Sei sulla pagina 1di 321

Paimiro Togliatti

Scritti
su Gramsci
a cura eli Guido Liguori

Editori Riuniti
Senza il lavoro di editore e di interprete
svolto da Togliatti, Gram sci oggi non sa­
rebbe ([urlio che tutto il mondo conosce.
N eg li in te r v e n ti d e d ic a t i a l g r a n d e
m arxista sardo in un arco di tempo che
va dal 1927 al 1964, accanto a motivi ca­
duchi e sorpassati e a preziose testimo­
nianze biografiche, restan o indicazioni
di lettura e analisi ancora im portanti: la
politica come centro di tutta la ricerca
gram sciana, la sottolineatura della dia-
letticità del suo pensiero, l ’attenzione al
m om ento «n a z io n a le» come p assagg io
difficilmente eludibile nella lotta per l’e­
gemonia.
Questo volume amplia le precedenti edi­
zioni degli scritti togliattiani su Gram sci,
proponendo sette contributi non compre­
si nelle raccolte pubblicate in passato.
P alm iro T ogliatti (1893-1964) fu tra i
fondatori delI’ «O rdine nuovo» prim a e
del Partito comunista italiano poi. Dopo
l’ arresto di G ram sci, nel 1926, divenne
il le a d e r dei com un isti italian i e tra i
maggiori esponenti del movimento comu­
nista internazionale. I suoi scritti sono
stati pubblicati in diverse edizioni dagli
Editori Riuniti.

Guido Liguori insegna Storia del pensie­


ro politico contemporaneo presso l’Uni­
versità della C alabria ed è vicepresiden­
te della In tern ation al G ram sci Society
Italia. Con gb Editori Riuniti ha pubbli­
cato G ram sci conteso. S to ria di un d i­
battito 1922-1996 e il libro-intervista a
Bruno Trentin Autunno caldo.

Lire 35.000 / Euro 18,08 (IVA comprenu)


Paimiro Togliatti

S
Scritti su Gramsci

ISBN 88-359-5018-X

w w w .editoririuniti.it 9 788835 950189


Senza il lavoro di editore e di interprete
hvoi lo da Togliatti, Gram sci oggi non sa ­
ri Idir quello che tutto il mondo conosce.
N egli in te r v e n ti d e d ic a ti a l g r a n d e
m arxista sardo in un arco di tempo che
va dal 1927 al 1964, accanto a motivi ca­
duchi e sorp assati e a preziose testimo­
nianze biografich e, restan o indicazioni
di lettura e analisi ancora im portanti: la
politica come centro di tutta la ricerca
gram scian a, la sottolineatura della dia-
Ictticità del suo pensiero, l ’attenzione al
momento «n a z io n a le » come p a ssa g g io
difficilmente eludibile nella lotta per l ’e­
gemonia.
Onesto volume amplia le precedenti edi­
zioni degli scritti togliattiani su Gram sci,
proponendo sette contributi non compre­
si nelle raccolte pubblicate in passato.
Nuova biblioteca di cultura
Paimiro Togliatti

Scritti su Gramsci
A cura, di Guido Liguori

Editori Riuniti
I edizione: aprile 2001
© Copyright Editori Riuniti
via Alberico II, 33 - 00193 Roma
www.editoririuniti.it
fax verde: 800 677822
ISBN 88-359-5018-X
Indice

7 Introduzione di Guido Liguori


36 Nota ai testi

Scritti su Gramsci

41 Antonio Gramsci un capo della classe operaia


45 In memoria di Antonio Gramsci
58 Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana
91 La politica di Gramsci
94 L’eredità letteraria di Gramsci
96 Lezione di marxismo
99 L’insegnamento di Antonio Gramsci
107 Discorso su Gramsci nei giorni della Liberazione
118 Gramsci, la Sardegna, l’Italia
129 Antonio Gramsci e don Benedetto
131 Pensatore e uomo di azione
151 Gramsci sardo
157 L’antifascismo di Antonio Gramsci
183 Storia come pensiero e come azione
193 Attualità del pensiero e dell’azione di Gramsci
213 II leninismo nel pensiero e nell’azione di A. Gramsci (Appunti)
235 Gramsci e il leninismo
263 La formazione del gruppo dirigente del Partito comunista
italiano nel 1923-24
289 Gramsci e la legge contro la massoneria
296 Rileggendo «L ’Ordine Nuovo»
307 Gramsci, un uomo

311 Indice dei nomi


Introduzione

1. La riproposizione degli scritti togliattiani dedicati a Gramsci, in


una raccolta allargata rispetto alle precedenti1 - ormai da tempo esau­
rite e introvabili -, ha una sua precisa ragion d’essere: tra le circa
15.000 voci comprese nella bibliografia mondiale degli scritti su Gram­
sci2, il «libro» che Togliatti venne componendo sul suo antico compa­
gno di lotta in un arco di tempo che va dal 1927 al 1964 (dal processo
conclusosi con la condanna del comunista sardo alla morte del leader
del Pei) ha davvero pochi eguali in relazione all’influenza storicamen­
te esercitata e al decisivo ruolo svolto nel determinare la «fortuna»
dell’autore dei Quaderni del carcerei . Senza il lavoro di editore e inter­
prete svolto da Togliatti, oggi forse Gramsci non sarebbe il Gramsci
che conosciamo: i suoi appunti carcerari e le sue lettere sarebbero
probabilmente emersi solo in anni recenti dagli archivi dell’ex Unione
Sovietica, con le relative incognite legate alla loro comprensione e va­
lorizzazione; il suo nome sarebbe oggi quello di un martire antifasci­
sta, di un comunista originale e innovativo, «scomparso» forse troppo
presto per dimostrare appieno il proprio valore. Il ricco laboratorio
dei Quaderni e la grandezza morale delle Lettere non sarebbero stati
conosciuti al di là di una ristrettissima cerchia di parenti e amici.
Gramsci non sarebbe comunque diventato il saggista italiano moder­
no più letto, piu tradotto, più citato, più conosciuto nel mondo.
Non è però solo una ragione di carattere storiografico - interna
alla storia della fortuna di Gramsci - a suggerire l’opportunità del
presente volume. L’insieme degli scritti, dei discorsi, delle letture de­
7
dicati da Togliatti al comunista sardo merita di essere letto, o riletto,
anche perché fornisce ancora oggi - frammiste a elementi decisa­
mente corrosi dal tempo - indicazioni e chiavi di lettura utili per
comprendere il pensiero complesso, tortuoso, difficile dei Quaderni.
Gramsci è un autore più vitale e moderno, più grande, sotto molti
punti di vista, di quello che emerge dall’«uso» fattone da Togliatti e
dal Pei (come alla fine lo stesso Togliatti capi e volle dire)2*4. Ma que­
sto Gramsci «togliattiano» è anche pieno di indicazioni essenziali
che, quando sono state dimenticate o volutamente ignorate, hanno
condotto e rischiano ancora di condurre a fraintendimenti sostan­
ziali del lascito del pensatore sardo.
Ormai da tempo (ancora vivo Togliatti) è venuta meno la rappre­
sentazione del rapporto tra i due dirigenti comunisti in termini di to­
tale continuità. Ormai da tempo si insiste, fino all’eccesso, più sulle
loro differenze che sulle loro affinità. È forse giunto il momento di
tornare a leggere il rapporto tra questi due personaggi cosi ricchi e
complessi rifuggendo sia dai miti del passato, sia dall’atteggiamento
opposto che, forse per reazione, o anche per malizia politica, ha teso
a sottolineare solo la loro distanza. Leggere oggi questi scritti sine ira
et studio, ovviamente scevri da ogni ipoteca agiografica, ma anche li­
beri da ogni ostilità preconcetta, già servirebbe a evitare molte delle
secche interpretative e dei veri e propri fraintendimenti che si sono
avuti nel corso degli ultimi decenni.

2. Le letture togliattiane di Gramsci possono essere suddivise in


tre distinte fasi: gli anni del fascismo, dall’arresto alla morte del co­
munista sardo; il periodo che va dalla Liberazione alla fine dello sta­
linismo; gli anni compresi tra l’«indimenticabile 1956» e la scompar­
sa di Togliatti.
Il primo scritto - Antonio Gramsci un capo della classe operaia (In
occasione del processo di Roma) - apparve su «Lo Stato operaio», la
rivista teorico-politica del Pcd’I, nell’ottobre 1927. Gramsci era stato
arrestato un anno prima e si andava preparando quel «processone»
contro il gruppo dirigente comunista che nel giugno 1928 condan­
nerà il leader sardo a vent’anni di carcere. L’articolo di Togliatti rien­
tra nel quadro della campagna di stampa che venne messa in atto a
8
sostegno dei comunisti prigionieri nelle carceri fasciste. Ma, al tempo
stesso, se ne allontana di molto, per la profondità della riflessione, per
l’impegno con il quale veniva sottolineata la statura intellettuale del
comunista sardo e ne veniva narrata la biografia culturale e politica.
Si era a un anno di distanza non solo dall’arresto di Gramsci, ma
anche dal profondo contrasto che aveva contrapposto, subito prima,
i due massimi dirigenti del partito italiano, col noto scambio episto­
lare sulla lotta interna al gruppo dirigente bolscevico. Gli studi più
recenti5 e la documentazione divenuta disponibile solo negli ultimi
anni6 convergono nel permettere una lettura parzialmente nuova del­
la vicenda. Innanzitutto smontando l’«accusa» a lungo rivolta a To­
gliatti di non avere voluto inoltrare la prima delle due lettere7 scritte
da Gramsci, a nome dell’Ufficio politico del Pcd I e indirizzata al
Comitato centrale del Partito comunista russo. I documenti oggi ci
dicono che Togliatti-Ercoli (che dal febbraio 1926 si trovava a Mosca
come rappresentante del partito italiano presso l’Intemazionale), au­
torizzato da Gramsci stesso a mostrare preventivamente e riservata-
mente la missiva a qualcuno dei «più responsabili» tra i dirigenti rus­
si8, giudicandola sbagliata e superata dagli eventi, chiese allo stesso
Ufficio politico di non trasmetterla9, per discuterne di li a poco i te­
mi in un’altra sede politica già convocata, e a ciò venne autorizzato10.
Al di là di questo comportamento formalmente corretto (che pu­
re è un punto importante), resta la divisione profonda tra Gramsci e
Togliatti nell’ottobre 1926, testimoniata dalla seconda lettera che
Gramsci scrisse, questa volta a titolo personale e indirizzata a To­
gliatti11. Un conflitto eminentemente politico - è stato detto12 - che
faceva seguito a tutta una serie di divergenze emerse nel corso di
quell’anno (sulla tattica sindacale, sul «caso Bordiga») tra Togliatti a
Mosca e il gruppo dirigente comunista in Italia, e che culminò nella
divergenza politico-strategica dell’ottobre, riassumibile nei dramma­
tici interrogativi sulla possibilità-necessità di edificare il socialismo
«in un paese solo», ovvero sulle possibilità della rivoluzione in Occi­
dente in una fase di «stabilizzazione capitalistica». Su questo tema la
posizione di Togliatti appare nei fatti non solo più «realistica», ma
anche politicamente «giusta», assumendo il dato (che sarà anche alla
base della riflessione carceraria di Gramsci) di trovarsi già di fronte
9
a una sconfitta epocale. Come è avvalorato pure dal fatto che Gram­
sci stesso, nei Quaderni, non avrà dubbi nell’affermare l’erroneità
della linea politica di Trockij, alternativa a quella proposta dalla mag­
gioranza a cui Togliatti con convinzione aderiva13. Pur essendo vero
che la lettera di Gramsci al gruppo dirigente bolscevico - accusato
di non saper gestire le divisioni al suo interno in modo politico inve­
ce che disciplinare - appare, letta oggi, ricca di una straordinaria ca­
pacità «profetica»14 sui rischi del processo degenerativo della rivolu­
zione sovietica, lo «stalinismo», allora solo all’inizio.
Resta il fatto che, da questo riesame, esce parzialmente ridimen­
sionata la «rottura» tra Gramsci e Togliatti del 1926. Vi fu certo uno
scontro aspro (ma l’asprezza, nel confronto politico, era propria del­
l’epoca, e Gramsci certo non ne era privo), una divergenza profon­
da, che l’arresto di Gramsci dell’8 novembre 1926 non permise di
superare esplicitamente: la divisione restò cristallizzata, soprattutto
agli occhi dei posteri. La vera rottura (politica ma temporanea, non
disciplinare-organizzativa, né definitiva) tra Gramsci e il Pcd’I, To­
gliatti compreso, si consumò piu avanti, di fronte alla «svolta» del
1929 e alla politica del «socialfascismo». Gramsci in carcere e To­
gliatti a Mosca o a Parigi continuarono a parlarsi a distanza e per in­
terposta persona - tramite Tania, Sraffa, e il «circolo virtuoso» di
lettere che uni singolarmente questi personaggi per un decennio -,
una condizione difficile, anche per i pesanti errori che furono com­
piuti dai comunisti, italiani e non, sui modi per aiutare Gramsci in
carcere e per cercarne la liberazione15. Le letture che troppo hanno
insistito sulla presunta «rottura» tra Gramsci in carcere e il movi­
mento comunista16 - a volte in buona fede, ma spesso in modo pre­
testuoso e malizioso, ad esempio nello speculare sulla «strana» lette­
ra di Grieco del 192817 - si infrangono del resto su un documento
che, allo stato attuale delle conoscenze, ne inficia alla radice il teore­
ma: la domanda alle autorità italiane, predisposta da Gramsci con
Sraffa il 18 aprile 1937, solo nove giorni prima della morte,, di poter
espatriare in Unione Sovietica18. Un passo inspiegabile per un uomo
che si sente tradito, isolato, abbandonato dai suoi compagni.
Questo il quadro - richiamato necessariamente in modo sintetico
- in cui vennero a cadere i primi scritti togliattiani dedicati a Grana­io
io
sci. Nel primo di essi, apparso come si è detto nel 1927, Togliatti non
faceva cenno delle divergenze dell’anno precedente, ma al contrario
riaffermava con forza tutti i meriti di Gramsci rispetto alla lotta al
«bordighismo» (allora equiparato - nel movimento comunista inter­
nazionale - al trockijsmo), al superamento della «prima fase», setta­
ria ed estremistica, del Pcd’I. Tornavano dunque puntigliosamente in
questo articolo i principali motivi polemici che negli anni venti ave­
vano contrapposto Gramsci e Bordiga: Togliatti respingeva le accuse
di «intellettualismo» (avanzate, egli specificava, «tra di noi e da parte
di avversari»); difendeva la legittimità dell’arrivare al marxismo a par­
tire da Hegel, la sola «strada maestra» che permetteva di giungere al­
la comprensione di quel «senso della storicità di tutto ciò che è rea­
le» proprio della dialettica hegeliana e marxista, che aveva caratteriz­
zato il pensiero del giovane sardo trapiantato a Torino (del quale era­
no ricordati in questo quadro anche gli studi di glottologia, un dato
poi a lungo trascurato dagli studiosi di Gramsci); esaltava 1 intuizione
sul ruolo dei Consigli di fabbrica, collegandoli al tema della rivolu-
? zione e dello Stato; negava che in tale periodo Gramsci non avesse
avuto presente il problema del partito, non un partito-setta, certo,
ma un partito «parte» della classe, cioè profondamente legato alle
masse; non esitava a ricordare come egli stesso e tanti altri dirigenti
del Pcd’I avessero abbandonato le posizioni bordighiste, cui avevano
finito per aderire nel 1921-22, solo grazie a Gramsci: «senza Gram­
sci, il progresso che abbiamo fatto dal 1924 in poi, non lo avremmo
fatto cosi rapidamente. Egli fu che superò le resistenze che ancora
erano in alcuni di noi, egli dette al nostro centro dirigente una unità e
una omogeneità e raccolse attorno ad esso l’intiero partito»19.
Una ricostruzione di temi e momenti del percorso gramsciano fat­
ta nel fuoco della lotta, che non poteva sempre essere esplicita, ma
che forniva un quadro nella sostanza esatto di cosa era stato e di co­
sa era Gramsci e delle connotazioni essenziali del suo pensiero. Una
presa di posizione politica netta, che a un anno dalla lettera di criti­
ca alla maggioranza del partito comunista bolscevico suonava anche
come difesa di Gramsci e riaffermazione della sua leadership di fron­
te al partito russo, all’Internazionale, e anche - per altri aspetti - di
11
fronte al partito italiano, che in parte doveva ancora superare ^ e stre ­
mismo» della sua fase bordighista.
Con la «svolta» del 1929, il varo della politica del «socialfasci-
smo» e la sua imposizione a tutti i partiti dell’Internazionale crebbe
la distanza tra Gramsci in carcere e Togliatti che, alla guida del Pcd’I,
aveva ormai accettato pienamente —dopo un estremo tentativo com­
piuto al X Plenum dell’Internazionale comunista, nel luglio 192920 -
il nuovo corso staliniano, che di fatto ribaltava l’impostazione politi­
ca del ‘26 e tornava a scommettere su una crisi incipiente e catastro­
fica del capitalismo: una nuova ondata rivoluzionaria era alle porte.
E noto il dissenso che su questo punto manifestò Gramsci nel reclu­
sorio di Turi, dissenso legato —possiamo ben vederlo oggi - a tutta
la riflessione consegnata ai Quaderni del carcere. Nelle discussioni
avute nel 1930 coi detenuti comunisti, Gramsci sostenne la tesi della
necessità di una fase «democratica» per uscire dal fascismo, avan­
zando la parola d ordine della Costituente repubblicana. Tuttavia il
profondo dissenso di Gramsci rispetto alla politica del partito non
diede mai luogo a un provvedimento «disciplinare», di espulsione,
come a lungo si è favoleggiato soprattutto da parte della pubblicisti­
ca meno seria. Non si interruppe mai il rapporto con Togliatti, affi­
dato al solito «circolo virtuoso» Tania-Sraffa21.
Reale, e significativa, è invece la scarsa presenza di Gramsci sullo
«Stato operaio» tra il 1931 e il 193322. Il dissenso sulla «svolta», for­
se piu della lettera del ’26, o entrambi, consigliavano - nel nuovo
clima ormai affermatosi in Unione Sovietica —un atteggiamento di
massima cautela. Ma Gramsci non fu «condannato» come eretico,
non venne espulso come «i tre», Leonetti, Tresso e Ravazzoli, che si
erano opposti alla strada imboccata dal movimento comunista inter­
nazionale. Non sarebbe stato forse difficile - se, come taluni hanno
insinuato, Togliatti avesse voluto sbarazzarsi politicamente di Gram­
sci - coinvolgere costui nella canea montante contro il trockijsmo.
Togliatti scelse il silenzio (in pubblico, perché poco cambiò dietro le
quinte). E quando le scelte politiche dell’Urss e dell’Internazionale
lo consentirono - con il VII Congresso e la politica dei «fronti po­
polari», non coincidenti ma almeno convergenti con la citata propo­
sta della «Costituente», cioè di «un’azione comune con tutti i gruppi
12
antifascisti per l’abbattimento della monarchia e del regime mussoli-
niano»23 - la presenza di Gramsci tornò a essere cospicua sia sulle
pagine dei giornali del Pcd’I e dell’Internazionale, sia nelle manife­
stazioni e nelle agitazioni antifasciste dei comunisti non solo italia­
ni24. Le scelte di Togliatti erano come al solito dettate dalla massima
cautela: era il leader di un partito ridotto a poca cosa, stretto tra car­
cere, clandestinità e fuoriuscitismo, che aveva nell’appoggio dell Li­
mone Sovietica la condizione imprescindibile per continuare la lot­
ta: per continuare a esistere. Di più, dopo il X Plenum Togliatti in­
terpretò con convinzione la nuova politica decisa dall’Internaziona-
le. Il dato saliente non sta però nelle motivazioni interiori del perso­
naggio, ma nella comprensione del fatto che tutta una situazione sto­
rica era radicalmente mutata nel giro di pochi anni. Da una parte il
progressivo deteriorarsi della situazione politica in Europa occiden­
tale, dall’altra il chiudersi di ogni spazio di discussione reale ed espli­
cita nel movimento comunista internazionale. Fu in questa situazio­
ne difficilissima che Togliatti riuscì a salvare non solo se stesso e il
suo partito, ma anche Gramsci. Appena si determinarono le circo­
stanze di una nuova «agibilità politica», anche la «politica di Gram­
sci» (ovviamente come Togliatti la interpretava e la adattava alle con­
dizioni dell’agire effettivo) venne riproposta da Ercoli.
Nei contributi togliattiani scritti in morte di Gramsci, nel 1937-
193 825, non poche sono le scorie che segnalano il nuovo clima esi­
stente nellTnternazionale, la situazione che - con espressione som­
maria ma anche facilmente comprensibile - si è soliti designare come
«stalinismo». Gramsci diventava un «fedele leninista e stalinista»26,
che lanciava dal carcere «la parola d’ordine abbastanza significativa.
Trotski è la puttana del fascismo»27; Bordiga una «canaglia trotski-
sta»28 di cui si asseriva la compromissione col fascismo. Era, questo,
anche il tentativo di salvaguardare il nome di Gramsci per legarlo al­
l’Internazionale ormai dominata da Stalin e anche di difendere la
specificità di una tradizione politica che di li a pochi mesi Togliatti
avrebbe dovuto salvare contro lo stesso gruppo dirigente del Pcd’I.
Nel pieno di una nuova ondata repressiva staliniana, infatti, nel 1938,
durante la quale fu sciolto dal Comintern il Comitato centrale del
partito italiano, sotto le critiche delllnternazionale e in assenza di
13
Togliatti, alcuni dirigenti di primo piano espressero in una riunione
di segreteria (del 12 agosto 1938) l’opinione di rivedere criticamente
le «oscillazioni» che il partito - cioè prima Gramsci e poi Togliatti -
avrebbe avuto nel 1926 e nel 1928-1929 in rapporto alla lotta nel
gruppo dirigente bolscevico, e l’esigenza di prendere pubblicamente
posizione contro la lettera di Gramsci del 1926, da poco resa nota
per la prima volta in Francia da Angelo Tasca. Togliatti si oppose a
questa scelta, impedendo sul nascere una revisione delle posizioni di
Gramsci che avrebbe comportato la «condanna» del dirigente sardo
nell’ambito del movimento comunista internazionale29. Un episodio
fondamentale, che indica come la «gestione togliattiana» dell’eredità
di Gramsci non fosse neanche nel 1938 una scelta scontata.
Se si va al di là di certe espressioni che troviamo in questi scritti,
legate ai tristi condizionamenti dell’epoca, non si può non rilevare
come Togliatti delinei comunque un affresco sostanzialmente esatto
del pensiero e dell’opera di Gramsci a partire dagli anni della prima
guerra mondiale. Non solo un martire ucciso dal fascismo (come
Amendola, Gobetti, Matteotti), non solo un «grande italiano» com­
battente per la libertà (come Dante e Galileo, Bruno e Campanella,
Mazzini e Garibaldi), ma anche un marxista e un rivoluzionario con­
seguente: non solo un intellettuale, ma un combattente politico. Ve­
niva cosi ricostruita - con il pensiero gramsciano - la recezione del­
l’Ottobre in Italia e la stagione consigliarista, l’alternativa tra reazio­
ne e rivoluzione, la questione meridionale e la prospettiva dell’allean­
za tra operai e contadini (le «forze motrici della rivoluzione italia­
na»)30, la concezione del partito come partito di massa e non di élite.
Né si tratta di uno scritto puramente celebrativo: anche Gramsci ave­
va commesso degli errori (ed era anche una autocritica, per Togliat­
ti), ad esempio quando il gruppo dell «Ordine Nuovo» nel «biennio
rosso» 1919-1920 non si era organizzato su base nazionale, lasciando
dunque a Bordiga la leadership dell’ala comunista del Psi, o quando
nel 1922 non aveva subito iniziato la battaglia politica contro la dire­
zione bordighiana. Nonostante alcune forzature, la ricostruzione del­
le vicende storiche coglieva la sostanza dei processi vissuti insieme
dai due dirigenti comunisti. Restavano taciuti i contrasti del 1926 e
del 1929-1933: un prezzo pagato sull’altare della salvaguardia della
14
memoria di Gramsci e della sua eredità attraverso le temperie dello
stalinismo. Un prezzo non lieve, che però non può essere sopravvalu­
tato, se non alla condizione di equiparare indebitamente la coscienza
e la libertà di noi lettori odierni con quelle degli attori di allora.
Ciò che soprattutto va sottolineato, nello scritto del 1937-1938, è
che il succo dell’insegnamento gramsciano veniva colto da Togliatti -
ed era indicazione che la successiva lettura dei Quaderni avrebbe no­
tevolmente rafforzato, e che oggi a torto si tende a negare o disinvol­
tamente a rovesciare, in un’ansia sbagliata di «attualizzazione» —nel­
la indicazione della «classe operaia come la prima, la sola, la vera clas­
se nazionale, cui spetta risolvere tutti i problemi che dalla borghesia e
dalla rivoluzione borghese non sono stati risolti»31. La capacità di
comprendere come il movimento comunista, pur restando interna­
zionalista, non potesse che calarsi profondamente nelle realtà nazio­
nali32 per svolgere un ruolo effettivo e non ridursi a pura testimo­
nianza o agitazione minoritaria, sarà l’asse dell insegnamento gram­
sciano che Togliatti porrà al centro della propria azione politica e che
segnerà una stagione importante di lotte e di conquiste soprattutto a
* partire dalla fine del fascismo. Una convinzione che dunque è non
solo ben presente fin dagli anni trenta, ma che fin da allora era diret­
tamente collegata al pensiero di Gramsci, elaborazione che Togliatti
poteva valorizzare pienamente nella nuova stagione del movimento
comunista internazionale iniziata dal 1934-1935. «Negli ultimi tempi
- l’affermazione di Togliatti è già nel discorso tenuto a Mosca un me­
se dopo la morte del comunista sardo, ma sarà ripresa nello scritto
del 1937-’38 -, avendo avuto sentore del VII Congresso dell’Intema­
zionale, tutto il suo pensiero era orientato nella ricerca delle forme di
realizzazione del fronte popolare antifascista in Italia [...] La sua idea
fondamentale era che dopo quindici anni di dittatura fascista che ha
disorganizzato la classe operaia, non è possibile che la lotta di classe
contro la borghesia reazionaria riprenda a svilupparsi sulle posizioni
che il proletariato aveva raggiunto nel dopoguerra immediato. Indi­
spensabile è un periodo di lotta per le libertà democratiche e la clas­
se operaia deve stare alla testa di questa lotta»33. Il Gramsci togliat-
tiano, e la politica togliattiana del dopoguerra - una politica democra­
tica e nazionale -, erano già chiaramente presenti fin dal 1937-1938.
15
3. Tornato in Italia nel marzo 1944, Togliatti determinò quella
«svolta di Salerno» che non significò solo un ribaltamento della po­
litica comunista verso la monarchia e la questione istituzionale nel­
l’ambito della lotta al nazifascismo, ma anche l’inizio di un nuovo
modo d’essere del Partito comunista italiano, per molti versi lontano
dalla tradizione e dalla matrice terzinternazionalista da cui proveni­
va. Le novità della politica togliattiana sono riassumibili innanzitutto
nella concezione del «partito nuovo» e nella sottolineatura del carat­
tere democratico e nazionale dell’azione del Pei. E benché tale im­
postazione trovasse le proprie radici forse soprattutto in alcuni mo­
menti della vicenda togliattiana degli anni trenta (la stagione dei
fronti popolari, l’esperienza della guerra civile spagnola, la riflessio­
ne sui caratteri nuovi del fascismo e della società di massa), i riferi­
menti a Gramsci a sostegno di tale politica nuova erano in questo
periodo molto frequenti34.
Non vanno sottovalutate le indubbie distinzioni esistenti tra l’ela­
borazione di Gramsci in carcere e l’elaborazione teorico-politica to­
gliattiana: la gramsciana «guerra di posizione» era una strategia di
più ampio respiro rispetto alla «politica di unità antifascista» del Pei
nel dopoguerra, essa indicava modi nuovi di lotta anticapitalistica e
di transizione al socialismo che Togliatti e il suo partito solo in parte
seppero e poterono tentare. Non va neanche dimenticato che i ca­
ratteri della politica che Togliatti potè dispiegare a partire da Saler­
no, in una situazione per tanti aspetti nuova, si distanziano da Gram­
sci anche in merito all’accettazione del pluralismo e della democra­
zia politica. Si può affermare che Togliatti abbia realizzato largamen­
te una politica di ispirazione gramsciana, nei limiti in cui ciò gli era
consentito dal suo realismo nel mondo del dopo-Jalta.
Nel 1944 Gramsci era per i piu, anche per gli stessi militanti del
Pei, uno sconosciuto. Fu Togliatti a farne, nel giro di pochi anni, il
punto di riferimento della politica e della cultura dei comunisti ita­
liani. Non fu un passaggio obbligato ma una scelta precisa, che si
spiega innanzitutto con la comune formazione culturale e politica e
la riflessione separata ma non divergente degli anni trenta: un rap­
porto complesso, con luci e ombre, ma anche profondo. Accanto a
ciò, vi fu la necessità di ribadire la peculiarità del comunismo italia­
16
no, di riaffermare (pur senza rompere con l’Urss, anche a prezzo di
numerosi sincretismi) una linea politica che Togliatti aveva condotto
avanti ogni volta che i rapporti di forza, interni o esterni al movi­
mento comunista internazionale, glielo avevano consentito. 11 tenta­
tivo togliattiano era anche quello di dare una tradizione storica al
suo partito e alle masse che lo seguivano e di legare al primo e alle
seconde gli intellettuali antifascisti, indicando l’esempio di un «gran­
de intellettuale» da seguire. Se è vero che presentando la propria
politica come la «politica di Gramsci» Togliatti commetteva (solo in
parte) una forzatura storiografica, è anche vero che egli forniva cosi
un ancoraggio forte al «partito nuovo», vincendo le resistenze dei
settori più legati all’Urss o alle illusioni insurrezionaliste.
Fin da quando potè parlare di Gramsci nellTtalia liberata (o par­
zialmente liberata) dal nazifascismo, Togliatti ne ricordò l’indicazio­
ne di una politica «nazionale»35, di una politica di alleanze tra ope­
rai, contadini e intellettuali36, imperniata sulla «funzione nazionale
della classe operaia»37. La «politica di Salerno» faceva cosi tutt uno
con la lettura di Gramsci, individuando un filo rosso che iniziava già
i - secondo Togliatti - con «L’Ordine Nuovo», di cui veniva abbozza­
ta l’interpretazione già contenuta negli scritti degli anni trenta e che
sarà ribadita più volte. Il messaggio che il richiamo a Gramsci dove­
va veicolare andava al di là del corpo dei militanti del Pei, cercava di
rivolgersi a tutti gli italiani. La politica di unità antifascista, su cui
Togliatti avrebbe puntato per tutto il dopoguerra, trovava in Gram­
sci un punto di riferimento fondamentale. Nel discorso al San Carlo
di Napoli del 29 aprile 1945, riferendosi al 1924-’26, Togliatti affer­
mava che « l’idea centrale della azione politica di Gramsci fu l’idea
dell’unità: unità dei partiti operai nella lotta per la difesa delle istitu­
zioni democratiche e per il rovesciamento del fascismo; unità dei
partiti operai con le forze democratiche [...]; unità delle masse lavo­
ratrici socialiste con le masse lavoratrici cattoliche delle città e delle
campagne, unità di operai, unità di operai e contadini, unità di lavo­
ratori del braccio e della mente, per la creazione di un grande bloc­
co di forze nazionali, sulla base del quale fosse possibile sbarrare la
strada all’ulteriore avanzata del fascismo e salvare - come allora an­
cora sarebbe stato possibile - il nostro paese»38. Questa linea politi-
17
ca dell’unità - chiaramente proiettata sulla situazione del dopoguer­
ra - trovava in realtà fondamento soprattutto nelle riflessioni carce­
rarie del Gramsci che indicava l’obiettivo della Costituente. Togliatti
restava comunque dentro un solco, una tradizione, una metodolo­
gia, delle indicazioni che erano quelle di Gramsci, anche se poco o
nulla questi aveva potuto dire, a metà degli anni trenta, per non par­
lare del decennio precedente, sulla situazione del tutto nuova che si
sarebbe creata con la sconfitta del nazifascismo. Togliatti rimase coe­
rente con questa impostazione politica, pur in un quadro nazionale
e internazionale che andava rapidamente mutando. Ancora nel 1947
egli ammoniva: «G uai a noi, comunisti, se credessimo che il patri­
monio di Antonio Gramsci è soltanto nostro. No, questo patrimonio
è di tutti, di tutti i sardi, di tutti gli italiani, di tutti i lavoratori che
combattono per la loro emancipazione, qualunque sia la loro fede
religiosa, qualunque sia la loro credenza politica»39. Questo «Gram ­
sci di tutti», contro cui a lungo si polemizzerà «da sinistra» negli an­
ni sessanta e settanta, era momento importante di una lotta per l’e­
gemonia che allora Togliatti pensava più aperta di quanto fosse in
realtà. Di li a qualche mese, con la fine dell’unità delle forze antifa­
sciste, si sarebbe chiuso un periodo storico e sarebbe mutata, ma so­
lo in parte, la lettura togliattiana del comunista sardo. Nonostante li­
miti e forzature, quella incentrata su Gramsci resta un’operazione
politico-culturale di ampio respiro, la cui portata apparirà ancora
più evidente negli anni oscuri della guerra fredda.
In quegli anni Gramsci servi inoltre a Togliatti e al Pei per instau­
rare un rapporto con gli intellettuali, allora reso complesso anche
dalle forti differenziazioni che caratterizzavano questi ultimi. A tutti
costoro, ma soprattutto a quelli di cultura neoidealistica, il Pei tentò
di parlare attraverso Gramsci, la sua figura, i suoi scritti, cercando di
dare a molti di essi un terreno di unità-distinzione con la anteceden­
te formazione crociana e quindi consentendo anche un parziale «tra­
sformismo degli intellettuali»40. Soprattutto, nell’impostazione to­
gliattiana toccava «agli intellettuali di avanguardia» essere «eredi di
tutto quello che vi è di positivo e di progressivo nello sviluppo della
cultura del nostro paese»41. L’atteggiamento verso Croce stesso non
era privo di oscillazioni, con l’alternarsi di toni più concilianti e di
18
toni più aspri. Tra i primi, il lettore può qui trovare il giudizio se­
condo il quale Gramsci aveva compreso «che la nuova cultura idea­
listica italiana rappresentava un passo avanti nello sviluppo della no­
stra cultura nazionale [...] che non era possibile prendere un atteg­
giamento strettamente negativo verso questa nuova corrente intellet­
tuale, ma egli affermava che dovevamo compiere, nei confronti di
questa corrente filosofica una operazione analoga a quella che Marx
e Engels compirono al loro tempo, quando nei confronti delle for­
mule hegeliane, essi fecero quello che essi stessi definirono il rove­
sciamento della dialettica hegeliana»42. Tra i secondi, per restare nel­
l’ambito degli scritti su Gramsci, la stessa reazione alla recensione
che Croce aveva scritto alle Lettere dal carcere43, cercando di con­
trapporre Gramsci al Pei. «Come uomo di pensiero egli fu dei no­
stri», aveva scritto il filosofo liberale, elencando le caratteristiche
che ravvicinavano Gramsci al neoidealismo («Il rinnovato concetto
della filosofia nella sua tradizione speculativa e dialettica e non già
positivistica e classificatoria, l’ampia visione della storia, l’unione
dell’erudizione col filosofare, il senso vivissimo della poesia e del-
* l’arte nel loro carattere originale, e con ciò la via aperta a riconosce­
re nella loro originalità e autonomia tutte le categorie ideali») e con­
trapponendolo «agli odierni intellettuali comunisti», che «troppo si
discostano dall’esempio di Gramsci». Forse per quest’ultima, stru­
mentale affermazione, ma piu probabilmente per un altro (poco con­
testabile) giudizio di Croce, che aveva contrapposto Gramsci al «ca­
techismo filosofico scritto dallo Stalin», Togliatti reagì con una du­
rezza insolitamente rude alla sortita di «don Benedetto»44.
Ad ogni modo, il seme del marxismo gramsciano era stato getta­
to: un marxismo antidogmatico, antideterministico, antifatalistico,
dunque molto più vitale e destinato a durare di tanti «catechismi fi­
losofici». Come del resto Togliatti stesso aveva sottolineato fin dal
1945, in polemica con lo storico cattolico-modernista Ernesto Buo-
naiuti. A questi, che aveva affermato che il metodo dell’analisi gram­
sciana era «non marxista» perché più attento ai fatti sovrastrutturali
che a quelli strutturali, Togliatti rispondeva che «il marxista non ri­
duce e non può ridurre l’analisi dei fatti storici e politici a mettere in
luce un semplice rapporto di causa ed effetto tra una situazione eco-
19
nomica e una situazione politico-sociale»45, poiché «lo stesso rap­
porto di causalità è qualcosa di molto complicato ed implica azione
e reazione, interdipendenza e contrasto». E indicava il tratto distin­
tivo del marxismo di Gramsci proprio nella comprensione del siste­
ma di mediazioni attraverso cui si giunge daU’«economia» alle «cor­
renti di pensiero e di cultura», permettendo di «intervenire attiva­
mente, come avanguardia organizzata, per modificare lo sviluppo
storico». Una sottolineatura esatta della ricchezza del metodo gram­
sciano e dei suoi tratti salienti, ancora oggi fondamentale per capire
la lezione dei Quaderni.

4. Con il 1948 e l’inizio della «guerra fredda» mutava in parte la


politica del Pei: la «politica di Salerno» scoloriva nella durezza dello
scontro, la politica culturale, la battaglia ideologica, lo stesso rappor­
to con gli intellettuali subivano un irrigidimento. L’originalità dei co­
munisti italiani non veniva meno, ma la contraddizione tra la «via
italiana» e la convinta adesione allo schieramento comunista raccolto
attorno all’Urss determinava, anche nel Pei e in Togliatti, l’emergere
o il riemergere di pesanti ipoteche staliniste e zdanoviane. La strate­
gia togliattiana era fondata sull’ipotesi di un lungo periodo di colla­
borazione tra i partiti democratici, dettata non solo dagli accordi di
Jalta, ma da una analisi del fascismo come fase epocale che faceva te­
mere a Togliatti la possibilità di un ritorno a forme apertamente rea­
zionarie di egemonia borghese. Almeno fino al 1953 la sottolineatura
del rischio involutivo (presente ad esempio nella conferenza barese
del 1952, qui riprodotta)46 sarà tanto forte da rendere i comunisti
poco sensibili di fronte ai processi di modernizzazione che erano in
atto nel paese. Tale atteggiamento nasceva anche da una errata con­
vinzione di fondo di tutta la cultura terzinternazionalista, secondo la
quale era impossibile un ulteriore sviluppo del capitalismo. Questo
errore di valutazione, che costituì forse il limite principale del «marxi­
smo di Togliatti» per una lunga fase, appare tanto più grave perché
proprio in Gramsci, in Americanismo e fordismo, era disponibile una
lettura ben diversa della capacità espansiva del capitalismo. Non a
caso questo testo restò a lungo lettera morta, estraneo com’era alla
visione stagnazionista dei comunisti; anzi, la prefazione scritta nel
20
1949 da Felice Platone a una edizione divulgativa del «Quaderno
22»47, dopo aver ricordato «L’Ordine Nuovo» e prima di concludere
con un richiamo sulla «quistione meridionale», vero tratto distintivo
dell’arretratezza italiana, si preoccupava di mettere in guardia il let­
tore dal considerare ancora attuali le analisi di Gramsci anche per
quel che concerneva gli Stati Uniti: «Oggi, dopo una seconda guerra
mondiale, abbiamo davanti ai nostri occhi un paese del fordismo al­
quanto diverso da quello che Gramsci conosceva [...] L’America vi­
ve oggi sotto l’incubo di una nuova crisi economica, guarda con ap­
prensione la folla crescente dei suoi disoccupati»48. Bisognerà aspet­
tare addirittura l’inizio degli anni settanta perché si cominciasse a ri­
conoscere l’importanza delle note di Americanismo e fordismo4'1.
In questa fase, tra il 1948 e il 1953, si accentuò la convinzione
della necessità di raccordarsi a una tradizione nazionale-democratica
(soprattutto lungo l’asse De Sanctis-Labriola) di cui il marxismo ita­
liano poteva farsi erede grazie al ruolo di cerniera costituito da Gram­
sci. E se nel 1945 Togliatti - nella polemica con Buonaiuti - aveva
problematizzato molto il rapporto Labriola-Gramsci, a partire dal
1948 insisterà sulla loro continuità: Gramsci sarà definito «il più
grande allievo e continuatore del Labriola»50.
La pubblicazione tra il 1948 e il 1951 presso l’editore Einaudi dei
Quaderni del carcere51, avvenuta dunque in un periodo di grandi dif­
ficoltà, tra rischi di isolamento e pericoli di involuzione stalinista,
contribuì a dare in modo definitivo una identità peculiare al Pei. E
proprio per questo non mancò di suscitare sorpresa e anche diso­
rientamento52. I Quaderni, infatti, si proponevano come alternativa
radicale al marxismo meccanicistico del Diamat, all’ortodossia marxi­
sta-leninista di impronta staliniana. Togliatti era consapevole delle
conseguenze problematiche che la pubblicazione poteva comporta­
re53. La ripartizione tematica, il tipo di «montaggio» e di disposizio­
ne dei testi da lui scelti per la prima edizione Einaudi erano dunque
anche il mezzo con il quale si rendeva in qualche modo compatibile
(ma non del tutto, secondo le testimonianze citate) ortodossia sovie­
tica e lascito gramsciano, indirizzando la lettura di quest’ultimo nel­
la direzione della «specificità nazionale» e non delle grandi dispute
del movimento operaio internazionale degli anni venti e trenta.
21
La suddivisione dei Quaderni su base tematica, sia pure filologi­
camente criticabile e non esente da qualche censura, ebbe comun­
que il merito di favorirne enormemente la diffusione e l’impatto cul­
turale54, pur dando luogo a numerosi fenomeni di sincretismo. Ri­
spetto al mondo della cultura, veniva soprattutto ribadita una suddi­
visione classica del sapere, celando in gran parte il nesso tra rifles­
sione carceraria e storia del movimento comunista. L’effetto di rot­
tura che i Quaderni ebbero nel panorama intellettuale italiano fu
enorme, producendo un rinnovamento profondo in vari campi, dal­
la storia alla letteratura, dagli studi sul folclore al pensiero politico,
alla pedagogia, ecc. In generale si può dire che la «ricognizione del
terreno nazionale» auspicata da Gramsci fu soprattutto rivisitazione
storiografica: dal Risorgimento alla questione meridionale alla storia
degli intellettuali. Era del resto Togliatti stesso a spingere in questa
direzione: ancora intervenendo nella riunione della Commissione
culturale nazionale del Pei il 3 aprile 1952 55, egli sottolineava la ne­
cessità di una ricerca marxista sulla storia d ’Italia e della valorizza­
zione dei fini progressivi della tradizione culturale nazionale come
ricerca di un terreno d’incontro con la cultura del nostro paese. Che
era anche il modo e il mezzo per prendere le distanze dal modello
staliniano-zdanovista senza al contempo determinare una rottura
aperta, politicamente insostenibile.
Un episodio significativo che dimostra come Gramsci e il suo in­
segnamento in campo storiografico non fossero qualcosa di sconta­
to, ma costituissero oggetto di contesa con quanti rimanevano fedeli
ai vari «catechismi» marxisti-leninisti, è l’episodio del contrasto tra
un gruppo di storici comunisti e Arturo Colombi. Questi (chiamato
dal direttore Ambrogio Donini a introdurre una riunione di speciali­
sti alllstituto Gramsci) accusò gli storici di discostarsi troppo dal
modello fornito dal Breve corso di storia del Pc(b) di Stalin, preferen­
do usare le categorie e la terminologia dei Quaderni. Nella lettera
che dopo questo episodio Togliatti scrisse a Donini in appoggio alle
posizioni degli storici si legge tra l’altro: «se oggi, in Italia, siamo
riusciti a stabilire ampi contatti col mondo della cultura e a pene­
trarvi, ciò dipende dal fatto che abbiamo evitato la posizione dei giu­
dici che stanno al di fuori, ma abbiamo cercato di sviluppare la no­
22
stra competenza, abbiamo favorito e compiuto ricerche oggettive,
non abbiamo respinto o, peggio ancora, ignorato quello che viene
da altre parti, siamo entrati e rimasti nel dibattito senza ostentare
pretese di infallibilità. Qui sta, del resto, uno dei motivi di grande
successo dell’opera di Gramsci, che giunge sino ai giudizi più aspri,
ma sempre seguendo passo a passo l’avversario, con scrupolo di filo­
logo e di vero studioso [...] Gramsci ha inaugurato una storiografia
marxista del nostro paese e quindi anche del nostro movimento ope­
raio. Forse era meglio partire da Gramsci e penetrar bene la novità
del suo pensiero storiografico. Quanto alla critica per l’uso di una
terminologia non esatta da parte di Gramsci [...] Gramsci si espri­
me come si esprimono gli studiosi del suo tempo e del suo paese sen­
za nulla concedere nella sostanza dei giudizi. Di qui la sua efficacia e
anche la vitalità e vivacità delle sue posizioni. Per questo il marxi­
smo in lui diventa strumento di una lotta distruttiva e costruttiva
che la cultura italiana non ha potuto ignorare. In ogni paese il marxi­
smo deve sapersi battere sul terreno della cultura nazionale, delle
sue tradizioni, del suo modo di essere e svilupparsi, se vuole diven­
ta re elemento attivo e determinante di questo sviluppo»56.
Da un lato Togliatti ribadiva la specificità del contributo cultura­
le gramsciano, dall’altro, negli interventi interpretativi degli anni
1948-1954, egli tornava sempre a ripetere come la ricerca di Gram­
sci muovesse dalla politica, dalle necessità della lotta. Nel 1949 al­
l’Università di Torino, in un discorso che risentiva certo del luogo e
del pubblico davanti al quale veniva pronunciato, Togliatti si soffer­
mava sulla formazione culturale di Gramsci, rievocando il clima in
cui essa aveva avuto luogo, i cui limiti erano superabili solo «facen­
do ritrovare agli uomini l’unità dell’essere e del pensare, e facendo
ritrovare questa unità nella storia concreta, nelle lotte concrete per
riuscire a trasformare e rinnovare il paese, creando in esso nuovi rap­
porti economici e sociali»57. Ma se «L’Ordine Nuovo» era «nato nel­
l’Università di Torino», ciò era stato possibile perché «vi era un’altra
realtà, che colpi Gramsci e altri di noi, allora, profondamente»: il
movimento operaio e, successivamente, l’impatto decisivo con la ri­
voluzione bolscevica. Dalla separatezza tra intellettuali e popolo nel
primo Novecento al nuovo nesso tentato dall’«Ordine Nuovo» all’i­
23
potesi di un nuovo riavvicinamento negli anni difficili della «guerra
fredda», che Togliatti sollecitava col richiamo al pensiero e all’azio­
ne di Gramsci: è questo il senso dell’operazione politico-culturale
posta in essere dal leader del Pei, segnata da limiti indubbi ma an­
che ricca di risultati significativi.
La conferenza barese del 1952 su 11antifascismo di Antonio Gram­
sci era ancora più densa di motivi storici, politici e teorici. Anche
qui il senso di fondo dei Quaderni era indicato con nettezza. Affer­
mava infatti Togliatti: «Una domanda non formulata ci accompagna,
se sappiamo leggere, quaderno per quaderno, pagina per pagina: -
come questo è stato possibile; come questo potrà venir meno?»58. Si
era a un anno dal completamento della pubblicazione dell’edizione
tematica, che pure - con le Lettere - qualche fraintendimento aveva
prodotto, portando tanti a vedere in Gramsci soprattutto l’intellet­
tuale che aveva scritto «fur ewig». Togliatti, invece, indicava chiara­
mente che tutta la riflessione del carcere era partita da una domanda
politica - la necessità di spiegare la sconfitta epocale del movimento
operaio - e da un rovello per la prassi: come risollevarsi, come torna­
re all’offensiva? Tutto - la storia d’Italia, l’indagine sugli intellettuali
- aveva qui il proprio centro, la propria spinta propulsiva. Da qui
partiva «una nuova scienza, della nostra storia e della nostra politi­
ca»59. Già prima del 1956, dunque, Togliatti indicava il terreno tutto
politico della ricerca gramsciana. E nel 1954, recensendo il primo vo­
lume degli scritti precarcerari, riguardante gli anni 1919-1920, appe­
na uscito per i tipi di Einaudi, il motivo era ribadito con forza: «Gli
scritti del carcere non sono dunque fuori della lotta politica che li
precedette; sono parte integrante, quasi coronamento di essa»60. Con
ciò si apriva la strada (percorsa però esplicitamente solo dopo la de­
stalinizzazione) a contestualizzare la figura e l’opera di Gramsci, por­
tandola fuori dalla luce quasi leggendaria in cui ancora era avvolta, e
a promuovere una rilettura dei Quaderni più attenta alla realtà stori­
co-politico a cui si riferivano.

5. Con il 1956 inizia una fase nuova non solo nella storia delle let­
ture togliattiane di Gramsci, ma di tutta l’elaborazione del dirigente
comunista, fase che culminerà nel Memoriale di Jalta. Tanto la neces­
24
sita di ripensare la politica del Pei - non solo rilanciando la vena più
originale e autonoma della «politica di Salerno», ma cercando le stra­
de di una nuova strategia, dopo la crisi e il fallimento della via speri­
mentata a «Oriente» - quanto la crisi profonda dei rapporti con gli
intellettuali, portarono a reinterrogare anche Gramsci. La riflessione
sui perché della sconfitta della rivoluzione in Occidente faceva di
Gramsci un punto di riferimento originale, pur nella difesa della tra­
dizione teorica e politica che veniva dall’Ottobre: egli - affermava
Togliatti - «apre la via allo studio delle diverse forme che la stessa
dittatura della classe operaia assume nelle sue diverse fasi e può as­
sumere in paesi diversi. È un nuovo capitolo del leninismo che si di­
scute, quello alla cui elaborazione completa sta oggi lavorando il mo­
vimento operaio internazionale»61. Gramsci aveva indicato ipotesi
nuove di lotta per il socialismo, che dopo la drammatica impasse del­
la via sovietica riprendevano con tutta evidenza vigore. Se a ciò si ag­
giunge la pubblicazione degli scritti precarcerari, l’interesse antidog­
matico manifestato dalle nuove tendenze marxiste che sempre più si
diffondevano col ’56, nonché la fine del lungo periodo in cui la sto­
ria del movimento comunista era stata di fatto sottratta agli storici
comunisti e riservata ai dirigenti di partito, si capisce bene come l’in­
sieme di questi fattori portasse rapidamente ad archiviare del tutto
l’immagine del «grande intellettuale» interessato al «fur ewig», per
far emergere il Gramsci teorico della politica, e teorico per la prassi.
Non è dunque un caso che molti interventi direttamente politici
di Togliatti (relazioni a varie riunioni di Comitati centrali o anche a
importanti assemblee congressuali) recassero, in quel 1956, il richia­
mo all’autore dei Quaderni. Un Gramsci riletto e interrogato in stret­
to rapporto con i problemi strategici del movimento comunista, il
cui dover essere «nazionale» veniva ricollocato in un preciso pano­
rama internazionale e internazionalista; un Gramsci a cui veniva fat­
ta risalire l’origine della «via italiana al socialismo»; un Gramsci, in­
fine, che diventava anche oggetto di contesa politica, con quelle ten­
denze, interne ed esterne al Pei, che erano comunque critiche verso
la gestione togliattiana della destalinizzazione62.
L’interpretazione di Gramsci avanzata da Togliatti negli anni 1956-
195863 era costruita sul nesso tra Gramsci e il leninismo. Essere «le-
25
ninisti» significava riaffermare il legame con la tradizione bolscevica
e rivoluzionaria, riducendo il ruolo di Stalin, risalendo alle originarie
ragioni d’essere del movimento comunista. Ma anche rilanciare la
«via italiana al socialismo», cioè essere «nazionali» in modo nuovo:
riprendendo la lettura creativa del leninismo che Gramsci aveva por­
tato avanti sulla base della distinzione tra «Oriente» e «Occidente»
(guerra di posizione, egemonia, blocco storico), con una «ricogni­
zione del terreno nazionale» simile a quella che Lenin aveva condot­
to in Russia. Anzi, Togliatti faceva discendere da Lenin la convinzio­
ne che «sono possibili e necessarie diverse vie di sviluppo del movi­
mento rivoluzionario della classe operaia, in differenti situazioni sto­
riche»64. Bisognava dunque essere leninisti soprattutto nel senso di
essere capaci di tradurre - come Gramsci aveva tentato - il lenini­
smo in Italia: «Nel modo come Gramsci interpreta e rinnova la dot­
trina del marxismo rivoluzionario - affermava Togliatti - è quindi
implicita l’affermazione della necessità della avanzata verso il sociali­
smo per una via nazionale, determinata dalle condizioni storiche del
nostro paese. E questa via nazionale che egli ci ha voluto aprire»65.
Partiva da qui la prospettiva di un’elaborazione sempre più autono­
ma dei comunisti italiani, che in Gramsci aveva fondamento, che era
stata parzialmente abbandonata e che ora era necessario ricomincia­
re a praticare. Un nesso di continuità e innovazione con la tradizio­
ne comunista, che scontava però due limiti. Innanzitutto, restavano
troppo in ombra proprio le peculiarità che impedivano di rinchiu­
dere Gramsci nell’ambito di un orizzonte puramente leninista, poi­
ché egli non è «una variante» del leninismo, ma l’autore di una teo­
ria e di una strategia senza dubbio collegate storicamente a quelle
del leader bolscevico, ma anche autonomamente significative. In se­
condo luogo, insistere su Gramsci come punto di origine della «via
italiana al socialismo» voleva dire di fatto rinunciare a indicarlo co­
me possibile nuovo punto di riferimento di tutto il movimento co­
munista, quantomeno occidentale. Vi era dunque in Togliatti uno
storicismo prudente, che permetteva in Italia innovazioni teorico-
politiche di grande rilievo66, ma che al solito era attento a non acui­
re gli elementi di frizione con Mosca, a non rompere con il modello
sovietico. Tale scelta portava Togliatti persino a irrigidire il nesso
26
struttura-sovrastruttura, al fine di difendere la pretesa superiorità
della «democrazia» sovietica: se il mutamento sul piano strutturale
era avvenuto, non poteva che seguire, prima o poi, in Urss, una pie­
na liberazione anche su quello sovrastrutturale, politico67. Eppure
sulla dialetticità del rapporto struttura-sovrastruttura, sulla non uni-
direzionalità e non meccanicità del loro nesso (chiaramente indicate
da Gramsci) Togliatti aveva più volte insistito e anche qui tornava a
insistere, affermando che già nell’«Ordine Nuovo» erano «in germe
le più profonde riflessioni dei Quaderni sul rapporto reciproco tra
struttura e sovrastruttura, sulla unità di economia e di politica nel
complesso della realtà sociale»68. Una notazione ancora oggi di gran­
de importanza, se si pensa a quanto sia ricorrente - ad esempio di
fronte al fenomeno della mondializzazione - la tentazione di sottoli­
neare l’assoluta priorità dell’«economico» e del «sociale» (come, in
altri momenti, del «politico»), senza tenere sufficientemente presen­
te il fatto che la loro distinzione - ricordava Togliatti sulla scorta di
Gramsci - «è soltanto metodologica, non organica»69.
L’interpretazione che Togliatti proponeva nel 1956-’58 era in ogni
f modo un notevole passo in avanti sulla via di una lettura di «Gram­
sci secondo Gramsci», ricca di indicazioni e spunti ancora oggi vali­
di. Iniziava da qui la scoperta di un Gramsci diverso, «teorico della
politica, ma soprattutto [...] politico pratico, cioè un combattente
[...] Nella politica - sosteneva Togliatti - è da ricercarsi la unità del­
la vita di A[ntonio] G [ram sci]»70. Un filo conduttore che partiva
«dai tempi della giovinezza» e si sviluppava «sino all’arresto e anche
dopo». Un’indicazione, quest’ultima, che illumina la lettura dei Qua­
derni: Togliatti anticipava la diffusa consapevolezza che sarà più tar­
di raggiunta a questo proposito. Egli dava inizio a una nuova stagio­
ne di studi, situandola su un piano nuovo, quello costruito sulla tra­
ma della militanza politica. Nonostante le semplificazioni presenti,
un passo avanti decisivo per lasciarsi alle spalle il Gramsci dell’edi­
zione tematica, il grande intellettuale, ora filosofo, ora storico, ora
studioso della letteratura, ecc., per delineare la figura di un grande
pensatore del movimento comunista calato nel dibattito internazio­
nale, che raggiunge la propria maturità teorica nell’ambito di un pre­
ciso orizzonte e di una collocazione storicamente determinata.
27
6. L’ultimo capitolo delle letture togliattiane di Gramsci è per lo
più dedicato a una importante opera di messa a punto storiografica e
insieme teorica, che accompagna e stimola la pubblicazione delle ope­
re gramsciane o la loro riedizione71. La nuova stagione storiografica,
resa possibile dalla destalinizzazione, ha nel saggio togliattiano su La
formazione del gruppo dirigente del Partito comunista italiano nel 1923-
24 un momento fondamentale. Per la grande importanza che la tradi­
zione storica aveva avuto sia nella storia del comunismo internazio­
nale, sia in quella del Pei, tornare, in modo critico, su episodi e figu­
re di tale storia voleva dire cercare di ridefinire l’identità del partito
in senso laico, desacralizzato. Liberando la ricostruzione storica dal­
l’influenza diretta della politica e delle sue esigenze (il modulo tipico
dello stalinismo, cui anche Togliatti si era in parte assoggettato in pre­
cedenti stagioni), una vera «rivoluzione storiografica» veniva inco­
raggiata e teorizzata dallo stesso Togliatti, che scriveva: «Io ritengo
sia un grave errore, nell’esporre la storia del movimento operaio e
particolarmente del partito nel quale si milita e di cui si è stati e si è
dirigenti, sostenere e sforzarsi di dimostrare che questo partito e la
sua direzione si siano sempre mossi bene, nel migliore dei modi pos­
sibili. Si finisce, in questo modo, con la rappresentazione di una inin­
terrotta processione trionfale. Ed è una rappresentazione falsa, lonta­
na dalla realtà e da essa contraddetta [...] La linea giusta venne pro­
babilmente sempre cercata con l’animo e con la buona fede del com­
battente. Ma la soluzione giusta venne trovata [...] attraverso esitazio­
ni e dibattiti, nonché commettendo errori, seguendo talora indirizzi
non giusti o non rispondenti, in concreto, alle situazioni e ai compiti
ad esse adeguati»'2. Nel saggio che introduceva il carteggio tra Gram­
sci (da Mosca e da Vienna) e Togliatti, Scoccimarro, Terracini e Leo-
netti, nonché la pubblicazione di documenti e articoli dell’epoca, ma­
teriale in gran parte inedito, proveniente dall’Archivio Tasca e dal­
l’Archivio del Pei, Togliatti non tanto correggeva le linee interpretati­
ve dei suoi interventi precedenti su Gramsci e sui primi anni di vita
del Pcd’I, quanto integrava vuoti di conoscenza, illuminava zone
d’ombra, esplicitava elementi e valutazioni in precedenza solo accen­
nati o sottintesi, ribadiva giudizi critici, ma in modi nuovi, in forme
non demonizzanti, più equilibrate nelle analisi e nelle valutazioni.
28
Una lezione di stile, fortemente innovativa della prassi seguita fin li
dai vertici dei partiti comunisti, che aiutò il rinnovamento della sto­
riografia comunista. Al di là delle questioni di merito, restava un me­
todo storiografico che non sarebbe più stato contraddetto. Non pri­
vo di valore appare a questo proposito il fatto che saranno le colonne
di «Rinascita» a ospitare, lungo tutto il corso degli anni sessanta, do­
cumenti, lettere, analisi relative alla vicenda storica del Pei: basti ri­
cordare il caso, tra i più significativi, della pubblicazione - vivo To­
gliatti —dello scambio epistolare del 1926 sulla lotta interna al Pcus/3.
Fra i contributi «storiografici», anche per le implicazioni relative
a Gramsci (di cui viene per la prima volta messa in evidenza la cate­
goria fondamentale di «rivoluzione passiva»), è da ricordare la con­
ferenza su Le classi popolari nel Risorgimento, tenuta a Torino il 13
aprile 1962, in cui Togliatti affermava, polemizzando con Rosario
Romeo: «Il pensiero di Gramsci ci guida invece a riconoscere quale
fu la vera natura del blocco storico risorgimentale, fondamento del
nuovo Stato, risultante dalla combinazione di una volontà (della de­
stra) con una incapacità (della sinistra). In questa combinazione era
latente una collaborazione, che si attuò, alla sommità del nuovo Sta­
to, con la politica trasformista. Le due ali avevano agito entrambe,
infatti, per fare del Risorgimento una “rivoluzione passiva”, cioè una
rivoluzione senza rivoluzione, senza quel decisivo e continuo appor­
to del movimento delle masse che non consente di fermarsi e spinge
alle trasformazioni più profonde»74. Recensendo poi la citata antolo­
gia dell’«Ordine Nuovo», Togliatti tornava sul rapporto Consigli-
partito, respingendo ancora una volta la tesi della sottovalutazione
di quest’ultimo da parte del giovane Gramsci. E vero, il comunista
sardo era lontano dal ritenere «che la instaurazione del potere prole­
tario [potesse] concepirsi come una dittatura di sezioni del partito»
(che era anche una chiara presa di distanza da un certo modello sto­
ricamente prevalso in Unione Sovietica). Ma —aggiungeva subito
dopo Togliatti - per Gramsci il processo rivoluzionario «richiede
una direzione consapevole. Il partito è il “massimo agente’ di que­
sto processo. La nuova coscienza storica dei lavoratori [...] ha nella
forza politica, nella organizzazione del partito quel baluardo potente
senza il quale non potrebbe affermarsi e trionfare»77.
29
L’ultimo scritto di Togliatti dedicato a Gramsci è un breve artico­
lo pubblicato su «Paese sera» in occasione dell’uscita delle 2000 pa­
gine di Gramsci, due mesi prima della morte del dirigente comunista
a Jalta. Come si è detto all’inizio di questa introduzione, era l’occa­
sione per un bilancio anche parzialmente autocritico sul rapporto
tra il pensatore sardo e i dirigenti e gli intellettuali del suo partito, in
primo luogo Togliatti, che ne avevano interpretato l’opera in relazio­
ne alle preoccupazioni e alle esigenze derivanti dalla prassi, dalla po­
litica76. Gramsci non si esaurisce nella fondazione della «via italiana
al socialismo» - affermava Togliatti -, ha spessore tale da promuove­
re una riflessione più generale, resa urgente dalla crisi profonda che
vive il movimento comunista internazionale.
Emergeva anche il riaffiorare commosso non solo di Gramsci co­
me teorico e militante politico, ma di Gramsci come «uomo», esem­
pio drammatico di tensione tra teoria e prassi, tra limiti della perso­
na e lotta per il loro superamento. Un esempio a cui Togliatti non
aveva mai smesso di guardare con ammirazione e con reverenza.
Molti elementi interpretativi degli anni che vanno dal 1927 al 1964 -
l’arco temporale non breve a cui appartengono gli scritti qui ripro­
dotti - risentono, come è ovvio, del tempo di cui sono figli e ci ap­
paiono oggi soprattutto nella loro caducità. Altri, però, restano fon­
damentali per capire Gramsci e il suo lascito. L’indicazione della po­
litica come motore di tutta la sua ricerca; la visione dialettica del nes­
so struttura-sovrastruttura e società-Stato come centro del suo marxi­
smo; la convinzione che quello «nazionale» resti un momento diffi­
cilmente eludibile nella lotta per l’egemonia: come non vedere la
correttezza e l’utilità di tali chiavi ermeneutiche di fronte a tante in­
terpretazioni odierne, culturalistiche, neoidealistiche, «liberali», a
volte interessanti e anche prova intrinseca della grandezza di un au­
tore capace di attrarre pubblici diversi, ma pure spesso troppo di­
sinvolte nel dimenticare i contorni reali della figura e della ricerca
del pensatore sardo? Anche per questo i punti centrali della lettura
togliattiana di Gramsci possono ancora essere utili e non vanno di­
menticati.
Guido Liguori

30
N ote

I Lo stesso Togliatti curò le due prime raccolte di suoi scritti su Gramsci, uscite rispet­
tivamente nel 1949 per i tipi di Milano-sera editrice e nel 1955 da Parenti. U na rac­
colta più am pia è stata curata da Ernesto Ragionieri nel 1967 per gli Editori Riuniti,
che l ’hanno ristam pata nel 1972. Rispetto a quest’ultima, il presente volum e com ­
prende sette nuovi scritti. Cfr. su questo la N o t a a i testi.
Cfr. B ib lio g r a fia g ra m sc ia n a 1 9 2 2 -1 9 8 8 , a cura di John Cammett, Roma, Editori Riu­
niti, 1991; B ib lio g r a fia g ram sc ian a . S u p p le m e n t u p d a te d to 1 9 9 3 , a cura di Jo h n Cam ­
mett e M aria L uisa Righi, Roma, Fondazione Istituto G ram sci (edizione fuori com ­
mercio), 1995. Un aggiornamento fino all’anno 2000, di prossim a pubblicazione, fa
ammontare il totale delle voci della bibliografia delle opere su G ram sci a circa 15.000.
' H o tentato una ricostruzione della storia delle interpretazioni gramsciane in G r a m sc i
co n teso . S to r ia d i u n d ib a ttito 1 9 2 2 - 1 9 9 6 (Roma, Editori Riuniti, 1996), dove ho af­
frontato anche il tema delle letture togliattiane. N on ho potuto evitare di riproporre
qui alcune delle analisi e considerazioni già avanzate in quella sede. Su altri punti ho
invece maturato convincimenti parzialmente diversi.
4 «O ggi, quando ho percorso via via le pagine di questa antologia, attraversate da tan­
ti motivi diversi, che si intrecciano e talora si confondono, ma non si perdono mai, —
la persona di Antonio G ram sci mi è parso debba collocarsi essa stessa in una luce
più viva, che trascende la vicenda storica del nostro partito» (Paimiro Togliatti, G r a m ­
sci, u n u o m o [1964], infra, p. 308).
’ Michele Pistillo, G ram sc i-T o g lia tti. P o lem ic h e e d isse n si n e l 1 9 2 6 , Manduria-Bari-Ro-
t ma, Lacaita, 1996; G iuseppe Vacca, G r a m sc i a P o m a , T o g liatti a M o sc a , in G r a m sc i a
R o m a , T o g lia tti a M o sc a . I l carte g g io d e l 1 9 2 6 , a cura di Chiara Daniele, Torino, E i­
naudi, 1999; G iuseppe Vacca, A p p u n ta m e n ti con G r a m sc i, Roma, Carocci, 1999, so­
prattutto pp. 71 sgg.
6 Cfr. G r a m s c i a R o m a , T o g lia tti a M o sca. I l c arte g g io d e l 1 9 2 6 , cit., pp. 153 sgg.
7 Cfr. ivi, pp. 404-412 (lettera di Gram sci del 14 ottobre 1926).
8 Cfr. ivi, pp. 402-403 (biglietto allegato alla lettera del 14 ottobre).
9 Cfr. ivi, p. 413 (fonogramma di Togliatti all’Ufficio politico del P cd’I del 16 ottobre)
e pp. 414-419 (lettera di Togliatti all’Ufficio politico del P cd ’I del 18 ottobre).
10 Cfr. ivi, p. 434 (fonogramma dell’Ufficio politico a Togliatti del 26 ottobre).
II Cfr. ivi, pp. 435-439 (lettera di Gram sci del 26 ottobre).
12 Cfr. Michele Pistillo, G ram sc i-T o g lia tti. P o lem ic h e e d is s e n s i n e l 1 9 2 6 , cit., pp. 79-96;
G iuseppe Vacca, G r a m s c i a R o m a , T o g lia tti a M o sc a , cit., pp. 120-140; Michele Pisti­
lo, G r a m sc i, T o g lia tti, G r ie c o e lo s c o n tr o p o lit ic o d e l 1 9 2 6 , in «C ritica m arxista»,
2000, n. 6.
14 Cfr. Antonio G ram sci, Q u a d e r n i d e l carcere, edizione critica dell’Istituto G ram sci a
cura di Valentino Gerratana, Torino, Einaudi, 1975, Q. 4, p. 489.
14 Biagio De Giovanni, L a n o tto la d i M in e rv a , Roma, Editori Riuniti, 1989, p. 27.
15 Cfr. ad esempio, sul noto episodio della pubblicazione del referto Arcangeli da parte
delT«Hum anité», Paolo Spriano, G r a m sc i in carcere e i l p a rtito , Roma, Editori Riuni­
ti, 1977, pp. 155 sgg.; G iuseppe Vacca, A p p u n ta m e n ti con G ra m sc i, cit., pp. 79 e 117;
e più in generale sull’argomento delle cam pagne per Gramsci: Claudio Natoli, G r a m ­
s c i in carcere: le c a m p a g n e p e r la liberazio n e, i l p a rtito , l’In te rn a z io n a le (1 9 3 2 -1 9 3 3 ), in

31
«Stu d i storici», 1995, n. 2; id., L e c a m p a g n e p e r la lib e r a z io n e d i G ram sci, i l P c d 'I e
l ’In te r n a z io n a le ( 1 9 3 4 ), in «Stu di storici», 1999, n. 1.
16 Cfr. ad esem pio A ldo N atoli, I n tr o d u z io n e ad Antonio G ram sci - Tatiana Schucht,
L e tte r e 1 9 2 6 -1 9 3 5 , a cura di A ldo Natoli e Chiara Daniele, Torino, Einaudi, 1997.
17 Per la corretta ricostruzione dell’episodio cfr. Paolo Spriano, G r a m s c i in carcere , cit;
L u l t i m a ricerca d i P a o lo S p r ia n o , Roma, l’Unità, 1988; G iuseppe Fiori, G r a m s c i To­
g lia t t i S ta lin , Roma Bari, Laterza, 1991; G iuseppe Vacca, A p p u n ta m e n ti con G ram sci,
cit., pp. 78-106.
18 Cfr. il documento in Paolo Spriano, G r a m s c i in c a r c e r e ..., cit., pp. 155-156; cfr. an­
che G iuseppe Vacca, A p p u n ta m e n ti con G ra m sc i, cit., p. 120.
15 Paimiro Togliatti, A n to n io G r a m s c i u n cap o d e lla c lasse o p e ra ia [1927], infra, p. 43.
20 Ancora nel luglio 1929, al X Plenum dell’Internazionale comunista, Togliatti, Grieco
e hh Vittorio cercarono di difendere 1 insegnamento di G ram sci, ovvero la visione
non settaria e legata alla specificità nazionale, «p opolare» e non seccamente «p role­
taria», della «rivoluzione italiana», di fronte alle pressioni dellTnternazionale, capito­
lando con una dichiarazione di principi quasi a futura memoria. Disse Togliatti: « È
giusto o no porre questi problem i nelle discussioni coi compagni al centro del parti­
to? Se il Com intern dice che non è giusto, noi non li porrem o più; ognuno di noi
penserà queste cose e non ne parlerà più; si dirà soltanto che la rivoluzione antifasci­
sta sarà una rivoluzione proletaria. M a ognuno di noi penserà che non è affatto certo
che ne avremo la direzione fin dal prim o momento e penserà che potrem o conqui­
starla solo nel corso della lotta». E ancora: «abbiam o sempre detto che era compito
del nostro partito di studiare la situazione particolare dell’Italia [...] Se il Comintern
ci chiede di non farlo più, non lo faremo piu [...] ma, poiché non ci si può impedire
di pensare, serberem o queste cose per noi e ci limiteremo a fare delle affermazioni
generali. M a io affermo che questo studio deve essere fatto» (cit. in Ernesto R agio­
nieri, P a im iro T o gliatti. P e r u n a b io g r a fia p o litic a e in te lle ttu ale , Roma, Editori Riuni­
ti, 1976, p. 717). Cfr. sull episodio anche le equilibrate valutazioni di A ldo Agosti,
P a im iro T o g liatti, Torino, Utet, 1996, pp. 126-129.
21 Anche uno studioso com e A ldo N atoli, spesso eccessivam ente «so sp e tto so » verso
Togliatti e il P c d ’I, ha am m esso, parlando dei primi anni trenta, che «G ram sci, da
parte sua, dimostrò di nutrire fiducia in Sraffa, e certamente sapeva bene che questi
aveva un rapporto diretto con Togliatti» (Aldo Natoli, In tr o d u z io n e a Antonio G ram ­
sci - Tatiana Schucht, L e tte r e 1 9 2 6 -1 9 3 5 , cit., p. X X X IV ).
22 Mi sia consentito il rinvio al m io G r a m s c i co n teso , cit., pp. 10 sgg.
23 Bruno Tosin, C o n G ram sc i. R ic o r d i d i u n o d e lla «v ecch ia g u a r d ia » , Roma, Editori Riu­
niti, 1976, p. 98. Cfr. anche Athos Lisa, M em o rie. D a ll’e rg a sto lo d i S a n t o S te fa n o a lla
c a sa p e n a le di T u ri d i B a r i, Milano, Feltrinelli, 1973; e le testimonianze di Giovanni
Lai, Sandro Pertini, Angelo Scucchia e Gustavo Trombetti in G r a m s c i v ivo n e lle te ­
s tim o n ia n z e d e i s u o i c o n te m p o r a n e i, a cura di M im m a Paulesu Q uercioli, M ilano
Feltrinelli, 1977.
Cfr- su questo i citati articoli di Claudio Natoli, che mette in rilievo anche i ritardi, le
lacune e le contraddizioni dell azione per Gram sci da parte dei comunisti.
O ltre a A n t o n io G r a m s c i c ap o d e lla c la s s e o p e r a ia it a lia n a , scritto pubblicato tra il
1937 e il 1938, si fa qui riferimento a In m e m o ria d i A n to n io G ra m sc i, testo di un di­
scorso commemorativo pronunciato a M osca il 27 m aggio 1937 e li poco dopo ap ­
parso in opuscolo in lingua russa. Q u est’ultimo scritto è stato per la prim a volta se­
gnalato e pubblicato in Italia da Michele Pistillo su «C ritica m arxista», 1991, n. 6.

32
All’introduzione di Pistillo (U n d isco rso sc o n o sc iu to d i T o g lia tti s u G ra m sc i d e l 1937,
ivi) si rinvia per ulteriori informazioni e per le ipotesi di esatta datazione di tutti gli
scritti togliattiani su G ram sci del 1937-1938.
" Paimiro Togliatti, In m e m o ria d i A n to n io G r a m s c i [1937], infra, p. 55.
» Paimiro Togliatti, A n to n io G r a m s c i cap o d e lla c lasse o p e ra ia ita lia n a , infra, p. 88.
Ivi, p. 82.
Cfr. Paolo Spriano, G r a m s c i in c a r c e r e ..., cit., pp. 118-121. E Aldo Agosti, P a im ir o
T o gliatti, cit., p. 214. Cfr. anche le interessanti scoperte storiografiche e le condivisi-
bili considerazioni contenute in Michele Pistillo, G n e c o «c o r re sp o n sa b ile » d e lla le tte ­
ra d i G r a m s c i a l P e r d e l 1 9 2 6 , in «Critica m arxista», 2001, n. 1.
111 Paimiro Togliatti, A n to n io G r a m s c i capo d e lla c lasse o p e ra ia ita lia n a , infra, p. 77.
11 Ivi, p. 78. Corsivo mio.
G ram sci fa derivare questa convinzione da Lenin: «Il punto che mi pare sia da svol­
gere è questo: come secondo la filosofia della prassi (nella sua manifestazione politi­
ca) sia nella formulazione del suo fondatore, ma specialmente nella precisazione del
suo più recente grande teorico, la situazione internazionale debba essere considerata
nel suo aspetto nazionale. Realmente il rapporto nazionale è il risultato di una
combinazione “originale” unica (in un certo senso) che in questa originalità e unicità
deve essere compresa e concepita se si vuole dominarla e dirigerla. Certo lo sviluppo
è verso Finternazionalism o, ma il punto di partenza è “ nazionale ed è da questo
punto di partenza che occorre prendere le mosse. M a la prospettiva è internazionale
e non può che essere tale. O ccorre pertanto studiare esattamente la combinazione di
forze nazionali che la classe internazionale dovrà dirigere e sviluppare secondo la
prospettiva e le direttive internazionali. L a classe dirigente è tale solo se interpreterà
esattamente questa com binazione» (Antonio G ram sci, Q u a d e r n i d e l carcere, cit., Q.
14, pp. 1728-1729). Segue un riferimento diretto alla lotta tra Stalin e Trockij e al
concetto di egemonia come «quello in cui si annodano le esigenze di carattere nazio­
nale» (ivi, p. 1729).
)! Paimiro Togliatti, A n to n io G r a m s c i c ap o d e lla c la sse o p e ra ia ita lia n a , infra, p. 89.
14 Cfr. G uido Liguori, G r a n is c i c o n teso , cit., pp. 28 sgg.
>’ Cfr. Paim iro Togliatti, L a p o lit ic a d i G r a m s c i [1944], infra, p. 91 e id „ D is c o r s o su
G r a m s c i n e i g io r n i d e lla L ib e r a z io n e [1945], infra, p. 108.
16 Cfr. Paimiro Togliatti, L lin se g n a m e n to d i A n to n io G r a m sc i [1945], infra, p. 103.
37 Paimiro Togliatti, L a p o litic a d i G r a m sc i [1944], infra, p. 92.
38 Paim iro Togliatti, D isc o r so s u G r a m s c i n e i g io r n i d e lla L ib e r a z io n e [1945], infra, p.
115.
59 Paimiro Togliatti, G ram sc i, la Sa rd e g n a , l ’Ita lia [1947], infra, p. 128.
40 Cfr. Leonardo Paggi, A n to n io G r a m s c i e i l m o d e rn o p rin c ip e , Roma, Editori Riuniti,
1970, p. X III.
41 Paim iro Togliatti, D is c o r s o su G r a m s c i n e i g io r n i d e lla L ib e r a z io n e [1945], infra, p.
112.
42 Ivi, p. 111.
43 Benedetto Croce, A n t o n io G r a m s c i - L e tte r e d a l carcere, in «Q uaderni della “ Criti­
c a”», 1947, n. 8, p. 86-88.
44 cfr. Paimiro Togliatti, A n to n io G r a m s c i e d o n P e n e d e tto [1947], infra, pp. 129-130.
45 Paimiro Togliatti, L e z io n e d i m a rx ism o [1945], infra, p. 97.

33
46
«N o n vuol dire l’analisi, non vogliono dire le conclusioni di Gramsci che il fascismo,
nel periodo attuale della nostra vita nazionale, è qualcosa di sempre presente, come
pericolo e minaccia che incombe sopra di noi? Si, questa deduzione è giusta Il
proposito di tornare a una egemonia reazionaria del vecchio tipo, liquidando anche
le form e della dem ocrazia, è presente nel ceto dirigente capitalistico in misura più
larga di quanto non si creda» (Paimiro Togliatti, L a n t if a s c is m o d i A n t o n io G r a m s c i
[1952], infra, pp. 178 e 180.
47 Antonio Gram sci, A m e r ic a n ism o e fo r d ism o , prefazione e cura di Felice Platone, M i­
lano, Universale economica, 1950.
48 Felice Platone, P r e fa z io n e a ivi, p. 15. Cfr. anche l’accenno togliattiano al confronto
americanismo-fascismo in l i a n tifa sc ism o d i A n to n io G r a m s c i [1952], infra, p. 180
49 II merito di questa fondamentale rivalutazione è di Franco D e Felice, U n a ch iav e d i
le ttu ra in «A m e ric a n ism o e fo r d is m o » , in «Rinascita», 1972, n. 42. Cfr. anche id., I n ­
tro d u z io n e a Antonio G ram sci, Q u a d e rn o 2 2 . A m e r ic a n ism o e fo r d is m o , Torino E i­
naudi, 1978.
50 Paim iro Togliatti, P e r u n a g i u s t a c o m p r e n sio n e d e l p e n s ie r o d i A n t o n io L a b r io la
[1954], ora in id., L a p o litic a c u ltu rale , a cura di Luciano G ruppi, Roma, Editori Riu­
niti, 1974, p. 324.
51 Sui problem i e sugli echi riguardanti la prim a pubblicazione tanto delle L e tte r e che
dei Q u a d e r n i mi si consenta il rinvio al mio G r a m s c i c on teso, cit. Si veda pure, in L u i­
sa Mangoni, P e n sa r e i libri. L a c asa e d itrice E in a u d i d a g li a n n i tren ta a g li a n n i s e s sa n ­
ta, Torino, Bollati Boringhieri, 1999, pp. 217 e 232 sgg., l’attenzione prestata da To­
gliatti anche agli aspetti formali della pubblicazione degli scritti gramsciani, al fine di
contribuire in ogni m odo ad assicurarne il prestigio.
Cfr. le testimonianze di Alessandro N atta (C o n c lu sio n i, in E g e m o n ia, S tato , p a r tito in
G ra m sc i, Roma, Editori Riuniti, 1977, p. 274) e Cesare Luporini (In tro d u z io n e a id.,
D ia le ttic a e m a te ria lism o , Roma, Editori Riuniti, 1974, p. X X V III).
53 Corne e documentato dalla lettera che Togliatti scrisse al leader del Comintern Dimi-
trov già in data 25 aprile 1941, dove avvertiva che «i quaderni di G ram sci [...] con­
tengono materiali che posson o essere utilizzati solo dopo un’accurata elaborazione
[...] alcune parti, se fossero utilizzate nella forma in cui si trovano attualmente, p o ­
trebbero essere non utili al partito» (cit. in G iuseppe Vacca, A p p u n ta m e n ti con G r a m ­
sci, cit., pp. 130-131).
54 Valentino Gerratana, artefice dell’edizione critica, tenne sempre a riconoscere i meri­
ti dell edizione tematica dei Q u a d e rn i e mai indulse alla sua «demonizzazione». Se ne
veda ad esempio l ’equilibrato giudizio nella P re fa zio n e ad Antonio Gramsci, Q u a d e r­
n i d e l carcere, cit., p. X X X III.
55 Cfr. Paimiro Togliatti, In te rv e n to a lla C o m m issio n e c u ltu ra le n a z io n a le [1952], in id.,
L a p o litic a c u ltu rale , cit., pp. 201. sgg.
56 Cfr. L e tte r a d i P a im iro L o g lia tti a d A m b r o g io D o n in i, I s titu to G r a m s c i (R o m a , 11 d i­
c e m b re 1 9 5 4 ) , in A lbertina Vittoria, T o g lia t ti e g l i in te lle tt u a li. S t o r ia d e ll’is t it u t o
G r a m s c i n e g li a n n i C in q u a n ta e S e ssa n ta , Roma, Editori Riuniti, 1992, pp. 275-276.
Per la ricostruzione dell’intero episodio cfr. ivi, pp. 46 sgg.
57 Paimiro Togliatti, P e n sa to r e e u o m o d ’a z io n e [1949], infra, p. 143.
58 Paimiro Togliatti, L a n t ifa s c is m o d i A n to n io G r a m sc i [1952], infra, p. 177
59 Ivi, p. 178.
60 Paimiro Togliatti, S to ria c o m e p e n sie r o e co m e a z io n e [1954], infra, p. 189

34
111 Paim iro Togliatti, II le n in is m o n e l p e n s ie r o e n e l l ’a z io n e d i A . G r a m s c i (A p p u n t i)
[1958], infra, p. 233.
hl Nel corso dell’V III Congresso, ad esempio, la polemica con Antonio Giolitti investi
anche G ram sci (cfr. l’intervento di Giolitti e la replica togliattiana in V i l i C o n g re sso
d e l P a rtito c o m u n ista ita lia n o . A t t i e r is o lu z io n i, Rom a, E ditori Riuniti, 1957). Sul
piano degli studi gramsciani, tra quelli di orientamento polemico verso il togliattismo
occorre ricordare almeno il volume L a c ittà fu tu r a . S a g g i s u lla f ig u r a e i l p e n sie r o d i
A n to n io G r a m s c i , a cura di Alberto Caracciolo e G ianni Scalia, Milano, Feltrinelli,
1959 (scritti, tra gli altri, di Agazzi, Caracciolo, Guiducci, Tamburrano, Tronti).
M I tre saggi togliattiani a cui mi riferisco - A t t u a lità d e l p e n sie ro e d e ll’az io n e d i G r a m ­
s c i [1957], I l le n in ism o n e l p e n sie r o e n e ll’a z io n e d i A . G r a m s c i (A p p u n ti) [1958] e
G r a m s c i e i l le n in is m o [1958] - , scritti in occasione delle com m em orazioni per il
ventennale della morte (cfr. la N o ta a i testi), possono essere considerati come un cor­
pus unitario.
M Paimiro Togliatti, G r a m s c i e i l le n in ism o , infra, p. 261.
61 Paimiro Togliatti, A t t u a lità d e l p e n siero e d e ll’a z io n e .. . , infra, p. 209.
« Si vedano le considerazioni sul parlamentarismo in G r a m s c i e i l le n in ism o , infra, pp.
260-261.
‘'I Cfr. A ttu a lità d e l p e n sie r o e d e ll’az io n e, infra, pp. 206-207.
68 Ivi, p. 202.
''l' Paimiro Togliatti, I l le n in is m o . .., infra, p. 233.
,0 Ivi, p. 213
M Presso Einaudi, la pubblicazione degli scritti gramsciani anteriori all’arresto, iniziata
coi volumi L ’ O r d in e N u o v o ( 1 9 1 9 - 1 9 2 0 ) e S c r it t i g io v a n ili ( 1 9 1 4 - 1 9 1 8 ) , rispettiva­
mente nel 1954 e nel 1958, era proseguita nel 1960 con S o tto la M o le (1 9 1 6 - 1 9 2 0 ).
N el 1961 e nel 1962 fu pubblicato il carteggio su L a fo rm a z io n e d e l g ru p p o d irig en te
d e l P a rtito c o m u n ista ita lia n o n e l 1 9 2 3 - 1 9 2 4 , prim a presso Feltrinelli, poi in form a
ampliata presso gli Editori Riuniti. N el 1963 e nel 1964 uscivano le antologie curate
da Paolo Spriano - L ’O r d in e N u o v o (1 9 1 9 -1 9 2 0 ), presso Einaudi - e da Giansiro F er­
rata e N iccolò G allo - 2 0 0 0 p a g in e d i G r a m sc i, presso II Saggiatore. N el 1965 uscirà,
sempre da Einaudi, la nuova edizione delle L e tte r e d a l carcere, a cura di Sergio Ca-
prioglio ed E lsa Fubini, riveduta e integrata dei passi omessi nel 1947 e con l’aggiun­
ta di 119 lettere inedite (decisa e impostata ovviamente prima della morte di Togliat-
ti)- .
72 Paim iro Togliatti, L a f o r m a z io n e d e l g r u p p o d irig e n te d e l P a r tito c o m u n ista ita lia n o
n e l 1 9 2 3 -2 4 [1962], infra, pp. 280-281.
75 Cfr. «Rinascita», 1964, n. 22. Cfr. anche la breve m essa a punto togliattiana relativa
allo stesso argom ento in ivi, 1964, n. 24. Su «Rinascita» (1962, n. 9) era stato anche
pubblicato il testo dell’unico discorso parlamentare di Gram sci (tenuto il 16 maggio
1925) sul disegno di legge governativo «contro le società segrete», la cui nota intro­
duttiva, scritta da Togliatti, è qui riprodotta sotto il titolo G r a m s c i e la le g g e con tro la
m a sso n e ria .
/4 Paimiro Togliatti, L e c la ssi p o p o la r i n e l R iso rg im e n to , in «Studi storici», 1964, n. 3, p.
447.
n Paimiro Togliatti, R ile g g e n d o « L ’O rd in e N u o v o » [1964], infra, p. 303.
76 Cfr. nota 4.

35
Nota ai testi

Antonio Gramsci un capo della classe operaia (In occasione del processo di
Roma) fu pubblicato su «Lo Stato operaio», 1927, n. 8 e ripubblicato in
Paimiro Togliatti, Antonio Gramsci, a cura di Ernesto Ragionieri, Roma,
Editori Riuniti, 1967.
In memoria di Antonio Gramsci è il testo di un discorso pronunciato il 27
maggio 1937 da Togliatti a Mosca nell’ambito di una manifestazione
commemorativa del Soccorso rosso internazionale. Pubblicato in opu­
scolo, in russo, nel luglio 1937, è stato per la prima volta pubblicato in
italiano a cura di Michele Pistillo, per la traduzione di Serena Daniele,
sul n. 6, 1991, di «Critica marxista».
Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana fu pubblicato per la pri­
ma volta integralmente nel volume di diversi autori Gramsci (Parigi, Edi­
zioni di coltura, 1938). La prima parte era apparsa su «Lo Stato ope­
raio», 1937, n. 5-6. Lo scritto venne ristampato più volte nel dopoguer­
ra e incluso - col titolo 11 capo della classe operaia italiana - sia nelle due
raccolte di scritti su Gramsci curate da Togliatti stesso (Gramsci, Mila­
no, Milano sera editrice, 1949 e Gramsci, Firenze, Parenti Editore, 1953),
nonché in id., Gramsci, a cura di Ernesto Ragionieri, cit.
La politica di Gramsci apparve su «l’Unità» (edizione di Napoli) il 30 apri­
le 1944; venne ripubblicato, a cura di Luigi Cortesi, su «Belfaeor»
1975, n. 1. ’
Sulla stessa «Unità» (edizione di Napoli) del 30 aprile 1944 comparve an­
che, non firmato, LIeredità letteraria di Gramsci, anch’esso ripubblicato
a cura di Luigi Cortesi su «Belfagor», 1975, n. 1.
Lezione di marxismo venne pubblicato, non firmato, su «Rinascita» 1945
n. 3. ’
36
V»'

\ 'insegnamento di Antonio Gramsci, testo di un discorso pronunciato il 27


aprile 1945, apparve su «l’Unità» (edizione di Roma), con il titolo Lin­
segnamento di Antonio Gramsci nella commossa rievocazione di Togliatti,
il 28 aprile 1945 e venne ripubblicato, a cura di Luigi Cortesi, su «Belfa-
gor», 1975, n. 1.
11 Discorso su Gramsci nei giorni della Liberazione fu tenuto al San Carlo di
Napoli il 29 aprile 1945 e venne pubblicato (con titolo diverso) su «l’U­
nità» il 1° maggio dello stesso anno. Ripubblicato su «Rinascita» (n. 34,
29 agosto 1964) e in Gramsci, a cura di Ernesto Ragionieri, cit., limitata-
mente alla prima parte. Anche qui non si ripubblica la seconda parte del
discorso, dedicata a questioni politiche contingenti.
Gramsci, la Sardegna, l’Italia, discorso pronunciato a Cagliari il 27 aprile
1947, fu pubblicato su «l’Unità» del 29 aprile 1947 e - col titolo Anto­
nio Gramsci - su «Rinascita», nel n. 4 del 1947, e poi in tutte e tre le ci­
tate raccolte di scritti togliattiani su Gramsci, del 1949, del 1953 e del
1967.
Antonio Gramsci e don Benedetto apparve non firmato su «Rinascita», 1947,
n. 6. È stato ripubblicato in Paimiro Togliatti, La politica culturale, a cu­
ra di Luciano Gruppi, Roma, Editori Riuniti, 1974.
Pensatore e uomo di azione è il testo del discorso tenuto all’Aula magna del­
l’Università di Torino il 23 aprile 1949. Pubblicato su «1 Unità» il 1
maggio dello stesso anno (con titolo diverso), è compreso in tutte e tre
le citate raccolte di scritti togliattiani su Gramsci, del 1949, del 1953 e
del 1967.
Gramsci sardo apparve su «Il ponte», 1951, n. 9-10 e venne ristampato in
Gramsci, a cura di Ernesto Ragionieri.
L’antifascismo di Antonio Gramsci, conferenza tenuta a Bari il 23 marzo
1952, pubblicata su «Rinascita» n. 3 dello stesso anno, è compresa nella
raccolta uscita presso Parenti e in quella curata da Ragionieri.
Storia come pensiero e come azione è la recensione —pubblicata su «Rinasci­
ta» n. 11-12, del 1954 - alla raccolta di scritti gramsciani L’Ordine Nuo­
vo 1919-1920 (Torino, Einaudi, 1954). È stata ripubblicata nella raccolta
curata da Ragionieri.
Attualità del pensiero e dell’azione di Gramsci è la relazione tenuta in occa­
sione della seduta commemorativa del Comitato centrale del Pei del 17
aprile 1957. È stata pubblicata su «Rinascita», 1957, n. 5, e nella raccol­
ta curata da Ragionieri.
Il leninismo nel pensiero e nell’azione di A. Gramsci (Appunti) e Gramsci e
il leninismo sono relazioni approntate per il convegno dell’Istituto Gram­
37
sci dell’ 11-13 gennaio 1958. Pubblicate, oltre che su «Rinascita», rispet­
tivamente nei nn. 2 e 3 del 1958, negli atti del convegno stesso (Studi
gramsciani, Roma, Editori Riuniti, 1958) e nella raccolta curata da Ra­
gionieri.
ha formazione del gruppo dirigente del Partito comunista italiano nel 1923-
24, già in versione ridotta negli Annali Istituto Giangiacomo Feltrinelli
(Milano, Feltrinelli, 1961), è stato pubblicato nella forma più ampia nel
volume dallo stesso titolo pubblicato nel 1962 dagli Editori Riuniti e ri­
prodotto nella raccolta curata da Ragionieri.
Gramsci e la legge contro la massoneria è l’introduzione al testo dell’unico
discorso parlamentare di Gramsci, pubblicata (con titolo diverso) su
«Rinascita» n. 6 del 9 giugno 1962.
Rileggendo «L’Ordine Nuovo» - recensione all’antologia einaudiana del set­
timanale torinese (1919-1920), curata da Paolo Spriano e pubblicata nel
1963 - apparve su «Rinascita» n. 3, 18 gennaio 1964 e venne ripubblica­
to nella raccolta curata da Ragionieri.
Gramsci, un uomo è la recensione alle 2000 pagine di Gramsci (a cura di
Giansiro Ferrata e Niccolò Gallo, Milano, Il Saggiatore, 1964), apparsa
su «Paese sera» del 19 giugno 1964 e ripubblicata nella raccolta curata
da Ragionieri.

Di tutti i testi togliattiani è stato effettuato il riscontro sugli originali,


privilegiando - quando possibile - quelli editi da Togliatti stesso. Sono sta­
te unificate le regole redazionali, sono stati corretti i refusi e le sviste evi­
denti. Sono inoltre state aggiunte o aggiornate le note concernenti i passi
delle opere di Gramsci e di Togliatti citati, rimandando (tra parentesi qua­
dre) alle edizioni critiche più recenti. Gli stessi passi citati sono stati lieve­
mente modificati, correggendo piccoli errori oppure segnalando eventuali
difformità (per altro mai rilevanti) dagli originali. I Quaderni del carcere,
edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura di Valentino Gerratana (Tori­
no, Einaudi, 1975), sono indicati con la lettera Q., seguita dal numero del
quaderno e dal numero della pagina o delle pagine.

38
Scritti su Gramsci
Antonio Gramsci un capo della classe operaia
11927]

La storia del nostro partito è ancora da scrivere. Chi la scriverà, e


saprà cogliere, al di sopra delle particolari vicende politiche e orga­
nizzative, la grande linea della formazione storica di esso come avan­
guardia della classe operaia, dovrà dare ad Antonio Gramsci il posto
d’onore.
Si è parlato di lui, molte volte, tra di noi e da parte di avversari, co­
lile di un «intellettuale». Si è voluto dire, certamente, che le capacità
intellettuali di cui egli è dotato sono tali che lo pongono, senza contra­
sti, molto al di sopra della media degli uomini di studio e politici del
nostro tempo e del nostro paese. Capacità di analisi minuta, fredda,
obiettiva, fino al minimo dei particolari. Potere di riconoscere e mo­
strare nel particolare il segno dei caratteri generali di una situazione e
di una epoca storica. Facoltà di seguire il corso di un ragionamento
astratto senza mai perdere di vista gli elementi concreti, - le cose e gli
uomini viventi, - a cui ogni realtà si riduce. Cultura vastissima. In­
comparabile forza di espressione. Piena padronanza dei moderni me­
todi di indagine scientifica. Con tutto ciò, nessuno più di lui è lontano
da ciò che si usa chiamare un «intellettuale», dal tipo di colui il quale,
chiuso entro i libri e gli schemi della sua dottrina, ha perduto il con­
tatto con le correnti profonde della vita e della passione umana.
La dimestichezza con lui risale per me al tempo in cui egli, giova­
nissimo, dedicava ancora la maggior parte della sua attività alle ricer­
che scientifiche di filologia, in un campo che parrebbe essere tra i più
aridi e astrusi, quello della scienza dell’origine delle parole e delle lin-
41
gue. Ma fu senza dubbio parlando di questa scienza ch’egli mi comu­
nicò le prime volte quella visione della vita e del mondo che doveva
fare di lui un marxista, il piu profondo e originale dei marxisti che sia­
no nelle file del nostro movimento. Dalla parola scritta alla parola par­
lata; dalla lingua come organismo logico e artistico rigidamente defini­
to agli uomini e ai popoli che esprimono con essa i loro bisogni e le lo­
ro passioni che si succedono gli uni agli altri, legati nella continuità di
un processo storico, dominato da una sola necessità e aspirazione fon­
damentale. Il senso della storicità di tutto ciò che è reale, questa che è
l’anima della dialettica hegeliana e marxista, dava sin da allora una im­
pronta indicibilmente caratteristica, indimenticabile, al pensiero di
Gramsci. Gli si volle fare rimprovero di essere venuto al socialismo at­
traverso 1 idealismo hegeliano. Stolto rimprovero: ché questa è preci­
samente la via per cui vennero al socialismo e al materialismo storico
quei nostri maestri che si chiamano Carlo Marx e Federico Engels.
D ’altra parte legami di ragione, di passione e di sentimento profon­
do di lui, - venuto alla grande città industriale dalle campagne della
Sardegna, dove l’ingiustizia di un ordine sociale e l’attesa di un ordi­
ne nuovo si esprimono nella miseria e nell’istinto di ribellione e di
solidarietà di una popolazione oppressa di contadini e di pastori, -
l’uomo destinato a comprendere e comunicare appieno con gli op­
pressi della civiltà capitalistica, coi portatori della volontà di lotta e
di rivolta da cui il mondo moderno sarà rinnovato, con gli operai.
Comunicare con gli operai. «Parlare» con gli operai. Tra i diri­
genti più noti del nostro partito, e che non sono usciti dal proleta­
riato, ve ne sono alcuni che sanno parlare a una folla. Ma parlare
con gli operai, individualmente, semplicemente, e non come maestri
e «capi», ma come compagni e, sto per dire, come allievi, non solo
per ritrovare nel contatto con la coscienza e con la volontà dell’ope­
raio i motivi piu profondi e umani della nostra fede, non solo per
mettere alla prova in questo contatto le capacità e volontà nostre,
ma per collaborare con l ’operaio nel trovare la via ch’è aperta alla
sua classe, per saggiare l’esattezza di un indirizzo, di un orientamen­
to, di una parola d’ordine, - questo ben pochi tra di noi, questo for­
se soltanto Gramsci, di noi, lo sa fare. Ed è a questo segno soprat­
tutto che noi riconosciamo in lui un capo della classe operaia, colui
42
che sa esprimere, dare forma alle aspirazioni ai propositi ai bisogni
ili tutta la classe, colui che dal profondo della coscienza di una mas­
sa è capace di trarre in piena luce la parola che risponde esattamen­
te a ciò che la massa intiera, in quel momento, sa, può e vuole fare.
Fu questa la funzione che Gramsci esercitò nel movimento ope­
raio torinese del dopoguerra. Che cosa fu, in quel movimento, il
( lonsiglio di fabbrica? Esso fu la forma, la forma concreta e vivente,
nella quale il proletariato della più grande città industriale d Italia, il
proletariato più omogeneo come classe e politicamente più progre­
dito, poneva e risolveva il problema della propria organizzazione co­
me Stato. La rivoluzione proletaria italiana, se avesse potuto vincere,
avrebbe vinto nella forma del Consiglio di fabbrica. Questo non fu
compreso da qualcuno, anche dei migliori, ma per cui il marxismo e
la dottrina della rivoluzione erano rimasti formula e schema. Questo
non poteva essere compreso dai demagoghi, dai chiacchieroni, dai
cacadubbi, che si ubbriacavano di Soviet e non erano capaci di scor­
gere dove, tra di noi, il Soviet concretamente viveva. Questo fu com­
preso però dalla classe operaia, che da allora riconobbe in Gramsci
f un suo «capo» e si legò a lui con vincoli indissolubili.
Si è detto che Gramsci vede le masse e il problema di agitarle e or­
ganizzarle, ma non vede il problema del partito e della sua organizza­
zione. Nulla di meno vero. Nella propaganda del 1919-20 per i Con­
sigli di fabbrica si trovano, in germe prima e poi dispiegati, tutti i
principi della dottrina del partito, - non del partito-setta, non del
partito-caserma e organizzazione pseudo-militaresca ma del partito
come distaccamento organizzato della classe operaia, parte di essa,
legato ad essa in modo indissolubile, guida del proletariato in ogni
momento della sua storia. Se cosi non fosse stato, non sarebbe stato
possibile a Gramsci di esercitare una influenza decisiva nel corregge­
re il corso del partito nostro, di guidarlo a superare l’estremismo di
sinistra e la ristrettezza di criteri organizzativi, di mostrargli la via che
lo ha portato a diventare un partito di massa. Ora possiamo dirlo:
senza Gramsci, il progresso che abbiamo fatto dal 1924 in poi, non lo
avremmo fatto cosi rapidamente. Egli fu che superò le resistenze che
ancora erano in alcuni di noi, egli dette al nostro centro dirigente una
unità e una omogeneità e raccolse attorno ad esso 1intiero partito.
43
Il problema che sarebbe più interessante chiarire è forse quello
del perché, subito dopo la guerra, Gramsci non riuscì a conquistare
nel partito socialista la posizione che gli sarebbe spettata e a dare al­
la sua azione una risonanza più vasta, estesa alla classe lavoratrice di
tutto il paese e non soltanto a un ristretta avanguardia. Credo che
l’indagine di questo problema porterebbe a scoprire alcuni dei li­
neamenti piu interessanti della personalità di Gramsci, —la esigenza
di serietà, il fastidio delle forme superficiali e falsamente popolare­
sche, la impossibilità di adeguarsi al regime di leggerezza, di irre­
sponsabilità, di insincerità e di viltà politica che dominava nelle sfere
dirigenti del Partito socialista italiano. In fondo pero, e in questo è il
lato politicamente importante, la cosiddetta scarsa capacità di espan­
sione del movimento torinese non fu se non lo specchio della con­
traddizione tragica in cui si trovò stretta allora la avanguardia del
proletariato italiano, - cosciente da una parte della propria funzione
politica, ma priva degli strumenti necessari per esercitarla. Da que­
sta contraddizione doveva uscire la nostra sconfitta, ma ne usci pure
la indicazione piu chiara e completa dei compiti cui assolvemmo con
la creazione del nostro partito.
Il nemico ben sapeva, quando ci ha preso Gramsci, che cosa ci
prendeva. Ma anche la classe operaia lo sa. A Torino, nelle fabbriche
semideserte, sono certamente ancora a diecine gli operai che ricor­
dano un suo discorso, nell’assemblea socialista, nel quale erano pre­
viste con la lucidità più grande le cose che da allora ad oggi sono ac­
cadute, lo sfacelo socialista, la baldanza e la ferocia della reazione, i
militanti della classe operaia massacrati, dispersi, in prigione. Ma es­
si ricordano anche, probabilmente, la serie di articoli sul partito co­
munista con i quali «LO rdine Nuovo», nel 1920, chiuse la sua vita
come settimanale. Le qualità di serietà, di abnegazione, di sacrificio,
di eroismo, che in questi articoli erano indicate come garanzia e con­
dizione della riscossa proletaria, sono quelle di cui in questi anni la
avanguardia comunista e le masse operaie in misura sempre più va­
sta dànno prova. Da esse Antonio Gramsci attende, oggi, non solo la
sua liberazione, ma quella della classe alla cui sorte egli ha legato
quella della sua vita.

44
In memoria di Antonio Gramsci
11937]

È trascorso un mese da quando a Roma, in un letto d ospedale,


dietro le sbarre della prigione, ebbe termine la vita del compagno
Gramsci, torturato dai carcerieri fascisti.
Noi siamo qui riuniti non solo per onorare l’incancellabile memo­
ria del grande compagno e amico, capo della classe operaia italiana,
combattente votato alla causa del socialismo, straordinario intellet­
tuale marxista. Noi siamo qui riuniti anche per levare la nostra voce
contro il vergognoso, crudele, barbaro delitto commesso dal fasci­
smo, che condannò il compagno Gramsci ad una morte lenta e tor­
mentosa.
Gramsci non è morto, è stato ucciso. Ucciso dal fascismo. La clas­
se operaia, i lavoratori i combattenti della libertà e del progresso in
tutto il mondo chiedono al fascismo e a Mussolini il conto di questo
delitto. I carnefici fascisti devono rispondere, poiché essi hanno pri­
vato il proletariato internazionale e l’umanità avanzata e progressista
di uno tra i più lucidi, profondi e alti ingegni, poiché essi con raffina­
ta crudeltà hanno ucciso una splendida vita, totalmente dedicata alla
causa della liberazione dei lavoratori, alla causa della libertà e della
pace, alla causa della conquista della felicità per l’umanità intera.
Per dieci anni e mezzo quest’uomo, debole nel fisico ma forte nel­
lo spirito, è stato prigioniero del fascismo. I fascisti sapevano che
l’organismo di Gramsci, corroso dalla malattia, non avrebbe soppor­
tato la lunga carcerazione in una cella cupa, umida e soffocante. Ma,
non soddisfatti di ciò, i carcerieri usarono nei confronti di Gramsci
45
le più abbiette persecuzioni, l ’atteggiamento più insolente, le più
spregevoli angherie. Lodio di classe della borghesia reazionaria non
conosce limiti nell’ignominiósa, disumana crudeltà.
Che i lavoratori di tutto il mondo, che tutti coloro i quali manten­
nero la coscienza e la compassione umana sappiano che i fascisti len­
tamente, poco a poco, con crudele raffinatezza, uccisero il nostro
compagno. Che tutti sappiano come nel corso di lunghi anni il fasci­
smo fece tutto il possibile per privare Gramsci del sonno, che nella
sua cella, per ordine degli assassini fascisti, tre volte ogni notte irrom­
pevano i carcerieri, e non concedevano nemmeno un’ora di riposo.
Soltanto dopo una dura e continua battaglia l’infelice prigioniero
riusciva ad ottenere che gli dessero ogni tanto le medicine per soste­
nere per tempo il suo organismo straziato dalla solitudine e dalle
torture intollerabili del regime carcerario.
Mai, nemmeno una volta, egli ricevette le cure mediche. Anche
quando la malattia si acutizzava in modo particolare, nella sua cella
arrivavano non i dottori, ma gli scellerati fascisti; essi, schernendolo,
gli urlavano in faccia che lo odiavano, che entravano nella sua cella
solo per essere testimoni della sua morte.
Solo in seguito alla lotta tenace dei lavoratori e degli antifascisti
del mondo, i carcerieri fascisti furono costretti due anni fa a trasferi­
re Gramsci in ospedale.
Ma neanche in ospedale, che tutti lo sappiano, cessarono le an­
gherie verso il compagno Gramsci. La piccola corsia d ’ospedale in
cui custodivano quell’uomo ormai morente, stremato fino all’estre­
mo limite, fu trasformata in una cella con grosse inferriate alle fine­
stre. 18 carabinieri e 2 poliziotti, a turno, sorvegliavano il prigionie­
ro. Qui, isolato dal mondo intero, il compagno Gramsci soffriva, ri­
manendo immobile per settimane nella branda, e nell’ultimo perio­
do quasi in stato di incoscienza. Qui, in questo «ospedale» fascista,
non si permetteva ai medici di assisterlo, né gli fu prestato alcun soc­
corso. Dopo 1 annuncio dell’amnistia per Gramsci, continuarono co­
munque a tenerlo in stato d’arresto.
In nessun altro modo è possibile spiegare un simile atto, di un ar­
bitrio totale e palese,.se non con il fatto che gli assassini volevano
compiere fino alla fine la loro azione delittuosa. Ed essi raggiunsero
46
In Mopo. Gramsci mori ancora in mano ai fascisti, sebbene il perio-
iln di pena fosse già scaduto. Morte sospetta, avvenuta proprio nel
momento in cui per i carcerieri fascisti si profilava la liberazione del­
la loro vittima. Non morte, ma ignominioso delitto, e deve essere
vendicato.
l ino all’ultimo momento né l’inflessibile volontà, né 1 intransi­
genza nella lotta abbandonarono Gramsci. Il coraggio tenace e la
lorica fermezza con cui sopportò tutte le persecuzioni infami dei
nemici fanno di lui uno dei martiri più illustri, caduti per la causa
i Iella classe operaia, per la libertà e per la pace, per il socialismo.
I ,’odio della borghesia reazionaria non conosce limiti, il suo spiri­
lo di vendetta non conosce perdono. Uccidendo Gramsci il fascismo
esegui l’ordine degli strati piu reazionari della borghesia italiana, di
un pugno di avidi capitalisti, di vili e crudeli banchieri e latifondisti,
i quali, difendendo le loro proprietà e i loro sanguinosi profitti, con­
dannarono il popolo italiano alla povertà e alla schiavitù. Ai fini del­
la realizzazione dei loro piani di rapina, essi aspirano nuovamente
oggi a gettare i popoli di tutta Europa nel baratro della guerra impe­
li i ialista, di un nuovo sanguinoso conflitto mondiale.
Gramsci fu implacabile nemico di queste classi reazionarie, egli
tutta la vita condusse contro di esse un’aspra lotta —lotta senza il
minimo tentennamento, senza qualsivoglia compromesso, senza in­
terruzione né riposo.
II grande figlio del popolo italiano, sottoposto al giogo dello sfrut­
tamento capitalista e della maledetta eredità dei secoli passati, nac­
que in una povera famiglia di contadini nell isola di Sardegna, classi­
co paese di povertà e di miseri pastori. Qui lo spirito di rivolta do­
minava le masse, giacché la borghesia le sottoponeva, specialmente
in questa regione, ad un avido sfruttamento, simile al livello dello
sfruttamento effettuato sui popoli delle colonie. Avendo conosciuto
la povertà dei contadini sardi nei primi anni della sua vita, Gramsci
fu pervaso da un odio profondo per la società capitalista.
Sin dai primi giorni della sua infanzia, egli capi appieno come la
borghesia capitalista italiana opprimesse i contadini e gli operai ita­
liani, come essa costruisse il proprio Stato e salvaguardasse il proprio
potere, stringendo alleanza con tutti gli elementi reazionari del paese,
47
mantenendo nelle campagne le condizioni del regime feudale, costi­
tuendo un apparato di crudele persecuzione del movimento di mas­
sa, privando i lavoratori italiani delle libertà e dei diritti elementari.
Lo spietato sfruttamento e l’oppressione dei contadini erano le
principali condizioni del dominio di classe della borghesia italiana,
ed esse hanno sempre suscitato lo sdegno delle migliori menti del
paese. La grandezza politica di Gramsci consiste nell’innovazione
che egli portò alla causa della lotta dei lavoratori italiani contro il ca­
pitalismo, in cui dimostrò che il problema della liberazione dei con­
tadini italiani dalla propria secolare povertà non può essere risolto
da nessuna riforma, nessun miglioramento economico parziale: il
problema della liberazione politica ed economica dei contadini era
legato strettamente alla causa della rivoluzione proletaria socialista.
Soltanto la dittatura degli operai e dei contadini, scacciando la bor­
ghesia capitalistica dal potere statale e politico, può porre fine a qua­
lunque sfruttamento dell’uomo sull’uomo, liquidare tutti i resti della
reazione dei secoli passati e liberare definitivamente le masse popo­
lari da ogni forma di bisogno e schiavitù.
Il compagno Gramsci assimilò subito e comprese a fondo le posi­
zioni fondamentali del marxismo-leninismo; questo gli dette la pos­
sibilità di percorrere la strada giusta, di analizzare esattamente per
divulgare con successo tutti i fondamenti economici e i problemi po­
litici della rivoluzione italiana.
Partito dalla Sardegna, trascorse gli anni di studio a Torino, gros­
so centro industriale del paese, dove erano concentrate masse com­
patte di proletariato, che avrebbero avuto successivamente, durante
la guerra e negli ultimi anni, un ruolo decisivo nella lotta rivoluzio­
naria del popolo italiano contro la borghesia. Gramsci cominciò a
imparare da queste masse, continuando il profondo studio teorico
del marxismo.
Questo fu il periodo della vigilia della guerra mondiale. Si sollevò
in tutto il paese un’ondata di scioperi e lotte politiche di massa. I la­
voratori del Nord Italia, che erano riusciti a costituire una potente
organizzazione sindacale, indissero grandiosi scioperi e strapparono
alla borghesia significative concessioni. Lo sciopero dei metallurgici
torinesi, che si era prolungato per mesi, terminò con la vittoria degli
«IN
operai, che avevano mostrato i miracoli dell’organizzazione, della di­
sciplina, dell’abnegazione. Sotto l’assalto del movimento dei lavora­
tori e delle masse contadine, la borghesia fu costretta a concedere il
•otli ragio popolare. I contadini del Sud e delle isole per la prima vol­
ta furono coinvolti nella vita politica del paese. La loro indignazione
sfociava talvolta in violente esplosioni di protesta, testimonianza di
un’atmosfera rovente e presagio della tempesta in arrivo.
In questo periodo, alla scuola della classe operaia, Gramsci si per­
suase che il proletariato - una forza giovane, ardente, rivoluzionaria,
i he cresceva nelle esperienze organizzative, nella disciplina e nella fer­
mezza -, per il ruolo stesso che aveva nella produzione capitalistica, è
l'unica classe in grado di condurre le masse nella lotta contro il capita­
lismo, per il rovesciamento del regime di sfruttamento e schiavitù.
( Contemporaneamente Gramsci vide che il partito socialista e l’orga­
nizzazione sindacale si trovavano nelle mani di gente pronta a vender­
si o ad adattarsi al regime capitalista, che diventava serva della borghe­
sia ed era del tutto incapace di assolvere una funzione rivoluzionaria.
Nei primi mesi della guerra mondiale la posizione di Gramsci fu
t hiara^egli si trovava all’estrema sinistra del partito socialista. Indi­
pendentemente da ciò, egli si pose il problema di quale forma do­
vesse assumere la lotta del proletariato —e non soltanto per il mi­
glioramento delle condizioni della sua esistenza sotto il capitalismo,
ma anche per il rovesciamento del dominio economico e politico
della borghesia per la costruzione della società socialista senza classi.
Ed ecco, studiando le forme di lotta e organizzazione della classe
operaia nell’impresa capitalista, Gramsci per la prima volta elaborò i
principi direttivi di quel Consiglio di fabbrica che ebbe un grande
ruolo durante la crisi rivoluzionaria del dopoguerra, e mise la parte
più avanzata del proletariato italiano di fronte ai problemi della con­
quista del potere. Quando scoppiò la grande Rivoluzione proletaria
(l’ottobre, Gramsci fu l’unico uomo del Partito socialista italiano e
del movimento operaio italiano in grado di capire fino in fondo il si­
gnificato mondiale e storico di questa rivoluzione, e di trarre da essa
le conclusioni per organizzare e dirigere la rivoluzione in Italia.
Gramsci fu il primo studioso e divulgatore di Lenin e del lenini­
smo in Italia. Utilizzando i contatti internazionali a lui accessibili,
49
egli tradusse in italiano le opere di Lenin e i documenti fondamenta­
li del partito bolscevico del periodo della Rivoluzione d’ottobre. La
rivista pubblicata a Torino dal 1° maggio 1919 iniziò moltissimi allo
studio e alla divulgazione della Rivoluzione d’ottobre, dei suoi fini e
dei suoi insegnamenti.
Partendo dai fondamenti della Rivoluzione d’ottobre e dall’opera
di Lenin, Gramsci instillò nel movimento operaio italiano le basi del
marxismo: il concetto della dittatura del proletariato. I riformisti e i
sedicenti rivoluzionari, che guidavano il Partito socialista italiano,
non soltanto avevano dimenticato questo concetto, ma le parole stes­
se «dittatura del proletariato» furono rimosse dalle traduzioni italia­
ne delle opere di Marx ed Engels.
Formatosi sulle lezioni della Rivoluzione d’ottobre e sulle dottri­
ne di Lenin, Gramsci spiegò instancabilmente alla classe operaia che
i Soviet, come forma di organizzazione della lotta rivoluzionaria del­
la classe operaia per il potere, e come forma dell’organizzazione del­
lo Stato della dittatura del proletariato, creati dalla Rivoluzione d’ot­
tobre, possedevano un significato straordinario per la causa del pro­
letariato mondiale e per il movimento rivoluzionario in tutti i paesi.
Gramsci capi e proclamò chiaramente che il Partito socialista non
sarebbe riuscito a ricoprire il proprio ruolo di guida rivoluzionaria,
a meno che non fosse stato completamente ricostruito dalle fonda-
menta, da esso non fossero stati espulsi gli elementi centristi e rifor­
misti, non avesse ricostruito appieno i metodi del suo lavoro, per di­
ventare il partito combattente rivoluzionario della classe operaia a
tutti gli effetti.
Il più grande merito di Gramsci - quello che gli assegna un posto
speciale fra tutti gli elementi di sinistra del Partito socialista del do­
poguerra - consiste nel fatto che questo grande figlio della classe
operaia non solo assimilò le lezioni fondamentali della Rivoluzione
d’ottobre e della dialettica di Lenin, ma aiutò il proletariato italiano,
che della classe operaia era l’avanguardia, ad assimilarle, e gli inse­
gnò a metterle in atto nella vita.
Tra Gramsci e gli operai di Torino si stabili in quel periodo un’in­
dimenticabile, intima, fraterna collaborazione. Le opere di Gramsci
50
i unirono la base del movimento dei Consigli di fabbrica, e dettero
agli operai un programma chiaro e preciso.
figli divenne il loro capo, e questo determinò il ruolo d’avanguar-
din del proletariato di Torino nel movimento rivoluzionario del do­
poguerra, che esso rivesti successivamente.
Nell’agosto del 1917 scoppiò la rivolta degli operai torinesi con­
no la guerra imperialista. Gli operai rivoluzionari dettero a Gramsci
In fiducia che aveva meritato: lo misero a capo della sezione sociali-
i.1, che allora era stata decapitata dalla reazione.
Alla fine della guerra, la parola d ’ordine lanciata da Gramsci -
creazione immediata dei Consigli di fabbrica, i quali sarebbero di-
vcntati gli organi dell’unità di tutti gli operai nell’impresa e il fonda­
mento più ampio possibile della lotta per il potere e per l’affermazio­
ne della dittatura del proletariato - diventerà la parola d’ordine di
lutto il proletariato torinese e degli elementi piu avanzati della classe
operaia in tutto il paese. Il movimento dei Consigli di fabbrica si svi­
luppò rapidamente, incutendo terrore alla borghesia e aumentando
jjo spirito rivoluzionario delle masse operaie, che finalmente vedeva­
no di fronte a sé la prospettiva di una lotta concreta per il potere.
La borghesia tentò di distruggere questi Consigli con la forza. La
classe operaia rispose con uno sciopero imponente, che paralizzò
per due settimane l’attività di tutte le industrie della regione.
L’offensiva degli imprenditori era fallita. Gramsci vide che,
diffondendo il movimento dei Consigli di fabbrica in tutta Italia,
nelle condizioni di crisi rivoluzionaria in cui versava il paese, era
possibile scatenare la lotta vittoriosa del proletariato per il potere.
Gramsci si rivolse ad altri elementi di sinistra del Partito socialista,
per cercare con loro un accordo concreto sull’organizzazione e la
conduzione della lotta rivoluzionaria in tutto il paese. Le sue propo­
ste furono naturalmente respinte. Il proletariato italiano, tradito dai
suoi capi, riformisti e centristi, non era in grado di sconfiggere la
borghesia, e quest’ultima, avendo capito il pericolo che minacciava
l’intera sua esistenza, si riorganizzò rapidamente, riunì le sue forze e
passò al contrattacco. Tutti gli elementi reazionari delle classi domi­
nanti si raggrupparono intorno al fascismo, distrussero le organizza­
51
zioni operaie e imposero apertamente la propria dittatura nella for­
ma del fascismo.
Dalla fine della guerra fino a quel momento, quando l’Italia si tro­
vava in preda al caos, e irresponsabili demagoghi in seguito passati
al fascismo o fuggiti dal campo di battaglia trionfavano nel «Partito
socialista», Gramsci instancabilmente levava la propria voce indi­
cando il pericolo che minacciava la classe operaia, combattendo nel
partito per la rivoluzione politica: «La fase attuale della lotta di clas­
se in Italia è la fase che procede: o la conquista del potere politico
da parte del proletariato rivoluzionario per il passaggio a nuovi mo­
di di produzione e di distribuzione che permettano una ripresa della
produttività, o una tremenda reazione da parte della classe proprie­
taria e della casta governativa. Nessuna violenza sarà trascurata per
so§§l°8are il proletariato industriale e agricolo ad un lavoro servile.
Esse cercheranno di sconfiggere gli organi della lotta politica della
classe operaia e rinchiudere le organizzazioni sindacali nell’apparato
dello Stato borghese»1.
Cosi scriveva Gramsci nel 1920, proclamando la necessità di una
lotta accanita contro il riformismo e il centrismo, la necessità di crea­
re un partito rivoluzionario, basato sulle forme e i principi della Ter­
za Internazionale.
Nel 1921, quando fu fondato il Partito comunista d’Italia, Gram­
sci non solo era nel novero dei suoi fondatori, ma ne divenne il ca­
po, colui che mostrò al partito la strada del suo sviluppo. Con la fon­
dazione del Partito comunista, iniziò un nuovo periodo nella vita e
nell attività di Gramsci. Senza allentare mai, nemmeno per un istan­
te, la battaglia contro i centristi e i riformisti, responsabili della scon­
fitta del proletariato del dopoguerra, sempre strettamente legato ai
dirigenti dell Internazionale comunista, Gramsci con maggior forza
diresse il tiro contro il settarismo e il dottrinarismo di sinistra che
predominavano nel Partito comunista d’Italia. E in questo campo la
lotta che Gramsci si trovò a condurre fu lunga e difficile, poiché i
quadri del Partito comunista, colpiti dal fascismo, e in parte anche
per reazione alla politica di tradimento dei riformisti e dei centristi,
erano inclini a rinchiudersi, a concentrarsi nello spirito del settari­
smo e a perdere il legame con le masse.
52
hordiga, contro il quale Lenin aveva combattuto ancora nel 1920,
i i Ite ora è precipitato nel campo del trockismo controrivoluziona-
i it i, cercava allora di mantenere il partito in una condizione di impo­
tenza settaria e, imponendogli l'ideologia antimarxista, di mobilitar­
lo contro il partito bolscevico e contro la direzione del Comintern.
liti ramsci si oppose nuovamente a Bordiga, lo smascherò e nel cor­
no di una lucida battaglia ideologica e politica ottenne la sua espul-
iit me dalla direzione del partito. Nel corso di questa battaglia, Gram-
ii i, dopo aver trascorso un anno in Urss, insegnò al partito italiano a
i (11 >ire il significato storico e mondiale di Stalin, divulgò le opere e il
pensiero del grande continuatore dell’opera di Lenin, alla guida del
l’unito bolscevico.
Nel 1924, quando il fascismo fu interamente scosso dalla crisi pro­
vocata dall’assassinio di Matteotti, Gramsci indicò al partito la linea
bolscevica. Egli dimostrò agli operai la necessità di colpire al cuore
il fascismo; nel periodo della sua ultima, decisiva politica, egli sma­
scherò la debolezza e l’indecisione dei partiti borghesi antifascisti.
Quando, in segno di protesta per l’assassinio di Matteotti, i partiti
Antifascisti lasciarono il Parlamento, Gramsci, in testa alla frazione
parlamentare comunista, abbandonò a sua volta il Parlamento, rite­
nendo che le masse non avrebbero condiviso una diversa tattica del
partito. Per questo, mentre partecipava alle riunioni dell’opposizio­
ne antifascista, egli propose di dare inizio alla lotta decisiva per il ro­
vesciamento del governo di Mussolini, esortando gli operai allo scio­
pero generale e i contadini alla disobbedienza fiscale.
I democratici e i riformisti, temendo il movimento di massa più
della vittoria del fascismo, respinsero le proposte di Gramsci. Da
quel momento, nei sentimenti delle masse operaie, cominciò un de­
ciso movimento verso il Partito comunista. Gramsci non risparmiò
le sue forze nella direzione del movimento, per l’unione del partito,
dei suoi quadri giovani ed inesperti, delle sue deboli organizzazioni
con le masse operaie e contadine. E in quel periodo il Partito comu­
nista d’Italia ottenne un successo decisivo nella linea della sua tra­
sformazione in partito di massa bolscevico a tutti gli effetti. Gram­
sci prosegui fino alla fine la sua opera per l’accrescimento delle for­
ze-guida della rivoluzione italiana e indicò, nei tratti fondamentali,
53
la tattica e la strategia rivoluzionaria che il Partito comunista dove­
va adottare per realizzare una proficua alleanza fra i contadini e la
classe operaia, riunendo attorno a quest’ultima tutte le forze pro­
gressiste del paese, e per abbattere il sanguinoso regime delle cami­
cie nere.
Nel periodo in cui lavorava a questi obiettivi, egli fu arrestato.
Nel 1926 fu gettato in carcere dal fascismo. La borghesia reazionaria
vedeva in Gramsci il suo mortale nemico, e prese le misure necessa­
rie affinché egli non potesse continuare la sua opera. Essa decise di
cominciare a distruggere quella forza, soffocare quella voce, soppri­
mere la mente e il cuore di tutta l’organizzazione, di tutta la direzio­
ne dell’avanguardia rivoluzionaria della classe operaia.
Al processo di Gramsci nel 1928, il pubblico accusatore fascista,
malgrado la palese infondatezza dell’accusa portata a Gramsci dalla
polizia fascista (complotto contro la sicurezza dello Stato), dichiarò
cinicamente: «Noi dobbiamo impedire a questo cervello di pensare
per almeno vent’anni. Ecco tutto».
In carcere la vita di Gramsci continuò a trarre motivazione dalla
lotta contro il nemico di classe, ma essa assunse nuove forme. Ogni
giorno, ogni ora Gramsci combattè per non farsi sopraffare dal ne­
mico, per conservare le proprie forze per la classe operaia e il parti­
to. La sua vita in carcere fu un modello di serenità, perseveranza e
dignità di rivoluzionario.
Malato, morente, egli trovò in sé forze sufficienti per rispondere
ai carcerieri fascisti, che gli consigliavano di rivolgersi a Mussolini
con una domanda di grazia e con la promessa di sottomettersi al fa­
scismo: «Voi mi ordinate il suicido! Io non voglio uccidermi!».
Nelle camere di tortura fasciste, dove languivano migliaia tra i fi­
gli migliori del popolo italiano, si ripetevano queste parole di Gram­
sci. Passavano di bocca in bocca, mantenevano, rincuoravano, tra­
smettevano ai prigionieri il coraggio e la fede.
Fino all’ultimo giorno della sua vita Gramsci combattè come bol­
scevico, come capo del partito della rivoluzione proletaria. Gli assas­
sini fascisti ebbero ragione del suo corpo, che riuscirono a distrug­
gere. Ma vincere la sua volontà, il suo spirito di combattente rivolu­
zionario, questo non era nelle loro forze. Il grande spirito e la gran­
54
ile volontà di Gramsci vivono e vivranno d’ora innanzi nel cuore del
Partito comunista d’Italia, nel partito che creò e formò, e di cui trac­
ciò il percorso.
Con la comparsa di Gramsci, nelle file del movimento operaio
il aliano apparve una nuova forza rivoluzionaria. A differenza di tutti
>>Ii altri dirigenti del movimento socialista, qualche volta soltanto
confusi e sentimentali democratici, che disdegnavano la teoria e le
scienze, Gramsci fu marxista autentico e rigoroso, profondo e coe­
rente, che realizzò in sé gli insegnamenti di Marx ed Engels e riuscì
a rendere questi insegnamenti nella guida all’azione del partito rivo­
luzionario.
Gramsci marxista fu un fedele leninista e stalinista, perché capi e
comprese Lenin e Stalin, perché si formò alla loro scuola rivoluzio­
naria, sotto la loro guida divenne fondatore del partito, a cui trasmi­
se la propria capacità di tradurre in azione gli insegnamenti di Marx,
Lngels, Lenin e Stalin. Come ho già detto, nel movimento operaio
italiano Gramsci fu il primo bolscevico.
Gramsci fu un figlio del popolo italiano, la cui vita e storia egli
^conosceva come nessun altro. Egli amò il suo popolo, visse con lui
tutte le sue sofferenze, lo volle vedere libero e felice. Ma Gramsci fu
anche un vero internazionalista, e seppe darsi interamente e senza
riserve alla lotta di classe del proletariato di tutti i paesi, per la feli­
cità e la liberazione di tutta l’umanità sofferente.
Gramsci non smise mai di imparare dai maggiori capi del proleta­
riato e possedeva il dono dell’analisi, il talento di organizzatore e di
guida, indispensabili per un dirigente comunista. Egli possedeva la
capacità di vivere gli interessi delle masse operaie, di unirsi e lavora­
re con loro, di imparare dalle masse. Per questo egli fu non soltanto
popolare, ma amato dagli operai come un amico, come un fratello.
La sua casa era il luogo del pellegrinaggio degli operai. Moltissimi
amici giungevano dalle fabbriche e dagli stabilimenti per conversare
con lui, per condividere i problemi della loro lotta quotidiana, per
chiedergli consigli e indicazioni. Ed egli a lungo parlava con gli ope­
rai, ponendo loro domande e ascoltandoli. Dalle sue conversazioni
con loro, da questo contatto vivo con le masse operaie, egli trasse la
conoscenza dei fatti, che lo orientarono con precisione, gli dettero la
55
possibilita di verificare la giustezza delle parole d’ordine e dell’atti­
vità del partito. La sua attività direttiva politica nel partito si basò
sulla collaborazione con la classe operaia.
Ottimo marxista-leninista, Gramsci fu naturalmente un formato­
re di quadri abile ed esperto. Egli sconfisse nel Partito comunista
d’Italia la falsa teoria del rinnegato Bordiga, secondo la quale il par­
tito si sarebbe dovuto interessare alla formazione dei quadri, per cui
al buon comunista non erano necessarie, pare, altre attitudini oltre
alla capacità di adempiere alle direttive del centro. La principale
preoccupazione di Gramsci consisteva precisamente nella formazio­
ne dei compagni, nel desiderio di insegnar loro a condursi autono­
mamente nella lotta politica sulla base dei principi del leninismo,
sulla base dell’esatta conoscenza dei fatti e dei legami con la classe
operaia.
Sin dalla prima infanzia vissuta nella morsa crudele del bisogno,
il compagno Gramsci era sempre stato fisicamente debole. Ma la sua
vita fu piena, ed egli amò e capi la vita in tutti i suoi aspetti. Egli sa­
peva ridere e rallegrarsi come un bambino. L’odio che egli nutriva
per la menzogna e la violenza, per l’ipocrisia e la falsità, fece di lui il
continuatore dell’opera delle menti migliori del popolo italiano, un
audace combattente nella lotta secolare contro l’oscurantismo, con­
tro la reazione e il servilismo. Gramsci amò e comprese appieno i
bambini, seppe trovare con loro una lingua comune, seppe coinvol­
gerli con mille giochi e racconti allegri. Chiunque vedeva i suoi oc­
chi ridenti, non avrebbe dimenticato quel sorriso.
Come capo politico, come amico, come uomo, il compagno Gram­
sci fu degno di grande rispetto e di grande amore; meritatamente i
lavoratori d’Italia lo seguirono.
Il fascismo, il carceriere d’Italia Mussolini, cinico assassino di cen­
tinaia e di migliaia di proletari e rivoluzionari del nostro paese, mo­
stro al servizio della borghesia reazionaria, colui per ordine del qua­
le in Spagna i cacciabombardieri uccidono donne e bambini, strappò
Gramsci alle nostre file. Questa perdita è un grave pese, per tutti
noi, per il nostro partito, per l’Internazionale comunista. Una sven­
tura per la sua famiglia, per i suoi due figli, i quali conservavano del
padre solo un ricordo confuso, ma che già capiscono che il loro com-
56
Itilo sarà di combattere al fianco della rivoluzione proletaria non so­
lo per vendetta, ma per compiere fino alla fine quell’opera a cui il
loro padre consacrò tutta la sua vita, e cadde lottando per essa.
Noi compiremo l’opera fino alla fine. La classe operaia d’Italia e
il suo partito, il Partito comunista, adempiranno al dovere che Gram­
sci ha indicato loro.
Non si può invertire il corso della storia. I delitti della reazione
possono rallentare, ma non sono nella condizione di arrestare la mar­
cia vittoriosa del proletariato mondiale. Forse a Gramsci, morente
nella corsia dell’ospedale del carcere, negli ultimi giorni delle sue
solferenze erano giunte testimonianze sulla Spagna. Forse egli venne
a sapere che i migliori figli del popolo italiano - comunisti, socialisti,
democratici, anarchici - si erano uniti in Spagna contro il nemico
comune nelle Brigate Garibaldi, e avevano inferto al fascismo la pri­
ma sconfitta presso Guadalajara. Se questa notizia gli giunse, egli
senza dubbio avrà sorriso: i raggi della speranza avranno illuminato
la sua agonia.
La bandiera sotto cui Gramsci combattè, e che portò fino all’ulti-
*mo minuto della sua vita - la bandiera di Marx, Engels, Lenin e Sta­
lin - è invincibile.
Che viva sempre fra noi la memoria di Gramsci, la venerino gli
operai, i rivoluzionari, gli amici della libertà, della pace, del progres­
so e del socialismo in tutti i paesi.

Note

1 [Antonio Gram sci, P e r un rin n o v a m e n to d e l P a rtito s o c ia lista , in «L ’Ordine N uovo»,


8 m aggio 1920, ora in id., L ’O rd in e N u o v o 1 9 1 9 -1 9 2 0 , a cura di Valentino Gerratana
e Antonio A. Santucci, Torino, Einaudi, 1987, p. 511. L a citazione presenta nelle ul­
time righe lievi differenze rispetto al testo originale].

57
Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana
[1937-1938]

Quando Antonio Gramsci, deputato al Parlamento italiano e per­


tanto coperto da immunità garantita dalla Costituzione, imputato di
reati che egli non aveva commessi, venne trascinato davanti al Tribu­
nale speciale di Roma, nel 1928, il pubblico accusatore fascista non
si dette la pena di dimostrare che le accuse che venivano portate
contro di lui fossero fondate in linea di fatto. Nell’atto d’accusa, la
principale imputazione consisteva puramente e semplicemente nella
dimostrazione che Gramsci era il capo riconosciuto del Partito co­
munista, partito che era legale in Italia quando Gramsci fu arrestato.
Ma il pubblico accusatore fu ancora più cinico e brutale. «Per venti
anni - egli disse - dobbiamo impedire a questo cervello di funziona­
re.» Esprimendosi in questo modo, il carnefice fascista camuffato da
giudice non palesava soltanto l’ordine, ricevuto dalle autorità fasciste
e da Mussolini personalmente, di condannare Gramsci in modo tale
che significasse la sua soppressione fisica; egli lacerava tutti i veli
delle forme e finzioni giuridiche, metteva a nudo in modo brutale la
sostanza del processo, della condanna e della persecuzione che ha
spinto Gramsci alla morte: la paura e l’odio di classe implacabile
delle caste reazionarie che governano il nostro paese. Quest’odio ha
perseguitato Gramsci, dopo il processo e la condanna, inesorabil­
mente, sino alla morte. Per soddisfare quest’odio, Gramsci è stato
assassinato.
Per ordine della borghesia reazionaria italiana e di Mussolini,
Gramsci fu cacciato in una segreta, separato da tutto il mondo, egli
58
V*

che non viveva che nel contatto continuo, multiforme con gli uomi­
ni, con i lavoratori di cui conosceva a fondo l’animo e i bisogni e che
lo amavano. Per ordine della borghesia reazionaria e di Mussolini,
egli fu trascinato da un carcere all’altro, coi ferri ai polsi e carico di
calene, nei luridi vagoni cellulari dove un uomo viene sepolto vivo,
in piedi tra quattro pareti, e non può fare nessun movimento, men-
l re il vagone, agganciato ai treni merci o abbandonato in una stazio­
ne deserta, è bruciato dai raggi del sole ardente d’estate, oppure ri­
dotto a una ghiacciaia, d’inverno, sotto il vento, la pioggia, la neve.
l’er ordine di Mussolini, ogni notte, durante anni e anni, le guardie
carcerarie entravano rumorosamente due, tre volte, nella cella di
( ì ramsci per privarlo del sonno e ridurre allo stremo le sue energie
lisiche e nervose. Per ordine di Mussolini, a lui, malato, febbricitan-
te, incapace di alimentarsi in modo regolare, giacente in letto per in­
tiere settimane, veniva negata l’assistenza medica. Il «medico» invia­
lo a visitarlo gli diceva che doveva ritenersi fortunato di non essere
ancora stato soppresso e dichiarava che non credeva necessario dar­
gli assistenza perché, essendo fascista, non poteva desiderare altro
clie la sua fine. Quando la lotta del proletariato internazionale e lo
sdegno degli spiriti migliori dell’umanità imposero a Mussolini di
l rarre Gramsci dalla cella ove il suo corpo marciva e di concedergli
una assistenza medica, venne comandato un picchetto di 18 carabi­
nieri e di due poliziotti, diretti da un commissario speciale di pub­
blica sicurezza, per custodire un uomo che, dietro le grosse inferria­
te che erano state messe alla stanza povera e disadorna dell’ospeda­
le, giaceva inanimato, privo di conoscenza per giornate intiere, inca­
pace di allontanarsi dal letto senza avere chi lo sostenesse. Era chia­
ro, negli ultimi mesi, che l’organismo di Gramsci, spossato da dieci
anni di reclusione e dalle malattie, aveva bisogno di un’assistenza
speciale per poter resistere ancora. Le funzioni digestive non si com­
pivano più in modo che il corpo potesse ricevere forza e ristoro da­
gli alimenti. Aveva perduto in carcere, in conseguenza dell’uricemia
causatagli dal regime carcerario, tutti i denti. Gli attacchi di urice­
mia si moltiplicavano, minacciando il cuore. Le estremità si gonfia­
vano. La sclerosi del sistema vascolare, risultato inevitabile della pri­
vazione di aria, di luce e di movimento, faceva progressi minacciosi.

59
La respirazione si faceva difficile, ogni movimento doloroso. La vita
si trasformava lentamente, crudelmente, in agonia. I carnefici del
nostro grande compagno spiavano e seguivano quest’agonia con gioia
criminale. Ci si comportava verso di lui come se esistesse la direttiva
di lasciarlo morire, puramente e semplicemente. E tale direttiva sen­
za dubbio esisteva, perché negli ultimi mesi, mentre le sue condizio­
ni si facevano di più in più gravi, egli non fu sottoposto a nessuna
cura, a nessuno dei trattamenti di cui aveva bisogno.
Nonostante tutto questo per noi che conosciamo come Gramsci
lottasse, durante tutto il periodo del carcere, con tutte le sue forze,
per la propria vita, cosi come deve lottare ogni rivoluzionario - poi­
ché sapeva che la sua vita era preziosa, che essa era necessaria alla
classe operaia e al suo partito, - la morte di lui rimane avvolta di
un’ombra che la rende inspiegabile. Alla lunga catena delle torture è
stato aggiunto un ultimo innominabile misfatto? Chi conosce Mus­
solini e il fascismo, sa che avanzare questa ipotesi è legittimo. La
morte di Gramsci rimane inspiegabile, soprattutto per il momento
in cui è avvenuta, quando la sua pena, ridotta per diverse misure ge­
nerali di amnistia e di indulto, spirava ed egli aveva il diritto di esse­
re libero, di chiamare presso di sé amici e medici di fiducia, di ini­
ziare una cura, di essere assistito. Inspiegabile perché essa è avvenu­
ta proprio nel momento in cui certamente tutte le residue forze del
suo organismo venivano già da lui messe in azione per far fronte alla
situazione nuova che lo attendeva, per essere pronto a un nuovo pe­
riodo di attività.
Mussolini dette ai suoi sgherri l’ordine di trucidare Matteotti, nel
1924, perché l’azione energica di Matteotti nel Parlamento, facendo
presa sui sentimenti di giustizia e libertà delle masse popolari, mi­
nacciava il regime fascista in un momento particolarmente difficile.
Cosi dette l’ordine di assassinare Amendola e Gobetti, cosi fece sop­
primere in carcere Gastone Sozzi, cosi ordinò con cinismo la sop­
pressione di cento e cento altri tra i migliori figli del popolo italiano.
L’assassinio è strumento normale di governo in regime di dittatura
fascista. Ma Gramsci, questo è certo, è stato assassinato nel modo
più inumano, nel modo più barbaro, nel modo più raffinatamente
crudele. Dieci anni è durata la sua morte! La fine di Gramsci non ri­
60
vela soltanto lo «stile» di Mussolini e del fascismo; rivela lo stile del­
la grande borghesia capitalistica e delle altre caste reazionarie italia­
ne, che hanno ereditato e fatto proprio tutto ciò che vi è di sordido,
ili inumano, di crudele nei metodi di oppressione di cui il popolo
il aliano è stato per secoli e secoli vittima, che hanno fatto proprie la
perfidia e l’ipocrisia dei preti, la brutalità degli invasori stranieri, la
prepotenza dei signorotti feudali, la grettezza e l’ingordigia dei mer­
canti e degli strozzini.
Tutto ciò che il popolo italiano ha creato di grande, di geniale, nel
corso della sua storia, è stato creato in una lotta dolorosa contro gli
oppressori. Gli uomini più grandi che sono usciti dal seno del popo­
lo italiano sono stati perseguitati dalle classi dirigenti del nostro pae­
se. Perseguitato, costretto a vita esule e grama fu Dante, creatore
della lingua italiana. Arso su una pubblica piazza Giordano Bruno, il
primo pensatore italiano dei tempi moderni. Gettato a marcire in un
carcere orrendo Tommaso Campanella, sognatore di un mondo fon­
dato sull’ordine e sulla giustizia. Sottoposto alla tortura Galileo G a­
lilei, creatore della scienza moderna sperimentale. Esule e trattato
dai poliziotti della monarchia come un delinquente comune Giusep­
pe Mazzini, il primo assertore e combattente convinto dell’unità na­
zionale. Inviso, circondato di sospetti, calunniato Giuseppe Garibal­
di, l’eroe popolare del Risorgimento. Tutta la storia del nostro popo­
lo è la storia di una ribellione contro la tirannide esteriore e domesti­
ca, di una lotta continua contro l’oscurantismo e l’ipocrisia, contro
lo sfruttamento spietato e l’oppressione crudele delle masse lavora­
trici da parte delle classi possidenti. Antonio Gramsci è caduto in
questa lotta; ma la sua vita di agitatore, di propagandista, di organiz­
zatore politico, di capo della classe operaia e del Partito comunista,
non è più soltanto la protesta di una grande personalità isolata, non
compresa o staccata dalle masse. In lui il popolo italiano non ha tro­
vato soltanto l’uomo che, conoscendo a fondo la storia e le condizio­
ni di esistenza del popolo, ha espresso le aspirazioni delle masse po­
polari, ha formulato gli obiettivi di libertà, di giustizia, di emancipa­
zione sociale a cui tende la lotta secolare degli oppressi contro i loro
oppressori. Antonio Gramsci è l’uomo che ha saputo riconoscere
quali sono nella società italiana di oggi le forze di classe cui spetta
61
storicamente il compito di liberare tutta la società da ogni sorta di
oppressione e di sfruttamento. Egli non è soltanto un figlio del po­
polo e un ribelle, non è soltanto l’uomo che per la forza del suo in­
gegno, per la chiarezza e la profondità del suo pensiero politico e so­
ciale, per la vigoria dei suoi scritti supera ogni altro italiano dei tem­
pi nostri, - egli è un rivoluzionario dei tempi moderni, cresciuto alla
scuola della sola classe conseguentemente rivoluzionaria che la storia
conosca: il proletariato industriale, - profondamente appropriatosi
della più rivoluzionaria delle dottrine politiche e sociali: il marxi­
smo-leninismo. Strettamente legato alla classe operaia, combattente
infaticabile per la creazione di un partito rivoluzionario di classe del
proletariato, egli è un marxista, un leninista, un bolscevico.
Per questo la borghesia reazionaria e Mussolini lo hanno trattato
non soltanto come un nemico, ma come il più pericoloso, il più te­
mibile dei nemici. Essi non si sentivano tranquilli fino a che Gram­
sci era vivo, fino a che «il suo cervello funzionava», fino a che non
erano spente la sua mente e la sua volontà, fino a che il suo cuore
non aveva cessato di battere. L’assassinio di lui è stato compiuto con
l’intenzione precisa di privare il partito, il proletariato, il popolo del
nostro paese di una guida illuminata, energica, sicura.
Nella storia del movimento operaio italiano, nella storia della cul­
tura e del pensiero italiano, Antonio Gramsci è il primo marxista - il
primo marxista vero, integrale, conseguente. Egli è infatti il primo
che comprende a fondo l’insegnamento rivoluzionario dei fondatori
del socialismo scientifico, il primo che comprende e si appropria
delle nuove posizioni conquistate dal marxismo nello sviluppo ulte­
riore datogli da Lenin e da Stalin, il primo che sulla base di questo
insegnamento determina la funzione storica del proletariato italiano
e combatte, durante tutta la sua vita, per dare al proletariato e la co­
scienza di questa funzione e la capacità di adempierla. Gramsci è il
primo marxista d’Italia perché unisce in modo inseparabile alla teo­
ria la pratica rivoluzionaria, allo studio e alla interpretazione dei fat­
ti sociali il legame con le masse e l’attività quotidiana politica e di
organizzazione, perché egli crea e dirige il Partito comunista, perché
è un internazionalista, perché cadde tenendo alta nelle mani la ban­
diera del nostro partito e dell’Internazionale.
62
Oggi, dopo la sua morte, molti scrivono di lui e gli rendono omag­
gio che in vita lo combatterono aspramente e furono da lui aspra­
mente combattuti. Gli omaggi che si rendono alla grandezza dell’in-
gegno e dell’animo del nostro compagno e capo sono omaggi dovu-
li. Abbiamo però il dovere di dire alto e forte che Gramsci non è
■ •iato l’«intellettuale», lo «studioso», lo «scrittore», nel senso che
i|iicsti postumi elogiatori vorrebbero far credere. Prima di tutto
( i ramsci è stato ed è uomo di partito. Il problema del partito, il pro­
blema della creazione di una organizzazione rivoluzionaria della clas­
se operaia, capace di inquadrare e dirigere la lotta di tutto il proleta-
i iato e delle masse lavoratrici per la loro emancipazione, questo pro­
blema sta al centro di tutta l’attività, di tutta la vita, di tutto il pen­
siero di Antonio Gramsci.
Giovanissimo egli venne al movimento operaio, attorno al 1910,
in un momento in cui maturavano nel nostro paese gli elementi di
una profonda crisi politica. A partire dal 1900 l’industria si era svi­
luppata con un ritmo intenso, mentre, nelle pianure della Valle pa-
djpa, i progressi dell’agricoltura capitalistica intensiva avevano cam­
biato la faccia di intiere regioni. Nelle grandi città industriali del
Nord, dalla massa informe degli artigiani e dei piccoli bottegai, era
sorto un proletariato numeroso, compatto, il quale aveva creato una
fitta rete di organizzazioni politiche e sindacali di classe e imparava
a maneggiare contro la borghesia l’arma dello sciopero. Nelle pianu­
re padane, il formarsi di masse imponenti di proletariato agricolo
aveva scosso l’equilibrio dei rapporti sociali e politici tradizionali;
collo sviluppo delle grandi aziende agricole capitalistiche le «plebi
rurali» dell’Italia del nord si trasformavano in un esercito di salaria­
ti, e una fitta rete di organizzazioni di classe - leghe di braccianti,
cooperative, sezioni del partito socialista - faceva penetrare fin nelle
provinde più arretrate un nuovo spirito rivoluzionario. Combattiva,
impetuosa, insofferente di ingiustizia, aspirante a un minimo di be­
nessere economico che da secoli le era negato, animata da una con­
cezione messianica primitiva del socialismo e della rivoluzione, la
massa dei braccianti diventava la protagonista di una serie di sciope­
ri grandiosi e nel corso di essi apprendeva le virtù proletarie della
63
disciplina e della solidarietà. L’apparato dello Stato scricchiolava sot­
to questa duplice pressione di grandi masse organizzate.
Gramsci era nato in Sardegna, caratteristica regione di rapporti
economici e sociali arretrati. Figlio di contadini poveri, aveva avuto
agio di osservare la spaventosa miseria dei semiproletari agricoli e
dei pastori dell’isola che la borghesia capitalistica italiana, realizzata
l’unità nazionale, aveva considerato e trattato, al pari di tutte le re­
gioni agricole del Mezzogiorno, quasi come una colonia. La miseria
dei contadini sardi e meridionali è stata una delle condizioni dello
sviluppo industriale del Settentrione. Le risorse e ricchezze naturali
dell’isola sono state saccheggiate dai capitalisti del continente, men­
tre gli sporadici tentativi di rivolta spontanea dei contadini affamati
venivano liquidati con le armi, sotto pretesto di lotta contro il «bri­
gantaggio». Per consolidare il suo potere e particolarmente per man­
tenere in soggezione le masse rurali del Mezzogiorno e delle isole, la
borghesia capitalistica si alleava con i grandi proprietari di terre e
con la borghesia rurale parassitaria cresciuta all’ombra della grande
proprietà terriera di tipo feudale, si assumeva il compito di mante­
nere in vita e difendere quei residui di rapporti sociali e politici arre­
trati che gravavano come una palla di piombo sulla vita economica e
politica di tutto il paese. Questa particolare forma di alleanza di clas­
se tra la borghesia industriale dell’Alta Italia e le caste reazionarie
meridionali che sono la espressione di residui di rapporti precapita­
listici, ha dato una particolare impronta reazionaria alla vita politica
italiana anche nel periodo in cui le classi dirigenti furono costrette,
sotto la pressione delle masse, a riconoscere la libertà di organizza­
zione dei lavoratori, la libertà di lavoro e di sciopero, anche quando
furono costrette a concedere, alla vigilia della guerra mondiale, il
suffragio universale.
Gramsci aveva visto nei villaggi della Sardegna i contadini andare
a votare, con le tasche cucite, per impedire che i poliziotti in bor­
ghese e gli agenti dei signori vi introducessero un coltello per poter
poi far arrestare dai carabinieri i poveretti a centinaia e garantire il
trionfo del candidato del governo, - e la consapevolezza del caratte­
re reazionario della borghesia e dello Stato italiano è la base prima
di tutto il suo pensiero politico.
64
«Lo Stato italiano - egli scriveva - non ha mai neppure tentato di
mascherare la dittatura spietata della classe proprietaria. Si può dire
i he lo Statuto albertino sia servito a un solo fine preciso: a legare
fortemente le sorti della Corona alle sorti della proprietà privata...
I a Costituzione non ha creato nessun istituto che presidii almeno
lormalmente le grandi libertà dei cittadini: la libertà individuale, la
libertà di parola e di stampa, la libertà di associazione e di riunione.
Negli Stati capitalistici, che si chiamano liberali democratici, l’istitu-
m massimo di presidio delle libertà popolari è il potere giudiziario:
nello Stato italiano la giustizia non è un potere, è un ordine, è uno
strumento del potere esecutivo, è uno strumento della Corona e del-
l.i classe proprietaria [...] Il presidente del Consiglio è l’uomo di fi­
ducia della classe proprietaria; alla sua scelta collaborano le grandi
banche, i grandi industriali, i grandi proprietari terrieri, lo stato mag­
giore; egli si prepara la maggioranza parlamentare, con la frode, con
la corruzione; il suo potere è illimitato, non solo di fatto, come è in­
dubbiamente in tutti i paesi capitalistici, ma anche di diritto; il pre-
sidente del Consiglio è l’unico potere dello Stato italiano.
* «La classe dominante italiana non ha neppure avuto l’ipocrisia di
mascherare la sua dittatura; il popolo lavoratore è stato da essa consi­
derato come un popolo di razza inferiore, che si può governare senza
complimenti, come una colonia africana. Il paese è sottoposto a un
permanente regime di stato d’assedio [...] Gli agenti vengono sguin­
zagliati nelle case e nei locali di riunioni [...] la libertà individuale e
di domicilio è violata [...] i cittadini sono ammanettati, confusi coi
delinquenti comuni in carceri luride e nauseabonde, la loro integrità
lisiologica è indifesa contro la brutalità, i loro affari sono interrotti o
rovinati. Per il semplice ordine di un commissario di polizia, un loca­
le di riunione viene invaso e perquisito, una riunione viene sciolta.
l’er il semplice ordine di un prefetto un censore cancella uno scritto,
il cui contenuto non rientra affatto nelle proibizioni contemplate dai
decreti generali. Per il semplice ordine di un prefetto i dirigenti di un
sindacato vengono arrestati, si tenta di sciogliere un’associazione.»1
Il movimento socialista sorse e si sviluppò in Italia, soprattutto
nei primi tempi, come una protesta vigorosa contro questo regime
di reazione e di arbitrio, di privazione delle masse lavoratrici di ogni
65
diritto. Perciò esso ebbe un carattere largamente popolare e affluiro­
no in esso in massa gli intellettuali di origine piccolo-borghese e per­
sino gli elementi radicali della borghesia, che soffrivano dell’arretra­
tezza economica e politica del paese e insorgevano contro di essa. Il
compito dei capi socialisti avrebbe dovuto consistere nel dare alla
classe operaia la direzione di questo largo movimento popolare, nel
guidare la classe operaia, attraverso una lotta conseguente contro la
reazione e per le libertà democratiche, ad affermare la propria ege­
monia politica e a dirigere tutte le masse oppresse e sfruttate, a cac­
ciare dal potere la borghesia capitalistica e le caste reazionarie ad es­
sa alleate. I capi socialisti fallirono a questo compito; fallirono anche
i migliori, quelli che erano piu legati con le masse di cui sentivano le
sofferenze e le aspirazioni, e che piu odiavano la borghesia. Non
avendo compreso la sostanza delle dottrine marxiste, costoro non
riuscirono mai ad andare più in là di un rivoluzionarismo sentimen­
tale e di una «intransigenza» verbale, mentre i capi del tipo di Tura­
ti, staccatisi dal marxismo per finire nel pantano del revisionismo e
della democrazia piccolo-borghese, cercavano di incatenare il movi­
mento proletario al carro dello Stato capitalistico, favorivano il pia­
no degli uomini di Stato liberali che consisteva nel corrompere una
parte dei quadri del movimento socialista per spezzare col loro aiuto
lo slancio rivoluzionario delle masse operaie e contadine, diventava­
no in seno alle organizzazioni proletarie il veicolo e gli agenti diretti
deH’influenza borghese. Carlo Marx - secondo l’espressione di Gio-
litti - veniva «messo in soffitta». La gioventù studiosa, delusa, si stac­
cava dal socialismo di cui i filosofi borghesi proclamavano con pom­
pa il fallimento e incominciava a passare nel campo delle prime or­
ganizzazioni reazionarie nazionaliste e semifasciste, create già prima
della guerra dai gruppi più reazionari della grande borghesia per
avere un appoggio ad una politica di espansione imperialistica, di
brigantaggio e di rapina.
In polemica contro i Turati, i Treves e gli altri santoni del sociali­
smo riformista, Gramsci ebbe occasione più volte di esprimere il suo
sdegno per l’opera di corruzione ideologica svolta da questi capi.
«Il nullismo opportunista e riformista - egli scriveva - che ha do­
minato il Partito socialista italiano per decine e decine di anni, e og-
66
ni irride con lo scetticismo beffardo della senilità agli sforzi della
nuova generazione e al tumulto di passioni suscitate dalla Rivoluzio­
ne bolscevica, dovrebbe fare un piccolo esame di coscienza sulle sue
responsabilità e la sua incapacità a studiare, a comprendere e a svol­
gere un’azione educativa. Noi giovani dobbiamo rinnegare questi
uomini del passato, dobbiamo disprezzare questi uomini del passa­
to: quale legame esiste tra noi e loro? Cosa hanno creato, cosa ci
hanno consegnato da tramandare? Quale ricordo di amore e di gra­
titudine per averci aperto e illuminato la via della ricerca e dello stu­
dio, per aver creato le condizioni di un nostro progresso, di un no­
stro balzo in avanti? Tutto abbiamo dovuto fare da noi, con le no­
stre forze e con la nostra pazienza: la generazione socialista italiana
attuale è figlia di se stessa; non ha il diritto di irridere ai suoi errori e
ai suoi sforzi chi non ha lavorato, chi non ha prodotto, chi non le
può lasciare nessun’altra eredità che non sia una mediocre raccolta
rii mediocri articolucci da giornale quotidiano.»2
La necessaria opera di restaurazione del marxismo nel nostro pae­
se, Gramsci potè iniziarla e compierla, prima di tutto, grazie al lega-
i me stretto, inscindibile che si stabili tra lui e la classe operaia
quand’egli venne dalla Sardegna a Torino, nel 1911. A Torino, il gio­
vane sovversivo sardo andò alla scuola di un proletariato giovane,
intelligente, fortemente concentrato, rivoluzionario, il quale già pri­
ma della guerra, nel corso dei grandi scioperi metallurgici, aveva da­
to prove meravigliose di organizzazione, di combattività e disciplina,
e già allora appariva a tutto il paese come la parte piu avanzata e co­
sciente della classe operaia.
«Sino alla rivoluzione borghese, la quale creò in Italia l’attuale or­
dine borghese, Torino era la capitale di un piccolo Stato, che com­
prendeva il Piemonte, la Liguria, la Sardegna. A quel tempo regna­
vano in Torino la piccola industria, la produzione domestica e il com­
mercio. Quando l ’Italia diventò un regno unito con Roma capitale,
Torino parve in pericolo di perdere l’importanza che aveva prima.
Ma la città superò rapidamente la crisi economica, la sua popolazio­
ne si raddoppiò ed essa divenne una delle più grandi città industria­
li d’Italia. Si può dire che l’Italia ha tre capitali: Roma, centro ammi­
nistrativo dello Stato borghese; Milano, ganglio centrale della vita
67
commerciale e finanziaria del paese (tutte le banche, gli uffici e gli
istituti finanziari sono stati concentrati a Milano); e infine Torino,
centro della industria, dove la produzione industriale ha trovato il
più alto sviluppo. Col trasporto della capitale a Roma, tutta la media
e piccola borghesia intellettuale, che dava una impronta determinata
alla esteriorità del nuovo Stato borghese, abbandonò Torino. Ma lo
sviluppo della grande industria attrasse a Torino il fiore della classe
operaia italiana. Il processo di formazione di questa città è dunque
estremamente interessante per la storia d ’Italia e della rivoluzione
proletaria italiana. Il proletariato torinese divenne in questo modo il
capo della vita spirituale delle masse operaie italiane, le quali sono
legate alla città con tutti i legami possibili: origine, famiglia, tradizio­
ne, storia, ed anche con legami spirituali (ogni operaio italiano desi­
dera ardentemente di andare a lavorare a Torino)»3.
Il legame di Antonio Gramsci con gli operai di Torino non fu sol­
tanto un legame politico, ma un legame personale, fisico, diretto e
multiforme. Schieratosi all’ala sinistra del movimento socialista, po­
chi mesi dopo lo scoppio della guerra, nel 1915, chiamato a dirigere
il giornale della sezione socialista torinese, Gramsci occupò presto
nel movimento rivoluzionario torinese un posto a parte. Per i rifor­
misti, nelle mani dei quali si trovava, anche in Torino, una grande
parte dei posti di direzione delle organizzazioni proletarie, la massa
operaia era soltanto un punto di appoggio per la politica di collabo-
razione con la borghesia che essi conducevano anche durante la guer­
ra. I rivoluzionari, che a Torino erano la maggioranza nella sezione
del partito, lottavano si contro i riformisti, avevano preso una giusta
posizione sul problema dei comitati di mobilitazione industriale, ri­
fiutando l’adesione ad essi delle organizzazioni operaie, ma non riu­
scivano a fare una politica diversa da quella della direzione del parti­
to. La politica della direzione del partito era una politica centrista;
essa si riassumeva nella formula famigerata: «non aderire alla guerra
e non sabotarla», formula che, nei confronti delle masse, salvava le
apparenze, mentre consentiva ai riformisti tutte le porcherie colla-
borazionistiche e socialpatriottiche di cui essi erano capaci. In que­
sta situazione Gramsci si sforzava, prima di tutto, di imparare dalle
masse. Nel contatto con le masse egli cercava gli elementi per la so­
68
luzione dei problemi sociali e politici che la guerra e il dopoguerra
ilovevano porre davanti al popolo italiano.
Nell’operaio della grande industria moderna concentrata, egli ve­
deva la forza capace di risolvere tutti i problemi della società italia­
na, «il protagonista della storia dell’Italia moderna». In questo mo­
llo egli respingeva tutte le posizioni reazionarie dei democratici bor­
ghesi, i quali, partendo dalla constatazione «della particolare strut­
tura dell’Italia come paese di contadini» e basandosi sulla situazione
fatta nello Stato italiano alle masse contadine meridionali e delle iso­
le, contrapponevano queste masse contadine alla classe operaia, fa­
cevano del «problema del Mezzogiorno» un problema separato dal
problema generale della rivoluzione proletaria e socialista, e fomen­
tando la gelosia e il sospetto dei contadini contro gli operai e contro
le loro organizzazioni, creando una scissione tra il proletariato e le
masse contadine rendevano alla borghesia reazionaria il migliore dei
servizi. Ma in qual modo la classe operaia riuscirà a esercitare la sua
funzione storica? Attorno a questo problema la mente di Gramsci
lavora già prima della guerra e durante la guerra. Egli comprende
che dalla guerra uscirà lo sfacelo della società italiana, perché le gran­
di masse lavoratrici, risvegliatesi ed entrate impetuosamente nella vi­
ta politica, chiederanno imperiosamente la soddisfazione dei loro bi­
sogni, e l’apparato tradizionale di governo della borghesia non resi­
sterà a questa spinta. Il proletariato deve riuscire a creare un nuovo
apparato di governo della società e questo apparato non può essere
fornito né dai sindacati né dalle altre organizzazioni operaie già esi­
stenti. Occorre una organizzazione nuova, nella quale si incarni la
volontà e la capacità del proletariato di prendere il potere, di orga­
nizzare un nuovo Stato, una nuova società.
È in questo ordine di idee che l’attenzione di Gramsci si dirige
verso la fabbrica, verso le forme che la lotta di classe prende sul luo­
go di lavoro, verso le nuove organizzazioni che già durante la guerra
gli operai creano nelle fabbriche e che si distinguono dai sindacati
perché hanno la capacità di condurre una lotta piu vasta della sem­
plice lotta salariale. È allora che egli moltiplica i suoi contatti diretti
con gli operai, coi quali parla, discute per giornate e notti intiere, fa­
cendosi raccontare anche i piu piccoli episodi della vita di fabbrica,
69
animato dalla volontà di scoprire le forme nuove nelle quali si mani­
festa sul luogo stesso del lavoro, nel momento in cui matura la più
grave crisi che l’Italia abbia attraversato, la spinta degli operai a una
lotta per il potere. E allora che egli incomincia a diventare il più po­
polare e il più amato dei capi socialisti di Torino. Si avvicinano a lui
i giovani. Si avvicinano a lui gli operai più intelligenti e attivi non so­
lo tra i socialisti, ma tra gli anarchici, tra i cattolici. La stanza dove
egli lavora, nella sede delle organizzazioni operaie cittadine, la soffit­
ta dove egli abita, incominciano a diventare la mèta di un pellegri­
naggio ininterrotto. Si parla di lui nelle fabbriche come di un nuovo
capo. E in realtà, nel movimento operaio italiano, è apparso, da quel
momento, un capo nuovo, - il capo che sa imparare dalle masse, che
elabora, a contatto diretto con le masse, l’esperienza politica rivolu­
zionaria della classe operaia.
La spinta decisiva alla formazione del suo pensiero e allo sviluppo
della sua azione rivoluzionaria viene a Gramsci, in questo momento,
dalla rivoluzione russa, dall’esempio del bolscevismo e di Lenin.
Verso la rivoluzione russa, verso il bolscevismo e verso Lenin si
orientarono rapidamente, per uno slancio spontaneo di intuizione
proletaria e rivoluzionaria, le masse proletarie torinesi e tutti gli ele­
menti rivoluzionari della classe operaia italiana.
«La notizia della rivoluzione russa di marzo venne accolta a Tori­
no - ha scritto Gramsci - con gioia indescrivibile. Gli operai piange­
vano di commozione quando appresero che il regime dello zar era
stato abbattuto dalla forza degli operai di Pietrogrado. Essi non si
lasciarono però abbagliare dalla fraseologia demagogica di Kerenski
e dei menscevichi. Quando, nel luglio 1917, la missione militare in­
viata nell’Europa occidentale dal Soviet di Pietrogrado giunse a To­
rino, i membri di essa, Smirnov e Goldenberg, i quali parlarono a
una folla di 25.000 persone, vennero accolti da grida assordanti di
“Viva il compagno Lenin! Viva i bolscevichi! ”.
«Goldenberg non era particolarmente edificato di questo saluto:
egli non riusciva a comprendere in qual modo il compagno Lenin
avesse conquistato una tale popolarità tra gli operai di Torino. Né si
deve dimenticare che questa manifestazione ebbe luogo dopo che
era stata soffocata l’insurrezione di luglio a Pietrogrado, mentre i
70
giornali borghesi riboccavano di articoli pieni di attacchi furibondi
contro Lenin e contro i bolscevichi, i quali venivano designati come
banditi, intriganti, agenti e spie deU’imperialismo tedesco.
«Dall’inizio della guerra italiana (24 maggio 1915) sino ai giorni
della manifestazione di cui ci stiamo occupando, il proletariato tori­
nese non aveva tenuto alcuna riunione di massa. La grandiosa mani­
festazione organizzata in onore del Soviet dei deputati operai di Pie-
l rogrado apri un nuovo periodo del movimento delle masse. Era ap­
pena passato un mese che gli operai di Torino insorsero con le armi
alla mano contro l’imperialismo e il militarismo italiano. La insurre­
zione ebbe inizio il 23 agosto 1917. Per cinque giorni combatterono
gli operai nelle strade e sulle piazze della città. Gli insorti, che ave­
vano fucili, bombe a mano e mitragliatrici, giunsero ad occupare al­
cuni settori della città. Da tre a quattro volte essi tentarono di impa­
dronirsi del centro, dove avevano la loro sede le istituzioni cittadine
e il comando militare, ma due anni di guerra e di reazione avevano
distrutto la organizzazione del proletariato che prima era si forte.
Gli operai, i quali erano armati dieci volte peggio dei loro avversari,
furono battuti. Invano avevano sperato nell’appoggio dei soldati: i
soldati si lasciarono trarre in inganno dalla insinuazione che la rivol­
ta fosse stata provocata dai tedeschi.
«L a folla innalzò grandi barricate, scavò bocche di lupo, circondò
i quartieri che essa occupava con siepi di filo spinato percorse dalla
corrente elettrica e respinse per cinque giornate tutti gli attacchi del­
le truppe e della polizia. Piu di 500 operai caddero nella lotta; più di
duemila furono feriti gravemente. Dopo la sconfitta, i migliori ele­
menti della classe operaia vennero arrestati e cacciati da Torino. Alla
fine della sommossa, il movimento aveva perduto di intensità rivolu­
zionaria, ma le masse rimanevano come prima orientate verso il co­
muniSmo.»4
Subito dopo l’insurrezione dell’agosto, Gramsci fu eletto segreta­
rio della sezione torinese del partito socialista. Era il primo ricono­
scimento aperto della sua funzione di capo del proletariato della città
più rossa d’Italia. Era il riconoscimento della parte che egli aveva
avuto nel preparare gli operai torinesi a comprendere la rivoluzione
russa, a comprendere e ad amare i suoi capi, Lenin e Stalin.
71
Sin dall’epoca dei convegni di Zimmerwald e di Kienthal, una del­
le maggiori preoccupazioni di Gramsci era stata quella di riuscire a
conoscere e a prendere contatto con le correnti rivoluzionarie del
movimento operaio internazionale e in primo luogo col bolscevismo.
Non era facile assolvere questo compito, nell’Europa del periodo
della guerra, quando le frontiere erano barriere quasi insormontabi­
li. Si accumulavano sul tavolo di Gramsci le pubblicazioni sovversive
illegali, venute da tutte le parti del mondo e redatte in tutte le lingue
del mondo. Gli scritti di Lenin, i documenti del partito bolscevico
venivano cercati, attesi con ansia, tradotti, letti e discussi collettiva­
mente, spiegati, fatti circolare nelle fabbriche. Gramsci era l’anima
di questo lavoro. Dagli scritti di Lenin scaturiva una parola nuova, la
parola che gli operai d ’Italia attendevano e che doveva guidarli nelle
loro lotte grandiose del dopoguerra. La dottrina marxista, liberata
dalle scorie sotto le quali gli opportunisti avevano sotterrato la sua
sostanza rivoluzionaria, riappariva nella sua luce vera, come dottrina
della rivoluzione proletaria e della dittatura del proletariato. I nuovi
sviluppi che il marxismo riceveva nelle opere e nell’azione di Lenin,
l’esperienza del bolscevismo e della rivoluzione russa aprivano da­
vanti agli operai italiani una concreta prospettiva di soluzione dei
problemi che alla fine della guerra stavano davanti a loro.
Gramsci fu il primo che comprese, in Italia, il valore internazio­
nale dell’insegnamento di Lenin, il valore internazionale del bolsce­
vismo e della grande Rivoluzione socialista d’ottobre.
«La rivoluzione russa - egli scriveva nel 1919 - ha rivelato un’ari­
stocrazia di statisti che nessun’altra nazione possiede. Sono un paio
di migliaia di uomini che tutta la vita hanno dedicato allo studio spe­
rimentale delle scienze politiche ed economiche, che durante decine
di anni d’esilio hanno analizzato e sviscerato tutti i problemi della ri­
voluzione, che nella lotta, nel duello impari contro la potenza dello
zarismo, si sono temprati un carattere d’acciaio, che vivendo a con­
tatto con tutte le forme della civiltà capitalistica di Europa, d ’Asia,
d’America, hanno acquistato una coscienza di responsabilità esatta e
precisa, fredda e tagliente come la spada dei conquistatori d’imperi.
«I comunisti russi sono un ceto dirigente di primo ordine. Lenin
si è rivelato il più grande statista dell’Europa contemporanea: l’uo-
72
ino che sprigiona il prestigio, che infiamma e disciplina i popoli; l’uo­
mo che riesce a dominare tutte le energie sociali del mondo che pos­
sono essere rivolte a benefizio della rivoluzione; che tiene in iscacco
e batte i più raffinati e volpini statisti della borghesia [...]
«La rivoluzione è tale [...] quando si incarna in un tipo di Stato,
quando diventa un sistema organizzato di potere [...] La rivoluzione
proletaria è tale quando dà vita a uno Stato tipicamente proletario,
che svolge le sue funzioni essenziali come emanazione della vita e
della potenza proletaria.
«I bolscevichi hanno dato forma statale alle esperienze storiche e
sociali del proletariato russo, che sono le esperienze della classe ope­
raia internazionale [...] Lo Stato dei Soviet è diventato lo Stato di
tutto il popolo russo e ciò hanno ottenuto la tenace perseveranza del
Partito comunista, la fede e la lealtà entusiastiche degli operai, l’assi­
dua e incessante opera di propaganda, di rischiaramento, di educa­
zione compiuta dagli uomini del comunismo russo, condotti dalla
volontà chiara e rettilinea del maestro di tutti, Lenin. Il Soviet si è di­
mostrato immortale come forma di società organizzata che aderisce
ai multiformi bisogni della grande massa del popolo russo, che incar­
na e soddisfa le aspirazioni e le speranze di tutti gli oppressi del mon­
do [...] Lo Stato dei Soviet dimostra di essere il primo nucleo di una
società nuova [...] La storia è dunque in Russia, la vita è dunque in
Russia, solo nel regime dei Consigli trovano la loro adeguata soluzio­
ne tutti i problemi di vita o di morte che incombono sul mondo.»5
Istruito dall’esperienza della rivoluzione russa, Antonio Gramsci
per primo restaurava nel movimento socialista italiano e popolariz-
zava tra le masse il concetto di dittatura del proletariato, come ele­
mento essenziale del marxismo.
Nella prima edizione in lingua italiana degli scritti di Carlo Marx
persino le parole «dittatura del proletariato» erano scomparse. Nella
Critica del Programma di Gotha, il traduttore riformista si era dato la
cura di sostituire a queste parole l’espressione innocua di «lotta di
classe del proletariato»! Antonio Labriola, profondo conoscitore e
volgarizzatore del pensiero di Marx, aveva parlato di dittatura del
proletariato come del «governo educativo della società» dopo la con­
quista del potere da parte della classe operaia. Ma Antonio Labriola
non era stato in grado di comprendere e spiegare che cosa signifi­
casse concretamente questa espressione, tanto in generale quanto in
concreto, nella società italiana e per gli operai italiani. Il termine
«dittatura del proletariato» rimaneva in lui un confuso termine di fi­
losofia politica. Più tardi, i «teorici» del sindacalismo chiamavano
«dittatura proletaria» le violenze che essi esercitavano contro le sedi
dei sindacati riformisti, per costringere le organizzazioni sindacali a
fare degli scioperi a ripetizione, senza preparazione e senza prospet­
tive di successo. Dopo la vittoria della Rivoluzione d’ottobre, il Par­
tito socialista iscrisse la dittatura del proletariato nel suo program­
ma; ma in seno al partito, mentre Turati proclamava che i Soviet sta­
vano alla repubblica parlamentare come l’orda sta alla città, gli ele­
menti che si dicevano rivoluzionari erano incapaci di comprendere
in che cosa consistesse il compito di lottare, in modo concreto, per
l’instaurazione della dittatura del proletariato.
«La formula “dittatura del proletariato”, - scriveva Gramsci pren­
dendo posizione tanto contro gli opportunisti alla Turati quanto con­
tro il rivoluzionarismo verbale dei centristi alla Serrati e delle scim­
mie urlatrici alla Bombacci, - deve finire di essere solo una formula,
un’occasione per sfoggiare fraseologia rivoluzionaria. Chi vuole il fi­
ne, deve anche volere i mezzi. La dittatura del proletariato è l’instau­
razione di un nuovo Stato, dello Stato proletario [...] Questo Stato
non si improvvisa: i comunisti bolscevichi russi per otto mesi lavora­
rono a diffondere la parola d’ordine: Tutto il potere ai Soviet, e i So­
viet erano noti agli operai russi fin dal 1905.1 comunisti italiani devo­
no far tesoro dell’esperienza russa ed economizzare tempo e lavoro.»6
Forte degli studi da lui precedentemente fatti sulle forme di orga­
nizzazione della classe operaia e della lotta di classe nella fabbrica,
egli legava in modo diretto il problema della lotta per la dittatura
proletaria al problema della creazione di una organizzazione operaia
di nuovo tipo, nella quale si incarnasse la lotta degli operai per il po­
tere e che potesse diventare la base dello Stato proletario.
«Esiste in Italia - egli chiedeva -, come istituzione della classe
operaia, qualcosa che possa essere paragonato al Soviet, che parteci­
pi della sua natura? qualcosa che ci autorizzi ad affermare: il Soviet
è una forma universale, non è un istituto russo, solamente russo; il
74
Soviet è la forma in cui, dappertutto, dove esistono proletari in lotta
per conquistare l’autonomia industriale, la classe operaia manifesta
questa volontà di emanciparsi; il Soviet è la forma di autogoverno
delle masse operaie? Esiste un germe, una velleità, una timidezza di
governo dei Soviet in Italia, a Torino?»
E rispondeva:
«Si, esiste in Italia, a Torino, un germe di governo operaio, un
germe di Soviet: è la commissione interna di fabbrica»7.
La Commissione interna di fabbrica era sorta durante la guerra
per iniziativa dei sindacati per la difesa degli operai davanti all’im-
prenditore. Staccatasi presto dal controllo diretto dei sindacati, essa
si veniva sviluppando come organismo autonomo, eletto da tutta la
maestranza e rappresentante di tutta la massa operaia di fronte al
padrone. La trasformazione veniva accelerata dalle condizioni gene­
rali davanti a cui la crisi del dopoguerra poneva la classe operaia, sti­
molando in essa la coscienza della necessità della lotta per il potere.
Dalle commissioni interne sorgeva in Torino il movimento dei Con­
sigli di fabbrica, movimento di tipo sovietico, che minacciava la so­
cietà borghese e il potere della borghesia nelle sue basi, sul luogo
stesso della produzione.
Gramsci fu il capo del movimento dei Consigli di fabbrica. Il gior­
nale da lui fondato il 1° di maggio del 1919, «L’Ordine Nuovo», fu
l’organo di questo movimento.
Pochi dei vecchi capi socialisti compresero il movimento dei Con­
sigli di fabbrica. Si accusò Gramsci, perché egli si sforzava di con­
centrare l’attenzione degli operai non più sugli intrighi parlamentari,
ma sui problemi della produzione e della fabbrica, di essere un sin­
dacalista. Tutta la polemica di Gramsci era invece diretta contro il
sindacalismo, e tendeva a dimostrare che i sindacati di mestiere non
sono gli organi di cui la classe operaia si possa servire per organizza­
re la lotta per il potere e costruire il proprio Stato. Lo si accusò di
eludere, facendo dei Consigli di fabbrica l’asse della lotta per il po­
tere, il problema del partito e della sua funzione dirigente. In realtà,
Gramsci comprendeva molto bene sin dal 1917 che il Partito sociali­
sta italiano, nel quale spadroneggiavano i riformisti, i centristi e i de­
magoghi impotenti, non era in grado di dirigere la lotta del proleta­
75
riato italiano per il potere. Egli comprendeva in pari tempo che, nel­
la situazione italiana del dopoguerra, la lotta per il potere non pote­
va essere rinviata se non si voleva aprire la strada alla reazione terri­
bile della borghesia.
«La fase attuale della lotta di classe in Italia - scriveva egli - è la
fase che precede: o la conquista del potere politico da parte del pro­
letariato rivoluzionario per il passaggio a nuovi modi di produzione
e di distribuzione che permettano una ripresa della produttività, o
una tremenda reazione da parte della classe proprietaria e della ca­
sta governativa. Nessuna violenza sarà trascurata per soggiogare il
proletariato industriale e agricolo a un lavoro servile.»8
Bisognava fare in fretta. Il problema del «tempo» diventava essen­
ziale. E per fare in fretta occorreva non «rinviare» la lotta per il pote­
re a una fase ulteriore, e intanto provvedere all’organizzazione di un
nuovo partito rivoluzionario; ma occorreva risolvere nello stesso tem­
po il problema del partito, cioè della direzione politica di tutto il mo­
vimento da parte dell’avanguardia del proletariato, e il problema del­
la organizzazione delle più vaste masse operaie e lavoratrici in forme
adeguate alla lotta per la presa del potere. L’energia rivoluzionaria
che si sprigionava dalle masse durante la crisi del dopoguerra era tale
che avrebbe potuto permettere di risolvere insieme questi due pro­
blemi. Gramsci stesso riconobbe, in seguito, che alcune delle formu­
lazioni da lui date al suo pensiero nel 1919 e nel 1920 difettavano di
precisione, ma la sostanza è che sin dal primo momento la creazione
e lo sviluppo dei Consigli di fabbrica venivano da lui collegati con la
creazione e con lo sviluppo di una rete di organizzazioni politiche,
cioè di «gruppi comunisti» capaci in pari tempo di dirigere il movi­
mento dei Consigli e di rinnovare radicalmente il partito socialista, ri­
voluzionando la sua struttura, i suoi modi di azione, la sua attività
quotidiana e il suo indirizzo politico. Lo sviluppo dei Consigli di fab­
brica avrebbe in tal modo dovuto portare in pari tempo al soprav­
vento nel partito degli elementi proletari e rivoluzionari sui riformisti
e sui centristi. Malauguratamente, ciò avvenne soltanto a Torino.
In Torino e nei centri dove potè giungere l’influenza diretta di
Gramsci, il movimento dei Consigli si sviluppò in modo impetuoso,
travolgente. I riformisti furono cacciati dalla direzione dei sindacati,
76
i centristi dalla direzione delle sezioni del partito. I limiti della lotta
salariale corporativa e della lotta elettorale vennero oltrepassati. Tra
il proletariato e la borghesia si ingaggiò un combattimento per la vi-
la e per la morte nel quale gli operai giunsero sino alle soglie dell’in-
surrezione. Nell’aprile del 1920, per spezzare il tentativo degli im­
prenditori di troncare il movimento dei Consigli, scoppiò sotto la
direzione immediata di Gramsci, il movimento più grandioso di tut-
to il dopoguerra italiano, - uno sciopero generale politico di tutto il
proletariato cittadino della durata di 11 giorni, saldatosi rapidamen-
te con uno sciopero di operai agricoli delle provincie limitrofe e con
dei movimenti di solidarietà che vennero prendendo una ampiezza
sempre maggiore e un carattere sempre più minaccioso, sino a che
intervennero a stroncare il movimento, d’accordo col governo, i capi
riformisti della Confederazione, appoggiati dalla direzione del parti­
to, che diceva di essere rivoluzionaria.
Gli elementi di sinistra del Partito socialista, cui Gramsci propose
allora un accordo per un’azione comune al fine di scatenare e dirige­
re un movimento rivoluzionario in tutto il paese, passando sopra la
testa della direzione del partito, esitante e pronta sempre a capitola­
re davanti ai riformisti, respinsero le proposte di Gramsci. Le re­
spinse (col pretesto che bisognava aspettare di sistemare i conti coi
riformisti e coi centristi in un regolare congresso del partito) anche
Bordiga, che si dava le arie di essere, alla testa della frazione asten­
sionista, il più rivoluzionario di tutti, ma in realtà giudicava i proble­
mi della rivoluzione coi criteri di un pedante, copriva il suo oppor­
tunismo colla maschera del dottrinarismo di sinistra.
Il movimento dei Consigli di fabbrica rimane, nella storia del mo­
vimento operaio italiano, il tentativo più ardito compiuto dalla parte
più avanzata del proletariato per realizzare la propria egemonia nel­
la lotta per rovesciare il potere della borghesia e instaurare la ditta­
tura proletaria. La questione delle forze motrici della rivoluzione ita­
liana e la questione contadina, come corollario del problema della
dittatura proletaria, erano ormai impostate e risolte correttamente
dal proletariato torinese, diretto da Gramsci.
«La borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le
isole - scriveva «L’Ordine Nuovo» all’inizio del 1920 - e le ha ridot-
77
te a colonie di sfruttamento; il proletariato settentrionale, emanci­
pando se stesso dalla schiavitù capitalistica, emanciperà le masse con­
tadine meridionali asservite alla banca e aU’industrialismo parassita-
rio del Settentrione. La rigenerazione economica e politica dei conta­
dini non deve essere ricercata in una divisione delle terre incolte o
mal coltivate, ma nella solidarietà del proletariato industriale, che ha
bisogno, a sua volta, della solidarietà dei contadini, che ha interesse a
che il capitalismo non rinasca economicamente dalla proprietà terrie­
ra e ha interesse a che l’Italia meridionale e le isole non diventino
una base militare di controrivoluzione capitalistica [...] Spezzando
l’autocrazia nella fabbrica, spezzando l’apparato oppressivo dello Sta­
to capitalistico, instaurando lo Stato operaio, gli operai spezzeranno
tutte le catene che tengono avvinghiato il contadino alla sua miseria,
alla sua disperazione; instaurando la dittatura operaia, avendo in ma­
no le industrie e le banche, il proletariato rivolgerà l’enorme potenza
dell’organizzazione statale per sostenere i contadini nella loro lotta
contro i proprietari, contro la natura, contro la miseria; darà il credi­
to ai contadini, istituirà le cooperative, garantirà la sicurezza perso­
nale e dei beni contro i saccheggiatori, farà le opere pubbliche di ri­
sanamento e di irrigazione. Farà tutto questo perché è suo interesse
dare incremento alla produzione agricola, perché è suo interesse ave­
re e conservare la solidarietà delle masse contadine, perché è suo in­
teresse rivolgere la produzione industriale a un lavoro utile di pace e
di fratellanza fra città e campagna, tra Settentrione e Mezzogiorno.»9
In questo piano grandioso di riorganizzazione della economia e
della società italiana, l’operaio della grande industria si presenta real­
mente come il protagonista della storia del nostro paese, e la classe
operaia come la prima, la sola, la vera classe nazionale, cui spetta ri­
solvere tutti i problemi che dalla borghesia e dalla rivoluzione bor­
ghese non sono stati risolti, e di sopprimere ogni forma di sfrutta­
mento, di miseria, di oppressione.
All’impeto rivoluzionario delle masse, alla chiarezza del pensiero
politico del dirigente si univa, nel movimento dell’«Ordine Nuovo»
e dei Consigli di fabbrica, un singolare Sturm und Drang culturale
proletario per cui, uscendo dal terreno della politica pura, venivano
affrontati, discussi, popolarizzati fra le masse i problemi più vasti del-
78
Ih storia del nostro paese, dell’arte, della letteratura, della morale pro-
I. i ma, della scuola e della tecnica. Il marxismo-leninismo riacquista-
i la sua fisionomia di concezione integrale della vita e del mondo e
' .unisci era particolarmente aspro e feroce nella lotta contro coloro
. In negavano alle masse lavoratrici la capacità di comprendere e ap-
I lup ri arsi dei problemi più elevati della scienza e della cultura.
Massimo Gorki e Romain Rolland, Barbusse e Leonardo da Vinci
. i vano il loro posto nella rivista dei Consigli di fabbrica, accanto ai
li i nici che vi discutevano le questioni dell’organizzazione scientifica
■ li I lavoro e alle lettere dei semplici manovali. Quando fu decisa l’oc-
i upazione delle fabbriche, gli operai di Torino, educati, consigliati,
diretti da Gramsci, furono in grado di far funzionare per un mese,
senza padroni e senza direttori di fabbrica, uno dei più complicati
apparati di produzione. La classe operaia acquistava, attraverso il
movimento dei Consigli, un prestigio tale che la faceva diventare
i entro di attrazione della intellettualità progressiva, della gioventù
siudiosa, della massa dei tecnici di fabbrica, degli impiegati. L’unità
di tutte le forze di libertà e di progresso, cui spetta l’opera di libera­
zione politica e sociale del popolo italiano, trovava una sua prima
realizzazione concreta.
Al II Congresso dell’Internazionale comunista, quando si discus­
se della questione italiana, Lenin dichiarò che tra i gruppi esistenti
nel Partito socialista, quello le cui posizioni fondamentali coincide­
vano con le posizioni dell’Internazionale era il gruppo dell’«Ordine
Nuovo»; nelle tesi del congresso la piattaforma politica scritta da
Gramsci, approvata dalla sezione socialista torinese e intitolata Per
un rinnovamento del Partito socialista viene indicata come il docu­
mento da porre alla base del prossimo congresso del partito. Tutti i
problemi inerenti alla creazione in Italia di un partito comunista so­
no indicati in questa piattaforma in modo piano, concreto, energico,
che non lascia luogo ad alcun dubbio. Ma il movimento dell’«Ordi-
ne Nuovo» non era rappresentato al Congresso di Mosca e questo
solo fatto indica che vi era un difetto nel modo come esso conduce­
va la lotta per la creazione del partito. Può sembrare a prima vista
che si trattasse di timidità, di modestia eccessiva, trasformantesi, co­
me ogni eccesso, in un errore, e in parte la cosa corrisponde al vero.
79
La serietà intellettuale, la ripugnanza per ogni sorta di demagogia si
univano in Gramsci effettivamente a una grande modestia persona­
le, che gli impedì di imporsi subito, come avrebbe dovuto, in qualità
di dirigente. Ma l’errore più grave consisteva nel fatto che «L’Ordi­
ne Nuovo» non si era posto apertamente il problema di creare una
frazione del Partito socialista su scala nazionale. Grande movimento
di massa a Torino, le sue posizioni nel rimanente del paese si limita­
vano a dei contatti personali non organizzati. Di qui una certa steri­
lità della sua azione in confronto con quella delle altre frazioni del
partito. I riformisti avevano nelle loro mani l’apparato centrale della
Confederazione del lavoro e delle federazioni di mestiere, le coope­
rative, una grande parte dei municipi e del gruppo parlamentare; i
centristi, diretti da Serrati, avevano l’apparato del partito e il giorna­
le quotidiano; gli astensionisti avevano creato una rete di gruppi di
frazione che si estendeva a quasi tutta l’Italia e avevano un forte ap­
poggio nella direzione della Federazione giovanile. Gramsci ebbe a
sua completa disposizione un giornale quotidiano solo pochi mesi
prima della scissione, e quando si creò una frazione comunista unifi­
cata per preparare il Congresso di Livorno, questa frazione si basò
essenzialmente sulla preesistente organizzazione degli astensionisti.
Secondo le direttive date da Lenin era necessario in Italia concentra­
re il fuoco contro i centristi i quali, mentre si ubriacavano di frasi
«rivoluzionarie», prendevano sotto la loro protezione i riformisti e
paralizzavano il movimento delle masse, mettendo il partito, di fat­
to, al servizio di una politica di collaborazione con la borghesia. La
scissione del partito, da cui usci il Partito comunista a Livorno, nel
1921, fu il risultato di una lotta particolarmente acuta contro i cen­
tristi. Questa lotta richiedeva l’unità di tutti i gruppi di sinistra e
Gramsci contribuì potentemente a creare questa unità. Lenin però,
già al II Congresso, aveva rivolto la sua critica anche contro l’estre­
mismo dottrinario di Bordiga che minacciava di fare del nuovo par­
tito una setta isolata dalle masse. Tutti coloro che conoscevano il
pensiero di Gramsci sapevano che esisteva un disaccordo profondo
tra lui e Bordiga. Già nel 1917, al convegno di Firenze dei gruppi
socialisti di sinistra, questo disaccordo era risultato. Il convegno ave­
va avuto luogo dopo la disfatta di Caporetto, e in esso Gramsci, che
80
nvcva parlato della necessità di trasformare il disfattismo socialista
in una lotta per il potere, era stato incompreso da tutti, anche da
Bordiga. Del movimento dei Consigli Bordiga non aveva capito nien­
te e pure aderendo alla III Internazionale la sua intenzione probabil­
mente era, già nel 1920, quella di creare in seno all’Internazionale
una frazione di estrema sinistra, insieme con gli estremisti olandesi,
ledeschi, ecc. per condurre una lotta contro Lenin e contro il partito
bolscevico. Gramsci, per timore di confondersi con gli elementi di
destra, commise l’errore di evitare, pur marciando insieme a Bordi­
ga contro i riformisti e i centristi, di differenziarsi da lui pubblica­
mente sui problemi di strategia e di tattica su cui una differenziazio­
ne era necessaria. Egli non seppe condurre, in questo momento e
nei primi tempi della vita del Partito comunista, una lotta su due
fronti. Questo errore costò al nostro partito un tempo prezioso e
permise a Bordiga, approfittando della stanchezza, della profonda
delusione e del pessimismo che si erano impadroniti di una parte
dell’avanguardia del proletariato dopo la fine dell’occupazione delle
fabbriche pel tradimento dei riformisti, di imporre al Partito comu-
* nista una politica settaria, antileninista, che ridusse la sua capacità di
azione politica e rese più facile l’avanzata del fascismo.
La permanenza di un anno nell’Unione dei Soviet, nel 1922-23,
permise a Gramsci di perfezionare la sua conoscenza del bolscevi­
smo. Allora egli studiò a fondo la storia del partito Bolscevico e del­
la rivoluzione russa, imparò a conoscere Lenin e Stalin, alla scuola
di Lenin e di Stalin, alla scuola del partito bolscevico e dell’Interna­
zionale comunista si temprò come capo di partito. E a lui la classe
operaia italiana deve la creazione del suo partito, del Partito comu­
nista non come una setta di dottrinari pretenziosi, ma come una par­
te, l ’avanguardia, della classe operaia, come un partito di massa, le­
gato con tutta la classe, capace di sentirne e interpretarne i bisogni,
capace di dirigerla nelle situazioni politiche più complicate. E Gram­
sci che ci ha fatto fare, su questa via, i primi passi decisivi.
Non fu facile per Gramsci la lotta per eliminare dalle file del no­
stro partito quella forma speciale di opportunismo che Bordiga co­
priva con la sua fraseologia pseudoradicale. Occorse cominciare con
un lavoro paziente di rieducazione individuale dei compagni che era­
81
no caduti nel settarismo, formare nuovi quadri bolscevichi, persua­
dere, vincere le riluttanze, le esitazioni, le diffidenze. Bordiga aveva
trasformato il centro del partito in una specie di fureria e i quadri
del partito in semplici e passivi esecutori di ordini; aveva allontanato
in modo sistematico i migliori elementi proletari circondandosi di
elementi piccolo-borghesi, scettici, non legati alla classe operaia. Non
rifuggendo dai metodi della camorra napoletana, egli cercava di iso­
lare Gramsci nel partito presentandolo come un intellettuale inca­
pace di azione e privo delle qualità di un combattente, mettendo in
ridicolo i suoi scrupoli di serio, paziente educatore di quadri prole­
tari bolscevichi. La realtà ha fatto giustizia di queste calunnie. Bor­
diga vive oggi tranquillo in Italia come una canaglia trotskista, pro­
tetto dalla polizia e dai fascisti, odiato dagli operai come deve essere
odiato un traditore. Al principio della guerra contro l’Abissinia, la
stampa italiana comunicava che egli aveva partecipato ad una festa
religiosa, era stato benedetto dal prete insieme ai soldati in partenza
per 1 Abissinia, e all’uscita dalla chiesa era passato sotto l’arco for­
mato dai pugnali di un drappello di militi fascisti che gli rendeva gli
onori. Questo avveniva nel momento in cui Gramsci, prigioniero di
Mussolini, lottava sino all’ultimo, in carcere, sotto la bandiera co­
munista.
Nella lotta per cacciare dal partito il settarismo opportunista bor-
dighiano, Gramsci dispiegò, dal 1924 al 1926, un’attività ecceziona­
le. Si può dire che i quadri del partito furono da lui riconquistati ad
uno ad uno, e tutto il partito, che dopo l’avvento al potere del fasci­
smo era caduto in uno stato pericoloso di torpore, risvegliato e rie­
ducato attraverso un lavoro sistematico di bolscevizzazione. Sono di
questo periodo gli scritti di Gramsci soprattutto dedicati a delucida­
re le questioni teoriche della natura del partito, della sua strategia,
della sua tattica e della sua organizzazione, nei quali più forte si sen­
te l’influenza profonda esercitata su di lui dalle opere di Stalin. Par­
ticolarmente egli batté in breccia la bestiale «teoria» bordighiana se­
condo la quale ogni lavoro di educazione ideologica e politica dei
membri del partito doveva essere considerato come cosa inutile (per­
ché in un partito «centralizzato» come il Partito comunista la sola
82
iosa che conta è di ubbidire agli ordini che vengono dall’alto!) e ini­
ziò un ampio lavoro di formazione di quadri.
«Perché il partito viva e sia a contatto con le masse —egli scriveva
- occorre che ogni membro del partito sia un elemento politico atti­
vo, sia un dirigente. Appunto perché il partito è fortemente centra­
lizzato, si domanda una vasta opera di propaganda e di agitazione
nelle sue file, è necessario che il partito, in modo organizzato, edu-
( Ili i suoi membri e ne elevi il livello ideologico. Centralizzazione
vuol dire specialmente che, in qualsiasi situazione, anche dello stato
d’assedio rinforzato, anche quando i comitati dirigenti non potesse­
ro funzionare per un determinato periodo o fossero posti in condi­
zione di non essere collegati con tutta la periferia, tutti i membri del
partito, ognuno nel suo ambiente, siano stati posti in grado di orien-
larsi, di saper trarre dalla realtà gli elementi per stabilire una diretti­
va, affinché la classe operaia non si abbatta, ma senta di essere gui­
data e di poter ancora lottare. La preparazione ideologica di massa è
quindi una necessità della lotta rivoluzionaria, è una delle condizioni
indispensabili della vittoria.»10
I quadri migliori del Partito comunista d’Italia, gli eroici combat­
tenti che il fascismo ha gettato a migliaia nelle galere, gli uomini di
ferro che non hanno piegato davanti alle minacce, alle persecuzioni,
alle torture e alla morte, sono stati educati al bolscevismo da Anto­
nio Gramsci.
Ma ciò che non solo convinse tutto il partito, ma lo entusiasmò e
lo trascinò, dando al settarismo dottrinario e all’opportunismo im­
potente di Bordiga un colpo mortale, fu l’azione politica che Gram­
sci sviluppò, come capo del partito, al suo ritorno in Italia, durante
la crisi Matteotti.
Le condizioni della lotta erano molto difficili, perché il partito,
nel suo complesso, abituato da Bordiga a pensare che la vittoria del
fascismo fosse cosa impossibile e che il fascismo non fosse «niente di
diverso» dalla democrazia borghese, si era demoralizzato e accascia­
to sotto i duri colpi della realtà. D ’altra parte, il fascismo attraversa­
va grandi difficoltà perché non era ancora riuscito a impadronirsi e
disporre in pieno dell’apparato dello Stato, mentre le masse piccolo­
borghesi, deluse e ferite nei loro interessi dalla politica fatta da Mus­
83
solini nell’interesse della grande borghesia industriale, erano mal­
contente, mormoravano, incominciavano ad averne abbastanza del
nuovo regime e si schieravano più o meno apertamente contro di es­
so. Data l’assenza di un’intensa attività politica del proletariato, i di­
versi gruppi della popolazione lavoratrice non trovavano un punto
di riferimento diretto e una guida rivoluzionaria alle loro lotte e tan­
to più facilmente cadevano sotto l’influenza dei partiti democratici
antifascisti. La realizzazione della egemonia del proletariato richiede­
va non solo una ripresa di combattività degli operai industriali; ri­
chiedeva un’azione politica che portasse tutte le masse lavoratrici a
convincersi, attraverso la loro esperienza, che solo la classe operaia
era in grado di condurre una lotta conseguente contro il blocco di
forze reazionarie che costituisce la base della dittatura fascista. La
tattica intelligente e ardita del Partito comunista dopo l’uccisione di
Matteotti - tattica dettata da Gramsci in tutti i particolari, - l’uscita
dal Parlamento insieme coi gruppi dell’opposizione democratica su­
bito dopo il delitto, l’intervento nell’assemblea delle opposizioni con
la proposta di proclamare lo sciopero generale per cacciare il fasci­
smo dal potere (proposta respinta con orrore dai capi democratici
che volevano rovesciare il fascismo astenendosi dai lavori parlamen­
tari e con una campagna di stampa!); le successive proposte di orga­
nizzazione di un «anti-parlamento» delle opposizioni e dello sciope­
ro fiscale dei contadini e, infine, il ritorno dei comunisti nell’aula
parlamentare per denunciare dalla tribuna del Parlamento i delitti
del fascismo e la dimostrata impotenza degli antifascisti democratici
e liberali fu la parte più importante di questa azione politica.
Questa tattica, basata sul principio leninista e stalinista secondo il
quale bisogna dirigere le masse attraverso la loro esperienza, mentre
poneva i comunisti all’avanguardia della lotta per vendicare i delitti
del fascismo e rovesciare la dittatura fascista, facilitava il distacco di
vasti strati di lavoratori dai partiti democratici e dalla socialdemo­
crazia, gettava le basi dell’alleanza tra il proletariato e i contadini, fa­
ceva uscire il partito dall’isolamento e lo guidava sulla via della tra­
sformazione in partito di massa.
Non solo il partito, ma la classe operaia veniva scossa da questa
azione politica di Gramsci, e si iniziava un nuovo periodo della sua
84
attività, breve, ma estremamente interessante perché caratterizzato
i lall'influenza crescente dei comunisti malgrado la lotta accanita con­
dotta contro di essi dai socialdemocratici e malgrado le persecuzioni
Iusciste. Le origini del prestigio di cui il nostro partito gode tra le
masse italiane devono essere ricercate in questo periodo. Istruito
dall’esperienza del ’19 e del ’20, quando l’esatta importanza politica
dei problemi della rivoluzione proletaria da parte dei comunisti tori­
nesi non era bastata a dar loro la direzione del movimento rivoluzio­
nario, Gramsci si preoccupava di organizzare l’influenza del partito
non solo elaborando le parole d’ordine aderenti ai bisogni delle mas­
se, ma svolgendo un’azione sistematica verso i diversi aggruppamen-
II politici che avevano una base tra i lavoratori, soprattutto delle cam­
pagne, favorendo lo sviluppo nel loro seno di correnti di opposizio­
ne che si orientassero verso l’alleanza con la classe operaia.
Risale a questo periodo il lavoro svolto con successo per indurre i
sindacati cattolici ad avvicinarsi ai sindacati confederali e gli elemen­
ti di sinistra delle organizzazioni contadine cattoliche ad accettare il
principio rivoluzionario dell’alleanza tra operai e contadini. L’in-
lluenza reazionaria del Vaticano ricevette in questo modo un primo
colpo serio. È in questo periodo che il Partito comunista, per l’ini­
ziativa di Gramsci, fa propria una delle rivendicazioni fondamentali
delle masse contadine del Mezzogiorno, riconoscendo giusta la lotta
delle popolazioni meridionali per un regime autonomo di governo,
che spezzi le catene che lo Stato borghese ha fatto gravare su di loro.
Il problema del diritto di autodecisione delle minoranze nazionali
oppresse, il problema sardo, vengono posti e agitati nel Partito co­
munista. Tutte le questioni ardenti della vita del nostro paese trova­
no nella propaganda e nell’azione politica di Gramsci una risposta,
una soluzione.
La lotta contro il fascismo esce in questo modo dal torrente delle
proteste e delle manifestazioni verbali, diventa lotta reale per mobi­
litare in modo concreto contro i gruppi più reazionari della borghe­
sia tutti gli strati dalla popolazione lavoratrice, impedendo in pari
tempo che essi cadano o rimangano sotto l’influenza dei liberali e
dei democratici borghesi, strappandoli alla influenza dei capi reazio­
nari della socialdemocrazia. La parola centrale dell’azione di Gram­
85
sci diventa la parola «unità»: unità di tutta la classe operaia, unità di
contadini e di operai, unità del Settentrione e del Mezzogiorno, unità
di tutto il popolo. Come a Torino nel 1920, Gramsci diventa su un
piano nazionale l’uomo verso cui si rivolgono gli sguardi delle masse
e di tutti gli elementi progressivi del paese. I vecchi uomini politici
liberali mormorano: «Attenti a Gramsci: quest’uomo è il solo rivolu­
zionario che sia mai stato in Italia». E Mussolini risponde all’azione
del Partito comunista e delle masse accentuando il terrore, prepa­
rando la liquidazione degli ultimi residui delle libertà democratiche
e l’instaurazione della dittatura totalitaria.
Negli ultimi mesi prima del suo arresto, anzi, già prima del Con­
gresso di Lione nel quale Bordiga venne battuto politicamente e la
stragrande maggioranza del partito si raccolse attorno a Gramsci co­
me al suo capo, - Gramsci ci indicava la necessità di penetrare nelle
organizzazioni fasciste di massa per sfruttarne tutte le possibilità di
lavoro e di lotta legale allo scopo di mantenere i contatti con le mas­
se e di organizzare le lotte degli operai e dei contadini. Commettem­
mo l’errore di non apprezzare adeguatamente le sue indicazioni di
allora, il che frenò, dopo il passaggio alla illegalità completa, lo svi­
luppo del nostro lavoro e della nostra influenza.
Fu arrestato mentre era nel pieno della sua attività politica e il
partito subì profondamente le conseguenze della sua perdita.
Con la morte di Gramsci scompare il primo bolscevico del movi­
mento operaio italiano.
Fisicamente non forte, duramente colpito dalla natura nel suo or­
ganismo, egli era una tempra incomparabile di combattente. Tutta la
sua vita era soggetta alla sua ferrea volontà. Irradiava attorno a sé
l’energia, la serenità, l’ottimismo; sapeva imporre a se stesso la più
severa disciplina di lavoro, ma era capace di godere della vita in tut­
ti i suoi aspetti. Come uomo, era un pagano, nemico di ogni ipocri­
sia, spietato fustigatore di ogni impostura, di ogni sentimentalismo
falso, di ogni effeminatezza. Adoperava in modo insuperabile l’arma
del riso e dello scherno per mettere a nudo la vanità e la doppiezza
di coloro che predicano al popolo la morale nell’interesse delle clas­
si dominanti. Conosceva profondamente la vita del popolo italiano e
i suoi costumi, le leggende e storie che sono state create dal popolo
86
i ut-ile quali il popolo ha espresso in forma ingenua, intuitiva, i suoi
Insogni, le sue aspirazioni, i suoi sogni di libertà e di giustizia, il suo
i ni io contro le classi possidenti. Da questo contatto intimo col popo­
lo traeva elementi inesauribili e sempre nuovi di polemica e di lotta
( mitro ogni forma di oppressione delle masse, non solo nel campo
economico e politico, ma nel campo della vita intellettuale e morale.
I grandi italiani che hanno combattuto - a cominciare da Giovanni
Boccaccio e da Bruno sino a Giuseppe Giusti e Garibaldi - per libe-
i are il popolo dalle catene dell’ipocrisia e del servilismo e della bac­
chettoneria che una tradizione secolare di dominio della Chiesa cat­
tolica e dello straniero gli hanno imposto, trovavano in lui un erede
r un continuatore. Era nemico acerrimo della tronfia eloquenza e
dell’orpello che guastano tanta parte della letteratura e della cultura
italiana, che hanno soffocato nei letterati italiani le fresche sorgenti
della ispirazione popolare. Conosceva parecchie lingue straniere,
aveva fatto uno studio speciale della lingua russa per poter leggere
negli originali Lenin e Stalin; aveva studiato e conosceva a fondo la
storia del movimento operaio nei grandi paesi capitalistici, era un in­
ternazionalista, ma, prima di tutto, come deve essere ogni interna­
zionalista, era un figlio vero del nostro popolo, al servizio del quale
metteva la propria esperienza internazionale e tutte le sue capacità
di combattente.
Educato, alla scuola del marxismo e del leninismo, alla serietà in­
tellettuale, egli odiava la leggerezza, la irresponsabilità, la vanità, l’i­
gnoranza e la presunzione di cui vedeva un esempio classico nel mo­
do come i capi riformisti e centristi avevano falsato e pervertito le
dottrine marxiste, per mettere la classe operaia alla coda della bor­
ghesia. Nel partito, pure aiutando tutti i compagni a migliorarsi e
prestando attenzione a ogni critica, a ogni suggerimento che gli ve­
nisse anche dal più semplice degli operai, era estremamente esigente,
soprattutto con i compagni che facevano il lavoro organizzativo e co­
spirativo. Voleva che i quadri del partito fossero veramente i migliori
combattenti e controllava il loro lavoro sin nei più minuti particolari.
Strappato al lavoro rivoluzionario attivo, gettato in carcere, egli
non poteva non continuare a combattere. Anche in carcere, per die­
ci anni, la sua esistenza fu una lotta continua, non solo contro i suoi
87
aguzzini odiosi, per difendere la propria esistenza, ma per riuscire a
orientare i compagni coi quali poteva avere qualche contatto, per
svolgere nei loro confronti un’opera di educazione, per contribuire
anche dal carcere alla formazione dei quadri del partito e alla solu­
zione dei nuovi problemi che la situazione italiana ci poneva.
Anche quando le sue forze erano già esaurite e i carnefici fascisti
infierivano contro di lui per cercare di fiaccare non solo il suo cor­
po, ma anche il suo spirito, egli non perdette mai la calma e la di­
gnità di un rivoluzionario, e fu un esempio per tutti i compagni. In
un momento in cui piu gravi erano le sue condizioni fisiche, gli fu
comunicato che avrebbe potuto essere liberato se si fosse rivolto per­
sonalmente a Mussolini con una domanda di grazia. La risposta di
Gramsci fu:
- Quello che mi si propone è un suicidio; io non ho nessuna in­
tenzione di suicidarmi.
Le fiere parole del capo morente passarono di bocca in bocca,
nelle carceri, rianimando gli spiriti, ispirando il coraggio, la fede, l’o­
dio contro gli aguzzini fascisti.
Fino a che gli fu data la possibilità di incontrare nelle ore del «pas­
seggio» dei compagni, egli dedicava queste ore allo studio collettivo
e il carcere diveniva una scuola di partito dove i compagni apprende­
vano i principi del leninismo, imparavano ad analizzare le forze e le
condizioni della rivoluzione proletaria in Italia, si tempravano alla so­
luzione dei problemi della politica e dell’organizzazione del partito.
Quando le barriere che si levavano attorno a lui divennero sem­
pre più impenetrabili, furono comunicazioni brevi, in termini energi­
ci e concisi, che orientavano i compagni carcerati e dovevano servire
a orientare tutto il partito. Nel ’29 ci mandò a dire: «State attenti al
movimento dei fiduciari di fabbrica dei sindacati fascisti», per attira­
re ancora una volta la nostra attenzione sull’importanza del lavoro
nelle organizzazioni fasciste di massa. Nel 1930, avendo saputo che
qualche compagno carcerato tendeva a cadere sotto l’influenza del
trotskismo, non potendo piu condurre lunghe discussioni, lanciava
nelle carceri la parola d’ordine abbastanza significativa: «Trotski è la
puttana del fascismo».
88
Negli ultimi tempi, avendo avuto sentore delle decisioni del VII
( ottgresso dell’Internazionale, tutto il suo pensiero era orientato
m ila ricerca delle forme di realizzazione del fronte popolare antifa-
m ista in Italia, e ci ammoniva di non distaccarci dal paese e dalle
masse, di studiare a fondo le conseguenze che la politica del fasci-
ino aveva avuto sui diversi strati della popolazione e nelle diverse
legioni, al fine di potere trovare e usare le parole d ’ordine che ci
permettessero di collegarci con le masse di tutto il paese. La sua
idea fondamentale era che dopo quindici anni di dittatura fascista
. he ha disorganizzato la classe operaia, non è possibile che la lotta
di classe contro la borghesia reazionaria riprenda a svilupparsi sulle
posizioni che il proletariato aveva raggiunto nel dopoguerra imme­
diato. Indispensabile è un periodo di lotta per le libertà democrati-
i ho e la classe operaia deve stare alla testa di questa lotta. Certa­
mente nelle ultime settimane della sua vita giunse sino a lui la noti­
mi della lotta eroica del popolo spagnuolo contro il fascismo. Forse
egli seppe che nella Spagna, nel battaglione che porta il nome di
( liuseppe Garibaldi, i figli migliori del popolo italiano - comunisti,
socialisti, democratici, anarchici - uniti nelle file dell’esercito popo­
lare della repubblica spagnuola, hanno inflitto a Guadalajara la pri­
ma seria sconfitta al fascismo italiano e a Mussolini. Se questa noti­
zia giunse sino a lui, certo egli sorrise e la sua agonia fu illuminata
dal raggio di una speranza.
Sulla via ch’egli ha tracciato, sotto la bandiera che egli ha tenuto
sino all’ultimo momento nelle sue mani —sotto la bandiera invinci­
bile di Marx-Engels-Lenin-Stalin - l’avanguardia della classe operaia
italiana, il Partito comunista che egli ha creato e diretto nella lotta,
andranno avanti senza piegare, realizzeranno sino all’ultimo i suoi
insegnamenti, - sino alla vittoria definitiva, sulle forze della reazione
e della barbarie, della causa della libertà e della pace, della causa
dell’emancipazione politica e sociale dei lavoratori, della causa del
socialismo.

89
Note

1 [Antonio G ram sci, L o S t a t o it a lia n o , in «L ’Ordine N u ovo», 7 febbraio 1920, ora in


id., L O r d i n e N u o v o 1 9 1 9 -1 9 2 0 , cit., pp. 404-406. L a citazione presenta lievi differen­
ze rispetto al testo originale].
2 [Ivi, p. 404. L a citazione presenta lievi differenze rispetto al testo originale].
3 Antonio G ram sci, I l m o v im e n to c o m u n ista to rin ese. (R a p p o r to in v ia to n e ll’e s ta te d e l
1 9 2 0 a l C o m it a t o e se c u tiv o d e ll’I n te r n a z io n a le c o m u n ista ) , pubblicato in « L o Stato
operaio», 1927, n. 5-6, pp. 641 sgg. [ora, con il titolo I I m o v im e n to to rin e se d e i C o n ­
s ig li d i fa b b r ic a , in id., L O r d i n e N u o v o 1 9 1 9 -1 9 2 0 , cit., pp. 602-603. Per la storia del
testo e le lievi variazioni formali rilevabili cfr. la nota dei curatori, ivi, p. 611].
4 [Ivi, pp. 603-604].
5 [Antonio Gram sci, L a ta g lia d e lla sto ria , in «L ’Ordine N uovo», 7 giugno 1919, ora in
id., L O r d i n e N u o v o 1 9 1 9 -1 9 2 0 , cit., pp. 56-60].
6 [Antonio Gram sci, D e m o c ra z ia o p e r a ia , in « L ’Ordine N u ovo», 21 giugno 1919, ora
in id., L ’O r d in e N u o v o 1 9 1 9 -1 9 2 0 , cit., p. 90],
7 [A ntonio G ram sci, I l p r o g r a m m a d e l l ’« O r d i n e N u o v o » , in « L ’O rdine N u ovo », 14
agosto 1920, ora in id., L O r d i n e N u o v o 1 9 1 9 - 1 9 2 0 , cit., p p . 619-620. L a citazione
presenta lievi differenze e omissioni non segnalate rispetto al testo originale].
8 [Antonio Gram sci, P e r u n rin n o v a m e n to d e l P a rtito s o c ia lista , cit., p. 511].
9 [Antonio Gram sci, O p e ra i e c o n ta d in i, in «L ’Ordine N uovo», 3 gennaio 1920, ora in
id., L O r d i n e N u o v o 1 9 1 9 -1 9 2 0 , cit., pp. 377-378. L a citazione presenta lievi differen­
ze e omissioni non segnalate rispetto al testo originale].
10 [Antonio G ram sci, In tr o d u z io n e a l p r im o c o rso d e lla sc u o la in te rn a d ip a r t it o (1925),
in id., L a co stru zio n e d e l P a rtito c o m u n ista 1 9 2 3 -1 9 2 6 , Torino, Einaudi, 1971, p. 56].

90
I ;i politica di Gramsci
I I 944]

Ricordo benissimo che una delle ultime parole di Gramsci che mi


vennero trasmesse, in forma di consiglio e di guida, dagli amici che
negli ultimi anni della sua esistenza tenevano il difficilissimo collega­
mento tra lui e la direzione del nostro partito, riguardava la neces-
sità che noi facessimo una politica «nazionale». Eravamo alla vigilia
dell’inizio delle avventure imperialistiche del fascismo, che hanno
Iratto l’Italia alla rovina, e allora discutemmo molto, tra di noi, circa
I I valore di quel consiglio. Vi era chi ne riduceva la portata e ne fal­
sava il senso. Gramsci ci avvertiva - pensavano - di non prender
i toppo violentemente di petto, nella nostra agitazione, la corrente di
nazionalismo esasperato che il fascismo sembrava aver suscitato nel
popolo. È evidente, però, che non si trattava di questo. L’occhio d’a­
quila del pensatore marxista scorgeva senza dubbio la crescente de­
composizione della società italiana, prevedeva il crollo che allora si
slava preparando e voleva dirci, invece, che sarebbe toccato alla clas­
se operaia e a noi, suo partito di avanguardia, metterci alla testa di
tutte le forze sane del paese e guidarle per uscire dal baratro. Non
era delle forme della nostra agitazione che egli voleva parlarci, ma
della sostanza della nostra politica. Egli ci ammoniva di continuare,
nella situazione in cui ci saremmo trovati alla caduta della tirannide
lascista, la politica da lui iniziata prima nel 1919 e poi nel 1924, e
che tendeva a porre e risolvere in tutta la sua ampiezza la questione
i Iella unità vera e della rinascita della nazione italiana.
91
Come scintillavano d ’ironia e di sprezzo per la sufficienza e l’i­
gnoranza dei critici, gli occhi di Gramsci, quando sentiva tacciare
come «sindacalista», ristrettamente «operaistica» e corporativa la
politica fatta da noi a Torino nel dopoguerra immediato, nel 1919 e
nel 1920. In realtà noi fummo i soli che riuscimmo a conquistare agli
operai organizzati nel Consiglio di fabbrica non solo la simpatia, ma
l’adesione politica concreta della intellettualità, e a dimostrare le ca­
pacità costruttive del proletariato non su un piano corporativo, ma
nazionale. Non per nulla Gobetti, da noi aspramente criticato agli
inizi, fini per riconoscere e affermare egli stesso questa funzione. Era
stato anche lui, volere o no, alla nostra scuola.
L’essenziale è che già nel 1919 la politica di Gramsci si fondava
sopra una visione integrale dei problemi italiani, a partire dall’aspra
scissione di classe che opponeva nel Settentrione la grossa borghesia
reazionaria e gli agrari a un proletariato industriale e agricolo giova­
ne ma bene organizzato e combattivo, sino alla decomposizione so­
ciale mantenuta ad arte da quella stessa borghesia nelle regioni meri­
dionali, e sino alla necessità di rompere il giogo di particolare op­
pressione e sfruttamento che nell’ambito dello stesso Stato italiano,
schiacciava in modo particolare regioni intiere, come la Sicilia, come
la Sardegna. La funzione nazionale della classe operaia non consiste­
va soltanto nel dirigere i colpi contro i gruppi reazionari autori del
sistema da cui traevano origine la divisione e la miseria del paese.
Essa consisteva nel rendere consapevoli tutti gli strati della popola­
zione lavoratrice, dall’intellettuale all’artigiano e al contadino, dal
piccolo e medio coltivatore e dal professionista del Mezzogiorno si­
no all’autonomista o separatista siciliano e sardo, della necessità di
affiancare a quelle del proletariato le loro forze, poiché il nemico
ch’essi dovevano combattere se volevano risolvere i loro propri pro­
blemi vitali era lo stesso contro cui il proletariato insorgeva per le
stesse necessità oggettive del suo sviluppo, come classe.
Nel 1924, quando Gramsci prese direttamente nelle sue mani la
direzione politica del nostro partito, questa fu l’idea centrale e le po­
che ma efficacissime cose che egli scrisse a questo proposito, ebbero
una ripercussione profonda in tutto il paese, appunto perché a tutto
il paese indicavano la sola via possibile di rinascita.
92
Nel quadro che sta oggi davanti a noi un elemento non solo si è
aggiunto, ma è diventato predominante. La dimostrazione che la po­
litica reazionaria condotta dalle caste dirigenti, in forme diverse, nel
corso di settantanni, doveva portare inevitabilmente, attraverso l’e­
sasperazione tirannica e imperialistica del fascismo, a una catastrofe
dello Stato italiano - questa dimostrazione, purtroppo, non ha più
bisogno di essere data con le parole. Il crollo del fascismo non ha
però risolto nessun problema, se non quello di aprire la strada all’a-
zione organizzata delle masse lavoratrici.
I gruppi reazionari estremi sono stati sbaragliati, ma nello stesso
tempo la decomposizione e la scissione nascoste sono diventate sfa­
celo aperto e rovina generale. È la classe operaia che, attraverso il
suo partito, deve dare il segnale dell’unità di quanto rimane di sano
nella lotta per la liberazione. E alla classe operaia che spetta rico-
slruire un’Italia in cui sia finito il regime degli odiosi privilegi e il
popolo, libero di disporre dei suoi destini, abbia aperta davanti a sé
la via del progresso. Ma è solo applicando la «politica di Gramsci»,
cioè stringendo una salda alleanza con gli strati medi delle campa­
gne e delle città, prendendo la loro difesa, facendo proprie le loro ri­
vendicazioni e riparando radicalmente i torti fatti a intiere parti del
nostro paese, come il Mezzogiorno, la Sicilia, la Sardegna, che la
« lasse operaia riesce a adempiere questo suo compito. In questo mo­
mento in cui si inizia un nuovo periodo della storia del nostro paese,
noi sentiamo veramente che lo spirito di Gramsci ci deve guidare.
I gli ha creato il nostro partito. Egli ha determinato la funzione na­
turale del proletariato in lotta per la sua emancipazione. Egli ha
previsto le vie della resurrezione del nostro paese.

93
L’eredità letteraria di Gramsci
[1944]

Strappato violentemente alla vita politica e all’attività di direzione


del partito nel 1926, Gramsci passò alcuni mesi nell’isola di deporta­
zione di Ustica e quindi, arrestato, deferito al Tribunale speciale e
condannato, non usci più dal carcere. Negli ultimi anni il suo stato
di salute e le sofferenze fisiche erano tali che limitavano grandemen­
te le possibilità d’un lavoro intellettrfale sistematico. Negli anni pre­
cedenti invece, e cioè, approssimativamente, dal 1928 al 1934, il car­
cere fu per Gramsci un luogo di intenso studio. I libri ch’egli era
riuscito ad avere durante il soggiorno nel carcere penale di Turi, gra­
zie all’aiuto materiale di amici devotissimi, sono ora quasi tutti con­
servati a Mosca, dove si è potuto trasportarli, e occupano parecchi
grandi scaffali. Gramsci era però contrario, nel carcere, alle letture
senza un piano, fatte tanto per passare il tempo. Consigliava ai com­
pagni di avere un piano di lavoro, una serie di temi da approfondire,
e di consacrarvisi con serietà. Cosi fece del resto egli stesso e il risul­
tato dei suoi studi è consegnato in una trentina di quaderni coperti
di fittissima scrittura a penna che sono pure conservati a Mosca, es­
sendo riuscita una cognata del nostro compagno a trafugarli dalla
cella la sera stessa della sua morte, grazie al trambusto creatosi. Essi
sono stati tutti fotografati a cura del nostro partito, per garantire
dalle ingiurie del tempo questo materiale preziosissimo, di cui pre­
sto dovrà iniziarsi la pubblicazione. Il tema principale è una «storia
degli intellettuali italiani» in cui viene criticamente esaminata la fun­
zione avuta dagli intellettuali come strumento delle caste dirigenti

94
per mantenere il loro dominio sulle classi popolari, la ribellione di
Mugoli grandi pensatori a questa funzione, e le relative vicende della
Moria e del pensiero italiani. Il lavoro non è terminato. In parte si
Irutta di appunti non ancora elaborati a fondo. La maggiore atten­
uine è dedicata all’800 e ai tempi nostri, e un quaderno intiero trat­
ta criticamente della filosofia di B. Croce, il papa laico (e l’Italia ne
aveva già fin troppo dell’altro, aggiunge Gramsci con fine ironia), la
t ni dittatura sulla intellettualità dell’ultimo mezzo secolo copre e as­
sicura la dittatura delle caste borghesi reazionarie nell’ordine econo­
mico e politico. Oltre a questo gruppo di lavori saranno accolti con
\ ivissimo interesse alcuni studi collaterali oppure staccati dal tema
principale, su singoli momenti della storia e della letteratura italiana,
ed altri studi varii.
Le lettere dal carcere alla moglie, alla cognata e ai bambini sono
già pronte per la pubblicazione e verranno pubblicate non appena
sarà possibile far arrivare da Mosca l’originale. Sarà compito degli
umici e allievi di Gramsci e del nostro partito far si che tutto questo
i lecitissimo materiale di studio, vera rivelazione per tutti coloro che
non hanno avuto la sorte di conoscere Gramsci personalmente, ven­
ga posto al più presto a disposizione di tutti, attraverso la sua pub­
blicazione. E apparirà allora a tutti ancora più abominevole il delitto
perpetrato da Mussolini sopprimendo con efferata barbarie un uo­
mo di cui l’Italia si glorierà nei secoli, perché la sua mente è certo
stata la più alta che negli ultimi decenni si sia piegata sui problemi
della sua storia, del suo presente e del suo avvenire, scrutando e in­
dicando col rigore dello scienziato marxista e con la passione del ca­
irn proletario le vie della sua rinascita.

95
Lezio*16 di marxismo
[1945]

Ernesto Buonaiuti nell’«E poca» (e. b. nel «Risveglio») ci vuole


dare ^ a ProPos^to del magistrale scritto di Gramsci sulla questio­
ne n ieddi°na^e’ ~ una le^ one di marxismo. Egli trova non marxi-
^etod o seguito da Gramsci, il quale, analizzata la posizione
econopdCa 6 soc^a^e dei Mezzogiorno nei rapporti con il Setten­
prosegue la sua indagine sino a disegnare con cura i fatti e
trione
,enti ideologici che corrispondono a questa struttura e reagi-
moviti1
sopra di essa. Secondo Buonaiuti, Antonio Labriola se la ca­
scono
ia rapidamente, col dire che il Mezzogiorno è il mercato del
N o n i c^e cluesto derivano tutte le sue sciagure e il problema
del Me2Z° ^ orno n° n Safa rlso^ ° se non quando questo fondamen­
tale r ipPorto econom^co sia stato alterato da imprevedibili circo-
„ storiche.
stanze. ... . . . .
^ p0\ rincresce assai di non conoscere se non attraverso 1 ricordi
del BU°na*ut* Puell° c^e Antonio Labriola diceva a questo proposi­
to Se 1° conoscess^mo’ certo yi troveremmo una ricchezza d’analisi
e di sfui»ature cdc all’allievo seminarista può benissimo essere sfug-
j^on stupisca però il Buonaiuti se gli diciamo che gli studiosi
d e f i n i i 8010 dconoscono proprio nel Labriola una tendenza a cer-
a intefPretaz'one trilaterale, limitata e in fondo fatalistica delle dot­
aci socialismo scientifico. E questa tendenza che condusse An-
. pabriola a sbagliarsi profondamente, per esempio, nel giudizio
del co^nlallsmo 'tal*ano e>più in generale, rese poco feconda la sua
di teorico del socialismo in Italia.
azione
96
Antonio Gramsci, che del Labriola fu studioso attento ed allievo
nel vero significato di questa parola, corresse questa errata tenden­
za. Il marxista non riduce e non può ridurre l’analisi dei fatti storici
e politici a mettere in luce un semplice rapporto di causa ed effetto
l l a una situazione economica e una situazione politico-sociale. Cosi
intesero il marxismo, da noi, gli orecchianti, ignari che per un marxi­
ani lo stesso rapporto di causalità è qualcosa di molto complicato ed
implica azione e reazione, interdipendenza e contrasto, per cui (e lo
disse Lenin) il processo storico è nel suo complesso «causa sui» e
contiene sempre in sé, secondo la trama di uno sviluppo dialettico
ili forze reali, non soltanto la propria giustificazione, ma l’elemento
positivo e il negativo, la contraddizione e la lotta. Per questo non vi
è niente di assurdo nel pensiero di Gramsci, quando egli addita il
doppio carattere dell’ideologia crociana, nazionale in quanto ha da­
to agli intellettuali meridionali una funzione nel quadro di tutto il
paese, reazionaria per avere fatto di essi l’elemento di coesione di
lina società che era fondata sull’asservimento delle grandi masse po­
polari e di cui era condizione la grande disgregazione sociale del
Mezzogiorno. Divergente dal marxismo come noi lo intendiamo è
invece quell’attendersi la soluzione della questione del Mezzogiorno
da «imprevedibili» circostanze storiche che modifichino quel rap­
porto strettamente economico. Qui si cade, come accennavamo so­
pra, nell’astratto e sterile fatalismo.
E vero che l’economia non è dominata da noi, per lo meno fino a
che viviamo in regime di anarchia capitalistica; la conoscenza esatta,
però, non solo di un generico rapporto di causa ed effetto, ma di
lutto un complesso di relazioni che si traducono in volontà, proposi­
ti, aspirazioni di uomini e di masse, in formazioni politiche, e in cor­
renti di pensiero e di cultura, è quello che ci permette di intervenire
attivamente, come avanguardia operaia organizzata, per modificare
lo sviluppo storico, accelerarlo, togliere gli ostacoli, render più de­
boli le resistenze.
Il marxismo di Gramsci era un marxismo vivente. Per questo fu
efficace; orientò migliaia e migliaia di uomini e li organizzò per l’a­
zione; creò un partito; dette al popolo italiano una guida concreta
nella lotta per la sua emancipazione, e non solo un «criterio di inter-

97
prelazione» di certi avvenimenti o una serie di profezie più o meno
giuste.
Quanto all’affermazione di Gramsci circa la impossibilità di rifor-
me religiose di massa in Italia, per le condizioni moderne della ci-
a; ci esimiamo dal rinviare il Buonaiuti alle considerazioni decisi-
ve 1Federico Engels circa il momento in cui i rivolgimenti politici e
sociali cessano dall’assumere carattere e forma di rivoluzioni religio-
se' Ci limitiamo a fargli presente come gli scarsi e discutibilissimi ri-
atl dell’attività di tutti coloro che assunsero, nel nostro paese,
posizioni analoghe alle sue, sia una riprova della giustezza della tesi
sostenuta dal grande nostro scomparso.

98
Iinsegnamento di Antonio Gramsci
11945]

Lavoratori, compagni, cittadini di Roma,


doloroso e triste è parlare accanto alle ceneri di quello che è stato
il nostro compagno e amico più caro. Particolarmente doloroso e
triste per me parlare qui oggi accanto alle ceneri dell’uomo assieme
al quale, or sono più di trent’anni, entrammo nelle file del Partito
socialista; dell’uomo che è stato il mio maestro ed educatore nella
lotta di classe, nella lotta di partito; dell’uomo che mi ha insegnato,
ad ora ad ora, come nel mondo sia eterna la lotta delle classi e dei
popoli per la loro libertà, per la giustizia. Doloroso e triste per me
parlare qui accanto alle ceneri dell’uomo che vidi l’ultima volta nel
1926, quando mi ordinò di prendere la via dell’esilio, mentre Egli,
rappresentante del popolo, rimaneva qui ad affrontare l’ira e le per­
secuzioni dei tiranni fascisti.
Ma necessario è oggi parlare perché noi in Gramsci non onoria­
mo soltanto l’amico, il fratello e il compagno; noi ricordiamo l’uomo
che è stato di esempio alla classe operaia e ad un popolo intiero; noi
celebriamo in lui l’eroe ed il martire il quale ha sacrificato la propria
vita al trionfo di una bella, di una grande idea.
Coloro che hanno conosciuto Antonio Gramsci sanno come egli
era. Debole, ferito nella struttura stessa del suo corpo, malato, nega­
to a quelle che di solito si chiamano le gioie della vita. Le gioie che
gli erano concesse erano quelle del pensiero, del lavoro, della lotta
ed Antonio Gramsci fu pensatore, fu lavoratore, fu combattente.
Egli, debole si rivolse ai deboli; egli, figlio del popolo sardo, frater­
99
nizzò con gli operai, coi lavoratori di tutta l’Italia; egli dedicò tutta
la propria esistenza alla causa più nobile e giusta che sia nel mondo:
alla causa deU’emancipazione del lavoro, della liberazione del popo­
lo da tutte le schiavitù, alla causa del socialismo. Di questa causa egli
fu combattente, assertore, eroe e martire. Per questa idea egli visse,
per questa idea egli mori. Arrestato dai briganti fascisti nel 1926
mentre era investito dell’autorità di rappresentante del popolo al
Parlamento italiano, egli mori in carcere il giorno stesso in cui avreb­
be dovuto uscire nuovamente a libertà, nel 1937. Molti combattenti
passarono nelle carceri d’Italia in quel periodo, lasciarono nelle ga­
lere fasciste brandelli della loro esistenza; ma gli anni di carcere di
Antonio Gramsci furono qualche cosa di più che la privazione della
libertà; essi furono anni di continuo martirio perché vi era chi aveva
deciso che quel cervello doveva cessare di funzionare, doveva cessa­
re, egli, di pensare per i lavoratori, per la classe operaia a cui aveva
dedicato tutta l’attività del proprio intelletto. Vi era qualcuno che
aveva deciso che ilssuo nobile cuore doveva cessare di battere per la
causa a cui egli si era consacrato.
L’odio degli uomini è alle volte terribile, ma sempre terribile è
l’odio delle caste reazionarie che sanno riconoscere nell’uomo che si
avanza alla testa delle folle il nemico implacabile, colui il quale se­
gna con la propria azione la fine del loro dominio. Per questo il car­
cere di Gramsci non fu un carcere come tutti gli altri; esso fu un
martirio lungo, lento, spietato, straziante, di tutti i giorni, di tutte le
ore, perché l’uomo il quale si era fatto esecutore contro il nostro
compagno della volontà delle caste dirigenti italiane, l’uomo il quale
era stato messo da queste caste alla testa dell’Italia, aveva deciso che
Gramsci non doveva soltanto essere condannato a 22 anni di carce­
re, ma che doveva morire, ed egli trovò gli esecutori di questa impla­
cabile volontà di persecuzione nei giudici del Tribunale speciale che
noi oggi non siamo ancora riusciti a far togliere completamente dal­
la circolazione. Trovò gli esecutori di questa barbara volontà nei di­
rettori delle carceri, negli aguzzini, nei poliziotti, nei secondini, stru­
menti ciechi o consapevoli di una volontà oscura, ma precisa. E a
Gramsci fu negato tutto: gli furono negati gli alimenti di cui aveva
bisogno, gli fu negata l’aria di cui il suo organismo aveva bisogno
100
per resistere e per vivere; furono organizzate delle pattuglie che di
notte passavano con gli scarponi del secondino davanti la porta del­
la sua cella affinché egli non potesse dormire e fosse accelerato il
processo di disfacimento del suo organismo. E cosi il carcere fu per
lui un lungo, straziante martirio. Ma il nostro compagno non cedet-
te: lavorò, lottò anche in carcere, lasciò a noi, suoi discepoli amici e
compagni, lasciò al suo partito il frutto del suo lavoro, il frutto di
anni ed anni di meditazioni e di studi sulla sorte, sulla storia del no­
stro paese; ce lo lasciò in opere che noi pubblicheremo e che stupi­
ranno gli intellettuali d’Italia per la profondità del pensiero, per la
precisione dell’analisi, per l’audacia delle conclusioni. Lavorò e lottò,
c quando vennero a dirgli, a nome dell’abietto tiranno che lo teneva
rinchiuso, che egli avrebbe potuto essere libero purché si fosse pie­
gato, purché avesse firmato una domanda di grazia, purché avesse
promesso di rinunciare alla lotta alla quale egli aveva consacrato la
propria esistenza, rispose con queste parole: «Se io accettassi la vo­
stra proposta io commetterei un suicidio ed io non voglio suicidar­
mi». Profonde parole, parole piene di una verità che io invito i gio­
vani, soprattutto, a meditare e a cogliere in tutto il suo significato
perché Gramsci sapeva che rimanendo in carcere egli sarebbe mor­
to; Gramsci lo sapeva e lo aveva detto ai compagni il giorno dopo
che il Tribunale speciale lo aveva condannato, aveva detto che egli
non sarebbe uscito vivo dalle mura delle prigioni del fascismo. Ma
egli sapeva che per lui quella morte, la morte per la propria causa, la
morte per rimanere fedele alla propria idea, la morte per non tradire
la propria idea, quella era la vera vita e l’altra era il suicidio.
Io invito i giovani intellettuali a meditare profondamente su que­
ste parole di Gramsci e sull’esempio che egli ha dato a tutta l’Italia;
riflettano a queste parole tutti quegli uomini che oggi contro di noi,
contro il partito di Antonio Gramsci, levano la stolida accusa che
noi saremmo il partito dei materialisti. Tutti coloro che levano con­
tro la classe lavoratrice, contro gli operai, la stolida accusa di non sa­
per comprendere altro interesse al di fuori dell’ottuso, limitato, gret­
to interesse materiale, riflettano a questo esempio, guardino a que­
sto esempio tutti questi signori che sono specialisti di idealità e di
idealismi; risolvano essi questo problema: come è possibile che dalla
101
classe operaia, la quale sarebbe campione del materialismo, che dal-l
e file di questo partito che sarebbe il partito del vile, basso materia-
ìsmo, sia uscito questo eroe, questo martire che ha dimostrato con
la sua parola e col suo esempio che cosa sia veramente la vita e la
morte.
Egli, compagni, non fu solo: accanto a lui, nelle carceri, diecine di
altri uomini languivano privi della libertà, con la prospettiva della
morte, e resistevano per la loro fede; e centinaia di altri lavoravano
in Italia sotto il barbaro regime delle camicie nere, rischiavano ogni
g orno la loro liberta e la loro esistenza; e migliaia di altri andavano
a morire nelle terre di Spagna per rivendicare le tradizioni di libertà
di generosità del popolo italiano; e decine di migliaia di altri oggi’
hanno preso le armi nell’Italia del Nord, hanno fatto sacrificio di se
stessi, hanno lasciato 1 loro corpi straziati e insepolti alle Fosse Ar-
eatine, hanno macchiato del loro sangue le vecchie mura della Cat­
tedrale di Firenze, dei palazzi di Milano, hanno lasciato i loro cada­
veri insepolti su selciato di Torino, ma non si sono piegati, ma han­
no combattuto, hanno affermato fino alla fine la volontà del popolo
italiano di essere libero, di essere indipendente, di emanciparsi; han­
no continuato nel nome di Gramsci, la lotta, l’affermazione di fede e
di coraggio; hanno conseguito la vittoria, hanno tracciato la via a
utta la classe operaia, a tutti i lavoratori, a tutto il popolo italiano.
e cosa e 1 eroismo, che cosa è il martirio se non questa afferma-
zione di volontà liberatrice che esce dal seno delle grandi masse po­
pò ari. Da che parte viene questo eroismo, questa capacità di marti­
no noi lo sappiamo; ce lo ha insegnato Gramsci; esso viene dalla co­
scienza precisa della verità e della giustizia della causa per la quale
noi combattiamo, per la causa che noi affermiamo con tutto il no­
stro lavoro, con tutta la nostra esistenza, col sacrificio stesso della
nostra vita. Qui sta la grandezza del nostro compagno; egli ha com­
battuto e si e sacrificato, ma egli, in pari tempo, col suo pensiero
con la sua azione e col suo sacrificio ha aperto la strada a noi, al par­
tito della classe operaia, ai lavoratori, al popolo dell’Italia intiera
incomincio egli la propria attività politica in seno al Partito socia­
lista alla vigilia, durante e immediatamente dopo l’altra guerra mon­
tale, in una situazione difficile, complessa, irta di problemi e di con­
li-addizioni. Egli allora ci indicò un obiettivo, che corrispondeva alle
condizioni di quel momento, raggiungendo il quale la classe operaia
avrebbe potuto - come hanno fatto gli operai ed i popoh di altri pae­
si - risparmiare decine di anni di miseria, di dolori, di sofferenza,
acquistare e conquistare di un balzo quelle posizioni che avrebbero
potuto garantire a tutto il paese libertà, indipendenza, benessere^
Oggi la situazione è profondamente diversa ed altri sono gli obiet­
t i che noi dobbiamo porre al popolo italiano, alla classe operaia ed
al nostro partito, ma una è la volontà, una e la grande linea direttri­
ce uno, immutabile, è il nostro obiettivo finale: l’emancipazione dei
lavoratori dalla schiavitù, la libertà dei popoli oppressi, la liberta di
tutti gli oppressi e di tutti gli sfruttati. Gramsci ci ha dato, come so­
cialista, come comunista e come italiano, una bussola che ci gui a
nel nostro difficile cammino ed è seguendo questa bussola che noi
oggi ci orientiamo. >
Egli ci mostrò l’Italia come è realmente: governata da secoli da
caste reazionarie egoistiche, capaci di tutto pur di impedire 1 avven­
to della libertà e della giustizia. Ci ha mostrato 1 Italia lacerata da
contrasti di classe e divisa anche tra un Nord industriale ed operaio
cd un Sud e le isole contadine semifeudali, arretrate, e ci disse che a
salvezza del nostro paese sta nel superare questo contrasto, sta ne
realizzare attraverso l’alleanza degli operai del Nord dei lavoratori
di tutte le altre regioni d’Italia l’unità di tutto il popolo italiano eman­
cipato dalla schiavitù. Gramsci vide nel 1919-20 dove le classi din-
centi stavano portando il nostro paese. Questa e stata una delle sue
grandezze: egli fu, in Italia, uno dei pochi che comprese a tempo da
che parte sarebbe venuto il fascismo, che cosa sarebbe stato il fasci­
smo e come il fascismo avrebbe portato l’Italia alla rovina; egli capi
e ci disse: l’Italia, sotto la direzione delle vecchie caste dirigenti rea­
zionarie, non può andare altro che alla rovina; spetterà alle classi
nuove, spetterà ai lavoratori uniti attorno alla classe operaia di pren­
dere la direzione di tutto il paese. . ...
Gramsci vide la funzione che spettava agli operai ed ai contadini,
ma egli non dimenticò mai la funzione che spettava e che deve spet­
tare nella salvezza e nella ricostruzione dell’Italia agli intellettuali, ai
tecnici, a tutti coloro i quali pur lavorando di intelletto vivono senza
103
sfruttare il lavoro altrui, vivono del proprio lavoro. E durante gli an­
ni della lunga meditazione nei carceri di Turi, di Formia e di Civita­
vecchia, egli dedicò la maggior parte della propria attenzione, del
proprio spirito critico ad indagare le condizioni nelle quali la classe
operaia e i contadini possono realizzare una solida alleanza coi ceti
intellettuali per spezzare il regime di schiavitù che finora ha tenuto
legati questi intellettuali alle classi reazionarie dirigenti del paese e
possono fare di essi gli alleati, i collaboratori e sostenitori dell’opera
grandiosa di redenzione di questa nostra Italia.
Profeta è stato il nostro compagno. Si sono realizzate le sue pro­
fezie in quanto suonavano anni di disgrazia per l’Italia, ma si sono
realizzate anche le parole profetiche di lui che annunciavano all’Ita­
lia l’inizio di un nuovo periodo storico nel quale essa avrebbe sapu­
to, sotto la direzione di un nuovo gruppo dirigente, iniziare l’opera
della sua redenzione. E vero che le caste dirigenti reazionarie e fasci­
ste hanno portato l’Italia alla rovina ma è altresì vero però, che il po­
polo, i lavoratori, gli operai, gli intellettuali d’avanguardia hanno sa­
puto trovare la strada della redenzione, la strada della liberazione.
Noi l’abbiamo visto negli anni duri della reazione, negli anni della
tirannide fascista, l’abbiamo visto nel periodo oscuro della guerra
quando hanno incominciato a organizzarsi più solidamente i primi
nuclei di combattenti provenienti da tutti i partiti, noi l’abbiamo vi­
sto quando si è formata l’unità di tutte le forme democratiche antifa­
sciste progressive nei Cln; noi l’abbiamo visto nell’anno trascorso di
lavoro e di lotta politica, ma noi lo vediamo soprattutto oggi, quan­
do dal Nbrd, dalle grandi città abitate da operai, da tecnici, da intel­
lettuali d’avanguardia, da Torino, da Milano, da Genova, dalle pia­
nure padane abitate da braccianti laboriosi che sempre sono stati al­
l’avanguardia di tutte le lotte politiche e sociali; noi lo vediamo oggi
che dall’Italia del Nord ci è giunta finalmente una parola nuova la
quale dice a tutti gli italiani: l’Italia è capace di liberarsi da sé.
Il popolo italiano, amico, collaboratore dei grandi popoli anglo-
sassoni, amico, entusiasticamente amico del grande popolo sovieti­
co, il popolo italiano in quelle regioni dove vivono i suoi nuclei più
operosi, energici e combattivi ha saputo mostrare di essere in grado
di prendere in mano le proprie sorti, di liberarsi da sé. Ed oggi è no-
104
siro compito, compagni lavoratori, non permettere che questa gran­
ile vittoria la quale segna l’inizio di una nuova tappa nella lotta per
la nostra liberazione venga ancora una volta sciupata, ancora una
volta perduta. Oggi è nostro compito non permettere che lo spirito
eroico dei braccianti, dei contadini, degli operai di Torino, di Bolo­
gna, di Milano e di Genova, che questo spirito che segna un rinno­
vamento per tutta l’Italia venga soffocato nell’atmosfera chiusa degli
intrighi e delle congiure dove tutto ciò che è nobile si perde e dove
si tramano ancora una volta atti che possono soltanto essere a nocu­
mento del nostro paese. Per questo oggi questa commemorazione è
anche per noi un giorno di festa perché essa coincide, e cosi ha volu­
to il fato, col giorno in cui noi vediamo aprirsi all’Italia, al popolo
italiano una nuova via, un nuovo cammino.
Noi vogliamo metterci e ci metteremo per questo nuovo cammi­
no, il che vuol dire che noi, nello spirito che ha animato i nostri com­
battenti del Nord, nello spirito che anima gli operai del settentrione,
noi rivendichiamo che si dia all’Italia una nuova direzione politica la
quale sia adeguata a questo spirito nuovo.
Noi vogliamo condurre avanti l’opera che è stata iniziata que­
st’anno in tutta l’Italia e che oggi nel Nord ha ricevuto il più grande
impulso, il più grande slancio verso la vittoria; noi chiediamo che sia
data al paese una nuova direzione politica in modo che le sorti d’Ita­
lia possono essere prese nelle loro mani da uomini i quali sappiano e
sentano qual è lo spirito vero del popolo italiano, lo spirito di ribel­
lione contro un passato di sfruttamento e di schiavitù, lo spirito di
rinnovamento; da uomini i quali sappiano, lavorando in questo spi­
rito, rivendicare all’Italia il posto che le spetta finalmente in mezzo
ai popoli civili.
Compagni,
io vi ringrazio di avere, cosi numerosi, portato il vostro saluto ed
il tributo del vostro omaggio alla tomba del nostro compagno, alla
tomba del fondatore e del capo del nostro partito. Noi siamo profon­
damente commossi di vedere qui raccolti, attorno alle ceneri di An­
tonio Gramsci, il popolo, gli uomini semplici, gli uomini del lavoro,
gli uomini che egli ha amato, per i quali egli ha lavorato, per i quali
egli ha combattuto. E questo cimitero, questo luogo ove le ceneri di
105
Antonio Gramsci, combattente della libertà, riposano accanto a quel­
le del grande poeta della libertà, questo luogo sarà, negli anni, luogo
di pellegrinaggio per gli operai, per i lavoratori, per i rappresentanti
del popolo italiano. Qui verranno i giovani, qui verranno gli intellet­
tuali, qui verranno gli uomini per la cui libertà egli ha combattuto;
qui essi gli renderanno grazie del suo lavoro, del suo eroismo, del
suo martirio.
Ma noi sappiamo, compagni, che il nostro compagno non è mor­
to. Il nostro compagno non è morto perché vive sono le sue idee,
perché vivo è il suo insegnamento, perché vive la guida che egli ha
dato alla classe operaia ed al popolo italiano. Dal primo giorno della
sua attività sempre egli ci disse: non basta veder giusto, non basta
indicare in modo esatto gli elementi di una situazione politica e l’o­
biettivo che una classe, che un popolo deve raggiungere; bisogna sa­
per creare una organizzazione, un partito nel quale siano uniti gli
uomini che sappiano lottare di generazione in generazione per il rag­
giungimento di questo obiettivo. Ebbene compagni, noi oggi possia­
mo dire con soddisfazione e con orgoglio che questo partito siamo
riusciti a crearlo, che questo partito esiste. Per questo il lavoro, il sa­
crificio, l’eroismo, il martirio di Gramsci non sono stati invano. Nel
Partito comunista vive lo spirito di Gramsci, vive l’insegnamento di
Gramsci, vive l’anima di questo grande combattente della libertà, di
questo grande italiano che ha saputo mostrare agli operai, ai lavora­
tori d’Italia, quale è la via della loro redenzione. Unitevi attorno a
questo partito, stringete le vostre file attorno ai partiti che lottano
per la libertà e la giustizia come lottò il nostro compagno, portate
avanti la bandiera della libertà, dell’emancipazione delle masse lavo­
ratrici, la bandiera della libertà e del socialismo che è stata la ban­
diera del compagno Antonio Gramsci, che è la nostra bandiera, che
è la bandiera che noi vogliamo far trionfare. Questo, compagni, sarà
ed è il modo migliore di onorare oggi e per sempre la memoria del
nostro grande, del nostro caro caduto.

106
Discorso su Gramsci nei giorni della Liberazione
[1945]

Cittadini di Napoli, lavoratori, compagni.


Vi ringrazio del vostro applauso, vi ringrazio della vostra acco­
glienza affettuosa; vi ringrazio di essere venuti cosi numerosi a que­
sta adunanza che noi abbiamo convocato per commemorare Anto­
nio Gramsci. Vi ringrazio soprattutto perché questo vostro accorre­
re a questa adunanza e l’applauso col quale mi avete accolto, io li
considero rivolti non a me, ma all’uomo che noi qui ricordiamo: que­
sto uomo che fu mio amico, compagno, maestro; questo uomo che
fu uno dei più grandi italiani dei tempi moderni ed il cui nome è
scritto a lettere di sangue nella galleria mesta e gloriosa dei combat­
tenti, degli eroi, dei martiri della lotta per la liberazione, per la re­
denzione del popolo italiano, insieme a quelli degli altri grandi che
insieme con lui caddero vittime di una odiosa tirannide: Matteotti,
Amendola, don Minzoni, i fratelli Rosselli e tanti tanti altri.
Breve fu la vita del compagno Gramsci: nato in un oscuro villag­
gio della Sardegna nel 1891 egli mori, prigioniero del fascismo, il 27
aprile del 1937. Quarantasei anni di esistenza, quarantasei anni di
una vita tutta dedicata al pensiero, al lavoro, alla lotta; alla lotta so­
prattutto. Alla lotta, direi, fin dagli anni dell’infanzia, quando il suo
organismo ferito nella propria stessa struttura lottava per vivere; lot­
ta negli anni della giovinezza, giovinezza di studioso nella scuola, di
giovane ansioso di acquistare tutte quelle conoscenze che dovevano
essere per lui, in seguito, un’arma della lotta per la libertà dei lavo­
ratori, per la redenzione del popolo italiano; lotta in un’altra scuola,

107
in seguito, alla scuola degli operai dove egli apprese la disciplina del­
l’organizzazione; la disciplina del combattimento ordinato di una
classe la quale sa di essere padrona del suo avvenire; lotta in seguito,
nell’ampio agone della politica nazionale, all’inizio, durante e dopo
la guerra passata, ed infine, quando il fascismo sorse, quando il fa­
scismo iniziò l’azione tenebrosa e violenta che doveva portarlo a
prendere il potere e condurre il nostro paese alla attuale rovina; lot­
ta infine e lavoro nelle carceri dove egli continuò ad essere l’educa­
tore dei suoi compagni, dove egli continuò a pensare, a raccogliere e
ad elaborare le esperienze e gli insegnamenti preziosi per tutti noi,
per tutto il nostro paese; lotta fino all’ultimo giorno dell’esistenza.
Quando noi, che attraverso le difficoltà più gravi ci sforzavamo di
tenere i contatti col fondatore e con il capo del nostro partito, rice­
vevamo, ogni tanto da lui, parole che erano un grido, che ci illumi­
navano nel nostro cammino, come l’ultima che egli ci disse, quando
egli ci comunicò, pochi giorni prima di morire, che la lotta delle clas­
si operaie e del nostro partito di avanguardia avrebbe dovuto essere
nel periodo del crollo del fascismo, e dopo il crollo del fascismo, una
lotta nazionale, se noi volevamo guidare le classi operaie ed il popo­
lo ad adempiere alla funzione che loro spetta nella storia del nostro
paese e nella storia dell’umanità.
Io vissi accanto a quest’uomo per più di quindici anni, e non è
senza una commozione profonda che io rievoco, io vedo davanti a
me la sua immagine fraterna, il suo corpo tormentato, la sua testa di
pensatore, la sua fronte carica di pensiero, i suoi occhi profondi e
sorridenti, il sorriso ed il riso coi quali egli sapeva accompagnare
tutte le manifestazioni del pensiero e del sentimento umano, e la sua
voce che era aspra nella critica, imperiosa nel dare le direttive al pro­
prio partito, ma che era dolce e malleabile nella persuasione, nella
convinzione, nella istruzione dei compagni. Quindici anni di lavoro
e di lotta comune. Ma forse di questi quindici anni, quelli che io ri­
cordo, non soltanto col maggiore piacere, ma quelli che sono rimasti
impressi più profondamente nella mia memoria, sono i primi anni,
quando ci incontrammo, naturalmente, alle soglie dell’Università di
Torino, dove venivamo entrambi dalla Sardegna, da due province
diverse, per compiere gli studi universitari, approfittando del limita­
1 0 8
to stipendio di settanta lire mensili che veniva concesso allora, dopo
e attraverso difficilissimi esami, agli studenti delle antiche province
del regno di Sardegna. Egli era già allora socialista di ispirazione,
quantunque soltanto negli anni dell’università si sia iscritto al parti­
to, nel 1914, ma la formazione sua mentale ed intellettuale era
profondamente diversa da quella degli esponenti e dei capi del mo­
vimento socialista di allora, e nelle conversazioni con lui, nulla affio­
rava di quel vuoto fantasticare dei neofiti del socialismo; nulla di
quel vano sognare di costruzioni ipotetiche sociali future. Io ricordo
che, già allora, in quelle prime conversazioni, il suo pensiero di so­
cialista era un pensiero storicamente concreto, adeguato pienamente
alla realtà, ed adeguato, prima di tutto, alla realtà economica, politi­
ca e sociale del nostro paese, dell’Italia. Già allora, io mi ricordo,
che il suo pensiero era in pari tempo socialista, e quindi internazio­
nalista, ma profondamente concreto, nazionale. Egli faceva propria
la critica della vecchia società italiana come usci dal Risorgimento,
come usci da secoli di oppressione e di arretratezza; la critica formu­
lata dagli elementi più avanzati non soltanto della corrente sociali­
sta, ma di tutte le correnti liberali e democratiche provocate dal mo­
vimento politico italiano, e ciò che lo colpiva soprattutto, sotto le
apparenze di uno Stato e di una società unita ed organizzata, erano i
profondi contrasti che laceravano il corpo della nazione italiana, che
lo laceravano tanto secondo una linea di classe che secondo una li­
nea territoriale. Ciò che lo colpiva era il carattere profondamente
reazionario dei metodi di governo, impiegati dalla parte conservatri­
ce reazionaria delle caste dirigenti dell’Italia di quel tempo, e la man­
canza di unità vera ed intima del nostro paese.
Egli veniva da una provincia arretrata, aveva visto in questa arre­
trata provincia sarda una corrispondenza delle condizioni in cui si
trovavano tante altre arretrate province dell’Italia, soprattutto nelle
regioni meridionali; aveva visto come venivano governati i contadini,
i lavoratori, con quali metodi essi venivano tenuti soggetti dalle vec­
chie clientele, dalle vecchie caste dirigenti, egoistiche, reazionarie,
legate agli elementi di una organizzazione feudale che sopravviveva­
no nella struttura dell’Italia, accanto a forme più avanzate che si ve­
nivano sviluppando nel Nord. Nel Nord, a Torino, egli trovò una si­
109
tuazione completamente diversa; fece la conoscenza di una classe
operaia avanzata la quale si stava conquistando la libertà, la quale
stava lottando per elevare il proprio tenore di vita, per difendere i
propri interessi attraverso la creazione di una vasta, grande e libera
organizzazione. Egli fece la conoscenza coi grandi movimenti dei
braccianti, socialisti e cattolici, delle valli del Po, i quali attraverso
lotte durate due decenni, riuscirono a elevare il tenore di esistenza di
centinaia di migliaia di italiani. In questo movimento di vigoroso im­
pulso di tutti i progressi politici e sociali, del nostro paese e dal con­
fronto di quello che vide nel Nord assistendo ai primi scioperi bene
organizzati, dal confronto tra questa situazione e quella della provin­
cia dalla quale egli veniva, ricavava la conclusione che esistevano due
Italie e che la redenzione del nostro paese, che il progresso politico e
sociale del nostro paese era legato, prima di tutto, essenzialmente al
fatto che si superasse questo distacco, che si eliminasse questa lace­
razione, questa rottura nella struttura stessa del nostro paese.
Di c[ui la prima fondamentale intuizione politica che poi lo guidò
in tutta la sua attività, nel corso degli anni successivi: la necessità
della alleanza stretta fra i gruppi sociali più avanzati dell’Italia set­
tentrionale con le grandi masse dai lavoratori e soprattutto dei con­
tadini delle regioni arretrate del Mezzogiorno e delle isole, sofferen­
ti ancora dei residui di una società e di rapporti economici feudali o
semifeudali.
Ma insieme a questa, un’altra questione, sin dall’inizio, mi ricor­
do, lo preoccupava ed era quella del destino, delle funzioni e della
struttura stessa nella società italiana dei ceti intermedi, e, prima di
tutti, degli intellettuali nei quali egli riconosceva ed affermava esiste­
re il tessuto connettivo della società italiana attraverso i secoli, a cui
attribuiva funzioni particolari nell’opera di liberazione che deve es­
sere compiuta nel nostro paese, nell’opera di resurrezione dell’Italia.
Questo gruppo sociale degli intellettuali, anch’esso era allora, se non
in movimento, in crisi e l’elemento determinante di questa crisi era
in sostanza lo sviluppo di nuove correnti di pensiero e di cultura che
in quegli anni, fra il 1900 e il 1914, si affermavano come predomi­
nanti: la nuova cultura di origine filosofica idealistica, la quale aveva
battuto in breccia, aveva smantellato e distrutto le posizioni su cui
110
era rimasta stagnante, alla fine del secolo passato, la cultura italiana:
le posizioni del vecchio positivismo, del vecchio scientismo - mi si
permetta la parola - infiacchito, incapace di sviluppo, lontano dalla
realtà.
Ho già detto che la formazione ideologica di Gramsci era profon­
damente diversa da quella dei vecchi capi del movimento socialista,
dei vecchi esponenti di questo movimento. Egli non veniva dal posi­
tivismo, egli veniva piuttosto dagli studi filologici e filosofici e la sua
formazione mentale era soprattutto paragonabile a quella dei grandi
fondatori del pensiero marxista; proveniva piuttosto dalla filosofia
hegeliana. Egli era quindi in grado di comprendere e di riconoscere
tutto quello che di nuovo e di progressivo conteneva in sé il nuovo
indirizzo mentale che allora si affermava nel campo della cultura na­
zionale. Ma egli, in pari tempo, era in grado, come marxista già esper­
to di analisi ideologiche e storiche e politiche, di comprendere dove
fosse il difetto di questa nuova cultura idealistica. Ricordo che allo­
ra, questo fu tema di grandi discussioni di Gramsci con studenti gio­
vani che allora si formavano alla vita ed al pensiero, e questo tema,
io l’ho ritrovato in seguito, sviluppato negli scritti dal carcere di
Gramsci.
Egli comprendeva che la nuova cultura idealistica italiana rappre­
sentava un passo avanti nello sviluppo della nostra cultura nazionale,
come l’hegelismo aveva rappresentato un passo avanti nello sviluppo
della cultura filosofica europea in genere. Egli comprendeva quindi
che non era possibile prendere un atteggiamento strettamente nega­
tivo verso questa nuova corrente intellettuale, ma egli affermava che
dovevamo compiere, nei confronti di questa corrente filosofica una
operazione analoga a quella che Marx e Engels compirono al loro
tempo, quando nei confronti delle formule hegeliane, essi fecero
quello che essi stessi definirono il rovesciamento della dialettica he­
geliana, cioè degli schemi ideologici astratti costruiti da Hegel, fece­
ro una guida concreta per comprendere lo sviluppo della dialettica
reale che è nelle cose, che è nel contrasto delle classi, che è nella so­
cietà stessa. Egli comprendeva che lo storicismo idealistico non era
in grado, o almeno in un determinato momento non sarebbe stato
più in grado di comprendere la realtà appunto perché gli mancava
111
questa diretta comprensione della dialettica che è nelle cose e che è
nella realtà storica stessa, e pensava che spettasse alle classi operaie,
agli intellettuali di avanguardia, di compiere nei confronti di questa
corrente filosofica culturale, la stessa opera di rinnovamento e di ro­
vesciamento, in modo che noi, eredi di tutto quello che vi è di posi­
tivo e di progressivo nello sviluppo della cultura del nostro paese,
potessimo spingere avanti su queste basi anche il nostro pensiero
marxista, arricchirlo delle nuove esperienze, renderlo più fecondo,
penetrante, più audace, nelle sue analisi, nelle sue conclusioni, nei
suoi risultati.
Egli non potè condurre a termine quest’opera. A questo lavoro
furono dedicati in gran parte i suoi studi dal carcere, ma questo la­
voro «ara condotto a termine dalle nuove generazioni di intellettuali,
dai giovani che si avanzano nel campo della cultura, che vedono da­
vanti a sé aprirsi, sulla base di una triste e dura esperienza, un nuovo
e grande orizzonte di ricerche e di lavoro. Ma quello che io posso
dire, quello che risulta da tutti gli scritti e lavori di Gramsci dedicati
alla risoluzione di questo problema, è che egli comprese che quel
nuovo indirizzo culturale, qualora non fosse sostenuto da parte di
una avanguardia di intellettuali, qualora non fosse stato nuovo me­
todo di ricerca, con la realtà, egli aveva compreso che questo nuovo
indirizzo storico conteneva in sé elementi di confusione e di degene­
razione che poi vennero sviluppandosi nel modo che non abbiamo
ora il tempo di indicare, ma che ha portato a far si che l’era della
cultura idealistica è sfociata in sostanza nel deserto intellettuale del
fascismo. Ma questi sono problemi, cittadini e compagni, a cui non
posso ora dedicare molto tempo. Ad altre opere attese allora Gram­
sci. La sua stessa preparazione ideologica fece di lui, fra tutti i diri­
genti del movimento operaio e socialista, del movimento democrati­
co e progressivo dell’Italia, nel corso della guerra passata e dopo
questa guerra, uno degli uomini più preparati per orientarsi nella
grande crisi aperta da quella guerra e per dirigere il corso di quella
crisi avvalendosi delle classi operaie, della parte più avanzata e co­
sciente del popolo italiano.
Gramsci previde il fascismo - tutti noi che lavoravamo con lui, e
certamente vi sono a Torino ancora centinaia e migliaia di operai che

112
ricordano le esposizioni precise da lui fatte nel grande salone della
Camera del lavoro di Torino, quando egli diceva agli operai: «Bada­
te, questo si sta preparando, e se non riusciamo, come classe ope­
raia, come masse lavoratrici, a fare un grande passo in avanti per tra­
sformare tutta la struttura politica del nostro paese, nel corso di que­
sta stessa crisi, noi ci troveremo di fronte alla reazione scatenata nel­
le forme più barbare, più feroci e nulla resisterà a questa reazione».
Egli previde il fascismo; anche altri lo previdero. Lo previde Filippo
Turati, ma da questa previsione egli non seppe ricavare la necessaria
conseguenza che doveva spingere a superare il nullismo politico del
riformismo italiano di quei tempi. Lo previdero anche altri uomini
politici di parte democratica, ma essi non seppero trarre da questa
loro giusta previsione la conseguenza che avrebbe dovuto portarli a
comprendere che per impedire l’avvento ed il trionfo del fascismo
era necessaria una trasformazione profonda di tutti i metodi politici
coi quali veniva diretto il nostro paese; era necessario un profondo
rinnovamento di tutta la direzione politica e di tutta l’organizzazio­
ne dello Stato italiano, affinché alle forze reazionarie che avanzava­
no e volevano respingere indietro le masse lavoratrici per decenni e
secoli, fosse opposta una barriera incrollabile. Gramsci non solo pre­
vide il fascismo, ma egli nel tempo stesso seppe trarre le necessarie
conseguenze da questa sua previsione, da questa sua profezia, in una
direttiva che egli ci dette allora e che vale anche per oggi: riuscì a su­
perare il massimalismo poltrone e parolaio ed il riformismo inetto di
quei tempi, riuscì ad ispirare quei gruppi di avanguardia che si rac­
colsero intorno a lui e che oggi son divenuti un grande partito; sep­
pe ispirare un nuovo modo di orientarsi negli atti e nella vita politi­
ca, di intervenire in quei fatti, di dirigere la lotta liberatrice delle
classi operaie del nostro paese. Nulla era più alieno dallo stile del
nostro grande compagno che lo sterile frasario rivoluzionario che a
quei tempi, nell’altro dopoguerra, aveva così gran corso e dilagò dap­
pertutto. Ricordo una volta, in un comizio, davanti alla Camera del
lavoro di Torino, quando lo vollero mettere alla tribuna a parlare
davanti ad una grande folla. Parlarono prima e dopo di lui molti di
questi uomini i quali non sapevano dire alle masse che delle frasi co­
siddette rivoluzionarie, vuote di contenuto concreto di azione, e la

113
sua voce quasi fu sommersa in questo oceano di frasi. Ma quando
egli chiamava gli operai attorno a sé e discuteva e parlava con loro di
tutte le questioni che sorgevano nella vita delle fabbriche, nella vita
sindacale, nelle sezioni politiche, e quando discuteva con loro con­
cretamente tutte le questioni di vita politica, allora, oh allora egli era
efficace, oh allora egli apriva gli intelletti, allora dirigeva gli animi,
allora orientava le menti.
Due cose, due cose fondamentali, due grandi insegnamenti che,
oserei dire, hanno un valore più che politico, morale, egli sapeva di­
re agli operai: la prima era un incitamento alla azione costruttiva e
concreta di tutti i giorni; la seconda era l’appello al sacrificio, per­
ché, egli diceva, la classe operaia ed i lavoratori del popolo nostro
non potranno liberarsi se non attraverso la lotta la quale costerà du­
ri, gravissimi sacrifici. Noi dobbiamo questi duri sacrifici affrontarli
con piena coscienza, sapendo che ci aspettano nella lotta, nella qua­
le dobbiamo saper dare prova non soltanto di coraggio, ma di eroi­
smo, nella quale dovremo sapere affrontare anche il martirio.
Egli dette queste prove. Si è molto discusso su che cosa fu questa
scoperta, cosi venne chiamata, del Consiglio di fabbrica intorno alla
quale gravitò in quegli anni tutto il pensiero e tutta l’azione politica
di Gramsci, e si è detto che essa sarebbe stata uno schema rigido e
fisso, incapace di adeguarsi alla nuova realtà della nuova situazione
italiana. Non è vero. Il Consiglio di fabbrica per Gramsci non era
altro che la cellula elementare nella quale la classe operaia doveva
manifestare la propria capacità politica, costruttiva, dimostrare di
essere capace di costruire una nuova società, allenarsi a prendere
nelle mani la direzione di tutti gli elementi i quali sono necessari al
popolo per costruire una nuova società, creare quei collegamenti
necessari tra classe operaia e grandi masse contadine, grandi masse
lavoratrici, i tecnici, gli intellettuali, tutti gli uomini che vivono del
loro lavoro e che devono assieme collaborare alla grande opera del­
la costruzione di una società in cui il lavoro sia libero e non più
sfruttato.
Quanto sia vera quest’affermazione che il Consiglio di fabbrica
non era per Gramsci uno schema limitato che isolasse la classe ope­
raia dal resto della nazione, ma era invece la forma di organizzazione

114
in cui si doveva realizzare, in quel tempo, in quel periodo la' funzio­
ne della classe operaia, lo dimostrò la successiva azione politica di
Gramsci. Lo dimostrò la politica che egli venne sviluppando nel
1923, nel 1924, nel '25 e nel ’26, dopo l’andata del fascismo al pote­
re e soprattutto nel corso della crisi scatenata dall’assassinio di Mat­
teotti, quando egli, superando le resistenze settarie nell’interno stes­
so del nostro partito e della classe operaia stessa, volle che il Partito
comunista entrasse a far parte della grande coalizione aventiniana
dei partiti democratici. Volle che in quella coalizione noi andassimo
ad esporre quali dovevano essere le direttive di una lotta concreta
per riuscire a rovesciare il fascismo in quel momento storico e deter­
minato, e volle che noi uscissimo da quella coalizione soltanto quan­
do fosse dimostrato che quella non era più un’organizzazione di com­
battimento, ma una coalizione politica incapace di dirigere il popolo
in una vera e grande lotta liberatrice.
Ma in tutto quel periodo l’idea centrale della azione politica di
Gramsci fu l’idea dell’unità: unità dei partiti operai nella lotta per la
difesa delle istituzioni democratiche e per il rovesciamento del fasci­
smo; unità dei partiti operai con le forze democratiche che allora in­
cominciavano ad organizzarsi particolarmente in questa Italia meri­
dionale; unità delle masse lavoratrici socialiste con le masse lavora­
trici cattoliche delle città e delle campagne, unità di operai, unità di
operai e contadini, unità di lavoratori del braccio e della mente, per
la creazione di un grande blocco di forze nazionali, sulla base del
quale fosse possibile sbarrare la strada all’ulteriore avanzata del fa­
scismo e salvare - come allora ancora sarebbe stato possibile - il no­
stro paese.
Nel corso della lotta che egli conduceva per la realizzazione di
questo grande piano politico Antonio Gramsci venne strappato alla
vita politica attiva. Nell’ottobre del 1926, nonostante che la sua per­
sona fosse coperta dall’immunità parlamentare, egli venne gettato
in carcere, venne condannato a 22 anni di reclusione, venne tenuto
racchiuso nel carcere fino alla morte. Finita la vita politica attiva in­
cominciava il martirio. Mussolini aveva dato ordini precisi e il pro­
curatore generale del Tribunale speciale delle camicie nere, il signor
Isgrò, aveva formulato chiaramente durante il processo quali erano

115
queste direttive: bisognava impedire al cervello di Gramsci di fun­
zionare.
Gramsci venne gettato in una cella, Gramsci venne fatto morire
attraverso un martirio ed una agonia lenta che durarono 11 anni. Ma
il suo cervello non smise di funzionare. Egli continuò durante quei
lunghi anni a lavorare, a studiare, a scrivere. Egli ci ha lasciato un
patrimonio letterario prezioso, il risultato di questo suo lavoro, di
questi suoi studi: 34 grossi quaderni, come questo - eccone uno -
coperti di una scrittura minuta, precisa, eguale; ogni foglio con il
timbro del carcere e con la firma del direttore. Risultato di una ela­
borazione nuova e profonda dei problemi che egli aveva affrontato
all’inizio della sua vita politica, vorrei dire anche all’inizio della sua
vita intellettuale, nei primi anni di università: i problemi, in prima li­
nea, della storia del nostro paese, della funzione dei diversi gruppi
sociali che hanno contribuito a formare la nazione italiana, ed in par­
ticolare della funzione di quei gruppi intellettuali che egli considera­
va destinati a giocare una parte importantissima come tessuto con­
nettivo della società e dello Stato italiano e che può orientare lo svi­
luppo di questo Stato in un modo o nell’altro a seconda che essi ser­
vano le caste reazionarie egoistiche, nazionalistiche ed imperialisti­
che le quali non possono portare l’Italia altro che alla rovina, oppu­
re che essi, modificando il proprio orientamento, si orientino verso
un’alleanza solida con la classe operaia, con le masse lavoratrici del­
le città e delle campagne e collaborino con esse alla costruzione di
una società nuova.
Noi in questi giorni siamo nuovamente venuti in possesso di que­
sto capitale prezioso che a grande fatica riuscimmo al momento del­
la morte di Gramsci a strappare al carcere ed imprenderemo la pub­
blicazione di questo materiale, il quale arrecherà una sorpresa a mol­
ti per l’acutezza e la profondità dell’analisi, per l’audacia delle con­
clusioni che il nostro compagno sapeva trarre da un esame di tutta
la storia del nostro paese, che conclude col tracciare una nuova pro­
spettiva di sviluppo, di redenzione e di resurrezione per l’Italia.
Questo fu Gramsci, e quando io ripenso alla sua attività come
pensatore e come lavoratore, come capo politico, come combatten-
116
le, una cosa soprattutto mi colpisce, oserei dire che quasi mi spaven­
ta: l’esattezza di quello che vi fu di profetico nel suo pensiero.
Due erano le conclusioni alle quali egli arrivava: la prima è che le
vecchie caste dirigenti reazionarie italiane, egoiste, legate a difesa di
un interesse particolare di gruppi e di classi, avide di un’avidità dal­
la quale non doveva soltanto uscire la grande ruberia fascista, ma
dalla quale doveva uscire tutta una politica improntata ad un rigido
criterio di oppressione di classe, queste caste dirigenti grettamente
nazionalistiche, orientate sulla base di questo gretto nazionalismo
verso un imperialismo di particolare tipo brigantesco, come fu l’im-
perialismo fascista, queste vecchie caste dirigenti non potevano por-
lare il nostro paese altro che alla rovina. Questa fu la prima grande
profezia di Gramsci. Per nostra disgrazia, per disgrazia comune di
Iutti noi, essa si è realizzata.
Ma egli prevedeva e profetizzava anche un’altra cosa: che dal po­
polo italiano potevano sorgere e sarebbero sorte forze nuove, ener­
gie destinate a salvare il paese, a gettare le basi della sua ricostruzio­
ne, a ricostruirlo.
Anche questa parte del pensiero profetico di Gramsci si è realiz­
zata o si sta realizzando.

117
Gramsci, la Sardegna, l’Italia
[1947]

In tutta Italia, in questo giorno, in assemblee di lavoratori, di in­


tellettuali, di popolo, viene commemorato il decimo anniversario
della morte di un grande figlio della Sardegna, del fondatore del Par­
tito comunista italiano, di Antonio Gramsci.
Ero stato invitato a fare questa commemorazione a Torino, nella
città dove Gramsci, recatosi a compiere i propri studi, senti più for­
te la vocazione che doveva fare di lui il capo del movimento operaio
e comunista italiano; ero stato invitato a commemorarlo in quella
città, dove il ricordo di lui è vivo e presente ancora oggi nell’animo
di centinaia e migliaia di donne e di uomini, dove lo spirito di lui an­
cora aleggia, e più vivamente aleggia, nelle aule universitarie, nelle
fabbriche rumorose, nel tumulto della grande città industriale e pro­
letaria. Ma ho rifiutato quell’invito, e ho voluto venire a commemo­
rare Gramsci, qui, in Sardegna, dove egli nacque; qui, nella terra
dalla quale ha spiccato il volo l’ingegno suo di aquila.
Di qui venne ad Antonio Gramsci il primo impulso, la vocazione
iniziale della sua vita; ciò che egli aveva visto, osservato, sofferto in
Sardegna, diventò elemento fondamentale per la elaborazione del
suo pensiero politico, spinta decisiva alla esplicazione della sua atti­
vità pratica di dirigente della classe operaia e dei lavoratori italiani.
Sardo fu Antonio Gramsci; sardo di nascita; sardo perché amò la
sua terra d’immenso amore, l’amò cosi com’essa è, con la sua bellez­
za semplice, con le sue asperità, con i suoi contrasti, con le sue soffe­
renze, con le sofferenze del popolo sardo che egli conobbe, compre­
118
se, condivise. Immagini di questa terra accompagnarono il nostro
compagno indimenticabile fino agli ultimi giorni della sua esistenza:
teneri ricordi d’infanzia, memorie di scuola che ritroviamo oggi nel­
le sue lettere, espressi con parole semplici, nobilissime, lontane da
ogni infingimento letterario, da ogni artificio di declamazione orato­
ria. E voi vedete Gramsci vicino alla morte, racchiuso nelle quattro
pareti di una cella dalla quale non uscirà mai più, rievocare, sognare
la sua terra, pensare ai giorni in cui, ragazzo, andava per queste cam­
pagne arse dal sole, a caccia degli uccelletti e delle bisce; rievocare
«la valle del Tirso sotto S. Serafino, il lago che il fiume forma sotto
la chiesa e le gallinelle che uscivano dai canneti per nuotare verso il
centro e i salti dei pesci che cacciavano le zanzare»1. La Sardegna,
come essa è nella sua natura e nei suoi uomini, visse eterna, fino alla
morte, nell’animo del grande figlio di questa terra.
Ma sardo fu Gramsci perché dalla conoscenza delle condizioni e
dei dolori della sua terra, dalla conoscenza delle sofferenze del po­
polo che l’abita venne a lui l’impulso a porre in modo nuovo, diver­
so, i problemi del rinnovamento non soltanto della vita della Sarde­
gna, ma della vita e della struttura di tutta la società italiana. Sardo
fu questo impulso; di qui esso parti. Questo non dimenticheremo
mai. Questo non potremo mai dimenticare.
Credo che questo impulso originario venisse a Gramsci dalla vi­
sione delle condizioni stesse dell’isola, quelle di allora peggiori forse
di quelle di oggi, ma quelle di oggi non troppo migliori di quelle di
allora; la visione della miseria dei lavoratori dei campi e delle città;
la visione della arretratezza dello sviluppo economico e politico, la
immediata sensazione della grettezza, della meschinità dei rapporti
sociali coerenti con questo sviluppo arretrato, e quel senso diffuso
quasi di umiliazione e di offesa che era allora e credo ancora oggi sia
comune alla maggior parte della popolazione sarda, comune ai pa­
stori dell’altipiano, ai coltivatori campidanesi, ai minatori dell’Igle-
siente, agli studenti che escono dalle vostre scuole e non trovano da­
vanti a sé una prospettiva di prospero sviluppo e di esistenza felice,
agli impiegati mandati in Sardegna «per punizione» come una volta
si faceva e forse purtroppo ancora oggi si fa, agli intellettuali e persi­
no al ceto possidente che sente quanto il livello della propria esi­
stenza sia inferiore al livello di esistenza delle classi e dei ceti dello
stesso rango che vivono sul continente.
Gramsci senti profondamente questa particolare situazione della
Sardegna e del popolo sardo nell’Italia di allora, in quell’Italia del pe­
riodo dal 1900 al 1910 che era un paese in sviluppo e progresso, per­
ché allora si aprono nel Nord le grandi fabbriche, si rinnovano le col­
ture nella pianura del Po, si formano le grandi organizzazioni operaie,
sorgono le Camere del lavoro di diverso colore in un ambiente che si
sta rinnovando, tutto un popolo lavora e lotta per migliorare le pro­
prie condizioni di esistenza, e tutta l’Italia sembra presa da un impul­
so nuovo, da uno slancio verso il progresso, il benessere, la libertà. La
Sardegna no. La Sardegna rimaneva indietro, non partecipava a que­
sto slancio, restava legata alle vecchie strutture e alle vecchie condi­
zioni sociali, all’eterna miseria e arretratezza di tutti i ceti della popo­
lazione isolana, e Gramsci sentiva come ingiustizia profonda il fatto
che nella nazione italiana vi fosse questa scissione, che collocava da
una parte le regioni avanzanti sulla via del progresso e dall’altra parte
regioni come la vostra, come la Sicilia e come le altre dell’Italia meri­
dionale a cui sembrava il progresso fosse negato. Cercava, il giovane
Gramsci, la spiegazione di questo fatto, ma egli - posso dirlo con pie­
na certezza perché questo fu il tema delle nostre prime conversazioni
là nel vecchio portico della Università di Torino alla quale eravamo
venuti tutti e due dai licei della Sardegna - egli respingeva con sde­
gno e con ragionamenti adeguati le «spiegazioni» correnti che circo­
lavano e purtroppo circolano ancora oggi nelle opere dei sociologi da
strapazzo, i quali vorrebbero spiegare questa arretratezza e miseria di
una regione italiana con particolari caratteristiche del suo popolo, che
sarebbe meno laborioso, meno industre, dotato di minore iniziativa,
più pigro, forse degli altri abitanti di altre regioni italiane. No, Gram­
sci respingeva con sdegno queste spiegazioni. Egli cercava le ragioni
della miseria e dell’arretratezza dell’isola nei rapporti stessi che esiste­
vano fra i diversi gruppi sociali non soltanto qui ma in tutta Italia.
Ricordo una immagine semplice, popolare come quelle di cui sem­
pre si serviva il nostro grande compagno per rendere accessibili a
tutti anche le cose più difficili, una immagine nella quale cercava di
tradurre in una visione concreta le condizioni dell’isola e le cause di

120
queste condizioni. Dovete immaginarvi la Sardegna, egli diceva, co­
me un campo fertile e ubertoso, la cui fertilità è alimentata da una
vena d’acqua sotterranea che parte da un monte lontano. Improvvi­
samente voi vedete che la fertilità del campo è scomparsa. Là dove
vi erano messi ubertose vi è soltanto più erba bruciata dal sole. Voi
cercate la causa di questa sciagura, ma non la troverete mai se non
uscite dall’ambito del vostro campicello, se non spingete la vostra ri­
cerca fino al monte da cui l’acqua veniva, se non arrivate a scoprire
che lontano parecchi chilometri un malvagio o un egoista ha tagliato
la vena d’acqua che alimentava la fertilità ubertosa del vostro cam­
po. Il problema che assillava Gramsci era appunto questo, chi ha ta­
gliato la vena che in altri periodi del passato aveva reso fertile e feli­
ce la terra di Sardegna? Chi ha condannato in questo modo la Sar­
degna alla arretratezza e alla povertà?
Debbo dire che il suo stato d’animo era allora, nei primi anni del­
la sua giovinezza, fieramente non soltanto sardo ma, direi, sardista.
Egli sentiva profondamente il risentimento comune a tutti i sardi con­
tro i torti fatti all’isola e questo diventava anche per lui risentimento
verso i continentali e verso il continente. Vi sono passi nelle sue lette­
re dove questo stato d’animo è espresso nella forma più vivace. Egli
pensava allora che la Sardegna dovesse redimersi attraverso una lotta
contro il continente e contro i continentali per la propria libertà, per
il proprio benessere, per il proprio progresso. Un ribelle era già allo­
ra Antonio Gramsci. In pari tempo il suo pensiero si orientava verso
il socialismo, verso quel movimento delle classi lavoratrici che ha
riempito di sé gli ultimi cento anni della storia di Europa e il cui svi­
luppo e la cui maturazione sono oggi al centro della vita del mondo
intiero. Ma qui incomincia a manifestarsi la originalità di Antonio
Gramsci e del suo pensiero. Anche altri in Sardegna, in Sicilia e nelle
altre regioni meridionali vennero al socialismo, aderirono a questo
grande movimento di emancipazione delle masse lavoratrici, ma l’a­
desione al socialismo spesso, se non quasi sempre, li staccò dai pro­
blemi della loro terra. Diventarono, nella loro terra o fuori di essa,
buoni organizzatori o di minatori, o di braccianti, o di operai; pensa­
rono che la lotta per le rivendicazioni immediate e per l’emancipa-
/ione delle classi lavoratrici fosse qualche cosa in cui si esaurisse il

121
compito loro. La disgiunsero dai problemi della loro terra di origine
e questi finirono, in sostanza, per dimenticare. L’originalità di Gram­
sci incomincia dal momento in cui egli, diventato socialista, continua
a essere sardo, e i problemi del socialismo non stacca dai problemi
della redenzione della propria isola; anzi, trova nella dottrina e nel
pensiero socialista la guida per scoprire la via che deve portare alla
soluzione di questi problemi. La coscienza delle necessità della sua
terra, delle necessità dei lavoratori sardi e dei sardi di tutti i gruppi
sociali viventi sopra di essa, lo spinge anzi a vedere i problemi del so­
cialismo sotto un angolo nuovo, lo spinge a considerare sotto una
nuova visuale le questioni fondamentali dell’organizzazione del mo­
vimento emancipatore dei lavoratori e del rinnovamento di tutta la
società. Dalla critica della struttura della società sarda egli arriva, at­
traverso il socialismo, alla critica della struttura di tutta la società ita­
liana, e quindi alla indagine e alla scoperta di quelle che dovranno es­
sere le forze rinnovatrici e dell’isola e dell’Italia intiera, e del modo
come dovranno muoversi per operare questo rinnovamento.
E cosi trova una risposta al problema che lo assillava. Dopo aver
conosciuto il movimento operaio del Nord, dopo aver assistito ai
grandi scioperi, dopo essere stato alla scuola dell’organizzazione e
della politica dei lavoratori delle fabbriche e dei campi delle parti
più avanzate d’Italia, egli trova la risposta precisa alla domanda che
lo assillava. Chi ha tagliato la vena d’acqua che rendeva ubertoso e
fecondo quel campo? Dov’è la causa della povertà e arretratezza del­
la Sardegna? Responsabile è quel capitalismo frettolosamente svi­
luppatosi sotto la spinta dell’interesse egoistico dei più avidi e rea­
zionari tra i gruppi dirigenti della società italiana. Responsabili della
miseria della sua terra sono coloro che in pari tempo sono gli autori
dello sfruttamento delle grandi masse operaie dell’Italia settentrio­
nale e di tutto il resto del nostro paese. Come sfruttano operai e brac­
cianti, cosi questi gruppi capitalistici avidi e reazionari mantengono
mezza Italia nella miseria, e ciò per poter dominare, per poter difen­
dere sino all’ultimo i loro privilegi. Fatta questa scoperta il sociali­
smo diventa, per lui, qualche cosa di ancora più concreto, di più vi­
cino all’animo suo. Nel socialismo egli trova la via per la soluzione
dei problemi annosi della propria terra. Una classe nuova, il proleta-
122
l'iato industriale, si avanza sulla scena della storia, ma egli compren­
de che questa classe nuova non vincerà e non potrà rinnovare l’Italia
se non stabilirà solide alleanze con tutti gli altri gruppi di uomini
che soffrono e vogliono progredire; e queste alleanze non saranno
soltanto fra gruppi sociali, ma diventeranno, in momenti determina­
li, alleanze fra il proletariato e le classi lavoratrici delle regioni più
avanzate del paese da una parte e la popolazione intiera delle regio­
ni che più soffrono per la irrazionale struttura dello Stato e di tutta
la società italiana. In questo modo egli arriva a determinare la fun­
zione nuova della classe operaia come classe dirigente del rinnova­
mento di tutta la vita economica, politica e sociale d’Italia, e fonda
nello spirito della più rigorosa dottrina marxista una politica com­
pletamente nuova per il socialismo italiano, di alleanza fra i gruppi
sociali più progrediti e la grande massa delle popolazioni delle re­
gioni più arretrate del paese. Attraverso questa alleanza si dà alla de­
mocrazia e al socialismo una forza nuova, irresistibile; si minano per
sempre le basi della reazione e conservazione sociale; si aprono al
paese le strade sicure della libertà e del progresso.
E qui arriviamo al nocciolo vero del pensiero di Gramsci, all’a­
spetto più nuovo e originale della mente e della personalità politica
del capo del nostro partito. Per la prima volta nella storia del nostro
paese il socialismo diventa con lui non più soltanto un movimento
di classi proletarie sfruttate in lotta per il miglioramento delle condi­
zioni di esistenza e per la loro emancipazione sociale: diventa moto
per il rinnovamento di tutta la società italiana, diventa movimento
nazionale progressivo, liberatore.
Dalla Sardegna egli è partito e attraverso la interpretazione socia­
lista dei fatti della vita sarda e nazionale è arrivato all’Italia intiera,
all’Italia che deve essere rinnovata attraverso la unione di tutti gli
struttati, di tutti gli oppressi, di tutti coloro che anelano al progresso
e alla libertà.
Immane compito quello di realizzare questa opera di liberazione.
( '.olui alla mente del quale questo compito è balenato per la prima
volta, era uomo di scarsa forza fisica, di cui, per il modo stesso com’e­
ra costituito il suo misero corpo, si poteva alle volte pensare che non
potesse continuare a godere dei beni della esistenza fisica. Ma in
123
quest’uomo vi era oltre al pensiero una volontà forte, incrollabile.
Egli lo sapeva, e nelle sue lettere, quando ritorna sopra di sé, cerca
egli stesso di definire donde è venuto l’impulso che ha fatto di lui un
combattente, un eroe, un martire. «Io ho sognato una vita - egli di­
ce - della quale il mio pensiero e la mia volontà fossero le uniche
guide dell’azione.» Sentiva che uno sforzo enorme di volontà era ne­
cessario per riuscire a condurre a termine l’opera immane di rinno­
vamento della società italiana che a lui era balenata come il sogno
della giovinezza e che noi abbiamo il compito di realizzare.
Sentiva in pari tempo, credo, la scarsità delle sue forze fisiche, ma
sentiva pure che il pensiero e la volontà di un uomo si fanno realtà e
forza imbattibili, quando riescono, traducendosi in una organizza­
zione, a diventare pensiero e volontà collettiva di decine, centinaia
di migliaia di uomini uniti non solo dalla stessa fede, ma dallo stesso
concreto legame di lavoro. Per questo Gramsci ha creato un partito
e a questo partito ha affidato il proprio pensiero, la propria volontà
di rinnovamento della società italiana.
Molti oggi, in Italia, vedendo lo sviluppo impetuoso del Partito
comunista in questi ultimi anni dopo la Liberazione, molti che ave­
vano conosciuto il comuniSmo solo attraverso le infami calunnie del­
la propaganda fascista, si chiedono il perché di questa nostra ascesa,
il perché del favore popolare che circonda le nostre iniziative e le
nostre organizzazioni, il perché delle vittorie che noi riusciamo a
conquistare attraverso lotte combattute con le sole armi della libertà
e della democrazia. Ebbene, il segreto di questo nostro successo sta
nel fatto che noi siamo stati e siamo fedeli al pensiero di Gramsci, il
quale voleva che il partito della classe operaia e delle classi lavoratri­
ci fosse un partito profondamente nazionale, che non separasse mai
la causa degli operai, dei contadini, dei lavoratori, dalla causa di tut­
te le classi che contribuiscono alla vita e alla prosperità della nazio­
ne, che sapesse congiungere strettamente la lotta per la emancipa­
zione dei lavoratori alla lotta per il rinnovamento di tutta la nazione.
A questo insegnamento noi siamo rimasti e rimaniamo fedeli. Di
qui la nostra politica di unità, di qui la parte che abbiamo saputo ad­
dossarci nel corso della lotta di liberazione, di qui la parte che sarà

124
sempre più grande e diventerà a un certo momento decisiva, che noi
abbiamo e avremo nell’opera di ricostruzione del nostro paese.
Grande, immane, era il compito che Gramsci vedeva davanti a sé.
Ma appunto perché egli comprendeva quanto grande fosse questo
compito, appunto per questo egli comprese a fondo, fin dai primi
istanti, il fascismo e, direi, quasi la ineluttabilità del suo sviluppo in
una società come quella italiana, nel momento in cui un primo
profondo e generale impulso rinnovatore, partito in forme alle volte
incomposte dalle masse lavoratrici, si fa sentire nell’altro dopoguer­
ra. Egli comprese che a quel primo impulso rinnovatore si sarebbe
opposta l’unione di tutte le forze conservatrici e reazionarie, l’unio­
ne di tutti coloro i quali per secoli hanno vissuto di prepotenza, di
privilegio, di sfruttamento, dei responsabili della miseria e delle sof-
lerenze tanto dei lavoratori quanto di intiere regioni italiane, si sa­
rebbe opposto un fronte unito di tutti coloro che non vogliono che
la società italiana si trasformi e rinnovi nel nome della giustizia, del­
la libertà, del lavoro. Egli comprese ciò, ma anche il fascismo com­
prese che nel pensiero e nella volontà di Gramsci era l’arma più effi­
cace di lotta per il rinnovamento della società italiana. Gramsci di­
ventò quindi, accanto agli altri grandi capi e martiri del movimento
operaio e democratico, il nemico numero uno del fascismo, che tut­
to mise in opera per distruggere il suo misero corpo.
Contro di lui venne montato un ridicolo e mostruoso processo,
Iraschiandosi cosi nel fango perfino il nome della giustizia; accuse gli
vennero mosse sulla base di una legge che non esisteva nel momento
in cui Gramsci operava e prima che egli fosse privato della libertà, e
I I processo si trascinò per giorni e giorni, come indegna farsa, come
ludibrio. Alla fine, alla domanda rituale: «Che cosa avete ancora da
dire», egli che durante tutte le udienze aveva taciuto, lasciando ad al-
Iri la polemica contro il giudice fascista, fa sentire la sua esile voce e
pronuncia quella frase terribile, piena di spirito profetico: «Voi con­
durrete l’Italia alla rovina e a noi comunisti spetterà di salvarla!».
E allora incomincia il martirio, la privazione della libertà, la priva­
zione dell’aria, della luce, del sole, a un corpo che senza aria luce e
sole non poteva esistere, la privazione del contatto con i familiari, la
moglie lontana, due figli lontani, uno dei quali sconosciuto a Gram­
125
sci, perché nato alcuni mesi dopo il suo arresto, e poi la traduzione
da un carcere all’altro con le catene che incidono le carni, rumori or­
ganizzati la notte per negargli il riposo e spingerlo a poco a poco ver­
so la morte, e alla fine persino la tentazione. Come ai santi che si ma­
ceravano nel deserto il demonio per accrescere il loro tormento pre­
sentava le tentazioni più diverse, cosi il demonio fascista si presenta
al nostro Grande. L’aguzzino che lo spinge alla morte è incaricato
dal tiranno di dirgli che egli sarà libero purché faccia atto di assog­
gettamento al regime infame che ha ridotto l’Italia in schiavitù. Ed
egli risponde: «No, questo sarebbe per me peggio della morte».
Il corpo si spegne, la forza fisica manca. Una cosa non si spegne
mai: la luce del suo ingegno. Una forza non viene mai meno: la forza
della sua volontà.
Voi lo sapete, Gramsci mori la sera prima del giorno in cui avreb­
be dovuto essere posto in libertà per l’effetto di determinate ridu­
zioni di pena stabilite per legge; ma anche prima gli era stato offer­
to, sempre alle stesse condizioni, di uscire a passeggio per Roma.
Anche questo, fino all’ultima ora, egli rifiutò. Non era quella la li­
bertà per cui egli aveva lottato, la libertà per cui doveva lottare e sta­
va lottando il suo partito in tutta Italia. E sulla soglia della libertà,
come martire purissimo, egli cade.
Da dieci anni egli è scomparso. Da venti anni noi, il partito che
egli ha fondato, andiamo avanti senza la sua guida immediata. Mai
però come in questo momento, mai come in questi ultimi anni della
storia del nostro paese, abbiamo sentito presente tra di noi e nelle
masse del popolo italiano lo spirito suo. Perché veramente l’Italia,
dopo venti anni di privazione di libertà, di corruzione e di vergogna,
è stata condotta alla rovina, alla disfatta militare, allo sfacelo econo­
mico, politico e sociale, a un punto tale che in quel terribile autunno
1943 tra i vecchi gruppi dirigenti sembrava che nessuno più fosse in
grado di levarsi per chiamare il popolo a compiere qualche cosa di
ciò che era necessario per salvare le sorti della Patria. Qualcuno al­
lora si è fatto avanti. Si sono fatti avanti gli uomini i quali portavano
scolpite nel cuore le parole da Gramsci pronunciate davanti al giu­
dice fascista: gli operai delle officine, i lavoratori delle grandi città
industriali e delle campagne italiane, il popolo, uomini nuovi prove

126
nienti da tutti gli strati sociali; si fa avanti e attorno alle prime avan­
guardie si unisce, prende le armi per la guerra di liberazione, fa sor­
gere un nuovo esercito, raccoglie e rinnova i reparti superstiti dell’e­
sercito vecchio, salva col proprio sacrificio quello che ancora si può
salvare della Patria disgraziata.
Lo spirito profetico di Antonio Gramsci è alla testa di questo po­
polo che si rinnova. Alla testa di questo popolo, primi nella lotta e
nel sacrificio sono i suoi discepoli migliori, sono quegli operai, quei
contadini, quegli intellettuali che si sentono eredi e del suo pensiero
e della sua volontà. Presente tra di noi in questo momento è il suo
spirito. Esso ci deve ancora per lungo tempo guidare.
Il nostro paese, infatti, deve essere oggi rinnovato, ricostruito; ma
tleve essere ricostruito in modo nuovo, diverso; non dobbiamo rifar­
ci una casa la quale un’altra volta cada nel momento decisivo sopra
la testa di coloro che vi abitano; dobbiamo rinnovare profondamen­
te la struttura economica, politica, sociale del nostro paese. Per que­
sto occorre una classe dirigente nuova. Ma questa classe dirigente
nuova non potrà mai uscire da un solo gruppo sociale, dal gruppo
soltanto dei proletari. No, qui il pensiero di Gramsci ancora una vol­
ta ci deve guidare. Elemento essenziale del suo pensiero fu l’affer­
mazione della necessità di un’alleanza fra i proletari e tutti gli altri
elementi progressivi della società italiana per poter rinnovare il no­
stro ordinamento politico e sociale.
Negli ultimi mesi della sua esistenza, anzi in tutti gli anni passati
iti carcere, un problema particolarmente assillava il nostro grande
compagno: il problema della funzione che gli intellettuali hanno avu-
to nel passato, hanno oggi e dovranno avere nel futuro della nostra
l’atria. Sulla base dell’esame storico più rigoroso egli dimostrava la
necessità che i ceti intellettuali italiani, cessando di essere strumento
dei gruppi privilegiati reazionari, entrino in una stretta collaborazio­
ne con le masse popolari, stringano un’alleanza con esse e da questa
unità delle forze del lavoro manuale e intellettuale esca finalmente
una nuova classe dirigente democratica e progressiva, che sappia
non solo salvare l’Italia da nuove rovine ma rinnovarla per sempre.
L’Italia deve essere ricostruita in modo che scompaiano in essa
lineile macchie di miseria, di disgregazione economica, di arretratez-

127
za sociale che sinora l’hanno deturpata. Tra queste macchie fu nel
passato ed è ancora oggi la Sardegna, la quale tuttora attende l’inizio
della sua redenzione. Ma affinché questa redenzione si inizi e possa
procedere spedita è necessaria la collaborazione di queste forze pro­
gressive dellTsola e su un piano nazionale è necessaria la collabora­
zione di queste forze progressive sarde, come di quelle siciliane e
meridionali, con le grandi masse lavoratrici delle regioni più avanza­
te. Se vogliamo veramente rinnovare l’Italia, il problema della Sar-
* degna, della Sicilia e dell’Italia meridionale, deve essere posto come
problema centrale di questo rinnovamento.
Ma guai a noi, comunisti, se credessimo che il patrimonio di Anto­
nio Gramsci è soltanto nostro. No, questo patrimonio è di tutti, di
tutti i sardi, di tutti gli italiani, di tutti i lavoratori che combattono
per la loro emancipazione, qualunque sia la loro fede religiosa, qua­
lunque sia la loro credenza politica. A tutti è stato rivolto il suo inse­
gnamento, per tutti egli ha pensato, per tutti egli ha parlato, per tutti
egli ha sofferto. Egli ha vissuto, egli ha combattuto, egli è morto per
la redenzione della Sardegna, per il rinnovamento della società italia­
na, per l’emancipazione di tutti i lavoratori. Facciamo in modo che
queste tre grandi cause siano per noi sempre unite; facciamo in modo
di saper combattere assieme e per la libertà della Sardegna in una Ita­
lia democratica e rinnovata, e per l’emancipazione dei lavoratori da
tutti gli sfruttamenti, da tutte le schiavitù. Facciamo in modo di tra­
durre in atto col nostro lavoro l’appello che esce da tutta l’opera di
Gramsci, alla unità degli oppressi e degli sfruttati con le popolazioni
che più soffrono in questa nostra vecchia Italia, alla unità di tutte le
forze democratiche e progressive a cui spetta creare un’Italia nuova.

Note

1 [Antonio Gramsci, L e tte r e d a l carcere 1 9 2 6 -1 9 3 7 , a cura di Antonio A. Santucci, P a­


lermo, Sellerio, 1996, p. 482 (lettera alla m adre del 19 ottobre 1931). L a citazione
presenta lievi differenze rispetto al testo originale].

128
Antonio Gramsci e don Benedetto
[1947]

Benedetto Croce, il gran luminare della cultura idealistica e anti-


marxista, è arrivato a bruciare, nella lotta contro il comunismo, le
sue ultime cartucce. Il suo arsenale di armi anticomunistiche è sem­
pre stato, su per giù, quello stesso che venne adoperato in massiccia
quantità dai cosiddetti ideologi e dai propagandisti spiccioli del fa­
scismo. Esso non è differente, d’altra parte, da quello a cui tuttora fa
ricorso l’anticomunismo dei clericali e dei gesuiti. L’Enciclopedia
Treccani, questo enorme e informe cibreo idealistico-fascista, la «Ci­
viltà cattolica» e la «Critica» di don Benedetto occupano e difendo­
no, a questo proposito, su per giù le stesse posizioni, Comunismo è
minaccia alla civiltà, rinnegamento dei valori spirituali, negazione
della storia. La concezione non è originale. Essa fa difetto in un pun­
to solo, ma fondamentale e decisivo. Essa ignora e vuole ignorare la
realtà. Essa sfugge alla prova dei fatti. Essa fa del comunismo un
fantoccio e spauracchio di stracci, contro il quale è possibile dirigere
un tiro di palle infuocate soltanto se e fino a quando non sia dimo­
strato che quello è, precisamente, un fantoccio e spauracchio di strac­
ci, costruito a loro uso e consumo da coloro che comandano il fuoco
e che, se dovessero adeguare la loro critica alla realtà e ai fatti, non
saprebbero più come trovare ad essa una decente giustificazione.
Perciò questo anticomunismo ha bisogno, per essere efficace, di qual­
che sussidio nel campo della pratica. Ha bisogno, prima di tutto ed
essenzialmente, che il comunismo, in ciò che realmente è, e cioè nel-
129
le sue dottrine, nelle sue pratiche attuazioni e nella grandezza dei
suoi uomini, non sia conosciuto.
Ha bisogno che vengano ignorate o accortamente travisate le ope­
re dei nostri classici. Ha bisogno di far conoscere le nostre attuazio­
ni e gli uomini nostri attraverso le volgari diffamazioni, delle cosid­
dette opere storiche di un Fulop-Müller, o dei romanzacci alla Noi
vivi. E ha bisogno, naturalmente, affinché queste armi possano esse­
re almeno per un certo tempo efficaci, che esista un’Ovra ed esista
un Tribunale speciale. Spezzate questi strumenti, lasciate che il mo­
vimento comunista ritorni alfine alla luce del sole e si faccia vedere
qual è, senza travisamenti e senza falsificazioni, e tutte le armi del­
l’arsenale anticomunistico fascista-idealistico-clericale cadono in pez­
zi. Il movimento comunista, nel suo pensiero e nella sua azione, si
presenta com’è, si afferma, accumula successi.
Che fare? Don Benedetto è costretto a bruciare le sue ultime car­
tucce. Di fronte alla politica del nostro partito, nazionale, democra­
tica e popolare, egli non ha che una risorsa: questo non è il «comu­
nismo», come l’hanno definito lui, la «Civiltà cattolica» e l’Enciclo­
pedia Treccani. Ci penserà lui, dunque, a vestirci ancora una volta di
stracci e metterci il coltello tra i denti, affinché la gente benpensan­
te possa continuare a tempestarci di palle infuocate. E quando noi
gli presentiamo Gramsci, comunista, fondatore del nostro partito,
colosso del pensiero e dell’azione, martire, caduto sulla più avanzata
trincea dell’umanità, egli non osa continuare il suo giuoco ed è ri­
dotto a balbettare: «Si, questo è un grande spirito e un grande uo­
mo, ma voi siete diversi». Noi siamo quello che siamo. Di noi giudi­
cheranno e i nostri contemporanei e la storia. Adeguarci all’esempio
immortale del nostro Grande, è però compito nostro. Cerchi don
Benedetto, se ancora può, di adeguarsi anche lui a questo esempio,
che fu, tra l’altro esempio di sincerità intellettuale e di indagine sto­
rica e filosofica spassionata, sdegnosa di qualsiasi cavillo giustificato-
re di filosoficamente non troppo chiare, ma «praticamente» e politi­
camente assai utili contraddizioni. Chi lo sa non possa ancora venir­
ne qualche vantaggio, se non per la politica della borghesia reazio­
naria italiana, per lo meno per la nostra cultura.

130

Pensatore e uomo di azione


11949]

Due anni or sono, nel decimo anniversario della morte di Anto­


nio Gramsci, non mi fu possibile, per ragioni non dipendenti dalla
mia volontà, venire a ricordarlo agli amici e alla cittadinanza di Tori­
no. Molto me ne rincrebbe, per il timore soprattutto d’aver potuto
anche solo lontanamente suscitare l’impressione di non saper ap­
prezzare appieno, non dico già l’importanza pratica, concreta, del
legame con la città di Torino nella vita di Antonio Gramsci, ma il si­
gnificato profondo, il valore formativo che questo legame ebbe per
la sua persona, per lo sviluppo e la manifestazione piena di essa.
Sono riconoscente agli amici di Torino che mi hanno offerto la
possibilità di cancellare, qualora vi fosse stata, questa impressione.
In particolare sono profondamente riconoscente al Rettore magnifi­
co e al corpo accademico, i quali, consentendo che in questo elevato
consesso universitario quest’anno la commemorazione avesse luogo,
hanno aggiunto ad essa un elemento nuovo di commozione, che nes­
suno stupirà che io senta in modo si vivo.
Non sono soltanto i ricordi che in questo istante accorrono in fol­
la: il primo fuggevole incontro tra due giovani, vi assicuro entrambi
allora abbastanza scontrosi e chiusi nella ricerca ancora piena di dub­
bi di una loro strada, nella costruzione ansiosa della loro persona; il
primo fuggevole incontro, ripeto, nel vecchio cortile dell’Università,
nell’autunno del 1911, durante gli esami per l’ammissione al Colle­
gio delle province, a cui in quell’anno credo partecipasse anche il
professor Rostagni, attuale preside della vostra facoltà di lettere, piu,
131
tardi, e precisamente dopo una lezione di seminario del corso di Di­
ritto romano del professor Giovanni Pacchioni, in cui si era discusso
della legge romana delle XII Tavole, della affermata o contestata an­
tichità e autenticità di essa come testo legislativo, il contatto più vici­
no e 1 inizio di quel dibattito, che con Gramsci dovevamo riprende-
4 re tante volte in altre forme, con ben altra esperienza e in altre circo­
stanze, sul tema eterno della storia degli uomini, matrice di tutto ciò
che gli uomini sanno, e possono sapere; e poi la frequenza comune
ai corsi universitari di maggior rilievo e l’intrecciarsi allo studio delle
prime, più ampie esperienze di vita, di lavoro, di lotta.
Si, tutti questi ricordi accorrono oggi alla mia mente e mi riem­
piono di commozione; ma non solo essi in questo istante mi colpi­
scono, e nemmeno soltanto la comprensibile emozione di chi essen­
do passato per questa scuola - permettetemi che lo dica - con se­
rietà, ma avendo in seguito espresso se stesso in campi, a volte assai
lontani, da questo sereno degli studi, al rinnovato contatto con il
mondo degli studi e della cultura non può non sentire prima di tut­
to, l’imperativo della modestia.
Si tratta di altro ancora, si tratta della nozione, oggi in me quanto
mai presente e viva, di quello che per la vita e per il destino di Gram­
sci sono stati il suo passaggio nelle aule universitarie torinesi: i pro­
blemi che vi ha portati, le soluzioni che vi ha cercate e gli altri pro­
blemi ai quali qui, sotto la guida di insigni maestri, si è avvicinato; il
metodo appreso, l’impronta incancellabile ricevuta.
Ricordando Gramsci in Sardegna, due anni or sono, non potevo
non mettere in luce come dalla nascita e dalla prima educazione ri­
cevuta in quella terra, tuttora cosi lontana dall’aver raggiunto un
equilibrio sociale che assicuri a tutti i suoi abitanti una vita degna di
uomini, come dai primi contatti diretti con la miseria infinita che af­
fligge gli uomini di gran parte dei gruppi sociali di quell’isola, venis­
se ad Antonio Gramsci la prima spinta a riflettere sul modo come la
società è costruita e prima di tutto sul modo come è socialmente co­
struita la nazione italiana.
Chi ha detto che l’origine insulare disporrebbe gli animi e i carat­
teri agli orizzonti ristretti, agli ideali meschini, o addirittura spegne­
rebbe l’entusiasmo, lo slancio? Non è vero! Come nel nostro più
132
grande poeta, e per alcuni aspetti grandissimo pensatore dell’800,
I.eopardi, il fastidio infinito per la rinchiusa e meschina esistenza nel
borgo provinciale arretrato diventa ascesa lirica nella contemplazio­
ne del fastidio e dolore di tutti gli uomini davanti ai problemi, per il
suo razionalismo insolubili, dell’universo e della vita, cosi in Anto­
nio Gramsci sorge dalla sofferenza direttamente vissuta dell’isola
sarda e del popolo suo, non soltanto lo stimolo a porre determinati
problemi, ma una di quelle intuizioni dell’età giovanile, luce che il­
lumina, guida che dirige in tutto il successivo cammino, e quindi
quasi rivelazione di tutta la vita.
Ben lo si immagina e pensa venuto dalla Sardegna, questo giova­
ne che a vent’anni approda qui, ed è carico non soltanto di fremiti e
aspirazioni - come tutti siamo a quella età - ma è anche già carico di
dolore, per l’angustia fisica cui il corpo è condannato dalla nascita;
per aver provato le strettezze economiche, nel gradino sociale di
quella piccola borghesia da cui egli usciva più umilianti che in altri;
per aver conosciuto l’imposizione dei potenti e persino il lavoro in­
grato in un ufficio pieno di polvere: nove lire al mese, al ragazzo di
undici anni, per dieci ore di lavoro al giorno, compresa la mattina
della domenica.
Aveva del giovane intellettuale sardo la mente vivace, lo spirito
arguto, il giudizio senza pregiudizi, e quel tanto di sarcastica inso­
lenza che doveva per tutta la vita servirgli a essere spietato contro i
retori, contro i pavidi, contro i cattivi. Ma la tendenza, che ancora
oggi mi dicono sia propria della gioventù di quell’isola arrivata a un
certo grado di cultura, ad abbandonare il chiuso orizzonte isolano
quasi per una evasione appunto perché individuale senza sbocchi,
era diventata in lui cosa ben diversa e nuova; era diventata visione
del rinnovamento di quell’orizzonte e di tutta la vita di quel popolo
per opera del popolo stesso, in un movimento attraverso il quale e i
sardi e i lavoratori di tutto il resto d’Italia dovevano trovare nella lo­
ro virtù stessa di uomini del lavoro la capacità di redimere e dirigere
in modo nuovo tutto il paese.
Gli studi suoi sulla «questione meridionale» e cioè sulla struttura
economica, sociale e intellettuale d’Italia, giunti alla perfezione sol­
tanto nel 1926 e che da soli bastano a porlo fra i primi pensatori po-
133
r

litici dell’Italia contemporanea; quelli più tardivi, maturati nel carce­


re, sul rapporto fra città e campagna attraverso i secoli più interes­
santi della nostra storia; la nuova realistica visione delle lotte che
hanno portato l’Italia a una unità politica che ha una forma e un con­
tenuto determinati, e accanto a queste opere di dottrina i più diversi
atti di organizzazione e di azione politica, sono legati da un filo, e
questo filo, è bene ricordarlo, parte dalla Sardegna, dalla vita sarda e
dalla vita di questo giovane sardo, a cui il destino aveva assegnato la
sorte di lavorare, di combattere, di pensare, di amare e di soffrire
non soltanto per sé, ma per tutti gli uomini, di cui comprendeva l’a­
nima, i problemi, di cui sentiva le sofferenze, le angustie.
Sardo dunque, ma appunto perché sardo italiano, ed appunto
perché italiano non soltanto socialista, ma pensatore e uomo di azio­
ne all’altezza dei più grandi del nostro tempo.
L’Università di Torino molto doveva dare a questo giovane e mol­
to gli diede.
Ho letto recentemente alcuni dei suoi compiti liceali: curiosi sag­
gi nei quali qualcosa di nuovo pur si nota: un singolare senso attuale
della storia, una capacità non comune in un giovane di quella età di
avvicinare fatti e uomini distanti nel tempo e nello spazio. Si sente
che al giovane che scrive quelle pagine non sono ignoti i problemi
più ardenti della cultura e di tutta la vita italiana di quel tempo. Si
sente qua e là la mossa d ’ali dell’aquila. Quell’aquila, però, non sa
ancora volare.
La maggior parte di noi certamente non solo conosce, ma ricorda
per sua esperienza, la situazione che allora attraversavano l’Italia e il
mondo. Si andava verso quella terribile lacerazione del 1914 in cui i
principali popoli d’Europa dovevano perdere la loro pace ed è an­
cora dubbio se siano riusciti, oggi, a riconquistarla in modo perma­
nente. Non vi era però coscienza, se non in pochi spiriti scelti, della
tragedia che incombeva.
La presentivano i più fedeli fra i coltivatori di quelle dottrine eco­
nomiche e sociali di avanguardia che sole ci danno la possibilità di
scrutare nel futuro; ma le folle umane non erano ancora in Europa,
come sono oggi, in cosi gran numero attente alle voci ammonitrici di
costoro.
134
Un grande, Romain Rolland, aveva chiuso l’ultimo atto del ciclo
epico e romantico del suo ]ean Christophe, la Nouvelle Journée, con
la visione di una Europa in veglia sulle armi.
Ma qui da noi lo spirito che sembrava prevalere era ottimistico,
superficiale, banale persino, conveniente forse a un decennio che
aveva visto un promettente prosperare delle industrie e feconde tra­
sformazioni della vita dei campi, ma al di sotto di esso non aveva
scorto il maturare di nuove, più profonde contraddizioni. Ancora
nell’inverno del 1914, un gruppo di storici e filosofi, tra cui un ita­
liano, il Croce, incontratisi nella Svizzera per motivi dei loro studi si
intrattenevano di letteratura e di filosofia, e con idilliaca e quasi set­
tecentesca fede nelle sorti progressive del mondo, si sentivano sicuri,
tranquilli, fidenti dell’avvenire (Croce, Storia della storiografia ecc.,
sec. ed., voi. I, pp. V-VI). Invece ci si muoveva sull’orlo dell’abisso.
Tanto nell’ordine dei fatti quanto nell’ordine delle idee, gli aspet­
ti critici della vita nazionale incominciavano a prevalere.
In particolare, mi si permetta di concentrare l’attenzione su un
fatto, perché senza dubbio serve a giustamente collocare la figura di
Gramsci nella storia dell’epoca. Sembrava esser giunto alla fine, in
quegli anni, se non forse in qualche lontana provincia, quello spon­
taneo afflusso di giovani e adulti di notevole valore intellettuale al
movimento politico socialista, che era stato cosi notevole negli ulti­
mi decenni del secolo precedente. Esaurito sembrava, quel movi­
mento per cui non vi era stato nessuno o quasi nessuno dei più noti
poeti, scrittori, letterati e persino filosofi e scienziati dell’epoca, che
non si fosse voluto collegare in un modo o nell’altro, in un momento
o nell’altro, con il socialismo e con il movimento socialista.
Perché questo mutamento? L’organizzazione e il movimento or­
ganizzato delle classi salariate per la loro emancipazione erano lungi
dall’essersi esauriti o anche solo interrotti. Continuavano anzi, in
condizioni nuove, diverse, con più successo, con forza anche mag­
giore di prima. Era dunque venuta, meno, tra gli uomini della cultu­
ra, quella spinta generosa che li aveva resi solleciti delle sorti della
parte più diseredata del popolo e che, costituita e consolidata l’unità
politica del paese, non poteva non essere sentita da tutti gli animi
ben fatti? Non credo; come non credo che basti a farci comprende
re la mutata situazione il fatto che uno dei momenti più avvincenti
della lotta dei lavoratori e dei socialisti alla fine del secolo preceden­
te, e cioè la resistenza ai governi reazionari e la rivendicazione delle
libertà democratiche per il popolo e in primo luogo per gli operai e
per le loro organizzazioni, avesse perduto il precedente rilievo, in
conseguenza dei successi riportati dalle organizzazioni dei lavoratori
e della nuova politica instaurata da governi nuovi.
Il motivo, secondo me, il motivo vero del fatto che ho indicato,
deve ricercarsi più addentro nelle cose e precisamente, credo, negli
aspetti stessi e negli sviluppi della cultura italiana di quel periodo.
Gli intellettuali socialisti, i capi del movimento operaio dei prece­
denti decenni, su un fronte soprattutto erano stati, più che deboli,
privi di qualsiasi potenza ed efficacia: sul fronte delle idee.
Estranea era rimasta loro qualsiasi nozione di quelle correnti idea­
li cui le dottrine marxiste si erano contrapposte, si, come qualcosa di
totalmente nuovo, ma dopo avere non soltanto «regolato i conti»
con la grande filosofia romantica tedesca, bensì penetrato e fatto
proprio quel nuovo metodo di pensiero che proprio quella filosofia,
al culmine della sua affermazione, aveva elaborato. Come tutto il re­
sto della cultura italiana, anche il socialismo aveva sotterrato e igno­
rava il vecchio Hegel.
Quando Gramsci e noi, suoi amici, riprendemmo a civettare con
quella grande filosofia, il buon Claudio Treves, che non di quella mi­
dolla era nutrito, ci accusò di essere diventati - orrore! - bergsonia-
ni. Il contrario, esattamente, della strada che stavamo prendendo.
Antonio Labriola che era, lui si, di quella scuola e di quella di­
scendenza, era però rimasto e tuttora ci si presenta come un isolato,
forse per non essere riuscito a superare il fastidio che a lui, aristo­
cratico nel pensiero e nel carattere, arrecavano l’ignoranza, la super­
ficialità, la inconsistenza morale di troppi, e per non aver saputo,
più strettamente entrando nel movimento e nella lotta diretta, crea­
re almeno tra i giovani una scuola che fosse scuola di pensiero e di
azione insieme.
Scienza e filosofia del socialismo e dei socialisti italiani era stato,
in quel periodo, il positivismo, e in quel piatto letto di Procuste ci si
era sforzati di adagiare e contenere, loro malgrado, la robusta perso­
136
na di Cario Marx e la sua dialettica di stampo hegeliano. Dov’esse
recalcitravano e ribellavansi, correva ai ripari la superficialità de­
gl’interpreti pseudoscientifici. Veniva in soccorso il sociologismo più
banale, uno spencerismo senza sale; quando pure non si faceva ri­
corso alle varie psicologie esperimentali e criminologie più o meno
scientifiche applicate alla comprensione dei fatti politici e sociali e
delle cosiddette loro cause.
Il crollo della filosofia positivistica, avvenuto nel momento in cui
i gruppi dirigenti della società italiana, sentendosi economicamente
più forti, acquistavano anche più chiara coscienza della loro funzio­
ne egemonica, e con maggiore accortezza e audacia esercitavano que­
sta funzione in tutti i campi, apri un vuoto nel movimento socialista;
segnò un innegabile distacco da esso delle prevalenti correnti del
pensiero.
Vi fu chi volle intendere questo fatto come la fine del marxismo e
persino dello stesso socialismo tra di noi, e ancora oggi non sembra
essersi convinto di aver commesso, in quella valutazione, un grave
errore storico. L’errore derivava dal non aver saputo cogliere assie­
me tutto il processo delle cose. In quel momento stesso, infatti, l’or­
ganizzazione e il movimento dei lavoratori, lungi dall’arrestarsi o de­
viare dalla coscienza dei loro obiettivi, progredivano, anche se privi
di guide ideali sicure. Il revisionismo economico e filosofico, pro­
mosso dai maestri del nuovo hegelianesimo italiano, rimaneva fatto
puramente intellettuale, che non toglieva slancio al movimento rea­
le. Un revisionismo politico stentava a venire alla luce.
Ciò che occorre però subito notare è che in sostanza tutta la cul­
tura del nostro paese attraversava allora una crisi profonda. La nuo­
va interpretazione idealistica della dialettica hegeliana aveva soddi­
sfatto si molte esigenze, allargato e arricchito l’orizzonte intellet­
tuale, liberato il campo da molti provincialismi e banalità. Essa ave­
va però sollevato, senza risolverli, gravissimi problemi. Molte stra­
de nuove sembravano essersi aperte alla speculazione e alla ricerca;
ma la guida, a chi volesse seguirle con coerenza, veniva meno, co­
me se, sciolto l’ormeggio delle superficialità e dei dilettantismi po­
sitivistici, si fosse perduta ogni sorta di controllo sopra gli sviluppi
possibili.
137
Tra i principali iniziatori della ripresa idealistica, si apriva quasi
subito una fiera polemica in cui il valore forse non ancora è stato
studiato a fondo, ma che è decisiva per comprendere la marcia di
tutto il pensiero moderno italiano. Dei due, certo appariva piu logi­
co e conseguente alle premesse idealistiche quello che, arrivando si­
no alle ultime derivazioni di queste premesse, finiva in quel curioso
ed ermetico balbettare che Gramsci chiamerà, nella nota di uno dei
Quaderni del carcere, vero e proprio «secentismo» filosofico, dove le
arguzie e le frasi fatte sostituiscono il pensiero.
L’altro, piu accorto, si adoperava e si adopra tuttora a porre bar­
riere che impediscano di arrivare a questo estremo di disgregazione;
ma intanto si manifestava in lui e continuerà a manifestarsi sino ai
nostri giorni quell’«assillo del marxismo» denunciato pure da Gram­
sci, e che altro non è se non la paura che il risorgere di un pensare
dialettico il quale non si distacchi dalla realtà, concluda, come è ine­
vitabile e come già sta avvenendo, a un nuovo trionfo delle nostre
dottrine.
Pullulavano intanto le piu varie e aberranti correnti intellettuali,
ciascuna delle quali, pretendendo di muovere dall’unica fonte ideali­
stica, derivava da quella fonte un differente contenuto, ma infine ar­
rivava a conseguenze non più accettabili da intelletti sani. Si arrivava
infatti per quella via all’esasperato individualismo anarchico ed este­
tizzante; al nazionalismo; al culto della persona superiore non sol­
tanto all’essere sociale, ma persino al comune essere umano; alla esal­
tazione della volontà per la volontà; alla predicazione della violenza
per la violenza, il tutto ricoperto di brillante vernice estetica e filoso­
fica. Il posto dei positivisti era preso dagli estetizzanti dannunziani,
dai decadenti di tutte le specie, dai sindacalisti anarchici. Sembrava
che nemmeno le grandi opere dell’arte potessero più essere contem­
plate e amate nel loro assieme, e comprese nel legame col tempo lo­
ro, ma si dovesse essere ridotti ad ammirarle nella minuzia dei loro
frammenti, onde sorgevano allora, per riflesso, i primi pittori cosid­
detti dell’incomprensibile e dell’astratto, e i poeti di una sola parola
o di una sillaba sola, contro cui dovevano essere rivolti dal carcere
l’ironia, il sarcasmo di Gramsci.
138
Persino l’espressione corrente degli uomini di cultura comin­
ciava a diventare ermetica, come ora si dice: il mondo della cultu­
ra sembrava divenire inaccessibile alla comprensione dell’uomo
comune.
Che era tutto questo? Era, in sostanza, per efficacia della rinasci­
ta idealistica, un approfondirsi di quel distacco tra le correnti intel­
lettuali del paese e la vita del popolo, cioè la vita reale della nazione,
che Gramsci ha scoperto e indicato come caratteristico della storia
italiana; come un peccato, quasi, della nostra storia, che dev’essere
superato. Della cosa si avvertivano conseguenze serie nello sviluppo
della vita politica e dei partiti, nella crisi di questi partiti, dal movi­
mento socialista che oscillava in modo pauroso tra un volontarismo
rivoluzionario privo di qualsiasi bussola, consistenza e serietà, e un
problemismo concreto privo di sostanza ideale e di programma; al
movimento economico e sociale cattolico, che non trovava la sua
strada tra i conati del modernismo e i compromessi reazionari del
«patto Gentiioni». La crisi investiva insomma tutta la società italia­
na, e da quella crisi sono usciti non solo l’interventismo dannunzia­
no e poi il fascismo, ma è nata anche l’Italia di oggi, con tutti i suoi
problemi insoluti. In quella crisi si è formato il pensiero di Antonio
Gramsci; da essa è nata per lui la spinta all’azione, ed egli, anzi, egli
solo, ha mostrato la strada per superarla, risolverla.
Di quella situazione singolare del mondo della cultura non pote­
va non aversi un riflesso, anche qui, nell’Università di Torino. Le
tradizioni delle scuole positivistiche si spegnevano. I positivisti, cui
mancava ancora l’animo di aderire apertamente alle nuove correnti,
si dichiaravano però almeno kantiani, o neokantiani. Era un primo
passo, non so se fatto in avanti o all’indietro. Annibaie Pastore, con
il suo sistema panlogistico, amava collocarsi, in un suo modo origi­
nale, sulla linea dei nuovi sviluppi e più in là.
Con tutto ciò, l’Università di Torino era allora, ben me ne ricor­
do, una grande scuola. Grande era l’opera di orientamento e educa­
zione dei giovani che qui si faceva in quegli anni e io con commozio­
ne rievoco i maestri ai quali Gramsci venne, ch’egli segui, che orien­
tarono il suo pensiero, spronarono la sua volontà.
139
S ’era appena spenta la voce, per i giovani piena di fascino forse
per gli stessi accenti di dolore che la penetravano, di un grande let­
terato e poeta: Arturo Graf.
Stava per chiudersi la carriera di quel colosso della ricerca filolo­
gica che fu Rodolfo Renier, educatore di generazioni di giovani allo
scrupolo, alla esattezza, alla precisione dell’indagine e della esposi­
zione, e quindi alla sincerità e alla serietà morale. Ettore Stampini
diffondeva la luce d’un classicismo un po’ chiuso in sé, quasi scon­
troso, geloso di se stesso.
Ma nelle lezioni dantesche di Umberto Cosmo, che proprio in
quegli anni ricevette e tenne per incarico la cattedra di Lettere italia­
ne, attraverso il De Sanctis già faceva ritorno, nella sua forma ideali­
stica, la dialettica di Hegel.
Soprattutto ricordo un’aula a pianterreno, a sinistra nel cortile,
entrando, dove ci trovavamo sempre tutti, giovani di facoltà diverse
e di diverso animo, uniti dalla comune inquietudine nella ricerca del
nostro cammino. Ivi un grande spirito, Arturo Farinelli, leggeva e
commentava i classici del romanticismo tedesco. Vi era qualcosa di
vulcanico nelle sue lezioni, per quel suo indugiare con voce quasi
spenta nell’indagine letteraria, da cui però esplodeva a tratti, come
una fiamma, il suo spirito animatore. Volgeva egli allora il capo ver­
so la finestra; alla sinistra, e la luce che ne scendeva, e il riso, e le
ciocche ricciute che circondavano la fronte davano a quella testa un
aspetto strano, come di creatura non so se angelica o diabolica che
ci mostrasse la strada.
Era una morale nuova, quella che egli ci inculcava, di cui era leg­
ge suprema la sincerità sino all’ultimo con noi stessi, il rifiuto delle
convenzioni, l’abnegazione alla causa cui si è consacrata la propria
esistenza. Spettava a Gramsci, all’allievo, tener fede a questa morale.
Ma io incontravo Gramsci anche in altre lezioni: lo incontravo
dappertutto, si può dire, dove vi era un professore il quale c’illumi­
nasse su una serie di problemi essenziali, da Einaudi a Chironi a Ruf-
fini. Ricordo che nel corso, ormai celebre, nel quale Francesco Ruf-
fini elaborò quella nuova concezione dei rapporti fra Chiesa e Stato,
che poi (scusate la mancanza di modestia di questo richiamo) è stata
concentrata da me stesso in una espressione ch’è entrata nella nuova
140
CCostituzione repubblicana, Antonio Gramsci era presente, attento,
nell’aula.
Che cosa è rimasto, in lui, di questo insegnamento? Molte cose.
Molti elementi della sua persona, molto di ciò che poi doveva affer­
marsi e consolidarsi nello sviluppo del suo lavoro e del suo pensiero.
Prima di tutto una qualità, che non dico gli venisse dal positivi­
smo, ma certamente gli veniva dai grandi cultori del metodo storico
che allora insegnavano qui: la precisione del ragionamento, il gusto
per l’esattezza dell’informazione, il disdegno, la repugnanza persino
morale, direi, per l’improvvisazione e la superficialità. Sfogliate an­
che solo, se non avete tempo di leggere, qualcuno dei Quaderni del
carcere oggi pubblicati, e vedrete che non vi è affermazione la quale
non abbia accanto a sé la propria documentazione, col richiamo pre­
ciso alla fonte, al libro, alla rivista da cui la notizia è tolta.
È venuta in mie mani una serie di cartelline redatte da Gramsci
nel periodo universitario. Sembra impossibile; persino gli articoli dei
giornali quotidiani sulle questioni che lo interessavano sono registrati
con la precisione che aveva imparato sui manuali del metodo storico.
Questo amore direi filologico per la documentazione precisa non
lo abbandonerà mai. La confutazione che egli fa e che recentemente
è stata resa pubblica, per esempio, della critica di Benedetto Croce
alla legge tendenziale della caduta del saggio del profitto, e che è di­
struttiva di quella critica, è prima di tutto una confutazione di natu­
ra filologica.
Il primo carico ch’egli fa al filosofo idealista è quello di non aver
letto tutto quel che Marx ha scritto in proposito, non solo nel terzo,
ma prima di tutto nel primo volume del Capitale. Per questo Croce
non si è accorto che quella legge tendenziale non è già una specie di
profezia di un assurdo crollo automatico della società capitalistica,
ma tende piuttosto a rivelare gli elementi di un processo contraddit­
torio, il quale ha la sua soluzione e la sua crisi nella storia.
Presso le sorelle di Antonio Gramsci ho ritrovato una serie di car­
toline che egli scriveva loro negli anni universitari da Torino, e in cui
le intrattiene nel modo più minuto sul significato di determinate pa­
role del linguaggio sardo non solo nelle diverse province, ma nei di­
versi villaggi e parti di una stessa provincia e città, allo scopo di riu­
141
scire, attraverso il raffronto esatto, a fare la storia precisa della paro­
la e dei suoi vari significati. Egli sera consacrato allora in prevalen­
za, com è noto, allo studio della glottologia, al quale fu avviato da
uno scienziato di valore, un italiano della Dalmazia, Matteo Bartoli.
Il poveretto soffri molto quando vide Gramsci abbandonare quegli
studi per darsi tutto alla lotta politica, e molto lo rimproverò.
Mi veniva in mente quest’episodio quando rileggevo poco fa una
lettera, dove scrivendo alla cognata, dopo circa dieci anni di carcere,
Gramsci le fa osservare scherzando quanto il suo destino sarebbe
stato diverso se avesse potuto consacrarsi allo studio dell’uso del
congiuntivo nei diversi secoli della nostra letteratura. La questione è
che anche se si fosse consacrato alla storia delle parole, per lui la sto­
ria di ogni parola o anche di una sillaba, sarebbe inevitabilmente di­
ventata storia del pensiero e della realtà.
Solo in questo modo poteva intendere la glottologia; per cui quan­
do ci parlava delle particolarità del dialetto di questa o quell’altra
città o regione d ’Italia, egli faceva rivivere attorno a noi tutta una
epoca storica, tutto un ambiente sociale.
La seconda cosa che l’università fortemente gli fece sentire credo
sia stata la esigenza di una visione generale del mondo e di una unità
della nostra coscienza: di una unità che abbracci insieme il conosce­
re e il fare.
Infine, dagli studi fatti qui egli ricavò più netta la nozione della cri­
si che la società italiana stava attraversando e la coscienza della neces­
sità d’un grande sforzo che doveva essere compiuto da una generazio­
ne intiera per rinnovare insieme e il conoscere e il fare degli italiani.
E qui si innesta la tesi, che è in primo piano negli studi del carce­
re, circa il valore decisivo che l’organizzazione e la storia degli intel­
lettuali ha per comprendere tutti gli sviluppi di una società. Tutt’al-
tro che alieno dal comprendere e seguire il rivolgimento avvenuto
negli orientamenti della cultura italiana sotto l’influenza delle nuove
interpretazioni idealistiche della dialettica hegeliana, egli era però in
grado di scorgerne il limite e indicarne l’errore.
Il vero è il fatto. Questa tesi era sua. E non il fatto dei positivisti,
ma la realtà nel suo farsi; cioè la creazione delle cose e degli uomini
uniti in un procedere unico che muove sulla trama del complesso
142
dei rapporti economici, sociali; la formazione e lo sviluppo della so­
cietà umana e dei rapporti stessi dell’uomo con la natura attraverso
l’attività degli uomini stessi. Di qui il suo concetto, marxista, del di­
venire come realtà e della realtà come divenire; concetto eh egli però
contrappone a quello della filosofia idealistica.
«Se è necessario - egli scrive -, nel perenne fluire degli avveni­
menti, fissare dei concetti, senza i quali la realtà non potrebbe essere
compresa, occorre anche, ed è anzi imprescindibile, fissare e ricor­
dare che realtà in movimento e concetto della realtà, se logicamente
possono essere distinti, storicamente devono essere concepiti come
unità inseparabile. Altrimenti avviene ciò che avviene al Croce, che
la storia diventa una storia formale, una storia di concetti, e in ulti­
ma analisi una storia degli intellettuali [...] di mosche cocchiere.»1
Pensiero profondo, nel quale trovo la guida per raccogliere in
unità la maggior parte delle osservazioni di principio e di metodo
sparse in questi Quaderni che oggi cominciano a pubblicarsi. Qui è
il centro del suo pensiero; in questa nuova concezione della realtà,
che è quella del marxismo, egli trova la via per cui gli appare possi­
bile portare la cultura italiana a superare la crisi che in quel momen­
to sta attraversando, facendo ritrovare agli uomini l’unità dell’essere
e del pensare, e facendo ritrovare questa unità nella storia concreta,
nelle lotte concrete per riuscire a trasformare e rinnovare il paese,
creando in esso nuovi rapporti economici e sociali. Vi è qui in germe
una concezione nuova della storia d ’Italia, non più come storia di
gruppi intellettuali, ma del popolo, che vedremo sviluppata in una
serie fitta di note, dove stupiscono i giudizi originali su intiere epo­
che storiche, sui grandi uomini del passato, la revisione radicale dei
pregiudizi correnti, retorici, propagandistici, o per altri motivi falsi.
Quando arrivò Gramsci a questa concezione? Nel 1917 egli pub­
blica qui a Torino un numero unico dedicato ai giovani: «L a città fu­
tura». In questo numero unico prevalgono ancora elementi della dia­
lettica idealistica. Nel 1919-20, quando esce «LO rdine Nuovo»,
giunta a maturazione l’esperienza fatta non solo dall’Italia ma da tut­
to il mondo attraverso la guerra, la nuova visione della realtà è in lui
completa, anche se mancano ancora tutte le giustificazioni ideali,
scientifiche e filosofiche di essa.
143
«L’Ordine Nuovo»! Anche «L’Ordine Nuovo», lasciatemelo dire,
è nato nell’Università di Torino; è nato qui. Perché non vi erano so­
lo in questa università e città professori e lezioni, come sopra ho ac­
cennato. Vi era un’altra realtà, che colpi Gramsci e altri di noi, a o-
ra, profondamente. Nel 1912, nel 1913, a certe ore del mattino, quan­
do abbandonavamo l’aula e dal cortile uscivamo nei portici avvian­
doci verso il Po, incontravamo frotte di uomini diversi da noi, c e
pure seguivano quella strada.
Tutta una folla si dirigeva verso il fiume e i parchi su e sue rive,
dove in quei tempi venivano confinati i comizi dei lavoratori in scio­
pero o in festa. E li andavamo anche noi, accompagnandoci a questi
uomini: sentivamo i loro discorsi; parlavamo con loro, ci interessava­
mo della loro lotta. Sembravano, a prima vista, diversi da noi stu­
denti; sembrava un’altra umanità. Ma un’altra umanità non era. ra,
anzi, la umanità vera, fatta di esseri che vivono del proprio lavoro e
che, lottando per modificare le condizioni di questo lavoro, mod 1-
cano in pari tempo se stessi e creano nuove condizioni per la oro
esistenza e per tutta la società. _v
Antonio Gramsci era venuto dalla Sardegna già socialista, orse
lo era più per l’istinto di ribellione del sardo e per umanitarismo
del giovane intellettuale di provincia, che per il possesso d un siste­
ma completo di pensiero. Questo doveva essergli dato da forino.
dall’Università di Torino e dalla classe operaia di Tonno. In questa
classe operaia egli riconobbe la forza che può trasformare il mondo;
e concretamente lavora e combatte per trasformarlo. Non piu 1 po­
polo genericamente indistinto, ma una forza compatta, organizzata,
in cui matura, sulla base delle condizioni stesse di sviluppo de a vi­
ta reale, una coscienza nuova, rinnovatrice dei singoli e della collet-

Si è detto che questa concezione marxista, che Gramsci sviluppò,


della classe operaia, e tutta la dottrina dei Consigli di fabbrica come
cellula di una società e umanità nuova, sviluppata nell «Ordine Nuo­
vo» e affermata in grandi movimenti nazionali, sentisse di romantici­
smo; che romantica fosse questa visione dell operaio come protago­
nista ed eroe della storia moderna, cui doveva ricollegarsi alcuni an­
ni dopo Piero Gobetti.

144
Non era romanticismo, e la storia d’Italia lo ha provato. Lo ha di­
mostrato l’esperienza fatta da tutti noi nel corso degli ultimi anni,
dopo il crollo di tutte le strutture e di tutte le autorità della società
italiana, quali le classi dirigenti tradizionali, diventate fasciste, aveva­
no foggiato. Tutto ciò che d’una società deve essere raccolto e salva­
to, lo fu proprio soltanto per iniziativa della classe operaia, avan­
guardia e guida di tutto il paese nella lotta di liberazione contro l’op­
pressore straniero.
Gramsci non giunse a vedere questo grande fatto della nostra sto­
ria. Egli aveva visto però, anzi aveva vissuto, un altro grande fatto
d ’importanza storica mondiale: la rivoluzione russa, il rinnovamento
d ’una società più arretrata della nostra ad opera di una classe nuo­
va, guidata da un gruppo folto di militanti che proprio attraverso i
loro legami permanenti col movimento concreto dei lavoratori si era
affermato come guida di tutta la nazione, di tutta l’Europa, di tutta
l’umanità.
Fu allora il momento in cui Gramsci si staccò dalla scuola. Fu
questo un distacco anche dallo studio? In nessun modo! Distacco
potremmo chiamarlo se pensassimo che per Gramsci lo studio aves­
se potuto mai essere qualcosa di separato dall’azione. Lo studio e la
vita lo avevano portato a scoprire e prender contatto con la forza so­
ciale chiamata a redimere e rinnovare, insieme con se stessa, il mon­
do intiero. Lo studio e la vita dovevano rendere sempre più stretto
questo contatto. Tutte le proprie capacità di pensiero e di azione egli
doveva porre al servizio di questa forza.
Di qui la sua attività come dirigente di partito, muovendo da un
punto che oggi ci sembra lontano assai, ma in cui tutti gli sviluppi
successivi erano contenuti e anche previsti; attraverso vicende tem­
pestose, fino all’esilio prima, e poi al carcere e alla morte.
Certo, il compito che Gramsci si poneva era immane, gigantesco.
Fgli lanciava una sfida a tutta una società; muoveva in lotta contro un
mondo le cui propaggini si stendevano, nelle forme più diverse, an­
che nelle file di quella classe alla cui testa egli si poneva. Immaginate:
all’orecchio dei socialisti di allora questa sua rinnovata visione del
marxismo, questa visione completamente aderente alla realtà della vi­
ta del nostro paese, doveva suonare come una campana senza echi.
Cosi mi spiego alcuni momenti, non voglio dire di scoramento,
ma di incertezza, nella vita di Antonio Gramsci, quando forse lo as-
salse il dubbio se la via della lotta fosse quella da prendersi imme­
diatamente, o se non occorresse prima un largo lavoro educativo. In
realtà, il succo di tutto ciò che egli aveva appreso da Hegel e da Marx
era che non si può educare se non lavorando, che educare vuol dire
vivere, che educare vuol dire combattere, che educare vuol dire sof­
frire per la causa che si è scelta, che educare significa dare la propria
vita per questa causa.
Aveva egli coscienza della grandezza dei compiti che aveva posto
a sé e nella linea del pensiero e nella linea dell’azione? Le Lettere dal
carcere rispondono di si. Ne ricordo una, non so se pubblicata e se
integralmente pubblicata finora, dove egli dopo un lungo periodo di
carcere, scrivendo alla cognata, in tono di scherzo e sarcasmo addo­
lorato discute con essa una curiosa dottrina, forse positivistica, se­
condo la quale nel periodo di sette anni tutte le molecole che com­
pongono il nostro corpo si trasformerebbero e muterebbero com­
pletamente, e allora si chiede se dopo i sette anni egli potrebbe esse­
re diventato un altro e quindi forse anche uscire dal carcere. Ma le
cose non stanno cosi. «Sono partito per la guerra, - dice, - devo
combattere sino alla fine.» Qui è l’unità della sua vita, del suo essere
e della sua coscienza.
Vi è qualcosa di tragico, in questa posizione, che è stato colto da
tutti quelli che hanno letto le Lettere. Lavorare e combattere, questo
era il suo destino, ed egli sapeva già da tempo, già dagli anni dell’u­
niversità, forse perché la stessa sua angustia fisica lo aveva costretto
a riflettere più profondamente su queste cose, che questo non pote­
va andar disgiunto dalla sofferenza.
Ho ritrovato pochi giorni or sono una delle ultime lettere ch’egli
scrisse dall’università alla sorella. Credo lo avessero rimproverato da
casa chi lo sa perché; forse non aveva dato tutti gli esami secondo
quanto prescriveva il regolamento. Egli risponde, accorato, con pa­
role che rivelano il fondo dell’animo suo.
«Ricevo ora la tua lettera. E mi sento profondamente addolorato.
Perché sento che voi di casa avete perduto la fiducia in me [...] Cre­
devo di essere meglio conosciuto e meglio capito. Ma lasciamo an­

146
dare. La colpa è mia, lo sento; avrei dovuto non staccarmi, cosi co­
me ho fatto, dalla vita. Ho vissuto, per un paio d’anni, fuori dal mon­
do, un po’ nel sogno. Ho lasciato che si troncassero ad uno ad uno
tutti i fili che mi univano al mondo e agli uomini. Ho vissuto tutto
per il cervello e niente per il cuore. Forse è stato perché ho sofferto
molto al cervello; la testa è sempre stata piena di dolore, ed ho finito
per non pensare che ad essa. E non perciò che riguarda voi solamen­
te. Ma per tutta la mia vita [...] Mi sono fatto orso, di dentro e di
Iuori. È stato per me come se gli altri uomini non esistessero, e io
fossi un lupo nel suo covo. Ma ho lavorato. Ho lavorato forse trop­
po, più di quanto le mie forze me lo permettessero. Ho lavorato per
vivere, mentre per vivere avrei dovuto riposare, avrei dovuto diver­
tirmi. Forse in due anni non ho riso mai, come non ho pianto mai.
Ho cercato di vincere la debolezza fisica lavorando, e mi sono inde­
bolito di più. Da almeno tre anni non ho passato un giorno senza il
male al capo, senza una vertigine o un capogiro. Ma non ho fatto
mai niente di male, a nessuno, all’infuori che a me stesso. Non ho
mai avuto niente a rimproverarmi. E nelle mie condizioni, non so
quanti possano dire altrettanto.»2
Vi è lo stesso accento che ritroveremo nelle Lettere dal carcere.
Quest’uomo sentiva che doveva dare qualcosa non a se stesso, ma
agli altri; sentiva, ancora prima di essere messo in carcere, di dover
sacrificare, lavorando e combattendo, la propria vita.
Quando fu arrestato, e lascio da parte i particolari dell’arresto e
della vita del carcere, ché essi sono noti, e Gramsci stesso forse non
amerebbe che si insista troppo su di essi; quando fu arrestato, molte
volte mi chiedo se fosse stato soppresso subito che cosa sarebbe ri­
masto di lui, dico di opere scritte. Sarebbero rimasti gli articoli di
giornale e di rivista, e lo scritto sulla questione meridionale, che con­
tiene in embrione un nuovo orientamento per gli studi della storia
d’Italia. Sarebbero rimasti l’azione e il ricordo alimentato dai suoi
compagni.
Egli sarebbe rimasto, forse, come una figura socratica, di cui gli
amici avrebbero narrato, messo per iscritto le conversazioni che ci
teneva la notte, finito il lavoro quotidiano del giornale. Curioso giuo­
co della sorte! Quei signori del Tribunale speciale, ai quali era stato

147
dato l’ordine di non permettere che questo cervello funzionasse per
una ventina di anni, pensarono di aver eseguito l’ordine nel modo
migliore: lo chiusero in carcere, lo sorvegliarono, gli resero la vita
impossibile. Ma proprio da questo carcere escono alla luce 2.800 pa
gine di lavoro intellettuale attento, minuto, opera di uno studioso
che ha pesato e meditato ogni parola.
I compagni che sono stati con Gramsci in carcere ricordano quan
to egli fosse aspro nella polemica contro gli altri carcerati, che osten
tavano un falso spregio per la condotta che nel carcere il recluso de­
ve seguire per riuscire a conservare la propria salute. Egli sentiva
che doveva resistere, perché il suo cammino non era giunto ancora a
compimento. Una parte del compito cui era chiamato era ancora da
adempiere.
Di qui il tono, più che patetico, drammatico delle Lettere. Egli
vuole vivere, vuole lavorare. Tutta la volontà è tesa a questo scopo.
Ma egli aveva già provato, e la lettera che testé ho letta ce lo dice,
che di sola volontà non si può vivere, che dalla vita non possono es­
sere respinti i sentimenti. Ora egli aveva una famiglia, una compa­
gna della propria esistenza, due figli di cui uno da lui nemmeno co­
nosciuto. Nel carcere, questa nuova realtà gli sfugge. Ed ecco la ri­
cerca ansiosa di essa. Vuole continuare a lavorare, a scrivere; non
vuole più perdersi dietro ai sogni, ma per questo gli sarebbe indi­
spensabile il contatto con la realtà, che attorno a lui quasi viene me­
no. Di qui la protesta accorata contro la fascia di tenebre che a poco
a poco lo avvolge, e lo sforzo di rappresentarsi in modo concreto il
mondo fuori delle pareti del carcere, la esistenza della moglie, il vol­
to, la voce dei figliuoli. E un grido di dolore e sembra l’istanza duna
mente assetata di luce intellettiva.
Credo non esista nella storia degli uomini esempio più tragico
della lotta sino allo spasimo tra le facoltà dell’uomo e la fatalità bru­
tale; fra colui che vuole continuare a lavorare, a combattere, a cono­
scere, e la prepotente forza che a poco a poco lo fa scomparire.
Quando penso a questa vita di Gramsci nel carcere, e vedo però,
non ostante tutto, uno dopo l’altro uscire alla luce i suoi scritti di
quegli anni terribili, sento verso di lui prima di tutto un senso di
profonda riconoscenza. Sino all’ultimo egli ha vissuto per noi, per
MN
tutti noi; egli ha voluto vivere per aiutarci ad avere una visione più
coerente, più profonda e unita del nostro destino. Non ha vissuto
solo per il nostro partito, né solo per gli operai e intellettuali che lo
seguono, bensì per tutti gli italiani, per tutto il nostro paese.
Nuovo corso prenderà la riflessione sulla nostra storia, nuovo con­
tenuto assumerà lo studio della struttura e dello sviluppo della no­
stra società, quando alcuni dei principi e canoni che egli ha elabora­
to saranno diventati correnti fra gli intellettuali e il popolo italiano.
Nuovo slancio animerà la vita stessa del nostro paese, quando grup­
pi sempre più grandi di uomini di pensiero e di azione saranno spin­
ti a superare il distacco dal popolo, cioè dalla realtà della vita nazio­
nale, e questa riuscirà a comporsi in nuova unità.
Quando egli fu morto, alle ore 4 e 10 minuti del 27 aprile del
1937, un’ora dopo già vi era l’ordine di portarlo via, di farlo sparire,
come se persino quel povero corpo fosse di ingombro a un regime
che si diceva cosi forte. E poiché venne negato il permesso dell’inu­
mazione nel cimitero comune, non so per intervento di quale auto­
rità, si dovette cercare un luogo speciale, si dovette ricorrere alla cre­
mazione, e fortuna volle che i suoi resti riposino oggi accanto a quel­
li del poeta Shelley, nel Cimitero degli inglesi a Roma, luogo che ha
ispirato ad altissimi spiriti canti immortali.
Raccogliamoci col pensiero attorno a quell’urna. Ritorniamo con
l’animo e col proposito, se possiamo, all’esempio di quella vita. Sia
fiera l’Università di Torino di averlo avuto tra i suoi allievi; che di
qui sia partita una grande parte della sua ispirazione e del suo lavo­
ro. Siano fieri gli operai, siano fieri gli intellettuali di avanguardia di
luti’Italia di avere come fondatore del loro partito uno dei più forti
ingegni dell’Italia di oggi.
Porti avanti col proprio lavoro, ciascuno di noi nella misura delle
proprie forze, l’opera da lui non soltanto iniziata. Nel momento in
cui, come nel 1914 e nel 1915, nuove nubi piene di tempesta si ad­
densano sul nostro orizzonte, ci sia di guida il ricordo di questo
Grande, che nella tempesta ha vissuto, ma dalla tempesta ha saputo
far uscire la voce calma del pensatore, l’esempio altissimo della vo­
lontà incrollabile dell’uomo d’azione.
149
La traccia ch’egli ha lasciato è tra le più profonde; il seme ch’egli
ha gettato ha già dato frutti. A noi spetta da questo seme trarre mes­
si ancora più grandi, nell’interesse di tutti, di tutti i lavoratori e in­
tellettuali italiani, di tutto il nostro paese.

Note

1 Antonio Gram sci, 11 m a te ria lism o sto ric o e la filo s o fia d i B e n e d e tto C ro ce, Torino, E i­
naudi, 1948, pp. 216-217 [Q. 10, p. 1241],
2 [Antonio Gram sci, L e tte r e 1 9 0 8 -1 9 2 6 , a cura di Antonio A. Santucci, Torino, Einau­
di, 1992, p. 84 (lettera del 1916 a Grazietta). L a citazione presenta lievi differenze ri­
spetto al testo originale].

150
Gramsci sardo
[1951]

Non conobbi Antonio Gramsci in Sardegna. Tra il 1908 e il 1911


Facemmo entrambi gli studi liceali nell’isola; ma egli a Cagliari, dove
Ira notevoli strettezze lo mantenne agli studi la famiglia, allora resi­
dente a Ghilarza, io a Sassari, dove mio padre, impiegato dello Sta­
to, doveva nel 1911 terminare la sua esistenza.
Antonio ed io ci incontrammo a Torino, sotto il bel porticato del
cortile dell’università. Per poter frequentare l’università, eravamo
entrambi concorrenti a una borsa di studio del cosiddetto «Collegio
delle province», fondato da Carlo Alberto per studenti nati nel vec­
chio regno sardo, e riuscimmo entrambi vincitori. Si ricevevano set­
tanta lire al mese per dieci mesi dell’anno; si era tenuti alla frequenza
e a non dare esami fuori corso. Oltre a questo, non possedevamo
nulla e non avevamo risorsa alcuna, né lui né io (anzi, dovevamo pen­
sare alle famiglie), e fu forse questa condizione comune di grande di­
sagio, non frequente tra gli studenti universitari torinesi d’allora, evi­
dente al modo stesso come andavamo vestiti, che per prima cosa ci
avvicinò, creò tra di noi fiducia reciproca, amicizia, fraternità.
Nella graduatoria degli esami io ebbi il secondo posto: Gramsci
non ricordo bene se il quinto o il settimo. Egli era invece già molto
più preparato e avanzato di me, per la cultura, l’esperienza intellet­
tuale, l’esperienza politica, e fu la sua guida che allora mi orientò. A
Cagliari, negli anni del liceo, era già stato in contatto con la Camera
del lavoro e la sezione socialista locali. Ne aveva conosciuto i diri­
genti, seguito l’attività. Erano i tempi giolittiani e la Sardegna era
151
una tipica regione «meridionale». Delle libertà che oggi ci siamo
conquistate e in parte già allora esistevano nel Settentrione, si aveva
laggiù una nozione assai sbiadita. L’arbitrio dei funzionari della poli­
zia contro il movimento operaio e socialista non aveva limiti e Gram­
sci ne era stato colpito profondamente, avendo assistito tanto a lotte
economiche quanto a competizioni elettorali nel corso delle quali, di
fatto, veniva meno qualsiasi garanzia della libertà dei cittadini, qual­
siasi rispetto della legge da parte dei rappresentanti di essa. Gram­
sci, - ce ne danno la prova alcuni suoi compiti di scuola che siamo
riusciti a recuperare, - aveva assimilato sin dai primi anni gli ele­
menti progressivi della ideologia democratica, quel poco di rivolu­
zionario che vi era nella tradizione nazionale del Risorgimento e ne
era stato spinto a una critica profonda, radicale, dei rapporti sociali
e politici che vedeva attorno a sé. Quando io lo conobbi, questa cri­
tica era già uscita dallo stato della ribellione sentimentale, aveva già
assunto quella sua concretezza caratteristica, che in seguito doveva
manifestarsi in modo cosi originale. La conversazione con lui era,
senza dubbio, elaborazione di un pensiero socialista, ma al centro di
questo pensiero non stava tanto la discussione delle relazioni che in
generale si stabiliscono tra capitale e lavoro e delle leggi che le reg­
gono, quanto una indagine concreta, che partiva proprio dalla Sar­
degna per approdare alla analisi della costruzione economica della
società italiana e dello Stato italiano, dei precisi rapporti di dominio,
di oppressione o di collaborazione che esistevano, in questo quadro
nazionale, tra i diversi gruppi economici, sociali, regionali. Ho capi­
to più tardi che questa è la vera strada che bisogna battere, se si vuo­
le trovare nel socialismo una guida concreta e giusta dell’azione.
Gramsci era stato spinto a ricercare e battere questa strada pro­
prio perché era sardo, nato, cresciuto, venuto al socialismo in una
regione dove era diffuso in tutte le classi quello stato d ’animo che
giustamente accusava il resto d ’Italia - il «continente», dicevano e
dicono - delle miserie dell’isola. La famosa «unità della nazione»,
che dovrebbe essere «superiore alle classi», era già distrutta in que­
sto stato d ’animo. Si trattava di stabilire in quale modo essa veniva
distrutta nella realtà, da chi, a danno di chi, a profitto di chi. Attor­
no a queste questioni lavorava, allora, la mente di Gramsci.
152
Ho già avuto occasione di ricordare l’immagine di cui si serviva,
parlando delle condÌ2 Ìoni della Sardegna, per rendere evidente il suo
pensiero. Ecco una distesa di prati e di campi, un tempo fecondi,
ora improvvisamente isteriliti. Di chi la colpa? Del contadino che
non lavora, che non sa lavorare, che è arretrato, che è indolente e pi­
gro, perché a questo lo portano tradizioni, costume, clima? Tutti
pretesti, inventati per mascherare la verità. Cercate lontano e trove­
rete che la fertilità di una volta veniva da una polla d ’acqua che fil­
trava attraverso il terreno e che un ricco signore ha tagliato e devia­
to, per costruire una sua villa, alimentare le sue fontane, i suoi giuo­
chi d’acqua. Per comprendere qualcosa delle condizioni della Sarde­
gna era necessario respingere tutte le spiegazioni fornite dalla pub­
blicistica e sociologia volgari, cercare lontano, scoprire relazioni na­
scoste, tra fatti in apparenza distaccati, profondamente diversi.
Mi fece fare allora una indagine minuta sui dati della vita sociale
sarda. Mi incaricò di ricercare le statistiche della delinquenza e trac­
ciammo una curva per i diversi reati: contro la persona, contro la
proprietà, di brigantaggio, di abigeato, ecc. Poi stabilimmo le date
principali dell’affermarsi in Sardegna del capitalismo «continenta­
le», dell’assoggettamento dell’isola alle necessità e alle leggi di que­
sto capitalismo, alle sue tariffe doganali, al suo particolare modo di
utilizzare le risorse naturali e umane. Il risultato fu impressionante.
l’roprio quei reati che l’opinione corrente considerava manifestazio­
ni di una fatale arretratezza del costume, erano in pauroso aumento
con lo sviluppo dello sfruttamento capitalistico della Sardegna. Re­
sponsabile era dunque la forma economica più avanzata! Responsa­
bile era il modo come era organizzata, non a profitto della Sardegna
ma di altri, l’economia sarda nel quadro nazionale. La data dell’in-
Iroduzione delle nuove tariffe doganali segnava un punto decisivo.
Era in germe, in questa ricerca, una nuova analisi di tutta la so­
cietà italiana e quindi una nuova politica, lontana tanto dalle banali
interpretazioni positivistiche e massimalistiche del marxismo, quan­
to dalle imponenti geremiadi dei «meridionalisti» democratici.
Clramsci, sardo, aveva riconosciuto il nemico della Sardegna e stava
imparando alla scuola degli operai organizzati di Torino, nello stesso
tempo, come si poteva e doveva combattere con successo questo ne­

153
mico. A Torino egli cercava il contatto coi sardi che vi risiedevano
numerosi; ma sempre concludeva il dibattito sulle condizioni e sorti
della Sardegna con l’invito ad avvicinarsi al movimento reale degli
operai, il solo che sarebbe stato capace di regolare i conti a quel ca­
pitalismo che trattava l’isola come una colonia. Una volta, il suo in­
tervento a un’assemblea di sardi, convocata allo scopo di costituire
una delle solite associazioni regionali di tipo reazionario, fu cosi effi­
cace che la maggioranza ne venne sconvolta. Quando fu mandata a
Torino la famosa Brigata Sassari, su cui il governo contava come su
forza d’assalto contro gli operai, - che «stavano bene», dicevano,
mentre in Sardegna c’era miseria, - Gramsci trasmise il suo pensie­
ro, con decine di riunioni, a centinaia e centinaia di operai, e questi
avvicinarono i soldati sardi, li convinsero ch’erano i loro alleati con­
tro un nemico comune, li conquistarono. La Brigata rifiutò di mar­
ciare contro i proletari di Torino e fu mandata altrove.
Chi conosca il pensiero e l’azione politica di Gramsci compren­
derà quanto sia giusto affermare che la radice di questo pensiero e
di quest’azione non sono da ricercare soltanto nelle fabbriche di To­
rino, ma anche in Sardegna, nelle condizioni fatte all’isola dal capi
talismo italiano.
Ma la Sardegna non avrebbe potuto essere alla radice del suo
pensiero politico, se non fosse stata presente alla mente sua negli
aspetti concreti della vita popolare. Risiedendo tre anni a Sassari, io
avevo conosciuto qualcosa del «capo di sopra»; a lui erano familiari
la storia, la geografia, la fauna, e soprattutto i modi dell’esistenza, il
costume, l’animo della gente comune di tutta l’isola. E qui occorre­
rebbero pagine e pagine, per ricordare la varietà infinita delle sue
narrazioni, delle sue osservazioni. Lontano sempre dalla pedanteria
di coloro che da ogni fatterello amano concludere a una morale, e
sia pure di classe, era invece semplice, pittoresco, divertente, pun­
gente ma anche quasi affettuoso quando metteva in luce condizioni
e abitudini di arretratezza. Era veramente un sardo, che parlava,
pieno di comprensione e penetrazione umana per tutto ciò ch’era
della sua isola.
Il parlare dei sardi non era dialetto, per lui: era lingua. «In che
lingua parla? Spero che lo lascerete parlare in sardo, - scrive in una

154
lettera del 1927 alla sorella Teresina, interessandosi della educazione
dei nipotini, - e non gli darete dei dispiaceri a questo proposito. È
stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinet­
ta, parlasse liberamente in sardo. Ciò ha nociuto alla sua formazione
intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Non
devi fare questo errore coi tuoi bambini. Intanto il sardo non è un
dialetto, ma una lingua a sé, quantunque non abbia una grande let­
teratura, ed è bene che i bambini imparino più lingue, se è possibile.
Poi, l’italiano, che voi gli insegnerete, sarà una lingua povera, mon­
ca, fatta solo di quelle poche frasi e parole delle vostre conversazioni
con lui, puramente infantile: egli non avrà contatto con l’ambiente
generale e finirà con l’apprendere due gerghi e nessuna lingua: un
gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sar­
do, appreso a pezzi e bocconi, per parlare con gli altri bambini e con
la gente che incontra per la strada o in piazza. Ti raccomando, pro­
prio di cuore, di non commettere un tale errore, e di lasciare che i
tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino
spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati...»1
Al figlio suo Delio, risulta dalla stessa lettera, voleva, non ostante
la resistenza della madre russa, insegnare a cantare una canzone sar­
da: «Lassa sufigu, puzone».
La lingua sarda lo occupava e preoccupava sempre, anche per i
suoi studi di glottologia, credo. Da Torino tempestava la sorella di
lettere per controllare l’esistenza di questo o quel termine, sia nella
«lingua» che nei dialetti locali. Vuole sapere «se esiste in logudorese
la parola pus nel significato di poi\ ma non pust, o pustis: pus, sempli­
cemente [...] Cosi se esiste puschena e che significato hanno portiga­
ie (porticato?), poiu e poiolu»2. La sorella deve «informarsi subito e
rispondere a volta di corriere»! Chiede, in altra lettera, «se esista in
logudorese la parola pamentile e se voglia dire pavimento; se esista
la frase ornine de poru che vorrebbe dire uomo di autorità; se esista
la parola su spirone che sarebbe una parte della bilancia e qual è que-
sta parte; se esista la parola corrispondente all’italiano pietraia: pe-
draza e se si pronunzia in altro modo», e poi accupinitu per ricama­
to, ispinghinare per sgrassare, pisu per piano di una casa, pinnula e
«se in campidanese si dica piscadrici per pescatrice o se questo è il

155
nome di un uccello marino»3. In una penosa lettera al padre, che
non aveva presentato a tempo i certificati di povertà per l’esenzione
del figlio dalle tasse scolastiche e questi non sapeva più che fare, ac­
clude una lista di parole italiane e vuole si incarichi qualcuno di voi
tarle in sardo, «però nel dialetto di Fonni (informandosi da qualcu
no che può sapere con precisione) e segnando chiaramente la s che
si pronuncia dolce, come in rosa, e la s che si pronuncia sorda, come
in sordo stesso...»4. Non so se il padre adempiesse l’incarico; ma la
sorella rispondeva, con pazienza, con precisione, e Gramsci mante­
neva, arricchiva, mentre già lo aveva preso la febbre della lotta poli
tica, il legame concreto con la sua terra.

Note

1 [A ntonio G ram sci, L e t t e r e d a l c a r c e r e , cit., p. 61 (lettera a Teresina del 26 marzo


1927)].
2 [A ntonio G ram sci, L e t t e r e 1 9 0 8 - 1 9 2 6 , cit., p. 76 (lettera a Teresina del 26 marzo
1913)].
3 [Ivi, p. 71 (lettera a Teresina del 24 novembre 1912). L a citazione presenta lievi dif­
ferenze rispetto al testo originale].
4 [Ivi, p. 71 (lettera al padre del 3 gennaio 1912). L a citazione presenta lievi differenze
rispetto al testo originale].

156
I,’antifascismo di Antonio Gramsci
11952]

Voglio dire subito che quando ricevetti l’invito cortese dei diri­
genti questo circolo di cultura di tenere una conversazione sul tema
«Gramsci, ideologo dell’antifascismo», rimasi perplesso. Esiste un
problema ideologico dell’antifascismo, oppure non esiste? L’antifa­
scismo, cioè, si ricollega a una particolare concezione, se non del
inondo in generale, per lo meno dei rapporti che si stabiliscono tra
gli uomini nella società civile e politica, oppure no? E poiché la con­
cezione di questi rapporti tra gli uomini non è separabile dai più am­
pi problemi della conoscenza e della moralità, anche a questi dovre­
mo dunque riferirci e in qual modo per definire l’antifascismo e com­
prenderlo?
Confesso che assai forte è la tentazione di eludere il quesito e tut­
to ridurre agli episodi storicamente concreti della lotta politica. Si
tcatterebbe però di un espediente. Quello che si vuole cacciare chiu­
dendo la porta, rientrerebbe per la finestra, perché anche nell’esame
dei fatti politici concreti, a meno di non volersi ridurre a un empiri­
smo rudimentale, chi potrà prescindere dalle considerazioni di ordi­
ne generale, chi non vede che le posizioni e i giudizi storici e di valo­
re, il cui complesso forma ciò che si chiama la ideologia, sono le co­
lonne su cui la politica, quando è cosa seria, si regge?
Il ricordo di un periodo non molto recente della nostra vita na­
zionale, ma nemmeno cosi lontano da non avere ancora oggi una ef-
Iicacia notevole negli animi e nelle menti, contribuisce, però, a com­
plicare le cose. Non sono passati molti anni dacché esisteva in Italia

157
una comunità di forze politiche le quali si chiamavano tutte antifa­
sciste e antifascista si chiamava la unione loro in un solo fronte di
movimento, di lotta. Eppure queste forze politiche si richiamavano
ciascuna a una sua ideologia, diversa da quelle cui si richiamavano le
altre. Ancora oggi, per quanto un siffatto fronte antifascista comune
più non esista, né vi siano per ora grandi probabilità che si possa ri­
costruire, credo che la maggior parte dei partiti e movimenti politici
da noi esistenti dica di essere antifascista. Se voi negate che uno di
questi partiti possa essere detto antifascista, si considera la cosa qua­
si come una insolenza e una offesa, né si può dire che si tratti soltan­
to di un mezzo di acquistar favore tra i cittadini, la grande maggio­
ranza dei quali sa e non dimentica tanto facilmente il male che il fa­
scismo ha fatto a tutti gli italiani, la rovina cui ha condotto la Patria.
E cosi, dicono di essere antifascisti oggi e fecero ieri parte di un
fronte antifascista i liberali, nelle diverse loro correnti. Lo stesso di­
cono di essere e lo stesso fecero i socialisti, i comunisti, e anche i so­
cialdemocratici. Vollero essere considerati portabandiera dell’antifa­
scismo i democratici di sinistra, gli organizzati nel Partito d’azione.
Si proclamano antifascisti e furono anch’essi nel fronte degli antifa­
scisti, a suo tempo, i democratici cristiani. Anzi, costoro si stanno
oggi persino adoperando per attribuirsi una specie di esclusività del­
l’antifascismo, e per questo presentano progetti di leggi quasi a dar­
ne la prova. Antifascisti come tutti gli altri, infine, certi conservatori
che si collocano, politicamente, alla destra persino dei democratici
cristiani. Qui vi sono tutte le varietà, come vedete, della ideologia. Si
va da quella che si vuol chiamare la «religione della libertà» al mate­
rialismo dialettico; dal riformismo democratico più o meno intinto
di spirito classista al conservatorismo sociale dei cattolici; dal cleri­
calismo al laicismo.
È vero che il fronte comune di forze antifasciste cui ho fatto cen­
no si fece nel nostro paese molto tardi. Quanti errori e quante scia­
gure si sarebbero evitati alla nazione se molto tempo prima si fosse
potuto giungere alla formazione di esso ! E anche vero che solo in un
momento determinato e non sin dall’inizio tutti i movimenti che ho
indicato accettarono di essere chiamati antifascisti e vollero esserlo.
A quanti non mancò la chiaroveggenza necessaria per esserlo sin dal­

158
l’inizio! È vero infine che il comune fronte antifascista non resistette
a lungo. Si spezzò quando incominciarono a delinearsi, attenuandosi
lo stordimento provocato dalle sciagure della nazione, compiti poli­
tici concreti. Il fatto però di questa comune unità antifascista di for­
ze ideologicamente orientate in modo cosi diverso rimane, deve es­
sere spiegato.
La risposta che immediatamente si affaccia ed è, in sostanza, quel­
la corrente, accolta su per giti da tutti, è che questi movimenti, grup­
pi e partiti politici cosi ideologicamente diversi, sentirono il dovere
di chiamarsi tutti antifascisti e la necessità di collegarsi in un comu­
ne fronte antifascista perché dovettero prima difendere, opponen­
dosi al fascismo, e poi riconquistare e restaurare un bene che ritene­
vano tutti indispensabile ed essenziale per la vita collettiva, e cioè la
libertà. Evidenti, elementari, sono gli sviluppi che sgorgano da que­
sta risposta. Il fascismo è tirannide reazionaria, negazione di quei
principi che affermano le libertà elementari democratiche dell’uomo
e del cittadino, distruzione di quegli istituti che queste libertà assi­
curano, che di esse sono la espressione politica concreta, come le as­
semblee elettive, la distinzione dei poteri nello Stato, la indipenden­
za dei magistrati e cosi via. Antifascismo è, invece, la rivendicazione
e riaffermazione di quelle libertà, la restaurazione di questi istituti.
Ideologia dell’antifascismo, dunque, la libertà. Tutto sembra sempli­
ce, chiaro. Ebbene, non credo che Antonio Gramsci avrebbe accet­
tato una impostazione e conclusione siffatte. L’avrebbe sottoposta a
una critica profonda, l’avrebbe contraddetta.
Intendiamoci. E inevitabile che un regime come quello fascista,
data la sua stessa natura, attraverso sviluppi che non sono però li­
neari e non sono sempre facili a essere compresi, arrivi a creare le
condizioni della rovina di tutta la nazione. Cosi ha fatto il fascismo
italiano. Cosi ha fatto lo hitlerismo, che fu regime analogo a quello
Iascista italiano, sebbene non identico. Cosi ha fatto il fascismo po­
lacco, e gli esempi si potrebbero moltiplicare. È inevitabile che, at­
tuandosi la rovina della nazione, prevalga nei cittadini e si esprima
nell’azione di tutti i partiti la tendenza a unirsi per ridurre le conse­
guenze della rovina, per uscire da essa al più presto. È altrettanto
certo che i diritti democratici di libertà interessano tutti i cittadini

159
coscienti, e quindi è giusto che quando essi sono minacciati di di
struzione, ci si unisca nella difesa. Però, qui vorrei fare un primo ri
chiamo ai fatti come sono concretamente stati.
Il fascismo negò e distrusse i diritti democratici di libertà. Ma
quando avvenne la principale di queste distruzioni? Quale fu la pri
ma libertà che venne annientata, e annientata nel modo più brutale,
non coll’adozione o l’abrogazione di leggi o decreti, ma con Teserei
zio della violenza pura e col delitto? Fu la libertà di organizzazione c
di movimento economico degli operai, dei contadini disagiati e po­
veri, dei lavoratori. Fu la libertà di opinione e di stampa non di tutl i
i cittadini, in generale, ma di queste concrete categorie di cittadini.
Quante sedi di Camere del lavoro, di leghe sindacali, di cooperative
di lavoratori vennero espugnate e distrutte col ferro e col fuoco pri
ma che vi fosse, nel 1922, la famosa marcia su Roma e si addivenisse,
nel 1926, allo scioglimento di tutte le organizzazioni non fasciste?
Centinaia, migliaia, certo. Fu mai messa in discussione o violata, nel­
lo stesso periodo, la libertà di organizzazione e movimento economi­
co, mettiamo, degli industriali produttori di oggetti metallici, o degli
zuccherieri, o degli armatori, o dei grandi proprietari di terre di que­
sta o quella regione? Venne, non dico distrutto, ma solo toccato o
minacciato, in questo primo periodo, qualcuno dei grandi organi di
opinione pubblica delle classi dirigenti?
Non vi è dubbio, per noi, né credo possa esservi dubbio per tutti
coloro che vissero in quel periodo. I delitti più gravi, che violavano
qualsiasi legge e laceravano qualsiasi vincolo morale, furono com­
messi proprio in quei primi mesi e anni di barbarie scatenata. In
quella barbarie era già contenuto tutto il fascismo. La barbarie si
scatenava, però, in una direzione sola, contro una parte sola, contro
i lavoratori e le loro organizzazioni e dall’altra parte, poi, non era fa­
cile trovare la riprovazione e la ripulsa. Al contrario! Aprite i gior­
nali del tempo: conservatori, liberali, clericali. Davanti ai delitti più
gravi che si commettono dai fascisti contro la libertà essi parteggia­
no, talora apertamente, talora con ipocrisia, per il fascista, per il de­
linquente, contro i cittadini le cui libertà sono calpestate e distrutte,
e alle volte col ferro e col fuoco. Quando, dopo due anni di questa
pratica azione distruttiva dei diritti elementari democratici dei lavo-
160
Mimi, il fascismo costituisce un governo, qual è il partito - fatta ec-
11 /ione per quelli della cosiddetta estrema sinistra - che gli nega la
<iilluborazione? Nessuno! Nel primo governo di Mussolini vi erano
i|iiiillro popolari, due liberali, due nazionalisti e cinque democratici.
I li m erano questi partiti dunque, allora, per la libertà; oppure la Io­
ni concezione della libertà era cosi poco universale da ammettere
i itine legittima la soppressione violenta dei diritti democratici e non
limi caso, quando si trattava dei lavoratori, o quando si trattava di
i ni l are in un governo che sanzionava la violenta distruzione delle
mganizzazioni dei lavoratori?
I orse stupirà qualcuno il sentir ricordare che l’attuale presidente
ilei Consiglio, in un discorso tenuto a Milano il 22 gennaio 1924,
qualche mese prima deU’assassinio di Giacomo Matteotti, si espri­
meva a proposito del governo fascista in questo modo:
«Noi potremo dire che parecchie riforme buone attuate anche da
questo governo sono dovute alla nostra propaganda, cosicché, pur
il.il settore di minoranza, potremo spesso dire come Thiers: “Al ban­
co dei ministri siedono le idee che io rappresento”».
Quali fossero queste «riforme buone» avrò forse modo di accen­
nare in seguito. Certo è che al banco dei ministri non sedevano, in
quel momento, né l’idea né la pratica della libertà.
Facciamo un passo avanti; giungiamo alla profonda crisi politica
seguita all’assassinio di Matteotti. Il campo degli avversari del fasci­
smo si estende notevolmente: comprende ora i popolari, comprende
ì democratici di Giovanni Amendola. Esclude ancora, però, gli espo­
nenti più indicati del movimento liberale e poi, cosa strana e che ve­
ramente colpisce, questo campo degli avversari del fascismo in tutto
il corso della crisi e in modo più chiaro quanto più essa si prolunga,
apparisce ed è isolato, staccato, non dalle masse popolari, ma dai
gruppi e dagli uomini che stanno a capo della vita economica del
paese, da coloro che rappresentano e dirigono gli istituti tradizionali
della società. I grandi industriali, la monarchia, lo stato maggiore
dell’esercito, le gerarchie del Vaticano rimangono legati al fascismo,
lo difendono, lo aiutano a superare la sua crisi, approvano il discor­
so del 3 gennaio e rimarranno in questa posizione per anni e anni
ancora, sino a che non giunga una catastrofe che li getti tutti allo
161
sbaraglio. Eppure, se potessimo domandare agli esponenti di quesi i
gruppi e di queste istituzioni se essi sono stati e sono per la libertà,
non dubitate: tutti ci direbbero di si; tutti protesterebbero contro
qualsiasi dubbio circa la loro natura di liberali e persino, se ne ere
diamo a loro, di democratici.
Non intendo, ora, ricavare da queste rapidissime constatazioni
oggettive quelle conseguenze che senz’altro pare ne derivino per un
giudizio d ’ordine generale. Voglio soltanto concludere che questo
fatto, che si siano proclamati e si proclamino fautori della libertà uo
mini e movimenti che, in momenti decisivi di quella trasformazioni-
politica che portò l’Italia a essere governata dal fascismo, non esita
rono a essere e dichiararsi d’accordo col fascismo stesso, ci costringi-
a non arrestarci, nell’indagine, al termine di libertà. Dobbiamo rico
noscere che è giusto, come faceva Gramsci, andare oltre questo ter
mine, indagare quale possa essere, concretamente, il valore politico
e storico di esso.
Che della libertà si possano dare nozioni diverse era già stato ri
conosciuto da Francesco De Sanctis1, che su questa diversità aveva
fondato la sua distinzione tra due grandi correnti di pensiero o setto
le del secolo XIX, quella liberale e quella democratica. La scuola li
berale, dice, fu quella che usci da una reazione contro il secolo XVIII.
Ma perché? Il secolo XVIII non era dunque stato liberale? Si, aveva
avuto per bandiera la libertà e quando dalle idee si passa ai fatti, ci
fu la rivoluzione e le guerre e le battaglie per raggiungere la libertà.
La libertà era però allora «un fine», «era l’affrancamento delle classi
medie e inferiori dalla preponderanza, dalla supremazia tirannica
dei principi e delle alte classi, nobiltà e clero». Per raggiungere que
sto fine, si ricorre anche alla forza e persino, nella conseguente ed
esasperata visione di Robespierre, che avrà più tardi parecchi conti­
nuatori, alla soppressione della libertà.
Questa posizione è corretta nel secolo successivo, nel XIX, dalla
scuola liberale. Per questa «la libertà, come fine è messa da parte;
sul trono è la libertà formale, come metodo» e che può essere invo­
cata da tutti, ciascuno intendendo con questo metodo salvaguardare
le posizioni che gli stanno a cuore. La società è quindi lasciata alle
sue forze naturali, che giungono al progresso attraverso gradazione e
162
Ihittuazioni. La posizione del secolo precedente viene continuata
dalla scuola democratica. Questa ha davanti a sé un ideale, «e que­
llo ideale è una nuova società fondata sulla giustizia distributiva,
■nil’eguaglianza di diritto» e per i piu avanzati, anche sull’eguaglian-
/ a di fatto. Dalla eguaglianza nasce il concetto di popolo, al concetto
ili popolo si accoppia ora quello di libertà, e in questo sistema la li­
bertà non è piu procedura o metodo, ma sostanza. «D ov’è inegua­
glianza - è De Sanctis che cosi definisce la posizione democratica -
la libertà può trovarsi scritta nelle leggi, nello Statuto, ma non è cosa
leale, perché durano le classi: non è libero il contadino che dipende
dal proprietario, non è libero il cliente che resta sottomesso al patro­
no, non è libero l’uomo della gleba assoggettato al lavoro incessante
dei campi.» La libertà dei democratici è quindi di nuovo, come era
■lata pei liberali del secolo XVIII, una lotta; la lotta tende a mutare
10 Stato e per mutarlo il primo dovere dell’uomo libero è di insorge­
re. Gramsci avrebbe detto, seguendo la stessa linea, che la scuola li­
berale rappresentava il momento del dominio o egemonia, in cui si
organizzano e conservano le posizioni conquistate nel precedente
scontro rivoluzionario, mentre corrisponde a questo scontro, cioè al
momento della lotta, la scuola democratica.
Chi ricordi la polemica, continua e aspra, che venne condotta da
Benedetto Croce contro il contenuto ideologico che alla lotta contro
11 fascismo prima e dopo il crollo di esso, si sforzarono di dare i fon­
datori e dirigenti del Partito d’azione, facilmente riscontrerà in que­
sta polemica una continuazione del contrasto ideale tra la scuola li­
berale e la scuola democratica quale venne definito dal De Sanctis.
Non era ammissibile, per il Croce, che alla libertà si affiancasse la
giustizia. Non era concepibile, per lui, che dalla libertà come meto­
do si tentasse di passare alla libertà come sostanza, cioè alla rivendi-
razione di un mutamento dell’ordinamento sociale che esiste attual­
mente. Questa polemica potrà fornire, a chi voglia scrutarla a fondo,
clementi di giudizio molto importanti circa la questione delle basi
ideologiche dell’antifascismo.
Antonio Gramsci, nei Quaderni del carcere, analizza con acutezza,
c in modo che richiama l’analisi del De Sanctis, il concetto di libertà.
Iìgli critica e respinge la visione astratta, hegeliana della libertà come
163
identità di storia e di spirito, e ad essa contrappone la libertà come
ideologia immediatamente circostanziata, come strumento di gover
no e di conservazione.
«Se la storia è storia della libertà, - egli dice, - secondo la propo­
sizione di Hegel, la formula è valida per la storia di tutto il genere
umano di ogni tempo e di ogni luogo, è libertà anche la storia delle
satrapie orientali. Libertà allora significa solo “movimento”, svolgi
mento, dialettica. Anche la storia delle satrapie orientali è stata li
bertà, perché è stata movimento e svolgimento, tanto è vero che quel
le satrapie sono crollate.» Bisogna invece vedere, in concreto, quale
è la caratteristica del secolo X IX in Europa. In questo secolo «si è
costituita una corrente e un partito che si è specificamente chiamato
liberale, che della posizione speculativa e contemplativa della filoso­
fia hegeliana ha fatto una ideologia politica immediata, uno strumen­
to pratico di dominio e di egemonia sociale, un mezzo di conserva­
zione di particolari istituti politici ed economici fondati nel corso
della Rivoluzione francese, e del riflusso che la Rivoluzione francese
ebbe in Europa». Nel nome della libertà è nato, insomma, un parti
to conservatore, si è costituita una nuova posizione di autorità e que­
sto nuovo partito può anche venire a un accordo col partito del Sii
labo o fondersi con esso2. Che cosa è diventata la libertà attraverso
questa trasformazione di posizioni ideali? È diventata, dice Gramsci
in un altro passo, «un pallone con cui giocare al football»3. Tutte le
tendenze europee del secolo X IX dicono di muoversi per questo
concetto; in realtà si muovono per il contenuto particolare con cui
ciascuna di esse lo riempie.
Questa ricerca, solo in apparenza astratta, non ci ha portato lon­
tani dal tema. Al contrario. Non è piu ora cosi incomprensibile, co­
me ci appariva all’inizio, il fatto che tanti si richiamassero, nel tempo
in cui il fascismo sorse e si affermò, e tuttora si richiamino alla li
bertà come al loro nume tutelare, eppure non si siano opposti per
niente al nascere del movimento fascista, al suo scatenarsi come vio
lenza armata contro i lavoratori e al suo accesso al potere come con­
clusione di questa offensiva armata.
Tutti erano liberali, ma nel senso che ciascuno identificava la li­
bertà con una particolare posizione di dominio che ad ogni costo
164
era deciso a difendere e voleva difesa. Liberale il proprietario d ’in­
dustria ma a patto che dal basso, dalle maestranze e dal personale
tecnico di officina non sorgesse nemmeno un embrione di potere o
controllo che tendesse a porre al potere suo un limite qualsivoglia.
Liberali l’agrario del Nord e il proprietario di terre meridionale, ma
a patto che venisse fatto rientrare nell’ombra il fantasma di una rivo­
luzione o anche solo di una radicale riforma agraria. E si può conti­
nuare, estendendo il giudizio a tutto un personale dirigente, ai suoi
esponenti e gruppi più diversi, dal vecchio uomo politico che vede
minacciato di crollo tutto un sistema di autorità, di clientele, di po­
teri, a una corte che non vuol cedere nulla delle sue prerogative; da
una casta militare che non può vivere senza i vecchi privilegi, a una
casta di sacerdoti che non si accontenta nemmeno dei vecchi, ma
ambisce a privilegi nuovi.
In sostanza, purché in qualsiasi modo fossero collegati o respon­
sabili con il ceto dirigente e con l’ordinamento tradizionale del pae­
se, costoro si sentivano tutti minacciati, perché, come risultato di
tutto il precedente sviluppo storico, e in conseguenza della imme­
diata profondissima scossa della guerra, le forze nuove del proleta­
riato e dei lavoratori irrompevano sulla scena rivendicando una tra­
sformazione di questo ordinamento, e una trasformazione che non
toccasse le forme ma la sostanza, la distribuzione e Lamministrazio-
ne delle ricchezze, il regime della proprietà, la direzione di tutta la
vita del paese. Lasciamo dire a Gramsci stesso, il modo com’egli ve­
deva allora le cose:
«Esiste una crisi della società italiana, una crisi che trae la sua ori­
gine dai fattori stessi di cui questa società è costituita e dai loro irri­
ducibili contrasti; esiste una crisi che la guerra ha accelerata, ap­
profondita, resa insuperabile. Da una parte vi è uno Stato che non si
regge perché gli manca l’adesione delle grandi masse e gli manca una
classe dirigente che sia capace di conquistargli questa adesione; dal­
l’altra parte vi è una massa di milioni di lavoratori i quali si sono len­
tamente venuti risvegliando alla vita politica, i quali chiedono di
prendere ad essa un parte attiva, i quali vogliono diventare la base di
uno Stato nuovo in cui si incarni la loro volontà. Vi è da una parte
un sistema economico che non riesce più a soddisfare i bisogni ele-
165
mentati della maggioranza enorme della popolazione, perché è co­
struito per soddisfare gli interessi particolari ed esclusivistici di alcu­
ne ristrette categorie privilegiate; vi sono dall’altra parte centinaia di
migliaia di lavoratori i quali non possono piu vivere se questo siste­
ma non viene modificato dalle basi»4.
Anche queste, senza dubbio, sono le parole di un uomo che crede
nella libertà, ma nella libertà come spinta alla trasformazione e al
progresso, come necessità dell’avvento di una nuova classe dirigente,
come creazione di un nuovo ordinamento sociale. La coscienza che
questo fosse il problema del momento e che fosse un problema non
prorogabile, ma da risolversi ad ogni costo, era in Gramsci cosi forte
che gli consenti di indicare il pericolo fascista con una previsione
esatta, tanto esatta che allora noi non riuscimmo nemmeno a com­
prenderne tutto il valore. Anche Filippo Turati, al Congresso sociali
sta di Bologna del 1919, ebbe una previsione di questa natura assai
lontana però dall’avere la precisione storica di quella di Gramsci.
O sarà risolto il problema dell’avvento di una classe nuova nella
direzione dello Stato, oppure si avrà «una tremenda reazione da par­
te della classe proprietaria e della casta governativa. Nessuna violen­
za sarà trascurata per soggiogare il proletariato industriale e agricolo
[...] si cercherà di spezzare inesorabilmente gli organismi di lotta po­
litica della classe operaia e di incorporare gli organismi di resistenza
economica negli ingranaggi dello Stato borghese»5. In queste righe,
che stralcio da un documento scritto, si badi, nei primi mesi del 1920,
è preveduto tutto l’avvenire dei rapporti sociali, dagli orrori della
guerra civile sino allo scioglimento dei partiti e al corporativismo. Si
può dire che l’azione dei socialisti e dei comunisti, nel primo dopo­
guerra, sia stata informe e sconclusionata; non si può dire che l’uo­
mo il quale cosi freddamente ed esattamente prevedeva e giudicava
il corso delle cose sbagliasse nel comprendere la natura del fascismo.
Anche in Giacomo Matteotti, in un discorso parlamentare del
gennaio 1921, trovo una nota che si accorda con quelle dell’analisi
di Antonio Gramsci. «Dunque non è vero, - esclama il martire so­
cialista dopo avere denunciato e bollato le violenze tragiche del fa­
scismo contro le organizzazioni operaie e contadine, - dunque non è
vero quello che i democratici hanno detto, che cioè dentro la Costi

166
tuzione è possibile qualunque sviluppo delle classi lavoratrici, qua-
lunque sviluppo del proletariato.» E il grido di un animo sincero.
Matteotti è un socialista gradualista, non un bolscevico. Sa che le or­
ganizzazioni agrarie da lui dirette nella sua provincia non hanno mi­
nacciato prese del potere né violato le leggi; si sono mosse entro la
legge e la libertà per una riforma dei contratti agrari a favore dei me­
no abbienti e niente piu. Ma contro di esse si è scatenata la ferocia
degli squadristi che calpesta tutte le libertà e tutte le leggi. Per altra
via, a lui si impone la stessa conclusione che a Gramsci: le classi diri­
genti di oggi non tollerano nessuno sviluppo delle classi lavoratrici;
a qualsiasi cosa fanno ricorso, pur di poterlo impedire.
So assai bene che questa nozione, che oramai si disegna chiara­
mente nel pensiero di Gramsci, del fascismo come azione violenta
delle classi dirigenti tradizionali per rendere impossibile l’avvento al
potere delle classi lavoratrici, è stata decisamente contrastata. Dopo
il 1926, nella emigrazione, questo punto fu dibattuto ampiamente
tra noi, che eravamo sulla posizione di Gramsci, e i dirigenti emigra­
li riformisti, repubblicani, democratici. Noi parlavamo di reazione
capitalistica, cioè dal capitalismo sgorgata e da esso non separabile.
I-ssi parlavano di movimento piccolo borghese che apriva una spe­
cie di parentesi nella normale evoluzione della società capitalistica.
Quando alla sinistra del movimento democratico e socialista sorse,
ad opera dei fratelli Rosselli, Giustizia e libertà, seme del successivo
Partito d’azione, la nostra interpretazione fu dai Rosselli sostanzial­
mente accolta e fini per prevalere anche fra i socialisti. Ebbe una ef-
licacia molto grande, in questo senso, la conoscenza del pensiero di
Piero Gobetti che, partendo da premesse diverse e seguendo un di­
verso cammino, è non essendo immune da un moralismo romantico
non sempre accettabile, arrivava però a conclusioni analoghe a quel­
le di Gramsci.
La concezione di Gramsci e nostra fu più tardi combattuta da Be­
nedetto Croce. Per il Croce il fascismo diventa «un morbo intellet-
i uale e morale non già classistico ma di sentimento, di immaginazio­
ne e di volontà genericamente umana...», «un moto audace, che man­
cava di ogni fede, di ogni sistema positivo di idee, ma rinnegava tut­
to il passato, si rifiutava di dare giustificazioni della sua presa di pos-
167
sesso dei poteri dello Stato [...] faceva promesse apertamente con
traddittorie [...] presentava non un’idea, ma un coacervo mutevole
di tutte le idee...» e cosi via6.
Ammetto senza discussione che la descrizione del Croce colga e
sottolinei alcuni tratti che furono propri dei quadri dirigenti e intei
medi del fascismo. A parte però il fatto che tratti analoghi si posso
no ritrovare, sebbene meno accentuati e meno diffusi, anche nei qua
dri che diressero lo Stato italiano in altri periodi, questa descrizione
non scende alla sostanza delle cose. Cosa hanno fatto, questi uomini
cosi bizzarri, e prima e dopo la loro conquista del potere? Una cos.i
l’abbiamo già veduta: hanno distrutto, tra il consenso dei liberali,
dei cattolici e persino di una parte dei democratici, le organizzazioni
e annullato le libertà degli operai e dei lavoratori. Non è opera di
classe, questa, dunque?
Ora ecco una lista di alcune tra le principali misure legislative ap­
provate dal primo governo fascista subito dopo l’avvento al potere:
primo-, soppressione della imposta di successione; soppressione
della imposta sugli articoli di lusso;
secondo-, scioglimento della commissione per la revisione dei con
tratti di guerra;
terzo-, abbandono della nominatività dei titoli e valori industriali c
bancari;
quarto-, aumento del dazio sul grano;
quinto-, abrogazione del decreto che regola l’occupazione di terre
incolte; seppellimento di qualsiasi proposito di introdurre un con­
trollo sull’industria;
sesto-, riduzione d’autorità del salario nelle aziende dello Stato;
settimo-, libertà delle disdette agrarie
ottavo-, tassazione degli agrari col 10% del prodotto netto, dei col­
tivatori diretti col 10% del prodotto lordo;
nono-, legislazione demaniale che riduce gli usi civici... e si può
continuare.
Son queste le riforme cui l’on. De Gasperi plaudiva nel discorso
che ho già citato. Sono certamente, come dice il Croce, manifesta­
zioni di un morbo intellettuale e morale, ecc., ecc., ma è un morbo
di classe. Sono, prima di tutto e con una evidenza che non si può ne-
168
(Mie, la sistematica distruzione di quel poco che il movimento delle
masse lavoratrici era riuscito a strappare per modificare la situazione
economica del paese, di quel poco che le classi dirigenti avevano do­
vuto concedere per evitare il peggio.
Andando avanti, troviamo lo scioglimento delle organizzazioni
sindacali, quelle dei lavoratori, s’intende, non quelle del ceto padro­
nale che sino alla fine, anche mutando nome, sono sempre le stesse,
r sono persino sempre dirette dagli stessi uomini. Subito dopo vi è
la riduzione generale di tutte le mercedi, decisa dall’alto, con un de­
creto del governo. Vi era già stato il divieto degli scioperi, considera-
11 come delitto. Quando la grande crisi industriale del 1929 investe il
paese, la norma cui il governo si attiene non potrebbe essere più
chiara: che i piccoli e medi produttori vadano a fracassarsi le ossa,
mentre le perdite colossali delle grandi associazioni monopolistiche
se le addosserà lo Stato e le farà ricadere sui cittadini. Potrei aggiun­
gere altri esempi, altri particolari, altri approfondimenti. Passo oltre,
perché sino ad ora non ho trovato nessuno che abbia potuto soste­
nere, se non talora come scherzo o per difesa personale, che vi sia
stata una politica reale del fascismo contraria all’interesse delle vec­
chie classi dirigenti industriali e agrarie. Si, alle volte, i capi fascisti si
scagliavano con invettive contro i «borghesi». Ma oramai siamo
esperti; sappiamo distinguere tra le parole e i fatti. Parole ne dissero
molte, i capi fascisti, i loro ideologi, i loro maestri di filosofia. Ma è
superfluo andare frugando tra di esse. Una coerente posizione ideo­
logica non ne vien fuori, mai. La politica invece fu concreta, energi­
ca, precisa, dal principio alla fine, e fu quella che ho detto.
Che cosa, in questo quadro, può indurre l’osservatore superficiale,
sbagliando, a respingere la concezione del fascismo di cui Gramsci
aveva posto le fondamenta? Due cose, mi pare. La prima è che quan­
do il fascismo organizza il suo potere, sostituisce o caccia via il vec­
chio personale dirigente politico. La seconda è che il governo fascista
si trascina dietro, sino alla fine, una banda numerosa di inetti, di sban­
dati, di avventurieri e delinquenti. Questo può veramente dare l’im­
pressione del «coacervo mutevole», dell’avvento degli spostati. Ma è
solo l’apparenza. La realtà è che per schiacciare o distruggere con le
armi le organizzazioni dei lavoratori erano stati necessari uomini ca­
169
paci di avventura e delitto, come la guerra ne aveva lasciati a migliaia,
e una parte di questi rimane, sino alla fine, in un posto qualsiasi. Sin
dal 1927, però, questa gente lascia il posto, quasi completamente, nei
punti decisivi dell’organizzazione fascista, a fiduciari ed esponenti di­
retti del ceto dirigente economico, sia industriale che agrario, oppure
si sottomette a questo in modo completo. Mi sembra superfluo ag­
giungere, infine, che anche in seno a questo ceto dirigente, dal mo
mento che tutti hanno accettato e voluto che si faccia ricorso ai mezzi
estremi per schiacciare l’avversario, è inevitabile vengano in primo
piano quei gruppi che sono sempre stati inclini all’impiego di questi
mezzi estremi, cioè i più violenti e retrogradi nei contrasti sociali, i
più reazionari, i più aggressivi. Questa impronta di aggressività rea­
zionaria permane sino all’ultimo. Domina nei rapporti tra lo Stato e i
cittadini. Penetra la politica estera e la distingue anche dalle prece­
denti tendenze nazionalistiche. Ma quest’ultimo è un campo al quale
mi accontento di aver fatto cenno, perché qui i fatti sfuggirono alla
osservazione immediata e al commento immediato di Gramsci, morto
poco dopo la guerra abissina, mentre si combatteva la guerra di Spa­
gna e maturava il terzo conflitto mondiale. Quelli che, a un certo pun­
to, veramente sorprendono e quasi fanno pena, sono quegli uomini
politici, che vanno dall’Albertini al Giolitti, dal Bonomi al Croce, i
quali sembra credessero sul serio che questi gruppi più reazionari e
aggressivi, dopo che era stato loro concesso di far man bassa con tutti
i mezzi della libertà e dei diritti dei lavoratori, avrebbero consentito a
rientrare tra le quinte perché potesse nuovamente trionfare la libertà
formale e nel nome di essa ritornassero al governo i santoni di prima.
Se vogliamo fare ritorno, ora, ai problemi di ordine generale, non
ci deve sfuggire che la differenza fra le due concezioni del fascismo è
strettamente collegata a una profonda divergenza metodologica. Per
il Croce, è pericolosa e da criticare «la ricerca con la quale si vuol
trovare in un’età o nelle età precedenti le cause del malessere che si
è manifestato in un’età seguente». Questo modo di indagine storica
sarebbe uno dei tanti che nascono daH’illegittimo uso in storia del
necessario legame di causa ed effetto7.
Guardiamoci dall’uso illegittimo di questo legame meccanico.
Non riduciamo la storia alla superficialità di coloro che fecero del
170
marxismo una cosa volgare, riducendo spesso a una banalità senza
senso il complicato rapporto fra la struttura reale della società e le
sovrastrutture politiche e ideali. Gramsci ci saprà guidare con gran­
de cura a evitare questo errore, che nei suoi scritti del carcere è effi­
cacemente combattuto. Cerchiamo però di capirlo, il corso della sto­
ria, nel suo sviluppo che non è mai né può essere arbitrario. Se no
troppo spesso ci toccherà fare ricorso, per spiegare le cose, all’irra­
zionale, al morbo deH’intelletto, della mente, del sentimento, e non
se ne capirà più niente. Quando la società italiana precipita, nel 1914-
15, nell’abisso della prima guerra mondiale, ci resterà la sorpresa di
assistere al crollo di tutto un ordine politico che allo storico liberale
era apparso cosi solido, cosi profondamente radicato e improvvisa­
mente, inaspettatamente se ne va. Quando il fascismo si istallerà e
consoliderà e rimarrà al potere, ci rifiuteremo persino di scriverne la
storia, perché come si potrà fare la storia dell’irrazionale, del morbo
impreveduto, della demenza?
Il metodo di Gramsci è l’opposto. Egli non soltanto indaga e in­
dica nel complesso storico del passato la premessa e condizione del
presente, ma da quello vede svilupparsi questo, quasi germe che già
vi era contenuto.
Quando si riunì il III Congresso del nostro partito, nel gennaio
del 1926, il dibattito sulla natura del fascismo fu il punto di partenza
e nelle «Tesi» presentate al congresso, che non furono direttamente
scritte da Gramsci, ma da lui quasi dettate e poi rivedute, il tema cui
tutto viene ricondotto è della storia d’Italia, della critica del Risorgi­
mento e dello Stato che da esso era uscito.
Già Piero Gobetti aveva battuto questo cammino, adoprandosi a
sfatare i tradizionali eroi risorgimentali, a distruggere la retorica, a
scoprire i temi non risolti, indicare le speranze disperate. Anche al­
cuni democratici di sinistra avevano condotto in questa direzione la
loro indagine. Per Gramsci, la cosa importante è che dal Risorgi­
mento esce un assetto politico il quale impedisce vengano risolte le
questioni che sono vitali per il popolo e per la creazione di una strut­
tura economica e politica moderna: questioni dei rapporti tra i citta­
dini e lo Stato, tra la città e la campagna, tra il Settentrione e il Mez­
zogiorno, tra gli abbienti e i diseredati, se si vuole dare la formula­
ci
zione più ampia. Nel blocco industriale-agrario che governa questo
Stato si attua una egemonia di ceti privilegiati e retrivi. Questa egc
monia nel fascismo si mantiene, non muta la propria natura, si fa,
anzi, più marcata, dà a tutta la vita pubblica la sua impronta.
«Lo Stato italiano - scrive - [...] non ha mai neppure tentato di
mascherare la dittatura spietata della classe proprietaria [...] La Co
stituzione non ha creato nessun istituto che presidi almeno formai
mente le grandi libertà dei cittadini: la libertà individuale, la liberta
di parola e di stampa, la libertà di associazione e di riunione [...] il
presidente del Consiglio è l’unico potere dello Stato italiano [...] In
ogni ora del giorno e della notte, un ordine del ministro dell’Interno
ai prefetti può fare entrare in movimento l’amministrazione polizie
sca [...] Per il semplice ordine di un commissario di polizia, un loca
le di riunione viene invaso e perquisito, una riunione viene sciolta
[...] Per il semplice ordine di un prefetto i dirigenti un sindacato
vengono arrestati, cioè si tenta di sciogliere un’associazione.»8
Il pericolo insito in questa visione delle cose è che si perda la no­
zione delle differenze, e quindi anche dello sviluppo. Il pericolo è
che ci si accontenti della qualifica di situazione sociale e blocco sto­
rico reazionari, e si getti su tutto il resto uno di quei veli di incorri
prensione e oscurità per cui, fatte le tenebre, tutti i gatti diventano
grigi. Il pericolo, per noi comunisti, era particolarmente forte per­
ché proprio nelle nostre file, anzi, proprio alla testa della nostra or
ganizzazione politica vi era stato chi aveva sostenuto che in sostanza
l’avvento del fascismo non aveva cambiato e non cambiava nulla del
le cose tradizionali, e persino aveva avuto il coraggio di dire che l’a­
spra contesa fra uomini e partiti che si svolse tra il 1921 e il ’25 era
tutta una commedia, anzi una farsa ciarlatanesca. Posizione assurda.
Posizione persino ridicola. Gli uomini cadevano; le organizzazioni
dei lavoratori venivano travolte, annientate. Si faceva il funerale del­
le libertà democratiche. E noi avremmo dovuto dire che non cam­
biava niente?9
No, molto era cambiato e stava cambiando. Era avvenuto, da un
lato, che la pressione esercitata sulle masse popolari per tenerle sog­
gette, impedirne la organizzazione autonoma e i movimenti, non era
più stata capace di raggiungere appieno lo scopo. Era avvenuto dal­
172
l’altro lato che la stessa evoluzione economica, l’arricchimento del
paese, l’espansione delle industrie e dei traffici, la penetrazione del
capitalismo in certi settori delle campagne più ricche, avevano tur­
bato e in grande parte fatto sparire i precedenti sistemi di equilibrio.
I,e grandi accumulazioni di ricchezze e di potere nelle mani di po-
Icntissimi gruppi finanziari, alcuni decenni prima non esistevano.
Non esisteva nemmeno, alcuni decenni prima, la tracotanza dei gran­
di industriali diventati forti attraverso le forniture di guerra e le com­
messe statali. Un intraprenditore agrario e uno speculatore sulla ter­
ia delle Basse padane erano figure ben diverse dal vecchio notabile
di provincia della tradizione. In questa situazione ricca di elementi
nuovi quello che non riesce a resistere è il sistema per cui la unità di
direzione dello Stato veniva raggiunta attraverso una serie di com­
promessi e accordi tra gruppi diversi, in modo che salvava, anzi giu­
stificava il parlamentarismo, e consentiva il rispetto di certe forme
democratiche.
Il fascismo non si propone scopo diverso da quello tradizionale
ili disgregare e disorganizzare le classi lavoratrici per tenerle immo­
bili. Questo spiega perché sia favorito nelle sue origini, nella sua or­
ganizzazione e nel suo cammino verso il potere da tutti i vecchi grup­
pi dirigenti. Però, i nuovi gruppi che attorno al fascismo si raccolgo­
no, hanno (e qui ricordo come il termine mi venne precisamente det­
tato da Gramsci) «una mentalità di capitalismo nascente». In altre
parole: si accingono a una vecchia bisogna, ma pretendono adem­
piere il compito in modo del tutto nuovo, fresco, originale, diceva­
no. La originalità stava prima di tutto nell’assoluto disprezzo per la
legge scritta, per la legge morale, per la persona umana, per le con­
quiste di civiltà e di cultura realizzate dai lavoratori. Si, anche di cul­
tura, perché una classe operaia che ha un sindacato di cinque milio­
ni di organizzati; che ha due grandi partiti politici solidi; che sa avan­
zare e combattere senza piegare alle lusinghe o alle minacce, mante­
nendosi e sviluppandosi come forza autonoma, è una classe operaia
più colta, piu civile, e più colto, più civile è il paese dove essa vive.
La novità stava nel costume dello squadrismo armato, di questi - la­
sciamo parlare Gramsci —individui «fatti affluire dal fondo dei vil­
laggi, dai retrobottega degli esercizi paterni, dai banchi invano scal­
173
dati delle scuole medie e superiori, dalle redazioni dei giornali di ri­
catto, dalle rigatterie dei sobborghi cittadini, da tutti i ghetti dove
marcisce e si decompone la poltroneria, la vigliaccheria, la boria dei
frantumi e dei detriti sociali depositati da secoli di servilismo e di
dominio degli stranieri e dei preti sulla nazione italiana»10.
Nella sfera politica, la lotta del fascismo contro gli uomini del pas­
sato è possibile perché il fascismo attua in un modo diverso il pro­
cesso di unificazione delle forze reazionarie; vuole realizzare una
unità organica di tutte le forze della borghesia in un solo organismo
politico sotto il controllo di una unica centrale che dovrebbe dirige­
re insieme il partito, il governo, lo Stato. Le resistenze a questo me­
todo si manifestano via via negli esponenti del vecchio personale di­
rigente politico, nei dirigenti popolari, - che le gerarchie vaticane
non sostengono, però, nella opposizione, - nei democratici, da ulti­
mo anche nei liberali e persino, attenuate, e di pura forma sfumata,
nei conservatori del tipo di Antonio Salandra. Ma chi non si è accor­
to come tutte queste resistenze si manifestassero tardi, quando, in
fondo, la sola cosa che ancora si sarebbe potuta fare era di insorgere
con le armi contro la tirannide? Ma questo non lo voleva nessuno
degli uomini che erano alla testa di questi gruppi. Amare la libertà
fino a questo punto non era più cosa che loro si convenisse.
Cosi viene a gravare su tutta la società un sistema di compressio­
ne, «il quale tiene la popolazione inchiodata al fatto meccanico della
produzione senza possibilità di avere una vita propria, di manifesta­
re una propria volontà, di organizzarsi per la difesa dei propri inte­
ressi»11. La egemonia del blocco industriale agrario, che aveva dato
la sua impronta allo Stato posteriore al Risorgimento, continua; an­
che se sotto la pressione opprimente continuano i contrasti, matura­
no nuovi fatti di coscienza, si preparano lentamente, faticosamente,
nuove rotture.
Ora è chiaro in quale modo e perché la negazione del fascismo
fatta da Gramsci può essere chiamata liberale, in quale modo e per­
ché egli stesso considerava la resistenza e la lotta contro il fascismo
come lotta da condursi nel nome della libertà, come e perché, com­
mentando nel dicembre 1920 uno dei più vigorosi atti di resistenza e
controffensiva dei lavoratori alla barbarie teppistica degli squadristi,
174
che avevano picchiato a sangue i deputati socialisti all’uscita dal Par­
lamento, egli scrive: «Questo è un episodio, in fondo, di liberali­
smo». Libertà è qui intesa nella linea della scuola democratica. E li­
bertà accoppiata a giustizia, a lotta concreta per un fine, per un pro­
gresso sociale, per un nuovo assetto politico. È spinta che vuole rom­
pere il momento dell’equilibrio egemonico sul quale i gruppi più
reazionari del capitalismo adagiano il loro potere e al quale si sforza­
no di tenere sottomesso il popolo dei lavoratori e il ceto medio degli
intellettuali. Non si dimentichi che per ottenere quest’ultimo scopo,
sulla cui importanza Gramsci ritorna in tutti gli scritti del carcere
perché lo considera di primaria importanza, vengono impiegati e
servono gli strumenti più diversi. Serve la giustificazione filosofica
aperta, sfacciata, della tirannide; serve anche l’oggettivismo olimpico
dell’ultima scuola liberale, che sa giustificare il fatto in una visione
sostanzialmente cinica della storia. Tra liberalismo di questa tempra
e fascismo si attua una concordia discors; il loro contrasto ricorda
quella effervescenza superficiale che si produce quando si gettano in
fusione corpi diversi e «indica [...] che la lega si sta formando, e non
viceversa»12.
La scuola democratica, però, diventata in Gramsci socialista e
marxista, perde quello che in essa vi era di astrattamente ideale, di
lontano dalla comprensione della realtà e distaccato dalla vita, di re­
torico.
L’ideologia dell’antifascismo muove dalla comprensione del fatto
storico nella sua necessità, nel rapporto tra la struttura sociale, che è
un dato in movimento, e il dominio di gruppi economici e politici
ben precisi che reagiscono in modi determinati sia al mutamento
delle cose che al progredire delle coscienze e al maturare delle vo­
lontà. Avverte lo sviluppo e sottolinea le diversità. In seno al nesso
storico, di cui la struttura è la parte essenziale, vede sorgere e for­
marsi, attraverso contraddizioni, resistenze tenaci e fiere battaglie, le
forze nuove dei lavoratori, che, progredendo nella coscienza, nella
organizzazione, nella rivendicazione di nuove libertà concrete, scuo­
tono tutto il corpo sociale, creano le condizioni oggettive del suo
rinnovamento. Ideologia dell’antifascismo è la consapevolezza di
questo processo, l’aiuto che questa consapevolezza stessa dà alla pre­
175
parazione, aU’orientamento, alla guida delle nuove forze liberatrici,
che operano per l’avvento di una società nuova. L’ideale non è pili
astratto, lontano dalla realtà. La norma di condotta aderisce al corso
delle cose. La conoscenza e la moralità non possono più contrastare.
A questo punto direi che non ha più luogo nemmeno la invettiva.
Non vi è più posto per quell’«odio» a cui il filosofo e storico libera
le si richiama per spiegare la impossibilità, in cui egli si trova, ma
che deriva da ben altre ragioni, di scrivere una storia del fascismo15.
Il volto di Gramsci acquista quelle linee di quasi superba severità
che Gobetti ha ritratto:
«Una dialettica che non protesta contro i brogli o le truffe, - e
contro la violenza e la persecuzione, possiamo aggiungere ora, - ma
ne documenta la insopprimibile necessità [...] Una sociologia asceti­
ca, un’assolutezza filosofica di atteggiamenti giacobini [...] una co­
scienza superba e ferma di plebeo che non si rinnega [...] un pro­
gramma costruito e ravvivato dalla forza della necessità spirituale di
chi ha respinto e rinnegato l’innocenza nativa [...] l’accettazione do­
lorosa di responsabilità più forti della vita, dure come il destino del­
la storia [...] Sulla vittoria non si calcola, non si fanno previsioni,
perché la vittoria sarà il segno di Dio [...] Il senso etico è dato qui
dalla tolleranza e dalla sicurezza silenziosa: c’è la borghesia che lavo­
ra alacremente per la vittoria del proletariato»14.
Poveri grandi amici nostri, che eravate certi, entrambi, di quella
vostra fine, ma entrambi andaste avanti, senza esitare, menti e vo­
lontà sicure.
Negli ultimi mesi di sua vita in libertà Gramsci continua, con at­
tenzione e quasi minuzia, quello studio dei rapporti sociali che è per
lui non solo spiegazione del presente, ma guida per l’avvenire. Ve lo
spinge la logica stessa della sua attività come dirigente di partito.
Non aveva egli preveduto e detto che l’avvento del fascismo e l’at­
tuazione dei propositi politici di questo non avrebbero suscitato sol­
tanto resistenze e fratture nel vecchio personale dirigente dello Sta­
to, ma movimenti più profondi, e non solo degli operai, ma delle
classi rurali, del ceto medio produttore oppresso per lo sfacciato fa­
voreggiamento della plutocrazia, degli intellettuali formati ad altre
ideologie? La sua ricerca in questa direzione giunge sino alla pedan-
176
feria. È utile per minare il fascismo e prepararne la distruzione e de­
ve quindi essere favorito qualsiasi movimento autonomo di ceti pro­
duttori, abbia esso un aspetto di categoria, oppure regionale. Con­
cretamente risorge, cosi, con aspetto e contenuti nuovi, la questione
meridionale, come esigenza e ricerca di una alleanza politica tra la
classe operaia da un lato e le popolazioni meridionali dall’altro, per
gettare assieme le fondamenta di un nuovo Stato, di struttura rinno­
vata e moderna, più libero, più giusto. Mi è sempre parso che que­
sto sia uno dei contributi più grandi che Gramsci abbia dato alla
ideologia di un antifascismo capace non solo di comprendere le co­
se, ma di trasformarle. L’attuazione del piano meridionalistico di
Gramsci, anzi, anche la sola lotta per la sua attuazione e i risultati
parziali di essa modificano tutto l’equilibrio reazionario, rinnovano
le condizioni della lotta politica, preparano vittorie sicure.
Poi incomincia il lungo cammino, che ebbe anche qui, nei pressi
di Bari, una delle sue stazioni dolorose, verso la morte.
Nei Quaderni del carcere, pensati e scritti nel corso di questo cam­
mino, il termine fascismo appena si trova in alcune delle osservazioni
ispirate a temi attuali di organizzazione della vita pubblica. Ma que­
ste osservazioni sono scarse. Eppure è proprio alle riflessioni dei Qua­
derni, più calme, approfondite, che investono con apparente distac­
co i temi della dottrina e della storia, che facciamo ricorso per avere
la visione coerente di questa ideologia di combattimento per la li­
bertà che è per Gramsci l’antifascismo. Una domanda non formulata
ci accompagna, se sappiamo leggere, quaderno per quaderno, pagina
per pagina: - come questo è stato possibile; come questo potrà venir
meno? Di qui l’indagine sulla natura del blocco storico risorgimenta­
le, che doveva metter capo a quello Stato e a quei contrasti che ab­
biamo veduto; di qui la ricerca anche più generale sulle caratteristi­
che del ceto degli intellettuali, che di quel blocco storico sono stati,
per un certo periodo, il cemento e che ricavano da tutta la storia che
si è svolta sulla nostra terra una impronta determinata, che attenua
in essi il contatto con le masse popolari della nazione, tende a stac­
carli dalla vita e dalle lotte reali, li rende troppo facilmente strumen­
to atto a consolidare le egemonie reazionarie. Non vi è un program­
ma di azione, - e chi glielo avrebbe lasciato scrivere, in quei fogli che
177
passavano per dieci censure? - come conclusione di queste ricerche;
vi è qualcosa di più: una interpretazione storica che dà inizio a una
nuova scienza, della nostra storia e della nostra politica.
E ora sento sorgere una domanda. Se cosi è, rimarrà dunque il fa­
scismo fatto limitatamente italiano, non spiegabile quando si mani­
festi, e ben sappiamo con quale virulenza si sia manifestato, in altri
paesi, dalla Polonia all’Ungheria, dalla Bulgaria alla Finlandia, alla
Spagna e alla Germania infine? No, ciò che è accaduto in questi pae­
si ben si spiega con questa interpretazione. Un momento comune vi
è, ed è quel prevalere dei gruppi più aggressivi e dei metodi più aper­
tamente reazionari nella lotta per liquidare le libertà democratiche
dei lavoratori e di tutto il popolo, che è caratteristico di un periodo
molto oscuro della vita di gran parte d’Europa. Ma in ciascun paese
la cosa rimane inspiegabile se non si parte dalla esatta nozione della
situazione sociale concreta e della storia nazionale. Perciò l’antifasci
smo di Gramsci, comunista e internazionalista, è una dottrina, in so­
stanza, del rinnovamento della nazione italiana. In questo modo si
spiega che quando la battaglia si dovette impegnare, perché cosi det­
tava il dovere comune, per la liberazione della nazione, per schiac­
ciare un tradimento, per respingere l’offesa di un’invasione stranie­
ra, gli uomini istruiti e educati da Antonio Gramsci e l’organizzazio­
ne diretta da questi uomini furono quelli che non ebbero esitazione
veruna, che capirono subito ciò che si doveva fare, e dettero, sino al­
l’ultimo, tutto quello che dare si doveva.
Ma un’altra obiezione, più grave, può essere mossa. Non vuol di­
re l’analisi, non vogliono dire le conclusioni di Gramsci che il fasci­
smo, nel periodo attuale della nostra vita nazionale, è qualcosa di
sempre presente, come pericolo e minaccia che incombe sopra di
noi? Si, questa deduzione è giusta. L’accetto. Gramsci la avrebbe ac­
cettata. La sola cosa da aggiungere è che questa sempre incombente
minaccia cessa e non può non cessare, quando si realizzino condi­
zioni tali da modificare l’equilibrio sociale e politico reazionario che
è caratteristico della fase attuale e da assicurare un equilibrio pro­
gressivo. Ma come stanno le cose, ora?
Il fascismo è crollato sotto i colpi di una disfatta militare obbro­
briosa. Questa disfatta e questa fine sono state la conseguenza di due
178
ordini di fatti. Il primo fu la pazzesca spinta alla espansione imperia­
listica, comune dal 1890 circa a tutti i governi della borghesia italia­
na. Il secondo fu, nel quadro di questa espansione imperialistica,
una politica nella quale la cura degli interessi e destini comuni a tut­
ta la nazione era sopraffatta e in fine annientata dalle preoccupazio­
ni sociali e politiche reazionarie di ordine interno. Quando questo
avviene - e questo, purtroppo, continua ancora adesso - il disastro è
di regola inevitabile.
Nella disfatta militare e prima di essa, però, si inserirono il mal­
contento di strati sempre più larghi di cittadini, la protesta e anche la
rivolta aperta dei lavoratori più avanzati e una resistenza crescente
dell’apparato dello Stato. Tutto questo decise di molte cose, anche
prima che la disfatta fosse definitiva, e contribuì a preparare gli ele­
menti della situazione che venne dopo. Si può però ammettere che,
se la disfatta militare e il successivo tradimento nazionale non vi fos­
sero stati, quel malcontento, quella protesta e anche quella rivolta e
quella resistenza forse non avrebbero ancora potuto cambiare il cor­
so degli eventi. Per lo meno si deve dire che sarebbero stati necessa­
ri uno sforzo e una lacerazione più grandi. E quanti non sono, del re­
sto, coloro i quali pensano e non si vergognano anche di dire che, se
la disfatta militare non ci fosse stata, il fascismo ci governerebbe an­
cora? Terribile alternativa! Giudizio terribile, che sembra precludere
all’Italia una via che non sia quella della immobilità reazionaria!
Non a questa ipotesi astratta dobbiam volgere gli occhi, però;
ma al fatto positivo che dalla immobilità reazionaria per ora siamo
usciti; che siamo ritornati ai grandi moti della classe operaia e delle
classi lavoratrici che risvegliano tutta la nazione, alla organizzazione
autonoma e impetuosa del popolo, alle sue lotte, alle esperienze fe­
conde, al progresso che ne discende. L’Italia è oggi diversa non sol­
tanto perché non c’è più il regime fascista, ma perché ci sono tutte
queste cose nuove; anzi, è precisamente perché ci sono tutte queste
cose nuove che il fascismo non c’è più, per ora, e alla minaccia che
esso ritorni possiamo guardare in faccia con coraggio e speranza.
La spinta al rinnovamento viene da sempre nuove parti e non è ulti­
ma causa di questa sua estensione ed efficacia, il fatto che, anche
per l’esperienza compiuta, vi è oggi nelle masse e nei loro dirigenti
179
maggior saggezza e chiaroveggenza di quanto non fosse nel primo
dopoguerra.
Questa spinta al rinnovamento è osteggiata, contrastata aperta­
mente in tutti i modi possibili, che qui non voglio né descrivere né
qualificare, perché aprirei un altro capitolo. Il proposito di tornare a
una egemonia reazionaria del vecchio tipo, liquidando anche le for­
me della democrazia, è presente nel ceto dirigente capitalistico in
misura più larga di quanto non si creda. Sul paese grava, poi, una
pressione estera pesantissima, che si esercita nella stessa direzione,
nell’interesse della conservazione sociale in generale e dell’imperiali­
smo americano in particolare. Non aveva già Antonio Gramsci indi­
cato, scrivendo attorno al 1930, credo, le somiglianze esistenti tra il
regime politico degli Stati Uniti e quello che allora vi era in Italia?
Per tutto questo il fascismo è tuttora presente come pericolo e mi­
naccia seria, e bisognerà avere occhi aperti e animo vigilante per non
esserne travolti.
Da quanto si è detto risulta però che non può considerarsi che la
minaccia, oggi per lo meno, provenga da quei gruppi che vivono del­
la nostalgia di qualche cosa che non ebbe nemmeno un prestigio,
una gloria cui la mente si possa richiamare. Se siete in buona fede,
se amate la patria e veramente ne volete la grandezza, se amate il ve­
ro e il nuovo, a lungo in questa nostalgia vivere non potete.
Il pericolo e la minaccia incombono da altre parti: stanno nei rap­
porti sociali non svecchiati, nelle oligarchie economiche risorgenti e
risorte, nella tracotanza dei ceti privilegiati, nella prepotenza e nella
corruzione delle autorità, nel dispetto cieco per l’avvento al potere
delle classi lavoratrici anche nei loro settori più avanzati, nella debo­
lezza delle coscienze, non restie ad adagiarsi ancora una volta in una
servitù, anche se questa volta la servitù potrebbe avere una forma
diversa da quella fascista.
Sappiamo che spetta a noi, continuatori del pensiero e della azio­
ne di Gramsci, una parte notevole, probabilmente decisiva, nell’a­
zione comune per sventare la minaccia. Spetta a noi, e non nel senso
grossolano e deteriore per cui talora si dice che con noi ci sarebbe
da fare i conti. Questa è questione che qui non si pone, e auguriamo
alla patria che non si ponga mai. Spetta a noi perché noi siamo le
180
forze nuove, già deste, a cui spetta di risvegliare, guidare, rinnovare
tutto il paese. Siamo il quadro già reale e imponente di un nuovo as­
setto economico e sociale, dove le egemonie reazionarie saranno im­
possibili, non potranno risorgere mai più. Voglia o non voglia il no­
stro avversario, che non comprende o finge di non comprendere;
che cosi spesso e in modo cosi lamentevole preferisce la invettiva
che intorbida al ragionamento che illumina e unisce, siamo già, con
la nostra lotta incessante, rinnovamento in atto, non più fermento o
aspirazione vaga ma ondata che scuote e solleva la società intiera.
Gramsci ha commosso, animato, esaltato col suo sacrificio migliaia e
migliaia di esseri umani. Li ha però anche illuminati col suo pensie­
ro potente, geniale. Nella luce di questo pensiero e per il bene di
tutti noi camminiamo.

Note

1 Francesco D e Sanctis, M a z z in i e la sc u o la d e m o c ra tic a , Torino, Einaudi, 1952, pp. 5


sgg. e 13 sgg.
2 Antonio G ram sci, I l m a te r ia lism o sto ric o e la f ilo s o fi a d i B. C ro ce, Torino, Einaudi,
1948, pp. 195 sgg. [Q. 10, pp. 1229-1230].
’ Ivi, p. 240 [Q. 10, p. 1341],
4 I I d e s tin o d i M a t t e o t t i, in « L o Stato o p eraio », II, 28 agosto 1924 [ora in Antonio
Gramsci, L a co stru zio n e d e l P a rtito c o m u n ista 1 9 2 3 -1 9 2 6 , cit., p. 40],
5 P e r u n rin n o v a m e n to d e l P a r tito s o c ia lista , in « L ’Ordine N uovo», II, n. 1, 8 maggio
1920 [ora in Antonio Gram sci, L 'O rd in e N u o v o 1 9 1 9 -1 9 2 0 , cit., p. 511. L a citazione
presenta lievi omissioni non segnalate rispetto al testo originale].
6 Benedetto Croce, C h i è f a s c i s t a ? , in P a g in e p o litic h e , Bari, Laterza, 1945, pp. 48-52.
7 Benedetto Croce, D i u n lib ro s u lla lib e rtà in I ta lia , in D u e a n n i d i v ita p o litic a , Bari,
Laterza, 1949, pp. 22-26.
8 Antonio G ram sci, L o S ta to ita lia n o , in «L ’Ordine N uovo», I, n. 36, 7 febbraio 1920
[ora in Antonio Gram sci, L 'O rd in e N u o v o 1 9 1 9 -1 9 2 0 , cit., pp. 404-406].
9 Q uesta posizione venne da noi, in seguito, criticata e respinta perché paralizzava la
nostra azione. «Il nostro partito, - scrivevamo nel 1928, - aveva posto allora a base
del suo atteggiamento politico la tesi che i differenti metodi che la borghesia impiega
per tenere sottom esse le classi lavoratrici sono sostanzialmente equivalenti. Dittatura
borghese e democrazia sono due forme di uno stesso potere: la differenza tra di esse
non è sostanziale. Q uesta tesi è vera da un punto di vista storico generale, ma da un
punto di vita politico reale, essa non è vera, a parte ogni altra considerazione, perché

181
il passaggio dall’ima form a all’altra, - il passaggio da un regime di democrazia bor­
ghese formale a un regime di dittatura e di tirannia dichiarata, - non si com pie mai
senza che avvengano determinati spostamenti di forze. Se il partito della classe ope­
raia pone senz’altro la identità, anche prim a che il cambiamento sia avvenuto, esso
chiude gli occhi sopra tutta una serie di avvenimenti, sopra un periodo intiero che di
solito è un periodo ricco di incertezze, di contraddizioni e di contrasti, e rinuncili
quindi a svolgere, —in questo periodo, —una attività ed avere una funzione politica,
cioè rinuncia a muoversi in mezzo a quelle incertezze e a quei contrasti, e ad appro­
fittare di essi o per m odificare il corso dei fatti, o almeno per trarne il m aggior prò
fitto possibile» (Ercoli, O sse rv a z io n i s u lla p o litic a d e l n o stro p a rtito , in «L o Stato ope­
raio», II, 1928, p. 329) [ora in Paimiro Togliatti, O p e re , voi. II: 1926-1929, a cura di
Ernesto Ragionieri, Roma, Editori Riuniti, 1972, p. 402].
10 G l i a v v e n im e n ti d e l 2-3 d ic e m b re , in « L ’Ordine N uovo», I, n. 29, 13 dicembre 1919
[ora in Antonio G ram sci, L ’O r d in e N u o v o 1 9 1 9 -1 9 2 0 , cit., p. 351. L a citazione pre­
senta lievi omissioni non segnalate rispetto al testo originale].
11 T e si p o litic h e d e l I I I C o n g re sso d e l P .C .I., n. 18.
12 Gram sci, L e tte r e d a l carcere, p. 193 [ora in id., L e tte r e d a l carcere, a cura di Antonio
A. Santucci, cit., p. 586 (lettera a Tania del 6 giugno 1926)].
13 Benedetto Croce, D u e a n n i d i v ita p o litic a ita lia n a , Bari, Laterza, 1948, p. 25.
14 N ino Valeri, A n t o lo g ia d e lla « R iv o lu z io n e lib e r a le » , Torino, De Silva, 1948, pp. 235-
238.

182
Storia come pensiero e come azione
[1954]

La pubblicazione in un volume dell’opera scritta di Antonio


Gramsci nel periodo della grave crisi rivoluzionaria attraversata dal­
l’Italia e dal mondo dopo la prima guerra mondiale1, ha preceduto
di poco la riunione della IV Conferenza nazionale del Partito comu­
nista italiano. Essa è intervenuta in un momento in cui tutte le que­
stioni dello sviluppo del Partito comunista in Italia, e soprattutto
della sua forza e dei successi che nessuno può negare, sono al centro
dell’attenzione pubblica e della lotta politica. Perché mai non è ve­
nuto in mente a nessuno che lo studio di questi scritti non soltanto è
indispensabile per comprendere ciò che noi siamo, vogliamo, faccia­
mo e faremo, ma racchiude in sé la chiave per la giusta spiegazione
dei motivi più profondi, sia delle nostre tempestose vicende, sia del
nostro progresso continuo in seno alla odierna società italiana?
Il fariseo, sfogliate queste pagine, ha finto una smorfia di disgu­
sto. Ohibò! Quale asprezza nel tono! quale violenza nel linguaggio.
Il tono, il linguaggio! Non vi è dunque altro su cui fermare l’atten­
zione, di fronte a un’opera che richiama con evidenza drammatica il
momento in cui ogni forma di coesione della vita sociale sembrava
esser venuta meno, le passioni si scatenavano brutali a difesa degli
interessi, e nel bagliore delle Case del popolo e comunali arse e sac­
cheggiate, nel tumulto delle campagne e delle città sconvolte dalla
guerra aperta contro i lavoratori, si gettavano le fondamenta del re­
gime fascista? E evidente che per il fariseo del giorno d’oggi fu cosa
del tutto normale, corretta, pacifica l’azione che la parte più reazio-
183
nana delle classi dirigenti italiane condusse - impiegando il ferro ed
il fuoco - contro la classe operaia, contro i lavoratori e le loro orati
mzzazioni, per poter rendere a qualsiasi costo reale la prospettiva
dell avvento del fascismo al potere. L’animo e la parola di Gramili
quali risultano da questi scritti, sono i soli adeguati a quella situazio'
ne, a ciò che allora avveniva, alla catastrofe storica che attendeva il
paese. Vi è dunque qualcuno che ancora non ha compreso che cos i
fu quella catastrofe? O non piuttosto spetta al fariseo il compito ìli
far dimenticare precisamente quali ne furono le origini profonde?
Mettiamo dunque le brache a questa realtà cruda, affinché siano di
menticati i mezzi atroci con cui venne restaurato il «normale» pote­
re e l’«ordine>> borghese, affinché il delitto compiuto dal democrati­
co e dal liberale, che misero l’arme in pugno al bandito fascista e gli
garantirono impunità, non venga più ricordato, e nemmeno quello
del pensatore che trovò che tutto andava bene mentre tutto crollava
nel disordine politico e morale.
Altri sembra aver capito che il tono e il linguaggio aderiscono per­
fettamente, in queste pagine, alle cose che son dette e che dovevano
esserlo. In pan tempo, però, richiama quasi con nostalgia la diversa
intonazione delle Lettere e dei Quaderni, nei quali soltanto Gramsci
avrebbe fatto opera di pensiero, disinteressatamente elaborando i
dati di una realtà che non era più in grado di modificare. Qui non vi
e piu fariseismo, probabilmente, ma vi è un errore profondo nella
visione del legame tra il pensiero e il fatto, tra la storia e la politica
tra la comprensione della realtà e la lotta reale.
Antonio Gramsci viene escluso da ogni manifestazione di vita po­
litica e sociale attiva, a partire dalla fine del 1926, tanto a causa del
carcere quanto delle altre misure prese per isolarlo da qualsiasi con­
tatto che lo richiami a quelle manifestazioni. È stato barbaramente
deciso che il suo cervello non deve più funzionare. Eppure è pro­
prio dallo avvicinamento dell’opera scritta nel carcere (le Lettere i
Quaderni) con l’opera, scritta e non scritta, da lui prima del carcere
compiuta, che non solo balza agli occhi la vanità di quella decisione
barbara, ma la vanità stessa del proposito di escluderlo dalla vita po­
litica attiva. Non è attivo soltanto ciò che visibilmente si muove so­
pra una scena animata; è attivo il pensiero che comprende il movi-
184
mento, lo giustifica, ne scopre le origini profonde, traccia le leggi del
m io sviluppo e quindi, nella misura del possibile, prevede la linea

•lidio svolgimento futuro. Se vi ponete su questa posizione, che è la


sola giusta, voi non potete non scoprire due cose. La prima è che gli
scritti, in apparenza di pura battaglia, del 1919 e degli anni successi­
vi, contengono, in germe non soltanto, ma già ampiamente dispiega­
li, i temi e la trattazione che sono sostanza del lavoro carcerario. La
seconda è che tutto il lavoro carcerario non è che visione più profon­
da e chiara di ciò che nel corso della precedente, ardente partecipa­
zione alla lotta reale è stato portato alla luce.
Grande originalità di Antonio Gramsci, pensatore e politico
marxista, è il nesso che si istituisce, nell’opera sua, tra la vita vissuta
e la conoscenza. E un nesso unitario, al quale egli giunse e potè giun­
gere proprio soltanto perché era un marxista, e che costituisce il più
prezioso dei beni da lui affidati al partito marxista della classe ope­
raia, a noi che continuiamo l’opera sua. Su questo nesso unitario
poggiò l’edificio della sua esistenza, e poggia, lui scomparso, tutto lo
sviluppo della nostra attività e organizzazione di partito.
E stata pubblicata, quasi contemporaneamente agli scritti di
Gramsci dell’immediato primo dopoguerra, una raccolta di scritti,
per una parte relativi allo stesso periodo di tempo, di Luigi Einaudi,
degno e rispettato presidente, oggi, della Repubblica italiana. Il ri­
spetto che a lui si deve non impedisce però, il confronto. E il con­
fronto, ahimè, tra il pensatore che giunge, secondo una analisi preci­
sa dei rapporti economici, politici e sociali, a mettere a nudo la so­
stanza di questi rapporti e prevedere la grande strada del loro svi­
luppo, e colui che, lontano dall’avere afferrato il corso delle cose in
ciò che ha di drammaticamente grave, accumula argomentazioni,
giudizi, consigli che, anche se pieni del più sincero zelo, non colgo­
no mai la sostanza e possono essere accolti o non accolti, seguiti o
non seguiti, senza che nulla cambi. Antonio Gramsci, in uno scritto
che proprio in questo suo libro viene oggi riprodotto, aveva già col­
to la natura utopistica di questo vano argomentare.
«Einaudi - scrive2 - rimarrà nella storia economica come uno de­
gli scrittori che più hanno lavorato a edificare sulla sabbia. Serio co­
me un bambino che s’interessa al giuoco, ha tessuto una infinita tela
185
di Penelope che la crudele realtà gli ha quotidianamente disfallo
Costante ed imperterrito ha sempre continuato a distendere i suoi
articoli sobri, saggi, pazienti per spiegare, per rischiarare, per incili!
re la classe dirigente italiana, i capitalisti italiani, industriali ed agra
ri, a seguire i loro veri interessi. Miracolo strano e stupefacente: i cu
pitalisti non vollero mai saperne dei veri interessi, continuarono pn
la loro scorciatoia melmosa e spinosa, invece di saldamente tenersi
sulla strada maestra della libertà commerciale totalmente applicata
E gli scritti dell’Einaudi ne diventano un eterno rimpianto, un gemi
to sommesso che strazia le viscere: ah! se avessero fatto questo, ah!
se il Parlamento..., ah! se gli industriali!... ah! se gli operai..., ah! se i
contadini..., ah! se la scuola..., ah! se i giornali..., ah! se i giovani!..,
Da ventanni è la stessa elegia che risuona dall’Alpi al Lilibeo; e gli
uomini non hanno cambiato, e la vita economica non ha spostato il
suo asse che impercettibilmente, e la corruzione, Pimbroglio, l’illu
sione demagogica, il ricatto, la truffa parlamentare, l’anchilosi buro­
cratica sono rimaste le supreme idee conduttrici dell’attività econo
mica nazionale.»
Ma oltre al rilievo del carattere utopistico della vuota pedagogia
dello scrittore liberista, oggi una contestazione assai più grave deve
essere fatta al pubblicista e studioso liberale che ci ripresenta i suoi
scritti di quel primo dopoguerra. Dov era, allora, la sua capacità non
diciamo di prevedere, ma per lo meno di intuire in modo lontano,
ciò che in quel momento fermentava e si preparava nel seno della
società italiana e doveva esplodere e travolgere tutto nei successivi
decenni? L’assenza anche solo di una traccia di siffatta intuizione
quasi riempie di sbigottimento; ma è carico da farsi non all’Einaudi
soltanto, bensì a tutti, quasi senza eccezione, coloro che in quel pe­
riodo si occupavano, con pretesa di studiosi, in Italia, dei problemi
della nostra vita collettiva, della nostra politica e della nostra storia.
Dove vivevano, che cosa erano capaci di vedere attorno a sé, nel
mondo reale, e che cosa comprendevano, di questo mondo, questi
pretesi studiosi? Il dibattito su cosa fosse e cosa potesse preparare
all Italia la brutalità fascista, nemmeno ci fu. Si dissertò con ipocrisia
sul modo di intendere la legalità e la normalità dei rapporti tra i cit­
tadini nello Stato e dello Stato verso i cittadini, ci si chiuse in un
186
giuoco parlamentare privo di qualsiasi valore, nessuno s’avvide e dis­
iti* che le fondamenta stesse della convivenza civile e politica veniva­
no distrutte, e da quelle rovine non poteva uscire che una catastrofe.
I n errore di ottimismo, parziale illusione circa il futuro corso degli
eventi? No, fu cosa assai più profonda e grave, e qui intendiamo par­
lare, è evidente, non di coloro che furono sconci trombettieri e fu-
i ieri del fascismo, ma di coloro che pretesero avere conservato, di
Ironte ai fatti che si svolgevano, imparzialità di giudizio. Per tutti co­
storo le posizioni e i giudizi di quel tempo rimangono prova eviden­
te dell’assenza completa di un criterio di giudizio adeguato alla realtà.
( lontengono la conferma del fallimento, sia nel campo della dottri­
na, sia nel campo della pratica, di quelle correnti di pensiero politi-
io e storico, prevalenti nel campo della scienza ufficiale e delle clas­
si dominanti, che altezzosamente volevano sbarrar la strada al marxi­
smo, di cui con ridicola boria era già stato pronunciato persino 1 at­
to di morte. Ma perché non ebbero criterio di giudizio, perché falli­
rono? Il loro pensiero non si adeguava alla realtà, ma a un interesse
concreto e limitato di classe, che sollecitando la loro difesa li rende­
va incapaci di qualsiasi imparziale visione e previsione del corso de­
gli avvenimenti.
«La fase attuale della lotta di classe in Italia è la fase che precede,
o la conquista del potere politico da parte del proletariato rivoluzio­
nario per il passaggio a nuovi modi di produzione e di distribuzione
che permettano una ripresa della produttività; o una tremenda rea­
zione da parte della classe proprietaria e della casta governativa. Nes­
suna violenza sarà trascurata per soggiogare il proletariato industria­
le e agricolo a un lavoro servile: si cercherà di spezzare inesorabil­
mente gli organismi di lotta politica della classe operaia (Partito so­
cialista) e di incorporare gli organismi di resistenza economica (i sin­
dacati e le cooperative) negli ingranaggi dello Stato borghese.»3
Cosi giudicava e prevedeva Antonio Gramsci, e qui si è fuori dal
terreno della polemica politica contingente. Il giudizio politico che
qui viene dato, sgorga in modo diretto dalla vita vissuta, ma è in pa­
ri tempo preciso giudizio storico, conoscenza piena dello sviluppo
che attende la vita di tutta la nazione. Soltanto un pensatore marxi­
sta a questo poteva giungere con tanta sicurezza, contrapporre que-
187
sta concretezza di previsioni all’esasperante nullismo o alla degra­
dante complicità dei dotti ufficiali e da questa previsione ricavare le
parole che risuonarono nell’aula del Tribunale speciale:
- Voi l’Italia la condurrete alla rovina: a noi toccherà salvarla.
Che cosa era questa previsione, infatti? Era la conseguenza cui il
pensatore marxista, politico e storico ad un tempo, era condotto dal­
la indagine sui rapporti di classe esistenti nel paese, sulla origine sto­
rica, natura di classe e struttura dello Stato, sulle contraddizioni
profonde che emergono da questo quadro e che la crisi internazio­
nale e nazionale della prima guerra mondiale spingeva alla esaspera­
zione.
«C os’è lo Stato italiano? E perché è quello che è? Quali forze eco­
nomiche e quali forze politiche sono alla sua base? Ha subito un
processo di sviluppo? Il sistema di forze che ha determinato il suo
nascere è rimasto sempre lo stesso? Per l’azione di quali fermenti in­
terni si è svolto il processo? Quale posizione esatta occupa l ’Italia
nel mondo capitalistico e come hanno influito le forze esterne al pro­
cesso interno? Quali nuove forze ha rivelato e fatto sviluppare la
guerra imperialistica? Che direzione probabile prenderanno le at­
tuali linee di forza della società italiana?»4
Scartate alcuni argomenti di ordine internazionale, la cui tratta­
zione aperta, con riferimenti palesi agli avvenimenti in corso non era
più possibile, - per evidenti ragioni pratiche, - negli scritti carcerari,
e voi trovate qui tanto i temi delle battaglie combattute dal 1919 si­
no all’arresto, quanto la precisa tematica delle indagini successive
che occuparono gli anni di privazione della libertà, sino alla morte.
Questa fu opera di storico, si dice, quella di uomo politico. Ma sino
a qual punto è valida la distinzione? La politica discende da una ne­
cessità pratica; e lo stesso filosofo idealista ci dirà che discende dallo
stimolo di un bisogno pratico qualsiasi giudizio storico. Per noi le
cose sono assai chiare. Noi conosciamo operando. È nell’azione pra­
tica e attraverso di essa che ci rendiamo conto della struttura del
mondo reale, dei rapporti economici, dei rapporti sociali e politici,
delle loro leggi e tendenze di sviluppo, e la conoscenza a sua volta
perfeziona l’azione, la rende adeguata al corso delle cose, le consen­
te di impadronirsi delle grandi linee del suo svolgimento, di collo­
188
carsi nella giusta direzione di esso, nel posto che la storia assegna a
coloro che vogliono andare avanti, e non rimaner fermi, non essere
trascinati e travolti dal movimento. Gli scritti del carcere non sono
dunque fuori della lotta politica che li precedette; sono parte inte­
grante, quasi coronamento di essa; né i documenti scritti della pre­
cedente battaglia possono essere intesi soltanto quale premessa della
successiva conoscenza piena: la conoscenza è in essi pienamente già
in atto, come nesso di pensiero e di azione, e nesso tale che non si
può scindere. Il pensiero e la parola di Antonio Gramsci e la sua at­
tività politica negli anni dal 1919 al 1926 esprimono la coscienza
nuova della realtà nazionale e dei propri compiti che matura nella
classe operaia nella nuova situazione creata dalla guerra, dalla vitto­
ria della Rivoluzione d’ottobre, dalla crisi delle vecchie strutture, in­
ternazionali e nazionali, del mondo capitalistico. Da questa coscien­
za scaturiranno, nei lavori del carcere, le analisi nuove del passato e i
nuovi arricchimenti ideologici; dallo sviluppo di questa coscienza
scaturisce, illuminata dal pensiero geniale del suo fondatore, tutta la
successiva e progressiva azione del Partito comunista, da lui fondato
e posto su un binario sicuro.
Il confronto con i nostri avversari, esponenti delle forze borghesi
tradizionali o di forze intermedie disorientate e incerte, induce a
conclusioni per essi disastrose. Non solo mancò loro, quando avreb­
be potuto e dovuto esserci, una ragionevole visione dei fattori che
dovevano condurre la nazione a una catastrofe, ma sembra siasi ar­
restato in essi, per paralisi, lo stesso processo di studio e di cono­
scenza della società nazionale e dei suoi problemi, la ricerca di una
organica soluzione di questi. Il ceto dirigente borghese non ebbe co­
scienza che del pericolo che minacciava le sue posizioni di dominio
e privilegio, ma non ne trasse altro stimolo che all’impiego della vio­
lenza distruggitrice di qualsiasi cosa nuova, per potere ad ogni costo
salvare il vecchio, il decrepito. Questa è ancora oggi, pur dopo l’e­
sperienza di una prima spaventosa catastrofe, la posizione cui que­
sto ceto dirigente rimane incatenato.
Ma che hanno avuto e hanno da dire gli uomini di pensiero, gli
storici, coloro che pretendono nutrire di più ricca sostanza ideale il
giuoco dei politici, gettare una luce qualsiasi sulla cieca ma feroce
189
(difesa degli interessi e dei privilegi che la classe dirigente conducei*
Non si accorsero della gravità della situazione, prima, se non quan
do i muri della casa stavano per crollare, o erano già crollati. Poi si
dettero a disputare se quanto era accaduto fosse davvero storia, cioè
realtà sgorgante da tutto uno svolgimento reale, oppure un ghiribiz
zo di esseri traviati, una bizzarria delle cose, che non vale la pena di
accingersi a spiegare. Sembra non si siano ancora messi d’accordo, a
questo proposito, e se per caso qualcuno di loro timidamente tenta
di staccarsi da quella posizione dissennata, lo mettono in guardia dal
cadere negli «schemi del marxismo», dall’accostarsi a una visione
veritiera del modo come le cose sono andate, il che non è ammesso.
I comunisti hanno vissuto la storia del loro paese come conoscen
za e come azione, per un periodo di tempo che abbraccia oramai piu
di una generazione umana. Hanno raccolto dalla storia i problemi
non risoluti e nella azione hanno acquistato la coscienza della neces
sità e possibilità di risolverli, attuando un nuovo schieramento di
forze nazionali, attorno alla classe operaia, che avanza e lotta per
creare un ordinamento sociale nuovo. Questo ordinamento nuovo,
che è il socialismo, è maturo nell’ordine delle cose. Per sbarrare la
strada al nuovo la società nazionale venne, nel primo dopoguerra,
sconvolta, spezzata, tratta alla rovina. Nella unità, che i comunisti
vogliono perché è l’indicazione che esce da tutto il loro lavoro di
dottrina e pratico, fu la salvezza. La ripresa doveva e dovrà, per evi­
tare una frattura e una rovina nuove, seguire l’indirizzo per il quale
noi lottiamo. Le forze che noi vogliamo unire sono le forze costituti­
ve vitali della nostra società, gli operai, le popolazioni contadine del­
le regioni meridionali, il ceto medio intellettuale e lavoratore. La lo­
ro alleanza è risultato di una esperienza storica ormai secolare, di
una resistenza di vent’anni alla sopraffazione brutale, di lotte decen­
nali ininterrotte, di una confluenza di forze reali che si muovono nel­
la stessa direzione. Il programma su cui si fonda questa alleanza
esprime le aspirazioni più profonde di milioni e milioni di uomini, la
volontà di lavorare e di essere liberi, di avere una esistenza umana e
dignità di uomini. Per questo esso si fonda su un orientamento e su
alcuni obiettivi generali, che sono comuni a tutto il popolo, mentre
si articola in una molteplicità di rivendicazioni concrete, cosi estese
190
da abbracciare tutta la vita del popolo, in tutti i suoi gruppi. Ma que­
sto può avvenire e avviene perché la nostra azione è fondata non su­
gli «astratti principi della ragione umana», ma «sulle condizioni con­
crete della vita materiale della società», «sulle leggi di sviluppo della
società, sullo studio di queste leggi» (Stalin).
Attendiamo ancora che da parte di chi ci combatte si contrap­
ponga a ciò che noi siamo e a ciò che noi vogliamo qualcosa che an­
che solo da lontano abbia sentore di serietà, che si adegui alle neces­
sità di sviluppo della società nazionale. Il ceto dirigente borghese è
arroccato nella posizione reazionaria pura, da cui non può staccarsi
senza temere di tutto perdere. Giuoca con cinismo la carta di un’al­
tra rovina. Scrittori, ideologi, politici al suo servizio, dopo lungo an­
simare, sono ridotti al balbettio. I campioni della dottrina sociale
cattolica, vergognosi di professare apertamente il loro corporativi­
smo, chiedono all’apparato dello Stato e ai padroni rapaci di essere,
almeno, paternalisti. La zuppa alla porta del convento e il lavoro in
cambio del bollettino pasquale. I socialdemocratici hanno scoperto
che non vi è strada, per loro, in questo paese di diseredati e di ribel­
li, se non si privano i loro avversari, comunisti e socialisti, dei diritti
elementari d’eguaglianza e di libertà. La libertà, i liberali non sanno
piu cosa sia: in qualità di industriali l’hanno dimenticato, in qualità
di agrari non l’avevano saputo mai.
Di questa intima impotenza del ceto dirigente borghese di fronte
alla realtà della vita nazionale, alla necessità, cui non si sfugge più, di
fondare una degna esistenza di 48 milioni di uomini in un mondo
che viva di lavoro e non sia lacerato dal crimine reazionario e dalla
guerra, Antonio Gramsci ebbe quella coscienza viva che primamen­
te risultò dalle pagine ardenti di questi suoi scritti, che i lavori carce­
rari resero più acuta, più istante, piu profonda. Ma oggi questa è di­
ventata la coscienza di milioni e milioni di uomini, di comunisti, di
giovani comunisti, di elettori comunisti, di simpatizzanti comunisti,
h la storia che cammina, come conoscenza e come azione, verso le
mète che devono essere raggiunte.

191
Note

1 Antonio G ram sci, L ’O rd in e N u o v o 1 9 1 9 -1 9 2 0 , Giulio Einaudi Editore, 1954, p p XV I


501, L. 1.200.
2 O p . c it., p. 253 [A ntonio G ram sci, E in a u d i o d e ll’u t o p ia lib e r a le , in «A van ti!», 25
m aggio 1919, ora in id., L ’ O r d in e N u o v o 1 9 1 9 -1 9 2 0 (1987), cit., p. 39].
3 O p. c it., p. 117 [Antonio G ram sci, V er i l rin n o v a m e n to d e l P a r t ito s o c ia lis ta , in id,,
L ’O r d in e N u o v o 1 9 1 9 -1 9 2 0 (1987), cit., p. 511].
4 O p. cit., p. 72 [Antonio G ram sci, L o S ta to ita lia n o , in id., L ’ O rd in e N u o v o 1 9 1 9 -1 9 2 0
(1987), cit., p. 404].

192
Attualità del pensiero e dell’azione di Gramsci
11957]

Venti anni sono passati, dal giorno che Antonio Gramsci è scom­
parso dal mondo dei viventi. Quando egli mori, nel 1937, erano però
oramai dieci anni che la sua voce e l’azione sua potevano dirsi spen­
te, perché più non apparivano sulla aperta scena della vita naziona­
le. La polizia formulò, sulla morte, un comunicato di due righe, che
tutti i giornali riprodussero, che nessuno commentò. Alle esequie,
che dovettero esser fatte al più presto, senza indugiare in cerimonia
alcuna, la spoglia fu seguita da due persone sole, la cognata e un fra­
tello. Gli altri erano poliziotti, presenti forse a significare che Gram­
sci, anche nel trasporto funebre era in stato di oculata sorveglianza e
di arresto. Sembrava dunque, e forse credettero davvero i tiranni di
quel momento, che quella vita fosse cosi per sempre chiusa. Dov’e-
rano i compagni delle dure lotte passate? Rinchiusi nei carceri, isola-
li nei luoghi di confino, dispersi nell’esilio, oppure a combattere e
morire nella Spagna. Dov’era il partito che egli aveva fondato e cui
aveva dato tutto se stesso? Tagliato a pezzi, ridotto a piccoli nuclei,
nascosto; oggetto, apertamente, soltanto di campagne calunniose,
d’insulti, di scherno. La guerra di aggressione contro l’Abissinia si
era del resto chiusa con un successo; regimi di tirannide analoghi a
quello italiano dominavano buona parte dell’Europa, godevano del
benevolo appoggio delle democrazie occidentali, quasi fosse in essi
il modello per un prossimo nuovo ordinamento politico di tutto il
mondo occidentale. Poteva persino sembrare contrario alla realtà
della storia, pensare conservasse un valore, se non come attestazione
193
di tentativi falliti, l’azione di colui che aveva redatto «L’Ordine Nuo
vo», ispirato il movimento dei Consigli di fabbrica, diretto il Partito
comunista mentre il regime democratico dava gli ultimi sussulti.
Quanto al pensiero di cui quell’azione era stata la traduzione in atto,
il giudizio più benigno era forse quello del dotto che, nel ripubblica
re gli scritti di Antonio Labriola, di Gramsci ispiratore e maestro,
avvertiva che si trattava di cosa morta, morta da un pezzo e ch’era
vano credere potesse mai risuscitare.
Passano dieci anni, e nel 1947, quando si pubblica la prima edi
zione delle Lettere dal carcere, l’Italia è già un’altra. L’Europa capita
listica, fascista o falsamente democratica, è crollata nel fuoco e nel
sangue di una guerra spaventosa. Il popolo italiano ha preso le armi,
ha vinto, ha spazzato via la tirannide. Il partito fondato da Antonio
Gramsci, alla testa delle masse popolari, è al centro della vita nazio
naie, ha dato a questa vita la propria impronta profonda; si cimenta,
non senza successo, con i nuovi problemi che in essa si pongono, al­
cuni li risolve, e li risolve bene.
Incominciano a pubblicarsi, allora, i Quaderni del carcere e ciò che
accade è spettacolo singolare. Si ha l’impressione di una rivelazione,
perché come a una rivelazione reagisce la maggior parte dell’opinio­
ne colta. Ma dove sta la rivelazione? Si tratta di alcune migliaia di
pagine, a cui Gramsci, prigioniero e infermo, ha affidato il suo pen­
siero, e che l’intelligente coraggio di una donna ha salvato per mira­
colo dalla distruzione che le attendeva. L’indirizzo e il metodo di
questo pensiero, per lo meno, non dovrebbero essere cosa nuova.
Non sono altra cosa, infatti, che il marxismo, la dottrina rivoluziona­
ria della classe operaia, che la mente geniale di Gramsci presenta nel­
la sua purezza genuina e rende feconda di nuove, originali, avvincen­
ti visioni e analisi della realtà. Ma con questa dottrina tutti erano con­
vinti di avere vittoriosamente regolato i conti, in Italia. Ne erano con­
vinti il filosofo, il prete e i loro sagrestani; il fascista era persuaso di
averla fatta fuori con le bastonate, il democratico di averla uccisa con
gli argomenti. L’avevano sottoposta a giudizio cruciale, sviscerata,
fatta a pezzi, per giungere tutti alla conclusione ch’era dottrina ora­
mai da trascurarsi, un cadavere, una storia, o per lo meno una dan­
nosa stortura, da cui era meglio essersi liberati per sempre. Si pub­
194
blicano i Quaderni, e come è balzato al centro della vita politica il
partito di Gramsci, cosi balza al centro dell’attenzione e dello studio
il suo pensiero. Non servono più a niente né i vecchi sofismi, né le
lroppo comode contraffazioni. Nemmeno la congiura del silenzio è
piu possibile, e non solo perché il sacrificio che ha suggellato la vita
ili Gramsci crea attorno a tutta l’opera sua una inconsueta atmosfera
di dignità e di reverenza, ma per l’intrinseco valore e perché questo
pensiero si rivela proprio nel momento in cui il mondo degli studi e
clell’azione, in cui la politica, la cultura, la società intiera sembrano
averne maggior bisogno. Le esigenze ideali e pratiche, i quesiti che
in quest’opera si presentano e cui si dà risposta sono quelli attorno ai
quali tutta la vita della nazione converge e si agita, che il corso stesso
della vita nazionale ha reso più acuti, improrogabili. Si chinano dun­
que su queste pagine uomini di azione e studiosi, adulti e giovani,
pensatori e militanti di partito, delle scuole laiche e delle scuole cat-
loliche, comunisti, socialisti, democratici cristiani. La vita ideale di
Antonio Gramsci riprende. Egli è di nuovo presente, compagno e
maestro da cui non si può prescindere, in tutta la ricerca che il popo­
lo italiano compie per aprirsi un suo nuovo cammino. Le stesse for­
mulazioni esteriori del suo pensiero diventano, nel dibattito politico
e culturale, popolari; ma soprattutto s’impongono i temi della sua in­
dagine, il metodo, i risultati cui essa giunge.
Non voglio né nascondere né trascurare il fatto che questo sor­
prendente successo è dovuto, per una parte, al modo stesso come
negli scritti di Gramsci vengono condotte la dimostrazione e la pole­
mica delle idee. Questa si rivolge in tutte le direzioni e non rispar­
mia nessuno, con giudizi precisi, taglienti. La posizione da combat­
tersi non viene però mai considerata semplice bersaglio, contro il
quale concentrare il fuoco degli avversi argomenti. Né si può dire
esista una forma qualsiasi di tolleranza passiva, una tendenza qual­
siasi a una conciliazione contraria ai principi. Vi è però sempre la
coscienza che la posizione avversaria, quando è degna di considera­
zione e non puro giuoco di abilità avvocatesca, fa parte di una realtà
assai più complessa di ciò che può risultare dagli argomenti e dalle
parole, ed è allo studio di questa realtà che bisogna rivolgersi, per
mettere a nudo la sostanza dei contrasti. In questo modo il giudizio
195
e la polemica tendono sempre alla visione oggettiva della storia, ma
la storia è sviluppo e superamento di contraddizioni e in questo svi
luppo si inserisce il pensiero stesso che giudica, per trovare il nesso,
la conferma della propria validità. Non ci troviamo quindi di ironie
a una particolare forma di abilità del ragionatore. E la sostanza stes
sa ed è la superiorità del pensiero marxista che in questo modo si
presentano, colpiscono, persuadono. E questo pensiero immediata­
mente si afferma con tutta la sua attualità, che gli deriva, appunto,
dal cimento e dal confronto con gli avversi metodi di pensiero e le
avverse concezioni del mondo, con i quali esso davvero regola i con
ti, cosi come esige il corso della lotta pratica e delle idee.
Antonio Gramsci è stato il primo, in Italia, che abbia affermato e
con piena consapevolezza e conseguenza sostenuto che il marxismo
è dottrina e concezione del mondo pienamente autonoma, nuova vi
sione rivoluzionaria di tutta la realtà, nuova guida per l’azione. Era
giunto a questa posizione, prima di Gramsci, Antonio Labriola. Nel­
lo svolgimento del pensiero di questo, cosi come sempre si coglie il
distacco dalla azione realizzatrice, si avverte però, a un certo punto,
un momento di grave incertezza, quasi una rottura. La rendono ma­
nifesta, in modo particolare, le considerazioni esposte nelle lezioni
da lui fatte all’inizio del secolo e di cui sino ad ora non possediamo
che alcuni frammenti, raccolti, col titolo Da un secolo all’altro, in
quello che è stato presentato come inizio o abbozzo di un quarto
Saggio sulla concezione materialistica della storia. Tema delle lezioni
è l’esame storico dell’«èra liberale»; vero oggetto dell’indagine, che
assilla il grande pensatore, è la «scena attuale del mondo civile», che
egli intende illuminare con quella che chiama una «revisione dello
stato del mondo». Questo è dominato da fatti nuovi grandiosi, la
guerra del Transvaal, la Russia che rifà a rovescio l’invasione mongo­
lica, la crociata contro la Cina, la fine dell’indiscusso dominio ingle­
se dei mari, la redenzione dei popoli balcanici, la trasformazione del­
l’Austria che ne annuncia la prossima fine, e altri ancora. Vi sono,
nella visione del sociologo - con questo termine infatti egli definisce
in questo caso la propria indagine - tutti gli elementi del tempestoso
periodo storico che sta per aprirsi; e vi è anche l’esplicita afferma­
zione che «la politica della conquista, della supremazia, della sopraf­
196
fazione, dell’intervento da paese a paese, e della guerra, o fatta o sol-
Ianto minacciata, sia stata e rimanga l’inevitabile conseguenza, il po­
lente ausilio e l’istrumento decisivo della espansione capitalistico-
borghese». E certamente in germe, in questa constatazione, la sco­
perta nuova che il marxismo deve fare per svilupparsi in modo ade­
guato alla nuova realtà. Ma non vi è più che in germe. I rilievi sono
frammentari, efficaci nell’ordine descrittivo, non uniti ancora in una
complessiva analisi morfologica delle trasformazioni che si stanno
compiendo, e quindi rimane incerta la visione dell’avvenire. La stes­
sa confutazione della obiezione scettica del sociologo positivista, che
«noi non sappiamo dove la storia andrà a finire», e che il Labriola
riconosce savia e calzante, manca di efficacia, perché soltanto si rife­
risce alla astratta possibilità di una «totale retrospezione della vita
del genere umano» e non alla dimostrabile necessità di un determi­
nato corso e ritmo della storia e di compiti storici attuali, inerenti al­
le trasformazioni della struttura del mondo. Il pensiero di Antonio
Labriola, pur sentendo le necessità della nuova scoperta ed essendo
spinto verso di essa, a questo punto si è fermato, entrando alla fine
persino in contraddizione con se stesso. Non è giunto e forse, per
tutta la natura della sua ricerca filosofica e scientifica, non poteva
giungere alla concezione dell’imperialismo come fase nuova e più al­
ta dello sviluppo capitalistico e come premessa della rivoluzione so­
cialista. Questo invece fu il cardine, il faro orientatore del pensiero
di Antonio Gramsci. Le sue indagini e conclusioni, soprattutto negli
scritti del carcere, hanno il loro centro nelle questioni della storia
italiana; furono problemi della politica italiana quelli alla soluzione
dei quali egli lavorò. Egli era però consapevole che le trasformazioni
mature nel nostro paese si compivano nel quadro del grande movi­
mento che spinge il capitalismo alla sua fine e in tutto il mondo ge­
nera le condizioni dell’avvento di una nuova società. Il suo marxi­
smo è attuale e nuovo, dunque, perché parte dalla grande scoperta
fatta da Lenin e che guidò Lenin nell’azione.
Gli inizi della attività ideale e politica di Antonio Gramsci si pos­
sono collocare tra il 1910 e il 1912. E occorre subito ricordare che fu­
rono anni di decisiva importanza per tutta la vita nazionale, gli anni di
una svolta che doveva manifestarsi in tutti i campi e avere ripercussio­
197
ni e sviluppi impensati. Ciò che in quegli anni stava avvenendo era un
profondo rivolgimento sia delle strutture che delle sovrastrutture del­
la società italiana. Il tentativo, fatto dal Giolitti, di trasformare l’ordi­
namento politico estendendo verso sinistra, nella direzione delle mas­
se lavoratrici organizzate, le basi del regime democratico nel Parla­
mento e nel paese era giunto alla fine, ed era fallito. Chiaramente era
venuta alla luce la impossibilità quasi materiale di una politica rifor­
matrice, non ostante le favorevoli condizioni dello sviluppo economi­
co. Questo era dominato dalla avanzata della grande industria pesan­
te e di una finanza aggressiva, che volevano il dominio della ricchezza
pubblica. L’impresa di Libia, che schierava l’Italia, anche se coperta
di stracci, nella contesa degli imperialismi, dava soddisfazione a que­
sti gruppi economici, mentre il movimento operaio, superato un pre­
cedente periodo di incertezza e debolezza, riprendeva slancio e si spo­
stava su posizioni di una intransigenza rivoluzionaria che era ancora
inconsistente, mancava di fondamenta di dottrina e di prospettive,
ma ben rispondeva a insofferenze e slanci che venivano dal popolo.
All’ombra degli interessi che avevano spinto alla conquista della Tri-
politania e della Cirenaica e per la paura che l’avanzata del socialismo
ispirava al ceto borghese di tutte le parti, veniva superata, di fatto, la
vecchia frattura dello Stato liberale col mondo cattolico. Il movimen­
to cattolico, che nell’opposizione di principio allo Stato liberale aveva
creato e trovato il contatto con le masse contadine spinte dalla mise­
ria alla ribellione, incominciava a orientarsi verso nuovi sviluppi. Ve­
nivano cosi a maturazione gli elementi di una situazione del tutto nuo­
va, ma questa non riusciva ancora a venire alla luce, per cui si giunse
al paradosso della partecipazione alla guerra mondiale, attuata dopo
un cambio della vecchia direzione politica e attraverso una brutale
violazione della legalità parlamentare, di fronte a un paese nella sua
maggioranza ostile o passivo, davanti al quale incominciava la esibi­
zione delle minoranze incolte e faziose, che precorrevano il fascismo.
Ho voluto rievocare queste circostanze, perché lo ritengo neces­
sario alla giusta comprensione sia degli scritti di Gramsci anteriori al
1919, dove è lo specchio della crisi che la società italiana stava af­
frontando, sia del cammino successivo, da lui percorso sino alle me­
te più alte.
198
La crisi di quegli anni era oltre modo profonda. Non investiva
soltanto i gruppi dirigenti e la loro condotta nei rapporti con le mas­
se popolari e con gli altri Stati. Investiva tutta la vita italiana, nelle
idee, nei sentimenti, nelle fedi, nelle passioni. Si fa gran caso, come
di un decisivo progresso, nelle rappresentazioni che la storiografia
idealistica fa di quel periodo, della sconfitta delle filosofie positivi­
stiche e della loro pratica eliminazione dai campi del pensiero. Un
progresso realmente vi fu, perché la cultura italiana divenne meno
provinciale, si apri alla efficacia di correnti più feconde. Non biso­
gna dimenticare, però, che le filosofie positivistiche erano state ele­
mento non trascurabile, anzi, per molti aspetti assai importante, del­
l’armatura ideologica della nuova società italiana, quale si era costi­
tuita nei decenni dopo il Risorgimento. Di questa armatura faceva
parte una certa fede ingenua nello sviluppo della scienza come mo­
mento di progresso, la esaltazione dei valori civili contrapposti all’i­
deologia religiosa e, negli intellettuali più avanzati e coraggiosi, l’a­
desione ai «grandi principi» delle rivoluzioni borghesi e democrati­
che. Si era cosi fatta strada, in un paese da alcuni secoli scarsamente
accessibile ai grandi rivolgimenti delle idee, un nuovo illuminismo
di tipo particolare, provinciale, si, ma di una provincia che si stava
liberando da vecchie paure, oppressioni, superstizioni. La stessa au­
tonomia della vita politica e civile e della moralità dai vincoli religio­
si discendeva da queste confuse posizioni ideali, ben più che dall’in­
segnamento dei vecchi pensatori hegeliani, la cui efficacia fu assai li­
mitata. Né possiamo nasconderci il valore delle correnti di cosiddet­
to pensiero sociale e di democrazia radicale che si collegavano a que­
ste posizioni, né quello delle indagini sulla struttura della società ita­
liana, sui rapporti tra la città e la campagna e sulla economia agrico­
la, da cui presero le mosse i primi studi meridionalistici.
Il socialismo aveva senza dubbio trovato in questo ambiente idea­
le un terreno favorevole al proprio affermarsi come corrente estrema
di democrazia, di umanitarismo sociale, ma aveva anche perduto la
propria fisionomia originale, la propria capacità di affermarsi come
visione autonoma del mondo e della storia. Aveva assorbito dal posi­
tivismo una concezione quasi metafisica della evoluzione delle so­
cietà umane e, associandola alla banale deformazione deterministica
199
delle dottrine marxiste, approdava a un fatalismo insipido, che tutt’al
più poteva avere un valore come traduzione di queste dottrine in
termini di superstizione. Si doveva passare dal capitalismo al sociali­
smo per legge di natura, come si era passati dalla scimmia all’uomo,
dalla nebulosa primitiva al sistema delle stelle e dei pianeti. Non tut­
ti scendevano a questo livello di banalità. La polemica e la lotta poli­
tica venivano condotte a un più degno livello e anche la maggior par­
te della propaganda elementare. Mancava però la vigoria del pensie­
ro, mentre rimaneva per anni ed anni sterile, forse incompreso, il
grande insegnamento del Labriola.
Per questo, quando l’alfiere della riscossa antipositivistica pro­
clamò che il marxismo doveva oramai considerarsi incapace di svi­
luppi e morto, si può anche considerare avesse ragione, se si vuol ri­
ferire questo suo giudizio a quei volgari travestimenti positivisti del­
la nostra dottrina. Mi sembra però che al filosofo idealista sfuggisse
che battendo in breccia le ideologie positivistiche si era creato un
vuoto, il quale non veniva già colmato dalla religione della libertà,
ma dal tumultuoso irrompere delle correnti irrazionalistiche, degli
individualismi esasperati, del nazionalismo, della tendenza a negare
valore a ogni forma di democrazia. In questo crogiuolo maturavano
i germi della futura tirannide fascista.
Analoga crisi attraversava il movimento socialista, perché né i rifor­
misti né i rivoluzionari vedevano chiaro dove si dovesse andare. Il
passaggio qualitativo, per cui la classe operaia comprende e afferma
che si apre la questione del suo avvento al dominio e alla direzione
della vita nazionale, nessuna delle due correnti era in grado di com­
pierlo. Entrambe si trascinavano alla coda dell’ordinamento borghe­
se, l’una attuando, ma senza prospettive, una sommessa collaborazio­
ne, l’altra predicando, ma spesso senza convinzione, una cieca rivolta.
L’attualità del pensiero di Gramsci sta prima di tutto nel fatto che
si inserisce in questo momento di frattura e crisi profonda, e quindi
pone e risolve problemi oggettivamente maturi e urgenti, sia per il
movimento operaio, sia per la cultura nazionale e per tutta la società
italiana. Il suo sviluppo non è separabile dal corso reale degli avve­
nimenti nazionali e internazionali, dalla esperienza tragica della pri­
ma guerra mondiale, dal crollo in Italia della società e dello Stato li­
200
berale, e in Europa di un ordinamento che era stato detto di equili­
brio ed era di egemonia capitalistica e di baldanzoso avvento e slan­
cio deH’imperialismo, sino alla catastrofe in cui la sua catena venne
spezzata. Perciò il quadro è dominato dalla vittoria della grande Ri­
voluzione socialista dell’ottobre 1917, che modificò la struttura del
mondo intiero, traducendo in atto la scientifica previsione, formula­
ta da Lenin, che il passaggio del capitalismo alla fase imperialistica
apre il periodo della fine delle società borghesi e della vittoria delle
rivoluzioni proletarie. Lo intrecciarsi e compenetrarsi del pensiero
con l’azione sono quindi, per Gramsci, militante e dirigente del mo­
vimento operaio in questo periodo, cosa necessaria, come sempre è
stato per lo sviluppo del marxismo.
Non si comprendono Marx ed Engels se si disgiunge la formazio­
ne della loro dottrina dalle lotte reali che li hanno spinti alla indagi­
ne dei rapporti tra le classi e ne hanno loro rivelato la sostanza eco­
nomica e politica, dalle prime battaglie contro il regime reazionario
prussiano anteriori al 1848, dalle grandi prove rivoluzionarie di quel­
l’anno e degli anni successivi, sino alla tragedia della Comune, dalla
quale emergono in nuova luce i termini del problema dello Stato.
Non si comprende Lenin fuori della crisi che sconvolge tutto il mon­
do capitalistico nel primo decennio del secolo.
Non si comprende Labriola se lo si considera soltanto come studio­
so di filosofia, se non si colloca il suo travaglio mentale nel quadro del­
la caduta degli ideali e delle strutture politiche del Risorgimento. E co­
si non si comprende Gramsci se non nel quadro di quella grande avan­
zata del movimento socialista per cui la classe operaia italiana, partita
da rivendicazioni economiche e politiche attuabili e possibili nell’am­
bito dell’ordinamento borghese, giunge a porre se stessa come antago­
nista della borghesia industriale e agraria nella direzione di tutta la so­
cietà. Solo se ci si colloca da questa visuale si possono giustamente va­
lutare, non solo la grande esperienza del movimento dei Consigli di
fabbrica e le successive iniziative politiche, ma soprattutto la fondazio­
ne e costruzione del Partito comunista come avanguardia preparata
alla lotta per il potere, che tra queste iniziative fu quella decisiva.
Negli scritti precedenti il 1919 si notano incertezze e perplessità.
Sono però già palesi molte cose nuove, alcune delle quali di impor­
201
tanza fondamentale, indici del grado di maturità già raggiunto e che
in seguito verranno integrate e sviluppate. Anche se non sempre chia
ramente espressa, la preoccupazione fondamentale è di dare al socia
lismo un fondamento razionale in una visione generale della storia e
del mondo, nella quale l’azione organizzata e le lotte consapevoli de­
gli uomini abbiano il posto che loro spetta come espressioni di libertà
e di coscienza, non vengano ridotte a fenomeno secondario di uno
svolgimento automatico. Come agevolmente si avverte, questo è il ve
ro problema della rinascita del marxismo dalle ceneri delle banalità
positivistiche, con un potente ritorno al genuino pensiero di Carlo
Marx. Questi - dice Gramsci - «non ha scritto una dottrinerà», «non
è un Messia che abbia lasciato una filza di parabole gravide di impe
rativi categorici, di norme indiscutibili, assolute, fuori dalla categoria
del tempo e dello spazio. Unico imperativo categorico, unica norma:
Proletari di tutto il mondo unitevi». Di qui discende il dovere di asso­
ciarsi, di organizzarsi e perciò dell’unità e della disciplina, che sono,
appunto, fattori di coscienza e di libertà. «Marx non è un mistico, né
un metafisico positivista: è uno storico, è un interprete dei documenti
del passato», ma «di tutti i documenti, non di una sola parte di essi».
Anche per Marx «la storia continua ad essere dominio delle idee, del­
l’attività cosciente degli uomini singoli e associati. Ma le idee, lo spiri­
to, si sostanziano, perdono la loro arbitrarietà, non sono più fittizie
astrazioni religiose o sociologiche. La sostanza loro è nella economia,
nell’attività pratica, nei sistemi e nei rapporti di produzione e di scam­
bio [...] Conoscere con esattezza quali sono i fini storici di un paese,
di una società, di un aggruppamento, importa prima di tutto cono­
scere quali sono i sistemi e i rapporti di produzione e di scambio di
quel paese, di quella società»1. Cito da uno scritto del 1918 nel quale,
come vedete, già sono in germe le più profonde riflessioni dei Qua­
derni sul rapporto reciproco tra struttura e sovrastruttura, sulla unità
di economia e di politica nel complesso della realtà sociale. La scissio­
ne tra la politica e la economia, tra organismo e ambiente sociale non
è altro che astrazione teorica di una necessità empirica a scopo di stu­
dio. In realtà, «politica ed economia, ambiente e organismo sociale
sono tutt’uno, sempre, ed è uno dei più grandi meriti del marxismo
avere affermato questa unità dialettica»2. Ristabilire l’unità ha un va­
202
lore decisivo per il movimento operaio. Isolare l’economia, e cristal­
lizzarsi nell’organizzazione professionale, come fanno i sindacalisti, è
altrettanto sbagliato e dannoso quanto isolare la politica, e cristalliz­
zarsi nella esteriorità parlamentare, come fanno i riformisti. Ne pos­
sono derivare soltanto una cattiva politica e una pessima economia.
Quale è dunque il compito del socialismo rivoluzionario? Affron­
tare la realtà storica e ideale della società nella sua unità. Il sociali­
smo rivoluzionario «riconduce l’attività sociale alla sua unità, e si
sforza di fare politica ed economia senza aggettivi, cioè aiuta lo svi­
lupparsi e il prendere coscienza di sé delle energie proletarie e capi­
talistiche spontanee, libere, necessarie storicamente, perché dal loro
organismo si affermino sintesi provvisorie sempre più compiute e
perfette, che dovranno culminare nell’atto e nel fatto ultimo che tut­
te le contenga, senza residui di privilegi e di sfruttamento»3. Latti­
vità storica contrastante metterà dunque capo «in un 'organizzazione
della libertà di tutti e per tutti, che non avrà nessun carattere stabile
e definitivo, ma sarà una ricerca continua di forme nuove, di rappor­
ti nuovi, che sempre si adeguino ai bisogni degli uomini e dei grup­
pi, perché tutte le iniziative siano rispettate, purché utili, tutte le li­
bertà siano tutelate, purché non di privilegio»4.
Anche questi passi sono di uno scritto del 1918, scelto a caso in
una di quelle correnti note polemiche dove più direttamente si espri­
mevano i risultati della sua ricerca mentale, che era continua nello
studio, insistente nella conversazione, come alcuni di noi possono ri­
cordare. Oggi, rileggendo questi passi, non possiamo che costatare
con profonda ammirazione, quasi con stupore, come vi si contenga­
no alcuni dei tratti essenziali della dottrina della rivoluzione sociali­
sta e proprio quei tratti che hanno preso cosi grande rilievo nelle de­
cisioni del X X Congresso, nei successivi dibattiti in seno al nostro
movimento e nelle decisioni dell’VIII nostro Congresso nazionale.
Ci importa però ora dare rilievo a due momenti, l’uno che riguar­
da lo svolgimento del pensiero, l’altro quello dell’azione.
Già in queste prime formulazioni della dottrina marxista quale
Gramsci la concepiva, la grande novità sta nel superamento delle
deformazioni cui era stata sottoposta. Non vi è più luogo né per il
grossolano naturalismo metafisico dei positivisti, né per la supersti­
203
zione fatalistica del banale determinismo economico. È sbarazzato il
terreno dalla immagine della struttura materiale della società come
di un «dio nascosto», misterioso autore di tutto il resto e di cui la fi­
losofia idealistica si serviva come di una «gherminella polemica» per
render possibile la propria altezzosa ma vana confutazione. La strut­
tura è il luogo deU’attività pratica produttiva, su cui si eleva l’assie­
me dei rapporti sociali nei quali gli uomini reali si muovono e opera­
no. E quindi oggetto non solo di certezza, ma di verità, momento
della storia, ma di una storia che non è più soltanto, delle idee, delle
sommità sociali e delle «mosche cocchiere». Nei Quaderni trovere­
mo la esposizione definitiva di questa restaurazione della dottrina
marxista come integrale concezione del mondo e storicismo assolu­
to, e questa esposizione, pur nella frammentarietà delle note scritte
nel carcere, è cosi completa e profonda, intrecciata con tale abbon­
danza di sviluppi particolari, di analisi storiche concrete, e sorretta
da tale consapevolezza della conquistata verità, che ben si può dire
che in essa il compito posto dalle crisi ideali del principio del secolo
sia pienamente risolto. Il pensiero idealistico non è invece potuto
uscire dai limiti di una nuova trascendenza, mentre il suo storicismo
ha capitolato di fronte alla necessità di spiegare razionalmente mez­
zo secolo di storia d’Italia. Tuttora si pone, da studiosi di Gramsci,
la questione delibanti Croce» che egli auspicava venisse scritto. La
mia opinione è che questo compito il nostro grande compagno lo ha
già assolto, e lo ha assolto tanto con gli scritti del carcere quanto con
tutto l’assieme dell’opera sua. Il compito odierno è di andare avanti,
affrontando e risolvendo i problemi che urgono.
Vi fu, nei primi anni dell’aspro dibattito politico e ideale attraver­
so il quale le posizioni di Gramsci vennero assumendo i loro linea­
menti precisi, chi volle scorgere e denunciò in esse la manifestazione
di un volontarismo, estraneo alla dottrina marxista. Non era vero. Si
tratta invece della precisazione della vera causalità storica e della ve­
ra natura dell’uomo. Questi conosce se stesso soltanto se «si impa­
dronisce del segreto che fa giuocare il succedersi reale degli avveni­
menti». Allora egli apprende di subire il giogo della necessità, ma ap­
prende anche quanto può valere la sua volontà, «e come possa essere
resa più potente in quanto, ubbidendo, disciplinandosi alla necessità,
204
finisce col dominare la necessità stessa, identificandola col proprio
fine». Il preteso volontarismo non è soltanto giusta espressione della
necessaria unità della struttura economica con le sovrastrutture idea­
li, ma è la premessa di tutta la dottrina del partito rivoluzionario del­
la classe operaia, della sua ricerca politica, della sua elaborazione
strategica e tattica, della sua organizzazione e della sua azione.
In questo campo non vi era da fare soltanto un passo o una serie
di passi in avanti. Vi era da compiere un vero e proprio salto. La po­
litica della classe operaia fatta dai socialisti era stata, anche nelle co­
se giuste, approssimativa e frammentaria. Persino a coloro che si di­
cevano rivoluzionari mancava la nozione di ciò che questo termine
poteva significare, la nozione della possibilità e necessità e dei modi
come la classe operaia potesse diventare dirigente di tutta la vita na­
zionale. Questo fu il tema centrale dello studio e dell’azione politica
di Gramsci. Di qui mossero le indagini sulla struttura della società
italiana, la determinazione del carattere del rivolgimento economico
e sociale che la storia poneva all’ordine del giorno e che non poteva
essere che la fine del dominio borghese, la ricerca delle forze motri­
ci di questo rivolgimento e la scoperta della alleanza tra la classe ope­
raia e le masse lavoratrici del Mezzogiorno e delle isole come punto
di partenza e chiave di una nostra strategia della rivoluzione. In que­
sto quadro si deve inserire il movimento dei Consigli di fabbrica to­
rinesi, perché anche esso non fu altro, prima di tutto, che lotta per
attribuire al proletariato industriale la egemonia nella vita della na­
zione in un momento profondissimo di crisi.
Che fossero mature le condizioni generali in cui questo problema
poteva essere posto e risolto, diventando la classe operaia protagoni­
sta attivo e diretto della storia, risultava dal punto cui era arrivato lo
sviluppo del capitalismo e fu dimostrato dalla vittoria della Rivolu­
zione di ottobre.
Di grande interesse è il ripercorrere ora la via seguita da Gramsci
nel giudizio su questa rivoluzione. La sua preoccupazione fonda-
mentale è di mettere in guardia sin dal primo momento contro la er­
roneità e il pericolo delle pedantesche interpretazioni del marxismo,
per le quali la direzione della vita sociale potrebbe passare al prole­
tariato solo dove e quando sia arrivato a piena maturazione, nel pae­
205
se interessato, l’ordinamento capitalistico. La rivoluzione russa, egli
pensa e afferma con vigoria, è una rivoluzione contro questa pedali
teria, contro quelle incrostazioni positivistiche e naturalistiche che
non erano affatto «in» Marx, come Gramsci sembra voler dire in
uno scritto del resto assai tormentato dalla censura, ma nei suoi falsi
scolari. Fallite le vecchie classi dirigenti e i gruppi intermedi, il prò
letariato deve assumere la direzione della vita politica ed economica
e realizzare il suo ordine, anche se questo non sarà subito il sociali
smo. E il proletariato realizza il suo ordine costituendo istituti politi
ci che garantiscano la libertà di uno sviluppo verso il socialismo e as
sicurino la permanenza del suo potere. La dittatura non è dunque
strumento per approfittare di una «occasione storica», ma è neces
sità della storia e quindi istituto fondamentale che garantisce lo svi
luppo della società umana sotto il controllo del proletariato. Le sue
forme concrete saranno determinate anch’esse dalla storia, dal pun­
to cui è arrivato il movimento, dalle conquiste che già sono realizza­
te e dai prossimi obiettivi che si pongono.
Sappiamo come Gramsci integrò, in seguito, i suoi giudizi sulla
Rivoluzione d ottobre, acquistando una conoscenza profonda del
pensiero e dell’azione di Lenin. Nei suoi primi giudizi vi è però già
l’essenziale, vi è una guida alla comprensione dei problemi sorti in
questi ultimi anni, quando si sono rese manifeste le deformazioni pro­
dottesi nel regime sovietico in campi e momenti determinati. Decisi­
vo è il fatto che la direzione di tutto il complesso della vita sociale da
parte del proletariato e della sua avanguardia, organizzata nel Partito
comunista, non sia venuta meno. È stata quindi salvata la libertà es­
senziale, della marcia verso il socialismo, prima, e poi dello sviluppo
del socialismo. Coloro che dalla conoscenza delle deformazioni lega­
te al nome di Stalin traggono argomento per asserire la superiorità
dell’ordinamento politico borghese e ancora una volta genuflettersi
davanti ad esso, commettono un profondo errore qualitativo; confon­
dono una parte della sovrastruttura ideologica e giuridica con la so­
stanza di un ordinamento sociale. Mantenuta questa sostanza, le esi­
genze della democrazia, le necessità di sicurezza giuridica, di rispetto
e sviluppo pieno della personalità, di libera indagine scientifica e
creazione artistica non possono non venire restaurate, perché la so­
206
cietà ha mantenuto l’impulso creatore che le viene dal fatto che la
classe operaia rimane la forza dirigente e il partito della classe ope­
raia inserisce l’azione sua di ricerca e di guida a sempre nuovi svilup­
pi nella stessa struttura della economia e di tutta la vita sociale.
Il nesso inscindibile di socialismo e libertà non si può ridurre alle
superficialità e volgarità delle vecchie ideologie massoniche. Si espri­
me e si attua tra le contraddizioni, che sgorgano dalla crisi tremenda
attraverso la quale un nuovo ordinamento sociale si genera e progre­
disce nel mondo intiero, e sul corso della quale esercitano la loro ef­
ficacia anche le qualità e i difetti degli uomini, ma prima di tutto le
concrete situazioni nazionali, la diversità dei punti di partenza, gli
sconvolgimenti esteriori e interni, l’accerchiamento capitalistico, la
ostinata resistenza delle vecchie classi dirigenti, le guerre e le paci.
Essenziale è la presenza di una forza organizzata consapevole, ca­
pace di guidare in tutte le sue fasi questo processo di creazione di un
nuovo ordinamento sociale. L’insegnamento di Gramsci a questo pro­
posito si innesta direttamente in quello di Lenin, ma ha una forma
sua propria, originale, che gli è data dalla dottrina del partito come
intellettuale collettivo, e che tende ad essere una completa teoria del­
la politica. Non è vero che Gramsci, nel periodo torinese dei Consi­
gli di fabbrica e del primo «Ordine Nuovo», prescindesse dalla ne­
cessità di una organizzazione volontaria dell’avanguardia operaia, ri­
tenesse possibile che i problemi della rivoluzione proletaria venisse­
ro risolti attraverso la semplice germinazione, dal luogo del lavoro e
nel processo della produzione, delle cellule organicamente costituti­
ve di una nuova società. Quali possano essere le formulazioni di que­
sto o quell’altro dei suoi scritti, questa supposizione viene smentita
dal fatto che i problemi della organizzazione dei Consigli di fabbrica
erano dibattuti nel partito e risolti in questa sede, e che dal movi­
mento dei Consigli usci l’ossatura di un nuovo partito. Ciò che Gram­
sci voleva e doveva sottolineare, in polemica tanto con i riformisti
quanto con il rivoluzionarismo a parole dei massimalisti, e rimane
parte essenziale del suo insegnamento, è la indispensabile profondità
del processo rivoluzionario, che non è tale se non investe e trasforma
le basi dell’ordinamento produttivo. Perché questo avvenga non è
sufficiente il progresso delle tecniche del lavoro. Da questo progres­
207
so non esce ancora il movimento della storia, fino a che non intervie­
ne un elemento di organizzazione, di direzione politica e di coscien­
za, in assenza del quale la classe non può diventare Stato. A Torino e
in Italia, nel primo dopoguerra, si doveva rendere la classe operaia
consapevole della sua capacità di fondare, poggiando sul luogo del
lavoro, un nuovo ordinamento sociale, ma questo non poteva uscire
soltanto dalla creazione dei Consigli, bensì dal fatto che si realizzas­
se, attraverso una complessa azione politica, un nuovo blocco di for­
ze di classe, una alleanza rivoluzionaria di cui il proletariato fosse il
dirigente e che gettasse su scala nazionale le basi di una nuova orga­
nizzazione economica e di un nuovo Stato. E difatti il movimento dei
Consigli non riuscì a esprimere tutta la sua efficacia rivoluzionaria
perché questo ulteriore momento venne meno, per organica incapa­
cità del partito socialista e per i limiti - di fatto inevitabili - della
stessa azione di Gramsci e del gruppo raccolto attorno a lui.
Perciò la scissione di Livorno e la fondazione del Partito comuni­
sta non furono atti arbitrari, ma una necessità storica. Un partito è
necessario storicamente - scriveva Gramsci nel carcere, e certo nello
scrivere queste parole egli pensava a Livorno - «quando sono alme­
no in via di formazione e lasciano prevedere normalmente i loro ul­
teriori sviluppi le condizioni del suo “trionfo”, del suo immancabile
diventare Stato»5. Questa situazione non si crea arbitrariamente.
Gramsci lo sapeva. Sapeva che questa prospettiva era oggettivamen­
te vera nel mondo in cui egli aveva lavorato e combattuto, che conti­
nuava a essere tale mentre la sua vita si stava spegnendo. Noi possia­
mo aggiungere che questa prospettiva è stata confermata da tutto il
successivo moto della storia ed è oggi più vera e più attuale che mai.
La struttura stessa del mondo si è trasformata in modo tale da ren­
derla a tutti evidente e questo rimane, sotto la bufera degli attacchi,
delle diffamazioni e delle persecuzioni, uno dei più profondi motivi
della popolarità del nostro partito, della attrazione che esso esercita
sulle grandi masse umane. Non siamo più, come si diceva una volta,
il partito dell’avvenire. Siamo il partito del presente, di un presente
che tutti vedono, da cui nessuno più può prescindere.
Ma ciò che è prevedibile e necessario non sempre è agevole ad at­
tuarsi e nemmeno si attua sempre come gli uomini vorrebbero. Al par­
208
tito della classe operaia spetta la direzione del movimento, ma anche
questa direzione non si può esercitare in modo arbitrario, applicando
schemi, formule generali, astratte, buone per tutti i paesi e per tutti i
tempi. «Un partito - dice Gramsci - avrà avuto maggiore o minore si­
gnificato e peso, nella misura [...] in cui la sua particolare attività avrà
pesato più o meno nella determinazione della storia di un paese.»6
Quando Gramsci formulava questo pensiero sentiva senza dubbio
l’ampiezza del compito che si poneva alla organizzazione politica da
lui fondata. Era però anche consapevole che il compito poteva adem­
piersi. Tutta la sua indagine sulla storia d’Italia ha come filo condutto­
re la dimostrazione della inevitabilità che i problemi non risolti, rinvia­
li, complicati per le organiche incapacità delle vecchie classi dirigenti,
siano affrontati e portati a soluzione nel quadro del grande rivolgimen­
to in cui si genera la società nuova, la società socialista. La sua cono­
scenza della storia è sempre determinazione di un compito dell’oggi.
Una classe può essere dirigente della società in quanto impone il
proprio dominio, e a questo può servire anche la forza delle armi.
Essa diventa, però, classe nazionale, solo in quanto risolve i proble­
mi di tutta la società. È ciò che il ceto borghese non è riuscito a fare,
nel nostro paese. Non ha liquidato le gravi eredità del passato. Ha
accumulato una nuova pesante eredità di squilibri economici e poli­
tici, creato nuovi insoluti problemi di libertà e di giustizia. Il prole­
tariato diventa classe nazionale in quanto fa suoi questi problemi e
quindi conosce, per trasformarla, tutta la realtà della vita della na­
zione. In questo modo crea le condizioni del proprio dominio politi­
co, si apre la strada a diventare effettiva classe dirigente.
Nel modo come Gramsci interpreta e rinnova la dottrina del
marxismo rivoluzionario è quindi implicita l’affermazione della ne­
cessità della avanzata verso il socialismo per una via nazionale, de­
terminata dalle condizioni storiche del nostro paese. E questa via
nazionale che egli ci ha voluto aprire.
Gramsci non poteva prevedere come il fascismo sarebbe crollato.
Con la sua lotta per liberare il partito dal dogmatismo infantile dei
primi anni, con la impostazione da lui data al nostro III Congresso
nazionale, con la successiva insistente ricerca, dopo il delitto Mat­
teotti, di una grande alleanza di forze popolari e nazionali attorno al
209
proletariato, egli aveva però dato al Partito comunista la spinta e
l’indirizzo necessari perché nella lotta contro il fascismo e nella gran­
de crisi che travolse questo regime l’azione dei comunisti e della clas­
se operaia da essi diretta diventasse elemento determinante della sto­
ria del nostro paese. Per avere raggiunto questo obiettivo noi possia­
mo dire che il Partito comunista italiano ha saputo comprendere e
seguire l’insegnamento del suo fondatore, ha raccolto la sua eredità
e ad essa ha tenuto fede. Perciò si è potuta determinare quella situa­
zione politica nuova, che noi abbiamo definito nel nostro V ili Con­
gresso, da cui derivano oggi i nostri orientamenti generali, la nostra
strategia e la nostra tattica, nella lotta per lo sviluppo della democra­
zia italiana verso il socialismo.
Questa situazione non è ferma. Non può esserlo. Non corrispon­
de a quella che Gramsci conobbe, nella quale lavorò. Non corri­
sponde nemmeno più a quella che noi avevamo contribuito a creare
al crollo del fascismo. Le classi dirigenti borghesi sentono quanta
parte del dominio della società è sfuggita loro e ostinatamente lotta­
no per recuperare ciò che hanno perduto. Sorgono in questo modo
problemi nuovi, di cui alcuni di grande peso, tali che modificano la
natura del blocco storico borghese contro il quale si dirige l’azione
della classe operaia e dei suoi alleati. La Chiesa cattolica, con la sua
ideologia, le sue organizzazioni, la sua potenza intimidatoria, sta sem­
pre più apertamente diventando il cemento di questo blocco. Il pro­
blema del movimento cattolico esce quindi dai limiti di un semplice
momento della questione contadina. Ciò crea nuove contraddizioni,
approfondisce la vecchia crisi delle ideologie, crea nuovi momenti di
crisi e persino di esasperazione. Non vi è a queste situazioni via di
uscita in ritorni massimalistici, nella imprecazione, nella ricerca di
miracolosi capovolgimenti dovuti all’abilità di manovra dei dirigenti.
La via di uscita è quella che ci ha insegnato Antonio Gramsci. Si de­
ve inserire su tutta la superficie sociale, in tutti gli aspetti della vita
nazionale, l’attività di una avanguardia organizzata, e una attività che
non si riduca alla predicazione, all’agitazione, alla frase o alla astuta
manovra, ma aderisca esattamente alle condizioni della vita colletti
va e dia, perciò, una base, possibilità e prospettive reali al movimen­
to delle masse popolari. Non vi è altra via che questa per mettere a
210
nudo la duplice natura del movimento cattolico, sceverare ciò che
rimane in esso di progressivo dalla strumentalità reazionaria, che og­
gi agisce a profitto delle classi borghesi. Non vi è altra via che questa
per riuscire a isolare il grande capitale monopolistico, che è oggi al
centro del blocco borghese, per opporre ad esso un altro blocco, nel
quale gruppi sociali diversi siano orientati dall’azione della classe
operaia e da questa guidati, sul terreno della democrazia, verso il so­
cialismo. La nostra lotta per l’unità delle forze popolari e democrati­
che non è dunque dettata da abilità tattiche, ma è una esigenza stori­
ca, tanto per mantenere ciò che si è già conquistato, per difendere e
salvare la democrazia, quanto per svilupparla.
Grandi progressi noi già siamo riusciti a compiere, come partito,
e a far compiere al movimento operaio e a tutta la società italiana,
seguendo l’insegnamento di Gramsci. A questo insegnamento dob­
biamo saper ritornare di continuo, coscienti che esso non è soltanto
cosa nostra, ma è un patrimonio di tutta la nazione, che a noi in mo­
do particolare spetta mettere in valore.
Siamo riusciti a rompere i vecchi schemi tanto del massimalismo
parolaio quanto del riformismo inetto.
Siamo riusciti a comprendere l’azione del partito e delle masse la­
voratrici non come ginnastica rivoluzionaria, ma come attività concre­
ta, che parte dalle condizioni della realtà e le modifica combattendo.
Siamo riusciti a penetrare, con la conoscenza e con l’azione, nella
storia del nostro paese, a scoprire le forze che muovono verso la ri­
voluzione socialista, ad accrescere la capacità del proletariato di met­
tersi alla testa di queste forze e dirigerle.
Ci siamo adoprati per muoverci, verso il socialismo, nelle condi­
zioni e nei modi che sono dettati dalla struttura, dalle storia, dalle
tradizioni della nostra patria.
Abbiamo dato il contributo del nostro lavoro e della nostra lotta
per scoprire ed aprire una via italiana di avanzata verso il socialismo,
per rinnovare la cultura italiana, per dare allo stesso movimento ope­
raio una impronta e forme di organizzazione adeguate alle realtà na­
zionali.
Abbiamo sempre mantenuto, difeso, rafforzato, il legame organi­
co del nostro movimento con il grande movimento comunista inter­
211
nazionale, le cui vittorie sono state e sono le nostre, i cui problemi
sono nostri, la cui irresistibile avanzata ha spianato e spiana le vie-
anche della nostra. Ci sentiamo tanto più fedeli aH’internazionalismo
proletario quanto più lavoriamo per fare del proletariato una forza
nazionale, il protagonista della vita della nazione.
Abbiamo commesso errori e avuto insuccessi, anche. Non abbia
mo mai perduto la capacità della ricerca critica, che non è inutile-
flagellazione di se stessi, ma condizione per capire di più e per lavo­
rare meglio.
L’appello che noi rivolgiamo agli operai e a tutti i lavoratori, di
entrare nel nostro partito per renderlo sempre più grande e più for­
te è appello a realizzare con l’azione l’insegnamento di Gramsci, per­
ché solo con l’azione e nell’azione questo insegnamento si attua.
Gramsci ha provato la verità del suo pensiero, la verità della dottri
na rivoluzionaria da lui restaurata, difesa e sviluppata nelle condizio
ni del nostro paese, non soltanto con l’opera sua scritta, quanto con
una vita di combattimento e col supremo sacrificio di se stesso.
A noi spetta, col lavoro e con le lotte nostre, confermare questa
verità, portando sempre più in alto la bandiera del nostro partito.

Note

1 [Antonio Gram sci, I I n o stro M a r x , in «Il grido del po p o lo », 4 m aggio 1918, ora in
id., I l n o str o M a r x 1 9 1 8 - 1 9 1 9 , a cura di Sergio Caprioglio, Torino, Einaudi, 1984,
pp. 4-5. L a citazione presenta lievi differenze e omissioni non segnalate rispetto al
l’originale].
2 [Antonio Gram sci, L ’o rg an izz az io n e eco n o m ica e d i l so c ia lism o , in «Il grido del pop o­
lo», 9 febbraio 1918, ora in id., L a c ittà f u t u r a 1 9 1 7 - 1 9 1 8 , a cura di Sergio Caprio
glio, Torino, Einaudi, 1982, p. 644],
3 [Ivi, p. 645. Dove è scritto «organ ism o», nell’originale gram sciano si legge in realtà
«antagonism o»].
4 [Ibidem ].
5 [Q. 14, p. 1733. L a citazione presenta lievi differenze rispetto al testo originale].
6 [Q. 13, p. 1630],

212
Il leninismo nel pensiero e nell’azione
di A. Gramsci (Appunti)
[1958]

1. Il tema di questa relazione è tale che richiede una trattazione


per parecchi aspetti differente da quella degli altri temi del conve­
gno. Studiare il rapporto di Gramsci col leninismo significa infatti
fare oggetto di indagine non soltanto le posizioni da G. elaborate e
sostenute nel dibattito filosofico e di dottrina, ma la sua attività pra­
tica, come uomo politico, fondatore e dirigente del partito di avan­
guardia della classe operaia italiana. La mia opinione è che questo
sia, però, il solo modo giusto di avvicinarsi all’opera di Gramsci e
penetrarne il significato. G. fu un teorico della politica, ma soprat­
tutto fu un politico pratico, cioè un combattente. La sua concezione
della politica rifugge sia dalla strumentalità, sia dall’astratto morali­
smo o dalla elaborazione dottrinale astratta. Fare della politica signi­
fica agire per trasformare il mondo. Nella politica è quindi contenu­
ta tutta la filosofia reale di ognuno, nella politica sta la sostanza del­
la storia e, per il singolo che è giunto alla coscienza critica della realtà
e del compito che gli spetta nella lotta per trasformarla, sta anche la
sostanza della sua vita morale. Nella politica è da ricercarsi la unità
della vita di A. G.: il punto di partenza e il punto di arrivo. La ricer­
ca, il lavoro, la lotta, il sacrificio sono momenti di questa unità.
Non vi può esser dubbio che la politica, in questo modo intesa,
collocata al vertice delle attività umane, acquista carattere di scienza.
Non è più momento passionale e non è più meschina mostra di abi­
lità; è risultato di approfondita ricerca delle condizioni in cui si muo­
vono le società umane, i gruppi che le compongono e i singoli. Giun­
213
ge a comprendere, e quindi a giustificare storicamente, tanto l’avan­
zata quanto la ritirata o l’arresto, tanto la vittoria quanto la sconfitta.
Alla base di questa comprensione vi è una critica di se stessi e degli
altri, che è momento di azione ulteriore.
Errato sarebbe ritenere che, cosi intesa, la politica possa chiuder­
si in un assieme di norme, buone per sempre e per ogni luogo. Mi
sembrano quindi da criticare coloro che in questo modo trattano
l’opera di Gramsci, e in particolare il contenuto dei Quaderni, sfor­
zandosi di avvicinare artificiosamente una parte all’altra, quasi per
ricavarne, se non un Vangelo, per lo meno un manuale del perfetto
pensatore e uomo d’azione comunista. E certo che esiste un filo con­
duttore di questa opera, ma questo non si può trovare e non si trova
se non nell’attività reale, che parte dai tempi della giovinezza e via
via si sviluppa sino all’avvento del fascismo al potere, sino all’arresto
e anche dopo.
Tutta l’opera scritta da Gramsci dovrebbe essere trattata parten­
do da quest’ultima considerazione, ma è compito che potrà essere
assolto soltanto da chi sia tanto approfondito nella conoscenza dei
momenti concreti della sua azione da riconoscere il modo come a
questi momenti concreti aderisca ogni formulazione e affermazione
generale di dottrina, e tanto imparziale da saper resistere alla tenta­
zione di far prevalere false generalizzazioni dottrinarie al nesso evi­
dente che unisce il pensiero ai fatti e movimenti reali.
Alcune tra le parti più interessanti, ad esempio, delle sparse note
raccolte col titolo di Passato e presente sono senz’altro da conside­
rarsi pura elaborazione dei principi di strategia, di tattica e di orga­
nizzazione del partito della classe operaia affermati da Gramsci, ne­
gli anni dal 1922 in poi, in polemica e lotta contro le tendenze di in­
fantile settarismo estremista che allora erano prevalenti nella dire­
zione di questo partito in Italia. Tali le considerazioni sul rapporto
tra spontaneità e direzione consapevole; sul centralismo organico,
sul centralismo democratico e sulla disciplina; sul rapporto che pas­
sa tra il dirigere, l’organizzare e il comandare; sui rapporti tra la
scienza militare e la scienza politica, e cosi via. Non escludo nemme­
no che alcune di queste note - che del resto G. non sapeva se e co­
me avrebbero potuto giungere ai suoi compagni e allievi di un tem-
214
po - fossero dettate da preoccupazioni destate in lui da frammenta­
rie notizie giuntegli circa l’orientamento e l’attività del Partito co­
munista dopo il suo arresto, dal timore di un ritorno ai vecchi sche­
mi settari. Al lettore attento non sarà sfuggito che, in alcuni luoghi,
egli giunge sino a formulare consigli assai precisi circa il modo di or­
ganizzare l’azione direttiva del partito, di condurre l’agitazione e la
propaganda, e persino circa le diverse sezioni in cui dovrebbe essere
diviso un «Bollettino» che si preoccupi, spiegando la politica del
partito, di mantenerne la continuità mediante la permanente valuta­
zione critica del passato. Le note di Passato e presente sono del resto
quasi tutte direttamente legate a quello che si potrebbe chiamare il
commento politico corrente e attuale. Alcune di esse conservano il
carattere dell’editoriale di un quotidiano che entri in polemica diret­
ta con le correnti e con gli uomini che in quel momento sono attivi
sulla scena nazionale.
Ma anche le altre parti dell’opera carceraria non si comprendono,
nel loro aspetto politico, se non si restituisce loro l’attualità. Che co­
sa avveniva in Italia e nel mondo mentre G., nel carcere, meditava e
scriveva? Si era passati - per usare la sua terminologia - dalla guerra
manovrata alla guerra di posizione, dalla crisi drammatica del primo
dopoguerra e dal primo vittorioso attacco rivoluzionario, ai tentativi
di stabilizzazione dei regimi borghesi da una parte e alla costruzione
di una società socialista dall’altra. La grande vittoria della Rivoluzio­
ne socialista dell’ottobre 1917 era uscita dalle contraddizioni oggetti­
ve del mondo capitalistico, le quali continuavano a esistere e svilup­
parsi. Esse agivano però in altro modo, mentre era in atto lo sforzo
borghese di restaurazione riformistica e la classe operaia, consolidato
il suo potere nello Stato sovietico, tendeva, con un’azione moltepli­
ce, ad affermare la propria egemonia in una competizione che già era
di portata mondiale. La guerra di posizione, cui si era in questo mo­
do passati, era, secondo G., la fase decisiva della lotta, ma la fase piu
difficile. «La guerra di posizione domanda enormi sacrifizi a masse
sterminate di popolazione; perciò è necessaria una concentrazione
inaudita dell’egemonia e quindi una forma di governo piu “interven-
zionista”, che più apertamente prenda l’offensiva contro gli opposi­
tori e organizzi permanentemente 1’“impossibilità” di disgregazione
215
interna.» A questa definizione generale del momento storico si col­
evano, se ben si riflette, tutte le analisi particolari, tanto sulla natura
del potere in una società nuova, diretta dalla classe operaia, quanto
sui diversi modi di conservazione e difesa del potere in una società in
decadenza e sfacelo, diretta dalla borghesia capitalistica. La critica
dei partiti politici e delle ideologie, e prima di tutto del crocianesimo
in quanto forma di alleanza conservatrice a sostegno di un ordina­
mento reazionario, è parte integrante di queste analisi.
Né mi pare che questo richiamo alla attualità del pensiero politi­
co di Gramsci ne diminuisca il valore scientifico. La politica diventa
scienza quando ha le sue fondamenta nella analisi concreta delle re­
lazioni oggettive nei diversi gradi della struttura della società, del
nesso tra queste relazioni oggettive e le formazioni ideali e organiz­
zative sovrastrutturali e del movimento reciproco che tra le une e le
altre si stabilisce e da cui esce il corso degli avvenimenti storici. Il
vero contenuto di queste relazioni e di tutto il movimento non si ri­
vela però che attraverso l’azione, nel contrasto tra le classi, nella lot­
ta dei gruppi egemonici per mantenere la propria dittatura e delle
classi rivoluzionarie per conquistare il potere, cioè per giungere a
conquistarlo attraverso un sistema di alleanze politiche di cui sono
e premesse nella struttura e nella storia di ogni società e per mante­
nerlo e consolidarlo attraverso la costruzione di una società nuova.
La conoscenza scientifica alla quale l’opera di Gramsci ci richiama
non è dunque quella di una scienza verso la quale si possa evadere,
abbandonando o rinviando o guardando dall’alto in basso i compiti
della lotta immediata, ma è integrazione e continuazione di un impe­
gno politico che investe tutta la persona, le sue capacità, la sua li-
berta, la sua esistenza stessa.
Negli scritti carcerari non vi è dunque soltanto la eco delle lotte
degli anni precedenti, o la riflessione distaccata sopra di esse, come
a prima vista potrebbe sembrare, ma vi è una continuazione di que­
ste lotte, con l’approfondimento di tutti i loro temi e con uno svi­
luppo di essi che tende a adeguarsi alle condizioni nuove. In questo
modo il pensiero politico di Gramsci dà la prova della sua vitalità e
venta. Non è legato a una piattaforma politica determinata, quale
poteva essere quella su cui venne fondato, nel 1921, il Partito comu­
216
nista; non è legato nemmeno a una determinata serie di movimenti
strategici e tattici, dettati da una situazione particolare. La sua verità
sta nel metodo e il metodo è unito inseparabilm ente al contenuto,
perché è metodo marxista e leninista, cioè guida all’azione rivoluzio­
naria nelle condizioni in cui si compie il passaggio dal mondo bor­
ghese al mondo socialista. D i qui discende il suo legame col lenini­
smo, che è la dottrina rivoluzionaria di questo passaggio.

2. La ricerca filologica sulla conoscenza che G . ebbe delle opere


di Lenin presenta alcune difficoltà. Non è sem pre possibile, infatti,
stabilire in modo preciso quando egli potè conoscere e studiare de­
terminati scritti di Lenin e quindi quali di essi ebbero maggiore effi­
cacia diretta su di lui nei singoli momenti.
Certo è che persino il nome del grande capo rivoluzionario russo
era sconosciuto o quasi, nel movimento operaio, prima della prima
guerra mondiale. Incominciò a essere conosciuto dopo l’incontro
preliminare di Lugano del 1914 e dopo le conferenze internazionali
di Zimmerwald (1915) e di Kienthal (1916). Neanche in quel mo­
mento, però, e per un paio di anni dopo, si ha notizia di scritti di
Lenin tradotti o anche solo pervenuti in Italia nella loro integrità.
Cominciarono invece a essere conosciuti estratti di suoi scritti nel
corso del 1917, soprattutto p er il tramite di riviste e giornali in lin­
gua francese e di una rivista americana (il «L ib erato r», diretto da
Max Eastman). Da questa venne tratto e pubblicato nel 1919, a cura
di Gramsci, un ampio studio su Lenin quale Statista dell’ordine nuo­
vo. Il profilo di Lenin quale pensatore e uom o politico, che risulta
da questo studio, è però parziale. I momenti piu importanti del pen­
siero, relativi all’analisi dell’imperialismo e quindi alla definizione
del periodo storico e delle sue prospettive, sono trascurati, mentre
l’attenzione è concentrata sulle caratteristiche originali del sistema
sovietico e sul fondamento che esso ha nella sfera della produzione.
Lo scritto infatti non è altro che riproduzione e commento di alcuni
lavori di Lenin dedicati, dopo la rivoluzione e nei primi anni del po­
tere sovietico, a sottolineare la decisiva im portanza della costruzione
economica e dello sviluppo della produzione per il consolidamento
del potere dei Soviet. Nella capacità di affrontare e risolvere in mo­
217
do nuovo, con la iniziativa delle masse, i problemi della economia
vista la superiorità e originalità del regime sovietico. Si ha qui senz
dubbio un punto di riferimento di alcuni sviluppi ulteriori del pen
siero e dell’azione di Gramsci nel periodo che si suol dire dell’«O r
dine Nuovo».
Solo dal 1918 Lenin cominciò a essere conosciuto, tradotto, pub
blicato, letto ampiamente, in Italia. Con prevalenza, però, degli scrii
ti dedicati alla lotta immediata di quegli anni, contro il socialsciovi
nismo e il centrismo, per la creazione di partiti comunisti in tutti
paesi, per la fondazione e l’organizzazione della Internazionale co
munista. Dei grandi lavori teorici, vengono allora conosciuti Idimpt
rialismo, Stato e rivoluzione, la Rivoluzione proletaria e il rinnegati
Kautsky, le relazioni e le tesi per il I e per il II Congresso dell’Inter
nazionale comunista, quindi l’Estremismo, e i discorsi al III Con
gresso, che ne sono quasi un commento. Meno noti Che fare?, Due
tattiche e Un passo avanti e due indietro. Difficilissimi a trovare
quindi quasi sconosciuti Lo sviluppo del capitalismo in Russia e Idem
piriocriticismo2. Si può ritenere che nel 1922, quando si recò nell’U
nione Sovietica, Gramsci già fosse a conoscenza di tutti questi scrit
ti. Da essi risultavano le tesi fondamentali del leninismo, circa Tana
lisi deH’imperialismo e il carattere del periodo storico aperto dal pas
saggio a questa fase suprema della economia capitalistica, circa 1;
natura dello Stato borghese e della dittatura proletaria, il carattere
della Rivoluzione di ottobre e dello Stato sovietico e circa le fonda-
mentali questioni della strategia e tattica rivoluzionarie del partito
della classe operaia.
Nel 1922, quando Gramsci giunse in Unione Sovietica e vi risie­
dette alcuni mesi, si era tenuto da poco più di un anno il X Congres­
so del PC russo (b), si era chiusa la discussione sui sindacati e si com­
piva il passaggio alla Nuova politica economica. Tappa assai impor­
tante in cui erano state trattate a fondo alcune questioni decisive per
lo sviluppo della rivoluzione. Sono di questo periodo alcuni tra i la­
vori più importanti di Lenin relativamente ai problemi della costru­
zione di una economia e di una società socialiste. Nel dibattito sulla
funzione dei sindacati egli aveva affrontato, in polemica con Trotski,
con Bucharin e con un gruppo di tendenza anarcosindacalista, la
218
questione del rapporto tra la politica e la economia nella edificazio­
ne socialista. Aveva sostenuto che la politica non è che «espressione
concentrata dell’economia», una tesi di importanza decisiva nella
concezione leninista dello Stato. Ne deriva, infatti, che la classe ope­
raia non può rimanere al potere e quindi non può adempiere al pro­
prio compito nel campo produttivo (sviluppo delle forze di produ­
zione) se non sulla base di una giusta posizione politica cioè sulla
base di un giusto rapporto con gli altri gruppi della società. Di qui
traeva origine la differenziazione tra la concezione leninista della co­
struzione socialista e le proposte che venivano da Trotskij e che, tra­
scurando il rapporto con le classi non proletarie, mettevano in forse
le basi stesse della dittatura del proletariato.
A partire da quegli anni il contrasto tra il partito bolscevico e
Trotski si fece via via sempre più profondo. Si venne infatti preci­
sando, a partire dal 1923-24, il tentativo, che già era in germe nelle
precedenti discussioni, di scardinare tutta la formazione ideale e or­
ganizzativa del partito, quale era stata storicamente creata nelle lotte
contro le correnti non leniniste. È quindi certo che in quel momento
Gramsci acquistò una conoscenza più profonda di queste lotte, faci­
litata dalla pubblicazione della prima edizione degli scritti di Lenin,
avvenuta in quegli anni, e dalla conoscenza della lingua russa. Nella
corrente agitazione politica, subito dopo la rivoluzione, i nomi di
Lenin e di Trotski erano stati sempre uniti, ignorandosi la differenza
e distanza enorme che li aveva sempre separati, sia nel pensiero che
nell’azione. Piero Gobetti, che aveva cercato di stabilire una distin­
zione, lo aveva fatto con grande superficialità, prescindendo dall’e­
same storico dei fatti e sbagliando, quindi, nelle conclusioni. Aveva
concluso per presentare Trotski come l’«europeo», mentre l’euro­
peo, tra i due, era invece precisamente Lenin, la cui azione politica
assumeva un valore universale, essendo valida per tutto il mondo
contemporaneo. A Gramsci la differenza apparve cosi profonda che,
per quanto gli fosse possibile occuparsene negli scritti carcerari, egli
la inserisce in tutto il sistema del suo pensiero politico. Trotski di­
venta «il teorico politico dell’attacco frontale in un periodo in cui
esso è solo causa di disfatta»3; le sue formule politiche mancano di
aderenza «alla storia attuale, concreta, vivente», non scaturiscono
219
«da tutti i pori della determinata società che occorreva trasformare»;
il suo internazionalismo è una astrazione, che nega i necessari mezzi
nazionali.
Nel 1926, quando la lotta nel gruppo dirigente sovietico era giun­
ta alla rottura, Gramsci fu bensì preoccupato delle eventuali riper­
cussioni negative che questa rottura avrebbe potuto avere nel movi­
mento comunista internazionale, ma non manifestò alcun dubbio cir­
ca la giustezza della linea politica che la grande maggioranza del par­
tito bolscevico sosteneva contro il piccolo gruppo degli oppositori.
Vi è nei Quaderni una nota assai esplicita di adesione alla esposizione
di principi fondamentali del leninismo fatta da Stalin34, e successiva­
mente, quando la rottura si realizzò in pieno e la lotta di Trotski con­
tro il partito bolscevico si sviluppò su altri terreni, da Gramsci furo­
no espressi contro di lui, nel carcere, i più fieri giudizi di condanna.
Per quanto riguarda la volgarizzazione delle dottrine del materia­
lismo dialettico dovuta a Bucharin e respinta da G. nelle Note criti­
che a un «Saggio popolare di sociologia», credo sia da escludere che
G. abbia avuto conoscenza tanto delle note vivacemente critiche di
Lenin allo scritto buchariniano sulla Economia del periodo di transi­
zione quanto dei Quaderni filosofici (pubblicati solo nel 1936), molti
spunti dei quali sarebbero stati di grande aiuto per lo sviluppo di
tutte le sue ricerche filosofiche. Non gli era invece certamente igno­
ta la insistenza con la quale Lenin accusava Bucharin di non cono­
scere il ragionamento dialettico, ma soltanto la logica astratta.
Nel carcere non ci risulta che G. avesse a sua disposizione alcuna
opera di Lenin, mentre era riuscito a procurarsi parecchi scritti di
Marx e di Engels. I riferimenti alle opere di Lenin che si trovano nei
Quaderni sono quindi fatti a memoria, oppure sono di seconda ma­
no, tratti da citazioni di scritti leninisti in riviste e libri vari. L’acqui­
sto di libri di Lenin non gli venne mai consentito dalla direzione
carceraria.

3. Da Gramsci venne immediatamente colto il primo, fondamen­


tale elemento costitutivo del leninismo, che è la dottrina della rivo­
luzione, formulata da Lenin in modo tale da fare piazza pulita di tut­
te le pedanterie che i riformisti spacciavano per marxismo. La rivo-
220
luzione proletaria e socialista non avrebbe potuto compiersi, secon­
do costoro, se non in quei paesi e in quel momento in cui la econo­
mia capitalistica avesse toccato il più elevato punto del suo sviluppo.
Lenin respinge questa proposizione e apre a tutto il marxismo la
strada di un nuovo sviluppo creativo affermando che condizione del­
la rottura rivoluzionaria è lo sviluppo e lo scoppio delle contraddi­
zioni del capitalismo giunto alla fase imperialistica. Questa tesi, che
trovò la sua dimostrazione nell’ottobre 1917, era, per i bolscevichi
russi, il punto di arrivo di tutta la lotta politica e ideale da essi con­
dotta, dall’inizio del secolo, contro l’autocrazia zarista e contro le di­
verse varianti dell’opportunismo nel movimento operaio. Per il ri­
manente movimento operaio e socialista fu una rivelazione, una sco­
perta di eccezionale portata, le cui conseguenze forse solo oggi pos­
siamo valutare appieno. Si comprende il grido quasi di liberazione
che è nell’articolo scritto da Gramsci il 5 gennaio 1918 e che ha un
titolo, senza dubbio errato, ma assai significativo: La rivoluzione con­
tro il « Capitale», e intendeva dire non contro i fondamentali inse­
gnamenti del marxismo che sono la lotta di classe e la necessità
morfologica della rivoluzione proletaria, ma contro la degenerazione
delle interpretazioni positivistiche del Capitale di Carlo Marx e del
marxismo, contro il piatto economismo, contro la pedanteria dei
riformisti, e contro le gherminelle ideologiche degli avversari.
Ciò che Lenin fece con la sua dottrina della rivoluzione, fu la re­
staurazione della dialettica rivoluzionaria, contro l’astratto argomen­
tare formalistico dei pedanti, degli sciocchi e degli sviati. Non sol­
tanto egli ne derivò la possibilità della vittoria della rivoluzione e
della costruzione socialista in un paese non ancora giunto al più alto
livello dello sviluppo capitalistico; ma dette un solido fondamento
alla ricerca e lotta che può essere condotta per inserire nelle con­
traddizioni del regime borghese la lotta della classe operaia, in mo­
do tale che apra una via rivoluzionaria, una via al socialismo, ade­
rente alle condizioni di ogni paese. Lenin stesso ha parlato delle ne­
cessarie variazioni del corso della storia dei singoli paesi, nel quadro
di una linea generale di sviluppo della storia mondiale, e ha lasciato
prevedere, tra l’altro, quale ricchezza di nuove creazioni rivoluzio­
narie si sarebbe avuta quando fossero entrati nel corso della rivolu­
221
zione le grandi popolazioni del continente asiatico. Questa è la sce­
na politica mondiale del giorno d’oggi, in sostanza. Ciò non vuol di
re, però, che anche al giorno d’oggi la pedanteria del riformismo e
del feticismo economista non continui a manifestarsi. Essa alimenta,
anzi, una parte considerevole della polemica politica e della lotta di
tendenze nel movimento operaio. Si può sostenere che ne faccia par­
te anche la attesa di una «rivoluzione» che dovrebbe uscire pura­
mente dalla estensione dei processi automatici nella produzione in
dustriale, e non dalle modificazioni dei rapporti di forza tra le classi,
e che sono relative tanto a fatti organici isolati, quanto a fatti di or­
ganizzazione, di coscienza e anche di congiuntura. Potrebbe essere
ricordata, a questo proposito, in Gramsci, la polemica contro «la
dottrina per cui lo svolgimento economico e storico viene fatto di­
pendere immediatamente dai mutamenti in un qualche elemento im­
portante della produzione, la scoperta di una nuova materia prima,
di un nuovo combustibile ecc., che portano con sé l’applicazione di
nuovi metodi nella costruzione e nell’azionamento delle macchine»5.
In questi casi dal materialismo storico si passa all’economismo stori­
co, che non è più la nostra dottrina.
Fanno parte, quindi, della grande corrente del pensiero politico
leninista, da un lato la insistente polemica di Gramsci contro l’eco­
nomismo e le interpretazioni economistiche del marxismo (essa è
permanente in tutti i Quaderni), dall’altro lato la complessa indagine
che fa scaturire le prospettive politiche e rivoluzionarie dalla analisi
della struttura economica e dei reciproci suoi rapporti con la sovra­
struttura ideale, sociale, politica. La guida delle conclusioni leniniste
sulla natura dell’imperialismo fa superare a Gramsci il punto morto
cui era giunta, all’inizio del secolo, l’indagine politica di Antonio L a­
briola e alla quale aveva corrisposto, in sostanza, la impossibilità del
movimento operaio italiano di liberarsi sia dal riformismo che dall’e­
stremismo verbale. La concezione leninista della rivoluzione e la suc­
cessiva, sempre più profonda, esperienza della strategia e della tatti­
ca leniniste lo illumina sempre meglio nella ricerca delle condizioni
di sviluppo della rivoluzione in Italia. E questo il punto di partenza,
tanto direttamente (negli scritti del 1919-26), quando per via indi­
retta e per analogia (ricerche storiche dei Quaderni, nuove interpre-
222
fazioni dei diversi periodi della storia italiana), di tutte le indicazioni
di strategia e tattica politiche che sono la sostanza della azione e del
pensiero di Gramsci, e principalmente delle sue conclusioni circa la
struttura dell’Italia moderna e quindi sul sistema di alleanze politi­
che che dà al proletariato la possibilità di esercitare la sua funzione
dirigente e giungere a conquistare il potere.
Nel campo del metodo, strettamente collegate con tutto il conte­
nuto delle ricerche e delle conclusioni, mi sembra debbano essere
qui sottolineate alcune grandi conquiste positive. La struttura eco­
nomica, prima di tutto, non è mai considerata come quella misterio­
sa forza nascosta da cui dovrebbe meccanicamente scaturire tutto lo
sviluppo delle situazioni. E considerata come una sfera dove agisco­
no forze naturali, ma agiscono anche forze umane, e sulla quale si
esercita pure una efficacia delle sovrastrutture. Già in questa sfera,
quindi, ha luogo uno sviluppo storico, che deve essere oggetto di
una indagine scientifica la quale non può prescindere dai momenti
sovrastrutturali. Analogamente le sovrastrutture politiche e ideali
non sono un blocco, ma si distinguono per gradi diversi di reciproca
autonomia, cosi come si distinguono momenti diversi della struttu­
ra. Indicazioni preziose di Lenin, che dovevano spingere alla ricerca
metodologica in questa direzione, non si trovano soltanto nella gran­
de polemica leninista circa la natura dello Stato, ma anche negli scrit­
ti ultimi, contemporanei o posteriori al passaggio alla Nuova politica
economica, e relativi ai compiti della costruzione socialista, ai pro­
blemi, ai contrasti, alle difficoltà che sorgono nel corso di questa co­
struzione e alle funzioni dello Stato (e della politica) in questo nuo­
vo periodo della storia.
Ci troviamo qui di fronte alla affermazione, che è al centro di tut­
to il pensiero di Gramsci, della storicità assoluta della realtà sociale
e politica, e alla definizione del marxismo, quindi, come storicismo
assoluto, in quanto sola dottrina capace di guidare alla comprensio­
ne di tutto il movimento della storia e al dominio di questo movi­
mento da parte degli uomini associati. In questo ambito vengono ri­
solti i temi della libertà e della necessità, viene elaborato un criterio
per giudicare quali sono i problemi storicamente concreti, cioè tali
che possono essere risolti con un rivolgimento delle strutture sociali
223
e quelli che nell’ambito delle strutture esistenti ancora sono da risol
versi, ma la cui soluzione prepara e rende inevitabile il rivolgimento
radicale. La ricerca del limite della iniziativa nella lotta per conosce
re e trasformare il mondo assume anch’essa carattere di ricerca obici
tiva, scientifica. Sono condannate le evasioni e i sogni, l’astratto prò
clamare che il mondo va in questa o quella direzione. Le prospettive
debbono essere stabilite con una ricerca priva di passione. La realtà,
il presente, diventa una cosa dura, su cui occorre violentemente atti
rare l’attenzione, se si vuole trasformarla. L’intelligenza è pessimista
L’ottimismo incomincia dalla volontà.

4. Parte essenziale di tutta la dottrina leninista della rivoluzione c


del pensiero di Gramsci è, in questo quadro generale, la determina
zione della nuova posizione che la classe operaia viene ad assumere,
internazionalmente e in ogni paese, nel momento in cui si apre, per
la stessa maturità oggettiva della struttura borghese del mondo (ca
pitalismo, imperialismo, colonialismo), la fase del passaggio a una
nuova struttura e a un nuovo ordinamento sociale. La classe operaia
diventa classe nazionale, perché esistono le condizioni di un nuovo
blocco storico, cioè di un nuovo rapporto tra la struttura e le sovra
strutture. Questo nuovo rapporto è reso necessario dallo sviluppo
delle forze stesse della produzione e ha quindi inizio un movimento
attraverso il quale la nuova classe viene organizzando la propria ege
monia e il proprio avvento al potere.
Quale relazione si stabilisce, quindi, tra la situazione internazio
naie e i rapporti nazionali? Di grande importanza è la nota Interna­
zionalismo e politica nazionale6. Lo sviluppo è verso l’internazionali
smo, ma il punto di partenza è nazionale ed è da questo punto di
partenza che occorre prendere le mosse. La prospettiva è internazio­
nale e non può essere che tale, ma «il rapporto “nazionale” è il risul
tato di una combinazione “originale” unica (in un certo senso) che
in questa originalità e unicità deve essere compresa e concepita se si
vuole dominarla e dirigerla». La classe operaia diventerà quindi clas­
se dirigente solo «se interpreterà esattamente questa combinazione,
di cui essa stessa è componente e in quanto tale appunto può dare al
movimento un certo indirizzo in certe prospettive».

224
Nei giudizi sulla Rivoluzione d’ottobre e nella valutazione della
geniale opera di Lenin come capo della classe operaia russa e del
nuovo Stato proletario, Gramsci insisterà sempre, dai primi com­
menti, ancora per molti aspetti imprecisi e frammentari, sino alle ul­
time note dei Quaderni, su questo momento. La realizzazione del pri­
mo Stato proletario, fatta da Lenin, è stato «un grande avvenimento
“metafisico”». Essa ha tradotto in pratica la filosofia, l’ha ridotta a
«storia in atto», che è la sola filosofia7. Essa ha trasformato le pro­
spettive della storia mondiale. Ma essa è riuscita a fare tutto questo
perché è stata il punto di arrivo necessario della storia nazionale del
popolo russo; perché «i bolscevichi hanno dato forma statale alle
esperienze storiche e sociali del proletariato russo, che sono le espe­
rienze della classe operaia e contadina internazionale»8. Lo Stato dei
Soviet, negazione dialettica dell’ordinamento zarista, «dimostra [...]
di essere un momento fatale ed irrevocabile del processo fatale della
civiltà umana, di essere il primo nucleo di una società nuova»9.
La funzione nazionale della classe operaia si realizza nella posi­
zione che questa classe occupa nella lotta immediata e nei rapporti
con gli altri gruppi sociali, con quelli che apertamente combatte e
con quelli dai quali vuole ottenere la collaborazione o la neutralità.
Deve essere quindi superato il carattere corporativo che la lotta di
classe del proletariato ha nei primi stadi del suo sviluppo e deve esi­
stere quella che correntemente oggi chiamiamo politica di alleanze.
La ristrettezza corporativa è, per Gramsci, caratteristica e limite di
tutti quei gruppi sociali che non sono capaci di adempiere una fun­
zione nazionale, come la borghesia comunale nel medioevo, o vi rie­
scono a stento, solo sfruttando circostanze esterne, ma senza fare
opera di radicale rinnovamento, come le classi dirigenti italiane nel
Risorgimento.
Nella pratica, come vennero attuati da Gramsci questi grandi
principi direttivi? La politica di alleanze da lui elaborata e proposta,
e che fa perno sulla soluzione della questione meridionale attraverso
la unità politica delle masse contadine e popolari meridionali con la
classe operaia nella lotta contro il capitalismo e lo Stato borghese, è
di diretta derivazione leninista, come tutto il modo di trattare la que­
stione contadina. Non rimane qui traccia alcuna di ristretto stru-
225
sto ric o , d irig e n te . L a fo rm a z io n e d i u n a v o lo n tà co llettiv a n a z io n a le

razione politica del partito operaio. COnse8u“ zi> & ™ P «p a-

avere
v e rU
eT Z t o ‘C
punto, ereSSed " ei
secondo noidibattiti
invece "meno
6ÌOnM d ’° » > «e■già
im portante * «chiarito
invece
P u di una volta, circa la funzione che alla classe operaia era attribuì
. i x : : : ? * *•>>>»*«• p™ di q„a iL

S f f i S Ì ' - PKfd0mÌM ” * “ *' ~ a- « nróvta n tT e i


dJ a r f e S f T a,tUtt° SU° faÌ2ÌO' * sciopero
buroctazta sondacele riformista, di limi,astone dei poteri 5“ ” i
urocrazia e anche di rinnovamento delle direzioni sindacali Tram'
se. ms,stette però sempre anche nel sottolineare la « t e t a n i
d’ fabbrica e ,1 sindacato, e nella p i p a l a el
nizzatf d f ° nS‘g ‘0jda Parte dÌ ‘ U,tÌ gU ° perai e n° " « ’io degli orga-
in G tam sd L 1er„edne t : q“ eS' a ‘f T “ M“ " f"
me . . . f o r m a di o ^ ^ S “ S Z
edtato al processo produttivo, contenesse in sé la so la to n e del
226
problema del potere, cioè della conquista di esso e della costruzione
di un nuovo Stato? Crudo che per sostenere q ^ t a testai poaso^
allegare soltanto alcune proposizioni di scritti del 19 ,
Iole dal contesto e soprattutto staccandole dalla comprensione dell
complessiva adone che Gramsci svolgeva in ^ 1 — ^ 1
azione tendeva, essenzialmente e prima di tutto, ad attenuare che
classe operaia, come gruppo sodale omogeneo, em m ^ a d o d^ ^
nire eli elementi necessari a superare la crisi, il disordi ,
tiualfallora si dibatteva la società nazionale e quindi, come imm
i . e n e s s u n a conseguenza, tendeva a dare agl. opera, dt avanguan
tli r la coscienza di questo fatto. Era indispensabile che la situazione
t n sse superata partendo dal processo della produzione. Cosi fece
del resto anche la classe borghese, che per prima cosa m a b d t nel
. unno della produzione, nelle fabbriche, il suo potere assoluto, ser-
v ndosi a questo scopo del fascismo. Il proletariato doveva afferma­
re il suo potere nella fabbrica, inserire una propria attività organiz­
s i nel processo di sviluppo delle forze produttive, e in questo mo­
lo si sarebbe presentato a tutta la società come capace di instaurare
Ì l i prima forma di intervento
rebbe stato il controllo, e attorno al problema del con rollo sare
be combattuta la battaglia decisiva per la conqmsta della maggtotan-

In d iem isu ra mancò, nella impostazione e nello sviluppo di que­


sto movimento“ elemento più strettamente politico, che doveva por­
tare all’azione generale diretta dal partito della classe operaia a f ­
fronto con gli altri partiti, all’urto con , poter, d * Star,oPMtmco

" a r ” difetti che parecchie volte già

nali e le grandi masse contadine meridionali, giustamente impostato


da Gramsci"h i da aUora (si veda l’esempio, da lui citato, dell azione
verso i sardi della Brigata Sassari), non ebbe, attraverso 1 azione svol-
« X grappo torinese, alcuna soluzione pratica d, grande rrhevo.
227
Gli orientamenti errati, riformisti o massimalisti, del Partito sociali­
sta, erano superati nella critica, non da un’azione di successo nazio­
nale. Ma quello era allora il solo partito, cioè la sola organizzazione
politica nazionale, che la classe operaia avesse a sua disposizione.
Per questo il movimento torinese si concluse con l’affermazione del­
la necessità che venisse creato un nuovo partito d’avanguardia del
proletariato: il Partito comunista.
La permanente polemica dei Quaderni contro qualsiasi forma di
economismo dà il colpo di grazia alle errate interpretazioni o volute
contraffazioni del pensiero di Gramsci circa il rapporto tra la posi­
zione che la classe operaia ha nel processo della produzione e la sua
azione politica. Anche nell’esame dei rapporti strutturali e dei rap­
porti di produzione, si devono introdurre le necessarie distinzioni.
La forza di produzione, la tecnica, il lavoro sono concetti differenti
e la differenza sta nella maggiore o minore presenza di elementi che
già provengono dalla sovrastruttura. La classe, come tale, si ha ad
un livello più elevato, e una politica di classe non si ha se non inter­
viene un elemento consapevole. Valga come esempio lo studio che
Gramsci fa del fordismo, che parte dalle modificazioni della tecnica,
ma è un tentativo di analisi della struttura sociale degli Stati Uniti
d’America, in un momento del suo sviluppo.

5. Anche l’ampia, complessa e tormentata indagine sulla funzione


degli intellettuali, impostata da Gramsci prima dell’arresto (e ciò ri­
sulta non solo dal ricordo di conversazioni con lui, ma dallo stesso
scritto sulla Quistione meridionale) e condotta a fondo negli anni del
carcere, ha un fondamento leninista, che non mi sembra sia stato si­
nora rilevato a sufficienza, ma deve esserlo, invece.
Né alludo al fatto che questa indagine fa parte delle analisi gene­
rali sulla struttura della società, quanto piuttosto alla dimostrazione
storica e allo approfondimento della tesi dell’impegno politico e so­
ciale (di classe) degli intellettuali, che è parte essenziale delle dottri­
ne leniniste. Anche di questo impegno si può dare una interpreta­
zione volgare, di tipo economistico, o persino ridurlo a questione di
servizio e di stipendio. Anche questo aspetto esiste, ma è quasi sem­
pre il più facilmente riconoscibile e richiede uno studio particolare,
228
da cui Gramsci non rifugge, quando è necessario, ma non confonde
con le altre parti della sua ricerca. Né è a questo lato della questione
che si riferisce la tesi di Lenin, come risulta anche solo dagli scritti
da lui dedicati all’esame critico delle correnti intellettuali e letterarie
del suo tempo. Il problema degli intellettuali e della loro funzione si
pone invece su un piano analogo a quello della formazione delle
ideologie e delle sovrastrutture. L’errore dell’idealismo e della socio­
logia volgare sta nel considerare le ideologie come semplici strumen­
ti di direzione politica, cioè, si potrebbe dire, «per i governati delle
mere illusioni, un inganno subito [...] per i governanti un inganno
voluto e consapevole»11. Le ideologie sono, invece, una realtà, parte
integrante di tutto lo sviluppo sociale; sono la «vera» filosofia, per­
ché «risulteranno essere quelle “volgarizzazioni” filosofiche che por­
tano le masse all’azione concreta, alla trasformazione della realtà»12.
Ogni ideologia è assieme caduca e storicamente valida. La caducità
è espressione di un passato, ma è la lotta stessa delle classi lavoratri­
ci che decide ciò che del passato deve essere distrutto. Dal seno del­
la ideologia, inoltre, sorge sempre una tendenza alla scienza, alla
conquista di una verità assoluta, allo stesso modo che nel mondo
delle sovrastrutture ideali è sempre presente, in ogni campo, la ten­
denza allo sviluppo autonomo e alla creazione. Se cosi non fosse,
l’umanità non darebbe scienziati, pensatori, artisti, ma solo mario­
nette; non si avrebbe progresso scientifico, non creazione di opere
d’arte di valore universale, ecc. La superiorità del marxismo sta nel
fatto che, essendo capace di fare questa analisi e queste distinzioni,
può diventare una vera scienza dello sviluppo storico delle società
umane in tutti gli aspetti della loro vita.
L’analisi di Gramsci non riduce dunque la funzione degli intellet­
tuali a una strumentalità o a un servizio, la studia nella sua realtà ef­
fettiva, facendo dell’impegno degli intellettuali un fatto della storia
che l’azione umana tende a trasformare. Il terreno della cultura, sul
quale sono attivi i gruppi intellettuali, è teatro di una lotta continua,
tra il vecchio e il nuovo, tra la conservazione e la rivoluzione. Gli in­
tellettuali fanno parte di un blocco storico, sono fattore di unità del­
la struttura e della sovrastruttura. Le crisi rivoluzionarie spezzano
questo blocco storico. Anche la cultura, quindi, ha le sue crisi totali
229
e l’avanzata, sulla base di una nuova struttura organica, di una nuo­
va classe dirigente, postula una profonda riforma intellettuale e mo­
rale. La filosofia marxista è condizione e premessa di questa riforma.
Essa dà agli intellettuali la consapevolezza della loro funzione; li ren­
de fattori coscienti della evoluzione sociale.

6. Punto di partenza e punto di arrivo di tutto il pensiero lenini­


sta è la dottrina del partito e, parallela ad essa, la dottrina della dit­
tatura della classe operaia, come condizione per la creazione di una
società nuova: senza guida del partito non si giunge al potere e non
si organizza il potere nuovo. La stessa necessità risulta da tutto il
pensiero e da tutta l’azione di Gramsci. La fondazione e poi la dire­
zione del Partito comunista sono gli atti decisivi della sua attività
politica e della sua vita. Ad essi è legato il sacrificio della sua stessa
esistenza. Alla dottrina del partito, intellettuale collettivo che dirige
la lotta per la conquista del potere, e si serve del potere politico per
organizzare una nuova società, mettono capo tutte le sue ricerche
storiche, politiche, filosofiche. La grande sua originalità è di avere
dato a questa dottrina una forma che la inserisce nella realtà italiana,
ne fa un momento dello sviluppo delle dottrine politiche nel nostro
paese, la collega ai punti cruciali della nostra storia, e di qui ricava
una dimostrazione della sua verità, che è di impressionante efficacia.
Questo non può però non essere il punto sul quale tutte le criti­
che, tutti gli attacchi, tutte le negazioni degli avversari concentrano i
loro colpi, non rifuggendo, spesso, dalla volgarità di una agitazione
non piu argomentata se non sulla base di contraffazioni evidenti. Ma
di questo non ci occuperemo. E storia assai vecchia che alla conce­
zione marxista della storia si può anche aprire uno spiraglio, accet­
tarla come un metodo, una indagine sociologica sulla lotta delle clas­
si, o simili, ma la si respinge quando si presenta o vuole essere rico­
nosciuta come dottrina politica completa, cioè guida della azione ri­
voluzionaria. Dottrina del partito e della dittatura della classe ope­
raia sono del resto elaborate dal marxismo nel modo logicamente
più aderente alla realtà.
Lenin elabora la dottrina del partito partendo principalmente dal­
le grandi esperienze della Rivoluzione francese e della storia rivolu­
230
zionaria dell’Ottocento, mentre la sua dottrina della dittatura è fon­
data sull’analisi del contenuto di classe dello Stato e quindi di tutta
la ideologia borghese, che attribuisce un valore assoluto alle forme
di organizzazione politica date allo Stato dalla borghesia.
Il nesso è evidente. La classe rivoluzionaria si organizza in partito
per poter fare dello Stato uno strumento della propria azione rivolu­
zionaria e quindi per affermare la propria direzione su tutta la vita
sociale. Ma lo Stato che essa crea è, nella storia, una formazione del
tutto nuova, perché alla sua base vi è una struttura economica che
sopprime lo sfruttamento e l’anarchia della produzione. Quindi in
questo Stato il termine stesso di democrazia assume un nuovo con­
tenuto, perché vi è superata la contraddizione fondamentale di clas­
se che è nella struttura borghese della società.
Il pensiero di Gramsci si muove, tanto prima dell’arresto quanto
nei Quaderni, secondo questa grande linea. E quindi essenziale per
lui la distinzione tra il concetto filosofico di libertà e le forme di go­
verno e gli istituti politici concreti del liberalismo e della democra­
zia. Questo è anzi uno dei capitoli più efficaci della sua polemica. La
libertà, in quanto iniziativa e attiva creazione umana, non è dote pe­
culiare dei regimi borghesi. La storia è sempre storia della libertà. Il
rivolgimento borghese è affermazione di libertà, ma già contiene in
sé l’elemento negativo, cioè la cristallizzazione e poi la conservazio­
ne di istituti economici e politici in cui si attua il dominio borghese.
Confondere il liberalismo, l’ordinamento democratico parlamentare,
il sistema della divisione dei poteri, ecc. con la libertà filosofica è
confondere la ideologia con la filosofia. La religione crociana della
libertà diventa quindi un equivoco, una superstizione. Persino i cle­
ricali del resto, oggi, son diventati fautori di questa religione.
Tutta questa argomentazione si collega alle considerazioni sulla
natura dell’uomo, considerato come un complesso di relazioni, che
si estendono a tutti i campi della vita sociale e col loro intrecciarsi
fissano i limiti della libertà umana. Il dominio del mondo economi­
co, che è il contenuto della società socialista, spezza il più duro di
questi limiti, quello che nega alla maggioranza degli uomini lo svi­
luppo pieno della loro persona e questo è un primo passo verso il
mondo della libertà.
231
Ma l’avanzata in questa direzione è compito che non si pone e
non si risolve se non attraverso un movimento, che parte dalle strut­
ture, e in ciò si inserisce la formulazione e lo sviluppo di una volontà
collettiva. La stessa predicazione della religione della libertà, che tra­
sforma gli istituti del dominio borghese in forme assolute della li
bertà, è caratteristica di un’epoca, in cui nelle classi dirigenti si for­
ma una coscienza critica, che prima non esisteva, della loro funzione
storica13. Ma della stessa epoca, e via via più accentuata col procede­
re del tempo, è quella che Gramsci chiama «standardizzazione di
grandi masse della popolazione», che è poi un risveglio, un progres­
so delle menti che rende più rapida la formazione di un movimento
storico e di una volontà collettiva14. Il regime dei partiti diventa una
necessità della storia e l’affermarsi della classe operaia è affermarsi e
avanzata del partito politico che la esprime.
Già per Hegel, il partito era una trama «privata» dello Stato, e
questa concezione prevede lo Stato parlamentare15. Il marxismo-le­
ninismo non solo estende questa concezione, ma la rinnova. Dalla
esperienza sia delle rivoluzioni borghesi, sia dello stesso parlamenta­
rismo, deriva la nozione del partito come strumento del potere e per
la conquista di esso. La classe borghese non si serve solo di questo
strumento, che per essa è sussidiario, per attuare e mantenere il suo
dominio. Questo parte dal mondo della produzione. Neanche la clas­
se operaia, quando il capitalismo è giunto a un certo grado del suo
sviluppo, si serve soltanto del partito politico per contrastare il do­
minio borghese e prepararne la caduta, anche perché si muove nel­
l'ambito degli istituti borghesi. Il partito però diventa per essa lo
strumento principale. La consapevolezza della propria funzione sto­
rica, trasformatrice del mondo e creatrice di libertà, tocca infatti nel­
la classe operaia il punto più alto, perché, col possesso della dottrina
marxista, essa giunge a conoscere esattamente che cosa vi è, nelle
creazioni dei precedenti rivolgimenti storici, di permanente e degno
di essere conservato e che cosa invece è caduco, come puro stru­
mento di un dominio di classe.
Vi è per Gramsci una differenza e quale, nello sviluppo di questi
concetti, tra il termine di egemonia e quello di dittatura? Una diffe­
renza vi è, ma non di sostanza. Si può dire che il primo termine si ri-
232
ferisca in prevalenza ai rapporti che si stabiliscono nella società civi­
le e quindi sia più ampio del primo. Ma è da tenere presente che per
lo stesso Gramsci la differenza tra società civile e società politica è
soltanto metodologica, non organica. Ogni Stato è una dittatura, e
ogni dittatura presuppone non solo il potere di una classe, ma un si­
stema di alleanze e di mediazioni, attraverso le quali si giunge al do­
minio di tutto il corpo sociale e del mondo stesso della cultura, cosi
come ogni Stato è anche un organismo educativo della società, negli
obiettivi delle classi che dominano. La società politica può però as­
sumere una forma di estremo rigore dittatoriale, quando, per i con­
trasti fra struttura e sovrastruttura, si crea un distacco tra la società
civile e la società politica, o si apre, cioè, una delle grandi crisi rivo­
luzionarie della storia. Allora «si ha una forma estrema di società
politica: o per lottare contro il nuovo e conservare il traballante rin­
saldandolo coercitivamente, o come espressione del nuovo per spez­
zare le resistenza che incontra nello svilupparsi ecc.»16. Questa os­
servazione, che sembra fatta di sfuggita, è invece tra le piu impor­
tanti. Da un lato ad essa si collega il giudizio sul carattere degli Stati
borghesi, nella loro evoluzione, progresso e decadenza. Dall’altro la­
to essa apre la via allo studio delle diverse forme che la stessa ditta­
tura della classe operaia assume nelle sue diverse fasi e può assume­
re in paesi diversi. E un nuovo capitolo del leninismo che si discute,
quello alla cui elaborazione completa sta oggi lavorando il movimen­
to operaio internazionale.
Il dominio politico della classe operaia tende a creare una società
non più divisa in classi, ma «regolata». Ma che cosa vuol dire una
società regolata e come si giunge ad essa? Occorreranno, dice Gram­
sci, parecchi secoli. Questo vuol dire che la conquista del potere e la
creazione dello Stato socialista non portano alla risoluzione di tutte
le contraddizioni. Anche al di fuori di quelle che sono legate al ca­
rattere parziale delle prime vittorie, altre ne sorgono e devono essere
risolte. Uno dei cavalli di battaglia contro la concezione marxista del
mondo e della storia era di chiedere come si concilia la nostra visio­
ne dialettica della realtà con la nostra lotta per una società regolata.
Quale sviluppo dialettico ci potrà dunque essere in siffatta società?
Al che Gramsci ci insegna a rispondere che il marxismo non è dot-
233
trina di profezie, ma dottrina della realtà. Noi conosciamo le con­
traddizioni del nostro mondo, che è il mondo diviso in classi e lot­
tiamo per superare queste contraddizioni. Profezie sugli sviluppi
delle società future, prive di classi, non spetta a noi farne. Ci spetta
invece conoscere e lavorare per risolvere, con metodi nuovi, le con
traddizioni che anche in questa prima fase delle società socialiste
continuano a esistere. Non poteva essere compito di Gramsci ad­
dentrarsi in questo terreno.

Note

1 P , p . 7 l [Q. 6 ,p . 802],
2 Sconosciuto era l’importantissimo C h e c o sa so n o g li a m ic i d e l p o p o lo ? , anche in Rus­
sia ripubblicato solo nel 1923.
3 P . ,p . 71 [Q. 6, pp. 801-802],
4 M a c h ., p. 114 [cfr. Q. 14, pp. 1728-1729],
5 M a c h ., p. 32 [Q. 13, p. 1593].
6 M a c h ., pp. 114-115 [cfr. Q. 14, p. 1728-30],
7 M. S ., p. 32 [Q. 7, p. 886],
8 O . N ., p. 7 [Antonio G ram sci, L a t a g lia d e lla sto r ia , in L ’ O r d in e N u o v o 1 9 1 9 -1 9 2 0 ,
cit., pp. 57-58].
9 O. N., p. 9 [Ivi, p. 59].
10 M a c h ., p. 7 [Q. 13, p. 1560].
11 Ai. S ., p. 236 [Q . 10, p. 1319].
12 M . S ., p. 217 [Q. 10, p. 1242],
13 M. S ., p. 195 [cfr. Q. 10, p. 1229],
14 M a c h ., pp. 82-83 [Q. 8, pp. 1057-1058],
15 M a c h ., p. 128 [cfr. Q. 1, pp. 56-57].
16 M a c h ., p. 161 [Q. 7, p. 876],

234
Gramsci e il leninismo
[1958]

Ritengo che l’ampiezza delle note che sono state distribuite, come
trama di questa relazione, mi esima dall’appesantire ora il convegno
con un’esposizione troppo estesa, e ciò faccio anche allo scopo di la­
sciare maggiore possibilità di intervento, nel dibattito, ad uomini che
non siano, come me, cosi direttamente impegnati nella lotta politica.
Entrambi i relatori, all’inizio delle loro relazioni, hanno giusta­
mente sottolineato le indicazioni che Gramsci stesso ha dato circa il
metodo che si deve seguire nello studio del pensiero di chi non ab­
bia sviluppato in modo sistematico le proprie idee, allo scopo di at­
tribuire un giusto significato e peso ad ogni affermazione, di essere
in grado di criticarla nella misura in cui deve essere criticata, e Gram­
sci stesso avrebbe anche aggiunto - se ci si ricorda delle osservazioni
preliminari a tutti i suoi scritti dal carcere - di respingerla, se neces­
sario, in qualche caso. Egli stesso dice, infatti, in queste osservazio­
ni, che alcune delle affermazioni da lui fatte sono forse persino da
intendere in modo contrario a come egli le ha esposte. E difficile
pensare un più esplicito invito all’esame critico.
Il professor Garin, però, giustamente ha sottolineato che il ritmo
del pensiero in [sviluppo è più importante delle singole formulazio­
ni. Nel trattare, però, il tema che a me è stato assegnato, «Gramsci e
il leninismo», non so se questa norma sia pienamente applicabile,
perché la questione si presenta, in questo caso, in un modo del tutto
particolare. Anche qui esiste ed è da ricercarsi, attraverso le singole
formulazioni, un ritmo del pensiero, ma questo è direttamente ac-
235
le cose, ma che la sua azione porta a una manifestazione più elevata,
cioè educa, organizza, dirige.
Quali sono stati i fattori di questo sviluppo, per cui si passa dal
«triplice e quadruplice provinciale» al Capo di un grande partito
politico ed a un Capo di tale levatura, che gli avversari dovettero
trattare in quel modo per toglierlo dalla scena ed essere tranquilli ?
La ricerca è assai ampia, né vi è dubbio che da essa risulta che
una grande parte deve essere fatta alla tradizione politica e culturale
italiane. Gramsci è un uomo politico italiano. Si collega alle più vita
li correnti del pensiero politico e dell’azione politica del nostro pac
se. Però questo non basta! La sola tradizione italiana non avrebbe
fatto di Gramsci ciò che egli è stato come politico, e come politico
nel quale non vi è più traccia del provincialismo nostrano. Alla tra
dizione del pensiero italiano si accompagnarono lo studio del marxi
smo, il contatto con la classe operaia e con la realtà della vita inter
nazionale e nazionale quale gli apparve dai primi anni della esistenza
e poi, via via, gli episodi di una lotta che si faceva sempre più aspra.
In questo quadro spetta un posto a parte come fattore, io credo, de­
cisivo, di sviluppo ideale e pratico, a Lenin e al leninismo.
Riconoscono oggi anche coloro che non aderiscono al giudizio
nostro, che l’opera di Lenin ha mutato il corso della storia, ha aper
to un èra nuova nello sviluppo degli avvenimenti mondiali. Tale è la
realtà. L’opera di Lenin deve essere collocata, analogicamente, sullo
stesso piano su cui si può collocare l’opera della Rivoluzione france­
se. Dopo la Rivoluzione francese il mondo cambia; cambia il modo
di pensare degli uomini. Anche dopo Lenin il modo di pensare degli
uomini cambia. Dopo Lenin noi pensiamo tutti in modo diverso da
come pensavamo prima. Parlo dei politici, prima di tutto, ma non
parlo soltanto dei politici; parlo di tutti gli uomini i quali cercano di
formarsi una coscienza critica della realtà che li circonda e anche
delle grandi masse umane a cui le nuove scoperte del pensiero e del­
l’attività creatrice degli uomini arrivano nella forma della fede o del­
l’informazione lontana. Non escludo, cioè, coloro che non sono po­
litici pratici e non escludo coloro i quali non sono in grado di arriva­
re a una consapevolezza critica del corso degli avvenimenti. Un ri-
volgimento - e questa è una delle tesi fondamentali di Gramsci -
238
che assume un valore metafisico, quale fu la grande Rivoluzione so­
cialista portata alla vittoria da Lenin, crea anche un nuovo «senso
comune», un nuovo elemento di coscienza quasi religiosa, nuove for­
me di giudizio generale, una nuova fede.
Dopo Lenin noi operiamo tutti diversamente, perché abbiamo
compreso in modo nuovo la realtà che sta davanti a noi, ne abbiamo
penetrato la sostanza cosi come prima ancora non si era riusciti.
Ora, che cosa vi è in Lenin di fondamentalmente nuovo? Scusate
se a questo punto l’esposizione, per esser rapida, dovrà essere per
forza alquanto schematica. Vi sono in Lenin almeno tre capitoli prin­
cipali, che determinano tutto lo sviluppo della azione e del pensiero:
una dottrina deH’imperialismo, come fase suprema del capitalismo;
una dottrina della rivoluzione e quindi dello Stato, del potere e una
dottrina del partito. Sono tre capitoli strettamente uniti, fusi quasi
l’uno nell’altro, e ciascuno di essi contiene una teoria e una pratica,
è il momento di una realtà effettuale in isviluppo, una dottrina, cioè,
che non solo viene formulata, ma messa alla prova dei fatti, dell’e­
sperienza storica e che nella prova dell’esperienza storica si svilup­
pa, abbandona posizioni che dovevano essere abbandonate, conqui­
sta posizioni nuove, e crea, quindi, qualche cosa.
Lenin restituisce al marxismo questo suo carattere creativo, lo li­
bera dalla pedanteria delle interpretazioni materialistiche, economi­
cistiche, positivistiche delle dottrine di Carlo Marx* fa del marxi­
smo, in questo modo, ciò che deve essere: la guida di un’azione ri­
voluzionaria.
Ritengo che l’apparizione e lo sviluppo del leninismo sulla scena
mondiale sia stato il fattore decisivo di tutta l’evoluzione di Gramsci
come pensatore e come uomo politico di azione. E il fattore che de­
termina il ritmo del movimento, dà un carattere lineare agli sviluppi
ideali e pratici, consente di giustamente valutare anche gli errori, il
loro valore e la critica di essi, e di inserirsi in un complesso unitario.
Negli scritti giovanili di Gramsci - che è da dolere non abbiano
potuto essere pubblicati, come sarebbe stato desiderabile, prima di
questa riunione2 - è evidente una ricerca che ha un carattere ansioso
e non esclude una certa confusione. L’influenza idealistica è eviden­
te, basta prendere il numero unico «La città futura», del 1917, scrit­
239
to tutto da Gramsci per la parte originale, con ampie citazioni di
quelli che erano allora i maestri della filosofia idealistica. L’influenza
idealistica qui non si può negare. In questo periodo dello sviluppo
del pensiero di Gramsci e già - direi - precedentemente, negli anni
universitari, la efficacia del pensiero idealistico si manifesta però es­
senzialmente in una direzione, nella spinta a ricercare e a far proprio
un concetto della dialettica come sviluppo storico della realtà.
E vero che nelle soluzioni che vengono date anche a questo pro­
blema in questo periodo vi sono espressioni che oggi non accette­
remmo. Il nesso tra la realtà e l’azione, che è la sostanza dello svilup­
po storico, non è ancora cercato nella materialità del processo com­
plessivo della storia. Ancora viene alla luce la tendenza a cercarlo
soltanto nella sfera dei puri rapporti ideali, di pensiero. In pari tem­
po, però, a questa influenza dell’idealismo sul pensiero di Gramsci
giovane si accompagna in lui uno sforzo continuo e insistente verso
una indagine concreta dei rapporti economici e di classe, come tra­
ma costitutiva di tutta la società.
Non voglio ripetere cose che ho dette altre volte, rievocando le ri­
cerche che negli anni universitari egli faceva e spingeva me stesso a
fare, per esempio sulla struttura dei rapporti commerciali della Sar­
degna, isola, con il continente italiano, con la Francia, con altri pae­
si, e del rapporto che si poteva stabilire tra la modificazione di que­
sti rapporti e fatti di ordine apparentemente assai lontano, come lo
sviluppo della delinquenza, per esempio, la frequenza degli episodi
di brigantaggio, la diffusione della miseria e cosi via.
Già in questo momento non vi è dubbio che questi due elementi:
la efficacia dell’idealismo che spinge ad appropriarsi del concetto
della storia come sviluppo, e lo sforzo nella indagine dei rapporti
economici e sociali, tendono a fondersi. Essi debbono fondersi, e si
fonderanno in tutto il successivo sviluppo del pensiero di Gramsci.
Ma quale è l’elemento che determina la fusione? Qui interviene la
esperienza storica della rivoluzione, interviene il leninismo, interven­
gono il pensiero e l’azione di Lenin.
Se cerchiamo, oggi, di rievocare quelle che erano la dottrina e la
propaganda del movimento socialista italiano prima di Gramsci, ci
accorgiamo subito che mancava in esse un concetto fondamentale, il
240
concetto stesso di rivoluzione. Che cos’era la rivoluzione per un so­
cialista italiano della fine dell’800, del primo decennio del ’900? Non
10 sapeva! Si svolgevano interminabili dibattiti sulla differenza che
potesse passare tra la semplice rivolta, l’insurrezione e una «vera»,
«effettiva» rivoluzione, tra un sommovimento armato e un movi­
mento non armato e gli eventuali rapporti tra di loro. Si discuteva se
uno sciopero generale potesse metter capo a una rivoluzione e que­
sta era già, del resto, una forma più concreta della ricerca. Oppure si
confondeva, identificandoli, il concetto di rivoluzione «permanen­
te» - come ha detto uno dei relatori - con il concetto di sviluppo
storico, che è un’altra cosa. Una precisa visione di che cosa fosse
l’arrovesciamento rivoluzionario dei rapporti sociali non vi era.
Vorrei ricordare una osservazione scherzosa di Gramsci, che for­
se consente di precisare meglio questa deficienza. E una osservazio­
ne fatta in polemica con i riformisti. Egli porta l’esempio di certe le­
zioni di filosofia che aveva sentito all’Università di Torino, e rievoca
11 vecchio professore dell’università che da quaranta anni si propo­
neva di svolgere un corso di filosofia teoretica sull’«Essere evolutivo
finale». «Ogni anno incominciava una “scorsa” sui precursori del si­
stema, e parlava di Laotsè, il vecchio-fanciullo, l’uomo nato a ot­
tantanni, della filosofia cinese. E ogni anno ricominciava a parlare
di Laotsè, perché nuovi studenti erano sopraggiunti, ed anche essi
dovevano erudirsi su Laotsè per bocca del professore. E cosi l’“Es-
sere evolutivo finale” divenne una leggenda, una evanescente chime­
ra, e l’unica realtà vivente, per gli studenti di tante generazioni, fu
Laotsè, il vecchio-fanciullo, il fantolino nato ad ottantanni. Cosi co­
me succede per la lotta di classe nella vecchia «Giustizia» di Camillo
Prampolini; anch’essa è una chimera evanescente, e ogni settimana è
del vecchio-fanciullo che vi si scrive, che non matura mai, che non
evolve mai, che non diventa mai l’“Essere evolutivo finale” che pure
si aspetterebbe dover finalmente sbocciare dopo tanta lenta evolu­
zione, dopo tanta perseverante opera di educazione evangelica.»3
Cosi era per coloro che parlavano di rivoluzione, in Italia, prima
di Lenin. Mancava loro il concetto stesso di rivoluzione. Vorrei dire
che anche in Antonio Labriola, se si scava a fondo, si scopre, non è
dubbio, la più valida concezione che sia stata elaborata nel nostro
241
paese della filosofia della prassi, come visione autonoma della realtà
e del mondo, ma il concetto di rivoluzione non è neanche in lui di­
rettamente unito a un’analisi precisa delle condizioni oggettive in
cui si sviluppava la concreta rivoluzione italiana, la rivoluzione degli
operai e dei contadini, del popolo italiano per rovesciare il corso
della storia e diventarne padroni. Il Labriola, ho già avuto occasione
una volta di ricordarlo e credo che del resto questa osservazione sia
oggi generalmente riconosciuta valida, non riuscì a giungere al con­
cetto dell’imperialismo e questa fu la più grave deficienza dello svi­
luppo del suo pensiero, deficienza che spiega anche alcuni degli erra­
ti giudizi da lui stesso avanzati, negli ultimi anni dell’esistenza, circa
la politica coloniale deH’imperialismo.
In quegli appunti che dopo una certa rielaborazione, credo, sono
stati presentati come un «quarto saggio» sulla concezione materiali­
stica della storia, con il titolo Da un secolo all’altro, Antonio Labrio­
la affronta questo problema, il problema deH’imperialismo. La sua
ricerca, egli dice, tende a «illuminare la scena attuale del mondo ci­
vile, tratteggiarla nei suoi contorni, nel suo interiore aspetto e nel­
l’intreccio delle forze che la configurano e la sorreggono». Sono ter­
mini che indicano tutta la consueta complessità del pensiero del La­
briola. E cosi egli parla, venendo al concreto, della politica imperia­
listica degli Stati di quella fine di secolo, della guerra del Transvaal,
della espansione della Russia nell’Asia, che rifà a rovescio l’invasione
mongolica. Egli tenta quindi anche una definizione del periodo pre­
cedente. Vuol dire che cos’è il secolo che si chiude, e così lo defini­
sce: «Il secolo precedente non è cominciato nel 1800, è cominciato,
chissà mai, il 14 luglio 1789, o un dipresso, o come altro piaccia di
datare il vertiginoso erompere dell’èra liberale. Il secolo che si chiu­
de è l’“èra liberale”».
Ma che cosa potrà essere il secolo che si apre? Mancano, al vec­
chio marxista italiano, gli elementi di analisi, di dimostrazione e di
convinzione che gli consentano di affermare che il secolo che si
apre è l’èra del passaggio al socialismo. La sua ricerca si chiude, a
questo punto, con una nota di incertezza e di sfiducia: «N oi non
sappiamo - dice - dove la storia andrà a finire». È vero che subito
aggiunge una giustificazione di questa affermazione, che teoricamen­
242
te è giusta; non si può fare a meno, però, di rilevare che l’incertezza
e la sfiducia, che permangono, sono conseguenza della incapacità di
compiere quel passo, quel salto, anzi, che Lenin compiva, quando
partito da un’analisi assai più approfondita della struttura dell’eco­
nomia capitalistica e nel primo periodo e nel momento del passaggio
al periodo successivo, che è quello dell’imperialismo, era in grado di
definire con precisione il carattere dell’epoca che stava incomincian­
do, di proclamare che era l’epoca del passaggio dal capitalismo al
socialismo, dall’èra liberale all’èra socialista.
Di questa mancanza di una decisa prospettiva storica aveva sof­
ferto, in sostanza, tutto il movimento operaio italiano, sin dagli inizi.
Ne soffri particolarmente nel primo decennio del secolo, quando il
movimento della classe operaia, che aveva oramai passato le prove
delle classi elementari, doveva affrontare le prove superiori, le pro­
ve, cioè, della organizzazione di una lotta politica la quale avesse del­
le prospettive rivoluzionarie precise, adeguate alla situazione di quel
momento. Le lotte immediate sindacali c’erano state e c’erano, am­
plissime, travolgenti, nell’industria e nelle campagne. C ’erano pure
state e c’erano le lotte politiche per la libertà e contro la politica del­
l’imperialismo. Basti rievocare l’opposizione delle avanguardie della
classe operaia e delle masse contadine alla guerra di Libia. Un lega­
me evidente, però, tra questi grandi movimenti e una lotta rivoluzio­
naria per il potere non lo si trovava. Questa fu la tragedia del movi­
mento socialista italiano all’inizio del secolo. Né la mia critica è di­
retta soltanto contro le frazioni rivoluzionarie. Se si guarda ai rifor­
misti, le cose andavano anche peggio. Neanche su un terreno rifor­
mistico, di collaborazione con gruppi borghesi, essi riuscivano a ele­
varsi al di sopra delle agitazioni immediate. Questo ebbe la conse­
guenza che non abbandonarono il campo del movimento socialista,
come invece fecero i riformisti di altri paesi. Vi rimasero, attaccati
come rèmore alla chiglia della nave, ma incapaci essi pure di dare a
se stessi obiettivi e prospettive che fossero evidenti e chiari, e ciò
dette al riformismo italiano un aspetto anche più meschino, contrad­
dittorio in se stesso e stentato che in altri luoghi.
Tutte queste erano, in sostanza, le conseguenze negative di una
concezione pedantesca, meccanicistica del marxismo e del processo
243
stesso del movimento operaio. Mancava la concezione dello svilup­
po storico, che non può essere inteso soltanto come evoluzione og­
gettiva dei rapporti economici attraverso alle trasformazioni della
tecnica e all’accrescimento delle forze produttive, sviluppo delle lot­
te parziali economiche e politiche dei lavoratori e a coronamento di
quella evoluzione e di questo sviluppo una miracolosa catastrofe.
Quella che mancava era la nozione stessa delle modificazioni e del-
l’arrovesciamento dei rapporti di potere nella società, della rottura
del blocco storico dominante e della creazione rivoluzionaria di un
blocco nuovo.
È questa nozione, invece, che Gramsci pose a fondamento di tut­
to il suo pensiero e di tutta la sua successiva azione. Questa fu la più
grande conquista da lui realizzata.
Le difficoltà furono grandi, anche per un pensatore che aveva una
inconsueta ampiezza di informazione, e una eccezionale acutezza di
indagine critica. Quando si leggono le sue Note del carcere, stese da
lui senza avere a propria disposizione una biblioteca, ma soltanto la
misera valigia di libri che di mese in mese la direzione carceraria gli
permetteva, si ha l’impressione di una mente che si può paragonare
a quella di Voltaire, universale per la conoscenza e con una intenzio­
ne, non soltanto di critica, ma quasi di aggressività in tutte le dire­
zioni della sua conoscenza. Mai una tendenza al compromesso dete­
riore, ad accontentarsi della descrizione e dell’esterno. Sempre vi è
la tendenza ad andare a fondo, a scoprire le contraddizioni, a farle
scoppiare, in modo che venga alla luce il loro valore creativo e di­
struttivo allo stesso tempo. Né questa aggressività del pensiero con­
traddice al metodo, che rifugge, dalle superficiali qualifiche negative
e giunge alla negazione solo attraverso l’attenta ricerca del positivo
che in qualsiasi posizione avversaria può esistere. Proprio per que­
sto, però, quando distrugge lo fa nel modo più radicale, e quando
sbaglia o è ancora incerto, ci rivela sempre qualcosa nuova, o ci po­
ne sopra il giusto cammino per scoprirla.
Sono cose che risultano particolarmente evidenti quando si leg­
gono i primi scritti di Gramsci sulla rivoluzione russa, in parte già
pubblicati, in parte non ancora. Questi scritti contengono senza dub­
bio anche degli errori, affermazioni che non possiamo accettare e
244
non sono accettabili. Mi riferisco particolarmente al famoso articolo
intitolato La rivoluzione contro il « Capitale»4 dove il Capitale è il li­
bro di Carlo Marx, e la rivoluzione è quella dei bolscevichi russi nel­
l’ottobre 1917. L’impostazione, come si vede, è errata ed errati sono
alcuni giudizi. Ma da questo scritto mi pare emerga quasi un grido
di liberazione del giovane Gramsci che, vedendo ciò che è avvenuto
in Russia, finalmente sente che ci si può liberare dal pesante e in­
gombrante involucro dell’interpretazione pedantesca, grettamente
materialistica e positivistica che era stata data del pensiero di Marx
in Italia, e che era stata data anche da grandi e ben noti agitatori del
socialismo.
Il Capitale in Russia era diventato - si legge in questo articolo -
«il libro dei borghesi, più che dei proletari. Era la dimostrazione cri­
tica della fatale necessità che in Russia si formasse una borghesia, si
iniziasse un’èra capitalistica, si instaurasse una civiltà di tipo occi­
dentale, prima che il proletariato potesse neppure pensare alla sua
riscossa, alle sue rivendicazioni di classe, alla sua rivoluzione. I fatti
hanno superato le ideologie. I fatti hanno fatto scoppiare gli schemi
critici entro i quali la storia della Russia avrebbe dovuto svolgersi se­
condo i canoni del materialismo storico»5.
Qui è l’errore, ma non è di sostanza. Quella che Gramsci denun­
cia e respinge era stata, infatti, la falsa interpretazione che del mate­
rialismo storico avevano data i cosiddetti marxisti legali. Ma egli
prosegue: «I bolscevichi rinnegano Carlo Marx, affermano, e con la
testimonianza dell’azione esplicita, delle conquiste realizzate, che i
canoni del materialismo storico non sono cosi ferrei come si potreb­
be pensare e si è pensato [...] ecco tutto [... essi] non hanno compi­
lato sulle opere del Maestro una dottrina esteriore, di affermazioni
dogmatiche e indiscutibili. Vivono il pensiero marxista, quello che
non muore mai, che è la continuazione del pensiero idealistico ita­
liano e tedesco, e che in Marx si era contaminato di incrostazioni
positivistiche e naturalistiche». Anche questa è una affermazione da
noi oggi non accettabile. Non in Marx era avvenuta la contamina­
zione, ma nei trattatelli e opuscoli di propaganda quintessenziale,
dove il pensiero marxista era stato ridotto a ciò che non era e non
poteva essere.
245
«Questo pensiero - continua Gramsci - pone sempre come mas
simo fattore di storia non i fatti economici, bruti, ma l’uomo, ma le
società degli uomini, degli uomini che si accostano fra di loro, si in­
tendono fra di loro, sviluppano attraverso questi contatti (civiltà)
una volontà sociale, collettiva, e comprendono i fatti economici, e li
giudicano, e li adeguano alla loro volontà [...] Marx ha preveduto il
prevedibile. Non poteva prevedere la guerra europea, o meglio non
poteva prevedere che questa guerra avrebbe avuto la durata e gli ef­
fetti che ha avuto. Non poteva prevedere che questa guerra, in tre
anni di sofferenze indicibili, di miserie indicibili, avrebbe suscitato
in Russia la volontà collettiva popolare che ha suscitata.»
Ho indicato quali sono, in questo notevole scritto, alcune affer
mazioni errate. Ma conta la sostanza, che è, ripeto, un grido quasi di
liberazione, per aver trovato alfine la necessaria guida, a liberarsi
dalle interpretazioni pedantesche, grettamente materialistiche ed
economistiche del marxismo. In tutti i commenti, dei successivi due
o tre anni, agli avvenimenti di Russia dopo la conquista del potere,
sempre meglio viene elaborato e precisato questo momento da un
lato, mentre dall altro lo studio è volto a cogliere il nesso tra il mo­
mento internazionale e il momento nazionale della rivoluzione. Ciò
che i bolscevichi russi sono stati in grado di fare è conseguenza di
una trasformazione qualitativa della situazione internazionale. La ca­
tena dell imperialismo si è rotta. Si è aperto un nuovo periodo della
storia mondiale. Ma la vittoria della classe operaia e dei bolscevichi
è stata possibile perché questi sono stati i migliori interpreti di tutto
lo sviluppo storico della società nazionale russa di cui hanno saputo
trarre, con la loro azione, le conseguenze. In questo modo viene a
determinarsi la funzione nazionale della classe operaia nello svilup­
po del movimento internazionale. Le condizioni stesse del mondo
capitalistico, giunto alla fase dell’imperialismo, creano le premesse
generali della rottura rivoluzionaria, ma in ogni paese la rottura ha
le sue premesse particolari, che vengono dalla sua storia. La classe
operaia è in tutto il mondo l’affossatrice del capitalismo. Questa è la
sua funzione storica, nel senso più ampio della parola, ed è una fun­
zione che si attua, concretamente, con la soluzione che essa dà ai
problemi che nel paese ove essa agisce sono da risolvere. Non si pos­
246
sono conoscere questi problemi se non con una attenta analisi del li-
strutture economiche, di tutte le sovrastrutture della economia e del
le influenze che le stesse sovrastrutture esercitano sopra l’economia
stessa e su tutto il complesso del tessuto sociale.
Qui è l’origine.dell’attenzione che Gramsci dà alla storia del Ri­
sorgimento ed a tutta la storia italiana. Egli ricerca nella storia del
Risorgimento, ricerca nelle analisi sui differenti momenti della storia
italiana, ricerca nell’analisi della funzione che hanno avuto gli intel­
lettuali nella storia del nostro paese, - e che fu una funzione partico­
lare, diversa da quella che hanno avuto altrove, - egli ricerca con
questa sua molteplice indagine una definizione dei rapporti di classe
della società italiana più esatta di quelle che abitualmente si sogliono
dare. Continuamente attento all’azione reciproca tra la struttura dei
rapporti produttivi e le sovrastrutture (politiche, militari, organizza­
tive, ideologiche, ecc.), giunge a individuare quello che egli chiama
il «blocco storico», le forze che lo dirigono e i contrasti interiori che
ne determinano il movimento.
Nella prima giornata di questo convegno si è svolto un interessan­
te dibattito circa le affermazioni e la critica di Gramsci alle forze mo­
trici del Risorgimento italiano per l’assenza di giacobinismo. Mi sem­
bra però che un momento particolarmente importante non sia stato
messo nella giusta luce da chi è intervenuto su questa questione. Non
è che Gramsci incolpasse i ceti borghesi di non aver fatto quello che
potevano fare. Esulava dalla sua metodologia questo modo di inten­
dere la storia. Quello che egli cerca è invece un’esatta definizione di
ciò che questi ceti hanno fatto, il che gli deve servire per dare una
definizione esatta della struttura della società italiana, quale esce dal­
la rivoluzione nazionale. Né si può negare che, nei momenti critici
della storia, le classi dirigenti possono fare cose diverse. Lenin ap­
plicò questo criterio alla analisi dello sviluppo del capitalismo in Rus­
sia, e del modo come avrebbe potuto venire risolta, in particolare, la
questione agraria, quale era posta dallo sviluppo secolare dell’econo­
mia russa, dalla sopravvivenza del regime feudale. Erano possibili
due strade; quale avrebbero scelto le classi dirigenti russe? e quale
strada sceglie il proletariato? La via che venne scelta dalle classi diri­
genti fu l’espressione di un determinato blocco storico, nel quale eb­
247
be un sopravvento - e avrebbe anche potuto non averlo - il gruppo
sociale dell’aristocrazia terriera, alleato in modo particolare - e an­
che questa alleanza avrebbe potuto essere diversa - con il ceto capi­
talistico. A questo blocco storico, cui corrisponde un certo sviluppo
di tutti i rapporti sociali, la classe operaia oppone la sua alleanza con
le masse contadine per lottare sia contro l’autocrazia, sia contro il ca­
pitalismo e crea cosi le condizioni della sua vittoria rivoluzionaria. In
questo modo si sviluppano l’analisi storica e l’azione di Lenin, e il
pensiero di Gramsci si colloca sullo stesso piano.
La borghesia italiana ha preso il potere ed ha organizzato la so­
cietà e lo Stato alleandosi a determinate forze e non a determinate
altre. Ciò è stato conseguenza della sua natura ed è il fatto di cui bi­
sogna tener conto. Perciò la società italiana, del Risorgimento e po­
st-risorgimentale, ha assunto quel particolare suo carattere. Si è crea­
to un «blocco storico», e quindi particolari condizioni in cui la clas­
se operaia incomincia a organizzarsi, combatte, acquista coscienza di
se stessa e della propria funzione e attua questa sua funzione attra­
verso l’azione politica del partito che la dirige. È questo processo
che Gramsci cerca di definire nel modo più esatto con tutta la sua
indagine politica e storica, la quale muove dalle condizioni concrete
della politica e della cultura nel momento in cui egli dà inizio al pro­
prio lavoro.
Eravamo nel primo decennio del ’900, periodo di profonda crisi
nello sviluppo della società italiana. Le scelte che vennero fatte in
quel periodo ebbero una efficacia fatale su ciò che è avvenuto in se­
guito. Negli indirizzi, ideali e pratici che in quel periodo maturaro­
no e presero consistenza, sono presenti i germi di parecchi dei mali
che più tardi si abbatterono sopra di noi e che non fu difficile de­
nunciare e respingere quando si manifestarono nel ventennio fasci­
sta, ma non era facile intuire, criticare e respingere quando si pre­
sentarono, nel loro germe, in quel periodo lontano.
Risale a quegli anni l’inizio della decomposizione del vecchio bloc­
co politico risorgimentale. E la crisi venne dalle cose, dagli sviluppi
economici che spingono il capitalismo italiano sulla via dell’imperia-
lismo, e dal movimento delle masse. La opposizione contadina, che
la Chiesa cattolica aveva cercato di organizzare, mantenere viva e di­
248
rigere, per farne la propria base di lotta contro lo Stato risorgimen­
tale, e la nuova opposizione operaia tendono a confluire in una ge­
nerale ribellione ai vecchi ordinamenti politici. Il vecchio modo di
muoversi dei gruppi dirigenti borghesi, liberali di nome, di fatto con­
servatori e reazionari, non è più valido in questa situazione nuova e
non è più valida nemmeno la formula dell’opposizione cattolica allo
Stato liberale. È una formula che può rivelarsi assai pericolosa, di
fronte all’avanzata del socialismo tra le masse sia operaie che conta­
dine. Non soltanto, quindi, sono costretti a cambiar strada quelli che
erano stati fino ad allora i gruppi dirigenti borghesi, ma anche i loro
oppositori di parte cattolica e clericale, borghesi e reazionari an-
ch’essi, e oramai costretti a porre al di sopra di ogni altra cosa la di­
fesa dell’ordinamento capitalistico.
Una consapevolezza di questa crisi vi fu certamente in alcuni uo­
mini della classe dirigente e in questo è da ricercare quell’elemento
positivo nel giudizio che si deve dare dell’attività e del pensiero di
Giovanni Giolitti, che Gramsci non sottolineò, e non poteva né do­
veva sottolinearlo, perché la sua attenzione doveva essere concentra­
ta in un’altra direzione. Nella lotta immediata che allora si conduce­
va, era inevitabile che l’attenzione si portasse, non su quel tanto di
coscienza che vi fu in Giolitti, all’inizio del ’900, della necessità di
cambiare qualche cosa degli indirizzi politici tradizionali, quanto
sulla inadeguatezza delle conseguenze che egli trasse da questa co­
scienza e quindi sui momenti negativi della sua azione immediata.
Appunto perché egli aveva voluto presentarsi con un volto nuovo,
erano più gravi, scandalosi questi momenti negativi. A Giolitti, par­
tito come l’istauratore di una nuova legalità democratica, toccò in­
fatti il compito, non solo di perpetuare l’asservimento delle regioni
meridionali, ma di dare inizio alla nuova fase della espansione afri­
cana, e di fare il primo passo per la organizzazione di un nuovo bloc­
co reazionario, nel quale si sarebbero finalmente dovute inserire an­
che le forze clericali.
In crisi era, in quel momento, anche la cultura. Sono attaccate e
crollano le vecchie ideologie ottocentesche e tutta la visione della
storia del nostro paese subisce una scossa profonda, ad opera di di­
lettanti, è vero, e non ancora di scienziati, ma in modo tale che lascia
249
traccia profonda. È il momento - si ricordi - in cui viene diffusa ed
esaltata l’opera storica, che noi oggi sappiamo come debba essere
giudicata, di Alfredo Oriani. È il momento del crollo dei sistemi po­
sitivistici e del tramonto, insieme con essi, di tutta una cultura.
Come si muove Gramsci in quel momento di cosi profonda crisi?
L’influenza delle nuove correnti idealistiche lo porta a respingere le
volgarità delle interpretazioni positivistiche del marxismo. Egli è
però, in pari tempo, agli antipodi della visione idealistica della storia
e della situazione del nostro paese. Respinge con repugnanza tanto
l’esasperato e ridicolo individualismo dannunziano quanto l’esalta­
zione nazionalistica alla quale stavano attingendo nuovo alimento
ideologico i gruppi dirigenti reazionari. Nella indagine sulla storia,
sulla struttura, sulla realtà attuale della società italiana il suo pensie­
ro si ricollega invece piuttosto ad elementi che sgorgano dalle cor­
renti razionalistiche del pensiero politico italiano dell’Ottocento.
Dei principali esponenti di queste correnti nelle relazioni e in al­
cuni interventi è stato fatto il nome. Sono uomini nelle cui opere re­
gna ancora, si deve riconoscerlo, una grande confusione per quanto
riguarda l’indagine sui temi più generali, sui problemi della cono­
scenza, della filosofia, della metodologia della storia. Si riflette in
questa confusione il carattere stentato deH’illuminismo e razionali­
smo italiano di quel tempo. Da alcuni, almeno, di questi pensatori
era però partito un impulso, efficace e potente, alla ricerca della
realtà economica e delle forme di organizzazione della società italia­
na, come si era storicamente formata attraverso i secoli e come si
presentava all’inizio del Risorgimento. È secondo questa linea, è in
questo alveo che si muove il pensiero di Gramsci. Sarebbe quindi
errato considerarlo come una varietà delle concezioni idealistiche al­
lora prevalenti, o, peggio ancora, come uno sforzo per correggere le
loro esagerazioni. No! La differenza è sin dai primi passi, una profon­
da differenza di indirizzo e di qualità. Vi è in Gramsci il confluire di
una visione della storia, che gli veniva dallo sviluppo della filosofia
italiana nel momento in cui essa si ricollegava alle grandi scuole filo­
sofiche tedesche del secolo precedente, ma che assorbiva una nuova
linfa vitale dalla migliore tradizione delle indagini economiche e sto­
riche dei maestri della storiografia razionalistica e positivistica. Privo
250
di questa linfa vitale il suo pensiero non sarebbe stato quello che è;
non avrebbe potuto elaborare la sua dottrina dell’alleanza della clas­
se operaia del Nord con le masse contadine italiane, particolarmente
dell’Italia meridionale, per risolvere il problema della unità del no­
stro paese; non avrebbe potuto dare una nuova e cosi profonda in­
terpretazione del rapporto tra la città e la campagna nello sviluppo
della storia d’Italia. Tutto il suo pensiero storiografico e politico non
avrebbe potuto avere quel rigoglioso sviluppo che noi sappiamo, se
non vi fosse inizialmente stata in lui la efficacia di quel filone di pen­
siero che abbiamo indicato, e se egli non avesse fecondato quel filo­
ne con le proprie indagini e con le proprie conclusioni.
Giusto è ricordare, come mediatore di questa efficacia, il nome di
Gaetano Salvemini, per quanto la polemica di Gramsci con Salvemi­
ni sia stata continua dall’inizio della prima guerra mondiale in poi.
In Salvemini l’elemento positivo della visione storica e politica si
disperdeva in frammenti. Lo sforzo di sintesi politica era d altra par­
te soggetto alla influenza di elementi di ordine passionale non sem­
pre meditati, alle volte moralistici, oppure dipendenti da una visione
parziale della realtà. Ciò portò Salvemini a compiere atti politici che
Gramsci non poteva non giudicare come errori, e che tali furono.
Non ostante questo, Salvemini rimane un grande maestro del pen­
siero storico e politico italiano, da cui Gramsci molto apprese, a cui
di molto egli è debitore.
È necessario però osservare, a questo punto, che relativamente ad
uno degli aspetti fondamentali dell’applicazione e dello sviluppo del
leninismo, che Gramsci fece in relazione con la storia italiana e con
la situazione del nostro paese, cioè nella formulazione della neces­
sità di un’alleanza tra la classe operaia e le grandi masse lavoratrici
contadine del Meridione nella lotta contro il loro nemico comune,
che è il regime capitalistico e il suo Stato accentratore e tiranno,
Gramsci prende le mosse dalla polemica salveminiana, ma decisa­
mente se ne stacca nelle conclusioni. Il concetto di alleanza elabora­
to da Gramsci è qualitativamente diverso, dal punto cui anche Sal­
vemini era giunto nella sua agitazione politica. Non si tratta più, in­
fatti, di qualche cosa di strumentale. Non è che l’operaio attenda un
aiuto dal contadino, e il contadino, a sua volta, dall’operaio, per com­
251
battere quel sopruso o realizzare quella rivendicazione. No, si tratla
di una alleanza di classe secondo il concetto leninista, cioè di un nes
so fondamentale, organico, il quale diventa la base di un nuovo bloc­
co storico. Si tratta di una nuova unità di forze di classe la quale si
afferma nella lotta contro l’attuale classe dirigente e si realizza con la
presa del potere da parte della classe operaia alleata delle grandi
masse contadine.
In questo modo si passa organicamente dalla protesta contro il
sopruso e dalla lotta rivendicativa immediata alla lotta rivoluziona­
ria: gli obiettivi rivoluzionari servono di guida anche nelle lotte im­
mediate che orientano e illuminano, cosi come le lotte immediate
servono a scoprire e indicare le linee fondamentali di organizzazione
del nuovo blocco storico che, attraverso la rivoluzione e nella marcia
verso di essa, afferma se stesso come forza dirigente nazionale.
In questa luce e soltanto in questa luce credo possa oggi essere
considerata l’azione svolta da Gramsci a Torino negli anni 1919 e
1920. E infatti assurdo pensare che mentre Gramsci, come egli stes­
so dice nelle sue Noie sulla quistione meridionale, già nel 1919 era
giunto a questa nuova concezione dell’alleanza di classe tra gli ope­
rai e le masse contadine per risolvere la questione dello Stato e della
sua unità, è assurdo ritenere che in questo stesso momento egli aves­
se una visione della funzione della classe operaia che escludesse la
organizzazione del partito politico e la lotta politica come forma più
alta della lotta di classe e desse un valore esclusivo per giungere alla
conquista del potere, al fatto che l’operaio si impadronisse, nella fab­
brica, del processo produttivo e di una posizione di dominio nei con­
fronti del padrone.
È vero, si possono trovare in questo o quello scritto di Gramsci,
di quegli anni, espressioni staccate che possono suscitare il dubbio
che egli pensasse in questo modo; ma queste espressioni hanno es­
senzialmente un valore esortativo. Esse vogliono portare la classe
operaia a prendere coscienza della funzione che essa ha nel processo
della produzione e quindi nella fabbrica; ma dalla fabbrica Gramsci
risaliva non a un fantastico Stato di «produttori» fuori della storia,
bensì al concreto Stato italiano e alla lotta politica che in esso dove­
va esser condotta.
252
Gramsci ha del resto vivamente criticato, giungendo persino, in
qualche momento, a esagerare in questa critica, la tendenza a consi­
derare lo sviluppo economico come risultato delle pure modificazio­
ni dello strumento tecnico. Effettivamente anche le modificazioni
dello strumento tecnico hanno un valore che non è soltanto materia­
le. Esse stesse sono il risultato di una evoluzione che ha luogo anche
nelle sovrastrutture, sono il portato di una ricerca, di uno studio, di
una azione educativa, possono persino essere legate al prevalere di
indirizzi filosofici che spingono alla indagine dei fenomeni naturali o
di indirizzi che frenino questa indagine. Non è per un caso che i pri­
mi satelliti artificiali della terra sono stati lanciati da un paese la cui
cultura è materialistica.
Motore della storia è, però, lo sviluppo generale delle forze pro­
duttive e, sulla base di questo, lo sviluppo dei rapporti sociali e della
lotta delle classi. La nozione di progresso tecnico, cosi come il con­
cetto stesso di lavoro, non possono essere intesi in senso ristretto e
puramente materiale, quasi isolando una parte dell’umanità, la clas­
se operaia, dentro il muro delle fabbriche, dove girano i torni e le
frese, o agiscono le macchine a catena e gli apparecchi automatici
del giorno d’oggi. Il progresso tecnico, come abbiamo veduto, è sem­
pre il risultato di uno sviluppo che viene da molte direzioni e dove
l’educazione ha la sua parte, e il carattere stesso che ha il lavoro del­
l’operaio nella fabbrica davanti alla macchina di ieri e di oggi e alla
macchina di domani, non si afferra se non si indaga e non si svela il
rapporto di proprietà, cioè il rapporto tra le classi, la relazione tra
chi è il proprietario dei mezzi di produzione e chi non possiede che
la propria forza di lavoro, cioè se non si esce dall’ambito della fab­
brica per proiettare il rapporto che si stabilisce nella fabbrica in una
visione generale di tutti i rapporti sociali.
Questa fu la ricerca di Gramsci negli anni dal 1918 al 1920. Egli
intendeva fare uscire dalla fabbrica moderna capitalistica di Torino,
luogo più avanzato dello sviluppo industriale italiano, una forza ade­
guata alla soluzione dei problemi nazionali che in quel momento si
ponevano, capace di superare la crisi terribile provocata dalla guerra
e dalla distruzione delle forze produttive, di eliminare il disordine e
il caos, di vincere il profondo scoraggiamento che regnava nei ceti
253
dirigenti e nelle masse. Tutto questo poteva essere fatto dalla classe
operaia se, partendo dalle questioni che si ponevano nella fabbrica,
fosse riuscita ad acquistare una giusta coscienza dei grandi problemi
nazionali e del modo di risolverli. Nessun culto, quindi, della spon
taneità; cioè nessuna tendenza a idealizzare le forme dell’azione ope­
raia nella fabbrica e chiudersi in esse, ma sforzo consapevole per
portare la classe operaia ad una più elevata coscienza del proprio
compito nazionale.
Gramsci stesso ci ha dato e la critica e la definizione delle sue po­
sizioni in quel periodo. «L’accusa contraddittoria [volta al movimen ­
to torinese di essere contemporaneamente spontaneista e volontari­
sta o bergsoniano], analizzata, mostra - egli scrive - la fecondità e la
giustezza della direzione impressagli. Questa direzione non era
“astratta”, non consisteva nel ripetere meccanicamente delle formule
scientifiche o teoriche; non confondeva la politica, l’azione reale con
la disquisizione teoretica; essa si applicava ad uomini reali, formatisi
in determinati rapporti storici, con determinati sentimenti, modi di
vedere, frammenti di concezione del mondo ecc., che risultavano dal­
le combinazioni “spontanee” di un dato ambiente di produzione ma­
teriale, con il “casuale” agglomerarsi in esso di elementi sociali di­
sparati. Questo elemento di “spontaneità” non fu trascurato e tanto
meno disprezzato: fu educato, fu indirizzato, fu purificato da tutto
ciò che di estraneo poteva inquinarlo, per renderlo omogeneo, ma in
modo vivente, storicamente efficiente, con la teoria moderna. Si par­
lava dagli stessi dirigenti di “spontaneità” del movimento; era giusto
che se ne parlasse: questa affermazione era uno stimolante, un ener­
getico, un elemento di unificazione in profondità, era più di tutto la
negazione che si trattasse di qualcosa di arbitrario, di avventuroso, di
artefatto e non di storicamente necessario. Dava alla massa una co­
scienza “teoretica”, di creatrice di valori storici e istituzionali, di fon­
datrice di Stati. Questa unità della “spontaneità” e della “direzione
consapevole”, ossia della “disciplina”, è appunto la azione politica
reale delle classi subalterne, in quanto politica di massa e non sem­
plice avventura di gruppi che si richiamano alla massa»6.
Del resto, la risposta migliore che si può dare a coloro che frain­
tendono, alle volte anche volutamente, l’azione politica svolta da
254
Gramsci in quel periodo, è che quell’azione politica mise capo e non
poteva non mettere capo alla fondazione del partito rivoluzionario
della classe operaia.
Il partito rivoluzionario della classe operaia. Questo è l’altro ele­
mento essenziale della dottrina leninista che Gramsci fa propria, ela­
bora, approfondisce, avvicina alla realtà del nostro paese, traduce in
un’azione, in una pratica di lavoro, di lotta, ed anche più che di la­
voro e di lotta, di dedizione totale sino al sacrificio della propria esi­
stenza.
Il partito è un «intellettuale collettivo», perché una classe subal­
terna, la quale vuole affermare la propria egemonia e giungere alla
conquista del potere non vi giunge spontaneamente, senza una dire­
zione. «Una massa umana.., non diventa indipendente “per sé”, sen­
za organizzarsi (in senso lato) e non c’è organizzazione senza intel­
lettuali, cioè senza organizzatori e dirigenti.»7
Qui il nucleo e l’originalità del pensiero di Gramsci circa la dot­
trina del partito. Dallo sviluppo di questi concetti egli deriva le nor­
me fondamentali della vita del partito stesso: la fedeltà, la disciplina,
la unità interna, il carattere, in pari tempo, internazionale e naziona­
le del movimento, che egli, in una nota che ho citato negli «Appun­
ti» per la mia relazione, particolarmente sottolinea, per derivarne da
un lato la necessità dell’elemento unitario fondamentale e dall’altro
per derivarne la eguale necessità delle variazioni, oggi diremmo del­
le diverse «vie al socialismo» aderenti alle condizioni di ogni paese.
A questa parte del pensiero di Gramsci sono state volte parecchie
critiche. Particolarmente ha concentrato la sua critica in questa dire­
zione il prof. Rodolfo Mondolfo, il quale pure, in un notevole stu­
dio, ha riconosciuto il valore positivo e creativo della visione che
Gramsci ha del marxismo e di tutto il suo pensiero. Da un lato egli
afferma che questo «intellettuale collettivo», il partito, sarebbe cosa
deteriore perché verrebbe dall’esterno del movimento della classe
operaia: dall’altro lato trova, nel modo come Gramsci sviluppa il
concetto di partito, una specie di giustificazione di una forma di ti­
rannide.
Circa la prima critica, credo che l’errore consista nel ritenere che
la dottrina del partito, cosi come Gramsci la espone e sviluppa sulla
255
traccia di Lenin, sia qualche cosa che prescinda dalle analisi stori­
che, economiche e sociali di tutta la realtà. Il partito di una determi
nata classe non sorge in qualsiasi momento, cosi come non sorgono
in qualsiasi momento della storia i problemi che una determinata
classe è chiamata a porre e risolvere. Sorge e può svilupparsi soltan­
to in una società in cui si sia iniziato il concretarsi di una volontà
collettiva della nuova classe, riconosciuta e affermatasi parzialmente
nell’azione. Il partito quindi sorge quando esistono già alcune con­
dizioni della sua vittoria. E questa un’affermazione fondamentale,
direttamente collegata all’insegnamento e all’azione pratica di Le­
nin. E una derivazione diretta del Che fare? e degli altri grandi studi
leninisti circa la dottrina del partito e della sua funzione.
Risulta evidente, da questo modo di porre la questione, il nesso
tra la dottrina del partito, come intellettuale collettivo che organizza
e dirige la lotta della nuova classe per il potere, e lo sviluppo dei rap­
porti economici, dei rapporti di classe, dei rapporti politici, nonché
delle ideologie e degli altri elementi sovrastrutturali. In questo svi­
luppo il partito si inserisce in un momento determinato e in modo
determinato, a seconda della struttura di quella determinata società,
a seconda del carattere del blocco storico in quel momento domi­
nante, per cui quando ci si trova di fronte a un fatto decisivo, come
la conquista del potere da parte del partito bolscevico, minoranza
numerica di fronte alla grande massa della popolazione, il problema
da porsi non è se il fatto che una minoranza conquisti il potere con­
traddica le norme della democrazia formale, ma è di vedere come e
perché quella minoranza doveva giungere a conquistare il potere, e
conquistando il potere abbia realizzato quel progresso che quella so­
cietà in quel momento poteva e doveva compiere.
Anche la dottrina del partito fa parte di quello sviluppo creativo
del marxismo che da Lenin ha ricevuto un impulso fondamentale.
Anche questa dottrina respinge le pedantesche e fatalistiche conce­
zioni dello sviluppo storico attraverso le quali il genuino pensiero
marxista era stato contraffatto, reso inerte, impotente alla creazione
storica.
Al prof. Mondolfo si potrebbe ricordare ciò che già gli faceva os­
servare Gramsci nel 1919, recensendo un opuscolo dello stesso Mon-
256
dolfo dedicato alla rivoluzione russa. «Si racconta - scrive Gramsci -
che un professore tedesco di scuole medie, riuscito stranamente a in­
namorarsi, cosi combinasse insieme la pedagogia e la tenerezza: “Mi
ami tu, tesoretto mio?” “Si.” “No, nella risposta deve essere sempre
ripetuta la domanda in questo modo: Si, ti amo, topolino mio!”.»8
Nella risposta che Lenin ha dato ai problemi della rivoluzione
russa non era contenuta la domanda che Rodolfo Mondolfo crede si
debba fare al politico a seconda del modo come egli interpreta il
marxismo. Era però contenuta la risposta adeguata alla realtà dello
sviluppo storico della Russia, della vita sociale, economica, collettiva
del popolo russo.
Ma la dottrina del partito conterrebbe dunque la giustificazione
di una tirannide? Si possono trovare in Gramsci, soprattutto nelle
prime pagine delle Note sul Machiavelli, affermazioni che, staccate
dal loro contesto, possono spaventare un ignaro. Sono invece affer­
mazioni del tutto comprensibili, logiche, giuste, quando la dottrina
del partito è intesa come Lenin e Gramsci la intesero.
Gramsci affronta questo problema in modo assai vario e comples­
so, perché riconosce che il pericolo può esserci. Egli ne aveva avuto
esperienza nel modo come era stato diretto il suo partito, il Partito
comunista italiano nei primi anni della sua esistenza, trasformandolo
in una sètta, in una organizzazione di tipo pseudo-militaresco, privo
di una propria vita, vivacità e dialettica interna, e quindi incapace
anche di adempiere a quelle funzioni cui deve adempiere il partito
nel contatto con le masse che hanno bisogno della sua direzione.
Di qui le indicazioni assai interessanti, —anche se forse non siano
in grado di cogliere tutte le sfumature coloro che non abbiano prati­
ca di vita politica, - che egli dà, soprattutto nelle note di Passato e
presente, circa ciò che il partito deve essere, quale deve essere la sua
disciplina e quale la sua democrazia interna, che cosa significa nel
partito la centralizzazione, e come il partito non può, nella vita sua
normale, venire ridotto a un’organizzazione militaresca, e quando e
come e per quali difetti può diventarlo, e cosi via.
«Come deve essere intesa la disciplina, se si intende con questa pa­
rola un rapporto continuato e permanente tra governanti e governati
che realizza una volontà collettiva? Non certo come passivo e supino
257
accoglimento di ordini, come meccanica esecuzione di una consegna
(ciò che però sarà pure necessario in determinate occasioni, come per
esempio nel mezzo di un’azione già decisa e iniziata) ma come una
consapevole e lucida assimilazione della direttiva da realizzare. La di­
sciplina pertanto non annulla la personalità in senso organico, ma so­
lo limita l’arbitrio e l’impulsività irresponsabile, per non parlare della
fatua vanità di emergere. Se si pensa, anche il concetto di “predesti­
nazione” proprio di alcune correnti del cristianesimo, non annulla il
cosi detto “libero arbitrio” nel concetto cattolico, poiché l’individuo
accetta “volente” il volere divino [...] al quale, è vero, non potrebbe
contrastare, ma a cui collabora o meno con tutte le sue forze morali.
La disciplina pertanto non annulla la personalità e la libertà: la qui-
stione della “personalità e libertà” si pone non per il fatto della disci­
plina, ma per l’“origine del potere che ordina la disciplina”. Se que­
sta origine è “democratica”, se cioè l’autorità è una funzione tecnica
specializzata e non un “arbitrio” o una imposizione estrinseca ed este­
riore, la disciplina è un elemento necessario di ordine democratico,
di libertà. Funzione tecnica specializzata sarà da dire quando l’auto­
rità si esercita in un gruppo omogeneo socialmente (o nazionalmen­
te); quando si esercita da un gruppo su un altro gruppo, la disciplina
sarà autonoma e libera per il primo, ma non per il secondo.»9
La questione, però, ha anche un altro aspetto, più generale, e che
ha assunto un grande rilievo nello sviluppo del movimento operaio
internazionale degli ultimi anni: l’aspetto della validità dei concetti
formali di democrazia e libertà, in rapporto con le necessità della
edificazione storica di un nuovo regime, della sua difesa, del suo pas­
saggio dall’uno all’altro stadio dello sviluppo. Qui si entra in un cam­
po che è il più attuale, nel quale per muoverci il pensiero di Gramsci
è una guida e richiede uno sviluppo. Ciò che interessa soprattutto è
il modo come Gramsci considera il problema del potere, cioè dell’e­
sercizio dell’autorità dirigente da parte di determinati gruppi sociali.
Qui egli introduce il concetto di egemonia, ma questo concetto non
può essere formalmente opposto al concetto di dittatura, allo stesso
modo che non si possono formalmente opporre i concetti di società
civile e società politica come se indicassero cose organicamente di­
verse. La differenza non è organica, ma di metodo.
258
Una classe dirigente realizza la propria direzione in modi diversi,
a seconda non soltanto della diversità delle situazioni storiche, ma
anche delle differenti sfere della vita sociale. Analogamente, una clas­
se subalterna, la quale si muove con l’obiettivo di conquistare la di­
rezione politica, conduce una lotta per l’egemonia a diversi livelli e
in tutti i campi e può anche darsi che, in momenti determinati e gra­
zie a particolari circostanze, riesca a ottenere successi importanti an­
che prima di essere riuscita a conquistare il potere politico.
In questo ambito deve essere considerata l’azione che tende a con­
quistare a questa classe delle alleanze e quindi il consenso della mag­
gioranza della popolazione; a neutralizzare altre forze politiche e so­
ciali; a preparare quel rivolgimento culturale che sempre accompa­
gna i rivolgimenti economici e politici; e la stessa azione educativa,
che appartiene essenzialmente allo Stato, ma appartiene anche al
partito politico, in quanto il partito politico già anticipa alcune delle
funzioni dirigenti che domani apparterranno alla classe oggi ancora
subalterna.
Come si vede, molteplici sono i mezzi attraverso i quali la classe
che tende alla conquista del potere si sforza di creare le condizioni
della sua egemonia.
Per approfondire questo tema sarebbe necessario addentrarsi nel
campo della concreta attività politica attuale, il che non mi pare sia
opportuno in questo momento. Vorrei soltanto accennare alla di­
stinzione, assai interessante e, quando venga esplorata a fondo, assai
ricca di indicazioni e di sviluppi, che Gramsci introduce, riferendosi
alla lotta per il potere, tra la «guerra manovrata» e la «guerra di po­
sizione». Col primo termine egli designava, in sostanza, l’attacco ri­
voluzionario per la conquista del potere. Con il secondo designava il
contrasto di classe che matura, sotto la direzione del partito rivolu­
zionario, quando l’attacco rivoluzionario non è possibile o prima di
esso, per prepararlo. Anche in questo secondo caso viene condotta
un’azione che tende al rivolgimento delle strutture e del blocco sto­
rico dominante. Non vi è la pace, dunque, ma la guerra che si con­
duce ha un carattere completamente diverso dall’attacco diretto.
Che cosa intendeva Gramsci quando insisteva su questa differen­
za? La cosa risulta dallo esplicito richiamo, che è in una delle Note
259
sul Machiavelli, all’azione di Lenin per istruire le avanguardie della
classe operaia del mondo occidentale e di tutto il mondo, sulla lotta
politica che esse dovevano e devono condurre nelle condizioni della
società capitalistica, quando non sono mature le condizioni né og­
gettive né soggettive di un attacco rivoluzionario. «Mi pare che Ilici
[Lenin] aveva compreso che occorreva un mutamento dalla guerra
manovrata, applicata vittoriosamente in Oriente nel ’17, alla guerra
di posizione che era la sola possibile in Occidente [...] Questo mi
pare significare la formula del “fronte unico”» 10.
A questa posizione si collegano tanto la critica alla dottrina della
rivoluzione permanente di Trotski, che Gramsci considera come la
dottrina dell’attacco quando l’attacco inevitabilmente deve termina­
re con una sconfitta, quanto il richiamo ai lavori di Lenin, preceden­
ti il III Congresso dell’Internazionale comunista, e all’opera stessa di
Lenin a questo Congresso comunista.
Il fatto di attribuire un valore non organico, ma metodologico al­
la distinzione tra società politica e società civile porta, d’altra parte,
a far la chiarezza nella questione delle forme della dittatura della
classe operaia. È inevitabile che siano differenti in differenti situa­
zioni, che siano più o meno ampie, più o meno vicine al puro co­
mando politico e persino al puro potere militare, a seconda delle ne­
cessità storiche. Il mutamento di classe dirigente avvenuto con lo
spodestamento delle classi sfruttatrici assicura d ’altra parte che in
tutte le situazioni la sostanza del nuovo regime è più democratica di
quella di tutti i regimi precedenti. Quanto alle forme, tutto dipende
dalle condizioni storiche e dalla lotta stessa che attorno ad esse si
svolge. L’azione che le forze progressive e il partito stesso della clas­
se operaia svolgono prima della conquista del potere, conduce a di­
stinguere, nella organizzazione politica della società quale risulta dal­
lo sviluppo storico precedente, ciò che è valido e ciò che non è vali­
do, ciò che può essere conservato, ciò che deve essere modificato e
ciò che deve essere distrutto.
Senza entrare in troppi particolari, è evidente che in questa luce
deve essere visto il problema del parlamentarismo. Era assurdo chie­
dere alla rivoluzione proletaria di dare vita a un regime parlamenta­
re, proprio in un paese dove non era mai esistito un parlamentari­
260
smo. Ma in altri paesi, dove il Parlamento sia riuscito ad avere un
contenuto di democraticità, come forma di consultazione ed espres­
sione della volontà popolare, anche a mezzo di esso si può risolvere
il problema di far accedere le masse lavoratrici, non solo all espres­
sione della loro volontà, ma ad una partecipazione attiva alla dire­
zione della vita economica e della vita politica, pur restando fermo
che l’accesso al potere della classe operaia significa sempre una esten­
sione delle forme di democrazia diretta.
Punto di partenza e fondamento di tutte queste ricerche è l’affer­
mazione che sono possibili e necessarie diverse vie di sviluppo del
movimento rivoluzionario della classe operaia, in differenti situazio­
ni storiche. Anche qui, la guida è Lenin. Colui che è andato più avan­
ti e si è mosso con più coraggio, nella individuazione delle diversità
storiche oggettive e nell’affermare la necessità di adeguarsi ad esse, è
stato proprio il capo della rivoluzione bolscevica. Basta ricordare
come, scrivendo nel 1921 ai comunisti georgiani, cioè di un paese
che era parte della Russia, ma diverso per la struttura economica e
politica, egli raccomandava di non attenersi allo schema russo, ma di
seguire una diversa via per risolvere i problemi dell’organizzazione
della produzione, dei rapporti con la piccola e media borghesia pro­
duttrice e con le sue formazioni politiche. Basta ricordare come Le­
nin giungeva a parlare di variazioni nelle forme del potere, quando
fossero entrate in azione le grandi masse umane dell’Oriente, come
oggi sta avvenendo.
Il pensiero di Gramsci si è mosso per questa via, che è la via dello
sviluppo creativo del marxismo. Su di essa è stato guidato da Lenin.
Noi cerchiamo e troviamo nel suo pensiero non delle formule, ma
una guida per comprendere i problemi del mondo d’oggi, per lavo­
rare a risolvere le contraddizioni che oggi si presentano sulla scena
economica e politica, e che sorgono anche là dove il potere è già nel­
le mani della classe operaia, dovendo allora essere trattate e portate
a soluzione con metodi particolari, diversi da quelli con cui si risol­
vono le contraddizioni antagonistiche del mondo capitalistico.
Ma giunti a questo punto è necessario fermarsi. L’esame delle que­
stioni nuove, che oggi nella lotta politica quotidiana ci si presentano,
esige nozioni concrete di fatto che non possiamo trovare nell’opera
261
di Gramsci. Egli rimane però la luce che illumina il nostro cammino.
Egli è andato avanti fino che ha potuto. Eia conosciuto la realtà che
stava davanti a lui, ha fatto tutto ciò che stava in lui per modificarla
con un’azione consapevole. La creazione del partito della classe ope­
raia è, quindi, non azione secondaria o parallela, ma il culmine di
tutta la sua attività intellettuale e di tutta la sua azione.
In una delle sue lettere, egli parla con amarezza, ma con fierezza,
della propria esistenza. «Io non parlo mai - dice - dell’aspetto nega­
tivo della mia vita, prima di tutto perché non voglio essere compian­
to; ero un combattente che non ha avuto fortuna nella lotta imme­
diata, e i combattenti non possono e non devono essere compianti,
quando essi hanno lottato non perché costretti, ma perché cosi han­
no essi stessi voluto consapevolmente.»11
Ebbene, Gramsci noi non lo compiangiamo, noi ci sforziamo di
continuare l’opera sua.

Note

1 P , p . 3 [Q. 15, p. 1776].


2 Negli S c r it ti g io v a n ili (Torino, Einaudi, 1958), che uscirono pochi mesi dopo il con­
vegno, sono inclusi tutti gli scritti del periodo 1914-T8 [cfr. ora Antonio Gramsci,
C ro n ach e to rin e si 1 9 1 3 -1 9 1 7 , a cura di Sergio Caprioglio, Torino, Einaudi, 1980; id.,
L a c ittà f u t u r a 1 9 1 7 -1 9 1 8 , a cura di Sergio Caprioglio, Torino, Einaudi, 1982; id., I l
n o stro M a rx , a cura di Sergio Caprioglio, Torino, Einaudi, 1984].
3 «Il grido del pop olo», Torino, 25 maggio 1918 [Antonio Gram sci, C u ltu ra e lo tta d i
classe, ora in id., I l n o stro M a rx , cit., pp. 50-51].
4 «Il grido del popolo», Torino, 5 gennaio 1918 [cfr. ora Antonio Gramsci, L a città f u ­
tu ra , cit., pp. 513-517].
5 [Ivi, p. 513].
6 P , p. 57 [Q. 3, p. 330],
7 [Q. 11, p. 1386],
8 [Antonio G ram sci, R o d o lfo M o n d o lfo : « L e n in is m o e m a r x is m o » , in L ’O r d in e N u o v o
1 9 1 9 -1 9 2 0 , cit., p. 25].
9 P , p. 65 [Q. 14, p. 1706-1707],
10 M a c h ., p. 68 [Q. 7, p. 866].
11 [Antonio G ram sci, L e tt e r e d a l c arc ere , cit. p. 448 (lettera alla m adre del 24 agosto
1931)].

262
La formazione del gruppo dirigente del Partito comunista
italiano nel 1923-24
[1961-1962]

1. La formazione di un nuovo gruppo dirigente del Partito comu­


nista d’Italia (cosi esso si chiamava allora), che ebbe luogo negli anni
1923 e 1924, deve essere considerata un momento di grande, decisi­
va importanza nella storia del movimento operaio italiano e in parti­
colare, s’intende, del movimento comunista del nostro paese. Gli svi­
luppi e le sorti di questo movimento, se quel nuovo gruppo dirigente
non si fosse costituito, e costituito precisamente in quel momento e
in quel modo, per iniziativa e sotto la direzione immediata di Anto­
nio Gramsci, sarebbero stati senza alcun dubbio diversi, e anche
profondamente diversi, da ciò che furono. Il Partito comunista non
sarebbe riuscito ad acquistare la fisionomia, la forza e il prestigio che
oggi possiede, o vi sarebbe riuscito con difficoltà molto maggiore e
seguendo un cammino assai più tortuoso, se, a partire dal 1924, alla
sua testa non vi fosse stato un gruppo di comunisti che aveva com­
piuto, rispetto alla precedente direzione, un effettivo progresso qua­
litativo nella capacità sia di comprendere le situazioni oggettive, na­
zionali e internazionali, sia di adeguare ad esse non solamente una
propaganda e un’agitazione, ma una vera azione politica. La conqui­
sta della maggioranza del partito venne condotta a termine da questo
gruppo, di fatto, soltanto al III Congresso del partito, che si tenne a
Lione nel gennaio del 1926. Le basi politiche della nuova formazione
vennero però gettate nel 1923-24, attraverso un dibattito di cui ci è
rimasta una documentazione di grande interesse, perché non ci mo­
stra soltanto il valore di un risultato raggiunto attraverso una elabo­
263
razione collettiva, ma ci rivela anche le difficoltà non lievi che per
giungere a questo risultato si dovettero superare e soprattutto ci fa
conoscere più a fondo il pensiero e l’azione di Antonio Gramsci co­
me dirigente di partito. Alcune delle posizioni da lui sostenute e svi­
luppate nel corso di questo dibattito, se si tengono presenti il mo­
mento e le condizioni in cui il dibattito stesso si svolgeva, hanno il
valore quasi di illuminazioni precorritrici. Esse furono un viatico, del
quale soltanto nel seguito degli anni e dopo parecchio tempo venne
penetrata e cominciò a essere resa esplicita tutta la portata.
D ’altra parte, la formazione di un nuovo gruppo dirigente era per
il Partito comunista, alla fine del 1922, una necessità politica e di or­
ganizzazione da cui non si poteva prescindere, per ragioni di ordine
elementare. Il partito era giunto, dopo nemmeno due anni dalla sua
fondazione, a una profondissima crisi della direzione. O la si risolve­
va, o non si sarebbe più andati avanti se non a stento e male. La cri­
si non fu allora evidente, in tutta la sua ampiezza e profondità, né
agli iscritti al partito né a tutti i suoi quadri dirigenti. Non se ne av­
videro né gli amici, né gli avversari e questi ultimi avrebbero potuto
trarne un vantaggio assai serio, se non li avessero accecati, come sem­
pre accade, il loro odio preconcetto e la loro stupidità. Le persecu­
zioni poliziesche e gli efferati crimini squadristi temprarono il parti­
to, anziché scuoterlo; ne ridussero gli effettivi e ne ostacolarono l’a­
zione, ma in pari tempo ne strinsero le file e rinsaldarono la unità in­
teriore, impedendo ai contrasti che laceravano il centro di ripercuo­
tersi in profondità. La gravità della crisi che il centro attraversa vie­
ne però alla luce non appena si considerino obiettivamente le circo­
stanze di fatto di quel momento. In sostanza, si può affermare che
alla fine del 1922 il partito si trovò ad essere praticamente decapita­
to, e non soltanto per l’offensiva poliziesca che portò all’arresto e al
processo dei suoi dirigenti più noti, ma per motivi di natura politica,
che traevano origine dal suo interno. La sua direzione era stata l’e­
spressione di una politica determinata; ma dopo soli due anni questa
rivelava di non essere più rispondente né ai compiti immediati con­
creti né alle prospettive lontane della situazione. Si erano creati nel
movimento operaio nuovi rapporti di forza, era sorta una nuova si­
tuazione nazionale e si annunciava l’inizio di una nuova situazione
264
■ , D far fronte a queste nuove realtà tutto un nuovo
internazionale.• jPerlesfar rroi
ra nratico n necessario, che il veccii
era vecchio egruppo
er
o r n a m e n to ideale P » non era in grado di dare. A meno
dmgente per la sua stessa trarformarsi in una setta rinsecchita
che ipartito non accetu« reale degli awem-
d, talmudisti^ tagliati fuor ^ ^ ^ jma cosa da farsi. E per
menti, il mutamento cu ni
fortuna venne fatto, e fatto a tempo.
t ai Ai fondazione del partito, a Livorno, il 21 gennaio
2. Al congresso di tondai ^ ^ compagnl, che era-
1921, era stato dette. un C Ambrogio Belloni, Nicola Bom-
no, nell ordine “lf»b “ C% ru8no Fortichiari, Egidio Gennari, Anto-
baca, Amadeo Bordiga, ^ Marabini> Francesco Misia-
Z Giovman“ ; P S L u ^ Poiane, Luigi Repossi, Cesare Sessa, An-

tonino Tarsia, U m b e r t o ^ ^ elett„ senza dar luogo a eon.ra-


Questo Com, aro cenu ^ a,u inclusione d,
sti. Qualche delegato av J a riformisti e
Gramsci, riferendosi alla stolida accusa, messa g fos_
• • •j u tisore polemiche precongressuali, cu g
massimalisti durante le asp ^ ma ,a questio„e
se stato «mterventista» e p SSQ Gli uomini più responsa-
non giunse sino alla tribuna & , ja campagna
bi,i della E t esitazioni di
fatta ,n seno al ParUto sou ah ^ nel 1914-15 era stata
fronte alla questione deU Pietra di paragone per . militanti
un errore e doveva ess“ e jo tta tenuta durante la guerra stessa e
doveva essere soltanto ia cw __v ■ „ sociale apertasi
j j; nella grave crisi politica e sucicuc F
soprattutto dopo di essa, i & rnntestare che un
dopo l'armistizio. A G ram sci, poi non s, p o t e v a j n ®
articolo scritto nel 1914, oggi r.pubb beato tra ‘ « " s e ® g
_ i a ct-nto come tutti sapevano, reaauuic <u
Durante la guerra « a ” - ^ lo>>) e della cronaca to-
mana'e socialista torinese I. duro, dopo la sanguinosa ri-
rinese dell «Avanti!»- 1 t . i c<=crreterta della se-
volta dell'agosto 1 9 1 7 , a lui era stata affidata la segrete
zinne socialista di Torino^ ^ ^ q Livorno avrebbe
La composizione del c ^ j compag„. già ade-
potuto essere discussa pei v
renti alla frazione astensionista, diretta da Amadeo Bordiga e il cui
organo era stato il settimanale «Il Soviet», erano il gruppo più nu­
meroso e piu forte (Bordiga, Grieco, Fortichiari, Repossi, Parodi,
olano, Sessa, Tarsia). Venivano poi i massimalisti (Belloni, Bom-
bacci, Gennari, Misiano) tra i quali uno (Marabini) appartenente al
gruppo che in preparazione di Livorno si era collocato più vicino al­
la frazione centrista «unitaria» di Serrati, nel tentativo di staccare da
essa il maggior numero possibile di adesioni e due compagni (Gram­
sci e Terracini) del gruppo torinese dell’«Ordine Nuovo» Questo
gruppo, che aveva condotto la lotta più efficace contro il grande pa­
dronato borghese, per aprire alla classe operaia la via della presa del
potere, e nel corso di questa lotta aveva educato un buon numero di
dirigenti, sia operai che intellettuali, fu confinato all’ultimo posto.
Uai Comitato centrale erano assenti, in particolare, ad eccezione di
laro d i 1 quadri proletari che avevano dato vita al movimento dei
Consigli di fabbrica e di questa assenza si sentirono, in seguito le
conseguenze, anche perché Parodi fu assai presto costretto a uscire
dall Italia per sfuggire alle persecuzioni poliziesche.
Non risulta che Gramsci e Terracini, o altri compagni del vecchio
gruppo torinese abbiano chiesto che questo fosse diversamente rap­
presentato. Questo gruppo non si era mai data, in seno al Partito so­
cialista, una organizzazione nazionale di frazione. I compagni che lo
dirigevano, giovani e poco conosciuti fuori della loro città, avevano
dedicato tutta la loro attività agli sviluppi del movimento torinese e
alle sue lotte, trascurando la creazione di una rete di legami e di
gruppi nel resto del paese. Questo difetto, che venne scontato in se-
guito seriamente, rendeva persino materialmente impossibile la ri­
chiesta di una diversa composizione del Comitato centrale. Ma non
e questo il solo elemento che deve essere preso in considerazione
La cosa più importante è che, nello slancio di costruzione e rin­
novamento succeduto alle precedenti polemiche e alla scissione, si
era creato e prevaleva, non soltanto nei semplici aderenti al partito,
ma nei suoi quadri dirigenti, qualunque fosse la frazione da cui pro­
venivano, un senso nuovo e una concezione nuova della disciplina
ideale e pratica che si voleva fossero proprie dell’avanguardia comu­
nista. Le precedenti differenziazioni dovevano considerarsi cose del
266
passato, il semplice richiamo ad esse presentandosi come una viola­
zione dei nuovi principi politici e di organizzazione, per affermare 1
quali il partito era sorto e che dovevano reggere anche la sua vita in­
teriore. Questa posizione può sembrare a noi, oggi, che peccasse di
ingenuità, soprattutto quando ricordiamo come già fossero apparse
profonde le divergenze nell’orientamento politico delle tre diverse
correnti (massimalisti, ordinovisti e astensionisti) che si erano unite
per creare il nuovo partito. In realtà non si trattava di ingenuità, ma
di un carattere nuovo che si voleva imprimere al partito stesso e di
una grande fiducia nella possibilità e capacità di riuscirci.

3. Dissensi profondi erano esistiti, erano stati manifestati pubbli­


camente, a proposito del problema della trasformazione delle com­
missioni interne di officina in Consigli di fabbrica, della funzione di
questi Consigli nella lotta della classe operaia per il potere, del movi­
mento sorto attorno ad essi e delle serie lotte cui era arrivato, con la
ispirazione e la guida dei redattori dell’«Ordine Nuovo», il proleta­
riato torinese. Né i massimalisti né gli astensionisti avevano compre­
so e condiviso le posizioni difese da questo gruppo, il quale, da parte
sua era assai critico verso la condotta dei dirigenti massimalisti an­
che di sinistra (Gennari, Bombacci, ecc.), respingeva l’astensionismo
parlamentare dei seguaci di Amadeo Bordiga e col gruppo diretto da
Bordiga non era mai riuscito a raggiungere una piena intesa per I a-
zione da svolgersi in seno al Partito socialista e tra le masse su una
scala nazionale, quantunque, sul terreno locale torinese, nel movi­
mento sindacale e di fabbrica, astensionisti e ordinovisti collaboras-
sero molto strettamente. La decisione del II Congresso dell Interna­
zionale comunista, che dava agli ordinovisti una particolare investitu­
ra affermava che le loro posizioni «corrispondevano pienamente a
tutti i principi fondamentali della III Internazionale» e chiedeva che
il programma di rinnovamento del Partito socialista formulato da
Gramsci fosse preso come base per la preparazione del Congresso di
Livorno, aveva sorpreso e urtato tutti gli altri gruppi, anche di sini­
stra e di fatto era stata dimenticata. Se un dibattito sulla funzione e
sui compiti immediati del Partito comunista in Italia si fosse aperto e
si fosse approfondito, sarebbero certamente venute alla luce diver­
267
genze di fondo su problemi di importanza decisiva. Ma questo dibat­
tito, nel periodo in cui venne immediatamente preparata la creazione
del partito e subito dopo di esso, non poteva accendersi. Il fuoco era
stato concentrato contro la destra riformista e contro il gruppo di
centro che non voleva isolarla od espellerla dal partito, e in questa
impostazione tutti erano concordi. Le posizioni programmatiche e
politiche erano state definite dai congressi dell’Internazionale e, per
quanto si riferisce alla vita interna del partito, esisteva pieno accordo
nel proposito di rompere decisamente con la vecchia pratica del Par­
tito socialista e dare al Partito comunista una struttura completamen­
te nuova, fondata essenzialmente sulla disciplina politica e sulla unità.
Si era infatti tutti d’accordo nel ritenere che il Partito socialista era
venuto meno, in una situazione oggettivamente rivoluzionaria, al suo
compito rivoluzionario, perché le diverse correnti esistenti nel suo
seno si erano contrastate e paralizzate a vicenda. Il Partito comunista
doveva quindi sorgere e funzionare come un organismo unito, com­
patto, nel quale non vi fossero più differenze di correnti, gruppi e
frazioni. Questa era una condizione preliminare, necessaria perché la
linea tracciata dai congressi internazionali potesse realizzarsi, attra­
verso le necessarie iniziative e un’attività continua dell’organismo nel
suo complesso, sotto la direzione di un centro, che a sua volta dove­
va essere omogeneo per poter agire e dirigere con fermezza, senza
esitazioni e tentennamenti. L’unità e la disciplina politica dovevano
essere accompagnate, quindi, da una forte centralizzazione. Anche
su questo punto venne alla luce, più tardi, un serio dissenso, tra la
concezione di un centralismo «organico», tendenzialmente burocra­
tico, e quella di un centralismo «democratico»; ma all’inizio questo
dissenso non poteva venire alla luce, per la stessa energia con la qua­
le si riteneva necessario sottolineare e si sottolineava il momento del­
la unità e della disciplina («severissima», aveva scritto Lenin nelle pa­
gine dell 'Estremismo), per poter superare la pratica confusionaria e
la disgregazione interna del vecchio Partito socialista.

4. In generale, questa nuova impostazione dei problemi interni


del partito era valida e per lo più giusta. Corrispondeva alle decisio­
ni e richieste dei congressi dell’Internazionale comunista. Discende­
268
va direttamente dalle critiche mosse al vecchio Partito socialista, sul­
la base di una lunga esperienza. Era praticamente dettata, inoltre,
dalla situazione oggettiva, nella quale si stava scatenando un aspra
guerriglia di classe e chi si schierava col Partito comunista doveva
sapere che questo era una organizzazione di combattimento. Non si
può negare, agli uomini che allora furono alla testa di questa orga­
nizzazione e le dettero la sua prima forma, il merito di essere stati
impavidi e tenaci, come le circostanze esigevano. La massa degli
iscritti accolse l’indirizzo che essi dettero al partito con convinzione
ed entusiasmo; le organizzazioni periferiche ne ricevettero aiuto a
resistere e anche a svilupparsi. Tutto questo è vero. Altrettanto vero
è, però, che molto rapidamente, tanto per ciò che si riferisce alla di­
rezione del nuovo partito, quanto per la sua attività concreta, si ven­
ne creando una situazione che era in contrasto con i principi che
debbono reggere la vita di un Partito comunista.
Riflettendo oggi, a distanza, ai primi due anni del Partito comuni­
sta italiano, si ha la impressione di uno sviluppo che ha due aspetti,
collegati l’uno all’altro, ma in realtà contraddittori. Da un lato si
compie lo spostamento, su posizioni di avanguardia e di lotta rivolu­
zionaria, di uno strato di parecchie decine di migliaia di proletari e
di lavoratori, la cui influenza tra le masse è, non ostante tutto, non
in diminuzione da Livorno in poi, ma in aumento. Questo fu l’ele­
mento positivo, destinato a pesare in modo via via più grande nelle
successive vicende del movimento operaio e del paese. D ’altro lato
si assiste al tentativo di incapsulare questa spinta rivoluzionaria en­
tro una cornice angusta, che ne limita la efficacia; di dirigerla secon­
do uno schema rigido, avulso dalla realtà, tale che non consente alla
potenziale forza rivoluzionaria di dispiegare tutta la sua efficacia po­
litica reale. Per di più, il positivo e il negativo si intrecciano e confon­
dono, anche per le circostanze oggettive di quegli anni, in modo tale
che non è sempre facile separare l’uno dall’altro. Una rottura, però,
a un certo punto era inevitabile.

5. La direzione immediata di tutto il lavoro del partito venne affi­


data dal Comitato centrale, dopo Livorno, a un comitato esecutivo,
di cui fecero parte Bordiga, Grieco, Terracini, Repossi e Lortichiari.
269
Repossi ebbe il controllo della azione da svolgersi nei sindacati. For­
tichiari il compito di creare l’attrezzatura cosiddetta illegale, riguar­
dante la sicurezza dei collegamenti tra il centro e la periferia e inter­
nazionali, la difesa dagli attacchi fascisti e dalle persecuzioni polizie­
sche, la preparazione a eventuali azioni insurrezionali, ecc. Grieco e
Terracini curavano la propaganda e i contatti con le organizzazioni
periferiche. Il vero dirigente di tutto il lavoro fu però Amadeo Bor-
diga. Questi era dotato di una forte personalità politica e di notevoli
capacità direttive. Aveva svolto per anni un sistematico lavoro di or­
ganizzazione della propria frazione in seno al Partito socialista e in
questo modo acquistato vaste conoscenze e prestigio tra i quadri di
sinistra del movimento. Sapeva comandare e farsi ubbidire. Era ener­
gico nella polemica con gli avversari, quantunque per lo più scolasti­
co nell’argomentazione. Tutto ciò ebbe come conseguenza che il
gruppo dirigente fu centralizzato esclusivamente attorno alla sua
persona. Si creò la convinzione ch’egli fosse il vero «capo» di cui il
partito aveva bisogno e che lo avrebbe sempre guidato bene, anche
nelle situazioni più difficili. Era stato in dissenso con l’Internaziona­
le comunista e apertamente criticato da Lenin per aver predicato l’a­
stensione dalle elezioni e dalle attività parlamentari, nelle quali egli
vedeva la fonte principale delle degenerazioni opportunistiche del
movimento socialista, ma, costituitosi il Partito comunista, aveva ri­
nunciato all’astensionismo, pur conservando della partecipazione al
Parlamento e ai suoi lavori una concezione puramente strumentale e
subalterna. Dovevano esser fatti deputati, a preferenza, compagni
che fossero incapaci di qualsiasi altro proficuo lavoro: la segreteria
del partito avrebbe poi pensato a passar loro le dichiarazioni e i di­
scorsi da leggersi nell’aula. Però questa non era, tra le sue posizioni,
né la più importante né la peggiore, in sostanza. Il peggio era la sua
concezione del partito, della sua natura, della sua formazione e della
sua tattica. Egli non partiva, per risolvere questi problemi, dalla clas­
se operaia, di cui il Partito comunista è una parte, dall’esame delle
situazioni reali in cui essa si trova e si muove e dalla determinazione,
quindi, degli obiettivi concreti che a ogni situazione corrispondono.
Partiva da principi astratti, derivati con un processo intellettualistico
e che dovevano essere buoni in tutti i tempi e in tutte le situazioni.
270
Posto il fine ultimo della conquista del potere, scompariva la varietà
delle posizioni intermedie e del loro nesso dialettico, era negato il
valore del movimento politico democratico e dell’avanzata sul terre­
no della democrazia, le contrapposizioni di classe si traducevano in
contrapposizioni politiche rigide, schematiche, gli avversari diventa­
vano tutti eguali né era più possibile alcuna conquista di alleati, la
forma e la parola prevalevano sulla sostanza, la coerenza diventava
testardaggine, l’azione del partito non poteva più avere alcun respi­
ro, riducendosi a pura esercitazione propagandistica e polemica, il
compito di conquistare alla avanguardia comunista, in qualsiasi si­
tuazione, una influenza decisiva sulla maggioranza degli operai e del­
la popolazione lavoratrice era ignorato. Ignorata ogni aspirazione al­
l’unità con altri gruppi politici e ogni lotta per l’unità L’avanguardia
diventava una setta, che si temprava nell’attesa della situazione in
cui le masse avrebbero raggiunto le sue posizioni ed essa sarebbe
stata in grado di guidarle alla vittoria finale.
Era predominante, in questa concezione del partito, il momento
della disciplina esteriore. Passavano in secondo piano, e venivano
persino negati con argomentazioni di principio, il momento dell au­
tonomia e dell’iniziativa delle istanze periferiche e dei singoli com­
pagni, anche assai qualificati; il momento della diversità di posizioni,
indispensabile per far fronte a situazioni complicate, a volte proton­
damente diverse da luogo a luogo; il momento della educazione po­
litica, necessaria per formare i militanti e dar loro il senso della oro
responsabilità e, naturalmente, il momento della discussione, del di­
battito attraverso il quale non solo il partito nel suo complesso, ma 1
quadri dirigenti e i semplici aderenti acquistano la capacità di com­
prendere a fondo ciò che bisogna fare, e quindi di farlo e ottenere
successo. La visione del partito era quella di un’organizzazione di ti­
po militare, anziché politico; ma di un’organizzazione militare di
vecchio stampo, priva di anima, fondata sulla pura obbedienza e
quindi sulla quasi sovrumana capacità di un «capo» o di un ridotto
gruppo dirigente di far fronte a tutto, di provvedere ad ogni eve­
nienza con le disposizioni opportune, di dare, nel momento buono,
tutte le «direttive» e tutti gli ordini necessari. A che valeva far delle
scuole, dove non si approfondisse soltanto la conoscenza delle dot-
271
trine marxiste, ma attraverso lo studio di situazioni ed esperienze
reali, della geografìa, della storia, della struttura economica del pae­
se, si aiutassero i compagni ad acquistare essi stessi capacità di giu­
dizio autonomo per la concreta determinazione dei compiti politici
e di organizzazione? La cosa era considerata superflua, talora persi­
no imbarazzante. La qualità che più si cercava nei dirigenti locali
non era quella di sapersi muovere in modo autonomo, perché facen­
do questo avrebbero anche potuto sbagliare, mentre non avrebbero
sbagliato se si fossero sempre scrupolosamente attenuti alle direttive
venute dall’alto. Lo stesso criterio di scelta per incarichi di lavoro e
di rappresentanza anche molto importanti non era sempre il criterio
della qualità.
Ricordiamo queste cose affinché siano comprensibili le aspre cri­
tiche formulate da Gramsci in alcune delle sue lettere, per stimolare
la formazione di un nuovo gruppo dirigente. Sbaglieremmo, però, se
non dicessimo, anche a questo proposito, che il partito, nel suo com­
plesso, accolse questo indirizzo ideale e pratico con favore. In parte
erano le condizioni oggettive che spingevano alla chiusura settaria
piuttosto che alle vaste azioni politiche e di massa; in parte si tratta­
va ancora una volta di un modo, errato ma forse non evitabile da chi
non era ancora politicamente troppo esperto, di reagire alla confu­
sione e al marasma che erano stati dominanti nel Partito socialista e
da cui ci si voleva liberare una volta per sempre, facendo ricorso ai
rimedi più radicali. Ciò che piu sorprende e deve essere registrato
con attenzione è che finirono per capitolare davanti a una concezio­
ne settaria del partito e della sua funzione anche quei compagni, co­
me Terracini e Togliatti, che accanto a Gramsci e sotto la sua dire­
zione non solo avevano seguito un opposto indirizzo di lavoro, ma
avevano dato un contributo alla elaborazione di ben diverse conce­
zioni e ad esse si erano ispirati nel corso di azioni di notevole rilievo.
Gramsci non taceva le sue critiche. Queste rimasero però a lungo
nell’ambito delle conversazioni personali, non dettero luogo a dibat­
titi nel Comitato centrale, furono espresse in una assemblea della se­
zione comunista torinese soltanto alla vigilia del II Congresso del
partito. Il nucleo assai ristretto di compagni che aveva diretto «L O r­
dine Nuovo» si era, d ’altra parte, disperso, essendosi allontanati da

272
Torino Terracini, subito dopo Livorno, per lavorare nella segreteria
nazionale, Togliatti, alcuni mesi più tardi, per prendere la direzione
del quotidiano «Il Comunista» a Roma, altri per altri motivi. Vi tu
un piano della direzione bordighiana nell’ordinare questi sposta­
menti, allo scopo di impedire la formazione di un gruppo di opposi­
zione, inviando alla fine Gramsci stesso a Mosca dopo i II Con­
gresso, come delegato nell’Esecutivo dell’Ic? E difficile dirlo. La d -
spersione di alcune tra le migliori energie dirigenti in luoghi 1 un dal
l’altro lontani, secondo un piano burocratico imposto dal alto e in
modo che esse risultarono tutte più o meno inadeguate al loro com­
pito venne già osservata da Piero Gobetti come uno dei segni di de­
bolezza e decadimento del movimento comunista in quel peno o .

6 La direzione incominciò a vacillare di fronte a due problemi di


importanza vitale, quello della resistenza organizzata e armata alla
violenza fascista e quello della disciplina alle deliberazioni della
ternazionale comunista. La decisione di non partecipare al movi­
mento degli «Arditi del popolo» che venne presa nei primi mesi de
1921 non appena questo movimento apparve sulla scena po ìtica, u
un serio errore di schematismo settario: i comunisti dovevano avere
le loro formazioni di resistenza e non mescolarsi con gli altri, cioè ri­
nunciare, di fatto, a essere fermento e guida di un grande movimen­
to di massa. Molti furono contrari a questa linea di condotta ma non
lo dissero. Alla base essa venne però largamente ignorata o corretta
nella pratica. Quanto ai rapporti con l’Internazionale, essi incomin­
ciarono a diventare acuti al III Congresso mondiale, quando Terra­
cini a nome della delegazione italiana, intervenne per negare la ne­
cessità della conquista della maggioranza, sostenne la dottrina estre­
mista della «offensiva» di piccoli gruppi per la conquista del potere
e fu violentemente redarguito da Lenin. La politica iniziata da
Congresso, di unità della classe operaia e delle masse lavoratrici, da
raggiungersi con la tattica del fronte unico, urtava contro tutte le
concezioni che nel partito italiano avevano preso il sopravvento. Fu
quindi prima criticata e respinta, poi accettata a denti stretti ritenu­
ta valida, per grande concessione, solo per il movimento sindacale: e
applicata, infine, senza alcuna fiducia nella possibilità di un risulta
273
politico reale, con l’intenzione, più che altro, di farla servire allo
smascheramento dei dirigenti di altre correnti politiche e sindacali,
denunciati come traditori nel momento stesso in cui si chiedeva la
loro collaborazione. Tutto ciò era contraddittorio e non poteva con­
sentire all’azione del partito di dispiegarsi nel modo ampio ed effica­
ce che la situazione avrebbe richiesto. Anche più profondo diventò
il contrasto con la Internazionale quando questa collegò alla lotta
per il fronte unico la rivendicazione di un governo operaio e conta­
dino, da costituirsi sulla base della raggiunta unità di azione con le
masse socialdemocratiche. La parola d’ordine venne usata anche in
Italia, ma senza alcuna convinzione e quindi senza efficacia politica
e propagandistica, come pura frase.
Al II Congresso del partito, che si tenne a Roma nel mese di mar­
zo del 1922, questi nodi incominciarono a venire al pettine e la dire­
zione usci dal congresso con un chiaro insuccesso. Essa aveva pre­
sentato delle «Tesi sulla tattica», in cui era codificata la propria con­
cezione estremista e settaria e veniva dato un errato giudizio della si­
tuazione italiana, escludendosi la possibilità di un colpo di Stato fa­
scista. Gramsci criticò queste tesi, prima nella assemblea della sezio­
ne torinese, poi nella commissione politica del congresso. Ottenne
che venissero alquanto corretti i giudizi sulle prospettive politiche,
ma non portò l’attacco a fondo nell’assemblea plenaria. L’attacco fu
portato dal bulgaro Vassili Kolarov, delegato dellTnternazionale,
con un discorso semplice ma efficacissimo, che scosse il congresso.
La fedeltà alla linea politica dellTnternazionale comunista era ele­
mento costitutivo essenziale della coscienza politica del partito e dei
suoi militanti. Non ci si era separati dai massimalisti e da Serrati, a
Livorno, perché questi avevano respinto la integrale applicazione
delle decisioni della Internazionale? Messi bruscamente di fronte al­
la rivelazione di un contrasto di fondo con le posizioni che erano
state sostenute cosi energicamente dallo stesso Lenin, i delegati, an­
che i più fedeli alla direzione bordighiana, esitarono. Se si fosse pre­
sentata, in quel momento, una seria alternativa, la direzione sarebbe
stata battuta. La via di uscita venne invece trovata in un compro­
messo. Le «Tesi» furono votate, ma al voto venne dato un carattere
soltanto consultivo, di contributo al dibattito di un prossimo con­
274
gresso internazionale e non di approvazione di quella linea politica
per la guida del partito. Si finiva, quindi, con un equivoco, ma con
una direzione di fatto esautorata.
Perché Antonio Gramsci, al Congresso di Roma, non segui un’al­
tra linea di condotta, raccogliendo attorno a sé, con una critica aper­
ta, che Kolarov avrebbe appoggiato, il consenso, che non gli sarebbe
mancato, di una notevole parte del congresso? E questo uno dei que­
siti cui è difficile dare una risposta adeguata. L’argomento che si por­
ta, di solito, per giustificare la sua condotta, è che egli non volle
confondersi con un gruppo di compagni che criticavano sia le «Tesi»
che il settarismo della direzione, ma si collocavano su posizioni di
destra. Il più noto di questi era Angelo Tasca, col quale Gramsci era
stato in dissenso sin dal 1920. Con lui vi era Antonio Graziadei, criti­
co della teoria marxista del valore; vi erano alcuni dirigenti sindacali
e alcuni parlamentari e quadri periferici. Il complesso era molto ete­
rogeneo. Figuravano in esso, tra l’altro, anche dei puri confusionari,
che era difficile prendere sul serio (Bombacci, per esempio). Si può
dire che questo gruppo rappresentasse un vero pericolo di destra?
Lo si può dire in relazione con l’una o l’altra delle affermazioni che si
potevano cogliere nelle critiche di questi compagni e discutendo con
loro: la interpretazione opportunistica della tattica del fronte unico,
la resistenza ai principi di organizzazione del Partito comunista, il ri­
fiuto di una vera disciplina politica, la nostalgia delle forme di parla­
mentarismo che erano state proprie del vecchio partito socialista, la
condanna della organizzazione di difesa e preparazione clandestina e
cosi via, sino alla affermazione che la scissione di Livorno non fosse
stata compiuta nel modo giusto, ma troppo a sinistra. Erano però
tutte posizioni che la stragrande maggioranza del partito respingeva
con sdegno, e appunto questo induce a ritenere che un vero pericolo
di destra, per il partito nel suo complesso, non esisteva e che sarebbe
stato tutt’altro che difficile criticare e respingere in modo deciso il
settarismo e gli errori della direzione senza confondersi con coloro
che questo pericolo rappresentavano. Anzi, una critica condotta su
due fronti avrebbe consentito di recuperare militanti che, non condi­
videndo le posizioni della direzione ma essendo privi di guida, si sco­
raggiavano, oppure si smarrivano per vie traverse.
275
Non si può credere che Gramsci ignorasse che la lotta su due
fronti è regola costante per lo sviluppo del partito della classe ope­
raia, soprattutto in momenti difficili. Si deve quindi ritenere che egli
non vedesse alternative possibili per quanto riguardava la direzione
del partito e in questo non si può dargli torto. Un mutamento non
era maturo. Non era pronto nemmeno il minimo di materiale uma­
no per una nuova guarnitura. Gramsci stesso dichiarò, più tardi,
ch’egli non era al corrente, allora, della vera attività della direzione.
Uno scuotimento troppo forte del vecchio gruppo dirigente, e tanto
più la sua eliminazione, avrebbero avuto in tutto il partito ripercus­
sioni incalcolabili. Lo stesso composito gruppo di destra non offriva
una alternativa: il più capace dei suoi esponenti, che era il Tasca,
non aveva le qualità del dirigente politico per le eccessive sue preoc­
cupazioni intellettualistiche e anche per i problemi di ordine perso­
nale che lo assillavano. Rimane però valida, pure tenendo conto di
tutte queste circostanze, la critica per il fatto che al congresso e do­
po il congresso non vennero presi quel minimo di contatti e di ac­
cordi che, senza dar luogo a una non ammissibile attività di frazione,
avrebbero potuto facilitare, in seguito, la soluzione dei gravi proble­
mi che si presentarono dopo il IV Congresso della Internazionale.
Il Comitato centrale subì, ad ogni modo, un certo rinnovamento.
I componenti vennero ridotti da 15 a 14. Furono lasciati fuori Am­
brogio Belloni, Nicola Bombacci, Francesco Misiano, Giovanni Pa­
rodi (costretto, come il Misiano, a emigrare), Luigi Polano e Anto­
nio Tarsia. I nuovi eletti furono Isidoro Azzario, Vittorio Flecchia,
Leopoldo Gasperini, Ennio Gnudi e Togliatti. Il Comitato esecutivo
rimase, invece, invariato, sia nella composizione che nella ripartizio­
ne dei compiti al suo interno. Gramsci, come già si è accennato, ven­
ne designato a rappresentare il partito italiano nel Comitato esecuti­
vo dell’Ic e lasciò l’Italia, in assai cattive condizioni di salute, pochi
mesi dopo il congresso.

7. Dopo il Congresso di Roma del Partito socialista (ottobre 1922)


la situazione della direzione comunista assunse aspetti che possono
sembrare, oggi, persino paradossali. Il congresso socialista segnò la
vittoria della corrente massimalista di sinistra. Decise di mettere fuo-
276
ri del partito tutti gli «aderenti alla frazione collaborazionista» e
quanti ne approvavano le posizioni, cioè i riformisti (Turati, Mat­
teotti, Modigliani, ecc.). In pari tempo rinnovò l’adesione alla Terza
Internazionale. Non era questa, effettivamente, la rivincita di Livor­
no? A Livorno, proprio sul problema della espulsione dei riformisti
era avvenuta la rottura con Serrati e i comunisti erano rimasti in mi­
noranza. Il mutamento era conseguenza di molte circostanze di fat­
to: l’offensiva fascista aveva sensibilmente ridotto gli effettivi del
Partito socialista, alla base e in esso erano a preferenza rimasti, com’è
naturale, i militanti più attivi e di opinioni più radicali; vi era stata la
assai deludente esperienza, poi, dei tentativi di arginare l’attacco fa­
scista sia con un assurdo «patto di pacificazione», sia con azioni par­
lamentari indecise e incoerenti. Vi erano però anche state la critica e
l’azione dei comunisti, la loro polemica di principio, il loro esempio
di perseverante tenacia nella lotta. Era giusto salutare le decisioni
socialiste di Roma come una vittoria dei comunisti ed era altrettanto
giusto procedere subito, su questa base, a un nuovo esame dei rap­
porti politici col Partito socialista e quindi concludere alla possibi­
lità e necessità di un riavvicinamento e della eventuale fusione. È as­
sai probabile che una parte dei dirigenti socialisti avrebbe respinto
la fusione ad ogni modo, qualunque fosse stata la condotta dei co­
munisti; ma questa è una circostanza che, anziché sconsigliare una
coraggiosa iniziativa, avrebbe dovuto affrettarla, per stabilire subito
il necessario contatto con le masse socialiste che avevano voluto la
svolta operata dal loro congresso.
La posizione dell’esecutivo fu invece, sin dall’inizio, di diffidenza,
di malcontento, di rifiuto di ogni giusta azione politica. «Non vi è
nulla da fare coi massimalisti», fu la sua parola d’ordine. I capi che
si erano spostati a sinistra lo avevano fatto solo per opportunismo,
per non distaccarsi dalle masse. Continuando a batter su di loro co­
me prima, si sarebbe portato a termine questo distacco. Tutta una
concezione tipicamente schematica, lontana dalla realtà. Un breve
commento favorevole alle decisioni socialiste e che accennava, sia
pur da lontano, a una prospettiva di avvicinamento, scritto da To­
gliatti e pubblicato come editoriale del «Comunista», fu disapprova­
to. Il Comitato esecutivo si dichiarò contrario a qualsiasi proposta di
277
awicinamento e di fusione, pur sapendo che questa era la linea che
veniva consigliata dalla Internazionale. Nel Comitato centrale venne
approvato rorientamento del Comitato esecutivo, con la sola riserva
(votata su proposta di Anseimo Marabini e di Togliatti) di non rom­
pere la disciplina della Internazionale, cioè di accettarne, dopo un
dibattito, le proposte.
Era condivisa, dal partito nel suo assieme, la posizione della dire­
zione? Non è facile dirlo ora con precisione. Non si dimentichi che
la violenza armata dei fascisti e dello Stato contro le organizzazioni
dei lavoratori infieriva e aveva fatto stragi. Si era alla vigilia della
marcia su Roma. Si era giunti, dopo lo sciopero generale dell’agosto,
al punto più basso delle capacità di resistenza e di lotta delle masse
lavoratrici. Le condizioni oggettive stringevano anche la più corag­
giosa delle avanguardie in una cerchia sempre più limitata e chiusa.
Le possibilità reali di un’azione di vasto respiro, come avrebbe do­
vuto essere la fusione coi socialisti per non ridursi a una operazione
al vertice, erano assai ridotte. La polemica contro i socialisti era inol­
tre stata condotta con grande asprezza, senza fare sempre la necessa­
ria distinzione tra i dirigenti opportunisti e la base operaia, cosicché
erano stati scavati abissi difficilmente colmabili. La cosa più impor­
tante, però, è che il partito non aveva acquistato, per il modo stesso
com’era stato diretto, la capacità di compiere i movimenti e le svolte
che la situazione richiedeva.
Né si deve disconoscere che la proposta di fusione investiva alcu­
ni temi fondamentali, che nel Partito comunista erano ben lungi dal­
l’essere chiari e persino dal poter essere discussi con serenità. I risul­
tati del Congresso di Livorno, che avevano dato ai comunisti soltan­
to una minoranza, erano da considerarsi un successo o un insucces­
so? E quei risultati erano cosa definitiva, oppure, nello sviluppo del­
la situazione, avrebbero potuto e dovuto essere corretti e modificati,
e in qual modo? È stato ritrovato, e viene ora pubblicato per la pri­
ma volta, il frammento di uno scritto di Gramsci, ove egli afferma
che «la scissione di Livorno (il distacco della maggioranza del prole­
tariato italiano dalla Internazionale comunista) è stata senza dubbio
il più gran trionfo della reazione»3. Il primo commento dell’«Ordine
Nuovo» quotidiano alla scissione (scritto da Togliatti), che, non è un
278
grido di trionfo, ma concentra l’attenzione sulla serietà e gravità dei
nuovi compiti, parte, in sostanza, da un analogo giudizio sull’acca­
duto. Ma cosi non la pensavano certamente gli estremisti della fra­
zione astensionista, per i quali ci si era trovati, a Livorno, anche in
troppi! Dalla posizione di Gramsci discendeva la necessità che l’in­
successo venisse superato, con un’azione politica che spostasse i rap­
porti di forza quali si erano cristallizzati nel gennaio del 1921, esten­
dendo la conquista ideologica e politica a nuovi strati delle masse la­
voratrici. Che cosa avevano fatto, a questo scopo, i comunisti; che
cosa la loro direzione? Molto, senza dubbio. Si erano battuti con co­
raggio ed eroismo contro il nemico di classe. Avevano creato una so­
lida organizzazione di avanguardia. Avevano criticato le debolezze,
le viltà, gli errori degli altri. Avevano capillarmente esteso la loro in­
fluenza. Ma una vera, ampia azione politica, che giungesse a tutte le
masse ponendo in modo nuovo un problema nuovo, quello della
unità di azione contro l’avversario di classe, l’aveva svolta soltanto
l’Internazionale comunista, sviluppando la tattica del fronte unico.
Il gruppo dirigente italiano non aveva neanche compreso appieno il
valore che quella iniziativa politica aveva proprio per l’Italia e per il
partito italiano, dato il modo stesso come questo era sorto. Nel mo­
mento che i rapporti di forza, nel Partito socialista, si spostavano a
nostro favore, questo gruppo era tagliato fuori dalla evoluzione delle
cose, non riusciva ad attribuire a se stesso e al movimento che diri­
geva una grande e nuova funzione per stimolare e condurre a nuovi
risultati positivi un processo politico di importanza tutt’altro che se­
condaria. Il partito non aveva, insomma, chi fosse capace di diriger­
lo in una situazione nuova, che la sua azione stessa aveva contribuito
a creare. Questa era la vera decapitazione politica, che il Partito co­
munista italiano subiva prima ancora che il suo Comitato esecutivo
venisse disgregato e paralizzato dagli arresti e il Comitato centrale
posto nella impossibilità di funzionare.

8. La esposizione fatta sinora ci porta a concludere che era urgen­


te, decisiva per l’avvenire del partito, la formazione di un nuovo
gruppo dirigente. Risulta invece, dal modo come andarono le cose e
in particolare dal carteggio che pubblichiamo, tra Antonio Gramsci
279
e i compagni che sotto la sua guida costituirono il nuovo gruppo,
che il processo della sua costituzione fu lento e faticoso, che subì in­
terruzioni e ritorni addietro.
Vi fu una prima rottura della vecchia direzione durante il IV Con­
gresso dell’Ic, quando la delegazione italiana decise, a grande mag­
gioranza, di approvare le proposte dell’Esecutivo internazionale. A
questa rottura non corrispose però la formazione di un nuovo grup­
po dirigente. Nessuno pensò a prenderne la iniziativa. Il vecchio Co­
mitato esecutivo ritornò in Italia con tutti i suoi poteri, fatta eccezio­
ne per il problema della fusione con i socialisti, che per un comples­
so di motivi non si potè fare. Disgregato dagli arresti il vecchio Co­
mitato esecutivo, le misure per la organizzazione di una nuova se­
greteria ebbero un carattere del tutto transitorio e occasionale. Al
Comitato esecutivo allargato del mese di giugno il disaccordo con la
Internazionale si riaccende, per certi aspetti persino si inasprisce e
sino alla fine del 1923 la nuova direzione, formata per decisione in­
ternazionale, riesce a svolgere un grande lavoro pratico, ma non rie­
sce a consolidarsi interiormente. Si fanno i passi necessari in questa
direzione, finalmente, nei primi mesi del 1924, ma nel mese di giu­
gno di questo anno, quando si apre la crisi Matteotti, se è vero che
un nuovo gruppo dirigente esiste ed è sicuro di sé, altrettanto è vero
che esso non è ancora riuscito a conquistare la fiducia di tutto il par­
tito, il che è condizione indispensabile perché di una nuova direzio­
ne si possa parlare. Alla Conferenza nazionale di Como (maggio
1924), il Comitato centrale è ormai conquistato, nella sua maggio­
ranza, a un nuovo indirizzo politico, ma ha contro di sé la maggio­
ranza dei delegati delle federazioni. Si può attribuire la responsabi­
lità di questo fatto al modo come venne impostata, preparata e con­
dotta la conferenza, ma tutto ciò, che potrà essere studiato ed espo­
sto altra volta in modo analitico, non fu che Tultimo momento del
lungo e faticoso processo di cui sopra parlavamo.
Un affrettato giudizio negativo non sarebbe, però, storicamente
giusto. Io ritengo sia un grave errore, nell’esporre la storia del movi­
mento operaio e particolarmente del partito nel quale si milita e di
cui si è stati e si è dirigenti, sostenere e sforzarsi di dimostrare che
questo partito e la sua direzione si siano sempre mossi bene, nel mi­
280
gliore dei modi possibili. Si finisce, in questo modo, con la rappre­
sentazione di una ininterrotta processione trionfale. Ed è una rap­
presentazione falsa, lontana dalla realtà e da essa contraddetta. Nes­
suno dei partiti operai e comunisti ha avuto alla sua testa un Lenin,
come lo ebbero i bolscevichi. Si esercitarono sopra di essi influenze
diverse, provenienti, oltre che dall’esempio rivoluzionario russo, dal­
la tradizione, dall’esperienza del movimento operaio dei singoli pae­
si, da molteplici pressioni provenienti dall’ambiente sociale e dalle
circostanze stesse della evoluzione economica e politica. La linea
giusta venne probabilmente sempre cercata con l’animo e con la buo­
na fede del combattente. Ma la soluzione giusta venne trovata sol­
tanto attraverso l’esperienza propria, il che vuol dire attraverso esi­
tazioni e dibattiti, nonché commettendo errori, seguendo talora in­
dirizzi non giusti o non rispondenti, in concreto, alle situazioni e ai
compiti ad esse adeguati. La storia del nostro movimento diventa
cosa vivente e ricca di insegnamenti solo quando ci dice quali cose
realmente sono accadute e come sono accadute, ma ciò essa può fa­
re solo se ci espone e fa comprendere questo processo. Un partito
che voglia essere o diventare un vero partito della classe operaia, con
carattere di massa, non ha mai, d’altra parte, una vita interiore la
quale possa essere priva di contatto e legame con gli spostamenti
che si compiono nelle masse lavoratrici e con i processi di coscienza
che li accompagnano. Anche le esitazioni e gli errori, quindi, non
possono essere veduti soltanto come espressioni di inadeguatezza
ideale, incomprensione, incapacità o peggio. Anche in essi bisogna
saper scorgere l’espressione di una situazione particolare, di un grup­
po di problemi non ancora risolti, di una esigenza non soddisfatta a
tempo nel modo dovuto e che pesa su tutti i successivi sviluppi.
Perché vi fu tanta esitazione, cosi in Gramsci come in Scoccimar-
ro, Terracini, Togliatti e gli altri, nel parlare crudamente della neces­
sità di dare al partito nuovi indirizzi e una direzione nuova, anche
quando di fatto essi stavano già attuando il necessario mutamento?
Abbiamo già parlato, a proposito del II Congresso, del gruppo mi­
noritario di destra, di ciò che esso era e della misura in cui poteva
costituire un reale pericolo di deviazione e disgregazione di tutto il
partito. Dal complesso del carteggio che oggi si pubblica risulta che
281
il timore di questo pericolo continuò a essere presente e agi sino al
l’ultimo come freno a uno spostamento più rapido e più deciso. Nel
giugno del 1923, anzi, il gruppo minoritario fece una mossa assai pe­
ricolosa, rivendicando per sé, davanti aH’Internazionale, la direzio­
ne. La richiesta non fu accolta, ma nel dibattito provocato da essa e,
contemporaneamente, dal fallimento del tentativo di fusione col Par­
tito socialista, erano stati avanzati argomenti, falsi in linea di fatto,
che esasperavano e respingevano tutti i compagni i quali erano stati
partecipi, in un modo o nell’altro, della vecchia direzione. Tale, per
esempio, l’affermazione che ricadesse sui comunisti la responsabilità
per l’avvento del fascismo. Non solo era un’affermazione sbagliata,
ma tale che rimetteva in discussione, se si fosse dovuto scoprirne il
vero significato, persino la legittimità e necessità della scissione di
Livorno. Come meravigliarsi, di fronte a ciò, della asprezza con la
quale reagirono uomini che con tanta convinzione e tanta passione
avevano percorso il cammino del movimento operaio italiano nel do­
poguerra? Rimane aperta, però, la stessa questione che abbiamo po­
sto a proposito della condotta di Gramsci al congresso comunista di
Roma. Il gruppo minoritario, a parte il temporaneo successo del
1923, che gli apri l’accesso agli organi dirigenti del partito, era vera­
mente un coacervo di aspirazioni informi, incoerenti, spesso con­
traddittorie. Si veda il caso di Bombacci, demagogo senza principi,
che di fronte all’avvicinamento diplomatico alla Unione Sovietica
voluto da Mussolini, incomincia a vaneggiare parlando di «due rivo­
luzioni» che si incontrano. Oppure si abbia presente il caso del de­
putato Ambrogio Belloni, di Alessandria. Era comunista di tempra
ben diversa dal Bombacci e rimase nel partito sino alla morte. Ma in
due articoli da lui scritti sul «Lavoratore» di Trieste (del 21 e 23 mar­
zo 1923) e che nel carteggio che pubblichiamo sono ricordati tanto
da Gramsci quanto da Scoccimarro, vi è una grande confusione: lo
smantellamento dell’economia di guerra nei paesi capitalisti è posto
su un piano con la fine del comunismo di guerra in Russia, ecc. ecc.
Era senza dubbio giusto il giudizio che si dava di questo gruppo, ma
appunto perché questo giudizio corrispondeva alla realtà, erano as­
sai ridotte le proporzioni del pericolo che esso rappresentava, di
fronte a un partito che, nella sua grande maggioranza, proprio gli
282
esponenti di quel gruppo non voleva vedere alla propria testa. Gli
stessi dirigenti dell’Internazionale lo comprendevano e, anche nei
momenti di più grave contrasto, furono assai prudenti nel muoversi
in quella direzione.
Un discorso alquanto diverso devesi fare, invece, per quanto ri­
guarda l’orientamento e lo stato d’animo prevalenti, in quel periodo,
nella massa degli aderenti al partito. È presto fatto, ed è anche giu­
sto, rilevare che quell’orientamento e quello stato d’animo erano la
conseguenza di determinati indirizzi errati e di determinati errori
politici concreti; ma nel muoversi per aprire a tutto l’organismo, nel
suo complesso, una nuova strada, si doveva o non si doveva tenerne
conto? Pensare che Serrati tornasse a essere un dirigente del partito,
era cosa a cui la maggioranza dei compagni, alla fine del 1922, non
poteva abituarsi. E cosi molte altre cose. La stessa forza del pensiero
politico di Antonio Gramsci e le sue capacità di dirigente, erano co­
nosciute solo da chi gli era stato più vicino. Non parliamo di molti
altri, che erano stati visti nella parte di fedeli esecutori e come tali
considerati, ma niente di più. Non si può non essere colpiti dal con­
trasto che emerge tra le posizioni nuove, giuste, dettate da una acuta
percezione del presente e dell’avvenire, che sono esposte da Gram­
sci, nelle sue lettere, in modo via via sempre più chiaro, e il continuo
ricadere degli altri compagni in una cerchia di problemi più ristret­
ta, dove il passato incombe ancora, col peso di considerazioni che
tarpano le ali alla creazione politica. Non vi è dubbio che in questa
cerchia si muoveva ancora la massa degli iscritti e dei loro quadri, e
dalla base quindi, come si direbbe ora, veniva, in sostanza, il freno a
un movimento più rapido.
È vano chiedersi, oggi, se un’azione di rottura, iniziata in questo
o quel momento preciso, avrebbe potuto avere questi o quei risulta­
ti, più o meno favorevoli. Si deve invece concludere che nella vita di
un partito esiste sempre un momento di inerzia. Quando prevale
una concezione settaria, questo momento di inerzia ha un valore
massimo, e il suo peso è tanto più grande quanto meno il partito è
stato abituato al dibattito interno, alla elaborazione collettiva della
sua politica e delle sue iniziative, alla partecipazione del maggior nu­
mero possibile dei suoi militanti a questa elaborazione. Ebbene, que­
283
sto era proprio il caso del Partito comunista italiano dopo i primi
due, tre anni della sua esistenza. Coloro che volevano metterlo sopra
una via più giusta, dovevano liberare se stessi da una malattia che
era di tutto [’organismo.

9. Antonio Gramsci, prima di tutti e più di tutti, da questa malat­


tia si era totalmente liberato. E difficile affermare, anzi, che egli ne
avesse sofferto. La sua spiegazione della condotta che dovette tenere
al IV Congresso dell’Ic dà veramente il quadro di uno «stato di ne­
cessità», di rapporti politici e di organizzazione che era difficile pre­
tendere venissero dominati e cambiati dalla iniziativa di uno solo,
per quanto capace e coraggioso egli fosse. Ciò che si deve sottolinea­
re, ciò che costituisce il merito di Gramsci e mostra come egli, quale
promotore del nuovo gruppo dirigente, non fosse sostituibile, è il
metodo ch’egli segue nel dibattito, richiamando gli altri compagni
alla corretta applicazione dei principi del marxismo, alla compren­
sione della situazione oggettiva e, in essa, dei nuovi rapporti di clas­
se e politici e dei nuovi avvenimenti che stavano maturando. Solo
questo metodo consentiva di superare senza residui tutte le esitazio­
ni, uscire dall’ambito ristretto della pura problematica organizzativa,
delle ingiustificate paure, delle più o meno valide tradizioni di grup­
po, delle questioni di prestigio o personali, e imboccare la grande
strada della ripresa di una azione politica.
Si era all’inizio di un nuovo periodo nello sviluppo della situazio­
ne. I problemi dell’immediato dopoguerra stavano per essere supe­
rati. Rimaneva incrollabile la grande conquista della Rivoluzione
d’ottobre, punto di partenza di una lunga e non sempre facile co­
struzione di un nuovo ordinamento sociale, ma negli altri Stati euro­
pei le ondate del movimento rivoluzionario si stavano esaurendo.
Nel 1923 si ebbe, in Germania, l’ultima lotta diretta per il potere. Le
più gravi conseguenze economiche dello sconvolgimento bellico in
alcuni paesi erano già superate. Continuavano a esistere profonde
contraddizioni interne e contrasti gravi fra Stato e Stato, ma i gruppi
dirigenti borghesi pensavano di poter far fronte a queste difficoltà
con metodi nuovi, da un lato con l’aperta violenza fascista, dall’altro
con il ricorso al sostegno della socialdemocrazia, che accedeva al po­
284
tere con funzioni di partito di governo dichiarando di avere inten­
zioni riformatrici. Le avanguardie rivoluzionarie correvano il rischio
di rimanere isolate e tagliate fuori, ove non avessero saputo com­
prendere la situazione nuova, rinnovare il loro collegamento con le
masse ed estenderlo, nelle condizioni di lotte che non avevano più la
prospettiva vicina della conquista del potere. Si passava - per usare
l’espressione di Gramsci - da una battaglia di movimento a una guer­
ra di posizione. La suprema assise del movimento comunista, il Con­
gresso dell’Internazionale, definì nell’estate del 1924 questa nuova
situazione, chiamandola di relativa stabilizzazione del capitalismo, e
nello stesso senso si muoveva e concludeva l’analisi di Gramsci. In
questa nuova prospettiva, tutto l’orientamento che il partito italiano
aveva avuto sino ad allora doveva essere riveduto.
Anche per l’Italia, era prevedibile, ed è affermato in modo aperto
in queste lettere, alcune delle quali scritte pochi mesi dopo la marcia
su Roma, che si stesse per aprire una fase nuova.
Gramsci giungeva a questa conclusione indagando la natura del
movimento fascista. Com’è noto, la posizione ufficiale della direzio­
ne comunista era stata di ridurre il fascismo a un semplice fatto in­
terno della classe dirigente borghese e il suo avvento al potere, quin­
di, ove vi fosse stato, a una rotazione di gruppi non sostanzialmente
diversi l’uno dall’altro. La classe operaia e il suo partito dovevano
respingere la violenza dei fascisti, difendersi, attaccarli, se era possi­
bile, per schiacciarli, ma non potevano fare distinzione tra i differen­
ti gruppi che si contendevano il potere. Non vi era possibilità di «col­
po di Stato», perché la natura dello Stato non sarebbe cambiata.
Questa concezione era sbagliata, ma un attento studio della pubbli-
cistica di quel tempo rivelerebbe ch’essa era comune alla maggior
parte della opinione politica, da Giolitti ai socialisti. L’attenzione di
Gramsci si rivolgeva invece al contenuto di classe del movimento fa­
scista. Non negava che esso fosse uno strumento di aperta repressio­
ne nelle mani della borghesia capitalistica, anzi, fin dal 1920 aveva
preveduto che questa borghesia avrebbe fatto ricorso a qualsiasi mez­
zo, e prima di tutto alla violenza armata e alle spietate persecuzioni,
per distruggere tutte le conquiste operaie e democratiche e ridurre il
proletariato e le masse lavoratrici a una condizione servile. Il movi-
285
mento fascista, però, era sorto da uno spostamento e dall’attività di
determinati gruppi sociali, tanto nelle campagne quanto nelle città, e
questi non erano omogenei tra di loro, né erano omogenei con i vec­
chi gruppi dominanti. Si aprivano quindi nella società italiana nuove
contraddizioni e le stesse truppe d ’assalto della reazione venivano
lacerate da contrasti interni non privi di importanza nazionale. A
questa indagine di classe, e quindi alla ricerca delle posizioni pro­
grammatiche e tendenze politiche che sorgevano dalle file delle se­
zioni fasciste urbane e dello squadrismo rurale, Gramsci si era dedi­
cato - e aveva avviato Togliatti - nell’ultimo periodo della loro diret­
ta collaborazione, cioè nei primi mesi del 1921. Togliatti aveva pro­
seguito il lavoro, in vista del IV Congresso dell’Internazionale, al
quale avrebbe dovuto presentare un rapporto sull’argomento. Non
essendosi egli recato al congresso, è da credere che i materiali da lui
preparati siano andati perduti. Il rapporto venne fatto, secondo una
linea diversa, prevalentemente narrativa, dallo stesso Bordiga. Dai
documenti che ora pubblichiamo risulta come Gramsci tendesse a
considerare il fascismo un tentativo della borghesia agraria di affer­
marsi nello Stato italiano come forza indipendente, alleata ai grandi
proprietari contro i contadini e contro gli operai. Ciò portava, ten­
denzialmente, a un distacco dalla piccola borghesia urbana, che ave­
va costituito il primo movimento fascista, e rendeva particolarmente
acuti i rapporti tra il fascismo e il Partito popolare (cattolico), che
aveva cercato, nel primo dopoguerra, di fare attorno a sé l’unità di
tutti gli strati possidenti della campagna.
Si può oggi discutere della misura nella quale queste analisi e con­
clusioni erano giuste. Giusto era l’indirizzo della ricerca, che Gram­
sci proseguiva per definire con esattezza le posizioni dei diversi grup­
pi dirigenti borghesi, i motivi che li avevano spinti a favorire la mar­
cia su Roma e i motivi che potevano spingerli, dopo la marcia su Ro­
ma, a non vedere più con soverchia simpatia il governo fascista. Era
quindi evitato il più grave errore che allora si potesse compiere e che
consisteva nel credere che l’avvento al potere di Mussolini e delle ca­
micie nere escludesse qualsiasi prospettiva di vasti movimenti politi­
ci e di massa. Da un lato diventava insistente la ricerca anche dei più
piccoli inizi o germi di una opposizione che sorgesse dal basso (ex

286
combattenti, dannunziani, cattolici di sinistra, regionalisti, sardisti,
ecc.); d’altro lato non era esclusa, anzi, ritenuta probabile una rottu­
ra ai vertici che spingesse una parte della stessa borghesia a liberarsi
dal legame col fascismo. Veniva avanzata, in questo modo, l’ipotesi
concreta di una prospettiva democratica, che il movimento operaio e
il Partito comunista dovevano essere in grado di affrontare.
Non vogliamo ora esaminare se, nei mesi e anni che seguirono, il
Partito comunista seppe proseguire per il cammino che da questa
indagine gli veniva aperto. Certo è che la previsione di un nuovo pe­
riodo di acuta crisi politica e di lotte aperte venne confermata dai
fatti e altrettanto certo che quando questo periodo si apri, dopo l’as­
sassinio di Giacomo Matteotti, la direzione del Partito comunista
aveva già rotto la crosta dei vecchi schemi settari ed era pronta ad
azioni di ampio respiro. Non è in nostro possesso, purtroppo, lo
scritto di Gramsci, del gennaio 1924, nel quale egli proponeva che il
quotidiano di cui si stavano per riprendere le pubblicazioni non si
chiamasse più né il «Il Comunista», né «L’Ordine Nuovo», ma «l’U­
nità». Egli giustificava questo titolo partendo non tanto e non solo
dagli obiettivi unitari che dovevano ispirare la nostra azione in seno
alla classe operaia e alle masse lavoratrici, quanto dalla sua visione
della funzione nazionale che spettava al proletariato per dare al no­
stro paese quella interiore costruzione unitaria che le classi capitali­
stiche non avevano saputo dare, perché avevano considerato il Mez­
zogiorno come terra di conquista e sfruttamento. È di questo perio­
do lo sviluppo della sua intuizione strategica dell’alleanza tra l’ope­
raio delle zone industriali avanzate e la grande massa della popola­
zione povera e disagiata del Mezzogiorno nella lotta per abbattere il
dominio del grande capitale e rinnovare tutta la società italiana. La
intuizione verrà ampiamente sviluppata, in preparazione del III Con­
gresso del Partito comunista, come ricerca e determinazione delle
forze motrici della rivoluzione socialista in Italia, ma fin dall’inizio
del 1924 Gramsci ne ricava le più interessanti conseguenze tattiche
e politiche, sino a stabilire la solidarietà con i movimenti autonomi­
sti che allora sorgevano nelle regioni meridionali e prevedere una
particolare struttura del potere in uno Stato operaio e contadino,

287
per dare a questi movimenti la necessaria soddisfazione e fondare su
nuove basi democratiche l’unità del paese.
L’analisi che Gramsci in questo modo compiva e le indicazioni di
lavoro che egli forniva, uscivano completamente dall’ambito entro il
quale sino allora anche i più capaci dei dirigenti del partito si erano
mossi, approfondivano i problemi della storia, delle strutture e delle
sovrastrutture della società italiana e lo facevano con un metodo
marxista rigoroso, da cui soltanto poteva discendere una conseguen­
te nuova azione tra le masse. Gramsci dava in questo modo l’esem­
pio di quella ricerca e creazione politica, che ciascun Partito comu­
nista deve saper compiere in modo autonomo, per potersi sviluppa­
re, e che invece aveva constatato ed affermava apertamente che non
erano esistite, nei primi anni di vita della Terza Internazionale, il che
aveva impedito che più grandi successi si potessero conquistare.

Note

1 Antonio Gram sci, S c r itti g io v a n ili, Torino, Einaudi, 1958, pp. 3-7 [id., N e u tr a lità a t ­
tiv a e o p e ran te, ora in id., C ro n ac h e to rin e si 1 9 1 3 -1 9 1 7 , cit., pp. 10-15].
2 Piero Gobetti, L a riv o lu zio n e lib e ra le , Bologna, 1924, p. 98.
3 Tre fr a m m e n ti d i G r a m sc i, in Paimiro Togliatti, L a fo r m a z io n e d e l g ru p p o d irig e n te d e l
P a rtito c o m u n ista ita lia n o n e l 1 9 2 3 -1 9 2 4 , Roma, Editori Riuniti, 1962, p. 102.

288
Gramsci e la legge contro la massoneria
[1962]

Il discorso che pubblichiamo venne pronunciato da Antonio


Gramsci nella seduta della Camera dei deputati del 16 maggio 1925,
discutendosi il disegno di legge presentato dal governo fascista per
«disciplinare l’attività delle associazioni, enti e istituti, e l’apparte­
nenza ad essi dei pubblici impiegati». Senza che fosse esplicitamente
nominata, si voleva colpire la massoneria, come era spiegato nella
stessa relazione ministeriale. Presentatori erano lo stesso Presidente
del Consiglio, Benito Mussolini e il ministro della Giustizia, Alfredo
Rocco. La relazione alla Camera era firmata da Emilio Bodrero e il
dibattito venne aperto da Gioacchino Volpe. Vi erano due articoli. Il
primo sanciva per tutte le associazioni ecc. esistenti nel Regno (e nel­
le colonie, aggiunse la Camera) l’obbligo della comunicazione dell’e­
lenco degli iscritti, oltre che dell’atto costitutivo, statuti, ecc., tutte le
volte che ne venissero richiesti dalle autorità di Ps, con sanzioni pe­
nali (tre mesi di detenzione e una multa) per chi si rifiutasse e per
chi facesse dichiarazioni false (sino a un anno di reclusione e multa
più grave). Il secondo articolo ingiungeva a tutti i funzionari e im­
piegati dello Stato, di enti locali e parastatali di non essere iscritti ad
associazioni segrete, pena la cacciata dal lavoro (destituzione, licen­
ziamento o altro). Nel secondo articolo, la commissione parlamenta­
re aveva aggiunto - al testo governativo - il divieto di qualsiasi orga­
nizzazione operante anche solo in parte in modo clandestino od oc­
culto o i cui soci fossero comunque vincolati dal segreto (si prevede­
va lo scioglimento d’autorità, con sanzioni penali, ma questa esten­
289
sione non venne accettata dal governo). Altri emendamenti, privi di
valore sostanziale, vennero presentati nel dibattito sugli articoli, ma
per lo piu respinti.
Il dibattito, che si svolse in una sola seduta (nella successiva si di­
scusse il testo degli articoli) fu singolare. L’intervento di Gramsci
emerge in esso come cosa veramente eccezionale, per la profondità
dell’analisi storica e politica, la serenità della esposizione oggettiva,
il rigore delle conclusioni e l’animo rivoluzionario che lo ispira.
Gramsci stesso riconosce, in una delle lettere che ora abbiamo pub­
blicato, di essersi lasciato trascinare dalle interruzioni a una polemi­
ca frammentaria. In realtà il filo dell’argomentazione non si perde
mai nemmeno nelle ultime battute, quando è evidente che attorno a
lui, con la sua voce esile e la persona sofferente, si era stretto il cer­
chio dei deputati fascisti, manigoldi pronti a qualsiasi violenza. Nel­
l’archivio della Camera non vengono conservati, oltre un certo tem­
po, determinato dalla capacità di certi armadi, gli originali del reso­
conto stenografico, con le correzioni degli autori. Non è quindi pos­
sibile stabilire se Gramsci corresse tutto il testo, se gli interruttori
corressero le loro interruzioni e perché il finale è una frase staccata,
di cui però si comprende come facesse parte di una chiara invettiva
antifascista. Sappiamo però che tra gli stenografi della Camera dove­
va ancora esservi, nel 1925, un simpatizzante comunista e se la frase
finale non venne raccolta è perché davvero il chiasso fatto dai fasci­
sti impedì di raccoglierla.
A confronto con Gramsci, due dei luminari della intellettualità
italiana d’allora, Gioacchino Volpe ed Emilio Bodrero, appaiono co­
me miserabili figure di vili servitori del fascismo. Gioacchino Volpe
si dà le arie dello storico, fornendo, nel modo più superficiale e ten­
denzioso, però, gli argomenti che poi verranno ripresi da parecchi
altri. Ricorda il fiorire della massoneria in Italia nel periodo napo­
leonico, il successivo decadere, il risorgere dopo il ’60, senza affron­
tare il tema delle ragioni di questa vicenda. Si ricollega quindi in mo­
do diretto alle campagne antidemocratiche condotte dopo il ’900
dalla filosofia idealistica e dal nazionalismo, ricordando il referen­
dum contro la massoneria fatto nel 1913 dall’«Idea nazionale». La
massoneria rappresenta, per lui, l’equivoco politico, la degenerazio­
290
ne della vita pubblica, il confusionismo delle idee, le sopravvivenze
di illuminismo e di ideologie settecentesche, il pacifismo spappolato,
l’internazionalismo, la disorganizzazione dello Stato, il vecchio e va­
cuo anticlericalismo e, infine, l’intrigo e la camorra. Il repertorio fa­
scista è completo. Alla fine, il Volpe raccomanda di non spingere la
lotta troppo oltre per «non incrinare l’unità antimassonica» e non
dare ai massoni, perseguitandoli, una «vitalità segreta». Non accetta,
quindi, l’emendamento che chiede non solo la denuncia, ma anche
lo scioglimento delle associazioni segrete. E un classico esempio di
duplice viltà e di abiezione totale.
Emilio Bodrero, che interviene come relatore, è a un livello anche
più basso. Egli accetta anche gli emendamenti; ma la legge, per lui, è
legge di libertà! E con queste parole, che citiamo testualmente, lo di­
mostra: «La libertà è zoologia. La libertà non è nulla, è qualche cosa
di vuoto di contenuto. Non c’è niente dentro. Ma questa libertà, che
è condizione esteriore, bisogna riempirla con qualche cosa. E allora
questa libertà non è più libertà, diventa [...] l’autorità dello Stato»,
che «rende un servigio alla libertà» con leggi repressive. Effettiva­
mente, vi è da chiedersi come mai un figuro che diceva cose siffatte
potè essere considerato un grande intellettuale e un «maestro»!
Una posizione a parte assume Massimo Rocca. E stato espulso dal
partito un anno prima, ma si vanta di essere un fascista del 1921 e
che sono gli altri che hanno cambiato, non lui. E contro la massone­
ria nell’esercito, ma esprime disprezzo per la burocrazia statale, di­
ventata tutta fascista dopo la marcia su Roma. E alla legge fa esplici­
te riserve e si oppone. Essa esprime la mentalità non di chi vuol di­
fendere lo Stato, ma solo di chi si vuol vendicare. Essa potrà essere
invocata per sciogliere anche associazioni non segrete. E del resto, i
gesuiti non sono forse una società segreta? La realtà è che il fasci­
smo è diventato reazionario, e la legge può solo render più grave la
reazione. Si scatenano quindi i fascisti contro di lui, ma in modo as­
sai strano. Gli ricordano non si capisce bene qual somma, da lui car­
pita, di 200 mila lire, un’altra di 15 mila, rapporti tenebrosi con l’af­
farista Carlo Bazzi e si finisce in un tumulto.
Una posizione a parte, ma equivoca e vile anch’essa, hanno due
esponenti clericali del partito popolare, Egilberto Martire e Cavazzoni,
291
usciti dall’Aventino e già condannati per la loro adesione al fasci­
smo. Entrambi attaccano la massoneria, pur riconoscendo (il Marti­
re) che essa ebbe dopo il ’60 una funzione positiva per la formazio­
ne unitaria dello Stato, ma degenerò dopo la vittoria delle sinistre. Si
tratta quindi ora di liberare lo Stato dalle strutture e soprastrutture
che in certi momenti possono essere state di una certa utilità. En­
trambi, s’intende, prendono le difese dei gesuiti e di tutti gli ordini
religiosi, fanno qualche riserva sulle formulazioni che possono con­
sentire di applicare la legge a qualsiasi associazione, ma l’approvano,
affermando persino che si tratta di un atto che è imposto... «dalla
guerra e dalla vittoria».
Alfredo Rocco e Mussolini, che intervengono dopo Gramsci, non
accettano però di scendere sul terreno di una profonda analisi poli­
tica. Rocco è brutale: trova la legge modesta, dice che i massoni non
sono più di 20 mila e costruisce tutto il suo intervento sul concetto
che non vi è diritto senza limiti e senza condizioni. Lo Stato si difen­
de. Questa difesa è un episodio della lotta dello Stato nazionale con­
tro le forze di disorganizzazione che erano nel suo seno: il fascismo,
che guida questa lotta, è una fase di ricostruzione dello Stato moder­
no, ecc. ecc.
Mussolini si limita, ricordando il congresso socialista di Ancona,
a vantare la sua «fondamentale coerenza»; riconosce che la massone­
ria non è una montagna, ma una vescica; subito però aggiunge che
base di questa legge è che bisogna fare il massimo del bene agli ami­
ci e il massimo dei mali ai nemici, come disse Socrate; che la miglior
difesa è l’offesa e conclude col solito disgusto per la vecchia Italia
«dominata da uomini mediocri che diventavano imponenti sempli­
cemente perché appartenevano alla massoneria».
Nel breve discorso di Mussolini vi è però una battuta che fa ri­
flettere, ove egli afferma che con questa legge il fascismo andava
«contro corrente». Che cosa voleva egli dire con questa espressione?
Se ne ebbe la dimostrazione subito dopo il suo intervento. Venne in­
detta, infatti, la votazione per il passaggio alla discussione degli arti­
coli, ma nella votazione invocò il numero legale ! E un episodio igno­
rato dagli storici del fascismo, ma che esprime molte cose. Un folto
gruppo di deputati, forse massoni perché provenienti dai vecchi
292
gruppi giolittiani, forse massoni anche se fascisti, si era squagliato e
la discussione si arenò.
All’inizio della seduta successiva si ebbe l’ammenda. Spettacolo
umiliante, anche questo! Ventotto deputati presero la parola sul pro­
cesso verbale, per giustificare, con i motivi più diversi, la loro assen­
za, dichiarandosi a favore della legge e aggiungendo, alcuni, le più
retoriche sparate, sino all’invocazione (da parte di Paolucci) di «Dio,
Patria e Re»! Coloro che in questo modo intervennero furono, pre­
cisamente, i seguenti: Acerbo, De Capitani D ’Arzago, Ernesto Bello-
ni, Guglielmi, Messedaglia, Valeri, Pellizzari, Starace, Romanini, Al-
bicini, Pedrazzi, Colucci, Schirone, Sanna, Raggio, Perna, Cavalieri,
Marzotto, Paolucci, Tosi, Lantini, Pennavaria, Rotigliano, Pisenti,
La Bella, Suvich, Bottai e Salvi. La legge venne votata alla fine della
seduta successiva, e approvata con 289 voti su 293 presenti e 4 voti
contrari. I comunisti non presero parte al voto. Essi si limitarono,
durante tutto il periodo aventiniano, agli interventi per denunciare
la politica del fascismo, ma sabotarono tutto il resto del lavoro par­
lamentare.
Il dibattito fu quindi, per quanto riguarda i partiti governativi e il
governo fascista, qualcosa di esemplarmente basso, umiliante per l’i­
stituto parlamentare, sino alla volgarità. Si ebbe persino la barzellet­
ta di Lanfranconi, il quale volle ammonire, a un certo punto, che un
funzionario di Ps avrebbe potuto scambiare anche il telefono con
una società segreta, perché non risponde mai! In questo ambiente di
viltà e abiezione, tanto più grande emerge la figura, la voce, il pen­
siero del nostro Antonio Gramsci.
I motivi della sua esposizione possono essere trovati, frammenta­
riamente, in numerosi articoli nei quali ripetute volte egli aveva af­
frontato il tema della formazione storica dello Stato italiano nei dif­
ferenti momenti del suo sviluppo. Abituale era, già nel vecchio grup­
po dell’«Ordine Nuovo», la considerazione della massoneria come
vero partito di governo della borghesia italiana, nel periodo giolittia-
no e prima. Nella massoneria trovarono la loro unità i diversi gruppi
e gruppetti e i singoli componenti le maggioranze parlamentari. At­
traverso di essa si stabiliva un legame di fatto tra chi governava e chi
stava, nei voti parlamentari, alla opposizione. Era quindi giusto ve­
293
dere nelle misure contro la massoneria un mutamento radicale di in­
dirizzo, cioè il primo atto reale della «rivoluzione fascista». Ma nel
discorso l’analisi si allarga sino a tracciare una linea di sviluppo at­
traverso i contrasti che avevano diviso il mondo borghese e stabilire
una prospettiva rivoluzionaria. Abbiamo cosi ciò che si può conside­
rare un primo abbozzo, qua e là non ancora finito nei particolari,
della sintesi storica che in modo magistrale sarà espressa nel capola­
voro politico di Antonio Gramsci, lo scritto sulla Quistione meridio­
nale. Risulta del resto, dalle stesse lettere recentemente pubblicate,
che mesi prima dell’arresto già Gramsci lavorava a quello scritto, il
cui punto di partenza fu forse precisamente questo intervento parla­
mentare.
Si prestano a particolari riflessioni e anche a discussione le affer­
mazioni relative alla definizione del f ascismo. Gramsci insiste nel sot­
tolineare la importanza decisiva del fattore proveniente dalle campa­
gne. In un frammento trovato di recente, pubblicato negli Annali
Feltrinelli (III, 1960, p. 433) e che risale al 1923, egli già osservava
che il fascismo «tende a diventare un movimento integrale, di una
nuova classe, che nello Stato italiano non è mai stata indipendente: la
borghesia agraria, alleata ai grandi proprietari, contro i contadini e
contro gli operai»1. Nello stesso periodo egli aveva concentrato l’at­
tenzione sul contrasto, spesso manifestatosi in forme aperte, tra il fa­
scismo rurale e quello urbano. Ora egli individua in una spinta venu­
ta dalle campagne l’elemento di brutale violenza manifestatosi nel
complesso del movimento fascista. Storicamente l’osservazione è giu­
sta, per quanto riguarda le varie fasi della guerra civile. Milano e To­
rino vennero espugnate dopo l’Emilia e la Toscana. Non sarebbe
però giusto ritenere che alle stesse manifestazioni di violenza del fa­
scismo rurale fosse estranea la grande borghesia industriale, i cui di­
rigenti comprendevano che il grande movimento popolare e sociali­
sta italiano più facilmente poteva venire stroncato con un’offensiva
armata che partisse dalle campagne. Gramsci questo lo sapeva benis­
simo. La sua analisi tende dunque a indagare e mettere in evidenza
le posizioni di classe che erano confluite nel nuovo blocco di potere,
costituitosi attorno al fascismo. Vi è in esso una spinta a ricerche ap­
profondite, che dovrebbero portare a una più esatta comprensione
294
delle radici della politica economica fascista (quota 90, protezioni­
smo granario, autarchia) e che non sono ancora state compiute.
Si può aggiungere che nel momento in cui il dibattito aveva luogo
e in tutto il periodo aventiniano, la borghesia industriale e i suoi
esponenti avevano mantenuto e rafforzato il loro blocco attorno al
regime fascista, spinti a questo dalla stessa congiuntura favorevole, a
creare la quale non poco aveva contribuito lo stroncamento del mo­
vimento sindacale. Questa adesione della vera classe dirigente italia­
na venne politicamente espressa, e in modo molto chiaro, dal Partito
liberale, mentre venne trascurata dai partiti del blocco aventiniano.
Anche nel Partito comunista l’analisi dei motivi per i quali la grande
borghesia non accennò, dopo il delitto Matteotti, a staccarsi dal fa­
scismo, non venne allora approfondita. La conseguenza fu che si
considerò possibile, per un certo periodo, non già una dislocazione
del blocco di potere fascista, ma la integrazione di esso con gruppi
provenienti dai partiti intermedi di piccola e media borghesia, il che
invece non avvenne. Anche nel rapporto fatto da Gramsci al Comi­
tato centrale nell’agosto del 1924 vi è qualcosa di questo sbaglio e la
prospettiva che ne risulta non è quindi del tutto esatta. Si tenga però
presente che il corso degli avvenimenti fu determinato, in modo de­
cisivo, dalla violenta riscossa fascista, diretta proprio dagli esponenti
del fascismo rurale, con Grandi e Farinacci alla testa. Le cose che
Gramsci dice nel suo intervento alla Camera sono quindi da consi­
derare alla luce di quella situazione, e in essa acquistano quel rilievo
politico e storico che fa di esse uno dei piu importanti documenti
politici di quel periodo.

Note

1 T re f r a m m e n t i d i G r a m s c i , in Paim iro Togliatti, L a f o r m a z io n e d e l g r u p p o d ir ig e n te ,


cit., p. 102.

295
Rileggendo «L ’Ordine Nuovo»
[1964]

«L ’Ordine Nuovo», quando si pubblicò, come settimanale, dal


maggio 1919 alla fine del 1920, si presentava come rivista «di cultu­
ra proletaria». Non si deve però attribuire un significato particolare,
credo, alla combinazione di questo aggettivo con questo sostantivo.
La situazione e il dibattito da cui usci la tendenza a rivendicare, in
senso massimalistico, una «cultura proletaria» come rottura e nega­
zione culturale, non esistevano ancora, quando fu scelto quel titolo,
nel nostro movimento. Nelle file del movimento giovanile socialista
si era avuto, già prima della grande guerra, un vivace contrasto tra
una corrente che veniva chiamata «culturista» (Angelo Tasca, se ben
ricordo, era stato il principale dei suoi esponenti) e una corrente op­
posta. I motivi del contendere erano però di ordine generale, in pre­
valenza collegati alla situazione complessiva del movimento operaio
in quegli anni, piuttosto che ai temi specifici della cultura, delle sue
tradizioni e del suo sviluppo. La formula della testata della nostra ri­
vista esprimeva quindi soltanto quella «vaga passione di una vaga
cultura proletaria», che Antonio Gramsci, un anno dopo, doveva
denunciare e persino irridere, in polemica proprio con Angelo Ta­
sca. Era la aspirazione, nella intenzione di questo tra i fondatori del
settimanale, più a una ricca informazione enciclopedica sui temi del
movimento operaio e della sua storia, che a un vero processo di rin­
novamento culturale. Non ostante, però, la conseguente incertezza e
confusione di alcune battute iniziali, fu precisamente a un processo
di questa natura che noi approdammo. La nostra battaglia fu con­
296
dotta sul terreno della politica e della organizzazione operaia, ma
appunto per questo fu nuova, efficace e profonda l’azione che svol­
gemmo sul terreno culturale. La rivista si colloca, quindi, nel grande
filone di sviluppo della cultura italiana, con una fisionomia origina­
le, ricca di motivi, non tutti adeguatamente sviluppati e forse nem­
meno tutti adeguatamente valutati, allora, ma che acquistano una
evidenza particolare, oggi, alla luce di cosi ampie esperienze nuove.
L’antologia del settimanale torinese, pubblicata dall’editore E i­
naudi nella serie dedicata alla «Cultura italiana del ’900 attraverso le
riviste» (1963, pp. 665, L. 3.500) e in particolare l’ampia, utile e buo­
na introduzione di Paolo Spriano sono un efficace stimolo a ritorna­
re su alcuni di questi motivi, oltre che a consigliare lo studio di que­
sto volume a coloro che si occupano di questi problemi.
La negazione estremista e anarchica della tradizione culturale, i
redattori dell’«Ordine Nuovo», anche se avessero voluto farla pro­
pria, sarebbero stati smentiti dalla sostanza delle loro posizioni. Nel­
le quali agevolmente si riscontra la derivazione dalle correnti ideali
dei precedenti decenni. Vorrei però osservare, anche perché a questo
punto non è stato dato, sinora, il necessario rilievo, che se si conside­
rano le correnti culturali che erano state prevalenti, tradizionalmen­
te, nel movimento socialista ufficiale, non si può più parlare di deri­
vazione, si deve parlare di negazione e distacco. Facevamo salvo sol­
tanto Antonio Labriola, che per noi era un maestro; ma, precisamen­
te, egli non era stato un maestro per il mondo socialista ufficiale. La
incomprensione di questo mondo ufficiale per il movimento torinese
e per il pensiero di Gramsci ebbe anche questa profonda ma innega­
bile origine culturale. Tanto la destra riformistica quanto la sinistra
massimalistica, pur differenziandosi nelle conclusioni pratiche, si ri­
facevano entrambe, con pochissime e non significative varianti ed ec­
cezioni, alla problematica e alla visione del mondo del materialismo
volgare e del positivismo. Noi eravamo anche ingiusti. Un giovane
che ci si presentasse con un bagaglio culturale tratto da Spencer, da
Haeckel, persino da Ardigò, lo prendevamo in giro. La problematica
che usciva, per il movimento operaio, da quegli indirizzi culturali,
era povera. La visione del mondo eh’essi offrivano era metafisica e
meccanica: non consentiva una prospettiva rivoluzionaria come pro­
297
spettiva di azione per trasformare tutti i rapporti sociali. Nel dibatti­
to all’interno del movimento i problemi reali venivano sostituiti da
problemi fittizi, che si finiva per credere di avere risolti quando si
era inventata una nuova formula. Si veda, nello stesso editoriale del
primo numero dell’«Ordine Nuovo», il giuoco di parole, in apparen­
za profondo e risolutivo, in realtà banale, col quale si dà una risposta
a uno dei problemi, che tanto si erano dibattuti, circa il primato del
fine, o dei mezzi. «Che ogni mezzo - sentenzia l’editoriale - partecipi
della natura del fine; ma anche che il fine non sia un’astrazione [...]
eh’esso viva di vita spontanea e immediata nei mezzi!» Era una di
quelle frasi che Gramsci non poteva sopportare; ma il ritrovarla pro­
prio nel primo degli editoriali fa comprendere quante erano le scorie
di cui dovevamo liberarci, per giungere alla concretezza di un pen­
siero politico che direttamente facesse presa sulla realtà.
È facilmente comprensibile la spinta e l’aiuto che, per abbandona­
re le vecchie posizioni, e dare nuove impostazioni e soluzioni ai pro­
blemi del movimento operaio e socialista ci erano venuti dai nuovi
indirizzi culturali che si erano affermati in modo vigoroso, alla svolta
del secolo, per l’azione di Benedetto Croce. Questi riteneva, e ricor­
do che ebbe occasione di ricordarmelo persino in un biglietto di au­
guri inviatomi, nel 1945, accompagnando l’omaggio d ’un suo volu­
me1, che questa azione era stata rivoluzionaria, anzi, che egli era stato
«il più radicale [...] rivoluzionario nella vita mentale e culturale d’Ita­
lia della prima metà del Novecento». Si è ora molto lavorato e discus­
so per giungere a ben definire quale sia stata, effettivamente, la fun­
zione avuta dal Croce in quel periodo e ai risultati di quei lavori e di­
battiti si potrà riferire chi voglia veder le cose a fondo. Non si può
negare, almeno, ch’egli risvegliò molti dal sonno! Per noi dell’«Ordi-
ne Nuovo» il rivolgimento culturale operato dall’idealismo crociano
aveva significato, prima di tutto, la liberazione definitiva da ogni in­
crostazione metafisica e meccanicistica, di qualsiasi origine e di qual­
siasi marca e, quindi, la conquista di una grande fiducia nello svilup­
po della coscienza e volontà degli uomini e di noi stessi, come parte
di un grande movimento storico rinnovatore di classe. Sarebbe però
senza dubbio un errore ritenere che potessimo venire considerati se­
guaci dei nuovi indirizzi di pensiero, come sospettavano i santoni del­
298
la «Critica sociale», i quali, poi, tra Croce e Bergson non riuscivano
ancora a fare distinzione. Al contrario, l’esperienza del periodo pre­
bellico e della guerra, e la conoscenza delle varie avventure intellet­
tuali e politiche del tempo ci avevano resi particolarmente diffidenti
e ostili verso gli assertori dell’«idealismo militante», e persino del
«concretismo» politico. E gli uni e gli altri li avevamo visti finir male,
in cattiva compagnia e su posizioni false. Si può trovare una riprova
di questo orientamento nel primo scontro con Piero Gobetti, nel qua­
le si impegnarono prima Togliatti e poi Gramsci e che fu aspro, per­
sino scortese, seguito poi da una sollecita reciproca comprensione.
Ciò che importa ricordare è l’arrovesciamento che facevamo delle
posizioni idealistiche, deducendo però le nostre posizioni ideali e pra­
tiche, non senza un certo preziosismo logico, secondo il metodo di
quei sistemi filosofici che ci avevano rimesso nelle mani l’opera di
Hegel e dai quali soprattutto attingevamo la concezione nuova della
storia come specifico culmine dell’attività umana. Vero è che l’arro-
vesciamento, all’inizio, conduce soltanto alla affermazione ed esalta­
zione della coscienza e volontà di una nuova classe, che si fa avanti
come creatrice di storia, in forme ancora alquanto generiche, prive
del necessario esplicito riferimento alle basi materiali dalle quali que­
sta coscienza e questa volontà scaturiscono; ma è lacuna che agevol­
mente, e direi naturalmente, si colma quando emergono, dalle inizia­
li nebbie «culturistiche», i problemi reali della fabbrica, della città e
della nazione, deha organizzazione operaia, quindi, e dello Stato.
«L a dottrina del materialismo storico - affermava Gramsci - è
l’organizzazione critica del sapere sulle necessità storiche che sostan­
ziano il processo di sviluppo della società umana, non è l’accerta­
mento di una legge naturale, che si svolge “assolutamente” trascen­
dendo lo spirito umano.»2 Vi era da trasecolare, per chi fosse stato
educato alla concezione materialistica e positivistica del socialismo,
davanti a questa affermazione. E difatti protestò il professor Balbino
Giuliano, dicendo di non capirne più nulla, perché venivano buttati
a terra i vecchi canoni, secondo i quali egli stesso aveva, un tempo,
«creduto» nel socialismo e poi era convinto di averlo per sempre di­
strutto. Gramsci prevedeva in modo abbastanza preciso quale sareb­
be stata e poi veramente fu la strada di quel professore. Nella sua af­
299
fermazione è invece contenuto il germe di fecondi sviluppi di pen­
siero e di cultura che soltanto oggi sono venuti alla luce, e non anco­
ra compiutamente.
Il problema centrale, in questa rinnovata visione della nostra dot­
trina, diventa quello della libertà. «La legge essenziale dell’uomo -
scrive Gramsci —è il ritmo della libertà; la storia del genere umano è
un processo ininterrotto e indefinito di liberazione.»3 E altrove insi­
ste la rivista: «L’effettiva liberazione degli spiriti [...] si realizza sol­
tanto [...] con l’organizzazione politica ed economica che renda pos­
sibile la libertà di tutti [...] La lotta di classe è l’ultima conseguenza
dell’applicazione integrale del libero esame»4. Nell’editoriale dell’ul­
timo numero della rivista proprio questo è il concetto che viene ri­
badito: «Per gli iniziatori del socialismo scientifico, della scuola cui
si riallaccia tutta la teoria e tutta la pratica del comuniSmo “libertà”
vuole dire “liberazione”, “socialismo” è l’ultimo grande atto di un
processo di liberazione dell’umanità da ogni costrizione ad essa estra­
nea»5. L’arrovesciamento della concezione idealistica è completo. La
libertà è azione consapevole, sforzo e lotta che tendono a rompere i
vecchi rapporti costrittivi per creare un nuovo ordinamento econo­
mico e sociale. Decisiva e definitiva conquista di libertà è la creazio­
ne di un nuovo Stato, nel quale la classe operaia cessa di essere su­
balterna, si afferma pienamente come forza dirigente di tutto il pro­
cesso della vita sociale. Certo, anche queste avrebbero potuto essere
soltanto formule nuove, se non fossero scaturite da un grande movi­
mento reale di classe, quale fu la lotta dei Consigli di fabbrica tori­
nesi. Dottrina, azione politica e cultura diventavano davvero, in que­
sto movimento, una cosa sola.
Si è molte volte ritornati allo studio di quella esperienza. L’errore
delle diverse interpretazioni che se ne son volute dare mi pare stia
sempre nella unilateralità. Si sottolinea un aspetto solo di un proces­
so nel quale confluivano, invece, diversi e numerosi elementi. Era
aperta una crisi rivoluzionaria, nella quale veniva travolto il tradizio­
nale assetto politico italiano. L’Ottobre russo e sovietico aveva dato
inizio a una fase del tutto nuova nello sviluppo delle relazioni inter­
nazionali e del movimento operaio. La coscienza di classe del prole­
tariato e delle sue avanguardie aveva raggiunto un livello mai tocca­
300
to prima di allora. Le prospettive di avanzata e di vittoria erano però
legate all’intervento di un fattore rivoluzionario che agisse in modo
decisivo entro il tempo che si pensava potesse durare, prima di una
riscossa della reazione, la crisi del vecchio Stato. Il Consiglio di fab­
brica poteva essere questo fattore, perché esaltava le capacità di lot­
ta delle classi lavoratrici sul terreno stesso della produzione, dove
dovevano affondare le radici del nuovo Stato.
L’esame attento degli scritti apparsi sull’«Ordine Nuovo», quale
ci consente di fare la presente antologia, porta alla conclusione che
tutti questi diversi momenti e aspetti della situazione furono presen­
ti ad Antonio Gramsci nel corso della sua azione, anche se si deve ri­
conoscere che il gruppo da lui diretto non riuscì a utilizzare tutte le
possibilità che oggettivamente e nella coscienza delle masse erano
presenti. È da respingere, da un lato, la considerazione del movi­
mento torinese come una semplice avventura massimalistica; ma al­
trettanto errata è la tendenza a pensare che solo attraverso una orga­
nizzazione e un’azione analoghe a quelle dei Consigli di fabbrica to­
rinesi del 1919-20 si possa porre e risolvere il problema della lotta
della classe operaia per il potere. Gramsci non può venire pedisse­
quamente copiato né ridotto a uno schema. Si tratta di capirlo; di
capire, cioè, come l’azione sua rispondesse alla situazione e alle con­
dizioni in cui si svolgeva. Il che non vuol dire, come tutti ben posso­
no comprendere, che il contrasto di potere che si manifesta nella
fabbrica e la lotta che su questo terreno in essa si conduce non sia
sempre un momento essenziale della complessa azione per la trasfor­
mazione dei rapporti sociali e la creazione di una società nuova.
In modo analogo si deve concludere a proposito dell’affermazio­
ne che Gramsci e «L’Ordine Nuovo» intendessero affidare al Consi­
glio di fabbrica compiti di direzione generale del movimento che so­
no propri del partito e arrivassero a una giusta concezione della fun­
zione del partito politico della classe operaia soltanto dopo la scon­
fitta dei Consigli. Si dimentica quali erano allora lo stato, l’orienta­
mento e le capacità d’azione del partito tradizionale dei lavoratori
italiani, il Partito socialista. Noi non ci facevamo, in proposito, nes­
suna illusione. Il movimento dei Consigli non superava e non risolve­
va il problema del partito; superava però il verbalismo, le esitazioni,
301
le tendenze alla capitolazione e al vivere quieto che allora, in quel
momento politico determinato, erano presenti in quel partito, in quel­
le sue correnti, in quei suoi dirigenti e organi direttivi nazionali e lo­
cali. Ancora una volta, era il problema del movimento e del tempo
disponibile per assicurargli un successo che per noi era dominante.
Le vie aperte dai crolli della guerra e del dopoguerra non sarebbero
state aperte all’infinito. Gramsci ne era consapevole, lo disse e lo ri­
petè sempre senza esitazioni. Il difetto nostro non stette già in una
errata impostazione del problema del partito. Stette nei limiti e nella
lentezza della nostra azione ad espandersi in tutto il paese. E furono
limiti, a ben rifletterci, inerenti non soltanto alla composizione e alle
capacità del nostro piccolo gruppo, ma alla stessa struttura della na­
zione. Ciò che si faceva a Torino era cosa distante, estranea a troppo
grande parte dellTtalia, alla grande massa contadina meridionale, a
quella di mezzadri e coltivatori del Centro, al ceto medio di impiega­
ti, artigiani, intellettuali. L’Italia era fatta di pezzi troppo diversi l’u­
no dall’altro e Torino non era la sua capitale, era ancora provincia. Il
vero superamento delle manchevolezze e degli errori del movimento
torinese dei Consigli di fabbrica si ebbe, perciò, nel periodo dal ’24
al ’26, quando Gramsci elaborò a fondo i temi della questione meri­
dionale e della lotta della classe operaia per l’unità della nazione, e
secondo questa linea incominciò a muoversi tutto il nostro partito.
Ritorna però il tema della libertà nel dibattito sulla concezione del
partito, come venne sviluppata da Gramsci prima nel periodo torine­
se, poi negli scritti del carcere. Si fa rilevare e gli si rimprovera una
pretesa contraddizione, tra la affermazione del contenuto di libertà
che è proprio del movimento della classe operaia per costruire una
società nuova e la funzione dirigente che spetta al partito della classe
operaia come «nuovo principe» e «intellettuale collettivo». È partico­
larmente Rodolfo Mondolfo6 che ha insistito e insistè su questa criti­
ca. Studioso serio, al quale furono dovuti alcuni dei primi sforzi per
far uscire la concezione del materialismo storico dalle secche dell’in­
terpretazione metafisica e naturalistica, ma al quale mi sembra faccia
difetto la capacità di cogliere e valutare giustamente, nella loro origi­
ne e nelle conseguenze, i momenti di contrasto e contraddizione che
sempre sono insiti nel movimento reale. Per questo suo difetto egli
302
non fu in grado di collocare giustamente, in un’ampia prospettiva sto­
rica, la conquista del potere compiuta in Russia nell’Ottobre e Gram­
sci gliene mosse scherzoso ma pungente rimprovero. Vi era, certa­
mente, qualcosa di contraddittorio nell’avvento al potere della classe
operaia in un paese che non aveva conosciuto tutti i possibili sviluppi
borghesi; ma quella contraddizione era nelle cose e guai se non si fos­
se saputo tener conto della situazione reale per operare quella prima
rottura. Ma quale contraddizione si rileva nella concezione che Gram­
sci ha del partito? Una contraddizione che è anch’essa nelle cose e
che si risolve soltanto nell’azione. I motivi della libertà e della costri­
zione sono continuamente presenti e si intrecciano, in ogni sviluppo
storico profondo. La rottura rivoluzionaria è il più grande atto libera­
tore che si incontri nella evoluzione delle società umane. Ma nulla è
più autoritario di una rivoluzione. In un periodo lungo, di lotte conti­
nuate e di lenta costruzione e trasformazione i due momenti, nel par­
tito e nella sua azione, debbono essere uniti. Nel 1919-20 Gramsci
ha, a questo proposito, una posizione giusta e chiara. Egli nega che la
instaurazione del potere proletario possa concepirsi come una ditta­
tura di sezioni del partito. Il processo della rivoluzione che trasforma
i rapporti sociali è di sua natura oggettivo. Sgorga dal «cozzo delle
contraddizioni inerenti alla convivenza umana» e dalla «reazione del­
la coscienza storica delle masse popolari». Ma è un processo che ri­
chiede una direzione consapevole. Il partito è il «massimo agente» di
questo processo. La nuova coscienza storica dei lavoratori ha «una
incarnazione vivente» nel partito; è giustificata dalla dottrina del par­
tito; ha nella forza politica, nella organizzazione del partito quel ba­
luardo potente senza il quale non potrebbe affermarsi e trionfare. Il
partito è quindi «modello vivente e dinamico di una convivenza so­
ciale che fa aderire la disciplina alla libertà e fa rendere allo spirito
umano tutta l’energia e l’entusiasmo di cui è capace» (si veda, in par­
ticolare, l’antologia curata dallo Spriano a pp. 399 e sgg.)'. Questo
venne scritto nel 1920 e in queste parole è già contenuta la sostanza
della concezione del partito sviluppata negli scritti del carcere. Vi è
anche contenuta la risposta alla critica di Rodolfo Mondolfo.
Quando Gramsci parla di «principe» non si deve dunque fare
equivoco sulla parola, se si vuole evitar di cadere nel vecchio «anti­
303
machiavellismo» di dozzina, di cui ha saputo liberarsi la moderna
concezione della politica. Il principe di Gramsci è la coscienza avan­
zata della umanità, che vuole affermarsi come dirigente di tutto il
processo della storia. Perciò esso diventa «la base di un laicismo mo­
derno e di una completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rap­
porti di costume»8. E una visione nuova, punto di arrivo di un pro­
cesso di pensiero che non soltanto riduce la filosofia alla storia, ma la
storia alla politica, e la politica alla lotta delle classi, alla lotta degli
uomini per trasformare a loro immagine il mondo intiero. Non si può
respingere questa visione nuova, nella quale sono approfonditi e svi­
luppati i fondamentali concetti del marxismo, col richiamo, abba­
stanza logoro, al pericolo del totalitarismo, che secondo questa con­
cezione del partito sarebbe inevitabile. Ma si, pericoli ne esistono
sempre! Comoda sarebbe la vita nostra, se pericoli non vi fossero,
nell’azione che stiamo conducendo, e anche possibilità di errori e ri­
torni addietro. Nelle analisi storico-politiche bisogna però, ci ammo­
nisce lo stesso Gramsci, guardarsi dall’errore di «non saper trovare il
giusto rapporto tra ciò che è organico e ciò che è occasionale»9. Nel­
la azione del partito vi possono essere occasionali e anche profondi
motivi e momenti di arresto e di involuzione. Gramsci lo dice aper­
tamente, quando ritiene difficile escludere che un partito «adempia
anche una funzione di polizia, cioè di tutela di un certo ordine politi­
co e legale». Anche la funzione di polizia può essere progressiva o
regressiva: «E progressiva quando essa tende a tenere nell’orbita del­
la legalità le forze reazionarie spodestate e a sollevare al livello della
nuova legalità le masse arretrate. E regressiva quando tende a com­
primere le forze vive della storia e a mantenere una legalità sorpassa­
ta, antistorica divenuta estrinseca». Nello stesso funzionamento del
partito devono essere ricercati i criteri discriminatori: «quando il Par­
tito è progressivo, esso funziona “democraticamente” (nel senso di
un centralismo democratico), quando il partito è regressivo esso fun­
ziona “burocraticamente” (nel senso di un centralismo burocratico).
Il partito in questo secondo caso è puro esecutore, non deliberante:
esso allora è tecnicamente un organo di polizia e il suo nome di Par­
tito politico è una pura metafora di carattere mitologico»10.
304
La sostanza della concezione del partito che Gramsci sviluppò è
democratica, nell’esatto significato di questa parola. Egli guardava a
questa sostanza, e guardava lontano. La contraddizione di cui gli si
vorrebbe far carico è il travaglio di una azione che si conduce da uo­
mini e tra uomini, attraverso a contrasti sempre profondi, a lotte ta­
lora spietate, dove la libertà è una continua conquista, strappata e
mantenuta a costo, spesso, delle sofferenze più dure. Eventi, svilup­
pi e dibattiti di oggi ci hanno fatto sempre meglio comprendere que­
sta verità.

Note

1 Si veda il testo in «Rinascita», 18 gennaio 1964.


2 II passo è in uno scritto pubblicato sulle «Energie nove», di Piero Gobetti. L o si ve­
da ora nel volume L e riv iste d i P ie ro G o b e tti, Milano, Feltrinelli, 1961, p. 35 [Anto­
nio Gram sci, S ta to e so v r a n ità , in id. I l n o stro M a r x 1 9 1 8 -1 9 1 9 , cit. p. 521],
3 . [Antonio Gram sci, S o c ia lis ti e an a rc h ic i, in «L ’Ordine N uovo», 20 settembre 1919, n.
19, ora in id., L ’O rd in e N u o v o 1 9 1 9 -1 9 2 0 , cit., p. 216].
4 [Paimiro Togliatti, C h e c o s’è i l lib e ra lism o , in « L ’Ordine N uovo», 20 settembre 1919,
ora in id., O p e re , voi. I: 1917-1926, a cura di Ernesto Ragionieri, Roma, Editori Riu­
niti, 1974, p. 65].
5 [Paimiro Togliatti, S o c ia lism o e lib e rtà , in « L ’Ordine N uovo», 24 dicembre 1920, ora
in id., O p e re , voi. I: 1917-1926, cit., p. 194. L a citazione presenta lievi differenze ri­
spetto al testo originale].
6 T roppa im portanza, mi sem bra, si è data al libro dedicato a G ram sci da G iu seppe
Tam burrano. Vi è in esso un ’esposizione corretta di una parte delle posizioni dei
Q u a d e r n i d e l carcere, ma il com plesso della trattazione rivela l’intenzione di fare ope­
ra non di studio, ma di strumentale polemica politica. Il punto di partenza è un pre­
giudizio, quello della esaltazione agiografica che di G ram sci e dell’opera sua avrem­
mo fatto noi, comunisti. Ogni studioso attento sa, invece, che nulla più di una simile
esaltazione è estraneo al nostro m odo di giudicare fatti e uomini della nostra storia, e
fossero pure i più meritevoli e più cari. Si può dissentire dai nostri giudizi; si deve ri­
conoscere che sono sempre permeati di spirito critico. Vi sono posizioni di Gram sci
che oggi consideriamo non giuste; altre che egli stesso criticò. N on sta in una pretesa
infallibilità del pensare e dell’agire la sua grandezza. Sta nell’avere istaurato in tutti i
campi il m etodo della riflessione e del giudizio critico. Bisogna però accostarsi all’o ­
pera sua con m odestia e con rispetto, doti che m ancano a chi, allo scopo di trarne
qualche profitto per una polemica attuale, non solo accumula inesattezze e sbagli di
fatto, ma giunge al punto da attribuire a Gram sci scritti e giudizi che sono dovuti, in­
vece, proprio a quel dirigente di partito che fu sempre agli antipodi dal suo m odo di

305
pensare. Mi consenta poi il T. di fargli osservare che le sue argomentazioni di politi­
ca e di storia ci guadagnerebbero, se sap esse evitare il vezzo dei giudizi in apparenza
sinteticam ente profondi, nella realtà soltanto superficialm ente pom posi, ma errati.
Per fare solo un esempio, come si fa a dire che «il Parlamento di Giolitti corrisponde
esattamente (s ic !) allo Spirito crociano»? Che cosa vuol dire? L e maggioranze giolit-
tiane esprim evano unicam ente l ’ala m oderata del vecchio schieram ento borghese,
per gli esponenti del quale, se si vuole trovare un riferimento ideologico, si deve par­
lare, piuttosto, deH’anticlericalism o e positivism o dell’O ttocento e non certo dell’i­
dealismo crociano. Q uando questo fece sentire, nel paese e negli schieramenti politi­
ci, la sua efficacia, quel Parlam ento andò in pezzi.
7 [A ntonio G ram sci, I I p a r t it o e la r iv o lu z io n e , in « L ’O rdine N u o v o », 27 dicem bre
1919, ora in id., L ’O r d in e N u o v o 1 9 1 9 - 1 9 2 0 , cit., p. 372].
8 [Q. 13, p. 1561],
9 [Q. 13, p. 1580],
10 N o t e s u l M a c h ia v e lli, p. 23 [Q. 14, pp. 1691-1692].

306
Gramsci, un uomo
[1964]

Di Antonio Gramsci, della sua vita e dell’opera sua abbiamo par­


lato e scritto ampiamente, noi che fummo suoi compagni d ’arme,
che nella luce del suo pensiero e insieme con lui abbiamo vissuto, la­
vorato, combattuto. Ci hanno anzi accusato di aver voluto comporre
e diffondere, attorno alla persona e alla esistenza sua, una agiografia,
di averne voluto fare una specie di santo dei tempi nostri. Che cosa
siano stati, nel passato, i santi e che cosa possa essere un santo del
giorno d ’oggi, io veramente con esattezza non so. Credo di essere
nel vero ritenendo che anche un santo possa aver fatto qualcosa non
giusta; che anche un santo possa, insomma, aver peccato.
Ma questo discorso non ha nessun valore se riferito a un uomo
moderno, vissuto con la coscienza che il solo peccato ch’egli poteva
commettere era di non tenere quel posto che a lui era affidato da un
intreccio quasi fatale di fattori oggettivi e soggettivi che oramai lo
trascendevano, e che erano la storia del suo paese, del movimento
delle classi oppresse e della sua stessa persona, nella penosa ricerca
del rapporto con i suoi simili. Fattori che lo trascendevano, ma che
egli conosceva e fino all’ultimo si sforzò di dominare, in un processo
che ebbe periodi di lungo, tenace travaglio e scorci di rotture e con­
trasti violenti.
A noi si potrebbe fare rimprovero se di questo processo, nel qua­
le si racchiude una vita tormentata, che fini col sacrificio di se stessa,
avessimo nascosto o cercato di contraffare qualcosa. Ma ciò non è
vero. Ciò non ha potuto essere provato da nessuno che fosse in buo­
307
na fede. E la conferma viene ancora una volta da questa nuova rac­
colta antologica degli scritti del nostro grande compagno, di cui dob­
biamo essere grati all’editore Mondadori e ai pazienti e attenti com­
pilatori, Giansiro Ferrata e Niccolò Gallo.
Saranno, nel complesso, certo più di duemila pagine ed ora ne
escono due volumi, ricchi di scritti nuovi: lettere non comprese nel­
le precedenti raccolte perché non ancora recuperate; articoli di quel
biennio di fuoco e di battaglia che fu il 1921-22, stralciati da una
edizione completa non ancora potuta ultimare per la difficoltà della
precisa individuazione dell’autore di ogni scritto; documenti dell’at­
tività come dirigente del Partito comunista dopo il 1923.
Nel complesso, non esce da queste pagine un Gramsci nuovo, so­
prattutto per coloro che furono a lui più vicini e presero parte all’o­
pera sua. Qualcosa nuova, però, ne esce. Qualcosa che richiede una
riflessione più profonda di quella che di consueto abbiamo dedicato
alla vita sua.
È stato del tutto naturale e giusto, per noi, considerare la vita di
Gramsci quasi parte integrante dell’attività del nostro partito, delle
sue ricerche ed elaborazioni politiche, delle sue lotte, dei suoi sacri­
fici. Non vorrei che questa considerazione avesse ridotto la figura
del nostro compagno, oppure dato ad essa un rilievo non giusto, ta­
le che non ne abbracci e spieghi tutti gli aspetti e la sostanza vera.
Forse dipende dal tempo che è passato, che ha gettato ombre e
luci nuove su tanti avvenimenti; che ha fatto talora balzare in primo
piano fatti e linee di azione che ci eravamo abituati a collocare nelle
loro caselle, con un giudizio oramai definito, senza più pensarci trop­
po, e di altre cose, invece, ha sfumato l’importanza. Non so se sia
per questo motivo. Certo è che oggi, quando ho percorso via via le
pagine di questa antologia, attraversate da tanti motivi diversi, che si
intrecciano e talora si confondono, ma non si perdono mai, - la per­
sona di Antonio Gramsci mi è parso debba collocarsi essa stessa in
una luce più viva, che trascende la vicenda storica del nostro partito.
Non riesco a trovare, nella storia dell’ultimo secolo del nostro
paese, una figura che gli stia a pari, dopo la scomparsa dei grandi
del Risorgimento. Vi furono famosi specialisti del pensiero; vi furo­
no, a un livello più basso, uomini di azione degni di nota. Gramsci
308
non ha messo assieme, non ha comodamente messo assieme, volevo
dire, nessun sistema della ragione. Nella sua vita la dialettica della
lotta tra la volontà e la ragione e le spinte oggettive naturali e sociali
assume però le note del dramma, che non tanto prelude, quanto è
già un atto vissuto della ricerca morale dei tempi nostri.
Ripenso a quella lettera, dove egli riflette che dopo non so quanti
anni tutte le particelle del suo organismo fisico dovevano essere cam­
biate. Egli rimaneva quello di prima e di sempre, però. E andava
avanti sicuro per la strada che si era scelta. Se si trattasse di un san­
to, direi che qui affiora il momento della tentazione. Ma il problema
dell’esistenza, del presente, del futuro e dell’eterno (il «fiir ewig»),
viene risolto, da lui, con l’affermazione sicura della persona. Era una
persona creatasi col lavoro e con la sofferenza, una sofferenza di cui
abbiamo in alcune di queste pagine, attestazioni vive, laceranti.
Nemmeno a noi, che gli fummo tra i più vicini, egli aveva aperto,
se non per sprazzi di luce assai rari, questa parte di se stesso. Se ora
cerco di comprendere perché non lo facesse in modo più ampio, la
sola ragione che trovo era che egli considerasse anche la sua sorte
personale come cosa necessaria. E tra le cose necessarie si doveva
guardare alla sostanza e all’essenziale, a tutto ciò che era oggetto
continuo del suo pensiero, delle sue scelte, del suo lavoro, - la realtà
della nostra vita nazionale, la spietata lotta delle classi, la vittoria
della prima rivoluzione proletaria, la elaborazione di una dottrina
che non negasse le cose reali, non credesse di poterle superare con
salti di irresponsabile ottimismo e superficialità, ma aderisse ad esse
e ne indicasse il superamento attraverso una sia pur crudele, disin­
cantata consapevolezza.
Questo è Gramsci. Cosi ci appare egli oggi, nella unità inscindibi­
le della lotta politica da lui condotta e della riflessione quieta (ma
non sempre...) dei Quaderni del carcere. Antonio Gramsci è la co­
scienza critica di un secolo di storia del nostro paese. Il suo giudizio
e la sua azione si inserirono nei fatti della nostra storia per un perio­
do breve e in settori ben delimitati. Sono oggi presenti nella ricerca
politica, nelle posizioni ideali e pratiche del nostro partito. Ma i com­
pagni mi scusino se dico che non è questo, a mio modo di vedere,
ciò che conta di più. Conta più di tutto quel nodo, sia di pensiero,
309
sia di azione, nel quale tutti i problemi del tempo nostro sono pre­
senti e si intrecciano. E anche un nodo di contraddizioni, lo so; ma
sono contraddizioni che trovano la loro soluzione non in un pacifico
giuoco di formule scolastiche, ma nell’affermazione di una ragione
inesorabilmente logica, di una verità spietata e della costruzione ope­
rosa di una nuova personalità umana, in lotta non solo per compren­
dere, ma per trasformare il mondo.

310
Indice dei nomi
A c e r b o G ia c o m o , 293 C am m e tt Jo h n , 31
A g a z zi E m ilio , 35 C a m p a n e lla T o m m a so , 14, 61
A g o sti A ld o , 32 C a p rio g lio S e rg io , 3 5 , 2 1 2 , 262
A lb e rtin i L u ig i, 170 C a r a c c io lo A lb e rto , 35
A lb ic in i A le ssa n d ro , 293 C a r lo A lb e rto d i S a v o ia , 151
A m e n d o la G io v a n n i, 6 0 , 107, 161 C av alie ri E d g a r d o , 293
A rd ig ò R o b e rto , 2 9 7 C av az z o n i S te fa n o , 291
A zz a rio Is id o r o , 2 7 6 C h iro n i G ia n p ie tro , 140
C o lo m b i A rtu ro , 22
B a lb in o L u ic ia n o , 2 9 9 C o lu c c i G ia n m a tte o , 293
B a r b u s s e H e n ri, 7 9 C o rte si L u ig i, 3 6 , 37
B a rto li M a tte o , 142 C o sm o U m b e rto , 140
B a z z i C a rlo , 291 C ro c e B e n e d e tto , 19, 3 3 , 9 5 ,1 2 9 , 130,
B e llo n i A m b ro g io , 2 6 5 , 2 6 6 , 2 7 6 , 2 8 2 135, 141, 163, 16 7 , 168, 170, 181,
B e llo n i E r n e sto , 293 182, 2 0 4 , 2 9 9
B e r g s o n H e n ri, 2 9 9
B o c c a c c io G io v a n n i, 87 D a n ie le C h iara, 3 1 , 32
B o d r e r o E m ilio , 2 8 9 , 2 9 0 , 291 D a n ie le S e re n a, 3 6
B o m b a c c i N ic o la 7 4 , 2 6 5 - 2 6 7 , 2 7 5 , D a n te A ligh ieri, 14, 61
276, 282 D e C a p ita n i D ’A rz a g o G iu s e p p e , 293
B o n o m i Iv an o e , 170 D e F e lic e F ra n c o , 3 4
B o r d ig a A m a d e o , 9, 11, 5 3 , 5 6 , 80-82, D e G a s p e r i A lc id e , 168
8 3, 2 6 5 , 2 6 6 , 2 6 7 , 2 6 9 , 2 7 0 , 2 8 6 D e G io v a n n i B ia g io , 31
B o tta i G iu s e p p e , 293 D e S a n c tis F r a n c e s c o , 2 1 , 1 4 0 , 16 2 ,
B r u n o G io r d a n o , 14, 6 1 , 87 163, 181
B u c h arin N ik o la j, 2 1 8 , 2 2 0 D i V itto rio G iu s e p p e , 32
B u o n a iu ti E r n e sto , 19, 2 1 , 9 6 , 98 D im itro v G e o rg i, 34

313
D o n in i A m b ro g io , 22 G u g lie lm i G io r g io , 293
G u id u c c i R o b e rto , 35
E a s tm a n M a x , 2 1 7
E in a u d i L u ig i, 140, 185 F la e c k e l E r n st H e in ric h , 297
E n g e ls F r ie d r ic h (F e d e r ic o ), 19, 4 2 , H e g e l G e o r g W ilh e lm F rie d r ic h , 11,
5 0 , 5 5 , 5 7 , 8 9 , 98, 1 1 1 ,2 0 1 ,2 2 0 111, 136, 140, 146, 232

F a rin a c c i R o b e rto , 295 Is g rò M ich ele, 115


F arin e lli A rtu ro , 140
F e rr a ta G ia n s ir o , 3 5 , 3 8, 3 0 8 K o la ro v V asilij (V assili), 2 7 4 , 275
F io ri G iu s e p p e , 32 K e re n sk i (K e re k sk ij) A le k san d r, 7 0
F le c c h ia V itto rio , 2 7 6
F o rtic h ia ri B ru n o , 2 6 5 , 2 6 6 , 2 6 9 L a B e lla A n g e lo , 293
F u b in i E lsa , 35 L a b r io la A n to n io , 2 1 , 7 3, 96, 9 7 , 194,
F u lo p M iiller, 130 196, 197, 2 0 0 , 2 0 1 , 2 2 2 , 2 4 1 , 2 4 2
L a i G io v a n n i, 32

G a lile i G a lile o , 14, 61 L a n fra n c o n i L u ig i, 293


L a m in i F e rru c c io , 293
G a llo N ic c o lò , 3 5 , 3 8 , 3 0 8
L a o - T z e (L a o tsè ), 2 4 1
G a r ib a ld i G iu s e p p e , 14, 6 1, 8 7 , 89
L e n in V la d im ir Ilic, 2 6 , 3 3 , 5 0 , 5 3 , 5 5 ,
G a rin E u g e n io , 2 3 5
57, 7 0 , 71-73, 80, 81, 87, 89, 97,
G a s p e rin i L e o p o ld o , 2 7 6
201, 206, 217, 2 1 9 -221, 2 2 3 , 225,
G e n n a ri E g id io , 26 5 -2 6 7
226, 238, 239, 241, 247, 248, 256,
G e rra ta n a V alen tin o, 3 4 , 3 8
2 5 7 ,2 6 0 , 2 6 1 ,2 7 0 , 2 7 3 ,2 7 4
G io litti A n to n io , 35 L e o n a r d o d a V in ci, 7 9
G io litt i G io v a n n i, 6 6 , 17 0 , 2 4 9 , 2 8 5 , L e o n e tti A lfo n so , 12, 2 8
306
L e o p a r d i G ia c o m o , 133
G iu s ti G iu s e p p e , 87
L ig u o ri G u id o , 33
G n u d i E n n io , 2 7 6
L is a A th o s, 32
G o b e t t i P ie r o , 6 0 , 9 2 , 1 44, 16 7 , 171, L u p o rin i C e sa re , 34
2 1 9 , 2 7 3 ,2 8 8 , 2 9 9 ,3 0 5
G o ld e n b e r g J o s è f , 7 0
M a n g o n i L u is a , 34
G o rk ij (G o rk i) M a k sim (M a ssim o ), 7 9
M a rab in i A n se im o , 2 6 5 , 2 6 6 , 2 7 8
G r a f A rtu ro , 140 M a rtire E g ilb e r to , 2 9 1 , 292
G r a m sc i D e lio , 155 M a r x K a rl (C a rlo ), 19, 4 2 , 5 0, 5 5 , 5 7 ,
G r a m sc i E d m e a , 155 6 6 ,7 3 , 8 9 , 111, 137, 1 4 1 ,1 4 6 ,2 0 1 ,
G r a m sc i T eresin a, 155 202, 206, 220, 221, 239, 245, 246
G r a n d i D in o , 295 M a rz o tto G a e ta n o , 293
G r a z ia d e i A n to n io , 275 M a tte o tti G ia c o m o , 5 3 , 6 0 , 8 3 , 8 4 ,
G r ie c o R u g g e ro , 1 0 ,3 2 ,2 6 5 ,2 6 6 ,2 6 9 , 107, 161, 166, 1 6 7 , 2 0 9 , 2 7 7 , 2 8 0 ,
270 2 8 7 , 295
G r u p p i L u c ia n o , 3 4 , 37 M azzin i G iu s e p p e , 14, 61

314

M e ss e d a g lia A n g e lo , 293 R o c c a M a ssim o , 291


M in z o n i G io v a n n i, 107 R o c c o A lfre d o , 2 8 9 , 2 9 2
M isia n o F ra n c e sc o , 2 6 5 , 2 6 6 , 2 7 6 R o lla n d R o m ain ; 7 9 , 135
M o d ig lia n i G iu s e p p e E m a n u e le , 277 R o m an in i A lfre d o , 293
M o n d o lio R o d o lfo , 2 5 5 ,2 5 6 ,3 0 2 , 303 R o m e o R o sa rio , 2 9
M u ss o lin i B e n ito , 4 5 , 5 3 , 5 4 , 5 6 , 58- R o sse lli C arlo , 107, 167
6 0 , 6 2, 8 2-84, 8 8 , 8 9, 9 5, 115, 161, R o sse lli N e llo , 107, 167
282, 286, 289, 292 R o sta g n i A u g u sto , 131
R o tig lia n o E d o a r d o , 293
N a to li A ld o , 32 R u ffin i F ra n c e sc o , 140
N a to li C la u d io , 3 1 , 32
N a tta A le ssa n d ro , 34 S a la n d r a A n to n io , 174
S alv em in i G a e ta n o , 251
O ria n i A lfre d o , 2 5 0 Salvi F ra n c o , 293
S a n n a C arlo , 293
P a c c h io n i G io v a n n i, 132 S a n tu c c i A n to n io A ., 5 7 ,1 2 8 ,1 5 0 ,1 8 2
P a g g i L e o n a r d o , 33 S c a lia G ia n n i, 35
P a o lu c c i Silv io, 293 S c h iro n e C arlo , 293
P a r o d i G io v a n n i, 2 6 5 , 2 6 6 , 2 7 6 S c h u c h t T a tia n a (T a n ia ), 1 0, 12, 3 2 ,
P a s to r e A n n ib aie , 139 182
P a u le su Q u e rc io li M im m a , 32 S c o c c im a rr o M a u ro , 2 8 , 2 8 1 , 282
P e d r a z z i O ra z io , 293 S c u c c h ia A n g e lo , 32
P e lliz z a ri S e rg io , 293 S e rra ti G ia c in to M e n o tti, 7 4 , 80, 2 6 6 ,
P e n n a v a ria F ilip p o , 293 2 7 4 , 2 7 7 , 283
P e rn a A m e d e o , 293 S e s s a C e sa re , 2 6 5 , 2 6 6
P e rtin i S a n d ro , 32 S h e lle y P e rcy B issh e , 149
P ise n ti P ie ro , 293 S m irn o v Iv an , 7 0
P istillo M ich ele, 3 1 , 3 2 , 3 3 , 3 6 S o c ra te , 292
P la to n e F e lic e , 2 1 , 34 S o z z i G a s to n e , 6 0
P o la n o L u ig i, 2 6 5 , 2 6 6 , 2 7 6 S p e n c e r E d m u n d , 297
P ra m p o lin i C am illo , 241 S p r ia n o P a o lo , 3 1 , 3 2, 3 8 , 2 9 7 , 303
S r a ffa P ie ro , 10, 12, 32
R a g g io E m ilio , 293 S ta lin I o s i f V isa rio n o v ic , 13, 19, 22,
R a g io n ie r i E r n e s t o , 3 1 , 3 6 , 3 7 , 3 8 , 2 6 , 3 3 , 5 3 , 5 5 , 57, 7 1 , HI. 8 1
182, 3 0 5 89, 1 9 1 ,2 0 6 , 2 2 0
R av az z o li P a o lo , 12 S ta m p in i E tto re , 140
R e n ie r R o d o lfo , 140 S ta ra c e A ch ille, 293
R e p o ss i L u ig i, 2 6 5 , 2 6 6 , 2 6 9 S u v ic h F u lv io , 293
R igh i M a r ia L u is a , 31
R o b e s p ie rr e M a x im ilie n , 162 Tamburrano ( ìiiint'|i|n n nn

tn
T a rsia A n to n io (A n to n in o ), 2 6 5 , 2 6 6 , T r o c k ij (T ro ts k i) L e v D a v id o v ic , 10,
276 1 3 ,3 3 ,8 8 ,2 1 8 ,2 1 9 , 220, 260
T a sc a A n g e lo , 14, 2 7 5 , 2 9 6 T ro m b e tti G u sta v o , 32
T e rrac in i U m b e rto , 2 8 , 2 6 5 , 2 6 6 , 2 6 9 , T ron ti M a rio , 35
2 7 0 , 2 7 2 ,2 7 3 ,2 8 1 T u rati F ilip p o , 6 6, 7 4 , 113, 277
T h ie rs L o u is A d o lp h e , 161
T o g lia tti P a im ir o (E r c o li), 7 -3 6 , 182,
V acca G iu s e p p e , 3 1 , 3 2, 34
272, 273, 276, 278, 281, 286, 288,
V aleri D o m e n ic o , 293
2 9 5 , 2 9 9 , 305
T o si A ttilio , 293 V aleri N in o , 182
T o sin B ru n o , 32 V itto ria A lb e rtin a , 34
T re sso P ie tro , 12 V o lp e G io a c c h in o , 2 8 9 , 2 9 0 , 291
T reves C la u d io , 6 6, 136 V oltaire, 2 4 4

316
Finito di stampare nel mese di aprile 2001
per conto degli Editori Riuniti
dagli Stabilimenti Tipografici Carlo Colom bo - Roma