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Com.

te GIOTTO MARAGHINI

IL SOMMERGIBILE
ATROPO

EDIZIONI ARDITA RO
ANNO XII
1934
2
INDICE

IL SOMMERGIBILE ATROPO 4

Prima missione di guerra. 7

Primi incontri col nemico - Niente di fatto 12

Ancora a contatto col nemico Toccato 17

Ripresa monotona - L Atropo ad Ancona 23

Siluri a segno 28

Ritorno sereno 33

Decadenza dell Atropo 38

IL SOMMERGIBILE H. 7 42

Montreal e Quebec 48

Discendiamo il S. Lorenzo Halifax 51

In oceano - Primo ciclone - Le Bermude 54

Approdo tragico a Gibilterra 61

Gibilterra 67

Triste ritorno in Italia - Ripresa di attivit guerresca 71

Lo sbarramento del canale dOtranto 73

Ancona - Larmistizio 78

Realizzato da magico_8/88 per gentile concessione di Antonio

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IL SOMMERGIBILE ATROPO

...E si faccia dare le consegne al pi presto. Non ho altro da dirle!


Queste parole furono le ultime di quelle poche, asciutte e fredde, che il comandante,
tenente di Vascell Tullio Buonamico, mi rivolse quel giorno della fine dagosto del 1915.
Salutai e scomparvi.
Ero a Venezia, destinato come ufficiale in seconda sul sommergibile Atropo. Fino a quel
tempo io non ero mai stato sul naviglio subacqueo; la nostra entrata in guerra mi aveva
trovato sulla Vittorio Emanuele come ufficiale di rotta; sarei rimasto volentieri su quella nave
se ci che si svolgeva presso le altre marine gi in guerra da dieci mesi e quello che potei
osservare allinizio della nostra, non mi avessero persuaso che le navi della squadra non
avrebbero potuto avere una parte attiva nello svolgimento della guerra.
I sommergibili in quelloa avevano gi pagato il loro pieno tributo alla guerra; il
Nereide silurato a Pelagosa, il Medusa a Venezia, lo Ialea saltato su una mina davanti alla
f dellIsonzo. Mentre si ammirava il contegno del personale in questi fatti dolorosi, si
accendevano le prime discussioni sullopportunit dellimpiego del sommergibile in certi casi
e sulle modalit per limpiego stesso.
Queste discussioni erano in pieno sviluppo quando venne lordine del mio sbarco dalla
Vittorio Emanuele per andare sullAtropo a Venezia.
Avvicinandomi a Venezia pensavo alla mia scarsa preparazione per fare lufficiale in 2 di
un sommergibile che passava per uno dei pi efficienti della nostra marin, grazie alla bont
dei suoi motori termici.
M arrivando trovai una notizia consolante: lAtropo era in bacino di carenaggio per far
toletta e per riparare i timoni ed unelica avariata in un incidente di manovra; si prevedeva che
vi sarebbe restato ancora un paio di settimane. Ci mi avrebbe permesso di prendere unesatta
conoscenza della mia nave, diversa in molte parti dalle sue consorelle. Le prove che sarebbe
stato necessario fare dopo i lavori mi avrebbero permesso di vederla anche un po funzionare
alla superficie e in immersione, prima di partire per una missione di guerra; al giungere di
questa io speravo cos dessere, almeno relativamente, competente.
Il Comandante, uomo di pochissime parole, mi accolse con molta freddezza, dicendomi,
come ho accennato, solo di prendere al pi presto le consegne dal mio predecessore; queste
consegne furono abbastanza rapide perch il mio predecessore andava a prendere il comando
di un sommergibile ed aveva fretta di lasciare lAtropo. A bordo esisteva un bellalbum di
disegni, a vari colori, fatti con cura e con criterio, dove erano illustrate tutte le parti dello
scafo, tutte le sistemazioni, tutti i congegni per le manovre molteplici e complesse che sono
necessarie su di un nave subacquea.
Mi misi al lavoro; dopo pochi giorni conoscevo il sommergibile nei suoi pi minuti
particolari; lequipaggio che interrogavo frequentemente, con arte per non mostrare troppo l
mia ignoranza, mi aiutava molto nel compito, ed io nl tempo stesso mi facevo unidea degli
uomini che avrei avuto a bordo. In generale si trattava di elementi che erano da molto tempo
sullAtropo e bene al corrente di ci che dovevano fare.
Col Comandante non scambiavo che poche parole; veniva a bordo del sommergibile un
paio di volte al giorno a constatare il progresso dei lavori; dava qualche ordine circa il loro
prosieguo ed i preparativi da farsi via via che si avvicinava lapprontamento dellAtropo; poi
ritornava nella sala di convegno dei Comandanti, si immergeva nella lettura dei giornali ed
apriva la bocca solo per commentare le notizie della guerra, esprimendo sempre calda

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ammirazione per i tedeschi.
La sua germanofilia era del resto proverbiale ed io ne avevo avuto un esempio lanno
precedente alla Maddalena dove mi trovavo; alla mensa del circolo una mattina vi erano con
me diversi comandanti di sommergibili di passaggio per spostarsi verso lAdriatico, quando
un marinaio del Comando port un telegramma della Stefani che annunciava il
siluramento dei tre incrociatori inglesi da parte dellU 9 di Weddingen.
Dopo aver commentato variamente la notizia i comandanti decisero di mettere il
telegramma sotto il tovagliolo al posto preparato per il Comandante Buonamico non ancora
giunto a tavola. Quando questi arriv e trov il telegramma e lo lesse, si illumin tutto nel
volto e cominci ad esaltare tutto contento il successo germanico. I colleghi cominciarono a
punzecchiarlo per la sua ammirazione per i tedeschi: ma nel caso speciale si vedeva che anche
loro non erano malcontenti di questo strepitoso successo di un sommergibile.
A poc a poc i lavori dellAtropo furono terminati; fu data acqua al bacino; il
sommergibile torn a galleggiare, e fu riportato allormeggio nella darsena vicino ai suoi
confratelli; fu caricata lenergia elettrica, furono riempite daria compressa le bombole; fu
imbarcato il combustibile; si posero nuovamente a bordo le armi, i viveri, gli arredamenti che
erano stati sbarcati.
Occorreva fare unimmersione di assetto, ossia verificare se il sommergibile immergendosi
si presentava pesante oppure leggero; non occorreva per questo uscire in mare aperto; ci si
poteva immergere anche in darsena. Io feci preparare tutto con la massima minuziosit,
cercando di provvedere tutto quello che era necessario, facendo fare le verifiche opportune;
quando tutto fu pronto mi diressi alla sala di convegno dove trovai il comandante Buonamico
occupato con il capo flottiglia; avendogli io annunciato che tutto era pronto per limmersione,
egli senza alzare la testa dal foglio che stava scrivendo mi disse che era occupato e non poteva
venire; che facessi io.
Rimasi un momento interdetto, non perch mi spaventasse lidea di dover dirigere da solo
limmersione, ma perch temevo di non aver capito: che cos fosse mi inclinava a credere
anche laria meravigliata di qualcuno dei comandanti presenti: ma pensai che una richiesta di
conferma poteva sembrare esitazione da parte mia; feci perci un deciso dietro-front e ritornai
a bordo dove cominciai a dare gli ordini necessari.
Lequipaggio non sapeva dei miei precedenti negativi in fatto di immersioni; era un
complesso bene armonizzato ed allenato ed esegu i miei ordini con molta precisione.
A me quel fatto di comandare per la prima volta lequipaggio dun sommergibile dava
insieme una grande gioia e una pena. Se avessi mostrato incertezza nel dare gli ordini ne
sarebbe andata di mezzo la mia reputazione e il mio orgoglio. Notavo, come se non mi fossi
trovato mai prima dallora nellinterno dun sottomarino, tutto quello che mi circondava. La
luce elettrica illuminava la faccia dei marinai sparsi ai loro posti, e i loro occhi avevano gli
stessi luccichii, la stessa freddezza del metallo. Tutti quegli acciai, quelle stalattiti di
strumenti, quel guscio cavo tutto irsuto di meccanismi che pure conosce vo perfettamente, mi
davano in quel momento una strana timidit. Ogni comando che emettevo veniva ripetuto dal
marinaio cui si riferiva, come in un giuoco di echi. Per la prima volta in vita mia detti lordine
di riempire i doppi fondi; apertesi le valvole Kingston, un precipitare dacqua mi giunse
allorecchio, ma attutito come pu giungere il rumore duna cascata nellinterno duna stanza
chiusa. Vidi anche per la prima volta smuoversi il manometro su cui doveva poi per tanto
tempo e tante ore restare fisso il mio sguardo. La lancetta aghiforme segnava i metri
dimmersione: 2, 4. Gli uomini sparsi nello scafo, attenti alle loro manovre, mi voltavano la
schiena, ma facevano convergere verso di me, tenendo girata la testa, gli occhi e gli sguardi. I
movimenti delle loro mani erano quasi impercettibili, limitati nello spazio di pochi centimetri.
Leve, maniglie, rotelle e tutti gli altri meccanismi parevano sensibili come nervi vivi. Gli
uomini e la macchina apparivano perfettamente amalgamati gli uni con laltra, come un corpo

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solo, una sensibilit sola, che aveva il suo polo magnetico nel mio cervello. Da questa fusione
nascono gli eroismi, limpassibilit nei sacrifici supremi, le glorie.
La bolla daria del clinometro si muoveva accusando lo sbandamento del sommergibile
verso prora o verso poppa, a seconda dello spostarsi degli uomini e dei pesi. Cominciava a far
caldo. Ma la corsa della lancetta del manometro questa volta fu veramente modesta: tuttavia le
onde coprirono il vetro dei portellini della torretta attraverso cui cominci a trapelare una luce
verdastra, sporca come lacqua della Darsena. Il periscopio rimase fuori e non mi diede per
quella volta la sensazione dellacqua che lo copre e che sembra debba bagnare locchio che
guarda attraverso loculare.
Equilibrato bene il sommergibile in modo da poter regolarsi poi per le variazioni da
apportare alla zavorra in pesi di piombo, si ritorn a galla: il sottocapo elettricista Monti, il
timoniere orizzontale che poi doveva seguirmi per tutta la guerra, distinguendosi in pi di una
occasione, mi disse: Signor tenente, stata questa la sua prima immersione? . Risposi di s,
un po meravigliato che se ne fosse accorto.
Tornai a riferire al comandante, il quale sent il mio rapporto senza alzare locchio dal
tavolo; i comandanti che prima avevano fatta la faccia interrogativa mostrarono una sovrana
indifferenza; solo qualche collega ufficiale in 2 mi chiese qualche particolare su questa mia
prima immersione, da me diretta.
E inutile dire che loperazione in s era stata semplice, specie con un equipaggio allenato
come quello dellAtropo; ma siccome io lavevo sempre visto fare con, molta solennit da
comandanti ormai vecchi dei sommergibili, averla fatta da me la prima volta che mi
immergevo, mi dette una grande sicurezza e fiducia, non tanto in me (perch sentivo sempre
la mia inesperienza), quanto nel materiale e nel complesso dellequipaggio.
E fu con questa fiducia e sicurezza che mi accinsi alla prima uscita in mare aperto; uscita
che segu subito questa immersione di prova, perch uno dei sommergibili che doveva com-
pire una certa azione fece avaria ad un motore e lAtropo lo dov sostituire.

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PRIMA MISSIONE DI GUERRA

La missione era annunciata per la sera: si sarebbe stati fuori due giorni e tre notti; si
dovevano quindi provvedere i viveri necessari; quelli per gli ufficiali, ossia per il Comandante
e per me, erano di mia competenza. Avendo ormai capito che dal Comandante era difficile
avere dei consigli, chiesi le abitudini al mio predecessore il qual mi diede delle informazioni
circa i piatti cucinati da portare e quelli che era conveniente cucinare a bordo.
Le due cuccette smontabili. nella camera di lancio di prora, che costituivano insieme ad
una tavola ripiegabile e ad un lavandino fisso tutto il nostro alloggio, furono provvedute di
biancheria dagli attendenti che portarono anche le valigette con gli indumenti strettamente
indispensabili. Allultimo momento arriv la gabbia con i colombi viaggiatori.
Tutto era pronto quando proprio allora fissata per la partenza arriv il Comandante che
sal direttamente sulla torretta e diede senzaltro gli ordini per mettere in moto ed uscire
dallArsenale.
Io seguii la manovra e la navigazione nei canali stando in piedi presso Ia torretta, pronto ad
un eventuale cenno del Comandante; quando fummo sul punto di uscire dalla bo del Lido
chiesi se la missione doveva svolgersi verso Nord o verso Sud per potere dare la rotta a
seconda dei casi. Buonamico si tolse di tasca il portamont e ne estrasse un minuscolo pezzo
di carta piegato in quattro, dove erano segnati due numeri; latitudine e longitudine: il nostro
punto di agguato. Entrato nella torretta lo segnai sulla carta e diedi la rotta al timoniere: rotta
per Est perch allora si poteva ancora uscire dal passo centrale attraverso gli sbarramenti di
torpedini che proteggevano Venezia.
Appena messo in rotta, il Comandante mi lasci sulla torretta e scese abbasso per
cambiarsi, giach fino ad allora era rimasto nella stessa tenuta con cui era venuto a bordo
attraversando la citt. Cominci cos la navigazione lungo la rotta di sicurezza nei cui pressi
gi due sommergibili giacevano in fondo al mare; il nostro Medusa e laustriaco U 12.
Appena fuori degli sbarramenti ci dirigemmo verso punta Salvore mentre il sole tramontava e
laria cominciava a farsi oscura.
Lacqua scorreva veloce presso lo scafo, intorno a cui acquistava risalto la cravatta bianca
della spuma. Puntando al largo, il lungo fuso del sommergibile diventava sempre pi leggero,
sentiva sempre pi i vuoti profondi e distanti che il vento scavava fra onda e onda. Se
guardavo indietro, vedevo la massa irta e opaca di Venezia alzarsi ed abbassarsi per il
movimento di beccheggio che il sommergibile faceva allontanandosi. Oramai guizzavamo in
mare aperto. tra spruzzi schiumosi che volavano alti e ricadevano a chiazze intorno a noi sulla
coperta. Sentivo forte e trito il rumore petulante del tubo di scarico del motore.
Cambiatosi, il Comandante torn sulla torretta e mi comunic che ci saremmo divisi il
servizio; appena notte scura saremmo andati a dormire sul fondo dove nessuno ci avrebbe
disturbati; un po prima dellalba avremmo ripreso il cammino in modo da poter essere allo
spuntare del giorno nel nostro punto di agguato, poco a Sud di punta Salvore.
Appena buio infatti, fermammo le macchine e facemmo i preparativi per limmersione; per
circa venti minuti ventilammo i locali per raffreddare un po lambiente e purificare laria; poi
iniziammo limmersione, che in quelloscurit non potette procurarci nessuna impressione
esterna. Che ci si immergesse lo si vedeva dal muoversi della lancetta del manometro, dalle
inclinazioni variabili del sommergibile, dallo scomparire del rumore prodotto dal mare che
sbatteva sulle sovrastrutture. Silenzio. Limmobilit si faceva sempre pi decisa man mano
che affondavamo. Ad ogni spostamento della bolla daria chiusa nel clinometro corrispondeva
un ordine del Comandante che veniva a ristabilire la posizione orizzontale del sommergibile

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onde evitare pericolosi sbandamenti. Adesso limmobilit era pressoch perfetta. Si udiva a
tratti la voce del Comandante che dava gli ordini per lqua nelle casse di compenso. Si
scendeva sempre. Che si fosse arrivati sul fondo ce lo indic larrestarsi della lancetta del
manometro ed il raddrizzarsi del sommergibile che era fino allora rimasto leggermente
inclinato verso la prora. Non il minimo urto; ci si era posati con leggerezza, con grazia, sul
molle cuscino di fango nel fondo.
Appesantito un po il sommergibile perch non ritornasse a galla accidentalmente, ci
mettemmo tutti a mangiare; il Comandante ed io ci sedemmo al tavolo a prora. Sulla stoviglia
di nichel ci venne servito il pranzo consistente in pasta al burro, cotta allora, ed in un piatto
freddo portato da terra, pi il formaggio e qualche frutto. Acqua e marsal servita nei bicchieri
di nichel e caff caldo in thermos.
Durante il pranzo, scena muta o quasi; qualche domanda d me avanzata ebbe risposte
brevi e poc incoraggianti a continuare la conversazione; dopo il caff il Comandante mi
comunic che avremmo potuto dormire tutti e due in cuccetta perch la guardia al manometro
sarebbe stata fatta da un sottufficiale a turno. Dopodich ritiratosi nella cuccetta che era stata
preparata con lenzuola, fece ridurre la luce e si addorment presto.
Io feci ancora un giro per il sommergibile; tutto taceva; la gente dormiva nelle cuccette dei
locali sopra gli accumulatori; alcuni sottufficiali a popa estrema. In camera di manovra un
sottufficiale ed un marinaio stavano dritti presso il manometro; nel silenzio veramente sel-
crale si sentivano alcune goccie di acqua cadere: filtravan attraverso guarnizioni non ben a
tenuta e sarebbe stato difficile eliminarle.
Finii con lo sdraiarmi anchio nella cuccetta: ma per un po non mi riusc di dormire; il
silenzio profondo ed il ticchettio delle goccie dacqua agivano sulla mia immaginazione, cui
davano uno strano senso di distacco dal mondo dove erano rimasti i miei affetti e su cui
infuriava la guerra.
Alfine caddi in un sonno profondo e mi svegliai sol quando un marinaio mi pos la mano
sulla spalla per avvisarmi che era lora della partenza.
Il sommergibile era di nuovo illuminato; i marinai si alzavano dalle cuccette; fu svegliato
anche il Comandante; entrambi ci dirigemmo verso la camera di manovra, mentre tutti
prendevano il loro posto per lemersione.
Alcuni giri veloci della turbina di esaurimento. La lancetta del manometro si stacc dalla
quota segnata per tutta la notte e cominci a muoversi lentamente verso lo zero; venuti alla
superficie finimm di vuotare la cassa usata per lemersione e quindi aprimmo il portello della
torretta. Io ed un marinaio ci precipitammo fuori per esplorare tutto lorizzonte; buio pesto,
nulla in vista. Riferii al Comandante il quale fece mettere in moto i ventilatori per rinnovare
laria; non si era lontani dal punto di agguato e non occorse cos mettere in moto i motori
termici. Una mezzora di ventilazione e quindi fummo pronti per immergerci di nuovo;
dirigemmo a buona profondit verso il punto di agguato che raggiungemmo allalba.
Mentre erano ancora in moto i ventilatori, prima di immergerci, vidi un razzo bianco verso
Nord; pensai a qualche nave che incrociasse nelle vicinanze; il razzo si ripet; era certamente
lontano, ma non potevo farmi unidea esatta della distanza. N diedi subito avviso al
Comandante il quale era da basso e sembr interessarsi poco alla cosa; venne infatti in coperta
e guard nella direzione in cui erano stati avvistati i razzi; un terzo brill compiacentemente
ed il Comandante mi spieg trattarsi di razzi che venivano periodicamente lanciati dalle trin-
cee sul fronte dl Carso.
Poco prima dei sorgere del sole mettemmo fuori la lente del periscopio e dopo unattenta
esplorazione dellorizzonte, cominciammo ad incrociare a lentissimo moto nei pressi del
punto di agguato. Guardai anche io al periscopio; era la prima volta che lo facevo in mare
aperto e presi ad esercitarmi a quel nuovo modo di vedere, cercando di riconoscere i punti che
cominciavano ad apparire sulla costa; principale il campanile veneziano. Sulla mia carta

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cominciarono a susseguirsi le posizioni nostre e ne vidi alcune molto prossime alla zona
segnata come pericolosa per la presenza di torpedini nemiche.
Controllando frequentemente la posizione mantenemmo la nostra rotta nei pressi del punto
dagguato, cercndo di non avvicinarci agli sbarramenti nemici che del resto nelle nostre carte
erano segnati con approssimazione molto problematica.
Col Comandante ci dividemmo la guardia; quattro ore ciascuno; cominci lui, ma io rimasi
nella camera di manovra per rendermi conto dl funzionamento di quellenorme orologio
sommerso cui pu somigliare linterno di una nave subacquea; osservavo i piccoli dosamenti
di acqua immersa od espulsa dal sommergibile per farlo restare sempre leggero ed obbediente
al timoniere orizzontale che doveva mantenerlo sempre in quota; i piccoli spostamenti
dacqua da poppa a prora o viceversa perch le inclinazioni si mantenessero nei limiti
tollerabili; le recriminazioni del timoniere orizzontale contro i marinai che si spostavano da
unestremit allaltra turbando lequilibrio; il lieve ronzio dei motori elettrici a lento moto; le
lievi oscillazioni della lancetta del manometro intorno alla quota stabilita; il continuo e lento
giro del Comandante intorno al periscopio; laria interrogativa dei presenti quando il giro si
interrompeva e sembrava che lattenzione fosse fermata in una direzione verso qualche
oggetto interessante.
Terminate le quattro ore il Comandante si rec a prora per sdraiarsi nella cuccetta;
cominci a leggere un romanzo; io rimasi nella camera di manovra e cominciai d esplorare
lorizzonte col periscopio.
Mare calmo: a settentrione punta Salvore; poi un tratto di costa istriana che si perdeva
verso scirocco; poi orizzonte libero tutto in giro. Sulla costa qualche campanile veneziano,
qualche casa intorno al campanile; ma niente che ci potesse interessare.
Ecco: giro e giro il periscopio; mi soffermo volentieri ad osservare la terra, quella terra che
vedo per la prima volta e che lo scopo principale della nostra guerra; comincio a riconoscere
dei piccoli dettagli; ma dopo qualche istante mi viene lo scrupolo che il resto dellorizzonte
non sia esplorato convenientemente ed abbandono la costa e la linea di separazione tra mare e
ielo taglia uniforme il campo del periscopio.
Ogni tanto lobiettivo sfiora londa: qualche spruzzo lo bagna, poi la lente viene sommersa
ed unintensa luce azzurra riempie il campo del periscopio; stacco allora locchio dalloculare
e guardo il manometro: il sommergibile scende lentamente: il timoniere di profondit mi
guarda con occhi intelligenti e mi mostra che tutto il timone in alto e che quindi il
sommergibile troppo pesante per quella piccola velocit. Mi rivolgo al fuochista che gi in
attesa di ordini e gli dico di espellere 200 litri di acqua. La pomptta alternativa va in moto
per un po col suo rumore ritmico; la lancetta del manometro adagio adagio si ferma e dopo
breve sosta accenna a risalire lentamente; la pompetta si ferma; il timoniere riporta adagio il
timone in centro. Io metto di nuovo locchio al periscopio; lazzurro che era divenuto pi
cupo si illumina gradatamente e ad un certo punto sembra che un velo sia agitato in alto; di
colpo il cielo ed il mare ricompaiono nel campo dellistrumento. Faccio un giro rapido
dellorizzonte; nulla mutato, tutto calmo; qualche gocioletta di acqua riga ancora lo-
biettivo e tremola col vento che leggermente increspa il mare.
A mezzogiorno facemmo colazione separatamente; poi il Comandante dette ordine di
emergere con la torretta; appena aperto il portello mi slanciai fuori per esplorare lorizzonte,
lieto della sensazione non frequente di trovarmi cos vicino alla superficie del mare,
immobile, lontano dalla costa. Lorizzonte era deserto, ma la costa sembrava vicinissima e mi
parea impossibile che da li non ci scorgessero. Venne il Comandante e siccome lui non dava
segno di meraviglia n di preoccupazione, ne dedussi che non ci doveva essere la possibilit
di essere avvistati. Per credo che la mia impressione fosse esatta e che nel prosieguo della
guerra, quando le organizzazioni di vedetta costiera furono migliorate, sarebbe stato
pericoloso fermarsi a quella distanza.

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Vennero messi in moto i ventilatori per rinnovare laria e fu portato sulla torretta un
colombo viaggiatore con un messaggio gi pronto attaccato alla coda; aperta la gabbia il
colombo ne usc tranquillamente e dopo aver fatto qualche giro sopra la torretta, spicc un bel
volo dritto verso ponnt, lasciandosi senza esitazioni alle spalle la costa vicina.
Dopo circa 20 minuti di ricambio di aria ci immergemmo di nuovo e continuammo
lagguato.
A notte fatta emergemmo ed aerammo la nave; era sopravvenuta un po di maretta di
scirocco che tendeva ad aumentare sensibilmente; stando nella torretta ci investivano gli
spruzzi. Ci allontanammo un po dalla costa e poi ci immergemmo per riposare sul fondo. Ma
le cose non si mettevano troppo bene per il nostro riposo.
Sul fondo che era di circa 25 metri, lazione delle onde di superficie si faceva ancora
sentire; lAtropo dopo poco che si fu adagiato sul fango venne allimprovviso sollevato e
bruscamente abbandonato tanto da urtare abbastanza violentemente sul fondo stesso
scuotendosi tutto.
Non era conveniente restare in quella posizione ed il Comandante per non consumare
energia restando a lento moto fra due acque, volle sperimentare un altro sistema. Dopo aver
sollevato alquanto lAtropo dal fondo, fil lancoretta di agguato che era a prora e con
dosaggio appropriato cerc di fare restare il sommergibile ancorato fra il fondo e la superficie.
La manovra riusc, ma quello non si pot considerare un riposo per noi perch fu un
continuo giuoco della pompa di espellere acqua per combattere le inclinazioni che, sotto
lazione della catena, della corrente e del mare, il sommergibile tentava di assumere.
Comunque riuscimmo a mantenerci fra i 15 o i 20 metri di profondit senza mai venire a galla
e senza urtare contro il fondo.

Il giorno d il lancio meridiano del colombo ci fece prendere delle belle spruzzate; il
mare era aumentato e batteva la torretta o la copriva, tanto che il portello non si poteva tenere
aperto con continuit; si rinnov perci laria attraverso un tubo ristretto collocato fra i
periscopi, ma con questo mezzo laereazione non potette ottenersi completamente e ce ne
accorgemmo nel pomeriggio quando cominciammo a vedere gli uomini respirare con fatica a
causa dellaria che cominciava a viziarsi in modo sensibile.
A notte alta tornammo alla superficie completamente, ed a lento moto ci disponemmo a
rientrare; dovevamo rientrare dal passo centrale attraverso agli sbarramenti; passo ristretto
molto dopo che vi erano state collocate le torpedini sulle quali era saltato lU 12; era
necessario perci imboccarlo quando la visibilit fosse tale d permettere il riconoscimento
dei lontani punti a terra che ci dovevano servire da guida. Risolvemmo di passare la notte a
lento moto alla superficie poich di andare sul fondo con quel mare, dopo lesperimento
laborioso della precedente notte, nessuno provava il desiderio.
La notte era buia e con quel mare non erano preoccupazioni di incontri con il nemico; si
trattava di prendersi pazientemente gli spruzzi che battevano violentemente la torretta, mentre
la coperta del sommergibile era interamente coperta dalle onde che vi si frangevano
spumeggiando.
Poco prima dellalba mettemmo in moto i motori termici e ci dirigemmo decisamente
verso la nostra terra; al primo albeggiare cominciai a discernere qualcosa; poi si deline il faro
di Piave vecchia e con questo riferimento potei determinare la rotta appropriata ed avviarmi
senza esitazioni nel passo: i campanili veneziani vennero poi ad assicurarci della bont del
nostro cammino e finalmente il faro dellestremit della diga del Lido (la cosiddetta pagoda
per la sua strana forma) si deline netta di prora. Facemmo il segnl di riconoscimento ed
entrammo nei canali della laguna dove trovammo calma e buon tempo.
Ci ormeggiammo al solito posto in arsenale. Appena a terra trovammo qualche collega che
ci rivolse la solita domanda:

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Nulla di nuovo?
Nulla.
Lequipaggio sbarc rapidamente tutti gli arredamenti mobili; i portelli del sommergibile si
apersero e lasciarono entrare liberamente laria che doveva asciugare lumidit condensata su
tutte le pareti; si asciugarono completamente le sentine. Poi tutti scesero a terra e si diressero
alla caserma per lavarsi e cambiarsi.
Io andai in segreteria e vidi il Comandante seduto presso un tavolo immerso nella lettura
dei giornali; non fu possibile chiedergli un ordine.
Poche carte di ufficio erano giunte nel frattempo; nessuna novit importante della guerra.
Dopo un po mi decisi ad andare allalbergo a ripulirmi ed a leggere le lettere arrivate nl
frattempo. Mi avviai lungo la riva degli Schiavoni, splendida sotto un bl sl di settembre;
ma giunto presso lalbergo Iolanda , dove erano alloggiati molti dei miei colleghi dei
sommergibili con le rispettive famiglie, mi accorsi di essere un po mal in arnese, scantonai
per larco di S. Zaccaria e per le vie interne raggiunsi il Vapore dove ero ospite solitario o
quasi. Un bel bagno mi fece passare quel senso di torpore che lo scarso ed imperfetto riposo
delle ultime 56 ore mi avevano lasciato addosso, e rinvigorito e soddisfatto mi avviai verso la
sala da pranzo per la colazione.

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PRIMI INCONTRI COL NEMICO NIENTE DI FATTO

E poi per qualche giorno la solita, tranquilla vita di Arsenale.


I sommergibili pronti si alternavano nelle missioni sulla costa istriana; missioni non molto
frequenti, un po per non logorare il materiale, un po perch, dopo laffondamento delllalea
saltato su di una mina presso la foce dellIsonzo, si era divenuti un po cauti nellimpiego
delle unit subacquee.
Per noi ci fu un piccolo intermezzo, dir, sperimentale; facemmo qualche uscita davanti a
Venezia per esperimentare un idrofono trovato sullU 12 austriaco, affondato, ed un altro
idrofono costruito da un operaio di Vicenza. Erano tutti e due strumenti molto primitivi ed
imperfetti; il secondo specialmente era poco adatto per essere impiegato su sommergibili,
specialmente nelle condizioni in cui ce lo presentava loperaio vicentino.
Facemmo alcuni esperimenti con una torpediniera incaricata di passarci sopra mentre
eravamo posati sul fondo davanti al Lido; ma avemmo risultati quasi negativi. Loperaio
vicentino era accompagnato da due o tre protettori che gli avevano gi anticipato qualche
soldo per i primi esperimenti fatti in una vasca; mi sarebbe piaciuto sapere se quelle modeste
persone erano spinte da sentimenti patriottici o da speranza di guadagno in caso di appli-
cazione su vasta scala dellidrofono; dalla loro fisionomia non riuscii a capirlo.
Dopo qualche giorno per fu necessario cessare gli esperimenti; resosi conto degli
inconvenienti linventore decise di costruire un nuovo apparecchio pi completo; ma non
credo che avesse idee molto chiare e cultura sufficiente per avvicinarsi sensibilmente alla
soluzione del problema.
Durante uno di questi esperimenti, per una falsa manovra, uno dei motori termici aveva
riportata unavaria abbastanza seria e fummo obbligati a rimandare la nostra nuova uscita:
poi, siccome si vide che la riparazione dellavaria andava un po per le lunghe, decidemmo di
uscire con un solo motore per la nuova missione fissata per il 24 ottobre.
La mattina del 24 il comandante Buonamio, che da qualche giorno aveva cattive notizie
della salute della madre, mi chiam e mi chiese se mi sarei sentito di uscire con il
sommergibile la sera stessa per la missione assumendo il comando in sua vece; come aiuto mi
avrebbe dato uno dei sottotenenti di vascello che stavano facendo pratica presso la flottiglia di
Venezia.
Risposi che ritenevo di sentirmi capace malgrado il breve tempo passato sui sommergibili;
che del resto, non volendo peccare di presunzione lasciavo lui giudice dellopportunit di
affidarmi il comando. Mi rispose di ritenere che io potessi sostituirlo e che ne avrebbe parlato
al ca flottiglia.
Nel pomeriggio ebbi infatti le consegne per la missione; partenza, la sera dopo pranzo; mio
secondo sarebbe stato il sottotenente di vascello Savio.
Non ebbi quel giorno nessuna speciale preoccupazione per lincarico che mi veniva
affidato; i numerosi anni passati a bordo delle navi, circa dodici, spesso come ufficiale di
rotta, mi davano la tranquillit di potere dirigere la navigazione del sommergibile in modo pi
che regolare. Le manovre per disormeggiarmi e per riormeggiarmi al ritorno non mi davano
pensiero, non perch mi sentissi gi pratico, ma perch consideravo questo particolare
secondario rispetto a tutta la missione e se anche le avessi compiute in modo po brillante,
non mi sarei sentito menomato come comandante.
Per le manovre subacquee avevo molta fiducia nllffitmnt dllequipaggio e tra ci
che avevo appreso nelle conversazioni con i colleghi di me pi anziani e tra quello che avevo
letto in libri e riviste, credevo anche di avere idee abbastanza chiare in materia.

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Per una eventuale manovra di attacco non avevo alcuna pratica; si pu dire che non avevo
mai visto una nave attraverso il periscopio; ma quel poco di teorico che esisteva
sullargomento lo conoscevo.
Pratica di guerra in genere non ne avevo; ma ne avevano bn poca anche molti dei
Comandanti effettivi che uscivano regolarmente per missioni sulle coste nemiche, e ci mi
dava animo.
Tutto sommato ero tranquillo e con questo spirito mi disposi a comandare per la prima
volta una nave sul mare, un sommergibile sottacqua ed ununit in guerra.
Alle 20, salutati ancora dal Comandante Buonamico che restava, uscimmo dallArsenale,
dietro allo Squalo che si recava anche lui in missione pi a Nord di noi.
Eravamo appena fuori della porta dellArsenale quando la sirena ed il colpo di cannone
diedero lallarme di attacco aereo. Primo numero non in programma. Naturalmente continuai
la mia rotta con i motori elettrici silenziosi e diressi per la bocca del Lido; mandai quasi tutta
la gente sotto per evitare fosse colpita da pallottole o frammenti di spoletta, dato il tiro
antiaereo che era incominciato. Prima ancora di uscire dal Lido sentii sopra di noi il rumore
del motore di un aereo e vidi cadere intorno delle bombe che sembravano incendiarie; ma
uscii senza incidenti dal Lido e diressi per il faro di Piave vecchia costeggiando e passando
davanti alle batterie costiere. Poco prima del faro, mentre gi si navigava a combustione, una
delle batterie apr il fuoco sopra la nostra testa; pensammo subito che il rumore dei nostri
motori o di quelli dello Squalo che ci precedeva, fosse stato scambiato per quello daerei.
Continuammo. Poco dopo Piave vecchia dirigemmo per il largo; la tranquillit ritorn
intorno a noi; ci nonostante raddoppiammo la nostra attenzione; spiavamo intorno perch vi
potevano essere state siluranti in appoggio agli aerei; spiammo anche il cielo, ma non
scorgemmo nulla.
La navigazione procedette lenta fin nei pressi di Porto Quieto; prima dellalba
arieggiammo dopo aver fermato i motori: al primo chiarore ci immergemmo e cominciammo
ad incrociare lentamente intorno al punto di agguato. Visto che il sommergibile aveva trovato
subito un equilibrio perfetto e navigava perfettamente in quota, mi applicai in modo speciale
al periscopio, scrutando con attenzione lorizzonte che cominciava a delinearsi, specialmente
verso levante dove il chiarore dellaurora permetteva di scorgere anche la linea confusa della
terra.
Dopo poco pi di un quarto dora una macchia scura mi fece arrestare il lento giro del
periscopio; guardai ripetutamente con attenzione, quasi incredulo della fortuna insperata che
cominciava a delinearsi. Non cera dubbio: era una nuvoletta di fumo nero, ben staccata dalla
terra; non poteva quindi trattarsi che di nave.
Detti subito lordine al timoniere ed il sommergibile mise la prora su quella nuvoletta che
continuava a mostrarsi sempre pi nitida; dopo poco potetti accertarmi del senso del
movimento del fumo ed accostai col sommergibile per tagliare la rotta alla nave ancora
invisibile che lo emetteva.
Lequipaggio intu qualcosa da questa manovra, ma io non comunicai nulla; vidi gli uomini
che mi guardavano con insistenza scambiando parole sotto voce. Feci aumentare la velocit
ed il sommergibile cominci a vibrare; sembrava si animasse. Non sapevo ancora farmi
unidea della scia che lascia il periscopio, ma poich cera una discreta maretta di scirocco,
pensai che fosse difficile scorgere i bffi bianchi che il periscopio doveva formare
camminando.
Seguii con occhio attento la nuvoletta e dopo un po cominciai a vedere un esile alberello
che sporgeva dal mare; pochi istanti dopo apparvero i fumaioli, e da qualche struttura
riconobbi una torpediniera che navigava con discreta velocit. Feci subito preparare i due tubi
di lancio, ma ben presto mi accorsi che non era possibile che lAtropo giungesse a distanza di
lancio e per non sciupare energia feci diminuire di velocit, cercando di tenere docchio la

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torpediniera pi che fosse possibile.
Ma la torpediniera cambi bruscamente rotta ed io la persi rapidamente di vista; quasi
simultaneamente una altra ne comparve dal lato opposto; altra manovra senza risultato.
Cominciai ad avere unidea chiara della torpidit dei movimenti di un sommergibile immerso;
questo pu somigliare alla vipera, che morde bene, ma solo quelli che le pestano la coda.
Appena scomparsa la seconda torpediniera ne apparvero allorizzonte altre due a Sud che
dirigevano verso di me navigando molto vicine fra di loro.
Diressi verso di esse, ma poc dopo invertirono la rotta e scomparvero rapidamente.
Insistei a dirigere verso Sud sperando di rivedere queste torpediniere che incrociavano
evidentemente in quei paraggi.
Infatti poco dopo avvistai ancora due torpediniere (oppure le medesime che tornavano
verso Nord). Questa volta sperai proprio di arrivare a distanza di lancio perch le vidi
rapidamente avvicinare incontro a me, una da un lato ed una dallaltro.
Mentre dirigevo laccostata per lanciare contro quella sulla mia sinistra, anche essa accost
verso di me per invertire la rotta e mi pass a poca distanza, tanto che temetti per un momento
di essere stato avvistato; la torpediniera scomparve rapidamente verso Sud seguita dalla
compagna.
Continuai ad insistere in quella rotta, moderando la velocit per risparmiare energia, poich
con tutte le manovre fatte ne avevo consumata gi molta.
Lequipaggio aveva seguito queste manovre in silenzio; nessuno aveva aperto bo, ma
gli occhi di tutti avevano unespressione interrogativa insistente; per questo, poco prima che
lultima torpediniera scomparisse, la feci vedere attraverso il periscopio a diversi in camera di
manovra.
Sparita da circa mzzora la nemica stavo per abbandonare la lenta ed infruttuosa caccia e
fare ritorno verso il mio punto di agguato dal quale mi ero sensibilmente allontanato, quando
unantenna sorse dallacqua e poco dopo unaltra; aumentai di nuovo di velocit e scorsi
presto i fumaioli e le sovrastrutture di due navi che riconobbi per cacciatorpediniere tipo
Huszar. Avvicinandomi cominciai a distinguere nettamente i particolari delle navi, che
apparivano ferme una vicina allaltra, tanto era breve lintervallo che le separava.
Mentre almanaccavo per capire la ragione di questa fermata in mezzo al mare, scorsi fra i
due caccia e propriamente di poppa a quello di destra e di prora a quello di sinistra, un
idrovolante posato sullacqua; pensai si trattasse dun aereo in avaria che veniva preso a
rimorchio.
Ricollegai rapidamente i fatti della sera precedente, lattacco aereo notturno su Venezia e
quelli della mattina, la crociera delle torpediniere, in cerca, si vede, di qualche aereo non
rientrato nella notte.
La rotta mi portava sui due caccia dei quali scorgevo ormai bene i particolari; la bandiera
nazionale a po, i cannoni, le persone in coperta; su quella di dritta un gruppo di uomini si
distingueva nettamente a po, intenti probabilmente a dare il rimorchio allaereo.
Gi da qualche minuto avevo dato lattenti al personale addetto ai tubi di lancio; col
reticolo del periscopio avevo fatto un ultimo apprezzamento della distanza: 600 metri; volevo
portarmi a 300 per lanciare, quando vidi un movimento insolito sulla coperta del caccia;
alcuni uomini si staccarono dal gruppo di p e corsero verso prora; una bandiera da
segnali, a me ignota, sal dalla plancia del caccia sullalbero.
Pensai di essere stato scoperto e che i caccia si accingessero a sfuggirmi; decisi pertanto di
lanciare il primo siluro sulla prora del caccia di dritta ed il secondo su quello di sinistra. Per
un istante esitai pensando se non sarebbe stato meglio cercare di mettere tutti e due i siluri su
di un solo bersaglio. M il colpo a due sembrava troppo evidente e troppo facile.
I siluri uscirono regolarmente dando una forte scossa al sommergibile; dopo alcuni secondi
i vedevo disegnarsi sul mare davanti a me le scie formate dallaria di scarico dei siluri; scie

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dritte e regolari le quali per mi rivelarono che i caccia avevano messo in moto. Infatti si
vedeva sotto la loro po della schiuma bianca, segna che le eliche vorticavano
allegramente. Mentre le scie dei siluri avanzavano, i caccia si spostavano verso dritta sempre
accelerando il moto e dopo qualche secondo potevo avere la sensazione che avrebbero
scapolato i siluri.
Il timoniere orizzontale intanto mi diceva che il sommergibile in seguito al lancio era
emerso con la torretta; infatti nel periscopio il mio orizzonte si era allargato ed io vedevo
meglio le scie dei siluri che ormai erano passati nettamente di po rasente ai caccia.
Con la sensazione del pericolo che correvo per avere fuori parte della torretta e notando
una certa agitazione sulla coperta dei caccia, agitazione che sembrava avere per centro uno dei
cannoni, insistei col timoniere perch mettesse tutti i timoni in basso e visto che egli lo aveva
gi fatto e che il sommergibile non si decideva a scendere, ordinai alla gente di spostarsi tutti
a prora.
Dopo pochi secondi lAtropo si inclinava decisamente e la lancetta del manometro
cominciava a scendere verso profondit maggiori. Il periscopio pass sottacqua mentre i
caccia continuavano la loro corsa. Ordinai agli uomini di tornare a posto ed al timoniere di
moderare la discesa che per non si arrest che sui 25 metri, profondit sufficiente per essere
al sicuro da possibili offese.
Decisi di rimanere per mezzora a quella profondit e misi la prora verso il punto
dagguato; i siluristi intanto ricaricavano i tubi di lancio con i siluri di riserva.
Un senso di dispetto invase lequipaggio per il colpo mancato e per la chiusura poco
brillante della caccia mattinale. Io esaminai minutamente la mia opera cercando dove avevo
potuto errare; ma non trovai che linsuccesso potesse attribuirsi allinesperienza del Coman-
dante, ma piuttosto ad una certa sua dose dingordigia. Probabilmente se avessi diretto i due
siluri su di un sola caccia, avrei avuto probabilit di colpire.
Ad ogni modo il compito non era facile; non era uno dei problemi previsti abitualmente
dalle norme, quello del lancio contro una silurante che si mette in moto quasi
contemporaneamente al siluro. Non avevo quindi da avvilirmi e non mi avvilii; con
lequipaggio che mi guardava interrogandomi con gli occhi mi mostrai sereno per quanto
dispiacente dellesito poco brillante dellattacco. Passata mezzora tornammo a mettere fuori
il periscopio e lorizzonte si mostr libero da qualsiasi nemico; emergemmo allora con la
torretta per lanciare un colombo con la notizia dellattacco sfortunato.
Continuammo ad incrociare fino al tramonto, ma la lenta crociera aveva ripreso
landamento monotono senza che nulla la rianimasse.
E qui faccio una parentesi mentre lAtropo continua ad incrociare in vista del campanile di
Porto Quieto. Finita la guerra ho cercato di informarmi per sapere se nei documenti lasciati
dllAustria a Pola vi fosse qualcosa in riferimento a questo episodio; ma per una fatalit cu-
riosa non vi quasi traccia nei documenti austriaci superstiti di tutte le azioni dllAtropo
contro navi austriache. E neppure ufficiali austriaci che erano allora a Pola e con i quali ho
potuto parlare mi hanno saputo dire nulla sullpisodio in questione. Forse lanimazione da
me notata sulla po dl caccia, il segnale da questi alzato, erano in relazione col termine
delloperazione di dare rimorchio allidrovolante e la messa in moto dei caccia fu naturale e
non conseguente allavvistamento del nostro periscopio. Questa ipotesi se pu spiegare perch
i caccia non si siano accorti del pericolo corso, non cambia per molto le cose, perch per
qualsiasi ragione i caccia avessero messo in moto, io avrei sempre dovuto lanciare.
Sarebbe da rimpiangere piuttosto che io non abbia messo a tutta forza allavvistamento dei
caccia per avvicinarli rapidamente: per qualche secondo guadagnato forse sarei stato in
condizioni di lanciare contro le unit ferme; un tentativo di fuga dopo lavvistamento delle
scie dei siluri difficilmente le avrebbe salvate.
Chiudo la parentesi e ritorno alla crociera che continuata ancora una notte a galla per la

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ricarica degli accumulatori ed il giorno successivo, con infruttuoso agguato. Dopo essere
rimasti alcune ore posati sul fondo rientrammo la mattina seguente a Venezia.
Naturalmente fui assalito da domande poich tutti erano desiderosi di particolari su questa
missione che aveva dato luogo ad uno dei principali contatti dei sommergibili con il nemico
dal principio della guerra, pur essendo terminata senza successo. Tra quelle dei compagni e
quelle dei superiori potetti ascoltare tutte le svariate gradazioni di commenti sul mio operato.
Molti pensavano in cuor loro che avrebbero potuto fare meglio di me; ed io non lo escludevo
per taluni. Il commento ufficiale dei superiori fu piuttosto benevolo anche in considerazione
che avevo compiuto la missione in modo regolare pur essendo un novellino come
Comandante e come sommergibilista.
Il comandante Buonamico sent il mio racconto e, come al solito, tacque; forse temeva che
gli potesse essere rimproverato di avermi lasciato far da sol questa missione che forse da un
comandante di maggiore esperienza avrebbe potuto portare ad un brillante successo. Ad ogni
modo io rimasi profondamente sereno anche perch da un po mi ero persuaso che la guerra
era una cosa lunga e che un mancato successo in un campo cos ristretto come il mio aveva
conseguenze molto limitate ed avrebbe dovuto servire di insegnamento per il futuro e non
essere causa di scoraggiamento.
Presso lequipaggio mi accorgevo che non avevo perso nessun prestigio, ma che il modo
con cui avevo sostituito il Comandante e la calma con la quale avevo diretto la manovra di
attacco, mi avevano fatto acquistare un ascendente quasi eguale a quello del Comandante
Buonamico, che pure ne aveva molto.

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ANCORA A CONTATTO COL NEMICO TOCCATO

Le riparazioni al motore seguirono a rilento, tanto che quando capit di nuovo il nostro
turno partimmo con un solo motore in ordine. II Comandante Buonamico aveva frattanto
ripreso il comando e quindi in questa nuova missione ritornai alle mie funzioni di ufficiale
in seconda.
La missione ci port allalba dellotto novembre allagguato presso Rovigno di cui si
scorgeva il campanile; altro punto notevole era il faro di S. Giovanni in Pelago. La prima
giornata pass monotona senza alcunch degno di nota; le ore passarono lentamente al
periscopio, attraverso la cui lente si scorgeva la costa dIstria con quei punti notevoli in
vista, poi orizzonte, orizzonte deserto. Le mani contratte sulle maniglie del periscopio che
girava lentamente, locchio contro il paraocchi di gomma delloculare, la testa e la faccia
bagnate continuamente dal gciolio dellacqua di mare che si infiltrava attraverso il foro
di passaggio del periscopio; cosa questa noiosa, ma a cui ci si abitua, o meglio che si
sopportava perch a volere evitare questo inconveniente si andava incontro ad una durezza
del periscopio nel girare, che metteva alla prova tutti i muscoli delle braccia ed indolenziva
le mni. Spesso unocchiata al manometro che indicava la profondit e poi ripresa
dellesplorazione; ogni tanto un avviso del timoniere di profondit che il sommergibile
lentamente tendeva ad emergere od a scendere; conseguente manovra di acqua per
appesantire od alleggerire. La pompetta batteva qualche colpo, poi di nuovo silenzio.
Oppure il sommergibile non era pi in equilibrio e la pompetta passava un po dacqua da
poppa a prora o viceversa.
L maggior parte dellequipaggio leggeva o sonnecchiava seduto o sdraiato; pochissimi
bastavano per la mnovra predetta e per la sorveglianza dei motori elettrici. In qualche
momento lesplorazione veniva interrotta da un improvviso tuffo in acqua della sommit del
periscopio; un qualche spruzzo preliminare con conseguente impressione di dover ritrarre
locchio dalloculare, poi immersione completa della lente e la visione dellorizzonte si
mutava in una luce azzurra quasi uniforme, la famosa lume della grotta azzurra , tanto
pi intensa per la limpidezza del mare presso le coste istriane. Verso lalto si scorgeva la
superficie del mare mosso dalle onde; appariva come una tenda azzurra mossa dal vento;
poco o nulla si scorgeva delle creste bianche che alla superficie coronavano le onde, ma
bens apparivano delle catene di bollicine daria che la rottura delle creste sullonda sparpa-
gliava sottacqua.
Questa immersione del periscopio era generalmente effetto di un po di rilassamento
dellattenzione del timoniere o effetto dello spostamento disordinato degli uomini
nellinterno del sommergibile; cosa questa che succedeva specialmente allora dei pasti. Il
timoniere orizzontale brontolava e cercava qualche volta di fermare o fare retrocedere i
marinai che cercavano di transitare per la camera di comando; ma avevano tutti buone
ragioni di farlo, specialmente allora dei pasti e finivano con spuntarla loro. Per rendere pi
maneggevole il sommergibile in questi momenti ricorsi perci in genere ad aumentare
temporaneamente la velocit.
Quando il Comandante era al periscopio, io mi ritiravo a prora dove era situato quello
che era detto alloggio ufficiali e sedevo su di uno sgabello leggendo qualche libro portato
dai marinai o dal Comandante stesso; oppure scambiavo delle parole con qualcuno
dellequipaggio; parole che in genere si riferivano alla speranza di incontrare qualche nave e
di riuscire a silurarla.
La sera si and presso Caorle e si ripos nel fondo; prima dellalba si ritorn al punto di

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agguato davanti a Rovigno e si riprese la lenta andatura. Poco prima delle otto, vista la
calma perfetta, il Comandante pens di dar fondo allancorotto di agguato e restare fermi, in
modo che il periscopio non facesse una scia che potesse essere vista da terra.
Io per ero poco entusiasta di questa manovra; era difficilissimo mantenersi fermi in
quota col sommergibile e si aveva quindi una sia pure lenta alternativa di emersione
esagerata del periscopio o di immersione involontaria durante le quali si perdeva tutto di vista.
Alle otto presi servizio e ricominciai il mio solito lento giro dorizzonte; mi indugiai sulla
direzione di Pola sperando di vedere qualcosa che ci potesse interessare. Dopo circa mezzora
guardando in quella direzione vidi un fumo allorizzonte; subito avvertii il Comandante che
mi sostitu al periscopio dando quindi il comando di salpare lancorotto e di mettere in moto
verso il fumo avvistato. Pochi minuti dopo mi faceva brevemente osservare al periscopio tre
torpediniere che dirigevano verso di noi.
I tubi di lancio furono rapidamente approntati ed io, questa volta relegato fra i curiosi che
non potevano vedere nulla, restai in camera di manovra, pronto a coadiuvare il Comandante in
qualsiasi evenienza.
LAtropo continu a dirigere verso le tre torpediniere, facendo solo delle rettifiche della
rotta; muoveva il periscopio continuamente per sorvegliare le siluranti che evidentemente non
procedevano molto riunite. Ad un certo punto dopo avere esplorato sulla sinistra, ordin di
scendere a dieci metri e con la mano, senza togliere lochi dal periscopio, fece cenno al
timoniere di profondit di scendere presto; il sommergibile si inclin in avanti e le lancetta dl
manometro cominci a muoversi.
Non eravamo a dieci metri quando si sent un ronzio lieve che rapidamente aument di
intensit assumendo la netta caratteristica del rumore di unelica che passava sopra di noi;
raggiunto un massimo durante il quale si sentiva lacqua battuta violentemente contro lo scafo
del sommergibile, il rumore si attenu e scomparve. Intuimmo che una torpediniera era
passata sopra di noi; lo avr fatto volontariamente o per caso? Il Comandante ordina di
riaffacciarsi con il periscopio; la lancetta del manometro si muove questa volta pi
lentamente; il Comandante rimette locchio alloculare e comincia di nuovo ad esplorare; ha
compiuto appena un quarto di giro che ordina nuovamente di scendere; altra inclinazione del
sommergibile, altra discesa, altro rumore di elica che passa sulle nostre teste sbattendo
lacqua contro il nostro scafo; il sommergibile ha anche un po di incertezza nella manovra,
dovuta ai vortici dellelica. Pochi istanti dopo che tutto tornato in silenzio si riprende
lentamente ad affiorare; questa volta il Comandante ritiene di essere in buona posizione per
poter fare il bel tiro a volo. Infatti dopo un breve esame col periscopio, ordina il fuori ad
un siluro che parte subito dando la consueta scossa al nostro scafo. Il timoniere di profondit,
attento, non permette questa volta al sommergibile di affiorare sensibilmente. Il Comandante
si indugia un momento ad osservare la scia poi esplora a dritta; non arrivato ancora al
traverso che ordina bruscamente di scendere ancora.
Nuova discesa seguita o meglio accompagnata da un forte rumore di elica sul nostro capo e
da un rumore nuovo, pi forte ed accelerato, che sul momento attribuiamo ad un siluro
lanciato contro di noi.
Momenti drammatici di attesa. Il cuore di tutti sospeso. Ancora qualche attimo e questo
ronzio terminer in uno scoppio fragoroso e il nostro scafo sar squarciato e lacqua irromper
con un sibilo, e noi... I marinai non battono ciglio, i loro volti lucidi pel sudore hanno qualche
contrazione sotto la stretta convulsa delle mascelle, gli occhi sono fissi sul Comandante. Il
senso della morte nellaria calda di questo piccolo guscio. M il ronzio accenna a scemare.
Respiriamo. Nessuno scoppio si verificato; comprendiamo che il nostro siluro deve essere
stato evitato dalla torpediniera, come noi abbiamo, forse con la repentina discesa, evitato
quello lanciatoci contro.
Arriviamo quasi a venti metri per la velocit della discesa che questa volta stata fatta con

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pi energia del consueto; io propongo al Comandante di restare a quella profondit fino a che
non si sar ricaricato il lanciasiluri con un siluro di riserva. Fatta questa operazione propongo
di ritornare ad affiorare col periscopio; avendo le torpediniere perse le nostre traccie per
qualche tempo sarebbe stato pi facile coglierle di sorpresa. La mia proposta viene accettata;
durante loperazione di ricaricamento del tubo di lancio il silenzio allintorno completo.
Passato un quarto dora il Comandante ordina di ritornare ad affiorare, ma il periscopio
non ancora emerso che sentiamo un urto in direzione della prora a sinistra e subito dopo, ad
intervallo appena percepibile, uno scpio che scuote fortemente il sommergibile.
Un breve momento di disorientamento e di scambi di domande, di informazioni, di
congetture. Mia prima impressione che il siluro ci abbia colpiti a sinistra verso prua: vedo
tutto libero fino ai tubi di lancio e scarto questa spiegazione; penso allora rapidamente ad una
bomba gettata da aereo o dalle torpediniere e, sentendo rumore di acqua che entra in torretta
penso che possa essere quella la parte colpita. Corro perci ad affacciarmi con la testa al
portello inferiore, ma vedo che di acqua non ne irrompe in quantit preoccupante; ordino per
d sgombrare la torretta e ritorno in camera di manovra. Passando, fermo con la mano il
braccio del direttore di macchina che aveva impugnata la leva della zavorra distaccabile ed
attendeva un cenno per lasciarla. Al Comandante che restava immobile presso il periscopio
tutto rientrato dllesplosione propongo di scendere con lAtropo a posare nel fondo (che
sapevo di circa 35 metri), per rimetterci in ordine.
In questo momento da po avvertono di aver dovuto fermare i motori elettrici innaffiati
da getti di acqua, e da prora che c una notevole via di acqua; tanto che il personale dlla
camera di lancio si affollato verso il centro.
Mi volto verso il timoniere di profondit il quale mi accenna che ha gi tutti i tmn in
basso; guardo il manometro grande che arrivato al limite (25 metri): chiedo se siamo gi
scesi a quella profondit; mi si risponde che il manometro guasto per lesplosione; ordino
allora ad un marinaio pi a prora di leggere il piccolo manometro per le grandi profondit: mi
dice che segna dieci metri. Temendo di venire a galla apro io stesso la valvola per introdurre
acqua nella cassa di compenso; chiedo di nuovo la profondit e mi ripetono dieci metri; non
so rendermi conto come si possa venire a galla in quelle condizioni; guardo quasi
istintivamente dal portello basso sulla torretta e vedo i cristalli dei portellini mandare una luce
debole azzurro cupa, per niente simile a quella tante volte osservata durante lagguato. Penso
perci che dobbiamo essere sul fondo e mi reco a leggere il manometro che realmente segna
35 metri. Chiudo allora la valvola di allagamento ed ordino a tutti di lavorare ad individuare
le vie di acqua, a limitarle o fermarle, e di riferire.
Lacqua effettivamente zampillava da diverse parti senza per in nessun caso avere un
aspetto inquietante. Ma certo che in quei primi momenti ne entrava con abbondanza;
lesplosione aveva rotti dei vetri di livello e di spia comunicanti con lesterno: fortunatamente
i tubi di comunicazione erano isolabili con rubinetti, ma qualcuno di questi non si muoveva
pi o si era allentato e si doveva stringerli con dei morzetti o schiacciare i tubi. Lsplosione
aveva pure allentato tutto ci che normalmente era stretto da viti e perci tutti i tubi
comunicanti con lesterno davano luogo a entrate dacqua, alcune abbastanza copiose, ma in
generale facilmente eliminabili o riducibili stringendo pazientemente perni e viti.
La prora, per la quale il pericolo era stato maggiore, fu riparata rapidamente; lallarme era
stato esagerato; prova ne sia che il mio attendente, il marinaio Marmorato di Pizzo Calabro, al
momento dello scoppio corse a prora, incrociandosi con quelli che ne venivano, e con la
massima calma prese dalla mia giubba il portafoglio e me lo porse trionfante, pensando che
forse saremmo stati obbligati a venire a galla e ad abbandonare il sommergibile. Esempio
della calma che in genere avevano mantenuta le persone dellequipaggio.
Mentre il lavoro ferveva silenzioso per limitare lentrata dellacqua e mentre si cercava di
mettere in moto le pompe di esaurimento per vuotare le sentine dallacqua che ormai

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cominciava a salire vicino al pagliolato, ossia al piano su cui camminavamo, una nuova
esplosione scosse violentemente tutto il sommergibile; ma questa scossa, pure sembrando pi
potente della precedente, aveva qualcosa di attenuato e non produsse nessun nuovo
inconveniente.
Per lequipaggio cap subito che le torpediniere erano sopra di noi e cercavano di farci
cadere addosso delle bombe scoppianti in profondit. Malgrado qualche parola rassicurante
pronunciata dal Comandante e da me, vidi molti visi impallidire bruscamente; per il lavoro
continu e forse fu questo lavoro che mantenendo la gente occupata, permise a tutti di restare
calmi nonostante la critica situazione.
Altri scoppi si susseguirono ad intervalli di 5 o 6 minuti luno dallaltro; lAtropo veniva
violentemente scosso, ma nessuna avaria nuova si produceva.
Questa situazione dur circa mezzora; situazione poco rassicurante perch tutti
capivamo che se una di quelle bombe ci fosse scoppiata pi vicino avrebbe provocata la fine
del sommergibile e dellequipaggio.
Quella mezzora ci sembr molto lunga; la speranza si alternava rapidamente con una
specie di rassegnazione; ma tutti, anche quelli il cui volto aveva assunto un pallore
verdastro, mantenevano all apparenza una grande calma e lavoravano in modo ordinato.
Uno scoppio pi prossimo degli altri ci dette la sensazione che gli austriaci stessero
sempre pi avvicinandosi alla nostra posizione. Allora mi venne fatto di pensare a mia
madre, di sentirmi straordinariamente vicino a lei, morta da diversi anni, e vicino ad un mio
fratello morto in guerra da pochi mesi. Mi sentivo nello stato di uno che intuisca imminente
la fine della vita, ma che nel tempo stesso veda una meta sicura al di l.
Gli scoppi si allontanarono per un poco e subentr subito il pensiero e la speranza di
poter tornare alla luce del sole, non solo, ma anche sulla terraferma; e mentre guardavo
stringer le viti degli sfoghi d aria dei doppi fondi e guardavo la lente del periscopio
spezzata che lsciava zampillare lacqua, pensavo alle lunghe riparazioni che sarebbero
state necessarie per rimettere lAtropo in efficienza e cominciavo a sperare di ottenere una
breve licenza per sposarmi; licenza gi da tempo vagheggiata, ma irrealizzabile finch
lAtropo poteva muoversi.
Appena fu limitato in modo soddisfacente lirrompere dellacqua, il Comandante ordin
di mettere in moto e sollevarsi dal fondo. La manovra venne eseguita; lAtropo cominci a
muoversi mantenendosi a circa 26 metri di profondit; ma unaltra sorpresa ci aspettava; il
timone non rispondeva pi alla manovra; impossibile fare nulla senza uscir fuori. Fummo
perci obbligati ad avanzare facendo tentativi di governo col moto alterno dei motori.
Ma intanto gli austriaci dovevano aver finite le bombe perch gli scoppi erano cessati.
Per qualche ora serpeggiammo lentamente, mettendo alternativamente in moto i due motori:
la carica degli accumulatori era scesa sensibilmente e non c era la possibilit di mettere i
motori ad unandatura pi vivace. Laria si era sensibilmente viziata e ce ne accorgemmo
specialmente pompando a mano dalle sentine che erano piene di acqua. I marinai dopo
qualche colpo cominciavano a respirare tanto affannosamente da dover cedere la pompa al
compagno; ed era necessario compiere a mano questa operazione perch la pompa elettrica
non funzionava pi; anche i movimenti dacqua da unestremit allaltra per equilibrare il
sommergibile riuscivano sempre pi difficili, e ad un certo momento per il ritardo di una di
queste manovre lAtropo si adagi con la prora nel fondo fangoso, a circ 28 metri dalla
superficie.
Sembrava ormai che nessuno ci desse pi la ccia; fermammo i motori e decidemmo di
attendere immobili la sera per tornare a galla; dovevamo essere ancora molto vicini alla costa
istriana, ma con i motori a lento regime ed il timone inutilizzabile non potevamo sperare di
allontanarci ancora gran che; cera da aspettare qualche ora; ci mettemmo quasi tutti seduti
per consumare meno aria, lasciandoci portare dai nostri pensieri.

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Avvicinandosi il momento di tornare a galla alcune supposizioni ci preoccupavano non
poco: fa possibilit di trovare qualche unit in crociera col compito speciali di darci la caccia,
per quanto fosse pi verosimile che gli austriaci ci ritenessero affondati; il dubbio circa la
possibilit di riparare il timone. Avevamo un solo motore termico in stato di funzionare, e
senza timone non avremmo potuto governare. Mezzi notturni per comunicare con Venezia
non ne avevamo; la radio non cera ancora sui nostri sommergibili; avevamo due colombi, ma
non avremmo potuto lanciarli che a giorno fatto.
Finalmente giunse lora in cui si poteva ritenere che la notte fosse calata del tutto, e
decidemmo di ritornare alla superficie. Con un colpo di pompa ci si stacc dal fondo e si
venne rapidamente fuori dellacqua con la torretta; mi slanciai subito allaperto e constatai
prima di ogni cosa, con una certa soddisfazione, che era notte buia con nuvoloni bassi, po
adatta a ricerche; il mare era leggermente increspato.
Feci un accurato esame dellorizzonte e non vedendo nulla, comunicai al Comandante che
si poteva emergere completamente; dopo poco tutta la coperta usciva fuori dallacqua. Io e
due o tre uomini corremmo a poppa ed aperti i portelli dellintercapedine cominciammo al
buio a cercar di capire lo stato del frenello di manovra del timone; fortunatamente trovammo
subito lavaria: una maglia della catena rotta; essa poteva facilmente essere sostituita con altra
svitabile. Comunicai la buona notizia al Comandante il quale si raccomand di far presto per-
ch gli premeva di approfittare delle circostanze favorevoli per svignarsela da quei paraggi.
Avevamo quasi terminato loperazione quando mi accorsi che non avevo pi al dito
lanello di fidanzamento; il grasso che ricopriva la catena, maneggiato nel parossismo di
quella fretta, aveva facilitato luscita del piccolo cerchio dl dito. Ebbi un momento di sorda
irritazione perch nell oscurit di quella intercapedine, sciacquata continuamente dal mare,
mi sembr impossibile poterlo rintracciare; pure feci un tentativo e raspai con le mani sul
fondo, sulle lamiere coperte da una fanghiglia untuosa; sentivo la voce sommessa dl
Comandante che mi incitava a far presto, ed ero sul punto di abbandonare la ricerca quando
sentii dentro un pugno di fango qualcosa che poteva essere lanello. Mi alzai, ordinai di
chiudere i portelli dellintercapedine e risalii sulla torretta stringendo il mio pugno di
fanghiglia; poi, piano piano, sempre al buio, mentre il sommergibile si metteva in moto, riu-
scii a separare lanello che per maggior sicurezza riposi in un taschino interno.
Intanto il motore termico part con il solito rumore e la solita nuvoletta di fumo che poi
piano piano si attenua; il sommergibile si mise in moto dirigendosi verso Caorle;
cominciamm a sperare di essere a buon punto della nostra avventura; ma dopo una mezzora
il motore si ferm ed occorse un bel po prima di rimetterlo in mto. Ed un altro paio di volte
si ripet questa fermata inopportuna: le scosse delle esplosioni avevano prodotto qualche
inconveniente, avevano allentata qualche vite; trascurabili guasti, i ,quali hanno importanza
per gli effetti che possono produrre durante il movimento del motore; effetti fortunatamente
non gravi. Ma queste fermate erano noiose nella notte buia, mentre ci trovavamo ancora pi
vicini alla costa nemica che alla nostra; tuttavia era anche vero che a pezzi e bocconi stavamo
riguadagnando la rotta di sicurezza.
A luce fatta ci rendemmo conto di quello che era successo il giorno avanti: dalla prora alla
torretta, tutto l`orlo di sinistra della sovrastruttura portava i segni dello strisciamento di un
cavo di acciaio; nella parte prodiera a sinistra la falsa torretta presentava una forte ingobba-
tura. Abbiamo compreso allora che le torpediniere avevano delle torpedini a rimorchio, che il
cavo di una di esse ha strisciato sulla nostra prora, scorrendo fino alla torretta contro la quale
si arrestato; la torpedine ha allora urtato nella falsa torre; ma scoppiata con leggero ritardo,
quando si era allontanata di circa un metro; non si avuto quindi nessun effetto di
lacerazione, ma solo la forte concussione che ha rotto le lenti del periscopio, molti vetri, ha
schiodato delle casse di nafta ed ingobbite alcune lamiere della sovrastruttura.
Abbiamo continuato per i canali e siamo entrati in Arsenale dove alle 9 ci siamo

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ormeggiati; prima che noi avessimo aperto bo i colleghi della riva avevano visto qualcosa
di anormale e si affollavano; i marinai dalla coperta facevano dei segni ai loro compagni che
significavano scoppio, accecamento, caduta sul fondo. Le faccie sulla riva si facevano sempre
pi interrogative; per il sorriso che era sul volto di noi tutti e specialmente di quelli che
iermattina erano di colore pi cadaverico, hanno assicurato sulla banchina che non avevamo
perdite di personale.
Ormeggiato lAtropo, sbarcammo, ed allora fu un assalto di domande, un raccontare
precipitato per soddisfare rapidamente tutto il desiderio dei camerati; le strette di mano e le
congratulazioni per lo scampato pericolo ci accompagnarono fino alla sede del Comando di
flottiglia dove Buonamico fece il suo rapporto.
Il giorno successivo si cominci a verificare i danni dellAtropo ed a fare i preventivi circa
la durata dei lavori di riparazione; avevamo molte piccole cose da riparare, ma nulla di molto
grave; molte cse da verificare; solo i periscopi davano da pensare, perch in Italia non era
facile avere subito le lenti necessarie; si previde che saremmo rimasti a terra circa due mesi.
Stabiliti ed iniziati i lavori, venne lautorizzazione di concedere delle brevi licenze di una
diecina di giorni agli ufficiali ed allequipaggio.
Io vidi cos avverarsi le previsioni fatte in fondo al mare e mi affrettai a concretare la data
del matrimonio.
Approfitto di questa sosta nellattivit dllAtropo e del suo equipaggio per dire quello che
h saputo dopo la guerra intorno al nostro incontro con le tre torpediniere austriache.
Il gruppo di queste tre unit era agli ordini del comandante Wolf; erano uscite da la non
perh lAtrop fosse stato avvistato dalla costa o da qualche aereo come avevo creduto io,
ma bens per esperimentare una torpedine a rimorchio fatta come una specie di aquilone
rovesciato e provvista di una carica esplosiva. Avvistato per caso il periscopio durante il
nostro primo attacco, iniziarono la caccia, continuandola anche quando ci ebbero persi di vista
dopo il nostro lancio del siluro.
Dopo lo scoppio della torpedine ritennero che con ogni probabilit noi dovevamo essere
sul fondo; sulle macchie di nafta che comparivano alla superficie gettavano delle bombe
provviste di una miccia che doveva assicurare lo scoppio dopo un po che le bombe avrebbero
toccato il fondo. Se una provvidenziale corrente non avesse spostato la nafta via via che saliva
a galla, la macchia rivelatrice sarebbe apparsa esattamente sopra di noi e le bombe
probabilmente sarebbero cadute sullAtropo o nelle sue immediate vicinanze sventrandolo.
Invece le macchie di nafta erano alquanto spostate e le bombe caddero ad una distanza
sensibile se non grande, e certamente sufficiente a rendere innocui gli effetti delle esplosioni.

Queste spiegazioni mi sono state fornite dal racconto dello stesso comandante Wolf,
persona molto compita, che dopo la guerra si stabilita a Pola dedicandosi alla pittura ad
acquarello ed morto solo recentemente.
Forse nei primi giorni dopo la nostra avventura gli austriaci hanno cercato di sincerarsi se
veramente lAtropo fosse affondato; perh un nostro sommergibile, il Fisalia, se non erro,
nella stessa posizione avvist cinque cacciatorpediniere che incrociavano; ne attacc una e
lanci un siluro, ma senza successo, ed esse si allontanarono; forse non erano attrezzate per
dar battaglia al sommergibile e temevano il ripetersi dellattacco.
Questo fatto stette a dimostrare che anh per comandanti anziani non era tanto facile
silurare torpediniere, e ci in parte diminuiva per me gli effetti morali dellinsuccesso della
mia precedente missione in comando.

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RIPRESA MONOTONA LATROPO AD ANCONA

Verso la met di dicembre ripresi il mio posto sullAtropo dopo due settimane scarse di
licenza per il matrimonio: i lavori erano gi quasi tutti ultimati, ma i periscopi non erano
ancora pronti e si prevedeva che avremmo dovuto attendere fino alla met di gennaio. Cera
quindi modo di godere ancora un periodo di tranquillit, tanto pi che gli aerei non si
facevano pi vedere a Venezia da qualche tempo.
Avevo abbandonato il Vapore e mi ero installato al Iolanda dove erano gi quasi
tutti gli altri miei colleghi; in quellalbergo, dove ci si ritrovava al termine della nostra
giornata passata in Arsenale presso i sommergibili, non si aveva limpressione di un vero
cambiamento di ambiente, poich per quanto allietati dalla presenza di diverse giovani
signore, la guerra ed i sommergibili continuavano a dominare nei discorsi e nei pensieri. Nella
sala da pranzo si intuiva subito quale fosse il sommergibile in missione; una delle signore era
sola a tavola, oppure non vi compariva, o se aveva amicizie, si aggregava ad altro tavolo dove
una coppia le offriva ospitalit. Qualche sera o al mattino una coppia compariva tardi; il
marito era rientrato da poco col sommergibile e si era attardato: sul volto dei due si notava
quel senso di soddisfazione e di serenit per il ritorno felice e per la prospettiva del periodo
sia pur breve di sosta che si presentava; sosta che, specialmente nei primi due o tre giorni, era
assaporata con vera volutt.
Venezia si prestava tanto a godere quei giorni di sereno oblio dalle preoccupazioni future:
il bel tempo invitava a vagare per le calli semi deserte cos suggestive di Venezia; le notti
lunari permettevano di cacciarsi per le calli pi ignorate e di ammirare gli spettacoli fantastici
che la citt oscurata offriva, piena di contrasti fra il buio degli stretti canali ed il freddo
bagliore dei palazzi marmorei illuminati dalla luna.
Poco frequentati i teatri che avevano in genere spettacoli secondari; poche le riunioni nei
due o tre alberghi ancora aperti e presso qualche famiglia.
Il periodo di sosta per me and per le lunghe, perch lAtropo non fu pronto per una nuova
missione che verso la met di gennaio. Nella prima met di quel mese si usc per qualche
prova in mare davanti al Lido; prove che ebbero buon risultato.
La prima volta che si usc fu in un pomeriggio e dovevamo restare fuori solo un paio dore,
per rientrare prima del tramonto; mentre andavamo dalla diga di Malamocco a quella del Lido
per provare i motori, cal una nebbia fittissima; interrotte le prove cercammo di rientrare, ma
non si riusc subito a ritrovare la bo del Lido: lassenza dei fanali e dei segnali da nebbia,
la necessit di speciali segnali di riconoscimento complicarono la cosa. Venne la notte e per
un momento avemmo il dubbio di dover pernottare fuori: cosa che poco ci sorrideva perch
non avevamo preso tutti gli indumenti e le coperte per le cuccette, ed il freddo era forte. Io poi
pensavo anche a mia moglie che mi attendeva per il pranzo e si sarebbe trovata per la prima
volta sola a Venezia senza sapersi troppo facilmente spiegare la cosa.
Queste personali ragioni mi spinsero ad insistere presso il comandante Buonamico, che gi
si era rassegnato a restar fuori, per fare un nuovo tentativo di trovare la bocca del Lido.
Scandagliando continuamente diressi piano piano al Nord, mantenendomi in fondali appena
sufficienti per non incagliare; dopo un cammino abbastanza lungo vedemmo a pochi metri di
prora la diga Sud del Lido. Eravamo a posto perch infatti seguendo quella diga a pochi metri
per non perderla docchio, la rimontammo fino allimboccatura e poi di briccola in briscola,
piano piano, si ritrov la strada per lArsenale; la nebbia, come a premiare la nostra tenacia, si
dirad un poco in modo che presso lArsenale potemmo muoverci con maggiore disinvoltura.
Ormeggiato il sommergibile corsi al Iolanda dove trovai mia moglie che, un p

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rassicurata da un mi collega sulle ragioni del ritardo, mi attendeva nella saletta. Dal
luminoso sorriso con cui mi accolse, capii che questa prima ansia doveva essere stata grande
se pure di breve durata; dai sorrisi pieni di simpatia che ci accolsero nell sala da pranzo dove
tutti erano alla fine del pasto e stavano per alzarsi, mi accorsi che lansia era stata notata da
tutti e la nostra gioia attuale condivisa. Rimanemmo poco dopo soli e pi tardi uscimmo per
farci unidea della Venezia oscura e nebbiosa; non era per conveniente inoltrarsi oltre la
piazza S. Marco e poco dopo rientrammo allalbergo con nellorecchio i rintocchi della
campana della Dogana che segnalava la via alle gondole che contornavano la chiesa della
Salute.
La nebbia che quella sera ci dette le prime emozioni della lontananza imprevista, ci fu
benigna sotto questo rapporto qualche giorno dopo; infatti per il 19 gennaio lAtropo avrebbe
dovuto uscire insieme ad altri du sommergibili per compiere una missione presso capo
Promontore; dovevamo partire alle sette del mattino.
Lasciai lalbergo prestissimo dopo aver fatto dei commossi addii a mia moglie che questa
volta lasciavo per unassenza ben pi importante e pericolosa; appena fuori dllalbergo trovai
una nebbia fittissima che non accenn minimamente a diradarsi neppure pi tardi, quando era
imminente lora della partenza. Presso i sommergibili serano riuniti tutti gli equipaggi e gli
ufficiali in seconda, in attesa del verbo superiore: questo non si fece attender molto e fu un
ordine di rinvio della partenza al giorno successivo.
Spedii subito l attendente allalbergo ad avvisare mia moglie ed a riportare allalbergo
parte dei viveri cucinati che avevamo portato per i pasti in mare; la giornata pass in quello
stato danimo che durante la guerra si provava godendo un riposo inaspettato.
La mattina seguente si rinnovarono gli addii e la nebbia ed il rinvio della partenza; cos
successe anche il terzo giorno. Il quarto si decise di non radunarsi allArsenale se non fosse
stata data una conferma della partenza alle cinque del mattino; questa conferma doveva
darla uno dei Comandanti che alloggiava al Danieli e che poteva col telefono
comunicare con lufficiale di ispezione alla flottiglia sommergibili; un avviso era anche
mandato al Iolanda . Cos evitammo per unaltra settimana, ch tanto dur la fitta nebbia,
le levataccie mattinali per noi e per lequipaggio, ed evitammo anche le ripetizioni di addii e
di commozioni non necessarie.
Ma finalmente il tempo cambi, la nebbia si dilegu e partimmo per la missione.
Lequipaggio era sostanzialmente lo stesso, ma qualcuno era stato sbarcato; si trattava di
un marinaio e di un sottufficiale che per quanto non avessero dato motivo a lagnanze, avevano
dimostrato che lemozione provata durante lultima avventura, era stata troppo forte per i loro
animi. Favorimmo perci il loro esodo dallAtropo ed il loro passaggio su sommergibili di
impiego meno offensivo, pi costiero.
La nostra missione si svolse all imboccatura del Quarnaro e fu la prima di un discreto
numero di missioni consimili che ebbero per zone di agguato le acque tra capo Promontore, la
Galiola e Sansego. Missioni che duravano due giorni e tre notti e per conto nostro, cio
dellAtropo, avrebbero potuto durare anche di pi, visto che la vita a bordo era organizzata in
modo abbastanza soddisfacente e che la notte potevamo ricaricare con buona sicurezza. Non
furono missioni di soddisfazione perch solo in una di esse scorgemmo a due riprese un
gruppo di siluranti, il Magnet e due torpediniere, senza per riuscire mai a portarci a distanza
di lancio. La seconda volta giungemmo a 1200 metri dal Magnet, troppi per i nostri siluri; fu
un vero peccato perch il sole era gi tramontato e noi vedevamo bene il Magnet contro il
cielo rossastro del crepuscolo mentre lui non poteva scorgerci nella semioscurit gi Calata
dalla nostra parte.
In quelloccasione il comandante Buonamico, nonostante le mie insistenze, non volle
mettere a tutta forza, cosa che ci avrebbe avvicinato di alcune centinaia di metri, giungendo a
portata di siluro e forse avremmo anticipato il bel colpo fatto qualche mese dopo dal mio

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collega del Salpa, comandante Perricone, che con un siluro port via tutta la poppa al Magnet.
Il comandante Buonamico tem di restare senza energia; infatti eravamo al secondo giorno
dagguato e nella notte antecedente non avevamo ricaricato, non ricordo per qual motivo; la
presenza dll due torpediniere gli fece ritenere certa una caccia dopo il siluramento e quindi
necessario poter disporre ancora di energia in modo sicuro per sfuggire alla caccia stessa. Io
per pensavo alla notte ed alloscurit imminente e alla possibilit di sfuggire alle ricerche
nemiche, navigando in superficie. Comunque la mia idea non prevalse ed il Magnet e le due
torpediniere scomparvero dlla nostra vista.
Missioni di questo genere allimboccatura dei Quarnaro si ripeterono fin verso la met di
aprile; una di esse la eseguii nuovamente in comando perch Buonamico mi sembra fosse
ammalato; ma non si rinnov la superba occasione della prima.
Queste missioni ci tenevano frequentemente in vista dellisolotto di Galiola che doveva
essere in seguito fonte di tanta tristezza per noi.
La vita veneziana si svolgeva regolare, come le missioni; era infatti profondamente legata
al loro andamento. Negli intervalli tra le uscite riprendemmo gli esperimenti con gli idrofoni
senza per ottenere risultati soddisfacenti; fu quello un periodo di attivit notevole per
lAtropo, sempre pronto allora ad uscire in piena efficienza.
Mia moglie mi attendeva adesso non pi sola nei suoi pensieri come i primi giorni, perch
era in attesa di un figlio e questa attesa, senza diminuire quella dl marito in missione, le dava
un altro carattere pi attivo. I colombi che lanciavamo davano ogni tanto durante l mia
assenza qualche notizia a mia moglie; un mio collega incontrandola in sala da pranzo la
salutava dicendo: Buone notizie oggi ; significava che il colombo era arrivato con il solito
messaggio vuoto di ogni novit. Siccome il colombo non sempre era lanciato e se lanciato non
sempre arrivava, non so se queste notizie saltuarie fossero un bene od un male; ma certo che
era in uso questo sistema ed anche a ci era stata fatta ormai una specie di abitudine.
Come ho gi detto altrove, questi colombi erano allora il nostro unico mezzo di
comunicazione; dalla costa istriana facevano un ottimo servizio: dal Quarnaro non sempre
arrivavano a destinazione specialmente perch mentre noi talvolta li lanciavamo con tempo
chiaro, verso la bocca del Po o sulla laguna trovavano nebbia e si perdevano. Una colomba
una volta fece un uovo nella gabbia e si rifiut poi di partire dal sommergibile; invece del bel
volo deciso che spiccavano subito ordinariamente i suoi compagni ansiosi di ritornare al loro
nido, quella povera bestiola si sollev qualche metro e si pos nuovamente sulla torretta;
scacciata a pi riprese ritorn sempre ed alla fine si pos sulla mia spalla; dopo di che
rinunciammo e la rimettemmo in gabbia presso al suo uovo.
Unaltra volta i colombi fecero una fine tragica; era stato imbarcato un nuovo marinaio
come cuoco; non era troppo intelligente. Partito da Venezia per una missione, vide i colombi
nella gabbia e ignorandone limpiego guerresco pens che fossero provviste per i pasti del
giorno seguente; nella notte mentre tutti riposavano ne uccise due che trovammo preparati alla
nostra mensa il giorno dopo. Solo pi tardi si constat la mancanza di essi e dopo un po si
riusc a stabilire la verit dei fatti; quelle bestiole che avevamo mangiato con appetito avevano
forse pi di una volta portato i nostri messaggi che recavano tanta tranquillit ai Comandi ed
anche alle nostre compagne.
Tra le missioni che facemmo in questo periodo ve ne furono alcune dovute alle fauste
ricorrenze della casa dAustria; non infrequentemente i nostri informatori ci preannunciavano
un attacco contro Venezia o altri punti della costa da parte degli austriaci in occasione della
festa dellImperatore o di qualche altro membro della famiglia imperiale. Per quanto non si
ponesse eccessiva fede in queste notizie, pure si mettevano in agguato un paio di
sommergibili davanti a Venezia prima dellalba in modo che fossero pronti ad agire se si
fosse verificato realmente lattacco annunziato; prima di notte si rientrava. Cos con lAtropo
festeggiammo S. Giuseppe (secondo nome dellImperatore). Ricordo che quel giorno fummo

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colti d una foltissima nebbia che non ci lasci pi fino a sera.
Il comandante Buonamico era prossimo in quellpoca alla promozione a capitano di
corvetta e si prevedeva che sarebbe sbarcato subito dopo; io ero uno dei pi anziani degli
ufficiali in 2a, ma non ero il pi anziano e temevo che una questione di due o tre posti
nellanzianit mi facesse perdere il comando dellAtropo al quale mi ero particolarmente
affezionato. Avevo per una speranza e cio che essendo lAtropo un sommergibile di tipo
diverso dagli altri italiani, avrebbero cercato di non mettervi un Comandante poco pratico.
Ai primi di aprile si ebbe la notizia che lAtropo avrebbe dovuto dislocarsi presto ad
Ancona per sostituirvi un sommergibile che aveva bisogno di tornare a Venezia per lavori;
questa eventualit di essere distaccati ad Ancona si era affacciata altre volte, ma era sempre
stata ritardata; ora sembrava sicura: infatti vennero gli ordini esecutivi che fissarono la
partenza per la mattina del 22.
Il cambio di base per un sommergibile non era cos semplice come per una nave di
superficie; esso non ha a bordo quello che pu essere necessario per la vita dellequipaggio;
specialmente le piccole unit in servizio al principio della guerra, non avevano che
installazioni rudimentali; cucine adatte solo a confezionare pasti molto ridotti, cuccette
limitate di numero e di dimensioni. Non cera un posto per il corredo personale, anche ridotto
come lo era in guerra.
Il giorno prima della partenza si caricava quindi un carro ferroviario con tutti questi
indumenti e con molte casse di materiale di ricambio che normalmente sulle altre navi sta nei
depositi di bordo; nel dubbio che allarrivo dellAtropo ad Ancona il carro ferroviario non
fosse ancora giunto, ognuno portava a bordo un piccolo sovraccarico personale con valigette,
casse militari, il segretario portava parte dellarchivio del Comando: veniva anche imbarcata
la cassaforte che normalmente restava a terra. Queste partenze dei sommergibili che
cambiavano base avevano qualcosa di una partenza di emigranti di 3 classe o di zingari,
erano molto caratteristiche e davano luogo a meraviglia ed a canzonature da parte degli
equipaggi delle navi di superficie. M oltre a quei carichi regolamentari, prendevano la via
della ferrovia anche gli altri non previsti dai regolamenti, ossia le famiglie che
volevano dire per noi il domicilio, la casa, spesso alquanto zingaresca anche questa. Alla
nuova base, dove pi di una volta precedevano larrivo del sommergibile, esse andavano ad
occupare le camere o lappartamento lasciato libero da altre famiglie che facevano il viaggio
inverso.
Cominciammo subito la nostra vita anconetana; missioni presso le isole Dalmate allo scopo
di sorvegliare i passi principali fra le isole stesse; agguati davanti ad Ancona o altra localit
delle Marche; poi vita sul molo, nelle nostre camere o nella saletta dove ci riunivamo per i
pasti in comune. In Ancona citt qualche breve scappata e nelle ore ritenute poco propizie ad
una sorpresa.
Le missioni sulla costa Dalmata erano un po pi faticose che al Nord: nessuna possibilit
di riposare sul fondo durante la notte che passavamo perci alla superficie. Le nostre missioni
erano talvolta collegate a delle azioni a cui partecipavano navi di superficie o aerei; nostro
compito era allora di sorvegliare i passi di Sette Bocche o Porto Tajer che mettevano in
comunicazione canali dll Dalmazia col mare aperto.
Ma furono sempre missioni molto poco interessanti, almeno per ci che concerneva il
nemico; una ci dette qualche emozione dovuta al lancio involontario di un siluro durante
lagguato notturno. Mentre eravamo in agguato davanti a Porto Tajer, emersi con la sola
torretta in mare calmo e con lume di luna magnifico, un silurista nella manovra di aprire il
tubo di lancio, per errore fece partire il siluro; questi usc regolarmente, finendo di aprire con
forza il portello del lanciasiluri ancora semichiuso. Per la scossa provocata dal lancio il
sommergibile sobbalz allimprovviso facendo saltare in piedi parecchi uomini
dellequipaggio, i quali non seppero in un primo tempo rendersi conto di quanto sera

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verificato, nel bel mezzo di quella calma e fosforescente notte. Si guardarono lun laltro con
facce interrogative, temendo che lAtropo fosse stato vittima di un agguato. Ma fu questione
di un attimo. Anzi lerrore di quel silurista divent un diversivo alla noia della spedizione. Il
siluro partito segn la sua scia brillante e lunga sul mare, la quale and a morire lontano,
quando lordigno, non trovando nessun ostacolo sulla sua rotta, si esaur pacificamente
nellqua. Ma il portello, contortosi allurto violento, non potemmo rinchiuderlo, nonostante
i nostri sforzi.
In porto sbilanciammo il sommergibile mediante allagamento della cassa poppiera e
facemmo emergere la prora di quel tanto che era necessario per eseguire la riparazione; si
evit cos una gita a Venezia per limmissione in bacino. Malgrado lurto della testa dei siluro
contro il portello durante luscita dai tubo di lancio, non avvenne lo scoppio grazie ad un
dispositivo di sicurezza che funzion egregiamente. Era questo il 4 siluro che abbandonava
lAtropo.
Dopo un paio di settimane dal nostro arrivo giunsero ad Ancona dei sommergibili tipo A,
piccoli battelli ad accumulatori, adatti per fare gli agguati davanti ai porti; fummo cos rilevati
dal servizio mattutino disimpegnato davanti ad Ancona e fu per noi un bel sollievo.
Intanto il comandante Buonamico fu promosso capitano di corvetta subito dopo venne
lordine del suo sbarco dallAtropo e la mia nomina a Comandante a partire dal primo giugno.

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SILURI A SEGNO

Questa notizia mi fece doppiamente piacere, perch andavo in comando e perch andavo in
comando dellAtropo. Il comandante Buonamico non conosceva la sua nuova destinazione ed
era piuttosto triste. La mattina del primo giugno avvenne la cessione di comando; mentre
stavamo firmando i verbali, arriv da Venezia una lettera del Comando delle Flottiglie che mi
comunicava lintenzione di affidare allAtropo una missione nei canali della Dalmazia e pi
specialmente nel Quarnar, dove, secondo informazioni date da prigionieri, cera un traffico
frequente di trasporti; la lettera dava l direttive principali per la missione e chiedeva se ave-
vamo obiezioni da fare.
Inviai un telegramma a Venezia in cui non sollevavo obiezioni altro che su di un dettaglio
della missione e cio sul modo e sullora di uscita dal Quarnerolo, che io ritenevo pi
prudente di eseguire di giorno in immersione nel caso che lAtropo fosse avvistato.
Il comandante Buonamico parti il due; quello stesso giorno giunse il sottotenente di
vascello Roncaglia che assunse le funzioni di ufficiale in 2 dllAtropo e verso sera un
telegramma ci annunciava per la mattina seguente larrivo del pilota Nazario Sauro con le
istruzioni per la missione.
Lequipaggio non conosceva nulla della speciale missione che dovevamo compiere; ma
sapeva che il giorno tre si sarebbe usciti per la nostra solita missione. La mattina del tre arriv
Sauro con la lettera di istruzione del Comandante della Flottiglia. Io non conosceva Saur che
di vista e poco sapevo circa il servizio che aveva prestato fino allora. Mi venne incontro
sorridente, attese in un silenzio rispettoso che io leggessi le istruzioni. Mi feci portare le carte
necessarie, verificai lora del tramonto della luna e in base a quella stabilii lora di lasciare
Ancona per essere presso al passo di entrata a notte ben buia. Decisi perci la partenza per le
15 e ne detti comunicazione a Sauro.
Egli mi guard con aria interrogativa come uno che attende di essere richiesto di
spiegazioni; ma io non volevo che si notasse il nostro colloquio e ritenevo che in navigazione
avrebbe potuto darmi tutte le informazioni e gli schiarimenti he sarebbero stati necessari.
Alle 15 precise si usc dal porto scortati per un tratto da due motoscafi, i quali per ad un
certo punto non potendo fronteggiare, con la nostra velocit, la maretta pomeridiana,
tornarono indietro.
La navigazione si svolse senza alcun incidente fino al tramonto; poi venne uno scialbo
lume di luna che, prima che tramontasse, ci permise di intravedere lisola di Premuda. Io ero
stato sempre sulla torretta: n potevo ragionevolmente lasciarla perch il mio ufficiale in 2
era giovane, nuovo del sommergibile e non aveva ancora partecipato a nessuna missione di
guerra, n aveva i 12 anni di imbarco che formavano gi il mio passato quando ero arrivato
sullAtropo.
Sauro era stato un po sulla torretta; ma visto che le sue occhiate non mi inducevano ad
attaccare discorso, era disceso nuovamente abbasso. Risal poi sopra a notte e si mise al mio
fianco e da quel momento sembr che unintesa tacita si fosse stretta fra noi due; mi accorsi
che lui era completamente a su agio in mia presenza e che io avevo presso di me una persona
che poteva comunicarmi in ogni momento i frutti delle sue esperienze dei luoghi senza per un
solo momento darmi unimpressione di importunit o dinvadenza nelle mie funzioni.
Alle 21,40, a luna gi tramontata e tempo buio, fermai i motori termici e continuai con i
motori elettrici molto silenziosi; gli occhi si appuntavano nei settori
di prora dove si intuiva la linea confusa dellisola di Premuda. Per meglio riconoscerla ed
anche per evitare possibili sbarramenti, accostai sensibilmente sulla dritta, fino a che non

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apparve dritto di prora lisolotto di Lutostrak.
Il mare si era gonfiato sensibilmente nel frattempo, le onde rompevano in coperta
spumeggiando; il cielo aveva assunto un aspetto temporalesco ed infatti, proprio
quando passavamo presso Lutostrak cominci a lampeggiare; sotto i lampi si vedevano bene i
contorni della osta e ci facilitava il nostro compito; ma io avrei preferito loscurit profonda
perch temevo che delle vedette a terra potessero avvistare il sommergibile per il bianco della
spuma delle onde che frangevano in coperta.
Avvicinatici molto a Lutostrak dirigemmo per il Quarnerolo, regolando successivamente la
rotta per evitare qualche banco; la navigazione procedeva bene nonostante gli elementi
irrequieti. Durante la guerra libica io ero stato ufficiale di rotta sulla Pisa ed avevo preso una
certa abitudine a navigare con i fari spenti, nelle notti oscure in mezzo alle isole dellEgeo:
quella notte tutta la mia pratica acquisita mi dava una grande sicurezza e tranquillit in modo
che non avevo alcuna esitazione per ci che si riferiva alla navigazione.
So che di questo Sauro fece le meraviglie con miei colleghi dopo il suo ritorno a Venezia;
infatti quella notte mi rivolsi a lui pi per commentare insieme la navigazione che per
domandargli consigli; forse un altro si sarebbe offeso di questo modo di fare; ma la sua natura
generosa ed entusiasta fu portata invece ad amarmi per la confidenza che di minuto in minuto
egli acquistava nel suo Comandante.
Ebbi per campo di apprezzare la sua profonda conoscenza della costa; due o tre volte,
guardando con il mio ottimo binocolo (uno dei primi binocoli da notte esistenti allora in
marina) vidi dei particolari di monti e punte sporgenti dal mare che comunicai a Sauro; ed egli
che non vedeva nulla con lordinario binocolo di cui era provvisto, complet la mia
descrizione e mi disse come qualcuna di quelle particolarit della costa avrebbe dovuto
mostrarsi col progredire del cammino.
Poco prima delle 23 avemmo un allarme; sotto il bagliore di un lampo scorgemmo poo a
dritta della prora e vicinissima qualcosa che non avemmo il tempo di riconoscere bene. Detti
ordine di tenersi pronti per limmersione e feci scendere la vedetta e Sauro; guardai con il
binocolo e riconobbi la vela trapezoidale di un trabaccolo che passava a distanza dalla
nostra prora. Era tardi ormai per fare qualche manovra per evitarlo e continuai perci la rotta;
in pochi istanti la vela pass lungo il nostro bordo e fu perduta di vista.
Cominci qui il dubbio; saremo stati avvistati ure no? Non avevamo alcun elemento
per la risposta; il lampeggiare poteva averci rivelati al trabaccolo, come noi avevamo in un
lampo avvistato lui.
Per nulla premeva e cera tempo da pensare su quello che dovevo fare: il trabaccolo non
aveva certamente mezzi per comunicare lavvistamento e doveva andare fino ad uno dei pi
vicini posti militari e cio fino allisola di Premuda. Di l avrebbe dovuto telegrafare a Pola
od a Lussino; le siluranti sguinzagliate non sarebbero giunte che dopo un paio di ore almeno.
Il tempo peggiorava via via che si andava avanti e la caccia delle siluranti non si sarebbe
svolta in condizioni molto favorevoli. Ad ogni modo noi avremmo potuto sempre immergerci
anche prima dellalba ed a giorno fatto prendere la via delluscita se si pensava di essere stati
scoperti.
Perci continuammo ad andare avanti; comunicai le mie riflessioni a Sauro, il quale mi
conferm nella mia opinione; lui credeva soprattutto che i pescatori non ci dovevano aver
visto e poi, diceva lui, si tratta di pescatori croati, gente poco intelligente che se ha visto un
sommergibile avr certamente pensato che si trattasse di un austriaco, non tanto per
convinzione, quanto per non avere seccature.
Tra questi pensieri procedevamo ormai dentro al Quarnerolo, con la prua allisola di Pago
e via via che passava il tempo e che il mare ed il vento aumentavano io pensavo che i
pescatori ci avessero visti oppure no nessuno ci avrebbe dato noia durante la notte.
A mezzanotte feci fermare i motori elettrici e mettere in moto quelli termici ed incrociando

29
in mezzo al Quarnerolo nel punto pi distante dalle isole circostanti, ricaricammo buona parte
dellenergia consumata nllentrare. Il vento era forte; bora che faceva biancheggiare il mare;
nuvoloni neri tutto in giro e, ora che non lampeggiava pi, notte buia; non vedevamo pi nulla
della costa; ma non cera da preoccuparsi perch poco si poteva derivare in quelle condizioni
col sommergibile parzialmente immerso, e lo sbarramento di torpedini affondato poco prima
dal Comandante Ciano con lEspero, era abbastanza lontano dalla nostra rotta.
Alle 2,45 feci fermare i motori e dopo aver ventilato mi immersi; lalba era lontana circa
due ore, ma io volevo prendere un po di riposo prima dellagguato diurno; a 25 metri di
profondit il sommergibile navigava tranquillo ed io mi potevo sedere presso ai timoniere di
profondit sorbendo un buon caff caldo.
Lequipaggio aveva capito che eravamo nel Quarnerolo; un paio di persone sulla Torretta
avevano visto che dirigevamo dentro alle isole; qualche altro aveva sbirciato la carta di
navigazione dove cera segnata la rotta; quando mi sedetti in camera di manovra vidi tutti gli
sguardi fissi su di me come in attesa di qualche evento. Poi i pi disinvolti cominciarono a
fare qualche domanda, a formulare qualche augurio. LAtropo dopo il mio imbarco era il
sommergibile che aveva incontrato pi navi nemiche, che aveva lanciato pi siluri: il
Comandante Maraghini aveva avvistato tante navi nemiche la prima volta che aveva
comandato per interim; ne avrebbe dovuto vedere anche la prima volta che comandava
effettivamente.
Io non feci nulla per diminuire questa fiduciosa attesa di un evento notevole; in fondo
questa speranza era ci che animava tutti durante le monotone missioni; fuori delle isole
dalmate questa speranza era ormai un po diminuita, ma qua nel Quarnerolo tutti la sentivano
rinascere ed anche io speravo che le favorevoli occasioni che gi pi di una volta si erano
presentate allAtropo, riprendessero a mostrarsi quel giorno.
Alle 4,40 diedi ordine di venire in quota per lag guato e misi locchio alloculare
attendendo che il periscopio emergesse; appena la lente venne fuori ebbi la sensazione del
mare che era tutto a pecorelle: feci un rapido giro dellorizzonte e vidi tutto deserto; lisola di
Pago si profilava sulla nostra dritta (da pochi minuti dirigevamo a maestro). Cominciai ad
osservare minutamente la costa ed a rilevare qualche punto notevole per rettificare la nostra
posizione.
Sauro era al mio fianco; anche lui condivideva la fiduciosa attesa dellequipaggio e fu un
po deluso quando, dopo aver compiuto il giro dellorizzonte, mi rivolsi verso di lui e gli dissi:
Nulla in vista . Anche lui guard la costa, ma rest un po disorientato dalla visione
attraverso il periscopio che per lui era cosa quasi nuova. Gli feci vedere il punto che avevo
rilevato ed allora anche lui lo riconobbe e cominci a parlarmi di Pago.
Dopo meno di mezzora avvistai qualcosa di prora a dritta; guardai e vidi due navi
mercantili; ma rimasi un po incerto sulla loro grandezza; lasciai guardare Sauro che aveva
evidentemente capito che io fissavo qualcosa; lui mi disse subito: Due bei piroscafi .
Mi rimisi al periscopio, dopo aver dato ordine ai siluristi di stare allerta: tutto era gi
pronto dal mattino per il lancio.
Questa visione di due piroscafi inermi invece di navi da guerra, mi suscit istintivamente
un sentimento di compassione ed il dubbio se non sarebbe stato meglio lasciarli andare
tranquilli. M le mie consegne erano esatte e non mettevano alcun dubbio su ci che dovevo
fare; il mio compito acquistava il carattere di ritorsione contro tutti i siluramenti senza
preavviso che erano gi avvenuti numerosi contro nostre navi. Del resto se il mio spirito
aveva qualche dubbio istintivo ed un senso di piet verso le vittime che forse avrei fatto, la
mia opera non fu esitante; lAtropo continuava la sua rotta che risultava di controbord al pi
occidentale dei piroscafi ed avevo gi fissato il rilevamento limite per accostare sulla dritta e
presentare i lanciasiluri nella giusta direzione. La sagoma dei due piroscafi si faceva sempre
pi distinta: erano a non pi di 500 metri luno dallaltro e pressoch alla stessa altezza.

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In quel momento mi venne alla mente il discorso di Krisna nel Mahabarata, quando
incuora Arjuna, il valoroso guerriero che davanti al nemico ha un sentimento di piet per le
vittime che dovr fare: Tu sei nato guerriero e devi perci uccidere; il tuo braccio non tremi
. Riferisco questo ricordo, non perch pensi di essere stato indotto a continuare lattacco
dalle parole di Krisna; quasi certamente il sentimento di piet era gi scomparso in me quando
quelle parole vennero alla mia mente, soffocato dal sentimento del dovere netto ed
inequivocabile.
Ma lo riferisco per dare unidea dei ricordi e delle sensazioni alle volte curiose che si
affollano in certi momenti critici ed emozionanti della vita.
Dellequipaggio solo alcuni in quel momento partecipavano allattesa; i pochi in camera di
manovra ed i siluristi a prora; degli altri molti dormivano; nei locali poppieri non era giunto
nessun ordine che potesse fare ritenere prossima unazione; i infatti non avevo neppure
variato landatura perch era perfettamente inutile accelerare dato che i piroscafi mi venivano
incontro. Giunto il momento ordinai di accostare 90 gradi a dritta; poich il mare era a
pecorelle ritenevo inutile immergere il periscopio e continuavo ad una quota che faceva
emergere solo la lente nei cavi delle piccole onde, in modo che io vedevo i piroscafi solo a
tratti.
Laccostata mi sembr lunga e soprattutto per un p mi diede limpressione che fosse stata
cominciata tardi; infatti il periscopio h tenevo puntato continuamente sui piroscafi stentava
a raggiungere la nostra prora, mentre la doveva oltrepassare perch il lancio fosse possibile.
Per arrivato ad un certo punto laccostata cominci ad accelerare rapidamente e per quanto
anche i piroscafi ormai vicini defilassero rapidamente davanti a noi, la prua dellAtropo
super la loro decisamente. Sui fili del Periscopio giudicai la distanza; circa 400 metri. Fissai
il periscopio allangolo di lancio e feci fermare laccostata in modo da attendere tranquillo
listante di lanciare.
E qui sorse una forte tentazione; i piroscafi apparivano come di seguito uno allaltro, ma
quello pi avanzato nel cammino passava pi lontano da noi di circa 500 metri. Il lancio
appariva possibile contro tutti e du e la tentazione di tentare la cappiola fu forte; per la
precedente avventura con i due caccia tipo Huszur fu presente troppo alla mia mente e con
uno sforzo su me stesso decisi di lanciare i due siluri contro un solo bersaglio.
Il primo piroscafo pass davanti al canocchiale; temendo di avvicinarmi troppo, ordinai
una leggera accostata verso il secondo piroscafo. Attendevo il momento di far scoccare il
siluro. Mi sforzavo di reprimere lansia; quasi non respiravo; la tensione nervosa si
manifestava nella stretta delle manopole del periscopio. Ignaro e tranquillo il piroscafo
avanzava sulle onde: lo seguivo nella lucentezza fredda e nitida della lente. Fra qualche attimo
il mio siluro lo avrebbe squarciato. A bordo non si notava animazione di sorta, ma luomo di
vedetta poteva da un momento allaltro accorgersi di noi; pensai che ormai, quantunque lo
avesse fatto, sarebbe stato troppo tardi. Calcolai ancora la distanza, fissai il punto dove il
siluro doveva colpire. Sentivo che gli uomini del sommergibile, almeno quelli che si erano
resi conto di quanto stava per accadere, avevano gli occhi fissi sulle mie labbra, che lanima
di tutti era sospesa al mio silenzio.
Quegli attimi non passavano mai. Alfine comandai:
Attenti a prora!
Un silenzio. Il sommergibile oscillava e altalenava su e gi, cosicch il mio punto di
riferimento, chera il piroscafo, mi andava facendo una strana danza davanti agli occhi.
Quando la prora pass sul filo centrale del periscopio ordinai:
Fuori il primo siluro!
Sentii il rumore del lancio, la scoss; apparve la scia del siluro sullacqua increspata e
inquieta: avanzava inesorabilmente, diritto come una freccia. Meccanicamente calcolai che il
secondo siluro avrebbe dovuto colpire lo scafo in corrispondenza dellalbero poppiero e

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mentre ancora il timoniere stava togliendo la barra detti il comando:
Fuori il secondo!...
Alleggerito dalla partenza dellaltro siluro, il sommergibile si sollev ancora con un balzo
e nllorizzonte cos allargato potevo contemplare la scena che mi si presentava alla vista. Il
primo siluro colp. Vidi nello scoppio sollevarsi una boll dacqua, enorme e tempestosa, che
riboll e spumeggi, mentre il piroscafo subiva una inclinazione. Il secondo siluro scoppi,
ripetendo gli effetti del primo. La scena era muta, nessun rumore mi giungeva allorecchio,
pareva che tutta quella distruzione si svolgesse ad una distanza inverosimile. Presso il ponte
di poppa notai un correre allarmato di gente che gesticolava in preda alla disperazione;
parevano dei fantoci; una scialuppa si stacc dallalto, cadde in mare come un frutto fradicio,
ma nessuno vi si vedeva a bordo. Nello spasimo e nella confusione probabilmente i marinai
avevano abbandonato le corde, disorientati dal secondo scopio. Alcune cinture di salvataggio
furono buttate in acqua; non vidi uomini che vi si buttassero dietro. Il piroscafo si appoppava
rapidamente, inclinandosi verso labisso.
Ordinai al timoniere di venire con molta lentezza a sinistra. Per lo sbandamento provocato
dallaccostata il periscopio scomparve sottacqua, proprio mentre cercavo di veder laltro
piroscafo.
Laccostata fu notevole, di cinquanta gradi almeno. Ma non erano trascorsi che phi
minuti quando il periscopio torn ad emergere. Cercai nella direzione del piroscafo e vidi una
massa rossa, tozza e informe, che sul primo istante mi lasci un po perplesso; poi capii che il
piroscafo si inabissava verticalmente mostrando a noi la parte inferiore della chiglia. Pareva
che il mare lo succhiasse. Cedetti per un momento il periscopio a Sauro, il quale vi si attacc
con locchio avidamente; cerc intorno; Non vedo nulla disse. Tornai a guardare ma
non vidi nulla neppur io. Il piroscafo era ormai affondato; soli relitti restavano alla superficie
quella scialuppa che il risucchio aveva mandato a sbandare lontano e un paio di cinture di
salvataggio che tremavano sulle onde e mettevano nella scena il senso del naufragio.
Finito! esclamai. E Sauro, giovialmente in tedesco:
Gut!
Comunicai la notizia allequipaggio il quale laccolse con gioia ma non con meraviglia
perch ormai tutti si erano resi conto dellaccaduto ed anche quelli che sonnecchiavano si
erano alzati ed erano al corrente della situazione.Nella direzione dellaltro piroscafo non vidi
che una massa di fumo nero; probabilmente aveva attivato per allontanarsi pi rapidamente.
Senza soffermarmi a pensare a questo primo successo dellAtropo ed anzi dei sommergibili
italiani, detti lordine di immergere a 15 metri e regolare la velocit a quattro miglia, per
uscire dal Quarnerolo.

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RITORNO SERENO

Nella quiete sotto il mare, mentre tracciavo sulla carta le rotte che dovevano portarci fuori,
cominciai ad assaporare la gioia del successo, per quanto prima di ricondurre lAtropo in
porto, avremmo avuto probabilmente qualche pericolo da affrontare.
Fedele alla consegna di cercare di rientrare senza farmi vedere e di evitare qualsiasi caccia
che avesse potuto compromettere il successo ottenuto, decisi di emergere con il periscopio
solo ogni tanto per prendere dei rilevamenti e controllare il cammino della nave. Feci perci
dopo circa unora un punto con la massima rapidit; fu un rilevamento di isolotti e di
promontori che mi sembr riconoscere a volo. Poi, sotto di nuovo. Sauro che forse sperava di
vedere qualcosa rest deluso, ma fu poi contento di potermi togliere un dubbio che mi era
sorto sullidentit di uno dei punti rilevati: la qual cosa mi consent di non tornare ad
emergere fino alle otto. In prosieguo i punti furono un po pi frequenti perch si not la
presenza di una corrente abbastanza forte che ci scartava; necessit quindi di controllare pi
frequentemente anche perch cerano dei secchi da evitare.
Lequipaggio era intanto di umore allegro: Sauro al colmo della felicit raccontava
barzellette in quel suo parlare mezzo italiano mezzo istriano e faceva ridere di cuore i marinai
che stavano seduti in camera di manovra o che dagli altri scompartimenti si affacciavano a
questo locale. Sauro cercava di ricostruire la scena che sarebbe successa a Pola appena
arrivata la notizia del siluramento; scimmiottava il parlare dialettale degli ufficiali tedeschi, il
brontolio degli slavi; poi come diversivo prendeva in giro qualcuno dei presenti che
interloquiva, provocando risate continue.
Io seguitavo a mostrarmi sereno e sorridente; ma in fondo avevo un po di preoccupazione
per la possibilit di trovare sul passo di uscita delle siluranti con torpedini a rimorchio; capivo
che non dovevamo contare troppo sulla fortuna che ci aveva assistiti il 10 novembre e
pensavo anche che in questi paraggi la maggior profondit avrebbe reso pi difficile in caso di
salvarsi posando sul fondo.
Alle 9 e mezzo emergendo col periscopio per fare il punto vidi due torpediniere che
entravano dal passo di S. Pietro in Nembo, dirigendo verso il punto del siluramento; data la
posizione reciproca era impossibile arrivare a distanza utile di lancio e proseguii; il vento era
sempre forte e le torpediniere venivano spesso incappellate da abbondanti spruzzi bianchi.
Diedi lordine di riaffondare, rimanendo con lochio al periscopio. Per leffetto della
discesa vidi la porzione dorizzonte restringersi a poco a poco, diventare minuscola, poi fu
soltanto una zona rotonda di creste, poi unombra scavalc la lente che riaffior un paio di
volte per sommergersi definitivamente. Un alone azzurro chiaro era tutto quello che adesso
potevo vedere. Questo alone, mentre seguitavamo a discendere si restringeva sensibilmente,
diventava sempre meno chiaro, meno lieve; avevo limpressione di guardare con un binoccolo
un cielo su cui salisse la notte. Lillusione era accresciuta dalle bolle provocate dallaria
espulsa dai serbatoi che seguitavano ad appesantirsi dacqua. Le bolle migravano a miriadi
verso la superficie, bianche in quel turchino liquefatto e sembravano, tutte insieme, una Via
Lattea che migrasse vorticosamente verso lo zenit. Tutte queste impressioni, delle quali mi
compiacevo contrariamente alle mie abitudini, mi davano la misura della mia calma e della
mia serenit in quelle ore che pure non erano scevre di pericoli.
Alle 10,45 avvistai emergendo per il punto un caccia tipo Huszar diretto esso pure verso il
posto dei siluramento e gi sensibilmente a poppavia del mio traverso.
Questa volta rimpiansi di non aver fatto il punto un quarto dora prima perch allora credo
che avremmo potuto fare il lancio; le fitte pecorelle credo infatti che avrebbero reso difficile

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al caccia lavvistamento del periscopio.
Comunque dovemmo continuare dirigendo il passo tra Gruica e Lutostrak; siccome qui
secondo le informazioni ci dovevano essere delle torpedini feci scendere lAtropo a 35 metri.
Non comunicai allequipaggio gli avvistamenti di siluranti per non preoccuparlo con lidea
della caccia che certamente sarebbe seguita; non volli turbare il suo umore; ma ne informai
Sauro scrivendo sulla carta la notizia dellavvistamento mentre eravamo tutti e due intenti a
fare il punto. Sauro mi guard tutte e due le volte e mi fece cenno se potevamo lanciare; io
risposi di no ed indicai una posizione di poppa al traverso. Sauro dopo un gesto di contrariet
riprese la conversazione allegra.
Approfittai di questo momento di calma per far mangiare tutti; Sauro fece un brindisi
doccasione bevendo il bicchierotto di marsala che faceva parte della razione dei
sommergibili; doo di che mi chiese il permesso di andare a riposare; cosa che gli concessi
ben volentieri, anche perch un po di solitudine avrebbe riposato anche me ed un maggior
silenzio era utile ora che attraversavam la zona pi pericolosa per le torpedini e per uneven-
tuale caccia con torpedini a rimorchio.
Rimasto solo pensai per un pezzo a Nazario Sauro. Unonda di tenerezza, di gratitudine e
di ammirazione saliva dal mio animo pensando alla semplicit con la quale egli si esponeva al
pericolo non solo della morte sottacqua, ma a quello della cattura e dellimpiccagione. Se
fossimo caduti prigionieri degli austriaci, essi non si sarebbero vendicati tanto su noi quanto
sul nostro compagno, verso il quale serbavano un odio implacabile e vendicativo per tutta
lopera davvero preziosa spiegata da lui come guida dei sottomarini e come suggeritore di
azioni audaci e, per i nemici, spesso disorientanti. E poi a rafforzare i miei sentimenti di
amicizia, cera quella sua nobilt danimo che trapelava dalle parole, dalla disciplina, da ogni
atto. Era una figura di eroe, quella di Sauro, davvero e in tutto degna di diventare immortale.
In un silenzio profondo in cui si sentiva solo il ronzio lieve delle nostre eliche,
attraversammo il passo fra Gruica e Lutostrak senza sentire nessun strisciament di cavi di
acciaio lungo lo scafo. Senza emergere avevo preso una rotta per allontanarmi pi
rapidamente dal Quarnerolo ed avevo diminuita un po la velocit per non esaurire troppo la
carica, alla quale avevamo dato un forte scalo per la velocit relativamente elevata che
avevamo dovuta tenere da qualche ora per non essere troppo in balia della corrente.
Verso le 12,15, essendo ormai al sicuro dello sbarramento di torpedini, ordinai di tornare in
quota meno profonda, con lintenzione di emergere con il periscopio, verificare la posizione e
vedere se cera nulla in giro. Eravamo a circa 15 metri quando un leggero ronzio mi colp
lorecchio nel silenzio che regnava dentro al sommergibile; questo ronzio era leggero,
lontano, ma aveva una tendenza ad aumentare. Per non preoccupare lequipaggio non dissi
niente a nessuno; ma dopo pochi minuti un silurista venne da prora per avvisarmi che da quel
locale si sentiva un rumore insolito. Lasciai un momento la camera di manovra con lo scopo
di mostrare ai miei uomini che non ero preoccupato; fu forse unimprudenza perch sarebbe
potuto mancare al momento critico lordine che avrebbe potuto salvare la situazione; ma
vedendo le faccie scolorirsi intorno a me, credetti che fosse molto importante rinfrancare gli
spiriti e mostrare che non temevo nulla di imminente; solo, prima di lasciare la camera di
manovra, diedi lordine di scendere nuovamente a 35 metri.
A prora il rumore si sentiva pi distinto; non era paragonabile a quello che sentimmo
davanti a Rovigno; l era lelica che passava a pochi metri sulla nostra testa; qui erano eliche
che passavano probabilmente sopra di noi; dico eliche perch si notava una serie di aumenti e
di diminuzioni sensibili come se presso di noi passassero diverse navi.
Dopo essere stato qualche minuto a prora, in un momento in cui il ronzio sembrava tendere
a diminuire tornai nella camera di manovra e diedi ordine di fare una rotta a spezzata; ci
perch temevo che qualche perdita di nafta segnasse in modo visibile la nostra scia; ma for-
tunatamente cera mare grosso fuori del Quarnerolo e non era facile che una traccia potesse

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essere osservata.
Quasi subito il rumore aument di intensit; per un po ebbi limpressione che si
avvicinasse: invece senza raggiungere un massimo molto intenso ricominci a diminuire e si
dilegu.
Dopo unora feci riprendere la rotta diretta ed alle 16,30 dopo unaccurata esplorazione col
periscopio emersi parzialmente stimando dessere fuori vista delle siluranti incrocianti e
constatando che non avevo quasi pi energia.
Appena salito sulla torretta fui investito da un enorme spruzzo che mi diede, col primo
saluto, la sensazione che il mare non si era calmato. Il tempo per era cambiato; lorizzonte
era sereno, limpido come avviene dopo la pioggia; le isole sembravano vicinissime tanto si
vedevano chiari i dettagli della terra. Diedi ordine di mettere in azione i motori a combustione
pur non essendo completamente convinto di essere fuori pericolo dalla crociera delle siluranti;
ma era necessario guadagnar tempo.
Mentre si compivano i preparativi per la messa in moto, vidi sorgere un fumo in direzione
del passo da cui eravamo usciti; guardai con il binocolo e per un po non riuscii a vedere altro
che fumo; fumo che si spostava visibilmente. Intanto il motore non si avviava e dopo un po
mi vennero a dire che per mettere in moto era necessario vuotare le casse zavorra, altrimenti
lo scarico non emergeva e cera pericolo che rimanesse acqua nei cilindri.
Contemporaneamente mi sembr di vedere unantenna in prossimit del fumo. Decisamente
eravamo ancora troppo vicini alla crociera delle torpediniere e diedi perci ordine di tornare
sottacqua.
Restammo circa due ore immersi. Quando tornammo alla superficie, nessun fumo
macchiava pi lorizzonte. Verso Sud si era formato un maestoso cumulo altissimo che per il
sole che tramontava si coloriva di riflessi purpurei. Era un quadro pieno di poesia. Una gran
pace e un gran silenzio erano sullacqua, per tutta la sua distesa. Il pensiero della guerra, degli
agguati, degli affondamenti, delle vittime, delle fughe, della morte e della distruzione, era un
pensiero come di cose remote, avvenute in un tempo lontano, pi un ricordo di racconto che
una realt.
Mi pareva impossibile che da un momento allaltro potesse sorgere la sagoma di qualche
nave allorizzonte e piombarci addosso, magari colpirci e mandarci a morire in fondo al mare.
Il pensiero dellinfanzia lontana batt alla mia memoria con una dolcezza ed un desiderio che
mai avevo creduto cos profondo. Siepi di biancospino, prati su cui avevo giuato, apparenze
gentili, fiorite e profumate mi sorgevano nella fantasia tornando dagli anni lontani. Quasi un
intenerimento si impossess di me.
Mi sorpresi ad immaginare che anche i miei uomini avevano dei ricordi simili e che forse
il loro cuore poteva tremare per la nostalgia. Mi sentii maggiormente affratellato ad essi. I
versi di Dante, quelli dellora che volge al desio, cominciarono a passare e a ripassare nella
mente, agendo come un balsamo sui miei nervi.
Diedi ordine di vuotare tutte le casse ed il sommergibile emerse completamente; p dopo
i motori a combustione partirono con la loro nuvoletta di fumo iniziale, insopprimibile anche
in quella delicata circostanza.
Mettemmo la prora su Pesaro, nostro punto dapprodo; poi per prudenza ordinai di allagare
le casse estreme; saremmo stati cos pi pronti per una rapida immersione in caso di bisogno.
La manovra non riusc bene, la prua dellAtropo si infil tutta sotto unonda la cui sommit
lambiva il cielo della torretta; per la forte velocit in queste condizioni la prora tendeva a
restare coperta come se il sommergibile volesse immergersi. Con quel mare passammo un
momento critico perch unonda poteva da un momento allaltro coprire la torretta e con i
motori in azione non era prudente chiudere il portello. Diedi perci a malincuore lordine di
fermare ed il sommergibile torn a sollevarsi fuori dellacqua.
Allora lasciata da parte ogni prudenza feci vuotare completamente la cassa zavorra e

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rimesso in moto dirigemmo a buona velocit verso la nostra costa.
Durante queste operazioni si fece buio e loscurit rinforzava gli spiriti e dava un senso di
maggiore sicurezza; mi voltai verso Sauro che dal momento che eravamo emersi era sempre
stato al mio fianco e gli raccontai dei ronzii che avevano disturbato il nostro riposo; si dispiac-
que perch non lo avevo svegliato; ma io che lo avevo visto dormire placidamente nella mia
cuccetta mentre ero a prua intento a seguire lestrema intensit dei rumori sospetti, gli risposi
scherzando che non mi sarebbe stato di nessuna utilit e che se avesse continuato a compiere
missioni sui sommergibili non gli sarebbe mancata loccasione di sentire quel dolce suono.
La notte intanto cal, buia perch la luna era oscurata dalle nubi; crebbe il vento di
Libeccio e presto cominci il mare ad investire la prora in modo noioso; ma non volli
diminuire per levarmi presto da quella zona dove una crociera di ricerca avrebbe potuto
essere ancora tentata.
Mi sorbii perci per qualche ora dei violenti spruzzi che dovevo prendere senza alcun
riparo e che colpivano gli occhi in modo doloroso. Sulla torretta dellAtropo non vi era che
un semplice guardamano basso al quale ci si avvinghiava quando arrivavano i colpi di mare,
incerti sempre se si sarebbero risolti in spruzzi o se ci avrebbero colpiti in pieno.
Intanto la chiarezza dellorizzonte si manteneva considerevole e cominciammo a vedere
la nostra costa, le colline delle Marche con i paesi sulle sommit tutti illuminati (per essi
non vigeva la regola delloscuramento). La luminosit della notte dava limpressione che la
terra fosse molto vicina.
Non cera nessun punto a cui riferirsi; forse sarebbe stato pi prudente e certamente pi
riposante fermarsi sul fondo ed aspettare lalba. Ma io non volevo ormai indietreggiare
davanti ad una difficolt di navigazione; ero impaziente di portare la notizia del
siluramento: ero anche stanco non dalla fatica materiale ma dalla tensione nervosa e sentivo
il desiderio di riposo, riposo che non avrei potuto gustare altro che quando lAtropo fosse al
sicuro in porto. Fermai perci due volte per scandagliare e con questi dati potei calcolare
esattamente lora per accostare verso Ancona; ancora una volta dovetti dominare i nervi per
vincere la sensazione acuta di essere troppo vicini a terra e vedendo che qualcuno intorno a
me aveva la stessa sensazione e cercava di palesarla, scattai bruscamente scaricando in parte
la tensione nervosa, con grande sorpresa di chi dovette subirla.
Venuto il momento di accostare feci ancora una volta controllare la profondit; poi
dirigemmo senza esitazione verso Ancona la cui massa oscura ci comparve a suo tempo
nella sua caratteristica sagoma.
Scambiammo il segnale di riconoscimento, attendemmo che si aprisse lostruzione; poi ci
ormeggiammo. Erano le 2,30.
Entrando in porto, avevo raccomandato allequipaggio di non parlare del fatto neppure tra
i compagni fino a che io non avessi fatto il telegramma a Venezia; ma questa consegna non
fu osservata completamente perch i marinai di guardia alla banchina che aiutarono ad
ormeggiare lAtropo, sapevano gi la notizia quando io scesi a terra.
Mi diressi al posto di guardia e chiamai al telefono il comandante della Difesa, dandogli
comunicazione dellesito della missione: poi scrissi e cifrai il laconico telegramma
dannuncio a Venezia; indi ritornai un momento sulla banchina gi vuota di marinai e vidi
Sauro con una valigetta in mano che mi cercava per salutarmi. Gli chiesi cosa facesse.
Parto alle 4 per Venezia; stasera escono delle torpediniere ed io voglio essere a bordo.
Gli domandai se aveva avuto ordini in proposito mi rispose di no, ma che sperava,
essendo a Venezia, di avere lordine di pilotare le torpediniere.
E allora, gli dissi non si vuol riposare un po?
Ma lui:
Riposare per cossa? El g fatto tuuto la! Vada le a riposare.
Lo ringraziai commosso, non tanto per lespressione in se stessa, quanto perch quelle

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parole erano il ritratto stesso di Sauro: generoso, modesto, disinteressato.
Lo sentivo straordinariamente accanto al mio cuore, in quel momento, e avrei voluto
abbracciarlo, ma gli occhi che mi si velavano e un senso di pudore che provai pensando
allesteriorit di quellatto, mi fecero desistere. E poi Sauro aveva gi salutato e si
incamminava. Lo seguii per un pezzo con gli occhi, mentre si allontanava con la sua
valigetta verso la citt. Addio, Sauro; e viva lItalia!

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DECADENZA DELLATROPO

LAtropo si ammalava. I segni della sua decadenza si notavano nel cattivo funzionamento
dei motori e degli accumulatori. Questo piccolo guscio che aveva per tanti mesi racchiuso le
nostre speranze, le nostre esaltazioni, i nostri sogni, mostrava ormai di non poterne quasi
pi. Una revisione radicale al suo organismo era necessaria. Perci fu deciso il nostro
ritorno a Venezia.
Fui accolto con molta cordialit dai colleghi e superiori; trovai che il Pullino stava
compiendo alcune missioni nel Quarnaro spingendosi fino a Fiume per attaccare piroscafi
trafficanti con quel porto.
In quei primi giorni incontrai una volta Sauro che mi venne incontro col suo chiaro
sorriso e mi abbracci domandandomi notizie del suo caro Atropo: fu deluso sapendo che
doveva andare in riparazione perch un battello fortunato , mi disse e con quel se f
sempre qualcosa de bon .
Feci una breve corsa a Vercelli per riprendere mia moglie che ritornava nella nostra
casetta veneziana a prepararsi per la nascita del nostro primo figlio; questa decisione a molti
non sembrava logica dati i bombardamenti aerei che avevano ripreso con una certa frequenza
su Venezia, ma per noi era fin troppo naturale.
Riprendemmo la nostra vita e lAtropo, che gi una volta per merito degli austriaci era
stato messo in riparazione per darmi lopportunit di sposare con una relativa tranquillit, mi
concedeva ora un altro periodo di sosta per attendere l nascita del mio primo figlio.
Una mattina da poco tornato a Venezia, mi trovavo in Arsenale. Alla banchina presso
lAtropo era ormeggiato il Pullino che si stava preparando ad uscire per la missione nel
Quarnaro. Guardavo svolgersi i consueti preparativi ed avevo salutato il Comandante ed il
tenente che erano passati presso di me per recarsi a bordo. Gi stavano mollando gli ormeggi
quando arriv Sauro con la sua solita valigetta; allungava il passo essendosi accorto che il
Pullino stava per partire.
Non mi aveva visto; lo chiamai salutandolo ed egli si sofferm allora un momento
stringendomi la mano e rispondendo al mio saluto con la sua faccia sempre sorridente e
amica. Fu quella lultima volta che lo vidi perch il Pullino non torn pi da quella missione.
Furono tristi per noi quei giorni che seguirono; tristi per aver perduto una delle unit che
recentemente avevano mantenuta una certa attivit, con tutto un equipaggio che aveva
dimostrato entusiasmo per quella difficile missione e a cui la prigionia toglieva la possibilit
di servire ancora la Patria. Tristi anche perch lincidente non era dovuto a reazione del
nemico, ma ad un inconveniente fatale di navigazione; tristi poi per la tragica fine di Sauro di
cui molti avevano potuto recentemente conoscere ed apprezzare lardente amor patrio,
lentusiasmo, oltre alle doti marinaresche ed allattivit non comune; tutto ci unito al suo
carattere gioviale, sereno.
Ricordo che in quei primi giorni dopo la notizia dell fine del Pullino, arrivata per
intercettazioni radiotelegrafiche e per dei messaggi di colombi, la moglie di Sauro venne con
due bambini alla flottiglia ad informarsi del marito; vedendo quella donna che il marito aveva
condotta con s fuori della terra nativa, lontana dai parenti, per potere meglio seguire il suo
ideale di amor patrio, sentivo come la guerra si ripercuotesse con maggior tragicit sugli
italiani irredenti accorsi sotto le nostre bandiere, perch per essi, pi che per i fratelli del
regno, il fare il proprio dovere di italiani comportava spesso contrasti profondi di famiglia,
oltre i pericoli della guerra, con quello spettro della prigionia e del patibolo.
Laccidente toccato al Pullino provoc una temporanea attivit dei nostri sommergibili che

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a pi riprese disturbarono i lavori di ricupero del sommergibile da parte degli Austriaci. In
queste azioni il Salpa con il comandante Perrione lanci un siluro contro il Magnet che ebbe
la poppa asportata completamente; sebbene gli austriaci riuscissero a rimorchiarlo in porto ed
a ripararlo dopo qualche tempo, sentimmo che la fortuna non aveva pi intenzione di aiutare
sempre il nemico.
Ma questa nostra sensazione non ebbe campo di essere confermata dai fatti perch in
seguito all perdita del Pullino i nostri sommergibili vennero impiegati dallora in poi, e per
un pezzo, in modo molto prudente; raramente si ritorn in vista delle coste nemiche;
nellaprile 1917 quando lasciai Venezia predominava ancora questa tendenza e qualche
missione fatta allimboccatura del Quarnaro ni primi del 17 sembr qualcosa di nuovo e di
ardito.
La crociera abituale per molti mesi fu quella battezzata crociera del centro-Adriatico ,
oppure del giusto mezzo rievando una fase tristamente celebre.
Nei mesi di agosto e di settembre si ebbero a Venezia numerosi attacchi aerei; la serate
estive di luna invitavano a passeggiare allaperto; il plenilunio nella piazza di S. Marco priva
delle solite luci era fantastico in una di quelle sere in cui si celebrava la presa di Gorizia; ma
quello spettacolo fu turbato sul pi bello dallurlo delle sirene e il fuggi fuggi della folla, che
fino a quel momento aveva esultato per la vittoria, fu generale. Io mi rifugiai con mia moglie,
che trascinava faticosamente il suo diletto ed ingombrante fardello, sotto il palazzo ducale che
con i suoi portici ostruiti da muri di sostegno, poteva costituire un rifugio abbastanza sicuro.
Lo spazio era stipato. Molte donne piangevano. Un senso di terrore era sparso col pallore
su tutti i volti. Accanto a noi una donna cercava di consolare la sua creatura che strillava
nascondendo la faccia nel suo seno; la piccina chiamava tra le lacrime, con uninsistenza che
feriva il cuore, pap! pap! . Ma il pap era al fronte, soldato di fanteria, che difendeva il
suolo dItalia dallassalto di quegli stessi austriaci le cui bombe fioccavano ora su Venezia.
Unaltra creatura, avvinghiata alle braccia della mamma, guardava con occhi trasognati quella
piccina che non si placava, e quasi ne rispecchiava la disperazione, tanto che la dovettero
allontanare di qualche metro, nascondendola tra la folla, perch non si mettesse a piangere
pure lei. Di ci che succedeva fuori non vedevamo nulla. Si udivano, rabbiosi e micidiali, gli
scoppi delle bombe, di tanto in tanto. Bagliori percuotevano laria; rombi di motori passavano
e ripassavano sulle nostre teste, con lalterno tono delle quote, delle riprese, delle fughe e dei
ritorni; da questi rumori si poteva calcolare il numero degli apparecchi e le loro evoluzioni:
essi tessevano una coltre di morte nel cielo dolce e lunare della laguna.
Ad ogni scoppio un brivido percorreva la folla; una vecchia, dall faccia rinsecchita e
rugosa, stringeva nelle mani una piccola immagine della Madonna e ogni tanto se la portava
alle labbra baciandola e non cessando di mormorare preghiere; molti ragazzi, cherano usciti
di casa per festeggiare quella giornata, ora stavano li, aggruppati, con gli occhi sbarrati, stretti
luno allaltro come a difendersi.
Il terrore solcava la notte. Un uragano distruttore faceva tremare le fondamenta della citt,
scrollava i tetti, faceva rovinare le chiese. Il rumore dei crolli si poteva percepire ad intervalli
in quellinfernale accavallarsi di rombi, di lampeggiamenti e di motori. Uno dei colombi,
cacciato dal nido era capitato chiss come in quel ricovero, e incessantemente volava sul no-
stro capo con un suo terrorizzato sbattere di ali. Restammo quasi unora ad attendere che la
furia nemica, sazia di quella distruzione, si placasse. A po a poo il cielo tornava silenzioso;
i rombi cominciarono ad affiochirsi, ad ovattarsi: gli apparecchi si allontanavano. Alfine rest
un ronzio vasto e diffuso, ma appena percettibile. Il terrore era finito.
Al segnale di cessato allarme ci buttammo fuori tumultuosamente. La riva degli Schiavoni
era illuminata dalla luna piena; ma altre luci sorgevano nella notte, sinistre, violente e gialle:
quelle dei trentacinque incendi provocati dallincursione di poc prima. Matasse di fumo
turbinavano tra quei giganteschi roghi che lacqua rifletteva e moltiplicava capovolti, un fumo

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che quando il vento lo portava verso di noi faceva tossire e restava attaccato alla gola, acre e
cattivo. I veneziani contempla-vano silenziosamente lo spettacolo; al riverbero i loro occhi
luccicavano gonfi. Anche tra le mie ciglia cal un velo, attraverso il quale quegli incendi
cominciarono a inturgidirsi e a ballonzolare: stavo per piangere. Desiderai allora, nel pi
profondo del cuore, tacendo, di poter presto essere di nuovo in mare aperto, con locchio al
periscopio della mia nave, e di potermi vendicare coi miei siluri.
La sera dopo fummo sorpresi dallattacco in un caff di piazza S. Marco; il luogo era pi
solitario (pochi erano usciti quella sera) e pi tetro, illuminato da due sole candele; qualche
bomba scoppiata nelle vicinanze facendo tremare violentemente le imposte generava momenti
di silenzio sepolcrale; il pallore fortunatamente non si poteva scorgere nei volti altrui per la
scarsit della luce.
Gli altri attacchi avvennero a notte pi inoltrata e ci colsero in casa; discendemmo allora in
un sottoscala dove ci raggiunsero altri vicini e restammo l seduti al lume di una candela,
illusi di essere al sicuro; lillusione era in alcuni di noi ed io cercavo di alimentarla per quanto
fossi convinto della assoluta insufficienza del ricovero.
In genere si teneva conversazione molto animata specialmente per merito di una signora,
moglie di un ufficiale medico di marina richiamato e delle sue giovani figlie; conversazione
che ci impediva spesso di sentire il rombo dei motori di aereoplani e di distinguere il sibilo e
lo scoppio delle bombe pi lontane dagli spari delle nostre artiglierie. Per qualche istante di
silenzio si produceva anche li ed allora spesso il caratteristico rombo ci riportava un po
bruscamente alla realt ed ogni tanto anzi interrompeva addirittura i discorsi.
Poi, terminato lattacco, si risalivano le scale; in genere precedevo io dando il braccio a
mia moglie ed i nostri vicini seguivano sorreggendo le candele e formando
quello che scherzosamente chiamavamo il corteo nuziale.
In pieno plenilunio l11 settembre nacque lerede atteso. Ventiquattro ore dopo gli
aeroplani tornarono; quella volta fu necessario separarci; io restai in camera a far compagnia a
mia moglie che non poteva muoversi e lerede fu spedito colla nonna nel sottosuolo. Gli ave-
vamo confezionato una cuffia bene imbottita alle orecchie per non fargli sentire gli scoppi. Lo
vedemmo, tra le braccia di mia suocera, allontanarsi per le scale con un sentimento
difficilmente definibile; doveva essere a met della discesa quando una gran bomba scoppi
nelle vicinanze scuotendo la casa. Fu questo lattacco che pi grav sul nostro spirito; la
separazione sempre particolarmente dolorosa nei momenti di pericolo; lessere vicini d
lillusione di poter meglio affrontare la morte. Ricordo a questo proposito che quando
avvenne il terremoto dell87 in Liguria, mentre la nostra casa minacciava di crollre, mio
padre raccolse tutti i figli in una unica camera e l ci tenne fino a che non fummo tutti vestiti;
le forti scosse che ancora sopportammo prima di uscire non ebbero pi su di noi leffetto
terrorizzante che avevano avuto le prime che ci avevano colti separati.
Per i successivi attacchi si ritorn tutti nel sottosuolo; il piccolo non si turbava mai per
queste passeggiate improvvise e se si svegliava girava intorno gli occhi neri cercando la
fiamma della candela. Le giovani signorine erano spesso chine su di lui come in adorazione.
La loro madre ripeteva ogni volta, celiando:
Ecco che fanno le prove per prodursi in un presepio animato!
LAtropo intanto non riusciva a rimettersi in ordine ed i lavori si protraevano; in ottobre si
era ancora fermi quando mi venne consegnata la medaglia dargento al valor militare in
piazza S. Marco dal Ministro Scialoia.
A Venezia la flottiglia dei sommergibili si stava rimodernando coi tipi F che giungevano
piano piano dalla Spezia; essi nei primi tempi ebbero qualche fastidio iniziale e ci non
contribu a risvegliare od allargare la nostra attivit. Anche la squadriglia dei sommergibili in-
glesi che operava con noi era in via di rimodernamento; i vecchi B, dei quali uno era stato
affondato in porto da una bomba daereo, erano stati sostituiti dagli H venuti dal Canad.

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Sapevamo che anche noi ne attendevamo due gi prossimi a partire da Montreal e si parlava
del, lacquisto di altri ancora; cominciavo a pensare che poteva essere quello un bel comando
perch il servizio che gli H inglesi avevano cominciato a fare, mostrava che si trattava di un
tipo ben riuscito. Io per avevo ancora speranza che lAtropo potesse rimettersi in ordine e
non mostravo allora desiderio di lasciarlo.
In questo periodo venne ripescato il sommergibile austriaco U 12 che nei primi mesi della
guerra aveva urtato contro una torpedine collocata ad arte sulla nostra rotta di sicurezza dove
avevamo notato che si spingevano i sommergibili nemici.
Una volta messo a secco e svuotato dellacqua, si vide bene lo squarcio dello scafo
esistente a prora che aveva prodotto laffondamento. Ma non fu facile cosa penetrare
nellinterno per le esalazioni che se ne sprigionavano.
Operati gli opportuni lavaggi, furono estratte le salme degli uomini dellequipaggio che in
maggioranza furono trovate nel punto della nave dove verosimilmente si svolgeva il loro
servizio.
Da una nota dellequipaggio trovata a bordo sembrava mancasse una delle salme; siccome
il portello della torretta fu trovato aperto, ritenemmo che uno degli uomini dellequipaggio
avesse tentato di uscire dal sommergibile. Le salme, racchiuse negli abiti di gomma che l-
quipaggio indossava, erano ancora abbastanza conservate; solo le mani e la faccia erano ormai
putrefatte per la lunga permanenza sottacqua.
Pensai, e certamente pensarono con me i miei uomini accorsi anche loro a vedere lU 12 in
bacino, che noi avevamo corso seri rischi di fare quella fine e di essere esumati in qualche
bacino di Pola dopo un primo lungo sonno in fondo al mare davanti a S. Giovanni di Pelago.
E guardai con animo riconoscente e soddisfatto il sole che splendeva sulla macabra scena.
Verso la fine dellanno ricominciai a partecipare alle missioni, quelle scolorite allora cos
in voga; e continuai anche in gennaio e febbraio; ma partendo per una di queste, si
rinnovarono avarie ai motori e si dov constatare che, per rimetterli in ordine, sarebbe stato
necessario far fondere dei pezzi abbastanza complessi fuori di Venezia; la cosa minacciava di
andare ancora per le lunghe ed io temevo soprattutto che non si avrebbe avuto pi soverchia
fiducia in quel sommergibile e lo si sarebbe impiegato per scopi scondari.
Decisi perci di chiedere di essere incluso nella terza spedizione che sarebbe partita in
aprile o maggio per ritirare tre nuovi sommergibili tipo H in Canad; dallAmmiraglio
ispettore dei sommergibili che era stato mio comandante durante la guerra libica, ebbi la
promessa che sarei stato accontentato.
Lannuncio ufficiale del mio sbarco dallAtropo venne ai primi di aprile; il 12 lasciai
Venezia dopo aver consegnato il sommergibile mezzo disarmato ad uno dei colleghi che
restavano a Venezia.

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IL SOMMERGIBILE H. 7

IL piroscafo Dante Ahghieri salp da Genova silenziosamente. Lalba non doveva essere
lontana. Nelloscurit persistente della notte il cielo emanava una sua luminosit placida e
diffusa che si acutizzava verso oriente come se da quella parte, men fitto ed opaco, il tessuto
delle tenebre stesse per lacerarsi sotto una fiamma.
Vagamente si disegnava nellaria lintrigo delle navi attraccate nel porto: alberi, ciminiere,
sartiame; e pi in basso si potevano intravedere le loro sagome nere e informi far blocco con
lacqua. Il mare era senza respiro, giaceva morto per tutta la distesa del golfo e invisibile;
soltanto il fanale dun rimorchiatore, che saccese allimprovviso, oscillando rivel per un
momento il tremito delle onde; ma queste erano tanto lente, pesanti e compatte, e lambendo la
chiglia ricadevano cos asciutte, che si poteva credere alla sensazione di galleggiare sopra un
olio.
Dalla terra nessun segno veniva che ne rivelasse decisamente la presenza; la massa oscura
che soltanto ad una certa altezza lasciava indovinare una sagoma di montagna, nessun suono
espresse, nessuna voce, per tutto il tempo che rimasi affacciato al parapetto. Con un desiderio
la cui intensit arrivava a procurarmi quasi una sensazione fisica di dolore, appuntavo gli
occhi l dove la citt, immersa nellombra, dormiva nascosta per tutta la sua distesa. La
palpebra dun proiettore sapr, balen ad un tratto, trafisse diritta e tagliente la compattezza
delle tenebre con una lama che verso la sommit diventava pallida e granulosa per perdersi
alfine ad una altezza incalcolabile, poi si mise a cercare qualcosa lass, con un movimento
regolare e monotono di falce, e dopo qualche minuto si spense.
Che si navigasse, si poteva capire pi dal fremito delle macchine che da qualche punto
esterno di riferimento. Pass del tempo prima che il caseggiato cominciasse a sollevarsi dal
buio con qualche profilo. Blandamente nacquero i palazzi, i campanili, le ville, col loro colore
perlaceo, coi loro profili difformi e ammucchiati; cominciarono a distinguersi sulle facciate le
macchie delle persiane chiuse; da qualche vetro sprizzarono dei baleni solitari che laria
ripercosse e disperse. Questi particolari mi colpivano, e pensavo che non li avrei mai
dimenticati. Senza pensare al cammino gi fatto mi sforzai di cercare con gli occhi in mezzo
alle case quella nella quale stavano i miei familiari, ma Genova era gi lontana. Eppure
sentivo che gli occhi di mia moglie, forse ancora bagnati di lacrime come li avevo visti presso
i cancelli del ponte dei Mille, dove eravamo stati costretti a separarci poco prima, seguivano
dal mezzo di quelle case il piroscafo che lentamente si allontanava.
Affacciati sul ponte di poppa eravamo in tre o quattro, tutti vestiti in borghese; per
precauzione, allo scopo di evitare la prigionia in caso di affondamento durante la traversata,
eravamo stati forniti per di pi di passaporti da emigranti. In questo modo lasciavamo la
Patria, per quattro mesi, forse per pi, avventurandoci per un mare in mezzo al quale infuriava
la guerra ad oltranza dei sommergibili. Un grande intenerimento caratterizzava quella
partenza, che differiva perfino nelle cose esteriori, abiti e compagni di viaggio, dalle abituali
per le spedizioni belliche.
Mentalmente andavo facendo una specie di inventario degli affetti da cui mi distaccavo,
dei luoghi che lalba mi andava lentamente rivelando e che forse non avrei pi rivisti. Quasi,
in quel momento, mi venne fatto di dolermi per quella mission per la quale ero stato
prescelto, e che mi allontanava dalla terra dovero nato. Addio, costa dItalia di cui le veglie
avevano scolpito nella mia mente la dolce e ridente fisionomia, addio ville tra il verde, poggi
ondeggianti, valli umide e calme; quante volte, allontanandosi da voi, o tornando a rivedervi

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dallestremo orizzonte, il marinaio si sofferma a riconoscere gli aspetti che gli sono familiari e
ai quali tante volte, dagli approdi lontani, torn con gli occhi della fantasia come si torna
presso le persone che ci sono pi care: alcuni particolari di questi aspetti, una casa, un arco di
colle, la curva duna riva, mettono nel suo cuore quellineffabile amore per il qual nessuna
terra somiglia alla sua e nessuna sosta pu dargli la felicit.
Andai a cercare la mia cabina; mera stato assegnato un appartamento di lusso; dato che
cerano pochi passeggeri di prima classe il capitano aveva voluto fare ai tre comandanti un
atto cortese; il mio, come mi disse il cameriere che mi accompagn, era lalloggio
abitualmente occupato da Caruso. Quella notte lo trovai per eccessivamente caldo; mi gettai
sul letto e poco dopo fui in un bagno di sudore.
Solo sul tardi mi alzai e mi affacciai alla passeggiata che fiancheggiava il mio alloggio; era
quasi deserta; i miei colleghi erano evidentemente tutti in cuccetta.
Solo una signora dallapparenza forestiera stava seduta presso la murata con una signorina,
un ragazzetto ed una bambina bionda. Mi affacciai a poppa; nessuno; a prora, due o tre
marinai che passeggiavano. La guerra sottomarina ad oltranza non impressionava troppo i
mille passeggeri di terza classe che avevamo a bordo: donne per lo pi e bambini che
raggiungevano dei parenti in America.
Il Dante Alighieri procedeva rapido tenendosi a non molta distanza dalla costa e la riviera
di ponente passava davanti ai nostri occhi nei suoi pi minuti particolari. Una piccola
torpediniera ci seguiva tenendosi sulla nostra sinistra; rappresentava la scorta
antisommergibile ed era certo ben poca cosa. Non ci segu molto; verso Imperia usc un MAS
e ci segu fino a Sanremo; poi un idrovolante sorvol su di noi per un po; poi assenza di
scorta pr un certo tempo. Verso Nizza un aereo francese venne a farci una breve visita.
A bordo intanto si cominciava a svolgere la regolare vita del transatlantico e si facevano i
primi approcci tra i passeggeri.
Il gruppo pi interessante era formato da una signora americana che, sorpresa dalla
dichiarazione di guerra del suo paese durante labituale soggiorno primaverile in Italia,
ritornava in patria in compagnia di una signorina sua figlia, di un figlio ancora ragazzo e di
una nipotina di pochi anni.
Oltre a questa, vi era un addetto commerciale, un ingegnere e un industriale che
viaggiavano per affari; una cantante italo-americana e poi una diecina di americani che nel
viaggio precedente avevano accompagnato una notevole fornitura di cavalli per il nostro
governo: gente che viaggiava in prima grazie alla guerra ed ai conti interalleati, ma che non
aveva certo la levatura sociale corrispondente. Form un gruppo a parte ed ebbe almeno il
buon senso di non mischiarsi agli altri; pass il tempo a giuocare nel salone. Tutti costoro
avevano una grande tendenza a fischiettare in ogni occasione le ariette in voga in America,
con grande mortificazione della signora americana che notava i nostri sorrisi e le nostre
critiche.
I primi giorni passarono per me abbastanza rapidamente; un po seguivo la navigazione
che, condotta a quella breve distanza dalla costa, divenne interessante anche dal lato turistico
e ci mostr molte cose che nelle ordinarie navigazioni sfuggono; tutta la costa azzurra per
esempio si svolse sotto i nostri occhi come in un panorama scorrevole. Un po di tempo lo
passai anche a visitare le sistemazioni dei marinai ed a verificare se conoscevano le
destinazioni che avevano avute in caso di combattimento con i sommergibili tedeschi. Sbirciai
anche la seconda classe dove i sottufficiali avevano trovato pi numerosa compagnia di
quanta ne avevamo trovata noi in prima.
Il secondo giorno contornammo sempre a distanza ravvicinata la costa spagnola
cominciando da Barcellona. Era lalba; vedemmo la statua di Colombo levarsi nitida al piede
della Rmbla, e seguitando per le bocche dellEbro, Peniscola, la minuscola cittadina dove
mor il Papa del Mare, gli aranceti della costa valenzana.

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Avevo fatto conoscenza con la signora americana che passava il suo tempo con la famiglia
davanti allimbarcazione di salvataggio che le era stata assegnata; trovai che era una persona
molto colta, scrittrice, moglie attualmente di un propagandista degli scientisti, una specie di
setta cristiana americana. Conosceva bene lItalia, dove passava sempre buona parte
dellanno. Aveva molti libri inglesi e ci fu per me una buona risorsa perch io non mi ero
provvisto di letture per la traversata.
Il terzo giorno arrivammo a Gibilterra e vi facemmo una sosta di qualche ora. La rada era
affollata di navi di commercio; in parte in acque territoriali inglesi, in parte in acque spagnole
davanti alla Linea. Quali fossero le disposizioni protettive che permettevano alle navi di
restare l ancorate senza essere silurate, non apparivano ai miei occhi; si diceva che gli inglesi
avessero molta fiducia nellincrociare continuo di navi antisommergibili di diverso genere e
sullaccurato servizio di vedetta dallalto; ma era difficile rendersi conto se lefficacia di
questi sistemi o la difficolt per un sommergibili di delimitare le acque neutrali, rendessero
nulla loffesa dei sommergibili nemici.
Approfittammo delle poche ore di fermata per scendere e fare un giro nella vecchia
cittadina, gi visitata a pi riprese e cos lenta nel cambiare aspetto. Vi era molto movimento
nelle strade strette: militari in caki, marinai, capitani mercantili di varie nazionalit tra i quali
distinguemmo qualche vecchia conoscenza.
Nel pomeriggio ripartimmo. Alluscita dello stretto incontrammo il Giuseppe Verdi,
gemello del Dante Alighieri che ritornava dallAmerica; erano questi i due soli piroscafi che
continuassero un servizio abbastanza regolare con gli Stati Uniti e siccome nessuno dei du
ebbe mai un cattivo incontro, si sparse la voce che i tedeschi li lasciassero andare sia perch la
societ a cui appartenevano fosse in buona parte in mani tedesche pi o meno camuffate, sia
perch potevano per mezzo loro, attraverso alla Svizzera, ricevere della corrispondenza
dallAmerica del Nord in modo regolare.
Dallo stretto si fecero ancora 300 miglia ad alta velocit, poi si diminu per non consumare
tanto carbone; si diresse per Horta alle Azzorre per rifornirci di combustibile; ne avevamo
consumato gi molto e a Gibilterra ne avevamo trovato in scarsa quantit.
Il tempo si manteneva buono e la vita di bordo si svolgeva piuttosto monotona e tranquilla;
letture e chiacchiere, inframezzate con i numerosi pasti e con qualche giuoco di carte.
Avevamo parlato con il Comandante per cercare di indurlo a fare delle esercitazioni perch
i passeggeri ed i personale imparassero a recarsi ordinatamente ai loro posti presso le
imbarcazioni di salvataggio in caso di allarme; ma lui con vari pretesti rimand la cosa di
giorno in giorno: aveva timore che la gente si impressionasse e che qualche falso allarme
potesse produrre del panico senza ragione. Quel carico di terza classe essenzialmente di donne
e di bambini rendeva veramente un po perplessi. Dopo che ci si fu allontanati da Gibilterra
senza incidenti, non insistemmo pi in quanto la probabilit di incontrare sommergibili era
molto scemata.
Che i passeggeri di terza classe non fossero impressionati ce lo prov un fatto successo a
met viaggio. Era stato comunicato che un lungo fischio sarebbe stato il segnale di allarme al
quale tutti si sarebbero dovuti recare presso alle imbarcazioni; ognuno aveva un biglietto col
numero della sua. Un giorno per un banale incidente si produsse un fischio continuo che
aveva tutte le caratteristiche del fischio di allarme; solo il Comandante che pranzava con noi
corse sul ponte di comando; noi passeggeri sospendemmo il pasto ed alzatici ci affacciammo
alla passeggiata per vedere ci che succedeva. Nelle altre classi la vita continu indisturbata;
non era per loro ora del pasto e, nonostante laccorrere dei nostri marinai in coperta, la massa
non si mosse. Era giorno e tutti attendevano una qualche voce di comando che confermasse il
segnale del fischio; non essendo venuta questa conferma nessuno si mosse. In quanti sar
stata lignoranza o lincoscienza a promuovere questa tranquillit? in quanti sar stata la paura
dandare nelle imbarcazioni che avr predominato, visto che non si percepiva in quel

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momento niente di pericoloso per il piroscafo? E quanti avranno sperato di avere male inteso,
cercando di allontanare cos il momento fatale, come fa lo struzzo che mette la testa sotto per
non vedere il cacciatore?
Non potendo influire direttamente sui passeggeri cercammo di influire sul centinaio di
nostri marinai che erano stati divisi fra le diverse imbarcazioni di salvataggio e facemmo loro
grandi raccomandazioni di essere elementi di ordine, di persuadere gli altri alla calma, perch
era meglio da parte dei passeggeri linattivit, la lentezza, che la fretta incomposta. Lunica
cosa che facevano i passeggeri con una certa costanza era quella di tenere a portata di mano le
cinture di salvataggio.
Ci fermammo ad Horta quasi una giornata; anche l ancoraggio di rada aperta senza
ostruzioni o reti protettive; una piccola batteria portoghese era lunica difesa, efficace forse
contro corsari o sommergibili che avessero attaccato in emersione, ma non contro quelli
immersi.
Scendemmo e facemmo una bella passeggiata sul monte sovrastante lancoraggio; io
potetti ripetere la gita fatta molti anni prima da allievo; alcuni passeggeri e lo stesso capitano
mi accompagnarono; dallalto del monte vedevamo il Dante Alighieri e ad un certo momento
pensammo che non ci sarebbe stato nulla di strano, visto che i sommergibili tedeschi erano gi
stati in America, che da un momento allaltro un siluro ci lasciasse a terra ad attendere
qualche nuovo mezzo di trasporto.
Ma il siluro non venne ed in serata ripartimmo e continuammo lentamente il viaggio.
La vita di bordo continu monotona. Io cercavo di farmi unidea di come quegli americani
che erano a bordo sentissero il loro intervento in guerra; la signora non ne era per nulla
entusiasta, anzi criticava il presidente Wilson per la decisione presa; le sue simpatie erano per
lIntesa, ma avrebbe preferito che lAmerica avesse continuato ad aiutarci senza intervenire.
Gli altri americani avevano un animo molto pratico e pensavano che guerra o no avrebbero
continuato i loro traffici come prima. Tutti erano convinti che la legge sul servizio
obbligatorio non sarebbe andata avanti. In complesso non dovevamo essere troppo entusiasti
per le disposizioni di quei nostri alleati.
Alla fine, dopo 18 giorni di traversata, giungemmo a New York. Tutti indossammo di
nuovo la divisa prima ancora che giungessero a bordo i numerosi funzionari della sanit e
della dogana. Avevamo fatto tutti la regolare denuncia dei nostri effetti elencando i vari colli
con la meticolosit che richiesta da quelle autorit. Passammo davanti alla statua della
Libert, e seguiti da un codazzo di rimorchiatori imboccammo lHudsn, ormeggiandoci a
New Jersey.
Dopo la libera pratica venne a bordo laddetto naval ed un medico di marina in missione
per lemigrazione, nonch diversi italiani residenti a New York che accorrevano allarrivo di
ogni piroscafo dallItalia per aver notizie della Patria pi complete di quelle che giungevano
nei comunicati ufficiali.
Terminate le operazioni di verifica dei passaporti scendemmo a terra per la verifica
doganale del bagaglio; laddetto navale aveva chiesto lesenzione della visita per tutti i colli
della spedizione militare, ma lordine relativo non era ancora giunto alle autorit doganali che
si accingevano alle ordinarie visite.
E qui io mi stavo incagliando perch allultimo momento mi era rimasta fuori una scatola
con un berretto di divisa; scatola che non era stata elencata con gli altri colli personali; quindi
arresto a mio riguardo di ogni operazione doganale in attesa non so di che cosa, causa la non
corrispondenza tra la mia dichiarazione ed il numero effettivo dei colli. Vidi tutti i miei
colleghi allontanarsi uno ad uno dal recinto della dogana; passai a chiedere aiuto al
Comandante del piroscafo; ma questi mi fece sapere che in un tal caso era meglio non
insistere e lasciare che la cosa facesse il suo corso; corso non troppo veloce per. Provai a
proporre di lasciare la scatola incriminata, ma non accettarono; non migliore accoglienza ebbe

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la proposta di lasciare la scatola vuota e portare via il berretto in mano. Neppure potevo
lasciare l il bagaglio e proseguire solo, perch io dovevo rispondere del fatto e spiegarlo
quando richiesto; ma quando? nessuno precisava. Prevedevo che per quel giorno non si
sarebbe combinato nulla; io non sapevo che il giorno dopo era festivo, altrimenti mi sarei
dato, alla disperazione pensando che gli uffici sarebbero rimasti chiusi e che i miei bagagli
non avrebbero potuto proseguire.
Dopo due ore di attesa e di vani tentativi di persuadere qualcuno di quegli impiegati della
assoluta insignificanza del fatto, arriv lordine di esclusione dalla visita doganale per tutto il
bagaglio della spedizione ed io potei prendere un tram sotterraneo, un taxi e farmi portare
allalbergo dove erano gi scesi i miei colleghi.
Era gi sera: mentre nella camera dellalbergo riordinavo la mia roba, mi avvicinai alla
finestra ed ebbi davanti a me un quadro della grande citt di grattacieli. Di fronte a me vedevo
infatti le vaste finestre illuminate di diversi piani di un alto edificio; larghe finestre che
lasciavano vedere linterno di uffici, di laboratori, di magazzini ancora in piena animazione.
Chinandomi in gi, lo sguardo si sperdeva in una semioscurit senza arrivare alla strada;
verificai poi che ero ad un quindicesimo piano e per vedere la strada sarebbe stato necessario
aprire i vetri ed affacciarmi bene in fuori. La prima serata a New York si svolse in modo
facile e simpatico per noi; la nostra compagna di viaggio, che allarrivo era stata incontrata
dal marito, aveva invitato un gruppo di noi a pranzo ed a passare insieme la serata, dandoci
appuntamento al Vanderbilt Hotel.
Avemmo quindi una serata completa; pranzo al Vanderbilt, teatro, cabaret. La signora
dopo le prime conversazioni col marito si era totalmente convinta della necessit dellentrata
in guerra dellAmerica e lo dimostrava apertamente; una giovane nuora molto elegante si un
al gruppo durante il pranzo; il figlio ci raggiunse a teatro e salut la madre che ritornava dopo
sei mesi come s lavesse lasciata due ore prima. A teatro, spettacolo vario e qualche scena
allegorica per la propaganda di guerra, con relativa proiezione del Lusitania che affondava
con cittadini americani a bordo.
Al cabaret molta gente: fiumana di persone che ballavano e bevevano.
Lo spettacolo di quella folla dava limpressione del benessere finanziario nel quale viveva
a quel tempo lAmerica; aggiungendo a un tale stato di grazia la particolare disposizione
psicologica a stordirsi con sincopati ritmi duna musica eccitata e semiselvaggia, quasi
servisse a scacciare quel senso di crollo che pareva squassare lEuropa, si potr avere il
quadro di quelle veglie di Nuova York, durante le quali somme favolose di dollari venivano
buttate in divertimenti, con la facilit particolare di chi certo che lindomani potr
riguadagnare, e facilmente, ci che ha sperperato la notte prima. Era impressionante
leleganza delle signore, la quantit e lo splendore dei loro gioielli di cui si ornavano il collo e
le braccia. Tutti ridevano, ammiccavano, si allacciavano, cantavano in coro, ballavano, e poi
si buttavano sulle sedie per rituffarsi nel tumulto quando lorchestra riprendeva il suo strepito.
Col passar del tempo latmosfera diventava sempre pi annebbiata ed elettrizzata, le coppie si
lanciavano nello spazio riservato alla danza con sempre maggiore entusiasmo, scarmigliate e
stordite. Si vedevano le donne dalle gote infiammate, dagli occhi liquidi, dalle sottane sottili,
appendersi alle braccia dei cavalieri e perdersi come in estasi nella confusione di quel
carnevale.
Alluscita facemmo a piedi un buon tratto in Broadway, carica di pubblicit luminosa che
faceva malinconicamente pensare alle nostre citt oscurate, sia per ragioni guerresche che per
economia di combustibile.
Rientrando allalbergo avemmo comunicazione che gli ufficiali sarebbero partiti la sera
dopo per Montreal; gli equipaggi avrebbero seguito con il capo missione qualche giorno dopo.
Avevamo quindi ancora un giorno per unaccelerata visita a New York, ma era anche un
giorno di festa, il Decoration Day, ossia il giorno in cui si ornano di fiori le tombe dei morti

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per la Patria. Data la recente entrata in guerra quellanno celebrarono la festa in modo speciale
e noi fra le altre manifestazioni assistemmo ad una sfilata di bambini e di giovanetti di tutte le
scuole di New York in Broadway; sfilata che occupava diversi chilometri della via e si
svolgeva interrompendo il traffico, protetta ed incanalata da numerosi policemen. Ogni scuola
portava delle scritte patriottiche disegnate su lunghe strisce di tela che i ragazzi mantenevano
distese orizzontalmente durante la marcia; innumerevoli poi le banderuole, le bandiere che i
bambini agitavano senza posa. Ma spettatori si pu dire zero; nelle strade festive semideserte
questa manifestazione si pu dire fosse fine a se stessa.
La citt aveva del resto il caratteristico aspetto dell giornate festive, comune a tutte le citt
anglosassoni, ossia di citt morta; negozi ed uffici chiusi; nei parchi poche coppie appartate.
Non sapevamo dove fossero in quel giorno i milioni di abitanti della grande metropoli e
veramente non li cercavamo dove probabilmente erano. Il nostro tempo pass rapidamente nel
visitare i punti pi famosi della citt.
Alla sera salimmo sullespresso che la mattina seguente ci depose alla stazione di Montreal
dove trovammo ad attenderci alcuni ufficiali della precedente missione che ancora non
avevano lasciato il Canad.

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MONTREAL E QUEBEC

Sistematici allalbergo Ritz-Carlton prendemmo una automobile facemmo una visita


al cantiere che era ad una ventina di chilometri fuori della citt, nella riva di S. Lorenzo, dove
gi galleggiavano i nostri sommergibili insieme ai tre precedenti gi prossimi alla partenza.
Feci una rapida visita allH 7, il mio, ancora pieno di operai: era stato impostato da oo pi
di sei mesi ed era molto prossimo alle prove; non pi di 4 5 giorni ancora; sarebbe stato il
primo dei nostri tre a iniziare il collaudo.
Ritornammo allalbergo ci istallammo; poi scendemmo nella sala dove i nostri colleghi ci
presentarono ad alcune loro conoscenze frequentatrici dei t allalbergo. Predominava fra
queste lelemento francese, ma non mancavano canadesi, inglesi, americani ed anche tedeschi.
Dopo due giorni arrivarono i nostri equipaggi che si acquartierarono in una caserma
canadese insieme a quelli della precedente spedizione. Dopo pochi giorni lH 7 fu realmente
pronto per le prove di macchina che dovevano svolgersi sul S. Lorenzo nel tratto Montreal-
Quebec.
Partimmo di mattina presto portando con noi i sottufficiali ed una parte dellequipaggio; il
sommergibile era ancora manovrato dal personale del cantiere; tutti americani degli Stati
Uniti, essendo la Ditta che costruiva i sommergibili di New-London nel Massachusset; per
poter lavorare per gli alleati durante la neutralit degli Stati Uniti, avevano affittato una parte
del cantiere di Montreal.
Faceva da Comandante per conto del Cantiere un ex-macchinista della Marina Americana,
persona poco colta, poco fine, abbastanza presuntuosa.
Cominciammo la navigazione sul S. Lorenzo le cui rive, appena fuori di Montreal, erano
coperte di boschi fittissimi, raramente intercalati da campi coltivati con qualche villaggio
qualche fattoria.
Le prove non cominciarono brillantemente; il sommergibile non sviluppava la velocit
richiesta ed il motore faceva molto fumo; cominciarono delle discussioni abbastanza vivaci
con il personale della Ditta che cercava di negare di attenuare i fatti; messo poi alle strette
conferm che la nafta imbarcata non era della qualit prevista per quei motori sarebbe stato
necessario cambiarla.
Siccome la lunghezza delle discussioni la velocit della corrente ci avevano portati molto
in gi, si decise di continuare fino a Quebec dove arrivammo nel pomeriggio. L fu cercata la
nafta dopo aver constatato che a Quebec non si trovava, fu deciso di lasciare l lH 7; il
personale avrebbe raggiunto in ferrovia Montreal dopo giunta la nafta sarebbe tornato per
completare la prova.
Quebec forse la sola citt dellAmerica del Nord che abbia un certo carattere di ntihit;
antichit relativa vero, ma sempre tale da dare una speciale caratteristica allabitato con le
sue case, chiese, castelli fortificazioni che sono in gran parte vecchi di quasi due secoli; ma
sopratutto sono caratteristiche le dimore dei suoi abitanti in maggioranza cattolici di origine
brettone.
Mentre i francesi di Montreal vivendo in contatto continuo n i canadesi di origine inglese
hanno pure in gran parte le loro abitudini moderne, i francesi di Quebe rimangono europei; la
loro passeggiata sul bastione nei giorni di festa ascoltando la musica, fa proprio pensare di
essere in una cittadina dellEuropa latina.
Mentre r l fu festeggiato il Corpus Domini con la solenne processione alla quale potei
assistere da un balcone di un signore che avevo conosciuto allalbergo. Processione con gran
concorso di popolo ed intervento del Governatore Ministri dello Stato di Quebec (uno degli

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stati della Confederazione canadese). Dietro l baldacchino del Santissimo vidi diversi vecchi
vestiti da zuavi; chiesi che cosa significassero doo un di esitazione mi fu spiegato che
erano reduci, volontari che nel 67 si erano arruolati nelle truppe papaline per combattere
Garibaldi a Mentana. Come alleati nella grande guerra non era molto edificante il culto di
quelle mummie; ma ebbi poi da osservare che non era quella la sola manifestazione di una
mentalit abbastanza arretrata gretta da parte dei canadesi francesi.
Intanto arrivarono gli altri due sommergibili della nostra spedizione ed anche la nafta per
lH 7. Si cominciarono le prove in immersione scendendo fino alla profondit di 55 metri,
approfittando di una vasta buca che esisteva nel S. Lorenzo poco valle di Quebec.
Per l 7 questa prova fu condotta in modo poo brillante dal capitano semi improvvisato
del cantiere.
Dopo filato lancorotto di agguato, zavorratici, ci si tir sul fondo col cavo
dellancorotto; appena posati sul fondo la forte corrente ci trascin ci sband in modo
abbastanza sensibile; il personale del cantiere si impression dette aria in pieno alle casse
zavorra; lH 7 arriv alla superficie con la leggerezza la velocit dun pallone poco manc
non battesse contro il rimorchiatore che ci scortava.
Anche lH 6 l 8 eseguirono l loro prove; nl frattempo passarono lH 3, l 4, l 5
diretti ad Halifax.
Terminate le prove ritornammo Montreal con i sommergibili; furono iniziati subito dei
lavori complementari di allestimento listallazione dei cannoni, della bussola, armi diversi
materiali che avevamo portato dallItalia.
Prevedevamo che saremmo restati ancora una ventina di giorni per queste operazioni.
Siccome lalbergo con i primi caldi si era quasi vuotato, decisi di affittare una camera nelle
vicinanze fui seguito da qualche collega. Trovammo anche una locanda tenuta d un italiano
la frequentammo per alternare i pasti di stile angl-sassone dellalbergo con delle colazioni
piuttosto allitaliana base di maccheroni.
Seguivo intanto nei giornali laspra lotta fra i canadesi francesi quelli inglesi per la
questione del servizio militare obbligatorio; i francesi lostacolavano fortemente neppure la
recente visita del generale Joffre li aveva potuti smuovere da questo atteggiamento.
Il Canad aveva inviato al fronte franco-belga due divisioni formate da elementi volontari;
per mantenerle in efficienza specie dopo alcuni combattimenti sanguinosi, occorrevano nuovi
elementi lafflusso dei volontari cominciava a non essere pi sufficiente. Lelemento fran-
cese, che non partecipava che in piccola misura a questi arruolamenti, per il sordo rancore che
alimentava contro gli inglesi, ostacolava lapprovazione della legge del servizio obigatorio.
Qualche rsnlit francese aveva protestato contro questo atteggiamento oco patriottico
dei suoi connazionali; ricordo di aver letto un appello di un avvocato, Roy, che avevo
conosciuto Quebec, in cui invitava i suoi connazionali a rispondere l progetto di legge per
il servizio obbligatorio con un bel gesto che lo rendesse inutile: quello di arruolarsi in gran
numero; ma lell non ebbe risposta la legge pass nonostante lopposizione.
Appena ultimati i lavori sui sommergibili alzammo bandiera italiana con i nostri
equipaggi a bordo lasciammo Montreal per Quebec dove sostammo un paio di giorni per
attendere una cannoniera canadese che doveva scortarci sul fiume S. Lorenzo.
Il governatore Leblanc che era ritornato Quebec ci invit a pranzo per darci un cordiale
commiato; fu molto cortese con noi parl della situazione del suo paese in modo molto
sincero ed equilibrato. Espresse il suo dispiacere che lelemento francese si fosse opposto cos
vivacemente alla legge del servizio obbligatorio, facendo cos il giuoco dellelemento
tedescofilo comunista che negli stati dellOvest, ricchi di immigrati di origine tedesca
slava, aveva organizzato unopposizione ben pi temibile di quella dei francesi di Quebec.
Essendo venuto il discorso sulla processione del Corpus Domini sugli zuavi che
seguivano il Santissimo, Leblanc sorrise dicendo che non era questa la sola manifestazione

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poco simpatica per noi sullargomento prh l pari che in Bretagna ed in certi paesi renani
era diffuso nel popolo la convinzione che il Papa fosse realmente prigioniero ed anche
seviziato dagli Italiani.
Prima della nostra partenza il governatore Leblanc venne visitare i nostri sommergibili;
fu veramente lunica autorit canadese che nello stato di Quebec si interessasse di noi
mostrasse una reale simpatia per il nostro paese.

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DISCENDIAMO IL SAN LORENZO - HALIFAX

Giunse intanto la cannoniera canadese (piccolo piroscafo armato) che doveva scortarci fino
a Halifax. Il Comandante, tenente di vascello della riserva, venne a trovarci allalbergo per i
necessari accordi. Aveva fatto lo stesso servizio per le precedenti spedizioni e fu facile quindi
stabilire le norme per la navigazione. Questo ufficiale era un tipo speciale che nella sua vita
aveva fatto il pescatore di salmone in Alaska e la caccia agli orsi sulle montagne Rocciose.
Non so quando avesse prestato servizio per acquistare i requisiti necessari ad un ufficiale della
riserva. E certo che le nostre osservazioni posteriori ci fecero notare che la navigazione e la
manovra della cannoniera erano effettivamente affidate ad un vecchio pilota del S. Lorenzo,
un po alcolizzato e che aveva rivestito un vero e proprio grado militare.
Il Comandante al primo incontro allalbergo ci chiese da bere: ci avviammo al bar, m
siccome per un decreto del tempo di guerra, detto D. O. R. A. dalle iniziali del titolo, era
proibito offrire delle bevande alcoliche ad amici, il barista si rifiut di servirci quello che
avevamo richiesto. Il Comandante della cannoniera non si diede per vinto e ci chiese di essere
ricevuto in una delle nostre camere. Lo accontentammo ed allora lui spieg che il D. O. R. A.
non aveva vigore nelle camere private e che potevamo perci farci portare quello che
desideravamo. Il che fu fatto... a pi riprese, perch la spiegazione della regola per la
navigazione metteva molta sete in quella gola canadese.
Quando fu tutto regolato partimmo. Il viaggio si doveva far solo di giorno e perci era
necessario dividerlo in diverse tappe, fermandoci a pernottare in vari ancoraggi, frequenti
lungo le rive del S. Lorenzo e della Nuova Scozia.
Partimmo in una giornata freddissima; il rigore della temperatura ci dette seriamente
fastidio, tanto pi che, data la stagione ed il caldo di Montreal, non eravamo molto
equipaggiati. La navigazione and bene e la sera con tempo piovoso eravamo a Rimousky,
piccolo centro abitato nella foresta costiera con notevoli segherie di legname e fabbriche di
polpa di lgn, industria questa in grande sviluppo in qull parte del Canad.
La mattina seguente ripartimmo con freddo intenso e vento abbastanza forte che rendeva
piuttosto penosa la permanenza sulla torretta; qualche foca si fece vedere intorno ai
sommergibili ed i marinai gustarono molto e pi del freddo questa primizia del mar Glaciale.
Pernottammo a Gaspay Bay, una stazione di navi da pesca; scendemmo un po a terra alla
sera, ma non cera nulla dinteressante da vedere. Il Comandante della cannoniera si
riprometteva di farci godere lospitalit di una sua conoscenza; ma trovammo questa persona
in povere condizioni di spirito per la morte di un figlio volontario in guerra e per la cattiva
stagione della pesca del merluzzo.
Ritornammo perci a bordo dove trovammo visite: il Comandante e gli ufficiali di uno
yacht degli Stati Uniti armato per la caccia ai sommergibili, giunto da poco nella baia; erano
tutti ufficiali di complemento di svariate origini: inglesi, italiani, rumeni. Offrimmo loro un
vermouth e restituimmo subito la visita; siccome noi avevamo fatto visitare il sommergibile,
essi credettero necessario farci visitare lo yacht, cosa che per noi aveva un interesse relativo.
Ci comunicarono che a bordo delle navi americane erano proibite le bevande alcooliche e ci
offrirono un sinalcool che noi rifiutammo.
La mattina seguente si mise nebbia; riluttanza da parte della scorta a partire; insistenza da
parte nostra. Ne nacque la necessit di abbreviare le tappe; ce ne vollero ancora due
insignificanti per arrivare al Gut of Canso, interessante stretto fra la Nuova Scozia e lisola di
Capo Breton, che in qualche punto, cielo e colori a parte, ricordava un poo il Bosforo.
Dopo unultima tappa notturna in un piccolo fiordo della Nuova Scozia, arrivammo ad

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Halifax, la prima citt del lungo viaggio.
Ci ormeggiammo in Arsenale, presso i sommergibili della precedente spedizione ancora
trattenuti l dallattesa delle scorte. Gli equipaggi si accasermarono in un fabbricato messo a
disposizione dal Comandante dellArsenale, i sottufficiali e noi ci istallammo negli alberghi
della citt.
Con i sommergibili cominciammo subito le nostre esercitazioni; poich non era permesso
uscire fuori in mre aperto, date le misure di sicurezza in atto contro i sommergibili nemici, ci
dovemmo limitare a fare le nostre immersioni desercizio nella parte pi interna del porto,
chiamato bacino Bedford, che era sufficientemente profondo e sarebbe stato anche abbastanza
ampio se non ci fossero stati ancorati dai 20 ai 30 piroscafi in gran parte in attesa della
formazione di convogli per lEuropa. Ci obbligava noi comandanti a molte cautele e rendeva
necessaria una scorta reciproca.
Malgrado queste difficolt l esercitazioni procedettero bene; lArsenale nel contempo
verificava i nostri siluri che erano venuti dallEuropa e non avevano funzionato da molto
tempo.
Gli equipaggi mostravano di non aver perso il loro tempo a Montreal ed a Quebec;
conoscevano gi bene il materiale ed io potei subito cominciare a studiare in modo proficuo le
qualit nautiche subacquee del sommergibile, dando modo a Monti che aveva ripreso
anche nellH 7 le funzioni di timoniere orizzontale di fare rapidamente pratica. Passammo
cos il mese di agosto dopo aver visto partire la spedizione dell 3.
Durante unesercitazione nel bacino uno dei nostri sommergibili per falsa manovra cadde
sul fondo mentre navigava fra i diversi piroscafi ancorati. Dopo aver tentato, in pi modi di
tornare a galla, riusc a dare aria alle casse di zavorra e lo fece in modo un po troppo
improvviso, tanto che dalla profondit di 65 metri venne a galla con grande velocit, con la
prua molto in alto, emergendo tra enormi spruzzi di acqua come una grande balena. Il
Comandante si precipit subito fuori della torretta, ed ebbe una forte emozione. La prua era
emersa a qualche metro appena dal fianco di un grande trasporto carico di soldati americani.
Mentre pensava a quello che sarebbe successo se il sommergibile fosse emerso pochi metri
pi avanti, un triplice hurr dei soldati, entusiasmati dallo spettacolo dei sommergibile
apparso cos vicino e con tanta allegria quasi come per dar loro un interessante spettacolo, lo
salut riscuotendolo bruscamente dalle sue meditazioni.
In quei giorni lOlimpic part con 6000 cinesi da impiegarsi come lavoratori nelle retrovie
del fronte in Francia; erano giunti dalla costa del Pacifico con lunghi treni e da questi erano
stati trasbordati direttamente sul piroscafo senza venire per nulla in contatto con la popo-
lazione.
Qualche incidente sorse nel periodo di quella sosta in Arsenale, ma non vorrei che si
pensasse che i nostri marinai commettessero dei veri disordini; solo, qualche volta, avevano
un po troppo la tendenza a regolarsi secondo la consuetudine delle nostre basi, venendo in
contrasto con quelle che vigevano ad Halifax; specie per il divieto di fumare anche nelle
immediate vicinanze dei sommergibili, di sostare sulla banchina lungo le nostre unit ed
anche un po per lora della ritirata.
Tre guardie in borghese vigilavano in modo special i nostri marinai per lapplicazione
delle suddette regole; intervenivano continuamente ed applicavano le loro regole con una
severit ed una costanza veramente degna dencomio, ma anche un po esasperante.
Al nostro equipaggio si era aggregato spontaneamente un bel cane, incrocio di Terranuova;
cane di dimensioni rispettabili e dintelligenza non comune; i marinai lo avevano facilmente
abituato ad abbaiare contro le guardie in borghese quando queste si avvicinavano alla
banchina; se si avvicinavano troppo, il cane, che dveva aver capito che i suoi protettori
avevano una cordiale antipatia per le guardie, si slanciava contro di esse in modo po
rassicurante. Fioccarono l proteste contro il cane; il Direttore dellArsenale mi chiam; io

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rinnegai la propriet di quella bestia che almeno in origine doveva avere un altro padrone. Le
cose si acquietarono un po perch raccomandai ai miei uomini una maggior prudenza se
tenevano a conservare il cane e credo che analoghi consigli ebbero le guardie, le quali penso
si affrettarono a seguirli perch non credo che affrontassero tanto volentieri quel bellanimale
che senza tante esitazioni accennava ad addentare loro la gola.
I nostri preparativi per la traversata oceanica erano intanto ultimati; avevamo fatto una
speciale provvista di acqua dolce, imbarcando recipienti speciali; avevamo cacciata nafta
dovunque, in ogni cassa di dosaggio; avevamo provvisto i viveri cercando di variarli al
massimo. Attendevamo ora il piroscafo che ci doveva scortare ed imbarcare tutto il bagaglio
ed il materiale che non poteva entrare a bordo dei sommergibili.
La stagione era intanto inoltrata e la probabilit di trovare qualche ciclone per la strada era
aumentata; ma conoscendo le precedenti traversate di questo tipo di sommergibile non ci
mancava la fiducia di portare bene a compimento limpresa.
Fino allultimo continuammo lallenamento nel bacino Bedford e lH 7 ormai era a buon
punto; dopo la traversata arrivando in Italia avremmo potuto prendere subito servizio se il
materiale avesse fatto buona prova. Sentivo anche dessere pronto a svolgere un attacco con-
tro un corsaro od un sommergibile che si fosse potuto incontrare in navigazione.

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IN OCEANO PRIMO CICLONE, LE BERMUDE

Finalmente giunse il Bologna, un piroscafo della Societ Italia , che doveva scortarci; vi
fu rapidamente imbarcato il materiale e partimmo la mattina del I settembre diretti a
Gibilterra.
Linizio della traversata fu abbastanza buono; poco mare lungo, tempo bello; i motori del
sommergibile funzionavano bene; lequipaggio era di buon umore, nonostante qualche po di
sofferenza in taluni, causa la lunga sosta in porto ed in mari chiusi.
Il Bologna procedeva con lH 6 a dritta, lH 7 a sinistra e lH 8 di poppa. La vita di bordo
cominciava ad organizzarsi bene; lacqua dolce era rigidamente guardata e distribuita con
severit perch costituiva veramente il punto debole della traversata, dato che non potevamo
contare con sicurezza di rifornirci dal piroscafo in caso di mare o di separazione fortuita.
La sera del tre il tempo accenn ad un sensibile cambiamento; il sole aveva un largo alone
ed il cielo aveva un colorito sporco, non unito, non pi azzurro, senza che si vedessero ancora
delle vere nuvole. I portolani avevan parlato chiaro; quelli che avevamo osservato erano i
segni precursori dellavvicinarsi di una depressione di carattere ciclonico ed infatti il
barometro aveva iniziato una decisa discesa.
Avevamo preso per Scirocco e continuammo, non avendo elementi per decidere con
sicurezza la rotta del ciclone e non avendo una velocit tale che ci permettesse di evitarlo.
La mattina del 4 il mare era ancora calmo; ma verso mezzogiorno il vento girato in prora
cominci a soffiare con violenza ed il mare si sollev in onde incomposte che si infrangevano
contro il nostro guscio. Cominci una danza notevole, ma sul principio il sommergibile
mostr di sollevarsi con prontezza sulle onde che sopravvenivano poco a dritta dalla prora.
Laria era divenuta fosca e si cominciava a scorgere con difficolt il Bologna che era al nostro
fianco.
Cominciammo a diminuire progressivamente la velocit; fermai anche un motore; ma con
uno solo a combustione, che forse il personale non sapeva ancora regolare perfettamente, si
aveva ancora una velocit troppo forte, sia rispetto al piroscafo, sia per ben sostenere la
violenza del mare.
Ci nonostante continuammo ancora per un po in quelle condizioni; il piroscafo e gli altri
sommergibili si erano persi di vista gi da unora circa quando una forte ondata port via tutto
il paragambe della torretta, piegando tutti i sostegni. Per poco un paio di noi non furono
buttati in mare.
Feci fermare il motore a combustione e mettere in moto un solo motore elettrico e
continuai nella rotta precedente che non doveva allontanarmi troppo dai compagni.
Mandai abbasso tutto il personale e rimasi sulla torretta solo con un fuochista che, non
soffrendo il mare, si dimostr il miglior marinaio di bordo in quel momento.
Loceano aveva intanto raggiunto un aspetto veramente minaccioso; le onde alte e poco
distanziate luna dallaltra, al contrario di quello che normalmente succedeva in Oceano, si
accavallavano vicendevolmente senza una regola qualsiasi e come rabbiosamente; le creste
delle onde, sconvolte dalla violenza del vento, si frangevano in montagne di schiuma bianca
ricadenti in forma di pesanti cascate. Il sommergibile a quella velocit ridotta si comportava
abbastanza bene nonostante il mare tempestoso che, interrompendone bruscamente ad ogni
istante i movimenti iniziati, gli incuteva violente scosse; la prora talvolta emergeva e saliva
lungo il dorso di unonda; questa si frangeva ad un tratto e lH 7 ricadeva allora in mezzo alla
schiuma, come se venisse di colpo a mancargli lappoggio, e scomparendo per un momento
come affogato. Ma quasi subito, scagliato da una forza che faceva leva sotto di noi, esso

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riaffiorava e saliva tutto ruscellante e sgocciolante nellaria; per qualche minuto rimaneva
drammaticamente sospeso nel vuoto, ad unltezza che non era possibile precisare,
completamente emerso, allasciutto, simile a un pesce volante, poi dun tratto la forza della
spinta ricevuta dal basso veniva a mancare e il ventre piombava di nuovo a schiacciarsi
fragorosamente nel fondo duna voragine apertasi nello stesso istante sotto il sommergibile.
Subito dopo il giuoco ricominciava. Era come andare su gigantesche montagne russe, ma un
andare stordito, turbinoso e irreparabile, nel quale noi di tanto in tanto avevamo limpressione
della nostra impotenza.
Del cielo, neppure il ricordo. Quellaria sporca e terrosa che avevamo notata nellalone del
sole, sera andata sempre pi infoschendo, addensandosi e appesantendosi; col passar del
tempo aveva assunto il colore atterrito delluragano, sera agglomerata e infangata: cos,
fattasi floscia e zuppa, era caduta alfine sul mare coprendoci come una immensa coltre di
spugna. Da tutti i suoi pori grossi e rigonfi allora lacqua era cominciata a rovesciarsi,
unacqua bassa, tagliente, di sbieco, che ogni tanto mulinando e arruffandosi, dava
limpressione essere quella stessa che le ondate schizzavano a tromba contro quella cp di
spugna e che da questa veniva risoffiata sopra di noi. Il vento aveva una forza straordinaria,
colluttava pazzamente torcendosi e torcendo a sua volta loceano e i nembi: in mezzo ad un
simile sconvolgimento la sua voce si udiva cupa, sotterranea, duna portata di boati. Un senso
di fine del mondo andava impossessandosi delle nostre anime.
Giudicai imprudente tenere ancora persone fuori, per quanto legate ed agguantate bene:
feci discendere il fuochista Fiore e rimasi infilato nel boccaporto della torretta con la sol testa
fuori, in parte riparato dal portello del boccaporto.
Stetti cos, per, solo pochi momenti perch un gran colpo di mare, dopo aver coperta la
prora, gonfiandosi ulteriormente sorpass violentemente anche la torretta; il portello si abbatt
limitando lentrata dellacqua nellinterno, ma si abbatt sulla mia testa che non avevo fatto a
tempo ad abbassare abbastanza; la maniglia di chiusura del portello mi colp allorecchio ed
alla tempia sinistra; mezzo stordito lasciai la presa delle mani sulla scaletta e scivolai,
rimbalzando lungo le pareti fino al portello inferiore, e, senza potermi afferrare a questo, mi
ritrovai in piedi nella camera di comando senza sapere troppo come cero arrivato. Diverse
persone furono intorno a me, impressionate dal sangue che mi usciva dall orecchio; ma lo
stordimento fu breve anche perch una doccia abbondante venuta dallalto mi rianim; diedi
ordine di chiudere il portello perch era ormai divenuto troppo pericoloso restare fuori e risalii
nella torretta dove trovai Fiore che rientrava dopo aver guardato se il mio berretto, che il
colpo di mare mi aveva portato via, era ancora in vista.
Dai vetri dei portellini laterali della torretta potevo guardare intorno a me, sia pure in modo
imperfetto; ma siccome navigavamo con i fanali accesi ritenevo di potere vedere o il piroscafo
o gli altri sommergibili in tempo utile per evitare un avvicinamento pericoloso.
Ma il rimanere nella torretta, con quegli schianti disordinati e le relative scosse, era un vero
tormento; poich non sapevo quanto tempo avrei dovuto passare l, provai a migliorare la mia
condizione, facendo mettere delle brande rollate intorno a me per attenuare gli urti delle
anche, delle costole e dei gomiti contro l disuguali pareti; potei cos trovare in qualche
momento una posizione quasi di riposo appoggiato a questi cuscini che mi contornavano.
La notte era intanto calata profondamente oscura; al bagliore dei fanali di navigazione
vedevo la nostra bandiera, che non avevamo pi fatto a tempo a ritirare, ridotta ad una striscia
larga pochi centimetri; mi serv per lo stesso a osservare la direzione del vento.
Il mare continuava a rinforzare ed ogni tanto malgrado la nostra bassissima velocit,
unondata si rovesciava sul sommergibile con un colpo che lo squassava tutto come se avesse
voluto frantumarlo; per qualche momento non si vedeva pi nulla dai vetri e seguiva un
rumore di cascata dacqua lungo la torretta e sui fianchi; dopo questi colpi violenti il
sommergibile per qualche secondo restava quasi immobile, come intontito; poi riprendeva la

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sarabanda, ricominciavano le scosse dovute alla caduta della prora per mancanza dappoggio
e dopo un certo periodo imprecisato, il colpo di mare tonante rimbombava di nuovo sulla
nostra testa.
In complesso per, data la struttura molto solida dello scafo del sommergibile, mi convinsi
che conveniva continuare con quella andatura, non avendo nessun elemento per stabilire se
andando con mare in poppa lH 7 [Atropo nel testo originale ] si sarebbe comportato meglio;
ad ogni modo mettendo la poppa al mare si dovevano temere maggiormente avarie al timone
che sarebbe rimasto pi esposto ai colpi di mare.
Il barometro continuava a scendere rapidamente ed era arrivato ad un livello sconosciuto
nelle nostre regioni. Il tempo passava lentamente ma per fortuna passava; ogni tanto davo una
voce abbasso e mi sentivo rispondere dal timoniere che stava quasi sotto di me. Non avevo
unidea di cosa succedesse nellinterno, ma dalle informazioni che mi trasmtteva il
timoniere, sembrava che tutto fosse tranquillo; fui ad ogni modo pi rassicurato quando seppi
che a guardia del motore elettrico cera Monti.
Mi appoggiavo di preferenza ora su di un fianco ora sullaltro cercando di non seguire
troppo le rollate che mi sballottavano da un lato allaltro e fissavo gli occhi nelloscurit dei
portellini. Ci che ora potevo vedere del ciclone era soltanto quanto me n rivelavano i fanali
di navigazione. In quella luce tutta nebbiosa e lattea, che tagliava a settori la notte tempestosa,
le acque simpennavano in forma di trombe, si attorcigliavano e schiumavano, poi dallalto
crollavano sfasciandosi, per risorgere vertiginosamente in nuove e sempre pi furibonde
impennate. Fianchi di montagne si sollevavano premute dl vento, investivano di fianco il
sommergibile che sotto quella spinta, prendendo la mano al timoniere, sbandava
paurosamente. Pareva allora di navigare dentro una canna. Le pareti di lamiera tremavano e
davano limpressione che alla prossima picchiata di quella forza strapotente dovessero
lacerarsi. Negli attimi di calma, il fumo della nuvolaglia si distaccava dalle onde, subiva una
lacerazione e dallo strappo lasciava passare un fiotto di pioggia diagonale, compatta, gialla e
rabbiosa.
Lo stordimento che veniva da una tale apocalisse era enorme. A momenti la stanchezza
fisica predominava; desideravo talvolta chiudere gli occhi e abbandonarmi, e confusamente
sentivo ch cedendo alle forze degli elementi scatenati avrei potuto trovare una calma. Pi di
una volta, con le orecchie fracassate dai rimbombo, con le mascelle che mi dolevano, con le
giunture che scricchiolavano e che mi sembravano permeate da una sabbia, fui sul punto di
cedere a quel desiderio. Ma sempre il terrore di quello che sarebbe accaduto mi riscuoteva
subitamente. Gli altri sommergibili dovevano trovarsi nella nostra stessa condizione,
sbalestrati come noi tra quelle montagne di acqua impazzita, e la possibilit di un urto che ci
avrebbe mandati a picco, mi teneva sempre attaccato a quel vetro dei portellini, con gli occhi
spalancati, con le palpebre sollevate, con tutta la mia volont tesa a scrutare quella poca notte
che tra una schiumata e laltra potevo vedere. Sentivo la vita dei miei uomini attaccata al filo
della mia attenzione.
Feci qualche tentativo di riaprire il portello, stando molto guardingo, ma loscurit mi
impediva di vedere arrivare i colpi di mare pi pericolosi e stando molto in guardia non
potevo vedere meglio che dai portellini lterali.
Poco dopo mezzanotte la discesa del barometro si ferm e verso la una, senza che
subentrasse un sensibile periodo di calma, il vento salt bruscamente di quasi 180 gradi
mentre il barometro principi a salire. Avevamo evidentemente passato il centro dei ciclone e
dovevamo entrare in una zona meno tormentata.
M nei primi momenti la situazione non permise cambiamenti nellandatura; il mare non si
rovesciava pi cos violentemente sulla coperta, ma sopraggiungendo da poppa, annegava il
sommergibile interamente, con dolcezza e con tenerezza sottacqua per un tempo maggiore;
non si poteva quindi parlare ancora di riaprire il portello. Per nonostante che lampiezza dei

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movimenti dei sommergibile non fosse diminuita, pure non si avevano pi gli urti e le scosse
di prima. Mi feci sostituire un momento al mio punto di osservazione e scesi abbasso; mi
comparve allora lo spettacolo dellinterno dei sommergibile quale era stato durante il ciclone.
In camera di manovra un marinaio al timone, seduto davanti al ripetitore della bussola,
stava con i piedi puntellati contro dei tubi, il commutatore del timone al collo; due o tre
persone stavano accovacciate in un angolo mezzo sonnacchiose.
A prora alcune persone sdraiate in tutti i sensi, con brande mezzo disfatte inframmezzate
tra loro per impedire il rotolare sul pagliolato. Nella camera dei congegni il resto della gente
ammonticchiata sul pagliolato di lgn; solo Monti dritto, avvinghiato a dei tubi guardava
attento gli strumenti del quadro di manovra, seguendo le forti oscillazioni degli amperometri
derivanti dalle accelerazioni e dai ritardi dellelica ogni volta che essa usciva fuori dellacqua
o bruscamente si immergeva. Nel locale dei motori un elettricista ed un fochista
sorvegliavano il motore e lasse dellelica in moto, anche loro incastrati tra numerosi
congegni che si trovavano l intorno. Si vedeva che molta gente soffriva il mare, ma pi
ancora da resti di natura indubbia si vedeva che molti lavevano sofferto.
Il puzzo ed il tanfo di rinchiuso erano veramente insopportabili, ma vedevo che gli uomini
vi avevano fatta labitudine.
Feci svegliare gli attendenti ed ordinai che preparassero del caff; la sospirata tazza calda
si fece attendere abbastanza ma alla fine arriv e fu bevuta con vera volutt. Ripresi il mio
posto di osservazione e dopo aver provato ad aprire la presa di aria fra i periscopi e constatato
che non si andava troppo sovente sottacqua, ordinai di mettere in moto un motore termico. Il
personale di macchina si alz e si accinse ad eseguire lordine; operazione un po delicata
perch bisognava fare attenzione di non mettere in moto se non si era sicuri che per il tubo di
scarico non fosse entrata acqua nei cilindri. Dopo un po il motore part senza inconvenienti e
lH 7 cominci a camminare pi speditamente.
Allalba il mare aveva un aspetto molto diverso da quello della sera avanti; onde alte e
lunghe ci rincorrevano e ci annegavano periodicamente, vere montagne dacqua di un azzurro
cupo e puro; il vento, pur sempre forte, era tuttavia notevolmente diminuito; il cielo era se-
reno.
Il giorno port un sole scintillante; via via che il sole saliva sullorizzonte il vento ed il
mare diminuivano. Quando constatai che la sommit della torretta era raramente raggiunta
dalle onde, apersi il portello e salii sopra; ma ancora un paio di volte fui obbligato a rinchiu-
dere per le onde incalzanti; poi la situazione miglior grdatamente.
Dallalto della torretta lo spettacolo era bello; le onde ancora alte e molto lunghe, avevano
un aspetto di tranquillit; le creste non erano pi rabbiosamente sconvolte dal vento, ma
seguivano un loro ritmo senza tumulto; il colore era quello cobalto cupo che si vede solo in
alto mare quando il cielo terso come lo era quella mattina.
Ogni tanto l 7 rimaneva un po nel cavo tra due onde vicine ed aveva allora un orizzonte
brevissimo; talvolta si sollevava sulla cresta di unonda e vi restava alquanto; lorizzonte
allora si allargava e locchio percepiva le creste spumeggianti delle onde vicine mentre il
vento soffiava pi forte; talaltra l 7 non risaliva completamente londa ed allora un bianco
frangente ci avvolgeva tuttattorno, copriva interamente la coperta, lambiva e qualche volta
sorpassava la torretta.
Questo bianco mantello ci accompagnava per un po e poi si dissolveva mentre davanti a
noi sorgeva alto e fuggiva lentamente il curvo dorso dellonda passata che ci nascondeva la
vista dellorizzonte.
Guardavo attentamente intorno a me per vedere se scorgevo qualcuno dei nostri compagni,
ma anche quando lH 7 si sollevava non vedevo nulla.
Pi tardi potemmo fare qualche osservazione di sole e controllare il punto della nave;
poich il mare ormai consentiva di tenere aperto con continuit il portello dell torretta,

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mettemmo in moto anche il 2 motore e corremmo allegramente verso il punto di riunione
prestabilito.
Il ciclone non ci aveva prodotto danni apprezzabili; solo qualche portello della
sovrastruttura era stato asportato e qualche oggetto conservato nellintercapedine era stato di
conseguenza portato via dal mare. Un grosso cavo di canapa era appunto uscito in gran parte
attraverso uno di questi portelli asportati ed era stato dal mare buttato lungo la coperta, si era
attorto intorno ai sostegni dell tenda e lestremit penzolava in acqua molto vicino allelica;
fortunatamente non vi si era andato ad impigliare altrimenti avremmo corso il rischio davere
unelica inutilizzata.
Pass la giornata cos senza incidenti; nll notte il mare si calm e la mattina del sei
apparve completamente piatto; il cielo non era per pi cos puro: grossi nuvoloni forieri di
pioggia coprivano larghi tratti dorizzonte. Verso le otto vedemmo una colonna di fumo che
saliva verticale di prora; pensai che fosse il Bologna che dirigeva verso il punto di riunione
precedendoci; ma non si vide nulla, n alberi, n fumaioli; non potemmo avvicinarci forse
perch il Bologna camminava pi di noi; in seguito, per quanto cercassi, non riuscii a rivedere
neppure il fumo.
Alle 12 eravamo sul punto di riunione e cominciai ad incrociare a piccolo moto nelle
vicinanze, scrutando lorizzonte per cercare e vedere i compagni dispersi; ma i grandi
nuvoloni di pioggia mi dettero subito unesatta idea della difficolt che avremmo incontrato
per trovarci, inquantoch la pioggia oscurava completamente lorizzonte nella direzione dei
nuvoloni.
Lequipaggio si era ormai riposato e rimesso completamente; approfittando della calma
erano tutti venuti in coperta a respirare aria pura ed avevano anche disteso coperte, indumenti
vari per farli asciugare. Un gruppo faceva pulizia nellinterno del sommergibile che veniva
anche arieggiato per asciugare lumidit condensata sulle pareti un po dappertutto durante
quel tempo di portelli chiusi o semichiusi e dentrate frequenti dacqua dalla torretta.
Anche il servizio viveri che aveva funzionato in modo un po sommario nelle ultime 36
ore, cominci a riorganizzarsi ed io che ero sveglio gi da molto tempo e che non avevo
voglia di andare a dormire essendo un po preoccupato per quelle condizioni di visibilit,
approfittai largamente dei ristabiliti servizi culinari e bevetti delle buone tazze di caff che mi
rimisero completamente in gamba.
Approfittammo della calma ed alzata lalbero della radio provammo chiamare; ma non
avemmo nessuna risposta per quanto ripetessimo le chiamate pi volte; io per non avevo
nessuna fiducia in questi segnali perch le stazioni radio erano state montate un in fretta,
non avevano avuto un regolare collaudo tutta lumidit condensatasi negli apparecchi poteva
averne diminuita sensibilmente la potenza.
Disposi perci un certo numero di vedette che scrutassero attentamente lorizzonte ognuna
in un determinato settore; io mi misi cavalcioni del sostegno dei periscopi per allargare un
il mio orizzonte passai l sopra diverse ore.
La mia preoccupazione di non ritrovare i compagni aumentava di momento in momento
non perch il tornare solo attraverso lOceano su quel guscio di noce mi facesse particolare
impressione; ro ben rifornito, r sicuro della mia nave specialmente dopo la prova superata;
non pensavo che fossero insormontabili le difficolt da superare avvicinandomi solo alle coste
europee dove si svolgeva attiva la caccia ai sommergibili. Ma mi preoccupavo dei miei
compagni delle ricerche che avrebbero potuto iniziare, del tempo che avrebbero perso;
intanto mantenevo unattenzione acuta perch attraverso i tendoni cupi delle pioggia tropicali
che mi sbarravano la vista in vari settori, non mi sfuggissero le altre navi che dovevano in
quel momento navigare nelle mie vicinanze.
Al cader della notte, nel tardo crepuscolo, vidi per un momento un fanale allorizzonte;
pensai potesse essere il fanale di navigazione del Bologna; feci sparare in alto diversi fuochi

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di segnalazione, sperando di richiamare lattenzione diressi verso quella volta; ma lo persi di
vista ripresi la crociera.
Anche il giorno sette pass senza che nulla si avvistasse; il tempo era lo stesso del giorno
prima; un paio di piovaschi ci investirono in pieno; piovaschi di carattere tropicale senza
vento, con grosse goccie di acqua fittissima. Quando eravamo nellintervallo tra due piovaschi
avevamo un orizzonte limitatissimo si capiva che queste cortine di pioggia costituivano un
ostacolo inquietante per la visibilit.
La sera del sette, mentre avevamo prora ad Ovest vedemmo un fumo esattamente davanti
al nostro cammino; feci aumentare di velocit, ma non riuscii a vedere nulla prima del
tramonto in quella direzione; feci anche sparare dei fuochi da segnali senza risultato.
Ripresi la crociera la continuai anche il giorno otto senza risultati; la sera di quel giorno,
dopo avere vagliate bene tutte le ipotesi le considerazioni sulla situazione, diressi verso le
isole Bermude che erano circa 500 miglia a ponente. Decisi questo pensando che il capo
spedizione non trovandomi pi potendo supporre che io potessi essere rimasto
immobilizzato in mezzo al mare in seguito al ciclone, avesse risolto di andare alla stazione
navale inglese delle Bermude cercare dei mezzi pi adatti per una ricerca sistematica. Anche
se questa ipotesi non fosse stata la vera, pensavo che era meglio togliere l pi presto il
dubbio alle autorit di Roma sulla mia sorte, considerato il fatto che il Bologna si doveva
ancora trovare entro i limiti di comunicazioni. radiotelegrafiche doveva avere trasmesso
notizie sull 7.
Le mie istruzioni non prevedevano questa deviazione alle Bermude; io avrei potuto
continuare per mio conto non nascondo che fui molto tentato di farlo; ma le considerazioni
suddette mi fecero decidere in modo pi consono ad un sano senso di cameratismo, perch in
fondo poteva anche darsi che qualcuno dei compagni avesse sofferto del ciclone ed avesse
avuto anche bisogno di aiuto.
La navigazione verso le Bermude procedette lentamente perch si stabili del mare di
Libeccio che ci obblig diminuire la velocit; inoltre incontrammo dei grossi velieri
americani che mi obbligarono a fare una notevole deviazione dalla rotta per evitare di passare
nelle loro vicinanze; cosa che avrebbe potuto portare degli equivoci.
Data la scarsa visibilit dovuta sempre ai piovaschi cercai di fare il massimo numero
possibile dosservazioni di latitudine per essere sicuro di passare dalle Bermude ad una
distanza tale che lavvistamento non fosse dubbio; molto pi che per lincertezza
dellandamento dellunico cronometro che avevo a bordo non r per niente sicuro di poter
determinare con esattezza la posizione della nave.
La mattina dellundici tutti gli occhi si appuntarono per avvistare queste isole: ma fu sol
dopo mezzogiorno quando cominciavo gi ad essere un p incerto sul da far, che in uno
squarcio fra due piovaschi avvistai la Gib Hill, la collinetta con sopra la stazione di
riconoscimento.
Ci avvicinammo scambiammo i segnali necessari, chiedendo di entrare in porto; il pilota
venne bordo ci comunic che il Bologna ed i due sommergibili erano arrivati da due
giorni; una spedizione composta del Bologna di due navi inglesi stava per uscire alla ricerca
dell 7 nella zona del ciclone. Fui contento di aver preso la decisione giusta dormii
tranquillamente quella notte nella rada dove il pilota, data lora avanzata, mi fece ancorare.
La mattina dopo entrammo in porto accolti da gridi di gioia dei nostri compagni che
avevano dovuto temere molto per noi; ci raccontammo le impressioni del ciclone che
avevamo tutti superato egregiamente; l 6 l 8 si erano riuniti il giorno sei al Bologna ed
erano rimasti tutto il giorno sette in crociera presso il punto di riunione, poi avevano diretto
alle Bermude per chiedere il concorso di navi inglesi per la ricerca.
Il fumo che avevamo visto la sera del sette era quasi certamente quello del Bologna che
dirigeva verso le Bermude.

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L 6 prima di riunirsi al Bologna si era trovato alllb in vista di un piroscafo che lo
aveva cannoneggiato fortunatamente senza risultato.
Alle Bermude restammo una settimana per rassettarci completare i rifornimenti; stavamo
affiancati al Bologna che ci serviva di nave appoggio; questo piccolo transatlantico era stato
noleggiato per trasportare dallAmerica un carico di esplosivi; per questo aveva a bordo un
commissario del governo, un tenente colonnello di fanteria richiamato, meridionale, allegro,
gioviale, che manteneva il buon umore raccontando uninfinit di barzellette di episodi
umoristici; faceva da pi di un anno il commissario su piroscafi noleggiati ed era superstite di
un siluramento nel Mediterraneo.
Il Comandante gli uffiiili del Bologna erano molto premurosi per noi ed anche nel
successivo viaggio fino a Gibilterra fecero del loro meglio per facilitare il nostro compito.
Poco vidi delle Bermude; la stagione era poco propizia per visitare il paese dato il caldo
soffocante; i grandi algrghi, le ville, le pensioni sparse in mezzo alla vegetazione tropicale,
erano vuote chiuse.
Il Comandante della vecchia corazzata inglese Caesr, capitano di vascello Foote, che era
capo della stazione navale, fu molto cortese con noi ed una mattina invit a colazione sulla
sua nave i tre comandanti fece un brindisi con parole di caldo augurio. Era stato molto in
pena per l 7 si disponeva ad uscire lui stesso col Caesar per dirigere le ricerche, quando
fui avvistato dalla stazione di vedetta.
Nonostante la stagione morta, avemmo la visita bordo di una giovane signora inglese in
viaggio di nozze, la figlia della Neilson, la celebre interprete di varie opere di Shakespeare;
visit un sommergibile, si intrattenne con noi allora del t sul Bologna ci mand prima
della partenza un teddy bear, un orsacchiotto portafortuna che fece la traversata incolume con
noi dopo accrebbe a Brindisi la schiera dei giocattoli del mio bambino.
Il giorno 16, nel fare una prova ,in immersione, per una errata manovra si lesion
lincastellatura di uno dei nostri motori termici; fu fatta una riparazione provvisoria, ma che
non dava garanzia per un prolungato funzionamento.
Dopo aver discusso sullopportunit di andare con l 7 in America per cambiare il pezzo
avariato, causa la difficolt di avere la scorta, si decise di partire tutti insieme di far fare la
navigazione all 7 a rimorchio del Bologna; in tal modo si avrebbe avuto sempre un motore
in perfette condizioni per il caso si dovesse mollare il rimorchio per qualche eventualit
imprevista; laltro motore rimaneva di dubbio funzionamento. Io non r molto allegro per
questo rimpiangevo quasi di non aver filato dritto in Europa dopo il ciclone; ma mi dovetti
rassegnare allevento.

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APPRODO TRAGICO A GIBILTERRA

La partenza avvenne il 18; fuori del porto il Bologna mi diede il cavo di rimorchio che
ammanigliai ad uno speciale congegno posto prora; per due tre giorni r andammo
avanti male perch questo congegno funzionava mediocremente alla velocit a cui potevano
navigare il Bologna gli altri sommergibili; ogni tanto il cavo sfuggiva ed obbligava a
riprendere il rimorchio con notevole perdita di tempo. Dopo aver cercato di ovviare questo
inconveniente senza ottenere risultati buoni, rinunziammo al congegno con la catena
dellancora facmm una braga che si avvolgeva intorno alla base del cannone, abbracciava la
torretta passava in una grossa maniglia situata a po. Facemmo anche raddoppiare la
lunghezza del cavo del rimorchio, facendolo portare cos a 400 metri. In queste condizioni la
nostra prora era un appesantita l 7 tendeva ad immergere la testa quasi non reggesse il
peso del grosso cavo, ma linsieme aveva assunto unelasticit maggiore, gli sforzi del rimor-
chio non si trasmisero pi cos bruscamente tutto resistette bene per il resto della
navigazione.
Cominci cos una traversata quanto mai monotona; l 7 l muso basso sembrava
riluttasse al rimorchio ed appena appena si metteva un di maretta in prora, imbarcavamo
dei bei colpi di mare che obbligavano lquipaggio a ridursi dentro lo scafo, meno un piccolo
gru che restava appollaiato sulla torretta prendere aria; ci mentre i colleghi sull 6
sull 8 passeggiavano ancora in coperta a piedi asciutti.
Nella notte fra il 23 il 24 settembre, un altro ciclone pass su di noi; non posso fare
paragoni con il precedente perch questa volta r rimorchio vi rimasi; per qualche ora fui
obbligato a chiudere il portello della torretta fare governare guardando il Bologna attraverso
i vetri, al riparo; ma nonostante un grosso fanale situato sulla poppa del piroscafo, per un bel
periodo non si vide nulla, tanto era spesso il pulviscolo dacqua prodotto dalla rabbiosa
pettinatura delle onde da parte del vento. In questi momenti si lasciava il timone in centro si
lasciava fare al cavo di rimorchio il suo pieno uffii, rimanendo perfettamente passivi. Ci
accorgevamo allora di essere rimorchio ancora perch ogni tanto il cavo veniva subitamente
in forza ed un forte strattone scuoteva tutto il sommergibile. Temevo sempre che la catena
della braga cedesse, ma non fu cos.
Tuttavia, se la danza che ora il sommergibile, sotto linfuriare rinforzato del mare, era
costretto subire appariva differente da quella della volta precedente, non era perci meno
pericolosa. Alle spinte delle ondate si opponeva il governo del rimorchio, che pur cigolando
crepitando, non ci abbandonava; per questa forza qualche volta ci faceva apparire pi potenti
i colpi di mare, quei colpi che, trovando resistenza nella nostra marcia, picchiavano sordi
implacabili, con schianti furibondi. Le oscillazioni erano paurose, gli urti ci schiacciavano
contro le pareti alle quali pure ci tenevamo attaccati con tutta la forza dei muscoli. Quando le
onde ci sospendevano in aria la prora, questa guizzava con una violenza di frustata. Di onda in
onda il sommergibile saltava collericamente, simile ad una slitta sopra un terreno ineguale,
faceva pensare che a furia di battere potesse alla lunga soffrirne. Se londa si sollevava presso
la parte posteriore del nostro guscio, laltra parte simmergeva a capofitto nellacqua. In questi
momenti lo sbandamento era cos brusco violento che, ove qualche marinaio si fosse
lasciato prendere di sorpresa non avesse fatto in tempo ad afferrarsi con le mani a qualche
sostegno, sarebbe stato proiettato violentemente contro le paratie l rischio di averne la testa
fracassata. Tutto ballava, cigolava, tremava, incomprensibilmente, senza posa, con la furia
duna tregenda.
Dallabisso in cui la prora periodicamente precipitava, la catena del rimorchio ci ritirava

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su, con la stessa violenza con la quale eravamo caduti, imprimendo alla nave un contraccolpo
insostenibile. Subito dopo, unonda sopraggiungente metteva il sommergibile di traverso, ma
dopo un attimo, fosse la catena unaltra onda, la posizione sinvertiva completamente
venivamo rigirati dalla parte opposta. Chi volesse farsi unidea del nostro sballottare, pu
pensare a quelle scatole che i gatti infuriati si trascinano legate alla coda, correndo a vertigine,
sullacciottolato.
La mattina il mare si calm con la luce vedemmo il Bologna che ci precedeva l cavo
sempre in ordine; non vedemmo invece gli altri due sommergibili.
Continuammo fino al punto di riunione ed ivi giunti alle 3 del 24, ci fermammo un poco.
Feci verificare bene tutto il rimorchio per poter mollare rapidamente nel caso di qualche
avvistamento sospetto, cosa che diveniva sempre pi possibile via via che ci avvicinavamo a
Levante, feci interporre fra due maglie della catena in coperta un gancio che potesse aprirsi a
volont. Mentre eravamo fermi si vide comparire lH 8; gli equipaggi scambiarono un
caloroso saluto; poi prendemmo ad incrociare a lento moto nei pressi del punto di riunione.
Nella notte, di tanto in tanto, sparavamo qualche fu di segnale.
La mattina seguente facemmo ancora una breve sosta poi a mezzod riprendemmo ad
incrociare verso ponente. Alle 14 si avvist lH 6 poco dopo riprendemmo il viaggio.
In quei due giorni passati a lento moto incrociando fummo sempre seguiti da un grosso
pescecane che, ogni volta che ci fermavamo, si avvicinava fino quasi a toccare il nostro
fianco; per la limpidezza delle acque vedevamo benissimo questo bestione scortato sopra la
testa da quattro cinque pesci fanfaro, che seguivano fedelmente i suoi movimenti,
mantenendo per sempre una posizione tale da non potere essere addentati dalle fauci del
mostro. La vista di quel bestione a cos breve distanza da noi, dava un senso di terrore ai
marinai che lavoravano in coperta; infatti una caduta accidentale in acqua, del resto non im-
possibile lavorando sulla stretta sdruccevole coperta del sommergibile sprovvista di ogni
riparo, mentre londa lunga ogni tanto la invadeva, sarebbe stata fatale. Provammo a lanciare
qualche oggetto in acqua facemmo cos la constatazione che il mostro non era di quella
specie di squali che vedono poc, rh si dirigeva subito alla volta degli oggetti che per
non abboccava senza discernimento.
Riprendemmo la navigazione, sempre pi bagnati dal mare che soffiava da levante che
non ci permetteva di tenere col rimorchio una velocit effettiva superiore a 8 miglia.
Nei primi giorni cercai di mantenermi asciutto nelle vesti, stando su quella torretta
continuamente coperta dagli spruzzi causati dal mare che si frangeva senza interruzione sulla
prora cos annegata dal peso del rimorchio; le prime volte che, nonostante il vestito completo
di gomma, mi ritrovavo bagnato fino alla maglia sulla pelle, provai a cambiarmi: ma dopo
poo non ebbi pi un capo di corredo asciutto ed allora decisi di indossare diverse maglie di
diverso spessore, ricoprire tutto col vestito di gomma lasciare che lacqua entrss pure
ni suoi modi pi insidiosi. Protetto dai vari strati di lana dalla gomma contro le
evaporazioni rapide che avrebbe otuto produrre il vento, dopo un cominciai a non
accorgermi pi dessere coperto di maglie imbevute di acqua vissi cos i restanti giorni
della traversata non spogliandomi che raramente per cambiare la maglia pi interna (lunica
chio potessi disporre ogni tanto per un ricambio) per massaggiarmi la pelle addormentata
da quel caldo umido continuo.
La vita sul sommergibile in queste condizioni di navigazione diveniva sempre pi dura;
lequipaggio prendeva un daria stando turno sulla torretta; ma in genere doveva
restare al chiuso per non bagnarsi. Ci nonostante il buon umore non mancava;
specialmente il segnalatore teneva allegra la compagnia con barzellette canzoni. Uno
strimpellava una chitarra che non si sa come resistesse ancora che emetteva discreti suoni
in quellatmosfera umida calda. Dal mio posto sulla torretta seguivo le conversazioni che i
marinai facevano fra di loro nelle mie vicinanze potevo constatare che non sol non

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cerano lamentele, ma che le fatiche le asprezze della vita di bordo servivano perfino
divertirli.
I viveri cominciavano a non essere pi tanto atitosi; la carne conservata comprata in
America, il corned-beef, cos appetitoso quando buono, si era in gran parte avariato ed
avevamo dovuto buttarne una grande quantit in mare. Restava ancora di buona qualit la
pasta, ma la necessit ormai di condirla sempre allo stesso modo, senza pi formaggio, la
rendeva po appetitosa.
La galletta americana non si prestava fare quella caponata cos gradita nei giorni di
navigazione di mare.
Ma contrariamente a quello che succede ordinariamente in simili circostanze, non sentii
n una critica n un lamento. Una sera il cannoniere che cucinava si vers addosso, durante
una rollata, un tegame di burro bollente; si ustion abbastanza gravemente il petto. Veden-
dolo soffrire silenziosamente non avendo la possibilit di medicarlo bene, feci fermare il
piroscafo gli segnalai di mandare unimbarcazione. Il cannoniere non voleva lasciare lH 7
ci volle proprio un atto di autorit per farlo scendere nella lancia.
Mentre ci avvicinavamo a Gibilterra, sentivamo limpazienza di ritornare nelle acque
dItalia, il desiderio di terminare quella vita inoperosa che per necessit di cose ci aveva
tenuti per qualche tempo lontani dal teatro della guerra.
L traversata cos ricca di incidenti cos faticosa, ci faceva sentire maggiormente
lavvicinamento alla Patria questo ci dava un senso di soddisfazione che faceva sopportare
lietamente i disagi moltiplicatisi ogni giorno pi.
Via via che ci avvicinavamo allEuropa io facevo controllare continuamente i vari organi
del sommergibile, per essere sicuro di potere immergermi ed eventualmente attaccare un
nemico che si presentasse. Anche per i siluri venne fatta una speciale manutenzione, tanto
pi necessaria a questa arma che era poco familiare al nostro personale.
Le giornate trascorsero monotone senza incontri nemici; il tempo non accennava a
cambiare; vento mare in prora, quel tanto necessario per tenerci costantemente sotto gli
spruzzi, ma in misura tale da consentirci ancora una velocit di otto nove miglia. Il cavo
di rimorchio, ormai collaudato dal ciclone, non ci dava pi preoccupazioni.
Io da qualche giorno non riposavo pi in modo regolare; qualche momento sonnecchiavo
in torretta, legato intorno ai sostegni del periscopio; raramente scendevo in camera di
manovra soltanto allora mi allungavo su di una sedia a sdraio per unoretta. Non avevo pi
voglia di andare a stendermi in cuccetta, data limpossibilit di spogliarmi cambiarmi.
Passammo fuori vista di tutte le isole, sia le Azzorre che Madera, passato il meridiano
di questultima puntammo direttamente verso lo stretto di Gibilterra.
La sera del 4 ottobre la radio del Bologna raccolse diversi segnali di avvistamento di
sommergibili nella zon che dovevamo attraversare. Mettendo i punti degli avvistamenti
sulla carta vedemmo che avvicinandoci allo stretto avevamo trovato una zona
particolarmente infestata; ma siccome dovevamo attraversarla quasi tutta di notte, si tir
avanti.
Nella notte lunare avvistammo due navi di commercio che navigavano isolate ed fanali
spenti; eravamo tutti bene vicini al Bologna nessun allarme fu provocato dalla nostra
presenza. Nulla di notevole avvenne durante la notte; allalbeggiare cominci una forte fo-
schia che gradatamente si fece pi fitta si trasform in una nebbia rada ed irregolare.
Poco dopo le otto, mentre procedevamo senza avere nulla in vista, scorsi poco sulla sinistra
del Bologna, a circa due tremila metri di distanza, un galleggiante sospetto; in un primo
momento, giudicando male per la nebbia distanza proporzioni, lo presi r una nave
petroliera; ma guardando l binocolo mi accorsi che nel suo profilo vi era qualcosa di
anormale; mentre lo osservavo vidi che metteva decisamente la prora su di noi durante
questa sua manovra mi convinsi trattarsi di un sommergibile che aveva fuori dellacqua solo

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la prora la torretta. Mentre ordinavo di alzare il segnale di avvistamento di sommergibile,
questi si immerse rapidamente; feci allora il segnale a tutti di accostare decisamente sulla
destra h data la breve distanza a ui il sommergibile era stato avvistato, avrebbe potuto
lanciare entro pochi minuti.
Il Bologna cap subito il segnale ed accost decisamente sulla dritta, di 90 gradi; aument
anche di velocit, tanto che la mia prora cominci ad immergere maggiormente per
laumentato sforzo del cavo. Diedi ordine di aprire il gancio di rimorchio; ma il gancio, per lo
sforzo a cui era sottoposto, non si apr bene fu necessario segare una maglia di catena; cosa
che fu fatta presto, oih per la forte tensione bast intaccarla perh partisse da s.
Liberato dal rimorchio misi in moto un motore termico ed uno elettrico per seguire il
Bologna; ma questi era intanto molto avanzato sulla rotta ed in breve spari nella nebbia
insieme all 8 che lo aveva seguito sempre alla distanza prescritta; lH 6, che non aveva
scorto il sommergibile per la posizione in cui era rispetto al Bologna, mi pass vicino per
domandarmi schiarimenti; segnal poi una rotta da seguire, ed aument di velocit per
ricongiungersi al Bologna, scomparendo anche lui nella nebbia.
Seguii per un la scia dellH 6, visibile abbastanza per la calma del mare; ma veduto che
anche consumando notevole energia elettrica non mi avvicinavo, scomparse le increspature
delle scie che mi avevano guidato nei primi momenti, rinunciai a continuare questo
inseguimento alla cieca; quindi fermato il motore elettrico misi in rotta per il punto di
riunione stabilito in caso di improvvisa separazione.
Appena messo sulla nuova rotta mi apparve pieno il pericolo della mia situazione; quello
cio di incontrare qualche nave alleata da guerra mercantile, che vedendomi cos isolato mi
prendesse subito a cannonate, senza darmi il tempo di farmi riconoscere. Data la scarsa
visibilit dovuta alla nebbia, lavvistamento sarebbe avvenuto a non pi di 1000 o 2000 metri
l offese col cannone potevano essere subito pericolose. Dopo pochi minuti di riflessione
decisi di immergermi di continuare in immersione verso il punto di riunione; li giunto avrei
giudicato il da fare in caso non vi fossero ancora n il Bologna n i miei compagni.
Dato lordine dimmersione, questa venne rapidamente eseguita. Rimasi l periscopio
emerso che mi permetteva di esplorare il limitato orizzonte circostante feci preparare i siluri
per il lancio; speravo ardentemente di trovare un altro sommergibile tedesco nelle stesse
condizioni del precedente. intanto mi avvicinavo al punto di riunione prestabilito.
Lequipaggio aveva ripreso la gaiezza che in Adriatico lo aveva sempre caratterizzato nelle
missioni pi difficili. Lidea di poter sorprendere qualche nostro nemico lo entusiasmava
veramente sarebbe stato bello terminare cosi la nostra traversata.
Ebbi per un momento lidea di ritornare indietro restare nelle acque dove avevo avvistato
il tedesco, ma pensai che era necessario si ristabilisse al pi presto nel modo pi sicuro il
contatto con il Bologna, pensai anche che se era giusto mantenersi preparati per agire
prontamente in caso di incontro fortuito, la probabilit di riuscire in una ricerca era minima
con quella nebbia che riduceva ad un minimo la visibilit.
Verso le 15 giungemmo nel punto di riunione. Emersi con la torretta, ma lorizzonte era
ancora limitatissimo ed io non vedevo che a circa due tremila metri; r quindi esposto agli
stessi pericoli della mattina; verso Sud intravidi le forme di un grosso veliero americano che
bordeggiava; nullaltro in giro.
Dopo circa dieci minuti tornai ad immergermi ad incrociare nelle vicinanze. Pensai che
incrociando immerso fino al mattino seguente potevo contare che nel frattempo il Bologna
avrebbe potuto informare le navi di pattuglia degli alleati incrocianti nella zona, che uno dei
sommergibili aveva perduto la scorta. Il mi incontro con navi da guerra sarebbe allora
riuscito meno pericoloso; ma ciononostante avrei evitato possibilmente quellincontro mi
sarei avvicinato a capo Spartel per farmi riconoscere da quelle stazioni di vedetta. Fidavo
molto pi nella calma nella pazienza di una stazione terrestre che in una navale, h la

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prima non aveva da temere un improvviso siluramento potevano fare le cose con pi metodo
ed osservare meglio la nave avvistata con buoni cannocchiali.
A notte fatta venni a galla sperando di poter ricaricare un di energia; il tempo si era
schiarito la visibilit era discreta; dopo poco vidi alcuni fanali azzurri verso Sud; guardai
con il binocolo non riuscii a distinguere nessuna forma, mentre i fanaletti avevano tendenza
ad avvicinarsi. Decisi perci di tornare ad immergermi conscio delle diffilt dei pericoli di
un contatto con navi che erano l per la caccia ai sommergibili; per evitare abbordi fortuiti,
stabilii di passare la notte navigando lentamente alla profondit di 20 metri.
Mentre stavamo raccolti in camera di manovra seguendo le leggere oscillazioni del
manometro, uno dei presenti mi domand inopportunamente ad alta voce:
Comandante, ha pensato che ci possono essere navi con torpedini rimorchio che
rastrellino la zona?
Per dare una risposta pronta che rassicurasse, dissi:
Non vi sono navi che draghino al di sotto del parallelo di Capo Spartel.
non avevo nessuna notizia in proposito, n cera alcuna ragione che fosse rispettato
quel parallelo. Leffetto della domanda malgrado la mia pronta risposta era stato immediato;
diversi visi si erano impalliditi molti sorrisi contratti sulle faccie dellequipaggio. E un vero
peccato togliere la serenit alle persone tranquille, specie in momenti come quelli. Cercai con
racconti di distrarre lattenzione di coloro che erano vicini a me forse riuscii in qualche mo-
mento ad addormentare le preoccupazioni.
La mattina del sei, mentre si avvicinava lora del levar del sol, feci preparare i segnali di
parola controparola con le bandiere, feci imparare bene a mente gli stessi segnali al
segnalatore che avrebbe dovuto tenersi pronto farli col fischio con il proiettore a lampi.
Feci inoltre preparare due aste lunghe con dei lenzuoli invergati come grandi bandiere; li avrei
fatti agitare in coperta per richiamare lattenzione in caso di incontro ravvicinato con qualche
nave amica. Cos preparato emersi mi trovai in una nebbia fittissima; era necessario ri-
caricare energia la nebbia cos fitta ci avrebbe dovuto nascondere facilmente alla vista altrui.
Continuammo cos la carica per circa tre ore; la nebbia permaneva fittissima non
potevamo dominare pi di un centinaio di metri di orizzonte. un certo momento unombra
si disegn sulla nostra dritta; si muoveva velocemente; senza alcun dubbio si trattava di una
nave di superficie quindi amica: feci alzare il segnale di riconoscimento ed agitare i drappi
bianchi, mentre con il fischio ripetevo le parole.
Lombra si arrest al nostro fianco potemmo scorgere confusamente le linee di una
torpediniera; l fischio rispose alla nostra parola; l binocolo scorsi allora la bandiera
inglese.
Preso il megafono declinai le nostre generalit, aggiungendo che avevamo bisogno di
essere scortati a Gibilterra; la risposta fu il tradizionale all right degli inglesi, dopo di che
vidi un battello scostare dalla torpediniera dirigere verso di noi. Scesi dalla torretta per
ricever il visitatore, che era il comandante stesso della torpediniera, venuto personalmente a
sincerarsi delle nostre condizioni. Dopo uno scambio di saluti, gli ripetei quali erano le nostre
condizioni ed il nostro bisogno di scorta. Lui mi lasci parlare per tutta risposta mi disse:
Siete un uomo fortunato.
Gli chiesi il rh, ed allora mi spieg che tra tante navi di pattuglia che incrociavano
nelle vicinanze, la sua era lunica che conoscesse lesistenza di un sommergibile italiano
distaccato dalla costa; che ci sapeva rh nella notte si era avvicinato all 6 ed all 8
che erano stati cannoneggiati da una nave americana ed avevano avuto a bordo dei morti dei
feriti, che il piroscafo di scorta aveva preso a cannonate la sua torpediniera che perci si era
allontanate. Che se io fossi stato avvistato d qualche altra nave a quella breve distanza in
mezzo alla nebbia, sarei stato certamente cannoneggiato affondato con una granata prima di
qualunque segnale di riconoscimento.

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Ringraziai mentalmente la Provvidenza che ci aveva fatto incontrare lunica nave
informata dei casi nostri ed a voce ringraziai il comandante inglese della lodevole perspicacia
calma che aveva dimostrato. Chiesi qualche dettaglio sul cannoneggiamento dei compagni,
ma non me ne seppe dare; disse solo che si era profferte di portare i feriti a Gibilterra, ma che
per le cannonate del piroscafo scorta aveva dovuto rinunciare allopera di trasbordo.
Dopo di che torn a bordo ed alzata in testa allalbero una grande bandiera da segnali
corrispondente alla lettera M, mi precedette sulla rotta di Gibilterra rglndo la sua velocit
sulla mia.
La nebbia ci accompagn fino allimboccatura dll stretto; dopo un p che eravamo in
moto sentimmo dei colpi di cannone; restammo un p in attenzione, ma comprendemmo che
erano i segnali di nebbia di Capo Spartel.

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GIBILTERRA

Nel pomeriggio entrammo in porto Gibilterra ci ormeggiammo ad una banchina


riservata ai sommergibili, vicino a delle comode caserme per gli equipaggi. Vedemmo che il
Bologna era gi entrato si era ormeggiato lungo il molo, notevolmente distante da noi.
Quasi subito mi venne incontro il tenente di vascello Romanelli, lodierno Accademico
dItalia, che si trovava Gibilterra per regolare la formazione dei convogli di navi mercantili
dirette in Italia. Dandomi il saluto mi comunic che il Bologna aveva portato le salme del
tenente dell 6 di un sottocapo che trasbordati sul piroscafo, feriti gravemente, erano
deceduti nella traversata. Mi disse anche che erano attesi da un momento allaltro anche i
sommergibili che erano scortati dallyacht armato americano Nama, quello stesso che li aveva
cannoneggiati nella notte precedente.
Vedemmo infatti dopo po i nostri compagni entrare in porto dirigere per ormeggiarsi
vicino all 7; appena affiancati vennero a terra i comandanti mi fero il primo racconto
dellincidente della notte precedente. Mentre erano a lento moto presso il Bologna,
nellintento di attendere la mattina per dirigere su Gibilterra, un yacht li aveva presi
cannonate senza per alcuna conseguenza; visti i segnali di riconoscimento dei sommergibili
vista la loro immobilit, lo yacht aveva cessato il fuoco si era avvicinato allH 6 a portata
di voce; incominciato un discorso, un certo punto, per motivi difficili spiegarsi,
lamericano aveva sparato meno di 100 metri di distanza un colpo da 76 che dopo aver
traversato una coscia al tenente Pasino che era sulla torretta vicino al comandante, era
scoppiato, ferendo buttando a mare diverse persone che si tenevano in coperta po della
torretta. I feriti caduti in mare erano stati raccolti, ma due mancavano allappello.
Medicati alla meglio i feriti pi gravi, il comandante dellH 6 chiam lamericano gli
chiese di inviare unimbarcazione con un medico per prendere i feriti; ma lamericano
continu ad incrociare intorno ai sommergibile solo dopo pi di unora invi un battello con
lufficiale in seconda il quale pot constatare lo stato grave dei feriti. Quando il battello
americano era gi tornato bordo della sua nave, si avvicin la torpediniera inglese la quale,
informata dellaccaduto, si profferse di portare i feriti a Gibilterra; ma mentre si disponeva al
trasbordo, lamericano spar contro di essa l obblig ad allontanarsi. Il comandante dell
6 insist ancora per il trasbordo dei feriti finalmente lamericano acconsenti ch una lancia
del Bologna li prendesse bordo; dopo di che il Bologna si allontan. giorno fatto
lamericano si profferse di scortare i sommergibili a Gibilterra.
I due comandanti dellH 6 dellH 8, erano fortemente sdegnati per il contegno
dellamericano in tutta la faccenda; gli equipaggi erano fortemente eccitati credo che se si
fosse fatta la proposta di andare ad assaltare la nave americana, che in quel momento
terminava di ormeggiarsi, tutti sarebbero corsi con entusiasmo.
Si pu quindi immaginare quale accoglienza abbia avuto quel comandante che poco dopo
comparve per fare personalmente le scuse. Era questo un passo un p prematuro, per quanto
consigliato certamente da buone intenzioni. Il comandante dll 6 respinse le scuse in modo
netto dicendo senza perifrasi che il negato invio del medico per soccorrere i feriti era stato un
atto dgn di un barbaro, pi barbaro degli Unni a cui dava la caccia. la mano offerta
dallamericano venne sdegnosamente rifiutata; similmente il comandante dll 8, che era
stato fino allora ad ascoltare, respinse le scuse la mano con poche sentite parole.
Lamericano si volt verso di me, che assistevo alla scena, ma non ritenne opportuno
esporsi ad un terzo rifiuto se ne and.
Un futile episodio in quel momento ci distrasse un poco; vedemmo arrivare di corsa il cane

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di Terranova che nellarsenale di Halifax si era aggregato ai nostri equipaggi ed aveva fatto la
traversata sul Bologna. Da questa nave ormeggiata al molo aveva scorto i sommrgibili
ormeggiati nellaltra sponda del porto ed approfittando del ponte messo a terra, fatto il giro
della lunga banchina, era giunto in mezzo noi manifestava tutta la gioia di rivederci con
latrati, salti, corse pazze; i marinai ebbero proprio un momento di benefica distrazione per
un si affollarono intorno lui ricambiandogli le carezze.
Dopo qualche minuto mi diressi con gli altri ufficiali verso lHotel Bristol. Gibilterra
appariva silenziosa torva, dava lidea dessere carica di polvere che da un momento
allaltro potesse scoppiare. Contrastava con questa sensazione laspetto esteriore dei luoghi, il
quale, come ognun sa, fa di Gibilterra una citt bifronte. Con pendio lentissimo la strada
saliva dal porto alla citt; camminavamo lentamente, quasi con circospezione, in silenzio.
Gli incontri con gli abitanti erano rari, ma in compenso un folla in uniforme formicolava
dappertutto. Da destra da sinistra pezzi di girdini sboccavano a sciorinare dai muricciuoli
una lor crinier di roselline; ecco unagave fiorita, un crocchio di palme, anche una pergola,
perfino una pagina verde di prato. M dietro questi alterni impeti di gentilezza si faceva presto
a scoprire lagguato: una costola di muraglia, un boccone di roccia, larco tenebroso dun
sotterraneo, lo sperone di una fortezza, un ventaglio di cannoni sopra una piattaforma rotonda.
Volgendo il capo allins, tra le rughe del monte, tra i rovi, tra rabbiose balze grazia di
piante rampicanti, si vedevano le finestre delle gallerie scavate dentro la pietra: innumerevoli
occhi senza palpebre in fondo ai quali si nascondevano i grossi pezzi dartiglieria. Gibilterra
i tronchi dalberi si abbracciano agli affusti dacciaio come nelle nostre campagne la vite
allolmo. Qua l strade strette, scalette ripide, una porta serena: si sarebbe potuto pensare ad
Assisi se quelle costruzioni che potevano sembrare conventuali non avessero dissimulato
pessimamente enormi depositi di granate. La realt della guerra tornava prepotente alla mente.
Di fronte al mare, ai suoi agguati alle sue insidie, stava questa roccaforte favolosa, questo
drago colossale dei tempi moderni, pronto vomitare lo sterminio dalle sue mille bocche di
fuoco.
Avuta la mia camera in albergo, feci preparare un bagno caldissimo dopo poco mi
immersi nella vasca. Volutt dellacqua 40 gradi! Da quanti giorni non mi r levato gli
abiti da dosso? Per quanto tempo intorno alla mia pelle era rimasta quella soffocazione di
maglie umide, quella floscia pesante aderenza di abiti bagnati? Mi sentivo come una pianta
che, sradicata dal fango, venga immersa in un terreno finalmente ricco di nutrimento. Le mie
membra si distendevano, sentivo i muscoli rivivere sotto la pelle, quasi rigermogliare,
unonda di piacere invadermi distrarmi da tutte le cose circostanti. Tutto quel bianco della
stanza mi dava un senso di purificazione, mentre le mie braccia, che lacqua della vasca
tendeva a sollevare, mi davano limpressione di staccarmi dalla terra di navigare alleggerito
nellaria. poco poco non ebbi pi coscienza della realt, il torpore mi vinse, mi
abbandonai, senza accorgermi di nulla, come nel trapasso tra la vita la morte, mi immersi
nel sonno. Non so come mi riscossi, non so qual rumore di oggetto caduto mi svegli dopo
qualche attimo impedendomi di soffocare. Intimorito da quel pericolo corso mi alzai mi
asciugai violentemente.
Scesi nella sala da pranzo mi abbandonai alla delizia di un buon pranzo con un pane
bianchissimo. Verso la fine del nostro pasto si presentarono a noi due ufficiali del Nama; uno
era lufficiale in seconda laltro lufficiale di rotta. Tutti due ci espressero il loro dispiacere
per laccaduto, dichiarando in termini taglienti che ci tenevano a separare la loro
responsabilit da quella del loro comandante. Questa dichiarazione ci meravigli alquanto, ma
li ringrzimm cordialmente ed avremmo bevuto con loro se la D.O.R.A. non avesse vietato
di farlo dpo le 21.
Dopo pranzo mi misi letto caddi in un sonno profondo.
La mattina seguente erano le 8 passate quando un marinaio venne a svegliarmi dicendo che

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alle 10 dovevo essere con gli altri comandanti allAmmiragliato per la visita allAmmiraglio
inglese. Abbandonai il letto con vero dispiacere, tanto sentivo la stanchezza dei giorni passati
distendersi nelle membra intorpidite. Dopo un altro bagno mi vestii ed uscito nella strada
entrai nella bottega di un barbiere spagnuolo gli diedi lonorifico incarico di accorciare la
mia chioma la mia barba che d pi di un mese non avevano conosciuto la forbice ed
avevan preso un aspetto incolto.
Il barbiere si prese carico molto a cuore mentre mi parlava di musica italiana della sua
preferenza per lAida rispetto alla Bohme, ridusse la mia larga barba quadrata ad una specie
di pizzo quasi a punta che mi dava laspetto di un hidalgo come se ne vedono nei quadri di
Velasquez.
AllAmmiragliato, Romanelli mi osserv mi espresse tutto il suo dispiacere per questa
acconciatura che aveva tolto al mio aspetto tutto il selvaggio pittoresco che avevo la sera
avanti al momento dellarrivo; io per, in compenso, r contento di avere acquistato un
aspetto, sia pur meno pittoresco, ma pi decente, specie trattandosi di presentarsi a degli
inglesi.
LAmmiraglio inglese ci annunci che avrebbe riunito una commissione dinchiesta
internazionale per indagare sullincrescioso incidente provocato dal Nama; ci omunic che la
sera stessa ci sarebbero stati i funerali del tenente del sottocapo dell 6, le cui salme erano
state deposte allospedale inglese.
Prima che lasciassimo lAmmiragliato venne lAmmiraglio americano Wilson ed espresse
a noi tutti il suo dolore per quanto era successo; la sincerit della sua espressione cos
dignitosa ci fece trovare senza alcuno sforzo delle parole cortesi per ringraziare.
Nel pomeriggio ci furono i funerali delle due vittime; lAmmiraglio Wilson espresse il
desiderio che le bare venissero poste sullaffusto di cannone, preparato dalle autorit inglesi,
dagli ufficiali del Nama; cosa questa che commosse ed addolc molto i nostri marinai che fino
quel momento guardavano in cagnesco tutto ci che era americano. Il comandante del Nama
segu i feretri subito dopo noi tre comandanti italiani; ma con lui, specie dopo quanto ci
avevano detto i suoi ufficiali, non ci sentimmo ancora in via di riconciliazione non solo nn
gli demmo confidenza, ma lignormm con ostentazione.
I nostri due morti furono seppelliti nel cimitero fuori della citt, ai piedi della roc famosa
che si erigeva ripida davanti a noi. Un prete islandese benedisse le salme, versando lacqua
benedetta da una boccettina di vetro da medicinale che aveva portato in tasca: semplicit da
trincea che contrastava un con lagio della vita a Gibilterra. I nostri marinai erano molto
commossi; la perdita dei compagni al termine dellaspra traversata, per un malinteso non per
azione guerresca, era maggiormente sentita da loro che pure avevano gi visto scomparire in
guerra tanti altri compagni senza eccessiva commozione. Spiai le faccio dei miei: quelli
superstiti dellanalogo avvenimento che era costato la perdita del Guglilmotti erano meno
commossi, forse perch il ripetersi delle cose produce una certa abitudine dello spirito ed
anche perch laver corso in questa occasione pericoli analoghi venendone fuori con fortuna,
dava loro un senso di soddisfazione personale intimo che li portava fino ad un momentaneo
egoismo poco proclive allemozione.
Rimanemmo ancora qualche giorno a Gibilterra per lo svolgimento dellinchiesta, per
rimettere in ordine qualche cosa bordo per attendere la nave che ci avrebbe dovuto
scortare fino in Italia.
La relazione della Commissione accenno a dell insufficienze avutesi da varie parti nel
servizio di riconoscimento di preavviso alla piazzaforte della presenza dei sommergibili
italiani presso Gibilterra, specialmente da parte di una nave di pattuglia inglese che aveva
avvistato, riconosciuto ed anche accompagnato il Bologna ed i due prima dellincontro con
lamericano. Poi deplor in modo abbastanza esplicito lopera ed il contegno del comandante
del Nama pure riconoscendo che aveva delle attenuanti.

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Effettivamente limpressione che io riportai sentendo i racconti dei miei colleghi quelli
degli ufficiali del Nama, fu che il comandante di quella nave avesse agito quella sera pi
riprese sotto il timore di essere ingannato da apparenze fallaci. Questo stato danimo era spie-
gabile se si pensa che poco tempo prima il Nama, incrociando di notte presso a poco in quei
paraggi, aveva incontrato quasi allimprovviso un sommergibile emerso; scambiati i segnali di
riconoscimento aveva parlato con il comandante in francese ed era rimasto convinto di aver
proprio da fare con un sommergibile di quella nazione. Si allontan quindi senza esercitare
alcuna offesa. Tornato in porto seppe che non vera alcun sommergibile alleato in quei
paraggi che quindi quello incontrato era un tedesco che lo aveva giocato prh aveva
indovinato il segnl di riconoscimento n era venuto a onoscenza in modo accidentale.
Non essendo il comandante del Nama a conoscenza dellarrivo in quelle acque dei
sommergibili italiani, appena n avvist due che fecero un segnale che non era quello che
attendeva (sembra che le navi di pattuglia alleate davanti a Gibilterra oltre quello generale
ne avessero anche uno particolare che noi non conoscevamo), non riconoscendo subito nel
Bologna la funzione di nave di scorta, inizi il fuoco che fortunatamente in un primo tempo
non ebbe conseguenze.
Sentendo parlare dai due sommergibili cerc riconoscerli ed inizi una conversazione con
l 6; conversazione che ad un certo punto dette evidentemente luogo ad un malinteso,
spiegabilissimo per la familiarit col parlare americano che avevano sull 6; sembra
che il comandante del Nama gridasse di spegnere un piccolo proiettore che serviva all 6 per
fare un segnale al Nama; la richiesta non fu capita subito dall 6; quando finalmente il
tenente Pasino cap di che si trattava era gi tardi, prh mentre si voltava per dare ordine di
spegnere il proiettore, fu colpito alla coscia dal proiettile fatale.
Sembra che il comandante del Nama, irritato nel vedere che non si aderiva alla sua
richiesta forse anche irritato per il contegno di parte dellequipaggio che pretendeva
riconoscere i sommergibili per italiani senza alcun dubbio, abbia dato ordine di sparare sui
sommergibili vedendo che lordine non veniva prontamente eseguito sia sceso egli stesso
dal ponte di comando ed abbia fatto partire il colpo.
Fin qui ci sarebbe stato da deplorare un errore di giudizio, mantenuto con una certa
ostinazione; errore per in parte almeno scusabile per lincertezza dellorganizzazione dei
riconoscimenti per il ricordo che egli doveva avere scottante della precedente avventura con
il falso francese. Quello che riesce pi difficile a spiegarsi lostinazione nel non voler
soccorrere i feriti: questo era rimane il punto debole della questione; si vocifer a Gibilterra
che per un momento dopo il colpo fatale ci fosse stata una specie di ribellione morale contro il
comandante del Nama, da parte di una parte dellequipaggio, specialmente di quello dorigine
italiana, che dalle grida dei feriti si era maggiormente convinto di avere dei connazionali di
fronte. ci port una maggiore ostinazione del comandante nella sua idea di diffidenza.
In tutta la faccenda contribu anche il fatto che il comandante del Nama era di origine
tedesca temeva forse di poter sembrare troppo tiepido nel combattere il nemico se dei
sommergibili tedeschi lo avessero ancora tratto in inganno.
Giunsero frattanto dallItalia lo Strale per scortarci lAtlante per rimorchiarci. Il Bologna
aveva continuato, subito dopo linterrogatorio di alcune persone dellequipaggio.

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TRISTE RITORNO IN ITALIA - RIPRESA DI ATTIVITA GUERRESCA

Lasciammo Gibilterra il 24 ottobre e dirigemmo per Cagliari; lAtlante mi rimorchiava, ma


io tenevo un motore in moto e quindi la navigazione procedeva abbastanza veloce nonostante
la minore potenza del rimorchiatore. Facemmo una rotta che doveva farci incontrare poche
navi; infatti non incontrammo che un caccia che ci pass accanto di notte senza scambiare
segnali di riconoscimento; era una notte di luna e noi lo vedemmo passare veloce nella striscia
argentea del riflesso lunare. Forse lui non ci vide e fu bene perch nonostante le due navi di
scorta cera sempre pericolo che egli avvistasse per primo sol un sommergibile e
ricominciasse lavventura pericolosa.
Arrivati a Cagliari, ci colp la differenza di vita tra le due citt: l si nuotava
nellabbondanza, qua scarseggiava perfino il pane, e il ritardo dun piroscafo di grano poteva
mettere in serio pericolo lalimentazione dll popolazione.
Da Cagliari andammo a Messina dove facemmo una brevissima sosta. Continuammo poi
per Taranto, nel cui Arsenale fu iniziata la revisione dei principali organi dei sommergibili per
potere poi prestare servizio a Brindisi, che sarebbe stata la nostra base.
Il pezzo del motore dellH 7 era gi giunto dallAmerica a Genova; per da questo porto

l avevano rimbarcato per Napoli ed io temevo molto per qualche siluramento: ma alla fine,
dopo un mese dal suo primo sbarco, giunse.
Il Ministero encomi i comandanti e gli equipaggi degli H per aver portato a termine la
traversata malgrado gli elementi spesso avversi e gli altri accidenti; ma era un momento in cui
gli elogi soddisfacevano scarsamente e ci sarebbe stato pi gradito partire senzaltro per
Brindisi per iniziare il nostro servizio con tutta lattivit di cui questi nuovi sommergibili
erano capaci.
Nellattesa che fossero terminati i lavori, avemmo una breve licenza, in eccezione alla
regola che in quei giorni le aveva sospese per tutti. Io approfittai per portare mia moglie ed il
bambino a Taranto per una quindicina di giorni, quindicina che per proroghe e piccola malat-
tia del bambino, giunsi poi a raddoppiare.
In questo periodo giunse la notizia della morte dei due fratelli di mia moglie, ufficiali
volontari degli Alpini, caduti al Colle della Berretta, sul Grappa, dopo aver superato
felicemente la grave crisi di Caporetto.
Dalle notizie che avevo dai miei colleghi brindisini, risultava che i sommergibili nel basso
Adriatico non avevano un impiego molto convincente; tanto che per cercare loro unattivit
pi proficua erano stati distaccati due H sulle coste della Tripolitania per cercare di affondare
i sommergibili tedeschi che periodicamente si recavano a Misurata per mantenere le
comunicazioni con i ribelli tripolini. Pensai di proporre che lH 7 venisse impiegato sulla rotta
dei convogli per dare la caccia ai sommergibili tedeschi, certamente l pi numerosi che a
Misurata; senza alcuna scorta, senza nave richiamo (come faceva il Pacinotti nella zona di
Messina).
Lavventura di Gibilterra mi aveva pi di una volta portato la mente a pensare all
possibilit di dare la caccia ai sommergibili tedeschi con gli H, che erano capaci di reggere
bene il mare per un discreto numero di giorni, 15 o 20; erano rapidi nellimmersione, di facile
maneggio, poco visibili. Io concepivo un sistema di caccia autonomo completamente dove
avrei corso gli stessi rischi che cercavo di far correre ai nemici; se fossi affondato, la marina
italiana non ne avrebbe risentito molto, mentre se avessi affondato un tedesco, avrei salvato
numerosi piroscafi e grandi quantit di materiali necessari per la guerra. Ma questa idea non
trov buona accoglienza nei miei superiori e terminati i lavori mi trasferii a Brindisi alla met

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di marzo, entrando in turno con i miei colleghi per le missioni in corso.
Rientravo nella zona di guerra dopo undici mesi di assenza durante i quali avevo passato
periodi di vita interessanti sempre, talvolta molto comodi e piacevoli, talaltra duri e
monotoni. Arrivai in zona di guerra con lequipaggio gi pronto a prendere lordinario
servizio; solo lufficiale in seconda era nuovo e poc sperimentato in guerra, essendo da poc
uscito dallAccademia e non avendo da ufficiale fatto che poco imbarco su navi nel Mar
Piccolo a Taranto. Era un ufficiale volonteroso ed intelligente che bisognava formare col
tempo e con le missioni; ma di queste il peso per un certo tempo sarebbe caduto interamente
sulle mie spalle. La traversata dellAtlantico ed il servizio di guerra precedente mi avevano
convinto che avevo doti di resistenza non comune sia contro gli strapazzi sia contro la fatica,
che potevo sostenere senza riposo per un periodo abbastanza lungo. Mi dichiarai perci
pronto alle missioni di guerra appena arrivato a Brindisi e rinunciai a recarmi a Barletta a fare
un periodo di allenamento in quella zona reputata tranquilla.
Per per un po di tempo lH 7 non fece missioni.
Si attraversava allora a Brindisi un periodo di incertezza circa limpiego dei sommergibili;
questi negli ultimi mesi erano stati impiegati in servizi di agguato davanti a Cattaro, in modo
da sorvegliare specialmente la rotta Cattaro-Brindisi; altri distaccati a Valona facevano
servizio nei pressi di quella base; altri invece agivano lungo la costa tra Durazzo, Valona, S.
Giovanni di Medua, ma a distanza abbastanza considerevole da terra per la presenza delle
mine non potevano spiegare unattivit notevole contro il traffico che, sia pure in misura
limitata, si svolgeva fra Cattaro e Durazzo per il rifornimento delle truppe operanti in Albania.
Intanto si cominciava a parlare del servizio che si sarebbe dovuto intraprendere per
costituire la linea settentrionale dello sbarramento del canale di Otranto, costituito a Sud da
reti esplosive, poi da unit di superficie di varia grandezza ed al Nord da sommergibili. Per
iniziare si attendeva che fossero concentrate a Brindisi 24 unit, otto per ciascuna nazione
(Italia, Francia, Inghilterra) calcolando di averne otto contemporaneamente in linea.
Nel frattempo si continuarono delle missioni isolate. L 7 fece la sua prima l8 di aprile;
due giorni di agguato davanti a Cattaro; nulla di notevole se si eccettua lavvistamento di
fanali lontani nella notte fra il 9 ed il 10, mentre si faceva la carica; rientrammo l11 a Barletta
ed il 12 ritornammo a Brindisi.
Il 17 la nostra flottiglia ebbe un altro accidente e cio il siluramento del nostro H 5 da parte
di un H inglese che era in agguato a poche miglia da lui.
Era il crepuscolo. L 5 era emerso per la carica non sospettando che laltro sommergibile
stava spiandolo attraverso locchio del proprio periscopio. Restando immerso, linglese si
port a distanza di lancio e fece partire due siluri. Entrambi raggiunsero lobbiettivo. Il fianco
dellH 5 fu squarciato terribilmente mentre due enormi colonne, sollevate dagli scoppi,
avvolsero la torretta. Dopo qualche secondo, suscitando un breve risucchio, la nave si inabiss
col suo carico umn, silenziosamente; solo il comandante ed il radiotelegrafista che erano
sulla torretta rimasero a galla.
I superstiti furono ricuperati dallinglese che emerse dopo il lancio.
Linchiesta interalleata naturalmente non venne a nessuna speciale conclusione se non che
era meglio non fare uscire simultaneamente i sommergibili di diverse nazionalit, visto che
avevano criteri dissimili nello svolgere le missioni. Veramente la dissimiglianza era stata in
questo caso nel modo di determinare la propria posizione, ma non ci si volle fermare su
questo punto per tema di urtare le suscettibilit.
L 7 fece unaltra missione il 21 aprile, ma senza risultati notevoli.

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LO SBARRAMENTO DEL CANALE DOTRANTO

In maggio vennero iniziate le missioni in correlazione con il servizio dello sbarramento del
canale di Otranto. Era stato stabilito che i sommergibili sarebbero usciti successivamente a
gruppi formati da unit della medesima nazione. La missione sarebbe consistita in tre giorni
di agguato per noi e per i francesi, quattro per gli inglesi che avevano a bordo un maggior
numero di ufficiali. Landata ed il ritorno fra Brindisi ed il posto di agguato sarebbe avvenuta
di notte; per evitare incontri fortuiti, un gruppo non sarebbe partito una certa sera se la mattina
dello stesso giorno non fosse rientrato il grupp che lo aveva preceduto nell agguato:
conseguentemente cera un giorno intero ogni tre o quattro giorni in cui non vi erano
sommergibili in agguato. Questa mi sembr una deficienza dorganizzazione perch si poteva
sempre escogitare un sistema per evitare incontri fortuiti anche senza lasciare la zona vuota
nel cambio dei gruppi. Ma io avevo limpressione che tutti i capi a Brindisi avessero poc
fiducia nellefficacia di questa forma di agguato e che perci non si preoccupassero troppo di
cercare un sistema pi perfetto per il cambio dei gruppi.
Per il nostro gruppo italiano la missione si svolgeva in genere cos: partenza da Brindisi la
sera pi o meno tardi a seconda della distanza dal punto di agguato assegnato, che si
raggiungeva durante la prima notte; tre giorni di agguato con ricarica di energia nelle due notti
intermedie; la quarta notte veniva impiegata per il ritorno a Brindisi dove si entrava nelle
prime ore del mattino; ci si ormeggiava tra le nove e le dieci.
In questo modo, dato il turno stabilito con i francesi e gli inglesi, si partiva per le missioni
ogni 13 giorni; brutto numero, direbbe qualcuno, ma in effetto vi erano i giorni di tempo
cattivo che ritardavano qualche partenza; poi vi erano le giornate in cui le navi di superficie
uscivano per qualche scorreria e la cooperazione tra quelle ed i sommergibili era cos poco
studiata e perfezionata che il pi delle volte si preferiva che in quel giorno i sommergibili
fossero tutti o quasi tutti in porto. Cos in media le partenze da maggio ad ottobre avvennero
ogni 16 o 17 giorni.
Poi vi era il turno per lagguato mattinale davanti a Brindisi al quale partecipavamo nei
giorni di riposo insieme a qualche sommergibile antiquato o di passaggio; gli inglesi ed i
francesi non vollero parteciparvi ritenendlo inutile. Le linee di agguato venivano variate ogni
tanto e le posizioni delle varie unit su queste linee erano abbastanza distanti fra di loro.
Alcune erano proprio in centro allAdriatico, altre erano molto prossime a Cattaro.
I risultati di questo sbarramento per quel che riguarda i sommergibili furono abbastanza
modesti; un solo sommergibile silurato in sei mesi da H inglese in un incontro notturno
fortunato. Gli alleati persero il Circ francese.
Questo impiego di energie cos poco redditizio riusciva tanto faticoso per gli equipaggi e
per i comandanti quanto poco largo di soddisfazioni. Infatti noi dovevamo stare giorno e notte
in uno stato di attenzione quasi spasmodica sia per essere pronti ad esercitare loffesa con la
rapidit necessaria in caso di avvistamento del nemico, sia per evitare di fare noi quella fine
che avremmo voluto far fare agli altri.
Specialmente la notte con la visibilit scarsa e variabilissima delle diverse direzioni,
cerano altrettante probabilit di avvistare per primi ed affondare il nemico, quanto di essere
da lui avvistato ed affondato. Le notti di luna specialmente erano piene di insidie e la fine del
tedesco ce ne aveva mostrato tutto il pericolo.
Infatti lH inglese che aveva riportato il successo era fermo a caricare, con la prora rivolta
verso largentea striscia riflessa dalla luna sul mare; ad un certo punto su questa si disegn la
sagoma di un sommergibile in posizione perfetta per essere silurato con poca fatica;

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uninversione di posizioni, ossia poche centinaia di metri di spostamento della rotta del
tedesco e della posizione dellinglese e probabilmente sarebbe stato questo ad andare a fondo.
Pi di una volta nel recarci al posto di agguato o nel ritornare ci si pass vicino ed uno solo
scorse laltro senza esserne scorto. Recentemente un comandante di un incrociatore tedesco
venuto in visita a Messina si informato del nome del comandante dellAtropo durante la
guerra e mi ha poi mandato a dire che una notte al principio del 17 mi pass col suo
sommergibile a due o trecento metri di distanza e per poc non mi silurava senza che io mi
fossi accorto di nulla; fortunatamente anche io camminavo svelto ed il tedesco non fece a
tempo ad eseguire la manovra necessaria per puntare i suoi lanciasiluri su di me.
Di giorno occorreva molta attenzione per potere avvistare attraverso il periscopio il
sommergibile nemico il pi presto possibile onde poter compiere ladatta manovra di attacco;
er anche necessario che questa si compiesse in modo perfettamente regolare senza incertezze
nella navigazione subacquea del sommergibile che occorreva fosse bene equilibrato per
restare esattamente in quota in modo da non essere avvistato e da non perdere di vista mai il
nemico.
Occorreva anche evitare di essere avvistati dai nemici, sia che fossero vedette costiere, che
navi o aerei, altrimenti la zona di agguato sarebbe divenuta inutile perch i sommergibili
lavrebbero evitata.
Ci rendeva necessario di restare sempre immersi nelle ore diurne e di tenere fuori solo il
periscopio necessario per lesplorazione; con le lunghe giornate estive ed i lunghi crepuscoli
si arriv cos a delle immersioni di 20 ore, particolarmente gravose.
La manovra del sommergibile dava invece poca preoccupazione perch lequipaggio era
ormai affiatato ed allenato, tanto che lasciavamo diverse persone a terra a turno per non
affollare il battello, specie durante le lunghe immersioni. Il maggior sforzo di attenzione era
concentrato nel comandante che, come ho spiegato sopra, riceveva uno scarso aiuto dal
tenente ancora alle prime armi col mare, col sommergibile e con la guerra. Il resto
dellequipaggio si divideva in genere il servizio in due turni e poteva riposare molta parte del
tempo o tenersi pronto ad eseguire le sue incombenze in caso dattacco, leggendo e
chiacchierando. La mensa era ormai organizzata come a terra; si cucinavano i piatti abituali
della mensa del marinaio con tutti i condimenti mediterranei che alle volte rendevano pi
mefitica laria che si respirava, ma pi appetitose le vivande.
Ho accennato alle lunghe immersioni estive; non avevamo mezzi idonei per rigenerare
laria ed in genere si sfruttava la maggior capacit degli H e la diminuzione del personale per
tirare avanti senza alcun provvedimento e si arrivava fino alla fine senza ansimare troppo.
Per queste missioni furono l prova del fu per i predisposti alle malattie dei polmoni che
dopo poco si manifestarono colpiti in modo pi o meno grave e dovettero essere sbarcati.
Al termine della lunga immersione, quando si veniva a galla, io ero il primo a saltare sulla
torretta per esplorare intorno a me e sentivo tutta la volutt dolorosa di quelle prime boccate
daria pura; dico dolorosa perch tirando il respiro profondo si sentiva laria entrare nei
polmoni con una sensazione veramente di dolore fisico che scompariva dopo le prime quattro
o cinque bocate. Qualche volta questa immissione repentina nellaria pura dava quasi un
senso di stordimento beato. Appena accertato che nulla era in vista venivano messi in moto gli
estrattori e cominciavamo a rinnovare laria nellinterno; laria viziata veniva espulsa da un
tubo a fianco della torretta; certe volte delle sbuffate di questa aria espulsa mi investivano in
pieno ed io pensavo quasi con incredulit che fino a pochi momenti prima avevo respirato
tanti miasmi nauseabondi. Ma qualche volta dopo due o tre minuti passati sulla torretta mi
dovevo immergere di nuovo senza aver potuto rinnovare laria; per i marinai che erano rimasti
a basso era un piccolo prolungamento di uno stato a cui ormai avevano fatto labitudine; ma
per uno che dallaria pura veniva ripiombato di colpo in quellatmosfera carica di anidride
carbonica, era un vero martirio; affanno nel respiro e dolori acutissimi al capo; cosa che

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fortunatamente passava appena si poteva tornare allaria aperta.
La notte, se si era vicini a Cattaro, si aveva unaltra preoccupazione: quella dei proiettori
che sulla costa si accendevano e facevano per un certo periodo di tempo una esplorazione
sistematica dellorizzonte. Quei bianchi fasci partivano in genere da una posizione quasi
parallela alla costa e cominciavano a ruotare lentamente: piano piano si vedevano avvicinare e
ad un certo momento il sommergibile appariva illuminato; sembrava per un momento che il
fascio si fosse fermato su di noi; il pensiero di essere stati scoperti si presentava alla nostra
mente; ma era un falso allarme: probabilmente unillusione. Il fascio ci abbandonava e
continuava il giro di esplorazione, mentre tutto ritornava tranquillo intorno a noi.
Certo che anche a considerevole distanza da terra quei proiettori illuminavano tanto da
rendere un sommergibile visibile ad ununit navale che si fosse trovata nelle vicinanze. Per
questo cercavamo di evitare di rimanere sotto quei fasci e spesso nella notte ci allontanavamo
alquanto dalla zona dellagguato prevista.
Terminata la carica, unora prima dellalba ci immergevamo e navigando a circa 20 metri
di profondit aspettavamo la luce necessaria per lesplorazione col priscopio. Era questo il
momento in cui mi concedevo un momento di riposo sulla sedia a sdraio in camera di ma-
novra; sonnecchiavo mentre il tenente ed il fido Monti badavano alla navigazione. Qualche
volta capit che questi due erano cos stanchi anche loro che io mi accorsi che cera una
malsana ed involontaria tendenza a lasciare andare lH 7 da solo; ora il mio sommergibile era
veramente bene allenato, ma fino a questo punto non mi fidavo della sua capacit. Un mio
collega dopo una missione faticosa, durante la via del ritorno, mentre navigava a 20 metri di
profondit, pens come facevo io di concedersi un breve riposo seduto in camera di manovra;
ma svegliandosi un momento rimase allibito allo spettacolo del tenente con gli occhi chiusi,
del timoniere orizzontale che sera addormentato col capo sui ginocchi, mentre il
sommergibile continuava a procedere tranquillo con la lancetta del manometro che sembrava
inchiodata sulla quota stabilita. Questi fatti (a lieto fine) ci persuasero della necessit di far
riposare a turno gli ufficiali ed il personale di guardia anche se non ne avevano voglia, anche
se la loro curiosit per gli avvenimenti li portava a spostare il turno di riposo. Chiss che
qualche perdita di sommergibile rimasta misteriosa, non debba attribuirsi a cause banali come
il sonno invincibile del personale? Ho detto sonno invincibile e veramente in certi casi si pu
proprio parlare di sonno invincibile; sono momenti che prendono quasi improvvisamente e
durante i quali la fatica per tenere gli occhi aperti veramente penosa. Il dubbio di avere il
nemico davanti, non basta a scacciare questo sonno; ricordo che la vista di un fanale sospetto
abbastanza vicino, non bast a farmi passare uno di questi accessi contro il quale continuai a
lottare mentre davo lordine dimmersione. Fortunatamente erano di breve durata e talvolta un
avvenimento anche semplice, ma improvviso ed inaspettato, troncava bruscamente quegli
abbandoni.
Il mare ci offriva poche distrazioni; il tempo in quei mesi estivi era generalmente buono e
le emozioni oceaniche non si rinnovarono. Un paio di volte con lH 7 oltrepassamm in
immersione profonda gli sbarramenti austriaci paralleli alla costa e si incroci alquanto lungo
le rotte costiere a Nord ed a Sud di Cattaro. Ma il mare rimase deserto; unica cosa interessante
fu una grande colona di fumo che attribuii a incendio provocato da un bombardamento aereo
eseguito dagli inglesi il giorno prima.
Cos passarono i mesi estivi.
Non vi fu in questo periodo neppure il diversivo di qualche scorreria austriaca; lunica che
avevano iniziata fu troncata a Premuda nel nascere e non potemmo quindi vedere se la rete di
sommergibili tra Brindisi e Cattaro avrebbe funzionato in caso di combattimento navale.
Anche a terra negli intervalli tra le missioni non vera nulla che ci distraesse in modo
particolare. Brindisi nella calda estate, con tutte le limitazioni imposte dalla guerra, po
offriva di interessante.

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Vedendo che non si accennava a cambiare il servizio dei sommergibili a Brindisi,
nonostante la loro visibile inefficienza, chiesi di passare su di un sommergibile in zona pi
attiva, visto che la promozione mi portava ad avere il comando di una squadriglia. Dopo
alcune tergiversazioni, siccome ad Ancona desideravano avere qualche tipo H, pi adatto
degli F per le missioni in Dalmazia, fu stabilito che lH 7 e lH 8 da Brindisi si dislocassero ad
Ancona a costituire un gruppo al mio comando.
Per la data di questo spostamento ad Ancona non fu stabilita ed in settembre eravamo
ancora a Brindisi a fare le consuete missioni quando per un momento parve che le cose per
noi si dovessero animare anche in questo settore.
Infatti lH 4 vide ed attacc qualche nave lungo le coste albanesi; lH 8 incontr una
flottiglia di dragaggio scortata e tent degli attacchi.
Pochi giorni dopo anche io presso la costa a Sud di Cattaro avvistai la medesima flottiglia
di sei dragamine, due caccia ed una piccola torpediniera. Fin dallinizio mi accorsi che non
cera molta speranza di arrivare a distanza utile per il lancio sui due caccia tipo Huszar, nostre
vecchie conoscenze gi sfuggiti altra volta ai nostri siluri. Ci nonostante mossi allattacco a
buona velocit; era lora del tramonto, il mare leggermente increspato; condizioni buone per
sperare di non essere scorti prima del lancio.
Mentr mi avvicinavo al nemico, un idrovolante che volava a bassa quota pass davanti al
periscopio; era cos vicino che non entrava tutto nel campo dello strumento; pensai di essere
stato avvistato e per un istante feci scomparire il periscopio; ma siccome nulla succedeva di
anormale dopo qualche minuto feci nuovamente emergere la lente. Lidrovolante non era pi
visibile; i caccia avevano invertito la rotta e di prora cerano due dragamine fermi che
ricuperavano a bordo lapparecchio di dragaggio. Continuai la rotta sperando di avvicinarmi
prima che rimettessero in moto, e che lidrovolante, essendo ormai il sol tramontato, non mi
avrebbe scorto fino al lancio.
A circa quattrocento metri di distanza lanciai i due siluri a breve intervallo luno dallaltro
contro i due dragamine ancora fermi, vicinissimi fra loro tanto che apparivano come uno scafo
solo. Appena intraviste le due scie delinearsi dritte sul bersaglio, feci scendere rapidamente il
sommergibile convinto che loffesa da parte dellaereo non sarebbe tardata.
Mentre si scendeva rapidamente sentimmo due esplosioni lontane succedersi a breve
intervallo. Lequipaggio ebbe limpressione che i due siluri fossero arrivati a segno e gi si
rallegrava, quando una terza esplosione molto vicina scosse tutto il battello e ruppe qualche
vetro. Poich per questa esplosione non vera dubbio che si trattasse di bomba gettata
dallaereo o da una silurante, ordinai di scendere ancora per far perdere al pi presto le nostre
tracce e rendermi difficilmente visibile dallaereo.
Nessunaltra esplosione si verific; continuammo in una rotta che ci allontanava dal teatro
dellattacco e solo a notte fatta venimmo alla superficie. La manovra di emersione ci procur
un momento di emozione per lpertura spontanea del portello della torretta quando eravamo
ancora col cielo della stessa ad un paio di metri dalla superficie. Avemmo una discreta entrata
di acqua, ma fortunatamente il sommergibile saliva con rapidit e la torretta emerse
rapidamente dopo pochi secondi.
L inconveniente che avrebbe potuto avere conseguenze gravi, era dovuto alla esplosione
che aveva fatto girare lunico chiavistello che chiudeva il portello; questo era rimasto per
chiuso perch tenuto abbassato dalla pressione esterna. Ma nel risalire, essendo noi un po
sovraccarichi di aria nei locali, si ebbe equilibrio fra le pressioni un po prima di essere alla
superficie; laria interna cerc sfuggire sollevando il portello e si ebbe allora luscita di una
serie di grosse bolle daria, tra le quali si aveva entrata di fiotti dacqua.
Non si ebbe pi contatto col nemico in quelluscita Rimanemmo col dubbio se le due
prime esplosioni fossero dovute allo scoppio dei nostri siluri o se si fosse trattato di due prime
bombe lanciate dallaereo; noi propendemmo per la prima ipotesi perch dato lintervallo di

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tempo trascorso tra il lancio e le esplosioni ci sembrava difficile che laereo avesse potuto
intervenire cos tempestivamente come se si fosse trovato proprio quasi sulla nostra testa al
momento della partenza dei siluri.
Per non avevamo visto nulla e non affacciammo nessuna ipotesi di affondamento quando
rientrammo a Brindisi. Dopo larmistizio non si ebbero notizie sicure sul fatto e non
risultando che gli austriaci avessero perduto dei dragamine in quella zona, prevalse lopinione
che le tre esplosioni fossero tutte e tre dovute a bombe e che i siluri fossero passati sotto i
dragamine; quei siluri inglesi durante la corsa avevano delle sensibili oscillazioni di quota e
pi di una volta erano passati sotto navi di poca pesagione. Ad ogni mod il rimpianto mag-
giore fu di non aver potuto attaccare efficacemente i cacia; il mancato effetto contro i
dragamine (se anche fu realmente mancato) assumeva poca importanza dato lo scarso valore
di quelle unit. Lequipaggio rimase per alquanto disilluso specialmente perch nel suo
intimo aveva gi cantato vittoria; n valse a ridargli la serenit laver scapolato i possibili
effetti della terza bomba che non ci aveva mancato di molto e che dalla robustezza della
scossa mostrava di essere di forza superiore alle vecchie conoscenze dellAtropo.
Fu questo lultimo incontro col nemico. Eravamo in settembre e si sentiva che la fine della
guerra si avvicinava. La nostra partenza per Ancona fu fissata per gli ultimi giorni di ottobre.
Non avevamo pi speranza di poter partecipare per molto tempo alle azioni di quella flottiglia
perch gi erano cominciati i crolli dei fronti orientali e cominciavamo a prepararci per
ricuperare le coste albanesi.
In quel tempo, ossia verso la met di ottobre, la spagnuola si diffuse molto nella
popolazione civile e colse tutti della mia famiglia (quante fatiche mi erano costati i permessi,
le proroghe e le concessioni di farla rimanere a Brindisi, nonostante i divieti!): mia moglie,
una cognata, il pupo, la donna di servizio. Un giorno in queste condizioni mi fu ordinato di
partire.
Il mio animo era veramente triste, sorretto solo dalla fede; i tre giorni mi sembrarono
lunghi, eterni; la missione in alto mare, pi monotona del solito. I marinai erano contenti
perch calcolavano che fosse lultima missione da Brindisi e la novit per taluni ed il ricordo
per altri della vita di Ancona li teneva con lanimo lietamente sospeso.
Quando al ritorno ebbi ormeggiato il sommergibile, vidi il mio attendente, che era rimasto
a terra, venirmi incontro. Cercai di capire dll sua espressione se mi portava buone o cattive
notizie; ma per quanto meridionale era un tipo impassibile e solo alla mia domanda rispose
che in casa stavano tutti meglio.
Incaricai lufficiale in seconda di andare a riferire il consueto nulla di nuovo e corsi a casa
dove trovai veramente tutti non solo meglio, ma si pu dire convalescenti. Allora, visto che le
cose erano andate bene e che la fiducia che mi aveva sorretto era stata premiata, volli cercare
di porre fine a quella posizione un po falsa in cui si trovava la mia famiglia a Brindisi. Chiesi
perci due giorni di permesso e la sera seguente misi il mio convalescenziario intero sul treno
adriatico. La mattina dopo tutti erano istallati ad Ancona, affidati alle materne cure di mia
suocera e di alcuni amici, mentre col treno successivo io ritornavo a Brindisi.
Dopo circa una settimana lH 7 lasciava la base antica per la nuova, mentre per aria si
sentiva gi la vittoria delinearsi irresistibile.

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ANCONA LARMISTIZIO

Ad Ancona fumm accolti dai colleghi con molta cordialit; il comando della flottiglia ci
assegn subito una bella missione nei canali; a quel che riferivano i comandanti che
ritornavano di l, cera un discreto movimento di navi e quindi la speranza di concludere
qualcosa di buono.
La sera fissata per la partenza giunse un contrordine; dalle intercettazioni radiotelegrafiche
capivamo che la marina austriaca era in isfacelo; segu infatti la notizia dellarmistizio.
Ma noi partimmo egualmente per la Dalmazia e facemmo la progettata missione con altri
scopi; visitare cio un certo numero di isole per accertare le condizioni delle popolazioni e
giudicare sulla opportunit di una occupazione da parte nostra.
L 7 riemp i suoi locali di viveri, farina, riso, pasta, olio, zucchero e caff e part
seguendo in principio un itinerario analogo a quello seguito altra volta dallAtropo.
La navigazione aveva scopi pacifici, ma permaneva il pericolo delle torpedini di cui non
conoscevamo ancora esattamente lubicazione. Non sapevamo inoltre se in Adriatico esistesse
ancora qualche sommergibile della Germania con la quale non eravamo ancora in istato di
armistizio.
Inoltre non eravamo molto sicuri dei sentimenti della popolazione croata a nostro riguardo
e per questo ci eravamo anche forniti di un buon numero di fucili e di munizioni relative per
poter eventualmente armare un plotone di marinai.
Partiti nel pomeriggio da Ancona, giugemmo in piena notte a Premuda dove ancorammo
per un paio di ore. Il capovilla, come si chiamava l il sindaco dei piccoli comuni isolani,
venne a bordo con alcuni abitanti dellisola; tutti croati, molto guardinghi nelle parole,
timorosi di compromettersi. Vollero per sembrare italofili perch ci dissero che la notte
dellaffondamento della Santo Stefano, essi avevano sentito il rumore dei motori dei MAS di
Rizzo, ma per sentimento antiaustriaco non avevano avvisato la stazione di vedetta posta
nellisola. Non credetti al sentimento antiaustriaco, ma credetti alla prima parte e pensai a
quello che aveva detto Sauro a proposito del bragozzo che avevamo incontrato con lAtropo
entrando in Quarnerolo e dal quale temevamo di essere stati avvistati: cio che i pescatori
anche se ci avessero visti si sarebbero ben guardati di dirlo per evitare noie.
Dopo aver lasciato un po di viveri continuammo per Selve ed Ulbo che visitammo nella
giornata. Trovammo i paesi non ancora orientati circa la questione della Jugoslavia; vi era una
bandiera alzata ad Ulbo, ma non esistevano ancora autorit iugoslave sia pure provvisorie.
Cera la febbre spagnola abbastanza diffusa; qualche impiegato dorigine pol aveva fatto
le valigie ed attendeva un mezzo per raggiungere una qualche linea ferroviaria.
I viveri vennero bene accolti e ci fu solo un po di discussione fra i capovilla e qualche
impiegato per decidere chi dovesse prenderli in consegna e distribuirli.
A sera demmo fondo a Novaglia nellisola di Pago, proprio vicino al punto dove con
lAtropo avevamo affondato il trasporto austriaco. Ci venne incontro una barca con dentro il
capovilla in costume dellisola con altre due o tre persone fra le quali un giovane studente;
giunta la barca presso l 7, ne partirono delle grida poco comprensibili seguite da forti zivio.
Saliti a bordo, lo studente mi spieg che inneggiavano alla Iugoslavia ed allItalia i due paesi
amici che avendo vinto la guerra, si disponevano a vivere concordi per lavvenire. Ringraziai
per questo augurio, pure facendo delle riserve circa le condizioni necessarie perch si
sviluppasse lamicizia fra i due popoli. Lo studente mi disse che si era costituito a Zagabria il
governo Iugoslavo e che lui era stato nominato commissario per Novaglia. Gli dissi che la
questione del governo dllisola sarebbe stata risolta in relazione alle condizioni

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dellarmistizio. Non volendo allontanarmi di notte dal sommergibile non accettai linvito ad
un pranzo offerto da queste autorit improvvisate ed in seguito ad ulteriori insistenze inviai
lufficiale in seconda.
La mattina seguente contornammo a Nord lisola di Pago per andare nel capoluogo dallo
stesso nome. Nel canale interno costeggiammo per un po la Dalmazia e fummo salutati dalle
popolazioni dei paesi sulla riva con sventolio di bandiere e cappelli.
A Pago appena ancorati venne una grossa barca con diversi signori, uno dei quali aveva
una sciarpa tricolore iugoslava; questi mi fece un discorso in croato ma io troncai dopo poche
frasi dichiarando che non capivo e che lo pregavo di parlarmi in italiano. Prese allora la parola
il giudice del paese, uno zaratino di pura famiglia italiana, che mi spieg come, per mantenere
lordine nel paese si fosse formato una specie di comitato fra le personalit pi influenti,
croate e italiane; che alcuni croati si erano dichiarati rappresentanti del governo di Zagabria;
che il sindaco l presente, un croato dallitalico nome di Grimani, cercava di fare opera di
pacificazione fra i vari elementi; che temevano un poco per il ritorno di numerosi reduci auto
smobilitati gi cominciati ad affluire, i quali non avevano idee molto tranquille.
Congedai tutti dicendo che sarei sceso a terra per rendermi conto dello stato del paese e che
intanto consigliavo la tranquillit. Scesi infatti dopo un poco ed alla banchina trovai il sindaco
Grimani (di nome Antun) che evidentemente cerc di accaparrarmi e di dirigere la mia visita;
ma io scelsi litinerario e girai buona parte del paese sempre accompagnato dal sindaco che
nel suo gergo veneto mi raccont tutti i suoi fastidi e le amarezze che in quel momento la sua
carica gli procuravano.
Si vedeva evidentemente che credeva pi alloccupazione italiana che allaffermarsi del
governo di Zagabria e non gli sarebbe dispiaciuto di restare sindaco anche in regime di nostra
occupazione. Passando davanti ad un negozio dove linsegna italiana era stata imbiancata con
la calce, mi fermai a guardarla e contemporaneamente chiesi al Grimani se italiani e croati
andavano di buono accordo. Il Grimani mi rispose che le persone per bene andavano
daccordo, ma che cerano anche gli scalmanati che facevano prepotenze, mentre mancavano i
mezzi per tenerli a posto. Ossia , dissi io ci vuole loccupazione . Grimani disse
Magari temporanea . Io pensavo che sarebbe stato meglio occupare per non lasciare, ma a
Grimani dissi solo che la questione delloccupazione era gi regolata da trattati che sarebbero
stati presto pubblicati.
Ritornando presso la banchina trovammo il giudice che mi invit a casa sua; Grimani ci
lasci allora d avermi invitato per la sera ad un pranzo che mi sarebbe stato offerto dal
Comitato.
In casa il Giudice mi parl dello sforzo che facevano i croati per farci trovare davanti ad un
governo costituito che rendesse non necessaria loccupazione che noi potevamo effettuare in
base alle clausole dllarmistizio. Parlammo a lungo della situazione a Fiume, a Zara e nella
Dalmazia in genere e ci lasciammo po prima del pranzo.
Ripassai un momento a bordo e trovai i marinai che con poco riso avevano acquistato dei
magnifici dentici e spinole e si apprestavano ad una specie di banchetto. Diversi italiani erano
a bordo, commossi fino alle lagrime nel vedersi su duna nave italiana.
Al pranzo mi recai con un ufficiale che era venuto sull 7 di passaggio per potere
prendere il comando di un plotone da sbarco in caso di bisogno.
La sala era addobbata con bandiere italiane e iugoslave; i commensali erano met italiani e
met croati. Fra questi vi erano due sacerdoti (i pi arrabbiati partigiani dello Stato
iugoslavo), il signore con la sciarpa che si considerava rappresentante del governo di Zagabria
ed altre due persone; il sindaco Grimani presiedeva. Di italiani cera il Giudice, un dottore ed
altre due persone. La conversazione durante il pranzo fu animata; si parl delle condizioni di
Pago in quegli ultimi anni di guerra, delle privazioni non eccessive data la vicinanza della
Croazia che aveva potuto inviare rifornimenti di bestiame e di grano. Si cominci poi a

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parlare delle questioni che avrebbe dovuto risolvere la conferenza per la pace, delle speranze
del nuovo stato slavo, della sua forma di governo: unitario, federale o repubblicano? Tra i
presenti cerano rappresentate diverse tendenze. Il pranzo fu abbondante e per niente simile a
quelli razionati dItalia; al dolce, Grimani chiese di fare entrare altri invitati; vennero cos le
famiglie dei convitati principali ed altre abbastanza numerose.
Cominci una serie di brindisi nei quali inneggiando alla fraternit fra gli italiani e gli
slavi, ognuno tirava lacqua al suo mulino. Al termine dei brindisi presi la parola io; espressi
il desiderio che la pace potesse soddisfare tutti e due i popoli, ma ribattei anche il concetto che
soprattutto avrebbero dovuto essere ricompensati i popoli che avevano vinto la guerra a
traverso sacrifici durissimi. I croati acclamarono le mie parole: non erano certo persone da
non capire il senso di esse, ma non erano neppure tali da perdersi di animo per la mia di-
chiarazione.
Terminati i brindisi furono intonati canti nazionali ora dagli slavi, ora dagli italiani. Dopo i
canti nazionali furono intonate delle canzoni popolari; una signora serba, la moglie del titolare
dellufficio postale, cant dell nenie e delle canzoni del suo paese. Poi tra rinnovati evviva e
zivio si sciolse ladunanza con unapparente cordialit generale.
Tornato a bordo preparai un telegramma in cui insistevo sulla necessit che Pago fosse
presto occupata per proteggere il gruppo di italiani che vi abitavano e che non avrebbero certo
ricevuto n protezione n appoggio dai croati.
La mattina dopo partimmo per Zara; il sindaco Grimani venne in battello a salutarmi al
momento di salpare; lo salutai un po sostenuto dicendogli che come capo della citt era
responsabile del trattamento che avrebbero avuto gli italiani e che mi auguravo che sapesse
mantenere ancora la buona amicizia che almeno in apparenza aveva regnato la sera
precedente. Lui si protest animato da buone intenzioni e mi disse che per quel poco che lui
poteva, avrebbe cercato di mantenere la concordia. Senza dirgli che avevo proposto loccupa-
zione, gli annunciai la visita prossima di altre navi e lo lasciai.
Per quanto Zara non fosso nel nostro itinerario avevo deciso di recarmici per rifornirmi di
acqua e per fare vedere ai miei marinai la pi bella e la pi italiana citt della Dalmazia.
Arrivando ci attraccammo alla banchina presso alla torpediniera che per prima aveva
visitato la citt. In un momento una gran folla si avvicin allH 7; scesi a terra salutato
lietamente da tutti quei zaratini che in quei giorni erano in una specie di ebbrezza di gioia;
dopo scambiati i saluti col comandante della torpediniera, tenente di vascello Matteucci che in
quei giorni era a Zara una specie di deit adorata, mi avviai verso la citt e feci un lungo giro
per le calli e le rive piene di ricordi e reminiscenze veneziane; mi soffermai anche nella catte-
drale dove rimasi un po in preghiera con limpressione di chi giunto a sciogliere un voto.
Ritornato alla banchina trovai lH 7 tutto coperto di fiori; un grosso mazzo di fiori rossi era
stato infilato sulla bocca del pezzo; un altro era fissato sui periscopi; altri ancora sulle draglie
e sullalbero. Tutti i marinai chiacchieravano con i cittadini dei due sessi, raccontando e
scambiando impressioni.
Dopo pranzo mi recai al circolo dove fui presentato al potest Ziliotto, il vecchio patriotta
che per tanti anni aveva lottato per litalianit della sua citt e della Dalmazia; con lui erano
altre personalit di Spalato, Trau, Sebenico. Alla gioia della liberazione di Zara si mescolava
in tutti la tristezza per le notizie circa il patto di Londra che non davano speranze agli italiani
di Sebenico e Spalato. Altra ragione di tristezza era il senso della tracotanza slava che aveva
fiutato la debolezza della nostra politica di fronte alle protettrici interessate del nuovo Stato
iugoslavo.
Intanto la giovent ballava allegramente; i marinai si lasciavano prendere da quel senso di
gioia che dominava nella popolazione ed accettavano con commozione
e piacere la parte di liberatori. Nella massa cera anche qualche zaratino ancora in uniforme di
marinaio austriaco; il podest Ziliotto si accorse che io guardavo con aria poco soddisfatta

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questa intrusione e mi assicur che litalianit delle rispettive famiglie era indiscussa; quei
giovani avevano cooperato alla fine disordinata della marina austriaca in quanto erano venuti
in licenza a Zara alcuni mesi prima e non avevano fatto pi ritorno a bordo.
Ritornai a bordo a notte inoltrata; trovai per via delle catene di marinai e ragazze che
percorrevano le strade cantando e danzando e non sembrava avessero ancora voglia di
cessare. Notai che partecipavano a questa manifestazione anche certi marinai che a bordo
erano noti per la loro timidezza ed orsaggine; ma quella sera erano stati trascinati
dallentusiasmo generale.
Il giorno seguente lo passai visitando altre isole minori.
Dopo essere ripassati ancora a Premuda ed avervi lasciato gli ultimi residui dei viveri,
restatici dalle copiose distribuzioni fatte sul nostro cammino, ritornammo ad Ancona.
Questo giro fatto nelle isole Dalmate ed a Zara fu lunica soddisfazione che ebbe il mio
equipaggio a guerra finita. Pochi giorni dopo venne la notizia ch i sommergibili avrebbero
presto lasciato la base di Ancona per rientrare parte a Venezia, parte a Brindisi. Rinnovammo
perci gli zingareschi preparativi ed ai primi di dicembre ritornammo a Brindisi dove io, in
considerazione del grado che avevo raggiunto fui sbarcato dall 7 e destinato in Albania a
Santi Quaranta. Per non raggiunsi quella base arretrata delle nostre truppe di occupazione
perch mentre mi provavo la divisa grigio verde che avrei dovuto indossare l, venne lordine
che mi dovevo recare subito in Inghilterra per prendere in consegna dieci sommergibili ex-
germanici che potevamo portare in Italia a scopo di propaganda.
Diedi cos un addio al mio equipaggio; ero lieto in quel momento pensando alla guerra
finita, alla vittoria ottenuta ed anche alla prossima gita in Inghilterra piena di interesse e di
attrattive. Ero lieto perch potevo separarmi a testa alta da quei miei compagni con i quali
avevamo tante volte sfiorato seri pericoli, uscendo da essi sempre incolumi talch in quel
momento i ricordi dellAtropo e dell 7 non gettavano alcuna ombra: avevamo lavorato
sempre in accordo perfetto; la disciplina che era regnata a bordo rassomigliava ad una
devozione; io sapevo di aver dato spesso lesempio del sacrificio, delloperosit, della calma;
ma avevo avuto la soddisfazione di aver fatto dei buoni allievi e sentivi che la maggioranza
del mio equipaggio mi aveva conosciuto ed apprezzato al mio vero valore e mi ubbidiva
ciecamente ed in letizia per la fiducia e laffetto che riponeva in me.
Ci separammo commossi ma lieti: molti dellequipaggio speravano prossimo il
congedamento; altri speravano in un periodo di riposo e di tranquillit; qualcuno si aspettava
di raggiungermi in Inghilterra.
Sentivamo tutti che il ricordo della guerra ci avrebbe spesso riportati in ispirito sullAtropo
e sull 7 a rivivere le molte peripezie, e che la nostra separazione materiale non avrebbe
influito sui vincoli che si erano stabiliti fra di noi nelle ore del pericolo; ci lasciammo cos
sorridenti, calmi e sereni come avevamo saputo mantenerci attraverso la grande bufera che
aveva imperversata sulla nostra Patria.

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