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Festa dell’Unità 1946 – 1955. Padova.

Gabriele Licciardi

Storia di militanti. La memoria fotografica dei comunisti padovani

Il «partito nuovo» pensato da Togliatti, al suo rientro in Italia, nel marzo del ’44, che ha
trovato il suo atto autentico di fondazione nel V congresso, alla fine del 1945, nasce da una storia
tormentata, percepita come parte fondante di una sua identità. Una storia che si è sviluppata
attraverso alcune precise tappe. Si parte dalla rottura rivoluzionaria del biennio rosso, con
l’occupazione delle fabbriche, che almeno idealmente ha simboleggiato un pilastro essenziale del
congresso di Livorno. Il secondo momento importante è rappresentato dalla lotta dei militanti
contro la dittatura fascista, spesso una lotta clandestina e sviluppata ai margini di un contesto
estremamente pervaso dalle venature del regime. Un terzo momento estremamente importante nella
fondazione identitaria del partito di Togliatti è quello della Resistenza. Una lotta di Liberazione
rappresentata come un effettivo modello di democrazia dal basso, e il Clnai è stato il segno
rappresentato di un’alleanza unitaria dei partiti antifascisti. Pochi giorni dopo la Liberazione, la
direzione del Partito decise di mandare a Padova, come segretario della Federazione Amerigo
Clocchiatti, già segnalatosi come figura di spicco durante la Resistenza. E tutto il gruppo dirigente
padovano, al momento della fondazione del partito nel 1945 ha maturato un legame fortissimo con
la lotta di Liberazione. Virginio Benetti fu organizzatore militare in seno alla Brigata Garibaldi di
Padova, Franco Busetto entrato nella Brigata Garibaldi, fu arrestato e deportato a Mauthausen,
dalle SS, nel settembre del 1944, Furio Da Re, arrestato e mandato al confino nel 1941, e così tutti
gli eletti al primo comitato federale del Partito comunista padovano.

Inaugurazione di una stele in Vigodarzere, a ricordo di alcuni partigiani caduti durante la Resistenza,
1959.
Corteo funebre dei partigiani Malacchin e Pillon, ad Abano Terme fra il 1943 – 45.

Corteo funebre dei partigiani Malacchin e Pillon, ad Abano Terme fra il 1943 – 45
Inaugurazione di una stele a ricordo di alcuni partigiani caduti. Vigodarzere, località Terraglione.
1959.

Inaugurazione di una stele a ricordo di alcuni partigiani caduti. Vigodarzere, località Terraglione.
1959.
Queste immagini testimoniano in maniera eccellente come il legame col passato è stato
sostenuto attraverso una politica della rielaborazione del lutto. La memoria pubblica dei comunisti
padovani, in perfetta sintonia con gli organi centrali del partito, ha rielaborato una linea del ricordo,
trasformandola in simbolo identitario di un popolo. I funerali ad Abano Terme, e la stele a
Vigodarzere, entrambi questi momenti vengono celebrati in luoghi periferici, rispetto alla centralità
cittadina, ma rappresentano, in scala ridotta, la necessità di un partito di trasformarsi da partito
d’avanguardia a partito di massa, e la trasformazione è avvenuta attraverso la celebrazione dei riti
civili più diffusi. I funerali di Abano Terme, testimoniano attraverso una piazza stracolma, un
momento di aggregazione cittadina, di identificazione di un paese con i suoi liberatori, e proprio il
funerale, che notoriamente rappresenta un atto di addio, in questo contesto ha assunto la veste della
celebrazione ufficiale, della glorificazione con lo scalpellio nella memoria di un evento memorabile.
Ecco come un rito religioso ha assunto un’enorme funzione politica, e le fotografie rilasciate
nell’archivio del Centro studi Ettore Luccini, significano la consapevolezza di voler immortalare
quel momento, di ergerlo da semplice fatto di routine cittadina, ad evento, memoria.
Allo stesso modo la stele di Vigodarzere, ha assunto la funzione pubblica del non
dimenticare. I nomi scolpiti nella pietra, e la stessa pietra consegnata alla gente del paese, configura
una funzione di delega del ricordo e della sua elaborazione, che ha portato a risultati importanti. Le
zone del padovano appena citate hanno rappresentato nei decenni repubblicani i luoghi geografici di
maggiore insediamento del voto comunista in una delle province più democristiane d’Italia.
L’iconografia del Pci tende in questo modo a rispecchiare l’irriducibile diversità del partito
nel rapporto col suo elettorato. La piazza, luogo d’incontro popolare per eccellenza, diventa la sede
di autorrapresentazione del partito. Un partito che dopo gli anni della ricostruzione si è sforzato di
diventare un partito di massa, e le masse si trovano, appunto, per strada e nelle piazze, un legame
testimoniato dalla forma tradizionale d’incontro, il comizio, immagine suggellata dalla morte,
durante un comizio proprio a Padova, di Enrico Berlinguer, forse il segretario del Pci più amato
dalla sua gente.

Comizio del Pci ad Abano Terme. L’oratore è Franco Busetto, sul palco A. Ghiro.
Dal punto di vista formale il funzionamento della macchina del Pci ha presentato una
sorprendente continuità nell’arco almeno di un quarantennio, retto secondo i principi del
«centralismo democratico». La struttura organizzativa ha sempre presentato una struttura piramidale,
ed anche l’attività interna del partito ha sempre risposto ad un criterio e ad un’articolazione
rigorosamente basati sulla gerarchia e sull’ostensiva ripetizione di pratiche e riti. Il vertice lo
abbiamo identificato con la direzione del partito, la quale ha trasmesso le direttive in periferia,
attraverso organi sempre più ampi che hanno avuto la funzione di coinvolgere la base del partito, le
sezioni e le cellule. A ciascuno di questi livelli l’occasione congressuale ha espresso la
partecipazione della base dei militanti e dell’investitura, dal basso, della linea ufficiale.
Meccanismo che si sviluppava in maniera altrettanto efficace attraverso le celebrazioni ufficiali, che
il partito autoconvocava col fine di suggellare la propria diversità, la propria autenticità, la propria
identità, dove dal palco dell’oratore, e dal tavolo della segreteria venivano profuse le linee
pedagogiche di un partito che ha sviluppato, come primo, l’obiettivo di educare alla democrazia il
popolo.

Manifestazione per il 35° anniversario della nascita del Pci. 1956. da sx Beratti, C. Milani, G.
Manan, P. Pannocchia, F. Busetto, M. Passi.

Nella sostanza è una dinamica che procede dall’alto verso il basso e in cui l’autorità
dell’organo superiore, rispetto a quello inferiore, è un punto fermo, accettato e condiviso. Gli
orientamenti che provengono dal centro – che non è soltanto un luogo simbolico, ma fisico,
rappresentato dall’imponenza di Botteghe Oscure – hanno sempre avuto la funzione di investire e
mobilitare il partito nel suo complesso. Anche se in molti sono consapevoli che un partito di massa
come il Pci, un partito dal 30%, non può essere condotto con metodi militareschi, in sostanza in
molti credono che la discussione deve essere accettata, anche se rigidamente controllata. Non
dobbiamo dimenticare che il centralismo democratico non ha esitato a condannare per eresia
politica i pur numerosi dissidenti, che nei decenni hanno caratterizzato comunque la storia del
partito comunista.
Questa discussione è stata strutturata anche nei luoghi dove l’agibilità politica del Pci è stata,
dopo tempo, riconquistata di pari passo con quella parlamentare, intendiamo in seno alle fabbriche e
al sindacato, a lungo cinghia di trasmissione fra il partito e la società civile. Lo testimoniano i
numerosi scioperi politici che hanno inaugurato la stagione della rivendicazione operai all’indomani
della Liberazione, su tutti le iniziative sindacali alla Breda alla Galileo e alla Stanga.
Congresso Pci, fra gli anni ’50 e ’60. L’oratore è Franco Busetto, poi si notano da sx Rosini,
Miatton, Ceravolo e a seguire Piero Cortellazzo e Irene Chini Coccoli.

Manifestazione per il 35° anniversario della nascita del Pci. 1956. da sx A. Traverso, R. Molinari, C.
Molinari, V. Benetti
Questa realtà si è riflessa nella rappresentazione di un partito che ha celebrato la sua vita
interna con solennità, e che ha esaltato i momenti della partecipazione collettiva e delle procedure
democratiche, dopotutto non così fittizie come gli avversari le hanno sempre etichettate. Il
tesseramento, o il riconoscimento della militanza attraverso la consegna di riconoscimenti ad
personam, sono rituali che si sono ripetuti negli anni a sancire due tratti molto cari al Pci
togliattiano; l’efficienza organizzativa della macchina partito, e attenzione alla vita democratica.
Tratti che hanno fondato l’identità dei comunisti italiani, per quanto la base del partito fosse
consapevole della ristrettezza del dibattito interno, o meglio della sua istituzionalizzazione in seno
agli organi ufficiali di gestione.
Questi sono stati degli aspetti strettamente connessi con il carattere pedagogico che spesso si
è segnalato come tratto distintivo del Partito comunista italiano. La vocazione pedagogica del
partito è stata affidata alla capillare rete di distribuzione della stampa di partito, ma ha trovato un
momento particolarmente significativo nella fitta rete di scuole per l’educazione dei militanti.

Cerimonia funebre laica di un gruppo di braccianti.

La svolta nell’organizzazione del partito è stata sancita con l’insediamento capillare nel
territorio delle sezioni di partito, e proprio attraverso la vita delle sezioni molti militanti conobbero
in pratica, quanto era stato teorizzato dal centro. La vita democratica interna, la figura del segretario,
punto centrale della comunità comunista locale, la disciplina, la totale abnegazione nei confronti di
un ideale, la sottomissione a delle decisioni a volte non condivise. Ma soprattutto la consapevolezza
di sentirsi parte integrante di una comunità, con i suoi protocolli interni, e un cerimoniale rigido e
fortemente identitario. Tutto questo i comunisti lo hanno appreso grazie alla loro assidua frequenza
delle sezioni paesane e cittadine, dove sono stati educati a discutere sul piano regolatore, a lottare
per un riconoscimento pubblico del loro ruolo democratico, a divertirsi durante gli spettacoli delle
feste dell’Unità, a prendersi cura dei loro piccoli figli, strutturando un welfare embrionale che fosse
contrapposto alla capillare rete d’istituti educativi di matrice cattolica.
Banchetto per il 50° anniversario della fondazione del Pci. 1971. Antonio Papalia consegna attestato
a Franco Busetto.

Banchetto per il 50° anniversario della fondazione del Pci. 1971. Antonio Papalia consegna attestato
a sconosciuto.
Scena di vita di sezione con il segretario del Pci di Padova, Franco Longo.

Scena di vita in Federazione Provinciale. Da sx T. Cecchinato, A. Ghiro, G. Berlinguer, F. Longo, F.


Busetto. 1980 – 1989.
Pionieri durante attività ginnica in un campo estivo. 1950
L’idea di riunire in un’unica
associazione tutti i gruppi di
giovanissimi esistenti nell’area
della sinistra comunista risale
al ’49. Idea perseguita con
particolare insistenza dal
segretario della Fgci Enrico
Berlinguer. Si decise di
chiamarla Associazione Italiana
Pionieri, e subito dopo Gianni
Rodari ne titolò Il Pioniere, il
settimanale che per lungo
tempo costituì l’unico valido
esempio di letteratura per
ragazzi di sinistra. L’idea che
animò l’associazione era quella
di un’integrazione dei bambini
e dei suoi familiari nella vita
associativa del partito, e dei
fatti sindacali che animavano le
singole comunità locali.
L’Api, in questo progetto, si
trovò fortemente osteggiata
dalla chiesa, particolarmente
restia a perdere il suo
monopolio sull’educazione dei
fanciulli, tant’è che i pionieri
rientrarono tra gli scomunicati
del Sant’Uffizio. Ancor di più
furono fatti oggetto di una
fortissima campagna
denigratoria, che nel padovano
portò ai famosi fatti del
processo di Pozzonovo, dove i
dirigenti della sede locale
dell’Api furono denunciati dalla
chiesa padovana per aver
Pionieri in costume teatrale. 1950. API sezione di Cadoneghe.

commesso atti osceni, e attentato al pudore dei giovani pionieri. Si arrivò al processo e la sentenza
assolse con formula piena tutti gli imputati.
La sezione in effetti sembrò da subito come lo strumento più adatto ad assolvere il duplice
compito di rafforzare l’aspetto organizzativo del partito e di far partecipare gli iscritti alla vita
politica. Ma la sua funzione non si è esaurita in questi obiettivi. Sull’onda della conferenza
organizzativa del 1947, la parola d’ordine diventò quella di trasformare ogni sezione in una “casa
del popolo”, indicando tutto l’occorrente per centrare l’obiettivo; dal bar interno, all’ambulatorio
medico, alla televisione di sezione, all’organizzazione di balli popolari e gite. È chiaro come le
sezioni hanno assunto il compito di soddisfare bisogni individuali di integrazione comunitaria e nel
promuovere, attraverso rituali collettivi campagne di tesseramento, feste dell’Unità, assemblee
politiche, valori e identità di appartenenza. Una rete fittissima di questi organismi coprì in breve
l’intero stivale, basti pensare che al 1950 il Pci contava 10.000 sezioni, insediate spesso in ambienti
poveri e spogli, dove ha rappresentato l’unico luogo di insediamento democratico per migliaia di
tesserati. Il momento dell’inaugurazione ufficializzava, anche visivamente, la conquista di un
ulteriore spazio di democrazia popolare, in un territorio, magari, inizialmente ostile. In fondo questo
modo di declinare l’organizzare interna del partito ha tradotto, praticamente, alcuni dei caratteri
fondamentali che Togliatti attribuiva al partito nuovo: quello di partito nazionale e dipartito di
massa, riflettendosi puntualmente nella sua auto rappresentazione.
E in effetti il Pci non smetterà mai di essere un partito nazionale, almeno nel senso di aver
agito come fattore di nazionalizzazione democratica, superando fratture sociali e culturali. Partito di
popolo, dunque, cha ha raccolto e rappresentato le spinte dei ceti meno abbienti. Un partito che per
lungo tempo ha abbracciato generazioni diverse, e che molto spesso accanto ai giovani ha disegnato
uno spazio importante per la figura degli anziani. La presenza delle donne è stato come un marchio
di fabbrica, testimonianza cercata, e concreta di quell’emancipazione femminile di cui il discorso
ufficiale del partito ha fatto un altro dei suoi pilastri.

Riunione del Pci presso la sede provinciale del partito in via Beato Pellegrino, in Sala Gramsci. Da
sx, S. Marangon, segr. Regionale Pci veneto, di spalle P. Pannocchia, segr. Provinciale Pci, Pd,
1970 – 1979.
Festa dell’Unità Padova, 1950 – 59.

Festa dell’Unità in località Battaglia, compagnia teatrale “La Varia”. 1946 – 1950.
Il momento della festa è stato per il militante comunista un’occasione importantissima per
costruire: nelle numerosissime foto delle Feste dell’Unità, siano esse nazionali, provinciali o locali,
sulla rappresentazione degli atteggiamenti si presentano in maniera omogenea la figura del
volontario, che gestisce la gastronomia o organizza rappresentazioni teatrali, e il carattere di svago
per il popolo comunista che aspetta, ogni anno, l’evento per ritrovarsi, fuori dal carattere austero
che la morale di partito ha imposto, per concedersi un sorriso, un ballo, un momento di divertimento
nella dura vita del militante. Tuttavia proprio le feste ci hanno restituito fedelmente l’immagine del
“partito mediatore” di cui spesso ha parlato Sandro Bellassai, un partito che ha mediato non solo fra
fascismo e democrazia, fra centro e periferia, ma anche fra nord e sud, fra famiglia e privato, tra
uomini e donne. Ecco che così la questione centrale per il Pci è diventata proprio quella di riuscire a
governare questo rapporto di particolare complessità con il contesto, in cui si è trovato ad operare,
scindendo e ricomponendo i vari livelli della società, dal più semplice, il locale, al più complesso il
nazionale.
Naturalmente questa realtà non è rimasta immutata nel tempo, ed anzi ha fatto registrare
notevoli cambiamenti a partire dalla metà degli anni Sessanta, dove in termini di composizione
sociale si è passati da un partito a prevalente presenza operaia e contadina, ad un partito a
maggioranza relativa operaia con radici solide in tutto il comparto del lavoro dipendente. E diventa
sempre più esplicita la presenza del e nel sindacato cui il Pci ha delegato i rapporti diretti col mondo
dei lavoratori. E gli anni Settanta sancirono, senza soluzione di continuità, un’aderenza sempre
maggiore del partito alla società, potenziando l’attenzione verso i ceti medi e soprattutto verso la
crisi del mondo operaio. Si è accentuato in questi anni il carattere politico del partito, rinnovando la
propria identità, e proponendosi come forza di governo.

Sciopero generale durante il governo Andreotti. Padova. In corteo i lavoratori della “Stanga”
1970 – 1975.
Sciopero generale durante il governo Andreotti. Padova. In corteo i lavoratori della “Breda – Vema”
1970 -1975.

Sciopero generale a Padova durante il governo Andreotti, 1970 – 1975


Effettivamente il Pci al governo del paese, se eliminiamo la parentesi del 1944 – 1947, non
ci andò mai, ma non per questo il partito si sottrasse alla partecipazione piena e convinta al sistema
politico del paese, basti ricordare il modello di “buon governo” che le giunte rosse hanno
rappresentato nelle regioni dell’Italia centrale per lunghi decenni. Un ‘integrazione reale, dunque,
che da sola basta a spazzare via ogni dubbio sulla doppiezza comunista. L’accettazione piena di un
sistema politico – istituzionale, che pure in teoria non ha costituito l’orizzonte ultimo delle sue
finalità strategiche, è diventato parte del patrimonio genetico del Pci che è culminato nell’insistenza
sulla propria capacità di “farsi Stato” nei giorni drammatici della lotta al terrorismo. Durante quei
momenti di forte mobilitazione contro l’emergenza terroristica, la documentazione fotografica ha
mostrato bene come il partito ha portato in difesa dello Stato democratico il peso della propria
tradizione di partito in grado di controllare le masse, perché proveniente da lunghi decenni di lotta,
prima che di governo. Come ha osservato Giovanni De Luna, il Pci ha oscillato tra due poli:

Nei momenti alti della mobilitazione collettiva e nella fase acuta del conflitto sociale, il partito – per legittimare la
propria funzione – doveva porsi come un freno a una spontaneità totalmente dispiegata, normalizzare la carica
dirompente della spinta dal basso per capitalizzare il valore sul piano del proprio ruolo istituzionale, come unico
titolare delle interrelazioni politicamente significative; nelle pause del conflitto, ma soprattutto dopo le sconfitte,
la sua funzione era invece quella di sostituirsi ai movimenti, di surrogare la mancanza di spinta, attutire i guasti
morali che la caduta ingenerava nella soggettività delle classi subalterne, indicare una linea di continuità e
resistenza, che permettesse di non smarrire il filo della speranza e dell’impegno politico – militante. Da un lato il
normalizzatore della spontaneità sociale, dall’altro l’organo di supplenza alla caduta dei livelli di mobilitazione:
questo fu allora il Pci. 1

Il Pci alla fine degli anni Settanta è un partito profondamente radicato nella società italiana,
centrale nel sistema delle relazioni politiche, anche se il perdurare della Guerra Fredda fa si che la
conventio ad excludendum continui la sua opera di censura per il cammino del Pci verso le poltrone
di governo. Se l’appartenenza del Pci al campo socialista, proprio in quegli anni, cominciò a
convincere sempre meno l’elettorato moderato del paese, certo è che la sua dimensione
terzinternazionalista ha giocato sulla storia del partito un ruolo decisivo, rappresentando un pilastro
integrante della sua identità. Così Berlinguer nel 1975 pur denunciando i tratti illiberali
dell’apparato sovietico, riaffermava la superiorità economica morale e sociale dell’URSS sul mondo
capitalistico. Abbiamo dovuto attendere il 1981 perché il segretario dichiarasse finalmente esaurita
la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre.

Ferrovieri in URSS durante gli anni Cinquanta.

1
G. De Luna, Partiti e società negli anni della ricostruzione, in Storia dell’Italia repubblicana, I, Torino, Einaudi, 1994,
p. 763.
Manifestazione sindacale contro il terrorismo, Mestre, 7/7/1981. Luciano Lama e Roberto Tonini.

Manifestazione a Padova contro il terrorismo. 1980.


Per quanto la dimensione internazionalista del Pci è stata sempre vissuta con una specificità
propria, del fenomeno comunista, e di quel Novecento che tanto profondamente lo ha segnato e ne è
stato segnato, il Pci resta a pieno titolo figlio. Nelle immagini attraverso cui si è rappresentato
emergono chiaramente i tratti connotanti e le contraddizioni del “secolo breve”. Le immagini
totalizzanti della cultura del lavoro, l’avvento dell’industrialismo e della profonda volontà di
potenza di modellarla, la forza immensa delle grandi ideologie contrapposte e della politica come
strumento assoluto di organizzazione della società. Come pure l’ingresso delle masse nelle strutture
dello stato, dalle rappresentanze locali agli istituti scolastici superiori, alle università. Nel suo
rapporto contrastato con la società italiana il Pci è stato, sempre, insieme soggetto e oggetto di
questa parabola contraddittoria, e quindi irriducibile ad un corpo unico. Oggi possiamo dire che la
sua eredità non è stata annullata, fosse soltanto, ma così non è, per la memoria fotografica, per la
rinuncia aperta ad ogni perdita d’identità.
Bibliografia

A. Agosti, I militanti. L’album fotografico dei comunisti italiani, in L’Italia del Novecento. Le
fotografie e la storia, I, Il potere da De Gasperi a Berlusconi, (1945 - 2000) a cura di G. De Luna,
G. D’Autilia, L. Criscenti, Torino, Einaudi, 2005

G. De Luna, Donne in oggetto. L’antifascismo nella società italiana, Torino, Bollati Boringhieri,
1995

Id., Partiti e società negli anni della ricostruzione, in Storia dell’Italia repubblicana,I, La c
ostruzione della democrazia, Torino, Einaudi, 1995

R. Martinelli, Storia del Partito comunista italiano, VI, Il «Partito nuovo» dalla Liberazione al 18
aprile, Torino, Einaudi, 1995.

S. Bellassai, La morale comunista. Pubblico e privato nella rappresentazione del Pci, Roma,
Carocci, 2000.

D. Negrello, A pugno chiuso. Il Partito comunista padovano dal biennio rosso alla stagione de
movimenti, Milano, Franco Angeli, 2000.