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Milton H.

Erickson

LA

MIA VOCE

TI ACCOMPAGNERÀ

I racconti didattici

di Milton H. Erickson

a cura di

SIDNEY ROSEN

Metafore, apologhi, aneddoti gustosi, divagazioni

umoristiche o senza senso apparente, enigmi a

chiave, quale che fosse la loro forma esteriore, i

racconti didattici di Milton H. Erickson erano in

realtà strumenti terapeutici raffinatissimi, intesi a

instillare nel paziente, nell'interlocutore, i semi di

una nuova visione di sé e del mondo, in sostanza

a determinare un vero e proprio cambiamento

terapeutico.

Casa Editrice Astrolabio


«PSICHE E COSCIENZA»

Collana di testi e documenti per lo studio della psicologia del profondo

Milton H. Erickson

LA MIA VOCE

TI ACCOMPAGNERÀ

I RACCONTI DIDATTICI

DI MILTON H. ERICKSON

a cura di

Sidney Rosen

Titolo originale dell'opera

MY VOICE WILL GO WITH YOU

THE TEACHING TALES OF MILTON H. ERICKSON

(W. W. Norton & Company)

Traduzione di

Salvatore Maddaloni

© 1982, Sidney. Rosen M.D.

© 1983, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma.


«PSICHE E COSCIENZA»

COLLANA DI TESTI E DOCUMENTI PER LO STUDIO

DELLA PSICOLOGIA DEL PROFONDO,

Milton H. Erickson

LA

MIA VOCE

TI ACCOMPAGNERÀ

I racconti didattici

di Milton H. Erickson

a cura di

Sidney Rosen

ROMA

ASTROLABIO

MCMLXXXIII
Prefazione 7

I racconti didattici di Milton Erickson - le storie che raccontava ai

suoi pazienti o a tutti coloro che venivano a raggrupparglisi intorno -

sono pieni d'ingegno e di fascino: sono straordinari esempi dell'arte

di persuadere. Si potrebbe addirittura dire che sono troppo belli per

essere relegati tra i libri di psichiatria, poiché, anche se concepiti per

un fine terapeutico, appartengono a una tradizione molto più ampia:

la tradizione americana di arguzia e humour, che ha in Mark Twain il

suo maggiore rappresentante.

Conobbi per la prima volta le sorprendenti imprese di Erickson

quando, nel 1963, iniziai a collaborare al Merital Research Institute

di Palo Alto. Stavo raccogliendo, insieme a Jay Haley, materiale per

il volume Techniques of Family Therapy* Haley, che aveva registrato

ore ed ore di conversazione con Erickson, mi raccontava una storia

dopo l'altra su quest'uomo mentre io ascoltavo affascinata. Quella fu

parte della mia iniziazione alla terapia familiare, ed ebbe un grosso

effetto su di me. Mi sento dunque tanto più lusingata adesso, diciotto

anni più tardi, davanti alla richiesta di scrivere la prefazione ai rac-

conti di Erickson raccolti e curati da Sidney Rosen.

È difficile dare un resoconto del lavoro di Erickson, per via del

suo strano modo di porsi a metà strada tra il guaritore e il poeta, tra

lo scienziato e il bardo. Le trascrizioni dei suoi seminari, per quanto

sorprendenti, sono in certa misura insoddisfacenti. La parola scritta

è assolutamente inadeguata a trasmettere le pause, i sorrisi, le pene-

tranti occhiate all'insù con cui Erickson punteggiava i suoi racconti,

né può testimoniare del suo magistrale uso della voce e del tono della

voce. La parola scritta, per dirla in breve, non riesce assolutamente

a rendere l'idea del modo in cui Erickson penetra nell'altro.

Sidney Rosen ha risolto questo problema, anche se non so bene


come abbia fatto. Erickson l'ha scelto, in quanto discepolo, collega

e amico, per pubblicare questo volume, e la sua intuizione è stata

giusta, come sempre, perché Rosen ha un modo tutto suo di prendere

il lettore per mano e di farlo penetrare alla presenza di Erickson,

* Trad. it., Tecniche di terapia della famiglia, Astrolabio, Roma, 1974.


8 Prefazione

direttamente, senza impedimenti. Una volta, in Florida, ho assistito

a uno spettacolo di nuoto subacqueo: il pubblico sedeva in un anfi-

teatro sotterraneo che una lastra di vetro separava da rocce calcaree

subacquee dall'altra parte, e l'acqua era così chiara e trasparente che

il pesce che nuotava vicino al vetro sembrava fluttuare nell'aria.

La lettura di questo libro ha rappresentato un'esperienza dello stesso

tipo, e ciò è forse dovuto alla forza con cui Rosen ci sa trasmettere

la sensazione di quel campo relazionale che era il naturale mezzo

espressivo di Erickson. Nel primo capoverso del primo capitolo tro-

viamo un'osservazione di Erickson a Rosen circa la natura dell'in-

conscio. Proprio come Erickson inserisce nei suoi racconti certe sue

reminiscenze, episodi della sua vita, pensieri bizzarri, o fatti incon-

sueti, allo stesso modo Rosen inserisce nel suo commento spunti su

tale o tal altro incontro personale con Erickson, associazioni su un

dato racconto, notizie su come egli stesso ha utilizzato questi racconti

nel lavoro coi propri pazienti, e inoltre fornisce esaurienti spiegazioni

delle varie tecniche che troviamo esemplificate nei racconti. È il com-

mento a costituire il campo relazionale nel quale fluttuano questi

racconti.

Per di più, sembra quasi che Rosen parli, invece di scrivere, anche

qui echeggiando Erickson, e con uno stile discorsivo e per niente tec-

nico. Questo stile è anche estremamente piano. Che ciò sia fatto deli-

beratamente o no, Rosen crea una cornice abbastanza neutra da met-

tere in risalto il colore e la vivezza di ingegno dei vari racconti. Ciò

nondimeno, l'effetto totale trascende quello di ogni singolo elemento.

A ogni aneddoto è prestata profonda attenzione, cosicché un ipnote-

rapeuta capace ed esperto, pratico egli stesso delle tecniche di Erickson,

ci consegna un libro che è in fondo un racconto didattico di rac-


conti didattici.

Vorrei adesso dare un'idea di come il commento fluisce e penetra

fra i vari racconti, prendendo come esempio la prima parte del terzo

capitolo, "Abbiate fiducia nell'inconscio". Questo capitolo si apre con

un breve aneddoto su quando, una volta, Erickson dovette improv-

visare un discorso. Erickson dice a se stesso che non ha bisogno di

prepararsi, perché ha fiducia nella miniera di idee e di esperienze

accumulate nel corso degli anni. Rosen sottolinea questo tema della

fiducia nelle forze immagazzinate nell'inconscio, e poi riporta un breve

raccontino, "Neve leggera", splendido nella sua semplicità, che parla

di un ricordo infantile e del ricordo di quando quel ricordo era stato

generato. Questo racconto è seguito da altri due sullo stesso tema.

L'ultimo riguarda il ritardo nel parlare di Erickson bambino, che a

quattro anni ancora non parlava; a tutti coloro che se ne mostravano


Prefazione 9

preoccupati, sua madre diceva: "Quando verrà il momento, parlerà".

Rosen interviene brevemente per dire che questo è un buon racconto

da utilizzare con quei pazienti che stanno appena imparando a entrare

in trance.

Splendido è il racconto successivo. È intitolato: "Come si grattano

i maiali", e racconta di quando Erickson, che da giovane vendeva libri

per pagarsi gli studi, stava tentando di venderne alcuni a un burbero

vecchio contadino. L'uomo non possedeva nessun libro, e gli disse

di togliersi dai piedi. Erickson, senza pensarci, raccolse un pezzo di

legno e cominciò a grattare la schiena dei maiali cui il contadino stava

dando da mangiare. Il contadino cambiò idea e acconsentì a comprare

i libri di Erickson, perché, come disse, "Tu sei uno che sa come si

gratta un maiale".

Segue poi il commento di Rosen sul racconto, e successivamente il

ricordo della prima volta in cui lo udì, cioè dopo che aveva chiesto

a Erickson perché lo avesse scelto per scrivere la prefazione al suo

libro Hypnotherapy.* Dopo aver spiegato quali fossero le qualità

di Rosen che gli avevano fatto desiderare di affidargli la prefazione,

Erickson aggiunse: "Mi piace il tuo modo di grattare un maiale".

Questo breve esempio rende l'idea della variegata ricchezza del

libro: ciascun racconto è trattato come un prezioso pezzo di una rac-

colta piena di ricordi, e Rosen partecipa al lettore gli svariati signi-

ficati che ognuno gli evoca, sia come persona che come clinico. Se

fossi circospetta come quel contadino, questo libro lo comprerei.

Perché Sidney Rosen sa come si gratta un maiale.

Ackerman Institute of Family Therapy Lynn Hoffman

* Trad. it., Ipnoterapia, Astrolabio, Roma, 1982.


Introduzione 11

Il 27 marzo 1980, un giovedì, il mio ufficio di New York mi chiamò

a Snowbird, Utah, dove ero in vacanza a sciare, per darmi la notizia

che Milton Erickson era morto. Il mio primo pensiero fu per Betty

Erickson: le telefonai e seppi da lei che Erickson aveva terminato

regolarmente la sua settimana d'insegnamento il venerdì, aveva posto

l'autografo su dodici libri, e durante la giornata di sabato si era sen-

tito un po' stanco. La domenica mattina presto aveva cessato improv-

visamente di respirare. Betty Erickson gli aveva praticato la respi-

razione artificiale ripristinando l'attività respiratoria, e si era fatta aiu-

tare a portarlo in ospedale, dove non si riuscì a elevare la pressione

sanguigna, che aveva un livello sistolico di circa quaranta, nemmeno

ricorrendo a infusioni di dopamina. Si stabilì che Erickson soffriva di

'shock settico'. Venne diagnosticata un'infezione da beta-streptococco,

manifestatasi come peritonite. Il suo organismo non rispose a massicce

dosi di antibiotici.

La famiglia di Erickson accorse da tutte le parti degli Stati Uniti.

Era una famiglia devota e numerosa, composta da quattro figli e

quattro figlie, con i rispettivi nipoti e pronipoti. Gli stettero tutti

vicini mentre si trovava in stato semicomatoso. Dai loro resoconti,

sembra probabile che sia morto come spesso aveva detto di deside-

rare: col sorriso in volto, circondato da amici e familiari. Aveva

settantotto anni.

Circa i funerali, Betty Erickson mi disse: "Non ti preoccupare di

venire, Sid, ci saranno poche persone. So che alcuni hanno in pro-

gramma funzioni commemorative in diverse città". Per fortuna riuscii

ad arrivare fino all'aereoporto di Salt Lake City per essere a Phoenix

dopo un breve volo. La calma e la temperatura di Phoenix erano in

netto contrasto col vento e il freddo delle montagne che avevo


appena lasciato.

Era effettivamente una riunione di poche persone. Il corpo di

Erickson era stato cremato e le ceneri sarebbero state disperse sullo

Squaw Peak. Alla funzione presero la parola quattro persone: Jeffrey

Zeig, Robert Pearson, Kay Thompson ed Ernest Rossi. Ricordo il com-

mento finale di Pearson: "Erickson ha affrontato da solo l'establish-


12 Introduzione

ment psichiatrico, e l'ha sconfitto. Ma loro ancora non lo sanno...".

Rossi recitò la poesia che aveva sentito in sogno, e che l'aveva fatto

risvegliare in lacrime proprio un momento prima che gli giungesse la

telefonata da Phoenix che gli annunciava la morte di Erickson.

Dopo la funzione, Betty Erickson mi disse d'avere qualcosa per me.

Si trattava di uno scambio di lettere tra Erickson e Salvador Minuchin.

Minuchin lo aveva incontrato di persona solo una settimana prima della

sua morte. Erickson non aveva letto l'ultima lettera, ma Betty Erick-

son vi aveva diligentemente risposto. Aveva chiesto a Minuchin di

darmi il permesso di utilizzare le sue lettere per questo libro, e

Minuchin aveva gentilmente acconsentito.

L'ultima lettera inizia così: "Il mio incontro con te è stato una

esperienza memorabile. Le persone straordinarie che ho incontrato

nella mia vita si contano sulle dita di una mano, e tu sei una di

queste".

E continua: "Sono rimasto molto impressionato dal tuo modo di

saper guardare le cose semplici e descriverne la complessità, e dalla

tua fiducia nella capacità dell'essere umano di utilizzare un repertorio

di esperienze che non sa di possedere".

Nel corso della mia visita a Phoenix del 1979, ero stato invitato a

dormire nel piccolo cottage attiguo all'ufficio di Erickson. Avevo allora

colto l'occasione per dare un'occhiata ai libri nella biblioteca, rima-

nendo colpito nel vedere che molti di quei libri portavano le dediche

dei rispettivi autori, accompagnate da messaggi di gratitudine. Erano

libri che attinevano a molti campi, non solo a quello dell'ipnosi e

della psicoterapia. C'erano per esempio libri su Gurdjieff, sulla piani-

ficazione urbanistica, sulla letteratura. Le dediche degli autori ave-

vano spesso un tono quasi estatico, come per esempio: "Grazie per
avermi insegnato la differenza tra conoscenza e conoscere".

Per coloro che, come me, avevano seguito i lavori di Erickson fin

dagli anni quaranta e cinquanta, era consolante sapere che ora che

si stava avvicinando agli ottantanni era finalmente apprezzato da un

più vasto pubblico, e che le sue tecniche e i suoi approcci sarebbero

stati d'aiuto a molte altre persone. Nei circoli professionali nel campo

dell'ipnosi Erickson era naturalmente conosciuto da tempo come un

leader. Era socio fondatore dell'American Society of Clinical Hypnosis.

Negli anni cinquanta aveva compilato la voce "Ipnosi" per l'Enci-

clopedia Britannica. Vari professionisti si rivolgevano spesso a lui per

consigli sull'ipnosi e sugli stati di coscienza alterati. Sempre negli anni

cinquanta, aveva ipnotizzato Aldous Huxley e aveva collaborato con

lui ai suoi studi sugli stati di coscienza alterati. Margaret Mead aveva
Introduzione 13

studiato con lui per più di quarantanni, divenendo poi membro della

Società. Negli anni quaranta il settimanale Life aveva esaminato il

suo lavoro. Nel 1952 aveva partecipato attivamente alle "Macy Con-

ferences", nel corso delle quali studiosi quali Gregory Bateson, Mar-

garet Mead e Lawrence Kubie, l'eminente psicanalista, discussero argo-

menti che tanto dovevano contribuire all'avvento della cibernetica. E

tuttavia, molti profani e persino molti psicoterapeuti non l'avevano

mai sentito nominare; quando si faceva il suo nome, di solito dice-

vano: "Ah, sì, Erik Erikson?".

Un ritorno d'interesse per Milton Erickson fu dovuto agli scritti

di Jay Haley, che aveva studiato con Erickson per diciassette anni,

ed era divenuto un leader nel campo della terapia familiare. Più di

recente, le idee di Erickson sono state divulgate dagli scritti e dai

seminari di Richard Bandler e John Grinder.

L'elenco dei candidati che desideravano assistere alle riunioni di

gruppo tenute da Erickson era molto lungo. Chiunque avesse chia-

mato in quest'ultimo anno, si sarebbe sentito dire che c'era una lista

d'attesa di oltre un anno, e che non si sarebbero accettate altre pre-

notazioni sino a dopo il Congresso Internazionale di Ipnosi Erickso-

niana, che si sarebbe dovuto tenere a Phoenix nel dicembre del 1980.

Quando presentavo il suo lavoro a un pubblico di professionisti,

insieme a dimostrazioni d'ipnosi, e talvolta con l'ausilio di videotape,

trovavo che molti desideravano ardentemente conoscere direttamente

Erickson. E poiché per la maggior parte delle persone ciò risultava

impossibile, mi chiesi quali fossero gli aspetti del suo insegnamento

che meglio avrebbero potuto dare loro, e ad altri, il senso di un con-

tatto personale con Erickson, trasmettendo allo stesso tempo l'essenza

del suo approccio terapeutico.


Mi ritornò alla mente una conversazione, udita nel 1978, tra Erick-

son e uno degli psichiatri che seguiva i suoi seminari. Ad un certo

punto Erickson si era rivolto a questo psichiatra e gli aveva chiesto,

con un leggero sorriso: "Pensa ancora che la terapia consista solo nel

raccontare storielle?". Orbene, è evidente che per quanto la terapia

di Erickson non consistesse soltanto nel "raccontare storielle", la nar-

razione di quelli che voglio chiamare 'racconti didattici' fosse uno

degli elementi principali della sua terapia.

Nell'agosto del 1979, Milton Erickson mi diede il permesso di

scrivere un libro sui suoi 'racconti didattici'. A novembre aveva

accettato di essere co-autore di quel libro, e il contratto era stato

firmato tre mesi prima della sua morte.

I 'racconti didattici' sono storie che Erickson ha narrato a pazienti

e studenti nel corso degli anni. Negli ultimi sei o sette anni della
14 Introduzione

sua vita ha incontrato quasi giornalmente gruppi di terapeuti, in se-

dute ininterrotte di quattro o cinque ore, nel corso delle quali discu-

teva di ipnosi, di terapia, della vita, ricorrendo abbondantemente ai

suoi 'racconti didattici'.

La maggior parte dei nomi che compaiono nei racconti che seguono

sono stati cambiati, a eccezione di quelli dei membri della famiglia

di Erickson, avendo avuto da loro l'assicurazione che non avevano

obiezioni a che i loro nomi comparissero.

Devo molti ringraziamenti a Elaine Rosenfeld, a Dava Wemstein

e a Joan Poelvoorde per l'aiuto datomi nella ricerca del materiale, e

a Jeffrey Zeig per il generoso contributo sia di tempo che di idee dal

valore inestimabile. Uno speciale ringraziamento merita Betty Erickson,

per la sua fiducia che non avrei fatto scadere il lavoro di Milton, per

le giornate trascorse a rivedere il manoscritto e i racconti riguardanti

la famiglia, e per la sua insistenza sulla precisione anche nei più pic-

coli dettagli. Qualsiasi manchevolezza rispetto a queste indicazioni è

naturalmente da attribuirsi alla mia sola responsabilità.

New York, 1981

Sidney Rosen
E voglio che tu scelga un momento nel passato in cui eri una bam-

bina piccola piccola. E la mia voce ti accompagnerà. E la mia voce

si muterà in quelle dei tuoi genitori, dei tuoi vicini, dei tuoi amici,

dei tuoi compagni di scuola e di giochi, dei tuoi maestri. E voglio

che ti ritrovi seduta in classe, bambina piccolina che si sente felice

di qualcosa, qualcosa avvenuto tanto tempo fa, qualcosa tanto tempo

fa dimenticato.

Milton H. Erickson

Un uomo voleva sapere cos'è la mente, ma non nella natura, quanto

nel suo personale, grosso computer. Così gli chiese (nel suo migliore

Fortran, naturalmente): "Tu calcoli che penserai mai come un essere

umano?". La macchina si mise subito al lavoro, analizzando la pro-

pria struttura intrinseca. Alla fine, come è costume di queste mac-

chine, stampò la risposta su una striscia di carta. L'uomo si precipitò

a prenderla e trovò, nero su bianco, le parole: questo mi ricorda

UNA STORIA.

Gregory Bateson, Mind and Nature


1 Come provocare dei mutamenti nell'inconscio 17

"Ciò di cui non ti rendi conto, Sid, è di come la maggior parte della

tua vita è determinata dall'inconscio". Quando Erickson mi rivolse

queste parole, reagii come fanno molti miei pazienti quando ripeto

loro la medesima cosa. Pensai che volesse dire che la mia vita era

predeterminata, e che io potevo al massimo sperare di portare alla

coscienza i modelli inconsci saldamente radicati. Più tardi, tuttavia,

dovevo rendermi conto che l'inconscio non è necessariamente immu-

tabile. Tutte le esperienze che oggi stiamo vivendo interessano tanto

il nostro conscio quanto il nostro inconscio. Se leggo qualcosa che mi

dà ispirazione, il mio inconscio ha subito un mutamento. Se mi in-

contro con una persona importante (cioè con una persona importante

per me), il mio inconscio subisce un mutamento. In realtà, il valore

positivo di qualsiasi psicoterapia risiede ovviamente nella capacità della

persona di mutare come risultato, in larga misura, dell'incontro con

una o più altre persone.

È mia opinione che questo mutamento sia più efficace e perma-

nente quando il terapeuta si concentra per influenzare i modelli in-

consci del paziente, modelli che spesso comprendono i suoi valori e

schemi di riferimento. Erickson era d'accordo su questa idea. Verso

la fine della sua vita era arrivato a elaborare un approccio molto effi-

cace per il raggiungimento di questo obiettivo: i suoi seminari didattici.

L'ultima volta che lo vidi mi spiegò come era arrivato a questo

approccio.

"Dovevo dedicare troppo tempo a un solo paziente. Avrei prefe-

rito insegnare a molte persone come pensare, come affrontare i pro-

blemi. Ho dozzine e dozzine di lettere che dicono: 'Lei ha completa-

mente rivoluzionato il mio modo di trattare i pazienti'. Ho moltissimi

pazienti, ma li vedo di meno. Vedo più pazienti, e li vedo per periodi


più brevi".

"E questo è il risultato di...?", domandai.

"Del loro venire qui, e del fatto che mi lascino raccontare loro le
18 Come provocare dei mutamenti nell'inconscio

mie storie", rispose. "Poi se ne vanno a casa, e cambiano il loro modo

di fare".

È chiaro che "il loro venire qui e il fatto che mi lascino raccontare

loro le mie storie" implicava aspettative e comunicazioni a molti livelli.

Per fare un esempio, chiunque trascorresse del tempo in compagnia

di Erickson aveva molte probabilità di provare diversi livelli di trance

ipnotica. In stato di trance, pieni di aspettative positive, i messaggi

e le influenze convogliati dai racconti di Erickson hanno un grado

massimo di penetrazione. Erickson era convinto che se l'interlocutore

'dimenticava' un racconto (cioè se aveva un'amnesia al riguardo), il

suo effetto sarebbe stato ancora più potente.

Nel suo 'raccontare', naturalmente, Erickson seguiva una tradizione

di vecchia data. Da tempo immemorabile i racconti sono stati utiliz-

zati come mezzo per trasmettere valori culturali, etici, morali. Una

pillola amara va giù più facilmente, quando è inglobata in qualcosa

di dolce. Un sermone morale diretto può anche essere rifiutato, ma

la guida e la direzione vengono accettate, se inserite in un racconto

affascinante, divertente, narrato in modo interessante. A questo fine,

i racconti di Erickson utilizzano molti efficaci stratagemmi narrativi,

tra i quali l'impiego dell'humour e l'inclusione di informazioni inte-

ressanti, quali elementi poco noti di medicina, psicologia, antropologia.

Le suggestioni terapeutiche sono disseminate in racconti il cui con-

tenuto è ben lontano sia dagli interessi del paziente che dall'obiettivo

manifesto del terapeuta.

La trance, secondo Erickson, è quello stato in cui l'apprendimento

e la disponibilità al mutamento hanno le maggiori probabilità di avere

luogo. Con essa non intendiamo uno stato indotto di sonnolenza. I pa-

zienti non sono 'soggiogati' dal terapeuta, né perdono il controllo e


vengono diretti dalla volontà di un'altra persona. La trance, in realtà,

è uno stato naturale che ciascuno di noi ha provato. L'esperienza più

familiare è quella del sogno a occhi aperti, ma altri stati di trance

possono avere luogo quando meditiamo, preghiamo, o facciamo degli

esercizi, come il jogging, che è stato talvolta definito come una 'medi-

tazione in movimento'. In queste situazioni, la persona è conscia della

vivezza delle proprie sensazioni interne, sia mentali che fisiche, e gli

stimoli esterni, quali i suoni e i movimenti, acquistano minore im-

portanza.

In stato di trance, i pazienti comprendono spesso in modo intuitivo

il significato di sogni, simboli, e di altre forme d'espressione dell'in-

conscio. Sono più vicini a quello che Erickson chiamava 'apprendi-

mento inconscio', meno presi da pensieri e da scelte. È facile che ac-

cettino le suggestioni dell'ipnotizzatore con ridotto senso critico, anche


Come provocare dei mutamenti nell'inconscio 19

se, nel caso in cui queste suggestioni entrano in conflitto con i valori

del paziente, l'accettazione non avverrà o sarà solo transitoria. L'amne-

sia può essere presente nel corso di una parte o di tutta la trance,

ma non è in alcun modo un aspetto essenziale della trance stessa.

Per aiutare il paziente a entrare in trance, il terapeuta cattura la

sua attenzione e la dirige all'interno, guidandolo in una ricerca inte-

riore e verso una risposta ipnotica. La risposta ipnotica, collegata sia

alle aspettative e ai bisogni del paziente, sia alle direttive del tera-

peuta, proviene dall''ampio bagaglio di 'apprendimento' del paziente

stesso. Allo scopo di ottenere questa risposta, le suggestioni terapeu-

tiche possono anche essere indirette, disseminate all'interno di una

normale conversazione o di un racconto interessante. Utili approcci

più specifici sono stati descritti da Erickson ed Ernest Rossi nel loro

libro Ipnoterapia.

Il terapeuta sta bene attento a quei sottili cambiamenti che indi-

cano una 'attenzione di risposta' nel paziente: per esempio, un appiat-

timento dell'espressione del viso, un guardare incantato, l'assenza di

battito delle palpebre, e una quasi completa immobilità. Quando nota

questo insieme di elementi, il terapeuta può tranquillamente dare per

scontato che il paziente è entrato in una leggera trance. A questo punto

può sia presentare una suggestione, sia dire semplicemente qualcosa

del tipo: "Ecco, rimanga così", ben sapendo che è probabile che il

paziente stia entrando in contatto con materiale inconscio.

I racconti seguono spesso modelli archetipici, quali si trovano nelle

fiabe, nei racconti biblici, nei miti del folklore. Come nei miti del

folklore, in molti di essi è presente il tema della ricerca. L'adempi-

mento del compito assegnato nei racconti di Erickson può non pre-

sentare la stessa drammaticità eroica del Vello d'oro, ma la dramma-


ticità interna e la sensazione di adempimento sono dello stesso tenore.

Inoltre, in molte delle sue storie c'è qualcosa di tipicamente ameri-

cano, specialmente in quelle che riguardano la sua famiglia. È per

questo che Erickson è stato definito un eroe del folklore americano.

Ci si potrebbe tuttavia chiedere perché ascoltare un racconto, anche

se in stato di trance ipnotica, possa essere d'aiuto a un paziente o a

uno studente. L'effetto, per molti versi, è comparabile all''emozione'

che si può avvertire dopo aver visto un buon film. Durante il film,

molti di noi entrano in uno stato di coscienza alterato. Ci identifi-

chiamo con uno o più personaggi, e usciamo in una specie di trance.

Questa sensazione, tuttavia, dura solo per poco, dieci o quindici mi-

nuti al massimo. Al contrario, a molta gente avviene di rifarsi a uno

dei racconti di Erickson anche dopo molti anni. Può avvenire che com-

portamento e attitudini subiscano un mutamento permanente.


20 Come provocare dei mutamenti nell'inconscio

Erickson spiegava questi mutamenti permanenti col fatto che essi

avevano avuto luogo nel contesto dell'ipnosi, che egli definiva una

"evocazione e utilizzazione di un sapere inconscio". Quando un tera-

peuta, con o senza l'impiego di racconti, è in grado di aiutare un pa-

ziente a entrare in contatto con le proprie conoscenze inutilizzate,

questo paziente ha il massimo di probabilità di inglobare questo sa-

pere dimenticato all'interno del proprio comportamento. Da ciò può

spesso risultare un comportamento più costruttivo e autorinforzantesi.

In cosa questo processo differisce dal 'lavaggio del cervello'? La

principale differenza è forse data dal fatto che senza un rinforzo cul-

turale il 'lavaggio del cervello' tende a svanire. Nel corso della guerra

di Corea, per esempio, molti prigionieri americani sottoposti al 'lavag-

gio del cervello' furono portati a fare proprie delle credenze antiame-

ricane, tanto che migliaia di essi preferivano rimanere nella Cina co-

munista piuttosto che tornare a casa. Una volta rimpatriati, tuttavia,

sembra che la maggior parte, se non tutti, siano ritornati alle loro

precedenti convinzioni.

Gli interventi di Erickson avevano maggiore probabilità di condurre

a mutamenti autorinforzantisi e tali da produrre a loro volta ulteriori

mutamenti. Forse ciò avveniva perché questi mutamenti andavano nella

direzione della crescita e dell''apertura'. E, naturalmente, avevano il

massimo di probabilità di successo e di continuità in una cultura che

convalidava la filosofia di Erickson, cioè il fatto che l'individuo è

importante, che ci si può migliorare, che ciascuno di noi possiede pos-

sibilità di crescita eccezionali.

Mutamenti intrapsichici

Come abbiamo già accennato, i messaggi positivi sono in grado di


influenzare l'inconscio. Il contatto con un terapeuta come Erickson,

che è un ottimista e una persona che incoraggia la crescita, può co-

stituire di per sé un apporto positivo. I 'racconti didattici' che a ciò

si vengono ad aggiungere rafforzano, integrano, indirizzano tale ap-

porto positivo. Nel raccontare le sue storie, Erickson aggiunge nuovi

dati, evoca nuove sensazioni, indica nuove esperienze. Un paziente

che per anni si sia dibattuto all'interno di una visione della vita ri-

stretta e oppressa dal senso di colpa può trovarsi di fronte, attraverso

questi racconti, la permissiva, festosa filosofia di Erickson. Questa

nuova visione lo può raggiungere a svariati livelli, tra cui quello in-
Come provocare dei mutamenti nelVinconscio 21

conscio; può essere proposta al paziente tanto nello stato di veglia

che in quello ipnotico. A questo punto può accadere che il paziente

scopra di non dover fare affidamento unicamente sui propri modelli

di pensiero ben radicati e di tipo circolare. Non deve 'arrangiarsi' con

la propria limitata filosofia, e col proprio limitato apparato mentale.

Anche per mezzo di questi racconti, si viene a rendere conto di pos-

sibilità nuove, possibilità che è libero di accettare o rifiutare, sia a

livello conscio che inconscio.

Può accadere talvolta che il paziente si identifichi con un perso-

naggio del racconto, o con lo stesso Erickson; il maestro, colui che è

in grado di affrontare con successo le sfide pericolose. In questo caso

proverà un senso di appagamento. Questo senso di appagamento gli

permetterà di affrontare una data situazione con un maggiore senso di

fiducia. Un esempio di ciò si può vedere nel trattamento dei problemi

sessuali, come l'eiaculazione precoce. Una volta che il paziente ha

potuto fare l'esperienza di godere con successo di un atto sessuale

mentre è in stato di trance, il terapeuta avrà aggiunto al suo bagaglio

di ricordi la sensazione del successo e l'aspettativa di ulteriori successi.

Non tutti i racconti didattici di Erickson, e certamente non tutte

le parti dei racconti, sono naturalmente indirizzati a fornire un tale

apporto positivo all'inconscio. Alcuni sono pensati per stimolare e por-

tare alla coscienza il senso di torpore, la sensazione d'essere nei

pasticci, o quella di mancanza di autenticità. A questo punto, il sog-

getto dovrà far ricorso alle proprie risorse inconsce, se vuole miglio-

rare la propria situazione. Oppure, può trovare sostegno emozionale

e intellettivo in un altro dei racconti di Erickson.

Una sola frase che ci rimanga in mente da uno dei racconti di

Erickson può cambiare l'andamento di tutta una giornata. Una volta


questo accadde anche a me, mentre stavo passeggiando a lato di un

prato. A un tratto mi balenò in mente la frase: "Lo sapevi che ogni

filo d'erba ha una gradazione di verde diversa?", e guardai più da

vicino l'erba. Era proprio vero! Per il resto della giornata, andai in

giro con gli occhi più aperti del solito.

In molti dei racconti di Erickson sembrano comparire fenomeni di

interazione, e persino di manipolazione, tra le persone. Se ne potrebbe

concludere che egli insegni alla gente come manipolare gli altri. Ma

l'intento, o l'effetto dei racconti è ben altro e si manifesta per lo più

in cambiamenti interni. Molti che hanno udito questi racconti sentono

di funzionare con maggiore libertà e creatività, e ciò deriva eviden-

temente da alcuni mutamenti intrapsichici. Possiamo capire meglio

questi cambiamenti, se guardiamo i racconti e i loro personaggi come

raffigurazioni di strutture psichiche interne. I genitori nei racconti,


22 Come provocare dei mutamenti nell'inconscio

per esempio, possono rappresentare delle guide, fonti d'amore e di

sostegno, oppure di indicazioni irrazionali. Più spesso, rappresentano

la fonte di una forza coercitiva irrazionale. Un bambino nel racconto

può rappresentare il bambino che è in noi, inesperto, ansioso di

apprendere ma senza sapere come, spontaneo però ignorante, dotato

di un limitato repertorio di comportamenti e risposte. Quando il let-

tore si identifica col bambino, può sentirsi pieno di speranza nel

momento in cui sente come il bambino supera i blocchi che gli impe-

discono la crescita e la libertà.

Alcuni mutamenti intrapsichici possono essere il risultato del pro-

cesso di 'rigenitorizzazione'. Erickson utilizzava questo concetto in

senso più ampio di quanto abbia fatto Jacqui Lee Schiff nel suo

Transactional Analysis Treatment of Psychosis* Erickson impiegava

questo termine per indicare il suo metodo di sostituire a precedenti

ingiunzioni 'genitoriali' nuove idee, che egli instillava per mezzo di

suggestioni postipnotiche.

Queste suggestioni postipnotiche potevano essere facilitate da una

frase che Erickson spesso includeva nelle sue induzioni ipnotiche:

"E la mia voce ti accompagnerà ovunque andrai". Questa frase gli

permetteva di tenere il contatto col paziente in trance, indipenden-

temente dalla profondità di regressione del paziente, e contemporanea-

mente gli serviva da spunto per le suggestioni postipnotiche. Un'altra

frase di questo genere potrebbe essere: "Vedrai una macchia di

colore". Successivamente, molto tempo dopo la seduta terapeutica,

ogniqualvolta il paziente vedeva una macchia di colore, era probabile

che rispondesse ad altre suggestioni postipnotiche, impartite in con-

nessione con quella della macchia di colore. Tra queste suggestioni

potevano esserci ingiunzioni e punti di vista, che allora sarebbero


stati 'uditi' (spesso tramite la voce di Erickson) come la voce di un

genitore introiettato o Super Io. Questa introiezione della voce del

terapeuta può comparire in qualsiasi psicoterapia, ma ha maggiori

probabilità di presentarsi quando il paziente è in stato di trance ipno-

tica. Una possibile spiegazione di questo fenomeno è stata avanzata

da Lawienee Kubie a un congresso della American Psychoanalytic

Association. Kubie notò che nella trance ipnotica la distinzione tra

ipnotizzatore e soggetto viene abolita. Il soggetto sente la voce del-

l'ipnotizzatore come se provenisse dalla propria testa, come se fosse

la propria voce interna. Questo era vero nel caso di Erickson. La

sua voce diveniva la vostra voce, e la sua voce vi accompagnava,

dovunque foste.

* Trad. it., Analisi transazionale e cura delle psicosi, Astrolabio, Roma. 1980.
Come provocare dei mutamenti nell'inconscio 23

Ovviamente, per rendere in pieno tutto l'effetto di questi racconti,

la cosa migliore sarebbe stata ricorrere a un videotape o almeno a

un nastro registrato. Si sarebbe certamente ottenuto un migliore senso

dell'importanza dei cambiamenti di voce, delle pause, della posizione

corporea, dei suggerimenti non verbali di Erickson. Per il momento,

purtroppo, i videotape disponibili sono pochi e i nastri registrati poco

comprensibili; e dunque i racconti in forma stampata hanno almeno

il vantaggio di essere più facilmente disponibili per lo studio e per

il riesame.

Interpretazione degli approcci terapeutici di Erickson

Nei casi descritti da Erickson sembra spesso che ci siano dei trat-

tamenti di tipo magico, e a questo alcune persone hanno reagito con

l'incredulità. Altri pensano che si tratti di resoconti di fantasia, scritti

e presentati in modo interessante, ma pur sempre inventati. A seguito

delle mie personali osservazioni di Erickson quando lavorava coi suoi

pazienti, posso testimoniare che almeno alcuni dei casi non sono

inventati. Io credo che in realtà siano tutti reali, e sono stati un po'

adattati unicamente al fine di proporre una presentazione più leggi-

bile, e forse più vivace, di quella che si può trovare nella maggior

parte dei resoconti clinici. Alcuni di colóro che effettivamente sono

convinti che Erickson provocasse cambiamenti profondi e reali in

pazienti, studenti e terapeuti, sostengono tuttavia che questi risultati

erano probabilmente dovuti a qualche speciale carisma di Erickson,

carisma che non potrebbe essere trasmesso ad altri terapeuti. Di re-

cente, tuttavia, si è tentato di studiare in modo più analitico i suoi

modi di comunicazione.

Nel suo Uncommon Therapy* Jay Haley sottolinea l'aspetto stra-


tegico di questo approccio. Haley ha definito 'terapia strategica' quella

terapia nella quale "il medico dà origine a quanto avviene nel corso

della terapia ed "elabora un approccio particolare per ciascun pro-

blema". Haley sottolinea che Erickson comunica coi pazienti non solo

tramite metafora, ma che egli inoltre "lavora all'interno della meta-

fora per produrre un cambiamento". Egli nota che Erickson evita di

fare interpretazioni, perché ritiene che "le tipiche interpretazioni da

'insight' di una comunicazione inconscia sono assurdamente riduttive,

come se si volesse riassumere in una frase una tragedia di Shakespeare".

* Trad. it., Terapie non comuni, Astrolabio, Roma, 1976.


24 Come provocare dei mutamenti nell'inconscio

Haley ha anche messo in risalto che tra le principali caratteristiche

della terapia di Erickson si trovano quella di 'incoraggiare la resi-

stenza', quella di 'fornire una alternativa peggiore', 'incoraggiare una

risposta col frustrarla', 'seminare idee', 'amplificare una deviazione' e

'prescrivere il sintomo'.

Bandler e Grinder, col loro approccio 'neurolinguistico', hanno in-

terpretato le comunicazioni di Erickson a livello di microanalisi. Hanno

notato, per esempio, la sua tendenza a 'sottolineare' le suggestioni,

che ha disseminato in tutto il racconto. Questa 'sottolineatura' è otte-

nuta, per esempio, tramite le pause, o il cambiamento di posizione o

di tono di voce. Oppure può essere ottenuta facendo precedere la

suggestione 'sottolineata' dal nome del paziente.

Ernest Rossi, nei suoi libri Hypnotic Realities* e Ipnoterapia,

ha suddiviso le induzioni ipnotiche e le forme indirette di sugge-

stione praticate da Erickson nei seguenti cinque stadi: 1) fissazione

dell'attenzione, 2) destrutturazione dei quadri di riferimento e sistemi

di credenze abituali, 3) ricerca nell'inconscio, 4) processo inconscio e

5) risposta ipnotica. Ogni fase prelude alla successiva. Rossi e il

co-autore, lo stesso Erickson, hanno denominato il loro approccio

'Approccio di Utilizzazione all'ipnoterapia'. In questi volumi, come

in quelli di Watzlawick: The Language of Change** e Change***

viene discussa la tesi secondo la quale Erickson comunicherebbe tra-

mite l'emisfero destro, utilizzando la sua tendenza a trattare essenzial-

mente in termini di processi primari, di linguaggio arcaico, di emo-

zioni, spazio e forma (cioè immagini).

Jeffrey Zeig, nel suo A Teaching Seminar toith Milton H. Erickson

elenca i seguenti vantaggi dell'impiego di aneddoti nella terapia: 1) gli

aneddoti non sono sentiti come minacciosi; 2) gli aneddoti sono at-
traenti; 3) gli aneddoti promuovono l'indipendenza: la persona ha

bisogno di trarre un senso dal messaggio e così pervenire a una con-

clusione personale o a una azione personale; 4) gli aneddoti possono

essere utilizzati per aggirare le naturali resistenze al mutamento; 5) gli

aneddoti possono essere utilizzati per controllare il rapporto; 6) gli

aneddoti generano un atteggiamento flessibile; 7) gli aneddoti possono

creare confusione e promuovere una risposta ipnotica, e 8) gli aned-

doti rafforzano il ricordo, "fanno ricordare meglio l'idea che viene

presentata".

* Trad. it., Tecniche di suggestione ipnotica, Astrolabio, Roma, 1979.

** Trad. it., Il linguaggio del cambiamento, Feltrinelli, Milano, 1980.

*** Trad. it., Change; la formazione e la soluzione dei problemi, Astrolabio,

Roma, 1974.
Come provocare dei mutamenti nell'inconscio 25

Applicazioni terapeutiche dei racconti didattici

Uno dei più importanti, e utili approcci di Erickson potrebbe essere

chiamato 'la lettura della mente'. Osservando attentamente il paziente,

e rispecchiando il suo comportamento e le sue risposte, Erickson dà

al paziente stesso la sensazione di leggergli nella mente e di cono-

scerlo realmente. Questo genere di 'conoscenza' conduce a una rela-

zione molto ravvicinata. Il 'rapport', un elemento imperativo in ogni

genere di psicoterapia, sembra stabilirsi più rapidamente nella terapia

ipnotica rispetto ad altre forme di psicoterapia (a questo riguardo, è

interessante ricordare che Anton Mesmer fu il primo a utilizzare il

termine 'rapport' in relazione alla terapia). La maggior parte dei tera-

peuti, a prescindere dalla loro 'scuola', ritiene concordemente che

questo rapport, la 'relazione medico-paziente' è di cruciale importanza.

Una forte relazione terapeutica fa sì che il paziente si senta capito,

sicuro e fiducioso. Con questo sostegno, potrà allora avventurarsi,

sia nel proprio mondo interno che in quello esterno, con un maggior

senso di fiducia e una maggiore disponibilità a correre rischi.

Il tipo di 'conoscenza' cui alludiamo qui è del tutto diversa dal

modo usuale in cui un terapeuta analitico arriva a sapere delle cose

'sul' paziente. In realtà a Erickson non era necessario acquisire una

gran messe di informazioni sul background del paziente, né sui suoi

sintomi. C'è una parte di verità nell'affermazione che la sua cono-

scenza era 'intuitiva', ma solo se ci rendiamo ben conto che l'intui-

zione di Erickson si fondava su anni e anni di attento e diligente alle-

namento all'osservazione. E le sue osservazioni non si riferivano solo

a cose semplici come i movimenti del corpo, la respirazione, il ritmo

delle pulsazioni (percepibile nel collo), ma anche alle reazioni che il

paziente mostrava mentre ascoltava i racconti. Se per esempio un


paziente si irrigidiva a un certo punto di un racconto, era un chiaro

segnale che era stato toccato qualcosa di importante. A questo punto,

Erickson poteva sia utilizzare un altro racconto, sia rielaborare lo

stesso di prima, in maniera da accrescere la risposta del paziente.

I racconti erano quindi strumenti non solo terapeutici, ma anche

diagnostici.

I racconti didattici erano sempre utilizzati, e dovevano sempre

essere applicati, congiuntamente agli altri principi della terapia erick-

soniana. Tra questi principi ci sono quelli elencati da Haley e da altri,

quali la prescrizione del sintomo, l'utilizzazione delle resistenze, e

la ristrutturazione. Le attività, e persino le prove impegnative, sono

spesso prescritte. Il cambiamento viene come risultato dell'interazione


26 Come provocare dei mutamenti nell'inconscio

tra queste attività e uno spostamento psichico interno, nel contesto

di una ravvicinata e fiduciosa relazione terapeuta-paziente.

Come afferma nel suo Ipnoterapia, Erickson applicava il principio

di attrarre l'attenzione del paziente per mezzo della sorpresa, dello

shock, del dubbio e della confusione, con l'utilizzazione generosa di

implicazioni, domande, giochi di parole e motti di spirito disseminati

nei suoi racconti. Ogni racconto ha una struttura e una trama, spesso

con un finale a sorpresa. Nei racconti spesso la tensione cresce fino

a un punto culminante, cui fa seguito una sensazione di sollievo o

successo. L'impiego dei racconti didattici è la dimostrazione di un

principio che Erickson aveva enunciato in Tecniche di suggestione

ipnotica, che suona: "Quando dovete affrontare un problema diffi-

cile, traetene uno schema interessante. A quel punto potete concen-

trarvi sullo schema interessante e ignorare tutta la spossante fatica

che esso comporta". Innanzitutto individuate uno schema interessante

nelle reazioni e nei sintomi del paziente. Subito dopo, scegliete uno

o più racconti in cui ci sia dapprima uno schema simile a quello del

paziente, e poi uno migliore. In altre parole, come una volta Erickson

disse a sua nuora 'Cookie': "Dapprima strutturi il mondo del pa-

ziente. Successivamente ristrutturi il mondo del paziente". Il racconto

che segue, "Piacere maligno", dà un esempio di questa operazione.

Piacere maligno

Una donna sui trent'anni venne da me e mi disse: "Non credo

proprio che lei voglia vedermi". "Questo è quello che pensa lei, vuole

sapere cosa penso io?", risposi.

"Beh, io non merito la sua attenzione", disse. "Quando avevo sei

anni mio padre mi molestò sessualmente, e dai sei ai diciassette anni


mi usò come oggetto sessuale, regolarmente, molte volte a settimana.

Dopo ogni volta che lo faceva, io ero in uno stato di grande paura.

Ero agghiacciata dal terrore. Mi sentivo sporca, inferiore, inadeguata,

vergognosa.

A diciassette anni pensai d'essere abbastanza forte per fuggire da

lui, e mi mantenni da sola per tutto il resto della scuola media, nella

speranza che ciò mi avrebbe dato un senso di autostima, ma così non

fu. Allora pensai che forse un diploma mi avrebbe dato il rispetto di

me stessa, ma così non fu. Così attraversai tutta la scuola secondaria.

Mi sentivo vergognosa, inferiore, indecente. Era una terribile sensa-

zione di frustrazione. Pensai che forse una laurea mi avrebbe dato il


Come provocare dei mutamenti nell'inconscio 27

rispetto di me, ma così non fu. Per tutto il corso del liceo e dell'uni-

versità ricevetti proposte sessuali, questo provava che non meritavo

autostima. Pensai allora di prendermi il dottorato, e gli uomini con-

tinuavano a farmi proposte. Piantai tutto e divenni una prostituta

qualsiasi; ma non è stato molto bello. Finché un uomo mi ha offerto

di andare a vivere con lui. Beh, una ragazza ha bisogno di cibo e

riparo, così acconsentii.

Il sesso era un'esperienza terribile. Il pene è così duro, ha un

aspetto così minaccioso. Ero atterrita e passiva. Ed era una dolorosa,

orribile esperienza. Quell'uomo si stancò di me, e io presi a vivere

con un altro. La stessa cosa si è ripetuta sempre uguale, e ora eccomi

da lei. Mi sento uno schifo. Un pene eretto mi atterrisce completa-

mente, e io divento debole, impotente e passiva. E sono così felice

quando un uomo finisce.

Ma devo pur vivere. Devo avere dei vestiti. Devo avere un riparo;

e il fatto fondamentale è che non mi merito niente di più".

"Questa è una triste storia", le dissi; "e la cosa veramente triste

è... che lei è una stupida! Lei mi viene a dire che è spaventata da

un pene eretto, gagliardo, duro, e ciò è stupido! Lei sa di avere una

vagina; io lo so. Una vagina è capace di prendere il pene più grosso,

più gagliardo, più vigoroso che ci sia e trasformarlo in un misero

ciondolino.

E la sua vagina può provare il maligno piacere di ridurlo a un

misero ciondolino".

Il suo cambiamento d'espressione ebbe del meraviglioso. "Ora me

ne torno a Los Angeles", disse, "ma posso rivederla tra un mese?".

"Certamente", risposi. Tornò un mese dopo e mi disse: "Lei ha ra-

gione! Sono stata a letto con un uomo e ho provato il maligno piacere


di ridurlo all'impotenza. Non c'è voluto molto, e mi è piaciuto. E ho

provato con un altro uomo. Stessa cosa. E un altro. Ed è piacevole!

Ora voglio prendermi la mia laurea, voglio andare da uno psicologo,

e poi aspetterò finché non trovo un uomo con il quale voglia vivere".

Le avevo detto che era una stupida. Avevo veramente afferrato la

sua attenzione. E poi avevo detto: "Maligno piacere". E lei aveva

veramente del rancore verso gli uomini. Avevo anche detto "piacere".

Quando Erickson mi narrò questo racconto, commentai: "Da come

hai descritto un pene in erezione, l'hai fatto sembrare molto attraente,

e anche affascinante. Perché c'era anche una seduzione verbale. Tu la

stavi penetrando a parole e a immagini".

La prima parte del racconto, quella che termina con le parole "Non

mi merito niente di più", è un modello del mondo del paziente. Se


28 Come provocare dei mutamenti nell'inconscio

questo racconto viene narrato a un paziente che ha cercato, senza

riuscirvi, di superare l'odio per se stesso per mezzo di cambiamenti

esterni (diplomi, o il lasciarsi usare dagli altri), e se questo paziente

si sente anche minacciato da qualche stimolo fobico (qui rappresen-

tato da un pene "duro e minaccioso"), ci sono buone possibilità, al-

meno a livello inconscio, di un riconoscimento che la storia si adatta

al mondo del paziente.

Alla seconda fase, quella di 'ristrutturazione del mondo del pa-

ziente', si passa solo dopo che Erickson ha catturato l'attenzione del

paziente. Naturalmente, se uno raccontasse questa storia, l'attenzione

sarebbe già assicurata dalla colorita presentazione. L'attenzione è poi

garantita dall'impiego di termini quali 'vagina', 'pene eretto, gagliardo,

duro', e 'stupida'.

L'effettiva ristrutturazione viene effettuata non solo tramite il con-

tenuto delle suggestioni di Erickson, ma anche per mezzo dell'atteg-

giamento spigliato e umoristico che egli adotta nel riproporre e ri-

inquadrare il problema, quando presenta un nuovo modo di conside-

rare il comportamento che la paziente esibisce, nei suoi tentativi di

'vivere'. Il problema (paura degli uomini e odio per se stessa) viene

riproposto nei termini: "Lei mi viene a dire che è spaventata da un

pene eretto, gagliardo, duro". Il termine 'spaventata' condensa le sue

paure non solo degli uomini, ma anche della vita. Le viene detto

con forza che questa paura è 'stupida' (e lei è abituata a considerarsi

una stupida). La frase: "E quel gagliardo, duro pene può penetrare

nella sua vagina" è una suggestione postipnotica che, quando seguita,

ricorderà alla paziente un aspetto alquanto materno ed eccentrico di

quel pene prima tanto minaccioso; quel "gagliardo, duro pene" che

Erickson ha deriso ripetendo la frase.


L'elegante passo finale della ristrutturazione a favore del paziente è

espresso nella frase: "E la sua vagina può provare il maligno piacere

di ridurlo a un misero ciondolino".

Per il lettore, lo stadio conclusivo della ristrutturazione rappresenta

la conclusione del trattamento, conclusione che in questo caso Erickson

fa descrivere alla paziente stessa. Quando lui, o qualcun altro, narra

il racconto, ci lascia con la speranza che problemi di questo genere

possono effettivamente essere risolti. Come ho già accennato, 'pro-

blemi di questo genere' non comprendono solo le difficoltà sessuali

derivanti da un incesto, ma potrebbero estendersi anche alle paure

fobiche, alle situazioni ansiogene, o problemi di affermazione perso-

nale. Le metafore di questo racconto rappresentano altrettanti 'ganci'

cui appendere i problemi di affermazione personale, collera e impotenza.

"Piacere maligno" è un meraviglioso esempio dell'impiego della


Come provocare dei mutamenti nell'inconscio 29

ristrutturazione per trasformare una sensazione di passiva impotenza

in una di attiva padronanza. Dimostra anche come la ristrutturazione

possa essere utilizzata per aiutare qualcuno ad assumere la posizione

di dominio. Per quanto la paziente mettesse l'accento soprattutto sulla

propria paura e impotenza, Erickson si rese conto che provava anche

un forte rancore verso gli uomini. Allora legò questa sensazione di

rancore a una potenziale sensazione di piacere, e giunse all'evocativa

espressione "maligno piacere".

Dopo aver letto questa storia, saremo più inclini ad abbandonare

il senso di rancore e ad assumerci le nostre responsabilità? Saremo

meglio in grado di affrontare le forze che sentiamo opprimerci, e di

ottenere piacere dal dominarle e dal ridurle all'impotenza?

Un terapeuta che utilizzi i racconti didattici di Erickson, può

sentir diminuire la propria ansia abituale. Potrà allora concentrarsi

meglio sul problema del momento - aiutare il paziente a essere

più aperto, a trovare nuove soluzioni e nuòvi schemi di riferimento.

Già il solo disporre di un repertorio di racconti può dare al terapeuta

una sensazione di padronanza, controllo della situazione e capacità.

Per di più, quando legge o racconta una delle storie di Erickson, il

terapeuta stesso può entrare in trance, a causa sia della sua associazione

a Erickson, sia dell'intrinseco 'effetto ipnotico' del racconto. E nello

stato di trance non solo sarà meno ansioso, ma sarà anche più ricettivo

alle proprie associazioni inconsce; pertanto potrà aiutare meglio il

paziente a far svanire le sue ansie, a esplorare il suo potenziale in-

teriore, a trovare modi diversi di guardare a una situazione.

Ho scoperto che il modo migliore in cui un terapeuta può scegliere

un racconto è quello di farlo per mezzo delle proprie libere associa-

zioni. Non intendo con ciò solo le associazioni libere di tipo cognitivo,
ma anche le reazioni corporee, le emozioni, le percezioni e, in par-

ticolare, le associazioni d'immagini. Ecco un esempio di come ho uti-

lizzato i racconti di Erickson nel trattamento di due diversi pazienti.

Il primo paziente, un ebreo hasidico di trent'anni, mi era stato

mandato dalla moglie che aveva letto delle tecniche di trattamento di

Erickson e pensava che potessi aiutare il marito a superare l'inve-

terata incapacità di svegliarsi a un'ora decente. Sin da quando era

alla decima classe della Yeshiva, non era mai riuscito a svegliarsi pri-

ma delle undici o mezzogiorno. A causa di ciò, non era mai riuscito

a conservare un impiego, anche se si era ben adattato a una certa im-

presa familiare. Erano sposati da un anno circa, e la moglie non sop-

portava più di dover sprecare un'ora ogni mattina nel tentativo di

svegliarlo.

Nella prima seduta il paziente mi raccontò di essere già stato ipno-


30 Come provocare dei mutamenti nell'inconscio

tizzato diverse volte da un ipnotizzatore molto noto. Per l'ipnotiz-

zatore, il paziente era ipnotizzato, ma secondo lui stesso, non lo era.

Lo sottoposi a un procedimento standard di induzione ipnotica, uti-

lizzando le tecniche di levitazione della mano e di fissazione dello

sguardo. Raggiunse sia la chiusura delle palpebre che la sensazione

di pesantezza nelle braccia, ma alla fine della seduta insistette che

non era stato ipnotizzato, che aveva solo collaborato, malgrado l'avessi

avvertito di cercare di non collaborare. Dopo questa prima seduta

mi telefonò. Disse che sua moglie, dopo aver sentito della nostra

seduta ipnotica, dubitava che fosse davvero così 'non comune' da

poter essere definita un approccio ericksoniano.

Alla seconda seduta gli dissi immediatamente: "Siamo già giunti

alla conclusione che non è possibile ipnotizzarla in modo che lei ne

sia convinto, anche se sia l'altro ipnotizzatore che io siamo certi che

lei lo fosse. Dunque non perderemo altro tempo a cercare di convin-

cerla che può essere ipnotizzato".

A quel punto il paziente prese a descrivere un resoconto clinico

che lui e sua moglie avevano letto: Erickson aveva trattato una cop-

pia di enuretici facendoli inginocchiare ogni notte sul letto, e orinare

deliberatamente; poi dovevano dormire nelle lenzuola bagnate. Questa,

secondo il mio paziente, era terapia 'ericksoniana'.

Iniziai una lunga e alquanto incoerente dissertazione sull'importanza

dell'inconscio, e nel corso di essa il paziente si rilassò vistosamente,

chiuse le palpebre, e sembrò entrare in trance ipnotica. Non lo pro-

vocai a fare di più, per quanto riguardava la profondità della trance.

Tuttavia, mentre parlavo, cominciai a fare associazioni all'episodio

degli enuretici, e mi venne alla mente un commento di Erickson al

termine di un altro racconto. Aveva detto: "Volete una tecnica a


prova di bomba per vivere a lungo? Svegliatevi ogni mattina! E per

essere sicuri di svegliarvi ogni mattina, bevete molti liquidi prima di

andare a letto, così dovrete per forza svegliarvi, per andare al bagno

a orinare".

Raccontai questa storia al paziente, e poi gli suggerii di bere almeno

un quarto di litro di liquidi un'ora prima di andare a coricarsi ogni

sera; consigliai inoltre che, nell'arco di due settimane, anticipasse l'ora

di andare a letto di mezz'ora ogni sera. Sinora era andato a letto alle

tre di notte, e si svegliava alle undici circa. Io suggerii che iniziasse

ad andare a letto alle due circa, poi all'ufta e mezza, all'una e infine

a mezzanotte, quando anche sua moglie andava a letto. Gli dissi

anche di non starsene a letto sveglio. Il letto deve essere associato

col sonno o col fare all'amore. Se restava sveglio, doveva alzarsi, an-

dare in soggiorno e leggere o guardare la televisione. Poi doveva bere


Come provocare dei mutamenti nell'inconscio 31

almeno un quarto di litro di qualche liquido prima d'andare a letto.

Questo, gli assicurai, avrebbe fatto sì che la sua vescica sarebbe stata

piena nel giro di sei-otto ore, cosicché avrebbe dovuto alzarsi dal

letto per orinare.

Dopo aver orinato, doveva fare una doccia, terminandola con l'acqua

fredda, se possibile. Dopo doveva vestirsi, far colazione e dedicarsi

al lavoro senza mai tornare a letto.

Il paziente obiettò che non gli piaceva fare la doccia la mattina,

visto che la faceva di solito di sera. Insistetti ancora che la facesse

di mattina, almeno sino a quando non avesse superato il problema

del risveglio.

Promise che avrebbe fatto tutto ciò, e che mi avrebbe chiamato

dopo due o tre settimane per farmi sapere come aveva funzionato

questo piano. Due settimane dopo mi chiamò per annunciarmi che

non aveva più nessun problema riguardo al dormire e all'alzarsi la

mattina.

Il giorno dopo ricevetti una donna sofisticata e intelligente che

mi aveva contattato inizialmente per aiutarla a trattare una dolorosa

infiammazione alla vescica, nonché dei problemi col sonno. All'inizio

della seduta non pensavo consciamente ai suoi problemi di'vescica.

Sapevo che era comparsa in tribunale la settimana precedente per

definire una sua pratica di divorzio, tuttavia entrando nell'ufficio mi

era apparsa molto calma e carina. Sapevo che era interessata agli

approcci terapeutici di Erickson e le raccontai della mia esperienza

con l'ebreo hasidico.

Le raccontai di come gli avessi consigliato di bere dell'acqua prima

di andare a dormire, e terminai riportando il commento finale di

Erickson, quando aveva narrato il racconto. Eccolo: "Tutti noi comin-


ciamo a morire sin dall'istante in cui nasciamo. Alcuni muoiono prima

di altri. Tutto quello che possiamo fare è goderci la vita".

La mia paziente cominciò a piangere copiosamente. Le chiesi se

voleva dirmi perché piangeva (mi chiedevo se ciò non fosse con-

nesso con l'associazione ai suoi problemi urinari e al mio discorso

sull'orinare). Disse che il discorso sulla morte le aveva fatto sentire

che la sua vita era finita. Questa convinzione era andata crescendo in

lei da un certo tempo. Malgrado il suo successo professionale e il

fatto che avesse tirato su con successo due bambini, sentiva che non

aveva più nessuna ragione per vivere.

Associò poi questi sentimenti al fatto che i suoi genitori non avevano

mai divorziato, anche se si erano separati quando lei aveva circa quin-

dici anni. Sua madre le aveva proibito qualsiasi contatto col padre,

perché ciò avrebbe significato un atto di slealtà verso di lei. La pa-


32 Come provocare dei mutamenti nell'inconscio

ziente sentiva pertanto che le era stato negato un rapporto col padre.

Pensava che se i genitori avessero divorziato, lei sarebbe stata libera

di vedere il padre. Il padre sarebbe stato libero di avere diritto a sue

visite e si sarebbero potuti mantenere in rapporto. Così, associava il

suo divorzio col fatto di liberare i suoi propri bambini. Allo stesso

tempo sentiva che la sua vita, ora che aveva portato a termine questa

azione legale, era finita.

Questo mi fece pensare a un'altra storia, che le raccontai. Dopo la

mia prima visita a Erickson, avevo fatto un sogno. Nel sogno, avevo

visto le parole "Tu non porti a compimento mai niente". Sette anni

dopo, mentre stavo ascoltando alcuni nastri di Erickson a Phoenix,

ebbi un'illuminazione: "E chi lo dice che devi portare a compimento

qualcosa? Niente è mai realmente portato a compimento, sino a quando

siamo vivi".

Narrai questa storia alla paziente, e avanzai la proposta che forse lei

avrebbe potuto vedere la propria vita come una continuazione di quella

dei suoi genitori, e la vita dei propri bambini come una continuazione

della propria. E questo processo si sarebbe ripetuto sino a quando la

vita umana fosse stata presente sulla terra. Trovò molto conforto in

questo pensiero.

Il punto principale di questo sommario un po' esteso di due sedute

terapeutiche con due pazienti diversi è che la mia scelta dei racconti

non era determinata da alcun preconcetto, ma scaturiva dalle mie libere

associazioni, a loro volta influenzate dalla mia esperienza vissuta e per-

fezionate da più di trent'anni di pratica clinica. È anche importante

sottolineare che questo processo avveniva nel contesto di una buona

relazione terapeutica.

I pazienti enucleavano le parti del racconto che si riferivano al loro


caso. Non erano necessariamente quelle parti che io pensavo avrebbero

scelto. Ma erano d'aiuto.

Nell'impiego di questi racconti, come nell'impiego dell'immagina-

zione in generale, c'è il pericolo che questa esperienza immaginaria

possa divenire un surrogato dell'esperienza di vita reale. Se uno sa

di essere già riuscito a soddisfare i bisogni della vita, non ha bisogno

di tirarsi su dal letto la mattina. È chiaro, però che quando un tera-

peuta abbraccia una filosofia dell'attivismo, come faceva Erickson, non

sosterrà mai un tipo di vita 'da fannullone'. Chi ascolta i suoi racconti,

verosimilmente non si ritrarrà di fronte alla vita.

Talvolta i miei pazienti osservano che malgrado abbiano avuto una

stimolante seduta nel mio studio, fantasticando o immaginando la

riuscita soluzione dei loro conflitti, ciò poi non ha un seguito.

"Non c'è stato nessun mutamento in me", dicono. "Fuori da questo


Come provocare dei mutamenti nell'inconscio 33

studio, non faccio niente in modo diverso, ancora". In tali casi, tal-

volta, la cosa migliore per il paziente è farlo rimanere zitto e passivo

mentre io narro un racconto di Erickson. Può essere un lungo e

noioso racconto dello sviluppo infantile. Il paziente potrà protestare,

alla fine della seduta, che non è stata 'buona' come le precedenti, e

affermerà che preferisce essere più attivo. Potrà dire di essersi annoiato.

In questo caso, gli ricordo che il lavoro che stiamo cercando di svol-

gere è a livello inconscio, e che ciò che fa il conscio non ha molta

importanza. È facile che, successivamente, il paziente riferisca di cam-

biamenti più importanti nella sua vita. Per esempio, potrà essersi af-

fermato di più in campo sociale, o aver intessuto nuovi rapporti, o

cambiato lavoro. In altre parole, la sua attività ha luogo al di fuori

della seduta. Nel corso della seduta, sono io che mi assumo la respon-

sabilità di essere attivo.

Ad alcuni pazienti, naturalmente, potrebbe non piacere di sentirsi

raccontare una storia inventata da una persona diversa dal proprio

terapeuta. Possono preferire un approccio più personalizzato. Coloro

cui piacerebbe utilizzare l'approccio generale di Erickson, creando nel

contempo le proprie metafore personali, possono trovare aiuto in

libri quali Therapeutic Metaphors di David Gordon, ispirato all'uso

delle metafore di Erickson stesso.

È ovvio che la mera lettura o narrazione di uno o più di questi

racconti non ha molte probabilità di dare come risultato una trasfor-

mazione. Questa ha invece maggiori probabilità di avvenire quando il

ricettore, e forse anche la fonte (come chiamerò il terapeuta) sono in

uno stato ricettivo. Come ho già accennato, questo stato ricettivo è

spesso ottenuto nel modo più facile e rapido possibile attraverso l'in-

duzione di uno stato ipnotico. La relazione terapeutica ottimale non


è quello che spesso è chiamato 'transfert positivo', è piuttosto quella

nella quale esiste uno stato di 'rapport' tra terapeuta e paziente. In

questo caso, infatti, l'inconscio del paziente e quello del terapeuta

sono maggiormente sensibili l'uno all'altro. Se si leggono questi rac-

conti nel cosiddetto stato di veglia, li si può anche rifiutare, in quanto

'stereotipati', 'ingenui', oppure 'interessanti, ma non illuminanti'. In

stato ipnotico, invece, quando il significato di ogni cosa detta dal tera-

peuta è come amplificato, un racconto o anche solo una parola di un

racconto possono far balenare un piccolo satori, il termine Zen che sta

per illuminazione.
34 2 Racconti stimolanti

Erickson si serviva spesso di descrizioni di momenti di crescita

nella primissima infanzia (imparare a riconoscere la propria mano,

imparare a stare in piedi, a camminare, e a parlare), come di un

mezzo per fornire a una persona il senso del proprio processo di cre-

scita. Quando mi narrava racconti che mi riportavano alle mie pri-

missime esperienze di apprendimento, mi era possibile, in stato di

trance, rivivere l'immenso sforzo e le frequenti frustrazioni che l'ap-

prendimento di qualunque compito o capacità comporta. Allo stesso

tempo, mi rendevo perfettamente conto che queste capacità io le avevo

imparate con successo. Ciò implicava che avrei potuto imparare a su-

perare altri ostacoli della mia vita presente.

Come fa notare Jay Haley nel suo Terapie non comuni, Erickson

aveva delle idee precise di cosa sia lo sviluppo normale. Ciò non signi-

fica che cercasse di inserire tutti gli individui all'interno dello stesso

schema, quanto piuttosto che era convinto che in ogni individuo c'è

un centro normale, sano, forse qualcosa di affine a ciò che Karen

Horney chiamava "il vero sé". Erickson si rendeva conto dei tanti

modi in cui la crescita e lo sviluppo possono essere distorti e male

indirizzati, ma pensava che compito del terapeuta fosse proprio quello

di riportare l'individuo sulla propria 'vera strada'.

A questo proposito raccontava la storia di un cavallo che una volta,

quando lui era un ragazzo, trovarono a pascolare nel loro terreno.

Questo cavallo non aveva nessun segno di riconoscimento, ma Erickson

si offrì di riportarlo ai proprietari. Per fare ciò, salì semplicemente

sul cavallo, lo condusse sulla strada, e lasciò che scegliesse da che

parte voleva andare. Interveniva solo quando il cavallo lasciava la

strada per pascolare o vagare in un campo. Quando alla fine il cavallo

arrivò all'appezzamento di un vicino, a diverse miglia giù per la strada,


questo vicino chiese a Erickson: "Come facevi a sapere che quel

cavallo veniva da qui e che era nostro?".


Racconti stimolanti 35

"Io non lo sapevo", rispose Erickson, "ma il cavallo sì. Non ho

fatto altro che mantenerlo sulla strada".

Quando si inizia il corso di una terapia o di un insegnamento, spesso

è utile ritornare all'inizio della vera strada. Un buon esempio lo tro-

viamo nel racconto didattico che segue.

Come si impara a stare in piedi

Sono tante le cose che impariamo a livello conscio; solo che dopo

dimentichiamo quello che impariamo e ci serviamo della capacità

acquisita. Vedete, io avevo un grandissimo vantaggio sugli altri: avevo

avuto la poliomielite, ed ero totalmente paralizzato. L'infiammazione

era così forte che avevo anche una paralisi sensoriale. Potevo però

muovere gli occhi, e anche l'udito non era stato menomato. A forza

di stare a letto mi veniva la malinconia, impossibilitato com'ero a

muovere qualsiasi cosa tranne le pupille. Me ne stavo in quarantena

nella nostra fattoria, dove c'erano sette sorelle, un fratello, due geni-

tori e un'infermiera. Come facevo a divertirmi? Cominciai a osservare

le persone e l'ambiente. Ben presto imparai che le mie sorelle pote-

vano benissimo dire 'no' quando volevano dire 'sì'. Oppure potevano

dire 'sì' e contemporaneamente intendere 'no'. Poteva accadere che

una sorella offrisse a un'altra una mela, e subito la ritraesse. Così

cominciai a studiare il linguaggio non verbale e il linguaggio del corpo.

Avevo una sorellina piccola che aveva cominciato a imparare a cam-

minare carponi. Io, invece, dovevo imparare a stare in piedi e a cam-

minare. Lascio a voi immaginare con quale interesse stavo a guardare

la mia sorellina che passava dal camminare a quattro zampe all'im-

parare a stare in piedi. E voi non sapete come voi avete imparato a

stare in piedi. Non sapete nemmeno come facevate a camminare. Voi


potete pensare di poter camminare in linea retta per sei isolati (a parte

altri pedoni e veicoli). Ma non sapete che allora non riuscivate a cam-

minare in linea retta a un passo regolare!

Voi non sapete cosa fate quando camminate. Né sapete come im-

parate a stare in piedi. Imparate allungando la mano e tirandovi su.

Ciò comporta una pressione nelle mani, e, per puro caso, scoprite che

potete mettere del peso sul piede. È una cosa tremendamente compli-

cata, perché le ginocchia cedono, e se le ginocchia restano su dritte,

cedono i fianchi. Poi vi si incrociano i piedi. Poi non riuscite a stare

in piedi perché cedono sia i ginocchi che i fianchi. Sempre coi piedi

incrociati (avevate imparato ben presto ad avere un ampio punto di


36 Racconti stimolanti

appoggio), vi tirate su e vi tocca imparare come tener dritte le ginoc-

chia, una per volta, e appena imparate questo, dovete imparare a

badare che i fianchi rimangano dritti. Dopo ancora, scoprite che dovete

imparare a badare che i fianchi e le ginocchia stiano dritti contempo-

raneamente, e pure a tenere i piedi ben divaricati! Ora potete final-

mente sostenervi coi piedi ben divaricati, e appoggiando le mani a

terra.

A questo punto inzia una lezione in tre fasi. Dapprima distribuite

il peso su una mano e due piedi, mentre questa mano [E. solleva la

mano sinistra] non vi sostiene per niente. Lavoro veramente difficile,

che vi permette di imparare a stare in piedi dritti, fianchi dritti, ginoc-

chia dritte, piedi divaricati, con questa mano [la destra] che preme

forte. A questo punto scoprite come cambiare la distribuzione dei

pesi del corpo. Potete alterarla girando la testa, girando il corpo.

Dovete imparare a coordinare tutte le alterazioni dell'equilibrio del

corpo quando muovete una mano, la testa, la spalla, il corpo; e poi

si tratta di riimparare tutto con l'altra mano. Poi viene il lavoro ter-

ribilmente difficile di imparare a tenere su tutte e due le mani, e di

muoverle in tutte le direzioni e di contare solo sulla solida base dei

due piedi ben divaricati. E si tratta di tenere dritti i fianchi, le ginoc-

chia dritte, e di badare a ginocchia, fianchi, braccio sinistro, braccio

destro, testa, corpo. E alla fine, quando avete abbastanza capacità,

provate a bilanciarvi tutto su un piede. Un lavoro d'inferno!

Come avete fatto a controllare tutto il corpo, tenendo i fianchi dritti,

le ginocchia dritte, e avvertendo i movimenti della mano, i movimenti

della testa, i movimenti del corpo? E poi mettete avanti un piede,

alterando il centro di gravità del corpo! Le ginocchia si piegano, e

vi trovate seduti! Vi rialzate e provate daccapo. E alla fine imparate


a portare un piede in avanti, e muovete un passo, e non c'è male.

Così lo ripetete, non c'è proprio male. Allora il terzo passo (con lo

stesso piede) e precipitavate! C'è voluto un bel po' di tempo per

alternare destro-sinistro, destro-sinistro, destro-sinistro. Ora potete on-

deggiare le braccia, girare la testa, guardare a destra e a sinistra, e

camminare, senza più far la minima attenzione a tenere le ginocchia

dritte, i fianchi dritti.

Erickson ci sta suggerendo che un'invalidità ci può dare un van-

taggio, "un grandissimo vantaggio sugli altri". Dice che, imparare è

una delle migliori forme di divertimento. Completamente paralizzato,

si chiede: "Come faccio a divertirmi?", e prosegue descrivendo il

modo in età: sviluppò il suo spirito d'osservazione. Poi parla del

piacere che si ha da un apprendimento ulteriore - dall'apprendere le


Racconti stimolanti 37

cose che di solito sono inconsce - e dà l'esempio delle azioni e dei

movimenti inconsci che compiamo mentre camminiamo per la strada.

Quando descrive l'effettivo processo di imparare a stare in piedi,

mette molto l'accento sulla consapevolezza cenestesica, ed è proba-

bile che anche il lettore cominci a prestare attenzione alle proprie

sensazioni di questo tipo. La goffagine del bambino che cerca di stare

in piedi, coi piedi incrociati e così via, è simile alla goffaggine di noi

tutti quando cerchiamo d'imparare qualcosa di nuovo.

Con la descrizione dei plausibili tentativi del bambino nel suo ap-

prendere a stare in piedi e a camminare, Erickson favorisce la regres-

sione dell'ascoltatore a livello infantile. Di fatto quasi tutti, ascoltando

questa storia, entrano in trance ipnotica con regressione. In questo

racconto l'accento è posto sul fatto che una capacità di base è appresa

dapprima a livello conscio, e poi la si fa divenire inconscia. Quando

il racconto è utilizzato per indurre l'ipnosi, favorisce la regressione e

la comparsa di automatismi. È interessante notare che le frasi negative

(per esempio "precipitavate") sono al passato: Erickson si porta poi

al presente quando vuole instillare suggestioni positive ("scoprite come

cambiare la distribuzione dei pesi del corpo").

Questo racconto di una sequenza d'apprendimento molto precoce

è d'aiuto all'inizio di un qualsiasi programma terapeutico perché ri-

porta il paziente a un'epoca antecedente all'instaurarsi del suo pro-

blema nevrotico, sconvolgendo, almeno temporaneamente, il suo stabi-

lizzato atteggiamento mentale. Esso ricorda inoltre al paziente che im-

parare è o è stato difficile, ma che imparerà, se persiste. Dopo tutto,

lui sa benissimo che ora può camminare senza sforzo.

Erickson ci fa anche vedere che abbiamo posto certe pietre di base

e che queste pietre di base ce le porteremo appresso nel futuro. Da


ragazzo di campagna qual era stato, Erickson ' sempre preoccupato

di piantare un raccolto da godere in futuro. In questo racconto,

Erickson pone una delle pietre di base per la terapia, parlando di come

si impara. Rende il processo d'apprendimento tutt'altro che minaccioso

e anzi interessante. Inoltre, ci dà una prima dimostrazione di alcune

cose sulle quali ritornerà sempre nei successivi racconti, e cioè del

fatto che osservava le cose molto da vicino. Imparava guardando gli

altri. Il suo messaggio dice: "Siete qui per imparare", e sta stimolando

una 'sequenza d'apprendimento', una disponibilità ad apprendere. Una

paralisi rende invalidi, e un paziente è invischiato in cose che rendono

invalidi; ma Erickson tramuta la paralisi in qualcosa di utile. Era

solo e non poteva contare che su se stesso, e così cominciò a guardare.

Quando racconta che una delle sorelle poteva offrire a un'altra una

mela e subito ritrarla, sta forse dicendo che lui può offrire una mela
38 Racconti stimolanti

(l'apprendimento) e ritrarla? Oppure, che voi stessi potete offrire

qualcosa di voi stessi e tuttavia tenerne indietro una parte? Erickson

non dà questo o quel messaggio, dà in realtà un messaggio a molti

livelli. E la mela riporta alla mente il giardino dell'Eden, l'inizio, la

Genesi.

"Lascio a voi immaginare con quale interesse stavo a guardare".

Qui sottolinea il termine 'immaginare'. Questo, naturalmente, è il modo

in cui sarà svolto il suo lavoro di ipnotista, con immagini, con imma-

ginazione. Sta anche dando il via all'induzione, e focalizzando l'atten-

zione dell'ascoltatore.

Il commento di Jeff Zeig a questo racconto è stato il seguente:

"Erickson aveva la capacità di giocare con la vostra attenzione e di

giocare con la propria attenzione. Sorrideva sornione per tutto il corso

di ciascun racconto. Si stava per divertire, e vi invitava a giocare.

Se poi non volevate giocare, era un problema vostro. Lui avrebbe

continuato a invitare, ma non si sarebbe offeso se lo aveste rifiutato.

Ma sinora abbiamo grattato solo la superficie. Io credo di capire molto

bene i processi di Erickson, e tuttavia, se ci mettevamo seduti a esa-

minare quello che stava facendo, scoprivamo di aver toccato solo il

livello superficiale, o forse quello immediatamente sottostante. Di so-

lito, lui aveva in mente altri due strati sotto la superficie. Può darsi

che vedesse questi altri due o tre strati quando tirò fuori il simbolo

della mela. Essi sarebbero: 'Che cosa ne pensa di una mela, un bam-

bino piccolo?, oppure: 'Cosa fa un bambino piccolo con una mela?"

La porta al maestro. La mela era dunque simbolo del voler fare piacere.

Erickson capiva l'inconscio delle persone, e così sapeva che se presen-

tava questo tipo di parola e di simbolo, si poteva aspettare queste

possibili associazioni. Così, osservando una persona, si poteva aggan-


ciare a qualsiasi associazione una persona avesse fatto, e quindi segui-

tare su quella base. Questa profondità non ha veramente uguali. "Voi

non sapete come avete imparato a stare in piedi, ma possedete quel-

l'informazione".

Questo era uno dei più importanti principi di Erickson: la fiducia

che la persona possa trovare, nella propria storia naturale, le risorse

per superare il problema per il quale sta cercando aiuto. In questo rac-

conto, egli ricorda alle persone che esse possiedono delle risorse delle

quali non si rendono conto.

Utilizzare frasi quali: "Ciò comporta una pressione nelle mani, e,

per puro caso, scoprite che potete mettere del peso sul piede", rappre-

sentava il suo modo di trasmettere la sua idea di utilizzare 'incidenti

programmati' nel corso della terapia. Mettete il paziente in una data

situazione, e sarà costretto a scoprire delle cose, se ne è conscio.


Racconti stimolanti 39

"È una cosa tremendamente complicata, perché le ginocchia cedono,

e se le ginocchia restano su dritte, cedono i fianchi". Qui sta sugge-

rendo all'inconscio termini quali 'su dritto' e 'stare in piedi'. Più tardi,

quando queste parole o frasi saranno introdotte nella terapia, l'intera

sequenza di apprendimento e l'atteggiamento verso l'apprendimento

saranno automaticamente evocati.

Il ragazzo morirà prima di domani mattina

Presi il diploma liceale nel giugno del 1919. In agosto sentii tre

medici, nell'altra stanza, dire a mia madre: "Il ragazzo morirà prima

di domani mattina" [Erickson ebbe la prima infezione poliomielitica

all'età di diciassette anni].

Dato che ero un ragazzo normale, mi sentii offeso.

Il nostro medico di campagna aveva fatto venire per consulto due

uomini da Chicago, e questi venivano a dire a mia madre: "Il ragazzo

morirà prima di domani mattina".

Ero furibondo. Che idea, quella di dire a una madre che suo figlio

morirà entro l'indomani mattina! È una cosa infame!

Poco dopo mia madre venne nella mia stanza, col viso sereno. Do-

vette pensare che stavo delirando, perché io insistetti che spostasse

la grande cassapanca che avevo in camera, girandola in modo diverso

vicino al letto. Lei la spostò in un certo modo, e io continuai a far-

gliela spostare avanti e indietro sino a quando non mi andò bene.

La cassapanca mi impediva di vedere fuori dalla finestra, e per nulla

al mondo avrei voluto morire senza vedere il tramonto! Ne vidi solo

la metà. Rimasi senza conoscenza per tre giorni.

Non dissi niente a mia madre. E neanche lei mi disse niente.

Erickson mi raccontò questo toccante episodio nel 1970, quando


ero andato da lui a chiedergli di aiutarmi a migliorare la mia memoria

per i nomi e i ricordi d'infanzia. Mi tornarono immediatamente alcuni

ricordi d'infanzia, riguardo a un mio attacco di una grave malattia

febbrile, la scarlattina. Invece, il mio desiderio di migliorare la me-

moria per i nomi non doveva essere esaudito. Solo più tardi mi sarei

reso conto che Erickson mi stava indirettamente consigliando di accet-

tare questo mio limite. Questo suggerimento era trasmesso anche per

mezzo di un episodio in cui egli riportava il commento che suo padre

aveva fatto ai funerali di sua madre.

"E ai funerali di mia madre, mio padre disse: 'È stato bello passare
40 Racconti stimolanti

settantaquattro anniversari di matrimonio con la stessa persona. Sa-

rebbe stato più bello ancora passarne settantacinque, ma non si può

avere tutto dalla vita'".

Con questo racconto e anche col precedente, ci sta dicendo indiret-

tamente che siamo fortunati a essere vivi.

Quando menzionava la cassapanca e il tramonto, stava inoltre comu-

nicando una delle sue ricette preferite per godere la vita, e forse anche

per prolungarla: "Punta sempre a una meta concreta, nell'immediato

futuro". In questo caso, la sua meta era di vedere il tramonto. Natu-

ralmente, prima di poter raggiungere questa meta, era necessario ri-

muovere l'ostacolo. Siccome Erickson non poteva farlo da solo, doveva

farlo fare a sua madre. In modo significativo, non le disse perché vo-

leva che la cassapanca fosse spostata. Non sempre è necessario fornire

le ragioni delle nostre azioni. È però necessario avere delle mete, im-

mediate e raggiungibili.

Dilatazione

Erickson non pretese mai niente di miracoloso dall'ipnosi. E tuttavia

affermò in più occasioni che tutti noi possediamo dei poteri, delle

forze naturali, di cui non ci serviamo. Grazie allo sprone di adeguate

suggestioni e direttive, è spesso possibile imbrigliare e utilizzare queste

forze. Quando mi narrò il racconto che segue, per rispondere alla do-

manda: "L'ipnosi è d'aiuto nel trattamento del cancro?", si riferiva

soprattutto alla sua utilità per alleviare il dolore. Voleva forse dire che,

impiegata accanto a forme di trattamento convenzionale, come la chi-

rurgia, l'ipnosi potrebbe accrescere le probabilità di sopravvivenza del

paziente.

Penso che si possa fare molto. Una volta il Presidente dell'Associa-


zione medica dello Stato, un chirurgo, mi mandò una donna. L'aveva

operata di cancro all'utero e successivamente l'aveva operata di cancro

al colon, di un altro tipo.

La donna soffriva di una contrazione al colon. La defecazione era

estremamente dolorosa, ed era venuta nel mio studio per ottenere una

lenta, graduale dilatazione. Aveva dei dolori così terribili. Il chirurgo

mi aveva chiesto: "Puoi aiutare questa donna con l'ipnosi? Non voglio

farle una terza operazione".

Così impiegai la trance. Dissi a quella donna che aveva avuto due

tumori di tipo diverso, e che in questo momento aveva una dolorosa

contrazione del colon. È una cosa molto dolorosa e bisogna effettuare


Racconti stimolanti 41

una dilatazione. Le dissi che se ogni giorno lei si fosse messa in co-

stume da bagno, avesse gettato in piscina una camera d'aria d'automo-

bile e vi si fosse seduta dentro, e si fosse goduta il piacere della piscina

e dell'acqua, la dilatazione sarebbe stata molto meno dolorosa.

E così fece ogni giorno. Il medico disse che la dilatazione procedeva

molto più rapidamente, in modo insolitamente rapido. Disse che la

donna si lamentava del dolore come prima, ma che il suo tono di voce

era diverso. Secondo lui, non aveva un dolore della stessa intensità.

Un anno dopo, la donna ritornò, mi abbracciò e mi baciò, e mi disse

che la vita era meravigliosa. Il colon era guarito, il medico disse che

il suo colon era normale. Le aveva asportato il tumore. Nessuna ri-

caduta.

Erickson suggerisce che una 'dilatazione' farà molto meno male se

la persona compie qualche azione (procurarsi una camera d'aria e poi

starsene comodamente seduta in piscina). Qui sta creando l'atmosfera

giusta per la susseguente terapia, suggerendo che essa potrebbe avve-

nire in relativa tranquillità. Sta anche suggerendo che essa procederà

"molto più rapidamente, in modo insolitamente rapido". L'idea finale

che viene proposta è che la terapia riuscirà, come è stato con questa

donna che pure era affetta da un male spesso fatale. Poiché le istru-

zioni (in questo caso un blando rimedio contro il dolore) sono impar-

tite sotto ipnosi, avranno più forza che se fossero impartite nello stato

di veglia.

Erickson avrebbe potuto narrare un racconto di questo tipo per

inviare un messaggio a qualcuno del gruppo che secondo lui era emo-

zionalmente o mentalmente 'costipato'. Avrebbe potuto far capire che

quel messaggio era diretto a una data persona guardando in una dire-

zione e dirigendo la voce in un'altra, o cambiando il tono di voce


quando guardava la persona in questione, oppure evitando di guardare

la persona in questione.

Bisticci

Un uomo di Filadelfia, in cura da me per un mal di testa, mi

mandò sua zia e suo zio. "Quei due non hanno fatto altro che bistic-

ciarsi ogni giorno da quando sono sposati", mi disse. "Sono sposati

da più di trent'anni".

Vennero da me. "Non ne avete avuto abbastanza di bisticciarvi?",

dissi io. "Perché non cominciare a godersi la vita?". E vissero felici


42 Racconti stimolanti

e contenti. E la zia di quell'uomo cercò di far venire da me anche

sua sorella, perché la madre di quell'uomo era molto infelice.

In questo racconto, Erickson, nel modo indiretto che gli è tipico,

risponde a quei critici che gli chiedono come vanno i suoi pazienti

dopo il trattamento. Dicendoci che 'l'uomo di Filadelfia' gli aveva

mandato sua zia e suo zio, mette bene in chiaro che la cura del mal

di testa era stata positiva. È altresì chiaro che la loro situazione era

poi migliorata, visto che la zia pensava che Erickson avrebbe potuto

aiutare anche la sorella. Erickson inizia spesso un resoconto di un

caso clinico alludendo a un precedente paziente trattato con successo.

Erickson avrebbe potuto raccontare questa storia quando qualcuno

del gruppo fosse stato internamente in disaccordo con lui o con se

stesso. In questo caso avrebbe sottolineato la frase: "Non ne avete

avuto abbastanza di bisticciarvi?".

Questo racconto può essere difficile da credere. Se lo presento, è

perché la sua semplicità è così attraente.

Chiesi a Erickson di dirci qualcosa di più circa il contesto nel quale

erano state impartite quelle semplici suggestioni. Quanto tempo c'era

voluto per stabilire il rapport? Aveva ipnotizzato la coppia?

"Ho impiegato solo una trance di veglia che si è tramutata in una

trance leggera", disse. "Ho chiesto loro: 'Ma perché non godersi la

vita? Vi siete bisticciati per più di trent'anni. Io penso che il matri-

monio dovrebbe essere una cosa piacevole, e non vi rimangono molti

anni per godervelo". E loro l'hanno capito.

"Troppi terapeuti pensano di dover essere loro a dirigere il cam-

biamento e ad aiutare il paziente a cambiare. La terapia è come

cominciare a far rotolare una palla di neve giù dalla cima di una

montagna. Via via che rotola, diventa sempre più grossa, e diventa
una valanga che scende per il fianco della montagna".
3 Abbiate fiducia nell'inconscio 43

Avevo imparato molte cose

All'Oswego College di New York, il professor Estabrooks [un

professore di psichiatria] mi chiamò e mi disse: "Ti ho iscritto a

parlare a un'assemblea di professori stasera". Ci sarebbe stata molta

gente che veniva dalla città, e prima di recarmi all'auditorium avevo

tantissime cose da fare, cose che non avevano niente a che vedere

con la conferenza. Tuttavia non ero preoccupato, perché sapevo che

ero in grado di parlare, e sapevo che ero in grado di pensare, e

sapevo che avevo imparato molte cose nel corso degli anni.

In questo episodio, e nei due che seguono, Erickson descrive un

atteggiamento di fiducia nei propri ricordi di vecchia data e nelle

conoscenze immagazzinate nell'inconscio. Sottolinea che l'inconscio è un

deposito di ricordi e capacità cui si può far ricorso dopo molti anni.

Gli piaceva citare Will Rogers: "I nostri guai non vengono da quello

che non sappiamo. I nostri guai vengono dalle cose da cui sappiamo

che non ci vengono guai". Al che Erickson aggiungerebbe: "E più

guai ancora ci vengono dalle cose che sappiamo, ma che non sap-

piamo di sapere".

Neve leggera

Nel villaggio di Lowell, nel Wisconsin, quell'autunno nevicò per

la prima volta il 12 novembre, poco prima delle quattro del pome-

riggio. E quel ragazzino al terzo banco, nella terza fila di banchi,

proprio accanto alla finestra, si chiedeva: "Per quanto tempo mi ricor-

derò di questo?".

Me lo stavo proprio chiedendo...

Sapevo con certezza... Sapevo che era il 12 novembre, l'anno 1912.

Era una neve leggera leggera.


44 Abbiate fiducia nell'inconscio

Il narvalo

Alla fattoria avevamo due libri: uno era la storia degli Stati Uniti,

e l'altro un dizionario enciclopedico. Avevo letto tante volte quel

dizionario, dall'a alla zeta. Possedevo un vocabolario vastissimo. Molto

tempo dopp, una volta che tenni una conferenza nel Montana, un

medico mi invitò a passare la serata a casa sua. A un certo punto

della serata, tirò fuori un oggetto strano a forma di spirale, e mi

chiese: "Sai che cos'è?".

"Sì", risposi io, "è una zanna di narvalo".

"Sei la prima persona che l'ha appena guardata e l'ha riconosciuta",

disse lui. "Mio padre era un cacciatore di balene, e aveva preso questa

zanna da un narvalo. Poi è rimasta qui in casa e per me è sempre

stata un oggetto familiare. La faccio vedere alla gente, e tutti si chie-

dono cosa sia. Ma dimmi, come hai fatto a sapere che era una zanna

di narvalo?".

"Quando avevo cinque o sei anni ne ho visto la figura in un dizio-

nario enciclopedico", risposi io.

Parlerà

Molti si preoccupavano perché a quattro anni ancora non parlavo,

mentre la mia sorellina di due anni meno di me parlava, e parla an-

cora, ma non ha mai detto niente. E molti si preoccupavano che un

ragazzino di quattro anni non sapesse parlare.

"Quando verrà il momento, parlerà", diceva tranquilla mia madre.

Quest'ultimo racconto è un buon esempio della convinzione di

Erickson che si può aver fiducia che l'inconscio dia al tempo oppor-

tuno risposte adeguate. Per un paziente che sta appena iniziando a

provare a entrare in trance ipnotica, questo racconto può aiutarlo ad


aspettare pazientemente sino a quando il bisogno di parlare non pro-

rompa, o sino a che egli non sia in grado di trasmettere messaggi

inconsci in modo non verbale.

Come si grattano i maiali

Un'estate vendevo libri per pagarmi gli studi al college. Un giorno,

verso le cinque, entrai nel recinto di una fattoria, e chiesi al conta-

dino se voleva comprare dei libri. Il contadino mi rispose: "Giova-


Abbiate fiducia nell'inconscio 45

notto, io non leggo niente, non ho bisogno di leggere niente. A me

interessano solo i miei maiali".

"Le dispiace se sto qui e parlo con lei, mentre dà da mangiare ai

maiali?", chiesi io.

"No, gira alla larga, giovanotto, non ti servirà proprio a niente.

Io non posso perder tempo con te, ho da fare a dare da mangiare ai

miei maiali".

E così cominciai a parlare dei miei libri. Poiché ero un ragazzo

vissuto sempre in campagna, senza pensarci raccolsi da terra un paio

di bastoncini e, mentre parlavo, cominciai a grattare le schiene dei

maiali. Il contadino mi vide, si fermò, e dissie: "Chiunque sappia

grattare la schiena ai maiali nel modo in cui piace ai maiali è uno

che voglio conoscere. Che ne dici di cenare con me stasera, e puoi

dormire gratis da me e ti comprerò anche i libri. A te piacciono i

maiali. Tu sei uno che sa grattarli nel modo in cui a loro piace

essere grattati".

Qui Erickson racconta come inconsciamente avesse agito esatta-

mente nel modo migliore per raggiungere i suoi obiettivi - in questo

caso, quello di vendere libri. Sottolinea il fatto che, 'senza pensarci.

aveva raccolto dei bastoncini e grattato la schiena dei maiali mentre

parlava al fattore. E il fattore aveva risposto inconsciamente a un

uomo che sentiva essere una sua anima gemella.

Naturalmente Erickson non sta insegnando un modo per vendere

libri, o per manipolare la gente. Era riuscito a entrare in rapporto

col contadino in modo genuino, anche perché era egli stesso vissuto

sempre in campagna. E questa azione - grattare il dorso dei maiali -

che aveva avuto tanto effetto, Erickson l'aveva potuta compiere perché

era capace di esprimersi liberamente. Spinge l'ascoltatore ad avere


fiducia nel proprio inconscio, come lui aveva avuto fiducia nel suo,

e come anche il contadino aveva fatto nel rispondere al giovane

Erickson.

Questo racconto illustra anche il principio che io ho designato con

l'espressione: "Assecondare il paziente".

Erickson mi raccontò questa storia nell'agosto 1979, dopo che gli

avevo chiesto perché avesse scelto me per scrivere la prefazione al

suo libro Ipnoterapia. Prima di cominciare il racconto su come si grat-

tano i maiali, mi aveva risposto: "Tu mi piacevi, e poi avevi regalato

una rana gialla a mia moglie". (La prima volta che ero andato a

trovare Erickson, nel 1970, tornavo da Los Angeles a New York

con una raccolta di serpenti vivi, gechi e rane. Gli avevo dato in

regalo una stupenda rana gialla).


46 Abbiate fiducia nell'inconscio

Elaborò: "Mi avevi fatto una buona impressione. Mi eri piaciuto.

Sei genuino. Sei veritiero, sei profondo. Sei una persona intelligente,

e sei stato capace di andare da New York a San Francisco o a Los

Angeles solo perché ti piacciono le rane! La mia impressione in quella

stanza fu: 'Al ragazzo piacciono le sculture in legno. Questa dovrebbe

essere anche la tua impressione di me. A quel ragazzo piacciono dav-

vero le sculture in legno. E lui non si contenta di starsene seduto

in poltrona a far soldi come psicoanalista. Ha altri interessi. E certo

che le rane sono belle; distanti dalla psicanalisi, dalla psichiatria, dalla

letteratura e così via. Devi avere una bella ampiezza di vedute".

Alla fine del racconto, poi, sottolineò di nuovo la cosa, guardan-

domi dritto negli occhi col suo sguardo più limpido e gentile, e mi

disse: "Mi piace il modo in cui gratti i maiali". Cioè chiarì che nella

scelta dei suoi collaboratori aveva fiducia nel proprio inconscio, esat-

tamente come l'aveva quando doveva prendere altre decisioni.

Sette asterischi

Uno dei miei allievi era una persona abbastanza eccezionale, con

cui avevo fatto molto lavoro sperimentale. Era uno psicologo, ed era

veramente indeciso sul proprio futuro. Lo utilizzammo negli esperi-

menti e così si rese conto di avere un inconscio. Gli prestai i miei

libri di medicina e si iscrisse a quella facoltà. L'ultimo anno, uno dei

suoi professori, che gli voleva molto bene, gli disse: "Arthur, come

pensi che andrai al mio esame?". Al che lui rispose: "Non avrò

nessun problema al suo esame. Lei farà dieci domande, e sono...".

E qui elencò tutte e dieci le domande.

Il professore disse: "Bene! Vedo che sai esattamente quali do-

mande intendo fare! Me le hai dette persino nello stesso ordine!


Che hai fatto, sei penetrato nel mio ufficio e ti sei portato via

una copia?".

"No", rispose Arthur, "semplicemente sapevo quello che lei avrebbe

chiesto agli esami".

"Non mi basta", disse il professore. "Vieni con me a parlare col

Preside".

Il Preside ascoltò tutto il racconto. "È vero, Arthur? Tu conosci

tutte le domande?".

"Certo che conosco tutte le domande", rispose Arthur. "Ho seguito

le lezioni e ho ascoltato le conferenze".

"In un modo o nell'altro devi essere entrato in possesso dei fogli

ciclostile", disse il Preside. "Guarda, a meno che non riesci a provare


Abbiate fiducia nell'inconscio 47

il contrario, ti depenno dagli esami e non ti faccio laureare, per slealtà

verso la scuola".

Arthur disse: "Volete la prova che io, prima ancora che il profes-

sore lo sapesse, sapevo quali sarebbero state le domande. Bene, man-

date qualcuno nella mia stanza e prendete il blocco d'appunti col quale

seguivo le sue lezioni. Noterete che ci sono dei punti segnati con

asterischi. Tutte le domande che il professore intende fare sono se-

gnate con sette asterischi. Vedrete che accanto a queste domande

con asterisco ci sono vari '1', '2', o '3'. Siccome lui fa sempre solo

dieci domande, ho scelto dieci domande cui ho dato sette asterischi,

perché quelle erano le cose cui lui dava più importanza, sia durante

l'anno che al seminario di ripasso alla fine dell'anno".

Orbene, mandarono qualcuno a prendere il notes e trovarono che

effettivamente Arthur aveva segnato alcuni appunti con un solo aste-

risco, altri con due, o con tre, con quattro, con cinque e con sei, e

che c'erano solo dieci punti segnati con sette asterischi. E gli aste-

rischi erano numerati, non nell'ordine, da 1 a 10. Quello di mezzo

portava il numero uno e magari il primo portava il nove, e così via.

A questo punto il Preside disse: "Non hai nessun bisogno di fare

l'esame. Tu hai veramente ascoltato le lezioni, e hai notato la parti-

colare intonazione che il professore ha dato a quei particolari punti".

Quando ascoltate una lezione, se prestate bene attenzione all'enfasi

che il professore dà a vari punti, potete già individuare le cose che

chiederà all'esame. Arthur era una persona notevole; possedeva una

notevole capacità di ascoltare e una notevole capacità di cogliere il

tono, cosicché riusciva sempre a sapere in anticipo quale argomento

sarebbe stato chiesto a un esame. Era il professore stesso che lo

diceva. I professori vi dicono sempre quali sono le cose più impor-


tanti, e vogliono sempre che questa importanza sia riconosciuta dagli

studenti. Orbene, talvolta può accadere che loro ritengano che sia

importante un punto che non lo è realmente. State attenti a ricor-

darvi quel punto, perché ve lo ritrovate all'esame. Certo che la comu-

nicazione è una cosa ben complicata. L'espressione del viso, gli occhi,

il modo di stare col corpo, il modo di muovere il corpo e le estre-

mità, il modo di muovere la testa, eccetera, il modo di muovere certi

singoli muscoli: tutto ciò fornisce moltissime informazioni.

In questo racconto il giovane studente medico-psicologo aveva im-

parato non solo ad aver fiducia nel proprio inconscio, ma anche a

potenziare le sue capacità percettive sino a un grado abbastanza

estremo. Come dice Erickson, "Arthur era una persona notevole".

Naturalmente la maggior parte di noi non ha sviluppato in tale misura


48 Abbiate fiducia nell'inconscio

le proprie capacità percettive. Se tuttavia veniamo a sapere che ciò

è possibile, possiamo essere spronati ad andare in quella direzione,

specialmente quando, nei nostri sogni e nelle nostre associazioni rice-

viamo messaggi ben definiti.

Il professore di questo racconto segnalava inconsciamente le cose

che voleva che gli studenti imparassero. Erickson ci sta dicendo di

ascoltare questi messaggi inconsci. Nel racconto, lo studente riusciva

a tramutare la consapevolezza inconscia in conscia. Invece gli ascol-

tatori e i lettori di Erickson possono rispondere ai messaggi subli-

minali anche senza rendersene consapevolmente conto. Egli anzi li

sta proprio istruendo a farlo.

Nell'induzione e nell'impiego della trance, Erickson ci sprona a

cercare di avere lo stesso atteggiamento di fiducia nell'inconscio. Lo

fa nella seguente spiegazione fornita ad alcuni terapeuti:

Vedete, l'induzione della trance non dovrebbe essere una cosa labo-

riosa. Basta la fiducia nella vostra voce. La semplice fiducia nella vo-

stra capacità di indurre la trance è la cosa più importante di tutte.

E se voi state molto attenti, qualsiasi essere umano, persino i pazienti

paranoidi gravi, alla fine entra in trance. Io personalmente non

consiglio di far entrare in trance i pazienti paranoidi, perché possono

diventare paranoidi anche nello stato di trance. Comunque sperimen-

talmente ho potuto stabilire che tutti i pazienti possono entrare in

trance, che chiunque può farlo.

Orbene, è proprio necessario sapere di essere in trance? No, non

lo è. Quanto dev'essere profonda la trance? Qualsiasi trance che sia

di profondità sufficiente a permettere all'inconscio di dare un'occhiata,

un'occhiata mentale, a quello che succede, può bastare. Quando guar-

date e capite con la mente in questo modo, imparate molto di più che
con lo sforzo conscio. E sarebbe bene servirsi della mente a livello

inconscio, anche mentre la si utilizza a livello conscio.

Curiosità

Una ragazza veniva a scuola tenendo sempre la mano sinistra sopra

la bocca. In classe diceva la lezione tenendo la mano sinistra sotto il

naso, a nascondere la bocca. Per strada camminava con la mano sini-

stra a coprire la bocca. Al ristorante mangiava nascondendo la bocca

dietro la mano sinistra. Quando diceva la lezione in classe, quando

camminava per strada, quando mangiava al ristorante, aveva sempre

la mano sinistra sopra la bocca.


Abbiate fiducia nell'inconscio 49

Ora questo fatto mi interessava e mi proposi di conoscerla meglio.

Dopo molti incitamenti mi raccontò di una terribile esperienza che

aveva avuto all'età di dieci anni. In un incidente di macchina, era

stata catapultata oltre il parabrezza. Un'esperienza terribile per una

bambina di dieci anni. Il vetro del parabrezza le aveva tagliato la

bocca e c'era molto sangue sul cofano della macchina. Una quantità

di sangue tale da atterrire una ragazzina di dieci anni avrebbe potuto

essere magari solo un po' di sangue, ma per lei era una quantità enor-

me. Così crebbe con l'idea di avere la bocca orribilmente sfregiata, ed

ecco perché la teneva sempre coperta, perché non voleva che nessuno

vedesse l'orribile cicatrice.

La convinsi a leggere una storia della cosmetologia e così conobbe

i nei, nei a forma di mezzaluna, di cerchi, di stelle, e così via. Lesse

che le donne di solito mettono questi nei finti accanto alla parte del

viso che considerano più bella. Riuscii a farle portare da me alcuni

nei finti. Poi la convinsi, nel segreto della sua stanza, a fare una copia

in formato naturale della sua cicatrice . si scoprì che era una stella

a cinque punte, non più grande di un neo. Lei tuttavia la vedeva più

grande di tutto il viso.

Così la persuasi ad andare a un appuntamento con uno degli stu-

denti. Lei doveva portarsi appresso due pesanti borse in modo da

tenere giù le mani, lontano dal viso. A questo appuntamento, e a

tutti i successivi, scoprì che se permetteva che le dessero un bacio

sulla porta di casa, l'uomo invariabilmente la baciava dalla parte della

bocca in cui c'era la cicatrice. Anche se la sua bocca aveva due lati,

l'uomo immancabilmente la baciava dalla parte della cicatrice. Uscì

con un uomo, ma non ebbe il coraggio di lasciargli dare il bacio. Il

secondo uomo la baciò sul lato destro della bocca. E così fece pure
il successivo, il terzo, e poi il quarto, il quinto, il sesto. Quello che

non sapeva, era che lei era curiosa, e quando era curiosa piegava

sempre la testa a sinistra, cosicché un uomo doveva per forza baciarla

sulla parte destra della bocca!

Ogni volta che racconto questo caso clinico, mi guardo intorno.

Voi tutti conoscete il linguaggio subliminale, ma non sapete che c'è

un udito subliminale. Quando racconto questo caso clinico, ogni donna

stringe la bocca, e io so a cosa pensa. Voi osservate il vicino che viene

da voi per vedere il neonato. Sono le labbra che osservate. Sapete

esattamente quando il vicino sta per baciare il bambino.

Notando la direzione verso la quale la ragazza inclinava in modo

caratteristico la testa quando era presa da curiosità per qualcosa, Eric-

kson fu in grado di predire che l'avrebbe inclinata allo stesso modo


50 Abbiate fiducia nell'inconscio

quando stava per ricevere un bacio. Qui sta insegnando l'importanza

di utilizzare l'informazione fornita inconsciamente dal paziente. Erickson

l'aiutò a scoprire quello che lui aveva già scoperto, e cioè che incli-

nava la testa quando la sua curiosità era stimolata. Per aiutarla a fare

questa scoperta, le impedì di utilizzare l'abituale meccanismo di difesa,

e cioè coprire con la mano sinistra la bocca dalla parte della cicatrice.

A quel punto, dopo che molti uomini l'avevano baciata dalla parte

della cicatrice, arrivò a concludere che non era poi tanto brutta.

Qui Erickson ricorre a un trucco ben conosciuto dai prestigiatori.

Dirige la nostra attenzione da qualche parte, mentre, in realtà, le

cose avvengono in un'altra. Per esempio, ci spinge a chiederci: "Ma

perché copre la bocca con la sinistra?". Questo in realtà non è im-

portante. Lui osserva il modo in cui lei inclina la testa, e questa è la

cosa importante.

Il professor Rodriguez

Io mi mando in trance per essere più sensibile alle intonazioni e

alle inflessioni dei discorsi dei miei pazienti. E anche per poter sen-

tire meglio e vedere meglio. Entro in trance e dimentico la presenza

degli altri. E la gente mi vede in trance.

C'era un paziente, un tale Rodriguez, un professore di psichiatria

che stava in Perù. Costui scrisse che voleva fare psicoterapia con me.

Lo conoscevo di fama. Sapevo che aveva un'istruzione molto superiore

alla mia. Sapevo che aveva un ingegno più pronto del mio. Lo con-

sideravo molto più intelligente di me. Ed ecco che ora mi chiedeva

di venire da me come paziente.

Mi chiesi: "Come faccio a trattare un uomo che è più intelligente,

più colto, più pronto di me?". Questo qui era spagnolo della Castiglia,
un tipo estremamente arrogante, arrogante e duro, molto difficile da

trattare. Gli diedi appuntamento per le due di un dato giorno. Presi

nome, indirizzo, recapito, se era sposato, tutti i dati. Poi tirai su lo

sguardo per chiedergli: "Come vede lei il suo problema?". La sedia

era vuota.

Guardai l'orologio. Non erano le due e qualcosa. Erano le quattro.

Notai che avevo una cartella con dei fogli di carta dentro. Così mi

resi conto che ero entrato in trance ipnotica per intervistarlo.

E poi un giorno, dopo dodici-quattordici ore di terapia, Rodriguez

balzò in piedi e disse: "Dottor Erickson, lei è in trance!".

Mi svegliai e dissi: "Senta, so benissimo che lei è più brillante di

me, e più intelligente, più pronto, molto più colto. So anche che lei
Abbiate fiducia nell'inconscio 51

è molto arrogante. Sentivo che non avrei saputo come trattarla e mi

chiedevo come avrei fatto. Non seppi, fino a dopo il primo colloquio,

che il mio inconscio aveva deciso di pensarci lui. So di avere dei fo-

gli di carta, degli appunti, nella cartella. Non li ho ancora letti. E li

leggerò ora, dopo che lei se ne sarà andato".

Rodriguez mi guardò corrucciato e disse, additando una fotografia:

"Quelli lì sono i suoi genitori?".

"Sì", risposi io.

"Che cosa fa suo padre?", chiese.

"È un agricoltore in pensione".

"Contadini!", disse Rodriguez in tono di scherno.

C'è il fatto che io sapevo che lui conosceva bene la storia. "Sì, con-

tadini", dissi. "E per quanto ne so, nelle sue vene scorre il sangue

dei bastardi dei miei antenati". Lui sapeva che i vikinghi erano dila-

gati per tutta l'Europa. Da quel momento in poi si controllò bene.

C'era voluto un rapido sforzo di pensiero, per tirar fuori "nelle sue

vene può scorrere il sangue dei bastardi dei miei antenati".

Sapevo che Rodriguez se n'era andato dall'Inghilterra senza pagare

a Ernest Jones la parcella per l'analisi ricevuta. Sapevo che se n'era

andato dalla Duke University lasciandosi alle spalle un sacco di debiti.

Così, quando cominciammo l'ultima settimana, mi feci dire da lui i

nomi di tutte le persone importanti che conosceva. Annotai i loro

indirizzi. Lui era molto contento di poter fare scena in quel modo.

Io li annotai tutti, e poi gli dissi: "Mi paga con un assegno, o in

contanti?".

"Lei mi ha ingannato", disse.

"Ho pensato che fosse indispensabile. La mia parcella me l'ero

guadagnata".
Così ricevetti la mia parcella. Altrimenti, perché mai avrei voluto

sapere nomi e indirizzi di tutti quei suoi importanti amici? Rodriguez

sapeva riconoscere al volo un ricatto.

Questo era uno dei racconti preferiti di Erickson per illustrare la

importanza della trance per un terapeuta, al fine di trovare il modo

migliore di rispondere efficacemente a un paziente. Questo racconto

non ha bisogno di molti commenti. Sottolinea bene l'importanza che

il terapeuta, nel trattare un paziente arrogante, sia in posizione di

supremazia. Nel costruire il racconto, Erickson inizia coll'elencare i

vari campi nei quali egli effettivamente era inferiore a Rodriguez.

Ciò rende tanto più efficace il fatto di dire lui l'ultima parola. Ci

invia qui un messaggio implicito: anche se possiamo sentirci 'inferiori'

a un'altra persona, anche se possiamo non sentirci all'altezza, se cer-


52 Abbiate fiducia nell'inconscio

chiamo in profondità nell'inconscio possiamo trovare le risorse che

porteranno la situazione su un piano di parità, o persino ci metteranno

in posizione di superiorità. Potremmo dover andare a rispolverare ad-

dirittura i nostri antenati, come ha fatto Erickson, ma va bene lo

stesso. Erickson non ci avrebbe certo privato di tutte le risorse e

abilità che abbiamo ereditato. Era convinto che bisogna utilizzare

tutto quello che si ha, tutte le proprie risorse.

Qui, Quo, Qua

Dovevo scrivere una pagina molto difficile. Provavo e riprovavo,

ma mi ritrovavo sempre in un vicolo cieco. Finché un giorno dissi:

"Bene, ho due ore di tempo prima che venga il prossimo paziente.

Penso proprio che ora mi metterò disteso, entrerò in trance e vedrò

cos'ha da dirmi il mio inconscio al riguardo".

Aspettai fino a quindici minuti prima che arrivasse il paziente e

fui sorpreso di trovarmi in grembo una custodia di fumetti che ap-

partenevano ai bambini. Sulla scrivania c'erano due pile di fumetti.

Il paziente stava arrivando, così rimisi i fumetti nella custodia, andai

nell'altra stanza e vidi il paziente.

Un paio di settimane dopo, pensai: "Però non ho ancora avuta la

risposta per quella pagina". Avevo un ritaglio di tempo, a disposizione,

così presi una matita e subito mi venne in mente una cosa: "E Pa-

perino disse a Qui, Quo, Qua...", e pensai divertito che i fumetti di

Paperino attraggono l'intelligenza dell'adulto tanto quanto quella dei

più piccoli. Devono essere concisi, chiari e penetranti. Così scrissi il

mio pezzo. Il mio inconscio sapeva dove trovare un esempio.

Anche questo racconto mette in risalto l'importanza dell'inconscio

nella risoluzione di problemi. Erickson mi raccontò questo episodio


una volta che gli avevo chiesto aiuto per stabilire come suddividere

il mio tempo tra i pazienti e lo scrivere. Ciò che chiaramente mi di-

ceva era che sarei dovuto entrare in trance, concedendomi un ade-

guato lasso di tempo, come aveva fatto lui, e successivamente ascoltare

il mio inconscio. Seguii il suo consiglio e trovai diverse soluzioni.

Una volta che avevo un blocco nello scrivere, entrai in trance ipno-

tica autoindotta dopo essermi chiesto: "Come potrei superare questo

blocco?". Sentii un pizzicore nella parte interna del pollice destro,

sul lato del medio e a metà del lato dell'indice. Capii subito che

questo formicolìo era localizzato esattamente là dove fa contatto una


Abbiate fiducia nell'inconscio 53

penna. Il messaggio dell'inconscio era che avrei dovuto cominciare a

scrivere a mano, e solo successivamente passare alla dettatura. Feci

in questo modo e superai il blocco nello scrivere.

Camminando per la strada

All'età che avete adesso, camminate per la strada, cercate di cam-

minare in linea retta a passo regolare, e vi capita di avere fame, e

automaticamente rallentate quando passate davanti al primo ristorante.

Se siete una donna, vi può succedere di virare automaticamente in

direzione di una vetrina di gioielliere. Se siete uno sportivo, deviate

automaticamente verso una vetrina di articoli sportivi. Se avete tra-

scurato i denti e sapete che dovreste prendere un appuntamento col

dentista e non lo fate mai, automaticamente accelererete passando da-

vanti a uno studio dentistico.

Mi installai in un punto da cui potevo osservare le giovani donne

che passavano davanti a uno studio medico. Quando variavano l'an-

datura in una certa maniera, quando cambiavano modo di oscillare

le braccia, e un'espressione dolce compariva sul loro viso, mentre

oltrepassavano lo studio, io attraversavo la strada e chiedevo: "Il

primo test di gravidanza è stato positivo?". Senza pensarci su, rispon-

devano sempre: "Il primo è stato positivo, o spero che lo sia".

Una giovane donna cambiò andatura, modo di oscillare le braccia

ed espressione del viso. Si vedeva benissimo una reazione di paura.

State attenti, quella non è sposata!

Tutti, vecchi e giovani, maschi e femmine, rallentano automatica-

mente come se l'aria sia divenuta spessa e difficile da penetrare.

Sapete davanti a quale negozio? Una panetteria! Quel potente sti-

molo olfattivo vi fa automaticamente rallentare.


Di nuovo un esempio che illustra come la maggior parte del nostro

comportamento sia determinata dall'inconscio. Erickson inserisce spesso

riferimenti a un comportamento 'automatico'. In questo modo, il

racconto è utile a spronare il paziente a lasciarsi andare a rispondere

automaticamente in stato di trance ipnotica. La ripetizione del rac-

conto può portare facilmente a una trance ipnotica, specialmente se

le parole sono pronunciate ritmicamente.

Naturalmente il racconto ha anche un valore diagnostico. Si può

notare la risposta del paziente quando vengono citati i vari elementi:


54 Abbiate fiducia nell'inconscio

il gioielliere, il negozio d'articoli sportivi, lo studio dentistico. Preoc-

cupazioni riguardo a una gravidanza possono emergere in risposta alla

parte del racconto in cui si parla delle preoccupazioni della giovane

donna riguardo alla sua gravidanza. Il passo riguardo alla panetteria

può riportare facilmente il soggetto ai primi ricordi infantili, associati

all'odore del forno o della cucina.

Mi chiedevo perché mai Erickson mettesse l'accento sul fatto che

"Tutti... rallentano automaticamente" quando passano davanti a un

fornaio. Alla fine mi resi conto che il messaggio che mi stava inviando

era: "Rallenta, Rosen". Sta dicendo a tutti quelli che lo ascoltano di

rallentare e di lasciare all'apprendimento e alle associazioni sensoriali

il tempo loro necessario.

Scrittura automatica

Bisogna prestare attenzione a ciascun piccolo movimento. Molte volte

si può rispondere a una domanda scrivendo 'sì'. Ecco una ragazza che

chiede: "Sono veramente innamorata?", al che io rispondo: "Di chi

pensi di essere innamorata?".

"Oh, c'è Bill, Jim, poi Pete e George".

Allora chiedo: "È Bill?".

E lei scrive: "Sì".

"È George?".

"Sì".

"È Jim?".

"Sì".

"È Pete?".

"Sì".

Però se scrivendo il 'sì' fa un buco, e se il buco, per via della pres-


sione della matita, perfora la carta, quello è veramente il ragazzo. E

tuttavia lei ancora non lo vuole sapere.

Una volta, alla Michigan State University, il dottor Anderson tenne

una conferenza sull'ipnosi al dipartimento di psicologia, all'intero di-

partimento. Anderson mi chiese se volevo fare una dimostrazione.

Dissi che non avevo nessun soggetto e che avrei gradito avere alcuni

volontari. Vennero chiamati alcuni studenti, e io chiesi loro se vole-

vano fare da volontari, e un bel po' accettarono. Scelsi una ragazza di

nome Peggy. Una delle cose che Anderson voleva che dimostrassi era

la scrittura automatica. Feci andare Peggy all'altra estremità del lungo


Abbiate fiducia nell'inconscio 55

tavolo, e tutti gli altri, io compreso, stavamo a quest'altra estremità.

Misi Peggy in trance. Era conscia del fatto che noi sedevamo ad

una estremità del lungo tavolo, mentre lei stava all'altra. Scrisse auto-

maticamente qualche cosa. Poi automaticamente piegò il foglio, lo ri-

piegò, e automaticamente lo infilò nella borsetta. Non si rese conto

di nessuna di queste cose. Noi tutti invece sì. La rimisi in trance e

le dissi che dopo essersi svegliata avrebbe scritto automaticamente:

"È una meravigliosa giornata di giugno". Invece era aprile.

Lei scrisse queste parole, e dopo che gliele ebbi mostrate disse che

non le aveva scritte lei e che quella non era la sua calligrafia. Non era

certamente la sua calligrafia.

Il settembre successivo mi chiamò in teleselezione dall'indiana e

disse: "Oggi m'è successa una cosa buffa, e penso che lei c'entri, così

gliela racconto. Oggi ho svuotato la mia borsetta, e ci ho trovato un

foglio ripiegato. L'ho aperto e su un lato c'era scritto, in una strana

calligrafia: 'Sposerò Harold?'. Ma non è la mia calligrafia. Non so

come quel pezzo di carta sia entrato nella mia borsetta. Ma ho la

sensazione che lei c'entri in qualche modo. E l'unica volta che l'ho

vista è stata a quella conferenza che lei ha tenuto in aprile alla

Michigan State University. Sa darmi qualche spiegazione riguardo a

quel foglio di carta?".

"È vero, ho tenuto quella conferenza in aprile", risposi. "Ora mi

dica, per caso a quell'epoca lei era promessa in matrimonio a

qualcuno?".

"Oh, sì, ero fidanzata con Bill".

"In quel momento, aveva dei dubbi riguardo al suo fidanza-

mento?", chiesi.

"No, non ne avevo".


"E dopo, le sono venuti dei dubbi riguardo al suo fidanzamento

con Bill?"

"Oh, a giugno Bill e io abbiamo rotto il fidanzamento".

"E che è accaduto da allora?"

"Niente, a luglio ho sposato Harold".

"Da quanto tempo lo conosceva, Harold?".

"Oh, l'avevo conosciuto di vista alcune volte nel secondo semestre,

ma non ci eravamo mai incontrati, non gli avevo mai parlato. Sino a

quando mi successe di incontrarlo per caso a luglio".

"Quelle parole: 'Sposerò Harold?', erano state scritte da lei in scrit-

tura automatica, in stato di trance. Il suo inconscio sapeva già che

lei avrebbe rotto con Bill e che Harold era l'uomo che realmente la

interessava", dissi. Il suo inconscio sapeva, con mesi d'anticipo, che

lei avrebbe rotto il fidanzamento. La ragione per la quale aveva pie-


56 Abbiate fiducia nell'inconscio

gato il foglio è che, a livello conscio, ad aprile non era in grado di

guardare in faccia questa verità.

Alla prima scrittura automatica che fate eseguire a un paziente, a

meno che non rendiate molto evidente il fatto che non è minacciato,

egli avrà difficoltà a scrivere liberamente, perché qualcosa di attinente

all'io viene fuori, e lui non è ancora pronto a guardarlo in faccia.

Cosicché, se volete impiegare la scrittura automatica, lasciate pure che

il paziente dica: "Non ci riesco", e insegnategli a lasciare che la

mano faccia degli scarabocchi. Gradualmente, dopo un certo numero

di scarabocchi, inserirà in un illeggibile scarabocchio delle informa-

zioni che vuole mantenere segrete. Dopo di che scriverà altre cose,

del tipo: "È una meravigliosa giornata di giugno". Dopo ancora può

venire fuori e lasciarsi sfuggire delle informazioni personali. Una volta

passai sedici ore a decifrare con estrema lentezza una cosa scritta a

mano, illeggibile, che alla fine raccoglieva tutta una storia, credo che

la si possa trovare nei "Collected Papers".*

La pressione stessa della scrittura può trasmettere un importante

messaggio. Fu solo un caso fortunato che Erickson avesse suggerito a

Peggy di scrivere la frase: "È una meravigliosa giornata di giugno".

Giugno era il mese in cui lei avrebbe rotto il fidanzamento con Bill.

E giugno, naturalmente, è il mese associato ai matrimoni.

Trance a Bali

Quando, nel 1937, Margaret Mead, Jane Belo e Gregory Bateson

si recarono a Bali, lo fecero con lo scopo di studiare l'autoipnqsi

nella cultura balinese. Nella cultura balinese, può avvenire che uno

vada al mercato. Mentre va al mercato, può entrare in trance pro-

fonda, fare gli acquisti, fare i suoi giri, e uscire dalla trance quando
torna a casa, oppure può essere in trance e fare visita a un vicino

che non è in trance, mentre lui lo è. L'autoipnosi fa parte della loro

vita quotidiana. Mead, Bateson e Belo studiarono il comportamento

dei balinesi e mi portarono dei filmati perché li esaminassi. Margaret

Mead voleva sapere se una trance di Bali e una trance occidentale

erano la stessa cosa. Ora, lei [Lucy, una studentessa] ha fatto i movi-

* Advanced Techniques in Hypnosis and Psychotherapy, a cura di Jay Haley,

Crune and Stratton, New York, 1967. Trad. it., Le nuove vie dell'ipnosi, Astro-

labio, Roma, 1978.


Abbiate fiducia nell'inconscio 57

menti di orientamento del corpo che fanno a Bali, unendo le mani,

stando sulla punta dei piedi, riscoprendo il proprio corpo. Tutto ciò

è una caratteristica della trance.

Questo racconto dimostra che è possibile svolgere delle attività or-

dinarie, quali fare la spesa e far visita ai vicini, mentre si è in stato

di trance. Non è necessario fare cose insolite. Alla fine del racconto,

Erickson collega l'esperienza di trance che si ha a Bali con quella

occidentale facendo notare che i movimenti di orientamento del corpo

di una terapeuta (Lucy) nel suo studio sono simili a quelli che com-

piono gli abitanti di Bali quando escono dalla trance. Con questo

esempio, ambientato in un luogo lontano, e, per la maggior parte di

noi, esotico, Erickson sta lanciando due messaggi. Il primo, è che la

trance è un'esperienza abbastanza ordinaria, che noi tutti abbiamo

vissuta. Il secondo, è che la trance è un qualcosa di esotico e di

incantatore.
58 4 Suggestioni indirette

I racconti raccolti in questo capitolo sono un'esemplificazione del

modo in cui Erickson applicava i fenomeni ipnotici tradizionali, quali

l'esecuzione letterale, la regressione d'età e la distorsione temporale

e spaziale. Illustrano anche il suo contributo peculiare all'ipnoterapia,

vale a dire l'impiego di suggestioni indirette. Il suo approccio di tipo

indiretto è utile specialmente per trattare quella che è abitualmente

chiamata 'resistenza' all'ipnosi e alla terapia. Per esempio, nel rac-

conto "Aggirare la resistenza", la realtà della trance ipnotica viene

indirettamente suggerita a un medico dubbioso ed esigente, nel mo-

mento in cui egli viene messo a confronto con un altro soggetto che

è indiscutibilmente in trance. Per un'esauriente discussione della sug-

gestione indiretta rimandiamo il lettore al libro di Erickson e Rossi,

Ipnoterapia.

Il soggetto ipnotico esegue alla lettera

Feci venire una ragazza per una dimostrazione della trance profonda

e dei fenomeni di trance a beneficio del dottor Ernest Rossi. Le dissi

di entrare in trance profonda e di incontrarsi con me nel centro di

nessun luogo. Lei aprì subito gli occhi, sempre in stato di trance, e

disse, con molta convinzione: "C'è qualcosa di terribilmente sbagliato!"

Il dottor Rossi non sapeva cosa c'era di sbagliato, ma lei lo sapeva.

Ebbene, cosa c'è di sbagliato nel fatto di incontrarmi nel centro di

nessun luogo?

Il centro di nessun luogo non esiste. È uno spazio vuoto.

Le feci chiudere gli occhi e la feci uscire dalla trance, e poi dissi:
Suggestioni indirette 59

"Voglio che tu faccia un'altra cosa per me. Voglio che tu mi incontri

nello spazio aperto, dopo essere entrata in trance".

In stato di trance, aprì gli occhi. Era chiaro che non si orientava

rispetto alla stanza, al pavimento o qualunque altra cosa. Allora le

dissi: "Guarda questo fermacarte che ho in mano. Adesso, metti

questo fermacarte in una diversa posizione".

E lei cosa fece? Disse: -Dottor Erickson, ci sono solo tre posi-

zioni. Io sono in una di queste, lei è in un'altra, il fermacarte è nella

terza. Queste sono le uniche posizioni possibili".

Il soggetto ipnotico prende molto alla lettera le cose.

La feci risvegliare di nuovo e le raccontai una vecchia freddura:

"Un giorno un cowboy uscì a cavallo, e arrivò a una montagna così

alta che gli ci vollero due occhiate per arrivare a vederne la cima.

Guardò in su più lontano che potè, poi diede una seconda occhiata

cominciando da dove era finita la prima". La feci entrare in trance e

le dissi: "Quando aprirai gli occhi, voglio che tu veda le mie mani,

ma non oltre. Adesso chinati in avanti e guarda".

Lei disse: "Rosa e grigio. Quelle sono le sue mani, dottor Erickson,

ma lei dov'è? Vedo le sue mani, ma lei non ha polsi. E, dottor

Erickson, sto vedendo qualcosa di terribilmente sbagliato. Le sue

mani sono a due dimensioni, mentre io so che dovrebbero essere a

tre dimensioni".

Orbene, quando trattiamo con l'ipnosi, tenete a mente che l'in-

conscio attribuisce alle parole dei significati molto specifici. Per tutta

la vita avete imparato delle cose, trasferendo all'inconscio queste co-

noscenze, e utilizzando automaticamente i risultati finali dell'appren-

dimento. Avete imparato a parlare, e ci fu un tempo in cui pensavate

che 'qua qua' volesse dire 'voglio acqua'. Vi ci volle molto tempo
per scoprire che 'qua qua' non significa 'voglio acqua'; ed è per questa

ragione che ai pazienti, da adulti, ci vuole molto tempo per capire,

dopo che avete spiegato molto accuratamente che "c'è un linguaggio

che non capite più, anche se una volta lo capivate".

Mentre fa notare che un soggetto ipnotico risponde alla lettera alle

suggestioni, Erickson allo stesso tempo sottolinea che ciò che impa-

riamo a livello inconscio non rimane immutabile, ma viene ad aggiun-

gersi alle nuove cose che impariamo. "Per tutta la vita avete imparato

delle cose, trasferendo all'inconscio, queste conoscenze, e utilizzando

automaticamente i risultati finali dell'apprendimento". Sta suggerendo

che voi lettori, trasferirete all'inconscio ciò che avrete imparato dai

suoi racconti didattici e che automaticamente utilizzerete i risultati

finali.
60 Suggestioni indirette

Arance

Una paziente andò in farmacia, con la ricetta per una dose di olio

di ricino. Quando consegnò la ricetta al farmacista, gli disse che l'olio

di ricino le dava una forte nausea. Quando tornava a casa, avrebbe

dovuto prendere l'olio di ricino e avrebbe avuto mal di stomaco.

Così il commesso disse: "Mentre le preparo la dose di olio di ricino,

gradisce un bicchiere di succo d'arancia fresco?".

Lei notò che il succo d'arancia fresco aveva un gusto leggermente

diverso. Dopo aver finito il bicchiere, disse: "Allora, la mia ricetta?".

"L'ha già presa, dentro al succo d'arancia", disse il commesso.

Pochi giorni dopo, vide un cartellone pubblicitario che reclamiz-

zava le arance Sunkist, e le venne una forte nausea. Entrò in un

ristorante, vide alcune arance, e le venne nausea. Non poteva andare

a far spese per sua madre se c'erano delle arance nel negozio. E fu

costretta a non portare più molti dei suoi vestiti che erano di colore

arancione. Arrivò al punto che al solo udire la parola 'arancia' le ve-

niva la nausea e poi un forte mal di testa.

Feci in modo che fosse invitata a una festa all'ospedale, visto che

era amica di uno dei medici interni. Con questo medico, suo amico,

mi accordai che nel corso della festa mi chiedesse di dare una dimo-

strazione d'ipnosi. Così ipnotizzai prima una persona, poi un'altra;

alla fine, lei volle volontariamente essere ipnotizzata.

In stato di trance, la feci regredire all'età di tre anni, molto prima

dell'episodio dell'olio di ricino. Era in una profonda trance sonnam-

bula, con allucinazioni positive e negative. Il padrone di casa chiese

a tutti se volevano del succo d'arancia, e tutti accettarono. Così portò

un cesto d'arance, le spremette, e si sedette accanto alla ragazza.

Feci in modo che lei lo vedesse e gli parlasse. E tutti bevemmo succo
d'arancia. Più tardi la feci svegliare con un indefinibile sapore in

bocca, un buon sapore, però. Mentre tornava a casa, quella sera, passò

davanti al cartellone pubblicitario e disse: "È strano, quel cartellone

pubblicitario non mi dà più la nausea".

E da quel giorno bevve succo d'arancia e indossò i vestiti arancione.

Più tardi commentò: "Non ricordo esattamente quand'è che la vista

delle arance mi dava la nausea, ma ora non mi succede più. Mi chiedo

perché succedeva? Non riesco a ricordarmi quando è stato".

Era stato sufficiente riorientare la persona nel tempo. Se voi aveste

paura dell'altezza e non riusciste a salire sullo Squaw Peak, io che

farei? Vi disorienterei nel tempo, anche se dovessi tornare indietro

dieci o dodici anni. Vi farei andare a fare una passeggiata come se

aveste diciotto anni di meno, quando probabilmente non avevate quella


Suggestioni indirette 61

fobia. Così salireste su quella montagna, per vedere cosa c'è dal-

l'altra parte.

Oppure, se non riuscissi a fare questo, disorienterei la vostra perce-

zione delle cose in modo che la montagna vi appaia pianura, un pezzo

di pianura, come soffici zolle che potrete tranquillamente attraversare.

È un cammino faticoso. Voi salireste sulla montagna pensando di

camminare sulle zolle, e arrivereste fino in cima. Poi, poco alla volta,

vi farei ritrovare l'orientamento.

In un caldo giorno d'estate, mentre dormite, potete andare a patti-

nare sul ghiaccio. Potete pranzare a New Orleans, a San Francisco

o a Honolulu. Potete volare in aeroplano, guidare un'automobile,

incontrare amici d'ogni genere, e siete sempre a letto profondamente

addormentati.

Voi sapete bene che ciascun paziente ha avuto questo tipo d'espe-

rienza, per cui, in stato di trance, potete suggerire che un sogno può

tramutarsi in una sensazione di realtà ipnotica. La trance non fa altro

che permettervi di utilizzare tutte le cose che avete già imparato.

E spesso noi diamo poco peso a tutte le cose che abbiamo imparato.

Aggirare la resistenza

Nel racconto che segue, Erickson illustra un modo molto efficace

di trattare la resistenza all'ipnosi.

Nei primi tempi che praticavo l'ipnosi a Phoenix, un medico mi

telefonò per chiedermi un appuntamento. Il suo tono di voce mi

avvertì: "Guai in vista. Mi sta chiedendo di metterlo in trance".

Gli diedi appuntamento per il giorno successivo. Lui entrò nello

studio e mi disse: "E ora mi ipnotizzi".

Così fallii miseramente, utilizzando un gran numero di tecniche in


modo tale da fare sì che non funzionassero. A quel punto dissi:

"Voglia scusarmi un momento", e andai in cucina, dove lavorava

una studentessa dell'Università dello Stato dell'Arizona. "lise", le dissi,

"ho qui nel mio studio un paziente molto antagonistico e resistente.

Vieni che ti metto in trance, in trance sonnambulica".

Tornai in studio insieme a lise, sollevandole il braccio per dimo-

strare che era in catalessi. Quindi dissi: "Lise, mettiti lì accanto a

quest'uomo. Voglio che te ne stai lì così fino a che non lo fai entrare

in trance. Io torno fra un quarto d'ora".

Lui aveva già diretto la resistenza verso di me. Ma come si può


62 Suggestioni indirette

resistere a una persona già ipnotizzata che ora procede a ipnotiz-

zare voi?

Infatti, quando tornai, lui era in una profonda trance.

Bisogna aggirare la resistenza. Bisogna far emergere tutta la resi-

stenza possibile in quella sedia, e poi far sedere la persona in questa

sedia. Così lascia la sua resistenza lì e non ne ha più nessuna quando

viene in questa sedia.

Quando Erickson parla di 'dirigere la resistenza', applica il mede-

simo principio che utilizza quando 'dirige' o 'situa*, un sintomo in

un particolare luogo. Per esempio, farà in modo che un suo paziente

provi in tutta la sua forza la propria fobia per gli aeroplani in una

data sedia. Quindi dirigerà il paziente a 'provare realmente la fobia

in quella sedia', e successivamente a 'lasciarla lì in quella sedia'. Ciò

implica che non la proverà più in nessun altro luogo, solo in quella

sedia lì.

Il medico di questo racconto aveva diretto la sua resistenza all'ipnosi

verso Erickson; pertanto non poteva opporre resistenza ad altri e

comunque non a una persona che era essa stessa e in modo evidente

in trance catalettica.

Cactus

I pazienti alcolizzati, di solito li mando alla 'Alcoholic Anonymous',

perché questa associazione può ottenere risultati migliori dei miei. Una

volta un alcolizzato venne da me e disse: "I miei nonni, da parte di

entrambi i genitori, erano alcolizzati; i miei genitori erano alcolizzati;

i genitori di mia moglie erano alcolizzati; mia moglie è un'alcolizzata

e io ho avuto il delirium tremens undici volte. Mi sono stufato di

essere un alcolizzato. Anche mio fratello è un alcolizzato. Certo, sarà


un osso duro per lei; cosa pensa di poter fare?".

Gli chiesi che lavoro faceva.

"Quando non sono brillo lavoro in un quotidiano. E in un quotidiano

l'alcol è un rischio professionale".

"Va bene", dissi, "Lei vuole che io faccia qualcosa per tutta questa

storia. Guardi, ciò che le suggerisco le sembrerà strano, ma vada al

Giardino Botanico. Là si fermi a guardare i cactus e mediti che i cactus

riescono a sopravvivere tre anni senza acqua, senza pioggia. E ci rifletta

su molto".

Molti anni dopo venne da me una giovane donna che mi disse:

"Dottor Erickson, Lei mi ha conosciuta quando avevo tre anni. Andai


Suggestioni indirette 63

in California quando avevo tre anni. Ora mi trovo a Phoenix e sono

venuta a vedere che razza d'uomo è lei, che aspetto ha".

"Dia pure una bella occhiata", dissi io, "però sono curioso di sapere

perché vuole tanto guardarmi".

"Chiunque riesca a mandare un alcolizzato al Giardino Botanico a

guardarsi attorno, perché impari a tirare avanti senza alcol, e che riesca

a farglielo imparare, è il tipo d'uomo che voglio vedere!", disse. "Mia

madre e mio padre non hanno mai più bevuto da quella volta che lei

mandò mio padre laggiù".

"E ora suo padre che fa?".

"Lavora in una rivista. Se n'è andato dal quotidiano. Dice che nei

quotidiani l'alcolismo è un rischio professionale".

Effettivamente, quello fu un bel modo di curare un alcolizzato:

fargli ammirare la capacità dei cactus di sopravvivere tre anni senza

pioggia. Vedete, potete parlare quanto vi pare dei vostri libri di testo.

Oggi imparate questo pezzo. Domani imparate quell'altro. Vi dicono

fate così e così. Ma in realtà quello che dovreste fare è guardare il

vostro paziente, e capire che tipo d'uomo (e di donna) è; e poi trattarlo

in un modo che risponda al suo problema, al suo problema che è qual-

cosa di unico.

Questo racconto è un bellissimo esempio di suggestione indiretta, pro-

posta in modo simbolico.

Competizione

Mi mandarono un paziente da Philadelphia. Me lo aveva portato un

medico. Diedi un'occhiata al paziente e seppi subito che mai prima

d'allora avevo visto al mondo un uomo tanto competitivo. Quello com-

peteva con voi su qualunque cosa e faceva un lavoro molto competitivo.


Era pronto a cogliere qualsiasi possibile occasione per competere.

"Lei ha dei mal di testa", gli dissi, "delle fortissime emicranie che

la stanno semplicemente uccidendo, giorno dopo giorno. Sono nove

anni che le ha. Ha fatto una cura giornaliera per queste emicranie per

tre anni, con quel dottore di cui ha fiducia, e non ha avuto alcun bene-

ficio. Ora questo medico l'ha portata qui da me, perché io lavori con

lei. Ora io non ho nessuna intenzione di lavorare con lei; però posso

fare un'altra cosa. Faccia così, si poggi le mani sulle ginocchia e veda

se si alza a toccare il viso prima la mano sinistra o la mano destra"

E che competizione nacque tra le due sue mani? Fu una cosa stra-
64 Suggestioni indirette

biliante. Ci volle circa mezz'ora perché una delle due mani avesse il

sopravvento.

Proprio quando la mano stava per toccare il viso, dissi: "La tensione

sta tutta nei muscoli, e lei questa tensione la tiene tra le mani che

stanno in competizione". Non era piacevole per lui sentire quella ten-

sione. "Allora, se proprio vuole avere delle emicranie, perché non si

fa venire una bella emicrania, ma senza la competizione tra i muscoli

del collo e quelli delle spalle? Io non penso che lei voglia avere una

emicrania, più di quanto non voglia che ci sia competizione tra i muscoli

del collo e delle spalle. Mi piacerebbe che lei imparasse cosa vuol dire

rilassamento muscolare, facendo competere le sue mani a quale si rilassa

di più".

Così gli impartii una lezione su tensione e rilassamento. E da quella

volta non ha più avuto mal di testa. Questo avveniva almeno sei o

otto anni fa.

Qui Erickson dà un esempio del principio di entrare in contatto col

paziente all'interno dello schema di riferimento del paziente stesso. In

questo esempio si è servito della tendenza alla competizione del paziente,

e alla fine lo ha aiutato a trasferire questa competitività in una direzione

più costruttiva. Naturalmente tutta la competitività nei riguardi di

Erickson veniva riorientata nella competitività del paziente nei confronti

di se stesso. Di conseguenza non vi era alcuna resistenza verso l'ipnosi

e verso le suggestioni terapeutiche che Erickson proponeva.

Polluzioni notturne

Un uomo aveva ottenuto il divorzio da sua moglie perché lei era del

tutto fredda a letto, e questo gli creava molti problemi. Non sopportava

di vivere con una donna che non provava piacere.


Successivamente questa donna aveva avuti diversi amanti. Al momento

viveva con un uomo separato dalla moglie, una vita terribilmente squal-

lida. Lui la voleva come amante. Metteva primi i figli, seconda la moglie,

terza l'amante. E lei non sentiva assolutamente niente.

Quest'uomo era ricco e le regalava moltissime cose che le piacevano.

E lei diceva sempre: "Io sono del tutto frigida. Non sento niente.

Per me è una cosa meccanica".

In stato di trance, le spiegai in che modo i ragazzi imparano a

riconoscere le diverse sensazioni del loro pene, quando è molle, eretto

per un quarto, eretto a metà, eretto pienamente. Che sensazione dà

quando si ha detumescenza, che sensazione dà quando si ha eiaculazione.

E le spiegai tutto quanto circa le polluzioni notturne dei ragazzi.


Suggestioni indirette 65

"In ogni ragazzo, una metà degli antenati è di sesso femminile",

dissi. "E quello che può fare un qualsiasi ragazzo, può farlo anche una

qualsiasi ragazza. Cosicché lei può avere una polluzione notturna. In

realtà, può avere una polluzione in qualsiasi momento lo desideri. Di

giorno le può capitare di vedere un bell'uomo. Perché non averne una

in quel momento? Non occorre che lui lo sappia. Ma lei può saperlo".

"È un'idea affascinante", disse lei.

Notai che s'irrigidiva in modo anormale. Divenne rossa in viso.

"Dottor Erickson", disse, "lei mi ha fatto provare il mio primo

orgasmo. La ringrazio moltissimo".

Ho ricevuto molte sue lettere. Si è sbarazzata dell'amante separato

dalla moglie. Ora sta con un giovane della sua età che ha intenzione

di sposarla. E il sesso con lui è assolutamente meraviglioso. Ha uno o

due o tre orgasmi ogni volta.

Per quanto riguarda tutto quel discorso sul fatto che i ragazzi quando

sognano hanno polluzioni notturne, l'ho fatto perché una persona impara

a masturbarsi servendosi delle mani. Per maturare, deve poi avere

un'attività sessuale senza ricorrere alle mani. Così l'inconscio ci pre-

senta, nei sogni, un oggetto sessuale.

Perché ho descritto la masturbazione dei ragazzi, e non quella delle

ragazze? Perché potevo descrivere un ragazzo, senza parlare di lei, e

lei ha capito. E poi, quando ha capito, ho detto: "Anche una ragazza

può avere delle polluzioni. La metà degli antenati di ogni ragazzo è

di sesso femminile".

Erickson afferma, in modo apparentemente irrilevante, "In ogni ra-

gazzo, una metà degli antenati è di sesso femminile". Sta semplicemente

dicendo a questa paziente che può imparare dall'esperienza che lui ha

descritta in relazione a un ragazzo.


Notiamo che non solo la frigidità della paziente è stata curata, ma

c'è anche stato un effetto indotto nella sua vita, manifestato dalla sua

successiva scelta di un compagno più adeguato. Tanto basti per coloro

che minimizzano l'ipnosi come 'mera guarigione del sintomo'.

Questo racconto è un altro buon esempio dell'impiego della sugge-

stione indiretta per la guarigione di un sintomo.

Far finta di essere in trance

Mandare Dolly in trance era una faticaccia. Non poteva proprio

entrare in una trance profonda. Le impartii la suggestione che avrebbe

potuto 'imparare a entrare in trance'.


66 Suggestioni indirette

Poi le raccontai l'episodio di quel soggetto ipnotico di Albuquerque,

una donna. Un professore che aveva lavorato con questo soggetto per

certi esperimenti d'ipnosi, mi aveva detto: "Abbiamo provato e ripro-

vato a farla entrare in trance profonda, ma proprio non può".

Così dissi al soggetto che era indispensabile che facesse finta di entrare

in trance. Le dissi di aprire gli occhi e semplicemente essere in grado

di vedere la mia mano. Quindi le dissi che la sua visione periferica si

sarebbe offuscata sempre più, fino a essere limitata solo alla mano.

E ci sono ben altre quattro aree sensoriali. E ben presto si sentì sicura

di vedere solo la mia mano, senza la scrivania, o me, o la sedia. Allora

la feci uscire e poi rientrare dalla trance leggera, poi ripetere andando

in trance profonda. Lei simulò più volte una trance profonda, sino a

che non divenne effettivamente vera.

Dolly ascoltò il racconto. Simulò una trance profonda, sino a che

essa non divenne vera.

Accadeva talvolta che taluni di quelli che ascoltavano Erickson rac-

contare questa storia entrassero anche loro in trance profonda. Ho indi-

cato alcune delle frasi 'sottolineate'. In esse, Erickson cambiava tono

di voce e rallentava. A queste frasi si aveva allora una risposta, come

se fossero suggestioni dirette (o il caso di "Vedrai solo la mia mano").

Ai pazienti che hanno difficoltà a entrare in trance, io cito spesso i

dati di recenti ricerche, secondo i quali i soggetti che simulano una

trance ipnotica ottengono gli stessi risultati di coloro che la hanno

'effettivamente'. Come abbiamo visto in questo racconto, si può simu-

lare tanto una trance leggera quanto una profonda. Erickson ci indica

la strada descrivendo alcuni dei fenomeni della trance profonda, quali

le 'allucinazioni negative' (il fatto di non vedere più la scrivania, il

resto del suo corpo, o la sedia).


Lo sente?

Una donna si prestò come soggetto volontario a un seminario. Disse

che molte persone avevano lavorato con lei per delle ore, ma senza

che le suggestioni avessero effetto.

Così le feci alcune domande su di lei. Era francese. Citò i cibi

francesi che preferiva, mi parlò di un certo ristorante francese di New

Grleans che le piaceva, e mi parlò di quanto le piacesse la musica.

Descrisse proprio la musica.


Suggestioni indirette 67

Quando vide che ero in un atteggiamento come se ascoltassi qual-

cosa, girò la testa e si mise ad ascoltare con l'altro orecchio. Sentiva

meglio dall'orecchio sinistro. Così io chiusi il mio destro.

"Lo sente anche lei?", dissi. "È molto in lontananza? Mi chiedo

quanto è lontana quell'orchestra. Sembra che si avvicini".

E ben presto non riuscì a trattenersi dal battere il tempo di quella

musica.

Allora le domandai: "Ma c'è un violino solo, nell'orchestra, o sono

due?". Ce n'erano due. Indicò l'uomo che suonava il sassofono. In-

somma ci divertimmo.

Mi chiesi se l'orchestra era arrivata alla fine di quel pezzo e se

stavano attaccando con un diverso genere di musica. Lei sentì tutti i

suoi motivi preferiti.

L'ipnosi riesce al meglio quando si pensa a certi fenomeni. Se ascol-

tate un balbuziente, non potete fare a meno di formare voi stessi le

parole. Formate voi stessi le parole, per dargli una mano.

Questo è un modo di suggerire allucinazioni uditive molto più ele-

gante del solito, in cui l'ipnotizzatore dice: "Sentirai". Di nuovo

Erickson mette in risalto la tendenza umana a voler aiutare gli altri.

E così, quando fa vedere di essere quasi arrivato a sentire l'orchestra,

la paziente lo aiuta, sentendola lei.

Disturbi della pelle

Una dottoressa dell'Est mi chiamò e mi disse: "Mio figlio è studente

a Harvard e presenta un caso estremamente grave di acne. Lei può

curarlo, con l'ipnosi?".

"Sì", risposi. "Ma perché prendersi il fastidio di portarlo da me?

Come intendete passare le vacanze di Natale?".


"Di solito mi concedo una vacanza dall'attività di medico", disse,

"e vado a sciare a Sun Valley".

"Bene, per queste vacanze di Natale, perché non porta con sé suo

figlio?", dissi. "Trovatevi una casa molto isolata e fate sparire tutti

gli specchi. Potete mangiare a casa, ma faccia attenzione a tenere ben

chiuso lo specchietto da trucco nella borsetta".

Passarono le vacanze a sciare e il figlio non potè vedere un solo

specchio. La sua acne scomparve nel giro di due settimane.


68 Suggestioni indirette

Insomma l'acne la si può guarire togliendo di mezzo tutti gli specchi.

L'esantema o l'eczema spesso spariscono allo stesso modo.

Un altro paziente, una donna con verruche deformanti su entrambe

le mani, venne a consultarmi. Anche sul viso aveva molte verruche.

Disse che voleva liberarsene per mezzo dell'ipnosi. Se avete qualche

nozione di medicina, saprete che le verruche sono causate da un virus,

e che sono molto sensibili ai cambiamenti della pressione sanguigna.

Dissi alla donna che doveva immergere i piedi dapprima in acqua

ghiacciata, poi in acqua più calda possibile, poi di nuovo in acqua

ghiacciata. Doveva compiere quest'operazione tre volte al giorno, fino

a che non ne fosse stata tanto stufa da dare qualsiasi cosa pur di non

farla. Quando le verruche le fossero passate avrebbe potuto dimenticarsi

di fare il pediluvio.

Beh, sarebbe stata una seccatura per lei dover interrompere gli impe-

gni quotidiani per farsi un pediluvio, e ripetere la cosa in modo siste-

matico.

Circa tre anni più tardi, questa donna mi portò suo figlio. Le chiesi

delle sue verruche. "Quali verruche?", disse.

"Lei è venuta da me, tre anni fa circa, per una cura di certe verruche

che aveva sulle mani e sul viso", risposi.

"Penso proprio che lei mi stia confondendo con un'altra persona",

disse. Aveva obbedito alle mie indicazioni. Per alcuni mesi, come mi

confermò suo marito, si era fatta il pediluvio. Poi ne fu così stufa che

dimenticò di farselo, dimenticando di conseguenza anche le verruche.

E poiché non se ne preoccupava più, l'afflusso di sangue alle verruche

diminuì perché riaffluiva ai piedi, e perché lei non ci pensava. Così

sparirono tutte.

Nella cura dei disturbi della pelle per mezzo di un cambiamento del
centro di attenzione della persona, Erickson applica ciò che aveva detto

Paracelso nel quindicesimo secolo: "Come un uomo immagina di essere,

così sarà poiché egli è ciò che immagina di essere". Esistono reali

effetti fisici associati all'immaginazione. Questi effetti si possono indurre

anche all'interno del corpo, ma sono chiaramente più appariscenti sulla

pelle. Gli esempi più evidenti sono l'arrossire quando pensiamo a una

situazione imbarazzante, o l'erezione quando fantastichiamo qualcosa

di erotico. Una persona che si immagina degna di stima si tiene eretta

e si muove con decisione e fiducia. Perché sorprendersi dunque se la

sua struttura scheletrica, il suo tono muscolare, l'espressione del suo

viso sono del tutto diversi da quelli di qualcuno che si immagina o si

considera una nullità?


Suggestioni indirette 69

Autoipnosi

Una paziente mi disse: "Io ho una grave nevrosi, ma non posso

parlarne con lei, né con nessun altro. La conosco attraverso certi miei

amici che sono suoi pazienti. Ma non ho il coraggio di dirle qual è il

mio problema. Allora, vuole essere il mio terapeuta?".

"Sì, in qualunque modo mi sia possibile", risposi.

"Bene, voglio fare così", disse la donna. "La sera, verso le undici,

prenderò la macchina e verrò a parcheggiare nella sua stradina, e im-

maginerò che lei sia in macchina con me. E allora penserò per bene

al mio problema".

Mi pagò due sedute. Non so quante volte passò metà della notte,

fino quasi alle quattro del mattino, nella mia stradetta a lavorare al

suo problema. Lavorava al suo problema e mi pagò, solo due sedute.

Poi mi disse: "Ho risolto il mio problema. Ora, se lei è disposto,

collaborerò con lei a del lavoro sperimentale". Così Linn Cooper

[co-autrice insieme a Erickson di Time Distortion in Hypnosis*] e

io la utilizzammo in esperimenti di distorsione temporale in ipnosi.

Così in realtà mi pagò, col tempo che mi dedicava. E io le suggerii

di servirsi della trance, quando Linn Cooper e io lavorammo sulla

distorsione temporale, a suo proprio vantaggio. Linn Cooper e io era-

vamo soddisfatti: stavamo ottenendo quello che volevamo. E anche

lei penso che ottenne quello che voleva.

In questo caso abbiamo un esempio preso alla lettera del motto di

Erickson "È il paziente che fa la terapia". E tuttavia questa paziente

aveva bisogno di sapere che Erickson era il suo terapeuta. Ovviamente

la donna non poteva trattare il proprio caso senza un terapeuta. Forse

questo bisogno di un'altra persona, un terapeuta (non fosse altro che

nella fantasia), conferma l'insegnamento di Martin Buber, quando dice


che solo dal rapporto con gli altri possiamo essere appagati e resi

capaci di crescere.

Investigazioni

Quando mia figlia studiava medicina, una volta lesse uno scritto mio

e di Ernest Rossi sul doppio legame. Venne da me e disse: "Dunque

è così che faccio!".

* Trad. it., "Distorsione temporale nell'ipnosi", in M. H. Erickson, Opere,

Vol. II, Astrolabio, Roma, 1983.


70 Suggestioni indirette

"È così che fai cosa?", chiese Rossi.

"Tutti i pazienti hanno il diritto di rifiutarsi di farsi fare l'ispezione

rettale, erniale o vaginale da uno studente di medicina", rispose. "Nes-

sun'altra studentessa ci è riuscita, io invece ho effettuato ispezioni vagi-

nali, rettali, ed erniali su ciascuno dei miei pazienti".

Le chiesi allora come facesse, visto che tutti avevano il diritto di

rifiutarsi.

"Quando arrivo a quella parte dell'esame, sorrido gentilmente e dico

con molta comprensione: 'Lo so che lei non ne può più che io le

scruti gli occhi, le sbirci dentro le orecchie e su per il naso e giù per

la gola, che la spinga di qua e la percuota di là. Ma ora, subito dopo

che le avrò fatto l'ispezione rettale ed erniale, potrà dirmi arrivederci'."

E tutti aspettavano pazientemente di poterle dire arrivederci.

Ecco un eccellente esempio di come si costruisce un doppio legame.

I poveri pazienti, perché Kristi li lasci in pace, devono permetterle di

effettuare le ispezioni rettali, vaginali ed erniali. Prima, però, lei si è

alleata con loro, esprimendo a parole il loro fastidio e il loro desiderio

di essere lasciati in pace.

Quando mi venne narrato questo racconto, mi fece nascere, per sug-

gestione indiretta, la sensazione che io dovessi chiedere a Erickson: "E

va bene, fammi questa ispezione rettale". In altre parole, sentivo che

mi stava chiedendo il permesso di indagare più a fondo nel mio incon-

scio. Immediatamente mi ritornarono dei ricordi della prima infanzia

da tempo dimenticati, che riguardavano i clisteri. Ho scoperto che i

pazienti, quando sentono che li si sta aiutando, o talvolta forzando a

tirar fuori sensazioni viscerali e ricordi profondamente sepolti, spesso

sognano o hanno fantasie di clisteri o ispezioni rettali. Per molti pazienti

il pensare alle ispezioni vaginali ed erniali potrebbe benissimo far scat-


tare associazioni con sensazioni ed esperienze sessuali.

Kathleen: trattamento di una fobia

Nella trascrizione integrale che segue, abbiamo la fortuna di osser-

vare un'intera terapia nella quale sono utilizzate le suggestioni indi-

rette. Possiamo così vedere in quali modi Erickson semina certe idee

e vi ritorna più tardi. Possiamo anche osservare il suo modo di uti-

lizzare la suggestione postipnotica a lungo termine e la ristrutturazione.

Il soggetto di questo resoconto verbale, Kathleen, era una studen-

tessa che seguiva uno dei seminari didattici di Erickson. Non ci è possi-
Suggestioni indirette 71

bile stabilire in che modo Erickson abbia scoperto che Kathleen aveva

una fobia per il vomito. Egli spiega semplicemente, quando glielo

chiedono, che "a questo mondo ci sono sempre dei pettegolezzi". Forse

glielo aveva detto un altro studente, oppure l'aveva dedotto da sé.

In ogni caso, non aveva esitato a proporre un trattamento, che era

stato accettato.

Erickson: "Ti rendi conto di essere in trance, non è vero? Te ne

puoi rendere conto meglio se chiudi gli occhi.

Ora, in trance, voglio che tu stia molto a tuo agio. Voglio che tu

vada in una trance così profonda che ti sembri di essere una mente

senza corpo, che ti sembri che la tua mente galleggi nello spazio, libera

dal corpo, che galleggi nello spazio e che galleggi nel tempo.

E voglio che tu scelga un momento nel passato in cui eri una bam-

bina piccola piccola. E la mia voce ti accompagnerà. E la mia voce

si muterà in quelle dei tuoi genitori, dei tuoi vicini, dei tuoi amici, dei

tuoi compagni di scuola e di giochi, dei tuoi maestri. E voglio che ti

ritrovi seduta in classe, bambina piccolina che si sente felice di qual-

cosa, qualcosa avvenuto tanto tempo fa, qualcosa tanto tempo fa

dimenticato.

E c'è un'altra cosa che voglio che provi. Quando ti dirò di sve-

gliarti, voglio che ti svegli dal collo in su. Il corpo rimarrà profonda-

mente addormentato. Certo, sarà difficile svegliarsi dal collo in su, ma

puoi riuscirci.

Ora, ben presto comincerai a svegliarti dal collo in su. Non ti spa-

ventare se il corpo è profondamente addormentato' Prenditi tutto il

tempo necessario per svegliarti dal collo in su. È difficile, ma puoi

riuscirci.

(Lunga pausa).
Ora la tua testa comincia a svegliarsi. Gli occhi cominciano ad aprirsi

(pausa). Puoi riuscirci. E forse il tuo corpo, che è ancora profonda-

mente addormentato, sarà quello di una bambina piccola. Ti stai lenta-

mente svegliando dal collo in su. Cominci a sbattere gli occhi aperti.

Se alzi la testa, il collo si scalda.

(Pausa).

Alza la testa e guardami.

La tua testa è sveglia?

Sai bene che a questo mondo ci sono molte forme di adattamento

alla vita. A me personalmente non piacerebbe affatto mettermi a nuo-

tare nell'Oceano Artico, ma ai trichechi piace, alle balene piace. L'An-

tartico è freddo, penso. A me personalmente non piacerebbe affatto

essere un pinguino che se ne sta lì a covare le uova a sessanta gradi


72 Suggestioni indirette

sotto zero, tenendo l'uovo serrato tra i piedi, facendo la fame per sei

settimane fino a che la mia grassa consorte non ritorni dall'oceano e

non prenda il mio posto a covare l'uovo.

E lo sai che le balene, dei mammiferi grossi così, vivono di plancton,

che sono particelle microscopiche sospese nell'acqua dell'oceano. E io

mi chiedo sempre quante tonnellate di acqua di mare devono passare

per quella bocca prima che abbiano avuto plancton a sufficienza. Perché,

sai, io sono contento che la balena possa mangiare plancton a suffi-

cienza, e diventare grassa e grossa. E i famosi tuffatori scuba austra-

liani si divertono a cavalcare sul dorso dello squalo leopardo, mentre

lui se ne va pigramente in giro, facendo passare l'acqua di mare nelle

branchie per avere ossigeno, e setacciando l'acqua per avere il plancton

col quale nutrire il suo enorme corpo.

Niente da obiettare al fatto che balene e squali vivano in questo

modo? Una volta ho visto un documentario didattico sul picchio della

Foresta Nera, realizzato da un ornitologo. Questo picchio passa circa

tre settimane a praticare un buco abbastanza grande e profondo da

alloggiarci dentro una famiglia. L'ornitologo, mentre i genitori erano

via per cercare cibo, fece un buco nel nido, asportò il legno e mise

una lastra di vetro in modo che il buco fatto dal picchio era un buco

totale, compatto e impenetrabile. Poi l'ornitologo installò una luce

elettrica, in modo che quando le uova si fossero schiuse si potesse

filmare la crescita dei piccoli. Alla fine, mise un collare attorno al collo

del piccolo picchio, e in assenza dei genitori gli svuotò il gozzo per

vedere di che tipo di cibo viveva. In tal modo scoprì che il picchio

è vitale per la conservazione della foresta. Trovò coleotteri che man-

giano le foglie e che mangiano il legno, che distruggono la corteccia

e le foglie degli alberi.


Naturalmente i genitori vanno in giro alla ricerca di questi coleotteri;

hanno nel collo delle sacche; nelle quali predigeriscono questi duri

coleotteri. E quando tornano al nido, rigurgitano questi coleotteri mezzi

digeriti nei becchi spalancati degli uccellini.

Per mia esperienza penso che l'allattamento sia un modo molto mi-

gliore di essere nutriti. Se fossi un piccolo di picchio, preferirei di gran

lunga i coleotteri rigurgitati, che sono già predigeriti. E così gli esseri

umani sono in cima alla scala dell'evoluzione, e tuttavia tutti questi

comportamenti appresi che sono così peculiari ad altri animali hanno

il loro corrispettivo nella vita dell'uomo. Noi usiamo il vomito per

conservare la vita. I picchi si servono del vomito per conservare la

vita. Gli esseri umani deglutiscono subito le cose, solo per sentirsi

dire dal proprio stomaco: "Povero scemo, sbarazzati di questo, adesso,

e per la via più rapida possibile". Giusto?


Suggestioni indirette 73

Orbene, tutte queste cose sono molto, molto importanti per la

vita dell'uomo, e sono degne della nostra ammirazione.

Allora, pensi che avrai ancora paura di vomitare? Non ce n'è bisogno.

È bello che tu non debba dipendere solo dal cervello che hai in testa.

Si potrebbe dire che le altre reazioni sono spesso molto più intelligenti

delle reazioni mentali.

Allora, ti sentiresti di dirci in che modo avevi sempre paura di

vomitare?

Kathleen: Come hai fatto a saperlo?

E.: A questo mondo ci sono sempre dei pettegolezzi. Lo sai quand'è

che ti è nata questa fobia per il vomito?

K.: Tanto tempo fa.

E.: Conosci il principio: "L'ontogenesi ricapitola la filogenesi"? Lo

sviluppo dell'individuo ripete lo sviluppo delle specie. Anche se puoi

respirare col naso, dal punto di vista anatomico hai delle fenditure,

come branchie. Come ci si sente a essere del tutto svegli? Quant'è

grande il tuo corpo? Non ti meravigli di non potertene servire? No,

non riesci a stare in piedi.

K.: Cos'è che non riesco a fare?

E.: Non riesci a stare in piedi.

K.: Sei sicuro?

E.: Oh, io sì, ma tu?

K.: Beh, fino a un minuto fa lo ero. Penso che ci riesco.

E.: Praticamente tutti qui sanno di poterlo fare. Tu lo pensi sola-

mente.

K.: Beh, so che potevo farlo fino a un minuto fa. Ho sempre

avuto una gran paura di non essere in grado di muovermi, o di essere

paralizzata come mia madre.


E.: Che cosa la rese paralizzata?

K.: Per anni pensai che fosse stata la polio, ma poi scoprii che

era la sua mente.

E.: La mia è proprio polio, più il logorìo e gli acciacchi dell'età. Un

bel giorno, come un vecchio calesse sgangherato, mi spaccherò in due.

Ma fino a quel giorno sono fermamente intenzionato a tenere duro.

Sai, quando ero piccolo una volta andai a trovare il fratello di mia

nonna e la sua famiglia. Stavano tosando le pecore. Sentivo il belato

lamentoso delle pecore e me ne corsi via. perché non riuscivo a capire

perché si dovessero tosare le pecore. Zia Mary portò in tavola del

fegato ai ferri, e per anni non mangiai più fegato, perché pensavo alle

orecchie di quelle pecore. E adesso, con la gotta che ho, non posso

mangiare tutto il fegato che mi piacerebbe mangiare.

Adesso chiudi gli occhi, e svegliati completamente, completamente.


74 Suggestioni indirette

Svegliati completamente. Libera. E cerca di tenere il sorriso sul viso.

Adesso dimmi, cosa pensi del vomito?

È come quando hai bevuto troppe bevande gasate: quando ti scappa,

ti scappa.

K.: Ma tu hai una miniera segreta di pettegolezzi?

E.: Il tuo amico è venuto da me stamane e mi ha detto che hai

fatto un brutto sogno, di cui ti ricordavi solo le sensazioni. Da questo

ho capito che hai una fobia. Uno dei pettegolezzi parlava della tua

fobia. Non sei felice che esistano i pettegolezzi? Ci credi nella rein-

carnazione?

K.: Penso che mi reincarnerò sotto forma di corno francese.

E.: Penso che dovresti capovolgerlo e farlo scolare.

K.: Lo sai, per tutta la mia vita non ho fatto altro che reincarnarmi

sotto forma di corno francese senza rendermene conto! Adesso lo vedo

chiaramente, prima ne avevo solo il suono!

E.: Impara questo: non tutto il tuo cervello è situato nel cranio.

Lo sai quello che dice Shakespeare? "Gli stadi della vita cominciano

con l'infanzia".

Ora io penso che tu dovresti riiniziare bene la tua vita.

E come si legge nei Corinzi: "Quand'ero un bambino, parlavo da

bambino. E ora che sono divenuto uomo, ho smesso le cose da bambino".

E tra queste c'è la paura, non è vero?

Come ti chiami?

K.: Kathy.

E.: Te lo posso cambiare ufficialmente? Da ora in poi, sarà solo

Kathleen, non più Kathy, gattina spaventata, Kathy che vomita.

Come ti senti?

K.: In qualche posto tra lo spazio e la pace.


E.: C'è una vecchia canzone irlandese. Adesso non voglio chiamare

mia moglie per citarla esattamente. Io non cito mai le cose esattamente

e correttamente. Volevo presentare Margaret Mead dicendo che non

so citare correttamente i brani di poesia. Ma non ho nessuna difficoltà

a presentare Margaret Mead. E la sola altra cosa di cui ero sicuro era

che potevo citare Gertrude Epstein: "Una rosa, è una rosa è una rosa

è una rosa". Solo per scoprire più tardi dai miei familiari, a cui pia-

ceva, che il nome di Gertrude Stein non aveva la 'Ep' e che ci sono

solo tre rose!

Comunque quello che volevo dire è: "E McGinty se ne scese in fondo

al mare". Se il mare fosse stato whisky, giurò che non sarebbe mai più

tornato su. Se il mare era asciutto, non ne avrebbe sprecato una sola

goccia vomitandola!

E Kathleen è un bel nome irlandese!


Suggestioni indirette 75

Ecco, siete stati testimoni di una dimostrazione di psicoterapia.

E non sono stato troppo serio. Ho riso e scherzato. E può darsi che

abbia risvegliato in te un po' di vita, a parlare di balene e di plancton,

e via discorrendo. E di picchi e coleotteri.

Questa trascrizione è così ricca d'esempi di suggestioni indirette e

di impiego del linguaggio simbolico, che ci vorrebbe tutto un libro

per esaminarli. Il lettore potrà divertirsi a trovarne alcuni da solo.

Partendo da lontano, cominciando da tutti i vari tipi diversi di

animali e dal loro adattamento, Erickson presenta il concetto che il

vomito negli esseri umani è una reazione d'adattamento ai fini della

conservazione della vita. Dice che le 'reazioni viscerali', hanno una

loro importanza. Partecipa la sua ottimistica filosofia della vita, che

contrappone alla paura della paziente di diventare paralizzata, "come

mia madre". "Un bel giorno, come un vecchio calesse sgangherato,

mi spaccherò in due", dice: "Ma fino a quel giorno sono fermamente

intenzionato a tenere duro". Poi riprende l'argomento e legittima la

guarigione di Kathleen citando l'infante di Shakespeare, e lascia so-

spesa la fine della citazione in modo che la paziente stessa possa farlo

("Primo l'infante, che vagisce e vomita tra le braccia di sua madre").

Per essere sicuro che il messaggio le giunga, si rifà a un passo dai

Corinzi e cita: "E ora che sono divenuto uomo, ho smesso le cose

da bambino". "E tra queste c'è la paura, non è vero?", aggiunge.

Per cambiare il suo atteggiamento verso se stessa, le cambia persino

il nome in Kathleen, in modo che lei possa lasciarsi alle spalle l'at-

teggiamento verso se stessa che ha sempre avuto, tra cui il suo essere

"una gattina spaventata, Kathy che vomita". E conclude con: "Ecco,

siete stati testimoni di una dimostrazione di psicoterapia". E che

dimostrazione elegante!
Erickson si serve di qualsiasi cosa la paziente dica o commenti,

nella direzione del suo obiettivo terapeutico (in questo caso, quello

di cambiare il suo atteggiamento verso il vomito). Per esempio,

quando lei dice che le piacerebbe reincarnarsi sotto forma di un corno

francese, lui risponde immediatamente con le parole: "Penso che do-

vresti capovolgerlo e farlo scolare". In altre parole, lei deve essere

pronta a svuotarsi di qualsiasi liquido si sia accumulato in lei. Deve

essere pronta a vomitare. Kathleen fa capire di aver ricevuto questa

suggestione quando dice: "Prima ne avevo solo il suono". Sta dicendo

che in lei ci sono dei contenuti che possono essere portati fuori da

dentro di lei.

Quando Erickson ricorre a citazioni da Shakespeare o dalla Bibbia,

si sta mettendo in rapporto alla paziente come se questa fosse una


76 Suggestioni indirette

giovane studentessa, disposta ad apprendere. Aveva già seminato que-

sta idea nella suggestione ipnotica iniziale, quando aveva detto: "E

voglio che ti ritrovi seduta in classe". In questo caso, Erickson af-

fronta il problema da molte angolazioni. Non è in grado di sapere

quale insieme di suggestioni o quale modo di ristrutturare il problema

sarà fatto proprio dalla paziente, per cui ha l'aria di attaccare un po'

da tutti i lati.

Non c'è modo di sfuggire alle sue suggestioni a guarire. Per trarla

dal suo pasticcio, le dà persino un nuovo nome, una nuova identità.

Questo nuovo nome resterà associato al cambiamento quasi secondo

lo schema pavloviano stimolo-risposta. Erickson già utilizzava questa

tecnica di applicare nomi nuovi alle persone, o di lasciare che se li

dessero da sole, molto tempo prima che divenisse abituale nei gruppi

d'incontro degli anni sessanta. Il nuovo nome diventa una suggestione

postipnotica tale che ogniqualvolta lei lo utilizza o lo sente, saranno

riattivate nuove associazioni di padronanza di sé e di autostima. Questo

approccio è esteticamente molto più piacevole, naturale e consono a

ciascun individuo di quanto non sia, per esempio, il trattamento di

biofeedback, nel quale gli stimoli sono introdotti in modo meccanico.

In un trattamento dell'ipertensione per mezzo del biofeedback, per

esempio, i pazienti furono condizionati in modo che la loro pressione

si abbassasse ogni volta che guardavano una macchia rossa sul loro

orologio. Lo stimolo presentato da Erickson, in questo caso il nome

Kathleen, è meravigliosamente bene assortito con tutti gli altri stimoli

e le altre suggestioni. Il commento di Jeffrey Zeig fu il seguente: "Ha

sottoposto questa donna a un'alimentazione forzata. Le ha fatto inge-

rire materiale nuovo che lei ha dovuto incorporare, e che non poteva

rigurgitare". E la cosa non era forse presentata in modo estetico ed


elegante?
5 Come superare i limiti abituali 77

Nei racconti che seguono, Erickson illustra due elementi molto im-

portanti per estendere i nostri limiti. Il primo è il fatto di creare un

atteggiamento mentale più ampio o meno limitato di quello posseduto

in precedenza. Il secondo, è il fatto di affrontare il compito senza con-

centrarsi sui limiti, ma concentrandosi invece sul compito stesso. Nel

golf, per esempio, "A ogni buca devi pensare che è la prima". In altre

parole, l'attenzione all'intero contesto (il numero della buca, il pun-

teggio raggiunto, ecc.) viene eliminata, e ci si concentra su ciascun

tiro, su ciascun colpo. Il problema dei limiti, a questo punto, non si

pone. Ci si penserà dopo, quando si darà uno sguardo al punteggio

ottenuto.

Se desiderate divenire creativi o pensare in modo creativo, dovete

esercitarvi in quello che è stato chiamato 'pensiero divergente*, per

contrapporlo al 'pensiero convergente', che gli adulti tendono sempre

più ad adottare, via via che il loro comportamento diviene sempre più

restrittivo. Nel pensiero convergente, un certo numero di racconti o

un certo numero di temi convergono tutti quanti in uno solo. Nel

pensiero divergente, una singola idea si estende in molte direzioni di-

verse, come le ramificazioni di un albero. Un libro che ho trovato utile

per stimolare l'immaginazione e, forse, potenziare la creatività, è Mental

Jogging, di Reid J. Daitzman. In esso si trovano 365 esercizi mentali

del tipo: "Trovate sette modi diversi di evitare che il caffè si versi

mentre state guidando".

I racconti che seguono sono i più tipici tra quelli che Erickson uti-

lizzava per ampliare la mente delle persone.

Pietre e meccanica quantistica

Voi tutti avete visto le mie pietre, levigate duecento milioni di anni
fa. Mio nipote di quindici anni un giorno mi disse: "Queste pietre
78 Come superare i limiti abituali

sono state levigate duecento milioni di anni fa. Questo fatto esclude

l'uomo. Io dovrei sapere come sono state levigate. Non sono pietre

levigate dall'acqua, io ho vissuto ad Okinawa, ho visto le pietre levi-

gate dall'acqua. Ho visto anche i vulcani, non sono pietre di quel tipo.

Mi stai facendo vedere qualcosa di inaspettato, che viene da duecento

milioni di anni fa. So che mi stai mostrando qualcosa che dovrei cono-

scere. Devo smettere di pensare alla sabbia, all'acqua e al ghiaccio, e

all'uomo".

Mentre rimuginava, gli dissi: "Senti, ho un altro indovinello per te.

A cosa si riferisce? How I want a drink, alcoholic of course, after

the heavy chapters involving quantum mechanics'"

"Non ci arrivo", disse. Non so cosa sia la meccanica quantistica.

"Non hai bisogno di saperlo" dissi io. "Ti darò la risposta da igno-

rante. Conficca due tavole nel terreno, a distanza di 60 centimetri l'una

dall'altra. Poi stendici sopra un'altra tavola, che sia lunga appena

quanto basta per sorpassare le altre due di qualche centimetro, e avrai

la risposta da ignorante".

Ci vollero alcuni minuti, al nipote di Erickson, prima di poter

esclamare: "È la prima volta che ho visto la cosa sotto questo aspet-

to!". Alla maggioranza dei lettori ci vorrà forse ancora più tempo

per capire la risposta (da ignorante) o per disegnare due linee verti-

cali, con una orizzontale sopra, una n, il simbolo di 'pi greco'. Erickson

dà anche un altro suggerimento, che probabilmente sarebbe utile solo

agli studenti di medicina e ai medici. Tutti noi conosciamo, dai tempi

della scuola, uno o più espedienti mnemonici per ricordare formule,

serie di nomi o altro. Così, invece di dire semplicemente: "L'indovi-

nello consiste in un trucco mnemonico", Erickson dà l*esempio di

un altro trucco mnemonico, lasciando che sia il lettore stesso a fare


il collegamento!

Le pietre che Erickson aveva mostrato al nipote provenivano dallo

stomaco di un dinosauro. Erano state levigate dalle digestioni del

dinosauro. Dunque il nipote aveva ragione quando si rendeva conto

di dover pensare a qualcosa di diverso dalla sabbia, dall'acqua, dal

ghiaccio o dall'uomo, come agenti del levigamento. Doveva uscire

dal suo abituale modo di pensare, per risolvere quel problema. Erickson

sta dicendo a chi lo legge e lo ascolta che bisogna uscire fuori dagli

abituali schemi di pensiero. L'indovinello delle pietre non ha niente

* "Come desidero una bevanda, alcolica, naturalmente, dopo i pesanti capitoli

sulla meccanica! quantistica". La frase è lasciata in inglese per le ragioni che

il lettore comprenderà dopo il commento di Rosen [n.d.T.].


Come superare i limiti abituali 79

a che vedere con l'altro, se non per il fatto che sono entrambi

indovinelli.

Se il lettore non ha ancora collegato le cose, può provare a contare

le lettere di ogni parola di: "How I want a drink..'. Esatto! Il valore

di 'pi greco' è 3,14159265358979...

Da una stanza all'altra

Chiesi a uno studente: "Come fai ad andare da questa stanza a

quella stanza?".

"Prima di tutto mi alzo", rispose. "Poi faccio un passo".

Lo interruppi e dissi: "Dimmi tutti i modi possibili di andare da

questa stanza a quella stanza".

"Ci si può andare correndo", rispose, "camminando, ci si può an-

dare saltando, ci si può andare saltellando, facendo capriole. Si può

andare a quella porta, uscire dall'edificio, entrare per l'altra porta

dentro la stanza. Oppure se uno vuole può scalare la finestra...".

"Hai detto che li avresti detti tutti, ma hai tralasciato un modo

che è il più importante", dissi io. "Io di solito comincio col dire

così: 'Se voglio andare in quella stanza da questa stanza, io uscirei

da quella porta lì, prenderei un taxi fino all'aereoporto, comprerei

un biglietto per Chicago, New York, Londra, Roma, Atene, Hong

Kong, Honolulu, San Francisco, Chicago, Dallas, Phoenix, tornerei

indietro in macchina e entrerei nel giardino posteriore attraverso il

passaggio di dietro, entrerei per la porta di dietro ed entrerei in

quella stanza'. E abbiamo pensato solo ai movimenti in avanti! Non

hai pensato di andare all'indietro, vero? Non hai pensato all'andare

carponi".

"E neanche a strisciare sulla pancia", aggiunse lo studente.


È proprio vero che ci limitiamo così terribilmente in tutte le nostre

forme di pensiero!

Io vinco sempre le olimpiadi

Avevo chiesto consiglio a Erickson circa un mio paziente, un piani-

sta concertista. Aveva paura di bloccarsi alla tastiera, e di non riuscire

più a suonare a causa della sua artrite alle mani. La risposta di Erickson

fu la seguente:
80 Come superare i limiti abituali

Per quanto male vadano le sue mani, un pianista conosce sempre

la musica. E sa anche comporre. E questa è una cosa di cui non do-

vrebbe scordarsi mai. Una mano può anche diventare inutilizzabile,

ma può sempre comporre, e anzi comporre meglio. Io, nella mia

sedia a rotelle, io vinco sempre le Olimpiadi.

Donald Lawrence e la medaglia d'oro

Donald Lawrence si era esercitato al getto del peso per tutto un

anno. L'allenatore del liceo l'aveva allenato volontariamente, gratui-

tamente, ogni sera per tutto un anno. Donald era alto uno e novan-

totto, pesava 118 chili senza un filo di grasso, e l'allenatore aveva la

grande ambizione di fargli battere il record liceale nazionale per il

getto del peso. Alla fine dell'anno mancavano due settimane alla gara,

e Donald arrivava a tirare il peso a soli 17,67 metri, ben al di sotto

del primato.

Il padre era interessato alla cosa e mi portò Donald perché lo

vedessi. Dissi a Donald di sedersi e di entrare in trance. Gli dissi di

far levitare la mano e di imparare a sentire tutti i suoi muscoli, e

poi di tornare la volta successiva, entrare in trance e ascoltarmi. Gli

chiesi se sapeva che per correre il miglio c'erano da sempre voluti

quattro minuti e che Roger Bannister aveva infranto il record, dopo

che era resistito per anni e anni. Gli chiesi se sapeva come aveva

fatto Bannister.

"Beh", gli spiegai, "Bannister, che conosceva tutti i generi di sport,

si accorse che si può vincere una gara di sci per un centesimo di se-

condo, per un decimo di secondo; e allora cominciò a rendersi conto

che un miglio in quattro minuti vuol dire in 240 secondi. Se riusciva

a correrlo in 239 e cinque decimi di secondo, avrebbe battuto il record


dei quattro minuti. Dopo che ci ebbe pensato per bene, infranse il

record dei quattro minuti sul miglio"!

E aggiunsi: "Tu hai già lanciato il peso a 17,67 metri. Bene, Donald,

dimmi la verità, credi di sapere che differenza c'è tra 17,67 e 17,67 e

un millimetro?".

"No, certo che no", disse.

"E tra 17,67 e 17,67 e due millimetri?", chiesi ancora.

"No".

Così arrivai a paragonare 17,67 e 18 metri, e non sapeva dire che

differenza c'era. Facemmo un altro paio di sedute, nelle quali io

lentamente ampliavo le possibilità. E due settimane più tardi lui stabilì

il record liceale nazionale.


Come superare i limiti abituali 81

Quell'estate venne da me e'mi disse: "Vado alle Olimpiadi; vorrei

qualche consiglio".

"Il record olimpico per il getto del peso è appena al disotto dei

diciotto e novanta", dissi io. "Tu sei solo un ragazzo di diciotto anni,

e sarà sufficiente se porterai a casa la medaglia di bronzo. Ma guarda

di non portare a casa quella d'argento o d'oro, perché in quel caso

entreresti in competizione con te stesso. Lascia che Perry e O' Bryan

prendano l'oro e l'argento".

Perry e O' Bryan si presero l'oro e l'argento. E Donald tornò a

casa con una medaglia di bronzo.

Le Olimpiadi successive erano a Città del Messico. Donald venne

da me e mi disse: "Vado a Città del Messico".

"Adesso hai quattro anni di più, Donald", feci io. "Andrebbe pro-

prio bene se ti prendessi la medaglia d'oro". E tornò a casa con la

medaglia d'oro.

Prima di andare a Tokyo mi chiese: "Che devo fare, a Tokyo?".

"I risultati atletici richiedono tempo per maturare", risposi. "Pren-

diti di nuovo la medaglia d'oro".

Tornò con la medaglia d'oro, ed entrò all'università per studiare

odontoiatria. Lì scoperse che poteva essere scelto per partecipare a

due riunioni sportive cui teneva molto. Venne da me e mi disse: "La

gara all'università sta per arrivare, è ufficiale. Che devo fare, col getto

del peso?".

"Donald", risposi, "la gente si autolimita sempre. Nel getto del peso

alle Olimpiadi, si sono sempre limitati per anni e anni a meno di 18,90.

A dirti la verità, io non so quanto lontano si possa lanciare un peso.

Sono sicuro che si può scagliare a 18,90. Mi domando però se non si

può lanciare fino a 21,33. Fai una cosa, perché non raggiungi un punto
record, da qualche parte tra i 18,90 e i 21,33?". Mi sembra che lo

stabilì a 19,96.

La volta dopo venne da me e mi chiese: "E adesso che faccio?"

"Donald", risposi, "hai dimostrato che il vecchio record olimpico

era completamente sbagliato, portandolo a 19,96. E questo è solo il

primo tentativo. La prossima volta, vedi un po' quanto lo puoi portare

vicino ai 21,33".

"Va bene", disse Donald.

Lo portò a 20,98.

Raccontai tutto di Donald Lawrence all'allenatore della Texas A &M,

di come l'avevo allenato. L'allenatore ascoltò con molta attenzione e

poi disse: "Sto allenando Masterson al lancio del peso".

Quando l'allenatore disse a Masterson in che modo io avevo allenato

Donald Lawrence, Masterson disse: "Se è così che Erickson ha allenato


82 Come superare i limiti abituali

Donald Lawrence per stabilire un record, voglio proprio vedere di

quanto io posso portarlo più in là di Donald Lawrence".

Lo portò a 21,33. Adesso credo che sia a 21,43.

Poi Erickson passa al golf.

Nel golf, in realtà, si fa la prima buca e poi si raggiunge la seconda

con un giusto numero di tiri. A quel punto nasce la domanda: "Puoi

fare altrettanto alla terza buca?". Dunque, a ogni buca dovete pensare

che è la prima. Lasciate che sia il caddie a tenere il conto a ogni buca.

Un concorrente venne da me e mi disse: "Io raggiungo il punteggio

di 74, o 72, e voglio vincere il campionato di questo Stato prima di

entrare nel golf professionistico. Voglio vincere il campionato dilettanti

dell'Arizona. Ma a tutti i tornei cui partecipo, vado su a un punteggio

di oltre novanta. Se gioco da solo riesco ad abbassarlo a 74, a 72".

Lo feci entrare in trance e gli dissi: "Lei giocherà solo la prima buca.

Questo è tutto quello che lei ricorderà. E sarà solo sul campo di golf".

Partecipò al successivo torneo dello Stato. Dopo la diciottesima buca

stava andando alla successiva, quando qualcuno lo fermò e gli disse:

"Ha già giocato la diciottesima buca". E lui disse: "No, ho giocato

solo la prima". Poi disse: "E tutta questa gente, da dove viene?".

Notiamo che Erickson si serve di truismi per impartire le sue sug-

gestioni. "Ora hai quattro anni di più, Donald. Andrebbe proprio bene

che ti prendessi la medaglia d'oro". La prima frase è vera; la seconda

parte della frase potrebbe essere vera. Sovrapponendole, Erickson le

pone sullo stesso piano. Quando suggerisce a Donald di portare a casa

dapprima la medaglia di bronzo, dimostra un grandissimo controllo,

un controllo preciso. Un controllo di questo tipo è ancora meglio che

vincere il primo posto. Quando, quattro anni più tardi, Erickson sug-

gerisce che andrebbe bene se Donald conquistasse la medaglia d'oro,


si basa su precedenti dimostrazioni di controllo. E per finire, in questo

racconto, più che in alcuni altri, è importante ricordare che Donald

Lawrence è una persona reale, e che ha effettivamente vinto i campio-

nati olimpici. Solo il nome e altri particolari secondari sono stati ma-

scherati. Questo positivo effetto non era di tipo puramente teorico,

nè esisteva solo nella fantasia di Erickson. Donald progredì passo a

passo. Erickson cominciò col rammentargli qualcosa che lui già sapeva:

che Roger Bannister aveva infranto il record dei quattro minuti sul

miglio. E come aveva fatto Bannister? Aveva cambiato il suo modo

di pensare. Aveva tradotto i quattro minuti in 240 secondi; in questo

modo poteva regolare il suo programma di corsa sui secondi invece


Come superare i limiti abituali 83

che sui minuti. Dunque la strategia di Erickson fu quella di portare

Donald a pensare alle cose in modo diverso. Una volta cambiato il

suo modo di pensare, come aveva fatto Bannister, fu in grado di su-

perare il blocco psicologico. Inoltre, Erickson opera piccoli cambia-

menti: la differenza tra 17,67 e 17,67 e un millimetro. Opera un pic-

colo cambiamento, e poi costruisce sopra questo cambiamento.

Ciascun problema ha in sé un passato e un futuro. Ciò di cui Erickson

si rende conto è che, se eliminate il passato e cambiate il futuro, avete

già risolto i due terzi del problema. Se pensate che ogni buca è la

prima, non avete nessuna ansietà proveniente dal passato. Avete eli-

minato il passato e potete cambiare il futuro, perché il futuro non può

essere altro che un futuro di aspettative positive.

Questi due racconti mi sono stati di grande aiuto quando ho voluto

trasmettere ai pazienti l'idea che la risposta alla dipendenza da qual-

cuno sta nell'ampliare le capacità e i limiti della persona. Ciò è molto

più pregnante del semplice dire che devono imparare a stare in piedi

da soli, che è poi quanto tutti gli altri gli hanno detto sinora.

Come allenai la nostra squadra di tiro per battere i russi

L'allenatore della squadra di tiratori scelti dell'esercito degli Stati

Uniti ebbe occasione di leggere qualcosa sull'ipnosi, e decise che l'ipnosi

poteva aiutare la sua squadra a battere i russi. Le squadre si allenavano

nella Georgia. Erano andate a disputare una gara a San Francisco e si

fermarono a Phoenix. L'allenatore mi portò la squadra e mi chiese se

potevo allenarla per battere i russi alle gare di tiro internazionali.

"Io ho sparato un paio di volte con un fucile", gli spiegai, "quando

ero un ragazzo. So riconoscere la canna e il calcio, è tutto quello che

so su un fucile. Questi tiratori sanno tutto quello che devono sapere


su un fucile. Io, invece, sono medico, e so tutto quello che devo sa-

pere su un corpo umano. Allenerò la squadra. Loro hanno già le loro

nozioni di carabina, io già ho le mie nozioni di medicina".

Al capitano non andava giù che un civile allenasse la squadra di tiro,

così vi aggiunse due uomini che per due anni avevano tentato di en-

trare nella squadra. Non so quale fosse il punteggio di qualificazione,

ma doveva essere intorno ai sessanta punti. Questi due uomini avevano

dedicato tutto il loro tempo libero all'allenamento, e raggiungevano

appena i 42, 44 punti. In altre parole, non erano riusciti a entrare in

squadra.
84 Come superare i limiti abituali

Una delle prime cose che dissi a ciascuno di questi uomini, quando

venni a sapere che in gara si sparano quaranta colpi uno dopo l'altro,

fu: "Io so che il primo centro è facile. La domanda è: 'Lo puoi colpire

due volte?... Puoi fare centro undici volte, dopo dieci centri succes-

sivi?... L'hai fatto diciannove volte. Ce la fai la ventesima volta?...

La tensione sale, a ogni colpo andato a segno!

L'hai fatto ventinove volte. Vuoi farlo trenta volte?... L'hai fatto

trentacinque volte. Trentasei? Trentasette? Trentotto? (Fiato sospeso)

Trentanove? Mi è possibile, farlo quaranta volte?".

La cosa successiva che feci fu convocare un buon soggetto ipnotico.

"Quando ti sveglierai", gli dissi, "ti offrirò una sigaretta. Tu vorrai

fumarla. L'accetterai volentieri. Io te la metterò tra le labbra e tu

distrattamente la getterai via, e ne prenderai un'altra, senza ricordarti

che avevi preso la prima". E in questo modo accettò 169 sigarette!

Così a questo punto sapevano che anche loro potevano dimenticare

le cose. Se lui poteva dimenticare 169 sigarette, anche loro potevano

dimenticare ciascuno dei quaranta tiri.

Poi dissi loro: "Adesso poggiate per bene il piede al suolo, in modo

che la pianta del piede sia bene a suo agio. Poi assicuratevi che la

caviglia sia a suo agio, che il polpaccio sia a suo agio, e così il ginocchio,

il bacino, il tronco, il braccio sinistro, il dito sul grilletto, il calcio

della carabina contro la spalla. Ottenete esattamente la sensazione giusta.

A questo punto spostate il mirino in alto e in basso, sul bersaglio,

avanti e indietro. E al momento opportuno, premete il grilletto".

E batterono i russi, ed era la prima volta, a Mosca.

E anche i due uomini che il capitano aveva fatto entrare in squadra

ottennero la qualificazione.

Mentre il racconto precedente forniva l'esempio della strutturazione


di un atteggiamento mentale più ampio, o meno limitato, questo rac-

conto dà un esempio del principio di concentrarsi sul compito stesso.

Ciò viene ottenuto non solo dimenticando tutti i tiri precedenti, ma

anche concentrando l'attenzione sulle sensazioni del corpo qui e ora.

Una macchia di colore

Una paziente venne da me e mi disse: "Sono quindici anni che vivo

a Phoenix, e ho odiato ogni istante di questi quindici anni. Mio marito

mi ha offerto di passare una vacanza a Flagstaff. Io odio profondamente


Come superare i limiti abituali 85

Phoenix, ma ho rifiutato di andare a Flagstaff. Preferisco restare a

Phoenix e odiare di stare a Phoenix".

Così, mentre era in trance, le dissi che sarebbe stata curiosa di sapere

perché odiava tanto Phoenix e perché si autopuniva tanto. Sarebbe

stata una grossa curiosità. "E c'è un'altra cosa di cui essere curiosa,

molto, molto curiosa. Se lei va a Flagstaff per una settimana, del tutto

inaspettatamente, a un certo punto, vedrà una macchia di colore". Fino

a quando fosse stata molto curiosa di sapere perché odiava Phoenix,

avrebbe trovato una curiosità altrettanto grande, altrettanto irresisti-

bile, di scoprire che macchia di colore doveva comparire a Flagstaff.

Andò a Flagstaff per passarci una settimana, e invece ci stette un

mese. Che macchia di colore vide mai? Io non avevo pensato a niente

di particolare. Volevo solo che fosse curiosa. E quando vide quella

macchia di colore, ne fu tanto esaltata che rimase tutto un mese a

Flagstaff. Quella macchia di colore era un picchio rosso che volava

sopra un albero sempreverde. Adesso questa donna è solita passare

l'estate a Flagstaff, ma è andata anche sulla costa dell'Est, per vedere

lì il colore. È stata a Tucson, per vedere una macchia di colore. È stata

a New York, per vedere una macchia di colore. È stata in Europa,

per vedere una macchia di colore. E la mia affermazione che avrebbe

visto una macchia di colore era basata unicamente sul fatto che dovete

vedere un sacco di cose che ordinariamente non vedete. E volevo che

lei si guardasse sempre attorno. Avrebbe sicuramente trovato qualcosa

in cui tradurre le mie parole.

Questo insieme di istruzioni, che faceva parte di un'induzione

ipnotica, era utilizzato per aiutare l'ascoltatore a superare i limiti abi-

tuali. Le chiare suggestioni e il permesso a superare questi limiti sono

molto evidenti. Ho riportato in corsivo certe parole che Erickson


'sottolineava' con un cambiamento di tono. Queste espressioni, quali

'si guardasse sempre attorno', sono esplicite istruzioni, presentate

inglobate in altro materiale, a guardare nel repertorio del proprio in-

conscio. Molto spesso, dopo aver sottolineato una di queste parole,

Erickson faceva una pausa, lunga talvolta sino a tre o quattro minuti,

in modo da lasciare il tempo necessario perché questo lavorìo interno

avesse luogo. Contemporaneamente, proponeva delle suggestioni post-

ipnotiche che avrebbero portato a un sogno, forse una settimana più

tardi.

Bandler e Grinder potrebbero qui far notare i cambiamenti di

'sistema di rappresentazione'. La paziente esordisce entro un sistema

cenestesico, affermando che preferisce restare a Phoenix e odiare di

stare a Phoenix. Erickson tramuta il suo sistema di rappresentazione


86 Come superare i limiti abituali

in un sistema visuale, utilizzando, come ponte, la sua curiosità. La

distacca dall'odio e la porta alla curiosità, la quale fa diminuire l'odio.

Poi sposta la sua curiosità verso qualcosa di visuale. In questo modo

passa gradualmente dal campo cenestesico a quello visuale.

Benché non potesse lui stesso valutare i colori (era daltonico), Erickson

utilizzava il colore proprio come utilizzava il suono e la poesia (che

nemmeno poteva godere appieno, essendo affetto da sordità tonale e

mancando di senso del ritmo), perché sapeva che altre persone pote-

vano apprezzare questi elementi. Jeffrey Zeig ha fatto notare come,

portando un paziente al di là di un limite che Erickson stesso accusa,

Erickson lo incoraggia a 'fargli mordere la polvere'. È un modo ele-

gante di sottolineare le differenze individuali. Per di più, se già quel

dato paziente è un tipo di persona che vuole sempre primeggiare,

ciò gli dà l'occasione di primeggiare ancora di più.

Può raggiungere risultati che sono preclusi persino a Erickson.

Camminare sul ghiaccio sdrucciolevole

Durante la guerra, lavoravo all'ufficio di arruolamento di Detroit.

Un giorno, mentre andavo al lavoro, vidi un reduce che era tornato a

casa con una gamba artificiale e che guardava una lastra di ghiaccio,

e la guardava con sospetto perché sapeva che avrebbe potuto scivolarci

sopra.

"È un ghiaccio molto liscio", gli dissi io. "Stia fermo dov'è. Vengo

da lei e le insegno a camminare sul ghiaccio sdrucciolevole".

Lui vedeva bene che zoppicavo, così sapeva che parlavo di qual-

cosa che conoscevo bene. Mi stette a guardare mentre attraversavo

la lastra di ghiaccio e mi chiese: "Come ha fatto?".

"Non glielo voglio dire, glielo voglio insegnare", risposi. "Adesso,


non faccia altro che tenere gli occhi completamente chiusi". Lo feci

rigirare, e lo feci camminare avanti e indietro sul marciapiedi dove

non c'era ghiaccio. Continuai a farlo camminare, dapprima per tratti

sempre più lunghi, poi sempre più corti, sino che alla fine non con-

statai la sua completa confusione. A quel punto, lo portai dritto dritto

dall'altra parte del ghiaccio.

"Apra gli occhi", dissi.

"Dov'è quel ghiaccio sdrucciolevole?", disse.

"È proprio dietro a lei", risposi.

"Come sono arrivato da questa parte?", chiese.


Come superare i limiti abituali 87

"Adesso capisce", dissi io. "Lei ha camminato come se l'asfalto

fosse stato privo di ghiaccio. Quando si cammina sul ghiaccio, la

tendenza abituale è quella di avere i muscoli in tensione, preparan-

dosi a cadere. Si ha un dato atteggiamento mentale. E così si cade.

"Se lei poggia il peso sul piede in modo diretto, come farebbe

sull'asfalto asciutto, non scivola. Le avviene di scivolare perché non

poggia tutto il peso, e perché sta teso".

Mi ci era voluto un bel po' per fare questa scoperta. Vi è mai ca-

pitato di salire uno scalino di troppo? Che brutto sussulto che si

fa! E a scenderne uno di troppo, ci si può spezzare una gamba.

E tuttavia si è del tutto inconsapevoli di tale atteggiamento."

Qui Erickson dà un esempio del suo classico metodo di aiutare

una persona a uscire da un atteggiamento mentale consolidato. Il pri-

mo passo è confondere il soggetto. Il secondo passo è condurre il

soggetto, mentre è ancora confuso, al di là dell'ostacolo, in modo che

provi l'esperienza del successo. Naturalmente, in questo caso, l'espe-

rienza del successo si ebbe quando il soggetto aveva mancato di ri-

spondere con la sua abituale tensione, con l'abituale atteggiamento

mentale. Il vecchio atteggiamento è sostituito da uno nuovo. Ora il

paziente è convinto di essere in grado di camminare sul ghiaccio. Ora

potrà affrontare nuove situazioni 'sdrucciolevoli' senza portarsi dietro

la paura associata a precedenti 'cadute'.

Talvolta è importante che il paziente non utilizzi certe cose che sa,

o certe percezioni che normalmente utilizzerebbe. È per questa ragione

che Erickson fa chiudere gli occhi all'uomo di questo racconto. Una

volta che ha smesso di vedere, può portare a termine il compito. Fino

ad allora, il fatto di vedere gli aveva fatto avere una reazione cene-

stesica, che a sua volta gli aveva fatto adottare l'atteggiamento sbagliato.
A Erickson piaceva dare un esempio della concentrazione ipnotica

con la domanda: "Se mettessi per terra una tavola larga trenta centi-

metri e lunga quindici metri, avreste qualche difficoltà a camminarci

sopra?". La risposta, naturalmente, era sempre "no". Allora aggiun-

geva: "E quale sarebbe la vostra reazione se mettessi la medesima

tavola, larga trenta centimetri e lunga quindici metri, tra due edifici,

in modo che vada dal quinto piano dell'uno al quinto piano dell'altro?".

Di nuovo, in questo esempio, la sensazione visiva è associata a una

sensazione cenestesica, la quale farebbe sì che la maggior parte delle

persone perderebbe il proprio senso di sicurezza. Per riuscire in una

cosa del genere, come pure per camminare su una corda, può essere

importante il non utilizzare qualcosa che si ha, e cioè la vista (o la

immaginazione).
88 Come superare i limiti abituali

Gli indiani Tarahumara

Gli indiani Tarahumara del Chihuahua del Sud-Ovest sono quelli

che riescono a correre per cento miglia (la loro pressione non sale,

e il battito cardiaco non aumenta). Alcuni organizzatori portarono

alcuni di questi corridori delle cento miglia alle Olimpiadi di Amster-

dam del 1928. Non si qualificarono nemmeno. Ma è chiaro, loro pen-

savano che le prime venticinque miglia servissero per scaldare i mu-

scoli! Nessuno gli aveva spiegato che la corsa era sulla distanza delle

venticinque miglia.

Talvolta ripenso a questo aneddoto quando incontro difficoltà a

mettermi a fare qualcosa, quando scrivo, quando devo fare delle ri-

parazioni in casa, quando sono frustrato dalle difficoltà, o quando,

mentre faccio jogging, sono letteralmente senza fiato. Allora mi torna

in mente la frase: "Per adesso mi sto solo riscaldando". Di solito,

dopo di ciò, mi ritrovo con più energia a disposizione.

Letto asciutto

Come nei racconti Sufi o in quelli Zen, colui che riceve la cono-

scenza del maestro deve essere in uno stato di disposizione a ricevere.

In molti di quei racconti, il discepolo viene dal maestro, ma l'ingresso

gli è negato sino a che "il mezzo non è pronto a ricevere le ricchezze

dell'insegnamento". Spesso Erickson compie questa preparazione fa-

cendo aspettare l'ascoltatore o il paziente per un bel po', prima di

sferrare il suo 'colpo decisivo'. Quando per esempio presentò a un

gruppo di studenti il racconto che segue, passò circa mezz'ora a elabo-

rare la prescrizione finale. Parte di questo tempo la impiegò a tratteg-

giare la storia a monte del caso. Un'altra parte la impiegò a chiedere

agli ascoltatori come avrebbero trattato una tale paziente. Parte an-
cora la impiegò a raccontare altre storie, non direttamente collegate

al problema. Ripeteva frasi del tipo: "C'è qualcosa che sai, ma che

non sai di sapere. Quando arriverai a sapere cos'è che non sai di

sapere, sarai in grado di avere il letto sempre asciutto". Questo genere

di affermazione, enigmatica e tuttavia affascinante, fa sì che l'ascolta-

tore compia quella che Ernest Rossi ha chiamato "una ricerca interna".

Insomma l'ascoltatore sta già cominciando a cercare dentro di sé le

risorse che lo possano aiutare nel processo di guarigione. Lo stesso


Come superare i limiti abituali 89

principio è valido se consideriamo una delle tecniche di induzione di

Erickson, la 'tecnica dell'attesa'. Il paziente è lasciato letteralmente

a implorare di avere di più. A questo punto, è pronto a ricevere.

Una madre mi portò sua figlia di undici anni perché la vedessi.

Appena seppi che bagnava il letto, mandai la madre fuori dalla

stanza, nella convinzione che la ragazzina mi avrebbe raccontato tutta

la storia. La ragazza mi raccontò che aveva avuto un'infezione alla

vescica nella primissima infanzia, che era stata curata da un uro-

logo, e che l'infezione era continuata per cinque o sei anni, e forse

più. Le avevano praticata con regolarità la cistoscopia, alcune centi-

naia di volte, e alla fine la fonte dell'infezione era stata localizzata in

un rene. Glielo avevano asportato, e per circa quattro anni non aveva

più avuto infezioni. Le avevano fatta la cistoscopia tante centinaia

di volte, e la sua vescica e il suo sfintere erano tanto allargati, che

ogni notte bagnava il letto, non appena la vescica si rilassava nel

sonno. Di giorno poteva imporsi di controllare la vescica, meno che

quando rideva. Il rilassamento che si accompagna al riso le faceva

bagnare le mutandine.

I suoi genitori pensavano che siccome il rene le era stato asportato,

e per molti anni non aveva più avuto infezioni, avrebbe dovuto im-

parare a controllarsi. Aveva tre sorelle più giovani di lei, che la scher-

nivano e la prendevano in giro. Tutte le mamme sapevano che lei

bagnava il letto. E tutti i bambini della scuola, due o tre mila, sape-

vano che lei era quella che bagnava il letto e bagnava le mutande

quando rideva. Era molto derisa.

Era molto alta, molto carina, con biondi capelli che le arrivavano

alla vita. Era davvero una ragazzina affascinante. Era oggetto di ostra-

cismo, di scherno; le si chiedeva più di quanto non fosse in grado di


dare. Doveva sopportare il compatimento dei vicini e la derisione

delle sorelle e dei compagni di scuola. Non poteva andare a una festa

o passare la notte dai parenti, perché bagnava il letto. Le chiesi se

aveva visto qualche altro medico. Mi rispose che ne aveva consultati

tanti, che aveva ingoiato un intero barile di pillole e un intero barile

di medicine e non era servito a niente.

Le dissi che io ero come gli altri medici. Neanch'io la potevo aiutare.

"Ma tu sai già qualcosa, solo che non sai di saperla. Appena scopri

cos'è che già sai e non sai di sapere, potrai cominciare a tenere il letto

asciutto".

Poi le dissi: "Ti farò una domanda, semplicissima, e voglio una

risposta semplicissima. Ecco dunque la domanda. Se tu stessi in bagno,

a fare pipì, e un estraneo facesse capolino alla porta, tu che faresti?".


90 Come superare i limiti abituali

"Resterei di ghiaccio!".

"Esatto. Resteresti di ghiaccio, e ti bloccheresti. Adesso sai una

cosa che già sapevi, ma che non sapevi di sapere. Vale a dire che tu

puoi arrestare l'orina in un qualsiasi momento, per qualunque stimolo

tu scelga. Non c'è bisogno che un estraneo faccia realmente capolino

dalla p>orta del bagno. La sola idea è già abbastanza. Ti arresterai.

Resterai di ghiaccio. E quando lui se ne va, ricomincerai.

Vedi, tenere il letto asciutto è una cosa molto difficile. Può darsi

che tu ci riesca per la prima volta tra due settimane. E bisogna fare

moltissimo esercizio; cominciare, e arrestarsi. Va bene così. Il tuo

corpo sarà buono con te ti darà sempre un'altra possibilità. E può

darsi che in certi giorni avrai troppo da fare per esercitarti a cominciare

e arrestarti, ma va bene lo stesso. Il tuo corpo ti darà sempre la pos-

sibilità di cominciare e arrestarti. Sarei molto sorpreso se nel giro

di tre mesi tu tenessi il letto sempre asciutto. Sarei anche sorpreso se

tra sei mesi non tenessi ancora il letto sempre asciutto. E la prima

volta di letto asciutto sarà molto più facile che due volte consecutive.

E tre volte consecutive è molto più difficile. E quattro volte consecu-

tive, ancora più difficile. Dopo, le cose divengono più facili. Puoi

tenere il letto asciutto per cinque, sei, sette volte, per un'intera setti-

mana. E a quel punto saprai che puoi tenere il letto asciutto per una

settimana e per un'altra settimana".

Ci misi il tempo che ci voleva, con la ragazza. Non avevo nient'altro

da fare. Passai un'ora e mezza con lei, poi la congedai. Circa due set-

timane più tardi mi venne a portare questo regalo, il primo regalo

che avesse mai fatto con la consapevolezza di avere il letto asciutto

(era una mucca color porpora fatta all'uncinetto). Io tengo molto a

questo regalo. E sei mesi più tardi passava la notte da amici, da pa-
renti, alle feste, in albergo. Perché è il paziente che fa la terapia. Non

ero dell'avviso che fosse la famiglia ad aver bisogno della terapia, anche

se i genitori erano inquieti, le sorelle la insultavano, i ragazzi della

scuola la prendevano in giro. La mia sensazione era che i genitori si

sarebbero dovuti adattare al fatto che lei non bagnava più il letto.

E la stessa cosa avrebbero dovuto fare le sorelle e i ragazzi della scuola,

e i vicini. In realtà, non vedevo altra strada per loro. Non ritenevo

necessario spiegare niente al padre, alla madre, alle sorelle, o a nessun

altro. Le dissi quello che sapeva già, ma che non sapeva di sapere.

E tutti voi siete cresciuti con la convinzione che quando vuotate

la vescica, la vuotate completamente. E lo date per scontato. La cosa

importante è che- tutti voi avete provato l'esperienza di venire inter-

rotti, e di dovervi interrompere del tutto improvvisamente. Ognuno

ha fatto quest'esperienza; lei, l'aveva dimenticata. Tutto quello che


Come superare i limiti abituali 91

ho fatto, è stato ricordarle qualcosa che lei già sapeva, qualcosa che non

sapeva di sapere.

In altre parole, nel fare una terapia voi dovete considerare il paziente

come un individuo, e non importa in che misura il bagnare il letto

costituisse un problema per i suoi genitori, le sue sorelle, i vicini, i

ragazzi della scuola, perché era innanzitutto il suo problema. E tutto

quello che aveva bisogno di sapere era qualcosa che già sapeva, e la

terapia per tutti gli altri fu di lasciare che ciascuno si adattasse a

modo proprio.

La psicoterapia dovrebbe essere orientata sul paziente e orientata

sul problema primario stesso. E ricordatevi una cosa. Che ciascuno di

noi ha il proprio linguaggio individuale, e quando ascoltate un pa-

ziente, dovreste ascoltarlo con la consapevolezza che sta parlando un

linguaggio diverso, che non dovreste cercare di comprendere nei ter-

mini del vostro linguaggio. Dovete capire il paziente nella sua lingua.

Questo è uno dei racconti di Erickson che preferisco, forse perché

Erickson soleva quasi sempre presentarlo con un commento del tipo:

"A te questo racconto interesserà in modo particolare, Sid". Mi in-

terrogai per lungo tempo, prima di riuscire a trovare qual era il mes-

saggio per me, e alla fine riuscii a estrapolarne due principali.

Il primo è che io posso imparare a controllare i pensieri, le energie

lavorative e i sintomi, quali l'ansia. Tuttavia devo farlo non per mezzo

della forza di volontà, ma scoprendo quali stimoli sono necessari per

fare sì che io "cominci e mi arresti". E poi devo trovare le occasioni

per esercitarmi a "cominciare e arrestarmi".

Il secondo messaggio è che "tutti voi siete cresciuti nella convinzione

che quando vuotate la vescica, la vuotate completamente". Nella ver-

sione di questo racconto pubblicata in A Teaching Seminar with Mil-


ton H. Erickson, a cura di Jeffrey Zeig, Erickson aggiunse qualche

altra affermazione per rendere ancora più chiaro questo secondo punto.

"Tutto quello che la ragazza aveva bisogno di sapere era che era in

grado di arrestare l'orina in qualsiasi momento, con lo stimolo giusto".

E: "Noi cresciamo con l'idea che dobbiamo per forza finire. Ma non

è vero, noi dobbiamo continuare sino a che non siamo finiti". Ho

riscontrato che questo atteggiamento è di grande aiuto nel fare certe

cose, quali lo scrivere. La sensazione coercitiva di dover finire può

bloccare la spontaneità e la creatività. Un modo molto più efficace di

portare a termine qualcosa è quello di "cominciare e arrestarsi" in

accordo col proprio ritmo interno. Ho riscontrato che questo racconto

è stato efficace nell'aiutare i pazienti a superare certi blocchi, quali

il blocco dello scrivere.


92 Come superare i limiti abituali

Foulard

Per tutta la nostra vita noi impariamo a porre dei limiti a tante

di quelle cose. Mi ricordo Bill Folsey, un giornalista della televisione.

Una volta che era andato a Chicago entrò in un ristorante, e il diret-

tore di sala lo informò che doveva portare la cravatta, e non il foulard

che Bill portava. Bill chiese al direttore: "Quanto l'ha pagata, la sua

cravatta?".

"Venticinque dollari", rispose con molto orgoglio il cameriere.

"Il mio foulard costa duecento dollari", disse Bill.

Il cameriere non sapeva cosa pensare. Così Bill Folsey entrò nel

ristorante, e si sedette dove voleva, mentre il cameriere ancora ci pen-

sava sopra. Quella cosa strana che Bill Folsey portava! Un foulard

da duecento dollari! Mentre la sua era solo una cravatta da venticinque

dollari.

Così, sognate. E ogni volta che sognate, avete il diritto e il privi-

legio di risognare quel sogno, con un altro insieme di personaggi. E in

quel modo potete scoprire molte cose che siete stati abituati a non

sapere. I vostri maestri, molto tempo fa, vi dissero: "Guardami in

faccia, quando mi parli. Guardami in faccia, quando ti parlo". E avete

imparato: "Non fare questo, non fare quello. Mettiti i vestiti giusti,

le scarpe giuste. Allacciati come si deve le scarpe". Tanta parte delle

cose che abbiamo imparato è basata su istruzioni limitate che ci im-

pediscono di svilupparci e di capire, e abbiamo fatto nostro il modello

secondo cui dobbiamo essere limitati.

Ho insegnato ai miei figli come zappare un campo di patate, trac-

ciando delle figure. E per tutto il tempo che tracciano figure con le

zappe e zappano il campo di patate, si domandano quale sarà la pros-

sima figura che faranno. Così i miei figli hanno imparato a zappare
un campo di patate facendo dei triangoli, sempre più triangoli, e poi,

per conto loro, hanno scoperto che potevano zappare cerchi e numeri,

e lettere.

Ed è meraviglioso farsi una bella notte di sonno, di sonno profondo

e riposante, e non scoprire sino alla settimana successiva che quella

notte abbiamo fatto un sogno. Non sapevamo di quel sogno, sino a

una settimana più tardi.

I commenti che Erickson fece dopo il racconto del foulard hanno

tutta l'aria di essere irrilevanti. E tuttavia questo era il suo modo di

ripetere e ricapitolare i punti principali dei suoi racconti. Il primo

punto, è che noi siamo limitati nei nostri modelli di comprensione e


Come superare i limiti abituali 93

di azione. ("Indossa gli abiti giusti... Tanta parte delle cose che ab-

biamo imparato è basata su istruzioni limitate"!). Il secondo punto è

che possiamo sostituire, le nostre istruzioni limitate e limitanti con

nuovi modelli, che noi stessi possiamo inventare (acerchi e numeri,

e lettere"). E per finire, Erickson conclude il suo commento con la

suggestione di trovare nuovi modelli in un sogno. Dovremmo aver

fiducia nel nostro inconscio per inventare modi nuovi di superare i

limiti abituali.

Peccato

Una giovane donna venne a trovarmi. Era stata indotta a credere

che i cinema erano luoghi in cui le ragazze vengono sedotte e che

erano luoghi di peccato. Non entrava mai in un drugstore, perché lì

vendevano tabacco e il Signore l'avrebbe fulminata se entrava in un

luogo dove vendevano tabacco. E non beveva mai né vino né sidro

né alcuna bevanda alcolica perché, se lo faceva, Dio l'avrebbe imme-

diatamente fulminata. Dio l'avrebbe immediatamente fulminata se fosse

andata al cinema, l'avrebbe fulminata se avesse fumato una sigaretta.

Mi informai del suo lavoro. Lavorava per un medico che apparte-

neva alla sua stessa confessione religiosa e le dava cento dollari al

mese. A quell'epoca il salario medio era di 270 dollari. Lavorava per

lui da dieci anni e prendeva ancora cento dollari al mese. E la sua

velocità alla macchina da scrivere non superava le venticinque parole

al minuto.

Viveva a casa coi genitori, che la proteggevano dal peccato con molta

cura. Le ci voleva un'ora per arrivare al lavoro, otto ore di lavoro,

talvolta con straordinari non pagati. Le ci voleva un'altra ora per tor-

nare a casa. E lavorava sei giorni alla settimana. La domenica andava


in chiesa, tutto il giorno. Era una famiglia molto rigida e limitata.

Quando quella ragazza lasciò il mio studio dopo il primo colloquio,

mia moglie, che non fa quasi mai commenti sui pazienti, disse: "Chi

era quella larva che era qui da te?".

"Niente, una mia paziente", dissi io.

Così parlai alla ragazza, e la persuasi che la vita è piena di traboc-

chetti e che la morte arriva per tutti e che se era nei piani di Dio

che lei dovesse morire a un determinato momento, ero certo che non

sarebbe morta per aver fumato una sigaretta, a meno che Dio non fosse

stato pronto per riceverla. Riuscii a farle fumare una sigaretta. Tossì

molto, e Dio non la fulminò! Non lo fece davvero! La cosa la sorprese.

Poi le suggerii di andare al cinema. Mi ci vollero un paio di setti-


94 Come superare i limiti abituali

mane per riuscire a infonderle il coraggio. Mi disse con molta convin-

zione: "Dio mi fulminerà, se vado in una casa di peccato".

Le dissi che se Dio non l'avrebbe fulminata, sarebbe stato perché

non era giunta la sua ora di morire, e che dubitavo molto che la sua

ora fosse venuta. Le sarebbe dispiaciuto tornare e dirmi che film aveva

visto? Tornò che aveva visto Lilli e il vagabondo. Non l'avevo scelto

io, quel film.

"In chiesa devono sbagliarsi", disse. "Non c'era una sola cosa cat-

tiva in quel film, non c'era nessun uomo corruttore che spogliava le

ragazze. Io penso che quel film era divertente".

"Io penso che in chiesa ti abbiano dato un'idea falsa riguardo ai

film", dissi io. "Ma non penso che l'abbiano fatto apposta. Penso che

l'abbiano fatto per ignoranza". E trovò interessanti altri film, special-

mente musicali. Poi un giorno le dissi: "Penso che hai fatto abba-

stanza progressi da prenderti un bicchiere di whisky".

"Dio mi fulminerà sicuramente", disse.

"Ho dei dubbi al riguardo", dissi io. "Non ti ha fulminato quando

sei andata al cinema' o quando hai fumato una sigaretta. Vediamo un

po' se ti fulminerà quando berrai un bicchière di whisky".

Prese un bicchiere di whisky e aspettò, e Dio non la fulminò. Allora

disse: "Penso proprio che devo fare dei cambiamenti nella mia vita.

Penso che mi conviene andarmene dalla casa dei miei genitori e pren-

dermi un appartamento per conto mio".

"E ti devi trovare un lavoro migliore", dissi io. "Devi imparare a

battere a macchina. E trasferisciti in un appartamento per conto tuo.

Non puoi permettertelo da sola, così sentiti pure libera di chiedere

ai tuoi genitori di pagartelo loro. E cucinati da sola, e affittati una

macchina da scrivere. Appena ti svegli al mattino, corri per prima cosa


alla macchina da scrivere, e scrivi: 'Questa è una meravigliosa giornata

di giugno'. Poi vai in bagno, lavati i denti, e batti un'altra breve frase,

battendo a tutta velocità ogni frase. Fai tutte frasi molto brevi. Poi

comincia a vestirti. Quando sei a metà vestita, batti un'altra frase breve.

Comincia a prepararti la colazione e batti un'altra breve frase. Siediti

a tavola, e a mezzo della colazione alzati e batti una breve frase, sempre

battendo a velocità massima. Puoi fare questi esercizi discontinui, sem-

pre a tutta velocità, e imparerai a battere a un ritmo molto più veloce".

Nel giro di tre mesi aveva raggiunto una velocità di ottanta parole,

al minuto. Per quanto riguarda il cucinare, disse: "Avevo pensato di

prepararmi del riso, e ho calcolato di mangiarne una tazza. L'ho messo

in una pentola con dell'acqua. Poi ho dovuto prendere un'altra pentola,

perché la tazza di riso aveva riempito la grossa pentola. Ho dovuto

prenderne altre due. Non lo sapevo che il riso cresceva tanto".


Come superare i limiti abituali 95

"Ci sono tantissime cose da imparare sul cucinare", dissi io.

Poi le feci cuocere dei fagioli. Misurò molto attentamente la tazza

di fagioli, e questi crebbero sino a diventare una quantità enorme.

Alla fine divenne una buona cuoca, lasciò la sua chiesa e disse ai ge-

nitori: "Vi verrò a trovare ogni tanto. Adesso ho un buon lavoro.

Prendo 270 dollari al mese, e devo fare solo due isolati per andarci".

Poi venne a trovarmi, e fu più o meno allora che la Signora Erickson

mi disse: "Milton, ti stai specializzando in belle bionde?"

"L'ultima che hai visto era una povera larva", dissi io. Perché

quella ragazza era diventata molto carina. Prendeva lezioni di musica

e amava il suo lavoro.

Tornò un'altra volta da me, dopo qualche mese, e mi disse: "Dottor

Erickson, voglio ubriacarmi e voglio sapere come si fa".

"Il modo migliore di ubriacarsi", risposi, "è quello di promettermi

che non userai il telefono, che chiuderai a chiave la porta di casa e

non l'aprirai assolutamente, e che resterai in casa. Comprati una bot-

tiglia di vino e bevitela con gusto, sorso dopo sorso, finché non te

la sei bevuta tutta".

Venne da me nei giorni successivi e mi disse: "Sono contenta che

lei mi abbia fatto promettere di non usare il telefono, perché volevo

chiamare i miei amici e invitarli a venire a ubriacarsi con me. E sa-

rebbe stato terribile. E volevo andare giù in strada a cantare. Ma le

avevo promesso che avrei chiuso a chiave la porta e non l'avrei asso-

lutamente aperta. Sono così contenta che mi abbia fatto fare quelle

promesse. Sa, ubriacarsi è stato un divertimento, ma il mattino dopo

avevo una brutta emicrania. Non credo di volermi ubriacare un'altra

volta".

"Per la gioia di ubriacarsi si deve pagare il conto, ed è l'emicrania,


una conseguenza della sbornia. Ma tu sei libera di avere tutte le emi-

cranie di questo tipo che vuoi".

"Non voglio più emicranie di questo tipo", disse lei.

Più tardi, si sposò. Ora ho perso le sue tracce.

Penso che è molto importante prendere seriamente il paziente, e

andare incontro ai suoi desideri. Non esercitare giudizi freddi, duri.

E riconoscere che le persone hanno bisogno d'imparare, e che voi non

siete davvero in grado di insegnare loro tutte le cose di cui hanno

bisogno. Riconoscere che possono imparare moltissimo da sole, come

certamente fece quella ragazza. E di solito sono meravigliosamente

educate quando sono in trance.

Portateli a infrangere le proibizioni! Questa è una delle principali re-

gole di Erickson nel trattamento di molti tipi di complessi sintomatici,


96 Come superare i limiti abituali

tra i quali, naturalmente, vanno annoverati le fobie e gli stati di inibi-

zione. Nel narrare questo racconto, Erickson è attento a sottolineare

per prima cosa i segni di limitazione, di rigidità, gli atteggiamenti

'ristretti'. Poi, utilizzando le convinzioni della stessa paziente, si accinge

a portarla a infrangere le proibizioni.

Qui Erickson presenta la situazione di una giovane donna che è estre-

mamente limitata. Le sue limitazioni sono viste come provenienti dai

rigidi insegnamenti della sua chiesa e della sua famiglia. Naturalmente,

potevano provenire altrettanto facilmente dalle sue costrizioni interne.

Il metodo principale per aiutarla a infrangere le sue proibizioni, per

ampliare la sua esperienza del mondo, e per far crescere la sua capacità

di vivere in modo indipendente e autosufficiente, è quello di indurla

a mettersi in nuove situazioni. In queste nuove situazioni la donna

apprende, per esperienza propria, non dalle parole degli altri, quali

sono effettivamente le sue limitazioni. Apprende anche qualcosa su

come trattare certi alimenti, come il riso.

Naturalmente Erickson, in modo che gli è tipico, quando parla della

crescita del riso e dei fagioli sta seminando concetti universali ri-

guardanti la crescita. In realtà, tutto il racconto può essere visto come

la narrazione della crescita di una personalità costretta in una molto

più espansa. Le sue entrate si accrescono dai 100 ai 270 dollari, al

mese. La sua personalità sboccia, e il suo aspetto lo testimonia, cosic-

ché si tramuta da una 'povera larva' in una 1bella bionda'. E la pa-

ziente scopre effettivamente i propri limiti, tramite l'esperienza. Per

esempio, impara dall'esperienza del mal di testa. Alla fine, Erickson

dà un suggerimento su come portare le persone a fare delle cose che

esse, di solito non penserebbero mai di fare. "Di solito sono meravi-

gliosamente educate quando sono in trance", spiega.


Con questo suo porre l'accento sugli impulsi e sulle sensazioni, nei

confronti dell'intelletto e dei concetti, Erickson sta solo provando a

correggere lo squilibrio presente nella maggior parte delle persone.

Come mi disse una volta, "In un bambino il corpo cerca di stare al

passo coi piedi. In un adulto, sono i piedi che cercano di stare al

passo col corpo (e con la testa)".

Calare, aumentare, calare

Una donna venne da me e mi disse: "Peso 80 chili. Ho fatto con

successo centinaia di diete seguendo prescrizioni mediche. E voglio

pesare 60 chili. Ogni volta che arrivo a 60 chili, mi precipito in

cucina per festeggiare il successo. E rovino tutto,, immediatamente.


Come superare i limiti abituali 97

Ora peso 80 chili. Può utilizzare l'ipnosi per aiutarmi a scendere a

60? È la centesima volta che peso di nuovo 80 chili".

Le dissi che sì, potevo aiutarla a scendere di peso per mezzo del-

l'ipnosi, ma che quello che avrei fatto non le sarebbe piaciuto.

Disse che voleva pesare 60 chili e che non le importava quello

che facevo.

Le dissi che sarebbe stato piuttosto spiacevole.

"Farò tutto quello che dirà", disse.

"Va bene", dissi io. "Voglio la promessa solenne che seguirà esat-

tamente i miei consigli".

Mi fece molto prontamente questa promessa, e io la feci entrare

in trance. Le spiegai ancora una volta che il mio metodo non sarebbe

stato di suo gradimento, e le chiesi se mi prometteva in modo asso-

luto di seguire i miei suggerimenti. Me lo promise.

Allora le dissi: "Che mi ascoltino sia il suo inconscio che il conscio.

Ecco come faremo. Il suo peso attuale è di 80 chili. Voglio che lei

acquisti dieci chili, e quando peserà 90 chili, sulla mia bilancia, po-

trà iniziare a calare".

Mi supplicò letteralmente, in ginocchio, di liberarla dalla sua pro-

messa. E a ogni etto che aumentava, insisteva sempre più perché

la autorizzassi a iniziare a calare. Quando arrivò a 86 chili, era note-

volmente angosciata. Quando arrivò a 88, supplicò e implorò di es-

sere liberata dalla sua promessa. A 89 disse che era abbastanza vicina

ai 90, ma io insistetti per i 90 chili.

Quando raggiunse i 90 chili, era felicissima di poter iniziare a

calare. E quando arrivò a 60, disse: "Non aumenterò mai più".

Il suo modello era stato calare e aumentare. Io ribaltai il modello,

e la feci aumentare e calare. Fu molto contenta del risultato finale,


e mantenne sempre quel peso. Non intendeva mai più soffrire la

terribile agonia di aumentare di dieci chili.

Per questa paziente, l'aumento di peso non è più né una ribellione,

né l'espressione di qualcosa che lei vuole fare. È invece diventato

qualcosa che è costretta a fare. Di conseguenza, proprio come prima

si irritava a dover perdere del peso, adesso si irrita a doverne acquistare.

Nel racconto "Peccato", Erickson ci fa vedere come talvolta è

necessario aiutare il paziente a 'infrangere' certe proibizioni. Qui ci

mostra che spesso è utile portare il paziente a mutare il proprio mo-

dello di comportamento. In questo caso, ha semplicemente fatto in

modo che la donna invertisse il proprio modello di perdita e acquisto

di peso. Una volta fatto questo, la donna non poteva più vivere ri-

petutamente l'intera sequenza, come aveva fatto per tutta la vita. A


98 Come superare i limiti abituali

quanto pare, aveva imparato che poteva sì tollerare un aumento di

peso, ma solo fino al limite degli 80 chili. Riscontriamo una cosa del

genere in molti pazienti di questo tipo. Hanno un certo livello di tol-

leranza, arrivati al quale sentono urgentemente il bisogno di calare

di peso. Erickson riuscì a rendere intollerabile questo livello di tolle-

ranza, facendoglielo oltrepassare.

Questo metodo di ribaltare i modi di guardare alle cose, o di

guardare le cose al contrario, era uno dei preferiti da Erickson per

cambiare gli atteggiamenti mentali. Gli piaceva mostrare ai pazienti

un libro intitolato Topsys & Turvys (Sottosopra), di Peter Newell,

nel quale racconti e illustrazioni cambiano di significato quando il

libro è rigirato sottosopra.

Uno splendido modo di far dieta

C'era un'altra ragazza che era al di sopra del peso normale, e in

misura notevole. Le feci notare: "Lei pesa troppo, e ha fatto diete

su diete, e non è servito a niente. E lei mi dice che è in grado di

stare a dieta per una settimana, o due settimane, o persino tre set-

timane, e poi getta la spugna e si rimpinza. Al che si dispera e si

rimpinza ancora di più.

"Bene, le darò una prescrizione medica. Continui la dieta che le

ha dato il medico nel passato. La continui per due settimane, o anche

tre settimane, se ci riesce. E poi, l'ultima domenica della terza set-

timana, si rimpinzi in modo infernale, perché gliel'ha prescritto il

medico. Non è possibile che si rimpinzi tanto da annullare tutto quello

che ha perso in tre settimane. E si può rimpinzare senza senso di

colpa, perché questa di rimpinzarsi tutta la giornata di domenica è

una prescrizione medica. E il lunedì seguente, torni a dieta. La con-


tinui per tre settimane, se ci riesce, e poi si faccia un'altra grande

scorpacciata senza senso di colpa".

Nell'ultima sua lettera mi dice che ci deve pur essere un modo

migliore di far dieta, piuttosto che mettere da parte un po' di fame

ogni giorno per tre settimane. Dice che vuole avere fame ogni giorno;

vuole gustare il cibo, e vuole gustarne ogni giorno la giusta quantità.

I giorni di grande scorpacciata le diedero la forza di stare a dieta per

quelle tre settimane.

Questo metodo rientra nella categoria della 'prescrizione del sin-

tomo'. Erickson disse alla paziente di fare esattamente quello che


Come superare i limiti abituali 99

faceva già, e cioè stare a dieta per tre settimane 'quando ci riusciva',

e poi rimpinzarsi. Tutto quello che cambiò fu il lasso di tempo da

dedicare alla scorpacciata. Se un modello può essere cambiato, anche

di poco, c'è la possibilità di ulteriori cambiamenti. Come abbiamo

visto molte volte, questo è uno dei metodi base utilizzati da Erickson

nella terapia: dare il via a un piccolo cambiamento.

Giro turistico

Una donna disse che voleva che facessi qualcosa per il suo peso.

Le guardai le unghie. Aveva unghie rosse e lunghe, finte. Quel tipo

di unghie finte che si vedono pubblicizzate sulle riviste. Ve le appic-

cicate, e quelle rimangono attaccate. Quella massa di grasso e quelle

unghie rosse!

"Io posso aiutarla", dissi, "ma lei dovrà cooperare. Dovrà scalare

lo Squaw Peak".

"All'alba?", chiese lei.

"Proprio così", feci io.

"Sì, ma mi piacerebbe portare qualcuno", disse.

"Lei prima si è lamentata del fatto che suo figlio di sedici anni

ha una quarantina di chili di troppo", dissi. "Lo porti con sé per

farle compagnia. E sia un bell'esempio per lui".

La volta successiva che la vidi, disse: "Sa, non credo proprio di

voler perdere peso, e so che neanche mio figlio lo vuole. Le dispiace

se la smetto di ingannare me stessa?".

"Per nulla", risposi.

Un'altra donna mi telefonò e mi disse: "Mi vergogno a venire da

lei. Sono due anni che trascuro mio marito, la mia famiglia, i miei

bambini. Mi sedevo in cucina e mangiavo tutto ciò di cui potevo


mettere sopra le mani. Mio marito porta i bambini a scuola e li va

a prendere. È lui che fa tutte le spese, io cucino e mangio. Sono molto

al di sopra del peso normale. Non voglio neanche che lei mi veda".

"Lei vuole perdere peso", dissi. "Sono due anni che trascura i

suoi bambini e suo marito. In questo caso, perché non ritira i bam-

bini dalla scuola? Tanto non perderanno niente. Le entrate di suo

marito sono sufficienti perché lei possa avere una macchina tutta per

sé. Ritiri i bambini dalla scuola, li metta nella giardinetta e andate

a visitare tutta l'Arizona, il Nuovo Messico, lo Utah, la California, e

ogni altro luogo in cui si raccoglie il cotone che riuscite a ricordare.

E faccia leggere degli opuscoli ai bambini, opuscoli con notizie storiche


100 Come superare i limiti abituali

e geografiche, dei luoghi che visiterete. Fermatevi in motel dove lei

non possa occuparsi della cucina. Sarà troppo occupata a badare ai

bambini che mangiano. Con le entrate attuali di suo marito, lui può

raggiungervi ogni fine settimana. Tutta la famiglia può davvero go-

dersi un anno di vacanza".

Un anno dopo mi telefonò e mi disse: "Sono tornata al peso nor-

male. Provo interesse per i miei bambini. Amo mio marito, e voglio

tornare alle mie mansioni casalinghe. Devo fare altri giri turistici?".

"No, sino a che non acquista peso", risposi.

"Non si preoccupi, dottore", disse. "Ne ho avuto a sazietà. Ora

desidero guardare crescere i miei figli e voglio badare alla mia casa.

I motel sono una cosa insopportabile. Ai bambini piacevano, ma io

ho il diritto di stare a casa. Ho intenzione di difendere questo diritto".

Non ebbi mai nessun onorario da lei, né la vidi mai. Ma la terapia

funzionò per tutta la famiglia, senza nemmeno vederli. Quando toc-

cate il punto vitale del vostro paziente, o il paziente risponderà e

migliorerà, o non risponderà.

Abbiamo appena visto tre modi diversi in cui Erickson affrontava

i problemi di peso eccessivo. In ciascun caso, aveva individuato una

zona diversa sulla quale focalizzare la sua attenzione e quella del pa-

ziente. Naturalmente, in tutti e tre i casi portati a buon fine, l'ele-

mento motivazione era importante, ed Erickson lo aveva stabilito sin

dal principio. Nel caso della donna che non era motivata, anche que-

sto fu facilmente stabilito, quando lei non seguì la semplice suggestione

di salire sullo Squaw Teak. Erickson aveva già capito che era pigra

e indulgente con se stessa, quando aveva visto il suo modo generale

di comportarsi, e le sue ostentate unghie artificiali.

Nei due prossimi racconti l'elemento motivazione è parimenti di


importanza centrale.

Il vostro alcolizzato deve essere sincero

Un uomo ricchissimo venne da me e mi disse: "Sono un alcolizzato.

Voglio smettere".

"Bene", dissi, "ci sono alcune cose che vorrei sapere su di lei. Lei

è sposato?".

"Sì", disse, "molto sposato".

"Come sarebbe a dire 'molto sposato'?".

"Beh, noi possediamo una casetta per l'estate, a dieci miglia dal-
Come superare i limiti abituali 101

l!ultimo luogo abitato. È un posto bellissimo. Potrei permettermi di

sistemarlo proprio benissimo. Mia moglie e io spesso passiamo lì

due o tre settimane. Possiamo pescare le trote in un torrente met-

tendo le canne fuori dalla finestra della camera da letto. Non c'è il

telefono. Siamo a dieci miglia dalla civiltà. È arredata meravigliosa-

mente. Qualsiasi tipo di cibo e di bevanda alcolica che si può com-

prare, là c'è. E ogni estate, mia moglie è io passiamo due, circa due

o tre settimane lì, nudi, godendoci veramente la vita".

"Bene", dissi, "sarà molto facile per lei smettere di essere un alco-

lizzato. Faccia andare sua moglie in macchina su alla casetta, le faccia

raccogliere tutte le bevande alcoliche, e gliele faccia mettere in mac-

china. Metta in macchina anche i vestiti. Tolga qualsiasi altro indu-

mento che si trova lì e li riporti a Phoenix.

Può trovare un amico che la accompagni lì la sera, e può dare

tutti i vestiti all'amico, da portare via. E voi due potete passare due,

tre meravigliose settimane, vivendo di trote, e liberi dall'alcol. So

che lei non farebbe dieci miglia a piedi nel deserto per trovare una

bottiglia di alcol".

"Dottore, ho paura di essermi sbagliato sul fatto di voler smettere

di bere", disse.

Però quello sarebbe stato il modo perfetto per smettere. E il vo-

stro alcolizzato deve essere sincero.

Utilizzando la frase "il vostro alcolizzato", Erickson sottolinea la

sua convinzione che il terapeuta, una volta accettato un paziente, si

assume una grossa fetta di responsabilità per quanto riguarda il suo

miglioramento. Se voi, in quanto terapeuti, accettate un alcolizzato

come paziente, diventa "il vostro alcolizzato". Poiché l'uomo del rac-

conto rifiutò di seguire la prescrizione di Erickson, egli non venne


accettato come paziente, e rimase "il proprio alcolizzato".

Un divorzio amichevole

Questo è un caso in cui vidi il marito per una sola volta. E questo

perché mi ammalai e non potei vedere nessuno per due mesi.

Un marito venne da me e mi disse: "Sono figlio unico. Mio padre

è ministro d'una Chiesa cristiana d'idee molto ristrette. Sono stato

portato a pensare che il fumo è peccato, che andare al cinema è pec-

cato. In realtà, sono stato allevato nell'idea del peccato. Lei può farci

molto poco. Alla facoltà di medicina sono stato molto attento a non
102 Come superare i limiti abituali

commettere peccati. Ho incontrato la figlia unica di un altro ministro

della mia stessa confessione, che è stata cresciuta allo stesso modo

in cui sono stato cresciuto io. Ci siamo innamorati. I nostri genitori

erano contentissimi, e organizzarono un meraviglioso matrimonio per

noi. Hanno voluto per forza pagarci la luna di miele nello stesso

albergo nel quale una schiera di parenti aveva passato la propria luna

di miele. Era a 142 miglia da dove vivevamo.

In Indiana era pieno inverno, e la temperatura era al di sotto

dello zero. Facemmo una cena e un bel ricevimento. Poi, verso le

dieci, le undici, mia moglie e io ci mettemmo in macchina e ci diri-

gemmo all'albergo, a 142 miglia di distanza. Non avevamo fatto due

miglia che il riscaldamento della macchina si guastò, e quando arri-

vammo all'albergo, a 142 miglia di distanza, io ero praticamente con-

gelato. Eravamo avviliti e stanchi. La macchina si era guastata e non

sapevo se sarei stato in grado di ripararla. Avevo pure dovuto cam-

biare una gomma.

Quando arrivammo l', salimmo alla nostra stanza e io apersi la

porta. Restammo a guardarci l'un l'altro.

Sapevamo entrambi cosa dovevamo fare, ma eravamo così stanchi,

così avviliti, così infreddoliti. Mia moglie risolse la cosa. Prese la

sua valigia, accese la luce del bagno e spense quella della stanza prin-

cipale. Si spogliò nel bagno, spense la luce e venne fuori in pigiama.

Cercò nel buio il letto e vi si infilò dentro.

Così io presi la mia valigia, andai in bagno, accesi la luce, mi

misi il pigiama, rispensi la luce, e poi cercai nel buio l'altra parte

del letto. E restammo lì distesi. Sapevamo quello che dovevamo fare,

ma non riuscivamo a immaginare nient'altro se non come superare

il freddo, l'avvilimento e la stanchezza.


Restammo lì distesi tutta la notte, cercando di dormire un po',

e cercando di deciderci.

Alla fine, alle undici di mattina, radunammo abbastanza coraggio

da consumare il matrimonio, e a nessuno di noi due piacque. Nel

primo rapporto lei rimase incinta. Da allora abbiamo cercato di in-

segnarci reciprocamente a fare l'amore, ma è troppo tardi. Ne abbiamo

parlato a lungo, e appena nascerà il bambino, il mese prossimo, dopo

il controllo della sesta settimana, intendiamo fare un amichevole di-

vorzio. Non voglio essere nel divorzio altrettanto stupido di quanto

sia stato nel matrimonio. A entrambi dispiace come è andato a finire

il matrimonio. Lascerò a lei il bambino, e le darò gli alimenti. Se ne

torneranno a casa; e io non so dove andrò".

"Va bene", dissi. "Questo è un matrimonio molto infelice, e voi

non siete riusciti ad accomodarlo. È anche complicato da una gravi-


Come superare i limiti abituali 103

danza. Io vi suggerisco di fare un divorzio amichevole. Ora mi faccia

spiegare come lo potete ottenere.

Vada a Detroit", gli dissi, "e prenoti una saletta da pranzo pri-

vata e una stanza in un albergo. Prenda una baby-sitter per badare

al bambino dopo che sua moglie avrà fatto il controllo delle sei set-

timane. Spieghi a sua moglie che è ora di sistemare le cose per fare

un divorzio amichevole, e che sarebbe bene ci sia una amichevole

separazione. La porti all'Hotel Statler, non mi interessa quanto costa.

Prendetevi una saletta riservata e fate una bellissima cena, con le

candele e, questa è una prescrizione medica, una bottiglia di cham-

pagne. E vi dividerete e berrete questo champagne.

Dopo che avrete terminata la cena, non dovrebbero essere più

delle dieci, vada alla reception e si faccia dare la chiave della sua

stanza. Il fattorino vi ci accompagnerà. Quando arrivate al vostro

piano, metta in mano al fattorino un biglietto da cinque dollari, e

gli dica di sparire. Lui capirà cosa vuole dire. Quindi, arrivati alla

vostra stanza, prenda in braccio la sua sposa, la porti oltre la soglia,

chiuda a chiave la porta con lei sempre tra le braccia, entri e la de-

positi seduta su un lato del letto. Poi le dica: 'Voglio darti un ultimo

bacio d'addio'. La baci dolcemente e faccia notare: 'Quel bacio è

stato per te, adesso diamocene uno per me'. Le poggi la mano sul

ginocchio, prolunghi un po' il bacio, faccia scivolare la mano e le

tolga una scarpa. Poi le dica: 'Diamoci un altro bacio per tutti e due..

Le infili la mano sotto al vestito, la faccia scivolare, e le tolga l'altra

scarpa. A quel punto, fra lo champagne e le ghiandole endocrine sue

e quelle di lei, le cose cominceranno ad andare. Le tiri giù la cerniera

lampo del corpetto e la baci di nuovo. Le tolga una calza, la baci di

nuovo".
Gli fornii il quadro completo di come doveva fare a sedurre sua

moglie. Prima dell'estate mi ero ristabilito dalla mia malattia, ed

entrambi erano scomparsi. Alcuni anni dopo, tenevo una conferenza

alla Emory University. Un giovanotto mi disse: "Ci piacerebbe molto

averla a cena con noi".

"Mi dispiace", dissi, "il mio biglietto d'aereo non lo permette".

"Lei sarà molto dispiaciuta", disse.

Mi chiesi perché mai una strana famiglia doveva essere dispiaciuta.

"Sembra che lei non mi riconosca", continuò.

"È vero, non la riconosco", dissi.

"Lei ricorda senza dubbio una cena che raccomandò di fare a mia

moglie e a me all'Hotel Statler di Detroit".

"Sì, certo", dissi io.

"Adesso abbiamo due bambini, e il terzo è in arrivo", disse.


104 Come superare i limiti abituali

Quando la gente viene da voi dicendo di volere un divorzio, forse

non lo vuole veramente.

La coppia di questo racconto è simile, per molti versi, alla giovane

donna di "Peccato". A causa della rigida, costrittiva educazione rice-

vuta, hanno bisogno di una guida direttiva molto chiara, per superare

i limiti che hanno appreso. Sono anche abbastanza rispettosi dell'au-

torità, tanto da seguire un approccio così direttivo. Tuttavia ci potrem-

mo chiedere: "Ma perché Erickson ci narra questo racconto? Noi

siamo certo abbastanza smaliziati da sapere come sedurre una donna...

C'è forse nel racconto un qualche messaggio nascosto?".

Certo che c'è. Ci sono molti messaggi. Il più evidente è che, ancora

una volta, la miglior cosa da fare per mettere qualcuno in grado di

cambiare le sue risposte, è dirgli di fare quello che già sta facendo,

oppure, come in questo caso, ha intenzione di fare. A questo punto

si inserisce qualche differenza, come un cambiamento di scena o

di atmosfera. Non dovete esitare a dare direttive o fornire informa-

zioni. (Se voi siete il soggetto attivo, ricevete informazioni rilevanti).

Il punto principale di questo racconto è la convinzione di Erickson

che tutti abbiamo dentro di noi le capacità e le risorse per risolvere

problemi e controversie. Talvolta tutto ciò di cui abbiamo bisogno è

lo stimolo fornito da un piccolo cambiamento.

Date alla palla la spinta iniziale

Una ragazzina di dodici anni non è una bambina. Ne ebbi una

sulla quale applicai una tecnica del tutto infantile. Mi chiamò al

telefono e mi disse: "Ho avuto una paralisi infantile, e ho dimenti-

cato come muovere le braccia. Può ipnotizzarmi e insegnarmelo?".

Dissi a sua madre di portarla da me, e sua madre me la portò.


Diedi un'occhiata alla ragazza. Per essere una ragazza di dodici anni,

aveva un petto molto ben sviluppato, eccettuato il fatto che la mam-

mella destra si trovava sotto il braccio. Dissi alla madre di spogliare

la ragazza fino alla vita, e osservai tutto il torace, per vedere dov'erano

i muscoli.

Le dissi che tre volte al giorno doveva mettersi davanti a uno

specchio, nuda sino alla vita, e farsi le boccacce.

Provate un po' a tirare in giù entrambi gli angoli della bocca.

Adesso fatelo ancora, e notate come la pelle del petto si muove.

Io posso farlo solo da una parte del viso.


Come superare i limiti abituali 105

Le dissi anche di mettersi davanti allo specchio tre volte al giorno,

per venti minuti, e tirare giù gli angoli della bocca. In altre parole,

doveva contrarre il muscolo platisma.

E lei mi chiese: 'Devo per forza mettermi davanti a uno specchio?'.

"Dove ti vorresti mettere?", le chiesi.

"Mi piacerebbe immaginare un programma televisivo", disse.

E così si mise a immaginare un programma immaginario, su un

televisore immaginario. E cominciò a esercitare il muscolo platisma,

e si divertiva a guardare l'immaginario programma televisivo mentre

faceva le boccacce.

Ora, quando si comincia a far muovere un muscolo, il movimento

tende a diffondersi a tutti i muscoli. Provate a muovere solo un dito.

Il movimento comincia a diffondersi, senza che lo vogliate. Le sue

braccia cominciarono a muoversi.

Orbene, la mammella destra si spostò da sotto il braccio, portandosi

su un lato del petto. Ora lei è un'avvocatessa, esercita la professione.

I commenti di Erickson riguardo a questo caso, sono sufficientemente

chiarificatori. Anche qui dà il via a un piccolo cambiamento, in ap-

parenza del tutto periferico rispetto al problema principale, l'incapa-

cità di muovere le braccia. Erickson utilizza semplicemente in modo

indiretto le sue conoscenze di anatomia, facendo contrarre alla paziente

i muscoli del petto, i quali naturalmente sono collegati alle braccia

(specialmente il grande pettorale). Perché non disse semplicemente

alla ragazza di esercitare i muscoli delle braccia? Perché sapeva che

in lei c'erano troppe resistenze, che avrebbero reso inutile un approc-

cio così diretto. Ma come avrebbe potuto resistere a un approccio tanto

indiretto?
Claustrofobia

Un'altra paziente soffriva di claustrofobia. Non riusciva a soppor-

tare di stare chiusa in una piccola stanza. Quand'era bambina, sua

madre le aveva inflitto una punizione facendola entrare nello sgabuz-

zino della cantina, chiudendo la porta, e poi, producendo un rumore

coi tacchi sull'asfalto come se si stesse allontanando, la lasciò lì. Aveva

fatto sbattere i tacchi sul marciapiede, facendo credere alla ragazza

che se ne stava andando lontano, molto lontano.

Così la ragazza crebbe con una totale fobia per le stanze di piccole

dimensioni. Le chiesi perciò di sedersi nell'armadio del mio studio.

"Lo farò solo se la porta rimane spalancata", disse.


106 Come superare i limiti abituali

"Supponga che la porta, invece di essere completamente spalan-

cata", dissi io, "sia tutta spalancata meno un millimetro".

Fu d'accordo. Stette nell'armadio con la porta completamente spa-

lancata meno un millimetro. E poi aumentammo fino a due milli-

metri, a tre millimetri, a un centimetro, un centimetro e mezzo, tre

centimetri. Di quanto doveva essere aperta quella porta?

Così si mise nell'armadio e lentamente chiuse la porta. Attesi per

vedere quando le veniva il panico. Scoperse di essere a suo agio

anche quando la porta era aperta solo per un centimetro e mezzo,

e lei teneva la mano sulla maniglia. Alla fine la chiuse, e scoperse di

poter vivere e respirare in quell'armadio con la porta chiusa, purché

tenesse la maniglia in mano.

Allora suggerii che avrebbe potuto provare a guardare attraverso

il buco della serratura. Dato che poteva vedere fuori attraverso il buco,

non aveva più bisogno di aggrapparsi alla maniglia.

La claustrofobia è una sindrome che esprime in modo concreto le

limitazioni che una persona ha contratto. Ci sono molte teorie sulle

sue cause, come di molte altre fobie, ma Erickson non se n'è interes-

sato. Si è preoccupato di aiutare la paziente a eliminare la soffocante

sensazione di costrizione, a superare i limiti impostile dalla fobia.

Erickson ci sta dicendo di affrontare i problemi un passetto alla

volta: prima immaginate di farlo, poi, gradualmente, chiudete una

porta. Poi fate lo stesso con un'altra porta, con una finestra...

Le stelle sono il limite

Un inverno, venne a trovarmi un professore di astronomia. Lasciò

la porta d'ingresso aperta. Lasciò la porta del mio studio aperta, e

aprì le altre due porte che si trovano nel mio studio.


Tirò le tende di una finestra. Tirò su la persiana, tirò via la ten-

dina, e aperse la finestra.

"Sono stato incaricato dal Governo di fotografare l'eclissi totale

di sole che avverrà in Borneo, e soffro di claustrofobia", mi disse.

"Per andare in Borneo dovrò volare, e andare in treno. Mi toccherà

viaggiare in nave, in macchina, dovrò essere in grado di lavorare in

una camera oscura. Mi può dare una mano? Ho due mesi di tempo,

prima di partire".

Così gli feci immaginare che una delle porte era chiusa, anche se

in realtà era del tutto spalancata. Alla fine riuscì a immaginarlo mentre
Come superare i limiti abituali 107

era sotto ipnosi. Allora gli feci immaginare che l'altra porta era chiusa,

che la finestra era chiusa, e che la porta d'ingresso era chiusa.

Andò in Borneo, a fotografare l'eclissi totale di sole.

Dopo che era riuscito, in stato di trance, a immaginare che la porta

era chiusa, io la chiusi effettivamente, un pochino alla volta, sino a

che alla fine non fu chiusa. Una per una, chiusi tutte le porte, dopo

avergli fatto immaginare che erano chiuse. E tutto cominciò col fargli

prima immaginare che la porta era chiusa. Avevo detto che quella

porta aperta era una crepa nel muro. Avevo detto: "Adesso chiudiamo

quella crepa, un pezzetto alla volta, e facciamo tornare il muro tutto

intero".

Se soffriste di claustrofobia, vorreste certamente che le finestre

fossero aperte, e che le porte fossero aperte. Io vi metterei in trance

e, al loro posto, vi farei vedere una larga crepa. E per quanto grave

possa essere la vostra claustrofobia, riuscireste a sopportare di restare

seduti in quel divano con tutte le finestre aperte e la porta aperta.

E quando io altero l'immagine mentale che voi avete, vi metterete in

relazione alla cosa, allo stesso modo in cui fate col muro che è alle

vostre spalle.

E questo è il vantaggio dell'ipnosi. Voi potete far sì che una per-

sona in stato di trance immagini effettivamente che una data porta

sia veramente una crepa nel muro. E avrà un muro alle sue spalle.

Ora, porte e finestre vanno aperte. Quando si tramutano in crepe nel

muro, chiudete lentamente queste crepe.

Dopo essere stato in Borneo e aver fotografato l'eclissi, quest'uomo

entrò nella sua camera oscura e sviluppò le foto. Perché voleva dispe-

ratamente vedere la terra del Borneo, o quello che era.

L'inverno seguente sua moglie venne da me e mi disse: "Grazie


a Dio quest'inverno non mi toccherà più dormire con tutte le porte

e le finestre aperte".

Anche in questo caso di claustrofobia, Erickson aiuta il paziente a

tollerare gradualmente una sempre maggiore 'chiusura'. Mentre nel

primo caso la desensibilizzazione era compiuta nella realtà, nel caso

del professore di astronomia era operata in fantasia. Poi l'esperienza

sperimentata in fantasia venne confermata, quando Erickson chiuse

effettivamente le porte. Erickson non solo chiude porte reali, dopo

averle prima lasciate aperte, ma produce anche, per mezzo della sug-

gestione ipnotica, una 'larga crepa' in un muro continuo. Dimostra

di poter avere il controllo delle sensazioni fobiche del paziente, non-

ché delle sue percezioni, producendo e cancellando tali allucinazioni

visive. Egli lega l'allucinazione di una grande crepa alla sensazione


108 Come superare i limiti abituali

di apertura, associata al fatto che "riuscireste a sopportare di restare

seduti in quel divano con tutte le finestre aperte e la porta aperta".

Successivamente, quando altera l'immagine mentale, può suggerire che

la sensazione di sicurezza e agio rimarranno, anche dopo che la 'grande

crepa' è stata eliminata.

Sangue sui tasti

Un medico aveva due figli maschi e una femmina. Decise che il più

grande, Henry, doveva diventare medico. La madre decise che questo

figlio doveva diventare un pianista. Per quattro ore al giorno gli faceva

fare esercizi al pianoforte. Il padre non ci vedeva niente di male. Henry

imparò ben presto che doveva mettere nel sacco sua madre in qualche

modo. Così, si mordeva le unghie fino alla carne viva, e quando suo-

nava il piano lasciava tracce di sangue su tutta la tastiera. Ma sua

madre era insensibile e lo obbligava a suonare lo stesso. Lui si morse

ancora le unghie, ma per quanto sanguinasse sempre più, questo non

bastava a interferire coi suoi esercizi. Continuò a mangiarsi le unghie.

Non gli era permesso di andare a scuola se non suonava il piano per

quattro ore al giorno. E lui voleva andare a scuola. Più tardi volle

andare alla scuola media. Cosicché doveva fare esercizi quattro ore al

giorno. Più tardi, quando volle andare al liceo, dovette fare esercizi

quattro ore al giorno, per averne il permesso.

Dopo il liceo, il padre di Henry volle che andasse alla facoltà di

medicina, e Henry non voleva. Riuscì a farsi sbattere fuori dalla facoltà

di medicina. Il padre era un buon politico e riuscì a farlo ammettere

a un'altra facoltà di medicina. Lui si fece buttare fuori anche da quella.

Ma a quest'ora Henry sapeva quello che voleva. Voleva studiare scienze

politiche, così truffò in modo deliberato, truffò in modo aperto, sfac-


ciato, e fu radiato da tutte le facoltà di medicina. Suo padre lo portò

da me e mi disse: "Lo ipnotizzi e gli faccia smettere di mordersi le

unghie".

Henry, che allora aveva ventisei anni, mi disse: "Io voglio studiare

scienze politiche, ma mio padre mi ha lasciato senza fondi".

Henry lavorava presso un impresario di pompe funebri. Odiava quel

lavoro. Guidava un carro funebre. E io dissi al padre: "Mi occuperò

io di suo figlio. Ho i miei sistemi di far terapia".

"Non mi interessa il suo sistema di far terapia, purché faccia in

modo che a Henry ricrescano le unghie", disse il padre. "Non posso

in alcun modo far entrare mio figlio in una facoltà di medicina, finché

ha quelle orribili dita".


Come superare i limiti abituali 109

"Cosa pensi di questa tua abitudine?", chiesi a Henry.

"È un modello di comportamento interiorizzato", rispose. "Non

posso fare a meno di mangiarmi le unghie. Sono costretto a farlo du-

rante il sonno. Non ho nessun desiderio di avere unghie simili. Sono

orrende! Non mi piacerebbe che una bella ragazza mi guardasse le

mani".

"Bene, Henry", dissi io, "tu disponi di dieci dita. Orbene, io sono

assolutamente certo che nove dita ti possono dare tutta la quantità

di unghie di cui hai bisogno, per cui ti puoi far crescere una lunga

unghia su un qualsiasi dito, mentre ti nutrì delle altre nove".

"Va bene", disse Henry.

"In realtà", continuai, "potresti anche far crescere delle lunghe un-

ghie su due dita, e le altre otto potrebbero darti tutta la quantità di

unghie che desideri".

"Vedo esattamente dove vuole arrivare", disse Henry. "Finirà col

dirmi che che un solo dito è tutto ciò di cui ho bisogno per nutrirmi,

e che posso farmi crescere le unghie su nove dita. E, dannazione, sono

intrappolato nella sua logica!". Non gli ci volle molto, per farsi cre-

scere le unghie sulle dieci dita.

Poi gli dissi: "Henry, tuo padre non ti sostiene economicamente.

Tu lavori, e suoni il piano quattro ore al giorno".

"Mi piace la musica, ma odio il piano", disse. "Mi piace veramente

la musica".

"Il piano non è il solo strumento che esista", dissi io. "Tu hai fatto

ormai ventidue anni di esperienza suonando sulla tastiera di uno stru-

mento".

"Mi procurerò un organo elettronico", disse Henry.

E suonava l'organo elettronico in modo tanto perfetto, che era molto


richiesto per matrimoni e feste. E continuò a suonare l'organo elettro-

nico per tutto il tempo che frequentò la facoltà di legge. Suo padre

era furioso con me!

Il secondo figlio, in base a quanto aveva deciso il padre, doveva

diventare ministro della Chiesa Episcopale. Questo figlio si era sposato

con una donna ebrea. E lavorava in un salone di autoccasioni. Era un

ubriacone, uno che vendeva macchine di seconda mano, ed era sposato

con una donna ebrea!

Anche la figlia aveva le sue istruzioni. Doveva diventare grande e

diventare un'infermiera. E la figlia scappò di casa a sedici anni. Se ne

andò in una delle Isole Caroline e sposò il suo innamorato adolescente.

Il fratello di Henry decise che se Henry poteva studiare Scienze

Politiche, lui e sua moglie non erano costretti a continuare a odiarsi

reciprocamente. Erano entrambi infelici, in quel matrimonio. Né lui


110 Come superare i limiti abituali

doveva per forza continuare a bere. Le chiese il divorzio. Ma i mi-

nistri della Chiesa Episcopale non possono essere divorziati. "Non po-

tete fare di me un ministro della Chiesa Episcopale", disse. "Io intendo

fare il venditore d'automobili. Mi voglio mettere nelle macchine nuove".

Ed ebbe successo in questa attività!

E così Henry, l'avvocato, e suo fratello, il venditore d'automobili,

fissarono le regole per la loro sorella, e il suo marito sedicenne. Anda-

rono a trovare i genitori di entrambi, e fissarono le regole. Suo marito

sarebbe dovuto andare all'Università, e prendere dei bei voti. Poteva

studiare qualsiasi cosa gli piacesse. E la sorella sarebbe dovuta andare

all'Università, e prendersi una laurea, e lei e suo marito avrebbero po-

tuto prendere congiuntamente le proprie decisioni.

In questo racconto è messa in luce la natura coercitiva dei genitori.

Il padre aveva l'idea fissa che suo figlio doveva fare il medico. La

madre aveva l'idea fissa che il figlio doveva diventare un pianista.

In modo tipico, il padre ordinò a Erickson "lo ipnotizzi e gli faccia

smettere di mordersi le unghie". Anche dopo che Henry era stato ra-

diato da tutte le facoltà di medicina, il padre insisteva ciecamente nel-

l'affermare che era solo il fatto di mordersi le unghie che impediva a

Henry di essere accettato in un'altra facoltà di medicina. Per molti

anni Henry aveva reagito alla coercizione dei suoi genitori con sintomi

del tipo mordersi le unghie. Naturalmente, sentiva di non essere respon-

sabile dei suoi sintomi. "Non posso fare a meno di mangiarmi le unghie".

Vediamo come Erickson trattò la cosa con lui (e con l'intera famiglia).

Erickson intervenne innanzi tutto col prendere la responsabilità sulle

proprie spalle, presentandosi come un 'buon padre'. "Mi occuperò io

di suo figlio", disse. Poi si dimostrò una guida più razionale, con la

quale il figlio potesse identificarsi, senza ostacolare le sue legittime


aspirazioni e i suoi sforzi. Servendosi di un doppio legame (dicendo

a Henry di mordere, ma di non mordere), portò Henry ad ammettere

ben presto, in terapia: "Sono intrappolato nella sua logica". Henry si

rendeva conto che se seguiva le suggestioni di Erickson, poteva sod-

disfare qualsiasi bisogno di mordersi le unghie, e contemporaneamente

lasciarsi crescere quasi tutte le unghie. In altre parole, era incorag-

giato a esprimere qualsiasi legittimo impulso, purché lo dirigesse (in

questo caso, verso l'unghia di un solo dito). Come passo successivo,

Erickson applicò questo principio alla questione di suonare il piano.

Stabilì che a Henry la musica piaceva effettivamente, e lo spronò a

esprimere e soddisfare quest'area d'interesse e godimento. Henry, tut-

tavia, scelse il proprio strumento. Una volta scoperto che poteva fare

quello che voleva fare, fu in grado di andare avanti nel determinare


Come superare i limiti abituali 111

la propria strada nella vita, e di mantenersi all'università utilizzando

il talento e l'interesse che già possedeva.

Dopo che Henry si fu liberato dalla costrittiva influenza dei suoi

genitori, ed ebbe trovato metodi di ribellione più efficaci del mordersi

le unghie, fu in grado di aiutare suo fratello ad affermare se stesso.

Poi i due fratelli unirono le loro forze per 'fissare le regole' per i loro

genitori e, in realtà, per l'intera famiglia, tra cui il giovane marito della

sorella e i di lui genitori. Furono in grado di fare ciò, perché avevano

la forza del numero e l'unione, e perché ora incarnavano valori razio-

nali, e obiettivi (sani). È interessante notare che essi non insistettero per-

ché la sorella lasciasse il marito sedicenne. Al contrario, il marito venne a

far parte del programma di miglioramento di sé che era sempre stato

un valore prioritario in famiglia e che, tra l'altro, interessava anche

Erickson.

Madre e padre credevano evidentemente nell'educazione e nel mi-

glioramento di sé. Sfortunatamente, erano stati troppo rigidi e insen-

sibili nei loro tentativi di imporre i loro valori ai figli. Alla fine, co-

munque, tutti i figli riuscirono a soddisfare la sana premura dei geni-

tori nei loro confronti. Henry divenne un libero professionista, un

avvocato, un organista, soddisfacendo in tal modo le speranze sia di

suo padre che di sua madre. Il fratello di Henry sciolse il matrimonio

misto che indubbiamente angosciava i suoi genitori, ed ebbe successo

come venditore di automobili nuove. La sorella ebbe una educazione

universitaria.

Erickson dà un esempio dell''effetto onda' descritto da Spiegel. Que-

sto effetto è riscontrabile in ciascun individuo e in tutta la famiglia.

In Henry, la guarigione del sintomo 'mordersi le unghie' portò a una

maggiore fiducia in sé, la quale a sua volta condusse a un comporta-


mento positivo: scelse 'il proprio strumento'. La liberazione di un mem-

bro della famiglia dalla coercizione irrazionale portò alla liberazione del

mèmbro successivo, e ciò portò alla liberazione del successivo ancora.

Persino i genitori, così eccessivamente ansiosi, furono indubbiamente

liberati dalla loro sproporzionata preoccupazione riguardo ai figli. Sap-

piamo bene che, in qualsiasi terapia, benché ci si concentri solo su un

dato paziente, qualsiasi cambiamento in lui interesserà e cambierà cia-

scun componente del suo 'mondo' o 'sistema'.


112 6 Ristrutturazione

Nella letteratura sulla psicoterapia troviamo molti esempi di ristrut-

turazione. Uno dei più memorabili è il resoconto che Victor Frankl

fornisce della sua vita in un campo di concentramento, nel suo libro

From Death-Camp to Existentialism. Mentre la maggior parte dei suoi

compagni persero la speranza e successivamente perirono, Frankl tenne

la mente occupata a pensare alle conferenze che avrebbe tenuto dopo

la liberazione, conferenze che avrebbero attinto alla sua esperienza nel

campo di concentramento. In questo modo ristrutturò una situazione

potenzialmente distruttiva e senza speranza; nella sua mente, la trasfor-

mò in una fonte di ricche esperienze, che avrebbe potuto utilizzare per

aiutare gli altri a superare situazioni apparentemente senza speranza,

fossero esse di tipo fisico o mentale. Naturalmente gli scettici potreb-

bero dire che questa forma di pensiero non ebbe nessun effetto sulla

sua sopravvivenza, e che la mancanza di speranza non condannava ne-

cessariamente a morte i suoi compagni di sventura. Comunque sia, in

quel momento quella forma di pensiero mantenne certamente vivo il

suo spirito e la sua mente. E può darsi che abbiano mantenuto vivo

anche il suo corpo. Anche qui, notiamo che la ristrutturazione operata

da Frankl era in sintonia col suo orientamento, generale verso la vita.

Frankl apprezzava effettivamente l'insegnamento, e aveva effettiva espe-

rienza come conferenziere, cosicché per lui era naturale utilizzare questa

esperienza come fonte di materiale per le future conferenze.

Watzlawick, Weakland e Fisch, in Change, affermano: "Ristruttu-

rare significa cambiare l'atteggiamento o punto di vista concettuale e/o

emozionale in relazione al quale una situazione viene vissuta, e porla

entro un'altra cornice, che si adatta ai 'fatti' della stessa situazione con-

creta in modo altrettanto valido, se non più valido, e che perciò muta

l'intero suo significato".


Gli Autori citano il filosofo Epitteto che afferma: "Non sono le cose

in sé a preoccuparmi, quanto piuttosto le opinioni che abbiamo sulle


Ristrutturazione 113

cose". Essi fanno notare che "la nostra esperienza del mondo è basata

sulla categorizzazione in classi degli oggetti delle nostre percezioni",

e che "una volta che un oggetto è stato concettualizzato come membro

di una data classe, è estremamente difficile concepirlo anche come ap-

partenente a un'altra classe", Con la ristrutturazione, una volta che

abbiamo percepito 'classificazioni alternative', è difficile ritornare alla

nostra precedente limitata visione della realtà.

I racconti seguenti ci danno esempi del modo in cui Erickson si

serviva della ristrutturazione.

Valorizzare il loro essere grandi

Mio figlio Robert aveva aggiunto un altro piano alla casa. La notte

precedente, lui e sua moglie si erano trasferiti al piano di sopra. Il

piccolo Douglas di cinque anni, e Becky, di due, erano terribilmente

spaventati, perché li si era dovuti lasciare al piano di sotto. Robert

venne da me. Così io gli consigliai: "Il letto di Douglas è più basso

del letto dei genitori". Robert avrebbe dovuto sottolineare che bam-

bino grande era Douglas, e mettere in relazione il suo essere grande

con la grandezza del letto matrimoniale che era stato lasciato di sotto.

E anche Becky doveva mettere in relazione il suo essere grande con

la grandezza del letto di Douglas.

Poi dissi a Robert di assicurarsi che i bambini sapessero come even-

tualmente usare il citofono tra i due piani. E dormirono magnificamente,

per quanto Douglas fosse stato molto preoccupato. Aveva persino chie-

sto se le prime notti poteva andare a dormire di sopra.

La cosa importante era concentrarsi su qualcosa che mettesse l'ac-

cento sull'io, sulla grandezza del letto, e sul fatto che lui era un bam-

bino grande.
Erickson fa leva sul desiderio di crescere che hanno tutti i bambini.

I figli di Robert vennero distolti dalla loro paura e senso di abbandono,

e vennero indirizzati a vedere se stessi diventare più grandi.

Invece di badare a quello che avevano perso - la compagnia dei

genitori - i bambini vennero indirizzati verso il futuro. A Douglas

venne detto che se guardava il letto dei genitori, sarebbe presto venuto

il suo turno di prenderne possesso. Allo stesso modo, a Becky venne

ricordato che stava diventando più grande, e ben presto avrebbe preso

possesso del letto di Douglas.


114 Ristrutturazione

Moda

Mia figlia tornò a casa dalla scuola elementare e disse: "Papà, a

scuola tutte le bambine si mangiano le unghie, e anch'io voglio essere

alla moda".

"Beh, dovresti certamente essere alla moda", dissi io. "Penso che

essere alla moda è una cosa molto importante per una ragazza. Tu stai

un po' indietro. Loro hanno fatto già un sacco d'esercizio. Per cui

penso che il modo migliore perché tu possa riacchiappare le altre ra-

gazze è quello di fare sicuramente in modo di morderti ogni giorno

abbastanza unghie. Beh, direi che se ti mangi le unghie tre volte al

giorno per un quarto d'ora (ti darò io un orologio), a tale e tale ora

esatta, e lo fai ogni giorno, potrai riacchiapparle".

Dapprima iniziò con molto entusiasmo. Poi cominciò a iniziare tardi

e a finire presto, e un giorno disse: "Papà, intendo lanciare una nuova

moda a scuola: unghie lunghe".

Dopo aver iniziato coll''allearsi al paziente' nel suo desiderio di es-

sere alla moda, Erickson procede a tramutare questo 'atteggiamento

alla moda' in una dura prova. Usava spesso questo approccio al sintomo,

facendo sì che il mantenerlo fosse più seccante dell'abbandonarlo.

La ragazza più facile da sedurre

Ecco ora una lettera di una studentessa universitaria che venne da

me l'ultimo anno di università e mi raccontò:."Mia madre è stata do-

minata tutta la vita da sua madre. E mia madre giurò che quando sa-

rebbe diventata grande, se mai avesse avuto una figlia, non avrebbe

dominato sua figlia. Così mia madre è stata la mia migliore compagna,

la mia migliore amica. Mia madre è stata la mia migliore amica, la mia

compagna per tutta la scuola media e per tutto il liceo. Poi sono andata
in California, in una università cattolica. Io sono una cattolica molto

fervente. E mia madre mi chiama due volte a settimana, e ci scriviamo

lettere ogni settimana, e lei è la mia migliore compagna.

Ma c'è qualcosa che non va da qualche parte. Quando andai al-

l'università, aumentai dal mio normale peso di 48 a 59 chili. La prima

estate che tornai a casa, piombai a 36 chili. Poi tornai all'università

e tornai a 59 chili. L'estate successiva ripiombai a 36 scarsi. E la terza

estate avvenne la stessa cosa. Ora siamo a Pasqua, e io mi laureo


Ristrutturazione 115

quest'anno. Peso 59 chili e intendo passare l'estate a Phoenix. E non

sopporto di essere così grassa. Mangio continuamente e coattivamente

un sacco di porcherie. Mi aiuta?".

Così la misi in trance e parlammo del suo peso. Ed ecco cosa sco-

persi: quelli della vecchia generazione non possono essere i compagni

di un bambino all'asilo, di un ragazzo della media.

Le dissi che sua madre non era una vera compagna. Lei non aveva

mai avuto un ragazzo, e aveva sempre confidato ogni cosa a sua madre.

Quando aveva un ragazzo, lo lasciava, perché le dava delle strane

sensazioni. Era incapace di descrivere queste sensazioni.

Ora, in stato di trance, le dissi che aveva bisogno di sapere certe

cose, che poteva ascoltarmi con la sua mente inconscia. Successivamente,

avrei lavorato con lei in modo che potesse ascoltarmi con la mente

conscia. In un leggero stato di trance, le spiegai che una madre non

può essere la migliore amica di una ragazza, e che, al contrario, sua

madre la stava dominando in modo opposto a quello in cui lei era

stata dominata. Le dissi che doveva pensarci su per bene, sino a

quando lo avrebbe capito. Le dissi che avremmo affrontato più tardi

il problema del peso. Quell'estate tornò a Phoenix, e scese solo a

50 chili. Poi disse: "Lei ha ragione, mia madre mi domina effettiva-

mente in modo opposto a quello in cui la domina sua madre. E la

nonna vive con noi, e domina mia madre, e domina mio padre. E mio

padre beve. Mia madre mi domina, e io vorrei essere una ragazza

normale. Mi rendo conto di avere strane sensazioni che non capisco".

Così io le dissi: "Tu sei un'ardente cattolica, una persona molto

devota. Ma sei la ragazza più facile da sedurre di tutti gli Stati Uniti".

Mi guardò orripilata. "Nessuno, in nessun modo, mi può sedurre".

"Ti spiegherò con quale facilità puoi essere sedotta", dissi. "E
pensaci su. Se fossi un giovanotto e volessi sedurti, ti chiederei un

appuntamento, ti porterei fuori a cena e al cinema, e ti farei passare

una bellissima serata. Al secondo appuntamento, ti direi che ti trovo

bellissima, e provo una forte attrazione fisica per te. E per il resto

dell'appuntamento non farei assolutamente nulla. Farei bene in modo

che tu ti diverta. Al terzo appuntamento, ti direi che mi piacerebbe

veramente sedurti, ma che so che non sei il tipo di ragazza che può

essere sedotta. 'Così lasciamo perdere, e pensiamo a passare una bella

serata', direi. E ti avvertirei: 'Non darmi otto appuntamenti. Non

correrai nessun pericolo per i primi sette. Ma non darmi l'ottavo'.

Così non correresti nessun pericolo a darmi un quarto appunta-

mento, un quinto appuntamento, un sesto appuntamento. E per tutto

il tempo, i tuoi ormoni sarebbero in azione. Al settimo appuntamentp,

i tuoi ormoni sarebbero ben riscaldati. Ti darei il bacio della buona-


116 Ristrutturazione

notte sulla fronte. Aspetterei una settimana, e ti chiamerei per l'ot-

tavo appuntamento. E tu sai benissimo che cosa succederebbe".

Lei fu d'accordo, su quello che sarebbe successo.

"Ora, per quanto concerne il tuo peso, tu hai sempre avuto un

cattivo modello, che è in azione da quattro anni. Non puoi superarlo

in una sola volta. Ora, per il prossimo Natale, voglio una tua foto

di fronte e una di profilo, in bikini. E voglio che me le porti a mano

il giorno di Natale".

Venne con le foto. Era infelice e avvilita. "Quando le foto sono

state scattate", disse, "pesavo 57 chili. E mi odiavo".

"Beh, ti porti addosso un bel po' di ciccia, non c'è dubbio", dissi.

"Comunque, non voglio tenere queste foto. Te le puoi riprendere".

"Neanch'io le voglio", disse. "Le voglio strappare".

Un anno più tardi pesava 45-47 chili e aveva un ragazzo fisso.

E disse: "Le sue mani si fermano alle mie ginocchia e alle mie spalle.

Ora so cosa sono quelle strane sensazioni. E non intendo insegnare

per un altro anno alla scuola cattolica. Intendo passare alla scuola

statale".

E così, questo ultimo settembre, ha iniziato a insegnare in una

scuola statale. Ed è una meravigliosa ragazza.

Erickson commentò che questa studentessa, quando era a casa, era

una ragazza 'piccola', e quando era via da casa, era una ragazza 'grande'.

Aveva notato questo fatto, ma non pensava che fosse necessario che

la paziente se ne rendesse conto. Per quale ragione Erickson le dice

che può essere sedotta? Innanzitutto, con questa sfida, egli cattura

completamente la sua attenzione. E inoltre, credo, sta cercando di

mettere in risalto il fatto che lei è in grado di avere normali sensa-

zioni sessuali, e cioè che, in realtà, quelle 'strane sensazioni' che le


facevano sempre lasciare il proprio ragazzo, erano normali sensazioni

sessuali. Erickson lascia che lei provi, con l'immaginazione, in che

modo queste sensazioni potrebbero essere generate, fino al punto in

cui lei effettivamente le avvertirebbe. Il suo atteggiamento verso que-

ste 'strane sensazioni' viene così ristrutturato. Lei è ora in grado di

sentirle in modo positivo, nonché di pensarci.

Dopo averla 'sedotta' col suo racconto, Erickson insiste perché lei

gli porti una sua foto in bikini. Col fatto di guardare le foto, nella

quale lei è quasi nuda, egli rafforza la fantasia di intimità cui aveva

dato l'avvio ('seduzione'). A questo punto, in quanto 'ragazza grande',

che sta lontana da casa, lei conosce l'esperienza di avere un 'amante'

(Erickson), il quale rifiuta l'immagine di lei grassa, citando la sua

'ciccia' e dicendo che non vuole tenere le foto. Anche lei rifiuta l'im-
Ristrutturazione 117

magine di sé grassa, quando straccia le foto stesse. Come risultato

della sua interazione con Erickson, ha mutato l'immagine di sé e il

proprio atteggiamento verso la propria sessualità.

Cammini per un miglio

Un poliziotto in pensione per ragioni di salute mi disse: "Io ho

un enfisema, la pressione alta e, come può vedere, sono molto al di

sopra del peso normale. Bevo troppo. Mangio troppo. Vorrei ottenere

un lavoro, ma il mio enfisema e la pressione alta me lo impediscono.

Mi piacerebbe diminuire le sigarette. Mi piacerebbe smettere. Mi pia-

cerebbe smettere di bere quasi un'intera bottiglia di whisky al giorno,

e mi piacerebbe mangiare in modo razionale".

"Lei è sposato?", chiesi.

"No, sono scapolo", disse. "Di solito, cucino da me, ma c'è un

piccolo ristorante a portata di mano, dietro l'angolo, in cui vado

spesso".

"Ah, così, c'è un piccolo ristorante a portata di mano, dietro l'an-

golo, dove lei può pranzare. E dove le compra, le sigarette?".

Comprava due stecche alla volta. "In altre parole", dissi, "lei com-

pra le sigarette non per oggi, ma per il futuro. Bene, dato che lei si

cucina da solo, dove fa la spesa?".

"Per fortuna c'è un piccolo negozio di generi alimentari proprio

dietro l'angolo. È lì che compro i miei generi alimentari e le mie

sigarette".

"E dove compra i liquori?".

"Per fortuna c'è un piccolo negozio di liquori proprio accanto a

quello dei generi alimentari".

"Insomma lei ha un ristorante a portata di mano proprio dietro


l'angolo, un negozio di generi alimentari a portata di mano proprio

dietro l'angolo, un negozio di liquori a portata di mano proprio dietro

l'angolo. E lei vuole correre, ma sa di non poter correre. Orbene, il

suo problema è molto semplice. Lei vuole correre ma non può farlo.

Però può camminare. Bene, compri le sigarette un pacchetto alla

volta; attraversi a piedi tutta la città, per comprare il suo pacchetto

di sigarette. Questo comincerà a metterla in forma. E per quanto ri-

guarda i generi alimentari, non li compri al negozio a portata di mano

dietro l'angolo. Vada a un negozio a mezzo miglio o un miglio di

distanza, e compri quanto basta per ogni pasto. Tutto ciò significa

tre belle camminate al giorno. E per quanto riguarda gli alcolici, può
118 Ristrutturazione

berne quanti vuole. Si faccia un primo bicchierino ad almeno un mi-

glio di distanza. Se ne vuole un secondo, trovi un altro bar ad almeno

un miglio di distanza: se ne vuole un terzo, trovi un altro bar a un

altro miglio di distanza".

Mi guardò con la più grande collera. Imprecò contro di me e se

ne andò infuriato.

Circa un mese dopo, venne un nuovo paziente. "Mi manda da lei

un poliziotto in pensione", disse. "Mi ha detto che lei è l'unico psi-

chiatra che sa quello che fa". Il poliziotto, dopo quello che gli avevo

detto, non poteva più comprare un'intera stecca di sigarette! E sapeva

che camminare sino al negozio era un atto cosciente. Ne aveva il

controllo. Vedete, io non gli prescrissi di smettere di mangiare, di

smettere di fumare, di smettere di bere. Gli diedi invece la possibilità

di camminare.

Questo paziente fu costretto a ristrutturare il suo comportamento.

Doveva per forza depennarlo dalla categoria dei comportamenti invo-

lontari. Come commenta Erickson, si rese conto che 'camminare

sino al negozio era un atto cosciente'.

In questo caso, Erickson si accorse di avere a che fare con un

uomo che per lungo tempo aveva eseguito ordini. Gli dà pertanto

degli ordini, sapendo che con tutta probabilità egli li eseguirà, Questo

è un importante esempio di come si debba incontrare il paziente al-

l'interno del suo schema di riferimento. Altri pazienti, tuttavia, pos-

sono non essere trattati necessariamente in questo modo.

Bombardini

Un giorno una ragazza del liceo emise una sonora flatulenza in

classe, mentre stava scrivendo alla lavagna. Si girò e corse via nella
sua stanza, chiuse le persiane, ordinò dei generi alimentari per tele-

fono e li portò dentro solo molto dopo che si era fatto buio. Ricevetti

una sua lettera, che diceva: "Mi accetta come paziente?".

Presi nota dell'indirizzo di Phoenix che mi dava, e risposi: "Sì,

l'accetto". Lei mi riscrisse: "È veramente sicuro di volermi come

paziente?". Io ci pensai su per bene, e risposi: "Sì, mi piacerebbe

averla".

Le ci vollero circa tre mesi, e poi mi scrisse dicendo: "Vorrei un

appuntamento con lei dopo che è buio. E non voglio che nessuno mi
Ristrutturazione 119

veda. La prego, faccia in modo che non ci sia nessuno quando vengo

nel suo studio".

Le diedi appuntamento per le dieci e mezza, e lei mi raccontò di

come aveva emesso una sonora flatulenza ed era corsa fuori dall'aula

e si era chiusa in camera sua. Mi disse anche di essere una cattolica

convertita. Ora, i cattolici convertiti sono sempre molto ferventi.

Così le chiesi: "Sei veramente una buona cattolica?". Lei mi assicurò

di sì. E passai un paio d'ore con lei, facendole domande sul grado

di fervore del suo cattolicesimo.

E poi, al colloquio successivo, dissi: "Tu dici di essere una buona

cattolica. Ma allora perché insulti il Signore? Perché lo schernisci?

Perché lo sei veramente, cattolica. Dovresti vergognarti, schernire

Dio e autodefinirti una buona cattolica!".

Cercò di difendersi.

"Io posso provare che hai poco rispetto per Dio", dissi. Tirai fuori

il mio libro di anatomia, un atlante, in cui c'erano illustrazioni di

tutte le parti del corpo. Le feci vedere una sezione trasversale del retto

e dello sfintere anale.

"Vedi, l'uomo è molto bravo a costruire cose", dissi. "Ma riesci

tu a immaginare un uomo tanto abile da costruire una valvola che

contenga materia solida, materia liquida, e aria, ed emetta verso il

basso solo l'aria" Dio l'ha fatto", dissi, "Perché non rispetti Dio?".

Poi le dissi: "Ora, voglio che tu dimostri un fervente, un onesto

rispetto per Dio. Voglio che tu cuocia dei fagioli. In marina, li

chiamano bombardini. Insaporiscili con cipolla e aglio. Poi mettiti

tutta nuda, e ancheggia e balla per tutta la stanza, facendone di

sonore, di tenui, di grosse, di piccole... e godi dell'opera di Dio".

E così fece. Un anno più tardi, era sposata e passai da casa sua
per vedere come stava. Aveva un bambino. Mentre ero lì a farle

visita, disse: "È ora di dare il latte al bambino". Sbottonò la cami-

cetta, mettendo in vista il seno, e diede il latte al bambino, chiac-

chierando del più e del meno con me. Un completo cambiamento di

riferimento.

Faccia di cannella

Una donna che avevo curato per certi dolori venne a vedermi. "Non

sono venuta per me, questa volta", disse. "Sono venuta per mia figlia.

Ha otto anni. Odia sua sorella. Odia me, odia suo padre, odia il

maestro, i suoi compagni di scuola, odia il postino, l'uomo del latte,


120 Ristrutturazione

l'uomo al distributore di benzina: insomma odia tutti. Odia se stessa.

Ho cercato a lungo di fare sì che se ne vada in Kansas per l'estate,

a visitare i nonni. Li odia, anche se non li conosce nemmeno".

"Qual è la ragione di tutto questo odio?", chiesi.

"Una massa di efelidi sul viso. I bambini a scuola la chiamano

Lentiggini. E lei odia terribilmente queste lentiggini".

"Dov'è la bambina?", chiesi.

"È fuori in macchina. Non vuole entrare. Odia anche lei, perché

ha le lentiggini".

"Vada fuori e la porti qui, anche se dovesse usare la forza. La porti

dentro questa stanza", dissi.

Mi misi alla scrivania nell'altra stanza. La madre non fu costretta

a usare la forza. La bambina entrò e si fermò sulla porta, pugni ser-

rati, mascella protesa, sguardo minaccioso e pronta al combattimento.

Mentre se ne stava lì in piedi, io la guardai e le dissi: "Tu sei una

ladra! Tu rubi!".

Lei disse che non era una ladra e che non rubava. Era pronta a

dare battaglia su questo punto.

"Oh, sì, tu sei una ladra. Tu rubi le cose. Io so persino che cosa

hai rubato. Ho persino le prove che tu hai rubato".

"Non hai nessuna prova", disse. "Non ho mai rubato niente".

"So persino dove eri quando hai rubato quello che hai rubato",

dissi.

Quella bambina era furibonda contro di me. "Te lo dirò io dov'eri,

e cosa hai rubato", dissi. "Eri in cucina, stavi apparecchiando la ta-

vola. Stavi davanti al tavolo della cucina. Stavi cercando di raggiun-

gere il vaso dei dolci, quello dove c'erano dolci di cannella, focacce

di cannella, bastoncini di cannella, e ti sei rovesciata un po' di can-


nella sul viso. Sei una Faccia di Cannella".

Tutto ciò avveniva due anni fa.

La bambina reagì emotivamente, e in modo favorevole, alle sue

lentiggini. Era in un atteggiamento mentale tale da reagire favore-

volmente, perché io avevo accresciuto deliberatamente la sua ostilità

e la sua rabbia, e poi avevo fatto letteralmente il vuoto nella sua

mente. Perché le avevo detto che sapevo dove era quando aveva ru-

bato, che sapevo che cosa era che aveva rubato. E ne avevo le prove.

E in questo modo, si sentì sollevata dall'accusa di essere una ladra.

Io la stavo veramente prendendo in giro, e la situazione divenne di-

vertente. E a lei piacevano i bastoncini di cannella, o le focacce, o

i dolci, e io avevo dato un nuovo nome alle sue lentiggini. Erano le

sue emozioni, i suoi pensieri, le sue reazioni, a essere terapeutiche.

Anche se lei non lo sa.


Ristrutturazione 121

Più tardi, Erickson fece il seguente commento sul racconto "Faccia

di Cannella": "Dovreste anche imparare che non è quello che fate

voi, che non è quello che dite voi, ma quello che fa il paziente,

quello che capisce il paziente".

Ebbi l'occasione di vedere una cartolina indirizzata a Erickson da

Faccia di Cannella. "Caro dottor Erickson, stavo pensando a lei, oggi.

Stavo rileggendo quelle 'pazze' lettere che lei mi scrisse. Com'è stato

in tutto questo tempo? Cercherò di ricordarmi di mandarle un biglietto

per San Valentino. Quest'anno sono in prima media. Lei probabil-

mente non si ricorderà di me tanto bene, ma se vede il mio sopran-

nome si ricorderà, giri pagina. Il mio nome è B. H. (Faccia di Can-

nella). Beh, adesso devo salutarla. Ciao

Faccia di Cannella

La cartolina era colorata con tre diverse gradazioni di pastello por-

pora. Queste parole erano accompagnate da una foto a colori, nella

quale si vedeva una ragazzina carina, coi capelli rosso castani, e il

viso coperto di lentiggini rossastre, che sorrideva.

Psoriasi

Una giovane donna mi disse: "Sono mesi che cerco di raccogliere

il coraggio per venire a vederla. Lei noterà che porto un colletto alto

e maniche lunghe, anche se è estate. Ma ieri sera, quando ho visto

tutta quella forfora sul tappeto, e stamane, tutta la forfora nel mio

letto, ho pensato: 'Devo proprio vedere uno psichiatra. Con tutta la

psoriasi che ho, non può certo farmi niente di peggio'.

"Così, lei pensa di avere una psoriasi?".

"Detesterei mettermi nuda", disse lei. "Lei vedrebbe il mio corpo,

le mie braccia, il mio collo. Lascio cadere forfora da tutte le parti".


"Mi faccia vedere questa psoriasi", dissi. "Non ne morirò certo,

e neanche lei".

Me la fece vedere. Io l'osservai con attenzione e dissi: "Lei non

ha più di un terzo della psoriasi che pensa di avere".

"Io sono venuta da lei per aiuto perché lei è un dottore", disse.

"E lei mi sta dicendo che ho meno di un terzo di tutta la psoriasi,

e io vedo quanta ne ho, e lei la riduce a un terzo!".

"È così", dissi io. "Lei ha molte emozioni. Lei ha poca psoriasi

e molte emozioni. Lei è viva, ha delle emozioni: poca psoriasi, e molte

emozioni. E molte emozioni sulle braccia, sul corpo, e lei le chiama


122 Ristrutturazione

'psoriasi'. Cosicché lei non può averne più di un terzo di quanto creda

di averne".

"Quanto le devo?", disse.

Glielo dissi.

"Le farò un assegno, e non mi vedrà mai più", disse.

Due settimane più tardi, mi chiamò e mi disse: "Può darmi un

appuntamento?".

"Sì", dissi io.

"Voglio scusarmi. Voglio rivederla".

"Non c'è bisogno di scusarsi perché ho fatto la diagnosi giusta, e

non voglio che si scusi per questo".

"Penso proprio che lei abbia ragione", disse. "Non dovrei scusarmi,

dovrei esserle grata per aver fatto la giusta diagnosi. Ora non ho più

forfora, e guardi le mie braccia. Qua e là ci sono piccole chiazze, ma

tutto qui. E anche sul resto del mio corpo. Sono stata furente con lei

per due settimane".

Quando Erickson dice alla giovane donna: "Lei ha poca psoriasi e

molte emozioni", sta ponendo sullo stesso piano psoriasi e emozioni,

suggerendo che più si hanno emozioni, meno si ha psoriasi, e più si

ha psoriasi, meno si hanno emozioni. Poi le fornisce la possibilità di

dirigere le sue emozioni verso di lui. Quando si arrabbiò con lui, e

questa rabbia le rimase per due settimane, la sua psoriasi diminuì. Ebbe

molte emozioni e poca psoriasi.

In questo modo, Erickson prepara i suoi pazienti a scoprire un nuovo

schema di riferimento, sfidandoli, confondendoli, facenao affiorare emo-

zioni spiacevoli. Questa ristrutturazione viene compiuta in armonia con

l'atteggiamento mentale e con le credenze della persona. Nel racconto

"Bombardini" Erickson stabilisce innanzitutto che la paziente si con-


sidera religiosa. Con la bambina di "Faccia di cannella", adotta un

atteggiamento giocoso, che è appropriato quando si ha a che fare con

un bambino. E affronta l'atteggiamento antagonistico e la tendenza

competitiva della paziente con la psoriasi sfidandola. La paziente con

la psoriasi si rende conto di essere arrabbiata. Conferma a se stessa

che Erickson aveva ragione; e che lei effettivamente aveva queste emo-

zioni. A livello inconscio, a quel punto, avviene una connessione: allora

egli deve aver, ragione anche nella seconda metà della sua frase, e cioè

quando le diceva che aveva solo un terzo della psoriasi che pensava

di avere. Il suo corpo procedette a dimostrarglielo, perdendo la maggior

parte dell'esantema.

Una volta che 'Faccia di cannella' ha riso di sollievo, sentendosi eti-

chettata come 'Faccia di cannella' invece che ladra, è predisposta a sor-


Ristrutturazione 123

ridere qualunque volta pensi alle sue efelidi. In questo modo, il suo

odio e la sua rabbia originali sono sostituiti da una tranquilla e diver-

tita sensazione. Come Erickson spiega, "divenne una situazione diver-

tente". E questa situazione divertente continuò anche dopo che la

bambina non era più in presenza di Erickson.

Nel racconto "Bombardini", la situazione è ristrutturata, per la pa-

ziente, da una situazione in cui era umiliata per la propria mancanza

di controllo, in una in cui poteva apprezzare il fine controllo che in

realtà possedeva, e cioè il fatto di essere in grado di emettere solo del

gas, trattenendo contemporaneamente la materia liquida e la materia

solida nel proprio retto. In realtà, ella fu spinta a divertirsi, danzando

nuda per il suo appartamento, mentre esercitava questo controllo. Natu-

ralmente, a un livello molto più superficiale, Erickson le sta dando il

permesso di emettere peti, e ciò potrebbe aver annullato precedenti

ammonizioni, che dicevano che questa è una cosa terribile. E tuttavia

egli rispetta le sue inibizioni, in quanto non le suggerisce di emetterli

in pubblico.

Incidentalmente, Erickson sottolinea che c'è un'appendice alla storia.

Questa accettazione del proprio essere fisico si trasferì nell'accettazione

delle proprie funzioni naturali. Così, un anno dopo, lei può esporre

il suo seno e dare il latte al bambino, chiacchierando con lui.

Nemmeno un'erezione

Io cerco sempre di confezionare la terapia su misura per ciascun

paziente. Una volta, un medico venne da me e mi disse: "Ho avuto

il mio primo rapporto in un bordello. Questa esperienza mi ha disgu-

stato, tanto che nei ventanni da allora trascorsi non ho avuto una sola

erezione. Ho affittato donne a tutti i livelli e ho dato loro molti soldi,


e ho detto loro: 'Fatemi avere un'erezione', e tutte hanno fallito. Ora

ho trovato una ragazza che voglio sposare. Ho provato ad andare a

letto con lei, lei è molto cara e sollecita, ma io non riesco ad avere

un'erezione".

"Mi faccia parlare con la ragazza", dissi, "voglio avere un colloquio

con lei, e poi parlerò con entrambi insieme".

Alla ragazza dissi: "Vada a letto con lui ogni notte, ma sia una donna

freddissima. Non gli permetta di toccarle il seno, di toccarle il corpo,

in nessun modo. Lo vieti, semplicemente. È molto importante che lei

ubbidisca a queste istruzioni".

Poi feci entrare il medico e dissi: "Ho detto a Mildred che deve
124 Ristrutturazione

andar a letto con lei ogni sera. Le ho detto di rifiutare qualsiasi suo

tentativo di baciarla, di toccarle il seno, i genitali, il corpo. Si deve

rifiutare totalmente. E voglio che ciò avvenga per tre mesi. Poi tor-

nerete e discuteremo la situazione".

Ai primi di marzo, lui perse la testa e la 'violentò'.

Ora, Mildred era una bellissima donna, con un bellissimo aspetto.

E quando il paziente fu messo di fronte all'impossibilità derivata da

Mildred, non da lui, mutò lo schema di riferimento. Era Mildred

che stava rendendo impossibile il rapporto, non lui.

Così non doveva più continuare a farsi condizionare dal suo pene

floscio. Mildred glielo aveva reso impossibile.

Poiché la prima esperienza sessuale fatta in un bordello aveva disgu-

stato il paziente, e le cure che aveva tentato da solo con donne a pa-

gamento avevano rafforzato il suo modello di fallimento, Erickson aveva

stabilito che la sua impotenza risultava dal sesso facile. Pertanto Erick-

son, con la cooperazione della ragazza dell'uomo, creò una situazione

opposta, nella quale il sesso era proibito. Nella sua spiegazione di quanto

era successo, Erickson utilizza tipicamente termini vaghi. Quando, nel-

l'ultima frase, dice: "Mildred glielo aveva reso impossibile", noi (e

presumibilmente anche il paziente), ci chiediamo che cosa gli è impos-

sibile: avere rapporti? farsi condizionare dal proprio pene floscio, cioè

masturbarsi senza erezione? rimanere impotente? In ciascun caso, riuscì

a trasferire il 'nemico' fuori dal paziente. A quel punto, invece di es-

sere arrabbiato con se stesso e rinforzare la propria incapacità ad avere

un'erezione, il paziente poteva attaccare la causa della propria 'impos-

sibilità' al di fuori di sé, in Mildred. E lo fece 'violentandola'. Una

volta avuti soddisfacenti rapporti sessuali senza nessuna preoccupazione

circa il raggiungimento dell'erezione, fu presumibilmente in grado di


godersi il fare all'amore senza una tale forte componente aggressiva.

Slurp, slurp, slurp

Una ragazza di quindici anni si succhiava sempre il pollice. I geni-

tori mi telefonarono disperati. Dissero che la ragazza li disturbava dalla

mattina alla sera succhiandosi il pollice. Si succhiava il pollice sull'auto-

bus della scuola, e l'autista era scandalizzato. Anche gli altri ragazzi

lo erano, e gli insegnanti si lamentavano. Le dissero che avevano l'in-

tenzione di portarmela.

La ragazza entrò nel mio studio succhiandosi rumorosamente il pol-


Ristrutturazione 125

lice, con aria di sfida. I suoi genitori erano nell'altra stanza, e non po-

tevano sentire quello che le dicevo. "Voglio dirti che sei molto stupida,

con questo tuo succhiarti il pollice", dissi.

"Parli proprio come i miei genitori", disse.

"No, parlo in modo intelligente", feci io. "Ti stai accontentando del

disagio abbastanza leggero che dài ai tuoi genitori, del disagio abba-

stanza leggero che dài all'autista dell'autobus. Tu sbatti in faccia a tutti

quelli della scuola questo fatto di succhiarti il pollice. Quante migliaia

di bambini ci sono in questa scuola? Tu lo sbatti in faccia a tutti. Ora

se tu non fossi stupida, se fossi intelligente, ti succhieresti il pollice

in modo tale da dare un dolore bello forte a tuo padre.

Ho scoperto, parlando con tuo padre e tua madre, che dopo man-

giato c'è una routine assolutamente fissa. Tuo padre si legge il giornale,

si siede e lo legge da cima a fondo. Io ho fatto promettere ai tuoi geni-

tori che non avrebbero detto un bel niente riguardo a questa storia

del succhiarsi il pollice. Non ti devono dire assolutamente niente.

Allora, per favore, trovati un orologio. Stasera, dopo cena, ti siedi

accanto a papà, e ti succhi ben bene il pollice per venti minuti interi,

mentre tua mamma, che è una persona molto abitudinaria, lava i piatti.

A lei piace fare coperte all'uncinetto. Dopo i piatti, si mette sempre

seduta e lavora a far trapunte all'uncinetto. Dopo i venti minuti con

tuo padre, ti devi sedere accanto a mamma. Guarda l'orologio, e succhiati

il pollice a fondo: slurp, slurp, slurp.

Ho fatto promettere ai tuoi genitori che non diranno niente ri-

guardo al fatto che ti succhi il pollice. E puoi goderti il fatto che li

potrai far arrabbiare a morte, e non possono farci niente.

E per quanto riguarda l'autista dell'autobus, lo vedi solo due volte

al giorno. I bambini della scuola, li vedi ogni giorno. Ma non li vedi


il sabato e la domenica. Perciò datti da fare a succhiare. Ora, normal-

mente, una ragazza, a scuola, ha in antipatia qualche ragazzo o qualche

ragazza in particolare. Così utilizza il fatto di succhiarti il pollice. Ogni

volta che un ragazzo ti guarda, tu ficcati il pollice in bocca, e succhiatelo

ben bene. E ogni studente ha in antipatia qualche professore particolare.

Ora, non sprecarti con tutti gli altri professori. Ogni volta che vedi

quel particolare professore, ficcati il pollice in bocca e succhia a più

non posso".

In meno di un mese, scoperse che c'erano altre cose da fare. Avevo

reso obbligatorio il succhiarsi il pollice, e lei non voleva essere ob-

bligata.

Quando Erickson sottolinea le routine fisse dei genitori, indiretta-

mente porta l'attenzione della ragazza sul carattere coattivo del suo
126 Ristrutturazione

comportamento. Suggerisce che lei potrebbe smetterla di essere stupida

(cioè di agire senza consapevolezza o scopo), e potrebbe invece espri-

mere deliberatamente la propria ostilità in modo più efficace. Il suo

comportamento, il suo succhiarsi il pollice, viene ristrutturato. Non è

più solo un'abitudine, non sottoponibile a controllo. Ora è un'utile

forma di comunicazione (anche se dell'ostilità).

In questa storia, come in molte altre sul trattamento di bambini,

Erickson inizia dicendo: "Mandai i genitori fuori della stanza e parlai

con la ragazza": A un primo livello, Erickson rispetta il bambino in

quanto individuo, lontano dai suoi genitori. A un secondo livello parla

al bambino che c'è in tutti noi. I genitori, che spesso rappresentano

la coercizione, l'impazienza, la mancanza di accettazione, sono banditi;

non devono interferire con la terapia. A questo livello, Erickson sta

dicendo di mettere da parte le richieste del nostro Super-Io eccessiva-

mente severo, dei nostri imperativi troppo rigidi, e di permettere che

il potenziale del bambino emerga e si sviluppi. Può darsi che ci stia

dicendo di non sotterrare i nostri impulsi infantili, la nostra sponta-

neità, la nostra curiosità, il nostro carattere esplosivo, ecc., ma di in-

canalare questi impulsi, o di dirigerli in modo 'intelligente'. Quando,

come fa questa ragazza, riusciamo a cogliere la connessione tra ciò che

facciamo e la risposta degli altri (in questo caso, il loro essere seccati),

possiamo decidere di smettere quel particolare tipo di comportamento.

Questo tipo di 'prescrizione del sintomo' potrebbe anche essere con-

siderato un'applicazione del motto di Alfred Adler sulla terapia. Una

volta, Adler disse: "La terapia è come sputare nella minestra di qual-

cuno. Può continuare a mangiarla, ma non può più gustarla". Rendendo

obbligatorio il succhiarsi il pollice, Erickson aveva "sputato nella mi-

nestra di questa ragazza".


7 Imparare per propria esperienza 127

Avere sei anni

La settimana scorsa ho ricevuto una lettera da mia nuora, nella

quale mi parla del sesto compleanno di sua figlia. Il giorno dopo, la

bambina aveva fatto qualcosa per cui la madre l'aveva sgridata, e

lei le aveva detto:

"È terribilmente difficile avere sei anni. Ho avuto solo un giorno

di esperienza".

Sogni

Quando andate a letto la sera, andate a letto per dormire... forse

sognare. E nel sogno, non intellettualizzate, vivete. Avevo rifiutato

di dare delle caramelle a mio figlio Lance. Gli avevo detto che ne

aveva già avute abbastanza. Il mattino seguente, si svegliò molto con-

tento. "Mi son mangiato tutto il sacchetto", disse.

E quando gli feci vedere che nel sacchetto c'erano ancora delle

caramelle, pensò che dovevo essere uscito a comprarne altre, perché

sapeva di averle mangiate. E le aveva effettivamente mangiate, in

sogno.

Un'altra volta, Bert aveva fatto i dispetti a Lance, e Lance voleva

che io punissi Bert. Io mi rifiutai. Il mattino seguente, Lance mi

disse: "Sono contento che hai dato una bella bastonatura a Bert,

ma non dovevi usare una mazza da baseball così grossa". Sapeva

che avevo punito severamente Bert. Aveva tramutato il suo senso di

colpa per il fatto di desiderare che il padre punisse Bert in una cri-

tica alla severità della mia punizione. In ogni caso, gli era successo

qualche cosa.

Molti soggetti che tendono a intellettualizzare, invece di entrare in


128 Imparare per propria esperienza

trance, qualche sera, mentre stanno pensando ad altre cose, possono

sognare di essere in trance. E, in quello stato di trance del sogno,

possono fare certe cose. Il giorno successivo, vengono e mi dicono:

"Ho sognato una soluzione per quel problema"! La terapia consiste

fondamentalmente nel fornire all'inconscio la motivazione a fare uso

delle molte e svariate cose che ha appreso.

Ci sono esperienze di tutti i tipi, e sognare è un tipo di esperienza.

In questa storia, Erickson sta anche sottolineando che, se l'ipnosi può

non funzionare, la terapia potrebbe farlo. In altre parole, può acca-

dere che il paziente vada a casa e completi il lavoro in un sogno.

Dopo aver sentito questo racconto, a un paziente intellettualizzante

può accadere di andare a casa e sognare di andare in trance.

Nuotare

Apprendere per esperienza propria è molto più educativo che ap-

prendere coscientemente. Potete imparare tutti i movimenti del nuoto

mentre state distesi sulla pancia su uno sgabello per pianoforte. Potete

fissare il ritmo, la respirazione, i movimenti della testa, delle braccia,

i movimenti dei piedi, ecc., e, quando entrate in acqua, sapete solo

sguazzare. È nell'acqua che dovete imparare a nuotare. Quando lo

avete imparato, avete imparato qualcosa.

La cosa più importante è imparare dalla propria esperienza. Vedete,

noi tutti abbiamo imparato, quando siamo andati a scuola, che dob-

biamo imparare coscientemente. Invece, dentro l'acqua, avete fatto

certe azioni inconsciamente: avete imparato a girare la testa, a pagaiare

con le mani, a battere i piedi con un certo ritmo, in rapporto al-

l'acqua. Chi di voi non sa nuotare, non sa, non può descrivermi la

sensazione dei piedi dentro l'acqua, la sensazione dell'acqua sulle


mani, il risucchio dell'acqua mentre si ruota il corpo a destra e a

sinistra, per esempio nel crawl australiano.

Quando si nuota sul dorso, ci si rende conto di tutto ciò. Quanta

attenzione prestate al fendersi dell'acqua sotto la schiena, mentre nuo-

tate sul dorso? Se avete mai fatto il bagno nudi, vi sarete resi conto

di che orribile ingombro sia il costume da bagno. Sulla pelle nuda,

l'acqua scorre via molto più facilmente. Il costume è proprio un

impiccio!

Non sono preoccupato di quanto abbiate imparato sull'ipnosi qui

in questa stanza, perché tutti voi, di tanto in tanto, nei momenti in


Imparare per propria esperienza 129

cui siete mezzi-qua-e-mezzi-là, quando non siete né addormentati né

svegli, imparate moltissimo sull'ipnosi, in quello stato ipnagogico.

A me piaceva sempre svegliarmi al mattino, poggiare i piedi a terra

mentre aprivo gli occhi, mentre a mia moglie piaceva passare da

quindici a venti minuti per svegliarsi lentamente, gradualmente. A me

il sangue affluisce subito alla testa. Il suo sangue circola molto len-

tamente. Ognuno di noi ha il proprio modello individuale. Quante

volte dovete andare in trance, forse una dozzina, prima di perdere

interesse all'osservare l'esperienza?

Avete mai provato a nuotare nel Gran Lago Salato? Sembra acqua,

dà la sensazione dell'acqua, ma io sapevo che non potevo nuotarci

dentro. Mi chiedevo che cosa sarebbe successo se avessi provato a

nuotare. Sapevo benissimo che si trattava di un lago di acqua super-

satura di sale, ma dovevo provare l'esperienza di cercare di nuotare,

prima di poter immaginare cosa sarebbe successo a un nuotatore che

cerchi di nuotarci dentro. E la maggior parte di soggetti ipnotici vuole

capire mentre vive l'esperienza dell'ipnosi. Mantenete le due cose se-

parate. Lasciate semplicemente che le cose accadano.

Qui Erickson sottolinea come si possa essere consapevoli del proprio

corpo per mezzo delle sensazioni tattili. Mentre cita varie sensazioni,

il ritmo, il movimento, l'ascoltatore non può fare a meno di ricordare

le proprie esperienze simili. Invece di dire: "Chi di voi nuota può

ricordarsi la sensazione dei piedi nell'acqua...", Erickson mette la

frase al negativo, e dice: "Chi di voi non sa nuotare non può descri-

vere...". Più oltre avanza una suggestione, chiedendo: "Quanta at-

tenzione prestate al fendersi dell'acqua sotto la schiena, mentre nuo-

tate sul dorso?". Implica così che sia un bene, e che valga la pena,

concentrare l'attenzione sulle proprie sensazioni.


Quando Erickson dice: "Non sono preoccupato di quanto abbiate

imparato sull'ipnosi qui in questa stanza", propone una suggestione

postipnotica a lungo termine, secondo la quale l'apprendimento del-

l'ipnosi continuerà fuori della stanza. Successivamente elabora, sugge-

rendo indirettamente che "Questo apprendimento" avrà luogo in si-

tuazioni specifiche, quali il risveglio. Suggerisce anche che ciascun

ascoltatore opererà "questo apprendimento" secondo il proprio "mo-

dello individuale". Spiega che l'apprendimento per propria esperienza

avviene al meglio quando si vive semplicemente, e non si esamina

l'esperienza stessa. Fa passare anche un'altra suggestione postipnotica,

e cioè che ciò avverrà dopo dodici esperienze di trance. Nei commenti

che seguono, sottolinea di nuovo l'importanza del non cercare di ca-

pire un'esperienza mentre la si vive. Questo principio si applica, natu-


130 Imparare per propria esperienza

Talmente, a tutte le esperienze, non solo all'ipnosi. Se si vuole capire

un'esperienza, la cosa migliore è lasciare a un tempo successivo l'esame,

il riesame e l'analisi, a quando si sarà raggiunta una certa distanza

dall'esperienza stessa.

Il racconto di una storia come questa può essere di grande aiuto

per pazienti in cura per problemi di natura sessuale. Rappresenta una

buona introduzione alle descrizioni di esercizi di concentrazione, per

esempio. Per i pazienti estraniati dalle proprie sensazioni, può essere

molto utile focalizzarsi sulle proprie sensazioni tattili.

Vuoi assaggiare?

Mio figlio Bert avrebbe potuto essere un eccellente psichiatra, e

invece ha scelto di fare l'agricoltore. Ha avuto sei maschi e una fem-

mina. Era preoccupato che i suoi ragazzi cominciassero a fumare, a

bere alcol, a prendere droghe, e via dicendo. Così, fin dall'inizio, fa-

ceva loro vedere cose innocue dall'aspetto interessante, come il grasso

per ingranaggi. Quando gli facevano domande, diceva: "Perché non

lo assaggi?". Oppure prendeva una graziosa bottiglietta: "Perché non

l'annusi?". Ora, l'ammoniaca non è molto piacevole da annusare! Cia-

scun ragazzo imparò a stare molto attento a ciò che metteva in bocca.

Era un buon modo di crescere.

Erickson esprime nuovamente la propria convinzione che il modo

migliore di imparare sia farlo attraverso la propria esperienza perso-

nale. L'occasione per questa esperienza sarà fornita dai genitori, dagli

insegnanti e dai terapeuti. Bert non ha bisogno di far provare vera-

mente ai suoi ragazzi il tabacco, l'alcol o la droga, perché ha inse-

gnato loro, per esperienza, a "stare molto attenti a ciò che mettono

in bocca". Negli anni della loro formazione, ha fornito loro delle espe-
rienze che più tardi li avrebbero portati a saper discriminare. Una

volta che hanno imparato a discriminare ci si può fidare di lasciarli

decidere da soli se usare tabacco, alcol o droga.


8 Assumere la direzione della propria vita 131

Sulla morte e il morire

[In risposta a uno studente che si preoccupava che Erickson stesse

per morire].

Penso che questa preoccupazione sia del tutto prematura. Non

ho nessuna intenzione di morire. Anzi, credo che sarà l'ultima cosa

che farò!

Mia madre è vissuta sino a novantaquattro anni; mia nonna e la

mia bisnonna avevano entrambe novantatre anni o più. Mio padre è

morto a novantasette anni e mezzo. Aveva piantato degli alberi da

frutto, chiedendosi se avrebbe vissuto abbastanza per mangiarne i

frutti, e aveva novantasei o novantasette anni quando piantava quegli

alberi.

Gli psicoterapeuti hanno delle idee sbagliate sulla malattia, gli ac-

ciacchi, la morte. Tendono a dare troppa importanza alla questione

dell'adattamento alla malattia, agli acciacchi, e alla morte. Si dicono

tante di quelle stupidaggini sull'assistenza alle famiglie in lutto. Io

penso che bisognerebbe ricordare che il giorno in cui si nasce è anche

il giorno in cui si comincia a morire. Solo che alcuni sono più efficienti

di altri, e non perdono tanto tempo a morire, mentre ci sono altri

che aspettano un bel po'.

A ottantanni, mio padre ebbe un forte attacco coronarico. Quando

lo portarono all'ospedale era in stato di incoscienza. Mia sorella lo

accompagnò, e il medico le disse: "Non si faccia troppe illusioni.

Suo padre è una persona anziana, ha lavorato sodo tutta la vita, e

ha avuto un attacco molto, molto grave".

E mia sorella disse: "Sbuffai verso il dottore e gli dissi: 'Lei non

conosce mio padre'".

Quando mio padre riprese conoscenza, il medico era lì. "Che è


successo?" chiese mio padre.
132 Assumere la direzione della propria vita

"Non si preoccupi, signor Erickson", disse il medico. "Ha avuto

un attacco alle coronarie molto brutto, ma nel giro di due o tre mesi

se ne tornerà a casa come nuovo".

"Due o tre mesi un corno", disse mio padre, offeso, "Lei forse

vuol dire che mi tocca perdere tutta una settimana!". Una settimana

dopo era a casa.

Quando ebbe il suo secondo attacco di cuore, simile al primo, aveva

ottantacinque anni. Venne lo stesso medico. Mio padre riprese cono-

scenza e disse: "Che è successo?".

"Stessa cosa", disse il medico.

"Un'altra settimana sprecata", brontolò mio padre.

Un'altra volta gli praticarono una drastica operazione addominale

e gli asportarono quasi tre metri di intestino. Quando uscì dall'ane-

stesia, nel reparto convalescenza, chiese all'infermiera: "E stavolta,

che è successo?".

Lei glielo disse, e lui: "Invece di una settimana, saranno dieci

giorni".

Il terzo attacco di cuore lo colse quando aveva ottantanove anni.

Riprese conoscenza e disse: "Stessa cosa, dottore?".

"Sì", disse il medico.

"Beh, adesso sta diventando una brutta abitudine, quella di perdere

una settimana di tempo, ogni volta", disse mio padre.

Il quarto attacco lo ebbe a novantatre anni. Quando riacquistò

conoscenza, disse: "Onestamente, dottore, pensavo che il quarto mi

avrebbe portato via. Ora comincio a perdere le speranze per il quinto".

Quando aveva novantasette anni e mezzo lui e due mie sorelle pre-

pararono un viaggio di due giorni alla comunità dei vecchi agricoltori.

Tutti i suoi coetanei erano morti, e così pure alcuni dei loro figli.
Stabilirono a chi fare visita, a quale motel fermarsi, in quale risto-

rante mangiare. Poi uscirono per montare in macchina. Quando

raggiunsero la macchina, mio padre disse: "Oh, ho dimenticato il

cappello".

Corse dentro a prendere il cappello. Le mie sorelle attesero un

ragionevole lasso di tempo; poi si guardarono l'una con l'altra con

sangue freddo e dissero: "Ci siamo".

Entrarono in casa. Papà era steso morto sul pavimento, con una

violenta emorragia cerebrale.

Quando aveva novantatre anni, mia madre cadde e si ruppe un

femore. "È una cosa ridicola, per una donna della mia età. Guarirò",

disse. E così fece.

Quando, un anno dopo, cadde e si ruppe l'altro femore, disse "Mi

è costato molto guarire dalla prima frattura. Non credo che guarirò
Assumere la direzione della propria vita 133

di quest'altra, ma nessuno potrà mai dire che io non ci ho provato".

Io sapevo, e tutti gli altri lo sapevano, vedendo la mia faccia senza

espressione, che la seconda frattura l'avrebbe portata alla morte. Morì

di broncopolmonite, l''amica della donna anziana'.

La citazione preferita di mia madre era: "Nella vita di ognuno deve

cadere un po' di pioggia. Alcuni giorni devono essere scuri e cupi".

Era la poesia di Longfellow Giorno di pioggia.

Mio padre e mia madre si godettero la vita, pienamente, sempre.

Io cerco di inculcare nei miei pazienti la massima: "Godetevi la vita,

e godetevela pienamente". E più humour riuscite a infondere alla

vostra vita, meglio starete.

Non so proprio come gli sia venuta a quello studente l'idea che io

stia per morire. Ci penserò un'altra volta.

Erickson voleva che la morte fosse qualcosa che non provochi ansia,

e insisteva che la vita è fatta per essere vissuta. Suo padre, ci dice,

all'età di novantasette anni piantava alberi da frutto; era orientato

verso il futuro. Suo padre era un uomo attivo, e morì mentre stava

facendo qualche cosa: voleva andare a prendersi il cappello per fare

visita a delle persone. Secondo Jeffrey Zeig, le parole: "Oh, ho dimen-

ticato il cappello", erano dovute all'inconscia percezione che qualcosa

stava avvenendo dentro la sua testa.

Erickson spesso continuava questo racconto dicendo che suo padre

aveva ragione a non nutrire più speranze, dopo i quattro attacchi.

Suo padre morì a novantasette anni e mezzo, di una emorragia cere-

brale. Erickson condivideva anche l'atteggiamento di suo padre verso

la malattia, il suo considerarla parte della 'crusca della vita'. In ogni

dieta è necessaria un po' di crusca, e Erickson sottolineava sempre che

i soldati che vivono di 'razioni kappa' sanno quanto la crusca sia im-
portante. Tragedia, morte, malattia, fanno tutte parte della crusca

della vita.

Nei suoi ultimi anni, Erickson passò molto tempo a preparare la

gente alla propria morte. Non voleva manifestazioni di lutto, e usava

facezie e frizzi per alleviare l'angoscia degli altri. Una volta parafrasò

Tennyson, dicendo: "Che non ci siano lamenti al bar, quando la mia

nave prenderà il mare". Parlava apertamente della morte, e, come suo

padre, era orientato verso il futuro, quando morì. Progettava di tenere

una lezione il lunedì seguente. Tipicamente, non ci furono né funerali

né sepoltura. Le sue ceneri vennero disperse sullo Squaw Peak.

Il commento finale di Erickson al racconto è: "Non so proprio come

gli sia venuta a quello studente l'idea che io stia per morire. Ci pen-

serò un'altra volta". A cosa? A morire? O all'idea di quello studente?


134 Assumere la direzione della propria vita

Ne voglio un paio

Quando mio padre se ne scappò da casa, a sedici anni, attaccò un

biglietto sul cuscino, andò alla stazione, versò sul banco le monete da

cinque e da dieci centesimi che aveva messo da parte, e disse: "Mi

dia un biglietto per fin dove posso arrivare con questi soldi". Scese

a Beaver Dam nel Wisconsin, un villaggio di campagna. Camminò per

la strada, e guardò gli agricoltori locali, alcuni dei quali conducevano

dei cavalli, e alcuni dei quali avevano carri da buoi. Poi si avvicinò

a un signore dai capelli argentati che guidava un carro, e gli disse:

"Lo vuole un giovanotto in gamba per aiutarla alla fattoria?".

Il ragazzo disse di chiamarsi Charlie Roberts; disse di non avere

famiglia, soldi, niente. E alla fine l'uomo dai capelli argentati disse:

"Salta su, puoi venire con me a lavorare alla fattoria". Mentre se ne

tornava a casa, il contadino fermò il carro e disse: "Tu rimani qui,

devo vedere mio genero". Da dietro un acero spuntò una ragazza con

un vestito a fiori, e Charlie disse: "Di chi sei la ragazza?". "Di mio

papà", disse lei. "Adesso sei la mia ragazza", disse lui.

Quando, sette anni più tardi, mio padre si dichiarò ufficialmente,

mia madre si mise la mano nel taschino e tirò fuori un piccolo guanto,

perché in quella comunità rurale rifiutare una proposta di matrimonio

era detto "Dare il guanto a un uomo". Mio padre uscì sdegnosamente

dalla casa. Quella notte non riuscì a dormire, e la mattina dopo tornò

da mia madre e le disse: "Non ti ho chiesto un guanto, ne voglio un

paio".* IL guanto era fatto all'uncinetto con lana che mia madre aveva

lavato, cardato e filato.

Aveva fatto quel guanto quando aveva diciassette anni, e la pro-

posta di matrimonio ebbe luogo quando ne aveva venti. Mio padre

conobbe mia madre. Mia madre conobbe mio padre. E io ho inse-


gnato nella stessa scuola di campagna in cui era andata a scuola

mia madre.

Il padre di Erickson, quando se ne andò da casa, a diciassette anni,

adottò il nome di 'Charlie Roberts'. Le storie che Erickson narra su

suo padre mettono in luce il senso dell'avventura di suo padre, la

fiducia e la sua capacità di andare per la propria strada. La frase finale

si ritrova in tutte le storie che Erickson raccontava sulla propria

famiglia.

* Gioco di parole intraducibile. Il testo dice: "I want a pair", che significa

sia: "Ne voglio un paio", che: "Voglio una coppia" [n. d. T.].
Assumere la direzione della propria vita 135

Qui il messaggio sembra essere questo: che possiamo individuare

una meta, inseguirla ostinatamente e non accettare un 'no* come ri-

sposta. Naturalmente, dobbiamo anche fare quanto è necessario per

raggiungere questa meta. Erickson sorvola sul fatto che Charlie Roberts

aveva lavorato diversi anni per il suo futuro suocero. In altri racconti

le ricompense non arrivano solo perché uno è caparbio e ostinato.

Bisogna applicare la strategia corretta, e lavorare in modo che risulti

apprezzata dall'ambiente che si vuole conquistare.

E anche così, come Erickson ci mostra nel prossimo racconto, non

si può vincere sempre.

Disaccordo

Quando eravamo sposati da poco, mia moglie chiese a mia madre:

"Quando tu e papà siete in disaccordo, che succede?".

"Io dico liberamente la mia, poi me ne sto zitta", rispose mamma.

Allora lei uscì in giardino, e chiese a mio padre: "Che facevi,

quando tu e mamma eravate in disaccordo?".

"Dicevo quello che dovevo dire, e poi me ne stavo zitto", rispose

mio padre.

"Beh, e poi che succedeva?", chiese Betty.

"L'uno o l'altro di noi faceva a modo suo. Funzionava sempre",

disse mio padre.

I genitori di Erickson furono sposati per quasi settantacinque anni.

Naturalmente l'armonia del loro matrimonio fu raggiunta sulla base

del rispetto reciproco. Inoltre, applicavano il principio di non cercare

mai di imporre un'opinione.

Mantenersi da sola al College


Kristi mi disse: "Tu ti sei mantenuto da solo alla facoltà di medi-

cina. Certo, eri invalido, e questo rendeva le cose più difficili. Io sono

più giovane di quanto eri tu allora, e ho intenzione di mantenermi

da sola al College".

"Va bene, ragazza", dissi io.

"Ora, la questione da affrontare è: quanto mi fai pagare la pen-

sione e la camera?".

Era una domanda seria. "La pensione media e la camera sono ven-

ticinque dollari la settimana, ma poi devi calcolare i piatti lavati, le


136 Assumere la direzione della propria vita

pulizie, il letto rifatto, l'uso del telefono e le razzie in frigorifero".

"Allora sono altri buoni dieci dollari", disse lei. "Devo andare in

città a trovarmi un lavoro".

"Vuoi delle referenze?".

"Le mie referenze sono il mio libretto di previdenza sociale e il

mio diploma liceale", disse.

Per circa otto mesi non sapemmo dove lavorava. Andò al Good

Samaritan Hospital e disse che le sarebbe piaciuto un lavoro di datti-

lografa nell'archivio; quelli guardarono quella ragazzina di 45 chili

e le spiegarono: "Ma occorre conoscere moltissimi termini di medi-

cina, di fisiologia, di psichiatria".

"Sì, lo so", disse lei. "È per questo che sono andata in biblioteca,

e mi sono letta il Dizionario medico di Dorland, e il Dizionario medico

di Stedman e il Dizionario di Psicologia di Warren".

Le fecero fare una prova e la tennero.

Trascorso un anno, Kristi si sentiva fremere di ribellione adolescen-

ziale e decise di andarsene in Michigan. Suo fratello le chiese se voleva

del denaro, e lei disse: "No". Anche mamma glielo chiese, e anch'io.

La risposta per tutti fu: "No".

Così, verso la fine di gennaio, mise in valigia il suo guardaroba

invernale (per l'inverno di Phoenix) e prese il treno, e quando arrivò

in Michigan facevano undici gradi sotto zero. Le ci vollero tre giorni

per iscriversi e ottenere un lavoro nell'ufficio del Preside. Il Preside

guardò la sua scheda e vide che si era iscritta a diciannove ore. Gli

studenti lavoratori erano autorizzati a iscriversi solo per sedici ore.

"Beh", disse Kristi, "io lavoro nel suo ufficio, così lei avrà modo di

tenere d'occhio il mio lavoro e anche i miei voti, e saprà cosa fare".

"Va bene, lo farò", disse lui.


S'iscrisse a diciannove ore, ma non disse nulla al Preside. La cosa

più importante di tutte era il lavoro nell'ufficio: era lì che tenevano

le schede del dormitorio delle studentesse.

Aveva individuato una coppia anziana con un figlio sposato e una

figlia sposata, e li aveva persuasi che è bello avere a casa un soffio

di gioventù. Una volta alla settimana, il figlio sposato portava nonno

e nonna fuori a cena. E una volta alla settimana, la figlia portava

nonno e nonna fuori a cena. Kristi fece loro una serie di servizi,

cucinò molto, fece le pulizie, e ottenne una stanza e la pensione gratis,

e il figlio sposato e la figlia sposata le pagavano il lavoro di baby-sitter.

Perché era importante che lavorasse nell'ufficio del Preside, dove

erano tenute le schede? Perché così nessuno avrebbe scoperto che

non dormiva dentro il campus. E nemmeno disse mai a nessuno, se

non a pochi amici fidati, del suo lavoro in un magazzino.


Assumere la direzione della propria vita 137

Erickson utilizzava spesso i racconti sulla capacità di risorsa dei

suoi ragazzi per spronare i pazienti a utilizzare le loro proprie risorse.

L'Autorità è utilizzata per raggiungere le mete desiderate, in questo

caso la possibilità di seguire diciannove ore di lezione, e di vivere

fuori del campus. Ancora una volta, le autorità (e simbolicamente

l''autorità interna') sono viste come alleati, piuttosto che come

antagonisti.

Il mattone di Pearson

Robert Pearson, uno psichiatra del Michigan, faceva il medico di

famiglia ed era il solo medico nel raggio di sessanta miglia. L'ospe-

dale più vicino era a sessanta miglia. Un giorno aveva mandato la sua

famiglia a far visita a dei parenti, perché aveva fatto venire un mura-

tore a smantellare un camino al terzo piano della casa. Il muratore,

che non sapeva che Pearson era in casa, toglieva i mattoni a uno a

uno e li buttava giù. Bob uscì imprudentemente dalla casa e un mat-

tone lo colpì in fronte fratturandogli il cranio.

Bob cominciò a piegarsi sulle ginocchia, ma poi si riprese e disse:

"Se solo Erickson fosse qui! E invece, accidenti, è in Arizona! Sarà

meglio che mi occupi io stesso della cosa". Così si produsse rapida-

mente un'anestesia locale. Guidò per sessanta miglia fino all'ospedale,

sbrigò le formalità di ammissione, poi chiamò il neurochirurgo e gli

disse: "Non voglio anestesia". Poiché il neurochirurgo insisteva edu-

catamente, Bob disse all'anestesista: "Tenga un resoconto scritto di

tutto ciò che viene detto mentre sono sotto anestesia".

Dopo l'operazione Bob riprese prontamente conoscenza e disse al-

l'anestesista: "Il chirurgo ha detto questo, questo, e quest'altro". Si

ricordava benissimo di tutto ciò che era stato detto, e il chirurgo fu


costernato nello scoprire che Bob lo aveva sentito chiedersi se met-

tergli o no una placca d'argento.

Poi Bob disse al chirurgo: "Mercoledì prossimo [tutto ciò avve-

niva di giovedì] devo essere a San Francisco per leggere una comu-

nicazione alla convenzione annuale".

"Sarà fortunato se entro un mese sarà in pantofole e vestaglia",

disse il chirurgo.

"Senta, vorrei arrivare a un accordo con lei", disse Bob. "Martedì,

lei verrà qui e mi farà una visita generale. Se non c'è niente che non

va, io vado a San Francisco. Se c'è qualcosa che non va, me ne starò

in ospedale". Bob racconta che durante la visita il neurochirurgo sudò

sangue, letteralmente, e poi fu costretto, anche se molto riluttante,

a dimetterlo dall'ospedale.
138 Assumere la direzione della propria vita

A San Francisco incontrai Bob con un cerotto sulla fronte. Scostò

il cerotto e mi disse: "Che ne pensi di questo?".

"Come hai fatto a farti quel graffio?". Era non più largo di un

capello.

"Ho avuto una frattura al cranio", disse Bob, e mi raccontò tutta

la storia.

Questo racconto, come quello sull'attacco di cuore del padre, è una

dimostrazione del potere che ha la mente sul corpo quando si tratta

di superare gravi traumi fisici. "Sarà meglio che mi occupi io stesso

della cosa", dice Pearson. Questa idea si applica a tutti noi, e l''occu-

parsene' può avere luogo in situazioni di estremo pericolo, quando, in

caso di urgente necessità, scopriamo risorse interne che non sape-

vamo di avere.

La storia di Pearson dimostra che generalmente abbiamo una cono-

scenza di quanto sta avvenendo maggiore di quella che ci permet-

tiamo di avere. Pearson è in grado persino di ricordare le cose dette

mentre è sotto anestesia. È interessante non solo che sia stato in grado

di fare questo, ma anche di dire in anticipo che lo avrebbe fatto.

Infatti disse all'anestesista di tenere "un resoconto scritto di tutto ciò

che viene detto mentre sono sotto anestesia". Naturalmente, quando

Pearson dà agli altri dei compiti simili a questo, si assume lui la

direzione della situazione; anche in questa situazione particolare, nella

quale tutti noi saremmo passivi e impotenti al massimo grado, sotto

anestesia.

Uno dei temi di questo racconto è che gli abituali ruoli che di

solito assumiamo, sono invertiti. Il paziente assume la direzione, mentre

il chirurgo e l'anestesista sono al suo servizio. Questa è in realtà la

funzione del medico. Ma la maggior parte dei pazienti, quando è


malata, regredisce, e mette il medico nella posizione dell'onnipotente,

fortissimo genitore. La reale funzione del medico, invece, è di utiliz-

zare le sue conoscenze per trattare e curare, in armonia con i desideri

e i bisogni del paziente.

Galli

Un operaio edile cadde da un edificio e rimase completamente para-

lizzato, a eccezione delle braccia. Era una paralisi permanente, per tutta

la vita. L'operaio voleva sapere che fare in una situazione così dolorosa.

"Non c'è molto che lei possa realmente fare", dissi io. "Si può far

venire dei calli sui nervi del dolore. In questo modo, non sentirà troppo

il dolore.
Assumere la direzione della propria vita 139

Ora, la vita si rivelerà molto noiosa, così si faccia portare dagli

amici dei fumetti, dei giornaletti, e l'infermiera le farà avere colla e

forbici. Lei faccia degli album coi ritagli presi dai fumetti, con facezie,

cose divertenti. Si può divertire veramente a fare questi album di ri-

tagli. E ogni volta che un suo collega approda all'ospedale, gli mandi

un album". E quell'uomo fece non so quante centinaia di album di

ritagli.

Inizialmente, Erickson sposta la preoccupazione del paziente dal do-

lore ai calli, un qualcosa che il paziente, un operaio edile, conosce bene.

Poi ha bisogno di dirigerlo verso qualcosa che lo interessi alla vita,

a vivere. Esprime il truismo che la vita si rivelerà molto noiosa. Poi

istruisce il paziente a impegnarsi in un'attività sociale, dapprima fa-

cendo in modo che gli amici gli portino fumetti e giornaletti, e poi

dando indietro ad altri gli album che avrà prodotto. Così quest'uomo

si impegnò in un'attività, senza rendersi conto che essa l'avrebbe anche

tenuto impegnato con la gente. Divenne più autosufficiente, e in grado

di vivere 'fuori' dal proprio dolore.


140 9 L'occhio innocente

Quando pensiamo al vedere le cose con occhi nuovi, come per la

prima volta, ci tornano in mente alcune note tecniche di meditazione:

Ne Il libro dei segreti, Bhagwan Shree Rajneesh descrive un sutra nel

quale la tecnica è la seguente: "Guardate una bella persona o un qua-

lunque oggetto come se fosse la prima volta che lo vedete". Rajneesh

sottolinea che abbiamo preso l'abitudine di non vedere gli oggetti fami-

liari, gli amici, la famiglia. "Dicono che non c'è niente di nuovo sotto

il sole. In realtà, non c'è niente di vecchio sotto il sole. Solo gli occhi

diventano vecchi, abituati alle cose; allora niente è nuovo. Per i bam-

bini ogni cosa è nuova: è per questo che ogni cosa li eccita...". Rajneesh

termina il capitolo con le parole: "Guardate con occhi nuovi, come se

fosse la prima volta... Ciò darà nuova freschezza al vostro sguardo.

I vostri occhi diverranno innocenti. Occhi così innocenti sono in grado

di vedere. Occhi così innocenti sono in grado di penetrare nel mondo

interno".

Abbiamo già incontrato questo tema del "guardare con occhi nuovi"

in molti dei racconti di Erickson. Nel racconto "Come allenai la nostra

squadra di tiro per battere i russi" (p. 83), Erickson istruisce i tiratori

a pensare a ogni colpo come se fosse il primo. In "Camminare sul ghiac-

cio sdrucciolevole" (p. 86), il soggetto è portato a lasciare da parte le

sue precedenti associazioni, poiché ha gli occhi chiusi e non si rende

conto di camminare sul ghiaccio. Di conseguenza, non cammina rigido,

pronto a cadere. Può allora fare ogni passo "in modo innocente", ri-

spondendo appropriatamente alla propria sensibilità cenestesica, e affi-

dandosi al proprio senso dell'equilibrio. In realtà, in questi racconti,

l'importanza di concentrarsi sul momento presente viene ripetutamente

sottolineata. È facile che il lettore pensi a un racconto, come per esem-

pio "Camminando per la strada" (p. 53), quando effettivamente cammi-


na per la strada. Quando ciò avviene, è costretto a guardare con occhi

nuovi qualsiasi cosa stia facendo.


L'occhio innocente 141

L'importanza di guardare con occhio limpido, 'aperto', è sottolineata

sia in questo capitolo che nel successivo. "Osservare: notare le diffe-

renze". La differenza principale è che, in quest'ultimo, i racconti for-

niscono esempi di una visione 'educata' alla limpidezza che si serve

dell'esperienza per interpretare i dati di realtà.

Pensare come i bambini

Come possiamo imparare a pensare di nuovo come i bambini e a

ritrovare un po' di creatività?

Osservate i bambini piccoli. La mia figlia minore ha fatto il college

in tre anni, ha preso il diploma nel quarto anno e ha finito la scuola

di Medicina in altri due anni e nove mesi. Quando era molto piccola

faceva sempre dei disegni, e mentre disegnava diceva: "È difficile fare

questo disegno. Spero di finirlo presto, così saprò cos'è che sto dise-

gnando".

Osservate i bambini piccoli quando disegnano. "È una stalla? No,

è una mucca. No, è un albero". Il disegno è qualsiasi cosa loro vo-

gliono che sia.

La maggior parte dei bambini piccoli ha una buona immaginazione

eidetica, e alcuni hanno dei compagni di gioco immaginari. Possono

fare una festa, che possono tramutare in un gioco nel frutteto. Poi pos-

sono tramutare quella festa nel frutteto in una caccia alle uova di Pasqua.

I bambini sono molto ignoranti, così hanno molto spazio per tramutare

le cose.

In stato di trance, avete al vostro servizio miliardi di cellule cerebrali

che ordinariamente non utilizzate. E i bambini sono molto onesti. "Non

mi piaci", là dove voi direste: "Piacere di conoscerla"!

In società, voi seguite degli schemi molto precisi, senza rendervi


conto che state ponendo dei limiti al vostro comportamento. Nella

trance ipnotica, siete liberi.

Il fantasma Roger

Avevamo un cane, un bassotto maschio di nome Roger. Quando morì,

mia moglie ne fu molto addolorata. Il giorno dopo, nella cassetta della

posta c'era una lettera per lei da parte del Fantasma Roger, dal gran

campo di ossa lassù.


142 L'occhio innocente

Naturalmente, il Fantasma Roger era molto prolifico come scrittore

di lettere. E il Fantasma Roger captava molte chiacchiere degli altri

fantasmi su come i bambini si comportavano quand'erano piccoli. I miei

nipotini leggono quelle lettere e hanno informazioni dall'interno sui

loro genitori.

I bambini giocano con le parole e giocano con le idee. E grazie alla

loro immaginazione eidetica sono circondati da cani e da gatti, solo che

i grandi non possono vederli.

Quando andavamo in macchina dal Michigan al Wisconsin per fare

visita ai miei genitori, guardavo avanti per vedere cosa arrivava. Par-

lavo sempre di frittelle da mangiare: "Quant'è grande il mucchio che

ti piacerebbe mangiarne?".

Passavamo davanti a un mucchio di fieno: "Ecco un bel mucchio

da mangiare". Un mucchio di frittelle, un mucchio di fieno. E così in

quel modo imparammo a fare un sacco di giochi.

Nell'ipnosi, penso che la cosa migliore da fare sia ricorrere a tutto

quello che si può. Potrebbe riferirsi all'infanzia di una persona.

Perché porta quel bastone?

Tenni una conferenza a un folto gruppo di medici e dopo che fu

terminata uno dei medici disse: "La sua conferenza mi è piaciuta, e

ho seguito i suoi disegni alla lavagna, le sue parole, le sue spiegazioni.

Però c'è una cosa che non capisco. Perché non ha usato la bacchetta

che sta lì nell'angolo? Perché porta in giro con sé il bastone che usa

come bacchetta?"

"Porto con me il bastone perché zoppico", risposi. "Va anche bene

come bacchetta".

"Ma lei non zoppica", disse lui.


E appresi che molti altri del pubblico non avevano notato che io

zoppicavo. Avevano pensato che mi portassi appresso un bastone e lo

utilizzassi come bacchetta solo per una mia mania.

Sono entrato in molte case, e i bambini mi dicevano subito: "Che

cosa hai alla gamba?". Perché lo notano. La mente di un bambino è

molto aperta; mentre gli adulti tendono a limitarsi. Qualsiasi presti-

giatore vi dice: "Non fate venire i bambini troppo vicino, o scopri-

ranno il trucco". La mente degli adulti è chiusa. Credono di osservare

ogni cosa, e invece non stanno osservando. Hanno un modo abitudi-

nario di guardare le cose.


L'occhio innocente 143

Giochi di prestigio

Feci venire un prestigiatore per dare uno spettacolo di giochi di

prestigio per i miei bambini. Il prestigiatore volle che i bambini stes-

sero il più lontano possibile, mentre a me permise di restargli vicino.

Nella stanza accanto, mi fece vedere un coniglio dentro una scatola di

cartone. Io lo tenni attentamente d'occhio. C'erano solo le sue mani

da tenere d'occhio, non era tanto difficile. E quando uscì dalla stanza,

ero sicuro che non si era portato appresso il coniglio. Più tardi, durante

lo spettacolo, prese un cappello e ne estrasse il coniglio. Ebbene, io

l'avevo osservato attentamente, per essere sicuro che non aprisse la

scatola di cartone per tirarne fuori il coniglio. Lo spettacolo era andato

avanti per mezz'ora, quando improvvisamente il coniglio spuntò dal suo

cappello. Scopersi più tardi che aveva distratto per un solo attimo la

mia attenzione, e aveva tirato fuori il coniglio dalla scatola e se l'era

infilato in un tascone dell'abito. Non avevo visto in nessun momento

il dimenarsi del coniglio sotto al vestito. Tirò fuori il cappello per farmi

vedere, e c'era il coniglio dentro.

Uno dei miei ragazzi, che stava seduto all'estremità opposta della

stanza, esclamò: "L'ha tirato fuori da sotto il vestito!"


144 10 Osservare: notare le differenze

In questo capitolo, Erickson non si limita a evidenziare l'importanza

dell'osservare e del notare le differenze, ma fornisce anche diversi esempi

della creazione di situazioni tali da permettergli di osservare certi feno-

meni, dai quali ricavare rilevanti informazioni. In altre parole, nel caso

in cui il paziente stesso non si comporti in modo da collaborare o for-

nire informazioni (come fa il paziente de "Lo psichiatra giusto"), Erick-

son crea una situazione che faciliti tale comportamento. Di solito chia-

miamo 'test' queste situazioni che noi stessi creiamo. Erickson compie

questa operazione nella realtà, quando esamina la sordità di un bambino

di due anni. In modo meno diretto, nel caso che ho chiamato "Star-

nuti", fa una domanda cruciale che permette di ricavare importanti

informazioni.

Nei racconti che seguono, l'osservazione è connessa al giudizio e al-

l'esperienza.

Lo psichiatra giusto

Quando ascoltate la gente che parla, ascoltate tutte le possibilità.

Il vostro pensiero sia aperto a tutte le possibilità, non sia limitato;

non cercate solo di applicare a qualunque paziente la terza riga a pa-

gina quattro del libro di Carl Rogers. Pensate a tutte le possibilità.

Una donna bellissima entrò nel mio studio, si sedette, si tolse un

peletto dalla manica e disse: "So benissimo di non avere un appun-

tamento con lei, dottor Erickson. Sono stata a Baltimora, e lì ho con-

sultato tutti i suoi amici. Sono stata a New York, e lì ho consultato

tutti i suoi amici, sono stata a Boston e a Detroit, e nessuno era lo

psichiatra giusto per me. Ora sono venuta a Phoenix, per vedere se

lei è lo psichiatra giusto per me".


Osservare: notare le differenze 145

"Non ci vorrà molto", dissi io. Annotai nome, età, indirizzo, numero

di telefono, feci alcune altre domande e poi le dissi: "Signora, io sono

lo psichiatra giusto per lei".

"Non le sembra di essere un po' presuntuoso, dottor Erickson?".

"Niente affatto. Sto solo affermando una realtà. Io sono lo psichiatra

giusto per lei", risposi.

"Ha tutta l'aria di essere terribilmente presuntuoso", disse lei.

"Non è questione di essere presuntuoso", dissi. "È un dato di fatto,

e se vuole che glielo provi, glielo posso provare, facendole una semplice

domanda. Però ci pensi bene, perché non penso che lei voglia che le

faccia questa domanda".

"Non fa niente, vada avanti e faccia questa domanda", disse lei.

"Da quanto tempo indossa abiti femminili?", gli chiesi.

"Come ha fatto a saperlo?", disse lui.

Io ero lo psichiatra giusto. Ebbene, come avevo fatto a saperlo?

È giusto che vogliate saperlo. Da come si era tolto il peletto dalla

manica. Io che sono un uomo, non 'aggiro' mai. Non ho nulla da

aggirare. Una donna, sì. Si era tolto il peletto senza far aggirare il

braccio. Solo un uomo, fa così. Le ragazze imparano a far aggirare

il braccio prima ancora che si possano notare dei segni di cambia-

mento nel seno. Osservando le mie figlie, ho scoperto che ciò avviene

verso i dieci anni. Quando, per esempio, Betty Alice aveva circa

dieci anni, e doveva togliere qualcosa dallo scaffale o dal mobile

radio, sollevava le braccia in questo modo (come per evitare un

grande seno). Dissi allora a mia moglie: "Quando Betty Alice si fa

il bagno, dà un'occhiata al suo petto". Mia moglie uscì dal bagno e

disse: "C'è appena un inizio di cambiamento nei capezzoli".

Una ragazzina corre come fa un ragazzo, tira la palla come fa un


ragazzo. Poi un giorno, improvvisamente, corre come fa una ragazza,

tira la palla come fa una ragazza. Corre come fa un ragazzo perché

ha il bacino della misura di quello di un ragazzo. Poi un giorno il

bacino diventa un millimetro più largo di quello di un ragazzo, e lei

comincia a correre come fa una ragazza.

C'è un periodo in cui i ragazzi non fanno altro che guardarsi allo

specchio. Ne hanno buone ragioni. Il fatto è che quando si sentono

la faccia si accorgono che la pelle della faccia diventa più spessa.

Abbastanza dura da far spuntare la peluria. Deve diventare più dura,

prima di poter far crescere la peluria. E la pelle più dura dà una

sensazione differente. E il ragazzo nota che c'è qualcosa di diverso

nella sua faccia. Che diavolo sarà mai? E le sorelle che lo chiamano

vanitoso, solo perché sta sempre davanti allo specchio!


146 Osservare: notare le differenze

Come si fa un test a un bambino di due anni?

Quando esaminavo i bambini orfani, dovevo indicare quelli che

non ci vedevano molto bene, quelli che avevano difetti d'udito, quelli

che avevano incapacità d'apprendimento. E come è possibile fare un

test uditivo a un bambino di un anno o due? Voi come avreste fatto?

Tenete presente che ero un perfetto estraneo, il bambino non mi

aveva mai visto fino a quel momento.

Gli assistenti dell'orfanotrofio dovettero pensare che stavo dando

i numeri. Dissi loro di fare entrare ogni bambino camminando all'in-

dietro, e anche l'assistente che lo portava camminava all'indietro.

Accanto al tavolo, avevo una specie di bacinella di stagno; era un

fermacarte, bello pesante. Lo facevo cadere a terra, e l'assistente si

girava, mentre il bambino sordo guardava a terra. Sentiva le vibra-

zioni sul pavimento. Beh, se io sono riuscito a pensare una cosa del

genere, perché non potreste farlo anche voi? Quando volete scoprire

delle cose sui vostri pazienti, osservate. Osservate il loro comporta-

mento.

Pappette

Quando un piccolo di sei mesi cui stanno dando una pappetta

guarda il viso della madre, e la madre sta pensando: "Che porcheria,

puzza proprio", il bambino legge i titoli sul viso della madre e

sputa tutto.

Non dovete far altro che osservare come i bambini piccoli studiano

il viso della madre o del padre. Sanno quando smetterla un attimo

prima di prendersi un rimprovero. E sanno esattamente quante volte

chiedere una caramella per ottenerla. Non ha importanza quanti 'no'

vengono loro detti, loro avvertono l'affievolirsi dei 'no'. Sanno benis-
simo quando il 'no' è diventato debolissimo, e una pressante richiesta

di caramelle frutta un accondiscendente 'sì'.

Erickson ci sta dicendo che quando eravamo bambini ci rendevamo

conto del tono della voce, e degli altri metamessaggi che accompa-

gnavano le parole. Ci ricorda che eravamo influenzati dagli atteggia-

menti e dai gusti dei nostri genitori, in un tempo in cui non eravamo

in condizione di valutarli in modo autonomo. Questo genere di in-

fluenza è stato determinante non solo nei riguardi delle nostre abi-
Osservare: notare le differenze 147

tudini, valori, gusti, ma anche, sfortunatamente, nell'adozione delle

paure, pregiudizi e fobie dei nostri genitori.

Quando narrava questa storiella a dei terapeuti, io credo che stesse

loro dicendo, tra l'altro: "Perché qui e adesso non fate attenzione a

questi messaggi non verbali?". Incidentalmente, l'impiego ripetuto

delle parole 'sanno' e 'no' era caratteristico. Forse sta suggerendo a

un paziente che può 'sapere' di poter dire -no', per esempio a un sin-

tomo. Conclude poi il racconto con una nota positiva, con un 'sì'.

Il messaggio indiretto o celato e insomma che i 'no', i dinieghi, diver-

ranno sempre più deboli, e che al paziente rimarrà un positivo rag-

giungimento del successo o del sollievo, un 'sì'.

Quanti modi diversi?

C'era uno studente universitario, che al liceo era stato capitano

della squadra di baseball, e che al liceo era stato capitano della

squadra di football. Voleva iscriversi alla A.S.U. [Arizona State

University]. Ma si riscontrò che i suoi avambracci presentavano una

normale differenza di 2-3 centimetri. Era distrutto. Venne da me e

mi disse: "Lei non sa cosa vuol dire essere un invalido".

Non poteva più studiare, non poteva lavorare, non poteva più

entrare in una squadra sportiva. Quell'avambraccio più corto dell'al-

tro faceva di lui un invalido. I medici dissero a sua madre come

stavano le cose, e dissero che era preschizoide.

Vedete, quando un paziente mi dice che io non so cos'è il dolore,

e che non so cosa vuol dire essere invalido, io mi permetto di dire

che si sbaglia.

Proprio così. E posso dimostrare molto chiaramente che il fatto

di essere rimasto paralizzato dopo il liceo non mi è stato di alcun


ostacolo. E non potevo muovere nessuna parte del corpo, a eccezione

delle pupille. Ho imparato il linguaggio del corpo.

E quando andavo all'Università, il primo anno andai a vedere

Frank Bacon in Lightning. Quell'attore divenne celebre, perché nel

corso della commedia sapeva dire 'no' con sedici diversi significati.

La sera dopo tornai a teatro, e contai tutti i significati diversi.

Può darsi che Erickson stia sottolineando la differenza tra il notare

le differenze, che è cosa utile, e l'ossessivo o ipocondriaco concentrarsi

su differenze minime, come per esempio la normale differenza che

intercorre tra la lunghezza degli avambracci.


148 Osservare: notare le differenze

Una gradazione di verde diversa

Mandai uno dei miei pazienti, un eroinomane, a sedersi sul prato

fino a che non fece una fantastica scoperta! Era un allergologo e

aveva una fenomenale percezione dei colori. Dopo circa un'ora e

mezza che se ne stava seduto sul prato, entrò di corsa in casa e mi

disse: "Ma lo sapeva che ogni filo d'erba ha una gradazione di verde

diversa?". E me li sistemò davanti dal più chiaro al più scuro. Era

talmente sorpreso! La quantità di clorofilla varia da foglia a foglia.

La clorofilla varia secondo la piovosità della stagione, secondo la

fertilità del suolo.

Un'altra volta, lo feci sedere sul prato con la faccia rivolta a Est.

Venne dentro e disse: "Il cipresso nel lotto accanto è inclinato verso

il sole, pende verso Sud. Ho fatto il giro e ho guardato e ho scoperto

che nel prato lei ha cinque cipressi, e che pendono tutti verso Sud".

"L'ho scoperto la prima volta che sono venuto a Phoenix, girando

per la città, verificando la cosa", dissi io. "La prima volta che ho

visto una pianta eliotropica la cosa mi ha stupito. Di solito uno

pensa che gli alberi crescano su dritti. E una pianta eliotropica!

Guardando un girasole si può dire che ora è".

Avete mai sentito parlare di una aiuola-orologio? Mia nonna aveva

un'aiuola-orologio. I convolvoli si schiudevano di prima mattina, certi

altri fiori si schiudevano alle sette, altri alle otto, altri alle nove, altri

alle dieci, altri ancora a mezzogiorno. E poi c'erano le primule della

sera, per esempio. Il cereus si schiude verso le dieci e mezza o le

undici di sera.

L'allergologo, esercitato a distinguere le diverse colorazioni della

pelle, aveva naturalmente sviluppato anche una generalizzata capacità

di percepire sottili distinzioni di gradazione e di colore. Naturalmente,


mentre opportunamente parla dell'importanza di osservare i fenomeni

naturali, Erickson ogni tanto presenta delle suggestioni di 'apertura'.

I suoi commenti servono da suggestione postipnotica, cosicché ogni-

qualvolta l'ascoltatore vede una pianta eliotropica o delle primule

della sera, farà associazioni sulla 'apertura'. Come conseguenza, può

reagire con un'apertura, non solo percettiva, ma anche emotiva.

All'estero

Quando arrivai, c'era una nuova paziente già seduta. Annotai il

suo nome, indirizzo, eccetera, e le chiesi per che cosa voleva con-

sultarmi.
Osservare: notare le differenze 149

"Ho una fobia per gli aeroplani", disse.

"Signora, quando io sono arrivato nello studio lei era già seduta

in quella sedia", dissi. "Le dispiace uscire nella sala d'aspetto, tornare

qui e sedersi?". La cosa non le piacque, ma lo fece. "Ebbene, il suo

problema?", dissi.

"A settembre mio marito mi porta all'estero, e io ho un terrore

mortale di trovarmi in un aeroplano".

"Signora, quando un paziente viene dallo psichiatra non ci può

essere reticenza sulle informazioni che chiede", dissi. "Io so qualcosa

di lei. Le voglio porre una domanda spiacevole. Perché i pazienti

non possono essere aiutati se sono reticenti. Anche se l'informazione

richiesta sembra senza nesso apparente".

"Va bene", disse lei.

"Suo marito sa della sua relazione?", chiesi.

"No", disse lei, "Ma lei come ha fatto a saperlo?".

"Me l'ha detto il suo linguaggio del corpo", risposi.

Teneva le caviglie incrociate. Io non riesco a farlo. La gamba destra

era incrociata sopra la sinistra e il piede passava intorno alla caviglia.

Era completamente serrata. Secondo quanto so dalla mia esperienza,

ogni donna sposata che ha una relazione che vuole mantenere segreta

si chiude sempre in quel modo.

Aveva detto: "all'estero", con una particolare intonazione. Aveva

fatto una pausa spezzando la parola [a-broad invece che abroad, tutto

attaccato]. Mi portò il suo amante; perché voleva consultarmi; erano

diversi anni che stavano insieme. Poi venne a consultarmi perché

voleva rompere con lui. Il suo amante venne da me perché aveva

ogni giorno dei terribili mali di testa. Aveva problemi coniugali con

sua moglie e coi bambini, così chiesi di vedere sua moglie. Gli dissi
che forse avrei voluto vedere anche i bambini. La moglie entrò e si

chiuse tutta. "Così, lei ha una relazione", le dissi.

"Sì, gliel'ha detto mio marito?", disse lei.

"No, l'ho ricavato dal suo linguaggio del corpo", dissi io. "Ora

capisco perché suo marito ha sempre mal di testa".

"È stato lui a suggerire che avessi una relazione, alcuni anni fa",

disse. "Io trovai la cosa molto piacevole. Poi lui scoperse che non

voleva che continuasse. Non sono certa se sospetti che la relazione

continua, ma ci sono delle volte in cui penso che lui lo sa".

Allora chiesi al marito, mentre era in trance, perché avesse consi-

gliato a sua moglie di avere una relazione. "A quell'epoca avevo così

tante cose da fare", rispose, "e pensavo di non stare assolvendo ai

miei doveri coniugali. Ma presto divenni geloso e le chiesi di smettere.

Lei disse che l'avrebbe fatto, ma io continuo a trovare prove del


150 Osservare: notare le differenze

fatto che la relazione continua. Solo che non voglio saperlo".

"Ecco la causa del suo mal di testa", dissi. "Che cosa intende fare?".

"Mi terrò il mal di testa", disse.

A quell'epoca era alla testa del Partito Democratico dell'Arizona.

Lasciò quella carica per prestare più attenzione a sua moglie, ma era

troppo tardi.

Certe persone si tengono il dolore perché non vogliono sapere

qualche cosa. In questo modo non devono pensare a qualche cosa.

Erickson osserva che la paziente pronuncia 'all'estero' in modo del

tutto particolare [a-broad]. Apparentemente, si sta autodefinendo una

'persona volgare'* a causa della sua infedeltà. Nota anche con lo

sguardo che lei sta seduta in un modo particolare.

Erickson utilizzava questo racconto, come la maggior parte degli

altri, per molteplici scopi. Alla conclusione, sottolinea un punto im-

portante: e cioè che una persona ha il diritto di scegliere di tenersi

un sintomo, quando la perdita del sintomo stesso potrebbe comportare

dolore e disagi maggiori. In questo caso, per il marito la ferita di

orgoglio sarebbe più dolorosa del mal di testa. Quando egli lasciò

la propria posizione di 'capo' del Partito Democratico per ristabilirsi

a 'capo' della propria famiglia, era troppo tardi. Il dolore alla testa

può simbolicamente rappresentare la consapevolezza, a qualche livello,

di essere stato 'decapitato'. E il dolore gli serve anche a impedirgli

di guardare in faccia la propria situazione. Se dovesse arrivare ad am-

mettere di sapere che sua moglie gli è infedele, o dovrebbe sentirsi

costretto a separarsi da lei, oppure si sentirebbe impotente e incapace.

Allora sceglie di tenersi il mal di testa.

Starnuti
Una donna mi raccontò: "Ho consultato ventisei medici per farmi

fare delle analisi. Uno mi ha tenuto in ospedale per due settimane per

farmi delle analisi. Un altro mi ha tenuto in ospedale per una settimana

per farmi delle analisi. Alla fine mi hanno detto: 'È meglio che vada

da uno psichiatra, lei è piuttosto insofferente alle analisi fisiche'".

* Il gioco di parole in questo caso può essere compreso solo se si ricorda che

tra i significati inglesi della parola broad c'è anche quello di 'volgare',

'indecente'. La donna del racconto, col suo singolare modo di pronunciare

a-broad invece che abroad (all'estero), sembra tradire un proprio concetto di sé

che Erickson è prontissimo a cogliere [n.d.t.].


Osservare: notare le differenze 151

La donna mi raccontò questa storia. Io le chiesi: "Che cosa faceva

d'insolito a ogni visita, da indurre il medico a interromperla?". Rifletté

a lungo prima di rispondere: "Beh, starnutivo sempre quando comin-

ciavano a esaminarmi la mammella destra",

"Lei ha quarantotto anni e starnutisce sempre quando le toccano la

mammella destra", dissi. "A questi medici ha raccontato che da giovane

ha avuto la gonorrea e la sifilide, poi starnutisce quando le toccano il

seno destro e loro interrompono sempre l'esame del seno".

"Proprio così", disse lei.

"Benissimo", dissi. "Io adesso la mando da un ginecologo, e lei

può ascoltare cosa gli dico al telefono".

Chiamai il ginecologo e gli dissi: "Ho qui in studio una donna di

quarantotto anni. Credo che abbia un tumore alla mammella destra.

Non so se è benigno o maligno. Ci sono indizi di natura psicologica.

Adesso mando questa donna al tuo studio, e voglio che tu le faccia

un esame approfondito della mammella destra. E se c'è qualcosa che

non va, mandala in ospedale direttamente dallo studio, altrimenti sarà

uno di quei pazienti che scappano".

Così le esaminò la mammella destra e la portò immediatamente al-

l'ospedale. La operò di un tumore maligno al seno.

I pazienti tradiscono le paure che stanno cercando di nascondere.

Qui Erickson sta dicendo ai terapeuti di osservare non solo ciò che

è visibile, ma anche di andare alla ricerca delle cose che un paziente

tenta di nascondere. Come ci fa notare, i pazienti spesso rivelano

queste cose in modo indiretto, cercando di distoglierne l'attenzione.

Erickson fece rilevare alla paziente che ella non aveva avuto reti-

cenze a parlare delle sue malattie veneree, e tuttavia aveva distolto

l'attenzione dalla propria mammella destra. Se ne doveva concludere


che aveva paura di venire a sapere di avere un cancro al seno.

Erickson temeva per giunta che la sua paura di guardare in faccia la

diagnosi (diagnosi cui era già arrivata da sola) l'avrebbe anche spinta

a sottrarsi all'operazione.

Magia, poteri sovrannaturali e percezione extrasensoriale

Come Houdini, anche Erickson liquidava i cosiddetti poteri sovran-

naturali e la percezione extrasensoriale dicendo che erano basati sul

trucco, sull'illusione o su una capacità di osservazione molto svilup-

pata. Il suo pensiero è riassunto in una lettera indirizzata al dottor

Ernest F. Pecci, datata 8 giugno 1979, nella quale scriveva:


152 Osservare: notare le differenze

"Sento di doverti informare che non credo che la parapsicologia

poggi su basi scientifiche, e penso anche che le cosiddette prove del-

l'esistenza di queste facoltà si basino su una mendace logica mate-

matica, sull'errata interpretazione dei dati, sul non tener conto dei

cenni sensoriali minimi, su un'interpretazione non obiettiva, se non,

spesso, sull'impostura più smaccata. Da più di cinquantanni lavoro

per dissociare lo studio dell'ipnosi da qualsiasi contenuto di natura

occulta e non scientifica".

Nei racconti che seguono, Erickson ci dà alcuni divertenti esempi

della propria capacità di farsi beffe dei veggenti, ben sapendo che

essi hanno imparato a osservare e interpretare minimi movimenti del

corpo, tra i quali quelli delle labbra, del collo (attorno alle corde

vocali), e della faccia. Successivamente, rivela il metodo da lui utiliz-

zato per trovare 'magicamente' degli oggetti nascosti. Successivamente

ancora racconta una storia che gli piaceva sempre ripetere, di quando

fece credere a J.B. Rhine di possedere enormi poteri di percezione

extrasensoriale. In tutti questi casi, Erickson sta bene attento a far

notare come non ci sia bisogno di ricorrere a spiegazioni di ordine

'sovrannaturale'. La maggior parte dei fenomeni di percezione extra-

sensoriale che descrive possono essere spiegati con mezzi perfetta-

mente 'normali'. La comunicazione avviene tramite i sensi della vista

e del tatto. In ciascun caso, il 'mago' non ha fatto altro che allenarsi

a cogliere quei cenni sensoriali minimi che alla maggior parte di

noi sfuggono.

Veggenti

Qualsiasi semplice spiegazione che ci risparmi di pensare viene pron-

tamente accettata. Vi voglio raccontare una mia personale esperienza.


Un mio buon soggetto ipnotico, Harold, andò da un veggente che gli

disse dei dettagli intimi sulla sua famiglia; lui ne fu enormemente

impressionato. Senza che Harold lo sapesse (e Harold conosceva molto

bene la mia famiglia), io scrissi un falso nome per mio padre, per

mia madre, per i miei otto fratelli; scrissi anche errati i rispettivi

luoghi di nascita e diedi molti falsi particolari. Misi tutto ciò in una

busta, e la feci mettere a Harold in una tasca interna della sua giacca.

Poi andammo insieme dal veggente. Con stupore di Harold, il veg-

gente mi disse che il nome di mio padre era Peter, il nome di mia

madre era Beatrice, e diede tutti i falsi nomi e i falsi luoghi; diede

tutti i falsi dati. Non prestò alcuna attenzione a Harold, e suppongo

che abbia pensato che la sua espressione di sbalordimento fosse do-


Osservare: notare le differenze 153

vuta alla sorpresa. Diede tutte le false informazioni, e poi ce ne

andammo.

"Ma il nome di tuo padre è Albert", mi disse Harold. "Come hai

fatto a fargli dire Peter?".

"Ho pensato continuamente: 'Peter, Peter, Peter' e 'Beatrice, Bea-

trice, Beatrice'", risposi.

E così Harold smise di credere ai veggenti.

A New Orleans un veggente fece molte predizioni esatte a un mio

amico medico e alla sua ragazza. Poi disse a mia moglie Betty che

alla fine si sarebbe innamorata di me; le disse anche i nomi che

avremmo scelto per i nostri figli. Betty e io, quando avevamo visto

arrivare il veggente, ci eravamo messi d'accordo di fornirgli tutte le

informazioni che voleva, in modo da fare grande impressione sul mio

amico e sulla sua amica. Fornimmo i dati al veggente per mezzo del

linguaggio subliminale. Non avete mai osservato una persona che conta

e muove le labbra mentre conta? O la gente che legge e muove le

labbra? Ebbene, le mie labbra sono così rigide e rigonfie all'indietro

che non posso farlo spontaneamente, perciò riesco a confondere un

veggente.

In entrambe le situazioni descritte, il veggente riusciva a 'leggere

il pensiero' decifrando il linguaggio subliminale o subvocale. Anche

Erickson aveva sviluppato questa capacità, e ciò può aver contribuito

a dargli la reputazione di lettore del pensiero e di mago.

Lettura del pensiero

A Cornell c'era un soggetto che faceva molto scalpore perché sapeva

moltiplicare numeri a sei cifre. Sapeva calcolare la radice quadrata e

la radice cubica di numeri a sei e otto cifre, quasi all'istante. Poi


conosceva un altro trucco. Diceva a qualcuno di nascondere uno spillo

da qualche parte nell'edificio; poi girava tenendo per mano la persona

interessata e le leggeva nella mente, diceva lui.

Una volta che a Cornell si parlava di questa cosa, io suggerii:

"Perché non nascondete uno spillo da qualche parte in un edificio?

Non occorre che mi diciate se si trova al secondo piano, o al primo,

o dove sia, ma ci terremo per mano e gireremo per il campus e

vedrete che troverò lo spillo".

Trovai lo spillo al secondo piano di un edificio, infilato nella cor-

nice di un dipinto. Tutto quello che dovete fare è tenervi per mano
154 Osservare: notare le differenze

e camminare insieme, e la persona si ritrae leggermente quando vi

avvicinate allo spillo. Così, appena avvertivo un minimo ritirarsi quando

mi avvicinavo a certi scalini, naturalmente li salivo. Quando arrivate

su in cima alla scala c'è di nuovo tensione. Da che parte girare? Ti

giri da una parte, e la mano si rilascia. Ti giri dall'altra, e si irrigi-

disce. E così vai avanti!

Giochi d'abilità

Ho imparato alcuni semplici giochi d'abilità quando sono stato

interno, e poi special resident di psichiatria al Colorado Psychopathic

Hospital. Avevano appena aperto un reparto per ragazzi delinquenti,

ogni membro dell'ospedale doveva prestarvi servizio e i ragazzi ne

erano terribilmente irritati. Ogni membro dello staff dell'ospedale era

distaccato lì per due settimane e tutti ne avevano paura; era una

tortura, perché i ragazzi erano così aggressivi. Quando venne il mio

turno, e il ragazzo entrò, guardandomi con occhio torvo, mi misi a

fare un semplice gioco d'abilità. Mi rigirai, in modo che non potesse

capire il trucco. Il ragazzo mi dimostrò prontamente che poteva aggi-

rare l'ostacolo e mi chiese di spiegargli il trucco. Poi mi chiese di

farne un altro. Finimmo coll'essere i migliori amici di questo mondo.

Così imparai una mezza dozzina di trucchi, e la voce si sparse, e tutti

i ragazzi volevano vedermi. Loro volevano qualcosa da me, e così io

ottenni quello che volevo da loro. Ed era una cosa semplice, far sì

che giocassero con me senza che si rendessero conto che io stavo

giocando loro.

"Ed era una cosa semplice, far sì che loro giocassero con me senza

che si rendessero conto che io stavo giocando loro". Questa frase sin-

tetizza uno dei più importanti principi di Erickson, quello di catturare


l'interesse del paziente mentre il terapeuta, spesso attraverso sugge-

stioni subliminali, 'gioca' l'inconscio del paziente. In altre parole, il

terapeuta evoca una 'musica' nel paziente,* sotto forma delle cose

apprese in passato e delle conoscenze che sino ad allora sono state

a lui inaccessibili. In un primo momento, la maggior parte dei pazienti

devono sentirsi strumenti e lasciare che il terapeuta li suoni. Con

l'esperienza potranno imparare a suonare da soli.

* Nel testo, gioco di parole, intraducibile, sul verbo 'to play', che significa

'giocare', ma anche 'suonare' [n.d.T.].


Osservare: notare le differenze 155

Percezione extrasensoriale con J. B. Rhine

Rhine era seduto a un tavolo con alcuni soggetti, e dava dimo-

strazioni di percezione extrasensoriale. Seduti a un altro tavolo, altre

persone e io eravamo molto diffidenti nei suoi confronti. Ci sprofon-

dammo nelle poltrone, in modo da vedere di sghembo le carte. Era

sera, e sul tavolo c'erano delle lampadine elettriche. Le carte erano

sparse sul tavolo, e Rhine ne rigirava una. Noi abbassavamo la testa

e notavamo un luccichio sulla carta. Vedevamo le sovraimpressioni

delle stelle, dei quadri, ecc., sopra le carte. Vedete, le carte originali

erano state sovraimpresse. La leggera impressione sul dorso della carta

rifletteva la luce in modo diverso, e se vi abbassavate con la giusta

angolazione potevate vederla. Guardate un oggetto, e lo vedete liscio,

poi lo girate e vedete un luccichio, dovuto a una qualche scabrosità.

Così Gilbert, Watson [gli altri al tavolo] e io ci offrimmo come sog-

getti volontari, e Rhine pensò di avere tre soggetti perfetti, perché

tutti leggemmo perfettamente tutte e venticinque le carte.

Come Erickson dimostra, non è indispensabile essere un allenato

osservatore per notare differenze quali le sovraimpressioni sul dorso

delle carte. In certi casi, basta guardare le cose da un'angolazione o

una prospettiva diverse.

Nel racconto che segue, Erickson ci parla di un giovane che aveva

abbinato a un'attenta osservazione una memoria molto sviluppata, il

che gli permetteva di compiere un notevole 'gioco d'abilità'.

Un trucco con le carte

Uno dei miei soggetti ipnotici di Worcester mi disse: "Non mi

piace fare questo giochetto. Mi dà un terribile mal di testa. Però

penso che lei dovrebbe proprio conoscerlo". E continuò: "Vada da


un tabaccaio, e compri un mazzo di carte. Lo apra. Tolga tutti i

'jolly' e le carte segnapunti". Poi disse: "Mescoli per bene il mazzo,

una mezza dozzina di volte, poi lo tagli e lo mescoli di nuovo. Distri-

buisca le carte, scoperte, una alla volta, e poi le rigiri". Poi disse:

"Prenda su quelle carte, le mescoli di nuovo e le ridistribuisca co-

perte". E indovinò tutte le carte coperte, nell'ordine esatto. Le aveva

messe insieme coperte, e poi le aveva rigirate.

Poi mi spiegò il trucco. Il mazzo che avevo comprato aveva sul


156 Osservare: notare le differenze

dorso delle linee incrociate e dei piccoli quadrati. I quadrati non sono

mai tagliati con precisione. Non dovevo far altro che ricordare un

quarto di quadrato che mancava qui, un quarto di quadrato mancante

lì su quell'altra carta", mi spiegò. "Non faccio altro che ricordarmi

cinquantadue carte. E la cosa mi ha sempre dato un terribile mal di

testa, e ci è voluto molto e penoso esercizio, per riuscirci!". Aveva

utilizzato quel trucco per mantenersi agli studi. Aveva guadagnato

molti soldi in questo modo.

È davvero sorprendente quello che la gente riesce a fare. Solo che

tante volte non sa quello che può fare.


11 Con i pazienti psicotici 157

Nel trattamento delle psicosi, Erickson non cercava di risolvere tutti

i problemi del paziente. Come con gli altri pazienti, cercava di dare

il via a piccoli cambiamenti, che avrebbero condotto a cambiamenti

più sostanziali ed estesi. Poiché coloro che sono affetti da reazioni

psicotiche di solito reagiscono con modalità estreme, 'radicali', gli in-

terventi di Erickson con questi pazienti sono spesso semplici al sommo

grado, e i risultati sono assolutamente immediati. Le prime esperienze

psichiatriche di Erickson ebbero luogo in un ospedale psichiatrico e

può darsi che abbia tratto alcuni dei suoi importanti principi tera-

peutici dal lavoro coi pazienti psicotici. Questo deve essere certamente

vero per due delle sue massime preferite: "Parlate il linguaggio del

paziente" e: "Assecondate il paziente".

In casi in cui altri avrebbero ostinatamente insistito a cercare di

'ricavare un'anamnesi o di 'ragionare' col paziente, Erickson introdu-

ceva spesso un elemento inaspettato. Come vediamo nei casi "Il pa-

ziente che stava sempre in piedi" e "Herbert", Erickson spesso spin-

geva le cose a un punto in cui il paziente era costretto a compiere

un'azione diretta e a fare una scelta.

In questo capitolo troviamo esempi di questi, e altri approcci tera-

peutici, tra cui iimpiego di efficaci manipolazioni e ristrutturazioni.

Rivoltato

A Worcester avevo un paziente che ricambiava sempre il saluto.

Se gli facevate una domanda, vi guardava con vivacità. Era garbato,

docile, molto tranquillo. Andava a mensa, andava a letto, era disci-

plinato; non aveva mai niente da dire. Diceva: "Buongiorno" o

"Arrivederci".
158 Con i pazienti psicotici

Mi stancai di cercare di avere notizie da lui. Volevo la sua storia,

ma lui era manifestamente in un mondo irreale. Mi ci volle un bel

po' per escogitare un modo per entrare nel suo mondo.

Un giorno mi avvicinai e gli dissi: "Buongiorno". Lui rispose:

"Buongiorno". Allora mi tolsi la giacca, la rivoltai tutta, e la riindossai

al contrario.

Poi gli tolsi la sua giacca, la rivoltai tutta, gliela rimisi addosso al

contrario, e dissi: "Vorrei che mi raccontassi la tua storia".

Ottenni la storia. Assecondate il paziente.

Rivoltando la propria giacca, e riindossandola al contrario, Erickson

era simbolicamente entrato nel mondo irreale, 'rivoltato' e 'al con-

trario' del paziente. Poi fece in modo che il paziente si legasse a lui

utilizzando lo stesso 'linguaggio'. Una volta che entrambi si trovavano

nello stesso 'mondo' (rivoltato e al contrario), erano in grado di

parlarsi.

Tra l'altro, che il paziente 'ricambiasse sempre il saluto' faceva spe-

rare che avrebbe prontamente imitato il comportamento del terapeuta.

Il paziente che stava sempre in piedi

C'era un paziente che se ne era stato in piedi per la corsia per sei

o sette anni. Non parlava mai. Andava al bar, tornava indietro, an-

dava a letto quando glielo dicevano, andava in bagno quando ne

aveva bisogno, ma per la maggior parte del tempo stava in piedi.

Potevate parlargli per un'ora intera senza ricevere risposta. Un giorno

feci in modo di avere sicuramente una risposta. Mi avvicinai a lui con

una lucidatrice. Una lucidatrice ha uno spazzolono di 30 centimetri

per 30, lungo circa 90 centimetri, con un lungo manico. È coperta

da un vecchio tappetino e la si spinge avanti e indietro per lucidare


il pavimento.

Portai da lui una di queste lucidatrici e gli avvolsi le dita attorno

al manico. Lui rimase fermo lì in piedi. Ogni giorno gli dicevo:

"Muovi un po' quella lucidatrice".

Così cominciò a muoverla avanti e indietro di un paio di centimetri.

Ogni giorno gli facevo aumentare la distanza su cui spingerla, fino a

che gli feci fare il giro di tutto il reparto, ora dopo ora. E cominciò

a parlare. Cominciò ad accusarmi di abusare di lui, facendogli lucidare

il pavimento dalla mattina alla sera.

"Se vuoi fare qualcos'altro, per me va benissimo", gli dissi. E


Con i pazienti psicotici 159

cominciò a fare i letti. E cominciò a parlare, a fornire la sua storia,

a esprimere le sue idee deliranti. E ben presto fui in grado di dargli

il permesso di uscire in cortile.

Girava per i vari cortili del manicomio. Entro un anno fu in grado

di andare a casa e lavorare, e star fuori per una settimana, due setti-

mane, tre settimane, un mese.

Era ancora psicotico, ma era in grado di adattarsi al mondo di fuori.

Qui Erickson sta dando un esempio del principio di dare l'avvio a

un piccolo cambiamento, e di estendere gradualmente quel cambia-

mento. Abbiamo visto questo esempio in molti casi, particolarmente

nel suo trattamento dei fobici. Sta anche dimostrando come si dirige

un paziente fino a che questo non sia in grado di prendere lui il

comando. Ho sentito Erickson dire a un paziente: "Finché tu continui

così, io continuo così". In questo caso, il paziente venne diretto, fino

a che egli stesso alla fine non ruppe il silenzio per lamentarsi dell'a-

buso subito. Quando è in grado di 'fare da solo', cioè di parlare,

Erickson gli offre un'altra alternativa. La capacità di compiere scelte

era la prima reale indicazione del fatto che il paziente stava diven-

tando più sano.

Due Gesù

In reparto avevo due Gesù. Passavano tutta la giornata a spiegare:

"Io sono Gesù". Attaccavano bottone con tutti e spiegavano: "Il

vero Gesù sono io".

E così misi John e Alberto su una panca e dissi loro: "Seduti qua,

voi due. Dunque, ognuno di voi due dice di essere Gesù. Adesso,

John, voglio che tu spieghi ad Alberto che Gesù sei tu, non lui. E

tu Alberto, spiega a John che tu sei il vero Gesù, e che lui non lo è;
lo sei tu".

Li tenni lì seduti su quella panca a spiegarsi vicendevolmente dalla

mattina alla sera che erano il vero Gesù. E circa un mese dopo, John

disse: "Gesù sono io, e quel matto di Alberto dice che Gesù è lui".

Io dissi a John: "Vedi, John, tu dici la stessa cosa che dice lui.

E lui dice la stessa cosa che dici tu. Ora, io penso che uno di voi

due dev'essere pazzo, perché di Gesù ce n'è uno solo".

John ci pensò su per una settimana. "Io dico le stesse cose che

dice quel pazzo maniaco", disse. "Lui è matto e io dico le stesse cose

che dice lui. Ma allora devo essere matto anch'io; e io non voglio

essere matto".
160 Con i pazienti psicotici

Io dissi: "Bene, io non penso che tu sei Gesù. E tu non vuoi

essere matto. Ti farò lavorare nella biblioteca dell'ospedale". Lavorò

lì alcuni giorni di seguito, poi venne da me e mi disse: "C'è qual-

cosa di terribilmente sbagliato: c'è il mio nome su ogni pagina di

ogni libro". Aprì un libro e mi mostrò le lettere che componevano

john thornton; su ogni pagina trovava il suo nome.

Fui d'accordo con lui e gli feci vedere come su ogni pagina ap-

parisse il nome Milton erickson. Mi feci aiutare da lui a trovare il

nome del dottor Hugh Carmichael, il nome di Jim Glitton, il nome

di Dave Shakow. In realtà, su quella pagina potevamo trovare qual-

siasi nome cui lui pensasse.

"Ma queste lettere non appartengono a un nome; appartengono a

una parola!" disse John.

"Proprio così", dissi io.

John continuò a lavorare in biblioteca. Sei mesi più tardi se ne

tornò a casa, liberato dalle sue identificazioni psicotiche.

Erickson non ricorre ai metodi usuali di 'persuasione'; invece, in

entrambi i casi, mette John in situazioni nelle quali possa scoprire da

solo che le sue idee sono deliranti. Erickson ricorre alla tecnica di

'rispecchiare' il comportamento del paziente. Nel primo esempio,

Erickson fa in modo che il delirio sia rispecchiato da un altro paziente

che, per un caso, è vittima della stessa idea delirante. Nel secondo

caso, lo stesso Erickson rispecchia il comportamento, quando trova

il proprio nome sulla pagina. Questo approccio consistente nel 'rispec-

chiare' è utilizzato da Robert Lindner nel suo classico racconto "Il

divano a reazione". Erickson mi disse una volta che Lindner era stato

suo studente e si era consultato con lui prima di pubblicare il suo

libro L'ora di cinquanta minuti, nel quale è compreso questo racconto.


Esso narra di un terapeuta il cui paziente viveva in un mondo fittizio.

Quando il terapeuta assale il paziente con eccitati racconti dei propri

'viaggi' e delle proprie esperienze in questo mondo, quando si unisce

al paziente nelle sue allucinazioni, il paziente assume il ruolo del tera-

peuta e cerca di fargli vedere che il tipo di pensiero nel quale entrambi

si erano immersi è effettivamente delirante.

Herbert

La prima volta che andai al Rhode Island Hospital, mi venne affi-

dato il reparto degli uomini, dove c'era un paziente di nome Herbert


Con i pazienti psicotici 161

che stava lì da quasi un anno. Prima di essere ricoverato in ospedale,

Herbert pesava centodieci chili, era un manovale e passava il tempo

a giocare a carte o a lavorare. Viveva per lavorare e giocare a carte.

Gli era venuta una depressione, una depressione molto forte. Co-

minciò a perdere peso, e alla fine fu affidato al Rhode Island State

Hospital dove, per almeno quattro mesi, aveva avuto un peso sotto

ai quaranta chili. Gli stavano somministrando 4.000 calorie al giorno

tramite sonda, senza che si riscontrasse un aumento di peso.

Naturalmente, ereditai Herbert come paziente; gli altri medici non

ne potevano più di alimentarlo con la sonda. Io ero uno nuovo, ero

giovane, e così mi toccò il lavoro più duro. La prima volta che lo

alimentai, diminuii le calorie a 2.500. Pensavo che fossero sufficienti

per un uomo di quaranta chili scarsi.

Quando alimentai Herbert, lui disse: "Sarai mica matto come gli

altri dottori? Mi vuoi fare gli stessi sporchi trucchi degli altri, facendo

finta di alimentarmi? Lo so che mi stai dando cibo per sonda; lo vedo.

Ma voi siete tutti dei maghi, e in qualche modo lo fate sparire, come

se foste Houdini! E non mi alimentate mai con niente! Voi non fate

che mandarmi la sonda giù per il naso, e dite che mi alimentate, ma

in realtà non lo fate, perché io non ho lo stomaco".

Lo ascoltai. La sua depressione era sfociata in un'amara, corrosiva,

sardonica visione della vita. Quando mi disse di non avere lo stomaco,

gli dissi: "Io penso che lo stomaco ce l'hai".

"Tu sei proprio matto come gli altri dottori!", disse. "Perché de-

vono esserci dei dottori matti in una gabbia di matti! Forse questo

è il posto migliore per i dottori matti, una gabbia di matti".

Così, per tutta la settimana, a ogni alimentazione, dissi a Herbert:

"La settimana prossima, lunedì mattina, mi dimostrerai che hai uno


stomaco".

"Sei un caso senza speranza", disse. "Sei più matto degli altri pa-

zienti in circolazione. Tu pensi che ti dimostrerò che ho lo stomaco,

mentre non ce l'ho".

Quel lunedì mattina preparai io la sonda di Herbert: metà latte,

metà panna, uova crude, bicarbonato di sodio, aceto e olio di fegato

di merluzzo crudo. Vedete, quando si alimenta per sonda una persona,

si spinge nello stomaco una colonna d'aria lunga quanto la sonda.

Ecco perché si versa in continuazione: per evitare di far entrare altre

colonne d'aria.

Lo alimentai, facendo entrare molte colonne d'aria nel suo stomaco.

Ritirari la sonda e rimasi lì ad aspettare; Herbert ruttò e disse:

"Pesce marcio".

"Sei tu che l'hai detto, Herbert", dissi. "Tu sai che hai ruttato;
162 Con i pazienti psicotici

sai che era pesce marcio. Hai potuto ruttare solo perché hai uno

stomaco, così mi hai dimostrato che hai uno stomaco, ruttando". E

Herbert continuò a ruttare!

"Ti credi molto furbo, eh?", mi disse.

Io dissi di sì.

Ora, c'è il fatto che Herbert dormiva stando in piedi. Io non sa-

pevo che un essere umano potesse dormire stando in piedi, ma veri-

ficai la cosa con Herbert. Gli assistenti avevano paura a metterlo a

letto, perché Herbert lottava furiosamente; lo lasciavano fare a modo

suo. Io scendevo giù all'una, alle due, alle tre di notte e trovavo

Herbert; profondamente addormentato, in piedi in mezzo alla corsia.

Così, ogni giorno, per tutta una settimana gli dissi: "Herbert, mi

dimostrerai che sai dormire disteso".

"Sei un caso disperato. Hai più idee sballate in testa di quelle che

riesci a sopportare", mi rispondeva.

Finalmente, la settimana successiva, gli chiesi se aveva mai fatto

un bagno, o se aveva mai fatto una doccia. Herbert si ritenne molto

offeso da quella domanda. Certo che aveva fatto il bagno, che aveva

fatto la doccia. Ogni uomo col cervello a posto fa il bagno! "Che

cosa hai nel cervello, che non lo sai?".

"Volevo solo chiedere,, così".

"Devi per forza chiedere ogni giorno?", disse.

"Beh, devo farlo per forza", dissi. "Perché tu pensi di non saper

dormire sdraiato, e devi dimostrarmi che puoi dormire sdraiato".

"Non hai proprio nessunissima speranza", disse Herbert.

Così, una sera della settimana successiva, lo portai nella sala di

idroterapia, e lo feci sdraiare nella vasca idroterapica. È una vasca

con dentro un'amaca di canapa. Vi cospargono il corpo di vasellina,


vi fanno sdraiare e mettono un coperchio sulla vasca. Solo la testa

rimane fuori dal coperchio. Voi state sdraiati in questa vasca, e l'acqua,

a temperatura corporea, vi scorre continuamente sul corpo. Ora, quando

vi capita una cosa simile, vi addormentate! Non potete fare altro.

Il mattino seguente svegliai Herbert. "Te l'avevo detto che mi

avresti dimostrato di poter dormire stando disteso", dissi.

"Sei molto furbo", disse Herbert.

"E che saresti stato capace di dormire a letto", dissi. Da quel giorno

in poi Herbert dormì a letto.

Quando fui riuscito a fargli raggiungere i cinquanta chili, gli dissi:

"Herbert, mi sono stancato di alimentarti per sonda. La settimana

prossima, il cibo per sonda te lo berrai".

"Non riesco a inghiottire; non so come si fa", disse Herbert.

"Lunedì della settimana prossima, Herbert, tu sarai il primo alla


Con i pazienti psicotici 163

porta della mensa", dissi io. "Ti metterai a picchiare alla porta e a

sbraitare agli assistenti: 'aprite questa porta' perché vorrai un bic-

chiere di latte, un bicchiere d'acqua. Farò mettere acqua e latte su un

tavolo, e tu li desidererai veramente".

"Sei proprio un caso incurabile!", disse Herbert. "Che peccato,

un giovane come te, in un manicomio, coi matti. Così giovane, e

così matto".

Gli dissi per tutta una settimana che si sarebbe messo a pestare

alla porta della mensa gridando che voleva un bicchiere di latte, un

bicchiere d'acqua. E Herbert pensò davvero che io fossi un po' matto.

Domenica sera, Herbert andò a letto. Dissi all'assistente di imbal-

samarlo per bene, in modo che fosse legato mani e piedi al letto e

non potesse scenderne. E la sera prima gli avevo dato il suo cibo per

sonda con dentro una forte dose di sale.

Durante la notte a Herbert venne sete, molta, molta sete. Quando,

al mattino, venne slegato, si precipitò alla fontanella, ma l'acqua era

stata chiusa. Si precipitò al bagno, per bere dal rubinetto del bagno,

ma l'acqua era stata chiusa. Si precipitò alla porta della mensa, pestò

alla porta e sbraitò agli assistenti: "Aprite la porta! Devo avere que-

st'acqua! Devo avere questo latte!".

Lo bevve.

Quando fu tornato in corsia: "Ti credi molto furbo", disse.

"Me l'hai già detto una volta", risposi. "Ti ho detto sì allora, e te

lo ripeto adesso".

Herbert beveva latte e minestra. Ma insisteva a dire che non po-

teva ingoiare cibi solidi. Quando ebbe raggiunti i cinquantadue chili,

gli dissi: "La settimana prossima, inghiottirai cibi solidi".

"Sei molto più matto di quanto pensavo", disse Herbert. "Io non
posso ingoiare cibi solidi".

"La settimana prossima lo farai", dissi io.

Ora, come feci per fargli inghiottire dei cibi solidi?

Sapevo che Herbert una volta era stato un bambino piccolo. Sapevo

che io lo ero stato. Sapevo che tutte le persone una volta sono state

piccole e che tutte hanno una natura umana. Non feci altro che utiliz-

zare la natura umana. Ora, voi tutti sapete qualcosa della natura

umana. Come avreste fatto per fare inghiottire a Herbert dei cibi

solidi?

Feci sedere Herbert a tavola con un bel piatto di cibo davanti.

Da una parte c'era un paziente squilibrato e dall'altra parte un altro

paziente squilibrato. E questi qui non mangiavano mai il cibo dal pro-

prio piatto, mangiavano sempre dal piatto di qualcun altro. Herbert

sapeva che il piatto era suo; ma il solo modo in cui poteva mante-
164 Con i pazienti psicotici

nerlo, era inghiottirlo. Non voleva che quei pazzi furiosi maledetti

mangiassero il suo cibo! La natura umana è fatta così.

Dopo che ebbe consumato il suo primo pasto fatto di cibi solidi,

gli chiesi se gli era piaciuto. "Non mi è piaciuto, ma ho dovuto man-

giarlo. Era mio", rispose.

"Avevi detto che non potevi inghiottire cibi solidi", dissi.

"Credi di essere molto furbo".

"Herbert, cominci a ripeterti troppo", dissi. "Ti ho già detto sì

due volte, te lo dico di nuovo".

Herbert si allontanò, imprecandomi contro.

Quando pesò cinquantaquattro chili, gli dissi: "Herbert, stai man-

giando cibi solidi, stai guadagnando peso".

"Mangio solo perché sono costretto. Perché se non lo faccio tu mi

metti in mezzo a quei due pazzi imbecilli".

"Proprio così", dissi io.

"Non ho fame. Non mi piace quello che devo inghiottire. Devo

inghiottire per impedire a quegli imbecilli di rubarmelo".

"Bene, Herbert, scoprirai che hai fame e che ti viene fame", dissi.

"Adesso, a Rhode Island, è gennaio. Fa freddo. Ti farò vestire ade-

guatamente e ti manderò fuori, alla fattoria dell'Ospedale, senza pran-

zare. C'è una quercia, di quattro metri di diametro, che voglio che

tu abbatta e riduca in legna da ardere. Questo ti farà venire un po'

di appetito".

"E io subappalto iL lavoro", disse Herbert.

"Starai fuori lo stesso tutto il giorno alla fattoria, senza pranzo",

dissi io, "e la sera quando tornerai scoprirai di avere fame".

"Tu stai proprio sognando", disse Herbert.

Dopo aver mandato Herbert fuori alla fattoria, andai dalla capo-
cuoca e le dissi: "Signora Walsh, lei pesa centocinquanta chili e le

piace mangiare. Ora, signora Walsh, voglio che lei salti colazione e

pranzo. Poi per cena, voglio che si prepari una razione doppia del

massimo che può mangiare dei suoi cibi preferiti. Può prepararsi a

rimpinzarsi dei suoi cibi preferiti. E ci vada molto, molto abbondante.

Prepari il doppio di quanto le è possibile mangiare. Le dirò dove

preparare la tavola".

Herbert tornò dalla fattoria. Lo feci mettere in un angolo e feci

preparare una tavola davanti a lui. C'erano due posti a quella tavola;

uno era occupato dalla signora Walsh. Herbert guardava un po' lei

e un po' la tavola. La signora Walsh portò fuori il cibo dentro enormi

zuppiere e cominciò a mangiare avidamente.

Herbert la guardava mangiare, e aveva sempre più fame. Alla fine

disse: "Posso averne un po'?".


Con i pazienti psicotici 165

"Certo", disse lei.

Herbert mangiò perché aveva fame. Quando facciamo un pranzo

di famiglia, le mie figlie vanno sempre fuori e gettano le ossa ai cani.

Dicono sempre: "Il modo in cui i cani si sgranocchiavano quelle ossa

mi faceva venire l'acquolina in bocca. Mi veniva da sgranocchiarle

anche a me".

Povero Herbert. Gli era cominciata a venire l'acquolina in bocca,

guardando la signora Walsh.

Quella sera, in corsia, Herbert mi disse: "Tu sei proprio furbo".

"L'hai capito, alla fine!", dissi. "Ora, Herbert, c'è un'altra cosa che

voglio fare per te. Tu giocavi sempre a carte. Sei in ospedale da quasi

un anno, e non hai giocato a carte una sola volta. Nessuno è stato

capace di convincerti a giocare a carte. Beh, stasera tu giocherai a

carte".

"Sei più matto che mai! Per te non c'è nessuna speranza", disse

Herbert.

"C'è speranza per te, Herbert", dissi io. "Stasera giocherai a carte".

"Sì, la vedremo!", disse lui.

Quella sera due assistenti grandi e grossi lo presero uno da una

parte e l'altro dall'altra e lo trasportarono a un tavolo dove c'erano

quattro giocatori, tutti molto squilibrati. Uno giocava a poker, un

altro a bridge, un altro ancora a pinnacolo. Davano le carte, e ciascuno

a turno tirava una carta. Uno diceva: "Prendo io; ho un full!".

L'altro diceva: "Io taglio". Quello dopo: "Trenta punti per me".

E giocavano a carte senza interruzione, tutto il giorno.

Ora, Herbert era costretto a stare là in mezzo ai due assistenti,

e a guardare il gioco. Alla fine disse: "Portatemi lontano da questi

imbecilli. Giocherò a poker con voi se mi lasciate andar via da qui.


Non riesco a sopportare quello che stanno combinando con queste

carte".

Più tardi, quella sera, andai in corsia e mi misi a guardare Herbert

che giocava a carte. "Hai vinto ancora", mi disse.

"Sei tu che hai vinto", dissi io.

Alcuni mesi dopo Herbert fu dimesso dall'ospedale. Per quanto ne

so io, aveva riguadagnato peso fino a superare gli ottanta chili, e

lavorava ogni giorno. Tutto quello che avevo fatto per lui era stato

correggere i suoi sintomi. L'avevo messo in situazioni nelle quali cor-

reggeva i suoi sintomi.

Erickson utilizza le convenzioni e l'apparato di un ospedale psichia-

trico per mettere le persone in condizione di voler fare una cosa.

Il principio è quello di forzare il soggetto a non sopportare più


166 Con i pazienti psicotici

una data situazione, spesso ripetendo le parole del soggetto stesso;

oppure, come nel caso di Herbert, utilizzando legami psicologici più

complicati. Erickson dimostrò a Herbert che i suoi concetti erano

errati. Gli dimostrò che aveva effettivamente uno stomaco, costrin-

gendolo a ruttare. Gli dimostrò che poteva dormire stando sdraiato

invece che in piedi, mettendolo in una vasca idroterapica. Gli dimostrò,

che era in grado di inghiottire, facendogli venire tanta sete da costrin-

gerlo a bere dei liquidi e a pregare per averli. Gli dimostrò che poteva

mangiare di propria volontà dei cibi solidi, mettendolo in mezzo a

due pazienti squilibrati che gli rubavano il cibo dal piatto, a meno

che Herbert non se lo mangiasse. Gli dimostrò che aveva voglia di

cibo, facendo in modo che la Signora Walsh mangiasse avidamente

davanti ai suoi occhi. Per finire, provocò in Herbert il desiderio di

giocare a carte, mettendolo di fronte a dei giocatori di carte squili-

brati, sino a che Herbert non promise: "Giocherò a poker con voi

se mi lasciate andare via da qui. Non riesco a sopportare quello che

stanno combinando con queste carte". In questo modo portò Herbert

a scoprire che Herbert era uno che voleva davvero vedere giocare

alle carte in modo giusto. In altre parole, Herbert imparò di avere

un vero desiderio di giocare 'in modo giusto' alle carte.

Erickson, con una certa modestia, conclude dicendo: "Tutto quello

che avevo fatto per lui era stato correggere i suoi sintomi. L'avevo

messo in situazioni nelle quali correggeva i suoi sintomi". In realtà,

correggendo un sintomo dopo l'altro, Erickson attivava modelli di

comportamento, modi di pensare e di reagire, che portarono Herbert

a rendersi conto di avere voglia di vivere, oltre che di cibo. E una

volta iniziato a giocare a carte, non potè fare a meno di rendersi

conto di possedere un istinto sociale, e il desiderio di interagire con


le altre persone.

Come faceva Erickson a costringere le persone a reagire in dati

modi che lui si aspettava? Nel caso di Herbert, è chiaro che utilizzò

la propria conoscenza delle normali reazioni umane: competitività,

tendenza a imitare (quando gli viene fame, di fronte alla vorace com-

mensale). Utilizzò anche approcci di tipo 'cognitivo', come, per esem-

pio, quando mise Herbert in una situazione nella quale non poteva

non riconoscere, razionalmente, di dover per forza avere uno stomaco,

visto che ruttava.

È vero che Herbert era curato in un ospedale psichiatico, un luogo

nel quale Erickson poteva esercitare un controllo quasi assoluto sul

suo comportamento. In ogni caso, però, Erickson ci fa vedere come

si utilizza un legame psicologico. Nel legame psicologico, esattamente

come nel legame fisico, il paziente è messo in una situazione che


Con i pazienti psicotici 167

inevitabilmente condurrà al risultato voluto. In questo caso, Herbert

reagì, come gli era stato predetto, a ogni situazione provocatoria.

Era come se Erickson stesse giocando a biliardo e stesse 'chiamando'

i suoi punti. Ciò inevitabilmente fa colpo sul paziente, per quanto

riguarda le capacità del terapeuta di aiutarlo.

In questa terapia, Erickson affronta un sintomo alla volta. Parte

da un'area relativamente periferica e, una volta ottenuto il cambiamento

di quel sintomo, attacca in direzione di sintomi più centrali. Ciascun

successo si appoggia sul conseguimento del successo precedente.


168 12 Manipolazione e orientamento verso il futuro

Nella sua relazione al Congresso Internazionale sugli Approcci Erick-

soniani in Ipnosi e in Psicoterapia, il 7 dicembre 1980, Jay Haley

diceva: "Erickson era una persona del tutto tranquilla nei riguardi

del potere. Sapete bene che c'è stato un periodo nel quale la gente

pensava che il potere era un male, ma lui non condivideva questa

idea. Non aveva problemi a conquistarlo, o a servirsene. Mi ricordo

di una volta in cui faceva parte di un certo comitato, e 'Nessuno aveva

il potere là dentro, così presi io la direzione del comitato'. Vista la

sua propensione a conquistare e usare il potere, penso che sia una

fortuna che lui sia stato un uomo buono. Se il genere d'influenza che

possedeva fosse stato rivolto a fini distruttivi, sarebbe stata una

grande sventura. Ma non era solo un uomo buono, era anche costan-

temente d'aiuto agli altri, sia nel suo studio che fuori... Non ho mai

avuto dubbi sulla sua moralità, o sulle sue buone intenzioni; non ero

affatto preoccupato che egli potesse utilizzare una qualunque persona

per qualsivoglia vantaggio personale".

È importante tenere presente la 'bontà' di Erickson, adesso che

ci apprestiamo a considerare il suo amore per le burle. Gli scherzi,

le burle, sono spesso utilizzati per esprimere un'ostilità appena na-

scosta; ma nella famiglia di Erickson, la 'vittima' si divertiva quanto

il 'persecutore'. La vittima non subisce certo un torto, e in tanti

casi si potrebbe addirittura discutere su chi sia la vittima. E non c'è

alcun segno che autorizza a sostenere che gli scherzi di Erickson sca-

turissero da, o esprimessero, ostilità.

I racconti di questo capitolo rappresentano modelli per la 'crea-

zione' di date situazioni, per il raggiungimento di predeterminati scopi.

In molti casi, gli scherzi e le situazioni umoristiche possono essere

visti come prototipi degli schemi terapeutici di Erickson. Quando


Erickson faceva terapia, proprio come quando raccontava o architet-

tava uno scherzo, ne conosceva bene la conclusione. Il paziente, in-


Manipolazione e orientamento verso il futuro 169

vece, no. Erickson partiva con una meta in testa, quella di tramutare

le risposte del paziente, da 'malate', o autodistruttive, a 'sane', o

costruttive. Nella sua posizione di terapeuta, era lui che 'manipolava'

la situazione, per realizzare la meta. Per mantenere e accrescere l'in-

teresse e la motivazione del paziente venivano utilizzate molte tecni-

che: provocazioni, stimoli alla sua curiosità, tattiche diversive, humour.

L'ingrediente essenziale degli scherzi di Erickson non era l'ostilità,

ma la sorpresa. Nella sua terapia, tra l'altro, il paziente, era spesso

sorpreso, oltre che dalle 'prescrizioni', anche dalle proprie reazioni.

E proprio come l'ascoltatore prova un senso di sollievo quando arriva

il 'colpo finale', dopo la creazione del clima di incertezza, allo stesso

modo il paziente provava sollievo nell'udire una prescrizione molto

netta.

Erickson pensava che shock e sorpresa fossero utili per spezzare

un atteggiamento mentale rigido. Questo elemento sorpresa non do-

veva necessariamente presentarsi in modo sofisticato. Nel corso della

nostra prima conversazione, mentre parlavamo, Erickson aprì un cas-

setto e tirò fuori una piccola trombetta da triciclo. La schiacciò tre

o quattro volte - tut, tut, tut - e commentò: "La sorpresa aiuta

sempre". Sul momento non mi sembrò che un gioco infantile, e non

mi parve avere un particolare effetto su di me. Se però ci ripenso,

mi rendo conto che quell'atto contribuì alla creazione di una data

atmosfera, che mi permise poi di entrare in trance e di rispondere

alle sue suggestioni. Mi disorientò e introdusse un elemento infantile,

che può darsi che Erickson abbia usato per evocare i ricordi d'infanzia

che stavo cercando di riportare alla memoria.

Il termine 'orientamento verso il futuro' del titolo di questo ca-

pitolo ben si accorda con la pianificazione e con la 'manipolazione'


nel senso in cui Erickson intendeva questo termine. Il primo racconto

parla di 'manipolazione', laddove altri potrebbero parlare di 'padro-

nanza', 'azione efficace', o 'gestione'. Un atteggiamento positivo verso

il futuro è il migliore antidoto alla depressione o al pensiero ossessivo,

e questo vale sia per la previsione del divertimento che si proverà

nel momento conclusivo di uno scherzo, sia per l'aspettativa della

crescita che verrà con il passare del tempo.

Manipolazione

Sono stato accusato di manipolare i pazienti, al che io rispondo:

ogni madre manipola suo figlio, se vuole che viva. E ogni volta che

andate in un negozio, manipolate il commesso per fargli eseguire i


170 Manipolazione e orientamento verso il futuro

vostri ordini. E quando andate al ristorante, manipolate il cameriere.

E il maestro, a scuola, vi manipola affinché impariate a leggere e

scrivere. In realtà, la vita è tutta una grande manipolazione. La mani-

polazione finale è quando vi portano all'estremo riposo: anche quella

è manipolazione.

Devono calare la bara e poi togliere le corde: tutta manipolazione.

E voi manipolate una matita, per scrivere, per fissare i pensieri.

E manipolate voi stessi, portandovi dietro noccioline, o sigarette, o

caramelle. Una delle mie figlie le chiamava 'macarelle'. Diceva anche

'frafalle' e 'doropomo'. E adesso è incinta e vive a Dallas.

Le ho scritto una lettera, dicendo che trovare il nome al bambino

sarebbe stato facile. Se sarà un maschietto, non dovrà fare altro che

chiamarlo 'Dallas'. Se sarà una femminuccia, la potrebbe chiamare

'Alice'. Dice il marito che in Texas bisogna mettere due nomi. Vuole

chiamarlo 'Billy-Rubin'. Lo sapete cos'è la bilirubina? Una secrezione

della bile! Allora era meglio chiamarlo 'Hemo Globino'.

Erickson sottolinea che in tutte le occasioni si è costretti a mani-

polare. Nel Linguaggio del cambiamento, Paul Watzlawick osserva:

"Non è possibile non influenzare". Ogni comunicazione deve generare

risposte, ed è pertanto una manipolazione. Tanto vale, allora, mani-

polare in modo efficace, pertinente, e costruttivo. In questo breve

racconto, Erickson presenta esempi di manipolazione che vanno dalla

nascita alla morte. Poi ricomincia il cerchio con un'altra nascita, e

il ciclo continua. Sta dicendo a sua figlia Roxy, che giocava sempre

con le parole, che può manipolare per gioco le parole con le quali

darà il nome ai propri figli. Sta anche dicendo a lei, e a tutti noi,

di non perdere la giocosità e la spontaneità dell'infanzia.

Erickson istruiva i terapeuti sul modo di costruire un racconto.


"Una delle cose che insegno ai miei studenti", diceva, "è questa:

prendete un libro appena uscito di un autore che sapete che è bravo:

Leggete per primo l'ultimo capitolo. Fate congetture sul contenuto

del capitolo precedente. Fate congetture in tutte le direzioni possibili.

Vi sbaglierete in molte delle vostre congetture. Poi leggete quel capi-

tolo, e fate congetture su quello ancora precedente. Si può leggere

un buon libro dall'ultimo al primo capitolo, facendo congetture per

tutto il percorso".

Erickson affermava che questo è non solo un metodo per impa-

rare a costruire una storia, ma anche un modo efficace di imparare a

congetturare liberamente in tutte le direzioni. "Così infrangete la

rigidità del pensiero. È estremamente utile".

Attraverso questi racconti Erickson suggerisce che noi, i lettori,


Manipolazione e orientamento verso il futuro 171

siamo in grado di fissare le nostre mete e poi escogitare strategie

per raggiungere queste mete. I racconti che seguono, che parlano di

suo figlio Bert, sono buoni esempi dell'amore di Erickson per le burle.

Grazie al loro contenuto umoristico e al gusto con cui Erickson li

raccontava, rappresentano il modello di una umoristica e ottimistica

concezione della vita.

Bert e il cacao

Ciò avvenne quando Bert fu trasferito a Camp Pendleton, in Cali-

fornia, dove Betty aveva certi parenti. Pensammo che sarebbe potuto

passare a fare un saluto, una volta. Così una mattina, alle tre del

mattino, Bert, in divisa, bussò alla porta di una delle case sul ciglio

della strada. L'uomo che stava in casa venne alla porta e vide questo

giovane marine che gli diceva: "Le chiedo scusa, signore. Ho un mes-

saggio per sua moglie, signore. Le dispiace chiamare sua moglie alla

porta, per cortesia, signore?".

"Non me lo può dare a me, questo messaggio?", chiese lui.

"Il messaggio, signore, è per sua moglie, signore", disse Bert. "Le

dispiace chiamarla alla porta, in modo che possa darlo a lei, signore?".

Così Bert entrò in cucina, e disse alla moglie di quell'uomo: "Si-

gnora, me ne stavo tornando a piedi a Camp Pendleton, e mi sono

messo a pensare a mia madre. Mi è venuta nostalgia di mia madre e

per il cacao come lo fa mia madre. E lo so che a mia madre farebbe

piacere se dò a qualcun altro la sua ricetta. Voglio fare il cacao come

lo fa mia madre".

E intanto l'uomo pensava: "Devo chiamare la polizia, l'ambulanza

o la ronda della marina?".

Bert fece il cacao, chiacchierando del più e del meno. Quando il


cacao fu quasi pronto, disse: "Lei ha dei bambini, signora?".

"Sì, tre bambine", disse lei.

"Quanti anni hanno, signora? Oh, sono piccole. Il cacao fa bene

alle ragazzine che devono crescere. Le dispiace chiamarle in cucina, a

bersi un po' di cacao fatto come lo fa mia madre?".

Così lei andò a chiamare le tre bambine, e Bert fece un po' il

pagliaccio per loro, mescolando il cacao col cucchiaio che spuntava

da dietro la schiena. Faceva di tutto per divertire le bambine. E quando

il cacao fu versato, Bert ne bevve un sorso, fece un profondo sospiro

e disse: "Sì, sissignore, è proprio come il cacao che fa mia madre. Ho

tanta nostalgia di mia madre".

"Dove vive tua madre?".


172 Manipolazione e orientamento verso il futuro

"A Detroit, vive. Ho tanta nostalgia di mia madre e del suo cacao".

"E come si chiama, tua madre?".

"Elizabeth"

"No, di cognome, voglio dire".

"Veramente ha un altro nome, prima del cognome".

"E qual è quest'altro nome?".

"Euphemia".

E la donna disse: "Elizabeth Euphemia? Santo Cielo, e tu come ti

chiami?".

"Erickson, cugina Anita".

Circa un anno dopo capitammo a casa della cugina Anita, in Cali-

fornia, e ci raccontarono tutta la storia.

Autorizzazione

Bert aveva diciannove anni, e viveva nel Michigan; noi, invece, vive-

vamo a Phoenix. Bert mi scrisse dicendo: "Voglio comprare una mac-

china, ma mi devi firmare tu i documenti, perché sono minorenne".

Gli risposi: "Sarò sincero, Bert, non posso firmarti l'autorizzazione a

comprarti una macchina, perché non posso prendermene la responsa-

bilità. Io sto qui in Arizona, e tu sei nel Michigan. Però il Michigan

è molto popolato; sicuramente puoi trovare qualche uomo d'affari con

una buona reputazione che garantisca per te".

Più tardi ci scrisse che era andato in un certo ufficio e aveva detto:

"Io ho solo diciannove anni. Voglio comprare una macchina. Mio padre

è in Arizona e non può firmarmi un'autorizzazione. Vorrei che me la

firmasse lei".

"Ti ha dato di volta il cervello?", disse l'uomo.

"No, signore. Ci pensi su. Vedrà che ho il cervello a posto".


"È vero, proprio così", disse l'uomo. "Dammi un po' questo foglio".

Era il capo della polizia di Ann Arbori.

Bert sapeva di non poter parcheggiare un centimetro fuori dalle

strisce, o camminare a mezzo chilometro in più del limite di velocità.

La prima volta che si mise a girare per Detroit, un poliziotto gli

fece segno di fermarsi, si avvicinò, e disse: "Allora tu sei Bert

Erickson! Ho riconosciuto immediatamente la macchina, e sono molto

contento di vedere che aspetto ha Bert Erickson".

Un'altra volta stava guidando nel Nord del Michigan insieme ad

alcuni amici. Dietro a lui ululò una sirena. Un agente motociclista

aveva messo in azione la sirena, cosicché Bert accostò a destra e l'amico

disse: "Che pensi che abbiamo fatto?". "Niente", disse Bert.


Manipolazione e orientamento verso il futuro 173

Un agente della stradale venne alla macchina e disse: "Allora sei

tu Bert Erickson! Ho riconosciuto immediatamente la macchina, e

volevo vedere che faccia ha uno che ha chiesto al capo della polizia

di garantire per lui".

Bert evidentemente sa che la persona che potrebbe prendersi la

responsabilità di autorizzarlo a guidare la macchina è la stessa che

ha il potere di ritirargli questa autorizzazione, se lui non dovesse ri-

spettare la parte dell'accordo che lo riguarda. Bert sta evidentemente

dichiarando di essere certo di non infrangere alcuna legge, e ha il

coraggio di presentarsi al capo della polizia per questa autorizzazione.

Il messaggio contenuto nel racconto potrebbe essere che non si

deve per forza avere paura dell'autorità. L'autorità, in realtà, può

essere resa compartecipe o utilizzata per il raggiungimento dei propri

obiettivi. Qui l'autorità è vista rispondere positivamente a un approc-

cio efficace. Un altro messaggio è che le persone rispondono in modo

positivo quando sono avvicinate in modo poco ortodosso, o insolito.

Gli agenti che fermano Bert sono stupefatti dall'approccio che ha

avuto verso la loro autorità suprema. Ciò che è poco ortodosso si

impone all'attenzione. Per di più, con un approccio anticonvenzionale,

si possono frequentemente aggirare le barriere convenzionali che sono

state erette dalla società, come la maggiore età che è richiesta per la

patente. A livello intrapsichico, prendendo in considerazione ed elabo-

rando un qualche tipo di accordo con le nostre 'autorità interiori',

possiamo aggirare le costrizioni che noi stessi abbiamo eretto per

mantenere il nostro equilibrio o la nostra struttura nevrotica.

Dolores

Un giorno di giugno Bert ci scrisse dal Michigan, e concluse la


lettera con le parole: "Appena avrò terminato questa lettera, devo

vedermi con Dolores". Orbene, Bert aveva sempre avuto qualche

segreto, e noi sapevamo che era meglio non chiedere chi era questa

Dolores.

Ogni settimana o giù di lì ricevevamo una lettera, con sempre

qualche fuggevole accenno a questa Dolores.

"Ho pranzato con Dolores", oppure: "Adesso chiamo Dolores",

oppure: "Ho messo dei calzini che so che piaceranno a Dolores".

Contemporaneamente manteneva una corrispondenza del genere con


174 Manipolazione e orientamento verso il futuro

mio padre a Milwaukee, e anche mio padre sapeva che era meglio

non fare domande.

In agosto Bert scrisse: "Vi dovrei mandare a entrambi delle foto

di Dolores". Disse la stessa cosa anche a mio padre. E così aspet-

tammo. A settembre, Bert ci scrisse: "Spero tanto che Dolores piaccia

a nonno e nonna. E son sicuro che piacerà, e ho trovato un modo

per far conoscere Dolores a nonno e nonna. Andrò da loro per il

pranzo del giorno del Ringraziamento".

Ora c'è un fatto, che Bert aveva una portentosa capacità. Incrociava

gli occhi, stava coi piedi rivolti in dentro, con le braccia che sem-

bravano appena attaccate al corpo, e faceva una smorfia così da scemo

che uno si arrabbiava a guardarlo. Veniva voglia di dargli uno schiaffo.

Si presentò a Milwaukee alle tredici di un freddissimo giorno del

Ringraziamento. Entrò in casa e mio padre disse: "E Dolores, dov'è?".

Fece la faccia più da deficiente che mai. "Ho avuto difficoltà a

farla salire sull'aereo. Non ha i vestiti. È là fuori".

"E perché sta là fuori?".

"Non ha i vestiti".

"Fammi pigliare un accappatoio", disse mia madre. "Dài, vai e

porta dentro la ragazza", disse mio padre.

Bert entrò portando una cassa enorme, chiaramente pesante. "È

stato l'unico modo per farla salire sull'aereo", disse. "Non è vestita

in modo decente".

"Apri la cassa, ragazzo".

Lui l'aprì, e vennero fuori le Dolores: una era un tacchino, l'altra

un'oca, tutt'e due si chiamavano Dolores. E a nonno e a nonna Dolores

piacque! Era da giugno che la cosa andava avanti!

Mai fidarsi degli Erickson.


Fare in modo che Jeff chiami

A quindici anni, mia figlia Kristi andò a vedere una partita di base-

ball a North High. Lei studiava a West High e andò a North High

con una compagna, Margie, una ragazza che aveva incontrato all'asilo.

Quando tornò a casa, mi disse: "Indovina chi ho visto alla partita,

oggi? Ti ricordi quel ragazzino in cima alla strada, che poi si trasferì,

e ci siamo chiesti spesso che fine aveva fatto? È studente a North High.

È in squadra in tre diversi sport e ha buoni voti. E ora il mio unico

problema è fare in modo che mi chieda di uscire, e fare in modo che

creda che l'idea è tutta sua".


Manipolazione e orientamento verso il futuro 175

Ricordavo molto bene quel ragazzino. Tre partite di baseball più

tardi, Kristi venne in camera da letto e mi disse: "Jeff non lo sa, ma

domani pomeriggio mi chiamerà per chiedermi di uscire!"

Stavo attento al telefono, e altrettanto faceva lei. Sabato pomerig-

gio il telefono squillò, e Jeff le chiese se voleva uscire. Io aspettai pa-

zientemente, per sapere come c'era riuscita. Ma non bisogna mai avere

fretta. Così, dopo aver aspettato un po' le chiesi: "Ma che stratagem-

ma hai usato?".

"Margie era troppo timida per presentarmi", disse, "e così, alla par-

tita successiva, l'ho guardato per bene e gli ho detto: 'Scommetto che

non mi conosci', e lui mi ha guardato dalla testa ai piedi e mi ha detto:

'Esatto, non ti conosco'. Così io gli ho detto: 'Sono una delle figlie

degli Erickson: quale?'".

Lui l'aveva guardata e aveva detto: "Kristi".

"Esatto", disse lei. "Fa piacere rivederti dopo tutti questi anni".

E poi disse: "Adesso devo andare a vedere dov'è Margie", e se ne

andò, il vecchio trucco di lasciare il pubblico insoddisfatto. Sgattaiolò

via prima che Jeff avesse modo di farle qualsiasi domanda. Lui voleva

chiedere di più, ma lei se ne era andata.

E alla partita successiva lo vide in mezzo alla folla, che parlava ani-

matamente con un altro, ragazzo. Si infilò tra la folla, giungendo abba-

stanza vicina da cogliere il senso della conversazione, e poi si volatilizzò;

quando Jeff si spostò un po' più in là, lei si avvicinò all'altro ragazzo

e iniziò la stessa conversazione di prima. Nessuna presentazione: di-

scussero semplicemente il problema, quale che fosse.

Alla terza partita di baseball, Kristi andò alla ricerca di quello stesso

studente e si mise ad ascoltare la conversazione; quando Jeff venne

da quelle parti l'altro ragazzo disse: "Salve, Jeff, lascia che ti presenti
a... Oh, accidenti, noi non ci siamo ancora presentati". "Penso che

dovrai farlo tu", disse lei a Jeff.

E dopo questo episodio mia figlia disse: "Domani Jeff mi chiamerà

per chiedermi di uscire".

Astutamente, Kristi dà a Jeff abbastanza informazioni, e abbastanza

confidenza da risvegliare il suo interesse, ma non quanto basta per

soddisfarlo. Lo lascia lì con il desiderio di avere di più. Fa in modo

che sia lui a presentarla a uno dei suoi amici, una persona che lui

rispetta, e che è evidentemente interessato a lei. Jeff è costretto a ri-

cordare i bei momenti trascorsi con lei nell'infanzia e, contemporanea-

mente, a vederla sotto una diversa luce, cioè come una coetanea at-

traente. Ciò fa anche nascere la sua gelosia e i suoi istinti di compe-

tizione. Kristi è pertanto assolutamente sicura che Jeff telefonerà.


176 Manipolazione e orientamento verso il futuro

Perché Erickson ha infilato frasi quali: "Discussero semplicemente

il problema"? La cosa stona con la descrizione di una conversazione

tra due adolescenti. Stava per caso lasciando lo spazio perché il paziente

o il lettore potessero inserire nel racconto il proprio 'problema'?

Che farebbe se le dessi uno schiaffo?

Mentre mia figlia Betty stava apponendo la firma sull'incarico sco-

lastico, i membri del Consiglio d'istituto trattenevano il respiro. Ri-

presero fiato solo dopo che ebbe finito di firmare. Betty Alice si chiese

come mai, ma sapeva che non ci sarebbe voluto molto per scoprirlo.

Lo scoperse molto presto. La classe in cui lei insegnava era composta

da delinquenti di quindici anni, che aspettavano solo di averne sedici

per lasciare la scuola, e che avevano tutti una lunga serie di arresti

alle spalle. Erano davvero dei delinquenti. Uno di loro era stato arre-

stato almeno trenta volte, e due volte aveva picchiato un poliziotto.

Era alto uno e ottantotto e pesava quasi cento chili. Il semestre prima,

si era avvicinato alla professoressa e le aveva detto: "Signorina Johnson,

che farebbe se le dessi uno schiaffo?". A quanto pare la professoressa

gli diede la risposta sbagliata, perché lui le diede uno schiaffo che la

fece volare dall'altra parte della stanza e la mandò all'ospedale. Betty

Alice pensò tra sé e sé: "Mi chiedo quand'è che quel povero ragazzo

se la prenderà con me. Io sono poco più alta di uno e cinquanta e

peso quarantacinque chili". Non dovette aspettare a lungo.

Stava andando in bicicletta nel parco, quando lo vide. Eccolo, il

gigante grande e grosso, con un ghigno cattivo sul viso. Così io assunsi

una espressione di meraviglia e sgranai due grandi occhioni blu. Lui

mi si piantò davanti e chiese: 'Che farebbe, se le dessi uno sciaffo?'".

Povero ragazzo. Lei fece due rapidi passi verso di lui e ringhiò:
"Dio mi aiuti, ti ucciderei!". Lui aveva fatto una domanda semplice;

lei aveva dato una semplice risposta: "Dio mi aiuti, ti ucciderei, così

tornatene subito al tuo posto!".

Lui non aveva mai sentito un tale ruggito da un tale gattino.

Mentre si sedeva, aveva in viso un'espressione di stupore. Lei lo aveva

messo al tappeto, e lui sapeva che non avrebbe mai osato permettere

che qualche altro ragazzo le desse fastidio. Era lui il suo protettore,

sempre. Era così bello! Lei era così bella! Le cose inaspettate aiutano

sempre. Non fate mai le cose che gli altri si aspettano facciate.

I prossimi due aneddoti danno altri esempi di questa massima.


Manipolazione e orientamento verso il futuro 177

Il bassotto e il pastore tedesco

Una delle mie studentesse, alta meno di uno e cinquanta, mi chiese

se si fosse comportata bene. Una sera stava portando a passeggio il

suo cagnolino, un bassotto.

Un grosso pastore tedesco venne rumorosamente giù per il vialetto,

ringhiando contro di lei e il cagnolino, dichiarando la propria inten-

zione di mangiarseli vivi tutti e due. Lei prese in braccio il cagnolino

e caricò il pastore tedesco, strillandogli contro. Il cagnone fece dietro-

front con la coda tra le gambe e se ne corse subito a casa. Quando

fate qualcosa di inaspettato, costringete gli altri a rivedere il proprio

modo di pensare.

Falli deragliare

Ieri mi è giunta una lettera di un ex-studente. Mi diceva: "Avevo

in studio un paziente alquanto paranoide. Tutto quello che voleva era

parlare delle sue idee. Io cercavo di attirare la sua attenzione, ma senza

riuscirci. Allora pensai di utilizzare una cosa inaspettata, così dissi:

"No, neanche a me piace il fegato". Il paziente si fermò, scosse la

testa, e disse: "Di solito a me piace il pollo"; poi cominciò a parlare

del suo vero problema. L'inaspettato può sempre far deragliare dei

pensieri che vanno in una certa direzione, una linea di tendenza di

comportamento, e così bisognerebbe utilizzarlo.

Mi ricordo che ai primi anni d'università, e anche alla specializza-

zione, quando ero interno, ogniqualvolta un professore voleva ripren-

dermi, io me ne uscivo sempre con una domanda idiota e non perti-

nente, oppure con un'affermazione dello stesso tipo, e li facevo sviare.

Un'estate un professore prese a dire: "Erickson, non mi piace...".

"Neanche a me piace la neve", dissi.


"Che stai dicendo?", disse lui.

"La neve", dissi io.

"Quale neve?".

"La cosa meravigliosa, che non ci sono due fiocchi di neve uguali".

Io penso che i terapeuti debbano sempre avere pronti, in qualun-

que momento, dei commenti non pertinenti. Quando un paziente si

siede e racconta un intero capitolo di cose non pertinenti, toglietelo

da quel binario. Fatelo deragliare con qualche osservazione che non

c'entra niente. Per esempio: "Lo so, cosa sta pensando. Anche a me

piacciono i treni".
178 Manipolazione e orientamento verso il futuro

Erickson si assicurava sempre di essere lui, e non il paziente, a gui-

dare la seduta terapeutica. Come disse una volta Karen Horney: "I

pazienti intraprendono la terapia non per curare la propria nevrosi,

ma per perfezionarla". Se si lascia che siano i pazienti a stabilire cosa

avviene in una seduta terapeutica, quasi tutti, inconsciamente, faranno

tutto ciò che è necessario per impedire un vero cambiamento terapeu-

tico. Quando pertanto un paziente imbocca un binario morto, è im-

portante che il terapeuta lo faccia deragliare, e lo indirizzi su uno che

porta più lontano.

Lance e Cookie

Alla famiglia Erickson piacciono molto le burle innocenti. Le ricor-

dano a lungo e con gioia.

A un ballo studentesco ad Ann Arbor, mio figlio Lance vide una

ragazza che gli piaceva, così le tagliò la strada e le chiese di uscire.

Lei, fermamente ed educatamente, gli disse: "La mia risposta è no;

ho già il ragazzo".

"Oh, la cosa non mi preoccupa affatto", disse Lance.

"La risposta è no".

Un mese dopo la rivide, le si avvicinò al momento di un ballo

e le chiese di uscire. "Me lo hai già chiesto una volta. La risposta

era no, ed è tuttora no", disse la ragazza.

"Beh, vuol dire che dovremo discutere la cosa al ristorante, da

Oscar", disse Lance.

Lei lo guardò come se fosse matto!

Ma Lance raccolse informazioni su di lei. Quindi, un sabato pome-

riggio lui e il suo migliore amico entrarono nel parlatorio degli stu-

denti, dove questa ragazza stava in compagnia del suo ragazzo. Lance
si avvicinò alla ragazza e disse: "Cookie, voglio presentarti il mio

migliore amico, Dean. Dean, questa è mia cugina Cookie. Veramente

non sono proprio suo cugino. Sono il suo mezzo cugino illegittimo.

Ma in genere non ne parliamo fuori della famiglia". E poi chiese:

"Come va la frattura alla gamba di zio George?".

La ragazza sapeva di avere uno zio George con la gamba rotta,

nel Michigan del Nord.

Poi lui aggiunse: "Quanti chili di fragole ha messo in conserva

zia Nellie l'estate scorsa?". E la ragazza sapeva di avere una zia Nellie

con l'hobby di mettere le fragole in conserva. E poi chiese: "Come

se la cava Vicki coll'algebra al liceo?". E Cookie sapeva tutto delle

difficoltà di Vicki al liceo.


Manipolazione e orientamento verso il futuro 179

Poi Lance, come per caso, si accorse del ragazzo, con la bocca aperta,

gli occhi fuori dalle orbite. "Conosci Cookie? Io mi chiamo Lance.

Sono il cugino di Cookie, veramente non sono proprio il cugino, sono

solo il mezzo cugino illegittimo. In genere non ne parliamo al di fuori

della famiglia". Poi si girò verso Dean e disse: "Dean, perché non

lo porti a cena fuori?".

Dean si avvicinò e prese il giovane sottobraccio. Allora Lance si

rivolse a Cookie e disse: "Abbiamo tantissime notizie di famiglia

da scambiarci".

In tutti questi anni da quando conosciamo Cookie, non l'abbiamo

mai sentita alzare la voce: è calma, educata e ferma. E Cookie disse:

"Ci sono molte cose che voglio dirti". Ma intanto non si era accorta

che erano entrati nel ristorante.

Quando si fidanzarono, Cookie volle una sua foto, così lui gliela

diede. Io stesso gli avevo fatto quella foto, quando era un bambino

piccolo, tutto nudo.

E un giorno lui disse: "Cookie, dovrei proprio fare conoscenza coi

tuoi genitori".

"Oh, oh, oh, oh, penso proprio che tu lo debba fare", disse Cookie.

Un pomeriggio alle quattro, un giovanotto ben vestito, con una

ventiquattr'ore, entrò nel giardino posteriore dei Cook e disse: "Signor

Cook, vorrei parlarle delle nostre assicurazioni". Lance ha il dono

della parlantina. È capace di parlare di assicurazione contro i fulmini,

assicurazione contro i cicloni, assicurazione sulla vita, assicurazione

auto, assicurazione contro gli incidenti. A un quarto alle cinque la si-

gnora Cook venne fuori sulla veranda posteriore e disse al marito: "La

cena è pronta!".

Lance si girò verso il signor Cook e disse, con la vocina sottile:


"Sa, è molto tempo che non mangio un pasto preparato in casa. Sono

sicuro che a sua moglie non dispiacerebbe mettere un piatto in più

per me. Sarebbe veramente bellissimo mangiare un pasto cucinato in

casa".

Entrarono in casa, e Lance disse: "Signora Cook, è tanto tempo

che non mangio un pasto preparato in casa. Suo marito mi ha assicu-

rato che non le avrebbe dato nessun disturbo mettere un piatto in

più. Mi va benissimo un pasto alla buona".

E per tutto il pasto, Lance parlò di tutto. Fece i complimenti a ogni

portata, mentre la signora Cook lanciava occhiate furiose al signor

Cook. Alla fine del pasto Lance espresse la sua gratitudine, poi disse:

"Ho un'altra polizza d'assicurazione, e questa sono sicuro che la com-

prerete. È una polizza d'assicurazione contro i generi indesiderabili!".


180 Manipolazione e orientamento verso il futuro

Quando glielo chiesi, nel 1980, Lance e Cookie ricordavano en-

trambi questo episodio. Lance ricordò che dopo che lui aveva sferrato

il colpo, il signor Cook si era girato verso Cookie con un sorriso e le

aveva detto: "Ma guarda un po', questa briccona!".

Come Lance aveva fiducia nella sua capacità d'indurre Cookie a

uscire con lui e a sposarlo, così Erickson aveva la massima fiducia

che i pazienti avrebbero fatto le cose che lui chiedeva loro di fare.

Aveva anche fiducia nel successo della terapia. Questa fiducia non

era però basata sulle belle speranze, ma su anni di esperienza, di at-

tenta osservazione e di diligente preparazione.

I casi che seguono sono esempi di alcuni dei risultati di questa

preparazione, che era accurata come quella delle sue burle.

Noi invalidi

Dopo tre settimane di lezione, gli studenti di medicina conoscevano

la mia tendenza all'impiego degli scherzi. Così io dissi loro: "Il pros-

simo lunedì mattina, tu, Jerry, vai su al quarto piano e tieni aperte

le porte dell'ascensore, e tu, Tommy, ti metti nel pozzo delle scale

e guardi giù a piano terra. Quando mi vedi che salgo le scale, fai

segno a Jerry di liberare le porte dell'ascensore, mentre tu, Sam, sarai

a piano terra a premere il bottone di chiamata. E nel frattempo fate

circolare la voce che lunedì mattina il dottor Erickson farà uno dei

suoi soliti scherzi alla classe".

Fecero un bel lavoro a far circolare la voce. Il lunedì seguente c'era

tutta la classe, tra cui un ragazzo con una protesi. Questo studente,

da matricola, era sempre stato molto socievole, estroverso, amico di

tUtti.

Al secondo anno tutti gli volevano bene e lui legava con tutti,
socializzava sempre. Era uno studente bravo, rispettato, benvoluto da

tutti. Sempre in quell'anno, però, perse una gamba in un incidente

d'auto di cui non aveva nessuna colpa. Quando gli misero una gamba

aritificiale, divenne molto chiuso, molto sensibile. Il preside mi aveva

avvertito che quel ragazzo era chiuso e ipersensibile, ma che era sem-

pre un bravo studente, solo che aveva perso tutto il suo cameratismo,

non ricambiava mai un saluto, non salutava mai nessuno, teneva sem-

pre il naso dentro i libri e se ne stava per conto suo.

Dissi al preside di lasciarmi alcune settimane per dare alla classe

il tempo di conoscermi bene, e poi mi sarei preso cura del ragazzo.

Quel lunedì, con Jerry che teneva aperte le porte dell'ascensore e


Manipolazione e orientamento verso il futuro 181

Tommy piazzato in cima alla scala, alle sette e mezza trovai la classe

al completo ad aspettarmi, a piano terra. Mi misi a fare conversazione

mondana sul tempo e su quello che succedeva a Detroit, e poi dissi:

"Beh, che succede al tuo pollice, Sam? È debole? Spingi un po' quel

bottone dell'ascensore".

"L'ho fatto", disse lui.

"Forse hai il pollice debole, dovresti provare a usarne due", dissi io.

"Ho provato, ho provato", disse lui, "ma quel maledetto bidello

è così preoccupato di trasportare secchi e scope, che probabilmente

sta tenendo aperte le porte".

Chiacchierai un altro po' e poi dissi a Sam: "Spingi di nuovo quel

bottone".

Sam eseguì. Nessun rumore di ascensore in arrivo. Alla fine, alle

otto meno cinque, mi girai verso lo studente con la gamba artificiale

e dissi: "Dai, noi invalidi trasciniamoci su a piedi, e lasciamo l'ascen-

sore per quelli che camminano bene".

'Noi invalidi' cominciammo a zoppicare su per le scale. Tommy

fece il segnale a Jerry; Sam spinse il bottone. Quelli che camminavano

bene aspettarono l'ascensore. Noi invalidi ce ne zoppicammo su.

Alla fine di quell'ora, quello studente socializzava di nuovo, con una

nuova identità. Apparteneva al gruppo dei professori: 'Noi invalidi'.

Io ero un professore; avevo una gamba che non andava bene; lui si

identificava con me, io mi identificavo con lui. Così, con quel nuovo

status, ritrovò tutta la sua estroversione. Alla fine dell'ora socializzava

di nuovo.

Spesso si può ottenere qualcosa col semplice cambiamento dello

schema di riferimento. L'elaborata preparazione di questo episodio,

con l'intervento di complici, è simile alla preparazione che un pre-


stigiatore fa per il suo spettacolo. È anche simile alla preparazione

necessaria per una burla.

Foglio in bianco

Una terapia incisiva può essere fatta in modo molto, molto semplice,

anche se il compito del terapeuta può apparire enorme. Un anno un

nuovo preside si insediò alla facoltà di medicina. Mi chiamò nel suo

ufficio, e mi disse: "Sono il nuovo preside di questa facoltà, e ho por-

tato con me un mio protetto. Ora questo mio protetto è una perla di

ragazzo, perché è lo studente più brillante che abbia mai incontrato.


182 Manipolazione e orientamento verso il futuro

È molto dotato per la patologia. Capisce la patologia, e gli interessano

molto i vetrini di patologia, ma odia tutti gli psichiatri. E ha una lingua

molto tagliente. La insulterà in tutti i modi possibili. Coglierà tutte

le occasioni per darle fastidio".

"Non si preoccupi, so io come prenderlo", dissi.

"Bene, lei sarebbe il primo a saperlo prendere", disse il preside.

E così il primo giorno mi presentai e dissi alla classe che io non ero

come gli altri professori della facoltà. Gli altri professori pensavano che

la loro materia fosse la più importante della facoltà. Io ero completa-

mente diverso.

Io non pensavo nessuna sciocchezza del genere. Si dava solo il caso

che io sapessi che la mia materia era la più importante di tutte. Ciò

fu accolto molto bene dalla classe. E poi dissi: "Per chi è poco inte-

ressato alla psichiatria, vi sottopongo un elenco di circa quaranta titoli

da leggere. Per chi ha un certo interesse alla psichiatria, presento un

elenco di circa cinquanta titoli da leggere. Per chi è decisamente inte-

ressato, ecco qua un elenco di circa sessanta testi che vi consiglio di

leggere".

Poi dissi alla classe di scrivere un riassunto di un certo prontuario

di psichiatria, e di consegnarmelo il lunedì successivo.

Il lunedì successivo, lo studente che odiava la psichiatria stava in

fila con gli altri. Ogni studente presentava il proprio riassunto. Quello

studente mi porse un foglio in bianco.

"Senza neanche leggere il tuo riassunto", dissi, "vedo subito che hai

fatto due errori: non hai messo la data, e non l'hai firmato. Allora,

ripresentalo lunedì prossimo. E ricorda: un buon riassunto è come leg-

gere i vetrini di patologia".

Ottenni uno dei riassunti più competenti che abbia mai avuto in vita
mia.

"Come diavolo ha fatto a convertire al cristianesimo quel pagano?",

chiese il preside.

Lo avevo preso completamente di sorpresa.

Erickson potrebbe aver visto il foglio in bianco come un tentativo

di insultarlo, e, come sottolineava sempre, "Non accettate mai un in-

sulto!" Rifiutandosi tuttavia di considerare il comportamento dello stu-

dente come un insulto, Erickson lo colse di sorpresa. Evidenziando i

due 'errori', mantenne la propria posizione di autorità. E indirizzando

lo studente a cercare delle analogie tra una recensione di libri e la

lettura dei vetrini di patologia, applicò alcuni fondamentali principi

didattici, e cioè quello di dare l'avvio alla motivazione, e di connettere

nuovi apprendimenti con quelli meno recenti. Sostenendo la pretesa che


Manipolazióne e orientamento verso il futuro 183

il foglio in bianco fosse una vera recensione di libri, Erickson sta di-

mostrando il principio che dice: "Assecondate il paziente". Lo trovia-

mo applicato, molto alla lettera, nel racconto che segue.

Ruth

Al Worcester Hospital il sovraintendente disse un giorno: "Vorrei

tanto trovare qualcuno che sapesse come prendere Ruth".

Mi informai di questa Ruth, che era una ragazza dodicenne, molto

carina, piccolina, dai modi molto accattivanti. Non si poteva fare a

meno di volerle bene; aveva un comportamento così carino. Ma tutte

le infermiere avvertivano le nuove che venivano a lavorare lì: "State

alla larga da Ruth! Quella vi strappa i vestiti, vi rompe un braccio

o una gamba!".

Le infermiere nuove non credevano che la dolce, l'accattivante dodi-

cenne Ruth fosse capace di tanto. E Ruth pregava l'infermiera: "Oh,

per cortesia, mi porterebbe un cono gelato e qualche caramella?".

L'infermiera glieli portava e Ruth prendeva le caramelle e ringraziava

molto dolcemente l'infermiera, e con un solo colpo di karaté le spez-

zava il braccio, o le strappava il vestito, o le sferrava un calcio nelle

tibie o le saltava sul piede. Comportamento normale, abitudinario, per

Ruth. Ruth ci si divertiva. Un'altra cosa che le piaceva fare, era aspor-

tare periodicamente l'intonaco dalle pareti.

Dissi al sovraintendente che avevo un'idea, e gli chiesi se potevo

trattare il caso. Lui ascoltò la mia idea, e disse: "Penso che funzio-

nerà, e conosco proprio l'infermiera che sarà felice di aiutarla".

Un giorno arrivò una chiamata. "Ruth si è scatenata di nuovo".

Andai al reparto. Ruth aveva asportato tutto l'intonaco dalle pareti.

Io strappai le lenzuola e le diedi una mano a distruggere il letto e le


diedi una mano a spaccare le finestre. Prima di andare al reparto avevo

parlato con l'addetto agli impianti; era la stagione fredda. E dunque

le suggerii: "Ruth, avanti, stacchiamo dal muro quella valvola del

termosifone e strappiamo via la tubazione". E così mi sedetti per

terra e ci mettemmo a tirare. Staccammo la valvola dal tubo.

Mi guardai attorno nella stanza e dissi: "Qui non possiamo fare

più niente. Avanti, andiamo nell'altra stanza".

"È sicuro di dover fare così, dottor Erickson?", disse Ruth.

"Ma certo. Ci stiamo diverterido, no? Io sì".

Mentre attraversavamo il corridoio per andare nell'altra stanza,

trovammo un'infermiera in piedi nel corridoio. Quando arrivammo


184 Manipolazione e orientamento verso il futuro

alla sua altezza, io balzai avanti e le strappai la divisa e la sottoveste,

lasciandola in mutande e reggipetto.

"Dottor Erickson, non si fanno queste cose", disse Ruth. Corse

nella stanza a raccogliere le lenzuola strappate e le avvolse sul corpo

dell'infermiera.

Dopo tutto era una brava ragazza. Io le avevo fatto vedere qual

era il suo comportamento. Naturalmente, l'infermiera era un'infermiera

esperta, e si divertì, come mi ero divertito io. Tutte le altre infer-

miere, invece, erano orripilate. Tutto il resto del personale era orri-

pilato di fronte al mio comportamento. Solo il sovraintendente e io

eravamo d'accordo sul fatto che il mio comportamento era quello

giusto.

Ruth poi si prese la rivincita scappando dall'ospedale, rimanendo

incinta, mettendo al mondo il bambino e facendolo adottare. Poi

ritornò di sua volontà all'ospedale e fu una ottima paziente. Un paio

d'anni più tardi, chiese d'essere dimessa, andò a lavorare come came-

riera, conobbe un giovane, lo sposò e rimase incinta. Per quanto ne

so io, quel matrimonio fu abbastanza felice da permettere la nascita

di due bambini. Ruth fu una buona madre e una buona cittadina.

Spesso si può far desistere un paziente da un comportamento inde-

siderato per mezzo di uno shock abbastanza forte. Ciò vale tanto per

i nevrotici che per gli psicotici.

Riverenze

Il primo anno che passai alla Wayne State Medical School, succes-

sero due cose buffe. Nella mia classe c'era una ragazza che era stata

in ritardo a tutte le lezioni al liceo. Era stata richiamata dagli inse-

gnanti, e aveva sempre promesso con molta grazia che la volta succes-
siva sarebbe arrivata in orario. E si scusava con tanta sincerità. Fece

tardi a tutte le lezioni al liceo, eppure aveva sempre ottimi voti. Era

sempre così piena di scuse, così piena di credibili promesse.

All'università, a tutte le lezioni fu in ritardo, redarguita per questo

da ciascun istruttore e professore. Lei si scusava sempre con grazia e

sincerità, e prometteva sempre di fare meglio in futuro, e continuava

a fare tardi. E aveva sempre ottimi voti all'università.

Poi andò a medicina ed era in ritardo a ogni lezione, a ogni con-

ferenza, a ogni laboratorio. I suoi colleghi la maledicevano per il suo

ritardo, perché li ostacolava nel lavoro di laboratorio. E lei continuava

tranquillamente, a forza di scuse e promesse.


Manipolazione e orientamento verso il futuro 185

Ora, qualcuno della facoltà che mi conosceva, quando scoperse che

ero stato nominato in quella facoltà, disse: "Aspetta che capiti nella

classe di Erickson! Ci sarà un'esplosione terribile! La sentiranno in

tutto il globo!".

Il mio primo giorno arrivai alle sette e mezza per la mia lezione

delle otto e tutta la classe era lì che aspettava, tra cui Anne, la ritar-

dataria.

Così alle otto tutti in fila entrammo in aula, tutti eccetto Anne.

Su ogni lato dell'aula c'era una corsia di passaggio. C'era un passag-

gio sul dietro dell'aula, e un altro sul lato ovest. Gli studenti non

ascoltavano la mia lezione, ma guardavano tutti verso la porta. Io

parlavo, tranquillo, e quando la porta si aprì, molto dolcemente e

delicatamente e lentamente, Anne fece il suo ingresso, con venti

minuti di ritardo. Tutti gli studenti fecero uno scatto con la testa e

guardarono verso di me. Videro il mio segnale per farli alzare e tutti

capirono il mio linguaggio.

Per tutto il tempo che Anne impiegò per andare dalla porta op-

posta al fronte dell'aula, traversando tutta la parte posteriore, poi a

metà per il lato opposto e sedersi, in un posto della parte centrale,

io le feci le riverenze. E tutta la classe, in silenzio, le fece le riverenze

lungo tutto il tragitto. E alla fine della lezione, ci fu una selvaggia

corsa all'uscita. Anne e io fummo gli ultimi a lasciare l'aula. Io presi

a parlare del tempo a Detroit, o di argomenti del genere, mentre cam-

minavamo giù per il corridoio, e intanto un usciere le fece una muta

riverenza; alcuni studenti dei primi anni vennero nel corridoio e silen-

ziosamente le fecero la riverenza; il preside si fece sull'uscio del suo

ufficio e, in silenzio, le fece una riverenza. Il suo segretario si fece

sull'uscio e le fece una riverenza; per tutta la giornata, la povera


Anne venne in silenzio riverita. Il giorno dopo era la prima in classe,

e lo fu da allora in poi. Aveva sopportato i rimproveri del preside, i

rimproveri di tutti i professori, ma le mute riverenze, quelle non le

poteva sopportare.

Mentre gli altri professori avevano cercato di cambiare il comporta-

mento di Anne tramite le punizioni, l'approccio di Erickson fu di

congratularsi con lei per il suo potere. Le riverenze erano un modo

di dimostrare deferenza, le fecero capire che stava utilizzando il pro-

prio potere al contrario. Quando Anne fu in grado di capire questo,

potè anche stabilire come poteva utilizzare il proprio potere in modo

costruttivo.

Altre persone avevano cercato di farla cambiare per mezzo delle

parole, e lei aveva dimostrato che era impossibile. Erickson utilizzò


186 Manipolazione e orientamento verso il futuro

un approccio non-verbale, che la portò a rendersi conto di come stesse

utilizzando il suo dominio in modo autolesionistico. Poteva canaliz-

zare le proprie tendenze dominatrici in modo più costruttivo. Come

in tutti gli altri casi, il potere di cambiare risiedeva in lei. Erickson

non fece altro che creare una situazione in cui il cambiamento potesse

avere luogo.

L'atteggiamento di Erickson mostrava la sua convinzione di poter

trattare in modo incisivo qualsiasi situazione si potesse creare. Se la

situazione richiedeva uno scontro, sapeva di poterlo fare. Se richiedeva

gentilezza, poteva essere gentile. Se richiedeva asprezza, poteva essere

aspro. Il messaggio subliminale che Erickson ci sta inviando è che egli

aveva fiducia nella propria capacità di gestire le situazioni. Anche noi

siamo lasciati liberi di adottare questo atteggiamento, e farci valere

di più nella vita.

Globus hystericus

Venne da me un'infermiera che già conoscevo di vista. Era una di

quelle infermiere saccenti che vogliono insegnare a tutti il loro me-

stiere. Era stata cacciata da ospedale a ospedale perché diceva sempre

ai medici quello che dovevano fare. Diceva sia diagnosi che tratta-

mento.

Venne da me e mi disse che aveva un 'globus hystericus' un groppo

alla gola, che era molto fastidioso. Le feci descrivere il dolore, e lei

lo descrisse. Io giunsi alle mie conclusioni, e le dissi: "Lei non ha

un 'globus hystericus'. Lei ha un'ulcera allo stomaco, all'estremità

duodenale".

"Non sia ridicolo", disse.

"Non sono ridicolo; è lei, ridicola", dissi io.


"Le dimostrerò che non ho un'ulcera allo stomaco", disse. Andò

da tre radiologi diversi, e tutti e tre confermarono la mia diagnosi.

Allora tornò tutta arrabbiata e disse: "Ha ragione lei. Ho visto io

stessa le lastre, e tutti e tre sono stati d'accordo. Che mi consiglia di

fare?"

"Lei è armena", dissi io. "E le piace il cibo piccante. Lei ha una

sorella che la chiama ogni giorno e fa una lunga conversazione tele-

fonica con lei. Lei ha una nipote che le telefona ogni giorno, e fa

con lei una lunga conversazione. Sbatta giù il telefono quando sua

sorella e sua nipote la chiamano. Sono loro due che le fanno venire

il dolore allo stomaco. E si goda il suo cibo".


Manipolazione e orientamento verso il futuro 187

Un mese più tardi si fece fare altri raggi X dai tre radiologi. Nessuna

traccia di ulcera. E l'unica raccomandazione che le avevo dato era stata:

"Si goda il suo cibo, sbatta giù il telefono quando la chiamano sua

sorella e sua nipote".

La sua espressione favorita era: "Questo non mi va giù, quello

non mi va giù". Ecco perché era arrivata alla diagnosi di 'globus hyste-

ricus'. Dalla sua descrizione del dolore, invece, doveva essere una

ulcera duodenale. Ma lei sapeva che avevo torto. Tre radiologi la

convinsero che avevo ragione.

Abbastanza stranamente, questa infermiera così saccente, così auto-

ritaria coi medici, non riusciva a imporsi nei confronti di sua sorella

e di sua nipote. Col suo stesso atteggiamento Erickson fornisce un

esempio di come imporsi. In realtà, in questo racconto, Erickson sem-

bra avvicinarsi all'arroganza, quando assume lui stesso l'atteggiamento

saccente. Sembra tuttavia che sentisse di dover agire così per persua-

dere questa donna a farsi guidare. A un'altra paziente, una certa

Linda, del cui trattamento io fui testimone, Erickson aveva dato istru-

zioni di salire sullo Squaw Peak. All'inizio lei aveva opposto resistenza

a questa prescrizione, ma poi, un giorno, nel bel mezzo di una seduta

nella quale Erickson stava parlando a una decina di studenti, bussò

alla porta. Veniva a dire che era salita sullo Squaw Peak, come le

era stato ordinato di fare. E come ordinato di fare, era venuta a rife-

rirlo. Lui la congedò semplicemente, senza nessun commento.

Dopo che se ne fu andata, il gruppo si interessò al perché Erickson

le avesse chiesto di salire sullo Squaw Peak. Voleva forse che lei

"entrasse in contatto con le proprie sensazioni?". Voleva forse che

realizzasse con successo un compito? "Perché così facendo mi avrebbe

obbedito" fu la sorprendente risposta. Erickson sottolineava spesso


che è importante che sia il terapeuta a dirigere il trattamento. Se

non riusciva a ottenere obbedienza totale in almeno un settore speci-

fico, secondo lui non c'era nessuno scopo a continuare il trattamento.

Nel caso dell'infermiera, per lui era importante avere la certezza che

lei avrebbe seguito le sue suggestioni, e avrebbe effettivamente sbat-

tuto giù il telefono alla sorella e alla nipote.

Avena

Passai tutta un'estate a dissodare la sterpaglia su dieci acri di terra.

In autunno mio padre l'arò e la seminò; poi l'arò di nuovo in pri-


188 Manipolazione e orientamento verso il futuro

mavera, e vi piantò dell'avena. E l'avena cresceva molto bene, e noi

speravamo di ottenere un eccellente raccolto. Verso la fine dell'estate,

era di giovedì sera, andammo a vedere come andava il raccolto, quando

avremmo potuto mieterlo. Mio padre esaminò uno per uno gli steli

d'avena, e disse: 'Ragazzi, questo qui non sarà un raccolto, già abbon-

dante, di 33 staia per acro. Sarà di almeno cento staia per acro. E sa-

ranno pronte per la mietitura lunedì mattina".

E ce ne tornavamo, pensando felici a mille staia di avena e a cosa

ciò significava per noi dal punto di vista finanziario. Cominciò a fare

una spruzzatina di pioggia. Piovve tutta la notte di giovedì, tutta la

giornata di venerdì, tutta la notte di venerdì, tutta la giornata di sa-

bato, tutta la notte di sabato, tutta la giornata di domenica, e lunedì

mattina presto smise di piovere. Quando alla fine riuscimmo ad aprirci

un varco nell'acqua fino al nostro terreno, era totalmente appiattito;

non c'era una sola spiga in piedi.

"Spero che ci sia un numero sufficiente di spighe abbastanza maturo

da poter germogliare. Così quest'autunno avremo del foraggio fresco

per il bestiame, e l'anno prossimo è un altr'anno".

E questo significa veramente essere orientati verso il futuro, ed è

una cosa molto, molto necessaria, quando si fa l'agricoltore.

Questo tema, che domani è un altro giorno, che domani il sole

spunterà ancora, che qualunque cosa accada non è la fine del mondo,

che per quanto prostrati si possa essere, ci sono sempre le premesse

per rinascere e ricominciare, è comune a tutti i racconti didattici pre-

sentati. È una grossa fonte di speranza, ed è certamente un.efficace

antidoto contro l'autocommiserazione.

Crescere
Mio figlio Lance entrò nel mio studio e disse: "Sarò sempre magro

come un chiodo?". Era molto esile, alto, e magro.

"Il tuo destino di adolescente è di essere magro come un chiodo",

dissi io. "Però puoi prepararti al giorno in cui entrerai nel mio stu-

dio, mi porgerai la tua giacca, e dirai: .perditici dentro, papà'".

E un giorno lui entrò nel mio ufficio, con un ghigno in faccia, mi

allungò la sua giacca, e disse: "Perditici dentro, papà". Indossai la sua

giacca: le maniche erano troppo lunghe, mi coprivano le mani; e le

spalle erano troppo larghe.


Manipolazione e orientamento verso il futuro 189

Erickson sta utilizzando una caratteristica che sembra essere nega-

tiva e ne sta sottolineando gli aspetti positivi. In ogni cosa negativa,

possiamo trovare un aspetto positivo. Qualsiasi buon terapeuta compie

questa operazione, solo che Erickson lo fa meglio della maggior parte

degli altri. In questo racconto ristruttura l'essere magro come un chio-

do nell'essere più alto di papà, e sa che questa operazione genererà una

sensazione gradevole. Lance può prepararsi a essere più alto di papà,

il giorno in cui papà si perderà dentro la giacca di Lance.

Jeffrey Zeig mi faceva notare come Erickson avesse sempre una meta.

"Un giorno andai da lui", mi raccontò, "e a bruciapelo gli chiesi: 'Qual

è la tua meta?'. Senza esitazione, Erickson rispose: 'Vedere il bambino

di Roxanna [sua figlia]'. Aveva capito esattamente cosa stavo dicendo.

Non aveva battuto ciglio. Io sapevo che avrebbe parlato di qualcosa di

futuro". E, proseguì Zeig: "Erickson aveva davvero un atteggiamento

positivo verso il futuro. Non era un'ossessione, era come una luce che

attira una falena. Non ne era ossessionato, però essa era lì, e irresisti-

bilmente lo attraeva".
190 13 Insegnamento dei valori e dell'autodisciplina

Io non deve farlo

Una domenica ce ne stavamo a leggere il giornale, tutti quanti.

Kristi si avvicinò alla mamma, afferrò il giornale, e lo gettò a terra.

Sua madre disse: "Kristi, non è carino. Raccogli il giornale e ridallo

a mamma. Dille che ti dispiace".

"Io non deve farlo", disse Kristi.

Ciascun membro della famiglia diede lo stesso consiglio a Kristi, e

ottenne la stessa risposta. Così io dissi a Betty di prenderla su e di

portarla in camera da letto. Io mi sdraiai nel letto, e Betty depose

Kristi sul letto accanto a me. Kristi mi guardava sprezzante. Cominciò

a sgambettare per andarsene, ma io le tenevo saldamente la caviglia.

"Lasciami", disse.

"Io non deve farlo", risposi io.

E la cosa durò quattro ore. Lei scalciò e lottò. Ben presto aveva

liberato una caviglia, ma io avevo acchiappato l'altra. Era una lotta

all'ultimo sangue, una silenziosa lotta tra titani. Alla fine di quattro

ore, capì di avere perso e disse: "Raccolgo il giornale e lo dò a

mamma".

E lì ti volevo. "Tu non deve farlo", dissi.

Allora lei cominciò a lambiccarsi il cervello e disse: "Raccolgo il

giornale. Lo dò a mamma. Dico scusa a mamma".

E io dissi: "Tu non deve farlo".

Si lambiccò ancora di più. "Raccolgo il giornale. Voglio raccogliere

il giornale. Voglio dire scusa a mamma".

"Così va bene", dissi io.

Dieci anni più tardi, le due figlie più piccole alzarono la voce contro

la loro madre. Io le chiamai e dissi: "State lì sul tappetino. Non penso

che sia molto carino alzare la voce contro la propria madre. State ferme
lì in piedi e pensateci su, e ditemi se siete d'accordo con me".
Insegnamento dei valori e dell'autodisciplina 191

Kristi disse: "Potrei stare qua in piedi tutta la notte".

Roxie disse: "Non penso che sia molto carino alzare la voce contro

la mamma, per cui penso che andrò e mi scuserò con lei".

Io continuai a scrivere un certo manoscritto. Un'ora dopo, mi rigirai

verso Kristi. Anche una sola ora è stancante. Mi rigirai, e scrissi per

un'altra ora. Mi rigirai, e dissi: "Persino le lancette dell'orologio sem-

brano muoversi molto lentamente". Mezz'ora più tardi mi rigirai e

dissi: "Penso che sia stata un'osservazione molto stupida, quella che

hai fatto a mamma. Penso che sia molto stupido alzare la voce contro

la mamma".

Mi crollò in grembo e disse: "Anch'io", e si mise a singhiozzare.

Dieci anni senza punire una bambina, da due a dodici. A quindici

anni la punii un'altra volta, e basta. Solo tre volte.

Nel suo articolo "L'identificazione di una realtà sicura", comparso

in Family Processi Erickson sottolineò che "la realtà, la sicurezza e

la definizione dei confini e dei limiti costituiscono elementi importanti

nello sviluppo della comprensione nell'infanzia... Quando uno è pic-

colo, debole e intelligente, e vive in un mondo indefinito di fluttua-

zioni intellettuali ed emotive, cerca di imparare che cosa è veramente

forte e sicuro".

Erickson avrebbe potuto interrompere dopo che Kristi aveva 'ce-

duto', e invece continuò sino a che lei fu in grado di dire: "Voglio".

A quel punto, lei aveva cambiato il 'deve' in 'vuole'. Aveva interio-

rizzato il comportamento socialmente desiderabile. In questo racconto

Erickson descrive, nel modo più succinto mai fatto, lo sviluppo della

coscienza interiorizzata o Super-Io.

Erickson sottolinea anche l'importanza della precoce 'definizione di

confini e limiti'. Dopo questa precoce 'forte, sicura' punizione, si rese


necessario punire Kristi solo altre due volte nel giro di quindici anni.

La lezione era stata bene appresa.

Spazzatura

I bambini hanno poca memoria, ma in compenso ce l'ho ottima io.

Un giorno Robert mi annunciò: "Sono abbastanza grande e abba-

stanza grosso e abbastanza forte da portare fuori io la spazzatura

ogni sera".

* Trad. it. in Le nuove vie dell'ipnosi, Astrolabio. Roma, 1978, pp. 698-807.
192 Insegnamento dei valori e dell'autodisciplina

Io espressi le mie perplessità. Lui difese fermamente la sua capacità.

"Va bene", dissi allora. "Lunedì prossimo puoi cominciare".

La portò fuori lunedì e martedì, ma mercoledì se ne dimenticò.

Giovedì glielo ricordai io, e portò fuori la spazzatura, ma venerdì e

sabato se ne dimenticò. Così quel sabato gli feci fare molti giochi

attivi, che gli piacquero immensamente, e che erano stancanti. E poi,

come favore speciale, lo lasciai stare alzato fino a quando voleva.

All'una disse: "Penso che ora me ne voglio andare a letto".

Lo lasciai andare a letto. Per caso, mi svegliai alle tre di notte.

Svegliai Robert e mi scusai molto con lui per non avergli ricordato

di portar fuori la spazzatura la sera prima. Gli dispiaceva, per favore,

vestirsi e portare fuori la spazzatura? Così, con grande riluttanza, si

vestì. Mi scusai di nuovo per non averglielo ricordato, e lui portò

fuori la spazzatura.

Si tolse i vestiti, mise il pigiama, e tornò a letto. Mi assicurai che

fosse profondamente addormentato e lo svegliai di nuovo. Questa

volta mi scusai ancora di più. Gli dissi che non sapevo come mai quel

sacco di spazzatura fosse passato inosservato in cucina. Gli dispiaceva,

per favore, vestirsi e portarlo fuori? Lo portò fuori, nel bidone per

la spazzatura che c'è nel vialetto. Stava tornando indietro, pensando

intensamente, ed era arrivato alla veranda posteriore. Fece dietro-

front e corse giù per il vialetto a controllare il coperchio del bidone

della spazzatura, per assicurarsi di averlo chiuso per bene.

Si fermò quando entrò e diede un'altra occhiata in cucina, prima

di tornarsene in camera sua. Io ero ancora lì che mi scusavo. Tornò

a letto, e da allora non ha più dimenticato di portare fuori la spaz-

zatura.

Robert ricordava tanto bene questa lezione, che quando gli dissi
che ne stavo scrivendo il racconto, brontolò al suo ricordo.

Heidi-Ho, la cleptomane di sei anni

Una coppia venne da me, disperata, chiedendo: "Che possiamo fare

con nostra figlia di sei anni? Ruba le cose a noi. Ruba ai nostri amici

e agli amici suoi. Quando va a fare la spesa con la mamma, ruba nei

negozi. Di giorno la mandiamo a un campeggio per bambine, e torna

a casa con oggetti appartenenti ad altre bambine, oggetti che addirit-

tura hanno il nome di altre bambine sopra. Racconta bugie, dice che

la mamma le compra cose. Insiste nel dire che sono sue. Si può fare
Insegnamento dei valori e dell'autodisciplina 193

qualcosa per una cleptomane di questa età? Per una taccheggiatrice

di questa età? Per una bugiarda di soli sei anni?".

Dissi loro che me ne sarei occupato io. Scrissi una lettera alla

bambina:

"Cara Heidi-Ho, sono la tua fata-delle-bambine-di-sei-anni. Ogni

bambino ha una fata, solo che nessuno la vede. Tu non mi hai mai

visto, ma forse ti piacerebbe sapere che aspetto ho. Bene, ho degli

occhi in cima alla testa, in mezzo alla testa, e sotto il mento. È così

che posso vedere tutto quello che fa la bambina di cui sono la fata.

Ora, io ti ho osservato mentre lentamente imparavi le cose. Mi

sono molto compiaciuta del modo in cui hai imparato tante cose;

alcune sono più difficili da imparare di altre. E ho anche delle orecchie.

Non ho orecchie in cima alla testa perché interferirebbero con gli oc-

chi, che vedono tutto. Ho orecchie su perni girevoli nelle guance,

di modo che posso girarle in tutte le direzioni che voglio, per sen-

tire tutto, in tutte le direzioni. E ho tante orecchie giù per il collo e

per i fianchi, e su tutte le mie gambe posteriori, e giù per la coda.

E l'orecchio all'estremità della coda è molto grande, ed è su un perno

girevole (chiedi a tuo papà cos'è un perno girevole). Posso girare

quell'orecchio in qualsiasi direzione voglio, così da poter sentire tutto

quello che dici o qualsiasi rumore fai, quando fai le cose.

Davanti, ho un piede destro e tre piedi sinistri. Due piedi sinistri

anteriori li uso per camminare, quelli esterni. Il piede interno ha

solo trentadue dita. Ecco perché scrivo così male, perché non so mai

in mezzo a quali dita devo mettere la matita. E naturalmente sul lato

sinistro cammino due volte più veloce che sul destro. Così posso con-

tinuare a camminare diritta. Ho sette piedi posteriori, tre a sinistra

e tre a destra, in modo che il mio lato destro riesce ad andare veloce
quanto il sinistro. E mi piace andare in giro senza scarpe, e tu sai

che caldo che fa d'estate a Phoenix. Così porto scarpe su due dei

miei piedi posteriori. Gli altri, sono senza scarpe".

Sono stato invitato al settimo compleanno di una bambina, ma ho

dovuto rifiutare l'invito, perché sono la fata delle bambine di sei

anni. Non mi ero specializzato in bambine di sette anni, ero la fata

di una bambina di sei anni, e avrei continuato a osservarla e ad ascol-

tarla. E questo racconto la fece rigare diritta.

Nel fornire gli elementi tramite i quali un bambino possa formarsi

una buona coscienza, Erickson evita in particolare le proibizioni, i

'dovresti' e le regole, ma sottolinea, come sempre, l'importanza del-

l'apprendimento. Come nel racconto precedente, colui che dispensa

punizioni non è arrabbiato; al contrario, presenta i suoi insegnamenti


194 Insegnamento dei valori e dell'autodisciplina

in modo divertente. In tutti i racconti che parlano di punizioni, Erickson

appare deciso ma non punitivo, anche se ad alcuni lettori questo ap-

proccio potrebbe apparire punitivo, o simile a una lotta tra volontà

opposte. In realtà, quello che si propone è aiutare il bambino a svilup-

pare la propria volontà e la propria autonomia.

In questo caso della bambina già etichettata come cleptomane,

Erickson non si preoccupa della dinamica della cleptomania. Decide

invece che la bambina ha bisogno di un Super-Io interiorizzato e, per

il tramite di una lettera scritta in modo da piacere alla bambina, le

dà questo tutore interno, questo guardiano.

Le lettere del coniglietto pasquale

Una madre mi portò sua figlia di sette anni e disse: "I suoi due

fratelli più grandicelli hanno minato la sua fede nell'esistenza di

Babbo Natale, e ora lei cerca disperatamente di credere nell'esistenza

del coniglietto pasquale. E mi piacerebbe che credesse al coniglietto

pasquale per un altro anno ancora, perché quando avrà otto anni non

ci crederà più, ma ora vuole crederci".

Scrissi allora a quella bambina una lettera da parte del coniglietto

pasquale, nella quale le raccontavo dei tempi duri che vivevo, a salte-

rellare di qua e di là sino a farmi male alle zampe, cercando di trovare

l'uovo di Pasqua più sodo del mondo. Pensavo che se lo meritasse.

Scrissi: "E una volta ho sbagliato i calcoli saltando sopra un cactus

e mi sono punto con le spine là dove fa male. Sono stato quasi morso

da un serpente a sonagli. Mi sono fatto dare un passaggio da un asino

selvaggio. Era un asino gentile, ma era un asino terribilmente asino.

Mi ha portato nella direzione sbagliata, e poi ho dovuto farmi a bal-

zelloni tutta la strada del ritorno. Poi sono stato così sciocco che non
ho trovato di meglio che chiedere un passaggio a una lepre; correva

come una pazza e mi ha portato nella direzione sbagliata, e di nuovo

ho dovuto farmi a balzelloni tutta la strada del ritorno!

Non chiederò più passaggi, penso che l'autostop non faccia per me",

La bambina portò a scuola questa lettera del coniglio pasquale, e

la mostrò a tutti, e per Pasqua ebbe l'uovo di Pasqua più sodo del

mondo, un uovo di onice!

E la gente continua a telefonarmi, chiedendomi di fare Babbo Natale

al telefono coi loro bambini, come avevo fatto quando i loro genitori

erano miei pazienti.

Tre bambine, per sei settimane, sono saltate giù dal letto ogni mat-
Insegnamento dei valori e dell'autodisciplina 195

tina, precipitandosi alla cassetta delle lettere per trovarvi la loro lettera

da parte del coniglietto pasquale. Inviavo loro dei resoconti giornalieri

dei miei viaggi. E i francobolli erano sempre diversi. Ed ebbero le

uova di Pasqua più sode del mondo. E molte delle mie lettere come

coniglietto pasquale furono portate a scuola e mostrate.

Erickson sta esemplificando il principio che dice che il terapeuta può

supplire a ciò che è necessario o che manca. In "Heidi-Ho", la bambina

aveva bisogno di un Super-Io interiorizzato. In "Le lettere del coni-

glietto pasquale", la bambina aveva bisogno di prove del fatto che i

coniglietti pasquali esistevano. Ora, se i coniglietti possono scrivere

lettere, vuol dire che esistono! A rigore di termini, questo racconto

non si propone di trasmettere dei valori; e tuttavia questo genere di

storie, ascoltate da piccoli, possono predisporre una persona ad apprez-

zare, più tardi nella vita, l'estro e la fantasia.

Robert... la fa bene

Quando mio figlio Robert aveva sette anni, lui e un camion cerca-

rono contemporaneamente di usare la stessa strada, e lui perse. La po-

lizia mi chiamò per identificare un ragazzino con in tasca un foglio di

carta con su scritto 'Bobby'. Al Good Samaritan Hospital guardai Ro-

bert e dissi: "Sì, è mio figlio". Chiesi al medico del pronto soccorso:

"Cosa si è fatto?". "Entrambi i femori sono fratturati, il bacino è

fratturato, il cranio è fratturato, e ha una commozione cerebrale",

rispose. "In questo momento stiamo verificando se non ha riportato

lesioni interne".

Attesi sino a che mi dissero che non aveva lesioni interne. Poi chiesi:

"Qual è la prognosi?".

"Beh, se rimane in vita per quarantottore, può avere qualche pos-


sibilità di sopravvivenza", disse il medico.

Andai a casa, convocai tutta la famiglia e dissi: "Noi tutti conoscia-

mo bene Robert, e sappiamo che quando Robert deve fare una cosa,

la fa, la fa benissimo. Ora, in questo momento Robert si trova al Good

Samaritan Hospital. Un camion l'ha investito e gli ha fratturato en-

trambi i femori, il bacino, il cranio e gli ha urtato il cervello in modo

così forte che lui ha quella che viene chiamata una commozione cere-

brale. Pertanto non riconosce nessuno. E non è in grado di pensare

come si deve. E dovremo aspettare quarantott'ore, prima di sapere

se Robert vivrà o no. Ora, noi tutti conosciamo Robert. Quando fa


196 Insegnamento dei valori e dell'autodisciplina

una cosa, la fa bene. Si può sempre essere orgogliosi di come Robert

fa le cose.

Se proprio volete versare due lacrime, fate pure. Ma io penso che

sarebbe poco rispettoso nei confronti di Robert, se piangeste molto.

Per rispetto per Robert, penso che dovreste fare tutti le solite faccende

di casa. Penso che dovreste fare una buona cena. Penso che dovreste

fare tutti i compiti. E voglio che andiate a letto all'ora solita. Andate

a letto all'ora giusta, e dormite in modo da riposare tutta la notte.

Voi dovete questo rispetto a Robert".

Un paio dei ragazzi versarono due lacrime, fecero un buon pasto e

tutte le faccende di casa, poi lavarono i piatti, fecero i compiti e an-

darono a letto all'ora giusta.

Nel giro di quarantott'ore sapemmo che Robert sarebbe soprav-

vissuto.

Dissi a tutta la famiglia che avremmo dovuto lasciare in pace Robert

all'ospedale, dove lo attendeva un compito ben difficile, cioè ristabilirsi.

Se fossimo andati là a fargli visita, la cosa gli avrebbe richiesto un sacco

di energie, e lui aveva bisogno di quelle energie per rimettersi in sesto.

Io non lo sapevo, ma mia moglie sgattaiolava all'ospedale ogni giorno,

entrava, si sedeva in silenzio accanto al letto. Qualche volta Robert

si girava, le voltava la schiena. Altre volte le diceva: "Va a casa". Certe

volte le faceva una o due domande, e poi le diceva d'andarsene a casa.

Lei faceva tutto quello che lui le diceva di fare.

Mandavamo a Robert molti regali. Glieli facevamo sempre portare

dall'infermiera. Non gli demmo mai niente di persona.

Io andavo là, andavo nella stanza dell'infermiera, guardavo attraverso

la finestrella, e così vedevo come Robert se la stava cavando. Robert

non sapeva che ero lì.


L'incidente era avvenuto il cinque dicembre, e Robert tornò a casa

tutto ingessato verso la fine di marzo. I barellieri che lo portarono a

casa quasi ve lo scaricarono. E Robert era molto eccitato. Mentre lo

trasportavano nel salotto, Robert disse: "Sono così felice di avere dei

genitori come voi! Non siete venuti nemmeno una volta all'ospedale.

E invece tutti gli altri poveri ragazzi, i genitori venivano ogni pome-

riggio e li facevano piangere. Poi venivano ogni sera, e li facevano

piangere di nuovo. E la domenica, era terribile! Odiavo semplicemente

quei genitori che non lasciavano che i loro figli guarissero".

Quand'ero interno, prendevo sempre temperatura, ritmo respiratorio,

polso, un'ora prima che i pazienti ricevessero visite. Un'ora dopo che

i visitatori se n'erano andati prendevo polso, respirazione e pressione.

Ogni volta che un paziente riceveva visite, la sua temperatura si alzava,

il ritmo respiratorio si intensificava e la pressione saliva. Allora decisi


Insegnamento dei valori e dell'autodisciplina 197

che se mai avessi avuto un figlio o mia moglie in ospedale, non sarei

andato a trovarli sino a che non fossi stato sicuro che non ci sarebbero

state conseguenze per la loro pressione, battito cardiaco, respirazione

e temperatura. I pazienti che stanno in ospedale hanno bisogno di uti-

lizzare le loro forze per ristabilirsi e non per fare stare meglio i loro

parenti, che già stanno bene e sono in salute.

Questo racconto venne narrato in risposta alla domanda: "Lei crede

che sia necessario provare dolore per una disgrazia o per una perdita?

Non lo si dovrebbe superare?". Per molti lettori, il comportamento

di Erickson verso un proprio parente potrà sembrare strano e distac-

cato. E tuttavia egli credeva sinceramente che quando una persona è

seriamente ammalata, dovrebbe essere lasciata in pace a compiere il

proprio 'lavoro' di guarire; era convinto che i visitatori snervano.

Evidentemente esagerava un po' il suo caso, poiché fa sapere che sua

moglie sedeva ogni giorno al capezzale del ragazzo ("Io non lo sa-

pevo"). E lui stesso ha tutta l'aria di non riuscire a evitare di andare

spesso nella stanza dell'infermiera ("così potevo vedere come Robert

se la stava cavando"). E inoltre i bambini degli Erickson devono aver

imparato molto presto che non dovevano fare molto chiasso per una

malattia o un lutto. Erano orgogliosi della loro autosufficienza.

Dopo aver ascoltato questo racconto, uno studente, con tono abba-

stanza astioso, chiese a Erickson perché non fosse andato da suo figlio

e non avesse utilizzato l'ipnosi su di lui, "per aiutarlo a ristabilirsi

in meno tempo". Erickson rispose: "Era impossibile che i bambini

avessero passato tutta la loro vita con me senza imparare qualche

cosa. Io avevo insegnato loro che il dolore non è importante e che

il benessere fisico è importante. Quando per esempio Roxanna si graffiò

un ginocchio, lo gridò davvero a tutta la città. Sua madre venne fuori


e guardò il graffio; lo stesso feci io. Sua madre disse: 'Ecco, mamma

ti dà un bacino qua e qua e poi proprio sopra, e così tutto il dolore

se ne andrà'. È meraviglioso, che potere anestetico può avere il bacio

di una madre".

Erickson sta dicendo indirettamente che per i piccoli graffi va bene

servirsi del conforto 'materno'. Nelle situazioni serie, di vitale gravità,

è bene invece lasciare il paziente il più tranquillo possibile. Nella sua

risposta, Erickson sta anche correggendo una grave errata concezione

dell'ipnosi. Sta dicendo che non è necessario passare per una rituale

induzione per raggiungere gli effetti dell*autoipnosi. La semplice co-

scienza del fatto che "il dolore non è importante, e che il benessere

fisico è importante", può produrre gli stessi effetti dell'induzione ipno-

tica, nella quale le stesse cose vengono dette al paziente da un 'ipno-


198 Insegnamento dei valori e dell'autodisciplina

tista'. In altre parole, se uno ha fatto propri un valore o una convin-

zione, l'effetto sulle sue risposte sarà permanente, come se fosse stato

portato ad accettarli mediante ipnosi.

Erickson non sta solo trasmettendo le proprie idee sulle visite ai

malati. In realtà, sta dicendo che il genitore o l'aiuto deve essere

vicino, pronto, ed essere a disposizione, quando richiesto; l'aiuto è

offerto solo nella misura in cui chi lo riceve lo desidera. Quando

Robert diceva a Betty Erickson di "andarsene a casa", lei lo faceva.

Se ora esaminiamo il racconto a un livello intrapsichico, vediamo

che ancora una volta è il bambino a stabilire che cosa è meglio per

lui. L'interferenza degli adulti non fa altro che ritardare la guarigione

o la crescita. Questo ritardo è espresso dall'alterazione di funzioni

vitali. I racconti di Erickson spesso si soffermano su fenomeni quali

la pressione del sangue, il battito cardiaco, la respirazione. Questa

strategia è parte delle sue suggestioni ipnotiche indirette. In questo

racconto fa notare che c'è un salto nelle naturali reazioni fisiologiche

(cioè del funzionamento naturale) quando i genitori impongono a un

bambino le loro proprie ansie, oppure quando all'interno di un indi-

viduo il 'genitore', la 'voce interna' opera a un livello ansioso. Quando

ciò avviene, 'il bambino piange'. A livello intrapsichico, proviamo una

sensazione di tristezza, o di odio di sé, come direbbe Karen Horney,

quando le ingiunzioni sono troppo costrittive. Nel commento alla fine

del racconto, tuttavia, Erickson sottolinea che la 'madre', con un bacio,

può compiere straordinari miracoli. In altre parole, la capacità di es-

sere una buona madre per noi stessi, di amare noi stessi può avere

un effetto anestetico, cioè può alleviare il dolore interno e il dubbio.

Troviamo le stesse idee espresse da Antonia Wenkart nei suoi scritti

sulla 'Accettazione', o da Theodore Rubin in Compassion and Self-Hate.


E, naturalmente, i terapeuti non devono interferire, quando i pa-

zienti stanno facendo un buon lavoro.

Lezioni del sabato tenute la domenica

Uno degli studenti di medicina si dimenticava sempre di frequentare

le lezioni del sabato. Sabato mattina si svegliava, usciva e andava a

giocare a golf, dimenticandosi sempre completamente che sabato era

ancora giorno di lezione. Finché non capitò nella mia classe.

Gli spiegai che la settimana è fatta di sette giorni, che il sabato

era giorno di lezione, e che gli avrei tenuto una lezione, non di sabato,

ma di domenica, che non era un giorno normale per le lezioni, e che

da allora in poi si sarebbe ricordato che il sabato era giorno di lezione.


Insegnamento dei valori e dell'autodisciplina 199

Così dissi: "Domani mattina, domenica, alle otto, vieni al Wayne

Courity Hospital, a venti miglia da qui, entra nel mio studio, e aspet-

tami. Se per caso ritardo qualche minuto, non pensare che mi sono

dimenticato di te, non è così. Per cui fatti dare il tuo incarico, e

quando hai terminato le cose da fare, alle quattro del pomeriggio po-

trai andare a casa".

Beh, sapete, mi dimenticai che gli avevo detto queste cose. E lui

se ne stette seduto nel mio studio tutto il giorno, sino alle quattro del

pomeriggio.

La domenica successiva, alle otto, tornò nel mio studio, auguran-

dosi che me ne fossi ricordato. Me ne ero dimenticato di nuovo.

La terza domenica, gli diedi un interessante, bellissimo elenco di

pazienti coi quali fare un colloquio. Era talmente interessato che alle

quattro non volle andarsene a casa. Rimase fino alle cinque. E non

dimenticò più le lezioni del sabato.

Anche qui vale lo stesso principio che nel racconto "Io non deve

farlo" e cioè rendere pan per focaccia. Poiché lo studente si era di-

menticato di seguire le lezioni del sabato, Erickson 'dimentica' di es-

sere presente al previsto incontro della domenica. Ma perché lo stu-

dente accetta di farsi venti miglia per arrivare alle otto di mattina

di domenica, anche dopo che Erickson non si è fatto vedere? Possiamo

solo fare delle congetture. Forse era contento di sentirsi oggetto di

attenzione individuale. Forse lo attirava cimentarsi con la durezza della

'prescrizione' di Erickson. Altri pazienti e studenti tendevano certa-

mente a eseguire le dure prove che Erickson imponeva loro. In ogni

caso, Erickson alla fine premiò lo studente, assegnandogli dei pazienti

interessanti per il colloquio, di modo che l'esperienza divenne di segno

positivo. Di conseguenza, lo studente fu in grado, e forse anche con-


tento, di andare alle lezioni del sabato, pregustando ulteriori contatti

positivi con Erickson.

Si noti che questa punizione non venne applicata in modo né pu-

nitivo né vendicativo. A qualche livello, lo studente sapeva, come

Kristi, che Erickson non era arrabbiato, ma lo stava realmente aiutando

a raggiungere l'autodisciplina.

Jill, a modo suo

Ho ricevuto una lettera dalla mia nipotina di un anno e mezzo; la

lettera l'aveva scritta sua madre. Jill, un anno e mezzo, era andata per

la prima volta in piscina. Aveva pianto quando si era bagnata un


200 Insegnamento dei valori e dell'autodisciplina

piedino. Aveva pianto e si era aggrappata alla mamma quando si era

bagnata una mano. Poi aveva pianto a non finire, aggrappandosi

stretta, finché la mamma non lasciò che fosse Jill a dirigere tutta la

operazione.

Ora sta progettando la prossima gita alla piscina, e sta insegnando

alla mamma: "Lasciami fare a modo mio".

Tutti i miei nipoti hanno avuto un approccio diverso alla vita, e

tutti loro sono molto decisi. Quando vogliono fare qualcosa, lo fanno,

ma a modo loro. E la loro madre sa descriverlo dettagliatamente.

Tengo da parte le loro lettere, in modo che alla fine possano essere

rilegate in volume per i ragazzi, per quando avranno sedici o dicias-

sette anni e si lamenteranno della mancanza di intelligenza dei loro

genitori.

La frase importante è: "lo fanno, ma a modo loro". Erickson ap-

plica questo principio tanto ai bambini che ai pazienti. Spetta sempre

ai pazienti la scelta della propria soluzione. Ciò rafforza la tendenza

del bambino, o del paziente, verso il rispetto dei propri valori e l'ap-

prendimento dell'autodisciplina.

Sculacciate

Un giorno mio figlio Lance tornò da scuola e disse: "Papà, tutti

gli altri ragazzi a scuola prendono le sculacciate, e io non sono mai

stato sculacciato. Voglio essere sculacciato".

"Non c'è nessuna ragione di sculacciarti", dissi.

"Te ne darò una io", disse lui, e uscì fuori e ruppe una delle fi-

nestre dell'ospedale.

Tornò dentro e mi chiese: "Adesso me la dai una sculacciata?".

"No", dissi, "la cosa migliore da fare è sostituire il vetro alla fi-
nestra. Una sculacciata non servirebbe a questo scopo".

Offeso, uscì di nuovo e ruppe un'altra finestra. "Adesso mi scu-

lacci?", disse.

"No", dissi io, "sostituirò il vetro". Ruppe in tutto sette vetri.

Mentre era intento a rompere il settimo, io mi portai sul balcone di

casa. Allineai sette suoi modellini di camion sulla balaustra. Lui entrò

annunciando: "Ho rotto il settimo vetro; adesso, mi sculacci?".

"No", risposi. "Quello che farò sarà sostituire i vetri". Poi ag-

giunsi: "Ecco qua sette tuoi camion sulla balaustra. Adesso comincio

a far correre il primo lungo la balaustra. Spero che si fermerà e non


Insegnamento dei valori e dell'autodisciplina 201

si ribalti, cada e si fracassi sul marciapiede di sotto. Oh, che peccato!

Proviamo col secondo, se si ferma".

E Perse sette camion. Circa tre settimane dopo, Lance tornò a casa

da scuola tutto contento. Io lo acchiappai, me lo misi sulle ginocchia,

e lo sculacciai. "Perché lo stai facendo?", chiese.

"Mi sembra di ricordare che mi avevi chiesto di sculacciarti. Non

ti avevo ancora accontentato", dissi.

"Ho capito molte cose", disse.

Non lo sculacciai molto forte, naturalmente. Una sculacciata simbolica.

Erickson illustra qui un principio che applicava sia per punire i

bambini che per trattare i pazienti. Non dà ciò che gli viene chiesto

dal paziente, dà invece ciò che è richiesto dalla situazione. E lo dà

quando lo ritiene opportuno. Abbiamo visto questo principio quando

insegnava a Robert ad adempiere alla sua promessa di prendersi la

responsabilità di portare fuori la spazzatura. In quel caso, Erickson

'rammentò' a Robert la cosa nel mezzo della notte, ben sapendo che

questo genere di promemoria sarebbe stato ricordato. E vediamo qual-

cosa di simile anche nel racconto che segue, quando fa fare a qualcuno

una cosa in un momento in cui ciò gli dà fastidio.

Porte sbattute

Mio nipote Douglas entrò nel mio studio mentre stavo conducendo

un seminario didattico. Dopo aver fatto un po' di scena con le sue

scarpette da tennis nuove, se ne uscì. Circa quaranta minuti dopo,

ritornò, mentre ero nel bel mezzo di una dimostrazione di approfon-

dimento della trance.

"Fila via, Douglas", gli dissi, e lui spudoratamente rispose: "Non

ti ho sentito".
"Fila via", ripetei, "va dentro casa, su".

Douglas uscì, sbattendo la porta. Evidentemente la cosa non gli era

piaciuta. Ma non avrebbe dovuto sbattere la porta. Ora, se fosse

stato mio figlio, gli avrei graziosamente chiesto, senza nessuna ragione

apparente: "Per favore, sbatti la porta". Farei questo mentre lui

è tutto preso a guardare qualche libro pieno di figure. Lui si chiede-

rebbe perché, ma obbedientemente lo farebbe. Io lo ringrazierei e gli

chiederei di sbattere la porta di nuovo. Lui la sbatterebbe di nuovo,

cominciando a pensare. E io gli chiederei di sbattere la porta di nuovo.

Lui direbbe: "Ma io voglio leggere il mio libro".


202 Insegnamento dei valori e dell'autodiscipiina

"Beh, sbattila solo un'altra volta", insisterei io.

La sbatterebbe un'altra volta, e ben presto si informerebbe perché

gli avevo chiesto di sbattere la porta. Io gli ricorderei la prima volta

che ha sbattuto la porta e direi: "Il modo in cui hai sbattuto la porta

mi ha fatto pensare che ti piace sbattere le porte".

La sua risposta sarebbe stata: "Veramente non mi piace sbattere le

porte".

Si impara molto rapidamente, in situazioni che non ci vanno a genio.

Come in "Sculacciate", anche qui Erickson dà la medicina giusta.

In questa situazione, chiedere a Douglas di sbattere la porta quando

non era 'portato' a farlo, lo avrebbe portato a scoprire che in realtà

non gli 'piaceva' sbattere le porte. Gli avrebbe fatto capire che il

fatto di sbattere la porta era stato qualcosa di determinato dall'incon-

scio, o reattivo, piuttosto che qualcosa che lui 'voleva' fare. In futuro,

presumibilmente, avrebbe esercitato un maggiore controllo sulle pro-

prie azioni, facendo le cose che realmente 'voleva' fare. Almeno avrebbe

avuto una maggiore consapevolezza di quello che stava facendo.

Abbiamo visto Erickson applicare questo principio in molte situa-

zioni diverse, coi bambini, coi pazienti nevrotici, e persino con gli

psicotici. Erickson poteva sia 'rispecchiare' il comportamento da elimi-

nare del paziente, oppure faceva in modo che il paziente stesso lo

ripetesse, ma dietro suo ordine, come nella 'prescrizione del sintomo'.

Non ricorreva mai al sarcasmo, all'irritazione, all'ostilità. Il modo mi-

gliore di descrivere il suo atteggiamento, è considerarlo un atteggia-

mento di 'colui che si domanda': "Mi domando: che accadrà se chiedo

a Douglas di sbattere la porta?".

Erickson stesso mantenne questo atteggiamento speculativo 'fanciul-

lesco', l'atteggiamento del vero scienziato, sino alla fine.


Bibliografia 203

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Indice 205

Prefazione...............pag. 7

Introduzione..............11

1. Come provocare dei mutamenti nell'inconscio....17

Mutamenti intrapsichici............20

Interpretazione degli approcci terapeutici di Erickson....23

Applicazioni terapeutiche dei racconti didattici....25

Piacere maligno............26

2. Racconti stimolanti..........34

Come si impara a stare in piedi......35

Il ragazzo morirà prima di domani mattina.....39

Dilatazione.............40

Bisticci...........41

3. Abbiate fiducia nell'inconscio..............43

Avevo imparato molte cose.........43

Neve leggera.............43

Il narvalo............44

Parlerà...................44

Come si grattano i maiali........44

Sette asterischi................46

Curiosità.....................48

Il professor Rodriguez..........50

Qui, Quo, Qua...........52

Camminando per la strada........53

Scrittura automatica..........54

Trance a Bali......................56

4. Suggestioni indirette.........58

Il soggetto ipnotico esegue alla lettera.....58

Arance....................60
Aggirare la resistenza............61

Cactus.....................62

Competizione.............63

Polluzioni notturne...........64

Far finta di essere in trance........65


206 Indice

Lo sente?.............66

Disturbi della pelle...............67

Autoipnosi.............69

Investigazioni............69

Kathleen: trattamento di una fobia...........70

5. Come superare i limiti abituali......77

Pietre e meccanica quantistica........77

Da una stanza all'altra..........79

Io vinco sempre le olimpiadi...............79

Donald Lawrence e la medaglia d'oro......80

Come allenai la nostra squadra di tiro per battere i russi.....83

Una macchia di colore..........84

Camminare sul ghiaccio sdrucciolevole......86

Gli indiani Tarahumara.........88

Letto asciutto.............88

Foulard..............92

Peccato.............93

Calare, aumentare, calare..........96

Uno splendido modo di far dieta.......98

Giro turistico............99

Il vostro alcolizzato deve essere sincero....100

Un divorzio amichevole.........101

Date alla palla la spinta iniziale.........104

Claustrofobia......................105

Le stelle sono il limite............106

Sangue sui tasti....................108

6. Ristrutturazione.........112

Valorizzare il loro essere grandi........113


Moda..............................114

La ragazza più facile da sedurre.....114

Cammini per un miglio...........117

Bombardini......................118

Faccia di cannella................119

Psoriasi..............121

Nemmeno un'erezione..........123

Slurp, slurp, slurp............124

7. Imparare per propria esperienza...........127

Avere sei anni............127

Sogni...............127

Nuotare...............128

Vuoi assaggiare?............130

8. Assumere la direzione della propria vita....131

Sulla morte e il morire..........131


Indice 207

Ne voglio un paio.............134

Disaccordo............135

Mantenersi da sola al College........135

Il mattone di Pearson..........137

Calli........................138

9. L'occhio innocente..........140

Pensare come i bambini..........141

Il fantasma Roger...........141

Perché porta quel bastone?.........142

Giochi di prestigio..........143

10. Osservare: notare le differenze......144

Lo psichiatra giusto...........144

Come si fa un test a un bambino di due anni?....146

Pappette..............146

Quanti modi diversi?..........147

Una gradazione di verde diversa......148

All'estero..............148

Starnuti..............150

Magia, poteri sovrannaturali e percezione extrasensoriale.....151

Veggenti...............152

Lettura del pensiero............153

Giochi di abilità............154

Percezione extrasensoriale con J. B. Rhine.....155

Un trucco con le carte.............155

11. Con i pazienti psicotici........157

Rivoltato.............157

Il paziente che stava sempre in piedi......158

Due Gesù.................159
Herbert...................160

12. Manipolazione e orientamento verso il futuro.....168

Manipolazione............169

Bert e il cacao.................171

Autorizzazione............172

Dolores.................173

Fare in modo che Jeff chiami................174

Che farebbe se le dessi uno schiaffo?......176

Il bassotto e il pastore tedesco.......177

Falli deragliare....................177

Lance e Cookie............178

Noi invalidi.............180

Foglio in bianco............181

Ruth...............183

Riverenze..............184
208 Indice

Globus hystericus...........186

Avena.........................187

Crescere..............188

13. Insegnamento dei valori e dell'autodisciplina......190

Io non deve farlo...................190

Spazzatura..............191

Heidi-Ho, la cleptomane di sei anni........192

Le lettere del coniglietto pasquale.......194

Robert... la fa bene..............195

Lezioni del sabato tenute la domenica.......198

Jill, a modo suo..................199

Sculacciate.................200

Porte sbattute...........201

Bibliografia.................203
Finito di stampare nel gennaio 1983 nella Tip. «La Moderna Stampa» Torre Ann.ta

per conto della Casa Ed. Astrolabio - Ubaldini Editore, Roma