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Bonsai
& Suiseki
magazine

Luglio/Agosto 2009
Anno I - n.7/8
Bonsai&Suiseki magazine

8
7 八
七 /
in
Bonsai & Suiseki collaborazione con
magazine ©

editoriale
Luglio

2009 7/8
Agosto

DIRETTO DA
Antonio Ricchiari
IDEATO DA
Luca Bragazzi
Antonio Ricchiari Le prime frasi di una conferenza, i primi passi di un’escursione,
Carlo Scafuri sono sempre attimi di grande apprensione. Anche un anno fa, quando
intraprendemmo questa avventura del Forum del NBC e della rivista
REDATTORE Bonsai & Suiseki magazine un po’ più tardi, non posso nascondere che
Carlo Scafuri lo stato d’animo era di gioia mista a preoccupazione. Allora mi venne
in mente quando da piccolo vedevo mio nonno falegname, iniziare a
lavorare delle tavole di legno per costruire un armadio. Davanti al
REVISORE DI BOZZE mio dubbio se avesse mai costruito quell’armadio, egli serenamente
Dario Rubertelli rispose: “L’importante è cominciare”. E’ vero “l’importante è mettersi
Pietro Strada in cammino” e poi la via che appare incerta e confusa comincerà a
definirsi sempre più distintamente davanti a noi.
CORRETTORE DI BOZZE Vorrei esprimere alcuni concetti consolidati in me, che spero
andranno a caratterizzare questa nostra Rivista, come strumento di
Giuseppe Monteleone contatto e di dialogo. Non dobbiamo dimenticare che una rivista, per
essere valida deve rappresentare una struttura nella quale tutti met-
PROGETTAZIONE GRAFICA tono le loro esperienze non solamente tecniche, ma anche il proprio
Salvatore De Cicco modo di sentire e vivere il “Bonsai ed il suiseki”, per poterle trasmet-
tere agli altri, deve essere la via per conoscersi e farsi conoscere.
L’importante nella vita è capire che il nostro modo di vivere e di pen-
IMPAGINAZIONE sare non è il solo, e soprattutto non è il solo giusto. Solamente im-
Salvatore De Cicco parando a scoprire come vivono e pensano gli altri daremo valore
Carlo Scafuri aggiunto alla nostra vita.
Purtroppo l’attuale cultura, anche quella bonsaistica, porta ad
essere competitivi e perciò conflittuali anziché concorrenziali. Compe-
FOTO DI COPERTINA tere significa che uno vince e l’altro perde, imboccando due direzioni
Luca Bragazzi diverse, mentre concorrere (dal lat. cum “con” e currere “correre”)
Nicola Crivelli significa lottare e vincere correndo in una sola direzione.
Traendo delle conclusioni da quanto detto: per chi vorrà scrive-
Daniela Schifano re per la rivista, che sia se stesso, che faccia trasparire il suo modo di
essere e di vivere queste arti, e per chi legge, di non giudicare solo se
HANNO COLLABORATO l’articolo ci insegna tecnicamente qualcosa, ma di pensare che dietro
Antonio Acampora c’è una persona che sta apprendendo qualcosa di nuovo. La nostra
Daniele Abbattista è una rivista amatoriale, nella quale tutti avranno uno spazio per rac-
Claudio Cofani contare le proprie esperienze, per mezzo delle quali molte persone si
Nicola Crivelli avvicineranno al mondo del Bonsai e del Suiseki, acquisendo nozioni
Dirk Dabringhausen che permetteranno loro di “sbagliare di meno”.
Armando Dal Col
Gian Luigi Enny Il cammino è iniziato. Buon viaggio a tutti!
Enzo Ferrari
Carlo Maria Galli
Giovanni Genotti
Antonio Acampora
Giuseppe La Susa
Lino Pepe
Luciana Queirolo
Daniela Schifano
Roberto Smiderle
Anna Lisa Somma
Federico Springolo
Marco Tarozzo

Tutti gli scritti, le foto, i disegni e quant’altro materiale pubblicato su


questo sito rimane di esclusiva proprietà dei rispettivi Autori che ne
concedono in via provvisoria l’utilizzo esclusivo al Napoli Bonsai Club
ONLUS a titolo gratuito e ne detengono il copyright © in base alle Leggi
internazionali sull’editoria. E’ vietata la duplicazione e qualsiasi tipo di
utilizzo e la diffusione con qualsiasi mezzo (meccanico o elettronico). I
trasgressori saranno perseguiti e puniti secondo gli articoli di legge
previsti dal Codice di procedura Penale che ne regolano la materia.
Sommario
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7 八
七 /
Dal mondo del Bonsai & Suiseki
pag. 01 “Progettare il giardino giapponese - I parte” - G. L. Enny
pag. 03 “Non solo suiseki” - C. M. Galli
pag. 07 “BCI Artist, photographer, writer Award 2009” - A. Ricchiari
pag. 08 “Lo Zen e l’acquario” - C. Scafuri

Mostre ed eventi
pag. 10 “Nationale Bonsai e Suiseki Show” - E. Ferrari
pag. 15 “XI Mostra Naz. Bonsai e Suiseki” - D. Abbattista, D. Schifano

In libreria
pag. 19 “Sentieri bonsai” - A. Ricchiari
pag. 19 “Bonsai - corso base” - C. Scafuri
Azalea
coll. Roberto Smiderle

L’essenza del mese


Bonsai ‘cult’
pag. 56 “Azalea - III parte” - R. Smiderle
pag. 20 “Lo stile. Dettagli di bellezza” - A. Ricchiari
pag. 22 “La raccolta in natura” - G. Genotti
Note di coltivazione
pag. 60 “I biostimolanti - II parte” - L. Bragazzi
La mia esperienza
Tecniche bonsai pag. 24 “The magic tree” - A. Dal Col
pag. 27 “Il battesimo sul campo”- D. Dabringhausen
pag. 61 “La legna secca” - A. Acampora pag. 30 “Il biancospino dedicato a mio padre”- G. La Susa
pag. 33 ”La nostra demo ad Arco di Trento” - F. Springolo, M. Tarozzo
pag. 37 ”Realizzazione di un ishizuki - II parte” - C. M. Galli
Vita da club pag. 40 ”Un week-end a Metz” - N. Crivelli

pag. 65 “Bonsai Club Castelli Romani” - C. Cofani


pag. 67 “Bonsai Club di Lorena” - L. Pepe
A lezione di Suiseki
Il Giappone visto da vicino pag. 44 “Il ma attorno ad una pietra” - L. Queirolo

pag. 68 “Il Giappone: l’impero dei gesti” - A. Ricchiari


pag. 70 “Nel Giappone delle donne” - A. L. Somma
pag. 70 “Novelle orientali” - A. L. Somma L’opinione di...
pag. 49 “Giorgio Castagneri” - G. Monteleone
Che insetto è?
pag. 71 “Patologia vegetale - VII parte” - L. Bragazzi
A scuola di estetica
pag. 52 “Lo stile a cascata” - A. Ricchiari

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Bonsai
& Suiseki magazine

Ho scritto sul numero precedente del magazine che la memoria umana è molto
labile, troppo, e questa caratteristica che appartiene purtroppo al genere umano molto e
spesso l’oblio suona come ingiustizia e mancanza di riconoscenza. Ho ritenuto perciò op-
portuno e doveroso, assieme al Comitato di Redazione del magazine (devo dire che l’idea
è partita proprio dai suoi componenti) di conferire una targa, ogni anno, ai bonsaisti e
suisekisti che per meriti artistici o associazionistici o quant’altro, finalizzati naturalmente
alla diffusione ed alla qualificazione del bonsai e del suiseki italiano, si sono nel tempo dis-
tinti.
La scelta del personaggio sarà fatta ogni anno in base a questi parametri di
valutazione e la prima targa sarà consegnata a Settembre in occasione della IX So-Saku
Bonsai Award.
Siamo orgogliosi di essere i promotori di una iniziativa che sicuramente altri e
molto prima di noi avrebbero dovuto mettere in atto, al di là di tutte le considerazioni
partigiane che con lo spirito ed il valore artistico nulla hanno a che vedere.
Il rispetto per la personalità, l’umanità e la professionalità di coloro i quali hanno
contribuito e contribuiscono a fare grande nello scenario internazionale il bonsai ed il
suiseki di casa nostra avrà così il giusto riconoscimento.

Antonio Ricchiari - La redazione


Con il patrocinio di
I.B.S. e U.B.I.
1 Dal mondo del Bonsai & Suiseki
PROGETTARE IL GIARDINO GIAPPONESE - Gian Luigi Enny

Progettare il giardino giapponese


Cosa sapere prima di mettersi all’opera - I parte

Articolo a cura di Gian Lui Enny

Dopo aver ricevuto molte e-mail di


richiesta sul come iniziare la costruzione di un
giardino giapponese, ho preparato questo articolo
corredato da foto esplicative con l’intento di
suggerire ai non addetti alcuni importanti consigli
prima di iniziare il lavoro. Scopo di questo articolo è
quello di dare la gioia e la soddisfazione a chiunque
possieda un pezzo di terra, anche di pochi metri
quadrati, di progettarsi il proprio giardino in stile
giapponese senza incappare in grossolani errori.
Un bel giardino giapponese non nasce per caso, è
l’insieme armonico di diversi elementi, siepi, prato,
macchie di alberi e arbusti, pietre, ghiaia, cancelli,
recinzioni, camminamenti, vasche e lampade, in
alcuni casi anche muri e scale, e lo scopo finale è
quello di far apparire il tutto il più naturale possibile
anche se l’artificiosità dell’uomo ha contribuito
Fig. 1 - Sono sufficienti pochi metri quadrati purché si utilizzino elementi idonei posizionati in modo armonico
non poco alla sua realizzazione.
Creare un giardino vuol dire
mettere insieme tutti gli elementi
a disposizione in modo gradevole
esteticamente, in armonia con il
luogo e con lo stile della casa, ma
soprattutto pratico ed agevole da
mantenere negli anni a venire.
Il clima, il paesaggio, le
tipologie vegetali presenti cambiano
molto man mano che ci si sposta
lungo la nostra penisola, ed il giardino
dovrebbe integrarsi perfettamente
ed in maniera armoniosa in esse.
Tutto ciò servirà a raggiungere
lo scopo di creare qualcosa di
piacevole alla vista dell’osservatore e
nello stesso tempo possa permettere
di meditare o anche solo cercare
riposo mentale dopo una lunga
giornata di lavoro e di stress.

Fig. 2 - Paesaggio circostante con case e siepe presi a prestito per una buona realizzazione nel completamento del giardino
Dal mondo del Bonsai & Suiseki
PROGETTARE IL GIARDINO GIAPPONESE - Gian Luigi Enny 2
Ultimo ma non meno importante il budget. E’ bene progettare
secondo le proprie disponibilità finanziarie; anche un giardino giapponese in
cui pensate di investire poco, può essere bello, purché disegnato e realizzato
con cura, utilizzando gli elementi d’arredo indispensabili allo scopo.
Ricordatevi comunque che le spese che affronterete, serviranno a valorizzare
l’insieme dell’intera casa!
Altro parametro fondamentale da considerare è il clima.
Quest’ultimo, per ogni regione della nostra penisola, influenza profondamente
le caratteristiche dei luoghi. I principali fattori climatici da tenere in
considerazione nella progettazione di un giardino sono: la temperatura
diurna e notturna, la durata dell’inverno, l’intensità dell’esposizione solare
in estate, la forza e la direzione dei venti, la piovosità. E’ importante sapere,
non solo a quanto arriva la temperatura minima in inverno, ma anche se, è
soggetta a brinate e gelate tardive. Da
non sottovalutare il vento, che aumenta
l’effetto del freddo e d’estate secca le piante
facendone aumentare la traspirazione,
pertanto, prima di fare dei cambiamenti
in un giardino, bisogna considerare se la
disposizione delle piante esistenti non
Fig. 3 - Con una vasca, una lampada e poche piante, ecco realizzato sia già a protezione dai venti dominanti
un piccolo giardino in miniatura e soprattutto, dalla spesa contenuta
o meglio ancora crei ombra per i giorni di
calura. La quantità delle precipitazioni e l’andamento stagionale influenzano
notevolmente la struttura del giardino, per esempio, mai usare piante amanti
dell’acqua in luoghi siccitosi, pur avendo un ottimo impianto d’irrigazione,
queste non crescerebbero mai al meglio. Anche la neve deve essere tenuta in
considerazione, se si è in posti ove nevica di frequente, va limitato l’uso di piante
a foglia persistente.
Prima della progettazione del giardino verificate le temperature estive,
nei climi caldi sarà opportuno tenere in considerazione un luogo ombreggiato,
utilizzando magari piante con delle grandi fronde. Fig. 4 - Le forti nevicate potrebbero mettere a dura prova la struttura
delicata dei rami curati per anni nelle piante del giardino nipponico.

Gian Luigi Enny


3 Dal mondo del Bonsai & Suiseki
NON SOLO SUISEKI - Carlo Maria Galli

Non solo Suiseki

Articolo a cura di Carlo Maria Galli

Quando vado alla ricerca dei suiseki, parto sempre con l’idea di trovare poco e buono; mi sento stranamente
calmo e tranquillo, so che vado nella casa della natura, e con calma, sereno tranquillo, seguo con semplicità i tempi
della madre terra. Non sempre però, il ritorno a casa è segnato da un buon bottino, da pietre particolarmente
interessanti. Il più delle volte mi capita che pulendole, perdono quel ‘qualcosa’ che avevo visto raccogliendole; ed è
in tali circostanze che sorge la domanda: “cosa ne faccio delle pietre che non hanno i requisiti per divenire suiseki?”.
Permettetemi di aprire una piccola parentesi. In un paio di occasioni mi è capitato di vedere alcuni suiseki (in
esposizione) a cui erano state “rifatte” alcune parti. Da esperto ci rimasi male, perchè nella mia semplicità non avevo
MAI pensato di molarne delle parti per migliorarle, specie il palombino che ha una patina particolare creata da anni
e anni (patina ben diversa da quelle pietre di fiume a cui le correnti ‘lisciano la pelle’ di continuo). Quindi, una volta
rovinate, è praticamente impossibile poter rimediare.
L’Uomo non si da limiti. Ma a quale prezzo? Se solo seguisse il ritmo della natura... che rabbia! L’arte Suiseki
insegna che la “lavorazione” di una pietra è sì fattibile, ma solo su determinate tipologie di pietre, come ad esempio
i biseki; perché mai modificare le pietre di palombino per “esaltarne” i colori, le forme o i disegni?
Se lo si fa non si è più suisekisti, ma scultori. Ecco arrivati al nocciolo del tema. Pietre d’arte create dall’uomo.
Anche io ne creo (quando, come dettoprima, mi rendo conto che non ho un suiseki tra le mani), ma poi le regalo.
Vediamo insieme alcune possibilità per poter riciclare queste atipiche creazioni.

Fig. 1 - Questa ‘scultura’ mi è riuscita bene perchè è bifacciale - lato a Fig. 2 - lato b
Dal mondo del Bonsai & Suiseki
NON SOLO SUISEKI - Carlo Maria Galli 4

Fig. 3 Fig. 4 Fig. 5 - Paesaggio circostante con case e siepe presi a

Fig. 6 - Questo Gallo l’ho fatto per mia moglie e me; rappresenta lo stemma di famiglia.

Fig. 7 - Un altro aspetto di come sfruttare le pietre è per farne Fig. 8 - Ishizuki - fronte Fig. 9 - Ishizuki - retro
degli ishizuki (bonsai su roccia).
5 Dal mondo del Bonsai & Suiseki
NON SOLO SUISEKI - Carlo Maria Galli

Fig. 10 - Questa pietra si presta per un bonsai importante. Fronte Fig. 11 - retro

Fig. 12 - Un aItro modo per usare queste pietre è quello di utlizzarle nei giardini Fig.13

Fig. 13 - Come fermacarte...

Fig. 14 - ...ciondoli Fig. 15 - ...o pietre per dei girocollo


Dal mondo del Bonsai & Suiseki
NON SOLO SUISEKI - Carlo Maria Galli 6
Concludo: ho imparato che quando si dice “bello” bisogna chiedersi “perché?” Solo allora si inizia a capire il
vero senso del bello. Quindi, quando andiamo a cercare pietre ed addentrandoci nella natura veniamo estasiati dagli
ambienti, dai paesaggi, da tutto ciò che ci circonda, chiediamoci “perché?” Solo in quel momento in noi si accenderà
quella scintilla che ci farà comprendere che gli alberi, l’erba, i colori, la luce, il cielo... e le pietre, sono parte di quello
che ci piace!

Carlo Maria Galli

Fig. 16 - Questa è rimasta lì

Fig. 17 - Questa è rimasta lì

Fig. 18 - Questa è rimasta lì

Fig.19 - Questa è rimasta lì


7 Dal mondo del Bonsai & Suiseki
BCI ARTIST... AWARD 2009 - Antonio Ricchiari

BCI Artist, photographer, writer


Award 2009
Articolo a cura di Antonio Ricchiari

Anche quest’anno si è tenuto presso il Giardino Botanico di New Orleans in City


Park il Convegno della BCI svoltosi dal 19 al 21 giugno. Annuale appuntamento per una
Convention di cui è superfluo sottolinearne l’importanza.
Il Direttivo della BCI aveva scritto prima del Convegno che “la città è vivace, anche
se vi sono ancora molti quartieri in rovina. Per continuare il nostro sforzo di ricostruzione,
si invitano gli appassionati di bonsai e di suiseki di tutto il mondo a unirsi a noi per una
celebrazione di tre giorni “I superstiti della tempesta”.
I nomi erano tutti ai massimi livelli: Peter Chan (Gran Bretagna); Nacho Marin,
(Venezuela); Sandro Segneri e Massimo Bandera (Italia); Glenis Lindsay e Bebb (Australia);
Tedy Boy (Indonesia e Stati Uniti); Jim e Linda Brant (Pennsylvania, USA); Guy Guidry
(Louisiana, USA); Ed. Trout (Florida, USA); William N. Valavanis (New York, USA); Willi Benz
(Germania); IC Do (Taiwan); Richard Cranford Dora e Ross (Louisiana, USA).
City Park si estende per 1500 ettari donati alla città più di 150 anni fa e comprende
il New Orleans Museum of Art e il giardino di Sculture, il Gardens Amusement Park, Storyland, e il Giardino Botanico. Il Parco
ospita la più grande collezione di querce al mondo. Il Giardino botanico aperto nel 1926 come il Rose Garden di New Orleans.
Comprende il treno Giardino, il Giardino Giapponese, il Rose Garden, il Conservatorio delle Due Sorelle e il Padiglione delle Due
Sorelle, che è stato il luogo del BCI 2009.
In particolare, questo riconoscimento è assegnato al migliore articolo (migliore sotto il profilo tecnico, artistico,
fotografico) pubblicato l’anno precedente sulla rivista della BCI. Possiamo definirlo un riconoscimento sulla professionalità del
premiato anche a livello giornalistico e sappiamo quanto sia importante la “carta stampata” per il bonsai ed il suiseki. Siamo
convinti che questo ulteriore riconoscimento premia a 360° l’estro di Sandro che segue la sua elezione a Presidente dell’IBS.
Una curiosità: Sandro Segneri e Guy Guidry sono stati gli unici a lavorare conifere di grandi dimensioni.
Auguri quindi al mio Presidente anche a nome del Comitato di Redazione del magazine.

Antonio Ricchiari
Dal mondo del Bonsai & Suiseki
LO ZEN E L’ACQUARIO - Carlo Scafuri 8

Lo Zen e l’acquario

Articolo a cura di Carlo Scafuri

Lo Zen rappresenta nel pieno senso della parola una “religione filosofica” che permea di significato la vita
degli orientali (ed in particolare dei giapponesi); una dimensione, questa, che andrebbe più correttamente osservata
dall’interno, attraverso la sua pratica, per non incorrere nel paradosso di applicare categorie estranee a contesti
culturali differenti dai propri.
Per arrivare a comprendere come lo Zen abbia influito su una molteplicità di attività, come l’arte bonsai e
quella dell’acquario, è forse necessario ripercorrere le varie tappe che possono spiegare quello che con l’avvento
di Takashi Amano (Fig. 1) è divenuto un vero e proprio fenomeno. In origine lo Zen definiva genericamente una
categoria di monaci buddisti dediti specialmente alle arti e alla meditazione col
fine di raggiungere il Satori, ovvero l’illuminazione che porta ad un più elevato
livello di coscienza. Il Satori, a differenza del Nirvana (il cui raggiungimento
implica il distacco dell’interesse dalle questioni terrene) si propone come arte
del fare, come partecipazione attiva e consapevole al mondo. Lo Zen si fonda
su tre concetti chiave (tra l’altro di difficile traduzione): Yûgen, Sabi e Wabi.
Yûgen rappresenta il mistero che si cela dietro le apparenze, Sabi è il fascino
del mutamento e si trova in ciò che è passato e segnato dal tempo, Wabi è la
solitudine, l’austerità, la calma. In breve tempo la visione zen divenne origine e
fondamento delle arti e della cultura, nuovo cuore pulsante della poesia, della
cerimonia del tè, dell’arte bonsai, dell’arte dell’ikebana, delle arti marziali,
dell’arte del tiro con l’arco ecc. Fu allora che l’arte del giardino acquistò un
rinnovato slancio diventando la massima espressione d’interazione creativa
fra l’uomo e la natura. Il giardino zen prende forma prima di tutto nella
mente: è un occasione di purificazione mentale e d’immersione nei misteri
della natura e della vita; ogni elemento ha una sua ragion d’essere, e viene
Fig. 1 - Takashi Amano - Foto tratta da internet
opportunamente collocato allo scopo di raggiungere una completa armonia
d’insieme. La tipicità di questi giardini è quella di ricreare l’atmosfera del paesaggio (a cui il giardiniere-artista s’ispira)
in uno spazio minimo. In definitiva,
il giardino zen è un microcosmo i cui
elementi posseggono significato e
vita propri, sebbene strutturati dalla
mano dell’uomo che con raffinate
tecniche ortocolturali ed infinita
pazienza tenta di raggiungere la
perfezione. Il giardino è dunque la
metafora di un modello di perfezione
e contemplazione stupendamente
integrato nel circolo infinito di vita-
morte. Nel 1972 Takashi amano fece
la sua prima apparizione nel mondo
dell’acquariologia con l’allestimento
di un acquario che ricreava Fig. 2 - Foto tratta da internet
un paesaggio naturale ricostruito seguendo i canoni classici del giardino Zen.
9 Dal mondo del Bonsai & Suiseki
LO ZEN E L’ACQUARIO - Carlo Scafuri

Fig. 3 - Foto tratta da internet

Da allora gli allestimenti di acquari con piante che erano tipicamente di stile olandese
iniziarono ad evolversi e cambiare; nell’acquario olandese, le piante vengono disposte seguendo i classici canoni dei
giardini e delle aiuole europee, ossia vengono collocate accostando piante diverse fra loro ma somiglianti nei colori
o nelle forme delle foglie. In quello naturale, invece, gli accostamenti tra le piante servono per esaltare non sono la
naturalezza dell’acquario stesso ma anche per accentuare la tridimensionalità del paesaggio ricreato (grazie ad un
uso sapiente di colori ed ombre). Amano introdusse inoltre in vasca legni e rocce, dando maggior risalto allo spazio
vuoto, che come lo stesso Zen insegna, non è inteso nel
senso di vuoto, di nulla, ma bensì di “pieno di niente”
(lo spazio ha un’importanza ancor più fondamentale
quando si realizzano gli Iwagumi, i tipici layout con sole
rocce e piante). Tali allestimenti rispecchiano in pieno il
carattere zen: è proprio il vuoto la chiave per ottenere
un risultato soddisfacente, ed è grazie ad esso che si
ha l’impressione di trovarsi in uno spazio sconfinato.
In definitiva si è passati da una concezione di
acquario schematico ed ordinato, ad un vero e proprio
ecosistema che mira non tanto a ricreare il paesaggio Fig. 4 - Foto tratta da internet
(o una sua immagine mentale) a cui l’artista si ispira, bensì a suscitare
nell’osservatore le stesse emozioni che hanno guidato il creatore dell’acquario
stesso.

Fig. 5 - Foto tratta da internet Fig. 6 - Foto tratta da internet

Fig. 7 - Foto tratta da internet Fig. 8 - Foto tratta da internet

Fig. 9 - Foto tratta da internet

Fig. 10 - Foto tratta da internet


Mostre ed eventi
NATIONALE BONSAI & SUISEKI SHOW - Enzo Ferrari 10

Nationale Bonsai e Suiseki Show


ovvero
Esposizione Nazionale Svizzera 2009
Articolo a cura di Enzo Ferrari
foto di Nicola Crivelli

Il 23 e 24 maggio di questo anno si è tenuta l’annuale esposizione di bonsai e suiseki che regolarmente si
tiene in Svizzera. Da noi, l’esposizione nazionale si svolge alternativamente tra quella allestita ogni due anni al centro
Zulauf di Schinznach-Dorf nel Canton Argovia e uno dei diversi club disseminati nei Cantoni della Confederazione
Svizzera.
L’edizione 2009 si è tenuta a Burgdorf, cittadina alle porte
della Valle dell’Emmen, luogo pieno di colline e foreste, costellato
di fattorie, famoso per il formaggio omonimo. Possiede un centro
storico medievale esemplare con case patrizie in tardo barocco e un
impressionante castello. La città è il punto di partenza ideale per
gite nella Valle dell’Emmen o per visitare le città vicine di Berna,
Soletta, Bienne e Thun.
Nell’ambito delle due giornate espositive il caro amico
Nicola (alias Kitora) è stato invitato come dimostratore ed ha fatto
parte della giuria con Udo Fischer. Altro dimostratore d’eccezione è
stato Georg Reinhard, Presidente dell’Associazione Svizzera Amici
Fig. 1 - Il Castello di Burgdorf
Fig. 3 - Geoer Reinhard inizia il
lavoro sul chinenis

Fig. 2 - Scorcio della cittadina

del Bonsai, che è il club centrale a cui fanno capo


tutti i clubs dei vari Cantoni svizzeri che vi volessero
aderire.
Assieme all’amico Mario Pedrazzetti, anche
lui come me allievo della Scuola d’Arte Bonsai,
ho avuto il privilegio di assistere Nicola nella sua
dimostrazione dove è stato lavorato un ginepro
chinensis da giardino,che avrà sicuramente la
possibilità per divenire un magnifico bonsai.

Fig. 4 - A lavoro terminato


11 Mostre ed eventi
NATIONALE BONSAI & SUISEKI SHOW - Enzo Ferrari

Fig. 5 - Il ginepro di Nicola prima della lavorazione Fig. 6 - Lo sguardo vigile di Nicola sui due assistenti Enzo e Mario

Fig. 7 - Lavorazione a sei mani Fig. 8 - Nicola “Kitora” impegnatissimo

Fig. 9 - Da sinistra - Mario “Pedro”, Nicola “Kitora” e Enzo “Mugo Mugo”

Fig. 10 - Il lavoro ultimato di Kitora


Mostre ed eventi
NATIONALE BONSAI & SUISEKI SHOW - Enzo Ferrari 12
Altri ospiti d’eccezione presenti a quest’edizione sono stati Udo Fischer e Willi Benz, che ha portato una piccola
parte della sua personale collezione di suiseki, tra l’altro pezzi meravigliosi.

Fig. 11 - La parte espositiva con le pietre di Willi Benz Fig. 12 - Scorcio della mostra Fig. 13 - Scorcio della mostra

Fig. 15 - Ishizuki di Nicola (fuori concorso)

Fig. 14 - Juniperus chinensis di Nicola ( fuori concorso) Fig. 16 - Juniperus chinensis di Nicola (fuori concorso) già
vincitore della Crespi Shohin Cup 2008

Nell’arco delle due giornate ho pure, con Mario, partecipato al nuovo


talento svizzero, per la selezione del talento europeo 2010, con la lavorazione
di piantine di taxus baccata. Con mio rammarico ho ottenuto il secondo posto,
anche se a detta di molti la mia realizzazione sembrava la più meritevole, ma,
dopotutto gli apprezzamenti di chi giudica sono soggettivi e quindi bisogna
adattarsi ai verdetti.

Fig. 17 - La pianta lavorata da


me. 2° classificato

Fig. 19 - Udo Fischer non sembra convinto del verdetto


Fig. 18 - 1° classificato
13 Mostre ed eventi
NATIONALE BONSAI & SUISEKI SHOW - Enzo Ferrari

Durante la cena di gala, tenutasi al sabato sera in un suggestivo ristorante ai bordi di un bosco, si è tenuta
la premiazione delle varie categorie, perché, da noi, a differenza di altre manifestazioni, le piante sono divise in
tre categorie, ossia, conifere yamadori autoctone e d’importazione, lo stesso vale per le latifoglie e per l’essenze
reperite nei vivai locali. Quest’anno poi, per la prima volta, sono stati assegnati premi anche ai suiseki. Tornando alla
premiazione, ad un tratto , per l’attribuzione del terzo premio nella categoria latifoglie d’importazione, con grande
sorpresa, sono chiamato sul palco per essere premiato per il mio faggio crenata. Poi è la volta di Mario, con la sua
bellissima cydonia, che viene premiata con il secondo posto nella categoria latifoglie d’importazione.

Fig. 21 - La cydonia di Mario premiata con il secondo posto nella categoria latifoglie
d’importazione e menzione all’ultima edizione del Gingko Award

Fig. 20 - Il mio faggio crenata, premiato con il terzo posto nella categoria latifoglie d’importazione Fig. 22 - Mario ritira l’attestato per il secondo posto latifoglie d’importazione

La manifestazione continua nel suo svolgimento e quasi senza rendermene conto, perché ero ancora sorpreso
dal primo avvenimento che mi concerneva, venivo di nuovo chiamato sul palco. Il mio mugo aveva ottenuto il miglior
riconoscimento con il primo premio per la conifera yamadori d’alta montagna autoctona. Ero evidentemente con il
morale alle stelle! Il mio primo massimo riconoscimento per una mia pianta! E’ stato fantastico, soprattutto pensando
che ho cominciato l’avventura con questo bonsai solo nel 2004.

Fig. 23 - Il mugo con la sua erba di compagnia, un juncus ensifolius, primo classificato come
conifera yamadori autoctona

Fig. 24 - In dettaglio
Mostre ed eventi
NATIONALE BONSAI & SUISEKI SHOW - Enzo Ferrari 14
Il gruppo ticinese, non aveva ancora finito di mietere
allori, sì, perché giunti alle premiazioni per i suiseki, il nostro
carissimo amico e compagno di viaggio Amedeo Ducoli, che solo
all’ultimo minuto era riuscito ad aggregarsi all’allegra comitiva
(tra l’altro facendoci da autista), ha sbalordito tutti vincendo il
primo premio con la sua isola verde.

Fig. 25 - Il momento dell’ambito riconoscimento con la consegna


dell’attestato da parte di Chris Mathis, organizzatore dell’edizione
dell’esposizione nazionale 2009

Fig. 26 - L’isola verde di Amedeo, primo classificato

Fig. 27 - Amedeo, raggiante con l’attestato del primo premio (l’attestato è quello alla sua sinistra!)

Fig. 28 - Primo piano dell’Isola verde

In conclusione, si può giustamente dire che il gruppo ticinese all’esposizione nazionale svizzera, pur essendo
in netta minoranza, abbia fatto la parte del leone!
Enzo Ferrari
15 Mostre ed eventi
11a MOSTRA BONSAI & SUISEKI - D. Abbattista, D. Schifano

11a Mostra Bonsai & Suiseki


Articolo a cura di
Daniele Abbattista e Daniela Schifano

La vera spina dorsale del bonsaismo italiano non sono le solenni riunioni
nazionali che si svolgono una volta l’anno. Il vero carburante che ha fatto
dell’Italia forse la nazione più bonsaisticamente evoluta al di fuori dell’Impero
del Sol Levante è la rete di Club che capillarmente presidia il territorio nazionale
ed in modo spesso silenzioso ma tenacemente efficace forma le nuove leve con
il più puro spirito divulgativo.
Il Bonsai Club Castelli Romani ne è il classico esempio. Nato nel 1990 con
lo scopo di divulgare la conoscenza del bonsai nei suoi aspetti tecnici, culturali
e scientifici, nel corso di una ultra decennale attività ha visto una crescita
esponenziale sia in termini di nuovi iscritti, che in miglioramento del livello
tecnico e di organizzazione di eventi e corsi sempre più validi.
Nel 1996 ad esempio il B.C.C.R. è stato uno dei promotori del “Coordinamento
Lazio Bonsai e Suiseki”, ideato con lo scopo di organizzare le attività di tutti i
Club del Lazio e la partecipazione dei vari Club Bonsai di Rieti, Cisterna, di
Latina e di Roma. Il Coordinamento è divenuto nel tempo una costante fissa di
interscambio che stimola il confronto e promuove le conoscenze.
La più importante manifestazione del Coordinamento è la Mostra Regionale
ed il B.C.C.R. ha avuto l’onore, nell’anno 2000, di organizzarne la quarta
edizione. In collaborazione con l’Associazione Armonia di Frascati, il programma
prevedeva accanto all’esposizione permanente di opere di calligrafia giapponese,
di ceramiche Raku, di bonsai, di Ikebana e tre mostre fotografiche una serie di
eventi dimostrativi pratici riguardanti la Cerimonia del Tè, le composizioni floreali
Ikebana, gli Origami e le tecniche di realizzazione di ceramiche Raku. Ma l’entusiasmo da solo non basta e grazie al grande lavoro
di pubbliche relazione del presidente Claudio Cofani e del comitato direttivo, il Club ha stabilito rapporti idilliaci con le istituzioni
locali, tanto da organizzare la IX mostra Bonsai & Suiseki presso i cortili delle Scuderie Aldobrandini del Comune di Frascati.

Fig. 1 - Locandina della 10a Mostra Bonsai & Suiseki Fig. 2


Mostre ed eventi
11a MOSTRA BONSAI & SUISEKI - D. Abbattista, D. Schifano 16
Per la cronaca i premi per i bonsai sono andati a :
- Premio miglior conifera , e Premio miglior tokonoma: Giovanni Vegliandi - Bonsai club di Cosenza (Fig. 3, 4);
- Premio miglior latifoglia: Valentino De Vitis - BCCR (Fig. 5).

Fig. 4

Fig. 3 Fig. 5

Fig. 6 Fig. 7 Fig. 8

Fig. 9 Fig. 10 Fig. 11

E per i suiseki? Per i suiseki abbiamo la nostra inviata Daniela Schifano col suo puntualissimo reportage.

Il Club, e di questo lo ringrazio, ha messo a disposizione alcuni tokonoma per chi volesse esporre le proprie pietre: per me
un’occasione davvero speciale, non solo per presentare i miei suiseki, ma soprattutto per intrattenere il pubblico e per divulgare
i principi fondamentali di quest’arte. Per la mostra avevo selezionato una pietra lago ed una pietra oggetto entrambe di origine
ligure, ed una pietra isola di origine giapponese, che avevo già presentato alla Mostra di Primavera all’Orto Botanico, ma che in
questa occasione ho preferito esporre su suiban.
17 Mostre ed eventi
11a MOSTRA BONSAI & SUISEKI - D. Abbattista, D. Schifano

Ogni pietra ha tante storie : la sua storia geologica, a noi sconosciuta, la storia che l’ha portata fino a noi, la storia che la
lega a noi e che la rende speciale ai nostri occhi, la storia che non vedremo mai. Voglio utilizzare questo spazio per raccontare le
loro storie, almeno quelle a me conosciute e soprattutto quelle parti a cui voi, proprio voi, popolo disponibile del Napoli Bonsai
Club Forum, avete contribuito.

Questa pietra lago è un palombino ligure nero e


compatto ed il particolare che mi ha conquistato è il fiume
che dolcemente scende nel piccolo lago e lì pare scomparire.
L’esposizione di questa pietra è stata impreziosita dall’apporto di
un vero ebanista, Sergio Biagi, che ne ha progettato e costruito
il tavolo. E per la pianta di compagnia ho chiesto consiglio a voi,
e dai vostri suggerimenti sono nate le mie incursioni alla ricerca
dell’Asplenium tricomanes o del equisetum… ricordate?

Fig. 12

Anche questa piccola pietra oggetto ligure ha una


storia che me la rende cara: è il frutto di uno scambio con un
socio dell’AIAS (e certamente nel cambio io ne ho guadagnato!)
e quindi mi ricorda un momento sereno, una persona generosa e
disponibile ed abbondanti libagioni! Della pietra ammiro la grazie
del suo movimento, e nello stesso tempo la fatica dell’incedere.
Anche lo scroll ha una sua storia che me lo rende
prezioso: messo in palio da Luciana Queirolo, l’ho vinto alla
divertente Lotteria che anima le cene sociali dell’AIAS !

Fig. 13

Per quanto riguarda la storia più recente della pietra isola,


da me affettuosamente chiamata ‘frittella’, forse qualcuno di voi
già ne conosce un breve capitolo, perché è stata la protagonista
di un lungo thread sul forum, in cui ci siamo divertiti a proporre
lo stile del tavolo più adatto alla sua semplicità. Adesso questa
parte del suo percorso si è conclusa nel microcosmo racchiuso
di un tokonoma, e la ‘frittella’ è diventata ‘L’isola non trovata’
(“...ma bella più di tutte l’ isola non trovata…”), nome poetico
che l’accompagnerà nelle prossime esposizioni. Ma la storia del
tavolo continua, perché ancora non sono soddisfatta…
Anche in questo caso evidenzio il vostro contributo:
il suiban in gres è stato realizzato a mano e su misura da un
membro del Forum, Tiberio Gracco, che ringrazio… anche per i
limoni!

Fig. 14
Mostre ed eventi
11a MOSTRA BONSAI & SUISEKI - D. Abbattista, D. Schifano 18

Fig. 15 Fig. 16

Le altre pietre esposte erano di Fabrizio Buccini: purtroppo non ne conosco la storia che le lega al suo proprietario. Ne
posso però descrivere gli aspetti salienti.
Questa pietra oggetto è un palombino ligure di non comune potenza espressiva e di dimensioni importanti. Mi rendo
conto che in foto non è semplice giudicare, ma provate a guardare… non vedete forse un frate?
La seconda pietra esposta da Fabrizio Buccini è una pietra montagna imponente: la sua superficie erosa dal tempo, il
ghiacciaio sulle cima, i segni del disgelo sono le particolarità che me la fanno apprezzare.
Non molti ma di grande qualità, quindi, i suiseki esposti, che io spero possano crescere nel numero anno dopo anno.
Tornando alla pura cronaca di tre giorni pieni di momenti preziosi, per la sezione suiseki era prevista l’assegnazione del premio
“Migliore suiseki esposto”, ma la giuria ha preferito premiarne due ex-aequo: la mia pietra lago e la pietra oggetto di Fabrizio
Buccini.

Daniele Abbattista
Daniela Schifano
Sarà a Nole, Fraz. di Grange (TO)
presso la Fujisato Company che
si svolgerà l’ormai consueto
Congresso Nazionale degli
Istruttori IBS,
giunto alla XIV edizione e con una
nuova formula.

Il Congresso IBS apre le porte a tutti,


professionisti e hobbisti del Bonsai e
del Suiseki per assegnare i
riconoscimenti previsti.

Vi invito a partecipare a questo evento i cui contenuti si basano


su aspetti didattici di particolare interesse.
Saranno previste conferenze, demo, la borsa di studio IBS oltre all’assegnazione di
numerosissimi premi di prestigio.
L’esposizione prevederà settanta spazi espositivi, uno di questi potrà essere il tuo!
Il mio invito è rivolto a tutti per rendere questo evento una festa
del Bonsai, del Suiseki e della didattica.

Sandro Segneri
Presidente IBS
In libreria
19 SENTIERI BONSAI - Antonio Ricchiari
BONSAI. CORSO BASE - Carlo Scafuri

Titolo: Sentieri bonsai


Autore: Sandro Segneri
Editore: AIEP Editore
Pagine: 167
ISBN: 9788888040202
Prezzo: € 36,15

Opera prima di un bonsaista che


negli ultimi anni si è nettamente distinto per
la sua qualità di “artista” del bonsai. Vi sono
ottimi coltivatori di bonsai, ottimi bonsaisti,
ottimi artisti. Sandro appartiene a quest’ultima
categoria, certamente non numerosa però, senza
voler togliere niente ad alcuno, necessariamente
non numerosa ripeto perché l’estro, l’originalità e
quel pizzico di follia creativa è riservato a pochi.
Sandro non fa clamore attorno a sé, riservato
fino ad essere schivo ha lavorato e lavora quasi
in sordina producendo esemplari che il lettore ha
l’opportunità di ammirare su questo suo libro che raccoglie quelli che chiamo “progetti”, schizzi, disegni comunque che io ho
sempre privilegiato per la loro chiarezza esplicativa e didattica. Il volume di grande formato dà respiro a foto e disegni e ne
permette di cogliere ogni particolare. La dinamicità delle sue opere bonsai dimostrano ancora una volta, se mai ce ne fosse
bisogno, quell’immaginazione e quella creatività dote intrinseca di ogni artista. Come si legge nella introduzione questo libro
non rientra nella categoria dei manuali (a quello, con buona pace, ci penso io!) bensì è la testimonianza di un percorso e della
sua evoluzione che nel giro di pochi anni ha portato alla ribalta internazionale Segneri.
Un libro tutto da guardare e riguardare per coglierne attraverso foto e disegni stimoli e particolari, un libro che
sicuramente non può essere una omissione nella libreria di ogni cultore del bonsai.
Antonio Ricchiari

Titolo: Bonsai - Corso base


Autore: Antonio Ricchiari
Editore: Barbieri Selvaggi editori srl
Pagine:
ISBN: 9788861871250
Prezzo: € 10,00

La didattica del bonsai e quasi tutte le branche ad


esso inerenti sono in continua evoluzione. Se puntualmente
abbiamo una novità editoriale di Antonio Ricchiari, di cui
ometto la sua meritoria e prolifica attività nel campo appunto
dell’informazione e della diffusione del bonsai, è proprio
perché questo Istruttore ne va continuamente aggiornando,
attraverso le sue pubblicazioni, il settore tecnico-estetico.
Questo suo lavoro, il diciottesimo da quando nel lontano
1985 pubblicò “Il Grande Manuale del Bonsai”, si inquadra
in una rinnovata metodologia didattica che l’Autore sta
seguendo con professionalità e forte impegno. E lo si nota
immediatamente, scorrendo le pagine del libro. Il metodo
step-by-step offre sequenze di particolari molto interessanti
e preziose dal punto di vista tecnico.
Credo che un po’ tutto il mondo bonsaistico gli debba
qualcosa, se non altro perché i suoi lavori ed i suoi articoli,
nell’arco di questi venticinque anni di attività pubblicistica,
hanno segnato l’avvicinarsi ed il seguire questo nostro
piccolo mondo del bonsai e del suiseki da parte di tanti,
veramente tanti appassionati.
Carlo Scafuri
Bonsai ‘cult’
LO STILE. DETTAGLI DI BELLEZZA - Antonio Ricchiari 20

Lo stile. Dettagli di bellezza


Testo di Antonio Ricchiari

Nell’inter­pretazione occidentale il termine “stile” implica il


concetto di conformità a una tendenza specifica. Le caratteristiche stilis-
tiche sono determinate dall’assieme dei tratti formali che caratterizzano un
gruppo di opere, costituito su basi tipologiche o storiche. Criteri che non han-
no alcun riferimento a quello che i giapponesi inten­dono con la parola “stile”.
Un altro equivoco è quello di associare l’aggettivo “giapponese” ai concetti di
linearità, puri­smo e minimalismo.
E’ pur vero che l’arte giapponese non conosce lo sfar­zo, è sem-
plice, ma sempre in termini occidentali perché ciò che noi definiamo “sem-
plice” per la sensibilità giapponese potreb­be essere prezioso e sofisticato.
Inoltre il termine minimalismo dovrebbe essere sostituito con “chiarezza”.
L’architettura e i manu­fatti artistici giapponesi hanno sempre contorni ben
definiti e sono funzionali, ma proprio l’irregolarità e la casualità sono due
delle caratteristiche più evidenti dell’arte di questo paese. Vor­rei riassumere
la peculiarità dell’estetica giapponese in due punti: l’uso oculato dello spazio
e l’asimmetria.
Un punto fon­damentale dell’estetica nipponica è l’asimmetria. La sim­
metria ha in sé qualcosa di statico, mentre l’asimmetria comu­nica un senso
di dinamismo e mobilità. Il buddhismo zen ha profondamente influenzato
l’estetica della dinamica in Giappone. Il nucleo del pensiero Zen è il concetto
di “vuoto”, di immate­riale. Secondo questa filosofia le cose non hanno ma-
teria, tutto fluisce. Le cose sono soltanto l’insieme dei diversi elementi che,
dopo un certo tempo, si disgiungono per creare nuovi insiemi.
Le conseguenze del pensiero Zen nell’ambito della creatività sono il vuoto
nell’area centrale e l’asimmetria, che suggerisce l’i­dea di movimento nella
partizione dello spazio di stanze, giar­dini, composizioni di fiori e disposizione
delle vivande. Perfino i numeri pari destano diffidenza e si cerca di evitarli.
L’ordine, secondo il gran­de poeta e filosofo francese Paul Valéry (1871-1945),
è una grande e innaturale impresa. Questo concetto base di un pensatore eu-
ropeo risulta evidente dalla disposizione giapponese dello spazio: negli edifici
urbani, nei giardini, in architettura e nelle diverse espressioni artistiche come
pittura, calligrafia e ceramica. L’artista nipponico si pone in rapporto diretto
con gli elementi cosmici. Il mondo non è altro che il mondo delle apparen-
ze. Se il soggetto non ha in sé un punto di riferimento centrale, autonomo,
nell’ambito della percezione estetica, è intuitivo e non produrrà mai forme
pianificate, calcolate.
I manufatti artistici occidentali particolarmente preziosi si distin-
guono generalmente anche per il valore del materiale: negli oggetti, per e-
sempio, si tratta di argento, oro, legni pregiati, porcel­lana e pietre preziose,
nelle arti figurative di colori a olio o bronzo, mentre in architettura di materiali
nobili come il marmo o l’intonaco decorato. Nell’arte shintoista giapponese il
valore del materiale risiede invece nell’essenza non alterata, ma conservata
nel suo stato naturale. Sono considerati pregiati la pietra ruvida, la nervatura
del legno con tutte le sue tracce di vita, la paglia e il bambù, la lacca opaca.
Mentre in Occidente ci si impegna nel restauro delle opere d’arte antiche, in
Giappone è molto apprezzato il concetto di beauty born by use. Si attribuisce
un grande valore proprio alle tracce visibili lasciate dall’uso, che creano motivi
propri, inconfondibili e uno “stile” proprio, mentre l’età di un’opera non conta
nulla. La domanda “è d’epoca?”, cioè originale di un determinato periodo,
tanto spesso ricorrente in Occidente quando si calcola il valore di un ogget-
to d’arte, in Giappone è del tutto irrilevante. Poiché l’arte giapponese vanta
una tradizione di duemila anni, decisiva è la qualità, la sublimazione di una
Le foto sono state tratte dal volume LO STILE GIAPPONESE di S. Slesin, S. Cliff & D. Rozensztrhoch – Ed. Arnoldo Mondadori Editore
21 Bonsai ‘cult’
LO STILE. DETTAGLI DI BELLEZZA - Antonio Ricchiari

determinata forma e di una determinata estetica.


Le arti giapponesi hanno lo stesso scopo della meditazione prati-
cata nel buddhismo zen, che richiede di assumere una determinata posizione
del corpo. Imparare a sedersi in questa posizione educa anche lo spirito, perché
esso deve seguire il corpo. La meta che si vuole raggiungere è l’unità di corpo e
spirito, di soggetto e oggetto. Da questa ricerca di armonia deriva anche la pro-
fonda dedizione alle stagioni dell’anno, ai fiori di ciliegio, ai mutamenti di colore
delle foglie, e la radicale temporalità delle feste che celebrano invariabilmente
l’impermanenza.
Lo spirito Zen è racchiuso anche negli oggetti esili, silenziosi che arreda-
no stanze serene, per riconquistare la calma dopo una giornata passata fuori.
L’arredamento post-moderno rivaluta e valorizza lo stile Zen, reinterpretando il pas-
sato con un nuovo rigore formale. Il mobile in rovere bianco con un gioco di vena-
ture contrapposte; le sedie dalla linea purissima; la grande ciotola in acero scozzese
lavorata a mano; una pietra-simbolo usata come fermacarte; un sacchetto a busta
in carta stropicciata lavorata a mano, trattenuta da uno spago per contenere pochi
versi o poche parole. Nessuna concessione al superfluo. Tutta la semplicità e la raf-
finatezza racchiusi in questi oggetti. E non è un fatto di mode passeggere.

Antonio Ricchiari

Fig. 1 - Con il trucco cerimoniale e gli abiti tradizionali, una geisha posa Fig. 2 - piccoli e preziosi pezzi di antiquariato della famiglia e gli oggetti usati per la cer-
imonia del tè sono tenuti in questo cassettone di legno duro, di quasi 200 anni addietro

Fig. 3 - Nel soggiorno alcuni tronchi ricavati da un albero kiaki, un legno Fig. 4 - Alcune opere di maestri vasai
duro, sono stati lavorati in modo da formare un tavolino basso
Bonsai ‘cult’
LA RACCOLTA IN NATURA - Giovanni Genotti 22

La raccolta in natura
Testo di Giovanni Genotti

Il bonsaista, quando si addentra nei boschi o osserva alberi soli-


tari in particolari ambienti, partecipa alla vita dell’albero, analizza e
riconosce le cause che hanno determinato il suo aspetto. Cause dovute al
susseguirsi delle stagioni, al clima, alla posizione, al tipo di terreno, ad im-
provvisi traumi verificatisi casualmente nel tempo: assume l’aspetto del
bonsai, dove l’equilibrio vitale è anche legato ad una sua bellezza umile e
personale. L’albero diventa centro indiscusso del pensiero del bonsaista.
Scatta automaticamente il desiderio di poterlo osservare in ogni
istante, di poterlo collocare in un contenitore che come una cornice lo es-
alti meglio che nell’ambiente d’origine. Diventa perciò quasi indispensa-
bile raccoglierlo e, pensando di indirizzare o tagliare alcune sue fronde
secondo il modo di pensare del bonsaista, (fronde utili nell’aspetto artis-
tico ma inutili alla vita dell’ambiente), si cerca di creare un esemplare ar-
tisticamente migliore. E’ quella raccolta in natura a cui difficilmente si sot-
trae ogni bonsaista. Prima però di raccogliere osserva attentamente le
piante, le dimensioni, la salute, il tipo di terreno in cui cresce, la possibil-
ità d’estirpazione e di attecchimento. Pensa poi, contemporaneamente,
agli interventi da fare senza stravolgere ciò che la natura ha prodotto.
Penso che tutti i bonsaisti amatori abbiano raccolto in natura al-
cune piante che spesso nel loro luogo d’origine erano destinate a soccom-
bere. Questo comportamento, nella raccolta in natura di qualche esem-
plare è accettabile, è testimone di un vero colloquio con la stessa. Succede
invece, che per motivi puramente venali, alcuni asportano dall’ambiente
alberi, in modo particolare conifere e querce, con l’unico scopo del gua-
dagno. Non c’è la minima preoccupazione della vita futura dell’albero.
Lo stesso viene poi venduto a prezzi anche molto alti senza la certezza
del suo avvenuto attecchimento. L’apparente vita della pianta, nell’anno
successivo alla raccolta, è spesso dovuto alla linfa residua nel tronco.
Un albero raccolto richiede almeno due o anche tre anni di vaso
per essere considerato franco, poiché il flusso linfatico è lento anche se
la parte aerea appare “vegetativamente” attiva. Lo è tale per le modali-
tà dei trattamenti fatti nell’attecchimento, posto in serra dopo la raccolta.

Fig. 1 - Ecco un esempio di uno yamadori raccolto malissimo. Questo tasso è stato preso segando di net- Fig. 2 - Nella parte superiore della foto si può osservare il taglio netto del nebari.
to il nebari e venduto in una grossa cassetta con agriperlite e terriccio come perfettamente attecchito.
Bonsai ‘cult’
23 LA RACCOLTA IN NATURA - Giovanni Genotti
Stimolanti, concimi fogliari e umidità appropriata fanno apparire l’albero
in salute ma ritardano solamente il raggiungimento dell’equilibrio tra la
parte aerea a quella radicale. I particolari trattamenti, per l’attecchimento,
riducono drasticamente l’attività radicale, indispensabile per una vita au-
tonoma. Spesso, poi, il contenitore in cui viene posto l’albero dopo la sua
raccolta è di notevoli dimensioni e la futura posizione in vaso diventa im-
possibile.
Alcuni raccoglitori, sfruttando anche le conoscenze coi responsabili
dell’ambiente, depredano alcune zone senza il minimo rispetto. Tali indi-
vidui non sono certo dei bonsaisti; provocano un impoverimento paesag-
gistico perché estirpano anche alberelli che in futuro potrebbero essere
ecologicamente utili. Infatti vengono raccolti tutti quegli alberi che offrono
anche le minime possibilità con opportune potature di ottenere l’oggetto di
”minialbero”.
Ho constatato come tutti i ginepri e non solo, raccolti in natura e
splendidi, apparentemente attecchiti, in vaso dopo quattro anni con le ferra-
ture e i pochi interventi, siano morti. Ho notato anche come quelle conifere in
cui la chioma è quasi totalmente rifatta e rimodellata, perdono quell’equilibrio
tra tronco e fronde, assumendo un aspetto giovane e contrario alla natura del
bonsai, ovvero a piante vissute dal cui aspetto traspare una ricca esperienza
di vita. Di moltissime di quelle piante, raccolte e usate come materiale da lav-
oro o per dimostrazioni d’impostazione, non si riscontrano per la presenza
negli anni futuri.
La raccolta di alcune piante (e sono sempre poche e distanziate negli
anni) fatte da un bonsaista per se stesso, può essere accettata, mentre giu-
dico irrispettosa dell’ambiente la raccolta indiscriminata, spesso eseguita
malamente e a scopo di lucro. Sempre più spesso vengono raccolte piante
non sempre vecchie e parzialmente bonsaizzate dalla natura, e commerci-
ate a prezzi notevoli anche non affrancate o addirittura prive di un sufficiente
apparato radicale. Totalmente immorale! Il rispetto dell’ambiente per questi
raccoglitori-commercianti non esiste; sono lontani anni luce dal bonsai. Sono
persone che uccidono il 90% delle piante raccolte. Provocano squilibri e forti
disastri sulla superficie del terreno, asportando pietre e non livellando i buchi
fatti per eseguire queste operazioni.
Ho avuto notizie di un noto maestro giapponese (il M° Ando che in-
segna alla scuola “Scuola d’arte Bonsai”) che non accetta, per i suoi lavori o
per quelli fatti sotto la sua guida, alberi raccolti in natura e già miniaturizzati
(anche solo parzialmente). Penso che tale maestro sia anche un vero ama-
tore, perché solo educando lentamente una pianta nel tempo la si rispetta, la
si ama, e si imparano le metodiche utili per i trattamenti tecnico-artistici nella
educazione di un bonsai.

Giovanni Genotti

Fig. 3 - Al contrario delle precedenti, questa foto mostra uno yamadori Fig. 4 - Ecco un altro esempio di yamadori di olivastro raccolto correttamente. Le nuove cacciate, sia
perfettamente attecchito ed in piena salute sulla parte aerea che alla base di questo esemplare stanno ad indicare l’affrancamente dello stesso.
La mia esperienza
THE MAGIC TREE - Armando Dal Col 24

La mia esperienza
The magic tree
L’albero verde impossibile
di Armando Dal Col

Dal Medioevo all’800, sotto l’influsso della pittura, della filosofia, della letteratura e della musica, l’arte di creare ha
rispecchiato in modo suggestivo una realtà estetica e filosofica in perenne mutamento. Tutte le arti nel corso dei secoli hanno
subito profonde innovazioni grazie alla creatività di taluni artisti. Eppure in ogni epoca il linguaggio legato alle arti si è ripetuto
all’infinito, imitandosi a vicenda in un circolo vizioso, anche se la mano di ogni artista era ed è riconoscibile. Imporsi con qualcosa
di nuovo che lasci una traccia è sempre stato difficile, e che dire della musica, le note musicali nel pentagramma sono sempre
sette. Ed anche queste sono state mescolate e rimescolate all’infinito imitandosi a vicenda, sì da far pensare che non ci sia più
nessuna possibilità di dire qualcosa di nuovo.
Creare qualcosa di veramente innovativo e valido, come dicevo, non è facile; e con tutta probabilità quando questo si
verifica il più delle volte è casuale, oppure nasce dalla sofferenza, o da uno stato d’animo intriso di malinconia.
Quello che vi presento come l’albero verde impossibile chiamato “MAGIC TREE”, nasce dal dispiacere di aver assistito
impotente alla morte di un piccolo Larice cui ero molto affezionato,passato a miglior vita a causa di “un colpo di secco” troppo
prolungato per agevolare la formazione di una grande quantità di gemme da fiore con la successiva formazione delle pigne. E che
dire del titolo in anteprima che precede il nome di “MAGIC TREE”: l’albero verde impossibile? Si, perché questo tipo di albero in
natura non esiste, l’ho inventato io.
Vediamolo insieme attraverso le immagini come sono riuscito a pensarlo e a realizzarlo, grazie anche al prezioso aiuto di
mia moglie Haina.
Armando Dal Col

Fig. 1 - Il Larice sarà trasformato in un albero “magico”


impossibile ad esserci, poiché in natura non esiste,
l’ho inventato io! Spiegai a mia moglie Haina l’idea
di creare un albero verde con il piccolo larice morto
facendo crescere l’erbetta sopra la ramificazione delle
branche. Per poter trattenere il terriccio fangoso con i
semi mescolati dell’erbetta, era necessario sostenerlo
con un materiale resistente, leggero e traspirante. Ed
è per questo che pensai di utilizzare delle compresse di
garza da medicazione, affidando ad Haina il compito di
fissarle sotto ad ogni branca dell’albero.
25 LaTHEmiaMAGIC
esperienza
TREE - Armando Dal Col

Fig. 3 - L’intelaiatura del Larice con le compresse di garza è stata


completata. L’immagine è suggestiva anche in questa fase di sviluppo,
poiché l’albero sembra innevato.

Fig. 2 - Haina si rivolge a me dicendomi se il lavoro affidatogli è come lo desideravo. Tutto Ok. La prima fase di preparazione era stata abilmente
portata a termine; la fase successiva consisteva nel mettere una sufficiente quantità del composto preparato in precedenza sopra i piccoli palchi
sorretti dalle compresse di garza, dopodiché era necessario mettere la pianta dentro un sacco di plastica chiuso, ma ben arieggiato all’interno.
Nebulizzai frequentemente l’albero per facilitare la crescita dell’erbetta che apparve dopo una decina di giorni.

Fig. 4 - Uno dei miei Larici carico di pignette ottenute con la tecnica del
“colpo di secco” alto solamente 25 centimetri.

Fig. 6 - L’albero Verde impossibile: “The Magic Tree”. Per ottenere dei
palchi verdi compatti è necessario tagliare l’erbetta almeno una volta alla
settimana, nebulizzando l’albero con una certa frequenza per mantenere
l’erba costantemente umida.
Fig. 5 - L’albero magico costituito dalla nascita dell’erbetta sopra le branche del larice esprime una profonda emozione. Le radici dell’erba sem-
brano dei delicati tentacoli di alcune specie marine che si muovono delicatamente nell’acqua.

Fig. 7 - L’albero magico in esposizione.


Questa esposizione mista è stata esposta in anteprima alla
Mostra-Congresso di ARCOBONSAI nel 2001.
La mia esperienza
THE MAGIC TREE - Armando Dal Col 26

Fig. 8 - Esposizione nel mio Tokonoma del “Magic tree”.

Fig. 9 - L’albero cambia l’abito. Invece di usare l’erbetta ho


preferito “vestire” i rami di questo larice con il trifoglio nano.
L’effetto è altrettanto affascinante e ben proporzionato con
la struttura dell’albero.

Fig. 10 - Un vaso cinese decorativo os-


pita e fa da supporto all’albero magico.
27 LaIL BATTESIMO
mia esperienza
SUL CAMPO - Dirk Dabringhausen

La mia esperienza
Il battesimo sul campo
di Dirk Dabringhausen
traduzione a cura di Carlo Scafuri

Il ginepro sabina presentato in questo articolo è stato realizzato in tre ore durante una dimostrazione alla
Mostra Nazionale Tedesca. Protagonista di questa demo è Dirk Dabringhausen, giovane promessa tedesca che ha
intrapreso la sua Bonsai-do appena quattro anni fa. Dirk ha partecipato al Nuovo Talento Europeo organizzato dalla
European Bonsai Association (EBA) a marzo di quest’anno, piazzandosi al terzo posto. Quella che vi mostreremo è la
sua prima dimostrazione pubblica.
Il materiale usato è un ginepro sabina yamadori proveniente dalle Alpi. Rac-
colto tre anni fa, da allora è stato coltivato e concimato al meglio, finché, la
scorsa estate la vegetazione si presentava vigorosa ed in perfetto stato tanto
da poter lavorare la pianta.
La prima fase della lavorazione ha riguardato il tronco; analizzato a fondo,
sono stati messi in evidenza pregi e difetti (Fig. 1). Per meglio fissare questi
concetti, i risultati di questa prima fase sono stati fissati in un progetto su carta
(Fig. 2).
Questa prima fase d’analisi è stata fondamentale per definire il giusto
fronte del futuro bonsai. Per l’impostazione si è deciso per uno stile Moyogi
(eretto informale).
Fig. 1 - Ginepro sabina

I pro del fronte scelto sono:


- Le vene vive che partono dal tachiagari con un bello shari naturale nel mezzo;
- vene vive a spirale;
- elegante movimento del tronco;
- zona molto movimentata nella parte superiore dell’albero;

I difetti del tronco:


- metà superiore del tronco noiosa;
- una leggera controconicità nella parte superiore del tronco.

Dopo aver analizzato i pro ed i contro del tronco, bisogna trovare la


migliore soluzione stilistica che permetta di esaltare i pregi e nascondere i
difetti. Per enfatizzare il movimento a spirale delle vene e per risolvere il pro-
blema della controconicità superiore del tronco, si è deciso per uno shari. Quin-
di la parte noiosa e doppia viene separata in due vene vive. Il naturale movi-
mento a spirale del tronco è stato così ben messo in bella mostra, facendolo
risaltare ancora di più.
Poiché è la prima volta che questo ginepro subisce una lavorazione, e
per essere sicuri di non creargli ulteriori traumi, lo shari è stato fatto sottile e
non per tutta la lunghezza del tronco. In futuro verrà esteso e portato fino alla
base (Fig. 4). La pesantezza del tratto superiore verrà mitigata grazie ad un
altro shari. In questo modo si riuscirà a dare maggior carattere all’albero ed il
bianco dello shari sottolineerà meglio il movimento del bonsai.
Finita questa prima fase, si passa alla prossima. La selezione dei rami.
Fig. 2 - Schizzo che ben mette in evidenza il movimento del tronco
La mia esperienza
IL BATTESIMO SUL CAMPO - Dirk Dabringhausen 28

Fig. 3 - Dirk durante la spiegazione al pubblico delle operazioni che andrà ad eseguire.

Ma a questo punto sorgono i primi interrogativi di


rito: quali rami bisognerà tenere? Dove posizionare i palchi in
modo da nascondere i difetti e dove per accentuare la dina-
micità dell’albero? Vedremo...
Intanto, oltre ai dubbi, ho anche dei punti fermi sui
quali basare il lavoro futuro. La direzione dell’albero è verso
sinistra ed è la lunga corsa verso questo lato della curva prin-
cipale del tronco che gli conferisce questa direzione. Come
si vede dalla foto, anche il jin superiore e quello più grosso al
centro fanno risaltare questo movimento (Fig. 5). Quindi, sara-
nno queste le parti dell’albero che dovranno essere mostrate
e non coperte dai palchi di vegetazione. L’ultima certezza che
ho è che c’è anche bisogno di compattare maggiormente la
vegetazione ed avere dei palchi piccoli e ben definiti.
Fatte queste considerazioni, le lavorazioni hanno
riguardato la selezione e potatura della vegetazione inutile.
Durante questo lavoro sono stati lasciati dei monconcini di
pochi centimentri che verranno successivamente trasformati
in piccoli jin (Fig. 5). Il ramo principale è molto più grosso degli
altri e molto più difficile da muovere. Per essere sicuro di farlo
senza causare danni, bisogna rafiarlo per bene e poi coprire
con nastro gommato. Questi accorgimenti proteggeranno il
Fig. 4 - Particolari dello shari della zona superiore del tronco
ramo evitando eventuali rotture dovute dalle pieghe. Per po-
terlo abbassare e portare nella posizione adeguata ad un ramo
principale, è stato ferrato fino al punto in cui si divide in due. Dopo questo lavoro tutti i rami vengono messi a filo.
Questa operazione richiede un po’ di tempo, ma è importante posizionare il filo nel modo corretto (Fig. 6). Una volta
messo nel modo giusto, possono essere posizionati i rami nella posizione voluta facendo attenzione a non spezzare i
rametti (Fig. 7).
E’ fondamentale posizionare la vegetazione nel modo giusto affinché tutte le parti ricevano luce ed aria.
Quando la vegetazione viene posizionata in malo modo e non riceve sufficiente luce, pian piano verrà scartata dalla
29 LaIL BATTESIMO
mia esperienza
SUL CAMPO - Dirk Dabringhausen

Fig. 6

Fig. 5

pianta e morirà.
Tre ore sono passate e la prima impostazione di questo ginepro è finalmente finita (Fig. 8). La ramificazione
è stata accorpata un po’ troppo, ma è stato necessario per dare una maggiore sensazione di bonsai finito. In futuro,
quando la vegetazione arretrerà, la ramificazione verrà risistemata utilizzando quest’ultima vegetazione. Anche il
nuovo shari verrà ingrandito ed esteso fino alla base del tronco. I jin verranno rilavorati e rifiniti con più attenzione.
C’è ancora molto lavoro da fare in futuro, ma ora la strada è presa ed il ginepro ha iniziato il suo percorso
come Bonsai. Dopo questa dimostrazione il bonsai è stato posizionato all’ombra e nebulizzato molto spesso. Questi
accorgimenti servono a farlo riprendere dallo stress indottogli dalla messa a filo e dal posizionamento dei rami. La
prossima primavera, il ginepro potrà essere rinvasato per la prima volta in un vaso bonsai.

Dirk Dabringhausen

Fig. 7 Fig. 8
La mia esperienza
UN BIANCOSPINO DEDICATO A MIO PADRE - G. La Susa 30

La mia esperienza
Il biancospino dedicato
a mio padre
di Giuseppe La Susa

Il primo aprile del 2008 ero intento a elaborare questa foto (Fig. 1)
per pubblicarla sul web e così condividere con gli amici la gioia per la
splendida fioritura di questo biancospino. Durante le operazioni nec-
essarie giunse la triste notizia della dipartita del mio amato padre.
Uomo retto e di sani principi morali, da lui ho ereditato l’amore
per la famiglia, il rispetto per il prossimo e per la natura. Uomo a
volte giustamente severo ma sempre pronto a soccorrermi qualora
ne avessi avuto bisogno, non molto incline a manifestare i suoi senti-
menti e il suo affetto, segno per lui di debolezza, ma capace di gesti
d’amore commoventi.
Di lui mi piace ricordare, fra i tanti, un aneddoto in particolare.
Quando lo aiutavo nella raccolta delle olive e mi vedeva compiere
acrobazie per riuscire a far cadere dall’albero fino all’ultima oliva, mi
diceva sempre “Lassala qualcuna pì l’aceddi, altrimenti a ccà nun ci
Fig. 1 - L’autore accanto al suo biancospino
vennu cchiù a cantari“ (“Lascia qualche oliva per gli uccelli altrimenti
non verranno più ad allietarci con il loro canto”). Questi in sintesi era mio padre.
Da quel giorno, per me, questo biancospino ha assunto un valore simbolico particolare, seppur legato com’è a un triste
ricordo, ogni volta che lo osservo nelle sue fasi evolutive, mi trasmette un senso di pace e di serenità. Circa tredici - quattordici
anni addietro, dopo i primi inevitabili insuccessi nella raccolta in natura,
gironzolando ai margini dell’oliveto di famiglia (che si trova a circa 600
metri sul livello del mare) mi sono imbattuto in questo biancospino. Dei
tanti era l’unico che ai primi controlli presentava un apparato radicale
superficiale e non il solito fittone che scende profondo nel terreno ren-
dendo difficile la raccolta di questa essenza, con tutte le gemme gonfie
segno che si stava risvegliando.
Munitomi di una zappa, di un saracco e di una forbice da potatu-
ra, lavorando molto più a mani nude che con la zappa, operai la zollatura
e individuato il fittone lo tagliai. Il saracco risultò rovinato quasi irrime-
diabilmente, ma la soddisfazione di averlo cavato con un discreto pane
di terra mi appagava della fatica fatta. Avvolto il pane radicale in un sac-
chetto di plastica e legato ben stretto con dello spago, lo portai a casa.
Senza tagliare nulla della ramificazione lo invasai in un grosso
vaso con un terriccio composto dal 50 % di ghiaietto da costruzione se-
tacciato, 30 % di terra da giardino e il 20 % di compost di foglie. Dopo
circa una settimana, favorito dalla temperatura più alta di casa mia, aprì
tutte le gemme da legno vegetando come un matto.
Per tre anni lo lasciai stare tranquillo annaffiandolo e conciman-
do ogni primavera con stallatico pellettato arricchito con ferro, finchè.
finalmente sicuro dell’attecchimento, lo rinvasai in un vaso molto più pic-
colo. Osservando la sua naturale sinuosità non ebbi nessun dubbio sulla
scelta dello stile da imporgli... bunjin!
Operata la prima capitozzatura e sostituzione dell’apice, ecco
come si presentava (Fig. 2). Fig. 2 - Ecco come si presentava il biancospino dopo una primissima impostazione
31 La mia esperienza
UN BIANCOSPINO DEDICATO A MIO PADRE - G. La Susa

Per la successiva lavorazione, mi avvalsi dei consigli che il Prof. Giovanni Genotti mi diede durante le visite al nostro club.
Seguendo, non proprio alla lettera, i consigli ricevuti, e facendo un po’ di testa mia, selezionai ed impostai i rami primari e lavorai
all’infoltimento dei palchi. Vista la facilità con la quale il filo segnava i rami lasciando dei bruttissimi segni, optai per l’uso di tiranti
e per il metodo del “taglia e lascia crescere”.
Nel 2003 spostai la pianta nell’attuale vaso bonsai pur non essendo idoneo per questo tipo di essenza. Essendo l’unico
che riuscii a reperire come forma e dimensioni, feci buon viso a cattivo gioco e lo utilizzai. Dopo un paio d’anni di coltivazione,
finalmente nel 2005 il biancospino mi regalò la prima, se pur esigua, ma promettente fioritura.
Purtroppo non ci sono altre foto che testimonino le successiva fasi di lavorazione. A quel tempo, mai avrei pensato che una docu-
mentazione fotografica mi sarebbe stata utile per ricordare meglio le varie fasi evolutive.
Il 2007 fu l’anno della prima fioritura (Fig. 3), copiosa ed omogenea, ma anche l’anno in cui rimodellai l’apice abbassandolo e ri-
portandolo verso il tronco (Fig. 4).

Fig. 3 - Particolare della prima fioritura Fig. 4 - L’apice è stato abbassato e riportato verso il tronco.

La precedente soluzione non mi entusiasmò molto, infatti, dopo aver partecipato ad una mostra nel 2008, riportai l’apice
nella sua posizione originale (Fig. 5). Siamo praticamente arrivati ad oggi, la pianta da quando fiorisce e fruttifica ha infoltito la
chioma molto più velocemente. Il motivo è da ricercasi nel fatto che i frutti lasciano dei rami molto corti e rifiorenti, fondamen-
tale però è tenere sotto controllo il vigore dei succhioni con regolari cimature a una-due gemme. Ed ecco il mio biancospino nella
sua veste attuale:

Fig. 5 - Ecco come si presentava nel 2008 Fig. 6 - Fronte Fig. 7 - Retro

Nella prossima primavera lo rinvaserò in un vaso che mi sono fatto realizzare appositamente da un artigiano del posto,
su mio disegno e scelta dei colori, aggiustando un pochino l’inclinazione e il fronte. Nel seguente virtual potete vedere come lo
immagino nella sua sistemazione definitiva.
La mia esperienza
UN BIANCOSPINO DEDICATO A MIO PADRE - G. La Susa 32

Fig. 8 - Virtual di come sarà una volta rinvasato


33 LaLAmia esperienza
NOSTRA DEMO... - F. Springolo, M. Tarozzo

La mia esperienza
La nostra demo ad Arco di Trento
di Federico Springolo
e Marco Tarozzo
Foto di Alberto Naccari

Due mesi fa, sabato 2 maggio per la precisione, Federico Springolo


ed io ci siamo recati ad Arco di Trento per la lavorazione di un pino silves-
tre yamadori in occasione della demo IBS di cui lo stesso Springolo fa parte;
l’albero (Fig. 1) era stato raccolto qualche anno prima da un amico, socio del
Bonsai Gymnasium oltre che allievo della Bonsai Creativo School, Ezio Cor-
radin.
Il pino era molto vecchio, ma il giusto tempo nel contenitore per con-
Fig. 1
sentirle l’attecchimento (4 anni), e le concimazioni eseguite ad hoc da parte di
Ezio l’avevano sufficientemente fortificata; era una pianta generosa e pronta
a superare lo stress alla quale sarebbe stata sottoposta.
Precedentemente, prima di recarsi ad Arco, avevamo operato una
pulizia degli aghi. L’operazione forse era stata troppo aggressiva, e, giusta-
mente, qualche collega istruttore di Springolo ce lo fece notare, li ringraziam-
mo per l’osservazione e procedemmo con il lavoro.
Alle nove eravamo pronti per cominciare. I compiti erano stati prece-
dentemente decisi, dopo la potatura dei rami in eccesso mi sarei concentrato
sulla parte di legna secca posteriore mentre Federico su quella anteriore.
Iniziammo, come dicevo, con la lavorazione del legno; avevamo de-
ciso che per questo tipo di lavorazione non avremmo usato nessuno stru-
Fig. 2 mento elettrico ma solo sgorbie, scalpelli e martello. Il tempo a disposizione
era poco ma sapevamo che sarebbe stato possibile riuscirci nei tempi previsti
(Fig. 2). Lo stop alle lavorazioni era previsto alle 19.
Usando delle sgorbie e dei coltellini, che normalmente servono a
modellare gli zoccoli dei cavalli e che avevamo adattato al nostro scopo, pu-
limmo tutta la corteccia, iniziando da quella che ricopre i rami già secchi da
tempo per terminare con quella dei rami che avevamo appena potato. Con
gli scalpellini incidevamo le parti di legno che poi avremmo strappato con le
pinze, scavando tra le fibre, ricavando delle anse e dei rilevi sui rami secchi
trattati.
Lavorando in questa maniera, incidendo e “strappando” le lingue di
Fig. 3
legno, provavamo ad imitare gli agenti atmosferici, i traumi meccanici e il

Fig. 4 Fig. 5 Fig. 6


La mia esperienza
LA NOSTRA DEMO... - F. Springolo, M. Tarozzo 34

Fig. 8 Fig. 9

passare del tempo che solitamente rendono unici jin e shari degli yamadori.
Dopo aver lavorato grossolanamente le porzioni di legno iniziammo un mini-
mo di approfondimento delle linee degli “scavi”, per far ciò usavamo anche
delle “sgorbiette coreane” di varie misure dallo 0,1 mm allo 0,8 mm di lar-
Fig. 7
ghezza della lama, che alternavamo a seconda delle dimensioni del ramo o
della porzione del legno da trattare.
Creati i vuoti nel legno, usammo il fuoco per rendere più vecchio e
naturale la porzione di ramo trattata e, nello stesso tempo, scaldando bene
nei punti giusti e con l’ausilio delle pinze, operammo delle torsioni e delle pie-
gature dei jin per posizionarli la dove li volevamo. Sentivamo i commenti dei
visitatori, alcuni si “dissociavano” da questo tipo di lavorazione, altri, invece,
ne erano entusiasti… (Fig. 3, 4 , 5, 6). Mah, dissi a Fede: <la solita storia, l’Italia
è divisa a metà!>. Un cenno d’intesa, un sorriso e ci rimettemmo all’opera.
Sia la parte posteriore che quella anteriore della legna secca avrebbe
dovuto avere un portamento verso “avanti”, infatti l’idea che ci eravamo fatti
della forma dell’albero era quello di un battuto del vento e prostrato, una for-
ma che, dove era stato raccolto lo yamadori, non è affatto inusuale.La scelta
dello “stile” era quindi anche condizionata da ciò che i nostri occhi avevano
visto spesso sulle montagne del Cadore o dell’Alto Adige dove solitamente
ci rechiamo ad osservare le piante. La lavorazione del legno era finalmente
terminata, Federico procedeva con il liquido da jin sulle parti lavorate (Fig 7,
8) mentre io cominciavo la rafiatura dei due grossi rami e la successiva ap-
Fig. 10 plicazione della “camera d’aria” (Fig. 9, 10). Questa operazione serviva a ren-
dere meno “traumatica” per i rami le forti piegature che avremmo operato;
solitamente questo tipo di pieghe sui pini vengono fatte qualche tempo pri-
ma della ripresa vegetativa, all’incirca verso la metà fine di febbraio. In tale
maniera ci si avvicina il più possibile al periodo della ripresa delle attività vitali

Fig. 11 Fig. 12 Fig. 13


La mia esperienza
35 LA NOSTRA DEMO... - F. Springolo, M. Tarozzo

dell’albero; in questo modo la reazione alle sicure sfibrature è più celere. Spes-
so adottammo anche il metodo di non usare il filo ma operammo le pieghe
dei rami per gradi solo dopo un’abbondante raffiatura, avvalendoci di tiranti.
Il mese di maggio era secondo noi sfavorevole per queste pieghe, ecco quindi
il perché di queste accortezze e l’uso del filo di rame di grosso diametro sopra
le protezioni.
Alla fine di questo intervento si erano fatte le 12,30, e, come richiesto
dall’organizzazione, sospendemmo il lavoro per la pausa pranzo. Prima di u-
scire dalla sala demmo uno sguardo al lavoro degli altri dimostratori, erano
Fig. 14
tutti molto più avanti di noi… mangiammo il panino in silenzio e con Alberto
(mitico fotografo) che ci rincuorava: “tranquilli, siete nei tempi e il lavoro è
molto pulito”, gli venne in soccorso pure Luca (Bragazzi) che sembrava sod-
disfatto più di noi del lavoro che stavamo facendo. Che personaggio Luca, un
grande, un amico!
Era il momento di riprendere. Iniziammo con il posizionare il filo di
rame, da 4 mm, (Fig. 11) nel primo ramo basso per procedere alla torsione,
per gradi; c’era un altro accordo tra Federico e me, non avremmo usato delle
leve ma avremmo alternato i tiranti fino a posizionare il ramo dove sarebbe
dovuto andare.
Posizionato il ramo procedemmo poi con la legatura di tutti i rametti
secondari e terziari usando il filo di dimensioni dal 1, 5 mm allo 0,8 mm (Fig.
Fig. 15
12,13). A questo punto eliminammo i tiranti in eccesso e ne rimasero sola-
mente due, uno ancorato nella parte più acuta dell’angolo della curva e uno
quasi all’apice del ramo stesso.
Iniziava ora, per Federico, la fase di modellatura del ramo, ogni sin-
golo rametto veniva posizionato dalla parte opposta a quella da dove “soffia
il vento” (Fig. 14, 15, 16). Il procedimento appena descritto l’adottammo an-
che per il ramo posizionato più in alto. Avevamo quasi finito, eravamo sod-
disfati, alzammo lo sguardo: i colleghi di Federico avevano tutti terminato e
noi eravamo i soli a soffermarci ancora dietro i tavoli da lavoro, erano le 18 e
45 minuti!!!! Un gruppetto nutrito di persone si concentrava attorno a noi che
commentammo: “non c’è altro da vedere, per forza stanno qui...”.
Sapevo che la gente a Federico metteva un poco di ansia, ma un ta-
Fig. 16
lento come lui dovrà, per forza, farci l’abitudine, quindi sdrammatizzai ancora
dicendogli che in realtà “la gente stava ferma a guardare il lavoro che sta-
vamo facendo perché li avevano chiusi dentro alla stanza con noi”.
Sorridemmo (Fig. 17, 18)... Posizionato l’apice ci sollevammo da tavolo e gi-
rammo la pianta verso la gente (Fig. 19). Un applauso!

Fig. 17

Fig. 18 Fig. 19
La mia esperienza
LA NOSTRA DEMO... - F. Springolo, M. Tarozzo 36
Era davvero ben riuscito questo primo step su “Silvestro”, era con-
tento anche Ezio che ci stava guardando. Bene, foto di rito alla quale invi-
tammo anche il nostro “Luca nazionale” (Fig. 20).
Eravamo soddisfatti e poi, era chiaro che il pubblico aveva notato ed apprez-
zato il lavoro“a mani nude”. Grazie, Arco!
Al rientro a casa, vista la stagione, togliemmo tutto il filo e lasciammo
solo i tiranti a fare il loro lavoro sui due grossi rami. “Silvestro” è stato poi
posizionato in mezz’ombra e nebulizzato spesso, ha reagito bene e ora i ger-
mogli si sono allungati vigorosi. Tra qualche anno l’amico Ezio lo potrà far am-
mirare in qualche esposizione.

Federico Springolo
Marco Tarozzo

Fig. 20
La mia esperienza
37 REALIZZAZIONE DI UN ISHIZUKI - C. M. Galli

La mia esperienza
Realizzazione di un ishizuki
II parte
di Carlo Maria Galli

C’eravamo lasciati il mese scorso con la preparazione di un ishizuki e di


tutto ciò che serve per poter realizzare questa affascinante tipologia di bonsai.
Abbiamo visto come praparare la roccia che ospiterà le piantine, i fili per gli an-
coraggi, e come realizzare un terriccio adatto allo stile.
Vediamo ora quali sono le fasi successive che ci porteranno al risultato
finale.

Carlo Maria Galli

Fig. 1 - Le piante vanno annaffiate precedentemente,vanno spru- Fig. 2 - Bisogna fare attenzione nel disticare le radici. Fig. 3 - Essendo già bonsai non taglio le radici, semmai levo quel-
zzate spesso. Questo accorgimento gli permette di rallentare la le che andranno all’esterno della pietra.
traspirazione.

Fig. 4 - Spruzzo spesso acqua sulle radici per non farle disidratare. Fig. 5 - Nel posizionarlo sulla roccia, blocco prima di tutto il col- Fig. 6 - Lego bene col filo in modo da immobilizzarlo
letto.

Fig. 7 - Gli altri fili vengono usati in un secondo momento. Fig. 8 - Inizio a coprire le radici con la terra facendo attenzione a Fig. 9 - Una volta finito di aver messo la terra, inizio dal basso
lasciare sacche d’aria, lasciando i fili all’esterno e seguendo il mo- intrecciando i fili come in una rete.
vimento della pietra.
La mia esperienza
REALIZZAZIONE DI UN ISHIZUKI - C. M. Galli 38

Fig. 10 - Può andare... manca ancora il muschio e le piante di


compagnia.

Fig. 11 - Preparo delle forcelle della lunghezza pari allo spessore Fig. 12 - Mi serviranno per ancorare meglio il muschio.
del terriccio che ho steso sulla pietra.

Fig. 14 - La potatura della pianta serve a far


la riprendere prima dallo stress da rinvaso.

Fig. 13 - Il muschio va bagnato prima di poterlo applicare. Io uso miscelare nell’acqua gli
ormoni in polvere, così avrò una spinta in più per l’attecchimento.
Fig. 15 - Va messo a piccoli fazzoletti, di vari
colori e tipologie, possibilmente a semipalla
in modo di dare ancora più movimento.

Fig. 16 - La potatura serve anche a far rientrare la chioma nella Fig. 17 - Alcuni particolari della roccia vanno enfatizzati con un uso Fig. 18 - Altro particolare della pietra.
sua silhouette migliore. accorto del muschio e delle erbe da compagnia.
39 LaREALIZZAZIONE
mia esperienza
DI UN ISHIZUKI - C. M. Galli

Fig. 19 - L’ishizuki è terminato, non resta che controllare che tutto Fig. 20 - Lato sinistro. Fig. 21 - Lato destro
sia andato per il verso giusto.

Fig. 22 - Lato posteriore.

Fig. 23 - Fronte.

Fig. 24 - Ecco come si presenta l’ishizuki ad un anno


di distanza. La foto è stata scattata a maggio 2009
La mia esperienza
UN WEEK-END A METZ - Nicola Crivelli 40

La mia esperienza
Un week-end a Metz
di Nicola Crivelli

Viaggiando per bonsai si conoscono persone e nascono nuove amicizie. Conobbi l’amico Lino Pepe durante
un viaggio in Giappone (naturalmente per bonsai), lo rincontrai poi in Belgio in occasione dell’ultima Ginkgo Award,
già lì, sul ritorno, ci fermammo un salto a Metz, città al nord della Francia, che lì per lì non mi aveva impressionato
molto, forse anche perché mi era piaciuta moltissimo Gent, una specie di Venezia nordica, dalle atmosfere moto simili
a quelle di Amsterdam.
Lino mi aveva già parlato della Mostra organizzata dal Bonsai Club di Lorena (www.bonsaiclublorraine.fr) di
cui è presidente, e del Trofeo delle quattro Frontiere, e mi ero promesso di parteciparci un giorno.
Così il 24 aprile, accompagnato da mia moglie, si parte per Metz.

In tempi antichi Metz, allora conosciuta con il nome di Divodurum (la città dal “monte sacro”), era la capitale
dei Mediomatrici, tribù celtica il cui nome, contratto in Mettis, è alle origini dell’attuale nome della città. Agli
inizi dell’era cristiana, il sito era già occupato dai Romani. Metz divenne una delle città principali della Gallia,
più popolata di Lutetia, ricca per merito delle sue esportazioni di vino e con uno dei più vasti anfiteatri della re-
gione. All’incrocio di numerose strade militari, ed essendo anche una città molto ben fortificata, divenne presto
di notevole importanza. Una tra le ultime roccaforti romane ad arrendersi alle tribù germaniche, fu conquistata
da Attila nel 451, e infine passò, verso la fine del V secolo e attraverso pacifiche negoziazioni, nelle mani dei
Franchi. Teodorico d’Austrasia la scelse come residenza nel 511; il successivo regno della regina Brunilde donò
grande splendore alla città.
- Tratto da Wikipedia -

Tra una cosa e l’altra sono riuscito anche a visitare la città e la Cattedrale di Santo Stefano che mi sono piaciute
davvero molto (Fig. 1, 2, 3).

Fig. 2 - La cattedrale gotica di Santo Stefano Fig. 3 - L’organo sospeso della cattedrale
con le sue vetrate artistiche disegnate da
Marc Chagall

Fig. 1 - La cattedrale di Santo Stefano


La mia esperienza
41 UN WEEK-END A METZ - Nicola Crivelli

Fig. 4 - I partecipanti al nuovo talento quattro frontiere

Oltre a portare due piante alla mostra,


partecipai al Nuovo Talento 4 Frontiere (Fig. 4).
I partecipanti erano: Francis Lecuyer (Francia),
José Lefilon (Belgio), Markus Becker (Germa-
nia) ed io (Svizzera).
Ognuno lavora su una propria pianta, io
ho portato un ginepro coltivato da me per di-
versi anni... un materiale da talea (Fig. 5).

Commento sull’impostazione del ginepro


(Shinpaku)

Il juniperus chinensis è una delle mie


essenze preferite. Il punto di forza dello shin-
paku sono i jin e gli shari; un’altra caratteristica
molto importante per la tipicità dell’essenza è
quella di avere il tronco piatto. Se il materiale
di partenza non è uno yamadori con già del Fig. 5 - Il mio ginepro chinensis; materiale ricavato da talea.
secco a vela naturale, il metodo per realizzarlo
è quello di fare degli shari lungo il tronco, seguendo il movimento sinuoso delle vene.
Annualmente si allarga lo shari di qualche millimetro (dai 4 ai 6 mm), in questo modo il tronco si allarga solo
dove ci sono le vene, appiattendosi.
Un’altra caratteristica dello shinpaku è il movimento dei rami. Come il tronco devono avere un bel movi-
mento, ma non necessariamente devono scendere verso il basso come in un pino. Possono avere dei rami che partono
verso l’alto, che poi hanno un brusco cambiamento di direzione verso il basso, con jin nella zona dove c’è stato il cam-
biamento di direzione.
Generalmente anche sui rami si formano degli shari a spirale, che lo appiattiscono. Anche gli apici hanno
spesso dei bruschi cambiamenti di direzione, ed i vecchi apici diventano dei tenjin. In questa impostazione ho cercato
di evidenziare queste caratteristiche. Da un materiale cespuglioso e rigoglioso ho cercato di estrarre il succo, la sintesi
di un esemplare cresciuto in natura in un ambiente aspro ed impervio.

Fig. 6 - Tutti al lavoro

Fig. 7 - Ho deciso di abbassare la pianta. Il


tronco, già di un certo spessore, non si pres-
ta alla creazione di una pianta alta e snella
La mia esperienza
UN WEEK-END A METZ - Nicola Crivelli 42

Fig. 8 -

Fig. 9 - Le piante a lavoro ultimato. I bonsai sono stati ordinati da sinistra verso destra dal primo al quarto classificato

Fig. 10 - Luigi Maggioni, ospite della manifestazione

Fig. 11
La mia esperienza
43 UN WEEK-END A METZ - Nicola Crivelli

Fig. 12 - Ecco come si presentava il ginepro una volta tornato a Fig. 13 - Lato destro Fig. 14 - Retro
casa

Fig. 15 - Dopo un mese la pianta ha reagito bene all’impostazione, nonos-


tante in aprile scorresse già molta linfa ed era molto difficile filare la veg-
etazione senza danneggiarla

Fig. 16 - Particolare dello shari. Fig. 17 - Ecco come intendo sviluppare i palchi in futuro.
A lezione di suiseki
IL MA ATTORNO AD UNA PIETRA - Luciana Queirolo 44

Il ma attorno ad una pietra:


il cielo, l’oceano... lo spazio.
Articolo a cura di Luciana Queirolo

...la parola ‘Spazio’ (ma) ha un significato molto speciale per la gente giapponese.
Lo spazio non è solo quello che noi occupiamo, ma esso è anche un ritmo,
un tempo, una distanza ed un vuoto.

Quando iniziammo la ”Grande Avventura” di questo magazine e ci impegnammo a farlo uscire


mensilmente… beh! Mi vennero i capelli bianchi. Puoi creare un bonsai praticamente da ogni creatura
vegetale di questa terra: la crescita, i riposi ed i risvegli, le cure, le malattie, la riproduzione … un mate-
riale veramente infinito, da trattare. Non così illimitato per le pietre, pensai….
Ma se qui stiamo ancora spulciando l’argomento suiban (e siamo al terzo appuntamento con
questo argomento)… beh! qualche speranza, per il prossimo futuro, di non sprofondare nel silenzio
forse mi rimane.
Perché ancora Pietra & Suiban? Perché , dopo ragionate, teoriche scelte estetiche e pratiche su
abbinamenti di colore, su granulometria, su profondità, proporzioni, etc…. al dunque, la nostra pietra
dobbiamo pur piazzarla e piazzarla nel posto giusto ed al primo tentativo; pena lo sconvolgimento
totale di eventuali, precedenti, elaborati, giochi di sabbia.

La posizione della pietra nel suiban deve essere prima di tutto asimmetrica, (asimmetria = hitaisho). La tradi-
zione, poi dà la preferenza a pietre che sul fronte abbiano la parte più alta a sinistra, in maniera che la pendenza più
lieve degradi dolcemente verso destra, determinando così l’accostamento al bordo sinistro (naturalmente, non ci
strapperemo i capelli, se la nostra pietra dovesse avere un fronte con massa predominante nella sua parte destra e la
piazzeremo tranquillamente più accostata verso destra.)
Per eseguire correttamente il posizionamento della pietra nel suiban, ci si dovrebbe affidare alla Regola Aurea
ed alla Sequenza numerica progressiva di Fibonacci; tenendo cioè presente il rispetto per l’asimmetria della composi-
zione.
In pratica: il punto centrale della pietra dovrebbe trovarsi ad un terzo sia della lunghezza sia della profondità
del suiban: arretrato verso il fondo, verso destra o verso sinistra a seconda che le linee di forza preminenti della pietra
siano a destra od a sinistra. Se il flusso della pietra (KATTE) scende dal punto di forza, verso il lato opposto, là vi sarà
il maggior spazio vuoto (area riposante per la vista). La Regola Aurea detta che la cima principale dovrebbe trovarsi
vicina al bordo a circa il 38% della lunghezza totale del suiban.
A volte, però, trasgredire un poco (dilatando una misura a discapito delle proporzioni ed allontanandosi dalla
“ragionieristica” Regola aurea) si rende necessario, proprio in funzione di quell’indispensabile, insopprimibile spazio
vuoto, senza il quale non vi è atmosfera né armonia. Così pure, diviene spesso difficile procurarsi il suiban adatto ad
ogni pietra: già dal ‘94 in Giappone venivano presentati suiseki posizionati al centro (punto morto) di suiban troppo
piccoli. Anticamente non esisteva regola che indicasse le misure del contenitore adatto. Dipinti delle dinastie Tang
e Song illustrano splendide rocce verticali entro bacinelle, stabilizzate da ciottoli . Anche l’orizzontalissimo “Ponte
galleggiante sui sogni” illustrato nel magazine di Aprile, è adagiato in un incensiere di epoca Ming che appena lo con-
tiene: un sostegno degno della pietra.
45 AIL lezione di suiseki
MA ATTORNO AD UNA PIETRA - Luciana Queirolo

L’arte del Suiseki è soprattutto Gioco: gioco di interpretazione,


area di serenità, al di fuori di tutto ciò che sia spiacevole o faticoso da
vivere; quindi, lungi da me sminuire la valenza delle sue proprietà terapeu-
tiche, conoscitive, introspettive etc …. “Aristotele accostò il Gioco alla Gioia
ed alla Virtù, distinguendolo dalle attività praticate per necessità.” … (ma io
credo che giocare un poco con noi stessi, prima ancora che con gli altri, sia
una necessità oggi sempre più impellente) …

Fig. 1 - Prima di divagare e magari dimenticare, vi piazzo qui una regola Fig. 2 - una pietra a forma di luna … calante??? Scelsi il “punto morto”: posizionai cioè la mia luna
poco conosciuta ma che viene per senso, appena ci pensate un po’ su. Un con la sua punta più alta nel centro del suiban … perché? Son passati circa 10 anni e l’interpretazione
suiban va di preferenza posizionato su tavoli bassi, per poter godere non che potrei tentare di dare oggi di quella scelta, potrebbe non collimare col pensiero di allora …
solo il profilo del suiseki, ma anche il simbolismo dello spazio creato attorno Visualizzando come elemento principale la falce della luna, il suo punto di forza sarebbe proprio sulla sua
ad esso. In questa foto, il magnifico diaspro,che i piccioni adottarono come punta più alta; seguendo questo ragionamento, la luna andrebbe spostata verso sinistra. Io ho perso di vista
abbeveratoio. questa pietra ormai da tempo ma, osservando con attenzione la foto, credo di poter riesumare il ricordo di
una figura femminile, seduta accanto alla luna. Ecco che, allora, questa figura gentile diverrebbe padrona
della scena: lo spazio attorno è un tributo a lei, io credo: una quieta oasi di pace, in una quieta notte di luna
calante.

Ora, proviamo a giocare con una pietra ed un suiban: quando il nostro gioco ci avrà visto vincitori contro le
incertezze di un problematico posizionamento, allora entrerà nel gioco la scelta di un suiban più adatto; entreranno
in gioco gli elementi acqua e sabbia. Ma, per ora, giochiamo solo con questi due elementi: un suiban e qualche pietra
scelta quasi a caso … e nemmeno troppo pulita: anche pulirla con maggiore cura, farà parte della sua “trasfigura-
zione”.
Qui un’altra nota da non trascurare: la preparazione di una pietra da esporre nel suiban passa attraverso
una accurata pulitura, ma non dallo strofinamento con le mani né tantomeno da una ingrassatura che preclu-
derebbe alla sua superficie impermeabilizzata dall’unto, la capacità di trattenere l’umidità: qualità propria della
cura da esterno.
Allora... giochiamo? Questa dovrebbe essere (cm più, cm meno) la posizione per queste due pietre nel nostro
suiban:

Fig. 3 Fig. 4

Più chiaramente identificabile la posizione della prima, per la seconda potrebbe sorgere qualche incertezza
presto fugata perché, come pietra isola, sul lato di sinistra presenta una piccola insenatura, che invita all’approdo chi
giunge dal mare aperto; mentre quello sperone sul lato destro, respinge.
A lezione di suiseki
IL MA ATTORNO AD UNA PIETRA - Luciana Queirolo 46

Fig. 5 - Suiseki interessante, di origine malese.

Fig. 6 - La parte dominante di sinistra ha una forte pendenza proprio verso sinistra … abbiamo quasi la Fig. 7 - Il posizionamento della pietra verso destra, ristabilisce l’equilibrio e la nostra calma: un faraglione
sgradevole sensazione che possa crollare oltre il bordo del suiban, da un momento all’altro: la parte tozza sul mare aperto, piccole calette in cui ormeggiare, per la pesca subacquea.
di destra, otticamente, trattiene a fatica la rovinosa caduta.

Fig. 8 - Questa è abbastanza facile: l’equilibrio di proporzione


tra il vassoio e la pietra è dato dalla “media” tra misura della
base e misura del top della pietra. Se l’ampiezza del top è un
poco eccessiva rispetto al suiban, il piede più stretto permette
all’occhio di spaziarci sotto.

Fig. 9 - Un basalto nero-verde che non riesco a giustificare


se non posizionandolo verso il centro. La massa è troppo
“corposa” per essere defilata in un punto che sia più stretto
del diametro corto del suiban (nel suo punto massimo, cioè
nel centro). La propaggine ribassata, sulla destra, le da mo-
vimento e vita.
47 AIL lezione di suiseki
MA ATTORNO AD UNA PIETRA - Luciana Queirolo

Fig. 10 - La pietra è troppo piccola, ma ha personalità: pare che voglia farsi notare; la sua parte frontale tenta di abbracciare chiunque si avvicini.

Fig. 11, 12 - Una piccola isola … per me, perfetta: un gioiellino nella sua linea semplice e pulita. Sarebbe assurdo abbandonarla in un angolo di questa piazza d’armi mentre, posata nel centro, mi dà una gran senso di quiete.
Non di abbandono, però. E’ un piccolo mondo autosufficiente che non si nega, ma sta lì nel mezzo, un po’ sulle sue. Possiede una ottima triangolarità e questo le da un buon equilibrio nell’asimmetria. Si distingue bene quale
è il fronte: nella seconda immagine pare voglia dirti: gira un po’ di là!

Fig. 13 - Come per la piccola isola precedente, questo grosso banco di sabbia (sia che si voglia interpretare come mare o che sia deserto) ha veramente bisogno dell’ausilio della sabbia per “venire a galla”. E’ una lastra talmente
sottile e poco pronunciata che non credo necessiti di un grande spazio attorno: è “Spazio” essa stessa.

Fig. 14, 15 - Il suiban è un po’ più del doppio del suiseki se visto frontalmente, ma la forma della pietra, articolata da promontori ed insenature poste lungo una diagonale, riempie lo spazio in maniera equilibrata. Non potrete
negare, soprattutto osservando la pietra nella seconda immagine,come sia necessario questo posizionamento, nonostante che, con questa sistemazione, la parte dominante si trovi ad essere nel centro e non di lato. Potrei
invertire il fronte e girare la pietra: avrei così la parte dominante tranquillamente sulla destra … è vero! Ma l’altra metà dell’ isola rimarrebbe nascosta dietro alla montagna più alta.
A lezione di suiseki
IL MA ATTORNO AD UNA PIETRA - Luciana Queirolo 48

Fig. 16, 17 - Per buona pace di tutti, ecco una pietra isola classica, buona misura, buon equilibrio di elementi differenti tra loro di forma e texture. Il posizionamento coincide su entrambi i fronti. L’approdo è possibile: con
qualche difficoltà in più sul retro (e per questo verrà bollato come retro) ma possibile. Una bella pietra che dà soddisfazione osservare...

… perché l’immagine si crea nella mente. “Creare un’atmosfera di meditazione e godimento” è forse il motivo principe
che spinge ad esporre nel suiban: accogli un immaginario ospite, egli ti siede accanto.
Tu bagni la pietra ed insieme osservate i lievi mutamenti prodotti dall’acqua che, trattenuta dalla patina, fu-
gacemente si dissolve … per l’ospite, reale o immaginario, hai restituito alla superficie di una pietra pulita, la capacità
di trattenere l’umidità.
Coltivazione e tempo: può volerci una vita... e con materiali nobili e duri, una vita potrebbe anche non bastare;
noi ne godiamo il presente: che qualcuno dopo di noi ne possa godere, assieme al proprio ospite ...può essere solo un
sogno … un sogno niente male, però!
...ed alla prossima!

Luciana Queirolo
49 L’opinione di...
GIORGIO CASTAGNERI - Giuseppe Monteleone

L’opinione di...
Giorgio Castagneri

Intervista a cura di Giuseppe Monteleone

B en ritrovati, dopo la bella intervista a Gianfranco Giorgi realizzata lo scorso mese da


Antonio Ricchiari, in questo numero vi presento un altro eccellente istruttore del
bonsai in Italia, Giorgio Castagneri.
Ho conosciuto Giorgio a Salerno lo scorso marzo, mi ha subito colpito la semplicità
dell’uomo unita ad una grande passione per la nostra arte. Uomo di poche parole, ma
sincere e dirette, ha lasciato in me un ottimo ricordo.
Consigliere ed istruttore IBS, tiene corsi e dimostrazioni in giro per l’Italia e l’Europa,
di quest’uomo dal gran carisma ci sarebbe da dire molto, ma è il caso che sia lui stesso
a raccontare.
Sperando di non aver fatto torto al nostro ospite con queste poche righe di presenta-
zione, vi auguro buona lettura e vi lascio alle parole di Giorgio Castagneri.

Giuseppe Monteleone

Nella presentazione ti ho definito semplice ed appassionato, ti riconosci in questa descrizione? Cos’altro aggiungeresti per descriverti
meglio?

Mi riconosco bene nella definizione di appassionato bonsaista, e da quando è diventato anche il mio lavoro a tempo pieno ho sempre molta
voglia di fare; semplice come persona non saprei, molti dicono che sono complicato, ”bonsaisticamente” troppo puntiglioso. Questo però è il mio
modo di essere e di praticare Bonsai.

Dicci qualcosa in più del Giorgio Castagneri quando non è alle prese con corsi e dimostrazioni.

Al di fuori di corsi e demo, tutto il mio tempo è dedicato al mio giardino a lavorare piante ed alla mia attività, di import e vendita di vasi,
piante e accessori per Bonsai. Quindi gli altri hobby a poco a poco sono svaniti, ma è una cosa voluta da me perciò non mi pesa.

Molti appassionati lamentano l’incompatibilità tra le cure da dedicare ai nostri beniamini e quelle da destinare a famiglie/mogli/fidanzate?
Per te vale la stessa cosa?

È difficile dirlo ma è proprio così, in più se il Bonsai diventa una professione, di tempo ne rimane veramente poco, questo a discapito della
famiglia. Basti pensare che i congressi occupano i fine settimana, poi c’è la scuola e alcune volte di sera bisogna lavorare sulle piante dei clienti.
Meglio cambiare discorso…

Veniamo alle domande tecniche.... qual è lo stile che più ti appassiona?

Lo stile che preferisco ormai lo sanno tutti, è il Bunjin. Non c’è un motivo particolare però mi attrae molto. È uno stile tirato all’essenziale
ma con una grande forza. Per cui sono sempre alla ricerca di piante adatte per creare Bunjin. Non posso farne a meno.

Un’osservazione fatta da molti e che è sempre più ricorrente riguarda la poca presenza delle latifoglie nelle mostre più importanti, a cosa
credi che sia dovuto?

Ultimamente c’è molta polemica su questo fatto, si dice che ci sia poca conoscenza sulle latifoglie, quindi si lavorano più conifere in quanto
L’opinione di...
GIORGIO CASTAGNERI - Giuseppe Monteleone 50
subito pronte per essere presentate alle mostre. Non sono assolutamente d’accordo su questo, penso che il problema sia che le mostre importanti
sul nostro territorio sono tutte concentrate nei mesi di aprile-maggio e settembre-ottobre, periodi non così idonei per esporre latifoglie. Dovremmo
organizzare le manifestazioni come in Giappone, una mostra a febbraio per poter ammirare la ramificazione delle caducifoglie, una a fine maggio
riservata alle azalee, ed una a novembre per i colori di aceri, faggi ecc. in tutti questi periodi le conifere vengono comunque esposte senza però
sminuire le latifoglie.

E a questo punto ti chiedo, tu cosa preferisci? Perché?

L’essenza da me preferita è il pino silvestre perché da sempre li ammiro sulle montagne a me vicine poi sicuramente le azalee, piante
molto affascinanti per i colori dei fiori e anche perché contrariamente a ciò che si pensa, si possono lavorare veramente molto. Ti dirò che l’ultima
mia esperienza in Giappone è stata proprio sulle azalee, pensa che per un mese ho lavorato e preparato mostre solo per questa essenza, “si impara
veramente molto” poi mi piacciono tassi, aceri, mirti ed olivi.

Una buona collezione, perché possa essere definita tale, credi che debba essere composta da pochi pezzi, ma di elevato valore (artistico
intendo...), o da molte e diversificate essenze magari di valore più modesto?

A livello hobbistico penso sia giusto avere più essenze a costi modesti, questo per poter fare più esperienza possibile. Invece quando si
diventa professionisti i pezzi personali diminuiscono di numero ma aumenta il valore artistico... e non solo quello.

La tua collezione com’è composta? A cosa dai la tua preferenza?

La mia collezione è composta da una quarantina di Bonsai ma sempre in evoluzione, come tutti ne vendo alcuni per averne altri magari più
importanti. La preferenza? AKAMATSU (pino rosso) poi tassi, larici e azalee.

Tra le tante attività sei istruttore IBS, è una cosa cercata e voluta o è stato un passo obbligato durante il tuo percorso? Insomma, che
rapporto hai con l’attività di docenza?

Diventare istruttore IBS è stata una cosa voluta, in quanto già tenevo dei corsi di base presso diversi club in più c’era l’idea della scuola, ma
non ero riconosciuto come istruttore, quindi anche un passo obbligato. Oggi con circa ottanta allievi l’attività di docenza mi da molte soddisfazioni.
importanti.

Della tua attività di istruttore, cos’è che ti da più soddisfazione?

Sicuramente quando uno dei miei allievi riesce a lavorare bene da solo arrivando ad esporre anche solo una buona pianta in modo corretto,
questo mi gratifica molto. Lo stesso si può dire quando durante una demo il lavoro fatto da il risultato che volevo.

Nelle molte esperienze da te fatte sono da annoverare molteplici workshop, ti hanno maggiormente emozionato quelli con i maestri
giapponesi o quelli con gli italiani?

Sono due cose molto diverse, le esperienze fatte con gli Italiani mi hanno aiutato molto nella creatività e nell’inventare sempre qualcosa
di nuovo, di dinamico. Di workshop con i Giapponesi ne ho fatti parecchi, ma quello che più mi ha emozionato è stato poter vivere a casa del maestro
Kobayashi lavorando piante famose. Si impara molto a rifinire esemplari molto importanti pronti per andare in mostra, ad allestire tokonoma in
modo corretto. Però con gli italiani si crea di più.

A proposito della tua “internazionalità”, sei consigliere in un club spagnolo, hai una scuola di specializzazione sempre in Spagna, tu che
li vedi da vicino, dicci qual è il modo di fare bonsai degli spagnoli.

Attualmente le scuole da me aperte in Spagna sono due ed una terza in prossima apertura a fine anno, questo grazie anche al mio
collaboratore e amico Miguel Angel. Per ciò che riguarda il modo di fare Bonsai in Spagna è molto simile al nostro anzi si stanno avvicinando sempre
più come tecnica a noi.

Già che ci siamo …. un po’ di pepe.... ti da più soddisfazione la scuola italiana o quella spagnola?

Le soddisfazioni arrivano da entrambe, la differenza è che in Spagna hanno molta fame di apprendere tutto ciò che gli si insegna e
attualmente la crescita è vertiginosa. In Italia invece le soddisfazioni sono i premi che i miei allievi stanno vincendo, questo vuol dire che siamo sulla
strada giusta, ad esempio il fatto che uno di essi dopo soli tre anni di studio sul Bonsai vince un primo premio come miglior esposizione è davvero
appagante.

Cosa ne pensi del bonsai fatto come lavoro? Secondo te qual è la differenza tra il giusto guadagno e quello che giusto non è?

Bisogna avere una grande passione e costanza perché il Bonsai diventi un lavoro, io ho la fortuna di avere al mio fianco la mia compagna che
mi segue nei congressi, e si prende cura della parte commerciale. Il giusto guadagno è difficile da dire ma di sicuro oggi è più bilanciato. Parecchi anni
L’opinione di...
51 GIORGIO CASTAGNERI - Giuseppe Monteleone

fa tutto veniva venduto ad uno sproposito, perché non c’era informazione, oggi con internet tutti possono sapere i prezzi praticati in tutto il Mondo,
quindi le trattative sono più normali e allineate.

C’è qualcosa che cambieresti degli attuali regolamenti di mostre e concorsi?

Cambierei solo una cosa, dividerei in due categorie l’assegnazione dei premi: amatori e professionisti. Si parla di questo già da anni, spero
che si concretizzi.

È opinione abbastanza diffusa che la frenesia che regola le dinamiche della società moderna si stia impossessando anche del mondo
bonsai. Quanto credi che questa affermazione corrisponda al vero?

Si sta recriminando molto il mondo del Bonsai moderno in questo senso, ad esempio non viene condiviso che dopo tre anni circa dalla prima
lavorazione le piante vadano in mostra, oppure che le piante esposte abbiano il filo. Io penso che ci stiamo solo adeguando ai tempi, d’altra parte
anche in Giappone in mostre come la KOKUFU-TEN, quasi tutte le conifere hanno il filo. Questo è il Bonsai di oggi, può darsi che un giorno si torni
indietro.

Le tre caratteristiche principali che bisogna avere per diventare un bonsaista di qualità?

Oggi diventare dei bravi bonsaisti è più semplice rispetto a quando ho iniziato io ventidue anni fa, ci sono scuole qualificate in tutta Italia.
Comunque secondo me umiltà di apprendimento, tanto lavoro e un po’ di talento… che non guasta.

E le tre cose che fanno di una pianta discreta un bonsai di pregio?

Sarebbe normale rispondere che bisogna avere un buon nebari, una buona sinuosità e conicità del tronco, ma è scontato. Credo che un
Bonsai di pregio lo si ottenga nel tempo, con anni di mochikomi, lavorando con pazienza e con metodo, alla fine con il passare del tempo si vedono i
risultati e quasi senza accorgercene otteniamo il Bonsai di pregio.

Cosa ne pensi di una iniziativa come questo magazine? Credi che una rivista online e per di più gratuita possa “dire la sua” nel panorama
editoriale italiano?

Penso che la vostra iniziativa sia molto interessante, questo tipo di interviste fatte con professionisti del settore dovrebbe essere estesa
anche ad amatori, così che con l’opinione di tutti si possa crescere sempre di più, avere sempre prospettive nuove. Il fatto che sia gratuita è un segnale
forte, sicuramente questa vostra rivista online farà strada nel panorama bonsaistico.

Ti ringrazio per la tua disponibilità e ti auguro un futuro pieno di successi. Prima di chiudere questa intervista lo fai un saluto ai nostri
lettori?

Ringrazio io voi per avermi dato questa opportunità. Il mio saluto va a tutti i lettori di questo magazine anche quelli che non conosco,
sperando di vederci presto, auguro buon Bonsai a tutti.
A scuola di estetica
LO STILE A CASCATA - Antonio Ricchiari 52

Lo stile a cascata

Testo e disegni di Antonio Ricchiari

Simile al Semi-cascata (Han-Kengai) lo Stile a Cascata, chiama-


to dai giapponesi Kengai, differisce da questo perché l’apice inferiore oltrepassa l’altezza del vaso. Nel Giappone sono state classificate molte
tipologie di Cascata, dalla mezza cascata alla cascata estrema, dalla cascata formale alla cascata a più tronchi. La cascata classica prende il
nome non dal movimento dei rami ma dall’aspetto tra la forma del bonsai e la cascata d’acqua. In questo riferimento estetico si deve ricercare
l’andamento della massa dell’acqua, in equilibrio con una forma logica della disposizione dei rami e degli apici.
La cascata formale è la più tradizionale ed è impostata basandosi sulla ricerca del baricentro come nel caso dell’Eretto Casuale. De-
vono coincidere sullo stesso asse l’apice superiore, il centro del vaso, il nebari della pianta e l’apice inferiore. Questa forma si rivela dal punto
di vista estetico un capolavoro d’armonia estetica. L’apice inferiore, che si curva per ritornare nel baricentro, compie un movimento estrema-
mente innaturale, perché un ramo non si piegherebbe mai verso la parete della montagna.
Nelle forme naturali della Cascata bisogna fare molta attenzione a conservare la coerenza tra la forma scelta e l’ambiente che rap-
presenta quella pianta, la coerenza con la specie che si sta lavorando, per non fare ciò che in natura non troverebbe riscontro, l’apice inferiore
sempre rivolto verso l’esterno e la credibilità della testa. Le cascate bonsai sono definite tali, cioè kengai, quando i rami passano al di sotto
del bordo inferiore del vaso e questa convenzione è sostenuta ancora oggi, proprio per differenziarsi dalla mezza cascata che ha tutto un altro
carattere. La cascata ha rappresentato nei secoli uno degli stili più affascinanti e difficili. La difficoltà reale nel creare un capolavoro kengai è
proprio nel riuscire a dare una grande drammaticità necessaria a trasmettere le sensazioni di sofferenza, di lotta e di trionfo di una pianta che
vive in ambienti estremi; è forse per questo motivo che per creare una bella cascata, tanto più d’avanguardia, è necessaria una pianta yama-
dori come praticamente unica possibilità fra i materiali di partenza, a parte qualche raro caso. Nel movimento del tronco, si possono scegliere
diverse soluzioni, ma bisogna sempre prestare attenzione a non cadere nell’errore frequente della ripetitività dei movimenti, cercando un
equilibrio difficilissimo, tra gli elementi che fanno da filo conduttore e la non ripetitività.

Fig. 1 Fig. 2

Le foto rielaborate che accompagnano l’articolo sono state tratte dal catalogo: 7th International Bonsai and Suiseki Exhibition, pubblicato dalla Nippon Bonsai Association. L’evento
si svolse dal 27 aprile al 6 maggio 1986 ad Osaka.
53 ALOscuola di estetica
STILE A CASCATA - Antonio Ricchiari

L’apice superiore è una delle parti di primo piano della cascata. Per rispondere al requisito di “alberalità” e quindi di credibilità non ci
dovrebbe essere nessuna parte superiore, essendo per forza di cose martoriata o spezzata dai forti eventi atmosferici. Ecco perché l’apice supe-
riore della cascata formale potrebbe sembrare una forzatura estetica. E’
quindi una alternativa lasciare il tronco libero nella parte alta, possibil-
mente lavorando il secco con jin, shari, ed altro. Naturalmente il tronco
deve esteticamente prestarsi a queste lavorazioni e la corteccia deve
avere un aspetto particolarmente vetusto. Naturalmente per tutto ciò
ci riferiamo alla impostazione di conifere, mentre le latifoglie subiscono
un effetto analogo, dovuto però ad altri eventi naturali come frane e
venti.
Il movimento del tronco a cascata è il punto di interesse di
questo stile. Riuscire a dare un movimento naturale al tronco, quindi
che risulti asimmetrico e ritmico al contempo non è facile. E’ necessa-
rio che la direzione del tronco, cercando la luce, abbia una risalita verso
l’alto. Il disegno illustra un esempio tipico delle parti della cascata clas-
sica con il movimento del tronco e l’andamento dell’apice inferiore.
La caduta del tronco può essere più o meno accentuata e
questa caratteristica deve essere messa in relazione anche con la scelta
del fronte, che naturalmente oggi nelle cascate non deve essere così
preciso. La torsione deve essere in relazione alla specie, privilegiando
le torsioni accentuate sui ginepri e le contorsioni sui pini. Per quanto
riguarda le specie da fiore è meglio privilegiare movimenti delicati,
per evitare eccessivi contrasti con le fioriture. La caduta è, insieme allo
shari, l’elemento che più concorre a donare il punto di maggiore inte-
resse, trasmettendo un effetto spesso drammatico, talvolta un effetto
che evoca altri scenari. Il tronco in caduta deve essere molto visibile so-
prattutto nei primi tratti, primeggia certamente più che negli altri stili.
Nella cascata l’ultimo ramo si dirige verso il centro del vaso cercando
l’equilibrio. L’apice inferiore deve allontanarsi dal vaso e deve essere
costruito con le parti terminali leggermente all’insù per conservare una
Fig. 3
dominanza apicale ed un vigore sufficiente della parte inferiore. L’apice
inferiore deve essere molto sottile per le cascate a tronco sottile, massiccio e arrotondato per le cascate a tronco robusto. Nel lavorare uno
shari, si deve privilegiare una linea verticale che accompagni l’occhio verso il basso. L’effetto di caduta, che visivamente è il più drammatico, è
accentuato dallo scortecciamento e dalla solcatura verticale del legno.

Fig. 4 - Punto di interesse primario determinato dallo shari e dalla vena viva posti in estrema evidenza.
A scuola di estetica
LO STILE A CASCATA - Antonio Ricchiari 54
La foto di questa cascata (Fig. 4) mostra una pianta che dal punto di vista della naturalezza è certamente più credibile poiché è priva
dell’apice superiore ed il tronco è tormentato da uno shari che evidenzia la vena viva, quindi questa lavorazione è il risultato delle drammatiche
intemperie del luogo dove la pianta è cresciuta. Il colore scelto per gli shari deve essere molto bianco, perchè in natura, questi luoghi sono molto
esposti ai raggi del sole, e questa luce fortissima accentua il colore. Gli eventuali jin devono essere realizzati nelle direzioni verso il basso perché
il tronco segue appunto questa direzione. Dovranno essere particolarmente lunghi sempre per l’effetto naturale di rami travolti da frane o da
masse di ghiaccio che li travolgono.
La scelta dei vasi per lo stile a cascata si rivolge a vasi
alti, rotondi, quadrati o esagonali. Un vaso alto crea una mas-
sa massiccia, e perciò deve essere molto piccolo e a misura.
Il bordo, svasato è indicato per piante leggere e lunghe ed il
bordo chiuso per piante con tronco massiccio e vegetazione
compatta. La cornice sui lati del vaso è adatta soprattutto
per i ginepri. Il fronte del vaso nel caso in cui sia quadrato può
anche essere scelto nell’angolo che dal punto di vista estetico
offre un aspetto più leggero. Le specie da scegliere non sono
tante poiché bisogna adattare a piante che in natura effet-
tivamente sopravvivono a queste condizioni. Si devono privi-
legiare naturalmente ginepri, pini, pruni, tassi, camelie, rodo-
dendri, gelsomini, tsuga.

Antonio Ricchiari

Fig. 5 - Altro esemplare con lavorazione della legna.

Fig. 6

Fig. 7 - Esposizione con pianta di accompagnamento.


55 ALOscuola di estetica
STILE A CASCATA - Antonio Ricchiari
L’essenza del mese
AZALEA - Roberto Smiderle 56
Azalea satsuki - III parte
Famiglia: Ericaceae
Genere: Rhododendron
Specie: Rhododendron lateritium

In questo numero presenteremo la terza parte del-


la monografia su una delle più belle essenze dell’intero pano-
rama bonsaistico: l’azalea satsuki. Ricordiamo che a differen-
za delle passate schede, quella che vi stiamo per presentare non
ha in se il carattere della “guida”, ma bensì mostarvi semplice-
mente il frutto della sola esperienza personale dell’autore, il neo
istruttore della Scuola d’Arte Bonsai, Roberto ‘Banzai’ Smiderle.

Azalea satsuki
Coll. Roberto Smiderle

Le nostre satsuki, sono facili da formare perché crescono rapidamente, emettono nuovi getti in continuazio-
ne, ed in tutte le direzioni. È però necessario stimolarle adeguatamente affinchè questo avvenga! Non dimentichiamo
per prima cosa la loro natura, ed il loro carattere tipicamente arbustivi, il famoso detto ”taglia e lascia crescere”, è un
motto perfetto per la formazione delle satsuki.
Per mantenere le nostre azalee sane, forti e vigorose, è consigliabile rinvasarle spesso, quasi tutti gli anni,
soprattutto se non disponiamo di una sufficiente riserva di acqua piovana, quindi tenera e priva o quasi di carbonati.
E’ questo un ottimo sistema per prevenire crescite stentate, clorosi ed indebolimenti vari.
Il delicato apparato radicale delle azalee, soffrirebbe tantissimo di un pH non più adeguatamente acido, a
causa dell’azione tampone dei carbonati. Dopo il rinvaso, superata la prima fase di stress, la nostra pianta si impegne-
rà intensamente a formare dappertutto nuove vegetazioni, soprattutto se contestualmente al rinvaso, abbiamo tolto
tutta, o quasi, la vecchia vegetazione!
Il “debà”(debà = perimetro del palco) di questa azalea shohin (Fig. 1), è oramai fuori dalle dimensioni mas-
sime.

Fig. 1 - Dopo la fioritura è necessario intervenire con una potatura mirata a ridimensionare i palchi.
L’essenza del mese
57 AZALEA - Roberto Smiderle
Non voglio che questa pianta acquisisca eccessivo vi-
gore, né che cambi troppo forma, mi piace così come è. D’altra
parte non è stato facile arrivare a questa fase della formazione,
è mia intenzione quindi farla durare il più a lungo possibile! Per
questo la coltivo solo con acqua piovana “riposata” (Fig. 2), con
concimazioni e potature mirate, al fine d’ottenere il manteni-
mento delle forme e delle dimensioni attuali.

Fig. 2

Fig. 3 - Una bella pulizia da muschio, erbacce e dalla terra annerita superficiale, con uno spazzolino a setole dure, Fig. 4 - Tolgo tutti i semi che si stanno formando dopo l’abbondante fioritura, e con una potatura
aiutati da un vecchio bidone aspiratutto(!!!), è proprio necessaria! leggera e mirata sistemo il debà dei palchi, riportandolo ad una dimensione pressoché perfetta.
Ecco il risultato.

Fig. 5 - Questa azalea shohin è invece ad inizio carriera Fig. 6 - E’ stata lasciata crescere liberamente, ben concimata, e colti- Fig. 7 - Ecco qua la nostra satsuki a fine potatura. Ora si può procedere
vata in un vaso eccessivamente grande, ora è pronta per un intervento con il rinvaso.
di inizio carriera.
L’essenza del mese
AZALEA - Roberto Smiderle 58
Questa azalea shohin (Fig. 5) è invece ad inizio carriera. E’ stata lasciata crescere liberamente, ben concimata,
e coltivata in un vaso eccessivamente grande, ora è pronta per un intervento di inizio carriera (Fig. 6). Potando dras-
ticamente buona parte dei rami, senza lasciare foglie, si stimolano le gemme latenti ad uscire fuori e a mostrare il
meglio di loro. Al contrario i rami che non desidero che si allunghino o che si intensifichino, li lascio intatti con le loro
foglie apicali, togliendo solo il seme che si stava formando dove prima cera un fiore. In questo modo non cresceranno
molto; inoltre, in autunno, perderanno le foglie vecchie.

Fig. 8 - Sempre con l’aiuto del vecchio aspirapolvere...

Fig. 9 - Quale sarà quello più adatto? Fig. 10 - Eccola pronta per il rinvaso.

Fig. 11 - Questo verde? Non è male. Fig. 12 - O questo bianco? No, questa volta non voglio angoli retti. Fig. 13 - Oppure questo? No, troppo grande...

Fig. 14 - Alla fine ho deciso: questo! Tanto, prima che la mia azalea sia formata, ho tutto il tempo Fig. 15 - Dopo una decina di giorni, la risposta al nuovo vaso non si è fatta attendere: nuovi germogli dappertutto!
di rivalutare questa scelta….
L’essenza del mese
59 AZALEA - Roberto Smiderle
Anche se si sarebbe potuto fare, ho preferito non impostare i rami
di questa satsuki con il filo di alluminio, sarebbe stato uno stress inutile. Ho
rimandato l’impostazione di base dei rami al prossimo anno, quando anche i
nuovi getti si saranno formati e consolidati. Allora avrò la situazione ben più
chiara e potrò intervenire correttamente. L’avventura è appena cominciata,
ma l’emozione è già grande!
Un consiglio sulla conservazione dei fiori “diversi” nelle vostre satsuki
come questa (Fig. 17). Se non volete perdere i fiori di colore diverso, perché
sono importanti, contrassegnate i rametti che li portano con un anello di
Fig. 16 - Ecco come le gemme latenti si sono attivate producendo nuovi
e vigorosi germogli . filo (Fig. 18) o con qualcosa che vi aiuti a riconoscerli; in questo modo, non
rischierete di tagliarli durante le potature di mantenimento.

Fig. 17

Fig. 18

Buon lavoro gentili amici bonsaisti, il vostro


Roberto “Banzai” Smiderle
Note di coltivazione
I BIOSTIMOLANTI - Luca Bragazzi 60

I Biostimolanti - II parte
di Luca Bragazzi

Tra le principali sostanze naturali biostimolanti utiliz-


zate per la formulazione di prodotti presenti in commercio, troviamo
le sostanze umiche e gli estratti di alghe. Entrambi i prodotti vengono
ottenuti secondo metodi di lavorazione diversi e pertanto i loro risul-
tati sono altrettanto differenti, anche se su di un punto convergono i
risultati: sia i primi che i secondi hanno un effetto sulle piante ormono-
simile ed in particolare di tipo auxinico. Le sostanze umiche vengono
estratte da torbe, leonardite ecc., ottenendo due frazioni: acidi umici e
fulvici. I primi con dimensioni molecolari più grandi ed i secondi, molto
più attivi a livello vegetale, con dimensioni molecolari più piccole. Gli
effetti di queste sostanze sono molteplici, sia come ottimi miglioratori
delle varie attività biotiche del terreno (microfauna e microflora ter-
ricola), sia a livello di un migliore svolgimento dei processi fisiologici
vegetali, dei quali si è osservato un miglioramento in termini di assor-
bimento radicale di alcune sostanze, in particolare ferro e zinco, grazie
alla naturale azione chelante delle sostanze umiche che rendono me-
glio disponibili i microelementi. Gli estratti di alghe, come è noto, sono
sostanze derivanti da alghe marine. Queste, raccolte sia nei mari del
Nord, ma anche ai Tropici, appartengono a generi diversi e le più usate
sono Fucus, Macrocystis, Ecklonia ecc.; in base alla specie e al periodo di
raccolta cambia anche l’effetto biostimolante nel vegetale. I più impor-
tanti risultati ottenuti in seguito al loro utilizzo sono il miglioramento
dell’intero sviluppo della pianta in termini di regolazione dei proces-
si d’allungamento di nuovi germogli, con riduzione degli internodi,
migliore sviluppo delle radici ed aumento dell’efficacia d’assorbimento,
sia per via radicale che fogliare. Altro importante risultato è l’aumento
dell’efficacia del sistema interno di protezione della pianta contro pato-
geni e soprattutto contro stress ambientali (basse ed alte temperature,
siccità, suoli sodici ecc.). Dai benefici constatati dall’utilizzo di prodotti
ad azione biostimolante nella coltivazione bonsai, si deduce che un
loro utilizzo è auspicabile e, considerando le condizioni quasi estreme
di crescita, quali quelle di vasi piccoli e poco profondi, è anche consigli-
abile. Controindicazioni al loro utilizzo ci sono e sono quasi tutte im-
putabili ad un loro incontrollato ed a volte ingiustificato impiego: per
avere massimi risultati è meglio applicarli a basse concentrazioni con
una maggior frequenza, anziché a dosi più elevate e sporadicamente.

Luca Bragazzi
Tecniche bonsai
61 LA LEGNA SECCA - Antonio Acampora

La legna secca
Articolo a cura di Antonio Acampora

Quanto più difficili sono le condizioni ambientali ove crescono le piante, tan-
to maggiore sarà la presenza di legno secco che, unitamente a tronco e rami
contorti, darà un aspetto drammatico all’insieme. Gli yamadori, cioè gli alberi rac-
colti in natura, sovente si presentano così all’osservatore. È appunto tale effetto che il
bonsaista cerca di ricreare nella propria pianta da vivaio. Esistono tecniche che permettono di
ottenere risultati somiglianti. Prima, però, di applicarle è necessario accertarsi che le qualità specifiche dell’albero
siano adatte alla creazione di legno secco. La scelta delle conifere è anche sostenuta dal fatto che il legno di queste piante è ricco
di resina e perciò resistono meglio all’aggressione degli agenti atmosferici, inoltre un jin non aggiunge alcun senso di naturalezza
al bonsai se non esistono nell’albero quei particolari che chiariscono come e perché si è formato: se un ramo muore, ad esempio è
perché non riceve più luce trovandosi nascosto da un ramo superiore.
Il legno morto è espressione di un ambiente naturale sfavorevole,
quindi i rami e le foglie della pianta da scegliere devono mostrarsi in armo-
nia con quest’aspetto. Questo concetto rende adatti alla lavorazione del
legno morto ben poche specie, tra le quali vi sono specialmente conifere, es.
ginepri sabina e fenicio, prunus e piante mediterranee quali l’olivo, il bosso,
la phillirea. In generale ben si adatta ad alberi dal legno duro che resistono
all’esposizione degli agenti atmosferici. Per le latifoglie, ad eccezione di
quelle sopra menzionate, il jin non è indicato e pertanto il taglio del ramo
verrà effettuato netto alla sua base. Secondo dove si realizza questa speci-
fica tecnica, la zona di legno secco ottenuta è identificata in arte bonsai con
nomi diversi.
Fig. 1 - Albero in natura con vaste zone di legna secca

Jin Sono traccie di rami che raccontano di intemperie ed avversità. Quando la parte secca
è presente all’apice della pianta colpito da un fulmine, prende il nome di ten jin; ten
in giapponese significa alto, ma ha anche il significato spirituale di cielo; (l’imperatore
nipponico, figlio del cielo, ha tra i suoi nomi quello di ten-no,) oppure è presente
solo su un ramo o sezione di ramo. Viene effettuato soprattutto sulle conifere, e tra
queste, trovano la loro massima espressione in ginepri contorti e sofferenti, quali J.
sabina e J. phoenicea raccolti in natura. Poiché in natura il loro ambiente naturale è
costituito da zone impervie, dove i fattori climatici sfavorevoli causano queste modi-
ficazioni. I jin servono non solo per donare fascino alla pianta, ma anche come ac-
corgimento per ridurne l’altezza, nascondere una brutta capitozzatura o dissimulare
un moncone di ramo. E’ da tener presente che il jin costruito con un ramo vivo si
consumerà in breve tempo, mentre quello fatto con un ramo spezzato da uno, due
anni non marcirà facilmente, dato che durante questo periodo si sarà impregnato di
resina. Inoltre all’attaccatura del ramo spezzato si determina il confine tra la parte
viva e quella morte. Se invece si scorteccia un ramo vivo, lasciandone il colletto, la
corteccia alla base mantiene le sue funzioni vitali, e cicatrizza creando uno sgradevo-
le ingrossamento. E’ importante scortecciare anche il colletto del ramo spingendosi
lungo il tronco nella parte sottostante il jin. La base del jin dovrà avere una forma di
fiamma rovesciata.

Shari Quando il disseccamento interessa l’intero tronco. In questo caso occorre fare molta
attenzione a non scortecciare la parte che affonda nel terriccio per non provocare
marciumi al colletto; è importante inoltre, garantire il flusso della linfa lungo la zona
trattata. Anche lo shari viene utilizzato soprattutto sulle conifere, preferibilmente
adulte. Tra i fattori che provocano lo shari ricordiamo: per i pini l’esposizione al sole
violento, quando manca l’acqua. Quando sul tronco mancano completamente i rami
da un lato, la corteccia si secca. Questo può accadere anche quando si pota un unico
grosso ramo, solo su un lato. Oppure quando si pota o muore una grossa radice, di
Tecniche bonsai
LA LEGNA SECCA - Antonio Acampora 62
conseguenza questa radice si secca causando la morte del vaso linfatico ad essa col-
legato e della corteccia.

Fig. 2 - Esempio di jin in natura Fig. 3 - Tipico esempio di shari Fig. 4 - Un sabamiki in natura

Sabamiki Quando il tronco è scavato in parte o spaccato. Questo tipo di effetto viene creato
soprattutto allo scopo di eliminare difetti del tronco come antiestetiche cicatrici.
Le essenze che si prestano maggiormente a quest’ applicazione sono sopratutto le
Querce, i Castagni, i Prugni, ma anche le conifere

Uromiki Tronco profondamente cavo fino alla base dell’ apparato radicale.

Fig. 4 - Sezione del tronco

La funzione del sistema vascolare Il fusto trasporta acqua alle foglie per sostituire le quantità d’acqua che esse per-
dono con la traspirazione. Trasporta anche i prodotti della fotosintesi dalle foglie per
Tecniche bonsai
63 LA LEGNA SECCA - Antonio Acampora
nutrire le parti non fotosintetizzanti della pianta (radici, fiori e frutti) e molte cellule
non fotosintetizzanti del fusto stesso. Queste funzioni di trasporto vengono svolte
dal sistema vascolare della pianta. Cellule che facilitano il sostegno meccanico sono
presenti sia all’interno del sistema vascolare che al suo esterno. Il sistema vascolare di
una  pianta è costituito da due tessuti strutturalmente e funzionalmente assai diversi,
lo xilema o tessuto legnoso ed il floema o libro, deputato al trasporto dei prodotti
della fotosintesi. Questi due tessuti sono sempre separati, ma tipicamente decorrono
secondo direzioni parallele, fianco a fianco Tra lo xilema ed il floema è interposto il
cambio vascolare, una sottile lamina di cellule in divisione invisibile a occhio nudo,
che determina l’accrescimento in diametro del fusto. Se prendiamo ad esempio il
ginepro, vediamo che la capacità di spingere l’umidità verso l’alto è del 90% . Ag-
giunta a questa spinta ci sono le pressioni che fanno muovere l’umidità lateralmente
diagonalmente e verso il basso. Da questo meccanismo si può analizzare quali piante
hanno maggiori o minori capacità di tollerare le incisioni sul fusto.

Come creare jin e shari La legna secca è una tecnica molto usata nella creazione dei bonsai, soprattutto
quando si utilizza materiale da vivaio di grandi dimensioni. Invece di utilizzare es-
clusivamente il procedimento della potatura drastica, si scelgono e si scortecciano,
alcune zone trasformandole in jin e shari, con le quali sarà più semplice dissimulare
le tracce della potatura di creazione. Scortecciare il tronco è un’operazione da effet-
tuare con molta cura. Se si rimuove la corteccia nel modo errato, si rischia di perdere
dei rami, poiché qui scorrono i vasi linfatici che trasportano la linfa. Spesso i vasi lin-
fatici non scorrono verticalmente lungo il tronco, ma si avvolgono intorno ad esso,
pertanto è indispensabile determinarne la direzione di scorrimento prima di iniziare
il lavoro. Ecco come si procede:
1) Individuare le zone infossate raschiando delicatamente il tronco con uno spazzolino
metallico, si rimuove dall’albero in lavorazione la vecchia corteccia, scoprendo il mo-
vimento dei vasi linfatici. I primi ad essere eliminati saranno i meno attivi, per esem-
pio quelli che sono collocati intorno ai tagli dovuti alla potatura dei rami: qui la cor-
teccia apparirà leggermente infossata. In mancanza di cicatrici, osservando il tronco
con attenzione si possono distinguere comunque quelle zone nelle quali i vasi linfatici
sono poco attivi, poiché anche in questo caso la corteccia si presenta leggermente
infossata.
2) Incidere definendo con precisione i margini. Individuate le zone è consigliabile se-
gnarle e delimitarle con una sgorbia o un coltellino premendo verso l’interno con un
angolo di quarantacinque gradi, abbozzando cosi lo shari. L’individuazione del decor-
so delle vene è alquanto complessa. Non è necessario completare il lavoro in un’unica
volta: all’inizio, più vasi vengono lasciati intatti meglio sarà: va tenuto presente però
che tutte le zone superflue andranno gradualmente scortecciate.
3) Dare rilievo al legno secco, riducendo il numero dei rami e sfoltendo la vegetazione.
A questo punto si può operare una prima selezione e potatura dei rami. Al fine di
porre in rilievo jin e shari la ramificazione deve essere ridotta il più possibile, ma
inizialmente i rami alimentati direttamente dalle vene vive dovranno essere lasciati
crescere liberamente. Col passare del tempo le vene vive si ingrosseranno e la legna
secca apparirà molto più naturale. Nel modellare il legno secco, conviene assotti-
gliarlo gradualmente, controllando passo dopo passo che sia mantenuto l’equilibrio
con le zone vive. La scultura del legno si basa sulla creazione di diversi “piani ottici“,
ossia pieni/vuoti, chiaro/scuri che daranno profondità e naturalezza al risultato finale.
Con l’aumento dei rami e della vegetazione le vene tenderanno ad ingrossarsi. Per
evitare che si estendano troppo, occorre ogni anno intaccare leggermente i margini
poiché in questo modo, non solo acquisiranno una forma arrotondata e matura, ma
risalteranno maggiormente . È fondamentale ricordarsi di effettuare costantemente
(una volta all’anno) trattamenti in estate con liquido jin diluito (la proporzione è 1:5
per le latifoglie, e 1:3 per le conifere o a scelta del bonsaista in base all’effetto che
vuole rappresentare, a volte si aggiunge della tempera nera o fuliggine per attenuare
il colore bianco del liquido essiccato ), allo scopo di evitare problemi di marcescenza
e attacchi fungini. Nel caso di legno secco appena scolpito da una parte viva, non si
applica subito il solfuro di calcio che penetrando nei tessuti comprometterebbe la
salute. Conviene aspettare da 6 mesi ad un anno, il completo disseccamento della
zona scortecciata.
Tecniche bonsai
LA LEGNA SECCA - Antonio Acampora 64
Lo sbiancante per il legno nudo Quando il lavoro di scultura del legno è stato ultimato e la parte debitamente rifinita
ed è passato un certo periodo di tempo, giunge il momento di applicare uno speciale
preparato chiamato liquido jin, lo scopo principale del preparato è quello di fare da
conservante della legna, impedendo che con il tempo marcisca. Per questo lo zolfo
agisce da fungicida e la calce da pietrificante; l’effetto sbiancante si realizza perché è
questo il colore che assume in natura la parte morta di una pianta. Per la preparazio-
ne a casa, vediamo come fare.

Ricetta per il solfuro di calcio Si mescolano 60 g. scarsi di calce idrata da giardinag­gio a circa 8 l. d’acqua e si porta
ad ebollizione me­scolando lentamente. Si aggiungono un po’ al­la volta 85 g. di fiori
di zol­fo, rimestando in continua­zione la soluzione e man­tenendo il tutto in leggera e
costante ebollizione. Dopo un certo tempo lo zolfo si scioglierà ed il composto assu-
merà un co­lore giallo-bruno. La calce impiegherà più tempo a solubilizzarsi, la­sciando
spesso tracce den­se che non scompaiono comunque. Fate raffreddare, scolate il li-
quido e fil­trate utilizzando uno strac­cio di nylon, versando quindi in una bottiglia.
È importante eseguire l’operazione fuori dalle pa­reti di casa, possibilmente in una
zona ben ventilata del giardino, perché i fumi prodotti dalla soluzione, di per loro
poco gradevoli, ri­sultano spesso tossici. Tenete il solfuro di cal­cio fuori dalla portata
dei bambini; per precauzione, applicate alla bottiglia un’etichetta con l’insegna che
solitamente si accom­pagna ai veleni.

Alcune regole di base Quelli che seguono sono consigli generici. Prima di lavorare sulla pianta esercitarsi
fino a quando non si acquisirà una certa sicurezza su pezzi di rami o tronchi morti e
questo consiglio vale anche per la vostra sicurezza dato che gli attrezzi che andate
ad adoperare sono tutti affilatissimi non è la prima volta che un principiante deve
ricorrere a diversi punti di sutura alla mano o qualche dito! Questa esercitazione vi
servirà, anche per dosare la pressione dei vostri bisturi, delle vostre lame ed evitare
pressioni esagerate sulla corteccia o di sbagliare la zona da circoscrivere. Se non siete
tanto precisi,disegnate con un pennarello la zona da rimuovere e poi procedete con
un coltello. Nella rimozione della corteccia o del legno procedete sempre con molta
gradualità e progressione: meglio togliere poco materiale alla volta che sbagliare
senza possibilità di rimediare all’errore e quindi mettere a rischio la vita della pianta.

Quali attrezzi adoperare? Dipende dalle vostre esigenze, e dalla pianta che andrete a lavorare e anche dalla
dimensione dei rami e dei tronchi: sono indispensabili una serie di coltelli e cutter
che potrete reperire benissimo in un negozio di articoli di belle arti. Utili una serie di
sgorbie e scalpelli usati
dagli scultori o dagli
ebanisti: necessari
anche attrezzi giap-
ponesi per scortecciare
e poi una serie di frese
adoperabili con fre-
satrice elettrica o con
utensile similare che
potrete trovare nei ne-
gozi di ferramenta. Se
conoscete un dentista
o un odontotecnico vi
potrete fare regalare
frese che il vostro ami-
Fig. 5 - Attrezzi elettrici usati per la legna secca
co non usa più.

Antonio Acampora
65 Vita da club
BONSAI CLUB CASTELLI ROMANI - Claudio Cofani

Bonsai Club Castelli Romani


di Claudio Cofani

Il Bonsai Club Castelli Romani si costituisce nel 1990 con lo scopo di divulgare la
conoscenza del BONSAI nei suoi aspetti tecnici, culturali e scientifici; conoscenza che si
concretizza attraverso incontri, conferenze, organizzazione di mostre e qualsiasi altra
iniziativa ritenuta idonea alla diffusione di quest’Arte.
Il B.C.C.R. è un’associazione che non ha scopo di lucro ne’ carattere commerciale,
politico o religioso. Nel corso di questa ultra decennale attività, le capacità dei soci
nella creazione e coltivazione del Bonsai sono notevolmente migliorate, e alcune loro
creazioni hanno ottenuto riconoscimenti in numerose mostre regionali e nazionali. Nel
1996 il club è stato uno dei promotori del “Coordinamento Lazio Bonsai e Suiseki”,
nato con lo scopo di organizzare le attività di tutti i Club del Lazio. La più importante
manifestazione del Coordinamento è stata la Mostra Regionale ed il B.C.C.R. ha avuto
l’onore, nell’anno 2000, di organizzarne la quarta edizione. Il Club cura l’organizzazione
di corsi che trattano i seguenti temi:

Storia, formazione e mantenimento dei bonsai


Riconoscimento delle varie essenze
Scelta del terreno più idoneo alla coltivazione dei bonsai
Malattie delle piante ed uso degli anticrittogamici
Tempi e modi della concimazione.

Attualmente i soci del B.C.C.R. si riuniscono presso i “Vivai Graziella”, in Via Appia Nuova (davanti Aeroporto Ciampino). Gli in-
contri sono alternati da passeggiate ecologiche, per l’osservazione delle condizioni di vita delle piante nel loro habitat naturale o
visite ai maggiori siti bonsai italiani. Vengono anche organizzate giornate a tema, dedicate alla trattazione di problemi specifici
relativi alla creazione ed al mantenimento di piante bonsai che, di volta in volta, sono presentate dai soci ed incontri con altri club
per conoscere e sviluppare tecniche di lavorazione con altri appassionati bonsai.
L’anno 2007 per il B.C.C.R. è stato caratterizzato dallo svolgersi di due eventi fondamentali: il primo legato all’ospitalità
data dal club alla prestigiosa Scuola d’Arte Bonsai che si fregiava della collaborazione del maestro giapponese Hideo Suzuki. In-
fatti, grazie alla caparbietà e alla tenacia, nonché alle capacità organizzative del Presidente del Club, si è svolto il 1° Corso Bonsai
della Scuola d’Arte Bonsai. Un grande successo di partecipazione, che ha visto i partecipanti confluire da diverse parti d’Italia, e
non solo dalle zone limitrofe al Club. Possiamo dire che questo incontro ha colmato un vuoto, tra gli appassionati delle zone cen-
trali della nostra penisola, che dovevano spostarsi al nord per trovare risposte al loro desiderio di miglioramento e di crescita nelle
tecniche e nello stile che connotano l’arte giapponese del bonsai. Grazie alla saggezza ed alla conoscenza del maestro Suzuki, si
sono notati subito notevoli miglioramenti, che hanno stupito gli stessi partecipanti all’iniziativa. Infatti, i lavori effettuati in quei
giorni hanno raggiunto un livello tale da rappresentare potenziali capolavori futuri.
Il secondo evento è rappresentato dall’organizzazione della IX mostra Bonsai & Suiseki presso i cortili delle Scuderie
Aldobrandini del Comune di Frascati. Questa mostra ha visto la gradita partecipazione anche dei Club Bonsai di Cisterna di Latina
e di Roma. La massiccia presenza di pubblico è stata confermata dalle centinaia di schede votate nel concorso indetto dal club per
premiare quanti, tra i visitatori, avessero apprezzato la manifestazione, esprimendo il proprio gusto estetico in materia di bonsai.
E’ stato quindi un giusto premio allo sforzo dei soci che hanno contribuito al successo dell’iniziativa. La divulgazione di consigli,
tecniche, suggerimenti ha avuto come effetto quello di appassionare a tale forma d’arte molte persone che, a volte con diffidenza
o preoccupazione, guardavano al mondo bonsai come ad un paese meraviglioso e impenetrabile, o, peggio ancora, ad un luogo
di tortura per poveri esseri viventi. L’amore espresso da coloro che vivono il bonsai ha coinvolto talmente tanto i visitatori che il
BCCR ne ha beneficiato in termini di nuove iscrizioni. Il BCCR ha inoltre perpetuato una tradizione che ormai li vede protagonisti
da più di 10 anni. L’organizzazione di una mostra a scopo benefico che si svolge ad Albano Laziale presso il convento dei Frati
Cappuccini, in occasione della festa di San Francesco, che serve per raccogliere fondi da destinare in beneficenza.
L’anno 2008 ha inoltre rappresentato per il BCCR l’occasione di dimostrare la propria “maturità” nell’organizzazione
degli eventi sociali, in quanto quest’anno ricorreva il decennale della mostra di Bonsai e Suiseki della città di Frascati. Grazie
all’incredibile entusiasmo e alla disponibilità del Sindaco di Frascati, Sig. Franco Posa, che ha ospitato la mostra nei locali del Co-
mune di Frascati, ed alla verve creativa ed organizzativa dei soci, è scaturita la più bella mostra mai organizzata dal nostro club.
Lo splendido scenario delle sale comunali, nelle quali sono stati presentati degli esemplari di autentico pregio, accompagnato
dalla partecipazione di una scuola di ikebana, e di un maestro di shodo, ha visto la manifestazione popolarsi di tantissimi visita-
tori, che hanno molto apprezzato gli eventi proposti, e che sono stati motivo di orgoglio per tutti noi.
Anche per l’anno 2008 il BCCR ha ospitato la Scuola d’Arte Bonsai, che ha visto quest’anno la prestigiosa guida del maestro Mr
Keyzo Ando, che ha portato in Italia la delicatezza e il fascino della visione orientale del bonsai, arricchendo i partecipanti al corso
della sua vasta cultura.
Anche per il 2009, il BCCR non ha mancato all’appuntamento con la sua tradizionale mostra per onorare con la propria pre-
senza l’impegno per divulgare a quante più persone possibile l’amore ed il rispetto per la natura e per gli altri. Valori che incarnano i
Vita da club
BONSAI CLUB CASTELLI ROMANI - Claudio Cofani 66
principi a cui si sono ispirati i fondatori del club ed a cui tuttora si ispirano coloro che fanno parte dell’associazione. La mostra
tenutasi nelle sale del Palazzo Comunale è stata visitata da un gran numero di persone, anche se in numero minore rispetto allo
scorso anno, forse per il gran caldo che ha favorito la fuga dalle città e la corsa verso il mare. Quest’anno la collocazione tem-
porale della mostra nel mese di maggio ha fornito l’opportunità a molti visitatori di apprezzare le bellezze del territorio, vista
la concomitanza della manifestazione “Giochi d’acqua” che consentiva di fare il giro delle ville tuscolane e visitarne le più belle.
(L’elenco completo delle ville è reperibile sul sito del Comune di Frascati). I premi per i bonsai sono andati al socio Valentino De
Vitis del BCCR, nonché vice-presidente ed a Giovanni Vegliandi del Bonsai Club di Cosenza, mentre per i suiseki il premio è stato
dato a pari merito a Fabrizio Buccini (Bonsai Club Rieti) e Daniela Schifano (B.C.C.R.). Tutti i club partecipanti sono stati omaggiati
dei prodotti tradizionali dei castelli romani: Olio , Vino e Miss Frascati.
Claudio Cofani

Di seguito alcune foto scattate durante la XI Mostra Nazionale Bonsai & Suiseki di Frascati
67 Vita da club
BONSAI CLUB DI LORENA - Lino Pepe

Bonsai Club di Lorena


di Lino Pepe

Il BCL (Bonsai Club di Lorena) esiste da


una trentina d’anni e per i primi venti ha fatto
bonsai come si usava in molti altri club francesi
o occidentali, vale a dire come hobby, come
attività ricreativa. All’epoca le conoscenze sul
bonsai erano frammentarie e mancavano sia le
persone qualificate che potessero indirizzarci,
sia i contatti con il Giappone. I bonsai prodotti
dai membri erano delle piantine nanificate certo, ma senza alcuna caratteristica di
vero bonsai.
Alla fine degli anni ’90 venne invitato al club Salvatore Liporace, e da
quell’incontro nacque nel club un rinnovato entusiasmo, ed una nuova voglia “di fare”.
Da allora le ambizioni di questo club sono molto cresciute. Nel 2003 il club organizzò
il Congresso Nazionale Francese; da quel momento molti membri si sono impegnati
attivamente per partecipare a congressi internazionali come i quelli dell’EBA, Mistral,
Ginkgo Award ecc.
Molti altri iscritti, avidi di imparare ed ormai consci della visione francese un
po’ troppo ristretta, si sono iscritti a scuole come l’EEBF di Salvatore Liporace o la
Scuola d’Arte Bonsai con Hideo Suzuki, e non hanno più smesso di viaggiare, fre-
quentare congressi, incontrare maestri e istruttori. Due volte al mese, viene “consa-
crata” un’intera giornata alle lavorazioni sui bonsai; lavorazioni sempre coadiuvate da
lezioni teoriche. Inoltre annualmente, durante due interi week-end, diversi istruttori
sono invitati a presentare al club le loro esperienze e a condividere la loro visione del
bonsai.
Dal 2008 il BCL é l’organizzatore del Trofeo delle quattro Frontiere, evento
così denominato a causa del fatto che Metz é città frontiera tra la Francia, il Belgio,
il Lussemburgo e la Germania. Questo Trofeo vuole portare avanti un bonsai d’alto
libello, creativo, nell’intento di sviluppare ed incrementare una visione europea del
bonsai; é un evento aperto a tutti i partecipanti europei che vogliono mettersi in gioco
con un bonsaismo “di alto livello”, al di là delle frontiere, delle scuole e degli interessi
personali!

Lino Pepe
Il Giappone visto da vicino
IL GIAPPONE: L’IMPERO DEI GESTI - Antonio Ricchiari 68

Il Giappone:
l’impero dei gesti
Articolo a cura di Antonio Ricchiari

Il Giappone è luogo di ombre, di silenzi, di vuoti, di gesti misurati, di sguardi chini. Nessuno grida, per quanto
l’umanità brulichi. La visione estetizzante ha il merito di superare la contrapposizione dialettica tra materialismo e
spiritualismo e di comprendere entrambi in una dimensione cosmica e vitalistica, senza tuttavia modificare il ruolo
assegnato all’Oriente sulla base di un’equazione che identifica in esso gli impulsi emozionali e nell’Occidente la forza
della ragione. Flavia Arzeni scrive che “la diversa sensibilità artistica giapponese non si volge verso la natura per
coglierla nella sua interezza e vastità, nella sua dimensione per così dire romantica, che sovrasta e trascende quella
dell’uomo, ma la filtra attraverso schemi culturali per ridurla alla portata e alla disponibilità dell’individuo. Vi è un’altra
affinità, forse ancora più appariscente. L’arte orientale in genere, e quella giapponese in particolare, tende a separare
la realtà visibile in frammenti e a dare a uno o a alcuni di essi il significato del tutto. E’ il procedimento che ispira la
pittura Kanō e della sua scuola, che sta alla base di un haiku o di un ikebana”.
Eleganza del gesto, ovvero regola codificata, quando il corpo esegue un gesto con significato: mai gesticolare
a caso, senza la consapevolezza che si sta comunicando qualcosa o che si sta offrendo un’immagine della propria
apparenza che conta molto più della sostanza. E poi come può esistere sostanza senza forma? Eleganza, cioè rigore
anche del corpo immobile che deve assumere una postura tale da dimostrare come l’assenza di movimento non implichi
abbandono ma concentrazione, preludio al gesto. Codici rigorosi quindi per il giapponese quando esegue una qualsiasi
funzione, anche la più semplice, che lo impegna nella totalità del proprio essere. Nei megastore le ragazze degli ascensori
compiono, a ogni piano, un gesto preciso con la mano calza un guanto bianco, annun­ciando allo stesso tempo il piano al
quale si è giunti e invi­tando i clienti a scendere; poi, con un gesto simile ma con una variante per la quale la mano si rivolge
all’interno con il braccio alzato all’altezza del petto, invitano a acco­modarsi chi deve salire ai piani superiori. Questo
gesto, ripetuto fino a diventare naturale, sacralizza il mestiere di ascensorista, af­f ascina gli occidentali anche se molti
lo trovano eccessiva­
mente manierato.
Cosi è per gli
inchini che, sempre nei
megastore, le ra­gazze
che attendono i clienti
accanto al primo gradino
della scala mobile,
eseguono con precisione
rigorosa, sempre con la
stessa esatta curvatura
della schiena. Il rituale
degli inchini devono
impararlo tutti, fin da
bambini. Ci si inchina,
sia pure in maniera
appena percettibile,
anche quando si risponde
al telefono. Per questo
i nuovi assunti, in una
banca o in una qualsiasi
altra azienda, seguono
dei corsi di istruzione
collettivi sul modo di
Il Giappone visto da vicino
69 IL GIAPPONE: L’IMPERO DEI GESTI - Antonio Ricchiari
parlare al telefono. Radunati in una stanza, con un foglio di carta
in mano ripiegata a cono che, con la destra, tengono all’altezza
della guancia, leggermente protesi in avanti, si concentrano
prima di dire, in coro, mushi mushi, cioè “pronto”.
Al turista capiterà di osservare, in una qualsiasi stazione
della metropolitana di Tokyo, il gesto che compie il capostazione
che attende, fermo sulla banchina, il convoglio in arrivo. Con la
mano guantata di bianco, il braccio proteso in avanti, è come
se benedicesse le rotaie. Così, quando il convoglio parte, il
capotreno si sporge dal finestrino del vagone di coda e compie
un simile gesto rituale. Sono gesti fine a se stessi il cui scopo
è quello di far partecipare tutto il corpo alla sorveglianza che
esercitano con l’attenzione dello sguardo. Sono estremamente
dignitosi, eleganti. Ma questa codificazione dei gesti si applica
con rigore ancora più estremo a quelle che si potrebbero definire
attività arti­stiche, creative.
Tutte le arti, in Giappone, sono conside­rate una Via, un
Do. Quindi tutte le arti devono svolgersi secondo una regola,
dal bushido, le arti marziali, alla cerimonia del tè, alla Ikebana,
alla calligrafia.
Osserviamo un maestro calligrafo: si concentra con il
pennello in mano e poi, im­provvisamente, traccia di getto un
capola­voro di ideogramma. Però quel gesto è stato ripetuto
mille volte nella fase dell’ap­prendimento, per imparare a
tracciare una linea ci sono voluti almeno due anni di ripetizione,
sempre di quella stessa li­nea, sempre con la stessa angolatura e
presa del pennello. Anche quando si com­pie la Cerimonia del tè,
ogni posizione e movimento delle mani, dei piedi, di tutto il corpo, devono essere conformi a regole precise e lo stesso
vale per la lotta Sumo, lo scontro tra due uomini nudi vestiti sol­tanto con un perizoma, due enormi masse di grasso
che si sfidano in un minuscolo recinto sacralizzato: c’è soltanto una ripre­sa, lo scontro si risolve in un minuto, a volte
in frazioni di minuto, il vincitore è quello che riesce a spingere fuori del recinto l’avversario seguendo una tecni­ca che
ha appreso diligentemente dedicandovi anni. Però tutto si risolve nell’attimo, con l’effetto della massima ap­parente
spontaneità. Così è anche per il karate, per una danza del Teatro Nō, dove quel che appare come arte è il risultato
di ripetizione e concentrazione perché, si dice in Giappone, per riuscire a esprimere qualcosa bisogna che di questo
qualcosa si sia profondamente impregnati. Sol­tanto allora si può essere liberi, creativi. O apparire come tali perché,
giunti a quella che si può chiamare la perfe­zione, tra essere e apparire non c’è nessuna differenza.
Osserviamo lo spazio domestico e i gesti di chi lo abita. Nella casa giapponese è seduto al centro di uno
spazio di per sé non significante e gli arredi, piccoli e scorrevoli, sono disposti intorno. Non deve quindi raggiungerli,
semplicemente portarli verso di sé, con gesti misurati, studiati. Vediamo come si entra in una stanza: gli occidentali
varcano la soglia, stanno in piedi, salutano, si guardano attorno e poi si siedono su di una poltrona o su di una sedia
posta intorno a un tavolo; i giapponesi invece no, cioè oggi giorno anche loro entrano e si accomodano su una sedia
o un divano, ma non fa parte, della loro tradizione. Tradizionalmente ci si inginocchia, si apre con una mano la porta
scorrevole, lo shoji, si entra senza rialzarsi, si richiude lo shoji, se è il caso ci si inchina, poi ci si alza e si cammina
fino al punto, in cui ci si siede di nuovo, sempre per terra. La sequenza di movimenti è molto più complessa se si
porta qualcosa; per esempio un vassoio: l’occidentale porta semplicemente il vas­soio nella stanza; il giapponese
deve appoggiarlo per terra quando fa scorrere la porta; poi metterlo dentro, quindi riprenderlo in mano dopo essersi
inchinato. Quando un giapponese porge il suo biglietto da visita, lo fa con due mani e con due mani bisogna riceverlo,
affrettandosi a porgere contemporaneamente il proprio, sempre con tut­te e due le mani, perché è il gesto codificato
e appreso che esprime la relazione tra due persone, non le parole delle quali i giapponesi diffidano. Le parole possono
esse­re bugiarde, il gesto no. Anche se lo fosse, l’impegno e la disciplina necessari per apprenderlo, condizionano la
falsità dell’intenzione al punto di smussarla; addirittura di annullarla. Ossessionati dalla rigi­da codificazione del loro
comportamento, forse dovuta alla consapevolezza di essere sempre osservati e di dover quindi proiet­tare un’immagine
dignitosa di se stessi, i giapponesi sentono la vergogna, dipen­dono dal giudizio degli altri in maniera to­tale; e gli altri
possono essere sia la società nel suo insieme, sia gli appartenenti ad un gruppo preciso, a una data classe sociale, a un
ordine professionale. Allora, alle consuete e generali regole di compor­tamento, se ne aggiungono di nuove, altri gesti
e posture carichi di significato e de­cifrabili soltanto all’interno del gruppo, strumenti di comunicazione che esprimono
dei valori par­ticolari che il rispetto della gestualità contribuisce ad af­f ermare.
Da molti anni l’estetica giapponese si è trasfor­mata in una sorta di culto, la metafora di una tendenza del
gusto spesso opposta a quella occidentale, perché la sensibilità estetica e il senso della bellezza nipponici in un certo
senso contrastano con l’ideale artistico occidentale.

Antonio Ricchiari
Il Giappone visto da vicino
NEL GIAPPONE DELLE DONNE - Anna Lisa Somma
NOVELLE ORIENTALI - Anna Lisa Somma
70

Il Giappone
visto da vicino
Recensioni a cura di Anna Lisa Somma

Sono sempre stata dell’idea che spetti alle donne scrivere della condizione
femminile; spesso, infatti, mi pare che gli uomini, nel trattare di ciò, manifestino un
certo distacco o un fastidioso paternalismo. Ho apprezzato quindi fin dagli intenti
Nel Giappone delle donne di Antonietta Pastore (Einaudi, 2004, pp. 204, 9,50 €): la
studiosa, grazie al suo lungo soggiorno nel Paese del Sol Levante, ha acquisito una
solida conoscenza dell’universo muliebre nipponico e ne dà prova nel testo.
Esso è articolato in diverse sezioni, ciascuna delle quali è dedicata ad un
tema (nell’ordine: matrimonio, famiglia, femminismo, divorzio, giovani, lavoro,
mizu shōbai, arti tradizionali, terza età), delineato in modo sintetico e chiaro e,
successivamente, descritto con numerosi esempi tratti dalla vita dell’autrice.
Pagina dopo pagina, dinanzi ai nostri occhi si spiega un ventaglio di esistenze,
talvolta vissute nell’ombra: studentesse, mogli, lavoratrici, artiste, ribelli, vedove…
Ogni figura è diversa, ma accomunata alle altre dal difficile compito di essere donna,
oggi (poiché, purtroppo, la femminilità ― prima che una condizione fisica e ontologica
complessa ― è spesso percepita innanzitutto come un insieme di doveri e di ruoli). E
se, ad uno sguardo veloce, il panorama può apparire statico, persino opprimente, è in
verità attraversato da un silenzioso conflitto, che ha luogo principalmente all’interno
della donne e per le donne, manifesto indizio del disagio verso se stesse e la società
che contrassegna tuttora il processo di emancipazione, non solo in Giappone, ma,
purtroppo, in gran parte del pianeta.

La Biblioteca universale Rizzoli, per festeggiare il suo primo sessantennio


di vita, ripropone, insieme ad una serie di classici, una nuova edizione delle Novelle
orientali di Marguerite Yourcenar (Rizzoli, pp. 120, 4,90 €).
Il titolo lascerebbe intuire facili seduzioni levantine, eppure, in realtà, in
questo caso appare difficile tirare in ballo, sbrigativamente, l’esotismo, coi suoi clichés
e le atmosfere di maniera. Le pagine, difatti, appaiono quasi sottratte al deserto, alle
fini pergamene, alle oziose ore di un pascià. Ma non c’è quiete: l’equilibrio e l’incanto
si mostrano sempre sul punto di spezzarsi; soltanto la parola ― lieve, aggraziata,
talvolta impalpabile ― riesce a distillare l’ombra inquieta che vaga su questi cammei
dal sapore fiabesco, ma tutt’altro che infantili.
Con la sua caratteristica, misurata eleganza, la Yourcenar fa rivivere sulla
carta scenari da leggenda: il suo sguardo solca il Mediterraneo e si spinge ancora più
in là, fino ad approdare sulle sponde dell’arcipelago giapponese. Qui è ritratto con
estrema delicatezza l’ultimo amore dello splendente principe Genji (come ricorda
l’omonimo titolo del racconto, ispirato al romanzo di Murasaki Shikibu) o, meglio,
della Signora-del-villaggio-dei-fiori-che-cadono, concubina e dama d’onore che si
consuma per lui nell’ombra da lunghi anni.
Fra le innumerevoli amanti del Rifulgente, solo lei ha la tenerezza e la forza
di restare al suo fianco nel romitaggio in cui il nobile attende la morte, dissimulando
ogni giorno se stessa ed il suo passato con infelice devozione; ma il suo pertinace
amore è destinato a scontrarsi con le squisite, ultime vanità del principe dalla bellezza
divina, incapace di accettare l’inevitabile condizione di mortale.
Che insetto è?
71 PATOLOGIA VEGETALE VII parte - Luca Bragazzi

Patologia vegetale - Parte VII:


LA PROCESSIONARIA

la Processionaria del Pino, il cui nome scientifico è Traumatocampa


pityocampa, è caratterizzata dalla curiosa abitudine di spostarsi nel
luogo dove si interrerà (per formare la crisalide) in forma colonnare,
appunto in una processione. Questa, è mantenuta per tutto il tragitto
dal nido fino al punto prescelto. Questa processione avviene in tarda
primavera (Aprile-Maggio) dopo che hanno svernato nel nido tutte in-
sieme. Il nido si presenta come un grosso involucro formato da una fit-
tissima rete di fili biancastri e le sue dimensioni, a volte ragguardevoli e
paragonabili ad una busta di plastica gonfia, lo rendono facilmente in-
dividuabile perché appeso alle branche giovani dei pini (Pinus spp). La
lotta contro la processionaria, resa tra l’altro necessaria e obbligatoria
dal D.M. del 1938, è purtroppo molto difficile da realizzare in quanto
attacca piante di interesse forestale ad alto fusto come ad esempio i
Pinus Nigra che possono raggiungere altezze anche di qualche decina
di metri. La lotta la si effettua con mezzi meccanici come asportando
il nido dal ramo a cui è appeso, oppure aprendogli un varco in pieno
inverno per fare morire di freddo le larve, ma siccome le processionarie
formano nidi molto numerosi nelle foreste di conifere, è risultato effi-
cace irrorare le chiome degli alberi con prodotti a base di Bacillus Thur-
ingiensis o con insetticidi sistemici ad azione larvicida ma applicati con
mezzi aerei, che però sono risultati essere molto costosi. La proces-
sionaria del pino, non è solo dannosa a livello vegetale, ma anche a li-
vello animale: purtroppo il corpo dei bruchi è interamente ricoperto da
peli fortemente urticanti che possono facilmente innalzarsi con le cor-
renti d’aria ed essere inalati, provocando fastidiosissime irritazioni alle
vie respiratorie, ma anche irritazioni cutanee se a contatto con parti
esposte (sugli animali e l’uomo). Il contatto diretto con tale patogeno
dev’essere sempre evitato, in quanto non sono assenti casi veterinari
letali di animali da compagnia venuti accidentalmente a contatto con
processionarie in fase di spostamento su terreni forestali.

Luca Bragazzi
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