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Letteratura artistica

Carlo Vecce. La biblioteca perduta. I libri di Leonardo.


Posted: 23 Apr 2018 02:07 AM PDT

English Version

Carlo Vecce
La biblioteca perduta. I libri di Leonardo

Roma, Salerno editrice, 2017

Recensione di Giovanni Mazzaferro


La biblioteca di un “omo sanza lettere”

Quella di Leonardo (1452-1519) – si sa - è una biblioteca perduta. Di tutti i libri che possedette (o,
comunque, che ebbe modo di leggere) resta solo il manoscritto della prima redazione del Trattato
di architettura di Francesco di Giorgio Martini, il codice Laurenziano Ashburnhamiano 361,
oggi conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, su cui l’artista, in un periodo
compreso fra 1502 e 1504 appose complessivamente dodici fra postille e segni grafici. La prima
domanda che sporge spontanea è, quindi, che senso abbia questo libro. A maggior ragione
l’interrogativo si pone quando si torna con la mente ad alcune affermazioni che Leonardo scrive nei
suoi codici, prima fra tutte quella di essere “omo sanza lettere”; circostanza di cui l’artista è
consapevole, ma a cui contrappone il primato dell’ “esperienza”: “So bene che, per non essere io
litterato, che alcuno prosuntuoso gli parrà ragionevolmente potermi biasimare coll’allegare io
essere omo sanza lettere […]. Diranno, che per non avere io lettere, non potere ben dire quello di
che voglio trattare. Or non sanno questi che le mie cose son più da essere tratte dalla sperienzia,
che dall’altrui parola; la quale fu maestra di chi bene scrisse, e così per maestra la piglio e quella
in tutt’i casi allegherò” (p. 124).

“Omo sanza lettere”, in realtà, è un’espressione fraintesa in un determinato periodo storico


(l’Ottocento) e che continua a esserlo nell’immaginario collettivo di tutti coloro che pensano a
Leonardo in termini di genio: non un uomo, ma un supereroe calato da un altro pianeta, che ha
inventato tutto e per di più ci ha lasciato messaggi esoterici. Un uomo che non ha bisogno di leggere
i libri, perché sa già tutto. Lo scopo principale di quest'opera (scritta, non lo si dimentichi, da Carlo
Vecce, ovvero da uno dei più grandi esperti viventi dell’artista) è dimostrare che Leonardo era un
uomo come tutti, viveva in un contesto e aveva una cultura di cui i suoi libri (la sua biblioteca) sono
espressione. Già? Ma quali libri lesse? Per nostra fortuna Leonardo, nei suoi codici, scriveva tutto:
lo scriveva alla rovescia, e in maniera disordinata, ma davvero lasciava tracce di ogni cosa che
faceva. Proprio nei codici compaiono elenchi di libri letti e da leggere (ma anche di cui entrare in
possesso in maniera poco ortodossa); naturalmente, poi, i contenuti dei manoscritti vinciani, a
un’analisi attenta (quanto faticosa), consentono di capire quali fossero le fonti di Leonardo e a quali
libri stesse pensando mentre scriveva. Si tratta di mettere tutto insieme, in un esercizio che si
dimostra affascinante, per ricostruire il bagaglio culturale di un uomo che, sostanzialmente da
autodidatta, si pose il problema del confronto con gli autori (con gli “altori”, come li chiamava lui),
decidendo di divenire “altore” a sua volta.

Ma non vi è dubbio che Leonardo fu “uomo di lettere”. In un foglio del codice di Madrid II (risalente
grosso modo al 1503, ovvero a 16 anni prima della morte) Leonardo elenca 166 libri contenuti in un
cassone di sua proprietà custodito probabilmente in quel momento al convento della Santissima
Annunziata di Firenze (l’elenco è in appendice alle pagine 198-200). Sia chiaro: quando parliamo di
biblioteca leonardesca dobbiamo farlo in senso lato, ovvero tenendo conto sia dei taccuini che
scrisse (una cinquantina di quei 166 titoli, più della metà andata perduta). sia dei manoscritti. sia
dei libri a stampa veri e propri. Ma dobbiamo tenere a mente, innanzi tutto, che, definendosi “omo
sanza lettere” l’uomo indicava la circostanza di non aver potuto studiare il latino da giovane, e,
dunque di non far parte della cerchia degli umanisti; un handicap che cercò di recuperare per tutta
la vita, comprando grammatiche (alcune delle quali comprese nei 166 libri sopra indicati), facendo
esercizi, ma, in sostanza, non riuscendo mai a impadronirsi pienamente della lingua.
Leonardo da Vinci, Annunciazione, 1472-75, Firenze, Galleria degli Uffizi
Fonte: Google Art Project tramite Wikimedia Commons

Leonardo e il rapporto con gli "altori"

Ci sono alcune pagine fondamentali nel libro di Vecce, da cui è bene partire. Qual è il rapporto di
Leonardo con gli "altori" (ovvero con coloro che hanno scritto i libri che legge)? La prima cosa da
notare è che “con scarto fonetico tipicamente fiorentino” (p. 123), gli autori diventano altori,
“parola che suggerisce anche l’idea di padre, parente, generatore, per la falsa etimologia dal
latino alere(‘donare la vita, il nutrimento). […] L’altore è padre, creatore, produttore e “allevatore”
non solo delle sue creature di primo grado (i testi, i libri, le opere), ma anche di coloro che leggono
quei testi, e ne traggono nutrimento spirituale e intellettivo” (ibidem). Se l’altore è padre, il lettore
è figlio. Ma (mi permetto di continuare il parallelo di Vecce) non un bambino che pensa che tutto
quello che fa il padre sia perfetto, e nemmeno un figlio adolescente, che ne mette in discussione
qualsiasi azione, rifiutandola per partito preso. Un figlio adulto, consapevole di quanto di buono gli
ha insegnato il padre, ma anche delle sue debolezze, che, nel caso di Leonardo, sono riscontrate
tenendo presente che c’è una sola madre, la Natura, e che per conoscerla bisogna ricorrere
all’esperienza: “Di fronte a questi lontani “padri” che sono gli altoriantichi, non conosciuti nei loro
testi originali, Leonardo rivendica però il diritto di guidare in modo indipendente e autonomo la
propria formazione intellettuale, rivolgendosi direttamente all’unica e vera altrice e madre (sua e
dell’umanità), la maggiore maestra, la Natura, e ai suoi insegnamenti, attinti per mezzo della
sperienzia, cioè dell’esperienza diretta dei fenomeni naturali. È un atteggiamento che ci colloca nel
cuore della rivoluzione culturale che apre la modernità, con il superamento del principio di
autorità, dominante fino ad allora in una civiltà basata sulla tradizione della scrittura e del libro”
(pp. 123-124). A ben vedere, i veri bersagli della critica leonardesca non sono gli altori antichi, ma
quelli moderni che pretendono di rileggerli senza verificarne la correttezza sulla base
dell’esperienza. A fare eccezione sono in pochissimi: uno di questi è, ovviamente, Leon Battista
Alberti, il cui De re aedificatoria l’artista studia con enorme fatica, nell’edizione (latina) del 1485,
ponendone a confronto la terminologia con quella del De architectura di Vitruvio (anch’essa in
latino), curata da Sulpicio nel 1486 (si veda p. 97).

Leonardo da Vinci, Dama con l'ermellino, 1485, Cracovia, Museo Czartoryski


Fonte: Frank Zöllner (2000). Leonardo da Vinci, 1452-1519. Taschen. ISBN 38-22859-79-
6 tramite Wikimedia Commons

I primi libri di Leonardo


Quali sono i primi libri letti da Leonardo? Il primo che cita in un manoscritto è un libro “di Michele
di Francesco Barberini e di sua discendenzia”. Siamo attorno al 1478. E qui dobbiamo subito fare
una precisazione. In un mondo in cui i libri sono ancora, in maggior parte, manoscritti, e quindi
oggetti individuali, frutto di trascrizione a mano di esemplari precedenti, gli stessi si identificano
con il nome dei loro proprietari. Non è assolutamente raro trovare nei codici di Leonardo
l’indicazione di tali nomi al posto (o in compagnia) dei titoli dei medesimi. È evidente che tutto ciò
comporta per noi un problema interpretativo che non sempre è possibile risolvere in maniera
univoca. Nel caso del libro di Michele di Francesco Barberini la nota è preceduta da stralci del
contenuto dell’opera: si tratta di testi tratti dalle Metamorfosi di Ovidio, “nel volgarizzamento di
Arrigo de’ Simintendi da Prato (ca. 1330), disponibile in un’ampia tradizione manoscritta di area
toscana” (p. 154). Con la sua storia delle origini del mondo, la sua narrazione dello sviluppo e del
succedersi delle età dello stesso, Ovidio è “il grande libro della natura per il giovane Leonardo a
Firenze negli anni Settanta” (p. 156). Non l’unico: c’è, ad esempio, quella grande opera
enciclopedica dell’antichità costituita dall’Historia Naturalis di Plinio, che Leonardo legge nella
traduzione di Cristoforo Landino, pubblicata a Venezia nel 1476. Ancora una volta Plinio si
conferma uno dei grandi testi che attraversano il Medio Evo e riscuotono l’interesse non solo degli
umanisti, ma anche di chi, come l’artista, cerca notizie sulla cosmologia, la zoologia, la botanica e
(naturalmente) sulla storia della pittura antica. Assieme agli altori antichi, poi, compare
naturalmente la grande letteratura toscana: Dante, Petrarca, Boccaccio. Dante, in particolare, è
consultato non solo per la sua valenza letteraria, ma anche per le implicazioni cosmologiche della
Commedia. Non secondario è l’influsso del Convivio.
Leonardo, La Belle Ferronière, 1495-99, Parigi, Museo del Louvre
Fonte: Web Gallery of Art tramite Wikimedia Commons

Da lettore ad altore

Quando Leonardo decide di diventare altore si trova a Milano. Siamo fra il 1485 e il 1490. Il suo
scopo è descrivere la natura attraverso la scienza e l’esperienza. Come vada a finire, è cosa ben nota.
Non pubblicherà mai nulla. Il testo che più si avvicina a una sistemazione organica del suo pensiero
è il Libro di pittura (che è tuttavia frutto di una risistemazione degli scritti leonardeschi ad opera
del discepolo prediletto Francesco Melzi dopo la sua morte). Il codice, tuttavia, andrà ben presto
perso e sarà recuperato solo a fine ‘800 nella Biblioteca Vaticana; ne verrà pubblicata una versione a
stampa da un manoscritto apografo (e incompleto) nel 1651 a Parigi, e storicamente è dunque
con quel testo incompleto che si confrontano i lettori. Tutto il resto, di fatto, sarà riscoperto
a partire dalla fine del XIX secolo (la prima edizione antologica di scritti vinciani risale al 1883 ed è
opera di Jean Paul Richter). Lo studio dei codici (o meglio, di quanti ce ne sono pervenuti, e nelle
modalità in cui ci sono giunti, spesso oggetto di sconsiderate risistemazioni e di operazioni
commerciali che li rendono incompleti, confusi, disordinati) rivela però, a giudizio di Vecce, una
verità inconfutabile: il “rapporto ininterrotto con il mondo dei libri e della parola scritta (oltre che,
naturalmente, di quella orale, spontaneamente avvicinata negli anni della prima formazione
fiorentina, nella cultura popolare e artistica contemporanea)” (p. 17). Sicuramente Leonardo legge
e studia molto. Qua e là, nelle sue note, siamo in grado di trovare tracce delle sue opere (o dei
tentativi intrapresi per scriverle): “«a dì 2 d’aprile 1489 libro titolato de figura umana»; «a dì 23
aprile 1490 cominciai questo libro e ricominciai il cavallo [n.d.r. è il progetto per il monumento
equestre, in bronzo, di Francesco Sforza]»” (p. 126). Fra i primi taccuini che scrive e che ci sono
giunti rivestono una particolare importanza il Codice B e il Codice Trivulziano. Il Codice B (siamo
attorno al 1487) è importante perché Leonardo giunge a Milano come esperto di questioni militari
(e forse questa fama è, a quell’epoca, in qualche modo millantata) e vi si trovano sostanziali
riferimenti al De re militari di Roberto Valturio, letto nel volgarizzamento del 1481 di Paolo
Ramusio, ma riscontrato sull’edizione latina del 1472. È molto interessante quanto scrive Vecce in
proposito: “Il De re militari, trattato attento, più che alle cose, alle parole, e alla lezione degli
antichi, alla compilazione erudita di testi classici, interessa a Leonardo per motivi diversi dall’arte
militare. Non è qui che egli imparerà le sconvolgenti novità della rivoluzione tecnologica che
stanno mutando il modo di fare la guerra nel Quattrocento: ma è qui che invece cerca di colmare
le sue lacune di cultura classica e umanistica, per apparire ai suoi contemporanei un «omo di
lettere». Valturio gli si rivela una facile scorciatoia al vagheggiato e inattingibile mondo degli
Antichi, Il suo libro è letteralmente saccheggiato per le citazioni di autori classici, che potranno
tornare utili nella composizione di testi più retoricamente elaborati, proemi di trattati, lettere e
così via” (p. 129).

Nel Trivulziano, invece, compare una prima brevissima lista di libri (sono in tutto cinque),
probabilmente un promemoria per ricordarsi di consultarli (fra essi c’è anche Plinio, che pure
doveva aver già letto). Ma il Trivulziano è caratterizzato soprattutto da una lunghissima lista di
vocaboli (8079 lemmi ‘normalizzati’, che occupano in tutto 51 pagine) che per Vecce sono
“documento fondamentale del modo di leggere di Leonardo, del suo rapporto con il libro, con il
documento scritto, e con la lingua” (p. 133). Si tratta di un lavoro lessicografico che andrà forse a
finire nel “libro di mia vocabuli”, ricordato nel codice di Madrid II e a oggi disperso (p. 139).
Difficile dire dove Leonardo lesse quei vocaboli e quali siano stati i criteri di scelta dei medesimi (si
tratta quasi sempre di termini astratti e non specialistici). Alcune cose, però, le sappiamo: e ancora
una volta la fonte principale (più di 1000 lemmi) è Valturio; poi il novelliere Masuccio Salernitano, e
ancora “un volgarizzamento del Liber facetiarum di Poggio Bracciolini stampato a Milano…
intorno al 1483” (p. 140). “Punto d’arrivo del lavoro di Leonardo nel Trivulziano… era
naturalmente il riordinamento alfabetico di tutti i vocaboli, e la formazione di un thesaurus di
parole dotte, di lemmi ed espressioni distintive di una comunicazione “alta”” (p. 138).

Si tratta di un lavoro di arricchimento personale chiaramente finalizzato al divenire altore. Ma il


grande cruccio di Leonardo è quello di non conoscere (o conoscere malissimo) il latino, circostanza
che non gli permette l’accesso a testi non tradotti in volgare o, se tradotti, alle loro versioni originali.
Sono frequenti nei codici gli esempi di traduzioni cominciate e poi abbandonate. Evidentemente
insoddisfatto, l’artista “intraprende così, a quarantadue anni, la più commovente delle sue
avventure intellettuali: un tentativo di autoapprendimento del latino, a partire da una diffusa
grammatica del tempo, i Rudimenta grammatices di Niccolò Perotti. Nel 1494, tornato da
Vigevano a Milano, può dedicarsi allo studio solitario (e faticoso) del latino, ricavando dal suo
libro gli specchietti di coniugazione dei verbi e delle declinazioni. L’esercizio è difficile, e capita
spesso di sbagliare o confondere la desinenza: in fondo a uno di questi fogli, il principiante «omo
di lettere»è costretto ad appuntarsi un memo da seguire scrupolosamente: «pensa bene al fine
[n.d.r. ovvero alla desinenza] / risguarda bene al fine»” (p. 141).
Leonardo, La Vergine delle rocce (prima versione), 1483-86, Parigi, Museo del Louvre
Fonte: gallerix.ru tramite Wikimedia Commons

Liste di libri e interessi che evolvono

Si è detto che, fra le carte di Leonardo, sono diverse le liste di libri (o di persone da contattare per
consultarli) estese dall’artista. Le due più importanti sono forse quella del Codice Atlantico (attorno
al 1494), 41 titoli in cui a prevalere sono i testi di letteratura e di linguistica, e i 166 del Codice di
Madrid II, risalenti grosso modo al 1503, quando Leonardo si trova a Firenze. Né nell’uno né
nell’altro caso si tratta di inventari, e quindi non si può parlare di elenchi esaustivi. Tuttavia una
cosa appare evidente, ovvero l’esplosione, in dieci anni, degli interessi scientifici dell’artista. Del
resto, se la natura può essere percepita solo tramite la scienza, appare logico che Leonardo si ponga
alla caccia di tutto ciò che possa aiutare nella sua comprensione (salvo il riscontro dell’esperienza).
Non è certo qui il caso di richiamare ogni singolo titolo, e ciò che per Leonardo può aver voluto dire
il poterlo leggere. Ècompito che Vecce assolve in maniera magistrale e a cui, quindi, si rimanda [1].
Alcune tendenze, ad ogni modo, vanno ricordate. Subito dopo il suo primo (e più importante)
spostamento (quello da Firenze a Milano), Leonardo si rende conto che, oltre al latino, ad essere
carenti sono anche le sue conoscenze matematiche, un aspetto fondamentale per chi crede che
anche la pittura, in quanto rivelatrice della natura, la debba descrivere sulle basi di solidi principi
matematico-geometrici; compare quindi un filone di letture dedicate alle matematiche, fra cui la
Summa de Arithmetica Geometria Proportioni et Proportionalità di Luca Pacioli (1494). Come
noto, solo qualche mese dopo, Pacioli si trasferisce da Venezia a Milano e i due si conoscono;
Leonardo ne diventa ‘allievo’ e continuerà a esserlo anche negli anni successivi, ad esempio a
Firenze; Pacioli lo introdurrà alla comprensione di Euclide. Ma i codici ci consegnano anche un
Leonardo a caccia dei manoscritti di algebra e fisica del pavese Giovanni Marliani, defunto qualche
anno prima e la cui biblioteca era in odore di smembramento; o, ancora, lo vedono subire il fascino
di Pitagora e di Archimede, i grandi sapienti dell’antichità, e in caccia del manoscritto di
quest’ultimo posseduto da Piero della Francesca (p. 90). All’indomani del saccheggio di Urbino da
parte di Cesare Borgia (1502) Leonardo (che è al suo servizio) si impossessa di un non meglio
definito “libro da Urbino matematico”. Ma discorsi ugualmente affascinanti potrebbero essere fatti
per gli studi di ottica e prospettiva (con un importante contributo dei testi scientifici arabi), per i
libri di meccanica (si è già accennato a Francesco di Giorgio), per quelli di cosmologia, tutte opere di
impianto fondamentalmente aristotelico che Leonardo sottopone al vaglio dell’esperienza e che lo
aiutano a comprendere i fenomeni dell’unica grande madre: la Natura.

Leonardo da Vinci, L'Ultima Cena, 1495-98, Milano, Cenacolo di Santa Maria delle Grazie
Fonte: Wikimedia Commons

La dispersione

Sappiamo così poco della biblioteca di Leonardo che nemmeno conosciamo gli esatti termini della
sua dispersione. In base al testamento, tutti i libri di Leonardo andarono a Francesco Melzi. Col
termine ‘libri’ pare logico presumere che si intendessero sia i codici di cui Leonardo fu autore sia i
manoscritti altrui, gli incunaboli e le cinquecentine. Sappiamo che Melzi fu geloso custode dei codici
del maestro fino alla sua morte (furono gli eredi di Francesco a comportarsi da
sconsiderati), ma non è detto che lo stesso sia successo per i libri. Può anche darsi che Melzi
sentisse un legame sentimentale meno stretto nei confronti di quei libri, che in fondo erano
testimoni di una conoscenza aristotelica a lui probabilmente estranea. Fatto sta che, a oggi, a parte il
manoscritto di Francesco di Giorgio (che Leonardo consultò, ma di cui non era in possesso alla sua
morte) nessuna biblioteca ci ha restituito anche un solo libro che, in qualche modo, possa essere
riconosciuto (per la celeberrima calligrafia da destra a sinistra o per altri segni di possesso) come
appartenuto a Leonardo. Inutile dire che reperirne uno sarebbe il sogno di tutti i bibliofili del
mondo.

NOTE

[1] Se un appunto si può muovere al libro è che, in esso, la biblioteca di Leonardo è indagata
procedendo cronologicamente a ritroso, il che comporta, a volte, delle ripetizioni e, in ogni modo, il
rischio di un effetto di spiazzamento che tende a disorientare il lettore.

Carlo Vecce. [The Lost Library - Leonardo's Books]


Posted: 23 Apr 2018 02:08 AM PDT

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Carlo Vecce
La biblioteca perduta. I libri di Leonardo
[The Lost Library - Leonardo's Books]

Rome, Salerno publishing house, 2017


Review by Giovanni Mazzaferro

The Library of an “Illiterate Man”

That of Leonardo – we all know - is a lost library. Of all the books he either owned or had the
opportunity to read, there remains only the manuscript of the first draft of Francesco di
Giorgio Martini’s Trattato di architettura (Treatise on Architecture), today kept in the
Laurentian Ashburnhamian code 361, now preserved at the Medicea Laurenziana Library in
Florence. In a period between 1502 and 1504, the artist added a total of twelve annotations or
graphic signs on this sample. The first question arising spontaneously is, therefore, about the
rationale of Carlo Vecce’s book. A fortiori, the question arises when we consider some statements
that Leonardo made in his codes, first of all that of being a “omo sanza lettere”, an illiterateman;
while being aware of this feature, the artist counterbalanced it with the primacy of ‘experience’: "I
know that, since I am not a literate, somebody might reasonably blame me to be insolent, proving
that I am indeed illiterate, and therefore would state that I cannot express well in writing what I
want to discuss. Now, he would not know that I have drawn my things more from my experience,
than from the words of others; my experience has well taught the one who is writing, and I
consider it my teacher and I will make recourse to it in every case"(p 124).

The expression "Illiterate man", in reality, was misunderstood, at least during a specific historical
period (the nineteenth century); it continues to be so in the collective imagination of all those who
think of Leonardo in terms of genius: not a man, but a superhero from another planet who invented
everything and left us with esoteric messages. A man who did not need to read books, because he
already knew everything. The main purpose of this book (written, do not forget it, by Carlo Vecce,
one of the greatest living experts of the artist) is to show that Leonardo was a man like everyone,
lived in a context and had a culture of which his books (his library) were an expression. Indeed. But
which books did he read? Fortunately for us, Leonardo wrote everything in his codes: he wrote it in
reverse, and in a disorderly way, but really left traces of everything he did. Precisely the codes
display the lists of books read and to be read (but also to be acquired in an unorthodox manner);
naturally, then, a careful analysis (however strenuous) of the contents of Vinci’s manuscripts allow
us to understand Leonardo’s sources and the books which inspired his writings. Therefore, it is all
about bringing everything together, in an exercise that proves fascinating, in order to reconstruct
the cultural background of a man who, basically as a self-taught person, confronted himself with the
authors (but he used the term "altori" for them), and deciding to become in turn "altore" himself.

There is no doubt, however, that Leonardo was "a man of letters". In a sheet of the Madrid II code
(dating back roughly to 1503, or 16 years before the death) Leonardo listed 166 books contained in a
chest, which was probably kept at that time at the convent of the Santissima Annunziata of Florence
(the list is in appendix on pages 198-200). It is true: when we are talking about Leonardo's library,
we need to do it in a broad sense, that is, taking into account both the notebooks he wrote (about
fifty of those 166, more than half lost) and the manuscripts and the actual printed books. But we
must bear in mind, first of all, that, by defining himself as "illiterate", he indicated the circumstance
of not having been able to study Latin as a young man, and therefore not to be part of the circle of
humanists; a handicap that he tried to overcome throughout his life, buying grammars (some of
which included in the 166 books above), doing exercises, but, in essence, never being able to fully
master the language.

Leonardo da Vinci, Annunciation, 1472-75, Florence, Uffizi Gallery


Source: Google Art Project via Wikimedia Commons

Leonardo and his relationship with the "altori"

It is good to start from some fundamental pages of Vecce’s book. What was Leonardo's relationship
with the "altori" (i.e. with those who wrote the books he read)? The first thing to note is that "with a
typically Florentine phonetic transfer" (page 123) the vernacular word autore (author) become
altore, "a word also suggesting the idea of father, relative, generator, for the false etymology from
the Latin alere ('donate the life, provide nourishment’). [...] The altore is father, creator, producer
and "breeder" not only of his first-degree creatures (texts, books, works), but also of those who
read those texts, as they draw spiritual and intellectual nourishment from him" (ibidem). If the
author is a father, the reader is a son. However, extending Vecce’s metaphor, he is neither a child
convinced that everything the father did is perfect, nor an adolescent child, calling into question any
action and rejecting it by principle. He is an adult son, aware of how good his father taught him, but
also of his weaknesses. In the case of Leonardo, moreover, one should bear in mind that for him
there was only one mother, i.e. Nature, and that to learn knowing it, one had to resort to experience:
"Faced with these distant "fathers" who were the ancient authors, not known in their original
texts, Leonardo claimed however the right to independently and autonomously guide his own
intellectual formation, addressing directly the single and true authoress and mother (of him and
of humanity), i.e. the greatest teacher, Nature, and his teachings, drawn by means of the direct
experience of natural phenomena. This attitude placed him in the heart of the cultural revolution
opening modernity, with the overcoming of the principle of authority, until then dominant in a
civilization based on the tradition of writing and books" (pp. 123-124). On closer inspection, the
real targets of Leonardo's criticism were not the ancient authors, but the modern ones, as they
claimed to re-read them without verifying their correctness on the basis of experience. There were
very few exceptions: one of these was, of course, Leon Battista Alberti, whose De re aedificatoria
was studied by Leonardo, with many difficulties, in the (Latin) edition of 1485, comparing the
terminology with that of Vitruvius’ De architectura(also in Latin), edited by Johannes
Sulpitius in 1486 (see page 97).
Leonardo da Vinci, Lady with an Ermine, 1485, Kraków, Museo Czartoryski Museum
Source: Frank Zöllner (2000). Leonardo da Vinci, 1452-1519. Taschen. ISBN 38-22859-
79-6 via Wikimedia Commons

Leonardo's first books

What were the first books read by Leonardo? The first one cited in a manuscript was “a book by
Michele di Francesco Barberini and his descendant". It was around 1478. And here we must
immediately make a clarification. In a world in which books were still mostly manuscripts, and
therefore individual objects (and the result of a by hand transcription of previous examples), they
were identified with the name of their owners. It is not absolutely rare to find in Leonardo's codes
the indication of these names in place of the titles of the books (or in company with them).
Evidently, all this implies for us an interpretative problem that cannot always be solved in an
univocal way. In the case of the book by Michele di Francesco Barberini, the note was preceded by
excerpts of the content of the work: these are texts taken from Ovid’s Metamorphoses, "in the
vulgarization of Arrigo de' Simintendi from Prato (about 1330), available in a wide manuscript
tradition of the Tuscan area” (page 154). With his history of the origins of the world, his narration
of the development and the succession of the ages of the same, Ovid was "the great book of nature
for the young Leonardo in Florence in the seventies" (page 156). It was not the only one, though:
there was, for example, that great encyclopaedic work of antiquity consisting of Pliny's Natural
History, which Leonardo read in the translation of Cristoforo Landino, published in Venice in 1476.
Once again, Pliny confirmed to be one of the great texts going through the Middle Ages and
attracting the interest not only of humanists, but also of those who, like Leonardo, looked for
information on cosmology, zoology, botany and (naturally) on the history of ancient painting.
Together with the ancient authors, then, the great Tuscan literature was obviously also included in
the list: Dante, Petrarca, and Boccaccio. Dante, in particular, was consulted not only for his literary
value, but also for the cosmological implications of the Divine Comedy. The influence of the
Convivio was also not secondary.
Leonardo da Vinci, Belle Ferronière, 1495-99, Paris, Louvre Museum
Source: Web Gallery of Art via Wikimedia Commons

From reader to altore

When Leonardo decided to become author of books, he was in Milan. It was between 1485 and
1490. His purpose was to describe nature through science and experience. It is well known what
eventually happened: he never published anything. The text that came closest to an organic
arrangement was the Libro di pittura (Book of Painting), which was however the result of a
rearrangement of Leonardo’s writings by the beloved disciple Francesco Melzi, after his death. The
code, however, was soon lost and recovered at the end of the 19th century in the Vatican Library. As
a printed version of it was published on the basis of an apograph (and incomplete) manuscript in
1651 in Paris, historically it is with that incomplete text that readers were compared. All
the rest, in fact, was rediscovered from the end of the nineteenth century (the first anthological
edition of Leonardo’s writings dates back to 1883 and was the work of Jean Paul Richter). The study
of the codes (or rather, of those that have come to us, and of the manner in which they have arrived,
often being the object of reckless resettlement and commercial operations that made them
incomplete, confused, disordered), however, reveals, according to Vecce, an irrefutable truth: the
"uninterrupted relationship with the world of books and the written word (as well as, of course,
the oral one, spontaneously approached during the years of the first Florentine education, in
contemporary popular and artistic culture)" (p.17). Leonardo certainly read and studied a lot. Here
and there, in his notes, we are able to find traces of his works (or attempts to write them): "«On
April 2, 1489, titled book of the human figure»; «On April 23, 1490 I started this book and started
the horse again [note of the editor: it was the project for the equestrian monument, in bronze, of
Francesco Sforza]»” (page 126). Among the first notebooks he wrote and which have arrived to us,
the Code B and the Codex Trivulzianus are of particular importance. The Code B (around 1487) is
important because Leonardo arrived in Milan as an expert on military matters (and perhaps this
fame was, at that time, somewhat vaunted); the Code B included therefore substantial references to
Roberto Valturio’s De re militari, read in the vulgarization of 1481 by Paolo Ramusio, but checked
on the Latin edition of 1472. What Vecce writes in this regard is very interesting: "Leonardo was
interested in the De re militari (a treatise focusing on words more than on things, and paying
great attention to the lesson of the ancient and to the erudite compilation of classical texts) for
reasons other than military art.It is not here that he could learn the upsetting novelties of the
technological revolution changing warfare in the fifteenth century: but it was here that he instead
sought to fill his gaps in classical and humanistic culture, to appear to his contemporaries a "man
of letters". Valturio turned out to be an easy shortcut to the cherished and unattainable world of
the Ancients. His book was literally looted for the citations of classical authors, which may be
useful in the composition of more rhetorically elaborated texts, proems of treatises, letters and so
on" (p. 129).

In the Codex Trivulzianus, instead, a first very short list of books (five in all) appeared, probably a
reminder to consult them (among them there was also Pliny, who however he must have already
read). The Trivulzianus however was characterized above all by a very long list of words (8079
'normalized' words, which occupied a total of 51 pages) that for Vecce were a "fundamental
testimony of Leonardo's way of reading, of his relationship with the book, with the written
document, and with the language" (page 133). It was perhaps a lexicographical work that ended up
in the "book of my words", mentioned in the Madrid II code and today lost (page 139). It is hard to
say where Leonardo read those words and what were the criteria for their choice (these are almost
always abstract and non-specialist terms). Some things, however, we know: and once again the main
source (more than 1000 words) is Valturio; then the novelist Masuccio Salernitano, and still "a
vulgarization of the Liber facetiarum by Poggio Bracciolini printed in Milan ... around 1483" (page
140). "The point of arrival of Leonardo's work in the Trivulzianus ... was naturally the
alphabetical reorganization of all words, and the formation of a thesaurus of learned words, of
lemmas and distinctive expressions of a ‘high’ communication" (p.138).

It was a work of personal enrichment, clearly aimed at becoming an author. But Leonardo’s great
worry was that of not mastering (or knowing very badly) Latin, a circumstance that did not allow
him to access the texts which were not translated into vernacular or, if translated, not to consult
their original versions. Examples of translations, which were started and then abandoned, are
frequent in his codes. Evidently dissatisfied, the artist "undertook, at the age of forty-two, the most
touching of his intellectual adventures: an attempt to learn Latin, starting from a widespread
grammar of time, the Rudimenta grammatices by Niccolò Perotti. In 1494, when he returned from
Vigevano to Milan, he could devote himself to the solitary (and tiring) study of Latin, deriving
from his book the mirrors of conjugation of verbs and declinations. The exercise was difficult, and
he often made mistakes with or confused the ending: at the bottom of one of these sheets, the
beginner «literate» was forced to write a memo to follow scrupulously: «think well about the
endings / looks good in the end»" (page 141).
Leonardo da Vinci, Virgin of the rocks (first version), 1483-86, Paris, Louvre Museum
Source: gallerix.ru via Wikimedia Commons

Lists of books and evolving interests

It has been said that, among Leonardo's papers, there were several lists of books (or people to
contact to consult them) extended by the artist. The two most important ones are perhaps that of
the Codex Atlanticus (around 1494), with 41 titles in which literature and linguistic texts prevailed,
and that of the Madrid Code II, with 166 titles, dating back roughly to 1503, when Leonardo found
himself in Florence. In neither cases they were inventories, and therefore we cannot speak of
exhaustive lists. However, it is clear that the artist's scientific interests largely expanded in the
course of ten years. After all, if nature can only be perceived through science, it seems logical that
Leonardo hunted down everything that could help in his understanding (and checking it through
the exam of experience). It is certainly not needed here to recall every single title, and what for
Leonardo may have meant ‘being able to read it’. It is a task that Vecce performed in a masterly
manner and to which, therefore, we are referring [1]. Some trends, however, are worth being
remembered. Immediately after his first (and most important) move (the one from Florence to
Milan), Leonardo realized that, in addition to Latin, his mathematical knowledge was also
insufficient, a fundamental aspect for somebody like him, who believed that even painting, as a
revelator of nature, must describe it on the basis of solid mathematical-geometrical principles; this
explains the appearance of a line of readings dedicated to mathematics, including the Summa de
Arithmetica Geometria Proportioni et Proportionalità (Summary of arithmetic, geometry,
proportions and proportionality) by Luca Pacioli (1494). As known, only a few months later, Pacioli
moved from Venice to Milan and the two made their acquaintance; Leonardo became his 'student'
and continued to be so in subsequent years, for example in Florence; Pacioli introduced him to the
understanding of Euclid. But the codes also gave us a Leonardo in search of the manuscripts of
algebra and physics of the Pavia-born Giovanni Marliani, who had passed away a few years earlier
and whose library was about to be dismembered; or, again, they testified his fascination for
Pythagoras and Archimedes, the great scholars of antiquity, and his search of the manuscript of the
latter owned by Piero della Francesca (page 90). In the aftermath of the sacking of Urbino by Cesare
Borgia (1502) Leonardo (who was at his service) took possession of an undefined "book from an
Urbino mathematician". But one could talk in an equally fascinating way about the studies of optics
and perspective (with an important contribution of Arabic scientific texts), about the books on
mechanics (we have already mentioned Francesco di Giorgio Martini), and those of cosmology. They
were all works of fundamentally Aristotelian school, which Leonardo subjected to the test of the
experience and helped him to understand the phenomena of the single great mother: Nature.
Leonardo da Vinci, The Last Supper 1495-98, Milan, Refectory of the Convent of Santa
Maria delle Grazie
Source: Wikimedia Commons

The dispersion

We know so little of Leonardo's library that we do not even know the exact circumstances of its
dispersal. According to the will, all of Leonardo's books went to Francesco Melzi. With the term
'books' it seems logical to assume that they included both the codes of which Leonardo was author
as well as the manuscripts, the incunabula and the cinquecentine of others. We know that Melzi was
jealous guardian of the master's codes until his death (it was the fault of Francesco’s heirs to
behave as inconsiderate people), but it is not clear whether the same happened for his books. It
may well be that Melzi felt a less strict sentimental bond towards those books, which all in all were
witnesses of an Aristotelian knowledge that he probably did not share. In fact, to date, apart from
the manuscript of Francesco di Giorgio (which Leonardo consulted, but of which he was not in
possession at his death), no library has returned even a single book that, in some way, can be
recognized (at least for the famous calligraphy from right to left or for other signs of possession) as
belonging to Leonardo. Needless to say, finding only one of them would be the dream of all the
bibliophiles of the world.

NOTES

[1] If a note can be moved to the book is that, in it, the library of Leonardo is investigated
chronologically backwards, which sometimes involves repetitions and, in any case, the risk of a
displacement effect which tends to disorient the reader.