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KIM (CAP.

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I bazar torridi e affollati splendevano di luci mentre i due si facevano strada attraverso la calca di tutte le
razze dell'India del nord, e il lama si guardava intorno con l'aria trasognata di un uomo in preda a una
visione. Era la sua prima esperienza di una grossa città industriale, e il tram affollato, con i suoi freni che
stridevano di continuo, lo spaventava.
Fra spinte e strattoni arrivò all'alto cancello del Kashmir, quell'enorme piazzale porticato proprio di fronte
alla stazione ferroviaria dove sostano le carovane di cavalli e cammelli di ritorno dall'Asia centrale. Qui c'era
ogni sorta di gente del nord, intenta a custodire cavallini impastoiati e cammelli accasciati; a caricare e
scaricare balle e fagotti; a tirare su l'acqua per il pasto serale con i verricelli cigolanti; ad ammucchiare erba
davanti agli stalloni selvaggi; a malmenare gli scontrosi cani delle carovane; a pagare i cammellieri; a
prendere nuovi stallieri; a bestemmiare, gridare, litigare, e mercanteggiare sul piazzale stracolmo. I portici,
cui si accedeva salendo tre o quattro gradini in muratura, rappresentavano un riparo tranquillo intorno a
questo mare turbolento. La maggior parte veniva affittata ai mercanti, così come da noi si affittano le arcate
di un viadotto; e lo spazio fra pilastro e pilastro era suddiviso con muri di mattoni o semplici tavole in tanti
vani, protetti da pesanti porte di legno e da ingombranti chiavistelli indigeni. Le porte chiuse indicavano che
il proprietario era assente, e uno scarabocchio col gesso o con la pittura spiegava in modo impertinente - a
volte molto impertinente - dove era andato. Per esempio: "Lutuf Ullah è andato in Kurdistan". E sotto, una
rozza frase: "O Allah, che hai permesso ai pidocchi di vivere sul mantello di un Kabuli, perché hai permesso
al pidocchio Lutuf di vivere tanto a lungo?".
Kim, guidando il lama fra uomini eccitati e bestie altrettanto eccitate, costeggiò i portici fino in fondo, nel
punto più vicino alla stazione, dove Mahbub Ali, il mercante di cavalli, alloggiava quando arrivava da quel
paese misterioso oltre i Passi del nord.
Kim aveva avuto molto a che fare con Mahbub nella sua breve vita - in particolare fra il suo decimo e il suo
tredicesimo compleanno - e il corpulento afgano dalla barba tinta di rosso (era anziano e non voleva che si
vedessero i peli grigi) conosceva la bravura del ragazzo come fonte di notizie. Qualche volta diceva a Kim di
osservare un uomo che non aveva niente a che vedere con i cavalli, di seguirlo per un giorno intero e di
riferire su ogni anima con cui si fosse incontrato. A sera Kim riportava la sua storia, e Mahbub lo stava ad
ascoltare muto e immobile. Si trattava certamente di qualche intrigo, Kim lo sapeva; ma la sua bravura stava
nel fatto che non diceva nulla a nessuno tranne che a Mahbub, il quale lo ripagava con pasti sontuosi fatti
arrivare caldi caldi dal rosticcere in cima al serraglio, e una volta addirittura con otto anna (monete).
«È qui», disse Kim dando un colpo sul naso a un cammello irascibile. «Ehi, Mahbub Ali!». Si fermò davanti
a un portico buio e scivolò dietro al lama sconcertato.
Il mercante di cavalli, l'alta cintura ricamata di Bokhara slacciata, era sdraiato su un paio di borse da sella di
seta, e aspirava pigramente da un immenso narghilè d'argento. Girò appena la testa al richiamo; e vedendo
solo la figura alta e silenziosa, ridacchiò dal profondo del petto. «Allah! Un lama! Un lama rosso! Ce n'è di
strada da Lahore ai Passi! Cosa fai qui?».
Il lama tese meccanicamente la ciotola dell’elemosina. […]