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CWPress & Sfumature edizioni


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Marzo 2015

La crisi messa a valore


Scenari geopolitici della crisi e la
composizione da costruire

a cura di Commonware, Effimera, UNipop

INDICE
PREFAZIONE A COSA CI SERVE DISCUTERE .................................................10
INTRODUZIONE ....................................................................................13
PARTE 1 SCENARI GEOPOLITICI DELLA CRISI
1. Paradigmi della governance imperiale (2008/2014) .................... 24
Andrea Fumagalli
2. Fascinazioni multipolariste e geopolitica delle lotte ........................40
Raffaele Sciortino
3. La dimensione costituente della crisi ................................................52
Massimiliano Guareschi
4. Reverse enginering in Cina ...............................................................70
Gabriele Battaglia
5. La misteriosa curva della retta lulista ...............................................77
Bruno Cava
6. Linee guida dellEuropa degli Hunger Games .................................84
Orsola Costantini
7. La guerra diffusa della crisi ..............................................................91
Intervista a Christian Marazzi di Gigi Roggero
PARTE 2 LA COMPOSIZIONE DA COSTRUIRE
8. Composizione organica del capitale e composizione di classe ..104
Carlo Vercellone
9. Quali soggetti per i conflitti a venire?.............................................120
Salvatore Cominu
10. Empasse del divenire-Sud della politica ...................................132
Giuseppe Cocco
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11. Nella metropoli: alla ricerca del filo delle soggettivit .................141
Centro sociale Cantiere
12. Tecnologie e sintomi della soggettivazione precaria ...............148
Paolo Vignola
13. Soggettivit, riproduzione sociale, comune ..............................155
Cristina Morini
14. Sulle non lotte nei call center ................................................168
Francesco Maria Pezzulli
15. Aspettative e fratture nelle lotte della logistica .............................174
Anna Curcio

PREFAZIONE
A cosa ci serve discutere?
Abbiamo deciso di ospitare e collaborare ad uno spazio aperto di
discussione e ricerca teorica sulla crisi e la composizione di classe, non
soltanto per la complicit e la vicinanza con i compagni che lo hanno
proposto ma anche perch sapevamo che ci sarebbero stati interventi
acuti,
puntuali
e
interessanti.
Abbiamo condiviso l'idea, contenuta nella proposta, che fosse
necessario fare il punto sulla crisi per provare ad orientarsi in un mondo
che procede sulla strada dell'aumento delle diseguaglianze, mentre il
comando finanziario conferma e rafforza il suo ruolo apicale (o
centrale) nella gerarchia del capitale globale. Nel frattempo si procede
a tappe serrate con l'espansione della guerra sia in termini geografici,
sia in termini economici e quindi politici. Questo accade sia come
conseguenza delle divergenze tra gli interessi dei capitalisti, sia perch
si rafforza la necessit di soffocare le voci dissonanti le soggettivit
potenzialmente
ribelli,
nel
vicolo
cieco
della
guerra.
Insomma se l'assurdit del neoliberismo e la sua inimicizia nei confronti
dell'umanit risultata evidente, pure si sono prodotte lotte ai 4 angoli
del globo, con una matrice insorgente, ma con esiti assai diversi, spesso
segnati dalla violenza della reazione (si pensi alle differenze tra Tunisi,
Raqqa, il Cairo e a Kobane, insorte in un breve arco di tempo nella
medesima area del globo). Quindi stato per noi importante ascoltare
le opinioni dei compagni dentro le situazioni a proposito di ci che
accaduto in Brasile con il movimento passe livre che ha messo in
discussione lo sviluppismo di Dilma, rendendo evidente la fine del
ciclo progressista a partire da una composizione complessa, ma anche
da una richiesta di radicalit democratica. Cos come conoscere di pi
su un luogo che ci solitamente assai pi oscuro dell'America Latina: la
Cina che oggi affronta gigantesche sfide di urbanizzazione nel quadro
di un capitalismo autoritario e di stato che si scontra con un problema,
non nuovo, e di difficile soluzione : l'incapacit di fare i conti con la
diversit della composizione sociale, l'ansia di armonizzare che ha
9

come contropartita la riduzione delle


possibilit di produrre
innovazione, sia economica, sia politica, sia sociale. Possiamo per dire
che anche per noi spesso non stato di facile soluzione il problema
dellalleanza tra soggetti con bisogni e caratteristiche molto diverse.
Abbiamo perci ritenuto interessante la seconda proposta di
discussione e di ricerca dei compagni di Commonware e Effimera che
ci hanno proposto con diversi relatori e differenti punti di vista una
riflessione sulla composizione di classe. Tema fondamentale per
comprendere le difficolt della nostra azione, ma soprattutto per cercare
di sbrogliare una matassa che renda possibile ricomporre lotte, pur
animate da diverse soggettivit.
Anche per questo abbiamo voluto ospitare la seconda giornata del
seminario allo Spazio di Mutuo Soccorso che nasce proprio come luogo
di incontro della societ meticcia e di riorganizzazione attorno a
progetti concreti che istituiscono immediatamente piccoli spazi del
comune: scambio di beni materiali, di saperi e competenze, spazi di
socialit e di qualit della vita, accessibili a tutti su un principio
mutualistico di solidariet. Proprio in opposizione alla temporalit e al
comando della finanza possibile ritrovare spazi, anche conviviali, in
cui ci si possa riconoscere diversi ma vincolati, non tanto da un comune
nemico, ma da comuni desideri di libert ed eguaglianza, rifiuto della
violenza sui propri corpi e rivendicazione di diritti sociali.
Il caso ha poi voluto che questo seminario, programmato da tempo, si
inserisse nel cuore di un mese intenso di mobilitazioni in cui un pezzo
del tessuto metropolitano nel quale interveniamo da anni, cercando di
ricomporre una moltitudine attaccata dallausterity, ha resistito con
successo.
Insieme abbiamo difeso i quartieri popolari da un attacco violento
sferrato dalla corrottissima azienda che gestisce l'edilizia residenziale
pubblica (Aler). Nello stesso periodo compagni erano impegnati a
fermare gli sgomberi a Bologna, Roma, Torino. E stata questa un'altra
occasione di respirare e concepire assieme la necessit di unire teoria e
prassi e di accorciare il pi possibile le distanze tra la nostra riflessione
e la nostra pratica quotidiana.

10

Speriamo di averlo fatto, consapevoli ora, come all'inizio, che questo


sprazzo di discussione non ha la possibilit di essere risolutiva di
nessuna questione, non soltanto per le ovvie ragioni legate ai nostri
limiti, ma perch siamo di fronte ad una realt che corre velocemente,
trasforma le sfide e i paradigmi che abbiamo conosciuto. Siamo
soddisfatti per di aver preso parte a questo pezzo di cammino.
Cantiere Milano | UNIPOP Universit popolare dello Spazio di
Mutuo Soccorso

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INTRODUZIONE
Scenari della crisi
di Commonware e Effimera
Il 29 e 30 novembre 2014 presso il Centro sociale Cantiere e lo Spazio
di Mutuo Soccorso a Milano si svolto un convegno di due giorni
organizzato da Effimera, Commonware e UniPop per discutere
dellevoluzione della crisi economica che ha investito il globo negli
ultimi anni e che in Europa ha assunto proporzioni socialmente
preoccupanti. Non solo: ci premeva anche analizzare limpatto delle
dinamiche della crisi sulla composizione sociale del lavoro e sui
meccanismi di soggettivazione, cercando di allargare lo sguardo anche a
realt extra-europee, con particolare riferimento al Brasile e alla Cina.
Il convegno ha inteso fare il punto sulla situazione di crisi a sette anni
dal suo inizio. La riflessione faceva tesoro, per i temi, i contenuti e la
metodologia utilizzata, dei due convegni organizzati dal collettivo
UniNomade a cavallo del 2008-09. Il primo, svoltosi a Bologna il 12 e
13 settembre 2008 (proprio due giorni prima del fallimento della
Lehman Brother, quasi a prefigurarlo), il secondo, svoltosi a Roma, il
31 gennaio e 1 febbraio del 2009. Molti relatori di Milano erano
presenti anche in quelle passate occasioni.
Le relazioni che presentiamo sono assai diverse per taglio di analisi e
scrittura. Essendo state riviste dagli autori, dopo la sbobinatura iniziale,
alcune hanno assunto la forma di un vero e proprio saggio analitico,
altre hanno mantenuto invece la forma della comunicazione. Per questa
e per altre caratteristiche il convegno, e conseguentemente questo libro,
sono caratterizzati da contenuti estremamente eterogenei; riteniamo
tuttavia che si tratti di una ricchezza, che abbiamo anche cercato, con
l'obiettivo di mettere a confronto esperienze, lotte, punti di vista teorici
differenti tra loro.
Nella prima giornata si fatto un primo bilancio dei sette anni di crisi,
cercando di definire le differenti traiettorie che hanno innervato i diversi
12

territori del globo. Se c un effetto che la pi grave crisi economica


dellultimo secolo ha infatti evidenziato lesistenza di una struttura
multicentrica, non assimilabile ad un processo capitalistico di
valorizzazione omogeneo e unicamente definito. La valorizzazione
capitalistica diventata flessibile ma, allo stesso tempo, ha confermato
il ruolo dei mercati finanziari come centro di comando e indirizzo della
stessa valorizzazione.
Gli interventi di Raffaele Sciortino, Andrea Fumagalli, Massimiliano
Guareschi, Christian Marazzi, Gabriele Battaglia, Bruno Cava, Orsola
Costantini, nella prima giornata, da diversi punti di vista, hanno
tracciato una linea danalisi comune ma allo stesso tempo eterogenea
sulla dinamiche geopolitiche internazionali (Sciortino), sulle varie fasi
dellevoluzione della crisi con i diversi effetti sui processi di
espropriazione
della
ricchezza
(Fumagalli),
sullevoluzione
delparadigma di accumulazione in Cina (Battaglia), sulle contraddizioni
e i nodi problematici dellAmerica Latina a fronte dellondata di lotte in
Brasile nellultimo anno (Cava), sul ruolo biopolitico della gestione
della crisi come processo di assoggettamento del lavoro vivo
(Guareschi), sulla crescente instabilit dei mercati finanziari sino a
poter prefigurare una nuova crisi (Marazzi), sul pervicace quanto stolto
perseguimento delle politiche dausterity in Europa (Costantini).
Si tratta di interventi, valorizzati da un ricco dibattito, che hanno
consentito di traghettarci alla seconda giornata del convegno, relativa
allanalisi della nuova composizione sociale del lavoro, deformata e
resa pi complessa dallincidere della crisi. A consentire questo
passaggio, stato particolarmente utile lintervento di Carlo Vercellone
che ha richiamato e ridefinito, alla luce dellattualit del pensiero neooperaista, alcuni concetti chiavi dellapproccio e della metodologia del
marxismo eterodosso che negli anni Sessanta aveva dato vita a quel
fecondo pensiero che stato, appunto, loperaismo italiano.
Gli interventi sono stati realizzati a partire dalle seguenti domande:
1. Risulta confermata dopo 7 anni di crisi che nel mondo occidentale
anglo-sassone-europeo, pur con tutte le diversit tra le due sponde
dellAtlantico, la valorizzazione basata prevalentemente su un
13

processo di espropriazione di una capacit di cooperazione sociale


autonoma? Oppure la crisi, intesa come crisi della gestione di tale
processo di espropriazione, ha rimesso in gioco processi di sfruttamento
pi tradizionali, anche come esito dei processi di precarizzazione e di
governance del lavoro vivo?
2. Nei paesi Brics, il processo di espropriazione delle risorse naturali ha
lasciato il posto a forme di sussunzione reale o anche processi di
espropriazione dellimmateriale? Pi in generale, laccumulazione per
espropriazione riguarda solo i beni pubblici e i beni comuni o ha a che
fare con il comune? E se riguarda il Comune si tratta di
espropriazione, sfruttamento o di entrambi?
3. Come si collocano gli Usa nella divisione cognitiva del lavoro? E in
quali rapporti con la Cina?
4. La Cina ha avuto unevoluzione molto rapida verso forme di
organizzazione della produzione via via sempre pi cognitiva.
Contemporaneamente, stata teatro di unelevatissima conflittualit
operaia. Sono ravvisabili contraddizioni?
5. Lorganizzazione dellimpresa multinazionale si modificata verso
forme ibride di management e finanziarizzazione che ne hanno mutato
la struttura di comando. ravvisabile un modello generale di
organizzazione di impresa?
6. Nelleterogeneit dei processi di sussunzioni, come si pone il tema
della rappresentanza? possibile parlare di biosindacalismo, come
forma di resistenza alla sussunzione vitale?
7. ancora valida la seguente affermazione di qualche anno fa?
in atto anche una crisi di valorizzazione capitalistica. Nonostante i
profondi processi di ristrutturazione organizzativa e tecnologica che
hanno allargato la base dellaccumulazione, imponendo dietro il
ricatto del bisogno la messa a valore della vita, del tempo di vita e
della cooperazione sociale umana, la valorizzazione attuale, proprio
perch si fonda solo sullespropriazione esterna della vita e del
comune umano senza essere in grado di organizzarli, non si trasforma
in crescita di plusvalore. Il processo di finanziarizzazione ha s
consentito una poderosa accumulazione originaria ma non stato in
grado di tradursi in valorizzazione diretta e reale. questa la
14

contraddizione centrale che sta alla base della crisi attuale 1


(www.uninomade.org/bilancio-di-fine-anno-crisi-permanente/- gennaio
2013).
8. I movimenti europei sembrano soffrire pesantemente non solo della
crisi economica ma paradossalmente proprio della assenza di solidi
assetti politici istituzionali. Diciamola meglio: se il mercato ha preso il
posto dello Stato, ovvero se lo Stato si ridotto a essere portavoce del
mercato, aumenta la difficolt a individuare una reale controparte. Chi
il nostro nemico? E ancora: come ci poniamo, di fonte a esso? Quali
strumenti adeguati agitare e agire? Non materia di poco conto nel
momento in cui siamo tutti consapevoli, di per s, della fragilit delle
forme delle coalizione e della riposta comune che, faticando a trovare
un vero perno al proprio interno, sbandano.
Quando quindi parliamo di crisi e nuove forme di valorizzazione
economica intendiamo discutere dei processi di soggettivazione del
lavoro e dei processi di interdipendenza e compenetrazione tra i vari tipi
di espropriazione e sfruttamento.
E su questi punti ci siamo soffermati nella seconda giornata di
discussione.
Il rompicapo della composizione di classe
La crisi giunta oramai al suo settimo anno e il suo approfondirsi ha
lasciato dietro di s un corpo sociale in larghe fasce devastato. La
lettura della composizione di classe, gi assai complessa durante la
restaurazione neoliberista dei decenni precedenti, si ulteriormente
aggrovigliata. Dentro la crisi, a partire dalla sponda sud del
Mediterraneo, si anche aperto un ciclo di lotte globali e insurrezioni
locali, che ha attraversato il vecchio mare per espandersi dalla Spagna
alla Grecia, deflagrare nel ventre della bestia a Wall Street, esplodere
nel cuore dei Brics (in Brasile) e in altri paesi dal PIL galoppante
come la Turchia. Quando le lotte sono declinate hanno lasciato dietro di
1

Si veda Andrea Fumagalli, Bilancio di fine anno: verso lo stato di crisi


permanente, in UniNomade, 15 gennaio 2013, disponibile allindirizzo
www.uninomade.org/bilancio-di-fine-anno-crisi-permanente/

15

loro eredit diverse, come accade ad ogni ciclo di movimento e persino


a ogni insurrezione (tali sono state quelle tunisina ed egiziana). Cosa
hanno esattamente sedimentato, in termini di soggettivit e
infrastrutture di movimento, resta una questione aperta, a cui talora non
si presta sufficiente attenzione: uno sguardo rivolto solo allevento,
infatti, trascura quello che c prima e quello che viene dopo,
genealogie e accumuli. Il dato sicuro che una composizione simile a
quella in varie forme insorta sulle due sponde del Mediterraneo non si
sollevata in Italia. Non sono mancate le lotte (da quella della logistica a
quella dellabitare, analizzate o accennate in questo volume); tuttavia,
queste lotte hanno faticato a generalizzarsi e creare connessioni,
incontrando limiti e problemi di cui utile discutere collettivamente.
Inutile dire come nella crisi non manchino affatto rabbia e ragioni
oggettive per il conflitto: il punto capire perch abbiano spesso
imboccato la forma della disperazione individuale o di azioni che non
riescono a ricomporsi.
Le domande che ci attanagliano partono anche da questo dato, dalle
nostre difficolt e dalle battute darresto. Ci non significa tracciare una
lettura incentrata sullItalia, al contrario abbiamo voluto confrontare i
limiti delle lotte che attraversiamo con lanalisi di quelle che accadono
in diversi luoghi del mondo e, contemporaneamente, comprendere le
ragioni strutturali di tali limiti per cercare la strada giusta da
intraprendere per sfidarli e superarli. Per fare ci, questa una delle
ipotesi del seminario, riteniamo necessario riprendere in mano proprio il
concetto di composizione di classe.
Ben prima che la crisi avesse inizio abbiamo detto e ripetuto che il
rapporto tra composizione tecnica e composizione politica non si poteva
pi porre negli stessi termini in cui era stato forgiato nella conricerca e
nellintervento militante dentro e contro la fabbrica taylorista e la
societ fordista. Il punto, per, non limitarsi a ripetere questa verit
diventata ovvia, ma comprendere come si pu oggi reimmaginare e
reinterpretare il rapporto tra articolazione capitalistica della forza
lavoro, nella sua relazione con le macchine, e processi di
soggettivazione. Per farlo, necessario fare tesoro delle ipotesi e degli
sviluppi teorici compiuti nella lunga e irrisolta transizione
16

postfordista, assumendone per al contempo i punti di blocco e i giri


a vuoto. Gli arnesi concettuali, infatti, non si costruiscono mai una volta
per sempre: da buoni materialisti, sappiamo che vanno continuamente
modificati, adattati o cambiati dentro le trasformazioni dei processi
storici e del conflitto. In questi anni, nelle pratiche teoriche
sperimentate dentro le lotte e nellinchiesta militante, abbiamo potuto
registrare avanzamenti conquistati e necessit di verifica del discorso
politico: lassorbimento nel lavoro vivo insieme alle macchine della
sofferenza e del comando capitalistico; una parziale autonomia della
cooperazione che funziona pi per laccumulazione che per le lotte; una
composizione tecnica che fatica a diventare politica, ovvero la diventa
soprattutto nei termini della soggettivazione operata dal potere. Il tema
della composizione politica indica infatti un campo di tensione e
battaglia, al cui interno la soggettivazione capitalista pu confliggere
con la soggettivazione autonoma. Al contempo sappiamo che la
composizione tecnica impregnata di lotte, cosa che ci ha sempre
portato a guardare le nuove forme del lavoro senza le nostalgie per il
passato
tipiche della
cultura
sindacale e di
sinistra.
Per riprendere in mano questi fili interrotti o aggrovigliati, nelle
premesse del seminario abbiamo aperto delle possibili piste di ricerca,
che abbiamo cominciato ad affrontare nella discussione collettiva. Per
esempio il concetto di sussunzione, nel suo classico rapporto tra reale e
formale, va oggi probabilmente rivisitato, per qualcuno addirittura
riformulato, alla luce delle nuove forme del lavoro e di organizzazione
della valorizzazione capitalistica. Mettendo in discussione una
contrapposizione tra unidea puramente estrattivista del capitale e
unimmagine basata sulla sostanziale continuit dellimpresa
tayloristica, abbiamo poi posto il problema di indagare a fondo le
modalit e le variazioni dellarticolazione tra sfruttamento ed
espropriazione. Su questi e altri aspetti, dalla discussione seminariale
emergono punti di vista che interloquiscono con posizioni differenziate,
allinterno per di una cornice e di unurgenza comune: la necessit
cio che tale dibattito non rimanga vittima di una sorta di disputa
teologica dal sapore conciliare, per aprirsi invece alla materialit dei
processi in cui siamo immersi.
17

La crisi ha indubbiamente tolto alcune armi alle mani della macchina di


creazione del consenso del capitale, come per esempio levidenza della
crescita perpetua e le promesse realizzate negli anni dello sviluppo
economico foraggiato dal debito. Allo stesso tempo, tuttavia, il
peggioramento delle condizioni materiali si traduce in un pi ampio
margine di ricatto sul lavoro vivo, mentre le aspettative decrescenti
possono dare vita a una diffusa rassegnazione. Proprio la possibilit di
ricatto che accompagna il peggioramento generalizzato delle condizioni
di vita tende a rompere i legami sociali e contribuisce alla
segmentazione della classe, costituendo una delle pi potenti armi in
mano ai nostri nemici. questo, in fondo, quello che possiamo definire
uno degli usi capitalistici della crisi. Ecco alcuni dei problemi cui ci
troviamo di fronte nei tentativi, per esempio, di organizzazione dei
lavoratori cognitivi, perch allindividuazione della loro centralit nelle
gerarchie dellaccumulazione, non corrisponde in termini automatici la
loro centralit nelle lotte. Proprio su questi segmenti della composizione
del lavoro hanno operato con pi forza dispositivi di
individualizzazione, segmentazione e disciplinarizzazione capaci di far
funzionare la loro parziale autonomia tecnica per e non contro il
capitale. Non possiamo poi trascurare i cambiamenti e lulteriore
stratificazione che hanno allungato e diviso il lavoro cognitivo,
composto di net slave cos come di nuovi pionieri che propongono e
impongono un nuovo spirito del capitalismo. Sotto lo stesso tetto
cognitivo troviamo soggetti con un certo grado di autonomia
(ancorch spesso precari) insieme a un vasto strato inferiore di lavoro
relativamente standardizzato o in via di standardizzazione; un nucleo di
super-creativi o soggetti in posizione di potere che hanno anche
formidabili possibilit di nuocere al sistema, come nel caso dei
wisteblower, ma sono per la stragrande maggioranza completamente
coinvolti e soggettivati innanzitutto dal capitale. Arrivati a questo punto
della crisi, inoltre, a fronte di generalizzate dinamiche di declassamento
e impoverimento, le passioni del lavoro cognitivo sono innanzitutto
quelle tristi e delloppressione, che talora sfociano in vere e proprie
patologie e sofferenze psichiche. Passioni di cui disfarsi pi che
riappropriarsi. Dobbiamo allora comprendere come agire la tensione
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che si cela dietro allutilizzo capitalistico di alcune caratteristiche del


lavoro cognitivo che contengono un certo potenziale di antagonismo e
autonomia, il quale sembra essere ben neutralizzato dai processi
meritocratici, illusionistici o ricattatori di creazione del consenso da
parte del capitale. Anche a proposito dellautovalorizzazione, il prefisso
auto pregno di ambivalenza, dentro il rapporto storicamente
determinato tra retorica neoliberale e indipendenza della cooperazione,
tra individualismo e comune. Dobbiamo collocarci allinterno di questa
ambivalenza, scioglierla dentro la formazione di autonomia, combinare
rottura e processo costituente.
Di recente Christian Marazzi ha sottolineato come uno dei tratti del
ciclo di lotte nella crisi che ha in occupy uno dei propri simboli sia la
rivendicazione di una nuova stanzialit contro i flussi deterritorilizzanti
del capitale, ossia il ritorno di un rapporto dialettico antagonistico tra
spazio conquistato e despazializzazione. Ci significa che conquistare,
occupare e quindi costituire degli spazi laddove tutto congiura contro lo
spazio, un presupposto importante per ragionare nel senso della
ricomposizione. Ricomposizione, appunto: ecco un concetto da
rileggere alla luce della potenza espressa dalle piazze
riterritorializzate (Tahrir, Zuccotti, Puerta del Sol), ma anche dalla
fragilit dei processi costituenti che hanno innescato. Per noi
ricomposizione non , e storicamente non mai stata, sinonimo di
omogeneit e reductio ad unum: significa invece la costruzione di una
linea di forza che contiene, compatta, riassume e libera molte linee di
forza, capace di determinare direzione. Dire ricomposizione significa
porre il problema della rottura, in quanto la ricomposizione attorno alla
produzione del comune, come risultante dei processi di
autovalorizzazione autonoma spacca la ricomposizione operata dal
capitale attorno alla propria valorizzazione e riproduzione. questa la
strada necessaria per distruggere i progetti di riterritorializzazione
fascista, ponendosi allaltezza dello scontro con lausteritarismo delle
istituzioni europee, a cominciare dalla BCE. Al contempo agire nel
territorio, nella metropoli come fabbrica delle relazioni, un altro
processo in cui mettere a verifica la possibilit di connettere lotte
portate avanti da figure molto diverse. Anche in questo caso la crescente
19

disponibilit a lottare, conquistando laccesso a bisogni sociali


fondamentali come la casa oppure rifiutando le nuove schiavit sul
lavoro, porta con s molte sfide problematiche. Soltanto per citarne
alcune, maggiormente sviluppate allinterno del volume, ci sono la
necessit di produrre solidariet (cosa non facile quando peggiorano le
condizioni materiali) per connettere materialmente soggetti differenti, il
rischio dello scatenarsi di guerre tra poveri, la vulnerabilit determinata
dallisolamento, nel quadro di una tessuto sociale allarmato, scoraggiato
e dunque egoista.
In questo groviglio di nodi irrisolti obiettivo del seminario non era
scioglierli, ma cominciare a metterli in fila e porre ordine tra le
domande, poggiandole su solide piste e basi di analisi. Questa griglia di
questioni deve ovviamente essere messa a verifica e implementata
dallinchiesta militante e dallintervento politico. Tuttavia, crediamo che
aver indicato questo obiettivo sia gi un passo importante dal punto di
vista del metodo. Nel porre laccento sui problemi delle categorie da noi
elaborate, sui loro giri a vuoto e limiti, abbiamo evitato di sostenere e
ribadire le buone ragioni che hanno portato alla loro elaborazione,
alcune delle quali crediamo che permangano ai colpi della crisi e alla
mutazione dei contesti oggettivi e soggettivi. Lo abbiamo fatto perch
dal nostro punto di vista dei concetti per noi sono arnesi per intervenire
nel reale, per forzarlo, romperlo e trasformarlo. Per costruire
soggettivit, percorsi e prospettive rivoluzionarie.

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SCENARI GEOPOLITICI DELLA CRISI

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Paradigmi della
(2008/2014)

governance

imperiale

di Andrea Fumagalli
Introduzione
A sette anni dallinizio della crisi economica pi complessa e duratura
della storia del capitalismo ci troviamo in una situazione socioeconomica che possiamo definire non risolta. Non pu stupire chi la
osservi e la analizzi: si tratta, infatti, di una crisi che, per la prima volta
nei tempi, ha assunto contorni globali, seppure diversi al suo interno. E
non pu essere altrimenti, poich essa esito di un processo pi che
trentennale di globalizzazione del sistema di produzione capitalistico
che ha interessato tutti i continenti, nessuno escluso.
In passato, nei momenti di crisi, che vanno intesi anche come elementi
di rottura dellordine preesistente, stato possibile individuare vie
duscita, pi o meno accettabili, a seconda dei punti di vista. Nel 2011,
nel saggio collettivo Nulla sar come prima. Dieci tesi sulla crisi
economica globale2, scrivevamo:
Tradizionalmente i fenomeni di crisi del modo di produzione
capitalistico sono stati raggruppati in due categorie principali: le crisi
che derivano dallesaurirsi di una fase storica e rappresentano la
condizione per aprire una potenziale prospettiva di cambiamento,
oppure le crisi che intervengono come conseguenza di un cambiamento
della fase storica e del nuovo paradigma socio-economico che cerca
faticosamente di imporsi. Nel primo caso, si parlato di crisi di
saturazione, nel secondo di crisi di crescita. Seguendo questo
modello, lattuale crisi potrebbe essere definita, a differenza di quella
degli anni Settanta e alla stregua di quella del 1929, come crisi di
crescita. Essa trova i suoi prodromi agli inizi degli anni Novanta,
2

Andrea Fumagalli e Sandro Mezzadra (a cura di), collettivo UniNomade, Nulla


sar come prima. Dieci tesi sulla crisi economica globale in Crisi delleconomia
globale. Mercati finanziari, lotte sociali e nuovi scenari politici, ombre corte,
Verona 2011, pagg. 209-228.

23

quando iniziano a configurarsi le caratteristiche del capitalismo


cognitivo e ha termine la fase di fuoriuscita dalla crisi del paradigma
fordista-taylorista (postfordismo come fase propedeutica al
biocapitalismo-cognitivo).
, infatti, a partire dalla seconda met degli anni Settanta che ha inizio
la crisi irreversibile del paradigma taylorista-fordista fondato sul
modello produttivo della grande impresa e sulle politiche keynesiane
nate dalla crisi del 1929 e dalla Seconda guerra mondiale. Per tutti gli
anni Ottanta del secolo scorso, nel periodo cd. post-fordista, sono
diversi i modelli sociali e produttivi che preludono al superamento del
fordismo, senza tuttavia che riesca a instaurarsi un paradigma
dominante ed egemone. Nei primi anni Novanta, dopo il crack
finanziario del 1987 e la recessione economica del 1991-92 (intervallata
dalla caduta del Muro di Berlino e dalla prima Guerra del Golfo), il
nuovo paradigma del capitalismo cognitivo inizia a dipanarsi in tutta la
sua forza e contemporanea instabilit. Il ruolo dei mercati finanziari,
insieme alle trasformazioni della produzione e del lavoro, si ridefinisce
in questo contesto, mentre si modifica strutturalmente il ruolo dello
Stato-nazione e del welfare keynesiano. Mentre si consuma, cio, il
declino dellintervento pubblico nelle forme in cui lo avevamo
conosciuto nella precedente fase storica.
La crisi finanziaria odierna, che segue altre crisi avvenute negli ultimi
tre lustri, evidenzia in modo sistemico e strutturale linconsistenza del
meccanismo regolatore dellaccumulazione e della distribuzione che
sino a ora il capitalismo cognitivo aveva cercato di darsi. Sia chiaro,
tuttavia, che parlare dellattuale crisi in termini di crisi di crescita non
significa in alcun modo sostenere il superamento automatico della
presente fase in modo comunque positivo e socialmente soddisfacente.
Possiamo oggi, a quasi quattro anni da questo testo, parlare di una
crisi di crescita? Credo di s, ma occorre un ripensamento. Un
ripensamento che nasce dalla constatazione che lattuale sistema di
valorizzazione capitalistica ha assunto una forma poliedrica, eterogenea,
multipolare. Ci significa che non ci troviamo di fronte a un sistema
omogeneo di sfruttamento ma a diversi sistemi di sfruttamento, i quali
presentano al loro interno difformi gradi di flessibilit, a seconda delle
24

caratteristiche storiche e delle specificit territoriali. Di conseguenza, vi


sono diverse modalit di uscita dalla crisi ipotizzabili. Anche il
capitalismo diventato flessibile.
Partendo da tale presupposto, in queste brevi note, si cercher di
ragionare su una complessa matassa. Per favorire lesposizione ritengo
indispensabile cominciare con la presentazione di un tentativo (ancora
embrionale) di periodizzazione della crisi che ha attraverso il sistema
economico-finanziario dal 2007 a oggi. Il fine quello di consentire,
per ci che possibile allinterno delle traiettorie geo-economiche che
la dinamica della crisi ha delineato, di discutere le diverse forme della
valorizzazione capitalistica, tra estrazione di ricchezza e captazione del
comune da un lato (dispossession/espropriazione/sussunzione vitale) ed
evoluzione delle forme di sfruttamento sempre pi riferite alla vita nel
suo complesso, dallaltro.
Le traiettorie della crisi
La crisi, dunque, non la stessa che esplose nel 2007. Si possono oggi
individuare alcuni snodi fondamentali, che consentono di definire
quattro fasi principali. Tali passaggi possono essere, in modo molto
sommario, enucleati come segue:
Fase 1. 2007-09: scoppio della bolla dei sub-prime e fine della
convenzione immobiliare la quale, dopo aver sostituito la convenzione
internettiana dellultima decade dello scorso secolo, era diventata il
motore dellaccumulazione finanziaria. Lepicentro della crisi negli
Usa e raggiunge il suo culmine nel settembre 2008 con il fallimento
della Lehmann-Brothers. Inizia lera Obama con un deciso cambio di
politica monetaria. Lortodossia neo-liberista (un ottuso laisser-faire,
sostenuto dallideologia che i mercati - e in primo luogo il mercato
finanziario - siano in grado di autoregolarsi, selezionando le posizioni
meno efficienti) lascia il campo a una politica monetaria espansiva
(inizio del quantitative easing) accompagnata da una politica fiscale
accomodante (aumento del debito Usa). Lintervento dello Stato nel
salvataggio delle banche in difficolt si estende anche a Gran Bretagna,
Olanda, Francia e Germania.
25

Fase 2. 2010-12: mentre gli effetti negativi sulleconomia reale,


soprattutto europea, si intensificano, la speculazione finanziaria
internazionale, favorita da un ulteriore processo di concentrazione
bancaria e finanziaria, si indirizza verso due nuovi obiettivi: la
speculazione sulle commodities (derivati future sul petrolio, soia, grano)
che sostiene la ripresa dei Paesi Brics (la speculazione sulle materie
prime sempre un ottimo modo per ottenere facili e immediate plusvalenze) e la speculazione sui titoli di stato dei Paesi europei, che
vedono aumentare il proprio debito soprattutto a causa della forte
recessione del 2009 (mediamente il Pil diminuisce di quasi il 5 per
cento). Parallelamente aumenta linstabilit dei saldi commerciali, che
iniziano a presentare dinamiche sempre pi differenziate: Cina e
Germania vedono aumentare il surplus, Usa e resto dEuropa vedono
aumentare il deficit commerciale.
Iniziano cos a manifestarsi traiettorie geo-economiche diverse tra aree
del pianeta:
a. gli Usa sulla base della forte iniezione di liquidit della Fed
presentano una lieve ripresa, pi che altro drogata dalla politica
monetaria espansiva, anche in funzione della rielezione di Obama del
2012;
b. lEuropa entra nella spirale recessiva trainata dalle politiche di
austerity imposte dalla Troika e procede a terminare il duplice progetto
di smantellamento del welfare europeo verso forme sempre pi rigide di
workfare e di precarizzazione del mercato del lavoro;
c. larea asiatica del sud-est (Cina in testa, India con pi difficolt)
procede: i. al rafforzamento del controllo sulle rotte della logistica
internazionale e, ii. a rinsaldare la leadership tecnologica nei settori dei
beni strumentali, pur in presenza (e a prezzo) di crescenti instabilit sia
sul fronte del mercato bancario interno che sul piano del conflitto
sociale;
d. il continente sudamericano segnala un buon tasso di crescita, anche
qui tuttavia caratterizzato da instabilit che cominciano a evidenziarsi
soprattutto sul mercato delle valute e relativamente alla capacit politica
di far fronte alle aspettative di un ceto medio sempre pi desideroso di
diritti sciali e reddito maggiore. Inizia farsi sentire la trappola del ceto
26

medio (cfr. Gabriele Battaglia con riferimento alla Cina).


Fase 3. 2013-2014: il 2013 a livello mondiale vede una forte crescita
degli indici azionari di tutto il mondo, a riprova che il processo di
finanziarizzazione lungi dallessere controllato e dal presentare
difficolt. In uneconomia finanziaria di produzione ci non stupisce.
Tale processo, tuttavia, non favorisce la stabilit internazionale verso un
sentiero pi omogeneo di crescita. Siamo, infatti, in presenza di spinte
centrifughe, che portano verso una decentralizzazione della struttura del
potere imperiale, sia a livello militare che economico e finanziario, e
che prefigurano la possibilit di una nuova governance plurale, come
dir pi avanti. LEuropa ancora impastoiata dagli effetti recessivi
delle politiche dausterity. Lelezione di Juncker come commissario
Europeo ribadisce la linea continuista dellausterity. Pu darsi, anzi
appare sicuro, che si possano registrare degli allentamenti e un
minimo di flessibilit nel vincoli posti dai patti di stabilit, ma la
filosofia economica di fondo non pare, almeno nel breve periodo,
soggetta a mutamenti. La Germania stretta nella morsa tra gli effetti
negativi della recessione europea del 2013 e della scarsa crescita nel
2014, un tasso di cambio dellEuro sopravvalutato e la necessit di
mantenere un surplus commerciale in grado di sostenere una minima
crescita. Ma i tassi dinteressi negativi e lo spettro della deflazione non
promettono nulla di buono. La politica monetaria della Bce, pur non
convenzionale non produce gli effetti desiderati in termini di crescita
della domanda aggregata (termine che nel discorso di insediamento di
Juncker al Parlamento europeo non stato nominato neanche una volta
mentre si parlato di deregolamentazione del mercato del lavoro per
creare un clima imprenditoriale migliore!). Si enfatizza la necessit di
promuovere la crescita economica a livello europeo tramite un forte
incremento degli investimenti, come il piano reso noto da Juncker il 25
novembre scorso sembra far trapelare. Ma in realt i 315 miliardi
promessi per il triennio 2015-2017 non sono altro che un altro tassello
delleconomia della promessa. Lesborso effettivo infatti solo di 5
miliardi (e ci spiega perch la Germania non si oppone alla loro non
contabilizzazione nel calcolo del rapporto deficit/Pil , vista lesiguit
27

della cifra) , a cui si aggiungono 16 miliardi, gi stanziati (e quindi


prelevati) dal fondo Horizon 2020, per un totale di 21 miliardi che
dovrebbero costituite il fondo di investimento base per la Banca
Europea degli Investimenti (BEI).
Se i mercati finanziari si mostrano accondiscendenti e il clima di
fiducia (quale?) invoglia gli investimenti privati, si dovrebbe creare un
effetto leva pari a 15 miliardi (incredibile) ed ecco il risultato da
prestigiatore: 21x15= 315 miliardi! Ancora una volta si fa escluso
affidamento sulla dinamica speculativa dei mercati finanziari di creare
liquidit (privata).
Negli Usa, il quantitative easing di fatto imposto dalla necessit di
assecondare le convenzioni speculative che l'oligarchia finanziaria
continuamente genera. Questo il primo obiettivo. Se poi c' anche un
po' di trickle down (sgocciolamento) sull'economia reale, meglio, ma
non l'aspetto importante. In tal modo si vuole ribadire che il cuore
della valorizzazione sono i mercati finanziari e una "politica
keynesiana" adeguata all'oggi per forza politica di sostegno alla
grande finanza. Ci spiega il forte incremento dei titoli borsistici nel
2013, anche a rischio di scatenare una nuova bolla immobiliare
soprattutto nel Sud America, in Cina, Filippine e Brics. Da qui la
necessit di evitare che la bolla speculativa si gonfi troppo rapidamente
e di provvedere, ogni tanto, a un "raffreddamento". quello che
Greenspan negli anni 2000 chiamava "atterraggio sul morbido", con i
risultati che si sono visti. in questo ambito che cominciata una
politica di riduzione nella creazione di moneta (il famoso tapering) e si
vocifera a inizio del prossimo anno di un possibile aumento dei tassi
dinteresse (anche in merito alla definizione del bilancio pubblico Usa
in un contesto politico che vede lintero congresso su posizioni
repubblicana). E sappiamo che quando c' instabilit, sono i pi forti e i
free-rider a comandare.
Tutto ci avviene nel momento in cui si registra anche una crescita
dellinstabilit valutaria, innescata dalla politica di svalutazione dello
yen giapponese (Abenomics), seguita da forti iniezioni di liquidit,
28

politica che ha costretto sia la Fed che la Bce ad adeguarsi, con grande
gioia della speculazione finanziaria. Lesito di questa politica stato
soprattutto quello di minare la stabilit valutaria dei Paesi emergenti
(dalla Turchia, India, Brasile, Argentina, ecc.) con effetti svalutativi e
inflattivi e conseguente aumento dei tassi dinteresse sul debito.
in questo quadro che appare interessante la decisione presa dai Brics
nella riunione del 16 luglio 2014 di istituire per la prima volta
unistituzione finanziaria internazionale alternative a quelle, oramai
decotte, di Bretton Woods: una sorta di Banca Internazionali degli
Investimenti fuori dal controllo occidentale per finanziare infrastrutture
con una dote iniziale di 100 miliardi di dollari. Una notizia che non ha
fatto piacere ai principali quotidiani economici mainstream (che lhanno
di fatto snobbata) perch pu segnare un cambio nella governance
finanziaria mondiale. La governance finanziaria occidentale (unita dallo
slogan: Keynes in casa, Smith al di fuori dei confini) rischia cos di
venire meno, dopo che stata gi persa la leadership economica.
Allinterno di questo quadro, occorre poi prendere in considerazione
laumentata instabilit geopolitica, che interessa diverse aree
geografiche. Facciamo riferimento al conflitto in corso in Ucraina,
allindipendenza della Crimea sotto la guida russa (in grado cos di
interferire oggi in modo diretto sul 70 per cento del petrolio e del gas
proveniente dal Mar Caspio), allIrak , dove in atto la possibile nascita
di un califfato che controlla parte dei pozzi petroliferi, alla Siria, alle
tensioni in Palestina.
In particolare appaiono evidenti ed emblematiche (un possibile
modello?) le pressioni economiche sulla Russia di Putin di questi ultimi
mesi. La decisione dellOpec di non ridurre la produzione petrolifera
anche a fronte di una diminuzione della domanda di greggio (a causa
del rallentamento della domanda globale, sancito istituzionalmente
anche dallultimo G20: + 2,1 per cento nel 2016 rispetto al + 3,3 per
cento di oggi) favorisce il calo dei prezzi del greggio, un calo
probabilmente concordato anche alla luce della situazione geo-politica
nel medio-oriente e funzionale pure alle economie del Golfo.
Labbassamento del prezzo del petrolio al di sotto della soglia critica di
70 dollari per barile ha per impatti pesanti sulleconomia russa, con
29

perdite di quasi 100 miliardi di dollari stimati allanno e un calo del Pil
dello 0,8 per cento, con il rischio di scatenare un nuovo vulnus di crisi.
La conseguente svalutazione del rublo non favorisce per lexport
bloccato dalle sanzioni europee e Usa ma piuttosto una crescente fuga
di capitali verso le piazze finanziarie occidentali (stimati in quasi 160
miliardi di dollari) (e gli effetti sui tassi di interesse si sono fatti sentire,
rinviando in avanti un loro possibile incremento da parte della Fed). Il
dollaro si rafforza, il rublo crolla, leconomia russa rischia di andare in
recessione con effetti domino su tutti i Paesi Brics. Linstabilit che si
cos generata ha al momento bloccato lascesa delle borse, anche per
consentire di capitalizzare i lauti guadagni del 2013 e presentarsi meglio
attrezzati ad una nuova ondata speculativa di breve periodo.
Fase 4. 2015, ovvero oggi: il IV trimestre 2014 lascia al nuovo anno
una pesante eredit, segnata da tanti focolai di instabilit. Il prezzo del
petrolio arrivato a sfiorare i 40 dollari al barile, accentuando in tal
modo la crisi della Russia, che reagisce con la disdetta di Putin
dellaccordo con lEuropa relativo al gasdotto South Stream (che
colpisce pesantemente la Saipem Italia). Tale mossa per il momento
appare ancora sulla carta e bisogner verificare se effettivamente si
realizzer, in quanto risposta contro lembargo europeo allexport russo
ma possibile boomerang per la stesa economia russa.
La caduta del prezzo del petrolio ha anche ripercussioni sulla
convenienza di estrarre petrolio dalle sabbie bituminose. Vari studi
confermano che gli investimenti effettuati soprattutto negli ultimi due
anni per estrarre petrolio dalle riserve dette non convenzionali
produrrebbero una perdita con un prezzo al barile inferiore ai 75$3. I
Paesi pi colpiti sarebbero Canada, Argentina, Venezuela e in parte
Russia (i cui giacimenti per, in Siberia, sono difficilmente utilizzabili
al momento per difficolt estrattive), con ovvi vantaggi per i produttori
di petrolio tradizionale. Ci potrebbe spiegare il motivo per cui
lOpec sinora non intervenuta per ridurre lofferta al fine di evitare la
3

Si veda Redazione Qualenrgia.it, Petrolio da sabbie bituminose, a prezzi bassi a


rischio 9 barili su 10, in Qualergia.it 2014,
http://www.qualenergia.it/articoli/20141117-petrolio-da-sabbie-bituminose-conbarile-prezzi-bassi-rischio-investimenti

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caduta del prezzo del greggio in seguito alla stagnazione della domanda
causa crisi economica. Il paese che al momento sembra approfittarne di
pi sono gli Usa, che ottengono diversi vantaggi sia geopolitici che
finanziari. La crisi della Russia potrebbe indurre la Germania e i Paesi
europei a essere meno attratti dalle sirene dellEst e della Cina per gli
scambi commerciali ma a guardare con pi favore laccordo di libero
scambio Trans-Atlantico (TTIP). Il TTIP un mercato unico proposto
tra Stati Uniti e Unione Europea, descritto come il pi grande trattato
commerciale del mondo: ha poco a che fare con la rimozione dei dazi
doganali (tariffe) ma piuttosto ha lo scopo di ridefinire le regole di
(libero) scambio relative ai diritti di propriet intellettuale (in senso
restrittivo, ovviamente) e alla possibilit delle multinazionali di poter
citare presso terzi gli Stati che impongono loro controlli o pratiche che
esse ritengono lesive del libero commercio. Come candidamente ha
affermato Kenneth Clarke, il ministro britannico promotore del TTIP:
stato progettato per sostenere gli investimenti delle imprese in Paesi
dove il primato della legge imprevedibile, a voler dire il minimo. In
altre parole, si tratta di sancire in modo istituzionale il primato degli
interessi multinazionali rispetto agli standard di garanzia e di controllo
ancora oggi vigenti in molti stati europei, in alcuni settori legati
allistruzione, alla salute e alla cura della persona (settore farmaceutico,
della formazione, alimentare, ecc.). In tal modo gli Stati Uniti cercano
di recuperare il terreno perso sul piano dei rapporto commerciali e
tecnologici, oggi sempre pi a vantaggio dei Paesi Brics. Inutile poi
aggiungere che un calo del prezzo del petrolio determina una riduzione
nei costi di produzione e quindi, soprattutto per il settore manifatturiero
(comunque assai ridotto rispetto al passato) , favorisce un potenziale
aumento dei profitti.
Dal lato finanziario, la crisi russa e le difficolt di altri Paesi come
lIndia favoriscono un aumento del flusso dei capitali internazionali
verso i mercati anglosassoni, alimentando un circolo virtuoso tra
rivalutazione della moneta americana e della sterlina inglese e avanzi
nei movimenti di capitale. Ne consegue un calo dello yen giapponese e
delleuro. In Giappone la svalutazione controllata doveva essere, come
31

abbiamo gi ricordato, lo strumento dellAbenomics per rilanciare


leconomia giapponese. A due anni di distanza, possiamo registrarne il
fallimento completo, con leffetto di favorire ulteriormente laumento
dei flussi di capitale verso gli Usa e solo limitatamente in Cina, visto la
rigida struttura del mercato cinese del credito. In tal modo gli Usa
cercano anche sul piano della finanza di recuperare parte di
quellegemonia finanziaria che la crisi del 2008-09 aveva fortemente
scalfito.
Difficile dire se questi sommovimenti saranno in grado di definire una
nuova gerarchia pi stabile sia sul piano finanziario che geo-economico,
vista la fluidit e la complessit dellodierno contesto internazionale. Di
sicuro ci si muove sulla lama del rasoio. E lo dimostra soprattutto la
situazione Europea, larea che maggiormente schiacciata tra le volont
di potenza dei Brics da un lato e dagli Usa dallaltro. Gli scenari che si
possono aprire con le prossime elezioni greche sono visti con crescente
preoccupazione dallestablishment europeo. La montante critica alle
politiche dausterity potrebbero coagularsi in un nuovo fronte che dalla
Grecia (dopo la vittoria di Syriza) si muove verso la Spagna (Podemos)
e lItalia, avanzando proposte di ristrutturazione del debito e di rilancio
dei redditi da lavoro a danno delle rendite finanziarie. La Banca
Centrale della Svizzera stata costretta, di fronte alla svalutazione
dellEuro, ad abbandonare il rapporto di cambio fisso di 1,2 franchi per
Euro. In entrambi i casi, le oligarchie finanziarie hanno reagito
scompostamente, preferendo capitalizzare subito il capitalizzabile.
La stessa BCE, non a caso a pochi giorni dalle elezioni greche, ha
ufficialmente varato, dopo numerosi tentennamenti e opposizioni
soprattutto dal neo-ordoliberismo tedesco, il piano di Quantitative
Easing di 80 miliardi di euro al mese sino al settembre2016. Lintento,
tramite liniezione di poderose dosi di moneta tramite lacquisto di titoli
(prevalentemente pubblici), non tanto di ridurre il rischio di deflazione
(comunque presente) ma di attivare un moltiplicatore finanziario in
grado di controllare i tassi dinteresse soprattutto dei titoli pubblici (ma
rimane lincognita della Grecia), pompare le plusvalenze finanziarie e
in tal modo garantire la stabilit dei mercati finanziari. Continua,
tuttavia, ad aggirarsi lo spettro del peggioramento della distribuzione
32

del reddito, che - bene ricordarlo - il primo fattore di crisi,


soprattutto in Europa, dove tale tendenza acuita dalle politiche di
austerity e dalla privatizzazione del welfare. Il QE della BCE, lungi
dallaffrontare questo aspetto, lo peggiora. I primi a essere beneficiati
saranno infatti proprio i mercati finanziari e solo poche briciole (se ce
ne saranno) andranno ad appannaggio delle moltitudini europee. Ancora
una volta, se le politiche monetarie espansive non saranno
accompagnate dallabbandono delle politiche di austerit e
dalladozione di politiche di redistribuzione del reddito, si riveleranno
per quello che sono: arricchire i pochi per impoverire i molti
(http://quaderni.sanprecario.info/2015/01/quantitative-easing-eelezioni-greche-un-cambio-in-europa-di-andea-fumagalli/).
Diversa la situazione degli Usa, dove il calo del petrolio, la liquidit
derivante dagli avanzi crescenti dei movimenti di capitale e la
perdurante politica monetaria espansiva (quantitative easing) ha
consentito nellultimo trimestre una crescita economica che tende ad
avvicinarsi a quella pre-crisi. Ma sar vera crescita o piuttosto un fuoco
di paglia?
Gli elementi di fragilit a livello globale infatti aumentano e i fattori di
stabilit crescono. Di fatto la Cina (e in subordine alcuni Paesi Brics
dellAmerica Latina), finch siamo in presenza di elevati tassi di
crescita, a svolgere un ruolo di governance stabilizzatrice e a
compensare gli effetti degenerativi (e destabilizzanti), a livello
macroeconomico, causati dalla crescente polarizzazione de redditi
globali e soprattutto allinterno delle singole aree geoeconomiche
principali in seguito alla concentrazione delle plusvalenze maturate dai
mercati finanziari negli ultimi anni.
In conclusione, a sette anni dallinizio della crisi, diversamente da
quanto successo allindomani della crisi della net-economy del
Duemila, non si ancora materializzata, anche figuratamente, una
nuova convenzione finanziaria, in grado di individuare la traiettoria
futura della valorizzazione economica. La green-economy rimane al
palo, i processi di gentrification e di speculazione del territorio, seppur
ripresi in grande stile negli Usa (meno) in UK (di pi) e nel Sud-Est
asiatico (Cina e Filippine, ancora di pi) non sembrano essere in grado
33

di ridiventare forza trainante della valorizzazione finanziaria. Il recente


accordo Cina-Usa sul clima potrebbe essere forse un primo passo nella
direzione della convenzione verde. Ma forse ancora pi di maggior
attualit lo sviluppo di una convenzione finanziaria che vede
nellattivit bellica frammentata e diversificata la nuova possibile base
per la ricostruzione di un nuovo ordine imperiale che al momento, nel
contesto post-crisi, non riesce pi a darsi. Si naviga a vista.
Le forme della valorizzazione capitalistica:
espropriazione del
comune, composizione organica del capitale, sfruttamento del bios
Levoluzione della crisi ha confermato alcune intuizioni che gi
avevamo avanzato negli anni precedenti, allinterno dellapproccio neooperaista o marxista autonomo. Le riprendiamo in modo sommario:
a. Con la fine del paradigma fordista-taylorista, il nuovo modello di
accumulazione tende sempre pi basarsi su due pilastri principali: da un
lato la finanziarizzazione dellintero ciclo di valorizzazione, con
leffetto del divenire rendita del profitto e di quote crescenti dei redditi
da lavoro (a prescindere dalla sua remunerazione: salariale, autonoma,
di compartecipazione, gratuita, coercitiva) , dallaltro la
cognitivizzazione della prestazione lavorativa a seguito della mutata
governance proprietaria, meno rivolta alla propriet privata materiale
(leggi mezzi di produzione) e sempre pi finalizzata al controllo dei
flussi di sapere e di tecnologia di tipo immateriale, nonch alla
concentrazione del controllo dei flussi finanziari in poche mani.
infatti da tali ambiti che si manifesta quella cooperazione sociale e
relazionale e quella riproduzione sociale che sono oggi, pur in modi
differenti, la pi rilevante base (in termini di generazione di plusvalore)
dellaccumulazione capitalistica.
b. Se il processo di finanziarizzazione sino allinizio della crisi sotto
il controllo delle potenze imperiali dellOccidente e ne rappresenta la
sua fonte di valorizzazione principale, il processo di cognitivizzazione
e di indirizzo del paradigma tecnologico tende sempre pi a divenire
policentrico e non pi concentrato nel Nord-Ovest del globo. Si aprono
nuove direttrici tecnologiche che da Nord interessano sempre pi lEst e
34

il Sud del mondo. Non stupisce che dal 2006 la Cina sia diventata la
nazione con la pi elevata quota di export in prodotti high-tech e in
brevetti. Prima della crisi abbiamo quindi una governance finanziaria
ancora concentrata in mondo prevalentemente anglosassone, mente la
governance dei saperi e della conoscenza tende a spostarsi a oriente e
quindi anche verso il Sud del mondo (Sudamerica e Sudafrica).
c. Le diverse configurazione economiche attuali generate dalla crisi ci
dicono che anche la governance finanziaria diventata policentrica e
imperiale su scala globale. in questo passaggio che si attua ci che
abbiamo definito la crisi della governance finanziaria cos come la
avevamo ereditata da quasi trentanni di neoliberismo occidentale. Ed
in questo passaggio che si registra la crisi del processo di valorizzazione
in Europa e nei Paesi anglosassoni. solo il mantenimento unilaterale
del potere militare e poliziesco su scala globale che consente agli Usa e
ai suoi alleati di poter ancora influenzare i conflitti in corso, ma sempre
con minor efficacia e successo.
d.
Allinterno
di
questo
quadro,
il
processo
di
accumulazione/valorizzazione capitalistica varia da area ad area
geografica perch diverse sono le caratteristiche e le soggettivit del
lavoro vivo di volta in volta interessato. Una nuova divisione
internazionale del lavoro si sta definendo, una divisione del lavoro che,
a differenza del passato, non si basa sulla diversa specializzazione
(mansione) del lavoro allinterno di un contesto produttivo
tendenzialmente omogeneo (quello manifatturiero-materiale) ma su
nuovi elementi che prescindono la condizione lavorativa stessa ma
hanno che fare, da un lato, con il diverso grado di accesso alla
conoscenza (divisione cognitiva del lavoro), dallaltro, con la messa a
valore della vita (divisione vitale del lavoro) e del territorio
(gentrification e spazio virtuale: divisione spaziale del lavoro).
e. Il processo di valorizzazione si presenta oggi assai variegato e
flessibile, pur se caratterizzato da alcuni elementi comuni:
i. lestrazione di plus-valore avviene tramite forme di sussunzione
formale e non solo di sussunzione reale (come prevalentemente era nel
fordismo).
ii. siamo in presenza anche di una nuova forma di sussunzione, che
35

possiamo definire sussunzione vitale, la cui intensit dipende dal grado


di divisione cognitiva e divisione vitale del lavoro. Per sussunzione
vitale, intendiamo lo sfruttamento diretto della vita messa a lavoro (che
va oltre la semplice sussunzione reale, perch si modifica il rapporto
bios/macchinico) e non solo lo sfruttamento a valle della
cooperazione sociale e relazionale degli individui (sussunzione
formale). Il modo con cui la vita produce valore assume infatti diverse
forme a seconda delle soggettivit e dei contesti socio-produttivi e
relazionali.
iii. lintensit dello sfruttamento nel bio-capitalismo cognitivo
relazionale e finanziarizzato risulta di gran lunga superiore a quella
presente nel capitalismo fordista, ma assume modalit e combinazioni
diverse tra i tre tipi di sussunzione test menzionati (reale, formale,
vitale). In altre parole, siamo di fronte alla compresenza di
espropriazione (dispossession) e sfruttamento (exploitation).
iv. Laccumulazione per espropriazione pu essere letta in due diversi
modi, alla Derrida o alla Harvey. Nel primo caso il fenomeno si
riferisce essenzialmente ai processi di privatizzazione di beni pubblici e
beni comuni (ad esempio, lacqua), nel secondo caso si riferisce al
saccheggio che i Paesi occidentali compiono nei confronti di altri Paesi,
ricchi di materie prime o nuovi ambiti di realizzazione, come strumento
di ridistribuzione del surplus produttivo che non riesce a essere
realizzato dai Paesi pi ricchi, oggi in crisi. La crisi valutaria
internazionale pu essere anche analizzata alla luce di questi processi.
In entrambi i casi, si tratta di forme di accumulazione originaria e
quindi di sussunzione formale.
La differenziazione di forme diverse di sussunzione evidenzia che la
composizione organica del capitale non solo deve essere ridefinita in
presenza di prestazioni lavorative n cui prevale lantropogenizzazione
del macchinico (vedi il lavoro digitale, ad esempio) ma diventa a sua
volta varia, a seconda del tipo di accumulazione prevalente in un dato
contesto geo-economico. Non solo il lavoro si flessibilizza, ma anche il
capitale. questo il principale lascito della crisi attuale ed anche
questo il nodo teorico da sciogliere.
36

La crisi rende il capitale eterogeneo ma anche le modalit di


estrinsecazione del comune (la sua composizione viva, si potrebbe dire)
sono anchesse eterogenee.
comunque possibile cercare di individuare una mappa della
valorizzazione del capitale, a seconda del peso di alcune tipologie di
lavoro, sulla base del contenuto di cognitivit/apprendimento,
relazionalit e cura della prestazione lavorativa.
Per esempio, il lavoro digitale pu essere soggetto sia a forme di
sfruttamento classiche, riconducibili a processi di sussunzione reale
del lavoro al capitale, che a forme di spossessamento (per usare un
termine caro a David Harvey: accumulation by dispossession),
caratterizzate dalla cattura a valle dellattivit lavorativa autonoma della
cooperazione sociale e quindi pi riducibili a processi di sussunzione
formale.
In effetti, come numerose ricerche evidenziano, il lavoro digitale
finalizzato a produzioni tendenzialmente immateriali (che comunque
possono essere parti di una filiera anche materiale) caratterizzato dalla
simbiosi di processi di apprendimento e di rete, che acquistano valore
(in senso capitalistico) solo nel momento stesso che si socializzano.
Apprendimento e relazione sono i fattori costituenti della prestazione
lavorativa, veri e propri fattori produttivi che si muovono sul crinale che
vede da un lato il manifestarsi di un processo di autonomia e di
autovalorizzazione, dallaltro lacuirsi di processi di controllo,
governance (pi indiretta che indiretta) ed eterodirezone. Da questo
punto di vista, il lavoro digitale espressione del comune
(commonwealth), che gi di per se stesso valore duso potenziale ma
non per questo immediatamente valore duso effettivo. Laddove ci si
verifica, siamo allora in presenza di processi di autovalorizzazione come in alcuni casi nel lavoro artistico o nel lavoro affettivo o nel
lavoro simbolico quando viene svolto per la propria realizzazione (e qui
corretto riferirsi al work) - e la traduzione in valore di scambio, se
avviene, si attua principalmente tramite processi di espropriazione del
comune socializzato.
Ma contemporaneamente, proprio per lintensit duso delle nuove
tecnologie linguistico-comunicative, il lavoro digitale testimonia anche
37

lesistenza di immediata valorizzazione capitalistica nel momento in cui


si svolge e non esclusivamente ex-post, a valle. Siamo, cio, in copresenza di processi di sussunzione reale e formale, la cui linearit
spesso si traduce in non-linearit e interdipendenza dinamica. Per
questo si pu parlare, sinteticamente di processi di sussunzione vitale
del lavoro digitale al capitale, intesa non semplicemente come somma, a
seconda delle modalit e della tempistica, di sussunzione reale e
formale, ma come fattore di cumulabilit, in cui non solo luno si fa in
due, ma luno pi uno fa pi di due.
Diverso contesto quello che caratterizza il lavoro di cura e di
riproduzione sociale, dove il processo di estrazione/espropriazione
(tramite salarizzazione) si verifica pi ex post che nel momento della
prestazione e lo stesso si pu dire per il lavoro artistico.
Spesso e volentieri le filiere di produzione anche su scala
internazionale sono costituite da una multiformit dei processi di
sussunzione. Su questi temi si dovr cominciare a interrogarsi. Anche
perch se vero che oggi la valorizzazione capitalistica si fonda su pi
paradigmi di accumulazione che rimandano a diverse modalit di
sussunzione e a composizioni organiche del capitale non pi definibili
in modo omogeneo, ci implica che siamo in presenza di composizioni
tecniche del lavoro altrettanto differenti, ancora oggi da indagare con
pi precisione. E qui che interviene il tema delle soggettivit multiple
che regolano pi sul piano micro che macro sul piano della
contrattazione individuale.

38

Fascinazioni
delle lotte

multipolariste

geopolitica

di Raffaele Sciortino
Premessa: una geopolitica delle lotte in prospettiva anticapitalista
suona come un ossimoro suscitando sufficienza o fastidio. E invece la
geopolitica un tempo si diceva Weltpolitik o imperialismo lotta di
classe in altra forma, non riconosciuta come tale. Lo aveva capito un
grande reazionario: La storia del mondo la storia della lotta delle
potenze marittime contro le potenze terrestri4, mimando e stravolgendo
il vecchio adagio comunista...
Gli ultimi mesi hanno segnalato un intreccio, un po disorientante, tra
relativa impasse della situazione economica e smottamenti significativi
a livello geopolitico. La crisi globale tuttaltro che superata non
precipita grazie a bolle finanziarie sempre pi grosse alimentate da
politiche monetarie ultraccomodanti (neo-keynesiane). Sullaltro
versante sotto gli occhi di tutti il ritorno aggressivo delliniziativa
internazionale degli Stati Uniti a tutto tondo: dallUcraina al Medio
Oriente allEst asiatico. Tutto ci sembra a prima vista inquadrarsi bene
in quelle analisi che leggono loggi e ancor pi il domani del
capitalismo alla luce della contrapposizione tra la geopolitica del caos
Usa, egemone globale in difficolt se non in declino, e il trend
inarrestabile verso uneconomia globale di tipo multipolare incentrata
su grandi poli e aree regionali.
Questo tema, geopolitico e geoeconomico, chiaramente cruciale in
senso analitico e politico e fa da sfondo, per lo pi implicito, o
dovrebbe fare da sfondo a ogni seria discussione sulla crisi in corso. Il
modo migliore, anche se indiretto, per affrontarlo in prima battuta non
di tracciare astratte previsioni, ma discutere i termini della questione,
esplicitarne i nodi anche teorici e le implicazioni politiche. Qui mi
soffermo su due aspetti, e altrettanti rischi, delle rappresentazioni
correnti: il rischio di una lettura eccessivamente lineare dei trend in atto
con esiti da fascinazione multipolarista; il rischio di fascinazioni
4

Carl Schmitt, Terra e mare, Adelphi, Milano 2002, p. 18.

39

geopolitiche senza lotta di classe.


Status quaestionis
Se volessimo fotografare con una battuta lattuale situazione
geopolitica potremmo forse parlare di una compresenza sempre pi
sofferta di due situazioni potenzialmente contraddittorie. Da un lato,
linsofferenza di attori forti e/o rilevanti del sistema internazionale
(Cina, Russia, Germania, gli altri Brics) verso il caos prodotto dagli
Usa. Dallaltro, i timori nelle lites di questi stessi attori in rottura o
frizione con gli Stati Uniti per il possibile caos senza e contro
legemone a stelle e strisce5.
Lintera situazione internazionale si muove tra questi due poli
contraddittori. E si tratter di vedere come vengono a inserirsi in questo
le soggettivit potenzialmente antagoniste.
Insofferenze
Dunque, un quadro di insofferenza sempre pi ampia di importanti
attori nazionali verso il prelievo che gli Stati Uniti operano sulle catene
del valore globale. Si tratta di un prelievo innanzitutto finanziario
basato sul dollaro come mezzo di pagamento e di riserva internazionale
prelievo rafforzato dopo lo sganciamento dollaro-oro di Nixon e il
passaggio al Treasury-bill Standard6 e sui prestiti e sui mille altri
dispositivi speculativi, nonch nella globalizzazione su quella tassa sui
servizi commerciali essenziali che le economie soprattutto emergenti
devono pagare per poter accedere ai mercati mondiali (di cui hanno
comunque usufruito in questi decenni). Si tratta poi del quasi
monopolio o comunque della leadership nei settori a tecnologia
5

Non oggetto di questo contributo il nesso tra questa configurazione geopolitica e


la crisi della valorizzazione capitalistica che fa da sfondo alla prima, nella forma
della deflazione da debito (in termini marxiani: svalorizzazione del capitale
fittizio).
Per un primo approccio al concetto vedi An interview With Michael Hudson on
Economic Violence by Greg McInerney
(http://www.counterpunch.org/2003/04/21/an-interview-with-michael-hudsonauthor-of-super-imperialism/edi ). Da notare che Hudson non un marxista bens
un neokeynesiano consapevolmente anti-imperiale (a differenza di molti
neokeynesiani europei filo-imperiali).

40

avanzata, strettamente intrecciati alla ricerca e produzione di guerra,


dallinformatica alle tecnologie della comunicazione, alla industria della
salute e dellagro-industriale, ai brevetti e diritti di propriet
intellettuale7. Sono elementi che i declinisti (ovvero i teorici e/o
sponsor del declino statunitense) spesso e volentieri dimenticano
anche al di l di una metafora naturalistica gi di per s discutibile.
A fronte di questo prelievo i paesi emergenti e la capofila Cina, sia
economicamente che politicamente, insieme con la Russia, vanno
muovendosi verso una sempre maggiore autonomia. Non perch in
assoluto non vogliano pi pagarlo, per. Tanto meno perch ci sia in
gioco una qualche istanza antimperialista di vecchio tipo, come fu per
le lotte anticoloniali o ancora negli anni Settanta con il tentativo di un
Nuovo Ordine Economico (terzomondismo). Rispetto a quelle fasi, la
distanza enorme: il percorso della Cina e degli altri paesi emergenti
determinato dalla volont di proseguire semplicemente sul tracciato
di uno sviluppo capitalistico normale, senza incorrere in un prelievo
troppo esoso e soprattutto nel caos prodotto da Washington 8. Ora,
proprio questa volont di semplice sviluppo 9 che comunque cosa
differente dal growth del modello anglosassone, sia per oggettive
differenze di percorso sia per la chiara percezione delle conseguenze
potenzialmente devastanti della finanziarizzazione, con importanti
7

I dati e le valutazioni su shale gas e re-industrializzazione (in-shoring) sono


invece molto pi controversi e discutibili.
Nelle parole di Putin: divergenze negli approcci e negli interessi tra economie
emergenti ed economie sviluppate. Mentre da una parte nasce uno squilibrio sul
fronte del capitale, dall'altra parte spuntano squilibri sul fronte dei flussi
commerciali. Nelle economie sviluppate c una grande quantit di capitale libero,
e il problema distribuirlo in modo efficace e affidabile in regioni ed economie
che garantiscano stabilit, che difendano la propriet e generino un profitto, che
portino entrate alle economie sviluppate. Per questo esportano capitale, mentre i
Paesi emergenti formano i flussi commerciali. I primi devono essere sicuri che i
loro capitali vengano distribuiti in modo affidabile, mentre gli altri ricettori di
questi capitali devono essere sicuri che le regole del gioco non vengano cambiate
come piace a quelli che esportano capitali, anche per ragioni politiche
(http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-11-14/putin-pronti-catastroficacaduta-prezzi-energia--100121.shtml?rlabs=1).
Si veda il progetto russo per un corridoio infrastrutturale euroasiatico Razvitie, dal
chiaro approccio industriale piuttosto che postindustriale.

41

implicazioni anche dal punto di vista del posizionamento delle classi


lavoratrici questa spinta dei poli non occidentali si fa forte non solo
dei tassi ancora notevoli di accumulazione ma anche della crescente
tessitura di trame commerciali e di investimento che bypassano i circuiti
occidentali. questa la novit, basta guardare alle intese sponsorizzate
da Mosca e Pechino per aggirare luso del dollaro negli interscambi
commerciali reciproci e con altri paesi, allo storico contratto di maggio
per la vendita a Pechino del gas della Siberia orientale10, agli accordi
dello scorso luglio per la creazione di una banca dei paesi Brics e di
ottobre per una Banca Asiatica per le Infrastrutture incentrata su
Pechino, tutti passaggi che inquietano moltissimo Washington come il
recente vertice pechinese dellApec ha messo in evidenza.
allinterno di questo quadro che opera il trend di una possibile rottura
dellasse transatlantico da parte della Germania (plausibilmente ma
senza poterlo approfondire qui: lEuropa o accentrata su Berlino o non
). I segnali oramai ci sono e vanno accumulandosi: dallo scontro
sulleuro11 e sulle diverse, fino a un certo punto, strategie delle Banche
Centrali, allaffare Snowden (rilevante anche per gli umori della
popolazione tedesca), dagli interventi in Libia e Siria alla questione
dellUcraina (dove comunque la posizione tedesca non appiattita su
quella americana non certamente pulita verso Mosca). In gioco la
proiezione a Oriente della Germania e quindi dellEuropa. Che quello
che gli Stati Uniti vogliono e debbono bloccare. Per Washington la Cina
deve restare un produttore a basso costo sul margine inferiore del valore
aggiunto, la cui gran parte deve da un lato andare alle multinazionali e
dallaltro venir riciclato attraverso il dollaro, vuoi come valuta di riserva
di fatto obbligatoria, vuoi come acquisto dei buoni del tesoro
statunitensi, cos da sostenere lindebitamento e i consumi statunitensi.
quello che stato definito Bretton Woods II, che peraltro ha permesso
alla Cina negli ultimi decenni di accedere al mercato Usa e mondiale.
Per la Germania, oggi, inizia ad aprirsi una divergente prospettiva
rispetto alla Cina, quella di contribuire con la propria tecnologia
10

11

Replicato dallaccordo di novembre sul gas della Siberia occidentale da destinare


alla Cina occidentale.
Si veda http://insurgentnotes.com/2012/06/chicken-game-eurocrisis-again/.

42

produttiva, con i propri capitali, e quindi con un prelievo imperialista in


proprio, sia chiaro, al salto economico cercato dalla dirigenza cinese
verso produzioni pi avanzate, il lancio delle nuove vie della seta e un
parziale ribilanciamento da un modello incentrato sullexport a uno
basato su consumi interni e urbanizzazione armoniosa (riforma
dellhukou e nuove norme sulla propriet della terra).
Ma gli Stati Uniti non possono accettare uneconomia cinese che risale
la catena del valore in direzione di una maggiore autonomia e
protagonismo sui mercati globali: questo che temono e non il tanto
strombazzato superamento in termini di Pil a parit dacquisto. Non
possono accettare neanche un ordine regionale asiatico a dominante
cinese in senso geopolitico tradizionale. Di qui i tentativi di nuovo
contenimento anti-cinese attraverso il rafforzamento delle alleanze
bilaterali storiche (strategia del Pivot to Asia) e il tentativo economico
della Trans-Pacific Partnership (Tpp).
Mente Berlino pu, ma siamo sempre nellordine delle possibilit,
mettere in campo unopzione differente.
e timori sistemici
E per attenzione a letture eccessivamente lineari di questi trend.
Non solo n tanto che la Germania per restare al tema di un
possibile punto di rottura transatlantico ha comunque i suoi interessi.
Nei confronti della Russia questo palese sia nella vicenda ucraina sia
sulla questione energetica (le imprese russe non debbono entrare come
competitor nella distribuzione del gas in Europa ma solo fornire la
materia prima). Berlino, certo, stata scavalcata dallincursione di
Washington a Kiev, ma punta di suo a tornare a un rapporto con una
Russia indebolita cui imporre il proprio di prelievo imperialista. Persiste
poi una fortissima rete di legami politico-diplomatico-militari, nonch
economici, con gli Usa che al tempo stesso possono giocare sulle
periferie europee filoatlantiche (Est Europa e Italia). Inoltre la
popolazione tedesca, per quanto in parte dagli umori sempre meno
filoatlantici, sarebbe impreparata a una vera rottura.
Ma il vero punto un altro, e attiene a una considerazione sistemica.
Gli Stati Uniti, comunque la si voglia vedere, continuano a tuttoggi a
43

ricoprire un ruolo sistemico imperiale, per quanto producendo sempre


pi caos e di rimando insofferenze ai quattro angoli del globo. Un ruolo
sia geopolitico in senso stretto la schiacciante superiorit militare sia
e forse soprattutto di ordine globale. Dovesse scoppiare un moto
rivoluzionario destabilizzante, ovunque si desse, Washington sarebbe
lunico attore in grado di soffocarlo. Qualche segnale lo abbiamo gi
avuto con piazza Tahrir, dove Obama intervenuto a detournare12 la
sollevazione araba, a partire dallintervento in Libia per poi passare al
tentativo di regime change in Siria fino alle recenti manovre intorno al
fantomatico califfato13.
Analogamente, sul piano economico, gli Stati Uniti sono a tuttoggi il
perno del sistema di riciclo della liquidit internazionale e dei surplus
commerciali di Cina e Germania oltre che della rendita petrolifera, cio
quellelemento del sistema che finora ha per cos dire chiuso il cerchio
dei circuiti globali rispetto ai quali non si torna impunemente indietro se
non con sconquassi e disconnessioni che nessuno ovviamente al
momento vuole.
Insomma, la funzione imperiale scossa, in alcune parti inceppata,
anche gravemente inceppata come negli States e, di rimando, in Europa,
ma non facilmente sostituibile, perlomeno sul breve e medio periodo,
anche per gli altri grandi attori capitalistici. Sia oggettivamente, perch
non facile mutare le relazioni strutturali tra i perni della
globalizzazione; sia soggettivamente per le reazioni statunitensi, come
gi si pu largamente vedere, anche tenuto conto dei costi sociali interni
che un cambiamento internazionale profondo avrebbe negli States.
Certo, una funzione pagata sempre pi caramente in cambio di un
prelievo sempre pi esoso e percepito sempre pi come tale. Ma nessun
competitor globale anti-Usa in vista 14. Ed proprio su questa rendita
12

Si veda Raffaele Sciortino, Obama dopo Osama, in InfoAut, 2014, disponibile


allindirizzo http://www.infoaut.org/index.php/blog/global-crisis/item/1581obama-dopo-osama
13
Si veda RK, Il Califfato non esiste..., in InfoAut, 2014, disponibile allindirizzo
http://www.infoaut.org/index.php/blog/global-crisis/item/12839-il-califfato-nonesiste
14
Si veda il pur duro discorso di Putin a Sochi il 24 ottobre scorso
(http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=111457&typeb=0).

44

di posizione sistemica, poggiante su un apparato finanziario e


cognitivo ancora ineguagliato, che Washington pu permettersi di fare
ci che il suo indebitamento vieterebbe a qualunque altra potenza.
Se cos, sono evidenti tutti i limiti, e la fascinazione, delle letture
lineari incentrate sul multipolarismo15 e sulla creazione di grandi aree
economiche regionali intorno a poli di riferimento egemonici. Sia nelle
varianti armonicistiche: possibilit di un accomodamento generale se
solo gli Usa riconoscono il proprio declino relativo e/o la complessit
del mondo attuale (senza che entrino in gioco fattori di classe se non nei
termini del buon governo delle popolazioni). Sia nelle varianti
conflittuali: per esempio, quando si ragiona su un diverso ruolo
possibile dellEuropa, su spinta dal basso, in un futuribile mondo
multipolare senza mettere in conto sconquassi geopolitici.
Per concludere su questa prima parte, abbiamo allora una concreta
possibilit di sconvolgimento degli assetti geopolitici ed economici
internazionali, ma al tempo stesso trend niente affatto lineari. N va
escluso un ricompattamento, almeno provvisorio, del blocco occidentale
comprensivo anche di una Germania neo-bismarckiana16.
In una battuta: con gli Usa la globalizzazione rischia di incasinarsi
profondamente, senza gli Usa di rompersi e ci perderebbero tutti.
Conseguenza: sempre pi caos, oggettivo e prodotto dallegemonia17,
con lo scongelamento dei fronti geopolitici e la destrutturazione di
15

16

17

Tipici di questa interpretazione i contributi sul sito asiatista di geopolitica


Atimes.com. Si veda anche Pierluigi Fagan, Al margina del caos, in Globalist,
2014, disponibile allindirizzo http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?
ID=108475. Spesso Arrighi, a torto o a ragione, viene letto in questo modo,
soprattutto sulla scorta di Adam Smith a Pechino.
Sul dibattito di politica estera interno allestablishment tedesco si veda per gli
atlantisti lintervento su Internationale Politik sett-ott 2014 di J. Bittner; per i
fautori di una posizione che senza rompere con Washington elabori una strategia
eurasiatica pi indipendente, sulla linea multilateralizzare lAmerica,
europeizzare la Russia, si veda il lavoro della Stiftung Wissenschaft e Politik e del
German Marshall Fund, ottobre 2013.
Di strategia del caos controllato da parte statunitense ha parlato Sergej Glazev,
consigliere di Putin (si veda il manifesto, 10 agosto 2014), che contro di essa
auspica una coalizione anti-guerra di nazioni in grado di stabilizzare leconomia
mondiale e (si noti bene) ridurre le diseguaglianze sociali.

45

intere entit statali, dal Medio Oriente ai confini cinesi, mentre non
sono previsti spazi di effettiva autonomia per nessun attore regionale.
Il che ci lascia con due grosse questioni, entrambe non facilmente
inquadrabili allinterno di un approccio estrattivista18 che fatica a render
conto delle dinamiche inter-capitalistiche, nonch a tematizzare il
rapporto tra sfruttamento ed espropriazione. La prima: un ordine
internazionale non americano, o anche solo meno americano,
dipende anche se non soprattutto dallinterrogativo se sia possibile
allaltezza dellattuale rapporto di capitale una diversa articolazione tra
produzione industriale e finanza come base di un rinnovato sviluppo,
e relative geometrie sociali, non completamente sussunto alla
finanziarizzazione (il rebalancing cinese si gioca anche intorno a questo
nodo). La seconda domanda se lattuale situazione ibrida fra
configurazione imperiale e dinamica inter-capitalistica non possa in
prospettiva aprire a un vero e proprio sfrangiamento, a una
disarticolazione del sistema internazionale nel suo insieme19, facendo
definitivamente saltare non solo la dinamica delle successioni
egemoniche che il capitalismo storico ha tracciato fino a met
Novecento, ma anche qualsivoglia prospettiva di transizione
relativamente tranquilla a un mondo multipolare.
Rotture a freddo?!
Se fin qui abbiamo provato a mettere sotto esame le fascinazioni
multipolariste, passiamo ora al versante delle fascinazioni geopolitiche
senza lotta di classe.
Oggi si inizia a parlare qui e l di una possibile Europa tedesca in
tendenziale rottura rispetto allasse transatlantico cos come di
uneffettiva alleanza Mosca-Pechino. Ma il punto che, qualunque sia
il trend che si considera pi probabile, quello che possiamo escludere
che assisteremo a rotture a freddo. Che cosa significa a freddo?
Significa che non possibile nessuna seria accelerazione delle
dinamiche di rottura inter-capitalistiche che pure si vanno delineando
18

19

Si vedano i recenti lavori di David Harvey e, con differente curvatura, i contributi


del sito Euronomade.info.
Si veda Alessandro Colombo, La disunit del mondo, Feltrinelli, Milano 2010.

46

senza una decisa attivizzazione proletaria e pi in generale sociale.


Questo il punto cruciale di una geopolitica delle lotte. Che di per s
non ci d per una soluzione antagonistica del problema perch
quellattivizzazione pu anche rimanere interna al sistema e veicolo di
una sua rivitalizzazione.
Al momento assistiamo, nelle relazioni tra grandi attori, a rotture e poi
compromessi, minacce di guerra e promesse di pace, guerre sotterranee
per procura e poi tregue momentanee, insomma finora ci si fermati
sempre sul limite dellabisso: il ritorno al major war. Questo perch
senza una decisa attivizzazione sociale contro le ricadute della crisi
economica o, fuori Occidente, per uninversione delle diseguaglianze,
senza che dal basso si passi dunque a chiedere per davvero il conto alle
proprie lites, queste non si vedranno costrette a recuperare margini di
agibilit rispetto alle attuali geometrie internazionali fino a cambiare
radicalmente alleanze o ad alzare il livello dello scontro. In questo
senso solo lapertura di significative dinamiche di lotta di classe pu,
per fermarci ai punti di frizione pi importanti, portare la Germania e
lEuropa alla rottura dellasse transatlantico o Cina e Russia alla
formazione di unalleanza di controbilanciamento antiamericana.
Ci comporta altres un problema scabroso che si pu cos formulare: a
quali condizioni il precipitare dello scontro inter-capitalistico
determinato dal riattivizzarsi del proletariato pu evitare che quello
scontro precipiti in guerra aperta e aprire invece a unalternativa di
sistema? Oggi questo nesso lo possiamo vedere per cos dire in
negativo: la difficolt di reagire dal basso alla crisi, almeno in
Occidente, anche determinata dalla percezione sotto traccia che una
risposta potrebbe appunto incasinare tutto il quadro e di questo si ha
paura anche in basso. In altri termini, mentre si inizia ad avvertire che
non si pu pi vivere come prima, ancora si vorrebbe vivere come
prima. una contraddizione oggettiva che si tratta di mettere a fuoco
nelle diverse situazioni. Perch evidente che davanti a noi avremo
situazioni di ripresa di mobilitazioni sociali in cui si tratter di tenere
insieme la risposta alla crisi, il no alla guerra nelle diverse forme in
cui questa si dar o, come dice Bergoglio, gi si sta dando e un

47

programma sociale e politico anticapitalistico, non ideologico ma


espressione del movimento reale.
Allora la domanda diventa: su quali terreni pu darsi la riattivizzazione
proletaria per chiedere il conto della crisi, con quali dinamiche e
composizioni di tipo nuovo per condizionare il quadro geopolitico in
una determinata direzione piuttosto che in unaltra? Insomma, come
irrompe la lotta di classe dentro la geopolitica imperialista (e come pu
romperla)? Tutto un lavoro, di ricerca e politico, da fare (si potrebbe
parlare di inchiesta geopolitica). Finora abbiamo avuto solo il
laboratorio latinoamericano (ovviamente non generalizzabile) 20 e, con
esiti al momento non felicissimi, quello nordafricano; mentre dinamiche
di classe contraddittorie si sono affacciate in Ucraina21. Per non parlare,
tema ancora pi insidioso, delle rivestiture sociali che tensioni
geopolitiche e risposte nazionalistiche assumono o assumeranno nella
Russia putiniana o nella Cina attuale.
Qui accenniamo a tre nodi, con un focus orientato prevalentemente sul
nostro quadrante ma dalla portata forse pi generale.
Primo. Il percorso classico delle socialdemocrazie (o, cum grano salis,
della sinistra) sembra a tutti gli effetti concluso, senza che ci
significhi che sono finite le istanze neoriformiste dal basso le quali anzi
riemergono dislocandosi su nuovi (o vecchi) terreni, lungo linee
nazionali (e neo-nazionaliste), indipendentiste, subnazionali, territoriali,
e altro o peggio ancora (v. opposizione alleuro). O per altri versi su
terreni pi consoni a una ripresa potenzialmente anti-sistema ma che
non ci danno di per s la soluzione, come il cittadinismo degli
indignados. Abbiamo e avremo a che fare con situazioni, percorsi,
composizioni e programmi assai spuri.
Secondo. Se si acuiscono le tensioni transatlantiche, dovremo aspettarci
una ripresa decisa dellantiamericanismo trasversalmente alle diverse
20

21

Qui il riposizionamento internazionale di alcuni Stati stato il portato proprio


della diffusione delle lotte: senza di esse non avremmo avuto Chavez, ma neanche
Lula o Kirchner.
Si veda Nicola Casale e Raffaele Sciortino, Ucraina: da periferia a frontiera di
guerra, in InfoAut, 2014, disponibile all'indirizzo
http://www.infoaut.org/index.php/blog/prima-pagina/item/10941-ucraina-da%E2%80%9Cperiferia%E2%80%9D-a-frontiera-di-guerra

48

classi? In tal caso, come attraversarlo in avanti da un punto di vista


antagonistico senza regalarlo a nazionalismi o, su un altro versante, a
nostalgie gauchiste? Del resto il tema gi aperto sul terreno delle
politiche economiche anti-crisi: basta guardare al nodo della lotta
allausterity dove finora per la sinistra la risposta alla linea rigorista di
Bruxelles e Berlino dovrebbe essere quella espansiva di una Bce che
faccia come la Fed senza che sorga il minimo dubbio che dietro al
keynesismo monetario ci sia la strategia egemonica statunitense.22
Terzo. Il nodo Europa ed europeismo. Ci sono tre rischi ma spesso e
volentieri se ne vede solo uno: il rischio sovranista, anti-euro, ecc.
Contrastarlo essenziale per fare dellEuropa un terreno pi generale di
conflitto. Ma andrebbe anche detto che finora coniugare il dentro e il
contro lEuropa si rivelato assai difficile. E allora bene tener
presente altri due rischi: quello giacobino per cui chi non si presenta da
subito su un terreno a priori europeista reazionario o va lasciato
perdere; e il rischio europeismo a prescindere per cui ci si lega le mani
rispetto a un quadro contraddittorio che non garantisce che
linternazionalizzazione possibile del conflitto passi per forza di cose
per il livello europeo.
Questi e altri temi possono forse servire a riaprire il discorso sulla
soggettivit (anche quella che non ci piace) allaltezza della
situazione. Pi si scende nei gironi della crisi e pi si accorcia infatti la
distanza tra questioni di classe e dimensioni geopolitiche. Ci pu
indurre impotenza nella sinistra anti-sistemica, al momento fuori dai
grandi giochi. Ma questa impotenza non si superer se non si inizia a
mettere a fuoco il nesso tra lotte immediate, necessariamente spurie, e
spunti di "programma" che non dallesterno ma da quelle condizioni e
dinamiche sociali possono emergere. Il nodo di fondo inaggirabile con
escamotage organizzativi lambivalenza di una domanda ineludibile
di desideri e potenzialit individuali che per, anche quando si d
attraverso unazione collettiva, si ferma al di qua di una costruzione
antagonista al mercato perch ritiene sufficienti le piattaforme di
22

Si veda RK, Tutti per la crescita, intanto negli States..., in InfoAut, 2014,
disponibile allindirizzo http://www.infoaut.org/index.php/blog/globalcrisis/item/12203-tutti-per-la-crescita-intanto-negli-states

49

socializzazione offerte dal capitalismo che si tratterebbe solo di


depurare e democratizzare. Potente affermazione di autonomia senza
classe, dellesserci e decidere contro le mediazioni sociali e politiche, al
contempo incapace di affrontare il problema del potere costituito. un
dato tuttaltro che ideologico, rimanda a quelle trasformazioni strutturali
del capitalismo degli ultimi decenni che hanno paradossalmente
coniugato astrattizzazione del lavoro e autoattivizzazione dei soggetti
nella forma di una meritocrazia dellintelligenza e delle capacit come
capitale umano, facendo cos apparire la crescente espropriazione come
appropriazione potenziale. Ambivalenze della democrazia come terreno
comune alla rivoluzione e alla conservazione allincrocio tra
lestensione incredibile della condizione proletaria sussumibile alla
finanza e le istanze di riappropriazione della propria vita

50

La dimensione costituente della crisi.


Governance, diritto e istituzioni nel sublime
delleccezione.
di Massimiliano Guareschi
Un tempo si era soliti urlare al golpe. A fronte di forzature istituzionali,
formali o materiali, vere o presunte, la categoria chiamata
immediatamente in causa era quella del colpo di stato. In anni pi
recenti, invece, in riferimento ad analoghe dinamiche si tende a
invocare, come quadro interpretativo, lo stato di eccezione. La
differenza non solo nominale. In fondo, evocare la prospettiva del
golpe, della svolta autoritaria, significava pur sempre assumere come
riferimento, seppure in termini negativi, un orizzonte costituente.
Diversamente, se il frame assunto si incentra su una categoria
derogatoria quale lo stato di eccezione, implicitamente si tende a dare
per scontata la continuit dellordinamento giuridico e dellordine
economico, postulandone la temporanea sospensione23.
Una nota formula di Carl Schmitt, assurta da qualche decennio al rango
di una sorta di proverbio politico-costituzionale, fa dello stato di
eccezione la scena nella quale, tramite la decisione, si svela o afferma la
sovranit. Tuttavia, se in circostanze eccezionali a imporsi la
necessit, come parlare di una possibile decisione? A imporsi, in quei
frangenti, non tanto una fantomatica sospensione dellordinamento
che apre la strada a una libera decisione sovrana quanto un superamento
della consueta dialettica politica, del gioco degli schieramenti e delle
opzioni, a favore dellunanime percezione, elaborata essenzialmente a
livello emotivo ed emozionale, del fatto che di fronte alla minaccia non
esistono alternative se non ladozione di misure che si impongono come
necessit.
Per definire tale modalit di azione, Franois Saint-Bonnet ha proposto
una chiave di lettura non decisionista, ma estetica, chiamando in causa
23

Massimiliano Guareschi e Federico Rahola. Chi decide? Critica della ragione


eccezionalista, ombre corte, Verona 2011.

51

soprattutto la dottrina del sublime di Edmund Burke 24. Di fronte


allemergenza, infatti, si produrrebbe una situazione di sconcerto, di
paralisi, di blocco della dimensione deliberativa a favore di un idem
sentire riguardante la comune percezione di una minaccia. In tale
condizione, in cui a prevalere sono la dimensione sensibile ed emotiva,
ad affermarsi non tanto una decisione, scaturita da meccanismi
deliberativi o dal vaglio delle possibili alternative, quanto lapprensione
condivisa di una necessit che si impone come autoevidente. Per questo
Saint-Bonnet propone una lettura degli atti che discendono dalla
percezione dello stato di necessit in termini di estetica, intesa nei
termini burkeani di dottrina della sensibilit o, volendo essere kantiani,
di giudizio riflettente di tipo estetico, legato alla sfera del sentimento, e
non del giudizio determinante della ragion pura.
Negli ultimi anni, consumato lallarme terrorismo, stato soprattutto lo
spettro della crisi a costituire il sublime in grado di fare scattare la ratio
necessitatis. Una concezione eccezionalista della crisi, nei termini di
una turbativa temporanea di un regime di crescita e sviluppo
tendenzialmente immutabile, permette di accreditare una lettura del
presente che tiene insieme linflazione degli eventi con lo sciopero dei
processi. Levocazione dello stato di eccezione, enfatizzando la portata
di presunte pratiche sospensive e derogatorie, finisce per dare per
scontata la continuit del potere costituito, delle sue strutture e dei suoi
quadri di esercizio. Sciopero dei processi, appunto. Ma si tratta di un
effetto prospettico: linsistenza sulla sospensione di un determinato
ordine finisce per occultare il fatto che in realt quello stesso ordine ha
subito profonde modifiche. E cos, dopo averle poste allinsegna di uno
stato di eccezione globale, si evade la questione riguardante gli effetti
costituenti delle guerre sviluppatesi dopo la fine del bipolarismo,
limitandosi a valutarle in termini negativi, ossia in riferimento alla
loro incapacit di realizzare gli obiettivi tradizionali delle guerre
clausewitziane. Ma anzich limitarsi a registrare i fallimenti nei
processi di state-building o di costruzione di equilibri regionali stabili,
sarebbe forse opportuno chiedersi quale nuova spazialit politica genera
la guerra senza fine, in cui si ibridano intervento militare e di polizia
24

Franois Saint-Bonnet, Ltat dexception, Puf, Paris 2001.

52

e saltano le distinzioni fra interno ed esterno, militare e civile, pubblico


e privato25.
Allo stesso modo pu essere posta la questione rispetto alla crisi,
domandandosi di che cosa essa costituente o, pi correttamente, di che
cosa sono costituenti le politiche di uscita dalla crisi. Con una
precisazione. Non si deve dimenticare, infatti, come lattuale
congiuntura si caratterizzi per il convergere di pi serie critiche: in
primo luogo, la crisi economica ma anche quella dellordine
internazionale, a partire dal fallimento del tentativo degli Stati uniti di
consolidare il momento unipolare, per non dire della crisi di
legittimit delle lite democratiche nazionali e delle organizzazioni
internazionali.26 Ci produce un contesto decisamente problematico,
non privo di precedenti storici, ma che sembra distinguersi per una
strana particolarit. A fronte della recessione/stagnazione economica,
della polarizzazione sociale, dellincapacit delle istituzioni di
governare i processi si manifesta lafasia della teoria e una sorta di
estasi della politica. La crisi, da questo punto di vista, non suscita
opposti schieramenti, che sul terreno del dibattito culturale o dellazione
politica, ambiscano a prefigurare o ad agire possibili soluzioni, magari
radicalmente antitetiche e conflittuali. E cos, mentre si rinnovano gli
atti di fede in ricette che hanno ripetutamente dimostrato il loro
fallimento, ci si appella a generiche riforme o alluniversalismo della
buona volont.
La crisi come norma o come eccezione
Ma la crisi norma o eccezione. Il dibattito, dal punto di vista della
teoria economica, pi che secolare. Da una parte, sul versante
eccezionalista, abbiamo tutti coloro che si muovono sulla scia dei
monetaristi, di prima (Friedman) e seconda generazione (Lucas e la
Nuova macroeconomia classica), per i quali i meccanismi di mercato, se
lasciati liberamente operare, sarebbero in grado di garantire lequilibrio
macroeconomico, tanto che la crisi pu essere imputata solo
25

26

Alessandro Dal Lago, Polizia globale. Guerra e conflitti dopo l11 settembre,
ombre corte, Verona 2003; Id., Le nostre guerre, manifestolibri, Roma 2010.
Andrea Colombo, Tempi decisivi. Natura e retorica delle crisi internazionali,
Feltrinelli, Milano 2014.

53

allintervento di fattori esogeni, i cosiddetti shock (di produttivit o


politica monetaria) e lattivismo statale (la sorpresa inflazionistica in
un mondo di aspettative razionali).27 Peraltro, la piena flessibilit dei
mercati fornirebbe il necessario sfondo a un processo di crescita, in
linea di principio infinito, la cui stabilit macroeconomica sarebbe
assicurata da una banca centrale indipendente, orientata a mantenere
una bassa inflazione e un governo che fa un uso limitato della politica
fiscale (per evitare di spiazzare gli investimenti privati). Non di molto
si discostano da questa impostazione pre-keynesiana gli artefici della
sintesi neoclassica e i nuovi keynesiani, ovvero coloro che,
accettando lipotesi di aspettative razionali, attribuiscono alle cosiddette
imperfezioni (rigidit di prezzi e salari, informazione asimmetrica nei
mercati finanziari) il mancato raggiungimento automatico
dellequilibrio. Sul versante opposto, formato da coloro per cui la crisi
norma immanente ai meccanismi delleconomia capitalistica, troviamo
autori che si muovono lungo prospettive teoriche e politiche assai
diverse: Karl Marx e lassortita tradizione che a lui si richiama, 28 John
Maynard Keynes e, sulla sua scia, Hyman Minsky, senza dimenticare
Joseph Schumpeter29.
Inutile negarlo, da parte nostra tendiamo a propendere decisamente per
lipotesi non eccezionalista. Detto ci, la questione se, dal punto di vista
della teoria economica, la crisi rappresenti una norma o uneccezione
rientra senza dubbio nei nostri interessi ma, purtroppo, non nelle nostre
competenze. Di conseguenza, concentreremo lattenzione non sulla crisi
in s ma sui suoi esiti e sul suo impatto costituente. Da questo punto di
vista, a una concezione eccezionalista, della crisi come strappo di una
27

28

29

Robert Lucas, Studi sulla teoria del ciclo economico, Giuffr, Milano 1986; Id.,
Lectures on Economic Growth, Harvard University Press, Cambridge 2002.
Karl Marx, Storia delle dottrine economiche, 3, Einaudi, Torino 1972, pp. 551568. Cfr A. Giddens, Capitalismo e teoria sociale, il Saggiatore, Milano 2002, pp.
102-106; Sergio Bologna, Moneta e crisi. Marx corrispondente della New York
Daily Tribune. 1856-1857, in Id., Banche e crisi. Dal petrolio al container,
Derive&approdi, Roma 2013, pp. 17-91.
Si veda, per esempio, , pp. 17-94; Hyman Minsky, Keynes e linstabilit del
capitalismo, Bollati-Boringhieri, Torino 2009; Adelino Zanini, Filosofia
economica. Fondamenti economici e categorie politiche, Bollati-Boringhieri,
Torino 2005.

54

trama lineare destinata a ricomporsi passata la tempesta, pensiamo si


debba opporre una prospettiva che in essa vede una sorta di motore di
irreversibilit, una singolarit che apre a un campo guerreggiato in cui
si definiscono nuovi equilibri ed emergono nuovi attori istituzionali. Se
si volesse indulgere al grande affresco, se non addirittura alla filosofia
della storia, si potrebbe affermare che lattuale crisi costituisce
loccasione per chiudere definitivamente i conti con la grande crisi
precedente, la crisi par excellence, quella del 29, o meglio con il suo
campo di irreversibilit che, congiuntamente alleconomia di guerra e al
contesto del mondo bipolare, ha profondamente contribuito a modellare
il mondo in cui abbiamo vissuto. Lo sviluppo del welfare, i diritti
sociali, le politiche espansive incentrate sui salari alti, il deficit
spending, la costituzionalizzazione delle rappresentanze del lavoro, i
controlli sulla circolazione dei capitali e i vincoli posti alle attivit
bancarie e di intermediazione finanziaria costituiscono alcuni degli
ingranaggi pi significativi del combinato disposto che si soliti
compendiare nella formula fordismo,
compromesso socialdemocratico, big society, welfare state, tat providence, embedded
liberalism.
Anche sul piano teorico, si potrebbe notare come sia a partire della crisi
del 29, con la rivoluzione keynesiana, che si afferma il paradigma
macroeconomico, in base allassunto secondo cui a partire da una
determinata scala, quella del sistema economico, prevalessero
meccanismi non identificabili con quelli sulla cui base agiscono i
singoli operatori. con tutto ci che le politiche anticrisi del nostro
tempo, a partire dal sublime indotto dalla minaccia dellinsolvenza, del
credit crunch, dello spread, sembrano volere definitivamente chiudere i
conti. Lo stesso sembra avvenire sul versante delleconomia politica. Se
il lascito del 29 rispetto a tale disciplina, che si vuole non solo
descrittiva ma anche predittiva e precettiva, pu essere visto, come si
diceva, nellelaborazione della prospettiva macroeconomica, gli ultimi
decenni segnalano una sorta di rivincita postuma della scuola austriaca,
con la scala microeconomica reintegrata a parametro unico del discorso
scientifico. Da qui lafasia manifestata rispetto alla crisi dalle teorie
mainstream, fatte di una qualche variante del paradigma neoclassico
55

corredata da un pi o meno esteso repertorio di equazioni o algoritmi,


che continuano a ribadire, con ostinazione degna di miglior causa,
lesigenza di applicare ricette che hanno dimostrato la loro inefficacia,
costituendo non la soluzione ma il problema, o a scambiare modelli
astratti, spesso istituzionalmente assai retro, per la realt. Chi non si
allinea a tale ortodossia, daltra parte, appare troppo spesso confinato
nella riproposizione di un Keynes mutilo, ridotto a fautore del deficit
spending in fasi di contrazione economica, che mette da parte le
dimensioni pi radicali e problematiche del cantiere keynesiano.
Lo si detto: lattuale crisi costituisce il contesto non di una rottura
improvvisa con gli orientamenti precedenti quanto loccasione per
laccelerazione, o lesplicitazione, di processi di lunga durata. Non
questa la sede per descrivere nel dettaglio i passaggi che conducono, a
livello globale, regionale o nazionale, alla disgregazione del
compromesso fordista nel segno di una massiccia redistribuzione
della ricchezza dal lavoro ai profitti e, soprattutto, alla rendita, di un
peso crescente della valorizzazione finanziaria e di una presenza sempre
pi invasiva di interessi privati in ambiti in precedenza riservati al
pubblico. In proposito, la letteratura non manca di certo 30. Per
descrivere tale transizione, si soliti ricorrere alletichetta di neoliberismo, una definizione comoda, in quanto permette di compendiare
in una formula efficace il segno di una pluralit di processi, ma che
rischia di risultare sostanzialmente fuorviante. Parlare di neo-liberismo,
infatti, significa accreditare lidea, almeno a livello implicito, di un
ritorno al passato, della consegna di una pluralit di ambiti, su cui si era
estesa la mano regolatrice dello stato, alla razionalit naturale delle
relazioni di libero mercato in cui si confrontano soggetti imprenditoriali
orientati al profitto che concorrono cercando di realizzare la
combinazione pi efficiente dei fattori produttivi. In realt, adottare un
simile punto di vista significa aderire, limitandosi ad attribuirle segno
negativo, al discorso legittimante, trasformatosi in doxa comunemente
accettata, fatto proprio dalle lite economiche che in questi ultimi
30

David Harvey, Breve storia del neoliberismo, il Saggiatore, Milano 2005; HaJoo Chang, Cattivi samaritani. Il mito del libero mercato e leconomia mondiale,
Universit Bocconi editore, Milano 2008.

56

decenni sono state particolarmente inclini ad autorappresentarsi come


soggetti in grado di affermarsi sul libero mercato erodendo le rendite di
posizione e le inefficienze legate allo statalismo e al
corporativismo.
In proposito, non ci si pu limitare a un rituale appello, sulla scia di
Karl Polanyi, al carattere artificiale del libero mercato, al suo
emergere dai mercati socialmente embedded come specifico dispositivo
istituzionale31. Affermare che il mercato non un dato naturale
evidenziando i processi politici che presiedono alla costituzione delle
condizioni di possibilit del suo funzionamento non basta se il passo
successivo quello di accreditare lo schema di un perpetuo trade off fra
stato e mercato, di una sorta di gioco a somma zero in cui, negli ultimi
decenni ad ampliarsi sarebbe stato il raggio dazione dei mercati con
contestuale ritiro dello stato allinterno di confini pi angusti. Un
simile quadro, infatti, risulterebbe fuorviante da pi punti di vista. In
primo luogo, si potrebbe richiamare, ancora una volta, limpossibilit di
fare della scala statale larena monopolistica, in ultima istanza,
dellagire politico e normativo, una forzatura che se ha a lungo avuto
una sua plausibilit, oggi appare decisamente spiazzata dalle
dinamiche multiscalari che bypassano la spazialit nazionaleinternazionale e dallemergere di ordinamenti parziali di carattere
globale. E le cose, in fondo, non cambiano se si ripropone lo stesso
schema a un livello pi alto, individuando in un futuribile stato
mondiale e cosmopolita, in perpetua gestazione, listanza di
ricomposizione sotto traccia delle spinte centrifughe del presente 32. In
fondo, lidea di un mercato globale il cui autonomo funzionamento
potrebbe essere imbrigliato solo dallemergere di uno stato egualmente
globale risulta oggi comunemente accettata, a livello esplicito o
implicito, magari senza trarne fino in fondo le conseguenze formulando
lipotesi del superstato e limitandosi ad invocare generici accordi
internazionali o vaghi scenari di una democrazia cosmopolita. Ma di
31

Karl Polanyi, La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche


della nostra epoca, Einaudi, Torino 1974.
32
Martin Shaw, La rivoluzione incompiuta. Democrazia e stato nellet della
globalit, Universit Bocconi editore, Milano 2004; Ulrich Beck, Potere e
contropotere nellet globale, Laterza, Roma-Bari 2010.

57

quello stato globale consegnato a una dimensione eternamente


incoativa, si continua a non vedere concrete realizzazioni, posto che lo
si ritenga auspicabile.
Inoltre, non appare affatto scontato che lantidoto ai problemi del
presente possa essere trovato nellupgrading a scala globale di una
soluzione, quella dello stato, rivelatasi costituzionalmente efficace
allinterno di una precedente fase33. Si tratta di temi sui quali avremo
modo di tornare. In questo passaggio, diversamente, ci interessa invece
sottolineare come a congiurare contro il ricorso automatico di una
lettura dellattualit in termini di trade off tra stato e mercato non siano
solo gli imbarazzi che inevitabilmente derivano dal chiamare in causa il
termine stato. Egualmente problematico ci pare quello di mercato.
Recentemente, per esempio, si parlato di comunismo del capitale,
non per una semplice provocazione lessicale ma per rendere conto della
situazione venutasi a creare, nello scenario della crisi, con i salvataggi
di banche, assicurazione, fondi di investimento, hedge found e altri
soviet finanziari, ossia con la socializzazione del capitale finanziario
operata attraverso i soldi dei contribuenti e la creazione di liquidit da
parte delle autorit monetarie34. Nouriel Roubini e Stephen Mihm, per
esempio, sottolineano come lo scatenamento della tempesta finanziaria
abbia fatto da levatrice a un mutamento fondamentale del ruolo delle
banche centrali:
Nelle crisi precedenti le autorit monetarie si erano limitate ad agire da
prestatori di ultima istanza: questa volta, in una serie di passi successivi,
le banche centrali di tutto il mondo hanno adottato un nuovo ruolo:
quello di investitori di ultima istanza. Il processo iniziato con la
creazione di strumenti di liquidit che permettevano alle banche e ad
altri istituti finanziari di scambiare titoli tossici con titoli di stato
ultrasicuri, creando di fatto un mercato artificiale per gli attivi
indesiderati. Al contempo, le banche centrali hanno preso ad accettare
come garanzie collaterali dei prestiti una vasta gamma di attivi, dalle
33

Gunther Teubner, Nuovi conflitti costituzionali. Norme fondamentali dei regimi


transnazionali, Bruno Mondadori, Milano 2012, cit., pp. 3-22.
34
Christian Marazzi, Il comunismo del capitale. Finanziarizzazione, biopolitiche
del lavoro e crisi globale, ombre corte, Verona 2010, p. 17.

58

obbligazioni societarie ai prestiti immobiliari commerciali alla carta


commerciale35.
Le cifre riguardanti gli interventi della Fed, per esempio, sono
decisamente ragguardevoli, e invitano a relativizzare ogni vulgata circa
lo stato minimo e lautonomia dei marcati:
Nel 2007 la Federal Reserve aveva un attivo di circa 900 miliardi di
dollari, costituito quasi interamente dai suoi ferri del mestiere: il debito
pubblico degli Stati uniti. Nellestate del 2009 lo stato patrimoniale
della Fed era lievitato a circa 2300-2400 miliardi di dollari, la maggior
parte dei quali costituiti da attivi accumulati durante la crisi. Alcune di
questi, come il debito di Fannie Mae o Freddy Mac, erano relativamente
sicuri, altri, in particolare quelli derivanti da mutui ipotecari, saldi
passivi su carte di credito e prestiti auto, lo erano meno36.
E in caso di perdite, lonere ricadr inevitabilmente sui contribuenti
americani. Di conseguenza, lassunzione da parte della Fed di Ben
Bernanke di un profilo non solo di prestatore ma anche di investitore di
ultima istanza finisce con lattribuire alla banca centrale, di fatto, poteri
in materia di politiche fiscali. Un quadro di questo tipo potrebbe fare
pensare, contro le retoriche prevalenti, a un ritorno allinterventismo
statale nella sfera economica. In realt, una lettura di questo tipo, basata
sul modello del trade-off stato-mercato, potrebbe risultare fuorviante.
Non a caso, infatti, a farsi promotrici degli interventi a cui abbiamo
fatto riferimento troviamo le banche centrali, soggetti ibridi fra pubblico
e privato, in cui Saskia Sassen vede un esempio paradigmatico di
istituzioni nazionali deincapsulate e proiettate in una scalarit
transnazionale: Le banche centrali sono istituzioni nazionali che
trattano questioni nazionali, eppure nellultima decade sono diventate
sede istituzionale, allinterno dello stato nazionale, di politiche
monetarie necessarie allincremento dello sviluppo di un mercato
35

Nouriel Roubini e Stephen Mihm, La crisi non finita, Feltrinelli, Milano


2010, pp. 185-186.
36
Ivi, p. 186.

59

globale del capitale, anzi pi in generale, di un sistema economico


globale37. Si tratta di una definizione condivisibile, a patto di
denaturalizzare il concetto di mercato/mercati, di non intenderli come
punto astratto di incontro fra domanda e offerta o come semplici luoghi
di scambio, pur altamente istituzionalizzati, di beni e servizi fra attori
posti in posizione di simmetria. Da questo punto di vista, si potrebbe
affermare che i mercati odierni non sono meno embedded e
politicamente messi in forma dei precedenti anche se del tutto
diversa, la tipologia e la spazialit degli attori politici, la natura delle
fonti normative, le modalit di governo, i rapporti di forza fra pubblico
e privato. In sintesi, se per una significativa sequenza storica il
contenitore di potere confinato chiamato stato, per citare Anthony
Giddens, ha svolto una funzione decisiva nel regolare le dinamiche
economiche, oggi tali funzioni sono disseminati presso unampia platea
di attori a cui competono scelte in grado di orientare i processi di
valorizzazione e la ripartizione delle ricchezze.
Se la scala degli interventi di sostegno a banche e ad altri attori
finanziari operati dalle banche centrali in questi anni decisamente
impressionate, non si pu dire che la logica che li ha ispirati potesse
apparire inedita. In fondo, la tendenza alla socializzazione delle perdite
e alla privatizzazione dei profitti costituisce da anni la chiave di volta di
quelle partnership pubblico-privato alle quali, alle pi diverse latitudini,
si sono abbondantemente abbeverati soggetti imprenditoriali di vario
tipo. Molto spesso, la competizione su quelli che eufemisticamente
vengono definiti mercati in realt si presenta nei termini del conflitto
per lottenimento di posizioni di monopolio o monopsonio, laccesso a
finanziamenti e privilegi fiscali e ambientali, laccaparramento di
posizioni di rendita a spese del contribuente. In proposito, basti
pensare alla questione di tutto ci che viene posto sotto legida della
grandeur, alla triade capitolina dei gradi eventi, delle grandi opere e
delle gradi catastrofi che in questi anni hanno costituito non solo un
grande laboratorio di pratiche di governo delle popolazioni e del lavoro
ma anche straordinarie occasioni di valorizzazione a favore di platee
37

Saskia Sassen, Territorio, autorit, diritti. Assemblaggi dal Medioevo allet


globale, Bruno Mondadori, Milano 2008, p. 301.

60

selezionate di attori imprenditoriali. In sintesi, in genere dietro a quello


che viene definito neoliberismo si ha limpressione di vedere allopera
non tanto lo scatenamento dellimprenditore schumpeteriano o il
funzionamento di anonimi meccanismi di mercato quanto una realt che
sembra riportarci pi alla descrizione marxista dellaccumulazione
originaria o alla sinistra epopea dei robber barons38. Non a caso, in tale
orizzonte, il tema della corruzione acquisisce una centralit politica non
riducibile a mero moralismo in quanto correlata a una dimensione
sistemica e non degenerativa o episodica39.
Lo stato consolidato fra la costituency dei mercati e nuove fonti di
diritto
Riguardo agli effetti costituenti della crisi, pu risultare utile
raccogliere alcuni spunti forniti, al di l della scarsa condivisibilit delle
nostalgie sovraniste che li punteggiano, dalle analisi recentemente
proposte da Wolfgang Streeck a proposito di quello che definisce come
stato consolidato, la cui funzione non sarebbe per nulla assimilabile
allo stato minimo caro ai liberisti della penna ma, diversamente, si
presenta come un dispositivo sovranazionale volto a garantire il rispetto
di alcuni contratti a scapito di altri, di determinati debiti a scapito di
altri, della constituency dei creditori disseminata a livello globale a
scapito di quella dei cittadini40. A parere del sociologo tedesco, gli
ultimi decenni sarebbero concettualizzabili nei termini di un costante
tentativo di prendere tempo da parte della politica statuale nei confronti
di un capitale deciso a sottrarsi agli oneri sociali e alle limitazioni
dellembedded liberalism del dopoguerra. Nel pieno degli anni Settanta,
il ricorso allinflazione avrebbe inaugurato tale pratica pratica dilatoria,
38

Sullaccumulazione originaria: Karl Marx, Il capitale, I, Editori riuniti, Roma


1973, pp. 770-781. Per lanalogia fra alcune dinamiche del presente e gli scenari
degli Stati uniti di fine Ottocento: Bruno Cartosio, La grande frattura.
Concentrazione della ricchezza e diseguaglianze negli Stati uniti, ombre corte,
Verona 2013.
39
Per un approccio storico-sociologico al tema della corruzione, si veda in
particolare Pierre Bourdieu, Sullo Stato, II, Feltrinelli, Milano in corso di stampa.
40
Wolfgang Streeck, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo
democratico, Feltrinelli, Milano 2013.

61

permettendo di coniugare garanzie sociali ed espansione dei consumi


con una crescita economica rallentata attraverso lillusione del fiat
money. La stagflazione, segnalerebbe la secessione del capitale, tramite
uno sciopero degli investimenti, rispetto a tale politica. La risposta
sarebbe stata, dopo il passaggio per le forche caudine della
stabilizzazione monetaria, la transizione allo stato debitore, in cui il
debito pubblico avrebbe sostituito linflazione nella funzione di
anticipazione. Con lo stato debitore, nota Streeck, le lite politiche
finiscono per assumere come referente due differenti constituencies,
ossia due popoli, uno a base nazionale, formato dai cittadini, e laltro,
disseminato a livello globale, formato dagli investitori, reali e
potenziali, di cui diviene sempre pi importante garantirsi il consenso,
specie quando iniziano a diffondersi perplessit circa la solvibilit di
alcuni stati. Prendere tempo diviene sempre pi difficile e costoso. E
cos si avr il passaggio alla successiva forma, lo stato consolidato, la
cui funzione prioritaria consiste nel garantire gli interessi di un popolo a
scapito dellaltro, degli investitori a scapito dei cittadini (anche se non
mancano intersezioni e sovrapposizioni fra le due constituencies). Come
sottolinea il sociologo tedesco, i migliori risultati in tale direzione si
ottengono tramite istituti come il pareggio di bilancio [...] in
costituzione che limitano la sovranit degli elettori e dei governi futuri
circa la gestione delle finanze pubbliche o con linsediamento di
governi di grande coalizione in grado di porre al riparo le decisioni
assunte da eventuali ripensamenti da parte dei futuri esecutivi 41. Il
problema quello di garantire che nel presente e nel futuro eventuali
sacrifici ricadano sulle popolazioni e non sugli investitori.
In tale prospettiva, lUnione europea pu essere considerata una sorta
di schema ideale di stato consolidato, di principio generatore di una
costituzionalizzazione in quel senso dei singoli stati europei. Per
Streeck, infatti, lUe costituirebbe la concreta realizzazione del modello
liberista proposto da Friederich von Hayek in un articolo del 1939 dal
titolo The Economic Condition of Interstate Federalism, in cui listanza
federale sottrae ai singoli stati una serie di competenze regolatorie in
materia economica e sociale ma non per farsene carico direttamente
41

Ivi, p. 108.

62

quanto per consegnarle ai decreti neutrali del mercato42. O, piuttosto,


si potrebbe precisare, a istanze o dispositivi di efficacia di tipo privato o
semi-privato. In sintesi, lo stato consolidato europeo sarebbe una
struttura non nazionale ma internazionale, un regime sovranazionale
destinato a regolare il funzionamento degli stati, una governance e
non un government in cui la democrazia interamente addomesticata
dai mercati43.
Gi si detto della crescente importanza delle istituzioni statali
deincapsulate, come le banche nazionali, operanti allinterno di reti
transnazionali che accorpano spezzoni di stato, istituzioni
semipubbliche, organizzazioni internazionali e attori privati generando
dispositivi di efficacia questa la categoria che in alcuni casi dotati
di un elevato livello di stabilizzazione e in altri maggiormente
dipendenti da iniziative ad hoc. Loperativit di tali strutture evidente
non solo nella sfera economica ma anche nellambito pi strettamente
associato alla sovranit, quello della spada, relativo alle politiche di
sicurezza e militari. In proposito, basti pensare alle guerre di questi
ultimi decenni, nelle quali le alleanze ad hoc raccolte intorno al polo
egemonico statunitense devono essere considerate non solo nella
tradizionale accezione strategico-diplomatico dellalleanza fra stati ma
anche e soprattutto nel significato che al termine attribuisce Bruno
Latour come concatenamento, a geometria variabile, di attanti
eterogenei che vanno dagli eserciti nazionali ai contractor privati, dalle
agenzie transnazionali alle organizzazioni combattenti locali, da
dispositivi internazionali quali la Nato a singoli pezzi di stato mobilitati
a prescindere dalle posizioni ufficiali dei governi a cui fanno capo.
Considerando il piano giuridico, invece, si assiste allemergere di una
serie di ordinamenti parziali settoriali a carattere globale derivanti non
da accordi internazionali ma dallintensificarsi del ricorso allarbitrato
come modalit di risoluzione delle controversie fra attori privati
transnazionali, della mutuazione delle forme contrattuali e dalle attivit
42

43

Friedrich August von Hayek, The Economic Condition of Interstate Federalism, in


Id., Individualism and Economic Order, University of Chicago Press, Chicago
1948, pp. 255-272.
Wolfgang Streeck, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo
democratico, cit., p. 138.

63

regolatorie di settore44. Nel vuoto giuridico dello spazio dei flussi


transnazionale, attori privati si riservano lo ius prima ius, ossia il diritto
di essere i primi a legiferare45. Accanto accanto a una lex mercatoria
abbiamo cos una lex digitalis, una lex constructionis e via dicendo. Ci
troveremmo cos di fronte a un vero e proprio diritto privato
internazionale non statale, le cui caratteristiche sono ben evidenziate
da Horatia Muir Watt, ma anche, si potrebbe aggiungere, al processo di
sedimentazione di una sorta di diritto amministrativo internazionale
non statale, se si tiene conto dellimpatto sulloperativit di strutture
burocratiche di vario tipo, statali e non, dei protocolli tecnici, dalle
expertise, delle best practices, dei benchmarks, dei sistemi di audit ecc.
Come hanno rilevato alcune ricerche, a livello dei cosiddetti paesi
sviluppati, le modalit di azione e organizzazione della quasi totalit del
settore pubblico (dallistruzione alla sanit, dalla pubblica
amministrazione al comparto sicurezza) dipendono in maniera
crescente, oltre che dalle nome statali e dalle direttive ministeriali, dagli
strumenti gestionali e dai modelli della valutazione comparativa
elaborati in ambito aziendale46. Michel Foucault, in Nascita della
biopolitica, sottolineava come il passaggio dal liberalismo al neoliberalismo sia caratterizzato dalla sostituzione del riferimento
privilegiato al mercato con quello alla concorrenza. Ed effettivamente,
se il termine neo-liberale ha un senso, ce lha senzaltro quando lo si
applica ai processi di riorganizzazione che hanno investito in questi
decenni il pubblico, in cui lidea di promuovere lefficienza a scapito di
altri obiettivi pubblici, formulati in termini di giustizia, equit o
autorit della legge, stato perseguito attraverso lequiparazione dello
stato a un fornitore di servizi e del cittadino a un cliente. Ci ha
comportato la crescente adozione di indici di valutazione della
produttivit in grado di svolgere la funzione quantitativa che
44

45
46

Horatia Muir Watt, Economie de la justice et arbitrage international (rflexions


sur la governance priv dans la globalisation), in Revue de larbitrage, 2, 8;
Ead., Private International Law Beyond the Schism, in Transnational Legal
Theory, 2, 3, 2011, pp. 347-428.
Ulrich Beck, Potere e contropotere nellet globale, cit., p. 185.
Isabelle Bruno e Emmanuel Didier, Benchmarking. Ltat sous pression
statistique, La Dcouverte, Paris 2013.

64

nellimpresa privata riservata al fatturato e ai margini di profitto. Si


tratta di quella che viene definita governance, che dovrebbe presiedere
alla ristrutturazione del funzionamento di scuole e tribunali, ospedali e
uffici del catasto. Ormai da anni quelle che con un gergo ancora
partecipe dellorganicismo statale erano denominate Usl, Unit sanitarie
locali, si sono trasformate in Asl, aziende sanitarie locali, in
concorrenza fra loro e con il privato per accedere accaparrarsi clienti e
accedere ai finanziamenti pubblici. Nel caso delle agenzie deputate alla
sicurezza, poi, stato evidenziato come la circolazione di documenti
informali, expertise e protocolli tecnici svolga un ruolo crescente,
presso le polizie di molti paesi dellUnione europea e del G8, nella
definizione dei profili di rischio, delle priorit e delle modalit di
azione47.
Lemergere di nuove fonti del diritto, di carattere prevalentemente
privato e transnazionale, formale e informale, pu prestarsi a una lettura
che preconizza il riproporsi di un assetto unitario, immaginando una
progressiva convergenza verso un diritto globale transnazionale nuovi
ordinamenti unitari. Diversamente, secondo linteressante riflessione di
Gunther Teubner, i processi in atto condurrebbero non a un esito di
quel tipo quanto a una trasformazione dei criteri di differenziazione del
diritto, con lemergere in primo piano di una dimensione settoriale,
trasversale rispetto alle distinzioni fra pubblico e privato, nazionale e
internazionale, in cui il raggio della giurisdizione si definisce non
secondo confini territoriali ma sulla base di temi specifici48.
Il riferimento teorico fondamentale di Teubner rappresentato dalla
sociologia di Niklas Luhmann. da essa che viene mutuata una
concettuologia incentrata sullinterazione sistema-ambiente, il carattere
costituente degli effetti di comunicazione e una topologia che non
assegna al sistema politico un primato gerarchico di diritto rispetto
agli altri sistemi49. In tale prospettiva, lautonomizzione dei sistemi e dei
47

48
49

Amandine Scherrer, G8 Against Transnational Organized Crime, Ashgate,


Farnham Burlington 2009.
Gunther Teubner, Nuovi conflitti costituzionali, cit., pp. 3-22.
Niklas Luhmann, Sociologia del diritto, Laterza, Bari-Roma 1977; Id., Sistemi
sociali. Fondamenti di una teoria generale, il Mulino, Bologna 2001; Id., Potere e
complessit sociale, il Saggiatore, Milano 2011; Niklas Luhmann, Il diritto della

65

sottosistemi sarebbe un portato della modernit, le cui tendenze


espansive sono state a lungo frenate dallo stato nella sua forma liberale
e welfaristica, Con la globalizzazione, tuttavia, si assisterebbe allo
sviluppo di una spazialit, transnazionale, che permette ai sistemi di
collegarsi ricorsivamente in assenza di unautorit limitatrice che ne
argini le tendenze centrifughe e ne regoli i conflitti. Ci
determinerebbe unespansione autoreferenziale di alcuni sistemi, in
primis quello finanziario, che sfocia inevitabilmente in esiti sia
autodistruttivi (la crisi) sia destabilizzanti rispetto allambiente (termine
tecnico della sociologia luhmaniana per indicare il complesso degli altri
sistemi con cui un determinato sistema entra in contatto attraverso input
e output).
A parere di Teubner, i sistemi parziali hanno proceduto a una possente
autopoiesi su scala globale. Il problema che si pone, a questo punto,
quello di una loro costituzionalizzazione, ossia di unautolimitazione
riflessiva, analoga a quella avvenuta allinterno dei sistemi politici
moderni. Con una significativa differenza. Per il giurista tedesco, infatti,
solo la politica costruisce la sua costituzione sul modello di
unorganizzazione di potere e di consenso finalizzata alla produzione di
decisioni collettivamente vincolanti, mentre gli altri sistemi sociali
devono organizzare le proprie costituzioni e i propri limiti basandosi sui
rispettivi media comunicativi, per esempio leconomia sulle operazioni
di pagamento, le scienze sulle conoscenze, i mass media
sullinformazione50. Un intervento normativo esterno portato avanti
dalle istituzioni politiche, di conseguenza, non viene giudicato in grado
di operare efficacemente. E ci sia nella dimensione dello stato
nazionale, che oltre a limiti di scalarit rispetto allo spazio
transnazionale manifesterebbe anche un deficit di comprensione nei
confronti dei media da limitare: problema, questultimo, contro cui si
scontrerebbe anche la volont legiferante di un fantomatico stato
cosmopolita. Al di l della subalternit dei decisori politici agli interessi
del grande capitale, la difficolt da parte della politica di intervenire
efficacemente, in tempo reale, nei confronti delle innovazioni continue
50

societ, Giappichelli, Torino 2012.


Gunther Teubner, Nuovi conflitti costituzionali, cit., p. 89.

66

e ad elevatissimo grado di formalizzazione matematica e modellistica


proposte dai mercati finanziari costituisce un esempio eloquente di tale
impasse, evidenziatasi in dettaglio in questi anni di crisi. La capacit di
innescare processi di limitazione dei sistemi parziali, in particolare di
quelli economici e finanziari, appare quindi per Teubner legata a una
diretta politicizzazione interna ai sistemi, capace di incidere
direttamente sui media a partire dai quali si articolano attivando
inibitori endogeni.51 Fondamentale nellinnescare simili dinamiche
la capacit di irritazione da parte dellambiente e le collisioni con
altri sistemi. In sintesi: Lalternativa la seguente: smetterla di
interpretare la frammentazione come un problema da sanare,
staccandosi cos dallidea di una costituzione globale unitaria.
Lattenzione si concentrer, invece, sui fondamentali conflitti fra
frammenti. Ma allora un diritto costituzionale diffuso non pu fungere
da diritto unitario, bens solo da diritto globale delle collisioni52.
Indulgendo al gusto per la sistematizzazione, al prezzo delle necessarie
semplificazioni, gli scenari multiscalari del presente ci mostrano, alla
luce dellaccelerazione impressa dalla crisi nelle sue plurime
declinazioni, di una crescente complicazione dello schema nazionaleinternazionale in forza dellemergere di ordinamenti parziali settoriali di
carattere transnazionale che non fanno pi riferimento, in termine di
origine e spazialit, allo schema della sovranit. Si assiste cos alla
crescente importanza del diritto privato transnazionale non statale, nelle
sue varianti settoriali, e alla genesi di un analogo diritto amministrativo.
Ma, per utilizzare un linguaggio aziendale, si tratta di diritti degli
shareholders e non degli stockoholders, derivanti dalla chiusura
sistemica di alcune parti rispetto ad altre, consegnate alla dimensione
luhmaniana dellambiente. Per fare un esempio, il diritto arbitrale volto
a regolare i contrasti fra aziende si propone di elaborare gli schemi di
soluzione volte a tutelare e conciliare gli interessi delle parti in causa,
senza tenere conti di quelli di altre, per esempio i lavoratori, le
popolazioni che insistono sui luoghi di produzione, lambiente, i
consumatori ecc. E cos, le best practices, le procedure e i benchmarks
51
52

Ivi, pp. 85-86.


Ivi, p. 21.

67

che circolano nei pi svariati contesti organizzativi corrispondono a un


modello di efficienza, preferibilmente passibile di quantificazione, volto
a promuovere gli interessi e le posizioni di corpi specifici di attori
gestionali e istituzionali. Sullo sfondo, poi, si scorgono i lineamenti
della sedimentazione di una precettistica chiamata a svolgere una
funzione di ideale regolativo analoga a quella che nella prima
modernit era riservata al diritto naturale, in termini di complesso di
principi razionali o rivelati a cui la legislazione positiva o gli atti di
governo dovevano uniformarsi53. Pi nello specifico, ci riferiamo a un
complesso di precetti considerati autoevidenti, che non necessitano di
dimostrazione, ai quali attribuito lo statuto di statements oggettivi e
tecnici, politicamente neutrali, ai quali i decisori politici devono
conformarsi. Proviamo a elencarne qualcuno: Le banche non possono
fallire, Determinati debiti hanno la precedenza su altri, Linflazione
deve essere tenuta bassa, Le modalit organizzative di tipo aziendale
garantiscono lefficienza, Le banche centrali devono essere
autonome. La lista non esaustiva. Si potrebbe procedere,
individuandone altri e cogliendo le logiche che discendono dalla loro
concatenazione. Ne emergerebbe una sorta di costruzione sistematica
riguardante il diritto naturale dello stato consolidato, di quel
dispositivo sovranazionale chiamato a garantire le condizioni politiche
di agibilit di quei dispositivi di efficacia che sempre pi definiscono
lorizzonte e le geografie multiscalari del nostro tempo.

53

Leo Strauss, Diritto naturale e storia, il melangolo, Genova 1990; Quentin


Skinner, Le origini del pensiero politico moderno, il Mulino, Bologna 1989;
Richard Tuck, Natural Rights Theories. Their Origins and Developments,
Cambridge University Press, Cambridge 1979; Brian Tierney, The Idea of Natural
Rights. Studies on Natural Rights, Natural Law, and Church Law, Eerdmans,
Grand Rapids-Cambridge 1997;

68

Reverse enginering in Cina


di Gabriele Battaglia
Partiamo da una notizia recente. Qualche mese fa, il governo cinese ha
introdotto un nuovo livello nella classificazione delle citt. Dai quattro
precedenti, si passa ora a cinque livelli, con l'istituzione delle chaoda
xing chengshi (super-megacity), cio quelle che superano i dieci milioni
di abitanti (prima erano semplicemente te da chengshi, cio megacity).
Sembra solo una curiosit linguistico-amministrativa, ma in realt
l'istituzione della nuova tipologia, di cui dovrebbero fare parte sei
megalopoli, del tutto funzionale al tipo di urbanizzazione che ha in
mente la leadership cinese. Infatti, sia nelle super-megacity sia nelle
megacity (quelle sopra i cinque milioni di abitanti) saranno limitati gli
ingressi di nuovi residenti, che saranno invece facilitati nei livelli
inferiori, cio nelle citt tra i 500mila e cinque milioni di abitanti, molte
delle quali sono in fase di costruzione dal nulla.
Perch urbanizzazione?
L'urbanizzazione avviene di concorso con altre grandi riforme 54 varate
dal terzo plenum del Partito comunista nel novembre del 2013. Il fatto
che in quella sede si sia messo nero su bianco, significa che le riforme 55
erano gi in fase di sperimentazione da tempo, fin dalla leadership Hu
Jintao-Wen Jiabao, precedente a quella Xi Jiping-Li Keqiang (dal
novembre 2012). Ci nonostante, restano una matassa ingarbugliata
dove tutto collegato ma dove difficile capire da dove cominciare.
In estrema sintesi, Pechino si scontra oggi con la cosiddetta trappola
del reddito medio: l'economia e la societ sono troppo avanzate per
competere sui costi, sull'economia di scala e sui prodotti di bassa
gamma ( gi in corso la delocalizzazione produttiva dalla Cina al
Sudest Asiatico), ma non lo sono ancora abbastanza per competere al
54

55

Gabriele Battaglia, La Cina volta pagina, articolo pubblicato sul sito China Files,
18 novembre 2013 http://www.china-files.com/it/link/34071/la-cina-volta-pagina
Gabriele Battaglia, Dragonomics. Il senso profondo delle riforme, articolo
pubblicato sul sito China Files, 11 novembre 2013, http://www.chinafiles.com/it/link/33862/dragonomics-il-senso-profondo-delle-riforme

69

punto pi alto dello sviluppo capitalistico. La nuova urbanizzazione


cinese (chengzhenhua, al posto della precedente chengshihua) quindi
una grande operazione di ingegneria sociale: la popolazione deve essere
meglio redistribuita per ragioni sia economiche, sia sociali, sia di
sostenibilit ambientale. una delle principali leve prescelte per
compiere la grande transizione cinese, quella che dovrebbe trasformare
la fabbrica del mondo in economia evoluta; una societ ancora
operaio-contadina in un immenso ceto medio soddisfatto (e perci non
conflittuale).
Se vogliamo prendere categorie a noi familiari, si punta a trasformare
la massa in moltitudine, la fabbrica-officina in fabbrica-diffusa. L'idea
nasce dall'osservazione di quanto avvenuto in Occidente, dove i tassi di
urbanizzazione si aggirano oggi sull'80 per cento. Bisogna quindi
aumentare i residenti urbani dall'attuale percentuale del 53 per cento ad
almeno il 70 per cento nel giro di pochi anni, per creare pi consumi,
pi servizi avanzati, e organizzare meglio anche la filiera agroalimentare. Ma senza riprodurre citt tentacolari e ingestibili, come
quelle viste finora.
un reverse engineering politico, come gi avviene per i prodotti
tecnologici e le merci in genere (basti pensare ai treni veloci, che stanno
diventando il grimaldello della strategia diplomatico-economica di
Pechino): si prende la tecnologia occidentale o giapponese e la si adatta
alle condizioni cinesi. Secondo caratteristiche cinesi, ci sentiamo
ripetere dai tempi di Deng Xiaoping. Poi, magari, si rivende il pacchetto
ai Paesi in via di sviluppo (o a quelli gi sviluppati e ora in crisi),
perch rispetto ai modelli high-end occidentali pronto all'uso e costa
meno. Cos, mentre cambia se stessa, la Cina elabora modelli che
magari saranno rivendibili domani. Anche in politica.
Metodo scientifico
Il presidente Xi Jinping ha annunciato poche settimane fa che la Cina
ha bisogna di un nuovo tipo di think tank: li vuole pi qualitativi,
perch quelli attuali, che pure proliferano, non sono abbastanza
professionali, non hanno abbastanza influenza internazionale e capacit
comunicative.
70

Il ricorso ai think tank, curiosamente simile a quanto succede negli


Usa, rivela ancora una volta come la Cina adotti la cassetta degli
attrezzi di quella che fino a poco tempo fa era l'unica superpotenza,
quella da cui trae maggiore ispirazione, per fare la sua operazione di
reverse engineering. Il tratto tipicamente cinese, in questo caso, che i
think tank sono esplicitamente al servizio del Partito.
Questi think tank di nuovo tipo vengono quindi messi in
competizione e fidelizzati soprattutto attraverso il metodo dei
finanziamenti: chi utile, coperto di soldi; chi non lo , viene
semplicemente accantonato. Quelli indipendenti hanno anche
problemi amministrativi: sono costretti a registrarsi come compagnie
private e cos risultano for profit, costretti quindi a pagare le tasse. La
loro utilit riguarda la politica interna, dove hanno il compito di fornire
analisi/raccomandazioni sulla governance e di rafforzare la legittimit
del Partito attraverso lo studio di opinioni e tendenze presenti nella
societ.
In politica estera, produrre l'innovazione ideologica necessaria. Ad
esempio, la formulazione dello slogan Grande sogno cinese che
connota la leadership di Xi Jinping, nasce dai think tank. Devono poi
fornire visione strategica, cio la capacit di gestire le crisi. Infine
svolgono una vera e propria funzione diplomatica, attivando canali
semi-ufficiali con analoghi istituti stranieri.
Il loro terzo compito riguarda la comunicazione: sono loro che
spiegano le riforme in corso all'opinione pubblica, giustificano le
policy, diffondono informazioni. La Cina non ha think tank dalla
grande influenza e reputazione internazionale, ha sentenziato Xi. Ed
ecco che si danno da fare per vendere l'immagine della Cina all'estero,
costruiscono soft-power.
Al loro interno, il dibattito aperto. Si pu dire pressoch tutto. Ma
ecco che, se non corrispondono pi al principio di utilit e cercano di
sganciarsi dalla tutela per fare ricerca pura o esercitare una critica alle
linee guida, vengono richiamati all'ordine. L'anno scorso, il pi famoso
think tank cinese, l'Accademia delle Scienze Sociali (che al suo interno
ha diverse correnti e idee in competizione), stato accusato da alcuni
media di albergare influenze straniere, che una delle peggiori accuse
71

nell'attuale fase (basti pensare che la stessa accusa portata al


movimento di Hong Kong). Questa importanza riservata ai think tank ci
illumina su come la Cina stia provando a rinnovarsi. Su come avviene,
sul piano politico, la grande transizione. Si applica un metodo
scientifico che - a mio modesto parere - l'alternativa cinese alla
democrazia.
Dal punto alla superficie
In cosa consiste il metodo scientifico? Per evolvere, la Cina promuove
punti sperimentali (shidian) che possono anche essere eterodossi:
derive rispetto alla via maestra, che contribuiscano a definirla meglio,
plasmarla, renderla flessibile a seconda dei luoghi e delle circostanze. A
patto, naturalmente, che non siano destabilizzanti. Sono quindi
perimetrati e localizzati. Come le Zone Economiche Speciali ai tempi di
Deng Xiaoping. E come la Zona Finanziaria Speciale di Shanghai,
lanciata un anno fa.
La Cina lo pu fare, molto banalmente, perch l'ha sempre fatto. Si
chiama youdian daomian, cio procedere dal punto alla superficie ed
il metodo privilegiato, fin dall'epoca maoista, per costruire politica.
Secondo Sebastian Heilmann, l'esistenza della sofisticata metodologia
indigena del procedere dal punto alla superficie (youdian daomian) in
politica indice di una ben radicata legittimazione della
sperimentazione decentralizzata che va al di l degli sporadici
esperimenti attuati in altri contesti autoritari o nel paradigmatico partitostato dell'Unione Sovietica. L'approccio cinese implica un processo
politico che ha inizio con singoli punti sperimentali (shidian) e viene
guidato dall'iniziativa locale, con l'appoggio formale o informale di
policy makers di pi alto rango. Se giudicate utili per le priorit del
momento da parte dei leader di Partito e di governo, alcune esperienze
modello (dianxing jingyan), estratte dagli esperimenti iniziali, sono
quindi promosse con ampia copertura mediatica, conferenze di alto
livello, programmi di scambio e appelli all'emulazione che sono diffusi
nelle altre regioni. Questo processo espansivo richiede graduali
rifiniture politiche e genera una costante ricerca di soluzioni politiche
generalizzabili. importante notare che il modello di sperimentazione
72

praticato nella Repubblica popolare cinese punta a trovare strumenti


politici innovativi; non pensato per definire gli obiettivi politici, che
rimangono prerogativa della leadership di Partito.
Questo avviene fin dai tempi di Mao ed forse il vero segno di
continuit tra la Cina socialista e quella capitalista. Quando negli anni
Trenta, durante la guerra civile e quella parallela contro il Giappone, il
Partito introduceva la riforma agraria nelle zone liberate, si
incoraggiavano i quadri locali a sperimentare sulla base dell'esperienza
e delle relazioni locali. Non era in discussione l'obiettivo finale, ma il
modo di ottenerlo. Quindi, gli esperimenti sociali efficaci erano
esportati in altre aree, con vere e proprie spedizioni dei quadri
meritevoli, che insegnavano ai loro pari grado.
Insomma, il Partito comunista aveva gi introdotto la concorrenza e il
merito a livello locale per stabilire quale innovazione sociale meritasse
di essere recepita, potesse determinare un'evoluzione.
Critica alla democrazia
a partire da questa tradizione che la Cina elabora un proprio modello
alternativo a quello democratico. Molti osservatori ritengono che con la
crescita di un enorme ceto medio, la versione moderna del Celeste
Impero (pi che un Paese, una civilt politico-amministrativa che da
5mila anni ondeggia tra forte centralizzazione e dissoluzione)
evolver verso qualche forma di democrazia all'Occidentale, cio di
fatto una liberaldemocrazia elettorale (la libert di votare per il proprio
padrone). Ne fanno una grande propaganda, per esempio, i media
corporate atlantici, sempre un po' altalenanti tra una visione
deterministica (diventeranno inevitabilmente come noi) e una
catastrofista (non seguono la nostra strada, quindi crolleranno). Un
po' pi sfumato per esempio Francesco Sisci, che un old China
hand, come suol dirsi, e che nel suo ultimo A Brave New China56
sostiene che nel giro di una decina di anni, con la crescita numerica del
ceto medio e l'instaurazione di un regime fiscale maturo, la regola no
taxation without representation varr anche a Pechino e dintorni. Ma
56

Francesco Scisci, A Brave New China, The Big Change, goWere Edizioni, Firenze
2014.

73

non si azzarda a dire che sar tutto come da noi.


Del resto i cinesi hanno occhi, non solo al vertice della leadership.
Vedono che il modello liberaldemocratico in crisi: dal sempre maggior
ricorso a situazioni eccezionali che scongiurino il voto, alla crisi
economica cio l'incapacit del potere politico di controllare il
capitalismo finanziario), passando per il double standard all'americana,
per cui democratico chi sta con me e non lo chi contro di me. I
cinesi si chiedono: a che serve, 'sta democrazia? Anche le agitazioni a
Hong Kong, nella Cina continentale, sono viste soprattutto come
disordine che mina la convivenza civile. Sarebbe troppo lungo
dilungarsi qui sul perch il caos, che da noi in genere sinonimo di
forza creativa, in Cina sia invece qualcosa da fuggire come la peste.
Alla domanda che cos' per te un buon governo?, un'amica cinese di
solito ipercritica verso il Partito-Stato risponde: Un governo che fa il
bene della gente. Non , insomma, il governo che esce dalla libera
competizione elettorale. Il parere di una persona non fa testo, ma a mio
avviso questo sintetizza un sentire comune. la riedizione del mandato
del Cielo di epoca imperiale: l'imperatore monarca assoluto, ma se
fallisce nel suo ruolo di armonizzare Cielo (la natura) e terra (l'uomo),
giusto decapitarlo; e sostituirlo con un altro imperatore. Attenzione: non
con la democrazia. Dopo di che, all'interno di questo ordine celeste,
ognuno si ritaglia una vita secondo le proprie esigenze e capacit.
Modello imperfetto
Il modello verso il quale vuole muoversi la Cina un modello
alternativo a quello occidentale, ma non chiaramente n completo, n
perfetto. N, tanto meno, gode di vasta popolarit nel resto del mondo.
Le critiche principali che mi sento di fare sono le seguenti:
1) Ha un problema con la biodiversit (la chiamo bio per incarnarla
nei corpi, non astrarla come fatto puramente culturale, quindi idealista,
quindi reazionario). La Cina, per esempio, rivendica la propria diversit
ogni volta che gli Usa si ergono a portatori di valori assoluti
(l'eccezionalismo americano). Poi, per, si irrigidisce quando qualcuno
osserva che non ha trovato ancora un modo veramente efficace per
incorporare le proprie biodiversit interne. L'esempio che pi salta agli
74

occhi quello delle minoranze etniche. Il metodo dal punto alla


superficie incorpora solo ci che compatibile, ma l'idea di dare
sviluppo economico come ricetta per ridurre il conflitto etnico si per
ora rivelato inadatto in luoghi dove le popolazioni locali rivendicano
storia, tradizioni, un immaginario, diversi da quelli della maggioranza
cinese-han. Il professor Wang Hui parla di uguaglianza nella
diversit, ma la sua realizzazione ancora da vedersi.
2)
Questa incapacit di fare i conti con la diversit, l'ansia di
armonizzare, riduce la possibilit di produrre innovazione, sia
economica, sia politica, sia sociale. Non c' spazio per l'imponderabile
che, solo, pu creare disruptive innovation, cio la sola innovazione che
produce salti di paradigma. E quindi la Cina rischia sempre di rincorrere
su questo piano l'Occidente. Imitare e fare reverse engineering. La Cina
resta produttrice di hardware pi che di software. La buona riuscita
della grande transizione dipende anche dalla soluzione di questi
problemi.

75

La misteriosa curva della retta lulista


di Bruno Cava
Il titolo dellintervento si chiama La misteriosa curva della retta
lulista e sar una breve sintesi che toccher i problemi dello sviluppo
capitalista in Brasile, a partire dalla relazione tra governi e le
trasformazioni del lavoro vivo. Il nostro scopo analizzare la crisi di
rappresentazione politica e sociale che, in Brasile, si potrebbe definire,
simultaneamente, una crisi del sistema di partito, della crescita
economica e crisi della societ urbana ed ambientale. I testo si divide in
tre parti.
Nella prima, parler degli anni '90, con il proposito di chiarire il
significato del termine neoliberismo in Brasile. Nella seconda parte,
tratter del governo di Lula, soffermandomi sulla formazione di una
nuova composizione sociale, che si pu definire lulismo. Infine, parler
della crisi del lulismo allo scoppio della crisi di rappresentazione
politico-sociale del governo Dilma, che sempre pi si distanzia dal
processo di emancipazione delle forze produttive, relativamente al
nuovo ciclo di lotte, che hanno avuto come apice le tensioni sociali del
periodo giugno - ottobre 2013.
Il neoliberismo degli anni Novanta
Nonostante ci sia una propensione quasi automatica a chiamare i
governi degli anni '90 (Collor, Itamar e Cardozo) neoliberisti in
contrasto con i governi denominati invece progressisti (Lula e Dilma
negli anni successivi), la realt brasiliana non esattamente cos.
Questa dicotomia non solo ignora le condizioni specifiche della realt
brasiliana ma anche il fatto che esistono continuit e discontinuit molto
pi
complesse
nella
svolta
verso
il
lulismo.
vero che il principale governo del periodo neoliberista, il governo
Cardozo, dal 1995 al 2002, ha adottato apertamente il discorso
neoliberista, tuttavia, nella maggior parte delle volte si tratta di
provvedimenti pragmatici e cinici. Il segno lasciato da Cardozo non
76

stato propriamente la de-regolamentazione, ma una persistente


regolamentazione, chiamata Piano Real (real il nome della valuta
brasiliana). Un'azione del governo federale rivolta contro la
frammentazione delle istanze di governabilit. Il Piano Real ha favorito
una riorganizzazione politico economica a favore dei processi di
globalizzazione economica, con sostegno ai settori strategici e con
lintroduzione di riequilibri fiscali.
Negli anni novanta, il Piano Real di Cardozo ha creato un vero e
proprio shock capitalistico, mediante:
1. lalleanza tra gli imprenditori pi dinamici e le vecchie oligarchie
agrarie, entrambe favorevoli a una modernizzazione autoritaria
dall'alto, che ha rotto definitivamente gli ultimi fardelli nazionalisviluppisti (nacional-desenvolvimentista) ereditati dalla dittatura
militare;
2. un modello di globalizzazione finalizzata a riqualificare la
produzione in modo predatorio e ultra competitivo: darwinismo
imprenditoriale, tesi della distruzione creativa e privatizzazioni
pubbliche ereditate dallo schema nazionale-sviluppismo (nacionaldesenvolvimentismo) - grandi imprese minerarie, grandi industrie,
internazionalizzazione del capitale della Petrobras.
Nel piano di organizzazione del lavoro, il Piano Real di Cardozo ha
imposto modifiche legislative, smantellando i quadri normativi della
sicurezza sociale. Tuttavia, nonostante tumulti puntuali che
accompagnarono tutto il periodo, non si svilupp un movimento di
resistenza sociale in grado di far cadere il governo, che infatti dur 8
anni. Ci dovuto al fatto che il neoliberismo, con le dovute parentesi,
ebbe paradossalmente la capacit di favorire una composizione sociale
che gli fu relativamente favorevole e lo sostenne politicamente. I
principali motivi sono:
a. il controllo dell'inflazione che in Brasile era caratterizzata da fasi di
super e iperinflazione, con lesito di favorire un trasferimento brutale di
ricchezza dai poveri ai ricchi.
77

b. differentemente dai paesi occidentali, la non esistenza di un welfare


da difendere da parte della maggioranza della popolazione. In Brasile
non c mai stata una societ fordista, con politiche keynesiane. I diritti
sociali per la maggioranza delle persone erano appena costituzione
formale e non materiale. I pi colpiti dalla politica neoliberista sono
state le classi medie urbane, una frazione (non numerosa) per la quale i
diritti sociali non erano che semplici promesse. Questi gruppi cercarono
di creare trincee corporative e di articolare proposte a favore dello
Stato, che, lungi dal fornire risposte in senso progressivo e democratico,
si interessava prevalentemente di mantenere una situazione favorevole
alle oligarchie. Al punto, che per i poveri, alcune privatizzazioni sono
state relativamente benefiche: per esempio, il caso la telefonia, le cui
nuove regolamentazioni permisero un accesso quasi universale.
In conclusione, con il Piano Real, le politiche monetariste di controllo
dellofferta di moneta a fini anti-inflazionistici si rivelarono un
successo politico. Tuttavia, il carattere autoritario e l'assenza di una
politica riformista hanno portato il governo Cardozo ad una crisi
destituente, anche originata dallincapacit di costruire un patto sociale
di ampio respiro. Inoltre, la crisi stata accelerata dai disordini
economici globali provocati dalle lotte degli anni 2000 (ciclo delle lotte
No Global da Seattle in poi).
Governo Lula e lulismo (2003-2010)
Nel 2003, Lula ha assunto e ha mantenuto limpronta neoliberista della
politica economica e monetaria, che ha continuato a essere
regolamentata sulla base dei tre principi liberisti tradizionali: flessibilit
del cambio, controllo dellinflazione e politiche fiscali recessive
(dausterity) per generare surplus primari e controllare il debito
pubblico. Inoltre, Lula non ha modificato lalleanza politica tra i settori
imprenditoriali pi dinamici e gli oligarchi.
Durante la campagna elettorale, Lula ha firmato una Lettera ai
brasiliani che in verit era diretta ai capitalisti e ha promesso che non
ci sarebbero stati cambiamenti strutturali: fra questi, ricordiamo la
promessa di una riforma agraria, che, infatti, da quel momento
78

scomparsa dallagenda politica.


Tuttavia, il governo Lula si dimostrato innovatore, rispetto a Cardozo,
in alcuni importanti ambiti, tra i quali:
1. la promulgazione di politiche sociali di distribuzione del reddito,
esemplificate dal programma Bolsa Familia e dall'aumento graduale del
salario minimo. La Bolsa Familia, in particolare, una politica genderoriented, perch sono le donne che percepisco il sussidio al reddito in
modo diretto, senza alcuna intermediazione e men che meno delle
municipalit locali, spesso corrotte. Queste politiche generano vari
effetti micro e macroeconomici, favorendo la riorganizzazione di catene
produttive dal basso e propiziando pratiche di autonomia e contro
potere economico. La popolazione povera conquista cos mobilit
produttiva e reinventa, in modo autonomo, la socialit di un'economia
viva ed inedita per il Brasile.
2. le politiche di accesso alle universit, cio politiche di affirmative
action, ma anche di appoggio alla costruzione di cisterne per affrontare
la siccit del Nordest, lelettricit rurale e, aspetto molto importante,
l'accesso al credito. Queste politiche sono entrate in un circolo che
definirei virtuoso se aggiunte a quelle relative alla Bolsa Familia,
qualificando di fatto la mobilit e la diversificazione produttiva.
3. una nuova relazione fra governo e movimenti. Riflessi di questi atti
sono stati i Forum Sociali Mondiali, l'incorporazione dei movimenti
della cultura, delle periferie, degli amerindiani e blacks, dei discendenti
dei quilombi, dei giovani e della cultura digitale, grazie soprattutto
allopera del Ministero della Cultura, retto da Gilberto Gil. A ci si
aggiunge il ripristino della concezione tropicalista (il tropicalismo fu
un'espressione brasiliana del ciclo delle lotte del 1968) della politica e il
dialogo con i movimenti indigeni ed ambientalisti nel periodo in cui
Marina Silva era ministro dell'Ambiente del governo Lula.
Il risultato, in termini di evoluzione della composizione sociale, stato
quello che oggi possiamo chiamare lulismo.
79

Tali politiche ebbero leffetto di incanalare il voto popolare e dei pi


poveri a favore di Lula, mentre gli strati medi urbani, pi favorevoli a
una politica pubblica keynesiana classica, sono passati all'opposizione.
Il processo di trasformazione e l'ambivalenza fondamentale del lulismo
segnano cos una dinamica costituente allinterno della dicotomia:
accumulazione capitalista vs. mobilitazione produttiva dei poveri.
Lanalisi di questo doppio giochismo del lulismo stata analizzata pi
volte nei lavori di Giuseppe Cocco e, in generale, nei testi della rete
UniNomade Brasil.
Governo Dilma (2011-2014)
Dilma era a capo della Casa Civile di Lula e rappresentava lopzione
sviluppista e statuale. Nella stessa maniera in cui il neoliberismo
servito come corazza ideologica al governo Cardozo, il neokeynesismo
servito al governo Dilma. Non a caso nelle varie dichiarazioni
pubbliche Dilma ha costantemente enfatizzato il primato della crescita
economica, l'industrializzazione nazionale ed il pieno impiego.
Nonostante alcuni tentativi infruttuosi di Dilma, il sistema
macroeconomico si mantenuto praticamente inalterato, compresa la
piena autonomia di fatto - della Banca Centrale. Nel piano delle
politiche delle alleanze, non si modificato lo schema della
modernizzazione
con
uno
sfondo
oligarchico.
Il governo Dilma ha, tuttavia, risolto alcune ambiguit del precedente
governo Lula. Le principali sono:
1. le politiche sociali che hanno favorito nuove forme di produzione
del governo Lula non sono state supportate, soprattutto dal punto di
vista qualitativo. L'idea prevalente che si trattasse di politiche
secondarie e transitorie rispetto alla strategia governativa di raggiungere
la piena occupazione in modo tradizionale, ovvero tramite la
produzione di valore di scambio.
2.
lopzione economicista e sviluppista (desenvolvimentista)
diventata cos egemone nel riqualificare il processo di crescita, con una
concentrazione dei poteri decisionali nellambito di governo.
80

3. il rapporto preferenziale fra governo e movimenti terminato. Da un


lato, abbiamo assistito ad un riflusso dei movimenti pi legati al
governo, trasformati in cinghia di trasmissione delle decisioni prese
dallalto, con leffetto di depotenziare la carica innovativa, dall'altro, le
politiche innovatrici nel campo culturale, grazie alla restaurazione di un
decisionismo verticale che ha portato allesclusione dei vettori
ambientalisti ed indigeni (indigenistas) dopo le dimissioni di Marina
Silva nel 2008 a causa della megacentrale a Belo Monte hanno
segnato il passo.
Il culmine della restaurazione avvenuto con la risposta del governo
Dilma alle rivolte del 2013 e alle manifestazioni che si sono verificate
tra il giugno 2013 e la Coppa del Mondo del luglio 2014. La risposta
del governo stata quella di criminalizzare movimenti ed attivisti. A
Rio de Janeiro, 73 collettivi di movimento sono stati accusati di essere
organizzazioni criminali. Ma anche sindacati, politici dell'opposizione
di sinistra, midiativistas, intellettuali ed avvocati popolari sono stai
oggetti di una forte repressione.
La capacit di sedimentare e radicalizzare il patto sociale lulista
dipendeva della capacit di aprire la struttura istituzionale allimpulso
costituente della composizione di classe. esattamente questa la
potenza costituente che viene bloccata dal governo Dilma. La
repressione dell'antagonismo di classe ha colpito, in particolare, chi si
collocava fuori dal blocco di governo. Si tratta di una repressione che
non ha che fare con una tendenza restauratrice politica per limitare
l'espansione capitalista nel Brasile ma alle scelte e strategie adottate dal
governo Dilma. In questo senso, l'incapacit di aprirsi alla nuova
composizione di classe segna l'esaurimento delle capacit politica ed
economica del governo attuale.
Conclusioni
Lo sviluppo capitalista nel modello lulista ha favorito la formazione di
una nuova composizione di classe.
Mentre, buona parte della sinistra brasiliana si riduceva a chiedere un
ruolo pi attivo dello Stato dentro un'ideologia neokeynesiana, la
81

mobilitazione produttiva dei poveri ricreava forme di lotta e pratiche di


autonomia.
La crisi di rappresentanza in Brasile, pertanto, una crisi del modello
lulista che durante lattuale decennio non in grado n vuole
assecondare quei processi di trasformazione della societ brasiliana, a
cui aveva partecipato e che aveva favorito negli anni 2000. La crescita
economica del Brasile negli ultimi anni non ha bisogno di pi Stato, n
della vecchia dialettica "neoliberismo-sviluppismo", piuttosto di pi
democrazia, di riconoscimento di una moltitudine e di un comune
antagonista, in grado di proporre alternative costituenti. Proprio quelle
alternative che il governo Dilma ha combattuto e criminalizzato. Ne
consegue che l'incapacit governativa di partecipare al processo di una
nuova mobilitazione democratica e produttiva ha portato il governo
Dilma all'incapacit di riqualificare l'economia per un nuovo ciclo di
sviluppo.
La distanza che si apre tra la retta tracciata dal governo e la misteriosa
curva lulista, la curva clinamica delle lotte costituenti, una curva non
riconosciuta ed indesiderata da parte del governo, spiega lo scoppio
delle grandi lotte del 2013: lotte che furono lincubatore potenziale di
alternative fuori e contro, contro lo svuotamento del proprio governo
come processo di trasformazione, convertito in un mero gestore delle
crisi e rappresentante di un'economia di crisi. Si pu dunque dire che se
il Brasile si avvicina alla logica del neoliberismo e ne subisce la crisi,
per causa del (falso) progressismo dei governi di sinistra, dei propri
errori e dellautoritarismo repressivo e non perch si sviluppato
qualche blocco storico della destra.
Chi comanda la restaurazione del consenso neoliberista, contro le vie
d'uscita aperte dalle lotte della nuova composizione di classe, il lulismo
selvaggio, proprio la stessa sinistra progressista.

82

Linee guida dell'Europa degli Hunger Games


di Orsola Costantini
Il Trattato di Maastricht del 1992 ha introdotto una periodo di inedita
integrazione politica ed economica per l'Europa moderna. Esso ha
istituito l'Unione Europea, lanciando un percorso a fasi quasi inerziale
che ha portato alla creazione della Banca Centrale Europea e
dell'euro, adottato come moneta unica dall'Unione Economica e
Monetaria.
L'Unione Europea, istituzione pi integrata di un'area di scambio
preferenziale, ma meno di uno stato federale, un unicum giuridico,
risultato di complicati accordi tra Francia e Germania e, in
second'ordine, Italia.
Lo spazio politico europeo si istituisce cos come un luogo di
negoziazione tra i rappresentanti degli stati membri e alcuni gruppi di
potere, mancando in modo sostanziale uno spazio di democrazia,
proprio degli stati federali.
Forse il Trattato di Maastricht un'opera incompiuta, essendo mancato
il coraggio ai paesi coinvolti di superare completamente la sovranit
nazionale e federarsi. Eppure, sotto molti aspetti, esso compiutamente
riflette la fase storica in corso: il peso crescente degli interessi
oligopolistici e finanziari e il potere geopolitico e militare ormai
incontrastato degli Stati Uniti, e con essi del modello economico e
politico neoliberista.
Cos, viene istituito un sistema di regole comuni, prevalenti su quelle
nazionali, che mirano all'aumento della libera concorrenza cio
privatizzazione dei servizi e delle imprese pubbliche e al libero
movimento delle merci e dei capitali; si fonda un'istituzione monetaria
indipendente, dedicata per statuto al controllo dell'inflazione e dei tassi
di interesse in modo indifferenziato per tutti i paesi dell'euro. Infine, si
invoca la riduzione della spesa pubblica, mantenendo la sovranit
fiscale nazionale, ma nel rispetto dei vincoli di saldo di bilancio e debito
pubblico, rispettivamente 3% e 60% del PIL.
Coincide con questa svolta istituzionale un'altra, pi prettamente
politica: la trasformazione dei partiti socialdemocratici europei che si
candidano a governare questa nuova fase della storia europea. Sogni di
83

ricostituire il primato economico e politico del continente hanno


cancellato ogni remora al compromesso e all'abbandono di quella che
un tempo si chiamava solidariet di classe di socialisti tedeschi e
francesi mentre gli Italiani si sono illusi di far parte del gruppo dei
vincenti.
Lunione si allarga
Nel corso del tempo, sia l'Unione Europea che l'Unione monetaria si
allargano, includendo paesi meno competitivi. Questo ricompensa
Francia e Italia della sopravvalutazione relativa dell'euro, dando loro un
canale interno di realizzazione delle esportazioni. D'altra parte,
l'obiettivo dichiarato della Germania, fin dai primi esperimenti di tunnel
valutario, proprio quello di limitare la competitivit delle esportazioni
italiane, impedendo alla Banca d'Italia di svalutare la Lira rispetto al
Marco.
Con l'ingresso nell'Unione dei paesi sottosviluppati dell'Est Europa, e
con l'adesione all'euro di Spagna, Irlanda, Portogallo e Grecia, il piano
franco-tedesco-italiano si fa pi chiaro: creare un sistema centroperiferia.
In un'area con bassa spesa pubblica, politica monetaria restrittiva e
bassi salari, la crescita pu soltanto derivare dall'aumento delle
esportazioni nette o da un aumento dell'offerta di moneta credito.
All'interno di un'unione monetaria, per i paesi meno competitivi, la
moneta sopravvalutata. Cos, si disincentivano le esportazioni e si
facilitano le importazioni, rendendo impossibile superare la dipendenza
tecnologica dall'estero e cos aumentare le esportazioni nette. D'altra
parte, essi godono di credito a tassi di interesse relativamente inferiori,
indebitandosi in modo crescente. evidente che ridotti tassi di
interesse, di per loro, potrebbero facilitare un percorso di sviluppo
tecnologico che permetta di sfuggire alla trappola della dipendenza
dall'estero. Tuttavia, in assenza di una politica industriale, in una fase di
deregolamentazione dei mercati finanziari, probabile che il flusso di
credito generi una bolla speculativa, con sovraindebitamento privato.
Al contrario, lo spazio economico dell'Unione fornisce condizioni
ideali ai paesi relativamente pi competitivi, come la Germania, le cui
84

esportazioni sono facilitate dall'euro relativamente sottovalutato. In


cambio, essa garantisce stabilit dei prezzi e dei tassi di interesse a tutta
l'area nell'interesse primario delle banche e delle finanziarie.
Inoltre, l'allargamento ad Est dell'Unione innesca una competizione al
ribasso sui salari che ha ulteriormente afflitto il peso politico degli
interessi dei lavoratori in tutta Europa. La capitolazione del sindacato
tedesco particolarmente deleteria per l'equilibrio del sistema,
permettendo alle imprese tedesche di aumentare la produttivit oltre
misura.
Tuttavia, finch l'economia mondiale cresce, il piano perfetto sembra
funzionare. Con qualche ombra.
Nel 2001, i paesi del centro eccedono i limiti del patto si stabilit e
crescita. A quel punto, diviene chiaro a tutti che bench espressi nella
stessa valuta i titoli di stato dei diversi paesi non sono equivalenti sui
mercati finanziari. Infatti, nessuna regola europea impone la solidariet
tra stati, in caso di crisi. La minaccia di un attacco speculativo sui
differenziali tra i tassi di interesse si delinea come una spada di
Damocle, il cui manico sta nella mano di pochi grandi gruppi finanziari.
La discussione a seguito dello sforamento dei vincoli fiscali dei primi
anni 2000 si svolge all'interno delle sedi europee preposte alla
definizione e controllo delle linee guida di politica fiscale (la
commissione europea e i tavoli tecnici).
Appare chiaro che approvare meccanismi di ridistribuzione fiscale tra
paesi dell'Unione avrebbe reso i paesi creditori responsabili della
solvibilit dei paesi debitori. L'assenza di tali meccanismi, invece,
porrebbe i paesi creditori in una posizione di potere su quelli debitori:
come gi accaduto nel 1992, la possibilit di emettere titoli di debito
pubblico europei viene esclusa.
Infine, la riforma del Patto di Stabilit e Crescita avviene nel 2005.
Essa rappresenta una linea politica che verr seguita anche nel 2012,
con il Fiscal Compact: si prevede una ridefinizione dei vincoli e dei
meccanismi di pi preciso monitoraggio degli obiettivi fiscali e di
crescita di medio e lungo periodo.
Questa linea corrisponde alla volont di supplire alla mancanza di
luoghi e procedure democratici e trasparenti, volti a definire una politica
85

fiscale europea condivisa, con la creazione di luoghi e procedure che


permettano negoziazioni a livello europeo tra gruppi di potere nazionali
ed europei, pubblici e privati riguardo ad un ampio spettro delle
politiche nazionali.
La maschera della tecnocrazia
Tutto ci mascherato da tecnocrazia. Da un punto di vista tecnico,
tuttavia, i vincoli e i parametri appaiono arbitrari e plasmabili sulla base
delle necessit politiche delle forze in campo. In particolare, l'uso della
stima di bilancio strutturale, che la stima del bilancio pubblico, in
assenza di fluttuazioni cicliche. Essa in realt un articolato modo per
giustificare ex post il risultato di scelte politiche la cui logica rimane
inespressa. Tali scelte non riguardano solo la possibilit di fornire o
meno stimolo alla domanda interna, non si limitano cio ad indicare un
saldo di bilancio, bens esse entrano nella definizione della
composizione del bilancio nel tempo e arrivano a toccare elementi
istituzionali quali le regole che definiscono i mercati, ad esempio il
mercato del lavoro.
L'idea alla base del CAB, dunque, quella di stimare l'ampiezza dei
movimenti automatici delle entrate e delle uscite, data la struttura del
prelievo e dell'esborso fiscale, e di distinguerli cos dagli interventi
discrezionali.
Quando si verifica una variazione nel livello (e nella distribuzione) del
reddito nazionale, il gettito fiscale subisce a sua volta dei cambiamenti,
la cui ampiezza dipende dalla natura delle fluttuazioni cicliche stesse e
dalla struttura del prelievo fiscale (struttura delle aliquote etc..).
Simile effetto si ha sulla spesa pubblica: in particolare, sulle spese per
l'assistenza di disoccupazione. Per fare un esempio, dunque, quando il
reddito nazionale subisce una contrazione, probabile che le spese
aumentino e le entrate diminuiscano. Cos, il saldo di bilancio si riduce.
Queste variazioni nel bilancio pubblico che avvengono in assenza di
modifiche della legislazione fiscale, come reazione automatica alla
congiuntura economica sono dette stabilizzatori automatici (SA).
Infatti, esse contribuiscono a stabilizzare il reddito nazionale e ad
impedire che vari in modo brusco.
86

Gli stabilizzatori automatici garantiscono che lo stato subentri


automaticamente (e parzialmente) alla spesa privata quando vi una
caduta di quest'ultima, mettendo un limite inferiore all'ampiezza della
recessione o della crisi. Simmetricamente, quando vi unesplosione
della crescita, essi ne moderano gli effetti. L'efficacia e l'ampiezza di
questo meccanismo dipende dalla struttura fiscale. In particolare, il loro
effetto maggiore al crescere della progressivit della tassazione e dalla
ampiezza dei trasferimenti.
Che gli SA abbiano un ruolo positivo durante una recessione
convinzione condivisa da molti economisti, mentre la loro opportunit
durante un boom stato oggetto di dibattito. Altra questione
controversa se questi siano sufficienti a stabilizzare l'economia e,
soprattutto, a guidarla verso la crescita e la piena occupazione.
Alla base delle divergenze vi da un lato l'idea che l'economia graviti
attorno ad un equilibrio ottimo, grazie a meccanismi di aggiustamento
fondati sul movimento dei prezzi (e dei salari) e delle aspettative.
Dall'altro, che esistano molteplici equilibri possibili e nulla garantisca
che in assenza di un intervento politico in questo senso - il sistema
realizzi proprio l'equilibrio ottimo, cio di massima occupazione.
Queste diverse visioni dell'equilibrio o del reddito potenziale, rendono
particolarmente complicato stimare l'ampiezza delle fluttuazioni, da cui
deriva la definizione di stabilizzatori automatici e che determina la
misura in cui possibile fare politica fiscale anticiclica.
L'idea di considerare il bilancio al netto delle fluttuazioni cicliche nasce
negli anni trenta. Ad oggi, c' ben poco consenso tra gli economisti se
ad esempio sia il caso di fissare una regola di bilancio basata su questo
calcolo o se invece la stima possa essere solo usata come indicazione.
Anche in quest'ultimo caso si dibatte se l'indicazione debba essere
riferita al breve o al lungo periodo, a seconda della definizione di
crescita sottostante. chiaro che i gradi di incertezza e arbitrariet
legati a questa stima diventano pi o meno accettabili a seconda dell'uso
che ne viene fatto.
Il cavallo di Troia del Fiscal Compact
Negli anni Sessanta e fino all'inizio degli anni Ottanta, lo spazio per
87

l'azione fiscale si calcolava sulla base della distanza tra il reddito attuale
e quello reddito potenziale, corrispondente alla piena occupazione. Si
assumeva, infatti, che la politica fiscale potesse intervenire a colmare
questo divario stimolando consumi e investimenti. Oggi, la teoria
neoclassica, dominante nelle universit e nelle istituzioni politiche,
calcolato il reddito potenziale secondo una funzione di produzione di
tipo neoclassico, in cui il tasso di occupazione potenziale quello
stimato compatibile con la stabilit dei salari.
I filtri statistici utilizzati per stimarne le componenti fanno s che la
stima segua in modo molto ravvicinato l'andamento effettivo della
variabile in questione, facendone una specie di media mobile. Anche il
tasso di disoccupazione potenziale, secondo questa formula, varierebbe
nel tempo, seguendo passo passo quello attuale: negli ultimi anni la
commissione europea ha stimato che, in Spagna, arrivasse al 19/20%.
La stima di bilancio strutturale che risulta da questi calcoli non pu, per
costruzione, riconoscere un effetto sul reddito potenziale degli sforzi di
politica economica volti a sostenere la domanda aggregata, cio la spesa
pubblica. Al contrario, convalida misure di segno opposto: riduzioni del
reddito dovute all'austerit fiscale sono incorporati nella stima e perci
non vengono riconosciute come frutto di errori politici.
Dato che le politiche di domanda sono ritenute inefficaci e anzi nocive
per la crescita, l'unico modo che i governi hanno per far crescere il
reddito potenziale, e ottenere cos tregua dalle ricette di austerit,
quello di compiere le cosiddette riforme strutturali. Specialmente nelle
estensioni della stima per la previsione degli obiettivi di medio termine,
infatti, il metodo della commissione europea tiene conto di parametri,
quali il grado di sindacalizzazione, la struttura dell'imposizione fiscale e
le politiche industriali e sul lavoro.
La stima di bilancio strutturale, dunque, invece di indicare come la
politica fiscale pu ottenere al meglio gli obiettivi che una comunit
decide di darsi, strumento che costringe la collettivit a scelte
politiche sulla base di costruzioni teoriche su cui non esiste consenso
nella disciplina e i cui dettagli, per altro, sembrano variare di volta in
volta a seconda delle esigenze. Esempio fulgido proprio il salvataggio
delle banche private cui Irlanda, Spagna e Grecia sono state costrette.
88

Il Fiscal Compact dunque un vero cavallo di Troia nelle legislazioni


nazionali: se il Patto di Stabilit e Crescita inizialmente riguardava
soltanto il saldo di bilancio, oggi gli stati hanno acquisito nelle loro
legislazioni nazionali una legge che non solo vincola implicitamente le
scelte di politica economica, ma anche veicola nascostamente principi
decisi - di volta in volta - in sedi extra nazionali, che esulano dalla
politica economica strettamente intesa.
Vi dunque maggiore discrezionalit nel nuovo patto fiscale, ma anche
una capacit maggiore di influire per via non democratica sulle
legislazioni nazionali. con la riforma del 2005 e poi con
l'approvazione del Fiscal Compact del 2012 che l'Unione Europea passa
dall'orto-liberismo di ispirazione tedesca ad una struttura nuova. Essa
appare come una tecnocrazia, ma le sue regole sono flessibili agli
equilibri di potere che si determinano al di fuori degli spazi democratici
sanciti dalle costituzioni.
Con le elezioni greche del 25 gennaio 2015 alle porte, pu darsi che la
linea fiscale europea si ammorbidisca e che si accettino le proposte
sollevate, tra gli altri, dal governo italiano per cambiare la formula per
la stima di bilancio strutturale in modo leggermente pi favorevole alla
politica fiscale anticiclica. Anche questa eventualit non
rappresenterebbe davvero una svolta, dato che non muterebbe il metodo
attraverso il quale queste politiche sono approvate e imposte agli stati
membri.
Il successo storico di questo modello non affatto scontato. Esso
consegna l'Europa ad un ruolo politico, economico e culturale sempre
pi irrilevante nello scacchiere mondiale. Circondata da guerre,
l'Europa accoglie l'inevitabile ondata migratoria con una prospettiva di
povert, stagnazione economica, disgregazione sociale, criminalit
organizzata e redivivo fascismo.
L'alternativa sta da un lato nel riappropriarsi dei temi di politica
economica, emancipandoli dall'ideologia e ristabilendo la possibilit
delle comunit di decidere le proprie priorit politiche e sociali.
Dall'altro, nella presa di coscienza che la concorrenza al ribasso tra
lavoratori e disoccupati dei diversi paesi va fermata con una battaglia
politica e sindacale sui diritti e sul reddito a livello europeo.
89

La guerra diffusa della crisi


Intervista a Christian Marazzi di Gigi Roggero
Nel seminario a Milano su crisi e composizione di classe hai ipotizzato
lintensificarsi di uno scenario di guerra diffusa, legato innanzitutto
allesplosione della bolla del petrolio e al crollo del suo prezzo, dovuti
a una rivolta dellOpec contro i nuovi produttori. Hai anche messo in
discussione lipotesi di unalleanza tra Arabia Saudita e Stati Uniti in
chiave anti-russa. Boaventura de Sousa Santos parla invece di una
nuova guerra fredda, tra capitalismo neoliberale e capitalismo
socialdemocratico, incarnato nei Brics. Lazione contro Charlie Hebdo
delle scorse settimane, pur con le sue forti specificit, pu essere
inserita in questo quadro. Come si configura quindi lo scacchiere di
una geopolitica imperiale su cui spirano forti i venti di guerra?
Al seminario di Milano ho cercato di ragionare attorno a questo
scenario di guerra diffusa, prendendo lo spunto dal dimezzamento del
prezzo del petrolio, che la conseguenza di una scelta ben precisa da
parte dellArabia Saudita in particolare. La scelta consiste nel forzare il
prezzo del petrolio non diminuendo la produzione, mettendo in
difficolt paesi come Iran, Nigeria e Venezuela che hanno bisogno per
funzionare economicamente di un prezzo del petrolio superiore ai 100120 dollari al barile (per quanto uneconomia fondata sul petrolio e
sulla monocultura sia tutta da criticare). Dallaltra parte, questa
decisione dellArabia Saudita e quindi dellOpec nel suo insieme
non pu non avere effetti destabilizzanti per tutta la produzione del
petrolio e del gas attraverso la tecnica della fratturazione. A partire da
qui, mi sono chiesto quali fossero le implicazioni geopolitiche, oltre che
economiche, di questa strategia da parte dellArabia Saudita. Gira
lipotesi di un asse tra Arabia Saudita e Stati Uniti per fare la festa alla
Russia: non ci ho mai veramente creduto e continuo a non crederci.
Infatti, il primo aspetto che il petrolio a questo livello di prezzo sta
indubbiamente mettendo in forte crisi le corporation che sono nate negli
ultimi dieci anni intorno al fracking, anche le compagnie pi grandi, che
per il momento hanno bloccato tutti i piani di investimento e stanno
riducendo i costi con forti licenziamenti. Non passa giorno che non si
90

senta parlare di riduzione del personale, che peraltro abbastanza


qualificato e ben pagato negli Stati Uniti e non solo, anche in Canada
per esempio. un effetto che non va sottovalutato. Non penso oggi che
questa esplosione della bolla petrolifera possa portare a effetti di
contagio sul piano dei mercati finanziari, c una bella differenza tra la
crisi dei subprime e la crisi del settore petrolifero. Penso per che
questa operazione dellArabia Saudita abbia come primo obiettivo
quello di ritornare a dominare il mercato facendo saltare i competitor
spuntati negli ultimi dieci anni e che hanno portato gli Stati Uniti
allautosufficienza dal punto di vista del petrolio. Il secondo aspetto per
il quale non credo allasse tra Stati Uniti e Arabia Saudita lIran.
Proprio in conseguenza delle politiche di riavvicinamento con gli Stati
Uniti, lIran se dovessero passare gli accordi sul nucleare pu
diventare un soggetto decisivo in Medio Oriente, cosa che non
assolutamente vista positivamente dallArabia Saudita, figuriamoci
dagli israeliani, che non a caso vogliono ridiscuterne con gli americani.
Certo, si potrebbe dire che loperazione sta comportando seri problemi
alleconomia russa, come si visto immediatamente con il crollo del
rublo e il fallimento di banche importanti, anche a seguito delle misure
di boicottaggio da parte dellOccidente nei confronti della Russia per la
sua politica in Ucraina. Io per continuo a pensare che sia pi un effetto
secondario e collaterale, per quanto possa funzionare per il
rafforzamento degli Stati Uniti; ma se cos fosse, se lintenzione era di
mettere in ginocchio leconomia russa, non mi sembra una mossa
intelligente dal punto di vista geopolitico, e non sarebbe la prima volta
per le politiche estere americane degli ultimi anni. Se si pensa che la
svalutazione del rublo stata a pi riprese difesa o contenuta grazie agli
interventi della banca popolare cinese e della banca centrale indiana, si
capisce che uno degli effetti non desiderati, una sorta di eterogenesi dei
fini, potrebbe essere proprio il consolidamento del polo Russia, Cina e
India.
Partendo da queste considerazioni ho cercato di capire gli effetti di
questo cambiamento delle politiche dei prezzi del petrolio. Ho anche
detto che lo scenario che a breve si stava probabilmente delineando di
forte tensione, per il fatto che lArabia Saudita sta dietro al terrorismo
91

islamico. Ricordiamoci ovviamente che il terrorismo islamico stato


foraggiato anche dagli Stati Uniti, comunque lArabia Saudita non ha
mai declinato il suo aiuto. Con questo non voglio dire che ci sia un
rapporto di causa-effetto tra questa evoluzione geopolitica in corso e i
fatti di Parigi, che come tanti hanno avuto modo di spiegare
rimandano a delle logiche interne alla stessa Francia. Sta di fatto che le
cose vanno in quella direzione.
Possono quindi essere inquadrati nel contesto di guerra diffusa che hai
descritto.
Esattamente. Io sono il primo a sostenere che questa forma di
terrorismo figlia del degrado delle banlieue, di una situazione senza
futuro e disperata per tanti giovani. Continuo a pensare, in termini
molto marxisti, che ci sia un rapporto di causa-effetto tra la crisi
endemica sociale ed economica delle periferie metropolitane e i
comportamenti di insubordinazione. Certo che il fattore religioso un
bel problema, anche da analizzare, per mi sembra che esso rientri in
questi ultimi anni di attacco da parte dellOccidente, in primo luogo da
parte degli Stati Uniti, con linvasione dellIraq e dellAfghanistan. Poi
quando si viene a sapere che uno degli attentatori di Parigi si
convertito allislam dopo aver visto le immagini di Abu Ghraib, ci la
dice lunga sul clima di guerra diffusa. ovviamente inscritta dentro la
crisi economica e finanziaria che sta giocando un ruolo molto pesante
nel determinare le premesse di questo tipo di derive terroristiche.
In questo quadro geopolitico si inserisce la questione di uneurozona
che, lungi dallaver risolto qualcuno dei suoi problemi strutturali, fa i
conti con la realt della deflazione. Si innestano qui due recenti
elementi da analizzare. Da un lato le politiche monetarie di quantitative
easing annunciate dalla Bce; dallaltro le elezioni in Grecia, con la
vittoria di Syriza, di cui bisogna valutare le possibili conseguenze. A
inizio gennaio lo Spiegel, citando fonti governative, sosteneva che la
Germania potrebbe avallare unuscita dalleuro della Grecia; ci
perch, si dice, non si teme pi leffetto contagio. E se invece fosse il
passaggio verso il processo di frammentazione delleurozona da te gi
92

ipotizzato alcuni anni fa, oltre che ovviamente strumento di pressione


contro laffermazione di Syriza?
La svolta monetaria del quantitative easing, gi prevista da tempo e
scontata per i mercati, ha sorpreso per la quantit del denaro. I 60
miliardi mensili hanno superato le previsioni, credo che siano stati il
frutto di un compromesso tra Draghi e la Bundesbank per aumentarne la
quantit; per, secondo i desiderata dei tedeschi, si attribuisce l80% dei
rischi alle banche centrali dei paesi membri delleurozona. Se un paese
come lItalia o la Spagna dovesse fallire, la sua banca centrale dovrebbe
assumersi l80% dellonere del default. Ci prefigura uno scenario di
frammentazione dellEuropa, nel senso che vengono meno le politiche
di mutualizzazione dei rischi della stessa unione bancaria che andava in
questa direzione. Bisogna quindi intendere il quantitative easing
europeo come un tentativo piuttosto disperato di bloccare la spirale
deflazionistica e di uscire da una situazione di recessione che si sta
protraendo da troppo tempo per la stessa Germania; tuttavia, questa
clausola dell80% di assunzione del rischio dei paesi membri pesante,
perch vanifica la possibilit di agire di concerto in Europa. Come
prevedibile, i mercati hanno reagito bene soprattutto per i paesi del sud,
ma non in termini straordinari: si pensi che sono diminuiti i rendimenti
dei bund, i buoni del tesoro tedeschi, mentre sarebbe dovuto succedere
il contrario, cio unuscita dei buoni del tesoro per andare sui mercati
finanziari e sui titoli azionari, come accaduto quasi sempre negli Stati
Uniti ogni volta che c stata uningente iniezione di liquidit.
Su questo sfondo, per quanto riguarda la Grecia, i comportamenti in
queste settimane di paesi come la Germania e la Francia, oppure di
Juncker, sono una forma di terrorismo, sicuramente di ingerenza per
determinare lesito di una votazione che vedeva gi Syriza in vantaggio.
Il fatto di aver insinuato che unuscita della Grecia potrebbe non avere
conseguenze negative o effetti di contagio la dice lunga sulla
determinazione della Troika e non solo di agire pesantemente sulla
vittoria di Syriza. Io credo che picchieranno duro, non possono dargliela
vinta, anche se da quello che vediamo e dalle dichiarazioni di Tsipras
c una disponibilit a negoziare, certo in termini avanzati, di
dimezzamento del debito, di rilancio di politiche di welfare, di
93

investimenti pubblici. Le posizioni di Syriza sono quelle di una


socialdemocrazia avanzata, non mi sembra che ci sia nessuna intenzione
di fare pi di quello che tutti logicamente pensano sia necessario fare,
cio ridurre il peso del debito sovrano e ridare un po di ossigeno al
paese, alleconomia e alla societ, per uscire da una situazione di
catastrofe umana.
Non un caso che molti economisti non particolarmente radicali, in
Grecia e non solo, abbiano espresso posizioni di sostegno al
programma di Syriza...
Sullo stesso Financial Times ho letto vari articoli di un giornalista
che interviene sulleurozona in cui si sostiene che partiti come Syriza e
Podemos sono la speranza per lEuropa e per leuro, siamo a questo
punto. La vittoria di Syriza avr probabilmente degli effetti di
svalutazione delleuro. Nella prospettiva sia del quantitative easing di
Draghi sia della vittoria di Syriza, la banca nazionale svizzera ha
abbandonato la parit tra euro e franco, perch gi aveva dovuto
inondare il mondo di franchi in questi ultimi mesi, figuriamoci in caso
di unulteriore svalutazione delleuro, avrebbe dovuto stampare franchi
in quantit insostenibili per uneconomia cos piccola. Anche le misure
di quantitative easing sono infatti finalizzate a un indebolimento
delleuro per favorire una ripresa delle esportazioni.
Quello che mi sembra si possa dire che questa politica monetaria in
versione europea che peraltro stata praticata negli Stati Uniti, in
Inghilterra e in Giappone anche per quanto riguarda lentit, dimostra
che siamo in una situazione molto pi grave di quella che ci viene
raccontata. Io credo che la crisi sia non solo molto avanzata, ma anche
molto pi grave di quanto si dice, perch altrimenti non si riesce a
capire come ci si sia potuti mettere daccordo su questi 60 miliardi
mensili. Per, bisogna anche rendersi conto, guardando alle esperienze
fatte negli altri paesi che ho prima citato, che le politiche monetarie non
convenzionali come il quantitative easing hanno contribuito poco alla
crescita del Pil. Secondo dei calcoli fatti da economisti mondiali, negli
Stati Uniti il contributo del quantitative easing alla crescita del Pil
intorno allo 0,26%.
94

Nel terzo trimestre del 2014 si registrato un aumento del 5% del Pil
americano, notizia salutata con un certo entusiasmo dai mercati e da
chi preannuncia un imminente uscita dalla crisi. Si inizia a parlare di
una ripresa dei consumi, legata a una ripresa dellindebitamento. Cosa
significa secondo te questo dato, ripresa strutturale o drogata?
Bisogna ricordare che leconomia americana cresce normalmente pi di
quella europea per questioni anche demografiche e per il contributo
dellimmigrazione allaumento delle infrastrutture e delle case. Poi
cresciuta grazie a un forte aumento del debito pubblico, in assoluto il
pi grande del mondo, il 106% del Pil. C stato un forte aumento del
debito degli studenti ed tornato lindebitamento ipotecario.
Chiamiamolo keynesismo finanziario o in altro modo, comunque quelle
sono le condizioni che hanno permesso una crescita che si pu
considerare drogata ma innegabile attraverso il debito pubblico e
privato. Non c stato quellabbattimento della spesa pubblica e sociale
che la destra ha sempre auspicato, ma non c stato nemmeno un
miglioramento delle prestazioni sociali, pur senza il taglio comportato
dalle misure di austerit in Europa.
Va detta unaltra cosa per capire come potrebbe funzionare in Europa il
quantitative easing: diminuita s la disoccupazione, ma perch
diminuita la partecipazione della forza lavoro al mercato del lavoro. Il
tasso di occupazione crollato al 58%, fino a pochi anni fa era ancora al
66%: questo vuol dire che diminuita la base statistica sulla quale si
calcola il tasso di disoccupazione. Se c crescita, c per anche
crescita di una povert relativa e assoluta, un aspetto di quella che
Obama ha chiamato uscita dalla crisi. Laltra faccia di questa cosiddetta
uscita dalla crescita americana attraverso politiche monetarie e
finanziarie espansive laumento delle diseguaglianze. Le politiche di
quantitative easing rafforzano le attivit di tipo finanziario e borsistico,
per non hanno effetti di sgocciolamento, cio questa ricchezza non
sgocciola nella societ. Sono impressionanti i dati su come cresciuta
la diseguaglianza in questi anni. Dunque, non solo con le politiche
monetarie che si possono rilanciare leconomia, i consumi, la domanda,
i salari. Se invece ci si affida esclusivamente a politiche monetarie,
quandanche siano molto espansive, bisogna aspettarsi un forte aumento
95

delle diseguaglianze, perch questa liquidit alimenta un circolo


virtuoso sul piano finanziario, che per non si collega con la cosiddetta
economia reale.
Quello che descrivi a proposito degli Stati Uniti potrebbe quindi essere
leffetto in Europa delle politiche annunciate dalla Bce?
Io penso di s. Sono combattuto, perch da una parte credo che sia
meglio che ci siano politiche di quantitative easing rispetto a un
monetarismo alla tedesca, come c stato in questi anni. Non basta pi
un Draghi che dice di fare whatever it takes: ha funzionato per due
anni, ma la dimensione linguistica della politica monetaria si scontrata
con i limiti del reale. Il reale fatto di deflazione, di bassi salari, di
povert, di disoccupazione. Dallaltra parte, per, sono estremamente
scettico sulla possibilit di uscire dalla crisi con queste politiche e di
imprimere una crescita tale da farne beneficiare la popolazione. Vedo il
rischio di un forte aumento delle diseguaglianze, che gi sono a livelli
stratosferici, e dunque la possibilit di un acuirsi del conflitto sociale. In
Italia queste cose sono percepibili, per quanto il problema sia di capire
quale conflitto. C pure da dire che le politiche di quantitative easing
sono un tentativo politico, oltre che monetario, di contenere non solo la
deflazione ma anche la crescita dellestrema destra in Europa, che
naturalmente cavalca disagio e malcontento. Lo pu fare perch in
una posizione che la sinistra non riesce ad assumere, di rottura di tutto
ci che Europa, euro, politiche della Bce. Lestrema destra ha buon
gioco perch ha questa posizione radicale. Io sono convinto che la
spaccatura delleuro potrebbe essere disastrosa. Lho vista in passato
come possibile, in un certo momento addirittura probabile, poi non a
caso alla fine del 2011 Draghi ha deciso di dettare i famosi mille
miliardi, e da l in poi leuro era riuscito a stare a galla. Eravamo di
nuovo arrivati a una situazione simile, si perci deciso per una svolta
di grande portata. Certo che se non si applicano delle politiche di
redistribuzione del reddito e io sono convinto che il reddito di
cittadinanza sia fondamentale, perch non riesco a vedere come si possa
redistribuire il reddito attraverso il rilancio di unoccupazione che sia
degna di questo nome , se in qualche modo non si rilancia un welfare
96

post-liberista, incentrato su forme autogestite, chiaro che la destra


destinata ad avanzare, non pu essere contenuta. Se poi ci si mettono
anche i terroristi islamici, il problema ancora pi grosso. Per questo
considero la Grecia il paese da cui pu rinascere unipotesi di Europa
diversa, dovremo quindi prepararci a sostenere questa svolta, avviando
anche delle politiche di mobilitazione, agitazione, rivendicazione e
coordinamento delle lotte che permettano a questo primo momento di
rottura della fatale e diabolica politica di stabilit di avere un futuro.
Un nodo che abbiamo iniziato ad affrontare nella scorsa intervista
quello dellorganizzazione. Tu hai parlato anche dello scenario bellico
come occasione per pratiche e rivendicazioni transnazionali, in un
quadro in cui come gi sottolineavi lulteriore aumento delle
diseguaglianze sociali porter probabilmente alla crescita di forme di
conflitto che possono assumere direzioni molto differenti od opposte.
Come si possono immaginare delle ipotesi in avanti da questo punto di
vista?
Attorno ai fatti di Parigi, tenendo conto di questa configurazione
geopolitica di guerra diffusa, mi sembrato di intravedere delle cose
che possono aprire degli spiragli dal basso. Lislamismo estremo ci
interpella per esempio sulle questioni del welfare, della povert, della
periferia. Bisogna quindi affrontare unidea di comune contro le
politiche di repressione legate allausterit e allo smantellamento del
welfare state. Lidea di un comune della differenza particolarmente
attuale, perch ci costringe a pensare a come possiamo ridefinire dei
percorsi di condivisione nella costruzione del comune. Come si fa a
praticare un reddito di cittadinanza? Non dimentichiamo che lIsis paga
un reddito di cittadinanza di 400 dollari ai suoi affiliati. Queste cose mi
impressionano, perch in termini materialistici ne vedo la potenza.
Molte organizzazioni islamiche hanno costruito la propria forza e il
proprio radicamento innanzitutto sulla questione del welfare...
Esatto, questa una lunga storia, mentre da noi avvenuto tutto il
contrario. Sta a noi individuare nel concreto, dove viviamo, queste
forme di costruzione e pratica di un comune fatto di differenze
97

molteplici, che per permetta di riconquistare degli spazi di vita, qui


non possiamo fare altro. C molta orizzontalit in tutto questo, la
verticalit la vedo nellattivare politiche di coordinamento su scala
europea, per questa volta con la forza di una vittoria anche se solo di
tipo elettorale, che permetta allo stesso tempo a questo nuovo scenario
istituzionale di tradursi in forme di mobilitazione e costruzione di
politiche del comune. In questo vedo degli spiragli di luce, in uno
scenario terribile e che, proprio per questo, ci deve costringere a
individuare gli elementi che ne sono allorigine. Non si tratta di fare un
discorso banale di causa-effetto, ma questa crisi del welfare, voluta e
programmata dalle politiche neoliberali e dellausterit, deve essere
colta come occasione per sperimentare dei processi di condivisione dal
basso che diano concretezza alla parola dordine che da tanto tempo
cerchiamo di diffondere del reddito di cittadinanza. Ma come e dove lo
costruiamo? Perch non riproporre dentro lespansionismo monetario
lidea di una redistribuzione verso il basso di questa ricchezza? Nei
prossimi mesi avremo di nuovo a che fare con una forte critica della
finanziarizzazione, proprio come altra faccia dellespansione monetaria.
Proviamo allora a trasformare il concetto stesso di liquidit in moneta
del comune, diamogli quindi contenuti a partire dal rilancio di criteri di
uguaglianza. Non c uscita dalla crisi senza redistribuzione della
ricchezza, impossibile.
I fatti di Parigi ci rimandano anche a un rischio concreto allinterno
della composizione sociale, ovvero a una spaccatura per semplificare
in modo brutale e semplicistico tra un ceto medio bianco che si
ricompone attorno ai valori della Rpublique e le periferie che si
ricompongono attorno a un conflitto che veste apparentemente i panni
della religione. Se, come dicevi tu allinizio, leggiamo le biografie di
chi ha compiuto lazione a Charlie Hebdo o di chi parte dalle periferie
di Londra o Parigi per andare a combattere con lIsis, ci troviamo
proletari delle banlieue, rapper e giovani impoveriti delle metropoli che
dovrebbero essere tra i soggetti di riferimento della costruzione di un
tessuto di lotte. Tutto ci ci parla innanzitutto delle nostre mancanze e
delle nostre incapacit...
98

Certo. L la religione un dispositivo di ricomposizione, ed proprio


un dispositivo di ricomposizione quello che noi dobbiamo reinventare.
Il processo indubbiamente andato molto in avanti, quindi non sar un
pranzo di gala. Io immagino che le lotte inevitabilmente ci saranno in
questa bolla di ipocrisia che i ceti politici dominanti continuano a
gonfiare con la retorica dellessere fuori dalla crisi, questo non per
niente vero e non lo sar per anni. In queste lotte, che saranno spurie ed
eterogenee, ci sar una fortissima tensione sul piano della progettualit
e delle forme di organizzazione. Sar un percorso molto duro, che
dobbiamo in qualche modo prevedere, anticipare e affrontare con
coraggio. Come si fa a trovare un linguaggio comune tra una
molteplicit di soggetti che, pur avendo determinati bisogni, hanno per
referenti e percorsi biografici cos frastagliati, tra quello che stato
licenziato da unimpresa o da una fabbrica e quello che cresciuto di
assistenza? Forse la pi grande sfida che ci troviamo di fronte quella
di coniugare odio e pace, o la pace come una forma di odio, che sia il
terreno sul quale possiamo parlarci e pensare assieme, per quanto con
immaginari, vissuti e ferite sul nostro corpo cos diverse.

99

100

101

LA COMPOSIZIONE DA COSTRUIRE

102

Composizione organica
composizione di classe

del

capitale

di Carlo Vercellone
I concetti di composizione organica e tecnica del capitale e di
composizioni di classe sono strettamente legati e direi che formano un
tutto inscindibile. Essi hanno daltronde un rapporto intimo con lanalisi
delle forme della sussunzione del lavoro al capitale (formale, reale,
general intellect) attraverso cui Marx caratterizza la successione logica
e storica di differenti configurazioni dei rapporti di sapere e potere che
si annodano intorno allorganizzazione sociale della produzione. Al fine
dintrodurre il dibattito sulle trasformazioni della composizione di
classe che avr luogo domani, il mio intervento si limiter a ricordare
rapidamente, in particolare per i compagni pi giovani, alcuni elementi
utili per comprendere lorigine e il senso di queste nozioni. Al tempo
stesso, cercher di porre laccento sul divenire storico di queste
categorie identificando alcune implicazioni attuali per lanalisi del
rapporto capitale/lavoro nel capitalismo cognitivo.
Le nozioni di composizione organica e composizione tecnica del
capitale.
Cominciamo dunque con i concetti di composizione organica e tecnica
del capitale.
Con il concetto di composizione organica del capitale Marx indica il
rapporto in termini di valore tra la parte costante del capitale (indicata
con c: macchine, edifici, materie prime, ecc) e quella variabile del
capitale (indicata con v), cio quella rappresentata dalla massa
salariale57. Com noto, Marx postulava che lo sviluppo del capitalismo
57

Ad esempio, se il capitale costante (c) ha un valore di 200 e il capitale variabile


(v) di 100, la composizione organica del capitale, C/V, del 200/100. utile
notare che nel concetto di composizione organica del capitale sociale ritroviamo
dunque la struttura e la composizione del salario che dipende da tutta una serie di
variabili strutturali e istituzionali prodotte dalla storia del rapporto capitale/lavoro.
Da questo punto di vista, una delle evoluzioni pi importanti della composizione
organica del capitale sociale a partire dal dopoguerra la crescita della parte

103

industriale avrebbe condotto ad accrescere progressivamente la parte


costante del capitale relativamente a quella variabile (la sola che crea
plusvalore). Ne risulta una visione dinamica del rapporto capitale/lavoro
che ha tre implicazioni fondamentali.
La prima riguarda la celebre legge della caduta tendenziale del saggio
di profitto che ha dato luogo a tutta una serie di controversie su cui
qui inutile soffermarsi. Ricordiamo tuttavia che, contrariamente a una
certa vulgata marxista, il legame tra innalzamento della composizione
organica del capitale e caduta del saggio di profitto, non ha nulla di
automatico. Linterpretazione meccanicistica che ne ha fatto una teoria
del crollo ineluttabile del capitalismo non ha alcun fondamento. Da un
lato Marx, da infatti almeno altrettanta importanza alle tendenze che
alle controtendenze che si oppongono alla caduta del saggio di profitto,
in primo luogo linnalzamento del tasso di plusvalore(Pl/V). Dallaltro,
quando stato possibile osservare storicamente il concretizzarsi 58 dei
meccanismi descritti dalla legge in un processo di crisi, si trattato
innanzitutto del frutto di una dinamica dellantagonismo che ha
bloccato lazione delle controtendenze. La crisi del regime
daccumulazione fordista ne unillustrazione esemplare. Nei principali
paesi a capitalismo avanzato, spesso gi a partire dalla met degli anni
60, laumento della composizione organica non pi compensato
dallinnalzamento del tasso di sfruttamento.

58

indiretta, o pi precisamente socializzata, del salario (pensioni, salute,


disoccupazione, assegni familiari, ecc.) sotto la forma di contributi sociali o di
altre forme di collettivizzazione del salario. La crescita di questa componente del
salario ha svolto non solo un ruolo chiave nella crisi del fordismo (Michel Aglietta,
Rgulation et crises du capitalisme, Odile Jacob, Paris, 1997), ma anche nello
sviluppo di uneconomia fondata sulla conoscenza e la produzione delluomo per
luomo (Carlo Vercellone, Modelli di Welfare e servizi sociali nella crisi sistemica
del capitalismo cognitivo, in Common, 1, 2010, pp. 32-39 e Crisi e istituzioni
del welfare. Nuove note sul capitalismo cognitivo, in Matteo Pasquinelli, (a cura
di), Gli algoritmi del capitale. Accelerazionismo, macchine della conoscenza e
autonomia del comune, ombre corte, Verona 2014). Torneremo su queste
trasformazioni quantitative e qualitative della composizione organica del capitale e
della composizione di classe alla fine di questo intervento.
Alain Lipietz, Derrire la crise: la tendance la baisse du taux de profit.
L'apport de quelques travaux franais rcents, in Revue Economique, Vol. 33,
N 2, Mars 1982, pp. 197-233.

104

Perch? La ragione principale si trova nel fatto che i comportamenti di


rifiuto del lavoro delloperaio-massa interrompono la crescita della
produttivit, nel mentre il salario safferma come una variabile
indipendente. Di qui la caduta del tasso di sfruttamento (PL/V) che
precipita quella del saggio di profitto (PL/C+V).
interessante osservare come una griglia di lettura simile per certi
aspetti applicato da Mylene Gaulard allanalisi del capitalismo in
Cina59. Nel suo recente saggio Karl Marx a Pechino, lautrice,
afferma che con il record mondiale del tasso dinvestimento che sfiora
circa il 50% del PIL60, il modello cinese dovrebbe scontrarsi a breve con
unimmensa crisi di sovraccumulazione di capitale. In particolare, il
tasso di profitto si gi dimezzato rispetto agli anni 90 e la
controtendenza legata a un innalzamento del tasso di sfruttamento
sarebbe sempre pi sbarrata dalle lotte del salariato cinese sul salario
diretto e sociale.
La seconda implicazione61 rinvia a una delle dimensioni dellipotesi del
general intellect, quella che la considera dal punto di vista dello
sviluppo del capitale fisso. Si tratta del modo in cui laumento
progressivo della scienza incorporata nel capitale costante e la crescita
conseguente della produttivit sociale del lavoro avrebbero condotto
tendenzialmente a una stadio in cui il tempo di lavoro immediato cessa
di essere la principale fonte della ricchezza e quindi, il valore di
scambio cessa e deve cessare di essere la misura del valore d'uso62. In
altri termini, la diminuzione progressiva del tempo di lavoro necessario
alla produzione e quindi del prezzo unitario delle merci finisce per
determinare la crisi della legge del valore, aprendo la via a uneconomia
fondata sullabbondanza e la diffusione della gratuit. Si noti che,
senza citare Marx e mascherandosi dietro una terminologia neoclassica,
59

Mylne Gaulard, Karl Marx a Pechino.Le radici della crisi nella Cina capitalista,
Demopolis, 2014.
60
Il consumo delle famiglie corrisponde invece al 35% del PIL, uno dei tassi pi
bassi del mondo
61
Il cui filo logico, si noti bene, strettamente connesso a quello della legge della
caduta tendenziale del saggio di profitto.
62
Marx, Karl, Grundrisse, Lineamenti fondamentali di critica delleconomia politica,
trad. it. Einaudi, Torino, 1976, p. 717.

105

lo schema logico sviluppato da Jeremy Rifkin nel suo ultimo libro,


quello che conduce alla societ a costo marginale zero63, non in fondo
altro che una ripresa di questaspetto delle tesi del general intellect.
Tuttavia, il suo approccio contrassegnato da un forte determinismo
tecnologico secondo il quale sarebbe l'emergere dell'internet delle cose,
ultima tappa dellautomazione della produzione, che darebbe vita a un
nuovo paradigma fondato sulla gratuit e sui commons delleconomia
della collaborazione64. Rifkin trascura invece laltro aspetto chiave della
tesi del general intellect, considerata dal punto di vista del lavoro vivo,
in cui il capitale fisso pi importante diviene luomo stesso nel cui
cervello risiede il sapere accumulato dalla societ65.
Mi riferisco allaffermazione di unintelligenza collettiva o di
unintellettualit diffusa. solo questultima, lintellettualit diffusa,
che pu infatti spiegare lo sviluppo di comunit produttive intensive in
conoscenza e imporre una traiettoria socio-tecnica fondata su istituzioni
del comune capaci dopporsi alla logica delle recinzioni del sapere e del
divenire rendita del profitto del capitalismo cognitivo. Tutta la storia
della rivoluzione informatica daltronde unillustrazione di questo
aspetto cruciale. Dalla concezione del personal computer fino a quella
dei protocolli internet riversati da Tim Berners Lee nel dominio
pubblico, senza dimenticare linnovazione giuridica del copyleft, la
natura aperta delle tecnologie informatiche e degli standard del web il
prodotto di una costruzione sociale del comune in permanente conflitto
sia con la logica statuale che con quella proprietaria dei grandi oligopoli
dinternet.

63

Secondo la teoria neoclassica, il prezzo di un bene deve essere fissato al suo costo
marginale, ovvero al costo di produzione delle unit supplementari di un bene o di
un servizio determinato, al netto dei costi fissi. Se il costo marginale cade a zero,
questi beni devono dunque essere ceduti gratuitamente.
64
Mettendo una moltitudine mondiale di prosumers sempre pi in misura di
condividere a costo zero non solo software, musica e informazione ma la stessa
energia e una massa crescente di beni materiali prodotti mediante stampa 3D.
65
Marx, Karl, Grundrisse, Lineamenti fondamentali di critica delleconomia politica,
trad. it. Einaudi, Torino, 1976, p. 725.

106

La terza implicazione, di cui la tesi del general intellect ci ha dato uno


spunto di riflessione, ci conduce a un corollario importante del concetto
di composizione organica : quello di composizione tecnica del capitale.
Per lo stesso Marx laumento della composizione in valore del capitale
non era infatti che il riflesso di un aumento ancora pi vertiginoso della
composizione tecnica del capitale. Ora, con questa evoluzione non si
doveva intendere solo il fatto che un numero dato di lavoratori avrebbe
messo in opera una massa crescente di strumenti di produzione, di
materie prime ecc, in seguito a una crescente automatizzazione della
produzione. Lapprofondimento della composizione tecnica del capitale
designava anche e soprattutto un cambiamento qualitativo nei rapporti
di sapere e potere tra capitale e lavoro : la scienza e la tecnologia
incorporata nel capitale costante avrebbe condotto ad una progressiva
espropriazione dei saperi degli artigiani e degli operai di mestiere,
riducendo il lavoro vivo a una semplice appendice del sistema
automatico delle macchine. Si tratta di un elemento cruciale del
passaggio dalla sussuzione formale alla sussunzione reale del lavoro al
capitale che si concretizza nella contrapposizione delle potenze
intellettuali del processo di produzione agli operai66.
I concetti di composizione organica e tecnica del capitale intrattengono
dunque una relazione stretta con le nozioni di sussunzione formale e di
sussunzione reale del lavoro al capitale (come con quella di general
intellect). Come rilevava Marx, nel capitolo VI inedito del Capitale, uno
degli indicatori principali della sussunzione formale proprio la
preponderanza (quantitativa e/o qualitativa) della parte variabile rispetto
a quella costante del capitale. Nella sussunzione formale, il rapporto
capitale/lavoro ancora caratterizzato dallegemonia delle conoscenze
tacite e dei savoir-faire degli artigiani e degli operai di mestiere. La
costrizione al rapporto salariale dipende essenzialmente da meccanismi
istituzionali e finanziari di depossessione del comune. La logica della
divisione del lavoro e del progresso tecnico sospinta dal capitalismo
industriale, avr proprio tra i suoi obiettivi quello di rovesciare questa
66

Marx Karl, Il Capitale, trad it, Edizioni Rinascita, Roma, 1951-1956, p. 420.

107

situazione: incorporare la conoscenza nel capitale costante e


nellorganizzazione manageriale delle imprese per affermare la loro
egemonia sui saperi del lavoro vivo. La sussunzione diviene cos reale,
cio iscritta nella stessa materialit delle forze produttive.
La dinamica antagonista tra sapere e potere che struttura il rapporto
capitale-lavoro rimane tuttavia sempre aperta, come mostra la stessa
ipotesi marxiana del general intellect. In questo senso, nel capitalismo
cognitivo, il ritorno alla preponderanza dei saperi del lavoro vivo,
riconosciuta sotto la forma mistificata del capitale cosiddetto
immateriale, costituisce un fattore di crisi della sussunzione reale. La
sussunzione del lavoro al capitale per lessenziale di nuovo formale,
perlomeno per quanto riguarda i rapporti di sapere a livello
dellorganizzazione della produzione. Non si tratta, ovviamente, di un
ritorno alluniverso dei saperi artigianali del capitalismo preindustriale,
ma di una rottura con la logica della sussunzione reale che le lotte
hanno imposto al livello pi elevato dello sviluppo di una knowledge
based economy. Si tratta di un elemento importante per comprendere sia
lattualit della tesi del general intellect sia il senso dellopposizione tra
la dinamica del capitalismo cognitivo e quella di uneconomia fondata
sulla conoscenza.
La nozione di composizione di classe
Passiamo dunque alla categoria di composizione di classe, o pi
precisamente di composizione tecnica e politico-soggettiva di classe.
Senza dimenticare la complessit e la non linearit delle relazioni tra
questi due livelli, nellambito di questintervento ci si attarder
soprattutto sulla dimensione tecnica, quella in pi stretta relazione con il
concetto di composizione organica e tecnica del capitale.
A differenza delle nozioni di composizione organica e tecnica del
capitale, concepite come categorie danalisi della configurazione
oggettiva del capitale stesso, la nozione di composizione di classe parte
invece dal punto di vista dellantagonismo del lavoro vivo.
Essa costituisce una delle principali e durature innovazioni teoriche
introdotte dalloperaismo per il modo in cui combina il rigore
scientifico marxiano dellanalisi della struttura del capitale e la forza
108

soggettiva del metodo della conricerca, come dispositivo


danticipazione e dorganizzazione delle lotte. In questo senso, la
nozione di composizione di classe veramente il contrario, il reciproco
antagonista dei rapporti di dominazione espressi dalla composizione
organica e tecnica del capitale.
Come sottolinea Negri, essa la sola base materiale a partire dalla
quale si pu marxianamente parlare di soggetto 67. Si ricordi anche a
tal proposito che questa nozione stata elaborata dalloperaismo
allinizio degli anni 60 in rottura con lapproccio allora dominante nel
marxismo ortodosso. Questultimo considerava lo sviluppo capitalistico
delle forze produttive come una dinamica di progresso neutra e
oggettiva e, su questa base, sfociava sulla tesi della definitiva
integrazione della classe operaia nelluniverso fordista della produzione
e del consumo di massa. Tesi simili, con una tonalit francofortese, sono
daltronde riproposte oggi a proposito del capitalismo cognitivo e
neoliberista che, per certi ricercatori, avrebbero sviluppato i meccanismi
della sussunzione reale sul piano stesso della produzione della
soggettivit, rendendo caduca ogni ipotesi politica fondata
sullautonomia potenziale del lavoro cognitivo68.
La nozione di composizione tecnica e politico-soggettiva di classe
interpreta dunque levoluzione storica e la struttura del capitale a partire
dal ruolo motore della lotta di classe e dai rapporti conflittuali di sapere
e potere che attraversano la divisione tecnica e sociale del lavoro69.
67

Antonio Negri, Dall'operaio massa all'operaio sociale, Multhipla, Milan, 1979,


p.60.
68
Si tratta, ad esempio, della posizione sostenuta da Pierre Dardot e Christian Laval
(Commun, La Dcouverte, Paris, 2014) nel loro recente saggio sul Comune e che li
conduce a negare drasticamente la preesistenza di una soggettivit del lavoro che
condurrebbe alla sua instaurazione.
69

Da questo punto di vista, utile sottolineare la forte sinergia che esiste tra
lispirazione marxiana dellapproccio operaista in termini di composizione di
classe e lanalisi di Foucault dellintreccio sapere-potere e delle lotte che lo
traversano e di cui costituito, che determinano le forme e i campi possibili della
conoscenza (Michel Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino, 2005). Per
unanalisi pi esaustiva delle categorie della conoscenza condotte dal punto di
vista del rapporto capitale-lavoro, mi permetto di rinviare al mio saggio per

109

Due aspetti concorrono in particolare a caratterizzare materialmente il


concetto di composizione tecnica di classe in una configurazione storica
determinata.
Il primo consiste nellidentificare la figura del lavoro situata al cuore
del processo capitalistico destrazione del plusvalore. In ragione di
questa posizione centrale, essa detiene il potere potenziale di
destabilizzare il capitale e doperare un processo di ricomposizione di
classe. Il secondo poggia sullipotesi secondo la quale il tipo di
divisione del lavoro e il rapporto degli uomini con gli strumenti di
produzione, contribuiscono a determinare forme e contenuti
dellantagonismo e delle lotte operaie.
Alcuni esempi di figure egemoniche della composizione di classe
permettono dillustrare questo metodo di analisi.
- La figura delloperaio-artigiano dei sublimi protagonista della
Comune di Parigi, in Francia. Essa svolge un ruolo centrale, in
particolare nellindustria meccanica, nella creazione del plusvalore nel
quadro di una struttura produttiva caratterizzata ancora da una
moltitudine di piccoli ateliers disseminati nei quartieri del territorio
parigino, con una massa conseguente di lavoratori a domicilio. Sussunti
solo formalmente al capitale, lautonomia sul piano dei saperi dei
sublimi si esprime nellorgoglio della qualificazione e in unestrema
mobilit. Questultima viene usata come strumento di affermazione
della propria indipendenza professionale e dellautocontrollo dei ritmi e
degli stili di vita rispetto alla disciplina manifatturiera. Le caratteristiche
della composizione tecnica di classe dei sublimi spiegano ampiamente,
almeno quanto ne sono spiegate, una soggettivit politica fortemente
influenzata dallanarchismo e dal proudhonismo. Essa si fonda su un
progetto di organizzazione mutualistica e federalistica della solidariet e
della gestione della produzione, che va di pari passo con pratiche di
forme politiche di democrazia diretta che saranno al centro
dellesperienza della Comune di Parigi.
- La figura delloperaio professionale del movimento dei consigli nel
lhabilitation diriger les recherches (Carlo Vercellone, Connaissance et division
du travail dans la dynamique longue du capitalisme. Une approche no-marxiste
du capitalisme cognitif, Mmoire pour lhabilitation diriger les recherches,
Octobre 2014, Universit de Paris1 Panthon-Sorbonne.

110

primo dopoguerra. Allinizio della seconda rivoluzione industriale, essa


detiene ancora una parte essenziale delle conoscenze codificate e tacite
necessarie allorganizzazione del lavoro nelle fabbriche. Tale
consapevolezza del proprio potere produttivo pu tradursi in un
progetto di trasformazione sociale che obbedisce al principio secondo il
quale chi pu gestire la produzione in fabbrica pu anche gestire
linsieme dellarticolazione della produzione sociale70. Anche per
questo, la lotta delloperaio professionale del movimento dei consigli
era una lotta per la riappropriazione diretta dei mezzi di produzione a
fronte di un processo di lavoro non ancora interamente plasmato e
sottomesso realmente dal capitale. Certo, anche nel caso di questa
figura operaia, come mostra legemonia del tradeunionismo in Gran
Bretagna, per esempio, nessun legame meccanico permette di dedurre la
composizione politica di classe dalle caratteristiche della composizione
tecnica. Ci non inficia il fatto che la diffusione dei metodi tayloristi e
fordisti dorganizzazione del lavoro non dipender solo dal loro
adeguamento alla logica della produzione in serie. Essa sar anche e
soprattutto legata allobiettivo di destrutturare alle sue fondamenta la
composizione di classe delloperaio professionale che aveva dato vita al
movimento dei consigli operai, sviluppando una poderosa
rivendicazione allautogestione della produzione.
- La figura delloperaio-massa situata al centro dei processi di
creazione del valore nei settori motori della crescita fordistakeynesiane nel dopoguerra. Come laveva compreso con una capacita
di anticipazione formidabile loperaismo dei Quaderni Rossi e di
Classe Operaia, loperaio-massa, confrontato a unorganizzazione della
produzione completamente strutturata dalle esigenze del processo di
valorizzazione, non poteva rivoltarsi che contro la materialit stessa del
comando iscritto nella catena di montaggio. Abbiamo qui, portata per
molteplici aspetti al suo compimento, la tendenza che Marx caratterizza
come la logica della sussunzione reale del processo di lavoro al capitale.
Tuttavia questa tendenza rester sempre imperfetta : un nuovo tipo di
sapere operaio tender incessantemente a ricostituirsi al livello pi
70

Liliana Lanzardo, Personalit operaia e coscienza di classe - Comunisti e cattolici


nelle fabbriche torinesi del dopoguerra, F. Angeli, Milano, 1989.

111

elevato di sviluppo della divisione tecnica e sociale del lavoro. Nella


dinamica della crisi sociale del fordismo, questa tensione si espressa
attraverso i conflitti che hanno condotto alla formazione di
unintellettualit diffusa e allo sviluppo dei servizi collettivi del Welfare
(sanit, istruzione, ricerca) al di l delle compatibilit della regolazione
fordista. Sono state cos poste le condizioni del decollo di uneconomia
fondata sul ruolo motore del sapere e sulla sua diffusione.
- Infine, nel passaggio dal fordismo al capitalismo cognitivo, la
composizione tecnica di classe conosce un nuovo sconvolgimento
caratterizzato dallaffermazione della figura del lavoro cognitivo. In
questa mutazione, lorganizzazione delle attivit produttive situate al
centro del processo di creazione del plusvalore dipende sempre meno
dalla scomposizione tecnica della produzione del lavoro in mansioni
elementari e ripetitive prescritte dalla direzione manageriale delle
imprese. Essa si fonda invece sempre pi su unorganizzazione
cognitiva del lavoro basata sulla polivalenza e la complementariet di
diversi blocchi di sapere che i lavoratori mobilizzano collettivamente
per realizzare un progetto produttivo e adattarsi a una dinamica di
cambiamento continuo.
La composizione di classe del lavoro cognitivo non deve dunque essere
confusa con una lite di lavoratori della conoscenza (alla Peter
Drucker), o con la classe creativa di Richard Florida71. La centralit del
lavoro cognitivo traversa invece linsieme delle attivit produttive, sia
che si tratti delle nuove industrie high-tech, sia delle produzioni
delluomo per luomo, come pure dei settori considerati tradizionali e/o
a debole intensit tecnologica72. Come mostra linchiesta sulle
condizioni di lavoro in Europa della fondazione di Dublino,
lorganizzazione cognitiva del lavoro costituisce ormai il modello
dominante in Europa, sia in termini quantitativi, sia sul piano
qualitativo dei processi produttivi da cui dipende la competitivit delle
imprese e la valorizzazione del capitale (tabella 1)73.
71

72

73

Come ha opportunamente ricordato Salvatore Cumino nel suo cotributo a questo


volume.
Su questo punto cf. anche Antonio Negri e Carlo Vercellone (Le rapport
capital/travail dans le capitalisme cognitif, Multitudes, N 32, 2008, pp. 39-50. ).
Pi precisamente, il modello preponderante di organizzazione del lavoro, il

112

Tabella 1. National Differences in Forms of Work Organisation

Sources: Eurofound (2000). For the Exposure index: Lundvall and Lorenz
(2009).
modello di organizzazione cognitiva, chiamato di organizzazione discrezionale
(che corrisponde al 39,1% dei lavoratori salariati in Europa), seguito dal modello
toyotista della Lean Production (28,2%) e dellautonomia controllata, che
potremmo definire come un ibrido fra divisione tecnica e divisione cognitiva del
lavoro. In ultima posizione si trova il modello tayloristico (che non rappresenta
pi che il 14% della forza-lavoro). Due osservazioni ulteriori sui limiti e sugli
insegnamenti di questinchiesta di stampo sociologico classico. I) I risultati
dellinchiesta sottostimano fortemente limpatto reale del lavoro cognitivo per tre
ragioni : lesclusione de settore dei servizi pubblici e del terzo settore; lesclusione
dal campione delle imprese con meno di 10 addetti nelle quali si concentrano
tuttavia numerose start-up e altre produzioni di beni e servizi intensive in
conoscenza; la non presa in conto dellampiezza del lavoro cognitivo dei
prosumers e dei commons dellinformazione e della conoscenza, allimmagine del
modello del software libero. II) LItalia mostra un chiaro ritardo rispetto ai paesi
Nordici, alla Germani e alla Francia, sebbene possieda anchessa di una
percentuale assai elevata, del 30%, di lavoratori inseriti nel modello di
organizzazione discrezionale.

113

Questa mutazione della composizione tecnica di classe si traduce o


comunque si rispecchia in una trasformazione radicale della cosiddetta
composizione organica del capitale che, per molti aspetti, realizza
laffermazione marxiana del general intellect secondo la quale il
principale capitale fisso sarebbe diventato luomo stesso.
Numerosi indicatori confermano il nuovo primato del cosiddetto
capitale immateriale o intellettuale nei paesi dellOCSE, tanto per
quanto riguarda la capitalizzazione borsistica delle principali imprese74
che per quanto concerne la composizione dellinvestimento sociale (sia
come flusso sia come stock accumulato).
Per illustrare queste tesi, si ricordi il senso di una evoluzione spesso
evocata dalla stessa teoria economica mainstream per caratterizzare
lavvento di una economia fondata sulla conoscenza. Si fa riferimento
alla dinamica storica attraverso cui la parte del capitale chiamato
intangibile (R&S ma soprattutto istruzione, formazione e salute)
avrebbe superato, quella del capitale materiale nello stock globale di
capitale e sarebbe diventata lelemento determinante della crescita e
della competitivit. Questa evoluzione ha tre significati principali e
articolati strettamente, per quanto occultati sistematicamente dagli
economisti mainstream.
Il primo significato, sul piano concettuale, che ci che viene chiamato
capitale immateriale e intellettuale in realt essenzialmente
incorporato negli uomini e perci corrisponde fondamentalmente alle
facolt intellettuali e creatrici della forza lavoro.
Si noti che ci troviamo di fronte a uno sconvolgimento degli stessi
concetti di capitale costante e di composizione organica del capitale
ereditati dal capitalismo industriale. Nel rapporto c/v che designa
matematicamente la composizione organica sociale del capitale, infatti
v, la forza lavoro, che appare come il principale capitale fisso e, per
riprendere unespressione di Christian Marazzi, si presenta come corpomacchina della forza-lavoro75. Pi precisamente, si potrebbe affermare
74

Si stima che la parte degli assets immateriali nella capitalizzazione borsistica delle
500 principali imprese americane sia passata dal 15% all85% tra il 1975 e il 2005.
75
Poich, precisa Christian Marazzi oltre a contenere la facolt di lavoro, funge
anche da contenitore delle funzioni tipiche del capitale fisso, dei mezzi di produzione

114

che le nozioni di capitale immateriale o intellettuale sono un sintomo


della crisi della categoria stessa di capitale costante che si era affermata
con il capitalismo industriale, dove c (il capitale costante) si presentava
come lavoro morto, cristallizzato nelle macchine, che imponeva al
lavoro vivo la sua dominazione. Altrimenti detto, queste nozioni non
esprimono in realt, se non in maniera deformata, il modo di cui i
saperi vivi incorporati e mobilitati dal lavoro svolgono ormai,
nellorganizzazione sociale della produzione, un ruolo preponderante
rispetto ai saperi morti incorporati nel capitale costante e
nellorganizzazione manageriale delle aziende.
Il secondo significato che laumento della parte del capitale chiamato
immateriale strettamente legato allo sviluppo delle istituzioni del
comune e delle produzioni collettive delluomo per luomo del Welfare.
Sono in particolare i servizi collettivi del Welfare che hanno permesso
lo sviluppo della scolarizzazione di massa e svolto un ruolo chiave nella
formazione di una intellettualit diffusa o di una intelligenza collettiva:
questultima che difatti spiega la parte pi significativa dellaumento
del capitale immateriale che, come sottolineato, rappresenta, oggi, il
fattore principale della crescita e la condizione basilare della
riproduzione di questa economia fondata sulla conoscenza di cui si
nutre il capitalismo cognitivo e finanziarizzato. Si osservi che in
questottica, la stessa questione storica della riappropriazione dei mezzi
di produzione conosce un sensibile spiazzamento rispetto allet del
capitalismo industriale. Essa diventa oggi anche e soprattutto quella
della riappropriazione democratica e dellautogoverno delle principali
istituzioni e produzioni collettive del Welfare che permettono la
riproduzione e lo sviluppo del cosiddetto capitale immateriale.
Il terzo significato proprio che, contrariamente a unidea diffusa, le
condizioni sociali e le istituzioni chiave di uneconomia fondata sulla
conoscenza non si trovano solo nei laboratori privati di R&S delle
grandi aziende. Esse corrispondono innanzitutto alle produzioni
in quanto sedimentazione di saperi codificati, conoscenze storicamente acquisite,
grammatiche produttive, esperienze, insomma lavoro passato (Marazzi Christian,
Lammortamento
del
corpo
macchina,
Multitudes
n
27,
2007
http://www.multitudes.net/L-ammortamento-del-corpo-macchina/).

115

collettive delluomo per luomo assicurate tradizionalmente dalle


istituzioni comuni del Welfare State, al di fuori della logica del mercato
e della domanda solvibile. Non solo esse orientano lo sviluppo di
uneconomia fondata sulla conoscenza ma costituiscono settori in cui la
dimensione cognitiva e relazionale del lavoro dominante. Esse sono in
definitiva, quasi sempre, per definizione una co-produzione di servizi.
In tale quadro, allora possibile considerare la sperimentazione di
forme democratiche e inedite di autogestione della produzione che
coinvolgano strettamente gli utenti, secondo un modello che potrebbe
diffondersi progressivamente agli altri settori e alle altre attivit
economiche.
Insomma, tutti questi elementi relativi alla nuova natura della
composizione del capitale e della composizione di classe mostrano in
nuce la possibilit dellevoluzione verso un modo di produzione e di
sviluppo alternativo, fondato sulla logica del comune, tanto per quel che
riguarda le norme di produzione e di consumo quanto per quelle della
distribuzione.
Due ultime brevi considerazioni prima di concludere
La prima riguarda il modo in cui la figura del lavoro cognitivo dispone
senza dubbio di una minore omogeneit rispetto alle figure che hanno
precedentemente assunto una posizione dominante nella composizione
di classe. Questa minore coesione dipende in misura considerevole
dallindividualizzazione del rapporto salariale e dallo sviluppo di
profonde diseguaglianze salariali, spesso senza rapporto alcuno, come
rilevato da Cohen76 e Piketty77, con le qualificazioni e le competenze
effettive dei lavoratori. Tale minore coesione senza dubbio anche
legata alla dispersione spaziale della produzione che ha privato la nuova
composizione di classe di uno dei fattori che aveva favorito lunit
oggettiva e la forza di negoziazione delloperaio-massa delle grandi
76

Daniel Cohen, Homo Economicus: Prophte gar des temps nouveaux, Albin

Michel, Paris, 2012.


77

Thomas Piketty, L'conomie des ingalits, La Dcouverte, Paris, 2015.

116

fabbriche fordiste.
Non bisogna tuttavia sminuire la capacit di ricomposizione che
possono esprimere, nei luoghi di lavoro come nel territorio
metropolitano, le grandi concentrazioni di lavoratori cognitivi che
rinveniamo ancora in numerosi settori strategici del capitalismo
cognitivo e del modello antropogenico, come gli ospedali, le universit
e, in certe occasioni eccezionali, nel settore dellindustria culturale.
Perlomeno questo uno degli insegnamenti chiave dei cicli di lotta che,
con alterne fortune, si sono sviluppati in Francia in questultimi
decenni, dal movimento delle coordinazioni delle infermiere, a quello
degli studenti e insegnanti contro il Contrat Premire Embauche (CPE)
e la legge sullautonomia delluniversit, senza dimenticare il grande
avvenimento del blocco del festival dAvignon organizzato dagli
intermittenti dello spettacolo nel 2003.
La seconda considerazione parte dalla constatazione secondo cui alcun
determinismo stretto pu permettere di considerare la composizione
soggettiva e politica di classe come un riflesso delle sue caratteristiche
tecniche. Come ricordato, composizioni tecniche di classe assai simili,
come quelle fondate sulloperaio professionale, hanno potuto, per
esempio, dar luogo in Europa e negli Stati-Uniti a forme
dorganizzazione sindacale e politiche diametralmente differenti. Allo
stesso modo, come sappiamo, niente garantisce oggi la traduzione
dellautonomia potenziale della cooperazione del lavoro cognitivo in
sua effettiva capacit di autogoverno della produzione.
Detto questo, il concetto di composizione tecnica di classe resta ancora
una guida importante nellanalisi e permette di approcciare certi aspetti
cruciali e materialmente determinati del rapporto capitale/lavoro e delle
forme della conflittualit che ne conseguono, secondo modalit pi o
meno sotterranee o sviluppate. Certo, lanalisi della composizione
tecnica di classe pu spesso identificare soltanto delle potenzialit che
restano ancora allo stadio di comportamenti microconflittuali non
immediatamente visibili sul piano della composizione politicosoggettiva. Si tratta di un limite strutturale di questo livello danalisi,
ma anche di una sua forza in quanto attira la nostra attenzione sulla
necessit di non cadere in un errore di segno opposto. Faccio
117

riferimento alla tentazione di fare di certe espressioni della


composizione politica di classe, a un momento dato, un elemento
tecnico e in qualche modo strutturale. , per esempio, il caso delle tesi
che attribuiscono la stasi attuale delle lotte - in ogni caso la loro
difficolt a superare, nel senso di Gramsci, il momento economicocorporativo - a una sussunzione reale che investirebbe ormai il cervello
e la soggettivit stesse del lavoro cognitivo. In modo significativo, i
difensori di questo tipo di visione, in particolare in Francia,
minimizzano invece il ruolo della precariet e del declassamento, come
strumenti di controllo e di segmentazione della composizione di classe.
Sembrano cos anche dimenticare il modo in cui nel nuovo capitalismo
il rafforzamento della costrizione monetaria al rapporto salariale
invece proprio il riflesso e la risposta capitalistica ad unautonomia del
lavoro capace in potenza di portare i conflitti sulla stessa questione
essenziale del senso e della finalit sociali della produzione. In
definitiva, come la composizione politico-soggettiva non pu essere
dedotta da quella tecnica, anche vero il contrario. Tra le due vi
sempre una dialettica aperta nella quale la nostra azione attraverso la
pratica della conricerca e dorganizzazione delle lotte pu svolgere un
ruolo importante.

118

Quali soggetti per i conflitti a venire?


di Salvatore Cominu
Questo testo si propone di fornire alcuni elementi per una discussione
sulle trasformazioni della composizione di classe (o della composizione
sociale del lavoro) e delle lotte nella crisi. Al centro, dunque, la
questione di cosa sia divenuta la classe, nelle trasformazioni di lungo
periodo ma soprattutto nel frame della grande crisi, sia dal punto di
vista della sua articolazione tecnica sia della sua soggettivit: desideri,
aspettative, valori, modi di percepirsi nel produrre, nel consumare, nel
riprodursi, reti e relazioni sociali, per giungere alla disponibilit
allazione collettiva. In relazione a ci, i soggetti e i luoghi delle lotte:
quelle che ci sono state e quelle che non ci sono state, quelle infine da
anticipare e costruire. Una discussione da rilanciare evitando, per
quanto possibile, i rischi speculari dello schiacciamento sulla
congiuntura (per cui divengono indicatori di tendenze strategiche
lultimo evento di lotta o lultimo risultato elettorale) e del continuismo,
per cui il nostro in senso ampio - punto di vista sul capitalismo e
sulla classe, sedimentato attraverso la ricerca militante tra gli anni
Ottanta e lo scorso decennio, riproposto senza le necessarie verifiche,
messe a punto eventuali revisioni. E scontato che i temi sollevati
richiederebbero spazio e profondit ben superiori a quelli di un
contributo introduttivo. Questo intervento da intendersi come
possibile e non esaustiva premessa di una riflessione che vorremmo
senzaltro ampia e approfondita.
Le lotte nella crisi
Cosa ci dice anzitutto il ciclo di lotte nella crisi? E cosa ci dicono,
aggiungeremmo, le non lotte, lassenza di conflitti dispiegati laddove
sarebbe stato lecito attendersi pi diffuse e frequenti resistenza o forme
di reazione?
Alcune indicazioni provengono da quello che si definito per brevit
continueremo a chiamarlo cos, consci dellinadeguatezza della
definizione ciclo di lotte globali nella crisi. Tenuto conto delle
differenze (tra Il Cairo e Madrid, tra Santiago del Cile e New York, tra
119

Oakland e Atene, o Istanbul e Rio, ecc.) troviamo in queste


mobilitazioni anche temi ricorrenti: i soggetti (nella molteplicit sociale
delle lotte al centro sono sovente giovani, spesso istruiti ma con limitate
prospettive di mobilit o di semplice integrazione, e gruppi coinvolti in
processi di declassamento); i luoghi (le piazze, lo spazio da occupare o
ri-pubblicizzare) come luogo di ricomposizione; la rilevanza dei temi
attinenti ai beni comuni, che tematizzano dunque alcuni degli snodi
cruciali del capitalismo contemporaneo. Il problema comune risiede
nella sostanziale assenza di significative sedimentazioni organizzative e
istituzioni di contro-potere (anche se la crescita di alcune formazioni
politiche es. Podemos in Spagna - potrebbero essere letti in questo
senso, ma sarebbe una forzatura).
In via preliminare abbiamo tentato di fornire uno schema di possibile
lettura di questo ciclo ricorrendo ad un distinguo, senza dubbio
schematico, tra lotte nei cosiddetti Brics (usiamo il termine per brevit)
e nei paesi a capitalismo maturo. Da un lato, in Europa e in Nord
America (soprattutto in Europa meridionale) abbiamo avuto
mobilitazioni in un contesto di aspettative decrescenti, per difendersi
od opporsi a processi di declassamento e impoverimento. Dallaltro
(pensiamo ad esempio al Brasile, ma con aspetti peculiari e specifici
anche alla stessa Cina) lotte a partire da aspettative crescenti, dalla
percezione di potersi appropriare di una ricchezza in espansione
prodotta collettivamente, dalla quale si tuttavia esclusi. Laddove
prevalgono aspettative decrescenti aumentano le difficolt nel trovare
terreni comuni e dinamiche di ricomposizione ( quanto abbiamo visto
in Italia). Ci rendiamo conto di riprendere una categoria non nuova, che
risale a De Tocqueville, ma comunque una traccia che proponiamo al
dibattito.
Un discorso specifico andrebbe poi riservato a quanto ci dicono le lotte,
e soprattutto lassenza di lotte, in Italia, dove al netto dellesperienza del
movimento No Tav, oggi in una fase meno propulsiva, in questi anni
abbiamo avuto esplosioni sporadiche, poche importanti vertenze in
alcuni settori del lavoro (logistica, trasporto pubblico a Genova, ecc.),
sollevazioni spurie (pensiamo al #9D di Torino), alcune esperienze,
dalle occupazioni della cultura (con tutte le differenze del caso) alle
120

lotte per labitare, che forse ci consegnano ad oggi la principale


esperienza di radicamento territoriale. Abbiamo soprattutto avuto un
ciclo di non lotte. Mondi che non si sono sollevati, settori di classe
che talvolta esprimono rabbia e malessere attraverso il voto (come
quello che ha premiato il M5S nel 2013), comunque in forma
individuale. un malessere che non tracima e non produce azione
collettiva, e quando la produce (con le dovute eccezioni) non le
sedimenta o generalizza.
Sussunzione e lavoro cognitivo
La questione della soggettivit incrocia le trasformazioni del capitale e
del capitalismo. Occorre qui sottoporre a verifica due dispositivi teorici
forti, prodotti dalla ricerca operaista o post-operaista. Il primo attiene al
carattere preminentemente estrattivo dellaccumulazione capitalistica
contemporanea, in altre parole al primato delle pratiche di produzione
del valore attraverso lo spossessamento (lappropriazione e messa a
valore di beni comuni) rispetto alle tradizionali forme di sfruttamento
del lavoro, che erano al centro del capitalismo industriale. Il secondo
la categoria di capitalismo cognitivo, o meglio (per richiamare Carlo
Vercellone) la contraddizione tra economia fondata sulla conoscenza e
capitalismo cognitivo. Estrattivo e cognitivo non sono evidentemente
sinonimi, ma presentano alcune convergenze, di cui la principale forse
linsistenza sulla prerogativa rentier del capitalismo contemporaneo. Da
qui anche un nuovo primato della sussunzione formale sulla
sussunzione reale. Abbiamo, per dirla in breve e inevitabilmente
banalizzando, un capitalismo che crea valore appropriandosi in modo
parassitario i) di risorse comuni ovvero ii) di quanto prodotto
autonomamente da una cooperazione sociale che gli preesiste o che lo
eccede (questa appunto la sottomissione formale del lavoro al capitale,
laddove quella reale presuppone lintervento diretto del capitalista nel
dare o imporre la sua forma alla produzione - con la tecnica, la
scienza, le macchine, ecc.). Queste stilizzazioni non rendono
ovviamente conto n della ricchezza di queste proposte teoriche n delle
sfaccettature e articolazioni del discorso (le categorie di capitale
estrattivo e spossessamento non necessariamente hanno per corollario
121

lidea che i capitalisti siano poco interessati al comando diretto sul


lavoro, anzi per alcuni non affatto cos).
Queste proposte teoriche hanno portato un contributo fondamentale per
la comprensione dei processi di accumulazione nel nuovo capitalismo.
Se ci trovassimo in unaltra sede, saremmo i primi a proporne e
sostenerne il valore analitico ed euristico. Credo che si possa e debba
iniziare a discutere anche di alcuni (possibili) limiti ed esplicitare alcuni
dubbi.
1) La categoria di capitale estrattivo unarma teorica fondamentale
contro i processi di espropriazione delle citt e dei territori, di
devastazione ambientale, di gentrification, di finanziarizzazione
delleconomia. Ha inoltre un evidente riscontro empirico nella gerarchia
interna al capitalismo. Il gruppo al vertice del capitalismo italiano, ad
esempio, si compone oggi soprattutto di imprese del tipo che Sergio
Bologna definisce riscossori di pedaggi e di nuove tasse sul
macinato, con rendite quasi sempre garantite dal rapporto con il potere
politico: telefonia, energia, autostrade, aeroporti, ferrovie, assicurazioni,
banche, utilities, vedremo cosa accadr alle Poste. inoltre evidente
che laccumulazione e la concentrazione di ricchezza si basata, negli
ultimi decenni, prima che sul valore prodotto dalle imprese
manifatturiere e di servizi, sulle aspettative di redditivit di volta in
volta mobilitate nei settori pi propriamente estrattivi, quasi sempre
in stretto connubio con il capitale finanziario: il ciclo del real estate
degli anni Duemila ne costituisce un valido esempio.
Ci pare tuttavia che la tesi estrattivista ponga anche dei problemi. Il
primo risiede nella variet e nelle articolazioni che assume nello
spazio (e nel tempo) il rapporto tra finanza e industria 78. Il capitale
finanziario - a prevalente matrice anglosassone - esercita un comando e
un prelievo sulla ricchezza prodotta nel pianeta, ma questa realizzata
anche (e in alcune aree soprattutto) attraverso modalit assai pi
78

Chiariamo che non intendiamo qui l industria nel significato di manifatturiero, ossia
come settore economico, ma come una modalit di organizzazione della produzione di beni
e di servizi, che presuppone limpiego sistematico di mezzi (tecnici, organizzativi,
burocratici, ecc.) per incrementare la produttivit del lavoro. In questo senso, per
esemplificare, anche le produzioni culturali e creative, i servizi di welfare, piuttosto che la
logistica o la distribuzione commerciale, laddove siano presenti tali condizioni, sono
interpretati come industrie.

122

tradizionali. Lestrazione, per dirla in breve, andrebbe letta di


conseguenza nel suo specifico rapporto con lo sfruttamento, pi che
come sfera indipendente.
In secondo luogo (aspetto ben presente a una parte degli autori che
hanno approfondito la categoria di capitale estrattivo) lestrazione un
lavoro; le imprese estrattive (finanza, real estate, alcuni colossi del
web, player estrattivi in senso letterale petrolio, materie prime,
commodities) impiegano sovente decine e centinaia di migliaia di
persone in svariate attivit di esplorazione, di monitoraggio, stoccaggio
e trasferimento delle informazioni, di contatto, vendita, assistenza, di
standardizzazione e clustering dei segnali che raccolgono, di
produzione dellofferta, di logistica, oltre che di veri e propri stati
maggiori incaricati delle relazioni politiche, delle controversie legali e
via di seguito.
Infine, ci sembra una riflessione da cui non si possa prescindere, per
quanto il capitale si incrementi principalmente attraverso estrazione, i
redditi, lo status e il potere sociale della maggior parte degli individui
(non diremmo il 99%, ma certo la larga maggioranza di chi sta in
basso e anche in mezzo) continuano a derivare principalmente dalla
posizione occupata nella divisione tecnica e sociale del lavoro, che
rimane fondamentale (anche se non esclusiva) fonte riproduttiva di
rapporti sociali e in ultima istanza di soggettivit.
2) Diamo per scontati i tanti meriti teorici e politici delle categorie di
lavoro e capitalismo cognitivo. Vorrei richiamare un punto che non
credo prescindibile del nostro dibattito: le categorie che utilizziamo non
si propongono solo o tanto di descrivere il capitalismo, ma puntano (o
dovrebbero puntare) a produrre soggettivit anticapitalista. In altri
termini, a essere riconosciuti da determinate frazioni di classe o
sociali, in quanto capaci di fornire strumenti per decodificare
lesperienza quotidiana, mobilitare valori critici, incentivare la spinta ad
organizzarsi e sviluppare azione collettiva. A me sembra che in questo
dispositivo, per quanto lavoro cognitivo nelle analisi sviluppate tra gli
altri da Carlo Vercellone - non indichi affatto una lite di lavoratori
della conoscenza ( la Peter Drucker), possano riconoscersi soprattutto
alcune frazioni di lavoratori intellettuali o creativi, con relativamente
123

alta autonomia e professionalit, anche se non necessariamente con


congrui redditi o posizioni di potere. Inoltre penso nello specifico che in
Italia, dove esistono poche industrie della conoscenza e della
creativit, questi soggetti siano spesso inseriti in settori relativamente
arretrati, almeno dal punto di vista capitalistico (non ovviamente
detto che lo siano per la lotta anticapitalista).
Penso che difficilmente possano fare propria lidea di una elevata
autonomia dal controllo dimpresa i ben pi consistenti strati di lavoro
cognitivo esposto a processi di sottomissione reale, abilitati anche dallo
sviluppo di una nuova generazione di tecnologie e mezzi organizzativi.
Non di solo Web e di IT si parla, ma anche di nuovi sistemi gestionali,
di macchine che apprendono, di nuova robotica, di mezzi che in
generale potenziano la cooperazione e la produttivit, ma
impoveriscono e omologano le esperienze cognitive. Esistono tanti tipi
di conoscenza e prestazione intellettuale, timica, comunicativa. Quando
si parla di economia della conoscenza tutti pensano alla conoscenza
generativa, raramente si bada al fatto che la produzione cognitiva
presuppone molta conoscenza replicativa, se vogliamo lavoro stupido
(o di quel genere di prestazioni che David Graeber chiama bullshit
jobs). Proprio la ricerca di maggiori livelli di produttivit del lavoro
intellettuale (in diversi settori della produzione e della vita sociale) sta
spingendo una svolta tecnica in cui il capitale, lungi dallo svolgere
funzioni meramente passive, punta esplicitamente a cambiare forma
alla produzione. Di questo processo rendono conto diverse ricerche
empiriche sul lavoro intellettuale, che chiamano esplicitamente in causa
i concetti di standardizzazione e intensificazione.
Ovviamente non tutto macchinizzabile e molte attivit non lo sono
affatto. Occorrerebbe tuttavia considerare che i mezzi che formano il
capitale fisso della produzione cognitiva non sono solo algoritmi,
macchine e dispositivi digitali. Sono anche tecniche comportamentali
(si pensi a quelle di contatto e vendita, ad esempio), procedure,
informazione codificata, schemi organizzativi, configurazione degli
spazi produttivi, ecc.. Anche il lavoro pubblico con intensit variabile
(anche per le resistenze e le inerzie organizzative, qui pi forti) in fase
di riorganizzazione su queste basi. E lo sono per alcuni aspetti il
124

consumo lavorizzato (che crea valore) e il lavoro riproduttivo.


Facebook e Twitter non potrebbero creare valore se non omologassero i
modi di abitare i social network.
3) Alcuni chiarimenti necessari. Parlare di industrializzazione del
cognitivo (questa una delle ipotesi sottese a queste argomentazioni)
non significa ritornare al passato. Penso sia in parte fuorviante la
definizione, che pure molti usano e che forse in alcuni settori anche
appropriata, di taylorismo digitale. Industrializzazione non significa
necessariamente taylorismo. Nella gran parte dei casi mezzi e
tecnologie neo-industriali implicano attivazione, presuppongono il
coinvolgimento attivo ed emotivo di chi le usa; come stato scritto 79,
nel lavoro cognitivo troviamo una danza dialettica tra autonomia e
controllo. Altrettanto evidentemente non implica alcun ritorno ad una
regolazione fordista: non si d alcuna possibilit, oggi, di ripristinare il
rapporto tra valore e redistribuzione del fordismo. Lungi da noi, infine,
pensare che il progetto di imbrigliare il lavoro cognitivo entro una
nuova via industriale sia per forza vincente. Diciamo che c.
4) Perch riteniamo importante ragionare di questi temi? Se quanto
finora argomentato coglie almeno una parte dei processi in corso,
occorre trarre alcune conseguenze, per quanto tutte da verificare.
a.
Prendono forma nuove gerarchie e stratificazioni anche nel
campo del lavoro intellettuale, dove si possono distinguere, a livello
puramente esplorativo, almeno tre livelli.
Un nucleo di super-creativi o soggetti in posizione di potere, che ci
interessano relativamente. Anche da questa lite naturalmente possono
emergere, come sempre accaduto, soggetti che individualmente o a
piccoli gruppi, si posizionano su un versante critico o esplicitamente
anticapitalistico. Parliamo per di individui o gruppi, non di frazioni di
classe.
Soggetti con forte autonomia ma di solito abbastanza precari, che
79

Il riferimento ad un paper di Ursula Huws, Expression and expropriation, the


dialectics of autonomy and control in creative labour, pubblicato su Ephemera
(http://www.ephemerajournal.org/contribution/expression-and-expropriationdialectics-autonomy-and-control-creative-labour).

125

operano soprattutto in settori periferici del capitalismo (uso il termine


per brevit, ma il discorso chiaramente complesso). soprattutto
presso questo strato (lavoro culturale, frammenti di economia sociale,
bohemin tecnologici) che il nostro approccio ha raccolto negli anni
passati maggiore adesione e interesse.
Un vasto strato inferiore di lavoro relativamente standardizzato o in
via di standardizzazione, oppure regolato da nuove forme di controllo
burocratico, interessato da evidenti processi di declassamento.
b. da ventanni che sogniamo la rivolta del lavoro cognitivo, ma
neanche nei pi evidenti casi di declassamento e precarizzazione
abbiamo avuto significativi fenomeni di resistenza. Limpressione che
(almeno per ora) il professionista, il creativo, lartista, mangino il
proletario e il declassato. Anche se il gap tra aspettative e prospettive
perseguibili continua a costituire risorsa potenziale (soprattutto tra gli
studenti), occorre a mio avviso trarne qualche conseguenza.
c. In compenso ci sono state e si ripropongono forti spinte allexit, alla
ricerca di una valorizzazione delle proprie capacit fuori delle imprese.
Questo processo pu contenere ambivalenze (perlopi cos lo abbiamo
letto), ma non le contiene necessariamente. Circolano letture di
sinistra della sharing economy e della social innovation che sarebbero
da verificare: occorrerebbe spiegare in modo convincente le ragioni per
cui tali pratiche sono in s progressive. Nessuno nega lesistenza di
esperienze che alludono a processi di parziale de-lavorizzazione, alla
produzione di nuovi legami sociali, alla problematica ricerca di un
primato dei valori duso, non demonizzo affatto queste prospettive.
Hanno per questa valenza quando agite da soggetti intenzionalmente
operanti in questa direzione, non in quanto tali. Per la maggioranza non
cos. Oltre che socialmente non svantaggiate (non lo sono per origine
famigliare e per capacit di quotare la loro condizione al mercato dei
media e forse della politica), le componenti sociali pi coinvolte entro
queste dinamiche hanno perlopi altri riferimenti valoriali. Per dirla
tutta, sembrano assai pi impegnati nella scrittura delle coordinate
simboliche del nuovo capitalismo che non a sperimentare soluzioni e
pratiche che alludono al suo parziale superamento. E allora occorre
distinguere tra situazione e situazione, tracciando anche qualche confine
126

visibile. Ci detto, credo sia importante stabilire connessioni e rapporti


con i progetti e le esperienze di mutualit che esprimono istanze di
autorganizzazione sociale e di presa in carico diretta e collettiva delle
forme di produzione e riproduzione. Questo retroterra di pratiche (meno
diffuse in realt di quanto si dica, anche questa una peculiarit italiana
di cui forse discutere) di cruciale importanza, anche quando non si
configura come social innovation.
Torniamo alle domande iniziali
Con quali settori della composizione sociale vogliamo entrare in
connessione sentimentale? Quale coalizione va immaginata e
organizzata, o andrebbe immaginata e organizzata? Dove ricercare
sedimentazione e continuit organizzativa? Credo che queste domande
vadano situate nello scenario di una possibile ricaduta nella crisi
conclamata, in un quadro geopolitico molto pi complesso e con la
guerra guerreggiata come possibilit non escludibile su larga scala.
Crediamo sia utile, in questo dibattito, domandarci cosa sia accaduto a
livello di composizione sociale in questi anni e quali risposte siano
arrivate dai settori investiti dalla crisi. Senza pretesa di esaustivit,
proponiamo come cornice per la discussione alcune tendenze.
- Anzitutto i vincenti del ventennio tra gli anni Ottanta e gli anni
Duemila sono tra i settori perdenti della crisi: i ceti medi autonomi (i
pi declassati di tutti) e il lavoro dipendente pubblico, che per una serie
di ragioni non stato ancora attaccato in modo radicale ma al centro
dei prossimi attacchi. La vecchia lower middle class appare oggi
disposta a sostenere un declino governato, una moderata innovazione
degli assetti produttivi e redistributivi, la contrattazione soft dei vincoli
europei. , per dirla in breve, la base sociale del renzismo. Tuttaltro
che fidelizzata, per, visto che in questo declassamento aveva pescato a
mani basse, solo due anni prima, anche il M5S.
- Si sono gonfiati due grandi agglomerati sociali urbani. i) Abbiamo
una presenza strutturale, nelle grandi citt, di superflui (strutturalmente
esclusi) che sconfinano in altre forme di esistenza sociale cronicamente
precarie. Non detto che i poveri siano improduttivi sotto il profilo
della lotta di classe. Proprio i conflitti sullabitare, ma anche esplosioni
127

come il #9D, ci dicono che potrebbe non essere cos. Tuttavia, questo
margine sociale ha scarse possibilit di attivare coalizioni sociali
intorno alle proprie pratiche e alla propria condizione, se non in forma
estemporanea o meramente solidaristica. ii) Il secondo agglomerato
costituito dalloperaiet terziaria nei servizi dequalificati o ritenuti tali,
perlopi ad alta intensit di lavoro, nei settori della produzione e
riproduzione delle citt: dalla logistica al lavoro di cura, dai servizi base
del welfare ai circuiti distributivi, alle attivit ristorative, di pulizia, di
manutenzione e ripristino del territorio e della mobilit. Una parte di
questi soggetti ha maggiori possibilit di migliorare le proprie
condizioni attraverso il conflitto di quante ne abbiano gli stessi operai
dei settori manifatturieri esposti alla delocalizzazione. La produzione di
beni pu essere delocalizzata, la riproduzione della citt e del vivente
no. Accade raramente, ma quando accade la lotta assume in questi
settori elevata intensit. Da noi il riferimento immediato ai lavoratori
della logistica, ma possiamo trovare altri esempi nel mondo. un
proletariato relativamente nuovo, tendenzialmente esterno alla sfera
della rappresentanza e poco interessato alla politica, anche a quella dei
subalterni, oltretutto privo di luoghi aggregativi stabili. Fatichiamo per
ad immaginare una coalizione che prescinda da questa componente.
- Resta il mondo industriale manifatturiero, che in Italia mi guarderei
dal definire residuale. I nuclei fino a ieri ancora relativamente tutelati
di questo mondo hanno mantenuto finora una certa fiducia nel residuale
sistema di relazioni industriali e di ci che restava della concertazione.
In effetti hanno lottato solo a fronte della minaccia di
deindustrializzazione. Bisogna tuttavia vedere cosa accadr ora che
questi privilegi sono in definitiva dismissione. Sono convinto che in
qualche modo dovremmo porci il problema di cosa rappresenta il
popolo di Landini, al di l della evidente genesi tutta interna alla
dialettica del centro-sinistra della frattura tra governo e CGIL.
- Sulla stratificazione e sulle tendenze del lavoro intellettuale o
qualificato ci siamo gi soffermati.
Per venire al problema, sar difficile abitare i conflitti prossimi e la
possibile radicalizzazione80 (che presenta innegabilmente anche tratti
80

Sulle effettive possibilit di una uscita dalla crisi trainata dalle politiche

128

inquietanti) legata a un nuovo precipitare della crisi, stando solo sul


margine sociale o rivolgendosi alle minoranze critiche del mondo
culturale e creativo. Penso che una coalizione tra strati impoveriti di
ceto medio, nuclei di operai industriali e di operai terziari urbani, strati
inferiori di lavoratori della conoscenza sia il mix sociale, la
composizione da costruire. Non possiamo in questo senso guardare solo
a chi si gi mosso, ma pensare, immaginare anche i possibili soggetti
dei conflitti a venire. Sempre che riteniamo importante, ai fini della
trasformazione, una composizione di classe o almeno un retroterra
sociale di riferimento!
Infine, nella discussione dovremmo misurarci con la questione degli
spazi di formazione della soggettivit e della contro-soggettivit. Dove,
nel contesto odierno, i soggetti formano la loro visione del mondo,
sviluppano appartenenza sociale, in quali spazi e intorno a quali
pratiche possono coalizzarsi, per quali obiettivi sono disposti a lottare?
Quanto nei luoghi di lavoro, quanto nello spazio urbano, quanto nei
processi di consumo lavorizzato, nella sfera riproduttiva (anchessa
lavorizzata), quanto allesterno di tutto ci, in una sfera sottratta o che
si vuole sottratta alla razionalit capitalistica? Tutto ci oggetto del
dibattito. Nonostante linsistenza sui nuovi processi di sottomissione
reale del lavoro, anche cognitivo, penso che il terreno della produzione
diretta possa costituire oggi solo uno dei campi del conflitto, e che solo
nei contesti in cui pu diventare vertenza sociale abbia valore
ricompositivo. I soggetti (la percezione che hanno di s, i loro valori, la
posizione da cui guardano il mondo e tracciano confini di appartenenza
ed esclusione) si formano in larga parte, ancor oggi, sul terreno della
produzione, ma la composizione e la sedimentazione organizzativa
andr probabilmente ricercata nello spazio, sul territorio, nelle citt. In
questa prospettiva, i giovani e meno giovani precari con laurea
rimangono un frammento importante. Molti conflitti territoriali, di
pratica del diritto alla mobilit, ai servizi, al sapere, ad un ambiente al
servizio dellumano, hanno visto per protagonisti, anche se non
monetarie espansive della BCE e dal prezzo del petrolio, si rimanda alle
considerazioni di Christian Marazzi o, in altre sedi e con argomentazioni diverse,
di Raffaele Sciortino e Andrea Fumagalli.

129

esclusivi, soggetti collocabili in questo campo. E lopposizione alla


riduzione delle citt a campi di espropriazione e nuovi bacini di rendita
uno dei terreni della lotta di classe di oggi e del futuro. Da sola,
tuttavia, non pu bastare.

130

Empasse del divenire-Sud della politica


di Giuseppe Cocco
Dilma2 implementa lausterit in Brasile
Il momento (30 gennaio del 2015) in cui stiamo chiudendo questo
nostro articolo sulla situazione brasiliana nel dopo-elezioni dottobre
gi ci offre la possibilit di valutare le anticipazioni che avevamo fatto
durante il periodo elettorale (ottobre del 2014) in alcune interviste e in
occasione del nostro intervento (per teleconferenza) al Convegno di
Milano La crisi messa a valore81. E il bilancio fatto di pesanti
conferme: da un lato, sullannunciata truffa elettorale e, dallaltro, sulle
dimensioni conservatrici della vittoria del PT con la rielezione di
Dilma. Non solo il nuovo governo esplicitamente di destra, ma il suo
obiettivo dichiarato di mettere in atto politiche di austerity e di
privatizzazione. Non si tratta solo delleffetto di un annuncio legato alla
composizione della grande maggioranza dei ministeri (da quelli
strategici a quelli secondari), ma della prima misura decretata proprio il
29 dicembre. La composizione ministeriale forse la pi conservatrice
dopo quella di Collor (nel 1989). Un vero e proprio fuoco di artificio
reazionario: il Tesoro a un Chicago boy; la Pubblica Istruzione al
membro di un clan conservatore del Cear; lo Sviluppo ad un exPresidente dalle Confindustria; la Citt allex sindaco di destra di So
Paulo (nella cui amministrazione le favela erano sistematicamente
incendiate); allAgricoltura, la rappresentante dellagri-business pi
aggressivo, conosciuto sul piano internazionale come Miss Motosega;
alla Scienza e Tecnologia uno stalinista che teorizza la necessit di
abbattere tutti gli alberi dellAmazzonia; e la lista continua.
un governo di destra, montato con due obiettivi strategici: condurre
Per le interviste, ci riferiamo a Maledetto sia giugno! Il Brasile un anno dopo
linsorgenza, Intervista a Giuseppe Cocco e Barbara Szaniecki di Gigi Roggero, 23
ottobre 2014 http://www.commonware.org/index.php/cartografia/479-maledetto-siagiugno e a Dilma e Acio so o Estado contra a sociedade. Duas faces de um mesmo
esgotamento. Entrevista especial com Giuseppe Cocco, por Patricia Fachin IHU-Online 23 ottobre
2014, http://www.ihu.unisinos.br/entrevistas/536610-dilma-e-aecio-duas-faces-de-ummesmo-esgotamento-entrevista-especial-com-giuseppe-cocco81

131

una politica di austerit (per far pagare ai poveri il conto del fallimento
nel senso letterale - del tentativo di innesto neosviluppista sulla base
neoliberale della politica economica di Lula) e proteggere Dilma dagli
sviluppi della crisi giudiziaria e industriale della Petrobras (e di tutto il
disegno industriale imprenditoriale dello sfruttamento dei nuovi
giacimenti di petrolio in acque profonde; cosa che avevamo gi visto
con i due successivi aumenti dei tassi di interesse, da parte del
Consiglio Monetario, che hanno portato lo spread ai massimi livelli
mondiali).
Per quanto riguarda lausterit, Dilma non ha neppure aspettato che il
nuovo governo fosse investito formalmente. Mentre il futuro Ministro
del Tesoro (un economista che durante la campagna elettorale
componeva la squadra di economisti del candidato sconfitto della
destra ufficiale) annunciava una manovra fiscale da 100 miliardi di
Reais (circa 30 miliardi di Euro), il Ministro della Pianificazione
(Nelson Barbosa un economista eterodosso legato alla Presidente)
aveva gi fatto il primo passo. Contraddicendo vergognosamente una
delle promesse della campagna elettorale del PT (In nessun caso
toccheremo i diritti del lavoro82), Dilma ha firmato un decreto entrato
in vigore il 1 gennaio (senza passare per il parlamento prima di
maggio). Si tratta di un taglio della spesa sociale di 18 miliardi di Reais
(6 miliardi di Euro) che implica una drastica riduzione del gi
debolissimo sistema di protezione sociale brasiliano (con tagli
dellassicurazione sulla disoccupazione, delle pensioni di reversibilit
e di altre forme di reddito indiretto). Nel frattempo, il Ministero
dellEnergia ha annunciato un forte aumento delle tariffe dellelettricit
e tutti gli Stati federati e le grandi citt hanno aumentato le tariffe dei
trasporti pubblici, a cominciare da So Paulo (con decisione del sindaco
del PT). Il blocco del biopotere di Rio de Janeiro (grande stampa e
alleanza mafiosa di governo di tipo messicano appoggiata dal
Governo Federale di Dilma e dal PT) sta lanciando una grande
operazione di repressione preventiva che sfocer (nella prima met del
82

Vale la pena leggere questi post sul suo account facebook


https://www.facebook.com/FlavioSerafiniPSOL/photos/a.453587787998848.1034
09.453421624682131/930757506948538/?type=1&theater

132

2015) in un processo ordito per condannare platealmente una ventina di


attivisti del movimento di giugno (3 di loro sono in carcere preventivo
da un anno). Il potere condanna gli attivisti ancora prima di processarli
e gi annuncia una vera e propria lista di proscrizione per il futuro:
licenziamenti politici dei netturbini e dei maestri che avevamo
scioperato sullonda insorgente di giugno.
Il ciclo progressista e la pacificazione dei poveri
Il ciclo progressista morto. morto nel giugno del 2013, di fronte
allincapacit del PT di aprirsi allonda insorgente (che ha invece
squalificato tacciandola di reazionaria). morto davanti al fallimento
dellillusione di innestare sulle basi neoliberali un progetto industriale
neosviluppista (tendenzialmente autoritario, di tipo cinese) centrato sul
petrolio, lindustria automobilistica, lagribusiness e i megaeventi.
Tuttavia, la sua morte non significa che gi ci sia unalternativa. Anzi, il
PT ha mostrato una forte vitalit elettorale. Questo per non cambia
proprio niente, se non il fatto che sar il PT stesso a gestire lausterit,
cio a far pagare ai molti il conto salato di uninflessione cinese che
invece di funzionare come moltiplicatore (acceleratore) del
cambiamento social, lha affossato anche sul piano macro-economico.
Non per caso che il governo Dilma e i suoi alleati continuano oltre
la repressione degli attivisti - la militarizzazione dei poveri (si tratta del
resto dellunica promessa della campagna elettorale che sta
mantenendo). La breccia di giugno, cio lesodo dei poveri fuori dalla
guerra civile che li regola (con tanto di truppe allenate nelle cits di Port
au Prince, Haiti) chiusa. I poveri in Brasile non hanno il diritto di fare
politica, quella condizione fondamentale della democrazia invocata da
Hannah Arendt.
Insieme al fallimento politico e macro-economico (aumenti del deficit,
debito, sospensione dei pagamenti nellUniversit dello Stato di Rio
ecc.), in corso una vera e propria operazione mani pulite in versione
tropicale con base in quello che forse il pi grande scandalo di
corruzione venuto alla luce (sul piano giudiziario) nel Brasile
contemporaneo (oltre a vari dirigenti della Petrobras, praticamente tutti
i dirigenti delle pi grandi imprese di lavori pubblici sono in prigione). I
133

giudici stanno usando la figura del pentito (delao premiada) e


indipendentemente dagli sviluppi giudiziari (che promettono di arrivare
fino alla Presidente rieletta) il governo Dilma rimane ostaggio della
buona volont dellopposizione e dellapparato giudiziario, divenendo
quindi uno strumento ancora pi docile di quel che gi era nelle mani
dellhard power, quello che nel 2005 abbiamo chiamato Blocco del
Biopotere.
La rielezione di Dilma, oltre ad essere una vittoria di Pirro, accelera il
totale svuotamento del ciclo progressista in Brasile. Nello stesso
tempo, la pacificazione del movimento (via repressione degli attivisti
e militarizzazione dei poveri), apre enormi spazi a una gestione di
destra della crisi politica ed economica (come indicano le varie
manifestazioni di destra che hanno avuto luogo a So Paulo dopo le
elezioni).
Il filosofo Paulo Arantes ha dedicato le conclusioni del suo ultimo libro
a unanalisi dettagliatissima del movimento di giugno 2013 e
curiosamente gli ha dato questo titolo: Dopo giugno la pace sar
totale83. Oltre alla pacificazione, Arantes indica Rio de Janeiro come
lepicentro del terremoto. Durante alcuni mesi, gli sviluppi di Giugno
sembravano non aver fine nella citt di Rio de Janeiro. (). Quasi
quotidiane, le manifestazioni si sono svolte per lo meno fino a
settembre e un po oltre come lesplosivo 15 ottobre84.
Ci sembra un buon modo di cogliere lesplosione di giugno nello stesso
tempo come un risultato e un contrappunto al processo di
pacificazione che, allinizio di questa seconda decade del XXI secolo,
ha definito linflessione biopolitica della regolazione dei poveri. Da una
parte, il biopotere si sta ristrutturando in un movimento ambiguo che
riconosce lesistenza di una guerra da superare, pacificare. Dallaltra, la
pacificazione in realt una militarizzazione dei poveri e una
normalizzazione di tutte le lotte di resistenza.
Lo spartiacque di giugno pu essere visto proprio in questi termini:
una breccia che si aperta sul terreno della pacificazione, approfittando
83

84

Paulo Arantes, O Novo Tempo do Mundo, Coleo Estado de Stio, Boitempo: So


Paulo, 2014.
Ibid., p. 353.

134

da un lato della nuova agenda (e la sua articolazione con i mega-eventi


internazionali) e dallaltro facendo della pace un terreno di
costituzione democratica che costruisce il diritto dei poveri a fare
politica. questa breccia che il blocco del biopotere vuole chiudere a
tutti i costi.
Le elezioni nellottobre del 2014, esattamente un anno dopo il ciclo di
lotte di giugno-ottobre del 2013, hanno funzionato come un grande
momento di restaurazione. Il PT e pi in generale il governismo sono
riusciti a tradurre elettoralmente il processo repressivo che era arrivato
alla sua acme durante il Mondiale. Il successo stato maggiore di quel
che si poteva prevedere, ma a caro prezzo: in primo luogo, ha spostato
tutto lasse politico rappresentativo a destra, comprendendo nel
dislocamento il movimento di giugno che stato o ignorato o ridotto
dal marketing elettorale del PT a un fenomeno di destra ( lo stesso
discorso applicato al 15M spagnolo individuato quale responsabile
della vittoria elettorale della destra e a tutte le rivoluzione arabe
definite come complotti della CIA per non parlare della rivoluzione
di Maidan equiparata a un golpe nazista davanti al quale la salvezza
sarebbe Putin); in secondo luogo, ha costruito un marketing elettorale
tanto polarizzato (lodio tra destra e sinistra) quanto falso che fa s
che oggi il governo Dilma appaia come una mega-truffa; in terzo luogo
ha permesso la mobilitazione di un finanziamento miliardario che mette
il PT e il governo nel suo insieme (e anche la presidente Dilma) nelle
condizioni di essere travolto dallo scandalo miliardario della Petrobras.
Siamo dunque in una situazione di preoccupante approfondimento
della crisi della rappresentanza. La potremmo definire con una sorta di
venezualizzazione: da una parte, la repressione dellattivismo corre il
rischio di lasciare la piazza (o le urne) a mobilitazioni sul tipo di quelle
leghiste (o dei 5 Stelle); daltra parte, la scommessa di tipo cinese sul
petrolio implica allo stesso tempo un preoccupante rafforzamento dello
Stato autoritario e una svolta cha fa del governare una variante stalinista
(pochi notano e ancora meno sottolineano che il Brasile del PT ha
ampliato luso dellenergia nucleare, lanciato un ambizioso programma
di costruzione di sottomarini nucleari con tecnologia francese, rinnovato
la flotta dellaviazione militare con caccia svedesi e infine, comprato 24
135

ultramoderni tank anti-aerei tedeschi con la scusa del Mondiale e delle


clausole della FIFA per proteggere i 12 stadi quattro dei quali restano
oggi inutilizzati, anche per il calcio).
Nuova guerra fredda e dinamiche elettorali
Lassenza di alternanza elettorale crea lillusione di una persistenza
dellesistente, soprattutto tra gli osservatori esterni. Per esempio,
Boaventura de Souza Santos, ha scritto che la rielezione di Dilma un
passo importante per affermare la nuova guerra fredda:
una guerra fredda non pi tra capitalismo e socialismo, ma tra il
capitalismo neoliberale globale, senza elementi nazionalisti o popolari,
e il capitalismo con qualche dimensione nazionale e popolare, o
capitalismo socialdemocratico o socialdemocrazia capitalista.
Questultimo capitalismo pu assumere molte forme e pu essere
presente in Russia come in Cina, in India o in Africa del Sud, cio nei
cosiddetti BRICS85.
Ecco ricomparire una strana nostalgia del muro: Laudacia
dellAmerica Latina negli ultimi quindici anni consistita nel costruire
una nuova guerra fredda. In seguito, con una capriola, Boaventura
passa ad attribuire ai governi del PT uninesistente politica di rottura
con il colonialismo interno, in funzione di quella che sarebbe una
opzione moderata per i poveri.
Abbiamo cos un esempio di come la valutazione dei governi
progressisti possa essere non solo sbagliata e volontaristica, ma anche
pericolosa. In primo luogo perch, se c qualche cosa di positivo nei
timidi cambiamenti della politica estera brasiliana, non certamente
quello che va in direzione di nuova guerra fredda, ma ci che si muove
contro la guerra sul terreno dellinterdipendenza (laccordo per la
riapertura di relazioni diplomatiche tra Cuba e gli Stati Uniti dimostra
proprio questo). In secondo luogo, perch il progetto e la politica del PT
hanno assunto con Dilma una dimensione esplicita, da un lato
85

Boaventura De sousa santos, La Gran Divisin, in Rebelion, 14.11.2014


(http://www.rebelion.org/noticia.php?id=192000 ).

136

dellinnesto del neosviluppismo sul neoliberalismo e, daltra parte, di


accelerazione autoritaria della colonizzazione interna.
Lamore per la nuova guerra fredda spiega (e dispiega) la
contraddizione di una posizione che difende il progressismo del PT
come un anti-imperialismo e, nello stesso tempo, vuol continuare a
mantenersi come un riferimento della critica al colonialismo interno
(lestrattivismo). In realt, non vi nessuna contraddizione tra
capitalismo neoliberale e capitalismo neosviluppista e la guerra
(fredda o calda, nuova e vecchia) il terreno di governance
della crisi, cos come la corsa capitalistica tra Brasile e Stati Uniti
per la strutturazione del mercato cubano post-castrista. Oltre a tutto ci,
il neosviluppismo si limita a inserire elementi autoritari nella gestione
della crisi, mentre totalmente subordinato allegemonia neoliberale,
come dimostra il governo Dilma2, ancora prima di cominciare.
La destra non come forza politica o progetto ideologico, ma come
blocco del biopotere non esterna ai governi che per molto tempo
(fino al 2010) abbiamo definito come progressisti, ma oggi (dal 2011
in poi) ne costituisce il nucleo duro (un cuore, anche se artificiale) e,
ancora peggio, lorizzonte. Il blocco del biopotere oggi in America del
Sud unibridazione di neoliberalismo e neosviluppismo: unibridazione
tendenzialmente autoritaria, sia nei termini formali della
militarizzazione del conflitto sociale (il cui paradigma lintervento
dellesercito federale nella favela della Mar, a Rio de Janeiro); sia in
termini informali (il cui paradigma la figura dello Stato mafioso che
permette la strage di Ayotzinapa in Messico). In Brasile, ha luogo una
regolazione biopolitica della popolazione dei poveri attraverso una
guerra endemica non dichiarata, i cui numeri sono spaventosi. Con
715.000 prigionieri, il Brasile dispone oggi della terza popolazione
carceraria del pianeta (dopo gli Stati Uniti con 2,2 milioni di detenuti e
la Cina con 1,7 milioni). Proporzionalmente, si tratta del paese che pi
incarcera la sua popolazione (e in condizioni materiali che fanno degli
allevamenti di bestiame un hotel 5 stelle). Negli ultimi 20 anni il
numero di omicidi aumentato del 150%: dagli 11.900 del 1990 ai
56.000 del 2012 (e questo senza contare gli scomparsi e lecatombe che
ha luogo negli incidenti stradali, in particolare con i mezzi pubblici). Si
137

tratta di un milione e duecentomila morti ammazzati in ventidue anni.


Per farsi unidea, tra il 2004 e il 2007, nei maggiori conflitti mondiali
(in Iraq, Congo, India, Somalia, Palestina ecc.), sono morte 170mila
persone, mentre in Brasile ci sono state 192mila vittime. La maggior
parte dei morti per omicidio sono giovani tra i 15 e i 29 anni (82
giovani al giorno!): il 90% di questi sono uomini e il 77% sono neri.
Soprattutto tra i poveri e per i poveri, essere rapinato una routine.
Conclusioni provvisorie
Come abbiamo scritto nel settembre del 2013 (per EuroPassignano 1),
la crisi della rappresentanza in Brasile ha due determinanti.
Da una parte, si tratta della crisi globale che ha investito la base sociale
del sistema dei partiti. Le elezioni di ottobre hanno mostrato molto bene
quelle variazioni repentine di flussi di voti catturati da macchine
miliardarie di marketing elettorale, proprio come ne parla Marco
Revelli nel suo bel libro, Finale di Partito. In questo senso le elezioni
sono state lesatto contrario di giugno: una massa manipolata dalla
paura e da una retorica binaria totalmente falsificata. La costruzione di
un ricatto attraverso leliminazione mafiosa della timida alternativa
rappresentata da Marina e il falso binarismo con il candidato della
destra. Dallaltra parte, la crisi della rappresentanza scoppiata in
giugno attraversata da una specificit brasiliana e deriva dallesaurirsi
della capacit del lulismo di far giuocare e riprodurre le sue
ambivalenze.
Lambivalenza lulista, a partire da giugno scoppiata in un conflitto
aperto che il lulismo stesso sta cercando di pacificare e reprimere.
Questo conflitto, inizialmente interno al lulismo e che oggi lo
attraversa, non quello che oppone lestrattivismo alle politiche dei
poveri! Lestrattivismo una costante de trs longue dure le cui
dimensioni dipendono dai corsi internazionali di valorizzazione delle
commodities e dalle curve di innovazione tecnologica che permettono di
articolare lo sfruttamento estensivo (latifondo) con quello intensivo
(come nel caso della soia). La novit la nuova composizione di classe:
quella che appare nelle lotte degli indios e dei poveri, o dei giovani
negli shopping centers. Il lulismo ha investito tutto nella gestione
138

elettorale delle trasformazioni antropologiche determinate dal


capitalismo cognitivo e ha aderito al discorso neoliberale della nuova
classe media. Ancora prima di (ri)nominare 13 anni dopo la prima
conquista del potere, nel 2002 un ultra neoliberale al Ministero del
Tesoro, Lula, Dilma e il PT si sono limitati proprio a un progetto di
potere e di costruzione di un corpo sociale e politico strutturato, interno
a quel mercato che alimenta i flussi miliardari del finanziamento lecito e
illecito verso la massa dei militanti di governo professionisti. Ma la
mobilit statistica e quantitativa dei poveri non ha niente a che fare con
la costruzione di una nuova classe media. Si tratta al contrario della
battaglia per la costruzione e mobilitazione del lavoro immateriale delle
metropoli e delle foreste.
In giugno, questa mobilitazione apparsa come una moltitudine
autonoma capace di autovalorizzarsi: il movimento semi-insurrezionale
di giugno era incompatibile con il blocco del biopotere che sosteneva
ambiguamente le ambivalenze del lulismo. Di fronte al dilemma, il
lulismo ha optato per la distruzione del movimento attraverso la
repressione (da un lato) e decretando alcuni sedicenti rappresentanti
(dallaltro). Il disegno di distruzione del movimento arrivato alla sua
acme durante le elezioni, con un successo incredibile. stata messa in
moto una vera e propria manipolazione normalizzatrice. Ma come
abbiamo detto - una vittoria di Pirro: in questo modo,
paradossalmente, il lulismo ha smontato lunica macchina che sarebbe
stata capace di salvarlo dalla sua catastrofe interna, quella annunciata
programmaticamente dal tentativo neosviluppista e che oggi appare
come ritorno puro e semplice allausterit neoliberale: un vicolo cieco.

139

Nella metropoli: alla ricerca del filo delle


soggettivit
di Centro sociale Cantiere
Per fare moltitudine servono coscienza e classe
Dal punto di vista delle lotte che si sviluppano quotidianamente nella
metropoli la moltitudine una panoramica in stop-motion di ci che
accade, l'enigma di una molteplicit di soggetti sociali che assumono (o
non assumono anche se ve ne sarebbero le possibilit) decisione
autonoma e insubordinata. un fatto che nei territori incontriamo, fino
a risultarci addirittura familiare, una societ caratterizzata da figure
molto diverse tra loro. La capacit di connettere queste figure quel
compito di ricomposizione sociale che ci si pone di fronte e che fa il
paio con l'organizzazione e la battaglia attorno alla dimensione politica
(e di cultura politica) che la rabbia assume.
I territori sono di chi li vive.
Essere "abitanti" di un quartiere popolare ad esempio un termine che
ha un significato sul piano della soggettivit. Abitanti un termine che
ci ha permesso di identificare la composizione sociale di un territorio
(non inteso storicamente, come una tradizione, ma come un atto
continuamente rinnovato) caratterizzato da figure completamente
diverse tra loro che esprimono bisogni che vengono dipinti come
contraddittori, ma non lo sono. La narrazione dominante cerca di
dipingere gli abitanti gli uni contro gli altri, gli uni come i responsabili
del malessere degli altri. Tuttavia, come spesso si dice tra gli anziani
italiani dei quartieri, quelli che normalmente sono terreno di caccia
elettorale delle campagne securitarie, "tutta colpa dell'Istituto" (ex
IACP ovvero Aler), essendo l'Aler e la sua malagestione responsabile
sia dell'emergenza abitativa, sia del degrado fisico degli edifici, sia
dell'abbandono degli stessi, sia delle bollette troppo alte. L'Aler, ovvero
il potere costituito pi vicino e presente nei quartieri, materialmente il
nemico degli abitanti e l'oggetto dei loro strali.
In conflitto con l'idea di essere abitanti e di rivendicare che i
140

territori sono di chi li vive stanno tutti i processi di identificazione a


carattere razzista, piuttosto che corporativo: su tutti il frame regolari Vs
abusivi e quello italiani Vs immigrati. Questo rischio lo abbiamo
davanti agli occhi in diverse citt: la nascita di comitati di destra e
l'emarginazione dei soggetti (sociali, oltre che delle persone)
protagonisti delle lotte.
Per pensare questa ricomposizione e non soccombere ai tentativi
espliciti di frammentare gli abitanti con lobiettivo di renderli
innocui, necessario riflettere sull'autodeterminazione e cercare ogni
volta di indirizzare la protesta, la rabbia, la rivendicazione verso chi
decide. Questo permette alle battaglie di essere il pi possibile calate
nella realt e dimostrare la costruzione ideologica del divide et
impera e la natura materialissima delle nostre lotte.
La lotta antirazzista e la composizione meticcia
In questo preciso contesto, la battaglia sull'antirazzismo ha un valore
particolarmente rilevante. Da un lato si tratta di realizzare terreni di
lotta in cui la composizione meticcia si manifesti e si riconosca.
Concretamente i migliori anticorpi contro il razzismo sono tutte le
esperienze in cui una lotta meticcia consente di migliorare le condizioni
di vita di "nativi" e non solo, se rivendicate anche in quanto tali.
Dall'altro si tratta di portare avanti un lavoro culturale. Non si tratta di
aggrapparsi ad uno steccato ideologico, ma di rivendicare la rottura
della linea del colore come una battaglia anche culturale in cui ci si
oppone alla guerra civile tra poveri in nome del futuro e per il benessere
di tutti, oltre che per costruire le condizioni nelle quali sia possibile
lottare "verso l'alto". Questa la battaglia necessaria per evitare di
trovarsi nelle gabbie della razzializzazione del lavoro e delle
condizioni di vita. Ed una battaglia globale, come ci dice quello che
sta accadendo negli Usa.
A Ferguson unintera generazione in lotta contro la "linea del colore"
che frattura la societ americana, e contro la brutalit del potere che
lungo questa linea uccide un nero ogni 28 ore. Senza pretendere di
entrare nel dettaglio di ci che accade negli Stati Uniti, vogliamo
comunque insistere su alcuni precedenti. Da un lato questa rivolta segue
141

le mobilitazioni dei latinos che, con grande forza, hanno saputo negli
anni imporre rivendicazioni sociali sul terreno delle politiche in materia
di immigrazione e sul lavoro migrante. Dall'altro Ferguson segue
Occupy Wall Street, movimento tanto importante quanto breve, ma con
una coda significativa in quei processi che hanno assunto la parola
d'ordine "Occupy All Streets" (ad esempio OccupySandy). Quello che
succede dall'altra sponda dell'Atlantico ci parla molto bene di una
moltitudine come composizione di differenti soggettivit ribelli.
Un altro aspetto importante a proposito della composizione meticcia e
il rischio della mitizzazione eroica dei migranti, tanto pi pericolosa
quanto pi talvolta corrisponde effettivamente ad una maggiore
disponibilit alla lotta. Di fronte a condizioni pi dure e a svariate
ragioni anche di carattere biografico succede che una composizione
migrante sia pi disponibile a mobilitarsi, anche laddove (si pensi ai
territori in cui forte la presenza mafiosa) era difficile costruire
occasioni di conflitto. Questo ha prodotto una forte componente
migrante nelle principali lotte del paese in questi anni (si pensi alla lotta
per la casa e alle battaglie sulla logistica). Tuttavia quando questo
accade la preoccupazione strategica deve essere quella di allargare
immediatamente la lotta per non contribuire all'isolamento di quelli che
diventano segmenti sociali (frammenti di moltitudine) pi radicali e al
contempo obbiettivo delle campagne di identificazione razzista della
destra.
Non sufficiente, anzi rischia di essere pericoloso, indicare
semplicemente il "coraggio" e la "disponibilit al conflitto".
necessario unire realmente le lotte ogni volta che possibile e avere
questa come preoccupazione strategica rifuggendo "l'esemplarit".
Conflitto e bisogni al tempo della crisi
Giunti oramai al settimo anno della crisi globale possiamo confermare
alcune considerazioni che hanno portato al radicamento di alcune lotte,
per certi versi le uniche che sono sopravvissute o nate in questi anni.
Al tempo della crisi necessario, sempre pi, fare riferimento (e
rispondere) ai bisogni concreti delle persone, anche nell'immediato.
Questo non significa abbandonare l'orizzonte di una cambiamento
142

radicale del presente come vocazione "antisistemica", ma essere


completamente immersi nella realt, pur sapendo che le sue
contraddizioni e la crescente disperazione sono (e probabilmente
saranno) preponderanti rispetto alla nostra capacit di organizzazione.
Durante questo lavoro politico necessario sapere che i bisogni
crescono esponenzialmente e questa crescita ci pone davanti molti pi
problemi che opportunit.
Altrimenti i rischi sono molteplici: ad esempio diventare sostitutivi del
welfare pubblico (e pagarne il conto in termini di degenerazioni
caritative e/o corruttive), oppure rimanere schiacciati dall'eccedente
dimensione del bisogno o, ancora, scambiare qualunque comportamento
di soddisfazione personale per un comportamento insubordinato e
quindi ribelle e quindi rivoluzionario. Non possiamo essere strutture
assistenziali o caritatevoli e nemmeno d'altra parte corpi separati dalla
societ che si battono solo per se stessi.
Bisogna costruire le possibilit dell'auto-organizzazione. Queste
possibilit passano dal miglioramento delle condizioni di vita (chi mai
sarebbe disposto ad auto-organizzarsi su lungo periodo sapendo che
questo un compito che peggiora o mette a rischio la sua esistenza).
Anche per questo non dobbiamo scambiare momenti di crescita
(dell'organizzazione e della consapevolezza/coscienza di classe) con
vittorie da celebrare. Accumulare potenza, e anche gioia sempre
importante, ma nella costruzione di lungo periodo e di strutture
adeguate ad una crisi sempre pi profonda che risiede la possibilit
stessa di favorire e di dare la giusta direzione ad una rabbia sociale che
inevitabilmente avr esplosioni crescenti.
I territori, come sappiamo, non sono dati naturali. necessario far
vivere forme di auto-organizzazione al loro interno, alimentare la
partecipazione alla lotta, ma anche ad ogni aspetto della vita sociale,
attraverso reti di solidariet, di mutuo aiuto ed infine di decisione
comune, dunque di autodeterminazione, di autonomia. La suggestione
del Rojava e del confederalismo democratico vive di un'autoorganizzazione su vasta scala, in un contesto che di guerra oltre che di
crisi, a partire da centinaia di assemblee di "cortile". Seppure sia
ingenuo e possa sembrare superficiale costruire un parallelo tra le nostre
143

metropoli e Kobane, in queste parole vediamo una suggestione che


parla anche a noi, come gi fu (ed ) per il Chiapas zapatista.
La promessa delle generazioni precarie
Per quanto riguarda le molteplici generazioni precarie e il ruolo del
lavoro cognitivo, si gioca, a fianco dell'espropriazione materiale, una
battaglia sulla soggettivazione. Dobbiamo partire dal nodo della
disillusione. soprattutto qua dentro che si dispiega l'alienazione, oggi
che l'ignoranza certamente di un tipo nuovo, non fatta di
analfabetismo e assenza di mezzi di informazione, ma semmai di
incapacit di giudizio critico e bombardamento informativo.
L'Universit sempre pi un luogo per privilegiati, si allontanano i
tempi dell'Universit di massa e si danno in questo quadro aspettative
decrescenti: il contrario di ci che accadeva negli anni Sessanta e di ci
che accade oggi, ad esempio, in bona parte del Sud America.
Dalle nostre parti il modello di sviluppo si basa su promesse che
nessuno potr mantenere: qualcuno la chiama l'economia della
promessa. Proprio a partire da questa menzogna (promessa non
mantenuta) va costruita una consapevolezza ribelle e vanno immaginate
nuove possibilit.
Curiosamente il debito, il principale strumento di estrazione (di valore)
che il capitale oggi in Occidente esercita nei confronti di chi ha 30
anni, in fondo una promessa di pagamento che chi lha contratta non
ha poi saputo mantenere. E non stato in grado di mantenerla
esattamente perch ha creduto alla fasulla promessa di reddito proposta
dalla societ dei consumi. Esistono insomma promesse che siamo
chiamati a rispettare, pagando con la schivait a vita in forma postmoderna e promesse, fatte a noi, cui nessuno si preoccupa di tener fede.
La nostra generazione non solo "precaria" dunque, ma anche messa la
lavoro (attraverso il sapere) per il profitto di pochi. Essere partigiani,
quando si sceglie di lavorare non per Expo ma per costruire una rete di
mutuo soccorso, non una questione ideologica. O quantomeno non
sar mai vincente se proposta soltanto come questione ideologica da
imporre nel contesto del deserto occupazionale prodotto dalle politiche
di austerity. Si tratta (o dovrebbe trattarsi) di qualcosa che ha a che
144

vedere (se la cooperazione funziona) con il miglioramento delle


condizioni materiali di vita. Nel senso che non accetter i tirocini ma
praticher autoformazione, se so che i tirocini saranno una promessa
inattesa e l'autoformazione una porta che si apre su degli orizzonti di
cooperazione che funzionano: esperienze concrete di solidariet,
rivendicazione di reddito, occasioni interessanti anche in termini di
"autovalorizzazione". Si tratta del sapere messo al servizio dei territori,
delle lotte, delle proprie vite.
Dovremmo saper prefigurare (o rivendicare) una societ in cui siamo
pagati per esistere (reddito di cittadinanza) e lavoriamo per contribuire
al benessere secondo la nostra volont, potremmo mettere in crisi il
meccanismo del lavoro volontario rifiutandoci perch, come Bartleby
nel romanzo di Melville "non ne abbiamo voglia". Preferiamo (come
dice anche Sergio Bologna nel suo video) fare altre cose, in maniera
altrettanto volontaria: sportelli legali se siamo avvocati, riqualificazioni
partecipate se siamo architetti, ma anche picchetti antisfratto poich
siamo corpi, assemblee e decisioni comuni, poich siamo menti.
Tuttavia queste sono soltanto belle parole se non si trasformano in un
consenso generale e questo richiede diverse condizioni: la capacit di
rappresentare esempi riusciti di cooperazione sociale che si fa comune e
migliora le condizioni di vita, e la capacit di denunciare i rapporti di
sfruttamento che si celano dietro la societ del capitale, anche dietro le
sue promesse.
Un ruolo particolare quello delle giovanissime generazioni.
L'importanza dei collettivi di studenti medi, ma anche l'intervento
attraverso le controculture giovanili (di giovani e giovanissimi) come ad
esempio l'Hip Hop. Non si tratta solo di costruire "vivai" per movimenti
sociali nel futuro, ma di innervare la societ di energie ribelli e
"nativamente" meticce, seminando anticorpi (contro il razzismo e il
fascismo) e gettando semi (per rivolte e comportamenti insubordinati e
solidali). Non bisogna mai perdere di vista quanto il ruolo dei
movimenti studenteschi sia enormemente superiore alla pur importante
battaglia sulla formazione: combattere l'ignoranza significa costruire un
futuro di consapevolezza e dunque diritti e libert. Soprattutto tenendo
in considerazione le sconfitte che i movimenti della formazione hanno
145

subito negli ultimi venti anni, a fronte di una capacit di mobilitazione


spesso molto importante. Non bisogna lasciare inesplorati terreni di
conricerca e conflitto. Anche chiedendosi, per esempio, che ruolo abbia
lo sviluppo di "Invenzioni tecnologiche (anche di robotica) che
approfondiscono e favoriscono la cooperazione, ma impoveriscono
l'esperienza cognitiva del singolo.
La crisi, la storia e la talpa
La crisi economica ha accelerato il ritmo della storia. La direzione non
promette nulla di buono, mentre rivediamo questo testo si spalanca di
fronte all'Europa un nuovo capitolo dello scontro di civilt che si fa
guerra civile. Essere all'altezza della situazione forse impossibile, ma
in ogni caso continuare a lottare ed esistere nel cuore della
composizione di classe continuamente cangiante, prevede la capacit di
costruire strategie di lungo periodo. Organizzazione politica e autoorganizzazione sociale, cos come cultura politica, pratica di resistenza
e risposta ai bisogni devono accompagnarsi e rafforzarsi a vicenda per
non soccombere alle macchine da guerra del nemico che sono
semantiche, militari, comunicative, in ogni caso micidiali. Se vogliamo
costruire soggettivit bisogna anche assumere l'insegnamento del
piccolo diavolo di Manituana:
quando il mondo intorno a te corre, impara a muoverti con calma.
Nessuna di questa macchine da guerra pu essere smontata senza la
pazienza della solita vecchia talpa.

146

Tecnologie e sintomi della soggettivazione


precaria
di Paolo Vignola
Il mio breve intervento vuole evidenziare alcuni punti problematici
relativi ai processi di soggettivazione precaria all'interno di questa
sorta di epoch del senso che accompagna la crisi finanziaria, politica e
sociale in cui si vuole ma non si sa rispondere al cosa fare?, come
farlo?, quali linee di fuga rispetto all'ideologia del there is no
alternative?. I problemi della soggettivit precaria, e perci
dell'auspicabile passaggio dalla composizione tecnica alla
composizione politica dei precari sono stati evidenziati da diversi testi
che hanno preparato i lavori di questo seminario e, perci, le mie
considerazioni possono essere viste come un prolungamento di tali
analisi.
In particolare, il testo di Cristina Morini, I sogni infranti del
freelance86, mi pare centrare il problema politico della soggettivit
precaria all'interno del rapporto capitale-lavoro, poich offre una sorta
di sintomatologia del lavoro cognitivo: il giornalista freelance un po'
la metonimia del lavoratore cognitivo precario, che altre volte ho
cercato di definire con il lumpenricercatore, non come figura
corporativa ma come condizione di proletarizzazione generalizzata del
lavoratore cognitivo minore: dal tirocinante a 12h al giorno per 0 euro
al dottore di ricerca che pubblica e traduce opere del sapere (for free) o
conduce analisi di laboratorio (dove la paga consiste nella stipula di
un'assicurazione) e lavora al ristorante cinese, fino a chiunque effettua
ricerche su Google il quale trae profitto da ogni attivit dell'utente. Se,
come Fumagalli ha recentemente messo in evidenza87, si assiste a una
86
Cristina Morini, I sogni infranti dei free-lance in Effimera 2014
(http://quaderni.sanprecario.info/2014/10/i-sogni-infranti-del-free-lance-di-cristinamorini/ ).
87
Scrive Fumagalli: Proprio per lintensit duso delle nuove tecnologie linguisticocomunicative, il lavoro digitale testimonia anche lesistenza di immediata
valorizzazione capitalistica nel momento in cui si svolge e non esclusivamente expost, a valle. Siamo, cio, in co-presenza di processi di sussunzione reale (a monte) e

147

sussunzione vitale del Digital Labour, allora cos come Uber ci


ricorda Giorgio Griziotti ci fa diventare tassisti precari e sfruttati e
Airbnb che ci trasforma in affittacamere88, potremmo pi in generale
affermare che siamo tutti lumpenricercatori ce lo chiede Google!
In questa eterodirezione della soggettivit precaria, per cui le grandi
aziende del web, l'Europa, Renzi&Co suggeriscono i nuovi processi
di soggettivazione autoimprenditoriali o in generale autovalorizzanti, le
parole di Morini sembrano cucite su misura per un'intera popolazione:
Fragili, nella frammentazione e nella individualizzazione dei rapporti,
unici responsabili di se stessi poich la collettivit voga in senso
inverso, i precari hanno evidentemente adeguato il proprio modo di
agire e di sentire agli imperativi del presente. Potenza della capacit di
adattamento umana, addestrata darwinianamente dalla tv, dai master
universitari, dal marketing, attraverso le parole creativit, merito e
autorealizzazione. [...] Nelle case editrici, pi che per sensibilit e
fiducia, ormai, nelleterna promessa di una knowledge society
liberatoria sospinta dalleconomia della promessa, si accetta di lavorare
anche in regime di tendenziale gratuit per non rimanere tagliati fuori,
per non strappare le costrizioni di vincoli relazionali dentro rapporti
gerarchici fortemente asimmetrici89.
Disimparare
Di fronte a questa proletarizzazione della soggettivit, Morini
suggerisce che necessario prima di tutto disimparare. Disimparare
formale (a valle), la cui linearit spesso si traduce in non-linearit e interdipendenza
dinamica. Per questo si pu parlare, sinteticamente di processi di sussunzione vitale
del lavoro digitale al capitale, Andrea Fumagalli, Lavoro digitale tra estrazione e
sfruttamento in Effimera 2013 (http://quaderni.sanprecario.info/2013/11/lavorodigitale-tra-estrazione-e-sfruttamento-a-proposito-di-un-convegno-a-new-york-14-16novembre-2014-di-andrea-fumagalli-2/ ).
88
Giorgio Griziotti, Unblock the Chain. I processi collaborativi e tecnologici del P2P
fra commons dellautonomi e integrazione capitalista in Effimera 2014
(http://quaderni.sanprecario.info/2014/11/unblock-the-chain-i-processi-collaborativi-etecnologici-del-p2p-fra-commons-dellautonomia-e-integrazione-capitalista-di-giorgiogriziotti/ ).
89
Morini, I sogni infranti dei free-lance, cit.

148

linguaggi e obiettivi. Portare altrove la passione e il desiderio e


sviluppare forme di resilienza sui luoghi di lavoro in modo
intelligente piuttosto che piegarsi allillusione che la schiavit
convenga. Disimparare significa allora decostruire l'ideologia del
merito, reimpostare la ricerca della propria felicit allinterno di un
nuovo universo, fatto non di promesse di carriera (quali? dove?) ma di
relazioni incarnate e micro-politiche resistenziali.
Se il che fare e le linee di fuga sembrano dunque tracciate, il
problema che rimane per quello del come farlo: come si pu
cortocircuitare quella che Antoinette Rouvroy ha chiamato
governamentalit algoritmica e che, nel momento in cui i rapporti di
produzione del valore passano sempre pi attraverso le tecnologie
digitali, assomiglia a una sorta di governo del selfie e degli altri? Gianni
Giovannelli sintetizza cos l'eterodirezione che letteralmente coglie da
dietro i precari, una specie di rapporto social di produzione:
Ormai anche amare, vestirsi, leggere, telefonare, nutrirsi sono attivit
che non appartengono pi solo alla sfera privata, ma rientrano nella
struttura organizzata dal potere (un lavoratore prende il voucher da
Autogrill, ci compra un maglione da Benetton, mangia da Eataly, con il
cellulare posta la foto sul sito Facebook)90.
Questi sintomi ci conducono a una riflessione al tempo stesso teorica
(cosa succede?) e strategica (come comportarsi?) sui cambiamenti nella
composizione di classe all'interno della crisi, della quale vorrei indicare
tre tracce, tutte da sviluppare in questi anni d'inverno della
soggettivazione politica, la quale, come stato detto pi volte durante il
seminario, si nutre quotidianamente di desideri, percezioni, relazioni
sociali, reti e, chiaramente, lotte.
I sintomi, del resto, si presentano e si vivono a livello soggettivo, nei
due sensi che questa parola, al centro del seminario, esprime: sui
90

Gianni Giovannelli, Forma sindacato, forma partito, forma sciame. Uno


sciame di sapienza, in Effimera 2014
( http://quaderni.sanprecario.info/2014/11/forma-sindacato-forma-partito-formasciame-uno-sciame-di-sapienza-di-gianni-giovannelli/ ).

149

soggetti, individuali e collettivi, che possibile osservare i sintomi di


disagio politico, psichico, sociale ma proprio per questo motivo una
diagnosi di quel che accade deve essere condotta con strumenti che
sappiano analizzare senza astrarre, percepire e soprattutto far percepire.
Se si prende sul serio la soggettivit, allora non sufficiente lasciar
parlare i soggetti, ma da soggetti parlare ai soggetti. Questo a mio
avviso un avviso che non pu che essere soggettivo uno dei compiti
principali della politica alternativa alla rappresentanza e alle
rappresentazioni liberaldemocratiche.
Tracce del disagio nella composizione precaria
Sulla base di tali considerazioni, che provano ad offrire dignit politica
ai sintomi di disagio della composizione di classe precaria, la prima
traccia da segnalare l'incrinatura dell'assunto bioeconomico per cui
tempo di vita e tempo di lavoro tendono a coincidere. Se dal punto di
vista oggettivo la diagnosi per cui tempo di vita e tempo di lavoro si
sovrappongono, il soggetto percepisce sulla propria pelle qualcosa di
ancora pi inquietante. come se si stesse passando dall'equilibrio
bioeconomico in cui tempo di vita e tempo di lavoro tristemente
coincidevano, alla bioeconomia asimmetrica e quindi alla biopolitica
acrobatica: ora il tempo di lavoro si moltiplica in potenze esponenziali
in grado di raggiungere 4 o 5 lavoretti a somma 800 (acrobazia del
precario che quotidianamente scala montagne insormontabili e si ritrova
a fine mese col portafoglio quasi a livello del mare) e quello di vita,
conseguentemente, si divide nelle sue radici quadrate. La radice
quadrata divisione della potenza, inversamente proporzionale ad essa:
tendenza verso l'impossibilit di-fare-politica&di-dare-vita, ossia
l'impossibilit della riproduzione sociale. Il paradosso dunque che
l'estrazione del valore, che rinvia oggi alla sussunzione vitale di cui
ha parlato Fumagalli, sembra divenuta incompatibile con la produzione
di vita. Chiaramente si tratta appunto di una tendenza, non di uno stato
di fatto, ma quel che ancora pi grave riguarda la difficolt a percepire
il surplus di sfruttamento che deriva dall'utilizzo delle tecnologie social,
che di sociale paiono avere ben poco dato che, proprio come il lavoro
cognitivo precario, si basano su di una individualizzazione dei rapporti
150

sociali. Questo aspetto conduce perci alla seconda traccia del mio
intervento.
Con l'utilizzo delle tecnologie digitali, tanto in quello che ci sforziamo
ancora di chiamare tempo libero, quanto negli interstizi del tempo di
lavoro, la temporalit della nostra vita viene spazializzata, diviene cio
un accumulo di dati. Detto altrimenti, il tempo di vita, incanalato
sempre pi nel social, lo si condivide tramite le tecnologie, e in questo
modo diviene spazio di lavoro o di coltura di valore. Si assiste cio, a
livello individuale, a una sorta di divenire-bacheca della soggettivit,
che sul piano collettivo si trasforma in un divenire database dei
movimenti, dei gruppi e delle reti di cooperazione. in tal senso che
questo tempo di vita spazializzato non nemmeno pi percepibile n
tanto meno concepibile come qualcosa che andrebbe remunerato: il
tempo del soggetto, anche quando lavora e cede i suoi gesti (anche
cognitivi) al capitale, poich si accorge di quel che gli succede,
mentre lo spazio in primis quello della scrittura immediatamente
pubblico, esteriorizzato, dunque totalmente trasformabile in valore
senza resistenze. Dunque, da questa riduzione del tempo di vita, in cui i
precari si soggettivano, le nuove forme del capitalismo cognitivo
riescono a produrre una moltiplicazione del valore al tempo stesso iperinvasiva e praticamente indolore.
In questo senso si pu parlare di una difficolt crescente a percepire la
violenza dell'estrazione di valore, specie quando quest'ultimo viene
barattato alla stessa stregua del commercio triangolare, per cui in
cambio dei nostri costanti sforzi di produzione ci vengono offerte, come
medaglie, le pietrine colorate del merito, della dignit, della creativit e
dell'autorealizzazione. Come diceva Marx? La storia si ripete prima
come tragedia e poi come farsa...
La terza traccia che vorrei indicare connessa con il produrre discorso
riconoscibile, ossia ci che anche Salvatore Comino ha, nel suo
contributo, segnalato come uno dei compiti pi importanti per effettuare
quel passaggio dalla composizione tecnica alla composizione politica,
senza il quale i sintomi della precarizzazione della vita non possono
tradursi in nuove lotte e in nuove forme di lotta. Come concepire forme
discorsive riconoscibili, che cio sappiano aggregare nel conflitto?
151

Come concepirle di fronte allinvadenza neuronale delle tecnologie


digitali e al cortocircuito politico della sharing economy che impatta
direttamente sulla costruzione di soggettivit, specie quando il suo
profumo simile a quello della produzione di comune?
Per concepirle possono essere conosciute scientificamente e
propagandate, oppure percepite: ed sul piano della percezione che si
gioca la partita politica. Se le tecnologie digitali come qualsiasi forma
di scrittura si inscrivono letteralmente nei nostri circuiti neuronali,
non solo questione di portare in piazza il conflitto, ma di farlo stridere
nel cervello, vale a dire comprendere che 1) la soggettivazione passa
necessariamente per luso delle tecnologie e che, perci, 2) per produrre
discorso riconoscibile bisogna praticare politicamente le tecnologie
digitali, al fine di costruire le condizioni perch le reti neuronali portino
i soggetti a desiderare il comune piuttosto che godersi la propria
immagine in bacheca. A tal proposito, Giorgio Griziotti ha messo bene
in evidenza, contro Rifkin e altri, le deboli promesse delle tecnologie
peer-to-peer e della sharing economy, le quali quanto pi sembrano
prefigurare un mondo de-capitalizzato, tanto pi vengono
vampirizzate dal capitalismo cognitivo:
Il capitalismo cognitivo nelle sue varianti utilizza direttamente le
tecnologie P2P che possono essere perfettamente consone nel processo
di messa al lavoro della vita. La filosofia delle Decentralized
Autonomous Corporation basate sul principio di un software creato per
gestire gli umani potrebbe amplificare questa deriva. In tale contesto
latteggiamento di chi d per scontato un declino automatico del
capitalismo di fronte allemergere di generici Commons collaborativi e
delle tecnologie P2P mistificatore perch fa abbassare la guardia e
distoglie dalla necessit di battersi sul piano politico91.
Probabilmente esiste il modo di trasformare questa tendenza e usare le
tecnologie digitali come nuove armi (Deleuze) della soggettivit
precaria, ma proprio in chiave politica mi pare necessaria una critica
dello sharing come conformazione neuronale costruita dalle tecnologie
91

Griziotti, Unblock the Chain, cit.

152

P2P, tenendo al tempo stesso presente l'impossibilit di uscire dallo


sharing, poich niente oggi sembra essere pi umano del condividere
e probabilmente lo , se pensiamo come Bernard Stiegler il digitale
come ennesimo stadio del processo di grammatizzazione con cui
l'umano si costruisce. Se la grammatizzazione il processo che da
sempre spazializza la temporalit dei gesti umani (linguaggio, corpi al
lavoro, etc.), facile vedere come tanto l'accumulazione del capitale
quanto la produzione del comune socialmente prodotto passano sempre
o quasi per grammatizzazioni: nel caso del valore, del sapere, delle
lotte, etc. Quella stessa spazializzazione del tempo di vita, che porta a
non percepire lo sfruttamento organizzato dal capitalismo cognitivo che
innerva le nuove tecnologie, dovrebbe allora essere praticata altrimenti,
e permettere che un sintomo di disagio individuale relativo alla
precariet diventi, proprio tramite la scrittura, un problema collettivo, e
contagi cos, P2P, l'ambiente delle nostre vite fino a far diventare la
rivendicazione di un reddito d'esistenza incondizionato il twitter pi
seguito del 2015.

153

Soggettivit, riproduzione sociale, comune


di Cristina Morini
Evitare di cullarsi entro disposizioni pessimistiche che rischiano di
togliere forze alla capacit di resistenza, non pu tradursi in un puro
sforzo volontaristico. Detto altrimenti, e meglio: non possibile pensare
di trovare riparo alle difficolt della fase presente negando la materialit
delle situazioni che osserviamo, fuori da ogni astrazione. Questo, del
resto, il tipo di atteggiamento, di disposizione intellettuale e militante,
che ci ha sempre contraddistinto: scavare al fondo dei processi,
analizzare le strutture che condizionano i soggetti, indagando sui
rapporti di potere, senza farci forviare dalla presunzione di creare
archetipi suggestivi e cio senza ricadere nella tentazione di fare aderire
il mondo a modelli ideali. Non vanno cercate definizioni immaginarie o
simboliche, ma piuttosto protocolli desperienza.
Che cosa si pu osservare dal punto di vista delle domande che ci
siamo posti in preparazione a questo convegno, in particolare sul tema
della produzione di soggettivit e di contro-soggettivit nella
dimensione della crisi economico-finanziaria che assume nuovi
lineamenti e inedite durezze? Che cosa possibile dire a partire
dallesplorazione dei processi di sviluppo o di non-sviluppo dei conflitti
nellambito del lavoro cognitivo? E con ci, andr aggiunta anche la
necessit di guardare ai limiti che, relativamente a questambito, si
possono notare nella teorizzazione e nella organizzazione delle lotte.
Dunque si tratter di guardare ai limiti dei movimenti contemporanei.
Questa estate, dopo lauto-sgombero del teatro Valle di Roma, si
provato a discutere alcune griglie dinterpretazione relative al lavoro
cognitivo segnatamente incarnate in un teatro occupato. Va chiarito
una volta di pi che nessuno ha mai inteso indicare unavanguardia in
quello che stato definito, da parti diverse e nel tempo, lavoro
immateriale, cognitivo, creativo, lavoro della conoscenza con
tassonomie diverse al proprio interno sulle quali non mi soffermo. Si
voluto indicare, piuttosto, un mutato paradigma del lavoro connesso alla
materialit, alla realt, del cambiamento delle forme di organizzazione
del capitale e della produzione. E si avanzata lipotesi che i conflitti, a
154

questo livello dello sviluppo del capitale, avrebbero potuto e dovuto


assumere forme diverse, allaltezza della sfida costituita dai processi di
precarizzazione, di frammentazione e di cattura esistenziale e
sociale delle soggettivit dentro il lavoro, un universo nel quale la
difformit tra tempo di lavoro e tempo per s diventata inesistente. Ci
riferiamo al tema dellautorganizzazione del lavoro cognitivo, alla
possibile affermazione di autonomia e antagonismo del potere
costituente della nuova soggettivit, cio a forme di riappropriazione
della riproduzione sociale, espropriata dal capitale. Esiste un terreno
dove stato possibile sperimentare lautonomia potenziale del lavoro
cognitivo, ovvero la sua capacit di autorganizzazione e autogoverno,
tenendo presenti le categoriedi composizione organica del capitale e di
composizione di classe? In che modo riuscita a esprimersi unistanza
di ri-produzione-comune, intesa come formulazione autogovernata del
nostro desiderio di riconquistare, attraverso tattiche performative e
pratiche costituenti, ci che gi nostro ma viene da noi alienato?
Oppure, diversamente, almeno fino a qui, i rapporti di forza sono stati
tali da far s che la disposizione soggettiva e oggettiva del
lavoratore/lavoratrice abbia finito per uniformarsi ai rapporti di
produzione? Come interpretare, per esempio, il tema del bisogno di
essere riconosciuti dalle gerarchie del potere, collegato allideologia del
merito a cui il lavoro cognitivo sembra essere estremamente sensibile?
In che rapporto si pone il lavoro cognitivo, rispetto alla controparte, se,
mentre pure prova a resistere, contemporaneamente non riesce davvero
a opporsi al fatto individuale, rendendo complesso un innesto
immediato sulla politica, una vera enunciazione collettiva e addirittura
rivoluzionaria92?
Risalta una disposizione desiderante, nel lavoro cognitivo precarizzato,
sotto la forma della speranza, speranza dello schiavo con sogni di
rivincita che vengono indicati come libert e che spiega moltissimo
della condizione contemporanea, rappresentando una nozione
fondamentale nello statuto della soggettivit del lavoro cognitivo. Si
tratta di mettere alla prova la dimensione cooperativa, e non solo di
92

Gilles Deleuze e Felix Guattari, Kafka. Per una letteratura minore, Quodlibet,
Macerata 1996, pag. 30.

155

evocarla. Perch possa esprimersi davvero la potenza radicale della


cooperazione sociale non necessario liberarci dal potere dellindividuo
e dai desideri autistici che il capitalismo contemporaneo le contrappone,
nel farsi soggettivo della produzione? Dire il vero su se stessi ci che
va fatto, ora. Come infatti ha lucidamente notato Olivia Fiorilli in un
testo pubblicato su Commonware:
il farsi soggettivo della produzione un processo che si concretizza
non solo nella messa a lavoro di tutte le nostre vite, il nostro genere, la
nostra sessualit, la nostra soggettivit, i nostri affetti etc., ma anche nel
fatto che le forme di sfruttamento e di estrazione di valore tendono a
coincidere sempre di pi precisamente con i processi di soggettivazione.
Questa coincidenza ha tragiche conseguenze perch la posta in gioco
quando pratichiamo forme di sottrazione e dis-identificazione, di rifiuto
dentro e contro il lavoro molto pi alta [...]. Questa sfida non affatto
un compito facile, poich pu determinare che lIo diventi come
inconoscibile, come minacciato dallinesistenza sociale, dalla possibilit
di divenire totalmente neutralizzato dal suo stesso rifiuto di incarnare la
norma che rende questo Io pienamente riconoscibile93
General Intellect, capitalismo cognitivo e nevrosi contemporanea
Facendo riferimento al modello antropogenenetico di produzione,
possiamo vedere nel capitale fisso assimilato al corpo-mente dei
lavoratori cognitivi la possibilit di evolvere in modo alternativo. E
tuttavia dobbiamo ammettere che, al momento, lintelletto generale
soggiace allorganizzazione del capitale. Matteo Pasquinelli
nellintroduzione al libro Gli algoritmi del capitale aggiunge qualcosa
di pi: Non sufficiente affermare che il capitalismo di oggi un
capitalismo cognitivo, ovvero che valorizza e organizza la conoscenza e
le informazioni prodotte dal lavoro di una moltitudine globale ovunque
assoggettata ad almeno una catena di montaggio numerica e a un
dispositivo digitale (tutti hanno almeno un telefono cellulare). Il
93

Olivia Fiorilli, Butler ai tempi delleconomia della promessa (di riconoscimento),


testo pubblicato sul sito Commonware
http://commonware.org/index.php/gallery/534-butler-economia-promessa

156

capitalismo ha sviluppato forme di intelligenza autonoma e di scala


superiore. Si deve dire: il capitale stesso pensa94.
Differenza e precariet sono sia i capisaldi della potenza del lavoro
vivo contemporaneo che gli strumenti principali del suo
assoggettamento e della governance contemporanea. Entrambi
rappresentano risorse straordinarie perch pi liberi dalle forme di
normazione e normalizzazione del capitalismo del passato (genere,
classe...). Ma sia la condizione precaria che il femminile sono oggi
oggetto dei disegni di cattura del neoliberismo. Si tratti di integrazioneo
di ricatto, il risultato il depotenziamento dei concatenamenti collettivi,
il prevalere del soggetto e delle sue doti individuali, caratteriali e
caratteristiche che si presta a essere sponda della retorica del merito e
cio a progetti di selezione ed esclusione differenziale, usati per
nascondere il drammatico approfondirsi delle diseguaglianze.
Non ammissibile, ovviamente, che solo il pensiero femminista
affronti il tema del complessificarsi del rapporto con il potere in tempi
di femminilizzazione e di precarizzazione della societ e di parvenze
libertarie che inquinano la capacit di individuare il nemico.
necessario applicare uno sforzo di attenzione a che cosa significhi un
mondo nel quale liniziativa individuale diventa il primo parametro del
valore di una persona e dunque lazione privata ad assumere ruoli e
responsabilit fino a ieri collettivi. Lemancipazionismo contemporaneo
non un problema solo per le donne, ma questione generale: esso invita
a puntare sulla propria identit personale come veicolo che consente la
conquista della giusta promozione sociale per meriti individuali.
Perci, che cosa vuole dire - per il soggetto precario - liberarsi da
forme di organizzazione biocapitalistica, apparentemente scelte ma
viceversa dettate dai sottili dispositivi del biocapitalismo cognitivo,
dagli ordinamenti neo liberali, e percorrere, davvero, la strada della
propria autonomia? Ed senza riflessi sullazione collettiva,
lindividualizzazione dellazione che noi vediamo sempre pi
concretamente svilupparsi a seguito dellinverarsi progressivo del
paradigma della precarizzazione generalizzata della societ? A partire
94

Matteo Pasquinelli (a cura di) Introduzione in Gli algoritmi del capitale, ombre
corte, Verona 2014, pag. 9.

157

dalle esperienze, va ammesso che i concetti di cooperazione sociale e di


General Intellect necessitano di un approfondimento sul piano delle
ricadute politiche, materiali, degli stessi. Ci significa, soprattutto, che
la cooperazione va organizzata politicamente poich, per quanto essa si
dia spontaneamente, dobbiamo notare che essa non genera
naturalmente il bello e il bene del comune. Riprendo ancora un
passaggio di Fiorilli:
La possibilit di disidentificarci dallordine vigente, di disfare e
rifare lordine del possibile, dipende dalla capacit di creare
collettivamente spazi e comunit politiche che consentano
materialmente e simbolicamente di essere socialmente possibili
contro le norme dominanti che allocano in modo differenziale
riconoscimento e valore95.
Va cio approfondito questo crinale critico di una potenza comune
dellintelletto generale che pure non riesce a liberarsi in modo
significativamente alternativo attraverso processi autorganizzati. Si
esprime piuttosto, pi facilmente, dentro i registri emotivi catturati da
fb, producendo rendita per il capitale. La tendenza allautoreferenzialit
implicita nello statuto proprietario del soggetto contemporaneo
costruito dal neoliberismo e dalle retoriche della crisi rappresenta,
perci, a mio avviso, un problema politico-teorico ineludibile.
Lo statuto proprietario del soggetto connesso al biocapitalismo
cognitivo-relazionale che mette in campo proprio la soggettivit e a essa
simpone: la figura ambigua del precario-impresa, imprenditore di se
stesso, incarna il darwinismo sociale cui si presta il superego soggettivo
contemporaneo. Foucault ha utilizzato la figura dellhomo
oeconomicus, colui che possibile maneggiare96 e che risponde in
termini di adattamento alle sollecitazioni delleconomia, attraverso
contrassegni comportamentali. Leconomia neoliberale risponde a un
piano evolutivo, pi che di ordine, chiedendo allindividuo una
95
96

Olivia Fiorilli, Butler ai tempi delleconomia della promessa, cit.


Michel Foucault, Nascita delle biopolitica. Corso al College de France (19781979), Feltrinelli, Milano 2005, pag. 220.

158

risposta adattativa97. Dallo statuto dellindividuo che, calcolando il


proprio interesse raggiunge e converge con quello degli altri, si arriva a
un presente dove ogni condotta dellhomo oeconomicus mostra la sua
capacit di saper accettare la realt98.
Negri e Vercellone nel testo Il rapporto capitale-lavoro nel capitalismo
cognitivo scrivono: Quando nella produzione del General Intellect il
principale capitale fisso diviene l'uomo stesso allora, con questo
concetto bisogna intendere una logica della cooperazione sociale situata
al di l della legge del valore99. E ancora: Le condizioni della
formazione e della riproduzione della forza-lavoro sono ormai
direttamente produttive e che quindi la fonte della ricchezza delle
nazioni risiede oggi sempre di pi in una cooperazione situata a monte
delle mura delle imprese.
Non possiamo che dirci daccordo, tuttavia esperienze come, per
esempio, quelle citate dei teatri occupati, disposti in modo che la logica
della cooperazione sociale potesse essere situata al di l della legge del
valore, hanno fino a ora dimostrato la difficolt a darsi di questo
aldil. Nelle difficolt che riscontriamo, noi vediamo una sorta di
tensione tra due poli, di torsione tra il soggetto precario e le forme della
sua stessa autorganizzazione. Federico Chicchi gi qualche tempo fa
segnalava la necessit di forzare i confini proprietari della soggettivit,
ovvero di pensare le istituzioni del comune come esodo dal supporto
proprietario che connota il presente100. Per dirla con Fant Precario, il
comune va inteso proprio come il superamento dellessenza
imprenditoriale e proprietaria dellesistenza, attraverso lestinzione
delluomo-impresa101 che a esso antitetico.
Lo statuto proprietario che il soggetto indotto a introiettare, in altre
97
98
99

100

101

Angela Putino, I corpi di mezzo, ombre corte, Verona 2011, pag. 20-22.
Ibidem, pag. 21.
Toni Negri e Carlo Vercellone, Il rapporto capitale-lavoro nel capitalismo
cognitivo in Posse, Manifestolibri, Roma ottobre 2007, pp.46-56.
Federico Chicchi, intervento registrato durante il seminario di UniNomade, Crisi
della finanza e crisi ambientale, San Servolo 2009,
http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Crisi-della-finanza-e-crisiambientale/2850
Fant Precario, Verso lo sciopero precario. Per una bancarotta del capitale, in
Quaderni di San Precario n. 2, Milano maggio 2011.

159

parole la necessit adattativa dellimprenditore di s immerso nella


finzione della liberalit neoliberista, finisce per oscurare origine e senso
della processualit riproduttiva (cooperativa), con leffetto di negare
quel tessuto che lo genera e lo sostiene. Una tensione, quella tra
soggettivit e cooperazione, che va meglio indagata e che, per il
momento, non sembra vedere vera soluzione. Cos, esattamente in
questo campo, per quanto complesso sia, va sperimentata la nostra
capacit di pensare e organizzare la differenza, contendendo
direttamente il terreno al capitale.
Evidentemente, lo scopo del capitalismo attuale quello di assorbire e
sottomettere, in modo parassitario, le condizioni collettive della
produzione delle conoscenze, soffocando il potenziale di emancipazione
iscritto nella societ del General Intellect, come spiega Carlo
Vercellone102. Riuscire a sottrarre lindividuo allimperativo dellazione
individuale, che oggi pi che mai nasce da un contesto ma si pretende
isolata dallo stesso, ci aiuterebbe anche a uscire da quelle categorie
psichiatriche e metodi terapeutici connessi (depressione, ansia,
atarassia, nichilismo) che, insieme alle norme sociali, sono ci che
riconfigurano la soggettivit contemporanea.
Lessere umano non ovviamente mai un essere libero, indipendente
da ogni sistema istituzionale e sociale. Ma nel soggettivarsi del lavoro e
della bioproduzione esso non solo preso nei rapporti di potere, ma
diventa la posta in gioco del potere, soggetto e oggetto degli stessi.
Lassoggettamento si ottiene attraverso il meccanismo della dipendenza
(economica via precariet e debito, sociale via riconoscimento del
proprio ruolo, simbolica via limmagine che diamo in pasto agli altri,
culturale via divisione cognitiva del lavoro, politica via accesso alla
cittadinanza) con tutte le procedure di individualizzazione e di
modulazione che questo implica e che incidono sulla vita quotidiana e
sullinteriorit. Si genera un attaccamento, ancora pi sottile e intricato
che in passato, alla propria identit intrisa dei dettami neoliberali della
competizione, del merito, della visibilit.
102

Carlo Vercellone, La legge del valore nel passaggio dal capitalismo industriale al
nuovo capitalismo, saggio pubblicato sul sito UniNomade,
http://www.uninomade.org/vercellone-legge-valore/

160

Una proiezione immaginifica di questo nostro dover essere, che crea e


impone realt e che si fa strada attraverso la progressiva dissociazione
della nostra vita precaria da ogni corporeit sociale collettiva. Penetra
attraverso la solitudine e le molteplici patologie da prestazione o da
depressione generate dal nostro lavoro-vita, disperatamente
frammentato dai nostri contratti atipici, sganciato da ogni obiettivo di
sovversione, di lotta comune. Pi la lotta scompare, pi il nostro
bisogno di visibilit sembra aumentare.
Nel saggio di Foucault Che cos un autore103 viene presa in
considerazione quella forma particolare di proprietche operazione
complessa e che costruisce un certo modo di essere che noi
chiamiamoautore. I lavoratori della conoscenza rivendicano spesso la
propria funzione-autore come specificazione possibile della propria
funzione-soggetto. La forma di propriet di un libro o di un testo, dice
Foucault, si pone in rapporto a ci che si potrebbe chiamare
appropriazione penale104. Gli autori emergono nella storia nella
misura in cui lautore poteva essere punito, vale a dire nella misura in
cui i discorsi potevano essere trasgressivi". Il discorso, ci ricorda
Foucault,
stato storicamente un gesto carico di rischi prima di essere assunto in
un circuito di propriet. E quando si istaurato un regime di propriet
per i testi vale a dire tra la fine del XVIII e linizio del XIX secolo
da quel momento che la possibilit di trasgressione che apparteneva
allatto di scrivere ha perso sempre pi landamento di un imperativo.105
La collocazione dellautore in un sistema di propriet proprio nel
momento in cui la necessit di trasgredire non solo perde rilevanza ma
viene progressivamente espunta e il discorso risulta inglobato nel
conformismo che caratterizza la nostra societ, pu essere unaltra
interessante ragione dindagine. Questo ragionamento ci porterebbe
lontano, a ragionare del ruolo degli intellettuali nel presente. Ma
stiamo al punto: la dimensione del capitalismo cognitivo, fondata sulla
condivisione cooperativa della conoscenza, allinterno di una societ
103

104
105

Michel Foucault, Che cos un autore? in Scritti letterari, Feltrinelli, Milano


2010.
Ivi, pag. 9.
Ivi, pag.10.

161

completamente intrisa di conoscenza, ci invita a ragionare sulla


particolare verit di alcune domande di Foucault: Chi ha veramente
parlato? veramente lui e nessun altro? Con quale autenticit e
originalit?106. Una disposizione che va in senso inverso al bisogno di
riconoscimento in competizione con altri la quale risponde agli
imperativi utilitaristici dellhomo oeconomicus in un contesto di mutua
indifferenza.
Franco Fortini gi nel 1971 ci metteva gi sullavviso: La serie di
equivalenze intellettuale = operatore culturale = lavoratore
dellindustria culturale = lavoratore tout court (cio sfruttato ecc.)
ingannevole107. E Salvatore Cominu, nel suo intervento introduttivo a
questo convegno, ci ha invitato a ricordare meglio che la nozione di
lavoro cognitivo non indica unlite di lavoratori della conoscenza: in
questa rappresentazione si possono riconoscere solo determinati
segmenti di lavoro intellettuale, culturale, creativo, mentre la loro
maggioranza fa esperienza dei concetti di standardizzazione e
intensificazione.
Forse andrebbero tenuti presente alcuni distinguo, gi suggeriti da
Fortini: la massima parte del lavoro culturale normale lavoro
impiegatizio, tecnico o burocratico (e come tale andrebbe considerato e
organizzato), ma esiste una parte del lavoro culturale che meno
ripetitiva e pi ricco dintenzionalit (certe fasi dello studio, della
ricerca, della formazione artistica ecc.). E va tenuto meglio presente,
con Salvatore Cominu, che difficilmente ampi strati di lavoro cognitivo
fanno esperienza di reale autonomia rispetto al capitale.
Ecco allora che viene da domandarsi se quelle fasce di lavoro cognitivo
che noi abbiamo preso ad esempio (i ricercatori, i giornalisti, i redattori
editoriali, gli artisti di un teatro), siano davvero rappresentative della
generalit del lavoro cognitivo. Daltra parte, questi settori sono anche i
pi sensibili alle forme dindividualizzazione del lavoro e alle sirene del
proprio personale valore, particolarmente catturabili dalla dimensione
106
107

Ivi, pag. 21.


Franco Fortini, Non si d vita vera se non nella falsa in Contro lindustria
culturale. Materiali per una strategia socialista, Guaraldi Editore, Bologna 1971,
testo pubblicato sul sito Il Lavoro culturale http://www.lavoroculturale.org/non-sivita-vera-se-non-falsa/

162

autoreferenziale e identitaria (lessere autore, il professionalismo...).


E qui, infatti, inciampano le capacit di produrre conflitti negli ambiti
del lavoro cognitivo intercettati (teatri, case editrici, universit). Cio la
capacit di creare connessioni politiche finalizzate allautonomia del
lavoro vivo contemporaneo.
In questa situazione di divisione del lavoro, frammentazione e
rifrazione del soggetto nel lavoro cognitivo - tra laltro in determinate
porzioni e situazioni sempre pi drammaticamente imprigionato dalla
propria immagine-ruolo-funzione - che cosa fare? Quale pu diventare
il progetto? Come possono darsi capacit di resistenza?
Disidentificazione, valore della riproduzione sociale, rifiuto del lavoro
Lidentit per noi non un essere, un che di sostantivo, ma uno schema
formale che si produce socialmente nel gioco delle differenze e che si
materializza nella singolarit irriducibile dellesperienza individuale.
Per arrivare brevemente alle conclusioni di queste note che vanno intese
solo come piste di ricerca da riprendere e sostanziare - sono
consapevole di aver usato con troppa disinvoltura tutte le categorie - in
prima istanza va rimesso lo sguardo sulla riproduzione sociale,
osservando i limiti del produttivismo contemporaneo che si fatto
coincidere completamente con lemancipazione.
Che lavoro fai? una domanda sbagliata, oltre che disprezzabile, ma
dice di un luogo comune che non solo resiste ma andato,
tragicamente, recuperando terreno. Questa domanda, avendo gi
generato immensi problemi nel passato, altri peggiori tende a generare
oggi. Il bisogno di rispondere bene al quesito ci lascia svuotati,
psicotici, soli, ma tuttavia esso si impone, ci impone di essere quel
lavoratore, quella lavoratrice. Tutto dipende dal fatto che solo il lavoro
produttivo continua, nellideologia maschile imposta dal capitalismo di
sempre, a generare cittadinanza, cio appartenenza a un cosiddetto
corpo sociale, cio inclusione. N pu essere menzionato, come
giustificante, il salario poich, nella gratuit tendenziale del lavoro
generalmente precarizzato, non questo comprensibile motivo il vero
motore della disposizione a identificarsi, sempre pi profondamente,
con il proprio lavoro, con la funzione produttiva assegnata.
163

La prima ragione per cui, a mio avviso, tende a stabilirsi la scollatura


sopra decritta tra soggetto e intelligenza collettiva, dovuto al valore
sbilanciato che noi continuiamo, tenacemente, a dare alla produzione
rispetto alla riproduzione. Tutto origina da questo, dalla logica
svalorizzante che ha sempre accompagnato la riproduzione e il valore
duso. Le donne stesse non sono state abbastanza attente al tema, che
pure loro apparteneva, finendo per farsi sussumere dal punto di vista
maschile, tutto sbilanciato sulla produzione 108. Da almeno due decenni a
questa parte notiamo una paradossale crescita esponenziale del valore
simbolico del lavoro produttivo e dellidentit che ne consegue proprio
mentre assistiamo a una netta diminuzione delle garanzie di stabilit e
diritti del lavoro e alla trasformazione della logica della disparit,
perno del capitalismo, che non riguarda pi interi gruppi (le donne, i
neri, gli immigrati...) ma siscrive in maniera differenziale allinterno
del medesimo gruppo. Iscrizione differenziale che dipende dalla nostra
propensione alladesione. Contemporaneamente, mentre tutte e tutti noi
ci facevamo portare al lavoro facendone sempre pi il luogo del senso
di noi stessi, il capitalismo si rivelato il pi attento estimatore del
valore e del ruolo della riproduzione sociale e ha imparato a pensarla
e a organizzarla.
Va ripresa perci, innanzitutto, la critica al lavorismo, aggiornandola, e
approfondita la riflessione sulla sostanza della riproduzione sociale
contemporanea. Riproduzione sociale che viene relegata, ancora e
sempre, alla categoria di lavoro improduttivo quando non a quella di
"non lavoro", quando invece ha assunto oggi un ruolo centrale, il
baricentro stesso della creazione di valore nella societ contemporanea.
Riproduzione che non ha pi lo scopo e il senso, come ai primordi, di
ritrovare (far rinvenire) le forze con la pausa, il riposo, la sospensione
della fatica una volta arrivati a casa, nel privato, ma che drammatica
esposizione di un continuum pubblico (reperibilit, cellulari, messaggi,
internet, contatti) che rende conclamato il fatto che la nostra vita
costantemente produttiva. Il tema del rapporto tra produzione e
108

Si vedano i testi recentemente tradotti in Italia a cura di Anna Curcio: Silvia


Federici, Il punto zero della rivoluzione, Lavoro domestico, riproduzione e lotta
femminista, ombre corte, Verona 2014; Nancy Fraser, Fortune del femminismo,
Dal capitalismo regolato dallo stato alla crisi neoliberista, ombre corte, 2014.

164

riproduzione va, dunque, ripreso e indagato ulteriormente, tenendo


conto che saltata la dicotomia principale su cui si costruita la societ
post-moderna, quella tra lavoro e vita.
Siamo di fronte a una crisi della misura del valore del lavoro, dato che
il tempo lineare che si confaceva al lavoro di fabbrica non si adatta
invece in nessun modo alla produzione cognitiva e affettiva, basata sulla
cooperazione sociale109. in questo senso che la vita e le sue necessit,
pi che il lavoro, diventano davvero lunico vero terreno che pu
consentirci forme di ricomposizione. Dunque penso sia necessario dare
centralit a rivendicazioni qualitative di qualit della vita. Dare loro
sempre pi sostanza, essere attraenti su questo piano, ricollegando,
sempre pi e sempre meglio, queste rivendicazione al tema della
produzione del valore contemporaneo nelle maglie della riproduzione
sociale, e alla priorit del valore duso. Come realizzare degli spazi di
auto-valorizzazione
che
rappresentino
contemporaneamente
unesperienza di vita immediatamente liberatrice e un esempio
generalizzabile?
Il soggetto precario tutto costruito dentro il ricatto del bisogno. Senza
dubbio, risolvere il nodo del reddito, tramite un reddito di base o forme
di welfare del comune, ci porterebbe molto avanti. Ma va soppesato
anche come la disposizione nevrotica del soggetto verso il
riconoscimento dentro la produzione, apparecchiata dal neoliberismo,
contraddica forme di possibile autorganizzazione collettiva, centrate per
forza sulla riproduzione sociale. Centrarci sullesistenza e sui bisogni
dellesistenza, nel crescere delle povert, pu portarci a recuperare quel
senso di interdipendenza tra soggetti che invece viene disperso e
disprezzato dalla competitivit e dalla autorialit neoliberista,
nellimmersione del lavoro precario.
La garanzia di un reddito di base incondizionato pu fronteggiare i
problemi relativi alla dipendenza economica, strumento essenziale e
necessario ma non sufficiente. Esso, infatti, costituisce la cornice di un
quadro che va riempito di contenuti e di pratiche in grado di stimolare
109

Vedi, Andrea Fumagalli e Cristina Morini, La vita messa al lavoro: verso una
teoria del lavoro-vita. Il caso del valore affetto, in Sociologia del lavoro, vol. 115,
il Mulino, Bologna 2009, p. 94-117.

165

processi di auto-soggettivazione, cos da ridurre la dipendenza culturale


e psicologica dellidentitarismo lavorativo. Identitarismo lavorativo che
per stabilirsi profondamente alla radice di noi stessi non ha esitato a
portare al lavoro doti umane e desideri. in questo senso che il
rifiuto del lavoro deve trasformarsi in infedelt, soprattutto in
relazione a quelle attivit routinarie e ripetitive che caratterizzano anche
le prestazioni cognitive. La pratica dellinfedelt in primo luogo
coscienza di s, sottrazione ai meccanismi di complicit che
trasformano la ricerca della propria autodeterminazione in atteggiamenti
individualistici e competitivi, in un contesto di mutua indifferenza.

166

Sulle non lotte nei call center


di Francesco Maria Pezzulli
Il testo che segue trae spunto da un paio di questioni poste come filo
conduttore della seconda giornata del seminario La crisi messa a
valore: quella sulla forma impresa, e cio se questa possa essere
definita unescrescenza parassitaria oppure svolga ancora un ruolo
organizzativo nella produzione del valore e delle soggettivit; e quella
della sostanziale assenza di significative sedimentazioni organizzative e
istituzioni di contropotere come conseguenza delle recenti lotte sociali.
Tali questioni sono state riscontrate da chi scrive durante l'inchiesta
politica nei call center, portata avanti con alcuni compagni del gruppo
dinchiesta sulla precariet e il comune in Calabria.
Loggare i soggetti per catturare il comune
Per quanto riguarda il primo punto possiamo dire che i capitalisti e gli
imprenditori dei call center svolgono un ruolo organizzativo del tutto
attivo nella produzione del valore e delle soggettivit. Anzi, proprio
perch il servizio erogato attiene alle facolt comuni degli operatori,
laspetto organizzativo quello che fa la differenza nei termini della
valorizzazione capitalistica. Come abbiamo segnalato altrove: nei call
center non si producono oggetti ma si vendono servizi e assistenza, e
per far ci servono abilit non materiali, qualit che gli operatori
acquisiscono attraverso leducazione familiare e le loro esperienze di
vita e socializzazione. Si tratta di capacit linguistico comunicative e
relazionali, di competenze e conoscenze acquisite in ambito lavorativo
e, soprattutto, extra-lavorativo: saperi, sentimenti, versatilit, reattivit,
eccetera. In una parola, linsieme delle facolt umane che, interagendo
con sistemi automatizzati e informatizzati diventano direttamente
produttive. Queste qualit sono indivisibili e inseparabili dal soggetto
che le detiene110. L'organizzazione del lavoro nei call center, che
definisce la specifica forma impresa degli stessi, risponde allesigenza
110

Gruppo d'inchiesta sulla precariet e il comune in Calabria, Sull'inchiesta


politica nei call center calabresi, in Quaderni di San Precario, n. 4, 2012, pp.
155-184.

167

di utilizzare tali qualit inseparabili senza riconoscerne la paternit


agli operatori, secondo un metodo capitalistico classico, che ricorda da
vicino la fabbrica tayloristica. Una fabbrica, per, delle parole e dei
sorrisi, costruita comunque sulla base di procedure ripetitive, dove la
catena di montaggio reinventata. Questa reinvenzione
esemplificativa
della
forma
impresa
call
center,
ossia
dellorganizzazione dello sfruttamento del lavoro cognitivo: tutti gli
operatori, nello stesso open space, sono individualizzati in singole
postazioni non comunicanti, sono loggati al software che li dirige, li
aiuta, li supporta durante ogni attivit e prestazione. Quel software la
catena informatica della produzione, nei confronti della quale gli
operatori sono disposti come appendici pensanti, nel senso che il loro
lavoro consiste nelleseguire gli ordini del software nelle modalit
verbali e comportamentali da questo indicate e per mezzo delle
informazioni che appaiono sul videoterminale. Il software rappresenta
la scienza che rimpiazza le vecchie conoscenze approssimative degli
operai. In esso sono implementati i doveri della direzione, che
consistono nel raccogliere decisamente tutta la massa di conoscenze
che nel passato erano patrimonio dei lavoratori e poi le registrano, le
radunano e, in certi casi, le riducono a leggi, regole e perfino formule
matematiche111. Dopodich, leggi, regole e formule, sintetizzati in
appositi script, vengono imposte alloperatore a mezzo video, come se
fossero a lui estranee e impersonali e nei confronti delle quali deve
attenersi pedissequamente, senza alcun margine di manovra.
La relazione tra loperatore e il software peraltro mediata da altre
figure facenti capo alla dirigenza. C una relazione diretta con il team
leader, il pi vicino alla postazione, che la figura drammatica del
cronometrista post moderno. colui che batte il tempo, che sorveglia
che le prestazioni vengano eseguite per come predefinite dalla
dirigenza. locchio vigile che interrompe il pur minimo livello di
relazione tra gli operatori, salvo che questa non attenga a criteri
aziendali di problem solving112.
111

F. W. Taylor, Lorganizzazione scientifica del lavoro, Edizioni di Comunit,


Milano 1952, p. 269.
112
Come osservato da Salvatore Cominu in questo volume a proposito del lavoro

168

Ci sono anche altre figure del call center che favoriscono la


subordinazione delloperatore al software e che svolgono un ruolo
strategico dal punto di vista organizzativo (i direttori e i manager, che si
occupano della formazioni e gestione delle risorse umane, della
promozione e del marketing, dellacquisizione delle commesse,
eccetera; i supervisor, che gestiscono e coordinano le attivit dei team
leader e degli operatori, eccetera) ma quello che vogliamo qui ribadire
che lorganizzazione dei call center costruita come un vero apparato di
cattura, che permette la valorizzazione capitalistica delle qualit sociali
degli operatori, ossia delle loro capacit linguistiche, relazionali e
comunicative. Queste qualit sono il grande rimosso dalla storia e dalla
cronaca dei call center. I padroni fanno finta che non esistono, non le
riconoscono formalmente, le considerano esclusivamente come
bagaglio aziendale e non come qualit degli operatori. Al silenzio
padronale fa eco lazione sindacale (azione peraltro molto modesta tra
gli operatori) che non ha mai posto il problema delle qualit al lavoro,
ma piuttosto ha sempre tentato di neutralizzarle dentro la qualit del
lavoro: sicurezza, igiene, tempi, eccetera, come se si trattasse del tipico
lavoro delloperaio massa. Che si tratti di un lavoro di merda, in
fabbriche della follia, poco importa; in quanto lavoro va difeso in
generale e favorito quanto pi possibile; anche quando si tratta di
firmare accordi assurdi come, per esempio, quelli recenti sottoscritti con
Almaviva a Palermo o con Infocontact a Lamezia Terme113.
Lorganizzazione del lavoro di un call center, ripetiamo, costituisce un

113

cognitivo in generale, anche quello del call center, soprattutto outbound, un


lavoro cognitivo stupido, ripetitivo, pertanto segnato da un forte processo
d'industrializzazione, che vede le learning machine (robot in grado di
apprendere dalla relazione che intrattengono con lumano) apprestarsi a
soppiantare molti operatori in tutto il mondo. A parte queste tendenze,
comunque, i call center rappresentano oggi uno di quei settori dove sembra
plausibile parlare di taylorismo digitale, nonostante sia possibile concordare
col fatto che, nel lavoro cognitivo, industrializzazione non significa per forza
taylorismo.
Cfr. Carlo Cuccomarino, La parabola di una rivolta. Gli operatori del call center
Almaviva di Palermo, in Commonware (18 novembre 2013) e Carlo
Cuccomarino e Francesco Maria Pezzulli, Infocontact Calabria. Perch gli
operatori non si ribellano, in Effimera (9 settembre 2014).

169

apparato di cattura razionale: una fabbrica tayloristica delle parole,


delle emozioni e dei sorrisi nella quale la funzione organizzativa
dellimprenditore permane, cambiata, a volte irriconoscibile, me ben
congegnata per attanagliare corpo e cervello insieme. Si tratta di
unorganizzazione particolarmente violenta, perch rivolta alla cattura e
canalizzazione delle qualit sociali degli operatori, operazioni per le
quali come stato dimostrato il grado di alienazione dei soggetti
direttamente proporzionale alla coesione interna dellazienda ed al
raggiungimento dei suoi obiettivi economici. Per questo motivo
lalienazione non soltanto il risultato del processo di sfruttamento
degli operatori, ma anche il combustibile che favorisce la cattura e
valorizzazione delle loro qualit. Lalienazione la sostanza che
fluidifica, per quanto possibile, la riproduzione dellintero processo
lavorativo. Dal punto di vista degli operatori una cappa che offusca e
riempie uno stato danimo negativo che ti accompagna anche quando
non sei loggato, per tutto il giorno! Possiamo dire che la valorizzazione
economica in un call center passa necessariamente per la produzione di
soggettivit alienata114.
Esplosioni, fughe e le non lotte
Per quanto riguarda il secondo punto, nonostante lestensione e
l'intensit dello sfruttamento, nonostante la situazione da fabbriche
dellalienazione (quando non della follia), le difficolt che si incontrano
nei tentativi di attivare processi di soggettivazione che favoriscano
dinamiche organizzative e di contropotere sono diverse, a tratti
profonde. Questo perch la percezione stessa di essere lavoratori
cognitivi spesso sfocata tra gli operatori, quando non del tutto
inesistente, e la loro condizione vissuta come qualcosa di naturale e
trascendente, in ultima istanza immodificabile. Nei call center le
aspettative degli operatori sono decrescenti. La disponibilit alla
rivendicazione quindi molto debole, e si presenta solitamente dopo il
fallimento di tutte le altre forme di mediazione, quella amicale,
familiare o parentale. La disponibilit alla lotta pertanto ambigua,
114

Cfr. Francesco Maria Pezzulli, Lalienazione nei call center, in il manifesto, 5


luglio 2013.

170

maldestramente canalizzata nella mediazione sindacale, che in Calabria


si presenta spesso come mediazione clientelare.
Ci non toglie che di cose ne sono avvenute negli ultimi due anni:
scioperi nazionali, proseguiti nella notte bianca dei call center; lotte
importanti come quelle di Palermo, Catania e Lamezia Terme, aggirate
e snaturate da strategie sindacali e accordi al ribasso; casi sporadici di
occupazioni, come quelle di Accenture a Palermo e Call&Call a Rende;
particolari esperienze luddiste, come lincursione nel call center
catanese che lavorava le commesse Wind; forme di protesta pi o meno
organizzate come quelle dei call center Acea e Almaviva di Roma,
eccetera. Ma queste esperienze, tra le altre, sono state esplosioni
improvvise subito rientrate, a volte spontaneamente, altre volte
trattenute nella cappa lavorista del sindacato, per il quale la pi alta
rivendicazione alla quale un operatore pu tendere quella di non
essere sfruttato come gli operatori rumeni o albanesi ma al pari degli
operatori italiani pi fortunati. Non certo al pari degli operatori
calabresi, bisogna aggiungere, dal momento che la conurbazione
CosenzaRende unarea dove lo sfruttamento intensivo degli operatori
maggiore che altrove, dove il lavoro immateriale costa meno e le
implicazioni giuridiche del rapporto lavorativo sono quasi inesistenti.
Non un caso che Almaviva sbarca a Cosenza con lacquisto di
Call&Call e, mentre chiede la cassa integrazione di 632 dipendenti nella
sede di Roma, prevede un piano di 250 assunzioni nella sede cosentina.
Non vero che la crisi affossa i call center piuttosto vero il contrario:
che i call center riescono a mettere a valore la crisi. Per esempio, in
termini monetari, da un semplice calcolo che siamo riusciti a svolgere
con il supporto di alcuni operatori, nei primi due anni e mezzo di crisi
in un piccolo call center milanese trapiantato nella Cosenza Valley, ogni
operatore ha prodotto in un solo giorno il suo compenso mensile
(stimato in 780,00 euro) pi altre trecento euro115. Ma i call center
riescono a mettere a valore la crisi soprattutto perch questultima
favorisce la ricattabilit degli operatori, quindi la loro svalutazione
economica insieme alla loro disposizione a sottomettersi alle ideologie
115

Francesco Maria Pezzulli, Storia di una commessa e di un call center, in


Effimera, 16 novembre 2013.

171

aziendali, per le quali un bravo operatore colui che riesce a gestire in


modo professionale il maggior numero di telefonate nel tempo medio di
conversazione, che riesce ad affrontare le lamentele, superare le
obiezioni e gestire i diversi tipi di clienti in base alla loro personalit. Il
bravo operatore, in altri termini, chi si convince e accetta, senza
alcuna recriminazione, il postulato per cui il successo professionale
dipende esclusivamente da se stessi, dalle proprie capacit, dal grado di
flessibilit offerto, dal livello di performance mantenuto. In una frase, il
bravo operatore colui che, alienandosi, aderisce ai valori ideologici
dellazienda come se fossero i propri116.
Dalla corte dei capitalisti, imprenditori, dirigenti e sindacalisti dei call
center chi pu scappa, perch il lavoro outbound generatore di
malessere psicofisico. Chi incappa in tale malessere spesso tenta di
sottrarsi al dominio alienante dellorganizzazione dimpresa. In una
situazione come quella calabrese questo avviene quando la lucidit
prende il sopravvento sul frastuono dei messaggi aziendali, quando gli
operatori cominciano a rendersi conto della propria alienazione 117. C
da aggiungere, per, che al momento la fuga dai call center una non
lotta.

116

117

Nei call center avviene quanto descritto compiutamente a proposito del


lavoro cognitivo in generale da Carlo Vercellone, e cio che il controllo si
sposta sempre pi a monte e a valle dellatto produttivo stesso, facendo del
controllo totale del tempo e dei comportamenti degli operatori la posta in
gioco centrale: esso si concretizza nella moltiplicazione di tutta una panoplia
di strumenti di valutazione della soggettivit del lavoratore e della sua
conformit ai valori dellimpresa (Carlo Vercellone, La legge del valore nel
passaggio dal capitalismo industriale al nuovo capitalismo, in UniNomade, 27
agosto 2012).
Sulle dimensioni alienanti del lavoro cognitivo si veda lottimo contributo di
Andrea Fumagalli e Cristina Morini, Alienazione e homo precarius nel
biocapitalismo cognitivo, in Millepiani, n. 37, 2012, pp. 33-55.

172

Aspettative
logistica

fratture

nelle

lotte

della

di Anna Curcio
Il mio compito per alcuni versi pi semplice, se la discussione che
vogliamo costruire ha per oggetto le lotte nella crisi, le soggettivit che
le attraversano e le animano, le forme e i modi della loro composizione.
Le lotte nella logistica di distribuzione hanno infatti il vantaggio di
offrire un materiale ricchissimo per mettere alla prova del presente le
nostre categorie teoriche e interpretative, e le connesse inquietudini
politiche e militanti. Si tratta di quello che potremmo definire un vero e
proprio ciclo di lotte, che negli ultimi anni ha investito i magazzini della
distribuzione su gomma in mezza Italia, e che oggi ci permette di
riflettere sulle potenzialit e i limiti di uno spazio di mobilitazione e
conflitto nella crisi. Lotte specifiche, nel senso di circoscritte alla
logistica di distribuzione, e insieme lotte efficaci che hanno cio saputo
riportare il tema della vittoria allordine del giorno permettendo un
complessivo miglioramento delle condizioni lavorative e salariali nel
settore. E soprattutto e per quello che qui pi ci interessa lotte che
hanno offerto uno spaccato in controtendenza a un contesto nazionale
che, fatte salve alcune eccezioni (la lotta per la casa in particolare e
ovviamente il movimento No Tav, le cui radici per sono piantate ben
prima della crisi), non ha registrato una produzione di conflitti capace di
superare la frammentariet delle singole esplosioni.
Le lotte nella logistica di distribuzione hanno cio interessato un
circoscritto settore produttivo e una specifica composizione sociale e
del lavoro ma, per il respiro che hanno assunto e le figure sociali che
hanno sollecitato e coinvolto, hanno per certi versi offerto nuove
possibilit nella costruzione di unopposizione allausterity nel paese. A
essersi soprattutto mobilitata stata una porzione specifica e circoscritta
della forza lavoro: il lavoro migrante largamente impiegato nei
magazzini della logistica, per lavori di fatica a basso salario. Tuttavia,
guardare a queste lotte permette di assumere un importante spaccato di
realt per riflettere sul come costruire conflitto nel neoliberalismo in
173

crisi, su quali leve agire e quali corde emotive toccare, su quali spazi di
possibile composizione praticare e quali fratture risanare.
In questa breve riflessione discuto, seppur succintamente, lo specifico
contesto produttivo, la dimensione soggettiva in campo e larticolazione
delle lotte nella logistica di distribuzione. E provo a riflettere sul nodo
irrisolto della composizione. Il piano cio della nostra sfida teorica e
militante.
Le aspettative crescenti nella logistica di distribuzione
Quello della logistica di distribuzione uno dei settori produttivi che,
nonostante la crisi, ha continuato negli anni a produrre utili,
contribuendo a fare della voce esportazioni una voce in crescita nel
PIL (+5,3 miliardi di euro a dicembre 2014, dati Istat). Si tratta cio di
un settore produttivo in espansione, che continua a produrre notevoli
margini di profitto, insistendo soprattutto su un drastico taglio del costo
del lavoro, garantito o reso praticabile dal sempre pi massiccio
ricorso alla forza lavoro migrante, notoriamente esposta a elevati livelli
di ricattabilit. Basti pensare che per lo stesso lavoro, negli anni
Novanta prima cio dellingresso in massa del lavoro migrante nel
settore il salario (per un lavoro ritenuto estremamente faticoso) era di
circa due milioni di lire, a fronte dei 7/800 euro percepiti oggi da un
facchino. Nello stesso tempo, il capitalismo just-in-time ha fatto della
circolazione delle merci un momento centrale della sua valorizzazione.
E, mentre assistiamo alla continua delocalizzazione di pezzi importanti
della produzione manifatturiera, i processi di circolazione delle merci
restano saldamente in casa, strutturalmente impossibilitati ad essere
delocalizzati. Si pu per esempio delocalizzare un servizio specifico,
come fanno alcune multinazionali del settore che organizzano il lavoro
nei magazzini attraverso un sistema di automazione gestito dallestero,
o altri marchi che ricorrono ai pi economici corrieri provenienti
dellest Europa. Ma sempre e in tutti i casi il lavoro nei magazzini resta
saldamente entro i confini nazionali e lungo le principali arterie di
comunicazione. Proprio l dove le lotte si sono date negli ultimi anni.
Accelerazione e linearit nella circolazione delle merci da una parte e
ricorso a una forza lavoro ricattabile e razzializzata dallaltra
174

costituiscono le coordinate principali che organizzano il settore


contribuendo alla produzione di plusvalore. Ed proprio qui,
allintersezione tra accelerazione dei processi di circolazione e taglio
del costo del lavoro razzializzato, che le lotte si sono collocate,
contribuendo a invertire consolidati processi di sfruttamento. Un vero e
proprio terremoto che ha messo in discussione equilibri di lungo corso
(si pensi che nei magazzini di Piacenza e Bologna dove le lotte hanno
visto il loro picco massimo, il costo del lavoro nei magazzini passato
da 14 a 18 euro allora, con lo straordinario fissato a 21 euro, mentre
venivano riconosciuti statuti come la previdenza fino ad allora non
garantiti), spingendo al contempo in avanti la riorganizzazione
produttiva del settore (pu essere letto in questo senso laccordo siglato
nel mese di luglio da Cgil, Cisl e Uil insieme alla confederazione
padronale di settore Fedit, che attraverso un gioco di rimandi tra
committenti e imprese punta a recuperare terreno sulle conquiste
ottenute con le lotte). in questo contesto dunque che occorre collocare
la spinta soggettiva alla mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici
nella logistica di distribuzione: un settore produttivo in crescita in cui le
lotte puntano a riappropriarsi della ricchezza, materiale e simbolica,
socialmente prodotta.
Se volessimo riprendere lo schema analitico posto come traccia di
lavoro per questa discussione, ovvero quello che cala le soggettivit in
lotta dentro lo specifico contesto socio-produttivo di riferimento e
distingue tra contesti di aspettative crescenti che produrrebbero lotte
pi incisive (si pensi ad esempio alle insorgenze arabe in paesi come la
Tunisia con un PIL al +7%, al movimento per il Passe Livre in Brasile o
alle lotte per Gezi Park in Turchia) e contesti di aspettative
decrescenti (come ad esempio lItalia) in cui i conflitti faticano a
generalizzarsi118, ci troveremmo evidentemente di fronte a lotte del
primo tipo. Occorre tuttavia notare, che nello specifico delle lotte nella
logistica di distribuzione, le aspettative soggettive in gioco non sono
118

Si veda, per ulteriori specificazioni, il saggio di Salvatore Cominu in questo


volume e i materiali di preparazione del seminario La crisi messa a valore su
Commonware http://commonware.org/index.php/laboratori/505-materialiseminario e Effimera http://quaderni.sanprecario.info/2013/11/la-crisi-messa-avalore-materiali-preparatori/ )

175

meramente economico-redistributive, cio orientate allappropriazione


della ricchezza prodotta. Data la particolare composizione della forza
lavoro nel settore, ovvero una forza lavoro migrante razzializzata
quella che occupa i gradini pi infimi delle gerarchie del lavoro, i non
ammessi a godere dei pieni diritti legati alla cittadinanza le aspettative
soggettive riposte nella lotta hanno anche a che fare con la possibilit di
migliorare complessivamente la propria condizione di vita. una lotta
per il salario che si riconfigura come terreno di lotta pi complessivo.
Non solo dunque poter avere pi soldi in busta paga e maggiori tutele
sul lavoro, ma anche poter mettere fine agli abusi, ai ricatti e al
razzismo dilagante che segnano lesperienza di vita dei lavoratori e
delle lavoratrici migranti in Italia e in Europa. Non a caso, ad essere
soprattutto rivendicata la dignit, termine che in arabo rimanda a una
medesima radice verbale che esprime al contempo resistenza e
liberazione.
In altri termini, i lavoratori della logistica hanno investito
emotivamente e in termini organizzativi sullaspettativa, resa
concretamente possibile dai profitti in attivo del settore, di migliorare le
propri condizioni di vita e di lavoro. Hanno cos con autonoma
determinazione messo in discussione le coordinate stesse del loro
sfruttamento, prime fra tutte la marginalizzazione della forza lavoro
migrante nel mercato del lavoro italiano ed europeo e la spinta alla
razzializzazione nei contesti sociali e produttivi. Vorrei in ogni caso
precisare che non si tratta qui di assumere un punto di vista determinista
che conferisce al contesto socio-produttivo la possibilit di determinare
la mobilitazione dei soggetti; il tema delle aspettative prova invece a
tenere insieme il contesto e i soggetti, misurando se cos si pu dire
il gap tra le condizioni materiali determinate dal contesto e le
aspettative, e dunque le proiezioni anche emozionali che i soggetti
producono rispetto alla loro stessa vita. Decisivo ancora una volta il
tema della produzione di soggettivit, presa tra i processi di
assoggettamento del capitale e le spinte soggettive autonome. I
dispositivi di comando del capitale che organizzano i magazzini della
logistica (accelerazione dei processi di circolazione e razzializzazione
del lavoro) da una parte, la produzione di soggettivit autonome e
176

conflittuali dallaltra e la loro organizzazione come rovescio o


interruzione di quel comando.
Lavoro, razzializzazione, lotte
Nei magazzini della logistica di distribuzione in Italia, lorganizzazione
e gestione del lavoro vive dentro un contesto produttivo peculiare. Con
una rete ferroviaria carente, il ciclo produttivo/distributivo
prevalentemente concentrato su gomma, con epicentro in quella vera e
propria hub di circolazione delle merci che la pianura Padana. Il
settore risente anche di un mancato investimento in innovazione e
tecnologia, nel senso che a differenza di altri paesi europei, pochi o
nulli sono in Italia i sistemi informatici nella gestione del lavoro e i
magazzini automatizzati. Mentre, il lavoro per lo stoccaggio e
smistamento delle merci nei magazzini soprattutto lavoro poco
qualificato e pagata come tale. La composizione del lavoro nel settore
vede prevalentemente lavoratori migranti (oltre il 90% degli addetti,
proveniente dai paesi del Maghreb, altri dallAsia e dallEuropa
orientale spesso reclutati nei paesi di provenienza da societ che lucrano
sullintermediazione del lavoro) e alcune cosiddette seconde
generazioni. Sono per la maggior parte giovani e giovanissimi,
mediamente
scolarizzati
o
con
formazione
universitaria,
prevalentemente uomini ma anche alcune donne, tutte e tutti sottoposti a
un pesante sistema di ricatti e vulnerabilit. Una forza lavoro dunque
ricattabile, e per questo low-cost, che ha permesso di tagliare in modo
netto il costo del lavoro e garantire alle imprese del settore utili a nove
zeri.
Da una parte, dunque, vi sono i pesanti dispositivi che governano, in
Italia e in Europa, la mobilit del lavoro (in questo paese la legge
BossiFini del 2002 con lo scellerato collegamento tra il permesso di
soggiorno e il contratto di lavoro). Dallaltra funzionano precisi
processi di razzializzazione ovvero di organizzazione del lavoro su
base razziale che puntano soprattutto a segmentare e gerarchizzare la
forza lavoro: italiani contro stranieri, arabi contro lavoratori provenienti
dallAsia o dallEuropa orientale, egiziani contro marocchini e cos via.
Un vero e proprio processo di race management per riprendere
177

lefficace espressione di David Roediger che punta a mettere i


lavoratori gli uni contro gli altri, nella prospettiva di interrompere le
forme di solidariet e i processi di unificazione. Un altro dispositivo di
segmentazione messo a lavoro nei magazzini quello del ricatto
sessuale o dei processi di inferiorizzazione lungo la linea del genere,
come accaduto nei magazzini che allinterporto di Bologna gestiscono
le merci per conto del marchio delle-commerce Yoox. Le lavoratrici,
anche qui a larga componente migrante, sono state fatte oggetto di
pesanti processi di mobbing (assegnazioni di mansioni punitive non
previste da contratto come pulire i bagni, somministrazione forzata di
ferie, riduzione delle ore di lavoro) come esito del rifiuto delle avance
di capi reparto, maschi e bianchi. In altre occasione sono state il
bersaglio di molestie (sguardi lascivi e carezze non ricercate), offese e
maltrattamenti (anche di matrice islamofobica).
Detto altrimenti, il processo produttivo e del lavoro nei magazzini della
logistica risulta organizzato anche lungo le linee del genere e della
razza. Nel senso che il colore della pelle, lappartenenza etniconazionale cos come la differenza di genere sono dispositivi materiali
che determinano le ore di lavoro (ad esempio, durante la mobilitazione
nei magazzini TNT di Piacenza nellestate 2011, i lavoratori che
partecipavano agli scioperi si sono visti ridurre drasticamente le ore di
lavoro a complessive 4 ore giornaliere, con due giorni di riposo forzato
e uno stipendio di 400 euro), le mansioni e gli incarichi (nello
stabilimento Cogefrin che allinterporto di Bologna gestisce l'importexport di materie plastiche i lavoratori italiani sono addetti al lavoro
indoor, mentre gli stranieri pioggia, neve, sole specifica un
lavoratore lavorano allesterno) e finanche la stessa possibilit di
mantenere il lavoro.
In questo quadro, le lotte allinterno dei magazzini hanno permesso di
rovesciare il dispositivo della paura di perdere il lavoro come ricatto di
non poter risiedere sul territorio nazionale (dove spesso i propri figli
vivono e si sono socializzati; questa una delle principali
preoccupazioni di lavoratori e lavoratrici). Nello stesso tempo, stato
possibile interrompere la segmentazione razzializzata del lavoro e sul
terreno del genere. In questo modo stato cio possibile fare leva e
178

rovesciare sul piano del conflitto quegli stessi dispositivi che avevano
fin l sostenuto la valorizzazione del capitale. Farla finita con ricatti e
paure ha innanzitutto voluto dire potersi organizzare collettivamente
oltre e attraverso le gerarchie e le segmentazioni costruite sul terreno
della razza. Analogamente la differenza di genere da momento di
inferiorizzazione diventata per le lavoratrici di Yoox un ambito di
potente soggettivazione politica. La paura e il ricatto si sono fatte rabbia
e determinazione alla lotta aprendo uno straordinario spazio di
possibilit e conflitto.
Nello stesso tempo, la particolare e specifica collocazione allinterno
del mercato produttivo ha dato a lavoratori e lavoratrici le conoscenze
specifiche per bloccare i flussi di circolazione producendo il maggior
danno possibile. Nei magazzini Granarolo di Bologna, i lavoratori in
lotta hanno organizzato lo sciopero del cappuccino: il blocco allalba
dei camioncini che ogni mattina riforniscono bar e piccoli esercizi
commerciali, con un danno economico che pu essere quantificato
intorno ai 2/300.00 euro per quattro ore di blocco. Al deposito Ikea di
Piacenza (il pi grande in Europa), gli scioperi hanno invece puntato a
bloccare le merci destinate ai nuovi mercati in Medio Oriente e Nord
Africa, facendo saltare lintero sistema logistico: le merci non sono
uscite dai magazzini, non sono arrivate in tempo nei porti e dunque
giunte in ritardo anche sulle consegne finali. Rimettere in moto lintero
processo ha richiesto alcune settimane con enormi danni economici e
dimmagine.
Ma soprattutto, sul piano della produzione di soggettivit, la cosa pi
significativa stata la costruzione autonoma, sciopero dopo sciopero,
picchetto dopo picchetto, di avanguardie di lotta con spiccata capacit
di elaborazione politica e gestione della piazza. Tra i giovani e
giovanissimi lavoratori e lavoratrici impiegati nei magazzini della
logistica, molti, o quasi tutti, non avevano esperienze politiche
pregresse, bench tutti (almeno tra i nordafricani) avessero respirato
laria delle insorgenze arabe. Cosicch nellestate del 2011 le lotte e le
conquiste ottenute alla TNT di Piacenza erano state ribattezzate la
rivoluzione della TNT, con rimando immediato alla cacciata alcuni
mesi prima di Mubarak e Ben Al rispettivamente da Egitto e Tunisia.
179

Il rapporto con il sindacato stato in questo contesto peculiare, nel


senso che ha offerto risorse economiche e strutturali alle lotte, lasciando
tuttavia unampia iniziativa nelle mani dei lavoratori. Questi,
completamente disillusi dal ruolo dei sindacati confederali, al pi
percepiti come pure agenzie per il rinnovo del permesso di soggiorno e i
ricongiungimenti familiari, si sono rivolti prevalentemente a due
sindacati di base: il Si Cobas per lEmilia Romagna e la Lombardia e
lAdl Cobas per il Veneto, che hanno avuto la capacit di svolgere
quella che potremmo definire una funzione di servizio per
lautorganizzazione dei lavoratori. Un uso operaio del sindacato,
dunque, che ha funzionato come infrastruttura flessibile di
potenziamento dellautonomia dei lavoratori. Da una parte, dunque, i
lavoratori hanno rifiutato il sindacato confederale inadatto a fare le
lotte, esprimendo cos la loro irrappresentabilit e irriducibilit a forme
tradizionali di organizzazione, e dallaltra hanno assunto la propria
autonoma iniziativa nella conduzione delle lotte.
Va infine segnalato che nel corso delle lotte si sono determinati
momenti di condivisione e socialit tra lavoratori anche appartenenti a
magazzini differenti e tra questi e altre figure del lavoro, soprattutto
precari e studenti. In questo quadro, le lotte non si sono limitate a
mettere in discussione le forme dello sfruttamento nella logistica ma
hanno al contempo costituito lembrionale ambito per la costruzione di
nuovi rapporti sociali, primo tra tutti un piano pi complessivo di
condivisione e cooperazione che, in barba a tutte le retoriche posticce
sull'integrazione, ha visto i facchini della logistica di distribuzione
partecipare attivamente ad altri momenti di lotta: dai cortei nazionali di
movimento alle assemblee studentesche. Nel corso dei mesi venivano
cos costruite relazioni, pratiche e linguaggi comuni a cui oggi nessuno
vuole pi rinunciare. Attenzione, per: questo non significa che le lotte
nella logistica di distribuzione abbiano apertamente dispiegato i circuiti
della ricomposizione. Al contrario, questo piano rimasto pi alluso
che praticato, restituendoci, ancora una volta il dato che quello della
ricomposizione, della costruzione di un terreno comune di
generalizzazione tra differenti figure sociali e del lavoro, resta senza
dubbio il nodo politico irrisolto, anche quando le lotte sanno esprimere
180

buoni livelli di conflittualit ed essere efficaci.


Composizione e fratture lungo la linea del colore
Le lotte nella logistica di distribuzione presentano, dunque, dei
chiaroscuri sui quali occorre riflettere. Nel senso che mentre hanno
mostrato levidenza non pi trascurabile che se le lotte restano chiuse
nei propri ambiti o settori alla lunga non c partita, non sono per
finora effettivamente riuscite del tutto a costruire un terreno
ricompositivo tale da produrre generalizzazione, capace cio di
comprendere (e tenere insieme) soggetti conflittuali differenti, con
posizioni
socio-lavorative
eterogenee,
ma
accomunati
dallimpoverimento e dai processi di declassamento cresciuti nella crisi.
Non sono cio riuscite almeno fin qui a costruire un terreno di
produzione comune di discorso, immaginari e pratiche conflittuali di
opposizione allausterity.
Certo, le lotte nella logistica di distribuzione hanno alluso a questo
campo di possibilit quando hanno portato davanti ai cancelli dei poli
logistici pi importanti del centro e nord Italia una composizione
certamente inedita, fatta di lavoratori migranti e non, studenti e precari,
e con la partecipazione di militanti di centri sociali e collettivi
universitari, che non si sono esclusivamente limitati a sostenere la lotta
in una mera ancorch basilare spinta solidaristica, ma hanno
concretamente contribuito alla sua costruzione a partire dalla
convinzione di condividere analoghi che non vuol dire identici
processi di declassamento e impoverimento nella crisi. Una
composizione inedita anche dal punto di vista della sua organizzazione
e articolazione spaziale, costruita cio allintersezione tra magazzini
della logistica e spazio urbano, lungo i circuiti di distribuzione delle
merci (tra Milano, Piacenza e Bologna e in relazione con altre lotte nel
Veneto) e dentro i luoghi della produzione sociale antagonista nel
contesto urbano e metropolitano (dalle universit agli stessi centri
sociali e ai luoghi del consumo culturale e controculturale). Non un
caso che per esempio Bologna abbia visto confluire nei percorsi di lotta
aperti nella crisi per le occupazioni a scopo abitativo anche alcuni di
quei lavoratori della logistica che avevano ripetutamente bloccato le
181

merci allinterporto bolognese.


Sempre a Bologna, larticolazione della lotta tra ambito lavorativo e
citt si vista per esempio andare in scena in occasione della battaglia
contro il gigante Granarolo. Non solo e non tanto perch i picchetti
hanno anche determinato il blocco di alcune arterie di circolazione
intorno alla citt o per il corteo a sostegno della lotta che ha attraversato
Bologna nei giorni di picco delle mobilitazioni, ma perch quella lotta
ha investito la citt sin dentro i suoi gangli istituzionali. Mentre i
facchini in lotta bloccavano a oltranza i cancelli dello stabilimento
Granarolo (costringendo i vertici aziendali a dislocare altrove la
produzione), le istituzioni della rossa Bologna si schieravano a
sostegno di Granarolo: prefetto e procura (che hanno sfornato centinaia
di denunce per blocchi e picchetti), sindaco e assessori, esponenti della
Cgil e ovviamente Legacoop, organo di rappresentanza delle
cooperative rosse, ai cui vertici in quei giorni sedeva ancora Giuliano
Poletti, futuro ministro del lavoro nel governo Renzi. Dallaltra parte, i
facchini raccoglievano la solidariet attiva dei lavoratori di altri
magazzini, di militanti dei centri sociali e dei collettivi universitari, di
altri lavoratori del comparto pubblico bolognese, mentre Anonymous
defacciava ripetutamente il sito di Granarolo e anche alcuni scrittori (tra
i primi Valerio Evangelisti e Wu Ming 1) prendevano pubblicamente
parola schierandosi apertamente a sostegno della lotta. Da una parte,
dunque, il capitale, dallaltra il lavoro. In modo netto, forza contro
forza come abbiamo avuto modo di scrivere nei giorni della
mobilitazione. Con la consapevolezza, da parte di tutte e tutti, che fosse
in gioco una partita importante. Vincere a Granarolo significava aprire
uno spiraglio per migliorare le condizioni di vita e lavoro dei facchini in
tutta Italia, ma anche dei tanti precari schiacciati nel perverso sistema di
ricatto e sfruttamento del sistema delle cooperative (incubatore del Jobs
Act in netta continuit con loperato di Giuliano Poletti), presi tra
flessibilizzazione spinta e precariet. Una lotta, insomma, che
riguardava tutte e tutti ben al di l di una vertenza di settore.
Tuttavia, tale piano di ricomposizione, ancorch ripetutamente alluso,
rimasto in parte non praticato, pi una tensione o prospettiva che un
piano apertamente dispiegato. E c da aggiungere che, se guardiamo
182

alle lotte nella logistica di distribuzione pi con il pessimismo della


ragione che con lottimismo della volont, c da temere che tale piano
della ricomposizione si stia quantomeno allontanando nel tempo.
Allindomani dei due principali picchi di lotta degli ultimi anni, quello
allIkea di Piacenza nel 2012 e davanti agli stabilimenti Granarolo a
Bologna tra il 2013 e linizio del 2014, lo spazio del conflitto, bench a
tuttoggi vivo e probabilmente pi diffuso sul piano territoriale, non
sembrato effettivamente capace di rompere del tutto i margini settoriali
di una composizione ancora troppo circoscritta. N le lotte hanno dato
segnali concreti di un pieno superamento dei confini dellambito
lavorativo, tale da farle effettivamente dilagare nello spazio urbano.
Se lette dunque in prospettiva, insieme a importanti avanzamenti
soggettivi e di conquiste materiali, le lotte nella logistica di
distribuzione presentano anche dei punti di blocco su cui importante
riflettere. Non mi soffermo qui su errori o problemi riguardanti la
gestione e organizzazione delle singole lotte. Voglio invece riflettere su
un aspetto specifico, certamente non esaustivo dei problemi che
attengono alla mancata generalizzazione, ma in ogni caso centrale per
unanalisi delle lotte nel presente: lincontro a tratti mancato, a tratti
incompleto, a tratti inadeguato, tra diverse figure sociali e del lavoro
lungo la linea del colore. Nel senso che mentre le lotte nella logistica di
distribuzione ci stavano dicendo che lunico antirazzismo possibile
quello che passa per la materialit dei processi di sfruttamento, quello
cio che interrompe e tendenzialmente distrugge la segmentazione e
gerarchizzazione della forza lavoro sul terreno della razza, il discorso
anti-razzista espresso dalle lotte non stato allaltezza della sfida. Se si
guarda ancora una volta al contesto bolognese mio angolo
dosservazione privilegiato, ma anche contesto di punta di questo ciclo
di lotte latteggiamento spesso riprodotto stato pi quello di una
presa in carico dei e delle migranti, come soggetti senza voce,
infantilizzati e vittimizzati, che non la costruzione di uno spazio politico
comune. Si cio faticato a superare le distanze ipostatizzate tra i
soggetti. E questo nonostante le lotte abbiano, come si diceva allinizio,
portato in primo piano comuni condizioni di vita e sfruttamento, e
dunque la potenzialit di rovesciare tale comunanza in uno spazio di
183

resistenza dispiegato sul piano cittadino e oltre. Una vera e propria


frattura, insomma, che ha segnato il piano della composizione lungo la
linea del colore.
Da questa prospettiva, dunque, fin quando le lotte non assumeranno un
punto di vista integralmente e intimamente antirazzista, fin quando
lantirazzismo non sar qualcosa che riguarda tutte e tutti al di l delle
differenze di genere, colore della pelle, appartenenza etnica o posizione
lavorativa, finch la lotta antirazzista non sar parte integrante
dellagenda dei movimenti e continuer ad essere un qualcosa da
aggiungere o sommare ad altri terreni di rivendicazione, temo che la
composizione delle lotte vivr sempre di una frattura lungo la linea del
colore.
questa, io credo, una delle lezioni pi importanti che queste lotte ci
consegnano.

184