.
Invero, premesso che le suddette intervenienti (ad opponendum) non risultano essere parti
nei giudizi a quibus, per costante giurisprudenza di questa Corte sono ammessi ad intervenire
nel giudizio incidentale di legittimità costituzionale (oltre al Presidente del Consiglio dei
ministri e, nel caso di legge regionale, al Presidente della Giunta regionale), le sole parti del
giudizio principale. L'intervento di soggetti estranei a questo è ammissibile soltanto per i terzi
titolari di un interesse qualificato, inerente in modo diretto e immediato al rapporto
sostanziale dedotto in giudizio e non semplicemente regolato, al pari di ogni altro, dalla
norma o dalle norme oggetto di censura (ex plurimis: ordinanza letta all'udienza del 23
ottobre 2012, confermata con la sentenza n. 272 del 2012; ordinanza letta all'udienza del 23
marzo 2010, confermata con la sentenza n. 138 del 2010; ordinanza letta all'udienza del 31
marzo 2009, confermata con la sentenza n. 151 del 2009; sentenze n. 94 del 2009, n. 96 del
2008 e n. 245 del 2007).
Nei giudizi, da cui traggono origine le questioni di legittimità costituzionale in esame, le
posizioni sostanziali dedotte in causa concernono profili attinenti a contributi previdenziali
richiesti alle società cooperative, ricorrenti in opposizione avverso le relative cartelle
esattoriali, e dunque riguardano rapporti tra l'ente previdenziale e le dette società ricorrenti,
ma non toccano in modo diretto ed immediato le posizioni soggettive e le prerogative delle
associazioni intervenienti.
Sotto altro profilo, l'ammissibilità d'interventi ad opera di terzi, titolari di interessi soltanto
analoghi a quelli dedotti nel giudizio principale, contrasterebbe con il carattere incidentale
del giudizio di legittimità costituzionale, in quanto l'accesso delle parti al detto giudizio

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avverrebbe senza la previa verifica della rilevanza e della non manifesta infondatezza della
questione da parte del giudice a quo.
Da quanto esposto consegue l'inammissibilità degli interventi sopra indicati.
6.- La questione di legittimità costituzionale, sollevata in entrambe le ordinanze di
rimessione, è inammissibile.
In primo luogo, il ricorrente è incorso in errore nell'individuazione della norma denunciata
(cosiddetta aberratio ictus), avendo sottoposto a scrutinio una disposizione non pertinente
rispetto all'oggetto delle censure.
Al riguardo, si deve premettere che, come risulta dalle due ordinanze di rimessione, i giudizi a
quibus concernono opposizioni a cartelle esattoriali aventi ad oggetto i (maggiori) contributi
previdenziali richiesti dall'INPS alle società cooperative opponenti, in relazione a rapporti
lavorativi da tali società instaurati con propri soci lavoratori. Nelle due cause di cui alle
ordinanze, dunque, sono in discussione i rapporti giuridici previdenziali tra le due
cooperative e l'INPS, ancorché l'imponibile contributivo risulti determinato nel quantum con
riferimento all'ammontare retributivo spettante ai lavoratori, nel quadro dei rapporti di
lavoro correnti tra questi ultimi e le società.
Orbene, l'art. 7, comma 4, del d.l. n. 248 del 2007, convertito, con modificazioni, dalla legge
n. 31 del 2008, così dispone: «Fino alla completa attuazione della normativa in materia di
socio lavoratore di società cooperative, in presenza di una pluralità di contratti collettivi della
medesima categoria, le società cooperative che svolgono attività ricomprese nell'ambito di
applicazione di quei contratti di categoria applicano ai propri soci lavoratori, ai sensi dell'art.
3, comma 1, della legge 3 aprile 2001, n. 142, i trattamenti economici complessivi non
inferiori a quelli dettati dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni datoriali e
sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale nella categoria».
A sua volta il richiamato art. 3, comma 1, della legge 3 aprile 2001, n. 142 (Revisione della
legislazione in materia cooperativistica, con particolare riferimento alla posizione del socio
lavoratore), sotto la rubrica "Trattamento economico del socio lavoratore", stabilisce quanto
segue: «Fermo restando quanto previsto dall'art. 36 della legge 20 maggio 1970, n. 300, le
società cooperative sono tenute a corrispondere al socio lavoratore un trattamento economico
complessivo proporzionato alla qualità e quantità del lavoro prestato e comunque non
inferiore ai minimi previsti, per prestazioni analoghe, dalla contrattazione collettiva nazionale
del settore o della categoria affine, ovvero, per i rapporti di lavoro diversi da quello
subordinato, in assenza di contratti o accordi collettivi specifici, ai compensi medi in uso per
prestazioni analoghe rese in forma di lavoro autonomo».
La finalità, perseguita da entrambe le norme, è quella di garantire l'estensione dei minimi di
trattamento economico (cosiddetto minimale retributivo) agli appartenenti ad una
determinata categoria, assicurando la parità di trattamento tra i datori di lavoro e tra i
lavoratori.
Invece, la normativa pertinente alla determinazione della retribuzione da assumere quale
base di calcolo dei contributi previdenziali (e, quindi, nel quadro del rapporto previdenziale)
si rinviene non già nella norma censurata, ma nell'art. 1, comma 1, del decreto-legge 9 ottobre
1989, n. 338 (Disposizioni urgenti in materia di evasione contributiva, di fiscalizzazione degli
oneri sociali, di sgravi contributivi nel Mezzogiorno e di finanziamento dei patronati),
convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 7 dicembre 1989, n. 389,
nonché nell'art. 2, comma 25, della legge 28 dicembre 1995, n. 549 (Misure di
razionalizzazione della finanza pubblica), e nell'art. 3, comma 4, del decreto legislativo 6

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novembre 2001, n. 423 (Disposizioni in materia di contribuzione previdenziale ed


assistenziale per i soci di cooperative, a norma dell'articolo 4, comma 3, della legge 3 aprile
2001, n. 142).
La prima norma così dispone: «La retribuzione da assumere come base per il calcolo dei
contributi di previdenza e di assistenza sociale non può essere inferiore all'importo delle
retribuzioni stabilito da leggi, regolamenti, contratti collettivi, stipulati dalle organizzazioni
sindacali più rappresentative su base nazionale, ovvero da accordi collettivi o contratti
individuali, qualora ne derivi una retribuzione di importo superiore a quello previsto dal
contratto collettivo».
L'art. 2, comma 25, della legge n. 549 del 1995 stabilisce: «L'articolo 1 del decreto-legge 9
ottobre 1989, n. 338, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 dicembre 1989, n. 389, si
interpreta nel senso che, in caso di pluralità di contratti collettivi intervenuti per la medesima
categoria, la retribuzione da assumere come base dei contributi previdenziali e assistenziali è
quella stabilita dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e
dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative nella categoria».
Infine, l'art. 3, comma 4, del d.lgs. n. 403 del 2001, con riferimento alla misura della
contribuzione previdenziale per i soci lavoratori di cooperative, stabilisce che: «A decorrere
dal 1°gennaio 2007, per la determinazione della retribuzione imponibile, ai fini del
versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali, trova applicazione l'art. 1, comma 1,
del citato decreto-legge n. 338 del 1989».
Come il testuale tenore delle norme ora richiamate pone in luce, i rapporti previdenziali
oggetto dei giudizi di cui alle ordinanze di rimessione trovano una disciplina specifica e
distinta rispetto a quella dettata dall'art. 7, comma 4, qui censurata.
In particolare, l'art. 2, comma 25, della legge n. 549 del 1995 (norma di interpretazione
autentica dell'art. 1 del d.l. n. 338 del 1989) detta una regolamentazione parallela a quella
recata dall'art. 7, comma 4, del d.l. n. 248 del 2007, in questa sede censurata. Tuttavia, gli
ambiti di operatività delle due norme sono diversi.
Infatti, la prima norma - nell'individuare la retribuzione imponibile a fini previdenziali o
assistenziali, nel caso di pluralità di contratti intervenuti per la medesima categoria - attiene
al rapporto previdenziale tra il datore di lavoro (società cooperativa) e l'ente previdenziale,
cioè al rapporto oggetto dei giudizi a quibus, mentre il denunziato art. 7, comma 4, concerne
il rapporto di lavoro tra società e socio lavoratore, con il relativo profilo retributivo, rapporto
che non risulta in discussione nei detti giudizi.
Ne deriva che il Tribunale di Lucca ha sottoposto allo scrutinio di legittimità costituzionale
una norma non conferente rispetto al thema decidendi demandato al suo esame (ex plurimis:
sentenze n. 241 del 2012 e n. 47 del 2008; ordinanze n. 180 e n. 120 del 2011 e n. 92 del
2009), soggetto invece alle disposizioni normative dianzi indicate, sulle quali l'eventuale
declaratoria d'illegittimità non avrebbe incidenza.
Di qui l'inammissibilità della questione.
Ogni altro profilo rimane assorbito.

PQM
per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
riuniti i giudizi;
dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 7, comma 4, del
decreto-legge 31 dicembre 2007, n. 248 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative

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e disposizioni urgenti in materia finanziaria), convertito, con modificazioni, dall'articolo 1


della legge 28 febbraio 2008, n. 31, sollevata dal Tribunale di Lucca, in funzioni di giudice del
lavoro, in riferimento all'articolo 39 della Costituzione, con le ordinanze indicate in epigrafe.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 25 marzo
2013.
Allegato:
ordinanza letta all'udienza del 26 febbraio 2013
ORDINANZA
Visti gli atti relativi al giudizio di legittimità costituzionale promosso, con ordinanza del
Tribunale di Lucca, in funzione di giudice del lavoro, depositata il 14 aprile 2011 (r.o. n. 232
del 2011);
visti gli atti relativi al giudizio di legittimità costituzionale promosso, con ordinanza del
Tribunale di Lucca, in funzione di giudice del lavoro, depositata il 14 aprile 2011 (r.o. n. 240
del 2011);
rilevato che nel primo dei detti giudizi (r.o. n. 232 del 2011) sono intervenute la
Confederazione Cooperative Italiane e la Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue, in
persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore;
che nel secondo dei detti giudizi (r.o. n. 240 del 2011) sono intervenute la Confederazione
Cooperative Italiane, la Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue e l'Associazione Generale
Cooperative Italiane, in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore;
che i soggetti sopra indicati non sono stati parti nei giudizi a quibus;
che, per costante giurisprudenza di questa Corte, sono ammessi ad intervenire nel giudizio
incidentale di legittimità costituzionale (oltre al Presidente del Consiglio dei ministri e, nel
caso di legge regionale, al Presidente della Giunta regionale) le sole parti del giudizio
principale, mentre l'intervento di soggetti estranei a questo è ammissibile soltanto per i terzi
titolari di un interesse qualificato, inerente in modo diretto ed immediato al rapporto
sostanziale dedotto in giudizio e non semplicemente regolato, al pari di ogni altro, dalla
norma o dalle norme oggetto di censura (ex plurimis: ordinanza letta all'udienza del 23
ottobre 2012, confermata con la sentenza n. 272 del 2012; ordinanza letta all'udienza del 23
marzo 2010, confermata la con sentenza n. 138 del 2010; ordinanza letta all'udienza del 31
marzo 2009, confermata con la sentenza n. 151 del 2009; sentenze n. 94 del 2009, n. 96 del
2008, n. 245 del 2007);
che nei giudizi da cui traggono origine le questioni di costituzionalità in esame, le posizioni
sostanziali dedotte in causa concernono profili attinenti ai rapporti previdenziali tra le società
cooperative ricorrenti e l'ente previdenziale che non mettono in gioco le prerogative delle
Associazioni intervenienti, né toccano in modo diretto e immediato le loro posizioni
soggettive;
che, peraltro, l'ammissibilità di interventi ad opera di terzi titolari di interessi soltanto
analoghi a quelli dedotti nel giudizio principale contrasterebbe con il carattere incidentale del
giudizio di legittimità costituzionale, in quanto l'accesso delle parti a detto giudizio
avverrebbe senza la previa verifica della rilevanza e della non manifesta infondatezza della
questione da parte del giudice a quo;
che, pertanto, gli interventi spiegati nei giudizi di legittimità costituzionale sopra indicati dai
soggetti di cui in motivazione devono essere dichiarati inammissibili.
per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE

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dichiara inammissibili gli interventi spiegati dai soggetti di cui in motivazione nei giudizi di
legittimità costituzionale r.o. n. 232 del 2011 e n. 240 del 2011.
DEPOSITATA IN SEGRETERIA IL 29 MAR. 2013.

Note

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STAMPA

Archivio selezionato: Sentenze Corte Costituzionale

Autorità: Corte Costituzionale


Data: 26/03/2015
n. 51
Classificazioni: LAVORO SUBORDINATO (Contratto collettivo di) - Efficacia - - in genere

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori:
- Alessandro CRISCUOLO Presidente
- Paolo Maria NAPOLITANO Giudice
- Giuseppe FRIGO "
- Paolo GROSSI "
- Aldo CAROSI "
- Marta CARTABIA "
- Mario Rosario MORELLI "
- Giancarlo CORAGGIO "
- Giuliano AMATO "
- Silvana SCIARRA "
- Daria de PRETIS "
- Nicolò ZANON "
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nel giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 7, comma 4, del
decreto-legge 31 dicembre 2007, n. 248 (Proroga di termini previsti
da disposizioni legislative e disposizioni urgenti in materia
finanziaria), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1,
della legge 28 febbraio 2008, n. 31, promosso dal Tribunale ordinario
di Lucca nel procedimento vertente tra Bi. Gi. e Il Castello service
società cooperativa, con ordinanza del 24 gennaio 2014, iscritta al
n. 100 del registro ordinanze 2014 e pubblicata nella Gazzetta
Ufficiale della Repubblica n. 26, prima serie speciale, dell'anno
2014.
Visto l'atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
udito nella camera di consiglio dell'11 marzo 2015 il Giudice
relatore Silvana Sciarra.

Fatto
Ritenuto in fatto
1.- Con ordinanza del 24 gennaio 2014, il Tribunale ordinario di Lucca ha sollevato questione
di legittimità costituzionale, in riferimento all'art. 39 della Costituzione, dell'art. 7, comma 4,
del decreto-legge 31 dicembre 2007, n. 248 (Proroga di termini previsti da disposizioni
legislative e disposizioni urgenti in materia finanziaria), convertito, con modificazioni,

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dall'art. 1, comma 1, della legge 28 febbraio 2008, n. 31, nella parte in cui stabilisce che, «[f]
ino alla completa attuazione della normativa in materia di socio lavoratore di società
cooperative, in presenza di una pluralità di contratti collettivi della medesima categoria, le
società cooperative che svolgono attività ricomprese nell'ambito di applicazione di quei
contratti di categoria applicano ai propri soci lavoratori, ai sensi dell'articolo 3, comma 1,
della legge 3 aprile 2001, n. 142, i trattamenti economici complessivi non inferiori a quelli
dettati dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni datoriali e sindacali
comparativamente più rappresentative a livello nazionale nella categoria».
1.1.- Il rimettente premette di essere stato adito da un socio lavoratore, con mansioni di
lavoratore facchino, della società cooperativa Il Castello, per ottenere la condanna, in
applicazione del citato art. 7, comma 4, del decreto-legge n. 248 del 2007, della predetta
società al pagamento delle differenze retributive correlate all'applicazione del CCNL unico
della logistica, trasporto, merci e spedizione, sottoscritto in data 9 novembre 2006, da
CONFETRA, CONFTRASPORTO, ANITA, ANCST LEGACOOP, CONFARTIGIANATO ed altri
(parte datoriale) e da FILT CGIL, FIT-CISL e UILTRASPORTI (parte dei lavoratori), anziché
del diverso CCNL applicato dalla convenuta (CCNL multi servizi, stipulato da UNCI-FESICA-
CONFSAL). Il Tribunale ordinario di Lucca precisa, inoltre, che la società convenuta ha
fornito evidenza della delibera, intervenuta nel corso di apposita assemblea dei soci
lavoratori, in merito all'applicazione del CCNL multiservizi stipulato da UNCI-FESICA-
CONFSAL. Essa ha eccepito l'illegittimità costituzionale del citato comma 4 dell'art. 7, per
violazione degli artt. 39 e 41 Cost.
Tanto premesso, il rimettente solleva la questione di legittimità costituzionale dell'art. 7,
comma 4, del d.l. n. 248 del 2007, nei termini suindicati, osservando, in punto di rilevanza,
che tale disposizione è alla base della domanda proposta dal ricorrente, cosicché essa deve
trovare applicazione nel giudizio pendente dinanzi al medesimo.
1.2.- In particolare, il Tribunale ordinario di Lucca ritiene che la norma in esame si ponga in
contrasto con l'art. 39 Cost. Quest'ultimo, infatti, come chiarito dalla Corte costituzionale,
garantirebbe «alle associazioni sindacali di regolare i conflitti di interessi che sorgono tra le
contrapposte categorie mediante il contratto, al quale poi si riconosce efficacia obbligatoria
erga omnes, una volta che sia stipulato in conformità di una determinata procedura e da
soggetti forniti di determinati requisiti»: pertanto, una «legge, la quale cercasse di conseguire
questo medesimo risultato della dilatazione ed estensione, che è una tendenza propria della
natura del contratto collettivo, a tutti gli appartenenti alla categoria alla quale il contratto si
riferisce, in maniera diversa da quella stabilita dal precetto costituzionale, sarebbe
palesemente illegittima» (sentenza n. 106 del 1962). La norma in esame, imponendo al
giudice, in presenza di una pluralità di contratti collettivi di settore, di applicare un
trattamento retributivo non inferiore a quello previsto da alcuni di tali contratti, senza una
previa valutazione ex art. 36 Cost. del diverso contratto collettivo applicato per affiliazione
sindacale dall'impresa, inciderebbe autoritativamente sul dinamismo, anche conflittuale,
della concorrenza intersindacale, realizzando un'indebita estensione dell'efficacia collettiva
dei contratti collettivi (sia pure limitatamente alla sola parte economica), in violazione
appunto dell'art. 39 Cost.
2.- E' intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso
dall'Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile
e comunque infondata.

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Secondo la difesa statale la questione sarebbe inammissibile, anzitutto, per difetto di


motivazione sulla rilevanza, attesa l'apoditticità e l'assertività delle affermazioni contenute
nell'ordinanza di rimessione in punto di rilevanza.
Nella specie, difetterebbero anche le condizioni per porre validamente una questione di
legittimità costituzionale, considerato che la motivazione sulla rilevanza della questione
stessa, proposta nei confronti dell'art. 7, comma 4, del d.l. n. 248 del 2007, sarebbe
manifestamente arbitraria ed implausibile, essendo già stato chiarito che «[l]a finalità
perseguita [dalla norma] è quella di garantire l'estensione dei minimi di trattamento
economico (cosiddetto minimale retributivo) agli appartenenti ad una determinata categoria,
assicurando la parità di trattamento tra i datori di lavoro e tra i lavoratori» (sentenza di
questa Corte n. 59 del 2013). Da ciò deriverebbe il carattere pretestuoso della questione
sollevata e, quindi, il difetto di rilevanza della stessa.
La questione sarebbe inammissibile anche per difetto di motivazione sulla non manifesta
infondatezza. Ad avviso della difesa statale nell'ordinanza di rimessione non sarebbe chiarito
"dove le norme denunciate sarebbero incostituzionali" e "quale sarebbe il quadro precettivo
costituzionale in ordine al quale concretamente affiorerebbe il contrasto".
Nel merito, la difesa statale sostiene che la questione sollevata sia infondata.
La norma censurata, lungi dall'obbligare lavoratore e cooperativa ad applicare al rapporto di
lavoro una regolamentazione pattuita da attori sindacali che non li rappresentano,
mortificando, in tal modo, la libertà sindacale, sarebbe espressione di un interesse
costituzionalmente protetto, ossia quello di dare integrale attuazione all'art. 36 Cost. Essa si
limiterebbe ad offrire un criterio per la scelta dei contratti collettivi che forniscano più
garanzie ai lavoratori nel determinare la retribuzione sufficiente, «proporzionata alla quantità
e qualità» del lavoro svolto.
In definitiva, la difesa statale ritiene che la norma censurata preveda che, a parità di attività
lavorativa esercitata, la contrattazione collettiva che assicura una retribuzione più elevata,
sottoscritta dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative a livello
nazionale nella categoria economica in cui opera il datore di lavoro, costituisca parametro
retributivo non derogabile verso il basso. Lo scopo della norma sarebbe quello di garantire
l'invarianza del trattamento economico complessivo minimo dei lavoratori, con riferimento
agli standard concordati nei contratti collettivi di riferimento.

Diritto
Considerato in diritto
1.- Il Tribunale ordinario di Lucca ha sollevato, in riferimento all'art. 39 della Costituzione,
questione di legittimità costituzionale dell'art. 7, comma 4, del decreto-legge 31 dicembre
2007, n. 248 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e disposizioni urgenti in
materia finanziaria), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 28
febbraio 2008, n. 31, nella parte in cui stabilisce che, «[f]ino alla completa attuazione della
normativa in materia di socio lavoratore di società cooperative, in presenza di un pluralità di
contratti collettivi della medesima categoria, le società cooperative che svolgono attività
ricomprese nell'ambito di applicazione di quei contratti di categoria applicano ai propri soci
lavoratori, ai sensi dell'articolo 3, comma 1, della legge 3 aprile 2001, n. 142, i trattamenti
economici complessivi non inferiori a quelli dettati dai contratti collettivi stipulati dalle
organizzazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale
nella categoria». A suo avviso, questa norma violerebbe il parametro costituzionale indicato,
nell'imporre al giudice di applicare al socio lavoratore di una società cooperativa un

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trattamento retributivo non inferiore a quello previsto dai contratti collettivi di settore
stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative, pur in
presenza di una pluralità di fonti collettive. In assenza di una previa valutazione, ex art. 36
Cost., del contratto collettivo applicato dalla società cooperativa, in ragione della sua adesione
alla organizzazione firmataria del contratto medesimo, si violerebbe il principio di libertà
sindacale, realizzando un'indebita estensione dell'efficacia erga omnes dei contratti collettivi,
in contrasto con quanto stabilito dall'art. 39 Cost.
2.- In linea preliminare, va osservato che il Presidente del Consiglio dei ministri ha eccepito
l'inammissibilità della questione per difetto di motivazione sulla rilevanza, a causa della
ritenuta apoditticità ed assertività delle affermazioni contenute sul punto nell'ordinanza di
rimessione.
L'eccezione non è fondata.
Nella specie, il rimettente non si limita ad affermare, in punto di rilevanza della questione,
che "la domanda di differenze retributive di parte ricorrente si fonda sull'applicazione dell'art.
7, comma 4, del decreto-legge 31 dicembre 2007, n. 248", e che, "la disposizione deve trovare
applicazione da parte di questo giudice", ma fornisce anche una descrizione della fattispecie
concreta che, pur se in forma sintetica, rende evidente la riconducibilità della stessa
all'ambito di applicazione della norma della cui costituzionalità dubita e, dunque, chiarisce la
rilevanza della questione.
3.- La difesa statale ha, altresì, eccepito l'inammissibilità della questione per la "manifesta
arbitrarietà nonché manifesta implausibilità della motivazione del giudice a quo sulla
rilevanza".
Anche questa eccezione non è fondata.
Questa Corte ha più volte riconosciuto che, per aversi una questione di legittimità
validamente posta, è sufficiente che il giudice a quo fornisca un'interpretazione non
implausibile della disposizione contestata che, per una valutazione compiuta in una fase
meramente iniziale del processo, egli ritenga di dover applicare nel giudizio principale e su
cui nutra dubbi non arbitrari di conformità a determinate norme costituzionali (fra le tante,
sentenza n. 463 del 1994). Nella specie, il Tribunale ordinario di Lucca ha chiaramente
proposto il dubbio di legittimità costituzionale dell'art. 7, comma 4, del d.l. n. 248 del 2007,
di cui avrebbe dovuto fare applicazione per decidere se accogliere o meno la domanda di
condanna al pagamento delle differenze retributive. Ha fornito una lettura della norma in
questione, nella parte in cui impone alle società cooperative di applicare «i trattamenti
economici complessivi non inferiori a quelli dettati dai contratti collettivi stipulati dalle
organizzazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale
nella categoria», lettura orientata a riconoscere efficacia erga omnes a taluni tipi di contratti
collettivi. Una tale interpretazione non risulta manifestamente implausibile.
4.- La sollevata questione sarebbe, infine, inammissibile secondo la difesa statale, anche per
difetto di motivazione sulla non manifesta infondatezza, in quanto non sarebbe
adeguatamente chiarito, nell'ordinanza di rimessione, "dove le norme denunciate sarebbero
incostituzionali" e "quale sarebbe il quadro precettivo costituzionale in ordine al quale
concretamente affiorerebbe il contrasto".
L'eccezione non è fondata.
Nell'ordinanza di rimessione, il Tribunale ordinario di Lucca non solo riproduce ampi brani
di una risalente decisione di questa Corte (la sentenza n. 106 del 1962), richiamando le
argomentazioni ivi svolte sull'illegittimità costituzionale di leggi che estendano gli effetti erga

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omnes di contratti collettivi in contrasto con quanto previsto dall'art. 39 Cost., ma chiarisce
che l'art. 7, comma 4, del d.l. n. 248 del 2007, sarebbe costituzionalmente illegittimo, proprio
in quanto attribuirebbe efficacia erga omnes ai contratti collettivi di categoria, stipulati dalle
organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative, in assenza delle condizioni
prescritte dal predetto art. 39 Cost. Risultano, pertanto, individuate chiaramente, sebbene
sinteticamente, le ragioni che inducono il rimettente a dubitare della legittimità costituzionale
della norma censurata, alla stregua della decisione riportata (in questo senso, fra le altre,
sentenze n. 328 del 2011 e n. 234 del 2011).
5.- Nel merito, la questione non è fondata.
5.1.- La norma censurata si inserisce nel contesto normativo delineato dalla legge 3 aprile
2001, n. 142 (Revisione della legislazione in materia cooperativistica, con particolare
riferimento alla posizione del socio lavoratore). Con detta legge il legislatore ha portato a
compimento e sviluppato precedenti indirizzi, espressi a livello sia normativo sia
giurisprudenziale, volti ad estendere la tutela propria del lavoro subordinato ai soci lavoratori
delle cooperative. Tale norma ha previsto la prima disciplina unitaria ed organica che attiene
alla posizione del socio lavoratore di società cooperativa. Quest'ultimo, accanto al rapporto
mutualistico, che scaturisce dalla sua partecipazione allo scopo dell'impresa collettiva e che lo
rende titolare di poteri e di diritti nel concorrere alla formazione della volontà della società,
«stabilisce con la propria adesione o successivamente all'instaurazione del rapporto
associativo un ulteriore rapporto di lavoro, in forma subordinata o autonoma o in qualsiasi
altra forma» (art. 1, comma 3). Questa riforma ha riconosciuto al socio lavoratore di
cooperativa con rapporto di lavoro subordinato diritti individuali e collettivi previsti dalla
legge 20 maggio 1970, n. 300 (Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della
libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento) (art.
2). Essa ha stabilito che, «[f]ermo restando quanto previsto dall'articolo 36 della legge 20
maggio 1970, n. 300» che impone alle imprese titolari di benefici accordati dallo Stato ed agli
appaltatori di opere pubbliche di applicare o far applicare nei confronti dei lavoratori
dipendenti condizioni non inferiori a quelle risultanti dai contratti collettivi di lavoro della
categoria e della zona - «le società cooperative sono tenute a corrispondere al socio lavoratore
un trattamento economico complessivo proporzionato alla quantità e qualità del lavoro
prestato e comunque non inferiore ai minimi previsti, per prestazioni analoghe, dalla
contrattazione collettiva nazionale del settore o della categoria affine» (art. 3). Si è voluto così
confermare il criterio, seguito dalla giurisprudenza nell'applicazione dell'art. 36 Cost.,
secondo cui il giudice valuta la conformità della retribuzione ai parametri del medesimo
articolo, facendo riferimento ai CCNL applicabili alla categoria di appartenenza oppure ad
una categoria affine, per poi determinare la retribuzione secondo equità, ai sensi dell'art.
2099 del codice civile (fra le tante, Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenza 1° febbraio
2006, n. 2245), come, d'altronde, chiarito espressamente nella circolare del Ministero del
lavoro 17 giugno 2002, n. 34.
Nella stessa prospettiva si colloca l'art. 9, comma 1, lettera f), della legge 14 febbraio 2003, n.
30 (Delega al Governo in materia di occupazione e mercato del lavoro) che, nel modificare
l'art. 6, comma 2, della legge n. 142 del 2001, ha stabilito che il rinvio ai contratti collettivi
nazionali operi per il «solo trattamento economico minimo di cui all'articolo 3, comma 1»
della legge n. 142 del 2001. Con la circolare n. 10 del 18 marzo 2004, il Ministero del lavoro
ha precisato che, a seguito della citata modifica, «al socio lavoratore inquadrato con rapporto
di lavoro subordinato [deve] essere garantita una retribuzione non inferiore ai minimi

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contrattuali non solo per quanto riguarda la retribuzione di livello, [...] ma anche per quanto
riguarda le altre norme del contratto che preved[o]no voci retributive fisse, ovvero il numero
delle mensilità e gli scatti di anzianità, a fronte delle prestazioni orarie previste dagli stessi
contratti di lavoro».
5.2.- In questo quadro normativo si pone il censurato art. 7, comma 4, del d.l. n. 248 del
2007, che, come già ricordato, recita «[f]ino alla completa attuazione della normativa in
materia di socio lavoratore di società cooperative, in presenza di un pluralità di contratti
collettivi della medesima categoria, le società cooperative che svolgono attività ricomprese
nell'ambito di applicazione di quei contratti di categoria applicano ai propri soci lavoratori, ai
sensi dell'articolo 3, comma 1, della legge 3 aprile 2001, n. 142, i trattamenti economici
complessivi non inferiori a quelli dettati dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni
datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale nella
categoria». Tale previsione è stata adottata all'indomani del Protocollo d'intesa, sottoscritto il
10 ottobre 2007 da Ministero del lavoro, Ministero dello sviluppo economico, AGCI,
Confcooperative, Legacoop, CGIL, CISL, UIL, in cui il Governo assumeva l'impegno di avviare
«ogni idonea iniziativa amministrativa affinché le cooperative adottino trattamenti economici
complessivi del lavoro subordinato, previsti dall'articolo 3, comma 1, della legge 3 aprile
2001, n. 142, non inferiori a quelli previsti dal contratto collettivo nazionale di lavoro
sottoscritto dalle associazioni del movimento cooperativo e dalle organizzazioni sindacali per
ciascuna parte sociale comparativamente più rappresentative sul piano nazionale nel settore
di riferimento» (punto C). L'obiettivo condiviso dai firmatari del Protocollo è di contestare
l'applicazione di contratti collettivi sottoscritti da organizzazioni datoriali e sindacali di non
accertata rappresentatività, che prevedano trattamenti retributivi potenzialmente in
contrasto con la nozione di retribuzione sufficiente, di cui all'art. 36 Cost., secondo
l'interpretazione fornitane dalla giurisprudenza in collegamento con l'art. 2099 cod. civ.
Con l'entrata in vigore dell'art. 7, comma 4, del d.l. n. 248 del 2007 si è assistito a una intensa
attività ispettiva, promossa dal Ministero del lavoro, per ribadire che «in presenza di più
"contratti collettivi nazionali di lavoro nello stesso settore merceologico vanno applicati i
trattamenti economici previsti dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni datoriali e
sindacali comparativamente più rappresentative"», così come disposto dall'art. 7, comma 4,
del d.l. n. 248 del 2007, in relazione alle tipologie dei rapporti di lavoro instaurati alla luce del
regolamento interno ex art. 6, comma 1, lettera a), della legge n. 142 del 2001 (circolari del
Ministero del lavoro 9 novembre 2010 e 6 marzo 2012) ed in linea con specifici indici
sintomatici di rappresentatività sindacale, individuati nella circolare del Ministero del lavoro
1° giugno 2012.
La giurisprudenza di legittimità ha confermato tale impostazione e ha sostenuto che «in tema
di società cooperative [...] al socio lavoratore subordinato spetta la corresponsione di un
trattamento economico complessivo (ossia concernente la retribuzione base e le altre voci
retributive) comunque non inferiore ai minimi previsti, per prestazioni analoghe, dalla
contrattazione collettiva nazionale del settore o della categoria affine, la cui applicabilità,
quanto ai minimi contrattuali, non è condizionata dall'entrata in vigore del regolamento
previsto dall'art. 6, della legge n. 142 del 2001, che, destinato a disciplinare, essenzialmente,
le modalità di svolgimento delle prestazioni lavorative da parte dei soci e ad indicare le
norme, anche collettive, applicabili, non può contenere disposizioni derogatorie di minor
favore rispetto alle previsioni collettive di categoria» (Corte di cassazione, sezione lavoro,

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sentenza 4 agosto 2014, n. 17583; in senso analogo, Corte di cassazione, sezione lavoro,
sentenza 28 agosto 2013, n. 19832).
Anche questa Corte, chiamata di recente a pronunciarsi sulla medesima questione di
legittimità costituzionale oggi sollevata (peraltro dal medesimo giudice) nei confronti dell'art.
7, comma 4, del d.l. n. 248 del 2007, in riferimento all'art. 39 Cost., pur dichiarandola
inammissibile, in ragione dell'inconferenza della norma sottoposta a scrutinio circa il thema
decidendum demandato al giudice rimettente, precisava, con riguardo sia al predetto art. 7,
comma 4, sia al connesso art. 3, comma 1, della legge n. 142 del 2001, che «[l]a finalità,
perseguita da entrambe le norme, è quella di garantire l'estensione dei minimi di trattamento
economico (cosiddetto minimale retributivo) agli appartenenti ad una determinata categoria,
assicurando la parità di trattamento tra i datori di lavoro e tra i lavoratori» (sentenza n. 59 del
2013).
5.3.- Sulla base di quanto fin qui richiamato, risulta evidente che la censura sollevata dal
Tribunale ordinario di Lucca si fonda su un erroneo presupposto interpretativo.
Il censurato art. 7, comma 4, del d.l. n. 248 del 2007, congiuntamente all'art. 3 della legge n.
142 del 2001, lungi dall'assegnare ai predetti contratti collettivi, stipulati dalle organizzazioni
sindacali comparativamente più rappresentative, efficacia erga omnes, in contrasto con
quanto statuito dall'art. 39 Cost., mediante un recepimento normativo degli stessi, richiama i
predetti contratti, e più precisamente i trattamenti economici complessivi minimi ivi previsti,
quale parametro esterno di commisurazione, da parte del giudice, nel definire la
proporzionalità e la sufficienza del trattamento economico da corrispondere al socio
lavoratore, ai sensi dell'art. 36 Cost. Tale parametro è richiamato - e dunque deve essere
osservato - indipendentemente dal carattere provvisorio del medesimo art. 7, che fa
riferimento «alla completa attuazione della normativa in materia di socio lavoratore di società
cooperative». Nell'effettuare un rinvio alla fonte collettiva che, meglio di altre, recepisce
l'andamento delle dinamiche retributive nei settori in cui operano le società cooperative,
l'articolo censurato si propone di contrastare forme di competizione salariale al ribasso, in
linea con l'indirizzo giurisprudenziale che, da tempo, ritiene conforme ai requisiti della
proporzionalità e della sufficienza (art. 36 Cost.) la retribuzione concordata nei contratti
collettivi di lavoro firmati da associazioni comparativamente più rappresentative (fra le tante,
la sentenza già citata della Corte di cassazione n. 17583 del 2014).

PQM
per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 7, comma 4, del
decreto-legge 31 dicembre 2007, n. 248 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative
e disposizioni urgenti in materia finanziaria), convertito, con modificazioni, dall'art. 1, comma
1, della legge 28 febbraio 2008, n. 31, sollevata, in riferimento all'art. 39 della Costituzione,
dal Tribunale ordinario di Lucca, con l'ordinanza indicata in epigrafe.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l'11 marzo
2015.
DEPOSITATA IN SEGRETERIA IL 26 MAR. 2015.

Note

Utente: ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI - www.iusexplorer.it - 18.01.2018

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STAMPA

Archivio selezionato: Sentenze Cassazione civile

Autorità: Cassazione civile sez. lav.


Data: 04/08/2014
n. 17583
Classificazioni: Socio lavoratore

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE


SEZIONE LAVORO
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. STILE Paolo - Presidente -
Dott. VENUTI Pietro - rel. Consigliere -
Dott. BANDINI Gianfranco - Consigliere -
Dott. MAISANO Giulio - Consigliere -
Dott. D'ANTONIO Enrica - Consigliere -
ha pronunciato la seguente:
sentenza
sul ricorso 5063-2008 proposto da:
METRONOTTE 2000 SOCIETA' COOPERATIVA, in persona del legale
rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
ANTONIO GRAMSCI 22, presso lo studio dell'avvocato PICONE ALFONSO,
che la rappresenta e difende unitamente all'avvocato BONELLI CLAUDIO,
giusta delega in atti;
- ricorrente -
contro
G.G. C.F. (OMISSIS), già elettivamente
domiciliato in ROMA, VIA A. TOSCANI 95, presso lo studio
dell'avvocato VINCENZO DAVOLI, che lo rappresenta e difende
unitamente all'avvocato ROSSO MARIO, giusta delega in atti e da
ultimo domiciliato presso LA CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI
CASSAZIONE;
- controricorrente -
avverso la sentenza n. 838/2007 della CORTE D'APPELLO di TORINO,
depositata il 12/07/2007 R.G.N. 456/2006;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del
07/05/2014 dal Consigliere Dott. PIETRO VENUTI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.
SERVELLO Gianfranco che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
La Corte d'appello di Torino, con sentenza depositata il 12 luglio 2007, in riforma della
pronuncia di rigetto di primo grado, ha condannato la società cooperativa a r.l. Metronotte
2000 al pagamento a favore di G.G., socio della, cooperativa, della somma di Euro 15.995,44,

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con gli accessori di legge, a titolo di lavoro straordinario, lavoro domenicale e 14A mensilità
per l'attività di guardia giurata dal medesimo svolta dal 14 gennaio 2002 al 18 gennaio 2004
alle dipendenze della cooperativa.
Ha osservato, in sintesi, la Corte di merito, richiamando precedenti pronunce della stessa
Corte, aventi il medesimo oggetto, che la L. n. 142 del 2001, art. 3, assicura ai soci della
cooperativa non solo i minimi retributivi costituzionali (paga base, contingenza e
tredicesima), ma anche altre voci retributive previste dalla contrattazione collettiva nazionale,
quali la quattordicesima mensilità ed altri istituti contrattuali. Il legislatore ha, infatti, inteso
realizzare un graduale processo di parificazione del socio lavoratore al lavoratore
subordinato, in coerenza con lo spirito complessivo della L. n. 142 del 2001, che ha
esplicitamente indicato che il rapporto di lavoro subordinato si aggiunge e coesiste con quello
di carattere societario. Il tenore letterale dell'art. 3 esclude qualsiasi differimento della sua
efficacia precettiva e la disposizione della L. n. 142 del 2001, art. 6 - secondo cui le
cooperative, entro il 31 marzo 2005, avrebbero dovuto approvare nuovi regolamenti con
esplicito richiamo ai contratti collettivi per ciò che attiene ai soci lavoratori con rapporto di
lavoro subordinato - fa riferimento ad una contrattazione collettiva più estesa, comprendente
anche quella di livello locale od integrativo non compresa nella previsione di cui all'art. 3.
Il lavoratore, secondo la sentenza impugnata, ha pertanto diritto al trattamento economico
previsto dalla contrattazione collettiva nazionale per il socio lavoratore con rapporto di lavoro
subordinato.
Ricorre per cassazione avverso questa sentenza la società cooperativa sulla base di tre motivi.
Il Consorzio resiste con controricorso.
In prossimità dell'udienza di discussione è stata depositata dichiarazione a firma dei difensori
della società cooperativa, da cui risulta che questa è stata posta in liquidazione coatta
amministrativa.

Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE
1. Deve preliminarmente osservarsi che, nel giudizio di cassazione, dominato dall'impulso di
ufficio, non trova applicazione l'istituto dell'interruzione del processo per uno degli eventi
previsti dagli artt. 299 e segg. cod. proc. civ., sicchè il fallimento di una delle parti (o la
liquidazione coatta amministrativa) non ne determina l'interruzione (cfr. Cass. 10989/95;
Cass. 3697/99; Cass. sez. un. 14385/07; Cass. 12967/08; Cass. 22624/11; Cass. 8685/12).
2. Con il primo motivo, cui fa seguito il relativo quesito di diritto ex art. 366 bis cod. proc. civ.,
non più in, vigore ma applicabile ratione temporis, la ricorrente deduce la nullità della
sentenza impugnata ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4) per insanabile contrasto tra
motivazione e dispositivo.
Rileva che la Corte di merito, nel richiamare, a sostegno del decisum, la motivazione di una
sua precedente sentenza in cui era parte la stessa ricorrente, ha invertito "parti e termini della
questione", posto che la pronuncia richiamata "vedeva l'odierna ricorrente soccombere in
primo grado". Vi è quindi, ad avviso della Corte, un contrasto tra motivazione e dispositivo,
che incide sulla validità della sentenza impugnata.
3. Il motivo non è fondato.
La Corte di merito trascrive infatti, nelle parti salienti, una precedente pronuncia della stessa
Corte che, decidendo una fattispecie analoga alla presente, ha applicato gli stessi principi fatti
propri dalla sentenza impugnata.

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E' irrilevante che in quella pronuncia l'odierna ricorrente fosse stata soccombente in primo
grado (qui, in primo grado, era risultata vittoriosa), non integrando tale circostanza il dedotto
contrasto tra motivazione e dispositivo, dovendosi aver riguardo ai principi di diritto che,
applicati in quella fattispecie, sono stati richiamati dalla sentenza impugnata.
4. Con il secondo motivo la ricorrente, nel contestare i conteggi prodotti dal lavoratore,
ritenuti corretti dalla Corte di merito, deduce la nullità della sentenza impugnata per vizio di
motivazione in ordine al seguente fatto controverso e decisivo per il giudizio:
la sentenza impugnata non ha "argomentato la ragione per la quale al lavoratore debba essere
accreditata come effettivamente percepita la sola "paga base", piuttosto che quanto portato
dalle buste paga".
5. Con il terzo motivo la ricorrente denunzia violazione della legge n. 142 del 2001 e di altre
disposizioni di legge nonchè violazione della circolare n. 10/04 del Ministero del Lavoro e
delle Politiche Sociali e del Regolamento interno e dello statuto della cooperativa.
Dopo avere riproposto le medesime argomentazioni svolte in sede di appello, disattese dalla
sentenza impugnata, ribadendo che al lavoratore devono essere riconosciuti i soli minimi
retributivi costituzionali (paga base, contingenza e tredicesima mensilità) e non anche le voci
retributive tipiche contrattuali, come la quattordicesima mensilità, il lavoro straordinario e
quello svolto nei giorni festivi, la ricorrente pone i seguenti quesiti di diritto:
"E' corretto ritenere sia applicabile ai soci lavoratori di cooperativa il trattamento retribuivo
complessivo previsto dalla contrattazione collettiva, ovvero soltanto i minimi costituzionali da
essa previsti? E' corretto privare d'ogni rilevanza la volontà negoziale delle parti, che
pattuirono una sorta di patto di conglobamento, perequando ore di lavoro ordinario o
straordinario? E' legittimo un siffatto patto di conglobamento? E' corretto non fare riguardo
alcuno all'effettività del rapporto, così da determinare che tipo di rapporto si affianchi a
quello associativo? E' corretto far venire meno la tutela della funzione mutualistica,
facendone retroagire gli effetti, prescindendo dai piani industriali della cooperativa?".
6. I quesiti posti con il predetto terzo motivo - il cui esame deve precedere, sotto il profilo
logico-giuridico, quello del secondo motivo - sono inammissibili, ad eccezione del primo.
Questa Corte ha più volte affermato che il quesito di diritto di cui all'art. 366 bis c.p.c. deve
comprendere l'indicazione sia della regula iuris adottata nel provvedimento impugnato, sia
del diverso principio che il ricorrente assume corretto e che si sarebbe dovuto applicare in
sostituzione del primo, in modo da ribaltare la decisione impugnata (Cass. 28 maggio 2009 n.
12649; Cass. 19 febbraio 2009 n. 4044; Cass. Sez. Un. 30 settembre 2008 n. 24339).
Ciò vale a dire che la Corte di legittimità deve poter comprendere dalla lettura del solo
quesito, inteso come sintesi logico-giuridica della questione, l'errore di diritto asseritamente
compiuto dal giudice di merito e quale sia, secondo la prospettazione del ricorrente, la diversa
regola da applicare.
Il quesito di diritto deve inoltre essere specifico e risolutivo del punto della controversia,
dovendo escludersi che la disposizione di cui all'art. 366 bis c.p.c. debba essere interpretata
nel senso che il quesito e il momento di sintesi possano desumersi dalla formulazione del
motivo, atteso che una siffatta interpretazione si risolverebbe nella abrogazione tacita della
norma in questione (Cass. 23 gennaio 2012 n. 910; Cass. Sez. Un. 5 febbraio 2008 n. 2658;
Cass. Sez. Un. 26 marzo 2007 n. 7258).
L'inidonea formulazione del quesito di diritto equivale alla omessa formulazione, in quanto
nel dettare una prescrizione di ordine formale la norma incide anche sulla sostanza
dell'impugnazione, imponendo al ricorrente di chiarire con il quesito l'errore di diritto

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imputato alla sentenza impugnata in relazione alla concreta fattispecie (Cass. 7 aprile 2009 n.
8463; Cass. Sez. un. 30 ottobre 2008 n. 26020; Cass. Sez. un. 25 novembre 2008 n. 28054).
Nella fattispecie in esame, la ricorrente fa riferimento alla volontà negoziale delle parti, ad
"una sorta di patto di conglobamento" con riguardo al lavoro ordinario e straordinario, alla
effettività del rapporto, alla funzione mutualistica del rapporto, senza che tutto ciò risponda
alla funzione cui è preposta la norma di cui all'art. 366 bis c.p.c., non recando il quesito la
riassuntiva indicazione degli aspetti (di fatto) rilevanti, il modo in cui gli stessi sono stati
rispettivamente decisi, la diversa regola di diritto la cui applicazione avrebbe, condotto a
diversa soluzione.
6. Quanto al primo quesito (applicabilità ai soci lavoratori di cooperativa del trattamento
retributivo complessivo previsto dalla contrattazione collettiva, ovvero soltanto dei minimi
retributivi costituzionali), deve innanzitutto osservarsi che esso presenta profili di
inammissibilità, per non avere la ricorrente, in violazione del principio di autosufficienza del
ricorso per cassazione, riprodotto il testo integrale del Regolamento interno della cooperativa
nè indicato la sede processuale in cui esso risulta depositato (cfr. Cass. sez. un. 3 novembre
2011 n. 22726).
7. In ogni caso, nel merito, questa Corte ha dato recentemente risposta al quesito, affermando
il principio - cui questo Collegio intendere dare continuità - secondo cui, "in tema di società
cooperative, nel regime dettato dalla L. 3 aprile 2001, n. 142, al socio lavoratore subordinato
spetta la corresponsione di un trattamento economico complessivo (ossia concernente la
retribuzione base e le altre voci retributive) comunque non inferiore ai minimi previsti, per
prestazioni analoghe, dalla contrattazione collettiva nazionale del settore o della categoria
affine, la cui applicabilità, quanto ai minimi contrattuali, non è condizionata dall'entrata in
vigore del regolamento previsto dalla L. n. 142 del 2001, art. 6, che destinato a disciplinare,
essenzialmente, le modalità di svolgimento delle prestazioni lavorative da parte dei soci e ad
indicare le norme, anche collettive, applicabili, non può contenere disposizioni derogatorie di
minor favore rispetto alle previsioni collettive di categoria" (Cass. 28 agosto 2013 n. 19832).
In sintesi è stato ritenuto che il contratto collettivo nazionale è applicabile, anche prima
dell'entrata in vigore del Regolamento, ai soci delle cooperative e queste ultime sono,
pertanto, tenute a corrispondere un trattamento economico non inferiore ai minimi
contrattuali previsti da tale contratto, i quali vanno rispettati oltre che per i minimi retributivi
costituzionali, anche per le altre voci retributive contrattuali. Il regolamento non può
contenere disposizioni derogatorie di minor favore rispetto ai trattamenti retributivi previsti
dai contratti collettivi nazionali e la clausola eventualmente contenente disposizioni
peggiorative è nulla. Nè dal contesto delle disposizioni di cui alla L. n. 142 del 2001 emerge
che l'intento del legislatore sia stato quello di procrastinare l'applicazione del contratto
collettivo all'entrata in vigore del Regolamento, quanto piuttosto quello di, demandare a
quest'ultimo possibilità derogatorie, escluse, tuttavia, nei riguardi dei soci lavoratori
subordinati in relazione ai trattamenti retributivi previsti dai contratti collettivi nazionali del
settore di appartenenza o della categoria affine.
8. Il secondo motivo, con il quale vengono censurati i conteggi effettuati dal lavoratore e fatti
propri dalla sentenza impugnata, è inammissibile per violazione del principio di
autosufficienza del ricorso per cassazione.
Ed infatti la ricorrente, pur riportando taluni dati delle buste paga, non trascrive per intero le
stesse, non le produce unitamente al ricorso (cfr. art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4)) nè, tanto
meno, indica la sede processuale in cui sono prodotte.

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Al riguardo va richiamato il pacifico orientamento di questa Corte secondo cui "E ricorrente
che, in sede di legittimità, denunci il difetto di motivazione su un'istanza di ammissione di un
mezzo istruttorio o sulla valutazione di un documento o di risultanze probatorie o
processuali, ha l'onere di indicare specificamente le circostanze oggetto della prova o il
contenuto del documento trascurato od erroneamente interpretato dal giudice di merito,
provvedendo alla loro trascrizione, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo
della decisività dei fatti da provare e, quindi, delle prove stesse, che, per il principio
dell'autosufficienza del ricorso per cassazione, la S.C. deve essere in grado di compiere sulla
base delle deduzioni contenute nell'atto, alle cui lacune non è consentito sopperire con
indagini integrative" (Cass. Ord. n. 17915 del 30 luglio 2010; conformi, fra le più recenti, Cass.
n. 4201/10; Cass. 6023/09; Cass. 5043/09; Cass. 13085/07; Cass. 11460/07).
Sempre al riguardo, è stato altresì affermato che, pur essendo l'onere del ricorrente
soddisfatto, sulla base del principio di strumentalità delle forme processuali, quanto agli atti e
ai documenti contenuti nel fascicolo di parte, anche mediante la produzione del fascicolo nel
quale lessi siano contenuti, tuttavia resta ferma, in ogni caso, l'esigenza di specifica
indicazione degli atti, dei documenti e dei dati necessari al reperimento degli stessi (cfr. Cas.
Sez. Un. 3 novembre 2011 n. 22726; Cass. 16 marzo 2012 n. 4220; Cass. 9 aprile 2013 n.
8569).
9. Il ricorso, in conclusione, deve essere rigettato, con la conseguente condanna della
ricorrente al pagamenti delle spese del presente giudizio, liquidate come in dispositivo.

PQM
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente
giudizio, che liquida al favore del resistente in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 3.000,00 per
compensi professionali, oltre accessori di legge.
Così deciso in Roma, il 7 maggio 2014.
Depositato in Cancelleria il 4 agosto 2014

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STAMPA

Archivio selezionato: Sentenze Cassazione civile

Autorità: Cassazione civile sez. lav.


Data: 28/08/2013
n. 19832
Classificazioni: LAVORO SUBORDINATO (Contratto particolare) - In genere

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE


SEZIONE LAVORO
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. ROSELLI Federico - Presidente -
Dott. DE RENZIS Alessandro - Consigliere -
Dott. BRONZINI Giuseppe - Consigliere -
Dott. BERRINO Umberto - Consigliere -
Dott. ARIENZO Rosa - rel. Consigliere -
ha pronunciato la seguente:
sentenza
sul ricorso 27768-2010 proposto da:
COTECO SERVICE A R.L. (OMISSIS), in persona del legale
rappresentante pro tempore, già elettivamente domiciliata in ROMA
VIA CRISPI 10, presso lo studio dell'avvocato IANNELLI ARTURO, che la
rappresenta e difende unitamente all'avvocato VITALE ANDREA, giusta
delega in atti e da ultimo domiciliata presso la CANCELLERIA DELLA
CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE;
- ricorrente -
contro
P.G. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in
ROMA, VIA CASSIODORO 6, presso lo studio dell'avvocato BALDONI
GIANNA, che lo rappresenta e difende unitamente all'avvocato NICOLA
SALVATORE, giusta delega in atti;
- controricorrente -
avverso la sentenza n. 676/2010 della CORTE D'APPELLO di TORINO,
depositata il 22/07/2010 r.g.n. 49/2010;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del
27/06/2013 dal Consigliere Dott. ROSA ARIENZO;
udito l'Avvocato CIPRIANI FABIO per delega NICOLA SALVATORE;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.
SERVELLO Gianfranco, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con sentenza del 22.7.2010, la Corte di Appello di Torino respingeva il gravame proposto
dalla Co.Te.Co s.r.l. avverso la sentenza del Tribunale che aveva accolto il ricorso di P.G.,
riconoscendo il diritto del predetto al trattamento economico previsto dal CCNL Multiservizi,

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quale socio lavoratore alle dipendenze della società, con mansioni di addetto alla portineria
presso vari stabili adibiti ad uffici, sin dal gennaio 2002, a seguito dell'entrata in vigore della
L. n. 142 del 2001, e disposto la condanna della società al pagamento di Euro 29.959,08, a
titolo di differenze retributive, ed alla restituzione della quota sociale di Euro 516,46. La Corte
del merito rilevava che le modalità di svolgimento della prestazione lavorativa, anche prima
dell'esplicito riconoscimento da parte della cooperativa con lettera del 29.3.2005, erano tali
da denotare la natura subordinata del rapporto e che, con riguardo a quanto previsto dalla L.
n. 142 del 2001, art. 3, comma 1, la disposizione non era limitata ad assicurare i soli minimi
retributivi "costituzionali" (paga base, contingenza e tredicesima), ma ogni voce retributiva
contrattuale, come confermato dall'art. 6 stesso testo normativo, che prevedeva l'applicabilità
ai soci lavoratori di una contrattazione collettiva più estesa, comprendente anche quella di
livello locale od integrativo, non compresa nella previsione dell'art. 3. Il legislatore - secondo
il giudice del gravame - aveva, infatti, inteso realizzare un significativo avvicinamento nel
graduale processo inteso alla parificazione del socio lavoratore e quello del lavoratore
subordinato, in coerenza con lo spirito complessivo della L. n. 142 del 2001, che aveva
esplicitamente indicato che il rapporto di lavoro subordinato si aggiungeva e coesisteva con
quello di carattere societario. Il tenore letterale dell'art. 3 escludeva qualsiasi differimento
della sua efficacia precettiva e la disposizione dell'art. 6 faceva riferimento al momento
successivo alla L. n. 142 del 2001 in cui la cooperativa, con il regolamento, richiamando i
contratti collettivi relativi ai rapporti di lavoro subordinato, poteva prevedere l'applicabilità di
contrattazione ulteriore oltre quella nazionale. Riteneva che, pertanto, il lavoratore avesse
diritto al trattamento economico previsto per il socio lavoratore con rapporto di lavoro
subordinato, con riferimento ai minimi previsti per tutti gli istituti della contrattazione
nazionale di categoria. Con riguardo alla connotazione del lavoro come continuo o meno, la
Corte, valorizzando le mansioni del P. di addetto al servizio ricezione come unico addetto del
turno, rilevava come erano tollerate solo pause di due o tre minuti e che pertanto non poteva
ritenersi la discontinuità della prestazione espletata.
La Delib. assembleare 18 giugno 2005 e Delib. 29 aprile 2006 non erano, poi, secondo la
Corte di Torino, opponibili al P., in quanto non adottate in conformità a quanto previsto dalla
L. n. 142 del 2001, art. 6 ai fini della riduzione temporanea dei trattamenti economici
integrativi, non potendo peraltro ritenersi che fosse possibile derogare in peius al trattamento
economico complessivo se non riducendo i trattamenti economici ulteriori di cui all'art. 3,
comma 2, lett. b) a titolo di maggiorazione retribuiva o di ristorno o attraverso l'imposizione
di versamenti nelle casse della cooperativa, con la conseguenza che doveva ritenersi
illegittima la trattenuta forzosa delle quote di t.f.r. maturate, del 50% dei ratei di tredicesima
e quattordicesima mensilità, dei compensi per festività, indennità di malattia, la cui riduzione
non rientrava nelle possibilità di riduzioni stipendiali previste dall'art. 6 della legge citata. Sul
rilievo che non vi era stata contestazione specifica dell'analitico conteggio delle spettanze
rivendicate, riteneva che la richiesta di c.t.u. rispondesse a finalità meramente esplorative.
Infine, quanto alla restituzione della quota sociale, affermava la competenza del giudice del
lavoro e la insussistenza della denunciata extrapetizione.
Per la cassazione di tale decisione ricorre la società con cinque motivi. Resiste il P., con
controricorso.

Diritto
MOTIVI DELLA DECISIONE

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Va, preliminarmente, osservato che la parte ricorrente, dopo la rinunzia al mandato del
proprio difensore di cui aveva avuto tempestiva conoscenza, non ha ritenuto di nominare
nuovo legale per la partecipazione all'udienza di discussione e che pertanto non si configura
alcuna lesione dei suoi diritti di difesa.
Con il primo motivo, la società denunzia falsa applicazione della L. n. 142 del 2001, art. 3 per
essere la sentenza in violazione della L. n. 142 del 2001, art. 6, dell'art. 12 preleggi e dell'art.
45 Cost..
Assume che la CO.TE.CO, con regolamento approvato il 5.12.2004 ai sensi della L. n. 142, art.
6, nel dichiarare, all'art. 10 dello stesso, applicabile per i rapporti di lavoro subordinato - ed
esclusivamente per il trattamento economico minimo - il CCNL per il personale dipendente di
imprese esercenti servizi di pulizia e servizi integrati, ne demandava l'entrata in vigore al
1.1.05 e sostiene che proprio per disposizione dell'art. 6, l'art. 3 non poteva trovare
applicazione per il periodo antecedente al 1.1.2005, considerato che il rapporto intercorso
fino all'entrata in vigore del Regolamento doveva ritenersi di natura meramente associativa.
Richiama la circolare del Ministero del Lavoro che prevedeva che, in assenza di Regolamento,
il rapporto dovesse intendersi di natura subordinata. Secondo la ricorrente, unico significato
attribuibile al Regolamento - se non si vuole ritenere l'art. 6 inutile replica di quanto già
previsto dall'art. 3 - è che solo dalla sua entrata in vigore i soci lavoratori subordinati
avrebbero avuto diritto a percepire compensi non inferiori ai minimi retributivi previsti dal
CCNL di settore. Richiama, poi, il testo dello stesso art. 3, art. 2- bis, per desumerne la
correttezza della interpretazione fornita ed assume che, in base all'art. 12 preleggi, non possa
che attribuirsi tale significato alla norma, considerando anche che, in caso contrario, le
cooperative non avrebbero avuto il tempo di adeguarsi alle nuove previsioni, con notevole
aumento dei "costi interni" degli enti mutualistici. La forza espansiva dell'art. 36 Cost. era da
bilanciare con altro valore costituzionalmente protetto quale quello dell'art. 45 Cost., che
riconosce la funzione sociale della cooperazione e ne favorisce l'incremento, e
l'interpretazione fornita dalla Coteco è quella maggiormente conforme alla Costituzione.
Con il secondo motivo, lamenta violazione dell'art. 32 bis c.c.n.l.
servizi di pulizia, servizi integrati e multiservizi, errata valutazione delle risultanze probatorie
e conseguente errata individuazione del divisore mensile applicabile per calcolare la paga
oraria. Assume che la qualificazione del P. come lavoratore "continuo" non sia corretta: la
Coteco, con lettera del 29.3.2005, gli aveva comunicato la "conferma" della qualifica di socio
cooperatore reception a far data dal 1.1.2005, specificando per il futuro la tipologia di lavoro
subordinato e l'inquadramento al secondo livello contrattuale, con applicazione delle tabelle
retributive di cui al c.c.n.l. e con indicazione della durata del lavoro settimanale pari a 45 ore
prevista per i custodi e guardiani diurni e notturni agli ingressi carrabili, per cui la
retribuzione era stata calcolata secondo i parametri di un lavoratore discontinuo.
Per le mansioni di custodia e di semplice attesa doveva aversi riguardo a quanto stabilito dal
R.D. n. 692 del 1923 ed a quanto previsto dall'art. 1, comma 3, del c.c.n.l., ma, usufruendo il
P. di molteplici tempi intermedi di sosta, le attività svolte rientravano tra quelle previste
anche dal R.D. n. 2657 del 1923, che richiedono un lavoro discontinuo o di semplice attesa e
custodia, cui non è applicabile la limitazione di orario sancita dal R.D.L. n. 692 del 1923, art. 1
in 40 ore settimanali ed applicazione, quindi, dell'art. 32 bis c.c.n.l. Evidenzia l'illogicità delle
conclusioni della Corte anche alla stregua di quanto affermato dai testi sulla possibilità, per il
P., di effettuare a proprio piacimento alcune pause fisiologiche e non, con molteplici tempi

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intermedi di sosta, e la necessità di operare il calcolo dello straordinario a partire dalla 46 ora
settimanale, con applicazione del divisore mensile pari a 195.
Con il terzo motivo, la società cooperativa si duole della violazione e della falsa applicazione
della L. n. 142 del 2001, art. 6, comma 1 e dell'art. 2519 c.c., evidenziando l'opponibilità delle
Delib. assembleari non impugnate e rilevando che, pur disponendo la L. n. 142 del 2001, art.
6 che, all'interno della delibera di un piano di crisi aziendale possono esse adottate Delib. atte
a garantire forme economiche di apporto da parte dei soci lavoratori e che non può il
regolamento contenere disposizioni derogatorie sfavorevoli rispetto al trattamento retribuivo
minimo previsto dal c.c.n.l., ciò non vieta in alcun modo che la Cooperativa possa comunque
ritenersi libera di deliberare forme di apporto senza dichiarare lo stato di crisi. L'art. 2519 c.c.
dispone che alle cooperative si applicano le norme sulla società per azioni in quanto
compatibili e quindi la Delib. resa dall'assemblea con le prescritte maggioranze vincola tutti i
soci ancorchè non intervenuti o dissenzienti e le Delib. che hanno disposto la rinuncia
all'erogazione della carenza di malattia ed all'integrazione della malattia conto ditta ed alla
corresponsione di tutte le festività, nonchè la costituzione di un fondo in cui confluiva il 50%
di tredicesime e quattordicesima, sono assolutamente legittime.
Con il quarto motivo, la ricorrente deduce insufficiente motivazione circa la negata
ammissione della c.t.u. contabile sui conteggi prodotti dal P. e sostiene che la contestazione
sull'an renda irrilevante la mancata contestazione dei conteggi relativi al "quantum".
Infine, ascrive alla decisione impugnata la violazione e la falsa applicazione della L. n. 142 del
2001, art. 5, osservando, a sostegno della fondatezza dell'eccezione di incompetenza
funzionale, che l'accessorietà e la "vis attractiva" presupponga una consequenzialità logico-
giuridica tra la domanda principale di pagamento delle differenze retributive ai sensi del
c.c.n.l. di settore e quella accessoria di restituzione integrale della quota sociale, che nella
specie non può essere ritenuta sussistente.
Il ricorso è infondato.
Va, preliminarmente, rilevato che non risulta riprodotto il testo integrale del regolamento
della società cooperativa e che ne è omessa la produzione nei termini richiesti con riguardo al
giudizio di legittimità. Al riguardo è stato sancito che "in tema di giudizio per cassazione,
l'onere del ricorrente, di cui all'art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, così come modificato dal D.Lgs.
2 febbraio 2006, n. 40, art. 7, di produrre, a pena di improcedibilità del ricorso, "gli atti
processuali, i documenti, i contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda" è
soddisfatto, sulla base del principio di strumentalità delle forme processuali, quanto agli atti e
ai documenti contenuti nel fascicolo di parte, anche mediante la produzione del fascicolo nel
quale essi siano contenuti e, quanto agli atti e ai documenti contenuti nel fascicolo d'ufficio,
mediante il deposito della richiesta di trasmissione di detto fascicolo presentata alla
cancelleria del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata e restituita al richiedente
munita di visto ai sensi dell'art. 369 c.p.c., comma 3, ferma, in ogni caso, l'esigenza di
specifica indicazione, a pena di inammissibilità ex art. 366 c.p.c., n. 6, degli atti, dei
documenti e dei dati necessari al reperimento degli stessi" (cfr. Cass., sez. un., 3.11.2011 n.
22726).
Ciò comporta che l'onere possa ritenersi soddisfatto solo ove venga effettuata tale ultima
specifica indicazione, ed il principio è stato ribadito da ultimo da Cass. 9.4.2013 n. 8569,
secondo cui, ai fini del rituale adempimento dell'onere, imposto al ricorrente dall'art. 366
c.p.c., comma 1, n. 6, di indicare specificamente nel ricorso anche gli atti processuali su cui si
fonda e di trascriverli nella loro completezza con riferimento alle parti oggetto di doglianza, è

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necessario che, in ossequio al principio di autosufficienza, si provveda anche alla loro


individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla
documentazione, come pervenuta presso la Corte di cassazione, al fine di renderne possibile
l'esame. A ciò consegue che il mero richiamo di atti e documenti del giudizio di merito, dei
quali venga lamentata la mancata o erronea valutazione, non è sufficiente ove il ricorrente si
limiti, come nel caso esaminato, soltanto ad indicarli, senza riprodurli, neppure individuando
in quale sede processuale siano stati prodotti.
Il motivo va poi disatteso, perchè deve ritenersi conforme alla lettura della normativa di legge
ritenere che i minimi retributivi siano da intendere riferiti a quelli contrattuali anche prima
dell'entrata in vigore del Regolamento. La L. n. 142 del 2001, art. 3, comma 1, prevede che
"Fermo restando quanto previsto dalla L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 36, le società
cooperative sono tenute a corrispondere al socio lavoratore un trattamento economico
complessivo proporzionato alla quantità e qualità del lavoro prestato e comunque non
inferiore ai minimi previsti, per prestazioni analoghe, dalla contrattazione collettiva nazionale
del settore o della categoria affine, ovvero, per i rapporti di lavoro diversi da quello
subordinato, in assenza di contratti o accordi collettivi specifici, ai compensi medi in uso per
prestazioni analoghe rese in forma di lavoro autonomo".
L'art. 6 della legge citata dispone, poi, che "Entro nove mesi dalla data di entrata in vigore
della presente legge, le cooperative di cui all'art. 1 definiscono un regolamento, approvato
dall'assemblea, sulla tipologia dei rapporti che si intendono attuare, in forma alternativa, con
i soci lavoratori. Il regolamento deve essere depositato entro trenta giorni dall'approvazione
presso la Direzione provinciale del lavoro competente per territorio". Il regolamento deve
contenere in ogni caso, il richiamo ai contratti collettivi applicabili, per ciò che attiene ai soci
lavoratori con rapporto di lavoro subordinato. La società ricorrente sostiene che l'art. 6
sarebbe pleonastico ove si attribuisse all'art. 3 il significato indicato dalla Corte del merito e
che la diversa tesi propugnata sarebbe avvalorata sia dalla circolare n. 10 del 18.3.2004 del
Ministero del lavoro secondo la quale in mancanza di adozione di regolamento interno (da
adottare entro il termine del 31.12.2004) le società cooperative non possono inquadrare i
propri soci con rapporto diverso da quello subordinato, sia dalla L. n. 142 del 2001, art. 3,
comma 2 bis, che prevede per la cooperative della piccola pesca, la possibilità di derogare in
pejus al trattamento retributivo previsto dal c.c.n.l. di riferimento per i propri soci in base a
criteri e parametri stabiliti dal regolamento interno.
Ma il significato che vorrebbe trarsi dalle citate disposizioni non è affatto quello sostenuto
dalla CoTe.Co, posto che, diversamente da quanto dalla stessa sostenuto, sia la circolare che
la L. n. 142, art. 3, comma 2 bis prevedono proprio che una eventuale deroga sia consentita
solo attraverso il regolamento, con ciò confermando proprio il contrario, ossia che prima
dello stesso doveva aversi riguardo, per la regolamentazione dei rapporti dei soci lavoratori,
alla disciplina contrattuale, automaticamente applicabile con riferimento ai minimi
individuati dalla stessa.
Il CCNL è applicabile anche prima dell'entrata in vigore del Regolamento ai soci delle
cooperative e queste ultime sono, pertanto, tenute a corrispondere un trattamento economico
non inferiore i minimi contrattuali previsti dai CCNL del settore di appartenenza.
Per le altre parti del contratto trovano applicazione gli articoli che le cooperative hanno
dichiarato di applicare. Il minimo contrattuale va rispettato, quindi, oltre che per la
retribuzione, anche per le altre voci retributive (straordinario, festivo, ecc.).

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Le cooperative devono definire un regolamento interno, approvato dall'assemblea, sulla


tipologia dei rapporti di lavoro che intendono attuare, con i soci lavoratori. Il regolamento
deve contenere, essenzialmente, le modalità di svolgimento delle prestazioni lavorative da
parte dei soci, il richiamo ai contratti collettivi applicabili, per i rapporti di lavoro
subordinato, e il richiamo alle norme vigenti per i rapporti di lavoro di natura diversa. A
questo proposito, il regolamento non può contenere disposizioni derogatorie di minor favore
rispetto ai trattamenti retributivi previsti dai CCNL del settore di appartenenza o della
categoria affine e la clausola eventualmente contenente disposizioni peggiorative è nulla.
Infine, è prevista l'attribuzione all'assemblea dei soci della facoltà di deliberare, in caso di
necessità, piani di crisi aziendale, con possibilità di imporre, in tal caso, versamenti di denaro
nelle casse della cooperativa a titolo e di riduzione dei trattamenti economici integrativi.
Dal contesto delle disposizioni esaminate non emerge affatto che l'intento del legislatore sia
stato, come sostenuto dalla ricorrente, quello di procrastinare l'applicazione del contratto
collettivo all'entrata in vigore del regolamento, quanto piuttosto quello di demandare a
quest'ultimo possibilità derogatorie, escluse, tuttavia, nei riguardi dei soci lavoratori
subordinati in relazione ai trattamenti retributivi previsti dai c.c.n.l. del settore di
appartenenza o della categoria affine.
Anche il secondo motivo è destituito di fondamento. Oltre al rilievo che non risulta depositato
il c.c.n.l. e che valgono al riguardo le argomentazioni svolte in precedenza con riferimento alla
produzione documentale, deve osservarsi che le deposizioni rese dai testi escussi sono da
ritenersi correttamente interpretate in mancanza di rilievi adeguati atti a smentirne la portata
per vizi motivazionali non idoneamente indicati. E' stato, invero, reiteratamente osservato da
questa Corte che l'esame dei documenti esibiti e delle deposizioni dei testimoni, nonchè la
valutazione delle risultanze della prova testimoniale, il giudizio sull'attendibilità dei testi e
sulla credibilità di alcuni invece che di altri, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie,
di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto
riservati al giudice del merito, il quale, nel porre a fondamento della propria decisione una
fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le
ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a
confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi
e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili
con la decisione adottata (cfr, tra le altre, Cass. 21.7.2010 n. 17097, Cass. 15.4.2011 n. 8767,
Cass. 12362/2006).
Nella specie non risultano vizi logici e contraddizioni della sentenza impugnata tali da
inficiarne l'impianto motivazionale, posto che è stato conferito rilievo decisivo alla
circostanza, emersa dalla istruttoria, che erano tollerate solo pause fisiologiche e che ciò
deponeva nel senso della continuità della prestazione, con conseguente legittimità del
divisore applicato per il calcolo dello straordinario.
In ordine al terzo motivo di doglianza, deve ritenersi che, secondo la disciplina speciale
prevista dalla L. n. 142 del 2001, il socio lavoratore di cooperativa, nel momento della
sottoscrizione del contratto associativo, aderisce alle disposizioni stabilite dal regolamento
interno, tra le quali la possibilità per la società, in caso di crisi aziendale, di deliberare una
riduzione temporanea dei trattamenti economici integrativi (L. n. 142 del 2001, art. 6, comma
1, lett. d)) e di prevedere altresì forme di apporto anche economico da parte del socio
lavoratore al solo scopo di superare la difficoltà economica in cui versa l'impresa (L. n. 142 del
2001, art. 6, comma 1, lett. e)).

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Al riguardo va richiamata anche la disposizione contenuta nell'art. 6, comma 2, della Legge in


esame la quale, nello stabilire il principio generale dell'inderogabilità in pejus del trattamento
economico minimo di cui all'art. 3, comma 1, prevede esplicitamente alcune eccezioni, tra cui
proprio quelle conseguenti alla Delib. del "piano di crisi aziendale".
Queste due ipotesi, però, presuppongono in primo luogo l'esistenza di un regolamento della
cooperativa ai sensi della L. n. 142 del 2001, art. 6 e in secondo luogo la legittima Delib. da
parte dell'assemblea di un "piano di crisi aziendale" che disponga anche ai sensi ai sensi
dell'art. 6, comma 1, lett. d) ed e) della stessa legge. Questa Delib. ha dunque natura e
carattere di eccezionalità e si collega eziologicamente ad una oggettiva e riconoscibile
situazione di crisi.
Al riguardo, quindi, si ritiene che, al fine di evitare possibili abusi a danno dei soci lavoratori,
la Delib. del "piano di crisi aziendale" debba contenere elementi adeguati e sufficienti tali da
esplicitare:
- l'effettività dello stato di crisi aziendale che richiede gli interventi straordinari consentiti
dalla legge;
- la temporaneità dello stato di crisi e dei relativi interventi;
- uno stretto nesso di causalità tra lo stato di crisi aziendale e l'applicabilità ai soci lavoratori
degli interventi in esame.
La deroga in peius correttamente è stata ritenuta consentita solo nelle ipotesi espressamente
previste e non estensibili della Delib.
di crisi aziendale o di un piano di avviamento ai sensi della L. n. 142 del 2001, art. 6.
In relazione al quarto motivo, è sufficiente osservare, in conformità a quanto già affermato da
questa Corte che, nel rito del lavoro, il convenuto ha l'onere della specifica contestazione dei
conteggi elaborati dall'attore, ai sensi dell'art. 167 c.p.c., comma 1 e art. 416 c.p.c., comma 3, e
tale onere opera anche quando il convenuto contesti in radice la sussistenza del credito,
poichè la negazione del titolo degli emolumenti pretesi non implica necessariamente
l'affermazione dell'erroneità della quantificazione, mentre la contestazione dell'esattezza del
calcolo ha una sua funzione autonoma, sia pure subordinata, in relazione alle caratteristiche
generali del rito del lavoro, fondato su un sistema di preclusioni diretto a consentire all'attore
di conseguire rapidamente la pronuncia riguardo al bene della vita reclamato. Ne consegue
che la mancata o generica contestazione in primo grado rende i conteggi accertati in via
definitiva, vincolando in tal senso il giudice, e la contestazione successiva in grado di appello
è tardiva ed inammissibile (cfr. Cass. 18.2.2011 n. 4051, Cass. 19.1.2006 n. 945). Nè può
ritenersi che la c.t.u. nel caso in esame potesse supplire alla carenza di contestazione
evidenziata, atteso che la parte che denuncia la mancata ammissione della consulenza ha
l'onere di precisare, sotto il profilo causale, come l'espletamento del detto mezzo avrebbe
potuto influire sulla decisione impugnata, mentre al limite costituito dal divieto di compiere
indagini esplorative è consentito derogare unicamente quando l'accertamento di determinate
situazioni di fatto possa effettuarsi soltanto con l'ausilio di speciali cognizioni tecniche, non
potendo la stessa assumere una funzione meramente esplorativa (cfr., in tali termini, Cass.
6.6.2003 e, tra le altre, Cass. 14.2.2006 n. 3191, Cass. 18.4.2008 n. 10202, Cass., ord. sez. 6,
8.2.2011 n. 3130).
Infine, deve rilevarsi l'infondatezza anche del quinto motivo, osservandosi che tra la domanda
principale di pagamento di differenze retributive e quella accessoria di restituzione integrale
della quota sociale sussiste la consequenzialità logico-giuridica idonea ad attrarre la
competenza in relazione a quest'ultima nell'ambito di quella funzionale del giudice del lavoro.

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Alla stregua delle esposte considerazioni, il ricorso deve essere respinto.


Le spese di lite del presente giudizio seguono la soccombenza della società e si liquidano come
da dispositivo.

PQM
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la società al pagamento delle spese di lite del presente
giudizio, liquidate in Euro 100,00 per esborsi ed in Euro 3000,00 per compensi professionali,
oltre accessori come per legge.
Così deciso in Roma, il 27 giugno 2013.
Depositato in Cancelleria il 28 agosto 2013

Note

Utente: ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI - www.iusexplorer.it - 18.01.2018

© Copyright Giuffrè 2018. Tutti i diritti riservati. P.IVA 00829840156

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STAMPA

Archivio selezionato: Sentenze Consiglio di Stato

Autorità: Consiglio di Stato sez. III


Data: 16/03/2016
n. 1076
Classificazioni: APPROPRIAZIONE INDEBITA - Elemento psicologico

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Terza)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 6393 del 2015, proposto da:
Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per
l'Informazione e l'Editoria, Ministero dello Sviluppo Economico,
Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, rappresentati e
difesi per legge dall'Avvocatura Generale dello Stato, anche
domiciliataria in Roma, Via dei Portoghesi 12;
contro
Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti, rappresentato e
difeso dagli avv. Giovanni Crisostomo Sciacca, Piero D'Amelio, con
domicilio eletto presso Giovanni Crisostomo Sciacca in Roma, Via di
Porta Pinciana, 6 - anche ricorrente incidentale;
nei confronti di
Federazione Italiana Editori Giornali - FIEG, rappresentata e difesa
dall'avv. Marco Annecchino, con domicilio eletto presso Marco
Annecchino in Roma, Via Cassiodoro 1/A - ricorrente incidentale;
per la riforma
della sentenza del T.A.R. LAZIO - ROMA, SEZIONE I, n. 05054/2015,
resa tra le parti, concernente deliberazione della commissione per la
valutazione dell'equo compenso nel lavoro giornalistico istituita ai
sensi dell'art. 2 della l. n. 233/2012;
Visti il ricorso in appello, i ricorsi incidentali ed i relativi
allegati;
Visti l'atto di costituzione in giudizio di Consiglio Nazionale
dell'Ordine dei Giornalisti e della FIEG;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 11 febbraio 2016 il Cons.
Pierfrancesco Ungari e uditi per le parti gli avvocati Giovanni
Crisostomo Sciacca, Marco Annecchino e l'avvocato dello Stato Wally

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Ferrante;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

Fatto
FATTO e DIRITTO
1. Viene contestata la deliberazione in data 19 giugno 2014, con cui la Commissione
all'uopo istituita ai sensi dell'art. 2 della legge 233/2012, ha determinato l'equo compenso
nel lavoro giornalistico, istituito dall'art. 1 della legge.
2. E' utile precisare fin d'ora che, ai sensi dell'art. 1, citato, "per equo compenso si intende
la corresponsione di una remunerazione proporzionata alla quantità e alla qualità del
lavoro svolto, tenendo conto della natura, del contenuto e delle caratteristiche della
prestazione nonché della coerenza con i trattamenti previsti dalla contrattazione
collettiva nazionale di categoria in favore dei giornalisti titolari di un rapporto di
lavoro subordinato".
E che, ai sensi del successivo art. 2, comma 3, lettera a), alla Commissione è demandata
la definizione de "l'equo compenso dei giornalisti iscritti all'albo non titolari di rapporto
di lavoro subordinato (...) avuto riguardo alla natura e alle caratteristiche della
prestazione nonché in coerenza con i trattamenti previsti dalla contrattazione collettiva
nazionale di categoria a favore dei giornalisti titolari di un rapporto di lavoro
subordinato".
3. Il Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti ha impugnato il suddetto
provvedimento (approvato con il suo voto contrario) dinanzi al TAR del Lazio, che, con la
sentenza appellata (I, n. 5054/2015), ha ritenuto fondati due profili, concernenti:
(a) - l'ingiustificata restrizione ai lavoratori a progetto (in applicazione analogica del
d.lgs. 276/2003, come riformato dalla legge 92/2012) della platea dei destinatari, che
deve invece comprendere obbligatoriamente sia il lavoro autonomo libero professionale
che il lavoro autonomo coordinato e continuativo;
(b) - i parametri dell'equo compenso, in quanto non proporzionati alla quantità e qualità
del lavoro svolto, e del tutto insufficienti a garantire un'esistenza libera e dignitosa al
giornalista autonomo, dato che le tabelle approvate riconoscono e legittimano un sistema
di lavoro "a pezzo" o "a chiamata" che vede aumentare la forza contrattuale degli editori,
essendosi in realtà la Commissione limitata a fissare una sorta di "minimo garantito", che
non corrisponde all'equo compenso individuato dalla legge in relazione all'art. 36 Cost..
Il TAR, d'altra parte, nel disattendere altri profili di censura ha affermato che l'equo
compenso non può corrispondere alle tariffe dell'Ordine, e che i c.c.n.l. di settore
costituiscono solo un criterio di larga massima, sindacabile "in negativo" in caso di aperto
contrasto, ma non "in positivo" al fine di rivendicare una specifica "simmetria" fra
situazioni che restano diverse e quindi giuridicamente non comparabili.
Ha poi escluso che dalla difformità tra l'allegato della delibera impugnata ("Parametri per
la determinazione dell'equo compenso nel lavoro giornalistico") e quello
precedentemente approvato nel corso di una riunione dello stesso 19 giugno 2014 derivi
un vizio, dato che il secondo aveva valore istruttorio ed era passibile di revisione.

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Infine, affermando che la delibera va rinnovata complessivamente, non è entrato nel


merito delle altre censure concernenti le tabelle e gli scaglioni contenuti nel predetto
allegato.
4. La Presidenza del Consiglio dei ministri (cui la Commissione organizzativamente fa
capo, unitamente ai Ministeri del lavoro e dello sviluppo economico, i cui rappresentanti
fanno parte della Commissione, insieme a quelli del Consiglio Nazionale dell'Ordine dei
Giornalisti, delle organizzazioni sindacali dei giornalisti e dei datori di lavoro, e
dell'I.N.P.G.I.) ha appellato la sentenza, deducendo che:
(a) - la Commissione non ha indebitamento ristretto la platea dei destinatari, ma ha
individuato attraverso un'interpretazione evolutiva del dato testuale della norma, alla
luce del contesto di riferimento, le tipologie di rapporto di lavoro cui applicare l'equo
compenso; nel genus del lavoro non subordinato, infatti, rientrano tipologie eterogenee,
tra cui i rapporti di lavoro caratterizzati da una completa autonomia di svolgimento della
prestazione e dalla committenza - che non possono rientrare nell'ambito di applicazione
della legge 233/2012 e per i quali, ai sensi degli artt. 2222 ss., c.c., il compenso è rimesso
alla libera contrattazione delle parti e non si presta ad essere assoggettato a tariffe
minime vincolanti - e quelli che si collocano in un'area intermedia rispetto all'area del
lavoro subordinato, essendo caratterizzati dalla sostanziale dipendenza economica dal
committente anche se in formale assenza dei vincoli di dipendenza gerarchica e
funzionale (c.d. lavoro parasubordinato o economicamente dipendente) -ai quali invece si
applica l'equo compenso in questione;
(b) - il TAR si è limitato ad affermare apoditticamente la non conformità dei parametri
stabiliti dalla Commissione ai principi costituzionali, ma non ha indicato i criteri per
rideterminarli; in realtà, la previsione di trattamenti minimi inderogabili correlati a
ciascuna tipologia di prodotto editoriale e distinti per comparti di riferimento, e di
trattamenti variabili costituiti da maggiorazioni percentuali per la produzione di
contributivi informativi superiori alle misure standard, costituisce coerente applicazione
dell'art. 36 Cost.;
(c) - in ogni caso, la sentenza viola il principio di insindacabilità del merito
amministrativo, posto che la decisione della Commissione comprende anche valutazioni
di opportunità.
5. Il Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti ha notificato una memoria con
appello incidentale subordinato, riproponendo le censure non esaminate dal TAR e
ribadendo quelle disattese.
6. Anche la Federazione Italiana Editori di Giornali -F.I.E.G., ha proposto appello
incidentale, chiedendo l'integrale riforma della sentenza e sottolineando, in particolare,
che:
(a) - la legge 233/2012 si applica ai soli rapporti che pur non rivestendo la forma del
rapporto di lavoro dipendente ne abbiano la sostanza, posto che l'art. 36 Cost. si riferisce
soltanto al lavoro subordinato;
(b) - ritenere applicabile l'equo compenso anche ai giornalisti che operano come liberi
professionisti comporterebbe una reintroduzione dei minimi tariffari, viceversa espunti
dal sistema (ad opera degli artt. 2 del d.l. 223/2006, conv. in legge 248/2006, e 9 del d.l.
1/2012, conv. in legge 27/2012);

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(c) - la sentenza appellata ha una motivazione solo apparente, priva di corredo


argomentativo, in quanto dalle premesse individuate dal TAR non discendono le
conseguenze affermate; comunque, la proporzionalità rispetto alla quantità del lavoro
svolto è stata garantita, quella rispetto alla qualità anche (seppure in via generale ed
astratta, non essendo possibile costruire una casistica sterminata), mentre la sufficienza
della retribuzione non è contemplata dalla legge 233/2012.
7. Va anzitutto disattesa l'eccezione di tardività del ricorso introduttivo di primo grado
riproposta dalla F.I.E.G., sulla base del rilievo che si sarebbe dovuta impugnare
tempestivamente la delibera in data 29 gennaio 2014.
La lettura degli atti dimostra che, come affermato dal TAR, il 29 gennaio 2014 la
Commissione ha deliberato in via interlocutoria, invitando le parti sociali a condividere i
parametri, e riservandosi espressamente una approvazione successiva, che poi è
formalmente avvenuta nella seduta del 19 giugno 2014; non può pertanto assumere
rilievo la circostanza che nell'ultima seduta non siano state decise modifiche ai contenuti
o addirittura non siano state espresse ulteriori motivate valutazioni a supporto della
definitiva conferma di quelli riportati nella precedente delibera.
8. Passando al merito, il Collegio ritiene che la sentenza debba essere confermata, seppur
con le precisazioni appresso indicate.
8.1. Le parti e la sentenza appellata concordano nel ritenere che la delibera abbia
delimitato l'ambito dei destinatari dell'equo compenso ai soli collaboratori a progetto.
In effetti, nelle premesse della delibera 29 gennaio 2014, richiamata dalla delibera 14
giugno 2014, dapprima si precisa che, per i rapporti qualificabili come autonomi, l'equo
compenso deve intendersi riferito alle prestazioni che presentino, sul piano concreto,
carattere economicamente dipendente e non sporadico, e che la legge 92/2012 (c.d.
riforma Fornero) ha introdotto un generale riconoscimento dell'equo compenso per tutti
i lavoratori economicamente dipendenti, sia per quelli che svolgono prestazioni
"parasubordinate" in regime di lavoro autonomo sia per i collaboratori a progetto; ma
poi, dopo aver richiamato più volte l'art. 63 del d.lgs. 276/2003 (c.d. legge Biagi), come
modificato dalla legge 92/2012, che disciplina appunto il compenso corrisposto ai
collaboratori a progetto, si conclude nel senso che, "in mancanza di specifica disciplina
contrattuale, ai fini della definizione dell'equo compenso giornalistico possono ritenersi
applicabili, analogicamente, i principi e criteri generali di cui alla citata disciplina di
riforma del mercato del lavoro (legge n. 92 del 2012)".
Una simile limitazione non trova riscontro nella normativa. Basti considerare che, come
sottolinea il Consiglio dell'Ordine appellante principale (e sembrano riconoscere anche le
controparti), la disciplina in materia di contratto a progetto non si applica direttamente
al lavoro giornalistico, essendo escluse le professioni per le quali è necessaria l'iscrizione
ad un albo professionale (cfr. art. 61, comma 3, d.lgs. 276/2003, non modificato dall'art.
1, comma 27, della legge 92/2012, e confermato anche dall'impostazione del c.d. jobs act -
art. 2, comma 2, lettera b), d.lgs. 81/2015).
8.2. Ma il TAR, accogliendo la prospettazione del ricorrente, ha affermato non soltanto
l'illegittimità di detta limitazione, ma anche che non vi deve essere limitazione
nell'ambito del lavoro autonomo del settore.

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Il Collegio osserva che la legge 233/2012, rubricata "Equo compenso nel settore
giornalistico", nell'istituire l'equo compenso ha richiamato, sostanzialmente, quali
parametri per la sua determinazione, i principi di proporzionalità sanciti dall'art. 36
Cost., aggiungendo il richiamo alla necessaria "coerenza" del compenso con la disciplina
stabilita (per le retribuzioni dei giornalisti dipendenti) dalla contrattazione collettiva.
In tal modo, ha evidenziato la ratio di apprestare una disciplina retributiva per tutte le
forme di lavoro autonomo giornalistico, in quanto connotate da alcuni caratteri del
lavoro subordinato e pertanto meritevoli di tutele assimilabili a quelle ad esso assicurate.
In altri termini, ciò che la normativa in esame intende garantire è una tendenziale equità
retributiva tra chi è dipendente (ed è quindi retribuito sulla base dei criteri stabiliti
attraverso la contrattazione collettiva) e chi non lo è, e quindi resta sottoposto alla forza
contrattuale dell'editore, aspetto fondamentale che prescinde dall'organizzazione dello
svolgimento della prestazione lavorativa.
Pertanto, non sembra possibile modificare il dato testuale, che si riferisce
indistintamente a tutte le forme di lavoro non subordinato, attraverso il collegamento a
qualificazioni e discipline che non riguardano il settore giornalistico.
8.3. Data questa premessa, e quindi definito il collegamento con una posizione lavorativa
che non ha in sostanza i connotati libero-professionali, cade anche l'obiezione della
F.I.E.G., secondo la quale ritenere generalmente applicabili gli importi fissati a titolo di
equo compenso equivarrebbe a reintrodurre minimi tariffari; senza contare che
l'eliminazione di detti minimi (ad opera dell'art. 2 del d.l. 223/2006, conv. in legge
248/2006, e 9 del d.l. 1/2012, conv. in legge 27/2012) è precedente alla legge 233/2012, e
comunque è volta a stimolare la concorrenza in settori non liberalizzabili caratterizzati da
una committenza ampia e variegata, che non sussiste nel caso degli editori.
8.4. Quanto al contenuto dell'equo compenso, il Collegio osserva che il TAR ha
semplicemente sindacato la struttura dell'equo compenso adottata dalla Commissione
alla luce dei principi derivanti dall'art. 36 Cost. e sostanzialmente recepiti nella legge
233/2012 (il riferimento alla "sufficienza" della retribuzione non è esplicitato dagli artt. 1
e 2, sopra ricordati, ma può ritenersi recuperato dal riferimento alla "coerenza" che deve
essere assicurata rispetto alla contrattazione collettiva), giungendo a ritenere i parametri
non rispettosi di detti principi.
E' sufficiente considerare che, nel caso dei giornalisti dei quotidiani, a una maggior
quantità si collega una pesante riduzione proporzionale del corrispettivo (a fronte del
raddoppio, da 145 a 288, del numero di articoli, viene garantito un "trattamento
economico variabile" che garantisce un incremento pari a soltanto il 60% del
"trattamento economico minimo"), che la qualità del lavoro non risulta affatto
espressamente considerata, e che nello stesso appello, tra i trattamenti economici
minimi, viene portato ad esempio quello spettante al giornalista di quotidiani, al quale
viene garantito un importo lordo annuo di 3.000 euro per un minimo di 144 articoli di
almeno 1.600 battute (vale a dire, euro 20,33 ad articolo), senza che si dia minimamente
conto della coerenza di esso (e degli altri parametri) con la disciplina della contrattazione
di settore, per condividere la valutazione del TAR.
Per escludere che ciò comporti una inammissibile valutazione di merito, può ribadirsi che
le previsioni della contrattazione collettiva di settore, se, come correttamente affermato

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dal TAR, non possono ritenersi vincolanti in positivo, costituiscono pur sempre un
termine di raffronto che permette di sindacare un "aperto contrasto"; e che, quindi, per
giustificare la valutazione di illegittimità dei parametri, è sufficiente sottolineare che,
della loro "coerenza" con le previsioni che disciplinano il lavoro subordinato, la delibera
impugnata non ha dato adeguatamente conto.
Il Collegio ritiene di aggiungere che l'ulteriore affermazione del TAR, specificamente
critica del sistema di determinazione "a pezzo" o "a chiamata" e delle sue ricadute sulla
forza contrattuale delle parti, non aggiunge nulla al rilievo della non dimostrata coerenza
dei parametri rispetto ai principi normativi, sopra evidenziata. E, peraltro, non è
condivisibile, in quanto un computo dell'equo compenso basato sul numero degli articoli
(o pezzi o prestazioni, a seconda della tipologia di prodotto editoriale) non sembra di per
sé comportare una sorta di "cottimo", come lamentato dal Consiglio Nazionale, né risulta
contrario ai predetti principi, in quanto si tratta di un modo presuntivo di commisurare
una quantità di prestazione media mensile/annuale al correlato corrispettivo minimo
garantito (anche quest'ultimo, sembra al Collegio di poterlo precisare, ritenuto illegittimo
dal TAR non in sé, ma in quanto non rispondente ai principi costituzionali recepiti dalla
legge).
8.5. Le considerazioni esposte valgono a rigettare gli appelli delle Amministrazioni statali
e della F.I.E.G..
Ciò non comporta che debba ritenersi fondata la censura riproposta in appello dal
Consiglio dell'Ordine, volta ad ottenere una pronuncia che affermi anche, direttamente,
l'illegittimità dei trattamenti in quanto palesemente contrastanti con quelli previsti per i
giornalisti dipendenti, essendosi l'appellante limitato a postulare che trattamenti come
quelli stabiliti dalla Commissione non si avvicinano nemmeno a quelli garantiti, ad es., ai
giornalisti neo assunti o ai c.d. collaboratori fissi, ma senza precisare l'entità dei
compensi e senza comunque dimostrare l'equivalenza funzionale delle prestazioni
lavorative messe a confronto.
8.6. Restano da esaminare le censure riproposte dal Consiglio dell'Ordine - quella rivolta
alla omessa determinazione, relativamente ai periodici editi dalle imprese firmatarie del
contratto dell'Unione Stampa Periodica Italiana -U.S.P.I., del maggior compenso
spettante per prestazioni superiori al livello quantitativo minimo ivi previsto, viceversa
lasciato dalla delibera alla libera contrattazione delle parti; e quella incentrata sulla
accennata discordanza tra gli allegati approvati (soprattutto, quanto alla sopravvenuta
cancellazione del terzo scaglione, quello superiore a 288 articoli annui su quotidiano,
lasciato alla libera contrattazione).
Il Collegio osserva che dall'annullamento della delibera per i motivi ritenuti fondati dal
TAR e sopra confermati, tenuto conto della stretta interdipendenza che la
determinazione dell'equo compenso tra i diversi scaglioni e rispetto alle diverse tipologie
di prodotto editoriale è destinata ad assumere, discende come effetto conformativo una
rinnovazione delle valutazioni che investirà necessariamente ogni parte della delibera,
comprendendo quindi anche la valutazione sulla necessità e/o opportunità di
comprendere o meno nell'equo compenso anche il c.d. terzo scaglione, ed,
eventualmente, sull'entità dei relativi compensi, nonché di disciplinare le prestazioni
superiori al livello minimo nei periodici delle imprese firmatarie dei contratti U.S.P.I..

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Pertanto, ritiene di potersi esimere dall'approfondire dette censure (la prima delle quali
implica di risolvere la questione se U.S.P.I. debba ritenersi controinteressata al ricorso, e
la seconda presuppone una lacuna documentale e la discordanza tra il contenuto
esternato nella delibera e quello effettivamente deliberato), il cui esame richiederebbe
approfondimenti istruttori.
9. In conclusione, gli appelli principale ed incidentali devono essere respinti.
L'esito del giudizio e la complessità delle questioni affrontate giustificano la integrale
compensazione tra le parti delle spese del grado di giudizio.

Diritto

PQM
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza), definitivamente
pronunciando sugli appelli, come in epigrafe proposti, li respinge e conferma, con
motivazione parzialmente diversa, la sentenza appellata..
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 11 febbraio 2016 con l'intervento
dei magistrati:
Lanfranco Balucani, Presidente
Carlo Deodato, Consigliere
Lydia Ada Orsola Spiezia, Consigliere
Massimiliano Noccelli, Consigliere
Pierfrancesco Ungari, Consigliere, Estensore
DEPOSITATA IN SEGRETERIA IL 16 MAR. 2016.

Note

Utente: ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI - www.iusexplorer.it - 18.01.2018

© Copyright Giuffrè 2018. Tutti i diritti riservati. P.IVA 00829840156

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STAMPA

Archivio selezionato: Sentenze T.A.R.

Autorità: T.A.R. Roma sez. I


Data: 07/04/2015
n. 5054
Classificazioni: GIORNALE E GIORNALISTA - Contratto di lavoro giornalistico

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio
(Sezione Prima)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 11219 del 2014, integrato da
motivi aggiunti, proposto da:
Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti, rappresentato e
difeso dagli avv. Giovanni Crisostomo Sciacca, Piero D'Amelio, con
domicilio eletto presso Associati D'Amelio Sciacca in Roma, Via di
Porta Pinciana, 6;
contro
Presidenza del Consiglio dei Ministri - Commissione Valutazione Equo
Compenso Nel Lavoro Giornalistico, Presidenza del Consiglio dei
Ministri - Dipartimento Per L'Informazione e L'Editoria, Presidenza
del Consiglio dei Ministri, Ministero del Lavoro e delle Politiche
Sociali, Ministero dello Sviluppo Economico, rappresentati e difesi
per legge dall'Avvocatura Gen.Stato, domiciliata in Roma, Via dei
Portoghesi, 12;
nei confronti di
Federazione Italiana Editori Giornali Fieg, Federazione Nazionale
Stampa Italiana Fnsi, Istituto Nazionale di Previdenza dei
Giornalisti Italiani Giovanni Amendola Inpgi;
per l'annullamento
della deliberazione in data 19 giugno 2014 della Commissione per la
valutazione dell'equo compenso nel lavoro giornalistico istituita ai
sensi dell'art. 2 della L. n. 233/2012 per promuovere l'equità
retributiva dei giornalisti iscritti all'albo, titolari di un
rapporto di lavoro non subordinato in quotidiani e di periodici,
anche telematici, delle agenzie di stampa e delle emittenti
televisive;
Visti il ricorso, i motivi aggiunti e i relativi allegati;
Visti gli atti di costituzione in giudizio di Presidenza del
Consiglio dei Ministri - Commissione Valutazione Equo Compenso nel
Lavoro Giornalistico e di Presidenza del Consiglio dei Ministri -
Dipartimento Per L'Informazione e L'Editoria e di Presidenza del

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Consiglio dei Ministri e di Ministero del Lavoro e delle Politiche


Sociali e di Ministero dello Sviluppo Economico;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 28 gennaio 2015 il dott.
Raffaello Sestini e uditi per le parti i difensori come specificato
nel verbale;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

Fatto
FATTO e DIRITTO
1- Il Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti con il ricorso in epigrafe chiede
l'annullamento, previa adozione di idonee misure cautelari, della deliberazione in data 19
giugno 2014 della Commissione per la valutazione dell'equo compenso nel lavoro
giornalistico, istituita ai sensi dell'art. 2 della legge n. 233 del 2012, nonché di tutti gli atti ad
essa presupposti, connessi e consequenziali, ed in particolare della deliberazione in data 29
gennaio 2014 della medesima Commissione.
2 - Vengono dedotti i seguenti motivi di ricorso:
1) Violazione dell'articolo 1 della legge n. 233 del 2012 e dell'articolo 12 delle"preleggi" ed
eccesso di potere per illogicità e difetto di istruttoria, in quanto la Commissione avrebbe
illegittimamente circoscritto - rispetto alla portata della legge 233/2012 - l'ambito di
applicazione dei destinatari della normativa sull'equo compenso;
2) Violazione dell'articolo 36 della Costituzione e dell'art. 1, comma 2, della legge n. 233 del
2012, difetto di motivazione e contrasto tra premesse e conclusioni, poiché la deliberazione
impugnata introdurrebbe dei parametri dell'equo compenso non proporzionati alla quantità e
alla qualità del lavoro svolto;
3) Violazione dell'articolo 1 della legge n. 233 del 2012 ed eccesso di potere per illogicità,
contrasto tra premesse e conclusioni, difetto di istruttoria, poiché l'allegato della delibera
impugnata presenterebbe contenuti difformi rispetto a quelli della tabella approvata dalla
Commissione nel corso della riunione del 19 giugno 2014.
3 - Con motivi aggiunti di ricorso viene altresì contestata la non veritiera, erronea e illogica
ricostruzione dei fatti contenuta nella nota in data 5 agosto 2014 del Capo del Dipartimento
per l'Informazione e l'Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri in risposta alla
missiva del Consiglio dell'ordine dei Giornalisti in data 7 luglio 2014.
4 - l'Amministrazione intimata si è costituita in giudizio ed argomenta l'inammissibilità ed
infondatezza del ricorso. Alla camera di consiglio dell'8 ottobre 2014 la domanda cautelare è
stata rinviata al merito. A seguito della pubblica udienza del 28 gennaio 2015 il ricorso è stato
infine introitato dal Collegio per la decisione.
5 - la vicenda controversa origina dalla legge 31 dicembre 2012, n. 233, che ha introdotto nel
nostro ordinamento il c.d. equo compenso nel settore giornalistico, con la finalità di
promuovere, in attuazione dell'articolo 36, primo comma, della Costituzione, l'equità
retributiva dei giornalisti iscritti all'albo di cui alla legge n. 69 del 1963, titolari di un rapporto
di lavoro non subordinato nei quotidiani, periodici, anche telematici, nelle agenzie di stampa
e nelle emittenti radiotelevisive.
L'articolo 2 della citata legge ha previsto l'istituzione, presso il Dipartimento per
l'informazione e l'editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri, della "Commissione per

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la valutazione dell'equo compenso nel lavoro giornalistico", incaricata di procedere alla


determinazione dell'equo compenso. La Commissione, presieduta dal Sottosegretario di Stato
alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega per l'informazione, la comunicazione e
l'editoria e composta da un rappresentante del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali,
un rappresentante del Ministero dello Sviluppo economico, un rappresentante del Consiglio
nazionale dell'Ordine dei giornalisti, un rappresentante delle organizzazioni sindacali dei
giornalisti comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, un rappresentante
delle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei committenti comparativamente più
rappresentative sul piano nazionale, un rappresentante dell'Istituto nazionale di previdenza
dei giornalisti italiani, è stata formalmente istituita con D.P.C.M. del 17 giugno 2013, dovendo
(art. 2, comma 3) entro due mesi dal suo insediamento, valutate le prassi retributive dei
quotidiani e dei periodici, anche telematici, delle agenzie di stampa e delle emittenti
radiotelevisive, per definire l'equo compenso dei giornalisti iscritti all'albo non
titolari di rapporto di lavoro subordinato con quotidiani e con periodici, anche telematici, con
agenzie di stampa e con emittenti radiotelevisive, avuto riguardo alla natura e alle
caratteristiche della prestazione nonché in coerenza con i trattamenti previsti dalla
contrattazione collettiva nazionale di categoria in favore dei giornalisti titolari di un rapporto
di lavoro subordinato.
L'articolo 3 della legge prevede inoltre,, a partire dal 10 gennaio 2013, nell'ipotesi di mancata
iscrizione, per un periodo superiore a 6 mesi, nell'elenco dei quotidiani, dei periodici, delle
agenzie di stampa e delle emittenti radiotelevisive che garantiscono il rispetto di un equo
compenso, la decadenza dal contributo pubblico in favore dell'editoria e da eventuali altri
benefici pubblici, fino alla successiva iscrizione.
6 - L'Amministrazione eccepisce preliminarmente l'inammissibilità del ricorso per carenza di
interesse ad agire del Consiglio nazione dell'Ordine dei giornalisti, in quanto la delibera
impugnata determinerebbe solo i parametri (nella forma di trattamenti economici "minimi" e
di trattamenti economi "variabili") per la determinazione dell'"equo compenso" richiedendo,
per la sua effettiva operatività, l'adozione di successivi atti applicativi, e non sarebbe
immediatamente lesiva della sfera giuridica dei destinatari.
Pertanto non sussisterebbe in capo al ricorrente alcun interesse ad impugnare la
deliberazione della Commissione in quanto - stante la sua non immediata operatività - non vi
sarebbe alcuna lesione attuale, diretta e concreta nella sfera giuridica della categoria dei
giornalisti da esso rappresentata.
7 - Osserva peraltro il Collegio che la delibera impugnata ha natura ordinamentale e
vincolante per la determinazione dei compensi della generalità dei giornalisti privi di un
contratto di lavoro dipendente, e lede quindi in via immediata gli interessi del Consiglio
nazionale dell'Ordine dei giornalisti, sia quale unico componente della Commissione che ha
espresso voto contrario all'adozione della delibera, sia per il suo ruolo (confermato dalla
stessa Corte costituzionale con sentenza n. 111/1968) di salvaguardia, erga omnes e
nell'interesse della collettività, della dignità professionale e della libertà di informazione e di
critica dei propri iscritti, principi che si traducono, in primo luogo, nel non abdicare mai alla
libertà di informazione e di critica e nel non cedere a sollecitazioni che possano
comprometterla.
In particolare, la determinazione da parte della Commissione di un minimo retributivo

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determinato contra legem, se non addirittura mancante, appare immediatamente lesiva della
dignità professionale dei giornalisti privi di un contratto di lavoro dipendente, che espone al
rischio costante di non vedere riconosciuta la propria professionalità.
L'eccezione in esame deve pertanto essere respinta.
8 - Nel merito, con l'impugnata delibera la Commissione ha circoscritto l'ambito di
applicazione dei soggetti destinatari, ritenendo che, in mancanza di specifica disciplina
contrattuale, per la definizione dell'equo compenso giornalistico possano ritenersi applicabili,
analogicamente, i principi e i criteri generali di cui alla disciplina di riforma del mercato del
lavoro (legge "Fornero" n. 92 del 2012), ed ha quindi circoscritto i soggetti destinatari della
norma ai collaboratori a progetto di cui al D. Lgs. n. 276 del 2003, come riformato dalla L. n.
92 del 2012, con i voti favorevoli di sei dei sette componenti, ovvero con il voto contrario del
ricorrente Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti.
Inoltre, sono stati lasciati alla libera contrattazione l'articolazione dello scaglione superiore a
288 articoli , i trattamenti economici variabili dei Quotidiani e la determinazione dei
compensi per prestazioni superiori per estensione, complessità e ricerca giornalistica, rispetto
ai minimi previsti per i Periodici editi dalle imprese firmatarie del contratto USPI.
9 - Il Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti ha quindi proposto ricorso davanti a
questo Tribunale Amministrativo, deducendo censure che risultano in parte fondate.
10 - In particolare, risultano fondate le censure di violazione dell'art. 1 della legge n. 233 del
2012 e dell'art. 12 delle "preleggi" e di eccesso di potere sotto plurimi profili sintomatici in
relazione alla indebita restrizione del campo applicativo rispetto alla chiara indicazione della
legge ("giornalisti iscritti all'albo non titolari di rapporto di lavoro subordinato ...") , secondo
tutte le diverse fattispecie previste dall'art. 2222 e ss. cod. civ., nelle varie e possibili tipologie,
in accordo con l'interpretazione letterale della univoca norma nonché secondo la ratio legis,
in relazione al compito, demandato per legge alla Commissione, di definire "l'equo compenso
dei giornalisti iscritti all'albo non titolari di rapporto di lavoro subordinato", senza possibilità
di operare ulteriori distinzioni e/o classificazioni, ma comprendendovi obbligatoriamente sia
il lavoro autonomo libero professionale che il lavoro autonomo coordinato e continuativo.
11 - Al riguardo, non appare decisiva neppure l'obiezione della Presidenza del Consiglio, che
eccepisce l'inammissibilità del motivo, in quanto il riferimento all'ambito di applicazione
della normativa dell'equo compenso risulterebbe contenuto non già nella delibera della
Commissione del 19 giugno 2014, oggetto del ricorso, bensì nella precedente deliberazione
adottata il 29 gennaio 2014 con il voto favorevole di tutti i suoi componenti, tra i quali anche
quello dell'Ordine nazionale dei giornalisti.
Infatti, il 29 gennaio 2014 la Commissione ha deliberato interlocutoriamente "che la proposta
per la definizione dei parametri di cui al punto 1 sarà sottoposta alla valutazione e
approvazione da parte della Commissione", e solo nella successiva seduta del 19 giugno 2014
la Commissione ha
approvato in via definitiva "i parametri di determinazione dell'equo compenso contenuti nelle
proposte esaminate".
12 - Parzialmente fondata risulta anche la censura di violazione dell'art. 36 Cost. e dell'art. 1
della L. n. 233 del 2012, di contrasto tra premesse e conclusioni e di difetto di motivazione.
Infatti, secondo l'art. 1, Co. 1, della I. n. 233 del 2012 "In attuazione dell'articolo 36, primo
comma, della Costituzione, la presente legge è finalizzata a promuovere l'equità retributiva
dei giornalisti iscritti all'albo [...] titolari di un rapporto di lavoro non subordinato",
imponendo di valorizzare in sede attuativa il diritto ad una retribuzione 'proporzionata alla

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quantità e alla qualità' del lavoro del giornalista privo di contratto di lavoro subordinato,
mentre al contrario la delibera introduce parametri di 'equo compenso' non proporzionati alla
quantità e qualità del lavoro svolto, e del tutto insufficienti a garantire un'esistenza libera e
dignitosa al giornalista autonomo, in quanto le tabelle riconoscono e legittimano un sistema
di lavoro 'a pezzo' o 'a chiamata' che vede aumentare la forza contrattuale degli editori,
essendosi in realtà la Commissione limitata a fissare una sorta di "minimo
garantito", che peraltro non corrisponde all'equo compenso identificato dall'art. 1, Co. 1, della
legge n. 233 in attuazione dell'articolo 36. primo comma, della Costituzione, equo compenso
che tuttavia- ritiene necessario precisare il Collegio- neppure può corrispondere alle tariffe
del ricorrente ordine, che eliminerebbero ogni margine di contrattazione atto a valorizzare il
rapporto di proporzionalità fra quantità e qualità del lavoro specificamente svolto, in
contrasto con le indicate finalità della legge, ed in tal senso il motivo di ricorso in esame è solo
in parte fondato.
13 - Non risulta viceversa fondata la censura di violazione dell'art. 1, co. 2 e dell'art. 2, co. 3,
lett. a) della L. n. 233 del 2012, di contrasto tra premesse e conclusioni e di difetto di
motivazione, in quanto la previsione che il compenso dei giornalisti non titolari di un
rapporto di lavoro subordinato debba essere determinato anche "in coerenza" con i
trattamenti previsti dalla contrattazione collettiva nazionale di categoria in favore dei
giornalisti titolari di un rapporto di lavoro subordinato introduce, secondo l'interpretazione
della lettera e della ratio della legge operata dal Collegio, solo un criterio di larga massima,
sindacabile "in negativo" in caso di aperto contrasto ma non "in positivo" al fine di
rivendicare una specifica "simmetria" fra situazioni che restano diverse e quindi
giuridicamente non comparabili.
14 - Neppure può essere accolta la censura di violazione dell'art. 1 della L. n. 233 del 2012, di
eccesso di potere per illogicità, contrasto tra premesse e conclusioni, difetto di istruttoria,
relativamente all'affermata difformità dell'allegato dell'impugnata delibera del 19 giugno
2014 rispetto a quello in precedenza approvato, trattandosi di lavori istruttori destinati ad
ulteriore revisione nel corso dei lavori della Commissione.
15 - In ogni caso, il Collegio ritiene da potersi astenere dall'ulteriore esame delle connesse
censure riguardanti le tabelle allegate alla delibera ed il relativi scaglioni, in quanto
l'accoglimento delle pregresse censure nei termini e nei limiti sopra indicati comporta
comunque l'annullamento dell'intera delibera impugnata -che costituisce sotto tale profilo un
insieme unitario- con il conseguente obbligo per la Commissione di procedere ad una sua
tempestiva riapprovazione in senso conforme alla presente sentenza.
16 - Conclusivamente, il ricorso deve essere accolto nei sensi sopraindicati. La complessità
delle questioni giustifica tuttavia la compensazione delle spese di giudizio fra le parti.

Diritto

PQM
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Prima)
definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie in parte ai
sensi e nei limiti di cui in motivazione e, per l'effetto, annulla la delibera impugnata.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

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Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 28 gennaio 2015 con l'intervento dei
magistrati:
Luigi Tosti, Presidente
Giulia Ferrari, Consigliere
Raffaello Sestini, Consigliere, Estensore
DEPOSITATA IN SEGRETERIA IL 07 APR. 2015.

Note

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