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Le aporie di Rahner

di padre Giovanni Cavalcoli OP

NOTA - In grassetto le tesi rahneriane con parole di Rahner o ad sensum.


Segue l’esposizione delle difficoltà e delle conseguenze immediate o remote che si
possono trarre dalle tesi rahneriane, alcune dedotte da lui stesso, altre dedotte da me.
Per ogni tesi è a disposizione del lettore la citazione delle fonti.

1. Se l’essere è conoscere, allora la materia non esiste, giacchè la materia non


conosce. O vogliamo confondere materia e spirito?

2. Se l’essere coincide col pensiero, allora l’essere è divino, giacchè questa


coincidenza avviene solo in Dio. Ma io esisto. Allora io sono Dio?

3. Se l’essere coincide col pensiero, allora l’essere è Dio, perché appunto solo
in Dio l’essere coincide col pensiero. Allora nulla esiste al di fuori di Dio, e
tutto è Dio., giacchè solo in Dio l’essere coincide col pensiero.

4. Se l’essere è essere conosciuto, allora io conosco solo il mio conosciuto, il


mio concetto, il mio pensiero. Non penso l’essere, penso il pensato. Non
penso dell’essere da pensare, ma dell’essere già pensato. Non esistono cose
alle quali non penso. Nulla fuori del mio pensiero (extra animam). Il mio
pensiero è intrascendibile. E Dio non trascende il mio pensiero?

5. Se l’essere è l’essere pensato, non c’è un Dio altro dal pensiero dell’uomo
(extra animam, come dice S.Tommaso) e trascendente, ma Dio è il Dio-
pensato-dall’uomo. Dio è un’idea dell’uomo. Ma l’uomo produce le sue idee:
allora Dio è prodotto dell’uomo (Feuerbach)? Oppure Dio è il fondo
dell’anima (cf Eckhart)? Confusione tra interiorità (Dio in me, Agostino) e
immanentismo (Dio=io, Fichte, Hegel, modernismo).

6. Se l’essere è l’essere pensato, allora basta che io pensi una cosa perché
questa esista. Sono il creatore dell’essere.

7. Se l’essere è l’essere pensato, allora basta che esista una cosa perché io la
pensi. So tutto.

8. Se l’essere è essere pensato, per raggiungere la verità, non ho problemi di


adeguare il mio intelletto ad un essere che mi precede, esiste
indipendentemente da me, non creato da me, perché il mio pensiero pensa
l’essere originariamente, costitutivamente ed a priori, sin dal seno di mia
madre, essendo l’essere la forma stessa del mio intelletto e il costitutivo della
mia essenza, senza bisogno che io eserciti l’attività del senso.

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9. Se l’essere conoscibile è per sè conosciuto, allora per me non esiste un ente
che sia solo conoscibile, ossia un ente sconosciuto, ma tutto per me è
conosciuto. Non esiste un conoscibile che non sia da me sconosciuto.
Conosco tutto. Tutto l’essere è nel mio pensiero. Tutto nel pensiero, niente
fuori del pensiero. Tutto pensato, niente pensabile. Nulla trascende
l’orizzonte del mio pensiero, nulla è al di là, ma tutto il pensabile è in mio
possesso come pensato. Di nuovo: Dio trascende questo orizzonte?

10. Se è vero che l’essere è l’essere conosciuto e quinmdi il conoscibile è già


conosciuto, allora sembra che l’intelletto umano non passi dalla potenza
(ignoranza, tabula rasa) all’atto (conoscenza), ma sia per essenza in atto. Ma
ciò è esclusivo dell’intelletto divino1.

11. Se l’essere è essere conosciuto, tutto è già conosciuto. Non c’è nient’altro da
conoscere, Non ci sono forse per il nostro intelletto dei conoscibili che sono
conosciuti solo in potenza e che possono restare sconosciuti anche per
sempre? Non ci sono dei conoscibili che restanoe conoscibili senza diventare
conosciuti? E’ chiaro che ogni ente è per sé conoscibile, ed anzi è conosciuto
da Dio che lo ha creato, ma non sempre lo è per noi e soprattutto non per
questo è conosciuto, giacchè non lo abbiamo creato noi.

12. Se l’essere è essere conosciuto, allora noi non nasciamo ignoranti ma già
conoscenti. Ma ciò contrasta con la ragione, la quale ci dice che il sapere è
tratto dall’esperienza, e con la la fede, la quale ci dice che l’ignoranza è una
delle conseguenze del peccato originale.

13. Se l’essere coincide col pensato allora 100 talleri reali sono lo stesso che
100 talleri pensati. L’essenza coincide con l’esistenza.

14. Se l’essere coincide col pensato, io penserò solo i miei pensieri. Come allora
raggiungere il reale?

15. Se l’essere è l’essere pensato, non c’è distinzione fra pensare ed essere,
quindi non c’è più problema di adeguazione tra i due termini, quindi il
problema della verità scompare.

16. Se l’essere è l’essere pensato, essere e pensiero coincidono sempre. Sono


sempre nella verità.

17. Se l’essere è l’essere pensato, mi chiudo nei miei pensieri e perdo il contatto
col reale. Sono sempre nell’errore. Sono prigioniero di me stesso.

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E’ vero che Tommaso, sulla scorta di Aristotele, afferma che intellectus in actu est intellectum in actu, ma solo sul
piano intenzionale della rappresentazione: l’intelletto in potenza è realmente distinto dall’intellegibile in potenza.
Dunque non vale rifarsi a questo detto per sostenere che anche in Tommaso si dà l’identità dell’essere col pensiero.

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18. Se l’essere è l’essere pensato, non ho il dovere di raggiungere un reale fuori
di me, oltre il mio pensiero: mi basta il mio pensiero già coincidente col
reale.

19. Se l’essere è l’essere pensato, ciò che mi appare è vero. Non c’è più
distinzione fra apparenza e verità.

20. Se l’essere è l’essere pensato, ciò che appare a me può contraddire ciò che
appare a te. Eppure siamo entrambi nella verità. I contradditori sono
simultaneamente veri.

21. Se l’essere è l’essere pensato, io colgo solo ciò che appare a me, non posso
sapere come è la cosa in sé. L’essere è solo un essere fenomenologico. Non
si va al di là dei fenomeni o, se vogliamo, il fenomeno non è altro che
l’essenza. Esse est quod videtur. Esse est percipi.

22. Se l’essere è l’essere pensato, non ho bisogno di una realtà fuori di me, alla
quale adeguarmi, anzi essa non esiste. La verità è data semplicemente dal
fatto che io mi adeguo con i miei pensieri. Basata che io tragga delle
conclusioni da princìpi a priori.

23. Se l’essere è l’essere pensato, il pensiero non è più pensiero dell’essere, ma


pensiero di se stesso. Penso solo il pensiero, perché tutto è pensiero. Una
cosa e il pensiero o concetto della cosa sono lo stesso.

24. Se conoscere è conoscersi, se la conoscenza è autocoscienza, allora io


conosco solo me stesso. Esisto solo io. Sono completamente solo.

25. Se conoscere è conoscersi, gli altri non sono enti extramentali, ma solo dei
pensati. Io pongo il non-io nell’io (Fichte). Anche il “tu”, anche l’altro, sono
ancora io. E il tu è posto da me ed è funzionale a me. In queste condizioni
che ne è dell’amore? Amo solo me stesso?

26. Se la conoscenza non è tanto un conoscere l’altro, quanto piuttosto un


conoscere se stessi, allora il mio amare non è tanto interessato all’altro
quanto piuttosto a me stesso. Ma non è questo un amore egoistico?

27. Se “ogni singolo ente è cosciente di sé”, allora tutto è coscienza o meglio
autocoscienza, tutto è vita spirituale. Ma la materia non esiste?

28. Se l’essere coincide col pensiero, il pensiero si reifica e l’essere si


derealizza. Le fantasie prendono corpo come fossero realtà e il reale svanisce
nel nichilismo. I miei pensieri si sostituiscono alla realtà.

29. Se l’essere coincide col pensiero, il razionale o il concetto è il reale: si


confonde la logica con la metafisica. L’inizio e la fine del mio pensare è
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l’inizio e la fine dell’essere. Non c’è un in se e un quoad nos, ma tutto è
quoad nos ed in se (an sich, für sich).

30. Se l’essere coincide col pensiero, tutto è razionale, tutto è comprensibile


dalla ragione, tutto è concepibile, nulla trascende la ragione, nulla trascende
il concetto, nulla trascende il pensiero. Tutto è logico, chiaro e preciso. Ideale
e reale coincidono. Tutto è dimostrabile e oggetto di scienza. Non c’è nessun
mistero. Anche l’infinito è comprensibile.

31. Se l’essere coincide col pensiero, l’essenza (rapporto col pensiero) non si
distingue dall’esistenza (rapporto con l’ente o con l’essere). Quindi l’ente
esiste per essenza. Ma questo è Dio. E dunque tutto è Dio. L’essenza esiste
già di per se stessa: non c’è bisogno che le si aggiunga l’esistenza. Quindi
nulla è semplicemente possibile, ma tutto è attuale ed esistente.

32. Se l’essere coincide col pensiero, mi interesso solo dei mie pensieri e dei
miei giudizi, sospendo il giudizio circa l’esistenza di una cosa in sé o di un
essere extramentale, lo metto “tra parentesi”, nulla esiste in sé fuori di me o
per lo meno ne dubito, ma tutto è un semplice possibile, un’essenza da me
pensata, un fenomeno di coscienza. L’essere non è altro che il correlato di
coscienza, ciò che mi appare in coscienza. L’essere è essere di coscienza.
Nulla esiste con certezza al di fuori della coscienza. Non mi pronuncio e
quindi non m’interessa. Non posso avere altra certezza, altra scienza, che
quella dei miei pensieri.

33. Se l’essere è l’essere pensato, allora la regola della verità non è l’essere
oggettivo, ma il soggetto pensante. E’ questi che determina l’essere mediante
i suoi giudizi. Ma allora si passa dalla verità oggettiva alla verità soggettiva.
Il pensante non può, non deve essere oggettivo, perché la verità dell’essere
dipende dal suo pensiero, se l’essere è l’essere da lui pensato. Ma ciò
soddisfa il nostro bisogno di verità oggettiva? I giudizi possono essere
oggettivi o saranno sempre parziali, opinabili, soggettivi?

34. Se l’essere è l’essere pensato, il concetto non sarà più una rappresentazione
o una mediazione del reale, ma diventa l’oggetto stesso unico del pensiero.
Ma il concetto lo formiamo proprio per rappresentarci la realtà, come mezzo
intenzionale (esse intentionale, esse cognitum) per raggiungerla. Allora un
concetto che rappresenta solo se stesso a che serve? A che pro produrre
rappresentazioni che non rappresentano?

35. Se l’essere è l’essere pensato, l’essere sarà ciò che interiormente e


soggettivamente mi appare, le mie visioni interiori. Ma allora come faccio a
distinguere l’apparenza dalla verità? Il sembrare dall’essere? L’opinione
dalla scienza? Il sogno, il mito o la fantasia dalla realtà? L’allucinazione o la
demenza dalla verità oggettiva? Le vere dalle false apparizioni nel campo
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della fenomenologia religiosa? Le ispirazioni del demonio da quelle dello
Spirito Santo?

36. Se l’essere è l’essere pensato, l’essere sarà ciò che ognuno soggettivamente
pensa essere la verità. Ma quot capita, tot sententiae. Ora, affinchè ci
intendiamo nella verità, occorre un punto di riferimento, un valore certo,
oggettivo comune a tutti e indipendente da tutti, un lumen publicum, come
diceva Agostino.

37. Se l’essere è l’essere pensato, viemne meno un punto di riferimento


oggettivo e comune per la comunicazione umana. nessuno saprà comunicare
all’altro quel che vuol dire e nessuno capirà ciò che intende dirgli l’altro.

38. Se l’essere è l’essere pensato, la regola morale non sarà desunta da un dato
reale oggettivo esterno (la natura umana) o dalla percezione di valori
oggettivi interiori (coscienza morale), ma coinciderà con quello che il
soggetto in assoluta autonomia, anche da Dio, decide ossia pensa che sia la
regola morale.

39. Se l’essere è l’essere pensato, allora il mio prossimo non sarà


oggettivamente e veramente una persona, esistente indipendentemente dal
mio pensiero, un altro dal mio pensiero, ma è un semplice pensato, un
concetto; è relativa a tale concetto che io ho di questa persona; non sarà più
un tu davanti a me col suo mistero proprio. Come sarà allora il mio amore per
questa persona?

40. Se l’essere coincide col pensiero, allora l’atto dell’intendere non comporta
solo un’identificazione intenzionale fra intelletto e realtà mediante la
rappresentazione concettuale, ma una vera e propria identificazione reale.
Ma questa esiste solo in Dio. Allora ogni conoscente è Dio?

41. Se l’essere coincide col pensiero, tutto è pensiero e tutto è essere, e quindi
l’essere coinciderà anche col divenire, col molteplice e con la storia. Tutto
muta e tutto deve mutare. Anzi l’essere coinciderà col non-essere. I
contradditori saranno entrambi veri. Razionale e irrazionale sono la stessa
cosa.

42. Se l’essere coincide col pensiero, il reale coinciderà con l’ideale. Nessun
ideale da realizzare. Tutto è bene così com’è. Nulla può o deve cambiare.
Tutto ciò che esiste è tutto ciò che può esistere, niente di meno e niente di più
e ogni cose è connessa all’altra, in modo che se ne mancasse una, tutto
verrebbe annullato. Nulla di possibile che non sia realizzato.

43. Se l’essere coincide col pensiero, la prima certezza che ho e posso avere
non è quella di enti sensibili al di fuori di me, ma è quella del mio pensiero,
delle mie idee, anzi dell’essere assoluto o dell’essere ideale.
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44. Se l’uomo inizia il sapere con una precomprensione apriorica atematica
dell’essere (Vorgriff) come essere assoluto (Dio), condizione di possibilità
dell’esperienza sensibile, della conoscenza di sé e del mondo, allora che ne
è della dimostrazione razionale dell’esistenza di Dio in base al principio di
causalità efficiente (Rm 1,20; Sap.13,5, Conc.Vat.I, Giuramento
antimodernista “Sacrorum Antistitum” di S.Pio X)?

45. Se esiste dunque questa percezione previa dell’essere (Vorgriff) prima


dell’attività concettuale, che ne è della genesi della conoscenza umana, la
quale inizia, come ha dimostrato Aristotele, con l’esperienza sensibile delle
cose esterne e poi gradualmente ascende alla conoscenza intellettuale
dell’essere, dell’io e di Dio? Questa percezione previa sembra piuttosto una
brutta copia del sapere divino, il quale inizia con l’autocoscienza (divina) e
passa a concepire le cose che crea.

46. Se per sapere che Dio esiste è sufficiente alla mente umana giungere a
concepire lo ipsum esse, che bisogno c’è di giungere a quel sapere ponendo
una causa prima del mondo a partire dalla conoscenza degli effetti, come
insegna la Bibbia (per ea quae facta sunt)? Non si tratta di qualcosa di simile
all’argomento ontologico?

47. Se la percezione previa dell’essere assoluto nell’esperienza


trascendentale2 rende già consapevoli, benchè implicitamente,
dell’esistenza di Dio, come poi questa esperienza si comporrà con la prova a
posteriori della Sacra Scrittura?

48. Se la conoscenza categoriale è mutevole e relativa. Ma il dogma è


formulato in questo tipo di conoscenza. Allora il dogma è mutevole e
relativo?

49. Se l’uomo è l’ente trascendentale, come distinguere l’antropologia dalla


metafisica? Si cade nella confusione di Heidegger. L’espressione
“antropologia metafisica” è equivoca. L’uomo non è un “trascendentale”, ma
un ente categoriale (animal rationale), sia pur aperto al trascendentale, il
quale però non è l’io o il “soggetto” degli idealisti, ma è l’ente oggettivo
extramentale.

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R. non può qui far riferimento all’asserzione dell’Aquinate: “Omnia cognoscentia cognoscunt implicite Deum in
quolibet cognito”, De Ver.,22,2,1m, in quanto 1. Per Tommaso questa conoscenza implicita, come dice lo stesso
Aquinate nel medesimo articolo, non è ancora conoscenza di Dio, ma solo un qualcosa di simile, per similitudinem; 2.
Per Tommaso si giunge a sapere che Dio esiste non con il Vorgriff di Rahner, ma applicando il principio di causalità ai
dati dell’esperienza per analogiam, per viam eminentiae et negationis; 3. Per Tommaso non si giunge a questa
conoscenza di Dio sulla base del Vorgriff di Rahner, ma partendo dall’esperienza delle cose esterne (extra animam),
perché l’essere per Tommaso non è l’autocoscienza, ma actus entis, dove l’ente è id quod est, principaliter ut
substantia, come già insegnava Aristotele.

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50. Se l’uomo è tendenza verso Dio, chi non tende a Dio non è uomo. E gli
atei?

51. Se l’uomo è tendenza verso Dio, tutti gli uomini sono giusti, giacchè
appunto la giustizia consiste nel tendere a Dio. E dunque il peccato non
esiste. Tutti sono buoni e tutti si salvano.

52. Se l’uomo tende essenzialmente verso Dio, Dio non è oggetto di scelta, ma
termine di una tendenza naturale. E dunque il libro arbitrio non esiste. Volere
o non volere, tutti vanno in paradiso.

53. Se l’uomo aspira naturalmente al soprannaturale, come potrà esistere


distinzione fra natura e grazia? La grazia è la soddisfazione di un bisogno o
esigenza del soprannaturale?

54. Se l’uomo è uditore, è in ascolto o attesa di un’eventuale rivelazione


storica di Dio, come fa a sapere questa eventualità, la quale è puramente
rivelata? Tale attesa non può essere dedotta dalla semplice antropologia
filosofica. La natura si trascende nella sovranatura? Ricava da se stessa, dalla
sua “autocoscienza”, dal suo preconscio la rivelazione? Ma non è questo
modernismo?
55. Se lo spirito umano è apertura illimitata all’essere assoluto, che
differenza c’è tra il pensiero umano e quello divino? L’uomo non sarà
QUODAMMODO omnia, ma sarà semplicemente omnia.

56. Se la grazia non aggiunge alla natura ma la porta a termine, come la


grazia si distinguerà dalla natura?

57. Se la grazia non si acquista e non si perde ma si possiede a priori


(“esistenziale soprannaturale”), allora tutti sono in grazia. E il peccato? O
vale il simul iustus et peccator di Lutero?

58. Se l’uomo aspira essenzialmente al Salvatore assoluto (“cristologia


trascendentale”). Ma il Salvatore assoluto è Cristo. Dunque l’uomo aspira
essenzialmente a Cristo. Di nuovo: che ne è della distinzione natura-grazia?

59. Se l’uomo è l’autocomunicazione divina fatta all’uomo, e


l’autocomunicazione divina è la grazia, dunque l’uomo è essenzialmente in
grazia? Ma l’autocomunicazione divina non è libera? E se Dio non si
autocomunicasse? Il Vaticano I parla di liberrimo consilio. “L’uomo
ascolterebbe il silenzio di Dio”? Allora non si aspetta un eventuale
rivelazione storica.

60. Se l’uomo tende alla vita di grazia già da sempre e sempre è in grazia,
allora che ne è del peccato originale? (Concilio di Trento)
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61. Se l’uomo determina per conto proprio liberamente la propria essenza,
allora che ne è della legge naturale stabilita da Dio? Esiste una legge morale
oggettiva e universale? Posso fare del mio corpo o di quello degli altri quel
che voglio? E l’etica sessuale? E l’etica sociale? E l’ordinamento dello Stato?
Non si cade nell’arbitrio e nel soggettivismo?

62. Se l’uomo nel momento della morte realizza l’atto supremo della libertà
e conferma per sempre la validità della propria vita terrena, e non c’è un
dopo la morte, allora il paradiso che cosa è? Tutto il destino dell’uomo si
chiude in questa terra? Secolarismo totale. Sarebbe questa la “svolta
antropologica”?

63. Se nell’uomo lo spirito diventa corpo (“come l’acqua che diventa


ghiaccio”), mentre l’origine dell’uomo è data dal fatto che la materia è
evoluta fino a diventare spirito (cf Teilhard de Chardin), allora qual è la
differenza fra uomo e animale?

64. Se l’uomo ha origine dal fatto che la materia diventa spirito, come la
mettiamo col dogma dell’anima forma substantialis corporis (Concilio di
Viennes del 1312) e della distinzione fra spirito e corpo (Concilio
Lateranense IV del 1214)? Come si rispetta il principio di causalità che vuole
che il meno venga dal più (propter quod unumquodque et illud magis). Che
ne è della dottrina biblica dello stato edenico? Della creazione dell’anima
umana immediatamente da Dio? Dell’esclusione del poligenismo? (Pio XII).

65. Se la persona è coscienza e libertà, quindi relazione, allora che ne è di


quegli individui che non esercitano né la coscienza né la libertà e che non
relazionano? Non sono persone? Possiamo sopprimerli? Possiamo usarli per
esperimenti scientifici? Dove va a finire l’uguaglianza umana? E i diritti
dell’uomo?

66. Se la persona umana è agire; non è composta di sostanza (esse) e accidenti


(agere); e solo in Dio l’essere si identifica con l’agire (“Dio è Amore”), è
pura Sostanza (Conc.Vat.I) o pura Relazione (Concilio di Firenze del 1442),
allora dov’è la differenza tra la persona umana a e la persona divina?

67. Se Dio è l’orizzonte della trascendenza umana illimitata, e l’orizzonte


della trascendenza è là dove l’uomo può giungere al massimo delle sue forze,
allora Dio sarà il risultato finale dell’autotrascendenza umana, sarà il
compimento dell’uomo. Dunque Dio non è oltre l’uomo; l’uomo non è
trasceso da Dio. Dio non è trascendente.

68. Se Dio completa la propria essenza divenendo uomo, se l’uomo è il


“destino di Dio”, allora Dio resterebbe Dio se non avesse creato il mondo?

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69. Se la creazione non è un’azione causale, ma è un fatto percepito
nell’esperienza trascendentale, per la quale, come sappiamo, l’essere si
identifica col pensiero, come si salva l’idea biblica di creazione?

70. Se la cristologia è la pienezza dell’antropologia, allora Dio avrebbe potuto


creare l’uomo senza che ci fosse l’Incarnazione? Poteva creare la natura
umana senza ordinarla alla vita soprannaturale (cf enc. Humani Generis)?

71. Se l’Incarnazione è il vertice sommo della autocomunicazione divina


della grazia, allora Cristo è uomo dotato del vertice massimo della grazia o
è una persona divina? O forse Dio è il vertice massimo dell’essere uomo? O
forse esiste una continuità tra la vita divina per partecipazione (grazia) e vita
divina per essenza (Dio)? La grazia non è Dio, ma un dono creato, benchè
essa sia di essenza divina.

72. Se Dio muta divenendo uomo, come la mettiamo col dogma di Calcedonia
che distingue le due nature inconfuse e immutabiliter? Non è forse la vecchia
eresia di Eutiche?

Per concludere, citerei le parole che William Shakespeare mette sulla


bocca di uno dei personaggi dei suoi drammi: “Caro amico, ci sono molte più
cose nella natura che ci circonda che non nei pensieri della tua mente”.

Tralascio - a parte le poche citate a titolo di saggio - tutte le aporie che


riguardano più precisamente la religione cristiana, il sacro, la rivelazione, la
tradizione, la fede, il dogma, SS.Trinità, la cristologia, la Chiesa, i sacramenti,
la liturgia, il sacerdozio, il laicato, la vita religiosa, l’ecumenismo, l’attività
missionaria, il dialogo interreligioso, il rapporto credenti-non-credenti, la
morale cristiana, l’escatologia, la mariologia, l’angelologia e la mistica. Non
sono che la conseguenza delle aporie suddette. Qui la materia si fa più delicata,
perché si entra nel terreno della dottrina della fede.

P.Giovanni Cavalcoli,OP

Bologna, 22 gennaio 2010,