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IL COUNSELING: UNA PROFESSIONE PER IL TERZO MILLENNIO

• Si apre un nuovo secolo, un nuovo millennio, occorrono paradigmi nuovi anche


associativi. Dalla cultura dell’appartenenza al patto associativo fra professionisti.
• Concluso un secolo dedicato ai movimenti di massa e dedito alla cura dell'interiorità
individuale, è oggi il tempo della persona. Protagonista e artista della sua esistenza,
capace di inventarsi e scegliere la sua vita.
• Si modifica il pensiero della relazione d’aiuto: dalla cura del disagio al pensiero del
benessere, dal supporto riparatore, (terapeutico), a un intervento di affiancamento alto,
adulto, alla pari, per avere di più, una vita migliore. Il coaching e il counseling.
• Il counseling: guarda al futuro per pensare il presente, cerca e apre nuove pensabilità,
ricerca l’azione, usa risorse finora inesplorate nell’ambiente o nel proprio interno.
• Professionisti liberi e responsabili, si uniscono per aumentare le capacità, controllare il
feed back degli interventi, curare la verifica ecologica. Associazione professionale: una
comunità professionale che promuove il ruolo e la qualificazione ben oltre l’antico
pensiero di un Ordine che difende. I professionisti si uniscono in Associazione a garanzia
di un operato alla ricerca di una qualità sempre più alta.
• Persona di piena cittadinanza il cliente, persona il professionista, Associazione fra
persone la S.I.Co., responsabili, libere, che usano le regole condivise come strumenti di
valorizzazione, il controllo e il rendere conto come feed back essenziali per migliorare
costantemente ed essere fieri della propria professione.

Un nuovo secolo, un nuovo millennio, nuovi paradigmi.

Con l’avvio del nuovo secolo, e del nuovo millennio, occorre, ed è una bella occasione,
impostare dei paradigmi nuovi, aggiornati. Occorre riflettere nuovamente ai costituenti, alla
forma stessa del nostro pensare e agire nel mondo. Ripensando ai primi del ‘900, restiamo
sempre incantati dall’incredibile fiorire di idee di quella stagione, la decostruzione
dell’architettura e delle altre forme d’arte, il grandioso impianto di Freud, la relatività di
Einstein, ma anche la cultura del lavoro, il primo femminismo, un fiume di pensiero che ha
fecondato e intriso di sé l’Europa intera.

Siamo di nuovo agli inizi e spetta a noi che li stiamo vivendo tracciare, individuare,
immaginare. sperimentare dei paradigmi attuali che ci sappiano condurre nell’avvenire, non
perché fossero insufficienti o errati quei formidabili castelli articolati e complessi ma proprio
perché il miglior omaggio che possiamo riconoscere loro è di averli consumati, di essercene
nutriti e, rifocillati del loro vigore, possiamo procedere con diverso slancio, colmi di gratitudine.

Mi piace pensare che siamo alle soglie di un nuovo Rinascimento, quella figura d’uomo che da’
la misura, al centro dell’universo, penso a Piero della Francesca e gli altri artisti, capaci di
scambiare con libertà e curiosità, di innovare, sperimentare, intrecciare conversazioni sulla
tecnica, sul magico “come”, farsi contaminare dal pensiero altro e da discipline altre.

Mi sembra si possa dire che il tema più rilevante di oggi sia come la persona, nella sua più
bella pienezza e rotondità al centro di ogni evento e di ogni pensare, possa progettare e
costruire assieme ad altri. Lontano dalla triste cultura dell’appartenenza di cui, spero, la
spaventosa tragedia della guerra ci possa servire da monito mai dimenticato. Perché un mondo
fatto di persone è un mondo che si struttura attraverso regole condivise, non per fedeltà o per
militanza ideologizzata ma per interesse e passione verso un progetto comune da raggiungere
grazie a un aperto e trasparente patto associativo. Che fa dei valori individuali un contributo
per una più articolata e soddisfacente cultura dell’esistenza. Scrive Rifkin che la libertà di oggi
non è più rappresentata in modo soddisfacente dall’autonomia ma che oggi la libertà è la
capacità di essere vulnerabili, aperti al contagio degli altri. E se lo dice un economista, fra i
primi a tracciare linee di pensiero sulla globalizzazione e la complessità interattiva della

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comunità umana, possiamo anche dargli un poco di credito per di più noi che amiamo lavorare
con la persona umana!

Persone, dunque, libere e responsabili, capaci di operare in trasparenza, che si riuniscono in


associazione professionale per vigilare e preservare la qualità del loro operare, che non si
adattano più a un Ordine professionale che metta recinti di difesa (peraltro generalmente assai
poco efficaci) ma che costituiscono una Associazione di cui essere protagonisti e custodi in un
continuo, governato processo di innovazione e trasformazione. Perché si dice che le persone
libere dipendono dalle regole, sono gli schiavi a dipendere dagli uomini. Ma collaborare per un
progetto non è dipendere, aver bisogno di fare con gli altri è una forma di libertà.

Ecco, dunque, che, a mio giudizio, proprio la qualità del costituirsi oggi come persona e di
riguardare all’altro come a un soggetto di piena cittadinanza va a strutturare l’essenza stessa
del counseling e, in conseguenza, di una Associazione professionale che lo descriva e ne
custodisca il valore.

Il presente nasce dal futuro

Quando pensavamo in termini lineari, scanditi dalla freccia irreversibile del tempo, ci sembrava
logico, forse anche inevitabile, considerare che il presente non poteva che essere conseguenza
del passato su cui potevamo ritornare per cercare di riparare, correggere, integrare un
percorso in ogni caso carente quando non addirittura colpevole. Ma l’impianto della fisica
quantistica, ammirevole nella sua eleganza e semplicità, ci prospetta tutt’altre possibilità. Ci
insegna che sono infinite le possibilità in ogni attimo e che sono le nostre scelte a determinare
il reale andamento della nostra storia, ci suggerisce che l’idea del tempo irreversibile, che il
passato è conoscibile e il futuro no è null’altro che un punto di vista. Uno dei tanti, tutti
importanti.

Oggi finalmente possiamo dire di aver mangiato, consumato la relatività di Einstein, finalmente
ci è entrata dentro nella carne, viviamo nella cultura della complessità, guidati da quella
farfalla che battendo le ali crea un movimento significativo al di là dell’oceano. Il presente trae
senso e indicazione dal futuro: come sceglieremmo anche solo di vestirci se non sapessimo
dove intendiamo recarci fra un’ora? Il presente è modellato dal progetto, dall’intenzione, dal
futuro che immaginiamo e vogliamo. E non c’è nulla di più concreto di un pensiero. Ricordate
quel genio di Giorgio Gaber? Se potessi mangiare un’idea, avrei fatto la mia rivoluzione.

Il glocalismo

Oggi il cosiddetto localismo, termine non molto elegante ma certo pregnante, fissa con forza la
necessità della persona unica, del contesto ravvicinato (pensiamo anche solo a tutta la cultura
del chilometro zero!), dell’ambito locale strettamente inteso, che vada a intrecciarsi con
l’infinito globale. Che si sappia articolare, nulla togliendo allo specifico di quel luogo, di quella
persona, di quell’esigenza o di quella necessità o interesse ma, anzi, ottimizzandolo proprio
perché la si mette in connessione con il mondo ampio del globale. Il comportamento attento al
glocalismo parla di verifica ecologica del proprio operare (santo Bateson ricordava che una
macchina che funziona è una macchina che cammina… e che non inquina), nella profonda
consapevolezza che nella relazione umana non può darsi che qualcuno vinca e l’altro perda: si
vince tutti assieme o tristemente ci si danneggia tutti. Così, anche l’antico adagio che la mia
libertà finisce dove comincia quella dell’altro mi sembra vada riformulata asserendo che la mia
libertà comincia proprio dove comincia quella dell’altro. Diveniamo custodi attenti della
espressione della libertà, perché se tutelo la libertà dell’altro, nello stesso momento garantisco
la mia. La libertà non la si può dare, appartiene alla persona. La si può solo togliere, soffocare,
mortificare. La mia esistenza è custodita dall’altro. La democrazia è aver bisogno del lavoro e
del pensiero dell’altro affinché si attui il mio progetto, affinché il mio stesso lavoro trovi
successo e senso. Solo la dittatura pensa di poter fare a meno del contributo dell’altro.

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Dalla cura del disagio alla cultura del benessere

In questa luce di un mondo fatto di persone rotonde, piene, ricche e articolate nelle più
svariate espressività, ecco che la relazione d’aiuto non si basa più necessariamente sulla
ricerca di un danno da riparare, di una lacuna, una mancanza cui porre rimedio. Non c’è più
necessità di un divario in qualche termina, pur se non è gradito dirlo chiaramente, gerarchico
fra il cosiddetto “paziente” e l’austero, capace, saggio guaritore che lo prende in cura. Non
intendo certamente affermare che la psicoterapia non sia oggi ancora un intervento adeguato,
opportuno, colto, efficace; d’altronde è il mio mestiere, lo pratico tutti i giorni.

Voglio solo dire che non è più l’ottica principale, se non esclusiva, in cui si colloca la moderna
relazione d’aiuto. Voglio solo affermare che il counseling non è per nulla una forma lieve,
attenuata di psicoterapia, che può operare nei cosiddetti “casi non gravi”. Il counseling è
tutt’altro. Pur nella conoscenza del disagio e della fatica che le scelte esistenziali e relazionali
comportano, il counseling cerca, coltiva e propone un pensiero di benessere. Tutt’altro che il
contrario del malessere, la ricerca del benessere richiede un’idea forte della pienezza della
persona, va alla ricerca delle sue risorse potenziali o non ancora conosciute, le esplora e le
testa in azioni simboliche, vere e proprie sperimentazioni che la persona può saggiare per
trovare la sua soluzione che testerà con i suoi personalissimi sistemi di sicurezza e controllo..

Lontano dall’affidamento insaporito di debolezza o che colloca la persona quasi in uno stato di
minorità, il counseling è un rapporto libero e denso di speranza fra persone intere, adulte,
capaci di relazionarsi servendosi di un aiuto che è affiancamento, sostegno, tifo e condivisione.
Un’alleanza tra persone con piena cittadinanza, che constatano la trappola che imprigiona le
forze e le capacità, individuano nuove e diverse competenze per soluzioni differenti, fresche,
progettuali. Il counselor non desidera e non cerca la dipendenza e neanche la gratitudine
dell’altro, tutto in tensione verso una effettiva, sempre più grande autonomia e indipendenza,
affinché l’altro divenga, o torni a essere, protagonista della propria vita, inventore della sua
esistenza unica e irripetibile.

Un’Associazione professionale

Una professione così delineata non può che pretendere una forma associativa che la rispecchi e
la rispetti. L’Associazione professionale, dunque, sarà un libero e autorevole costituirsi di una
comunità scientifica che stabilisce delle regole affinché l’attenersi a queste possa guidare il
counselor e sostenerlo nella difficile esperienza di relazionarsi con un essere umano complesso,
di cui intravede e coglie e conosce alcuni aspetti, di cui cerca il progetto celato per affiancarsi a
sostegno, di cui esplora le risorse affinché divengano o tornino a essere disponibili.
L’Associazione professionale saprà essere permeabile alle richieste e alle esigenze dei soci in
un continuo circuito di mutuo feed back: sarà il progetto condiviso, la vision a modulare le
trasformazioni, i cambiamenti, saggiare quando le innovazioni rischiano di farsi stravolgimento,
avere il coraggio di appoggiare un pensiero fors’anche visionario. Il coraggio della
sperimentazione e della verifica, il controllo rigoroso delle regole del gioco, la flessibilità del
pensiero, il continuo riconsiderare e ritradurre in termini attuali quel che si era convenuto ieri,
il contagio con altre discipline, la perenne difesa delle differenze senza cedere al impazienza
dell’omologazione, la tensione etica e non moralistica, un attento sguardo al contesto e alle
sue mutazioni: questo vorrei fosse l’identità di S.I.Co del nuovo millennio.

Buon lavoro a tutti noi

Maria Cristina Koch


Sistema Counseling