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PAOLO DI VITA

SEGNO E LE SETTIMANE
ALFONSIANE
IL SISTEMA D’IDENTITÀ
VISIVA
PALERMO 1991/2007
Francesco Gioia
La rivista Segno è manifestazione ormai consolidata
di un’attività più che trentennale, di quella Palermo
che per vocazione,spontaneamente, decide di
esprimere un’opinione su temi come la pace,
la mafia, il ruolo sociale della chiesa,
e di metterla poi su carta.
Il lavoro di Paolo Di Vita per Segno, esprime
in pieno tutta la tensione intellettuale, civile
e morale, che sottende il lavoro del grafico da una
parte e della redazione della rivista dall’altra. Tuttavia
non è possibile comprendere a fondo il progetto di
comunicazione sviluppato, senza prima affrontare una
breve digressione sulla storia della rivista.
«Segno» nasce nell’aspro contesto palermitano del
novembre 1975, come reazione fattiva di un gruppo
di studenti, insegnanti e sacerdoti, alla chiusura della
rivista redentorista il «Cristiano d’oggi».
Come suggerito dalle stesse parole di Giuliana
Saladino «Segno è parte di quella Palermo che
silenziosamente scivola via dalla lunga prigionia dentro
la Democrazia Cristiana…che decide di star fuori da
tutti i palazzi, quello della curia, del governo, della DC,
del PCI…
È difesa di ciò che vi è più antico che si congiunge con
la conquista di uno stato moderno e civile».
Il progetto di re-design della rivista viene affidato allo
studio Di Vita nel 1991, che da allora si occuperà sino
ad oggi esclusivamente del progetto della copertina,
(mentre l’interno rimarrà produzione spontanea della
redazione) e della comunicazione delle Settimane
Alfonsiane ad essa collegata, che rappresentano ormai
“un luogo e un tempo” in cui la città si raccoglie
intorno a grandi temi di interesse pubblico per
comprenderne le cause e suggerirne le soluzioni.
Il direttore della rivista Nino Fasullo, decide di
rivolgersi allo studio Di Vita, solo dopo essere entrato
in contatto con la rivista Antimafia, progetto (quello
di Antimafia) che lo studio curava già dall’anno ’89.
Il contesto era quello Palermitano dei primi anni’90,
periodo in cui l’angustia esistenziale e le difficili
condizioni di vita delle classi sociali più deboli e meno
abbienti, animavano le riflessioni di alcuni intellettuali,
che insieme ai sindacati ed alcuni partiti decisero di
prendere posizione attiva, rispetto alle contraddizioni
di una Sicilia arcaica e le moderne esigenze
economiche, attivate dal faticoso processo
di democratizzazione allora in atto.
Dal 1991 ad oggi, il progetto si è sviluppato secondo tre fasi che rispecchiano, l’evoluzione delle modalità
progettuali del grafico, scaturite dalle intime riflessioni tipiche della “professione del progetto” da una
parte, e dal continuo dialogo le con la redazione dall’altra.
Il primo progetto si sviluppa attorno l’impostazione di una gabbia che ospita al centro, una grande
illustrazione (spesso autoprodotta), in alto il titolo della rivista composto in Helvetica extra black
extended e in basso dal titolo dell’articolo principale del numero composto in Bauer Bodoni.
Dal n°162 l’esigenza di ampliare in copertina il numero dei titoli degli articoli significativi contenuti
all’interno della rivista, e di conseguenza la necessità di rendere più visibile
il nome degli autori porta il grafico a maturare ulteriori riflessioni sul progetto.
Procedendo verso la seconda riorganizzazione “Segno” assume definitivamente
la connotazione di un periodico mensile, il secondo progetto prevedeva sostanzialmente
la riduzione, dei caratteri adoperati (da tre a due) e dell’immagine in termini dimensionali.
Mantenuta la composizione in Helvetica e la posizione del il titolo della rivista, tutto
il resto, composto in Monaco, viene riorganizzato all’interno dello spazio grafico
seguendo intenzioni progettuali tese alla ricerca di un nuovo linguaggio espressivo
di matrice tipografica.L’approccio che Paolo Di Vita riserva invece all’ultimo progetto, è esclusivamente
quello tipografico, o per dirla in termini più ampi, la risoluzione del progetto è affidata
interamente alla scrittura. La scrittura, come scrive Giovanni Lussu, è immagine, e l’immagine è scrittura,
e le nostre lettere alfabetiche sono immagini tra tante.
La scrittura è un mezzo di comunicazione e come tale oscilla continuamente tra due versanti: da una
parte l’aspetto informativo-analitico, dall’altro quello espressivo-sintetico.
La tipografia è una scrittura con i “tipi” e i processi messi in atto nel riconoscimento delle immagini in
senso stretto, non sono diversi dai processi messi in atto per il
riconoscimento di una lettera. “La configurazione dello spazio del libro per mezzo della meccanica
tipografica deve corrispondere alle tensioni di trazione e compressione del contenuto” afferma El
Lisstzky (per Polano è El Lisickij).
La scrittura permette al progettista di ampliare l’ampio repertorio dei tipi, con segni e immagini ridotte
al tratto, di natura iconica e pittografica, tutti elementi che abilmente combinati danno origine ad
eleganti atti di significazione. I segni prodotti (progettati) vengono talvolta decontestualizzati dal loro
naturale ambito di applicazione per essere ricollocati e risemantizzati all’interno di nuove strutture
discorsive. Quest’operazione è funzionale agli scopi del progettista, che mira con il proprio lavoro ad
interagire fattivamente con e nel sociale, tentando di innescare nel destinatario del messaggio nuove
attività sensoriali e cognitive. Il risultato ottenuto è una perfetta mediazione tra elementi grafici di natura
espressiva ed altri di natura plastica più rigidi e formali, tra i pensieri della ragione
e l’istintività dell’emozione, tra elementi che tendono all’omologazione e altri che tendono
alla trasformazione, tra il passato e il futuro.
Se da una parte l’impostazione della gabbia è
rigorosa e ad una tale configurazione è assicurato
l’assolvimento dei compiti progettuali di natura
eminentemente funzionale, tipo una facile
riconoscibilità, un’immediata lettura degli elementi
(numero, titolo, prezzo etc…), dall’altra l’unico segno,
posto quasi al piede della pagina, esprime con tutta
la forza dell’effetto di sintesi il tema principale del
numero.Il progetto risponde anche sotto il profilo
formale in aspetti come la scelta del tipo e colore
della carta, della stampa in mono/bicromia, ancora una
volta alle intenzioni redazionali che vuole restituire al
lettore i valori etici e morali dispersi, pubblicando una
rivista autonoma ma quasi totalmente autofinanziata
e questo spiega perchè dispone di budget limitati di
stampa.
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segno
come ai tempi di cesare borgia
le motivazioni della sentenza
della corte di cassazione al processo andreotti
“La configurazione dello spazio del
libro per mezzo della meccanica
tipografica deve corrispondere alle
tensioni di trazione e compressione
del contenuto”
El Lisstzky
La comunicazione delle Settimane Alfonsiane,
che rappresentano ormai un’attesa e qualificata
iniziativa nell’ambito culturale palermitano, continua
concettualmente le intenzioni progettuali già
manifestate nella rivista.
La comunicazione delle Settimane prevede
generalmente la produzione di un manifesto, della
locandina e di un pieghevole informativo, oltre a un
calendario degli incontri. Quasi sempre il progetto
grafico si basa su l’uso di un immagine di sfondo,
che però non viene mai utilizzata nel suo “essere
rappresentazione di”, ma piuttosto come texture, di
natura indefinita ma definibile.
Il repertorio da cui attingere è l’intera città o ancora
qualcos’altro che come sottolinea lo stesso
Di Vita non si trova a più di 20 centimetri dalla sua
postazione di lavoro.
Il testo del messaggio è composto all’interno dello
spazio tipografico seguendo ed evolvendo i rigorosi
schemi della grafica svizzera, già come aveva fatto
Wolfgang Weingart, grafico che assieme ad El Lisstzky
e Alfred Hohenegger ha lasciato non poche tracce di
un’eredità concettuale nel lavoro di Paolo Di Vita.
Di volta in volta il progettista stabilisce il livello di
ambiguità del messaggio da veicolare, la scelta tra un
livello di determinazione e uno di indeterminazione
genera diverse possibilità di comprensione c
he mettono il fruitore nella condizione di dover
riflettere.