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ITALIA ATOMICA

ITALIAATOMICA
di Alessandro Lattanzio

Il programma militar-nucleare italiano

Il 12 gennaio 1956, in segreto, venne costituito il CAMEN, Centro per l’Applicazione


Militare dell’Energia Nucleare, presso l’Accademia Navale di Livorno, dove
parteciparono accademici ed esperti dell’energia nucleare, sotto la direzione dei militari.
Il centro ospitò per vent’anni, dal 1961, il reattore sperimentale RTS-1 ‘Galileo
Galilei’. Lo scopo probabile di tale organismo sarebbe stato il potenziale sviluppo di
armi nucleari. Dopo l’adesione alla NATO, il CAMEN passò in secondo piano, ma
non venne sciolto. Difatti, il 13 luglio 1985, con decreto del Ministero Difesa, il CAMEN
fu ridenominato CRESAM (Centro Ricerche, Esperienze, e Studi per Applicazioni
Militari).
Nell’ambito della CED, Comunità Europea di Difesa, voluta da Parigi, Berlino e
Roma per strappare l’autonomia politico-militare dagli USA, si prospettò anche la
ricerca per la produzione di armi nucleari. In seguito il progetto della CED venne
abbandonato da Parigi. Nel 1956 il governo del socialista francese Guy Mollet, dopo
il fallimento della spedizione anglo-francese a Suez, propose a Germania Federale e
Italia un’intesa sulla collaborazione atomica in campo militare. Il negoziato durò due
anni e fu concluso nell’aprile 1958, con due incontri tra i tre ministri della difesa dei
paesi interessati: Jacques Chaban-Delmas per la Francia, Franz Josef Strauss per la
Germania e Paolo Emilio Taviani per l’Italia. Nel primo incontro, a Parigi, fu firmata
la convenzione “per lo sviluppo delle attività dell’Istituto di ricerche di Saint
Louis in Alsazia”, dove erano comprese iniziative per lo studio e la sperimentazione
in campo nucleare. Nel secondo, a Roma, furono approvata la collaborazione nel
settore delle armi convenzionali, raggiungendo “un accordo segreto per la costruzione
di un impianto di separazione isotopica per la produzione di uranio arricchito
a Pierrelatte, in Francia”. Le spese sarebbe state sostenute per il 90 per cento da
Francia e Germania, per il 10 per cento dall’Italia. Nel maggio del 1958, il generale
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De Gaulle denunciò l’accordo tripartito, e la Francia sviluppò autonomamente il suo


programma nucleare. Ottenne l’arma atomica nel 1960.

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L’Italia, seguendo l’esempio francese, recuperò il CAMEN. Tuttavia le ristrettezze


economiche e la ricostruzione, impedirono il rapido sviluppo del programma, che
procedette assai lentamente. Gli USA esercitarono sull’Italia forti pressioni politico-
economiche affinché abbandonasse il programma nucleare. Amintore Fanfani, dopo
le elezioni del maggio 1958, si orientò maggiormente verso gli Stati Uniti, Fanfani
diffidava della politica di de Gaulle. Il governo Fanfani fu seguito da quello di Antonio
Segni, che insediatosi nel febbraio del 1959, negoziò con Washington l’installazione di
missili di teatro IRBM ‘Jupiter’ nel territorio nazionale. Nel 1959, con l’accordo della
“Doppia Chiave”, gli USA prevedevano lo stoccaggio in Italia di armi nucleari,
destinate ad essere utilizzate dalle nostre forze armate italiane; però vennero custodite
in depositi la cui sicurezza era affidata alle forze statunitensi. Le operazioni di
manutenzione era effettuato da squadre miste di ufficiali italiani e statunitensi.
L’impiego di tali armi era consentito solo con il consenso di entrambi i governi: la
“Doppia Chiave”, appunto.
Nonostante tale accordo, il CAMEN proseguì le ricerche e gli studi. Roma non
solo continuò le sue ricerche nel campo dell’energia atomica militare, ma manifestò
anche la volontà di dotarsi di sottomarini a propulsione nucleare e di missili balistici.
Dopo la guerra l’incrociatore leggero Giuseppe Garibaldi venne ricostruito presso i
cantieri di La Spezia. Vi vennero installati un sistema di protezione completa NBC
(Nucleare, Biologico, Chimico) e il sistema d’arma missilistico: un lanciamissili binato
del sistema missilistico antiaereo ‘Terrier’, un radar tridimensionale per il controllo
aereo, due per l’illuminazione, uno per la sorveglianza aereonavale e uno per la condotta
di tiro dell’artiglieria di bordo (4 pezzi da 152 e 6 da 76). E infine 4 tubi per i missili
SLBM ‘Polaris’ da acquistare negli USA, disposti a poppa. I missili balistici medi
‘Polaris’ erano gli stessi progettati e utilizzati dai sottomarini lanciamissili a propulsione
nucleare (SSBN) statunitensi, che lanciavano i missili dai tubi di lancio tramite un
getto di aria compressa, mentre per la nave di superficie venne adottato un sistema di
lancio “a caldo”, cioè ricorrendo a una carica esplosiva. Il Garibaldi fu sottoposto ai
lavori di modernizzazione dal 1953, e i lavori sui pozzi di lancio dei ‘Polaris’ iniziarono
nel ’60 e finirono nel ’62, quando furono effettuati alcuni lanci in navigazione di
simulacri a testata inerte dei ‘Polaris’.

Agli esperimenti effettuati in Italia seguì un’altra serie di esperimenti riusciti,


effettuata negli USA, durante la prima crociera della nave nel 1962; sulla base degli
esiti positivi dei lanci, delle prove e degli esperimenti eseguiti, gli Stati Uniti progettarono
la NATO Multi-Lateral Force (MLF), una flotta di 25 mercantili da 18.000 tonnellate,
con una velocità di 20 nodi e un autonomia di oltre 100 giorni, modificate per trasportare
in tutto 200 SLBM ‘Polaris’.
Con l’entrata proprio in servizio dei sottomarini armati con i ‘Polaris’ (SSBN
classe ‘Washington’) il programma fu abbandonato, anche perché l’Unione Sovietica
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mise l’eliminazione della MLF come condizione preliminare alla firma del Trattato di
non proliferazione nucleare. Ciò rientrava nel programma per dare alla Marina una

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forza di deterrenza di teatro, analoga a quella dell’aeronautica, nell’ambito della NATO,


ma anche in prospettiva della realizzazione di una deterrenza nazionale, rientrante nel
patto segreto per l’energia atomica con Francia e Germania Federale.
La marina militare, dal 1959, aveva pianificato anche la costruzione di una classe
di sottomarini nucleari, della classe S-521 “Guglielmo Marconi”. Il programma per
il sottomarino S-521 “Guglielmo Marconi” venne annunciato dal Ministero della
Difesa, retto da Giulio Andreotti, nel luglio 1959. Dati tecnici: lunghezza fuori tutto 83
metri, diametro massimo scafo resistente 9,55 metri, dislocamento 2.300 tonnellate i
superficie, 3.400 in immersione e autonomia di 12 mila ore.

“La propulsione doveva essere affidata ad un impianto nucleare ad acqua


pressurizzata da 30 MW di potenza termica, derivato dal modello S5W della
Westinghouse e studiato dal CAMEN, che alimentava due turbine (alta e bassa
pressione) accoppiate ad un diruttore. La potenza massima erogata sull’unico
asse con elica a 5 pale era di 15.000 cavalli, cui doveva corrispondere una
velocità massima continuativa di 30 nodi. La carena si presentava come un
solido di riduzione … le cui forme erano derivate dalle esperienze effettuate
dall’US Navy con il battello sperimentale ‘Albacore’, e che permetteva lo sviluppo
di elevate velocità in immersione. La manovrabilità sarebbe stata assicurata da
superfici di governo poppiere cruciformi (timoni orizzontali e verticali), mentre
i timoni orizzontali di prora erano posizionati sulla falsa torre allo scopo di
migliorare le prestazioni di sensori elettroacustici. 4 paratie stagne delimitavano
il locale siluri (6 tubi da 533 su due file orizzontali da 3 con 30 armi di riserva),
il compartimento destinato al controllo dell’unità e ai locali di vita (su 4 livelli),
il compartimento reattore, il compartimento dell’impianto di distribuzione
dell’energia elettrica e del sottostante gruppo diesel-generatore di emergenza,
e, infine, il compartimento del gruppo propulsore ed i due gruppi turbo-
alternatori con una potenza unitaria di 1.800 kW.” (Michele Casentino - Ruggero
Stanglini, La Marina Militare Italiana, EDAI, 1993)
Falco Accame, ex presidente della Commissione Difesa della Camera, ricorda
che il 22 dicembre del 1962, in occasione del varo dell’incrociatore Caio Duilio a
Castellamare di Stabia, Andreotti disse: “Noi desideriamo portare avanti al più
presto il progetto della costruzione di un sottomarino nucleare italiano, che
andrà incontro alle aspirazioni di fondo della nostra Marina e rappresenterà,
altresì, un passo in avanti verso quel progetto tecnico a cui tutti dobbiamo
cooperare”. Ma gli Stati Uniti, diffidando delle ambizioni della Marina italiana, non
vollero fornire l’uranio arricchito per il reattore nucleare. Il primo risultato fu un
cambiamento del programma nucleare italiano. Andreotti, il 18 settembre 1963 disse
al Parlamento dell’impegno “a realizzare un’unità di superficie a propulsione
nucleare, primo passo verso la costruzione del sommergibile atomico, che resta
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l’obiettivo finale”, e nel 1964 disse al Corriere della Sera che dal sottomarino si
era passati a “una nave civile-militare a propulsione nucleare che si sarebbe

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chiamata Enrico Fermi”.


Alla fine i ‘Polaris’ non vennero consegnati. I tubi rimasero fino alla radiazione
dell’incrociatore, nel 1971. Si decise anche di sviluppare una nave ausiliaria militare a
propulsione nucleare, l’”Enrico Fermi” da 18.000 t. di stazza, 174 metri di lunghezza
e una velocità di 20 nodi. Tale progetto nacque, alla fine degli anni ‘50, come “nave
mercantile a propulsione nucleare”, e venne proposto da un consorzio tra la Fiat e
l’Ansaldo. In seguito, modificato in una nave appoggio per la Marina Militare, vide la
partecipazione del CNEN (Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare). Sebbene in
fase di completamento, il progetto fu abbandonato alla fine degli anni ‘60 e il gruppo
di progettazione sciolto. Anche in questo caso gli USA si erano opposti al piano. In
effetti, il più fiero oppositore del programma nucleare italiano era l’ammiraglio Hyman
Rickover, il padre della flotta sottomarina atomica statunitense. Roma allora si rivolse
alla Francia, con cui dal 1961 esisteva un progetto di collaborazione per la produzione
di uranio arricchito negli impianti di Pierrelatte. Ma gli USA ostacolarono anche questo
tentativo. Nel tentativo di ammorbidire queste posizioni degli USA, furono stipulati gli
accordi per la concessione all’US Navy, della base della Maddalena. Gli americani in
cambio, cedettero all’Italia solamente alcuni sottomarini convenzionali del tipo ‘Guppy’,
in via di dismissione.
Nei primi anni ’60, l’Italia si trovò circondata da Stati che perseguivano la ricerca
di armi nucleari. Jugoslavia e Romania aveva iniziato lo sviluppo indipendente di bombe
atomiche e collaboravano alla progettazione e allo sviluppo del velivolo d’attacco
SOKO/IAR Orao. La Svizzera, il 23 dicembre 1958, aveva deciso di ottenere armi
nucleari. Il 4 maggio 1964 lo stato maggiore svizzero emise una richiesta per avere
250 armi nucleari, di cui 100 testate per missili, entro il 1980. L’Italia, per parte sua,
come si è già visto, aveva modificato l’incrociatore Giuseppe Garibaldi, installandovi
quattro tubi di lancio per missili Polaris, nel quadro del concetto di Forza Multilaterale
Nucleare (MLF) della NATO. Il Trattato di non proliferazione nucleare entrò in vigore
nel 1968, ma Svizzera, Jugoslavia, Romania e Italia non la ratificarono subito. La
Svizzera l’ha firmato nel 1969, la Jugoslavia e la Romania nel marzo 1970, ma secondo
l’intelligence, la Jugoslavia ancora perseguiva lo sviluppo di armi nucleari presso
l’Istituto Vinca di Belgrado.
Nel 1971 il CAMEN varò il ‘Progetto Alfa’, si trattava della realizzazione di un
missile balistico dalle prestazioni simili a quelle dei Polaris, con una gittata di 1.600
Km. Lo sviluppo del missile giunse alla fase sperimentazione, a metà degli anni ’70,
quando vennero effettuati tre lanci di prova, tra la fine del 1975 e l’inizio del 1976, tutti
riusciti.
Nel frattempo il programma nucleare della Jugoslavia era stato abbandonato, e
sotto la pressione degli Stati Uniti, l’Italia firmò il Trattato di non proliferazione nucleare
(TNP), il 2 maggio 1975, ponendo fine al programma di ricerca nucleare militare e
all’abbandono del missile Alfa. La Svizzera ratificò il trattato e abbandonò il suo
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programma nucleare nel 1977.


Nella prima metà degli anni ’80, l’allora ministro della difesa Lelio Lagorio ebbe

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