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RIVISTA ITALIANA DI DIRITTO E PROCEDURA PENALE

ISSNS0557-1391
AnnoSLIXSFasc.S3S-S2016

FrancoSDellaSCasa

LA DETENZIONE SPECIALE
NORVEGESE “AL SETACCIO”
DELL’ART. 3 CEDU.
LA CORTE DI OSLO APRE ALLE
DOGLIANZE DEL CONDANNATO
BREIVIK

Estratto

MilanoS•SGiuffrèSEditore
NOTE DI DIRITTO STRANIERO
E COMPARATO

LA DETENZIONE SPECIALE NORVEGESE “AL SETACCIO”


DELL’ART. 3 CEDU. LA CORTE DI OSLO APRE ALLE DOGLIANZE
DEL CONDANNATO BREIVIK

Abstract
L’A. analizza la decisione della Corte distrettuale di Oslo, in cui si è dichiarato che
il terrorista Breivik, condannato il 24 agosto 2012 per l’uccisione di circa 80
persone, è stato sottoposto ad una detenzione non conforme alle direttive dell’art.
3 CEDU. Viene condivisa l’opinione della Corte norvegese che ha accolto il ricorso
di Breivik, basandosi non solo sulla lunga durata dell’isolamento, ma anche sulla
mancata predisposizione di misure idonee a controbilanciarne gli effetti e sull’im-
possibilità di sottoporre le determinazioni dell’amministrazione penitenziaria in
tema di isolamento e di assegnazione ad una sezione ad altissimo indice di sicurezza
al controllo di un giudice.

The Norwegian High Security Detention examined in the Light of Article 3


ECHR. The Oslo Court upholds the Claim lodged
by Convict Breivik

Abstract

The Author analyses the verdict of the District Court of Oslo, in which it has been
stated that Breivik, the terrorist who was condemned on the 24 of August 2012 for
the murder of about 80 people, has been subjected to the violation of article 3
ECHR during his imprisonment. The Author agrees with the Norwegian Court
which upheld Breivik’s claim on the basis of the long duration of solitary confine-
ment, the lacking of compensating measures and the impossibility of subjecting the
decisions of the penitentiary administration regarding the placing of the inmate
into a high security and solitary confinement section to the review of an indepen-
dent judicial authority.

SOMMARIO: 1. L’alto livello del sistema penitenziario norvegese. — 2. Segue: le sue imperfe-
zioni. — 3. La pericolosità di Breivik quale presupposto per la sua “differenziazione” e
per la sottoposizione ad isolamento. — 4. I rimedi a disposizione del detenuto isolato e
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assegnato ad una sezione speciale (S.H.S.) — 5. La pronuncia della Corte distrettuale di


Oslo: un primo inquadramento. — 6. La verifica circa l’inumanità della detenzione di
Breivik alla luce della giurisprudenza della Corte EDU. — 7. I caposaldi della decisione
che ha ritenuto violato l’art. 3 CEDU. — 8. Considerazioni conclusive (in attesa della
della pronuncia del giudice di appello).

1. L’alto livello del sistema penitenziario norvegese. — Non è solo per


l’enorme atrocità dei fatti commessi che Anders Behring Breivik riesce a fare
parlare ripetutamente di sé, ma anche per le assai poco scontate — quanto meno
per i non addetti ai lavori — decisioni che i giudici norvegesi hanno emesso nei suoi
confronti. Ciò è accaduto una prima volta quando, il 24 agosto del 2012, la Corte
distrettuale di Oslo ha dichiarato la sua responsabilità per l’uccisione di 77 persone
e per il ferimento di altre 242 in seguito alle azioni terroristiche poste in essere il 22
luglio 2011: prima nel centro di Oslo e, successivamente, nell’isola di Utøia, dove
i giovani del Partito laburista avevano organizzato un campo estivo.
Accertato, in seguito all’espletamento di due contrastanti perizie psichiatri-
che (1), che l’imputato era capace di intendere e di volere al momento dei fatti, la
Corte distrettuale di Oslo, in composizione collegiale (2), nel deliberare la sanzione,
ha applicato i §§ 39-c ss. Lov om straff (in seguito “c.p. norv.”), relativi al forvaring:
si tratta, nella sostanza, di una misura di sicurezza detentiva, la cui irrogazione
riposa sul presupposto che, a prescindere dalla sua durata, la pena carceraria
risulterebbe insufficiente a « proteggere la società » (§ 39-c co. 1º c.p.norv.). Nel
quantificare la sanzione, i giudici si sono uniformati ai tetti massimi stabiliti dal
codice penale, il quale prevede, da un lato, che il periodo minimo non sia superiore
a 10 anni (3) e, dall’altro, che quello massimo non superi i ventuno anni (§ 39 e,
commi 1º e 2º c.p. norv.): fermo restando che, in piena sintonia con il collaudato
clichè delle misure di sicurezza, anche il forvaring può essere prorogato all’infinito
— sia pure per un periodo non superiore ogni volta a cinque anni — qualora si
ritengano insussistenti gli elementi idonei a modificare la prognosi di pericolosità
che sta alla base della sua irrogazione. Bisogna aggiungere però che una gran parte
dei mezzi di informazione ha presentato la condanna in termini diversi, inducendo

(1) In una prima relazione peritale consegnata il 28 novembre 2011, due psichiatri sono pervenuti
alla conclusione che l’imputato, al momento dei fatti, era affetto da una psicosi; in base ad una seconda
perizia, consegnata il 10 aprile 2012, altri due psichiatri hanno, invece, diagnosticato che Breivik soffriva
di un disturbo della personalità di tipo narcisistico e dissociativo: per questi ed altri particolari sulla salute
mentale dell’imputato, riconosciuto dalla Corte capace di intendere e di volere, v. i paragrafi 6.2/6.8 della
sentenza di condanna emessa dalla Corte distrettuale di Oslo il 24 agosto 2012 (per la traduzione in lingua
inglese di tale provvedimento, cfr. lovdata.no/static/file/834/toslo-2011-188627-24e.pdf).
(2) Il collegio della Corte distrettuale di Oslo che ha giudicato Anders Behring Breivik per i gravi
fatti a lui addebitati era composto da due giudici “togati” e tre giudici popolari. Uno dei tre giudici popolari
(Thomas Indrebö) è stato dichiarato incompatibile, e, quindi, sostituito, perché il giorno dopo la carneficina
aveva scritto in un forum on line che Breivik meritava la pena di morte.
(3) In base al § 39 f c.p.norv., una volta trascorso il periodo minimo, il condannato può chiedere
la concessione del probation: se la Corte distrettuale accoglie la richiesta, stabilisce la durata della messa
alla prova per un periodo non inferiore a un anno e non superiore a cinque; cfr., sul punto, UGELVIK, Prison
as welfare institutions? Punishment and the nordic model, in Handbook on prison, a cura di Jewkes-
Crewe-Bennet, 2nd ed., Oxford, 2016, p. 392.
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a ritenere che i ventuno anni di privazione della libertà fossero un limite invalica-
bile (4).
Uno scalpore ancora più accentuato è quello suscitato da una seconda e più
recente decisione assunta in sede civile dalla Corte distrettuale di Oslo in compo-
sizione monocratica (5): quest’ultima, in esito ad un giudizio promosso da Breivik
sul presupposto di un’eccessiva severità delle condizioni detentive, ha ritenuto di
dovere aderire alla tesi, sostenuta dal ricorrente, di una violazione dell’art. 3
CEDU (6): con conseguente condanna dello Stato a versare al detenuto, a titolo di
integrale copertura delle spese processuali, la somma di 330.937,50 corone norve-
gesi, corrispondenti a circa 35.721 E (7).
A venire in rilievo è, pertanto, una tipica questione di diritto penitenziario,
strettamente correlata all’art. 3 CEDU, vale a dire alla disposizione che — seppure
non riguardante esclusivamente le persone ristrette in carcere — proprio con
riferimento ad una varietà di situazioni da queste ultime illegittimamente subite
trova il suo settore privilegiato di applicazione. Tenuto conto che tale questione è
sorta in un sistema sensibilmente diverso dal nostro, può essere opportuno indu-
giare brevemente su talune coordinate fondamentali dell’apparato penitenziario
norvegese e sulla relativa regolamentazione.
Per quanto concerne i dati di sistema, il riferimento a taluni indicatori statistici
— i più recenti sono relativi al 2014 — può costituire un buon punto di partenza:
premesso che i residenti erano complessivamente 5.147.792 (8), si trovavano
ristrette in carcere 4.103 persone, suddivisibili nelle seguenti categorie: 25%
imputati, 72% condannati ad una pena detentiva, 1% condannati ad una pena
pecuniaria non pagata (e, quindi, convertita), 2% sottoposti al forvaring, misura di
sicurezza che si è già avuto occasione di menzionare (9). Per apprezzarne meglio il
significato, è indispensabile contestualizzare questi numeri, aggiungendo che:
a) in tutto il Paese sono in funzione 43 istituti per un totale di circa 3.900

(4) Così, tra gli altri, LEWIS-LYALL, Norway mass killer gets the maximum: 21 yars, in New York
Times (on line), 24 agosto 2012, dove, partendo da una premessa errata, si afferma che il condannato
sconterà, per ciascuna delle sue vittime, una pena inferiore a quattro mesi; MICALESSIN, A Breivik solo 21
anni. In una cella extralusso, in Il Giornale (on line), 25 agosto 2012; anche laddove non c’è stata una
distorsione dei contenuti della condanna, non si è mancato di sottolineare il dissenso internazionale nei
confronti di una sanzione ritenuta troppo mite: cfr. KISIĆ-KING, Toward a more lenient law: trends in
sentencing from the european Court of human rights¸ in Human Rights Brief, 2014, f. 2, p.13. In un’ottica
opposta, v. DE GRAAF-VAN DER HEIDE-WEGGEMANS, The Anders Behring Breivik trial: performing justice,
defending democracy, in ICCT, Research Paper, June 2013.
(5) Cfr. Oslo District Court 20 aprile 2016: per la traduzione in italiano di tale pronuncia, cfr. Dir.
pen. cont., 20 ottobre 2016, allegato.
(6) Non sono state invece accolte le censure di Breivik concernenti l’art. 8 CEDU. La Corte di Oslo
ha, infatti, ritenuto che, con riferimento ai colloqui, alle telefonate e alla corrispondenza epistolare, le
limitazioni disposte dall’amministrazione penitenziaria fossero giustificatamente circoscritte, essendo stati
vietati soltanto quei rapporti col mondo esterno che avrebbero messo Breivik in contatto con persone a lui
ideologicamente affini, concretizzando il rischio della commissione di ulteriori reati.
(7) In senso critico, cfr. DEARDEN, Anders Breivik: right-wing extremist who killed 77 people in
Norway massacre wins part of human rights case, in The Indipendent (on line), 20 aprile 2016; MICALESSIN,
L’incredibile Norvegia dà ragione a Breivik: isolarlo è disumano, in Il Giornale (on line), 21 aprile 2016;
per una presa di posizione favorevole alla decisione del giudice di Oslo, v. però DE CATALDO, Breivik: se
l’assassino diventa una vittima, in La Repubblica, 21 aprile 2016, p. 31.
(8) Cfr. www.indexmundi.com/it/norvegia/popolazione_profilo.html
(9) Per i dati relativi alla popolazione detenuta e alla sua composizione, cfr. https://www.ssb.no/
en/fengsling.
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celle (10), un terzo delle quali ubicate in carceri “a custodia attenuata” (le c.d.
prigioni aperte) (11). Fatta eccezione per il carcere di Oslo, che contiene 392 celle,
tutti gli altri istituti sono di dimensioni alquanto contenute, tant’è che la media
nazionale è di 70 celle per struttura (12). È una scelta nient’affatto casuale, in
quanto, come viene sottolineato da molti commentatori (13), le contenute dimen-
sioni degli istituti di pena sono considerate una condizione essenziale per l’instau-
razione di buoni rapporti tra detenuti e prison officers e, quindi, per una favorevole
concretizzazione del progetto rieducativo (14). Alle origini di tale scelta si colloca
tuttavia anche un fattore squisitamente locale, vale a dire la scarsa densità della
popolazione norvegese, da considerare unitamente all’ampiezza del territorio che si
estende per circa 325.000 Km.q.;
b) oltre alle ridotte dimensioni degli istituti di pena, un’altra peculiarità del
sistema penitenziario norvegese è costituita dall’alta professionalità dei prison
officers (15), la cui formazione avviene mediante corsi biennali di livello universi-
tario (16), nei quali si insegnano psicologia, criminologia, diritto (con una parti-
colare attenzione al settore dei diritti dell’uomo) ed etica. Una delle ragioni più
importanti che sta alla base di questa scelta così impegnativa è quella di potere fare
affidamento su custodi più preparati e consapevoli, quale premessa indispensabile
per la creazione di un clima meno carico di tensioni all’interno del carcere (17).
Risulta coerente con questo obiettivo, la figura del contact-officer, grazie alla cui
creazione è possibile affidare a ciascun prison officer un piccolo gruppo di detenuti
per i quali il medesimo costituisce il primo punto di riferimento, in particolare per
quanto concerne l’attivazione di servizi che operano all’esterno del carcere (18).
c) per quanto concerne — in un’ottica di più stretta aderenza alla decisione che
si sta commentando — il “primo comandamento” concernente la fase di esecuzione
della pena, esso trova un autorevole riconoscimento nel § 93 della Costituzione
norvegese, il quale, subito dopo la messa al bando della pena di morte, proclama
che « nessun individuo può essere sottoposto a tortura, né ad altri trattamenti
inumani o degradanti ». Si pone in consonanza con questa regola, rendendola
concretamente operativa, e la travalica, in quanto garantisce il riconoscimento di

(10) Per queste indicazioni, cfr. About the norwegian correctional service, in www.kriminalom-
sorgen.no/index.php?cat=265199.
(11) Cfr. SHAMMAS, A prison without walls, in Prison service journal, 2015, n. 217, p. 3.
(12) V. ancora About the norwegian, cit.
(13) Cfr., in particolare, JOHNSEN-GRANHEIM-HELGESEN, Exceptional prison conditions and the qua-
lity of prison life: prison size and prison culture in norwegian closed prisons, in European Journal of
Criminology, 2011, p. 527.
(14) Cfr. UGELVIK, Prison as welfare institutions?, cit., p.391.
(15) Per una conferma, cfr. BRUHN-NYLANDER, Professionalization of prison officers in Sweden and
Norway: two routes, two different goals?, in pascal.iseg.utl.pt/~socius/interim/?download=bruhn-nylan-
der-prison.pdf. Relativamente all’informazione che lo staff del prison service ammonta a 3.600 persone, e
che i prison officers, il 60% dei quali è di sesso maschile, sono disarmati, cfr. About the norwegian, cit.
(16) Come si ricava da BRUHN-NYLANDER, Professionalization of prison officers, cit., p. 6, la
formazione è affidata al Kriminalsorgensutdanningssenter (Correctional service of Norway staff academy).
(17) Per l’indiscutibile affermazione secondo cui le relazioni tra custodi e custoditi costituiscono
« the heart of any prison », CREWE, Soft power in prison: implications for staff-prisoner relationships, liberty
and legitimacy, in European Journal of Criminology, 2011, p. 455.
(18) Per maggiori dettagli, cfr. MILAND-LUNDEBERG-GLOPPEN, Penal hybridization: staff-prisoner
relationships in a norwegian drug rehabilitation unit, in AASEN-GLOPPEN-MAGNUSSEN-NILSSEN, Juridification
and social citizenships in the welfare state, 2014, Cheltenham-Northampton, 184 ss.; v. altresì C. FREDIANI,
In Norvegia guardie-tutor per ognuno dei carcerati, in Il secolo XIX, 18 settembre 2016, p. 11.
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altri non meno importanti diritti dell’uomo, la l. 21 maggio 1999, n. 30 (19), con
la quale non ci si è limitati ad incorporare nel diritto norvegese la Convenzione del
1950, ma si è stabilito altresì (section 3) che le disposizioni in essa contenute
devono prevalere, in caso di contrasto, sulla normativa nazionale. Proprio per
questo si è osservato che le regole contenute nella Convenzione europea sono
diventate di rango « semi-costituzionale » (20): infatti, pur non ponendosi allo
stesso livello della Legge fondamentale, vengono a risultare sovraordinate rispetto
a tutte le altre fonti di diritto interno (21). Naturalmente quando si parla di precetti
dettati dalla Convenzione europea ci si riferisce, in particolar modo, al “diritto
vivente”, cioè all’elaborazione di tali precetti risultante dalla giurisprudenza della
Corte di Strasburgo.

2. Segue: le sue imperfezioni. — Proviamo a riassumere quanto sin qui


osservato: istituti carcerari di piccole dimensioni, rispetto del principio di territo-
rializzazione dell’esecuzione della pena, buon livello della vita detentiva, prison
officers in possesso di un’alta preparazione professionale. Si tratta di un quadro
decisamente positivo che ha resistito anche quando in molti altri Paesi — non a caso
si è parlato a questo proposito di « anomalia scandinava » (22) — è prevalsa la
tendenza verso un ridimensionamento del welfare, l’adesione ad una svolta neo-
liberale e la parallela concretizzazione di modelli punitivi che sul versante sanzio-
natorio hanno accantonato il finalismo rieducativo, per puntare decisamente sul-
l’idea di pena-castigo (23).
Senza voler mettere in discussione questa lusinghiera valutazione, bisogna
però aggiungere che anche il sistema penitenziario norvegese deve fare i conti con
talune “imperfezioni”. Concentrandoci su quelle più significative, può essere op-
portuno distinguere tra una criticità le cui origini sono risalenti nel tempo ed un
problema affiorato da non molti anni, in seguito ai massicci flussi migratori che
hanno riguardato ovviamente anche la Norvegia, quale meta finale di migliaia di
persone alla ricerca di un miglioramento delle loro infime condizioni di vita (24).
Se ci sofferma, sia pure brevemente, su questa seconda questione per valu-
tarne le ricadute sul sistema penitenziario norvegese, risulta convincente la tesi che

(19) L. 21 maggio 1999, n. 30, intitolata « Lov om styrking av menneskerettighetenes stilling i


norsk rett (Menneskerettsloven) ».
(20) Trasparenti sono le affinità con la categoria nostrana delle c.d. norme interposte, nell’elabo-
razione conseguente alle sentenze costituzionali n. 348 e 349 del 2007: al riguardo, v., ex plurimis,
CARTABIA, La Convenzione europea dei diritti dell’uomo e l’ordinamento italiano, in Giurisprudenza
europea e processo penale italiano, a cura di A. Balsamo e R. E. Kostoris, Torino, 2008, p.33 ss.
(21) Sul tema, cfr. WIKLUND, The reception process in Sweden and Norway, in Europe of rights: the
impact of the ECHR on national legal systems, a cura di Keller, Oxford, 2008, p. 188 ss.; cfr. altresì BJORGE,
The status of ECHR in Norway: should norwegian courts interpret the Convention dynamically?, in
European public law, 2010, p. 146 ss.
(22) Cfr., tra i molti, PRATT, Scandinavian exceptionalism in an era of penal excess, in British
Journal of Criminology, 2008, p. 119 ss.; NELKEN, Comparative criminal justice, in European Journal of
Criminology, 2009, p. 294, che parla dei Paesi scandinavi come di un « faro della tolleranza ».
(23) Cfr. WACQUANT, Punire i poveri, Roma, 2006, p.241 ss.; GARLAND, La cultura del controllo,
Milano, 2004, p. 317 ss.; GRANDE, Il terzo strike, La prigione in America, Palermo, 2007, p. 135 ss.
(24) L’immigrazione, incoraggiata all’inizio degli anni sessanta del secolo scorso da un atteggia-
mento di favore verso l’utilizzo di mano d’opera straniera, si è via via intensificata diventando sempre meno
controllabile. Si calcola che attualmente il 13% della popolazione — circa 655.00 persone su un totale di
quasi cinque milioni — sia straniera: per questo dato, cfr. UGELVIK, Immigration control in ultima thule:
detention and exclusion norwegian style, in European Journal of Criminology, 2013, p. 709.
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prende le mosse dal cambiamento di clima politico verificatosi a partire dalla fine
degli anni ottanta in seguito al successo elettorale di partiti che incentravano il loro
programma sulla riduzione delle tasse e sostenevano che tale obiettivo sarebbe stato
raggiungibile escludendo gli stranieri dalla fruizione dei servizi garantiti dalle
politiche di Welfare (25). Servizi tra cui sono da sempre entrate, a buon diritto, le
prestazioni di vario genere a favore delle persone finite in carcere (26), le quali,
però, ormai non erano più tutte norvegesi, essendo circa un terzo della popolazione
detenuta di nazionalità straniera (27).
La veemente e crescente polemica nei confronti di costoro, di chi stava cioè
approfittando “senza titolo” della generosità del welfare norvegese, si è tradotta
nella creazione di un sistema binario così caratterizzato: da un lato, il trattamento
penitenziario poteva continuare a rimanere ricco di offerte — sebbene non siano
risultati inoffensivi gli strali di taluni partiti politici, molto critici circa il suo preteso
permissivismo (28) — per i detenuti norvegesi, dall’altro si doveva ripiegare su un
regime detentivo molto più povero per gli outsiders. Infatti, partendo dalla consta-
tazione che la stragrande maggioranza di essi avrebbe dovuto essere espulsa una
volta terminata l’esecuzione della pena, si è puntato sullo slogan che quest’ultima
doveva avere nei loro confronti connotati meramente custodialistici.
La biforcazione in esame può essere espressa menzionando due strutture che
si prestano a simboleggiarla, vale a dire il carcere di Halden e quello di Oslo: il
primo, di recente apertura e abbastanza simile ad una struttura alberghiera, può
essere considerato il luogo ideale per la concretizzazione dell’ideale riabilitativo;
contrariamente al secondo — un carcere “autentico” — la cui collocazione nei
pressi dell’aeroporto internazionale di Gardermeoen è perfetta per snellire le
procedure di rimpatrio forzato. E infatti, non casualmente, moltissimi detenuti
stranieri sono stati, e vengono tuttora, collocati nel carcere di Oslo, dove la loro
presenza ha raggiunto talora la percentuale del 60%, e dove l’amministrazione
penitenziaria “parcheggia” in una sezione ad hoc tutti i condannati che saranno
sottoposti — il prima possibile — ad una procedura di rimpatrio nei rispettivi
Paesi (29).
La contrapposizione a cui ci si sta riferendo può essere raffigurata anche in
termini diversi, vale a dire come l’antitesi tra un “paradiso perduto”, caratterizzato
dalla presenza di una sola ed omogenea componente autoctona, e la disordinata
società multietnica che si è sovrapposta alla prima grazie ad uno strisciante
processo di infiltrazione. Posto in questi termini, il discorso travalica ovviamente i
confini della questione carceraria e merita un cenno in questa sede solo perché la
nostalgia nei confronti del “paradiso perduto” è stata una delle ragioni che, per
espressa ammissione di Breivik, sono state alla base del suo delirante operare.
Scarso rilievo tale fattore ha, invece, avuto quando si è trattato di dare esecuzione
alla sentenza di condanna nei suoi confronti.

(25) Ci si riferisce, in particolare, al Fremskrittspartiet (FrP), la cui denominazione significa


“Partito del progresso”: cfr. UGELVIK, Seeing like a welfare State: immigration control, statecraft, and a
prison with double vision, in ssrn.com/abstract=2535465, p.7.
(26) UGELVIK, Prison as welfare institutions?, cit., p. 388 ss.
(27) SHAMMAS, The rise of more punitive state: on the attenuation of norwegian penal exceptiona-
lism in an era of welfare State transformation, in Critical criminology, 2016, p.67.
(28) V., per tutti, SHAMMAS, The rise of more punitive State, cit., p. 57 ss.
(29) Circa tale prassi, UGELVIK, Seeing like a welfare State, cit., p. 12.
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La valutazione è completamente diversa se si passa ad esaminare la seconda


“imperfezione” del sistema penitenziario norvegese, quella le cui radici — come si
è anticipato — sono risalenti nel tempo. Premesso che la questione è quella
dell’isolamento carcerario o, meglio, di un abituale e sovrabbondante ricorso a tale
strumento di gestione del detenuto, per comprendere la sua importanza nell’ambito
della vicenda concernente il denunciato carattere inumano della pena eseguita nei
confronti di Breivik, vale la pena di precisare che una delle ragioni individuate dalla
Corte distrettuale di Oslo per ritenere violato l’art. 3 CEDU è stata l’inadeguatezza
della motivazione fornita dall’amministrazione penitenziaria per giustificare il
prolungato isolamento del condannato in questione (30).
Per avvalorare l’affermazione secondo cui si ha a che fare con un vero e
proprio “tallone di Achille” del sistema penitenziario norvegese — da ricondurre
addirittura, secondo taluni (31), alla risalente importazione del sistema pennsilva-
nico dagli Stati Uniti — è opportuno ricordare anzitutto le ricorrenti ed esplicite
riserve sviluppate su questa tematica da parte del Comitato europeo per la preven-
zione della tortura e delle pene o trattamenti disumani o degradanti (CPT). Le visite
effettuate da tale organismo nel 1993, nel 1999, nel 2005 e nel 2011 lo hanno
indotto a denunciare, sia pure con varietà di ampiezza e di toni, la medesima
distorsione (32): il ricorso alla bad practice in esame, più volte stigmatizzato
perché, non ostante i suoi effetti pesantemente nocivi sull’equilibrio psico-fisico del
detenuto, è stato sempre praticato con grande disinvoltura. Ad esempio, perché
l’isolamento continuo di un detenuto — per giunta minore di età — negli ultimi tre
giorni della settimana serviva a compensare la carenza di personale in tale conte-
sto (33). Critiche di identico tenore sono state formulate da altri organismi
pubblici (34) e da un ampio settore della dottrina (35).
Un discorso a parte meritano gli imputati, stranamente sottoposti non di rado
ad isolamento su iniziativa dell’amministrazione penitenziaria. Per la precisione, si
sta parlando di soggetti che, pur trovandosi in carcere, non sono sottoposti
all’isolamento giudiziario contemplato dal § 186-a co. 1º Straffeprosessloven (in
seguito: “c.p.p. norv.”), il quale, oltre a presupporre imputazioni di una certa
gravità, lo consente soltanto quando ricorre il concreto pericolo di inquinamento
probatorio. Ciò nondimeno, l’isolamento degli imputati è stato, ed è tuttora, una

(30) Per maggiori dettagli, cfr. infra, § 7.


(31) In questo senso, SCHARFF SMITH, A critical look at scandinavian exceptionalism, in Penal
exceptionalism. Nordic prison policy and praxis, a cura di Ugelvik-Dullum, London, 2012, p. 52, dove si
precisa che in base alla legge penitenziaria norvegese del 1857 tutti i detenuti dovevano essere isolati gli uni
dagli altri.
(32) Per un quadro di sintesi, cfr. Thematic report. Use of solitary confinement in prison, a cura del
Norwegian centre for human rights, Oslo, 2012, in www.solitaryconfinement.com, p. 51 ss.; in un’ottica
convergente, SCHARFF SMITH, A critical look, cit., p. 48.
(33) Report to norwegian government on the visit to Norway carried out by the european
Committee for the prevention of torture and inhuman or degrading treatment or punishment from 18 to 27
may 2011, p. 25. Da notare che questa grave disattenzione nei confronti di soggetti vulnerabili a causa della
loro età non può essere considerata un episodio isolato, se è vero che già nel 2008 la Norwegian Bar
Association aveva, a sua volta, denunciato il caso di ben 7 detenuti di età minore — su un totale di 10
minori in quel momento in vinculis — sottoposti ad isolamento per 23 ore al giorno: per questo dato, cfr.
Thematic report, cit., p. 51.
(34) Circa le considerazioni critiche del parliamentary ombudsman, cfr. Sivilombudsmannen
Ǡrsmelding for 2008, p. 217 ss.
(35) Cfr., tra i molti, SCHARFF SMITH, A critical look, cit., p. 47 ss.; LARSEN, The inhuman treatment
of a terrorist:reflections on the norwegian Breivik case, in www.osservatorioaic, 2016, f.2, p. 8.
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costante del sistema norvegese (e degli altri Paesi nord-europei), tanto da indurre
una parte della dottrina ad ipotizzare un uso strumentale del medesimo al fine di
ottenere il risultato della confessione (36). In altri termini: sarebbe ravvisabile
un’anomala forma di collaborazione tra amministrazione penitenziaria e pubblico
ministero, tale da consentire l’aggiramento della competenza funzionale del giudice
delle misure coercitive e dei limiti stabiliti dall’art. 186-a c.p.p.norv. (37). Per
chiarire meglio il contesto nel quale ci si muove, bisogna precisare che l’ammini-
strazione penitenziaria gode di un’enorme discrezionalità nel settore dell’isola-
mento. Basti ricordare che la disposizione di cui la stessa si avvale con maggiore
frequenza è quella prevista dal § 37 lett. e Straffegjenomføringsloven (in seguito
“ord. penit.norv.”) (38), che le consente di separare un detenuto dal suo gruppo di
appartenenza allo scopo di garantire « la pace, l’ordine e la sicurezza » (39): una
formulazione tanto vaga, da farla ritenere priva dei requisiti minimi di una
normativa che non può in nessun caso trascurare i diritti inviolabili del soggetto
privato della libertà personale (40).
Queste ultime osservazioni non sono specificamente riferibili al caso Breivik,
dato che la materia del contendere, nella vicenda in esame, è stata soprattutto
quella del suo isolamento successivamente al passaggio in giudicato della sentenza
di condanna. Esse, tuttavia, al pari di quelle che precedono, fanno capire come mai,
con riferimento alla tematica dell’isolamento carcerario, si sia parlato di « pecu-
liarly scandinavian phenomenon » (41). Per un sistema penitenziario che nel corso
degli anni ha acquisito una tale confidenza con la protratta esclusione del detenuto
dalla sua comunità di appartenenza, il ricorso all’isolamento può, in effetti, essere
diventato una sorta di riflesso condizionato, che fa perdere di vista la gravità di tale
scelta, nonché le sue pesanti ripercussioni sull’equilibrio psicofisico di chi la
subisce (42): una soluzione, insomma, a cui ricorrere “in automatico” non appena
l’addebito risulti di una certa gravità.
A questa osservazione, basata su incontestabili dati di fatto (43), se ne può
abbinare una seconda — formulabile, peraltro, solo in via di ipotesi — che implica
uno spostamento del focus dall’amministrazione penitenziaria, in quanto soggetto
agente, all’autorità giudiziaria, nella sua veste di organo di controllo di determinate
scelte dell’apparato carcerario. Discutendosi dell’isolamento, vale a dire di un tema

(36) In questo senso, cfr. United Nations, Report of the working group on arbitrary detention.
Addendum n. 2: mission to Norway, 11 ottobre 2007, § 74.
(37) Sul punto, cfr. Thematic report, cit., p. 60 s.
(38) Si tratta della l. 18 marzo 2001, n. 21, intitolata « Lov om gjennomføring av straff mv.
(straffengjennomføringsloven) » ed entrata in vigore il 1º marzo 2002.
(39) In questo senso, Alternative report to the UN Committee against torture, a cura del Working
Group on Arbitrary Detention, 2012, p. 10.
(40) Cfr. Thematic report, cit., p. 7.
(41) In questi termini, EVANS-MORGAN, Preventing torture: a study of the european Convention for
the prevention of torture & inhuman or degrading treatment of punishment, Oxford, 1998, p. 247.
(42) Cfr. SCHARFF SMITH, The effects of solitary confinement on prison inmates: a brief history and
review of the literature, in Crime and Justice, 2006, p. 441 ss. Più in generale, SHALEV, Manuel de référence.
L’isolement cellulaire, in www.solitaryconfinement.org, p. 13 ss. Per la precisazione che il 75% di coloro
che si suicidano in carcere sono detenuti sottoposti ad isolamento, LARSEN, The inhuman treatment of a
terrorist, cit., p. 8.
(43) Fermo restando che, inspiegabilmente, da parte dell’amministrazione penitenziaria non ven-
gono fornite le statistiche inerenti all’utilizzazione del solitary confinement, per una sua quantificazione
basata su dati non ufficiali dai quali emerge la conferma di un massiccio ricorso all’isolamento, cfr.
Thematic report, cit., p. 47 ss.
— 1537 —

venuto da tempo e ripetutamente alla ribalta, soprattutto internazionale, come la


stortura per eccellenza del sistema penitenziario norvegese, non è inverosimile che
i sensori del giudice civile di Oslo, chiamato a pronunciarsi sulle condizioni
detentive del condannato Breivik, siano risultati particolarmente sensibili, pronti
cioè a sapere cogliere, meglio che su altre questioni, la delicata varietà di profili
inerenti alla vicenda sottoposta al suo esame.

3. La pericolosità di Breivik quale presupposto per la sua “differenziazione”


e per la sottoposizione ad isolamento. — Volendo tratteggiare in termini più precisi
la configurazione dell’isolamento carcerario riguardante Breivik, bisogna premet-
tere che esso risulta strettamente abbinato all’assegnazione del medesimo ad una
sezione ad altissimo indice di sicurezza (Særlig Høyt Sikkerhetsnivå (44), indicata
solitamente con l’acronimo “S.H.S.”). Tale assegnazione, oltre ad essere prevista in
termini generali dai §§ 10 co. 2º e 11 co. 2º ord. penit.norv., trova una dettagliata
regolamentazione nei §§ 6-1/6-14 Straffegjennomføringsforskriften (in seguito:
“reg. penit. norv.”) (45). Com’è facilmente intuibile, la collocazione in una di tali
sezioni implica per il detenuto — sia esso un imputato o un condannato — la
sottoposizione ad un regime carcerario differenziato in peius rispetto a quello
ordinario. Nella pronuncia qui commentata la Corte di Oslo non ha mancato di
sottolineare che negli ultimi dieci anni soltanto sei detenuti sono stati sottoposti a
tale meccanismo di differenziazione (46), e che Breivik, nel momento in cui si è
proceduto alla judicial review, si trovava nel circuito ad altissimo indice di sicurezza
da quattro anni e nove mesi, chiosando quest’ultimo dato con l’osservazione che
dalla fine della seconda guerra mondiale nessun’altra permanenza è durata così a
lungo (47).
Volendo prendere in considerazione un po’ meno fugacemente le conseguenze
che l’ordinamento penitenziario norvegese ricollega alla collocazione del detenuto
in una sezione ad altissimo indice di sicurezza, si può affermare, in via orientativa,
che sono riscontrabili non poche analogie con il regime di sorveglianza particolare
disciplinato dagli artt.14-bis/14-quater del nostro ordinamento penitenziario. Così
dicendo, si vuole in primo luogo evidenziare che, mediante la collocazione di
Breivik in una sezione S.H.S., si è voluto anzitutto neutralizzare la pericolosità
penitenziaria del medesimo (48) e, solo di riflesso, la sua pericolosità sociale.
Procedendo nella catalogazione delle analogie, va sottolineato che se da un lato, in
base ai primi due commi del § 6-1 reg. penit. norv., la decisione compete
all’amministrazione penitenziaria (49), dall’altro ogni provvedimento dura per un
massimo di sei mesi, anche se non ci sono limiti inerenti alla sua reiterazione.

(44) Letteralmente: « particolarmente alta sicurezza ».


(45) Si tratta del decreto 22 febbraio 2002, n. 183, intitolato « Forskriftomstraffegjennomføring
(Straffegjennomføringsforskriften) » ed entrato in vigore il 1º marzo dello stesso anno.
(46) Cfr. Oslo District Court 20 aprile 2016, cit., allegato, p.31.
(47) Oslo District Court 20 aprile 2016, cit., allegato, p. 19.
(48) Cfr. il § 6-2 co. 1º reg. penit.norv., il quale dispone che: « le sezioni ad altissimo indice di
sicurezza sono destinate a custodire condannati e imputati rispetto ai quali è presumibile un alto rischio di
evasione ovvero di un aiuto esterno finalizzato alla loro evasione, il rischio di una presa di ostaggi o
l’imminente pericolo di ulteriori e gravi reati ».
(49) Premesso che in base al § 5 co. 1º ord.penit.norv. l’amministrazione penitenziaria è organiz-
zata su tre livelli (centrale, regionale e locale), la decisione di assegnare (o trasferire) un detenuto ad una
struttura ad altissimo indice di sicurezza compete, in conformità alle regole sulla competenza per territorio,
ad uno dei sei — cfr. § 9 ord. penit.norv. — apparati regionali. Da questo punto di vista, emerge pertanto
— 1538 —

Quanto alle perquisizioni, la differenza è solo apparente: è pur vero che,


mentre nella legge penitenziaria italiana e nel relativo regolamento di esecuzione
l’argomento — per quanto concerne la sorveglianza particolare — non viene
specificamente affrontato, di esso invece si occupa il § 6-8 reg. penit. norv.
Senonché, a ben vedere, tale disposizione stabilisce le ipotesi in cui le perquisizioni
devono essere effettuate (successivamente al primo ingresso nella sezione, nonché
prima e dopo ogni uscita dalla medesima), lasciando totalmente libera la direzione
dell’istituto di stabilire in quali altre situazioni sia opportuno ricorrere ad esse.
La normativa norvegese risulta invece più particolareggiata di quella italiana di
cui all’art. 14-quater ord. penit. per quanto concerne i colloqui, nonché la corri-
spondenza epistolare e telefonica. Va subito aggiunto, però, che, se si eccettuano i
rapporti tra detenuto e difensore, impermeabili, di regola, a qualunque forma di
controllo (50), sono consentite pesanti intrusioni in questi tre tipi di comunica-
zione: infatti i colloqui sono sottoposti a controllo visivo e auditivo (§ 6-10 reg.
penit. norv.); la corrispondenza epistolare può essere letta, senza che vengano
precisati i presupposti di questo passo ulteriore rispetto al semplice controllo
esterno della busta e, soprattutto, senza alcun coinvolgimento dell’autorità giudi-
ziaria (§ 6-11 reg. penit. norv.); le telefonate del detenuto e quelle a lui dirette
necessitano di una preventiva autorizzazione da parte del direttore dell’istituto e
vengono interamente ascoltate (§ 6-12 commi 1º e 2º reg. penit. norv.).
Restano da esaminare due profili fondamentali: l’uno, relativo ai presupposti
e ai connotati dell’isolamento del detenuto assegnato ad una sezione S.H.S.; l’altro,
riguardante le iniziative che l’interessato può assumere vuoi per contestare l’asse-
gnazione/trasferimento ad una di tali sezioni (nonché la proroga della propria
permanenza in esse), vuoi per reagire alla scelta dell’amministrazione penitenziaria
di sottoporlo al regime di isolamento. Per quanto concerne la separazione dagli altri
detenuti, viene anzitutto in rilievo il § 17 co. 2º ord. penit.norv., dal quale emerge
un duplice ordine di presupposti che giustificano il ricorso alla suddetta separa-
zione. Vale a dire: a) « nell’interesse della pace, dell’ordine e della sicurezza [della
struttura detentiva] »; b) « nell’interesse del detenuto stesso o di altri detenuti ». Si
tratta di presupposti assai poco tassativi, che risultano solo in minima parte
compensati dalla contestuale previsione secondo cui il ricorso all’isolamento non
deve risultare « una reazione sproporzionata ».
Altre importanti indicazioni sono fornite dal § 6-3 reg. penit. norv., dove è
contenuta una regola balzata — come vedremo (51) — in primo piano nella vicenda
che ha avuto come protagonista Breivik: quella che vieta, anche parzialmente, la
vita in comune dei detenuti “differenziati” con altri detenuti non assegnati ad una
sezione ad altissimo indice di sicurezza (§ 6-3 co. 1º reg. penit. norv.). Dai commi
successivi della stessa disposizione emerge inoltre che, anche là dove ci si muova al
di fuori del divieto appena menzionato, spetta al direttore della struttura carceraria
autorizzare la vita in comune; ma sopra tutto si desume che l’isolamento non
incontra sbarramenti temporali (§ 6-3 co. 2º e 3º reg. penit. norv.).

una differenza rispetto al regime di sorveglianza particolare che, ex art. 33 co. 1º reg. esec., viene disposto
o prorogato dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.
(50) Cfr. il § 6-10 co. 2º reg. penit.norv.
(51) Cfr. infra, § 7.
— 1539 —

Ciò premesso, se si coordina quest’ultima regola sull’assenza di confini tem-


porali, per un verso, con la già segnalata prorogabilità sine die della sanzione
(forvaring) inflitta al condannato di cui ci sta occupando, e, per un altro verso, con
l’illimitata reiterabilità — desumibile implicitamente dal § 6-1 co. 2º reg. penit.
norv. — del provvedimento che prolunga l’assegnazione di un detenuto ad una
sezione S.H.S., ne consegue che, almeno in teoria, per Breivik detenzione, “diffe-
renziazione” e isolamento potrebbero durare tutta la vita (52).

4. I rimedi a disposizione del detenuto isolato e assegnato ad una sezione


speciale (S.H.S.) — Continuando ad assumere come pietra di paragone la disciplina
della sorveglianza particolare dettata dal legislatore italiano, non si può fare a meno
di rilevare che un importante profilo rispetto al quale quest’ultima si fa preferire
rispetto alla corrispondente normativa norvegese è quello inerente ai controlli che
il detenuto “differenziato” è in grado di attivare sia per quanto concerne l’instau-
razione (o la proroga) del regime speciale, sia relativamente ai suoi contenuti.
Come è noto, nel nostro ordinamento il ruolo di controllore è riservato, in via
primaria, al tribunale di sorveglianza (art. 14-ter ord. penit.), legittimato a sinda-
care, nel contesto del procedimento giurisdizionale di cui all’art. 14-ter ord. penit.,
non solo l’esistenza dei presupposti per l’instaurazione/proroga del regime, ma
anche i contenuti del provvedimento assunto dal Capo del Dipartimento dell’am-
ministrazione penitenziaria (art. 33 co. 1º reg. esec.). Pur essendo consentita, ex
art. 35 ord. penit., anche la possibilità di un reclamo di carattere amministrativo ad
un eterogeneo ventaglio di autorità, questo tipo di reclamo occupa una posizione
assolutamente marginale: infatti, già intrinsecamente debole per trasparenti ra-
gioni, il rimedio risulta in questo caso anche scarsamente utilizzabile a causa della
collocazione apicale dell’autorità che dispone o proroga il regime di rigore.
Nell’ordinamento penitenziario norvegese, invece, il rapporto tra i due rimedi
ai quali si è appena fatto riferimento risulta, per così dire, ribaltato. La “strada
maestra” è, infatti, quella del ricorso gerarchico all’organo dell’amministrazione
penitenziaria sovraordinato rispetto a quello che ha disposto l’assegnazione: dato
che, come si è visto (53), la collocazione in una sezione S.H.S. è riservata
all’articolazione regionale dell’amministrazione penitenziaria, ne consegue che
competente per il reclamo è l’apparato centrale della medesima, vale a dire il
Kriminalsorgsdirektoratet, che, nel caso di Breivik, ha sempre rigettato — con
decisione inappellabile (54) — i reclami relativi sia alla proroga della sua partico-
lare collocazione, sia alla di lui sottoposizione ad isolamento continuo (55).
Anche se, come si è anticipato, si tratta del rimedio destinato ad operare in via
prioritaria, bisogna però dare atto che, per una serie di ragioni, non è molto
utilizzato dai detenuti. Senza alcuna intenzione di stilare una graduatoria, si
possono menzionare i seguenti fattori frenanti: la normativa sulla quale si basa
l’amministrazione penitenziaria per collocare un detenuto in una sezione ad altis-

(52) Per l’affermazione, forse non del tutto opportuna vista la sede, che « probabilmente Breivik
resterà in carcere tutta la vita », cfr. Oslo District Court 20 aprile 2016, cit., allegato, p.43.
(53) Cfr. supra, § 3, nt. 49.
(54) Cfr. il § 28 co. 3º della legge sul processo amministrativo: si tratta, più esattamente, della l.
10 febbraio 1967, intitolata « Lovombehandlingsmåten i forvaltningssaker (forvaltningsloven) ».
(55) Cfr. Oslo District Court 20 aprile 2016, cit., allegato, p. 3.
— 1540 —

simo indice di sicurezza, al pari di quella che le consente di disporre l’isolamento,


le concede margini di discrezionalità talmente ampi da rendere pressoché inattac-
cabile ogni sua decisione in questi due settori (56); la contiguità dell’organo di
secondo grado con quello che ha reso la decisione reclamata viene non a torto
interpretata dai detenuti come sinonimo di scarsa terzietà (57), e quindi come la
premessa di un probabile insuccesso della loro eventuale iniziativa.
Quest’ultima non è l’unica carenza riscontrabile sul versante processuale:
precisato che, in base al § 7 co. 1º ord.penit.norv., per il reclamo si deve seguire,
ove non sia diversamente stabilito, la normativa dettata dalla legge sul processo
amministrativo, la quale risulta conforme alle garanzie del due process (58), va
sottolineato che nel § 7 co. 1º lett. c e d ord. penit.norv. sono previste due
importanti deroghe. La prima di esse consente di vietare al detenuto di accedere a
documenti nei quali siano contenute informazioni che si ritiene « sconsigliabile »
divulgare: vuoi nell’interesse di una terza persona — si pensi alla “soffiata” un
compagno di detenzione che per ovvie ragioni vuole conservare l’anonimato -, vuoi
per ragioni di sicurezza, vuoi, infine, per salvaguardare esigenze di carattere
investigativo. La seconda previsione derogatoria introduce un’eccezione alla regola
contenuta nel § 24 co. 1º della legge sul processo amministrativo, in base alla quale
gli atti dell’amministrazione riguardanti la sfera del singolo individuo devono essere
motivati: sempre che — stabilisce, per l’appunto, il legislatore penitenziario nor-
vegese — la motivazione non comporti l’elusione di uno dei divieti inerenti
all’accesso ai documenti, sancito dal già esaminato § 7 lett. c ord. penit.norv. È ben
noto che una delle ragioni che inducono ad esigere la motivazione dei provvedi-
menti — siano essi amministrativi o giurisdizionali — è proprio quella di consentire
agli interessati una critica ragionata dei motivi posti a fondamento dei medesimi. In
caso contrario chi si attiva è costretto, infatti, a procedere alla cieca, e le probabilità
di ottenere risultati utili diminuiscono vertiginosamente (59).
Se si passa ad esaminare il secondo rimedio di cui dispone il detenuto collocato
in una sezione S.H.S., vale a dire il ricorso al giudice civile (le cui decisioni
concludono un processo condotto secondo le disposizioni del codice di procedura
civile) (60), il quadro non è molto più roseo. Dopo avere ribadito che sinora sono
state abbastanza rare le occasioni in cui le District Courts e la Corte suprema si sono
occupate di tematiche penitenziarie, si deve rilevare preliminarmente che talune
delle osservazioni critiche già formulate nei confronti del reclamo in via gerarchica
si attagliano perfettamente anche alla judicial review. Ciò è vero sia perché anche
in questo caso viene meno la possibilità di esercitare un controllo effettivo là dove
l’organo amministrativo che ha deliberato il provvedimento “impugnato” disponga
di una pressoché illimitata discrezionalità (61), sia in quanto, in forza del § 204 co.
2º Lovomrettergangsmåten for tvistemål (in seguito: “c.p.c.norv.”), anche al giudice

(56) In questo senso, Thematic report, cit., p. 63.


(57) In termini pressoché identici, cfr. Corte EDU, 17 novembre 2015, Dimitrov e Ribov c.
Bulgaria, § 43. Per l’affermazione che la « possibilité de former un recours gracieux ne satisfait pas à
l’article 13 [CEDH], cfr. CÉRÉ, L’isolement en prison d’un terroriste, in Recueil Dalloz, 2005, p.1275.
(58) Per questa valutazione, cfr. Thematic report, cit., p.46.
(59) Per una conferma dello scarsissimo successo dei reclami formulati dai detenuti norvegesi in
via gerarchica, cfr. United Nations, Report of the working group, cit., § 78.
(60) A questo proposito, cfr. Thematic report, cit., p. 54.
(61) Nello stesso senso, cfr.United Nations, Report of the working group, cit., § 78.
— 1541 —

può essere negato dall’amministrazione penitenziaria l’accesso ai documenti, recte


a taluni dei documenti, da essa utilizzati per assumere un determinato provvedi-
mento (62). Altre importanti criticità della judicial review sono il tecnicismo e la
durata del processo, soprattutto se rapportata all’ordinaria esigenza di rapidità che
caratterizza la conflittualità carceraria, e i suoi costi, dato che l’ammissione del
detenuto al patrocinio a spese dello Stato viene garantita solo in casi eccezio-
nali (63). In definitiva: è pienamente condivisibile la conclusione a cui è prevenuto
il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla « arbitrary detention », là dove — con
specifico riferimento agli strumenti di cui dispone il detenuto norvegese per
contestare i provvedimenti sulla sua residua sfera di libertà assunti dall’amminis-
trazione penitenziaria — ha espresso forti perplessità per la mancanza di un
« effective, institutionalized and external control mechanism » (64).

5. La pronuncia della Corte distrettuale di Oslo: un primo inquadramento.


— Tenendo presente quanto è emerso dall’ultima parte della presente ricognizione,
non si può fare a meno di osservare che la recente sentenza della Corte distrettuale
di Oslo, con la quale è stato accolto il ricorso di Breivik incentrato sull’art. 3 CEDU,
sovverte consolidati equilibri. Vale la pena di ricordare che nel 2002 proprio la
corte distrettuale di Oslo, chiamata in causa da un detenuto il quale contestava la
propria collocazione in una sezione ad altissimo indice di sicurezza, aveva teoriz-
zato che, trattandosi di delicata questione rientrante nella discrezionalità dell’am-
ministrazione penitenziaria, il giudice doveva essere « cauto » nell’esercitare il suo
controllo (65). Dopo di che, valorizzando gli (scarsi) aspetti positivi rispetto a
quelli negativi della carcerazione su cui doveva pronunciarsi, la suddetta Corte
aveva escluso che fosse ravvisabile una violazione dell’art. 3 CEDU. Da notare
altresì che, a prescindere dall’elevata pericolosità penitenziaria del detenuto in
questione (fondata su un forte rischio di evasione), il suo isolamento nella High
Risk Unit era dipeso anche da un decisivo dato di fatto: dalla circostanza, cioè, che
si trattava dell’unico soggetto ristretto in quella determinata struttura (66).
Nel valutare il ricorso di Breivik, la Corte di Oslo ha risolto preliminarmente
e rapidamente la questione del suo inserimento in una sezione ad altissimo indice
di sicurezza, sostenendo che, alla luce dei fatti commessi, si è trattato dell’unica
soluzione possibile. Per poi avallare tale affermazione invocando non solo la
pericolosità di Breivik (67), ma la sua stessa incolumità: una preoccupazione

(62) In una decisione del 2006, concernente la collocazione di un detenuto in una sezione ad
altissimo indice di sicurezza, la Corte Suprema norvegese ha affermato che non è configurabile un diritto
di accesso agli atti formati dall’amministrazione penitenziaria, e che non esiste in capo alla medesima il
dovere di esplicitare il contenuto di tali atti in sede di motivazione dei suoi provvedimenti: sul punto, cfr.
Thematic report, cit., p. 53.
(63) In questo senso, cfr. Thematic report, cit., p.65.
(64) Così, United Nations, Report of the working group, cit., § 78.
(65) Cfr. Thematic report, cit., p.53.
(66) Come si è già avuto occasione di precisare (v. supra, § 3), in base a quanto dispone il § 6-3
co. 1º reg.penit. norv., chi è ristretto in una sezione ad altissimo indice di sicurezza può stare insieme ad
altri detenuti solo se anche questi ultimi sono stati assegnati ad una sezione SHS.
(67) Va ricordato che, proprio in considerazione della ritenuta pericolosità di Breivik, si è
considerato rischioso disporre la sua traduzione, così che il giudizio sulla conformità della sua detenzione
agli artt. 3 e 8 CEDU non si è svolto nel Palazzo di giustizia di Oslo, ma nella palestra del carcere di
Telemark, unità Skien — dove il medesimo è ristretto — ubicato a una distanza di circa 62 miglia dalla
— 1542 —

tutt’altro che ingiustificata, viste le minacce di morte urlate in carcere, al passaggio


di costui, da un detenuto “comune” (68).
Nulla avendo da eccepire quanto alla scelta del regime speciale, la Corte
norvegese ha giustamente ritenuto che il vero problema fosse quello di verificare se
le concrete modalità che connotano la detenzione del condannato in questione
siano davvero incompatibili con gli inderogabili divieti stabiliti dall’art. 3 CEDU. A
tale proposito è senz’altro condivisibile la sua opinione sul fatto che, in linea di
massima, per quanto concerne le condizioni materiali di detenzione — più preci-
samente si potrebbe fare riferimento a quelle inerenti al benessere del corpo del
ricorrente (pur senza ignorare quanto sia incerta e inevitabilmente arbitraria la
linea che divide tale categoria dalle condizioni inerenti alla sfera psichica) — la
risposta debba essere negativa. Per convincersi della bontà di tale conclusione,
basterà ricordare che il condannato in questione dispone di ampi spazi detentivi: tre
locali di circa 8 m.q. ciascuno (69), riccamente accessoriati (frigorifero, apparec-
chio televisivo, play station, macchina da scrivere elettronica) anche per quanto
concerne la piccola palestra allestita in uno dei suddetti locali (stepper e cyclette),
e tutti illuminati dalla luce diretta del giorno. Gli è garantita con regolarità
l’assistenza dei sanitari (anche quella degli psichiatri, le cui prestazioni sono state
però, a partire dal marzo 2004, rifiutate dall’interessato) (70), gli è stato consentito
di iscriversi a corsi universitari e di sostenere, rimanendo all’interno del carcere, i
relativi esami, nonché di usufruire, per la durata di un’ora, della quotidiana
permanenza all’aperto tramite l’accesso ad un cortile riservato. Non c’è da stupirsi
se le confortevolezze e la disponibilità appena ricordate, una volta divulgate, spesso
tendenziosamente, dai mezzi di informazione, sono valse a rinfocolare la trita
polemica nei confronti delle carceri norvegesi quali « soft holiday camps for
murderers and rapists » (71).
Una volta sottratte queste voci attive, sono facilmente individuabili i motivi
che hanno invece indotto il giudice a ravvisare una violazione dell’art. 3 CEDU.
Dopo un ampio ed accurato esame della giurisprudenza dell’assise europea in tema
di detenzione inumana/degradante, la Corte norvegese ha formulato talune precise
censure, criticando in particolare (72): a) il ricorso, non sempre giustificato, ad
invasive perquisizioni personali; b) l’impiego del vetro divisorio per lo svolgimento
di tutti i tipi di colloqui, fatta eccezione per un unico colloquio con la madre poco
tempo prima del suo decesso, avvenuto il 22 marzo 2013 (73); c) la lunga durata
dell’isolamento carcerario che, come si è detto, è in atto da circa cinque anni, e che
sta provocando ovvie ripercussioni negative sull’equilibrio psichico del condan-

capitale: a questo proposito, cfr. WATKINSON, Anders Breivik “human rights” court case against Norway to
proceed in jail due to security fears, in International Businnes Times (on line), 4 gennaio 2016.
(68) Cfr. Oslo District Court 20 aprile 2016, cit., allegato, p. 20.
(69) Uno dei locali è destinato alla vita quotidiana, mentre negli altri due il detenuto può dedicarsi
ad attività di studio/lavoro e, rispettivamente, ad esercizi ginnici. Vale altresì la pena di specificare che solo
il primo di tali locali è immune dalla videosorveglianza, e che le tre camere in questione costituiscono una
sorta di enclave, essendo separate dagli altri spazi del carcere tramite un’inferriata: per questi e ulteriori
particolari, cfr. Oslo District Court 20 aprile 2016, cit., allegato, p. 4 ss.
(70) Cfr. Oslo District Court 20 aprile 2016, cit., allegato, p. 8 e p. 41.
(71) Per l’evocazione, accompagnata da una presa di distanza, di questo luogo comune, cfr.
UGELVIK, Prison as welfare institutions?, cit., p.388.
(72) Cfr. Oslo District Court 20 aprile 2016, cit., allegato, p. 43.
(73) Cfr. Oslo District Court 20 aprile 2016, cit., allegato, p. 5.
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nato; d) la carente motivazione dei provvedimenti dell’amministrazione peniten-


ziaria in merito all’imprescindibilità del suddetto isolamento; e) l’inadeguata di-
sponibilità di rimedi a disposizione del condannato per opporsi alle decisioni di
proroga del regime speciale e dell’isolamento carcerario.

6. La verifica circa l’inumanità della detenzione di Breivik alla luce della


giurisprudenza della Corte EDU. — Nell’accingerci a prendere posizione sulle
conclusioni raggiunte dal giudice norvegese è quanto mai opportuno, tenendo
presenti le criticità da lui individuate, dare atto, sia pure sinteticamente, degli
approdi della giurisprudenza della Corte EDU relativamente alle medesime tema-
tiche.
Premettendo che, com’è noto, i divieti stabiliti dall’art. 3 CEDU hanno
carattere assoluto (74) — con conseguente irrilevanza, tra l’altro, della condotta
delittuosa addebitata al ricorrente (75) — e rammentando che le violazioni denun-
ciate dal detenuto devono superare una certa soglia di gravità (76), per il cui
raggiungimento esse vanno però valutate non già come monadi, ma nel loro
complesso (77), due ulteriori precisazioni che, a loro volta, possono essere consi-
derate di carattere preliminare riguardano, da un lato, la non aprioristica incom-
patibilità con l’art. 3 CEDU dei regimi differenziati in peius (78) — da ricondurre
alla presenza, in un determinato circuito carcerario, di detenuti ad elevato tasso di
pericolosità — e dall’altro, per quanto concerne l’isolamento carcerario, la non
decisività, in astratto, della lunghezza del segmento temporale durante il quale il
detenuto è stato sottoposto a quella che si è felicemente definita « tortura
bianca » (79): pur non avendo, i giudici di Strasburgo, omesso di precisare che
questa forma, sia pure meno impresentabile, di tortura non può protrarsi illimita-
tamente (80). Il che non toglie, in base a quanto già osservato, che il fattore
temporale possa assumere un ruolo concorrente di non secondaria importanza — in
aggiunta, ad esempio, ad altre carenze di tipo logistico o a immotivate perquisizioni
personali — per pervenire ad una diagnosi di detenzione inumana.

(74) Circa l’inderogabilità dell’art. 3 CEDU, esplicitamente garantita dall’art. 15 co. 2° della
Convenzione, cfr. Commissione EDU, 18 gennaio 1978, Ireland v. United Kingdom, § 163. Per talune
puntualizzazioni che evidenziano il carattere chiaroscurale del connotato dell’assolutezza, così come filtrato
dalla giurisprudenza della Corte EDU, v. però B. PASTRE-BELDA, La protection à géométrie variable de
l’article 3 de la Convention européenne des droits de l’homme, in Revue trimestrelle des droits de l’homme,
2016, n. 107, p. 591 ss.
(75) In questo senso, cfr. Corte EDU, 17 aprile 2012, Horzych v. Poland, § 85, dove siafferma « the
nature of the offence allegedly committed by the applicant is therefore irrelevant for the purposes of article
3 »; conf. Corte EDU, 18 ottobre 2001, Indelicato c. Italia, § 30; Corte EDU, Grande Camera, 6 aprile
2000, Labita c. Italia, § 119.
(76) Limitandoci alla giurisprudenza più recente, cfr., tra le altre, Corte EDU, Bamouhammad c.
Belgique, 17 novembre 2015, § 115; Corte EDU, 18 marzo 2014, Öcalan c. Turquie (n. 2), § 99; Corte
EDU, 7 giugno, 2011, Csüllög v. Hungary, § 28.
(77) Corte EDU, 6 marzo 2001, Dougoz v. Greece, § 46.
(78) Nel senso che i regimi detentivi speciali non danno luogo ad una pena inumana, sempre che
non comportino un isolamento totale del detenuto, cfr., tra le altre, Corte EDU, Horych v. Poland, cit., §
89, dove si afferma: « special prison regimes are not per se contrary to article 3; conf. Corte EDU, 21 luglio
2005, Rhode v. Denmark, § 96.
(79) Cfr. PONCELA, Le placement à l’isolement des détenus, in Revue trimestrelle des droits de
l’homme, 2007, n. 69, p.248. Nel senso che la lunghezza del periodo di isolamento non è di per sé
risolutiva, v., per tutte, Corte EDU, 21 luglio 2005, Rhode, cit., § 93 ss.
(80) Cfr. Corte EDU, 10 aprile 2012, Babar Ahamad v.United Kingdom, § 210; conf. Corte EDU,
4 luglio 2006, Ramirez Sanchez c. France, §§ 136 e 145.
— 1544 —

Con particolare riferimento al profilo dell’isolamento, la Corte EDU ha


tracciato, sin dalle sue prime pronunce su questo tema, una distinzione tra
l’isolamento totale, consistente in un completo isolamento sensoriale abbinato ad
un isolamento sociale, privo, a sua volta, di smagliature, e l’isolamento rela-
tivo (81), ravvisabile allorché, come nel caso della carcerazione di Breivik, pur
essendo impediti taluni contatti — nello specifico quelli con i condannati ristretti
nello stesso carcere — è tuttavia consentito all’interessato di intrattenere rapporti
con altre persone (prossimi congiunti, membri dello staff, personale sanitario o
religioso, difensore etc.). A differenza del primo tipo di isolamento, da considerare
vietato perché, inevitabilmente, distrugge la personalità (82), quello c.d. relativo è
legittimo o meno a seconda di come si connotano altri indicatori dai quali dipende
la qualità della detenzione (ad es. età e condizioni di salute del detenuto isolato,
durata dell’isolamento, adeguatezza delle iniziative finalizzate a contrastarne gli
effetti dannosi, intensità e invasività delle varie forme di controllo) (83).
Riferendo questi indicatori alla detenzione di Breivik, non tutto risulta in
regola. Infatti, se è vero che, nel loro complesso, le condizioni materiali di
detenzione sono di buon livello — il che peraltro assume un circoscritto rilievo, in
quanto si tratta di una circostanza asimmetrica rispetto alla solitudine a cui è
costretto (84) — è altrettanto vero che il suo stato di isolamento viene ad essere
ingiustificatamente appesantito da talune opinabili scelte dell’amministrazione
penitenziaria, la quale invece, come si ricava con chiarezza dalla giurisprudenza
della Corte di Strasburgo, dovrebbe assumere tutte le iniziative necessarie per non
impoverire ulteriormente la precaria situazione esistenziale del soggetto iso-
lato (85). A questo proposito sono condivisibili le osservazioni critiche della Corte
di Oslo che si concentrano, da un lato, sulle perquisizioni, dall’altro sul generaliz-
zato ricorso al vetro divisorio per l’effettuazione dei colloqui visivi: osservazioni da
ricondurre ad una sua non infondata opinione di fondo circa la sopravvalutazione
delle esigenze di sicurezza da parte dell’amministrazione penitenziaria (86).
Per quanto concerne le perquisizioni che, nel nostro caso, implicano il previo
denudamento dell’interessato, viene anzitutto criticata la loro eccessiva frequenza.
In particolare, vista la collocazione del condannato in un ambiente, per definizione,
“sterilizzato” (87), si dubita che sia necessario procedere a perquisizioni non
programmate e, soprattutto, alla perquisizione dopo la sua quotidiana permanenza
nel cortile: non solo in considerazione del fatto che la suddetta permanenza è
sottoposta al controllo visivo diretto di un prison officer, ma anche al fine di evitare

(81) Isolamento definito anche « quasi totale », che di per sé non costituisce violazione dell’art. 3
CEDU: a questo proposito, cfr. Corte Edu, Messina c. Italie, 8 giugno 1999, § 1 della motivazione « en
droit ».
(82) Cfr. Corte EDU, 4 febbraio 2003, Van der Ven v. the Netherlands, § 51.
(83) Cfr. Corte EDU, 21 luglio 2005, Rhode, cit., § 93.
(84) Per l’esatta osservazione che gli effetti negativi dell’isolamento si producono « regardless of
whether one has access to TV and other materialistic goods », cfr. SCHARFF SMITH, A critical look, cit., p. 20.
(85) In questo senso, Corte EDU, 17 gennaio 2016, Romaniuk v. Poland, § 41; Corte EDU, 17
novembre 2015, Radev v. Bulgaria, § 48; Corte EDU, 17 aprile 2012, Piechovicz v. Poland, § 173.
(86) Cfr. Oslo District Court 20 aprile 2016, cit., allegato, p. 43.
(87) Corte EDU, 4 febbraio 2003, Lorsé and Others v. the Netherlands. In questa pronuncia, la
Corte di Strasburgo, dopo avere rilevato che taluni detenuti, pur essendo sottoposti ad un regime di
massima sicurezza, subivano invasive perquisizioni a prescindere da qualsiasi incontro con terze persone,
ha concluso nel senso di una violazione dell’art. 3 CEDU.
— 1545 —

che, come evidenziato da Breivik, il desiderio di sottrarsi alla perquisizione spinga


l’interessato a rimanere nella propria cella e a subire quindi, al di là del dovuto, gli
effetti nocivi della detenzione speciale. In termini più generali, bisogna aggiungere
che anche le modalità delle perquisizioni effettuate nei confronti di Breivik non
risultano irrilevanti dal punto di vista della loro conformità all’art. 3 CEDU: è
difficile, infatti, non considerare degradante la posizione di chi, per dimostrare di
non avere oggetti nascosti nella cavità anale, è costretto ad effettuare flessioni al
cospetto di un controllore che lo osserva dall’alto in basso (88); alla medesima
conclusione si deve pervenire di fronte alla presenza, denunciata dal ricorrente, di
personale femminile durante l’esecuzione delle “full strip-searches” (89). Il capi-
tolo delle perquisizioni deve essere tuttavia considerato tenendo presente che si
tratta di eccessi riguardanti soprattutto il passato, avendo autonomamente provve-
duto l’amministrazione penitenziaria a limitare l’esagerato ricorso a questi stru-
menti di controllo.
Mantengono invece intatta la loro attualità le critiche della Corte norvegese in
merito agli scarsi rimedi posti in essere per controbilanciare, almeno parzialmente,
il regime di isolamento. Ad essere posta sotto accusa è la scelta dell’amministra-
zione penitenziaria di non derogare — deroga rientrante nell’ambito della sua
discrezionalità — al disposto del § 6-10 co. 1º reg.penit.norv., dal quale si desume
che, per chi è detenuto in una sezione ad altissimo indice di sicurezza, i colloqui si
svolgono ricorrendo ad un vetro divisorio e predisponendo, tranne quando ad
interloquire sia il difensore, un controllo auditivo. A ben vedere, la rinuncia al vetro
divisorio, per lo meno nei colloqui con determinate persone, mentre, da un lato,
avrebbe eliminato lo sgradevole senso di lontananza provocato dalla voce robotiz-
zata dell’interlocutore (90), dall’altro, sarebbe stata priva di rilevanti controindi-
cazioni: lo ha autorevolmente sostenuto la psichiatra incaricata di accertare l’evo-
luzione della pericolosità del condannato, la quale si è espressa, infatti, a favore di
una parziale “liberalizzazione” dei periodici colloqui di Breivik con un assistente
volontario, spingendosi addirittura ad indicare quali diverse precauzioni avrebbero
potuto essere eventualmente adottate per neutralizzare il paventato rischio di un
sequestro di persona (91). Anche il difensore del condannato ha sollecitato invano
l’eliminazione del vetro divisorio per i colloqui con il suo assistito.
Si commetterebbe un errore se si sottovalutasse questo aspetto della que-
stione, dal momento che una, sia pur circoscritta, eliminazione del vetro divisorio
avrebbe costituito un appropriato antidoto rispetto agli effetti dannosi che il
protratto isolamento stava incominciando a provocare sull’equilibrio psichico del
ricorrente (92). Probabilmente tale correttivo sarebbe valso anche a ridimensionare

(88) Pienamente condivisibili le parole usate dalla Corte EDU in una situazione analoga: « les
postures que le requérant était contraint d’adopter constituaient une forme de profanation de son corps, une
mesure de dépersonnalisation en tant qu’elle le dépouillait de son intimité »: in questi termini, Corte EDU,
9 luglio 2002, Khider c. France, § 92.
(89) Nel senso di una violazione dell’art. 3 CEDU, cfr. Corte EDU, 24 luglio 2001, Valasinas v.
Lithuania.
(90) Oslo District Court 20 aprile 2016, cit., allegato, p. 35.
(91) Cfr. Oslo District Court 20 aprile 2016, cit., allegato, p. 36, dove si riporta che la consulente
psichiatra aveva suggerito di prescindere dal vetro divisorio, mantenendo però le manette, e di verificare,
a quel punto, se le modalità di svolgimento del colloquio potevano essere ulteriormente “normalizzate”.
(92) Per ampi riferimenti ai segnali di instabilità psichica, imputabili alla prolungata situazione di
isolamento, cfr. Oslo District Court 20 aprile 2016, cit., allegato, p. 39 ss.
— 1546 —

le forti perplessità del parliamentary ombudsman, il quale in un rapporto pubbli-


cato l’11 novembre 2015, poco dopo la sua ispezione nella struttura in cui Breivik
era ristretto, aveva messo in guardia contro il rischio dello sconfinamento in una
detenzione inumana (93).

7. I caposaldi della decisione che ha ritenuto violato l’art. 3 CEDU. — La


discrepanza tra la condizione detentiva di Breivik e la giurisprudenza di Strasburgo
risulta ancora più marcata se si sposta l’attenzione sulle garanzie procedurali che,
secondo la Corte EDU, devono essere rispettate quando gli organismi penitenziari
sottopongono il detenuto ad isolamento, creando una situazione che viene signifi-
cativamente definita in parecchie decisioni della stessa Corte « une sorte “d’empri-
sonnement dans la prison” » (94).
Il punto di partenza, che denota un allineamento agli standard del CPT (95) e
alle previsioni delle Regole penitenziarie europee (96), va colto nella considera-
zione che, data la gravità delle conseguenze ad esso ricollegabili, l’isolamento deve
costituire una soluzione alla quale fare ricorso solo eccezionalmente (97).
Alla luce di questa premessa e della concomitante esigenza di ostacolare
eventuali comportamenti arbitrari dell’amministrazione penitenziaria viene posto a
carico di quest’ultima l’obbligo — da interpretare alla stregua di una prima garanzia
procedurale per chi subisce l’isolamento — di esplicitare le ragioni che stanno alla
base della scelta di separare il detenuto dal resto della comunità carceraria (98). Del
tutto condivisibile l’ulteriore chiarimento della Corte EDU, dal quale emerge che la
motivazione deve risultare sempre più puntuale man mano che si susseguono le
proroghe del regime di isolamento (99).
Senza nulla togliere al requisito della motivazione, sembra lecito tuttavia
sostenere che, con riferimento alle « procedural safeguards », la garanzia di maggior
peso vada individuata nel riconoscimento — patrocinato con molta fermezza dalla
Corte EDU — del diritto del detenuto ad ottenere da un’autorità indipendente il
riesame, anche nel merito, del provvedimento assunto a suo carico da parte
dell’amministrazione penitenziaria (100).

(93) Cfr. Solitary confinement for Anders Breivik risks inhumane treatment, says Norway ombud-
sman, in The Guardian (on line), 12 novembre 2015. Per la versione integrale del rapporto, nella
traduzione in inglese, cfr. Visit Report. Telemark Prison, Skien Branch (2-4 June 2015), in www.sivilom-
budsmannen.no.
(94) In questo senso, cfr. Corte EDU, 4 luglio 2006, Ramirez Sanchez, cit., § 139; negli stessi
termini, Corte EDU, 17 aprile 2012, Hozych v. Poland, § 92; Corte EDU, 7 giugno 2011, Csüllög v.
Hungary, § 31.
(95) Cfr. CPT Standards, in www.cpt.coe.int/en/documents/eng-standards.pdf, § 64, p.37, dove si
precisa che il « solitary confinement should only be imposed in exceptional circumstances, as a last resort
and for the shortest possible time ».
(96) Cfr. la Regola 53.1. delle Regole penitenziarie europee del 2006, in cui si dispone che « il
ricorso a misure di elevata sorveglianza o di sicurezza è autorizzato solo in circostanze eccezionali ».
(97) Cfr, tra le molte, Corte EDU, 7 giugno 2011, Csüllög, cit., § 31; Corte EDU, 14 ottobre 2010,
A.B. v. Russia, § 108; Corte EDU, 7 gennaio 2010, Onoufriou v. Cyprus, § 70.
(98) Cfr. Corte Edu, 17 aprile 2012, Piechowicz v. Poland, § 165; Corte EDU, 17 aprile 2012,
Hozych, cit.,§ 92; Corte EDU, 7 giugno 2011, Csüllög, cit., § 31; Corte EDU, 14 ottobre 2010, A.B., cit.,
§ 108.
(99) Cfr. Corte Edu, 17 aprile 2012, Piechowicz, cit., § 165; Corte EDU, 10 aprile 2012, Babar
Ahamad, cit., § 212; Corte EDU, 14 ottobre 2010, A.B., cit., § 108.
(100) A tale proposito, cfr. Corte EDU, 10 aprile 2012, Babar Ahamad, cit, § 212, dove si afferma:
« it is essential that a prisoner should be able to have an independent judicial authority review the merits
— 1547 —

Se, tenendo presenti questo tipo di garanzie richieste dal giudice europeo, si va
a verificare la situazione detentiva di Breivik, lo scarto emerge con immediatezza.
Ciò è vero, anzitutto, per quanto concerne la mancata osservanza del principio della
motivazione relativamente sia al provvedimento che ha disposto per la prima volta
l’isolamento, sia a quelli che lo hanno prorogato. L’amministrazione penitenziaria
ha mantenuto un ostinato silenzio in merito a tale profilo, sostenendo del tutto
erroneamente — come le è stato fatto notare, tra gli altri, dal parliamentary
ombudsman (101) — che le ragioni giustificatrici della scelta di isolare il detenuto
dovevano ritenersi assorbite dai motivi posti a base della decisione di collocare
costui in una sezione ad altissimo indice di sicurezza. Tesi, quest’ultima, che trova
una lampante smentita nel § 6-3 co. 2º reg. penit. norv., dal quale si ricava che
spetta all’amministrazione penitenziaria stabilire se un detenuto collocato in una
High Risk Unit deve, o non, essere isolato dagli altri detenuti collocati nella
medesima unità: rimanendo, invece, fuori discussione che non si può derogare al
disposto del § 6-3 co. 1º reg.penit. norv., il quale stabilisce un’invalicabile separa-
zione di tale categoria di soggetti da quelli sottoposti al regime ordinario di
detenzione.
Il silenzio serbato in merito ai motivi dell’isolamento ha posto il giudice di
Oslo di fronte ad un dilemma che, per ragioni obiettive, non è stato in grado di
superare. La mancanza di una documentazione ad hoc non gli ha infatti permesso
di appurare se il condannato è stato posto e mantenuto in isolamento per motivi
inerenti alla sua persona e, quindi, in seguito ad una ponderata valutazione
dell’opportunità di una simile opzione, oppure “per forza di cose”, vale a dire per
l’assenza di altri detenuti sottoposti al suo stesso regime detentivo. Se infatti la vera
ragione fosse quest’ultima — non manca di osservare l’organo decidente — se cioè
Breivik, considerando tutte le High Risk Units della Norvegia, fosse l’unico
detenuto sottoposto al regime differenziato, l’amministrazione penitenziaria
avrebbe dovuto farlo chiaramente presente; in caso contrario, avrebbero dovuto
essere esplicitate le ragioni che sconsigliavano di attivarsi per scongiurare o, meglio,
per incrinare la prolungata situazione di isolamento. Alla luce di tali considerazioni
la Corte di Oslo si proclama in ultima analisi non convinta che il prolungato
isolamento sul quale è stata chiamata a pronunciarsi possa essere catalogato in
termini di extrema ratio per l’amministrazione penitenziaria.

8. Considerazioni conclusive (in attesa della della pronuncia del giudice di


appello). — In sede di considerazioni conclusive bisogna anzitutto precisare che, a
partire dal 10 gennaio 2017 (102), verrà celebrato il giudizio di appello nei
confronti della decisione in esame, che è stata impugnata sia dal Ministro della
giustizia, sia da Breivik. Anche tra coloro che hanno criticato nel merito il
provvedimento emesso in primo grado dalla Corte distrettuale di Oslo c’è stato chi
non ha condiviso la scelta del Ministro, ritenendo che fosse più opportuno rinun-

of and reasons for a prolonged measure of solitary confinement »; conf. Corte EDU, 14 ottobre 2010, A.B.,
cit., § 111; Corte EDU, 4 luglio 2006, Ramirez Sanchez, cit., § 145.
(101) Cfr. Oslo District Court 20 aprile 2016, cit., allegato, p. 34.
(102) Per questa indicazione, cfr. www.domstol.no/globalassets/upload/borg/internett/info-hjem-
meside-engelsk.pdf, dove si precisa che il processo verrà nuovamente celebrato nel carcere di Telemark,
sezione Skien, e che il suo svolgimento è previsto per sei giorni consecutivi, fatta eccezione per lunedì 16
gennaio.
— 1548 —

ciare all’appello (103). Ciò per due ordini di ragioni: anzitutto, per i circoscritti
riflessi pratici della pronuncia in esame, dovendo in base ad essa l’amministrazione
penitenziaria limitarsi a fare eseguire senza vetro divisorio i colloqui con l’assistente
volontario e con il difensore, nonché attivarsi per garantire, ove siano presenti nelle
carceri della Norvegia altri detenuti assegnati a sezioni S.H.S., che qualcuno di
costoro trascorra una frazione della giornata in compagnia di Breivik; in secondo
luogo, perché celebrare il giudizio di appello significa offrire al condannato in
questione un palcoscenico esposto ad una grande attenzione mediatica, e quindi
una sede ideale per la divulgazione dei suoi atteggiamenti provocatori e dei suoi
deliranti proclami.
Senonchè, anche a volere prescindere dall’offuscamento di immagine deri-
vante alla Norvegia dall’acquiscenza nei confronti di una pronuncia che la ricono-
sce colpevole della violazione dell’art. 3 CEDU, resta il fatto che il giudizio di
appello si sarebbe ugualmente celebrato per iniziativa del condannato (104), la cui
strategia è verosimilmente proprio quella di un prolungamento della vicenda
processuale, così da riuscire — dopo l’eventuale giudizio davanti alla Corte su-
prema norvegese — ad investire del suo caso i giudici di Strasburgo, usufruendo in
tal modo di una sede prestigiosa e ancor più funzionale ai suoi obiettivi di
propaganda/proselitismo. È vero che, se ad appellare fosse stato solo Breivik, nel
relativo giudizio il parametro normativo di riferimento sarebbe stato l’art. 8 CEDU,
e non l’art. 3. È altrettanto vero, però, che tale disposizione sarebbe stata inevita-
bilmente rapportata alla particolare condizione detentiva dell’appellante, con la
conseguenza che si sarebbe discusso più o meno delle stesse tematiche trattate nel
giudizio di primo grado.
Accantonando le considerazioni di opportunità per privilegiare quelle più
strettamente giuridiche, non è facile stabilire se sia nel giusto chi critica la Corte
distrettuale di Oslo per avere interpretato l’art. 3 CEDU più rigorosamente dell’as-
sise di Strasburgo (105). È innegabile che nel passato il giudice europeo abbia
“tollerato” situazioni di isolamento protrattesi anche per dodici (106) o tredici
anni (107). Ma non si può non considerare che, nel corso del tempo, si è andata via
via accentuando la sensibilità collettiva nei confronti di una condizione detentiva
così alienante, tant’è vero che in sede O.N.U. sono state da poco approvate le c.d.
Nelson Mandela Rules (108), le quali, a proposito dell’isolamento, assumono una
posizione molto più intransigente rispetto a quella dei testi che le hanno precedute.
D’altronde, se alla lunghezza dell’isolamento subito da Breivik si aggiungono
la mancata predisposizione di interventi finalizzati ad attenuare le sue più nocive

(103) Cfr. LARSEN, The inhuman treatment of a terrorist, cit., p. 9 s.


(104) Come si è precedentemente ricordato (v. supra, nt. 6), la Corte di Oslo ha ritenuto infondate
le censure di Breivik inerenti all’asserita violazione dell’art. 8 CEDU.
(105) LARSEN, The inhuman treatment of a terrorist, cit., p. 7 s.
(106) Corte EDU, 10 novembre 2005, Argenti v. Italy.
(107) Corte EDU, 20 gennaio 2011, Kashavelov v. Bulgaria.
(108) Si tratta, più precisamente, delle UN Standard Minimum Rules on the Treatment of
Prisoners, adottate dall’Assemblea generale dell’Onu il 17 dicembre 2015. La rule 43 co. 1º lett. b mette
al bando l’isolamento « prolungato », ossia quell’isolamento che, in base alla definizione della rule 44, si
estende per più di 15 giorni consecutivi. A sua volta, la rule 45 co. 1º stabilisce che il « solitary
confinement », da un lato, può essere utilizzato solo in una logica di extrema ratio e per il minor tempo
possibile, dall’altro che, data la gravità della misura, essa deve essere sottoposta ad una « indipendent
review ».
— 1549 —

ripercussioni, nonché le gravi carenze sul versante delle garanzie processuali —


carenze che hanno reso possibili restrizioni apportate da provvedimenti immotivati
e non suscettibili di un effettivo riesame da parte di un organismo terzo — riesce
francamente difficile catalogare come una “fuga in avanti” la pronuncia della Corte
norvegese. Bisognerebbe evitare che le critiche, di per sé ovviamente legittime,
siano influenzate da un pregiudizio del quale non è facile liberarsi. Si deve
ammettere infatti che, non ostante tutti gli sforzi, costa una certa fatica schierarsi
a favore del riconoscimento di diritti e garanzie a chi si è reso colpevole di crimini
così orrendi come quelli di Breivik. Riallacciandoci al titolo di un articolo apparso,
proprio a questo proposito, sul quotidiano The Indipendent, bisogna riconoscere
che una presa di posizione del genere può risultare sgradevole anche per chi la
assume. Sgradevole, ma, come si sottolinea nella stessa sede, necessitata (109), se
si vuole essere in sintonia con il carattere assoluto della tutela garantita dall’art. 3
CEDU. A prescindere da ogni altra valutazione, merita quindi un plauso la
professionalità con cui la Corte di Oslo si è fatta carico di questo conflitto.
FRANCO DELLA CASA
Professore di Procedura penale
Università degli Studi di Genova

(109) FEARN, Upholding a monster’s rights is unpalatable, but necessary, in The Indipendent (on
line), 22 aprile 2016, p.36.