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La società civile come spazio di mediazione

Agnese Vardanega

1. Obiettivi e dimensioni dell’analisi

Obiettivo dell’analisi che è stata oggetto del mio contributo al volume curato dal Prof. Cesareo, è
stato quello di individuare - utilizzando l’Analisi delle corrispondenze multiple (Acm)i - alcune di-
mensioni atte a sintetizzare lo spazio dell’azione della società civile, per come emerso nell’analisi
empirica, ed osservare in che maniera i diversi attori (gruppi e strutture) inclusi nel campione si di-
spongono entro tale spazio. Tale analisi ha condotto ad una tipologia delle forme di mediazione
svolte dagli attori stessi, con l’ausilio di una procedura di classificazione automatica dei casi. L’idea
era quella di arrivare a costruire uno spazio idealtipico che consentisse di leggere - in chiave com-
parativa e ad un livello più generale - non solo le analogie e le somiglianze, ma anche e soprattutto
le differenze salienti, fra i gruppi e le strutture studiate nell’indagine.
L’analisi va collocata entro limiti ben precisi. In particolare è necessario considerare quali pre-
supposti (diremmo “postulati”) generali dell’analisi quelli che sono alla base dell’indagine, e cioè:
1. I gruppi e le associazioni contattati sono stati considerati come attori appunto della società civile,
che si collocano e si muovono entro uno spazio d’azione.
2. Di tali gruppi, è stato dato per presupposto che svolgano una funzione di mediazione fra individui
e ambiti istituzionalizzati (politica, istituzioni pubbliche, mercato, comunicazione pubblica; la
selezione dei gruppi da includere nel campione è stata infatti orientata da tale presupposto); lo
spazio d’azione è stato dunque assunto ex ante come spazio di mediazione.
3. La nostra lettura ammette cionondimeno la capacità autopoietica di tali gruppi, ed anzi la socia-
zione, intesa quale capacità di costituire forme sociali può essere assunta quale focus specifico di
interesse.

2. Le dimensioni principali: Integrazione e Adattamento

L’analisi ha preso le mosse dalla selezione di alcuni indicatori relativi alle relazioni degli attori

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con gli ambiti istituzionalizzati considerati nell’indagine (apparato politico-amministrativo, merca-
to, sistema della comunicazione pubblica e ambito socio-assistenziale); al livello di istituzionalizza-
zione degli attori considerati; ed infine al livello di strutturazione organizzativaii.
Gruppi e organizzazioni rientrati nel nostro campione mostrano una grande differenziazione, per
campi di azione, settori di attività, modalità organizzative; differenziazione voluta, naturalmente, vi-
sto che il modello interpretativo adottato e la definizione operativa data al concetto di società civile
voleva cogliere il più vasto range di formazioni sociali possibili. Limitatamente agli indicatori con-
siderati nell’analisi, tale differenziazione può essere adeguatamente descritta da due fattori: le mo-
dalità attraverso le quali i nostri attori riescono a svolgere un proprio ruolo nel proprio ambito terri-
toriale e in rapporto alle diverse sfere istituzionalizzate (integrazione), ed in secondo luogo le mo-
dalità di acquisizione delle risorse finanziarie ed umane (adattamento) iii.
Sulla prima dimensione - che abbiamo chiamato Integrazione - troviamo risposta alla domanda:
“Posto che gli attori della società civile svolgono un qualche tipo di funzione di mediazione fra indi-
vidui e ambiti istituzionalizzati, in quale maniera prevalente svolgono tale funzione? E nello svolgi-
mento di tale funzione, si collocano più sul versante dell’istituzionalizzazione e delle relazioni spe-
cifiche o più sul versante della spontaneità e delle relazioni diffuse?”. Gli attori considerati si distri-
buiscono dunque su questo asse in base al grado di strutturazione organizzativa, dai gruppi informa-
li alle organizzazioni più formalizzate ed istituzionalizzate.
In particolare, il polo delle organizzazioni sembra per certi versi avvicinarsi a quella funzione di
mediazione che Hirst (1999) attribuisce alla democrazia associativa: la presenza di legami stabili
fra gli attori considerati nell’analisi da una parte e i diversi ambiti istituzionalizzati dall’altra sembra
quasi coessenziale alla loro stessa esistenza in quanto organizzazioni. Ma in questo caso, le relazio-
ni osservate riguardano nella grandissima parte dei casi non solo le istituzioni politico-amministrati-
ve, ma tutte le sfere istituzionalizzate considerate: questo polo dà quindi conto del rapporto con le
istituzioni e delle dinamiche interne (di strutturazione organizzativa) ed esterne (di democrazia e
partecipazione) che tale rapporto sembra attivare.
Il polo opposto sembra invece corrispondere meglio invece alle funzioni attribuite al comunitari-
smo, essendo qui elemento fondamentale la relazionalità diretta, l’assenza di relazioni con (o l’auto-
nomia da) le sfere istituzionalizzate, il legame con il contesto locale di appartenenza. Su questo
polo, dunque, società civile significa socialità originaria, ma anche ricomposizione delle apparte-

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nenze e delle identità a livello locale. Anche qui possiamo riconoscere una dinamica legata alle mo-
dalità di integrazione adottate, ed in particolare dall’assenza del rapporto con le istituzioni.
Di rilievo - seppure attesa - l’associazione fra spontaneità e bassa strutturazione organizzativa, as-
sociazione che ha appunto indotto chi scrive ad interpretare questo asse in termini di modalità di in-
tegrazione. Appare infatti evidente la forma “comunitaria” di queste strutture: sono più raramente
presenti lavoratori dipendenti, gli organi decisionali sono più spesso allargati (assembleari) e le rela-
zioni dei membri all’interno del gruppo sono improntati all’amicizia, il collante principale e la mo-
tivazione prevalente per i membri a far parte del gruppo stesso. Si tratta solitamente di strutture pic-
cole, mentre la natura giuridica più caratteristica è il “gruppo informale”, seguita da “associazioni
senza personalità giuridica”. Al contrario, troviamo associate all’altro semiasse i soggetti della sfera
economica e dell’ambito socio-assistenziale; strutture grandi, Onlus, associazioni con personalità
giuridica e cooperative sociali.
Ulteriore elemento degno di rilievo è l’associazione fra “istituzionalizzazione” e strutture nate fra
il 1945 e il 1970, da una parte, e fra “spontaneità” e recente istituzione (strutture nate nell’ultimo
decennio). Il dato si presta ad una lettura non univoca. La questione se il processo di istituzionaliz-
zazione sia in buona sostanza inevitabile - nel corso del tempo - per gli attori della società civile non
può infatti essere risolta in questa sede, ché una risposta articolata e completa richiederebbe uno stu-
dio approfondito e specificatamente orientato ad indagare tale questione. In particolare, il presente
disegno di indagine non consente di sciogliere l’intreccio fra aspetti - per così dire - filogenetici ed
aspetti ontogenetici della dinamica dell’istituzionalizzazione.

La dimensione dell’Adattamento, invece, oppone il modello relazionale dello scambio (polo auto-
nomia) a quello del dono (polo solidarietà). Se ciascuna delle dimensioni individuate enfatizza un
aspetto delle relazioni fra gli attori ed il loro ambiente, su questa dimensione riconosciamo in parti-
colare le diverse modalità di attivazione di risorse economiche e sociali: mercato e solidarietà,
scambio e dono, individuano modalità relazionali esterne ed interne la cui rilevanza nella definizio-
ne delle forme di mediazione e di socialità non può essere sottovalutata.
Le strutture che fanno riferimento al modello economico di reperimento di risorse attivino preva-
lentemente risorse interne al sistema organizzativo, prodotte cioè dallo stesso, e sono in questo sen-
so autonome. Al contrario, le strutture che si basano sulla solidarietà attivano risorse esterne al si-

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stema organizzativo: oltre ai contributi e alle donazioni di pubblici e privati, infatti, sono da consi-
derarsi risorse esterne le donazioni spontanee dei membri e le prestazioni di lavoro volontarie, in
quanto non prodotte dall’organizzazione. Da questo punto di vista, dunque, per la propria sopravvi-
venza e per la realizzazione delle loro attività, queste strutture dipendono dal contesto locale o na-
zionale dal quale attingono le loro risorse.
Questo corrisponde in un certo senso alla logica dell’“interazionismo del dono” (Caillé, 1998) in
quanto contrapposta a quello dello scambio nel fondare la socialità: infatti, non solo il dono e la so-
lidarietà garantiscono la sopravvivenza, la riproduzione ed il raggiungimento degli obiettivi di que-
sti gruppi, ma possono contribuire a definire il tipo di relazione con il contesto sociale locale e con
le sfere istituzionalizzate. Al polo Solidarietà corrispondono onlus e comunque strutture medio-
grandi con budget inferiore ai 100 milioni. Più vicine al polo Autonomia (o Mercato), le cooperative
sociali, e soprattutto strutture più spesso piccole con budget superiori ai 100 milioni. (Tab. 4).

3. Lo spazio della mediazione

Rappresentando queste due dimensioni su un piano cartesiano possiamo definire lo spazio della
mediazione nel quale i gruppi e le associazioni studiate svolgono la loro funzione di mediazione.
Tale spazio individua organizzazioni autonome (mediazione tra stato e mercato), organizzazioni so-
lidali (mediazione tra pubblico e privato) e gruppi solidali (mediazione tra locale e globale). Nello
spazio fra Stato e Mercato, operano le organizzazioni per la difesa e tutela di specifiche categorie di
cittadini (prevalentemente, gli attori economici); lo spazio fra Pubblico e Privato è tipicamente oc-
cupato dai Servizi di prossimità per ciò che concerne la produzione dei servizi e dai Movimenti so-
ciali per ciò che concerne la difesa dei diritti e la partecipazione alla sfera politica e pubblica; nello
spazio fra Locale e Globale, si collocano infine i gruppi che - agendo a livello locale e senza parti-
colari relazioni con gli ambiti istituzionalizzati - sono mossi da ideali universali e solidaristici (Reti
comunitarie), e/o di apertura e dialogo (Mediatori culturali).
Lo spazio della mediazione fra Stato e Mercato viene ulteriormente connotato dalla presenza di
un orientamento particolaristico delle attività delle organizzazioni (le attività dei gruppi sono rivolti
prevalentemente ai cittadini italiani), com’è da attendersi in conseguenza degli obiettivi posti (dife-
sa e tutela di interessi di gruppi sociali ed economici specifici).

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Nello spazio fra “Locale” e “Globale”, assume particolare rilievo non solo l’assenza di relazioni
con gli ambiti istituzionalizzati, ma l’esplicita negazione dei valori e delle attività tipiche degli stes-
si (e ciò è particolarmente vero per quanto riguarda il mercato). Fatto questo che piuttosto che come
rifiuto “ideologico”, andrebbe letto in quanto chiaro segnale del riconoscimento della specificità
delle attività qui portate avanti, e dei valori che le sostengono: legate ai bisogni dei cittadini, degli
anziani, dei giovani, al patrimonio culturale ed artistico locale, alle fedi ed alle attività e pratiche re-
ligiose.
Entro questo spazio troviamo infatti (a) associazioni culturali e organi locali di stampa (incluse
radio e Tv locali) - per i quali ultimi in particolare l’autonomia dai cd. “poteri forti” è un tratto di-
stintivo; (b) ma anche tutte quelle formazioni sociali che declinano istanze tipicamente “universali”
o addirittura “globali” (quali la religione o la cultura) nel locale, senza la mediazione delle strutture
sociali tipiche degli ambiti istituzionalizzati. Il che sembra implicare - piuttosto che assenza o nega-
zione della socialità o dell’auto-organizzazione - la presenza di formazioni sociali innovative proba-
bilmente, ma certamente transitorie e contingenti (tale aspetto meriterebbe comunque una disamina
più approfondita). L’azione svolta è in ogni caso quasi esclusivamente rivolta alle comunità locali
ed ai territori di appartenenza.
Adottando questa ipotesi interpretativa, questo spazio d’azione induce a riflettere sulla compre-
senza, entro la “sfera pubblica” - luogo della formazione delle rappresentazioni collettive della real-
tà, e del consenso -, di funzioni legate alla produzione e diffusione di informazione ed opinioni
(mass media) e di funzioni legate alla formazione delle identità locali (cfr. Magatti, cap. 1).
Altro spazio di azione significativo è quello fra “Pubblico” e “Privato” (ovvero: fra azione pub-
blica e azione privata), tanto in riferimento alla produzione dei servizi (Servizi di prossimità) che
alla mobilitazione e/o partecipazione sociale e politica (Movimenti sociali). Anche in questo caso,
possiamo facilmente riconoscere uno spazio “classico” della letteratura sulla società civile, con rife-
rimento tanto ai movimenti sociali quanto al terzo settore (cfr. in particolare la posizione di Donati,
ma anche - in tutt’altro senso - l’interpretazione gramsciana e più in generale marxista del rapporto
fra società civile, politica e Stato). Si tratta dello spazio che vede come elemento fondativo l’auto-
nomia del sociale rispetto alla politica.
Questo è lo spazio dell’uguaglianza e della solidarietà, intesi in quanto valori universali, dei dirit-
ti umani, ed in particolare delle attività rivolte alla tutela ed al sostegno ai minori, agli immigrati,

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ma anche all’ambiente e al territorio. Le strutture rappresentate in questo quadrante sono grandi,
strutturate, e attivano prevalentemente risorse esterne (si tratta del resto in gran parte di Onlus e co-
munque di organismi no-profit). I Servizi di prossimità, in particolare, evidenziano una maggiore
strutturazione organizzativa - una caratterizzazione più forte dunque in quanto formazione sociale -
ed una maggiore prossimità al sistema della comunicazione pubblica e alla politica. I Movimenti so-
ciali mostrano invece una maggiore differenziazione in termini di strutturazione organizzativa (gli
attori possono essere tanto gruppi quanto organizzazioni), ma anche in termini di spazio di media-
zione occupato.

Una breve notazione sulla sfera dei valori. Nella lettura delle forme di mediazione si dovrebbe te-
nere chiaramente presente che la sfera dei valori potrebbe essere costitutiva delle forme di socialità
effettivamente adottate, insieme ovviamente alla mission organizzativa vera e propria. Di fatto, la
presenza di obiettivi esplicitamente condivisi dai membri (per la precisione: dagli intervistati) è ca-
ratteristica degli attori più strutturati dal punto di vista organizzativo. Questo dato va letto ovvia-
mente entro il complessivo quadro interpretativo del processo di istituzionalizzazione, dal momento
che tutti gli items della scala relativa appunto agli obiettivi delle associazioni si dispongono lungo la
dimensione dell’integrazione.
Non per questo è però legittimo affermare che gli obiettivi siano indifferenti, rispetto alla caratte-
rizzazione degli spazi d’azione, e dunque delle forme di socialità e di mediazione concretamente
adottate. Un primo gruppo di obiettivi caratterizzano infatti positivamente lo spazio fra Stato e Mer-
cato e negativamente lo spazio fra Locale e Globale: “aggregare domande per il sistema politico”;
“sfruttare i nuovi strumenti tecnologici”, “difendere gli interessi di categoria” e “promuovere la li-
bertà d’azione”. La condivisione di questo tipo di obiettivi si associa - nello spazio fra Stato e Mer-
cato - a relazioni di carattere secondario, all’orientamento a valori (spesso particolaristici) di effi-
cienza e successo. Al contrario il rifiuto di questi obiettivi si associa - nello spazio fra Locale e Glo-
bale - a relazioni di carattere primario (familiare ed amicale) e ad un orientamento universalistico a
valori di dialogo e tolleranza, ad una decisa propensione per azioni collettive di carattere appunto
locale.
Nello spazio fra Pubblico e Privato, infine, viene accordata rilevanza al secondo gruppo di obiet-
tivi: da un lato legati all’azione in quanto pubblica “aumentare la partecipazione dei cittadini”, “par-

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tecipare al dibattito pubblico” e “concretizzare i valori della società”; dall’altro all’azione in quanto
collettiva: “ricostruire la solidarietà” e “sviluppare un ambito comunitario”. Questi obiettivi sono
associati ad un orientamento valoriale decisamente solidale ed universalistico, e contemporanea-
mente ad una consistente strutturazione e complessità organizzativa, e a rapporti con tutte le sfere
istituzionalizzate contemplate nel nostro modello interpretativo.

Per ogni spazio individuato, infine, possiamo individuare uno specifico tipo di autonomia che le
forme associative debbono garantirsi per realizzare la loro funzione di mediazione. Tale “autono-
mia” non va intesa, ovviamente, in senso assoluto, ma in quanto pluralismo di forme ed interessi in
gioco, da un lato, e di differenziazione operativa dall’altro.
Sotto questo profilo, troviamo qui un importante riscontro all’ipotesi interpretativa fondamentale
del nostro lavoro, che cioè sia necessario riferire la realtà della società civile alle sfere istituzionaliz-
zate rispetto alle quali essa si costituisce per comprenderne appieno la natura.
Gli attori che agiscono nello spazio fra Stato e Mercato tendono da un lato a garantire l’autono-
mia dell’azione individuale e dall’altro a differenziarsi dalla sfera della politica, con la quale pure
interloquiscono - magari solo in forma strumentale. L’autonomia prevalentemente realizzata riguar-
da dunque la libertà d’azione individuale degli attori che entrano attivamente in gioco nel mercato,
con i loro diversi interessi e le loro differenti opzioni. Autonomia dalla politica potrebbe essere inte-
sa qui come differenziazione delle modalità di azione ed intervento nei confronti dell’apparato poli-
tico-amministrativo e del mercato.
Nello spazio fra Pubblico e Privato, gli attori realizzano l’autonomia dell’azione pubblica - ovve-
ro rivolta ad altri, ed agita in forma collettiva - differenziandosi in primo luogo dal mercato: la logi-
ca di produzione dei servizi nel terzo settore, ad esempio, è profondamente diversa da quella di mer-
cato.
Nello spazio fra Locale e Globale, infine, gli attori si garantiscono l’autonomia di azione locale,
differenziandosi dal mercato e dalla politica, e più in generale dalle forme istituzionalizzate dell’a-
zione sociale: adottando la nostra ipotesi di lettura proposta, il processo di elaborazione delle identi-
tà, delle opinioni, delle rappresentazioni sociali, avviene al di fuori degli ambiti istituzionalizzati - e
talora, in contrapposizione ad essi.

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4. La tipologia delle forme di mediazione

Una procedura di classificazione automatica - utilizzando i punteggi fattoriali assegnati a ciascun


caso dall’Acm - ha condotto all’articolazione dei tipi di mediazione svolta dagli attori, in quanto
collocati nello spazio di azione individuato. Mentre l’analisi delle dimensioni e dello spazio di azio-
ne che esse definiscono ha fornito una descrizione sintetica dei fenomeni in oggetto (più precisa-
mente, delle relazioni fra le variabili considerate), la procedura di classificazione riguarda invece i
casi, e produce in questo senso una specificazione delle concrete forme di mediazione riscontrabili
negli attori analizzati. La procedura di classificazione ha isolato:
- due tipi di mediazione fra Stato e Mercato, entrambi ampiamente riconducibili agli attori della sfe-
ra economica, e denominati Cooperazione e Tutela di Interessi;
- due tipi fra Pubblico e Privato, dei quali il primo - Tutela dei Diritti - associato ai Servizi di pros-
simità ed il secondo - Impegno - ai Movimenti sociali, ma non solo;
- tre tipi fra Locale e Globale, dei quali due - Solidarietà ed Identità - associati ai Mediatori cultu-
rali, ed uno - Comunitarismo - alle Reti comunitarie ed ai Movimenti Sociali.

In Fig. 8 viene riproposto lo spazio della mediazione in una forma che consente di tenere conto
anche di altre due dimensioni rispetto alle quali i tipi individuati si differenziano. Le dimensioni che
definiscono la tipologia sono dunque:
- Integrazione:
- Adattamento: nella zona centrale rientrano quelle strutture e quei tipi che non risultano caratteriz-
zati rispetto a questa dimensione;
- Orientamento valoriale: particolarismo / universalismo, per come emerge in particolare dalla do-
manda relativa al “target” dell’azione. In realtà, l’opposizione fra chi ritiene che le attività delle
strutture debbano essere rivolte ai bisogni di tutti gli esseri umani in generale e chi si rivolge inve-
ce ai bisogni della comunità locale, o nazionale è parallela alle modalità dell’adattamento, talché
l’orientamento universalista si accompagna alla solidarietà (ed in particolare alle organizzazioni
solidali), o alla logica del dono, mentre l’orientamento particolarista si accompagna all’autono-
mia e allo scambio. Questa dimensione non può essere considerata indipendente dalle due dimen-
sioni principali. Autonomia ed orientamento universalistico non si sovrappongono infatti mai: fat-

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to questo di sicuro interesse, ma che non va interpretato quale dato “assoluto”.
- Appartenenza: impegno / amicizia / ideali (d. 18b, rapporti all’interno del gruppo). È stata qui pre-
sa in considerazione la motivazione che sostiene l’azione dei membri entro il quadro normativo e
sociale rappresentato dal gruppo o l’organizzazione; anche questa dimensione si dispiega paralle-
lamente alle modalità di adattamento.

Quello rappresentato in Fig. 8 è uno spazio empirico, peraltro non interamente coperto dalla tipo-
logia. Lo spazio fra Stato e Mercato, ad esempio, viene definito dall’autonomia e dallo scambio,
dall’impegno (come motivazione per l’appartenenza) e dal particolarimo, mentre le forme di inte-
grazione adottate possono essere più o meno strutturate.
Nello spazio fra Stato e Mercato, prevalgono due tipi di mediazione: la prima (Tutela di interessi)
è associata ad una maggiore strutturazione organizzativa, e si caratterizza per la vocazione a difen-
dere e tutelare interessi di categorie specifiche di cittadini, anche in rapporto agli ambiti istituziona-
li - specialmente la politica e i mass-media. Rientrano qui la gran parte delle associazioni sindacali e
degli ordini professionali (le Corporazioni rappresentano il 21,2% dei casi del cluster, contro il
9,9% della Cooperazione), alcune cooperative sociali, ma anche alcune associazioni di donne (men-
tre, in generale, è improbabile trovare qui Mediatori culturali, Reti comunitarie, e Movimenti socia-
li). Nel secondo tipo, invece (Cooperazione), meno strutturato e più composito in quanto a soggetti,
l’interesse prevalente è la produzione di beni e servizi. Ferma restando la significativa associazione
fra questa forma di mediazione e i soggetti economici del nostro modello di indagine, la grande ete-
rogeneità della composizione di questo cluster - ed anche la compresenza di organizzazioni e gruppi
informali - induce a darne una interpretazione più ampia, ipotizzando la diffusione di valori organiz-
zativi di efficienza e produttività anche in contesti organizzativi decisamente lontani dal tipo del-
l’impresa o della cooperativa sociale (anche in questo cluster, sono basse le probabilità di trovare
Reti comunitarie e Movimenti sociali).
Lo spazio fra Pubblico e Privato, si caratterizza per strutturazione organizzativa, universalismo,
solidarietà e senso di appartenenza basato sulla condivisione dell’impegno o di ideali (possiamo
parlare di “mobilitazione”, considerandole congiuntamente).
Le due forme di mediazione che ritroviamo qui hanno dunque in comune l’elevato livello di strut-
turazione organizzativa (in entrambi i casi troviamo ad esempio organi decisionali sia allargati che

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ristretti) e di istituzionalizzazione, mentre si differenziano per il tipo di relazionalità interna, e il tipo
di appartenenza: se uno dei due cluster prende il nome di Impegno proprio per il ruolo che svolge
qui questa motivazione a partecipare alle attività del gruppo, nel tipo della Tutela dei diritti le rela-
zioni primarie hanno maggiore rilievo.
Quest’ultimo tipo è associato a strutture nate negli anni Sessanta e Settanta, solitamente grandi, e
alle strutture che si occupano di ambiente e territorio, della tutela dei diritti umani, dell’assistenza e
dei diritti dei malati (Servizi di prossimità e Movimenti sociali). Questa forma di mediazione è quel-
la che più si avvicina all’idealtipo del terzo settore, mentre appare meno probabile fra gli attori della
sfera economica. Il tipo Impegno è associato ai Servizi di prossimità e agli attori che si occupano
della tutela dei consumatori (ma non ai movimenti sociali).
Lo spazio fra Locale e Globale, e le relative forme di mediazione, si caratterizza per solidarietà,
appartenenza basata su relazioni di amicizia e condivisione di ideali, formazioni gruppali e sponta-
nee, e un orientamento valoriale in un caso più particolaristico, in un altro più universalistico.
Collocato qui per certi aspetti impropriamente troviamo un tipo di mediazione di un certo peso
numerico ma che resta sostanzialmente indistinto, nel senso che rappresenta il profilo medio della
nostra popolazione: si tratta del tipo della Solidarietà, in cui la caratteristica comune è il riferimento
a valori universalistici di solidarietà, la presenza di relazioni amicali, la distanza dai valori del mer-
cato propriamente detti, il rapporto con le istituzioni pubbliche.
“Costola” di questo grande gruppo è il tipo di mediazione più prossimo all’idealtipo della comu-
nità: i rapporti interni al gruppo essendo motivati dalla condivisione di un ideale, caratterizzati da
vincoli di amicizia e parentela all’esterno del gruppo, e orientati al valore dell’altruismo; gli organi
decisionali essendo allargati quando non assenti; le risorse attivate esterne, ma rappresentate da do-
nazioni dei membri e contributi spontanei (e non da contributi pubblici e privati); essendo assente il
rapporto con gli ambiti istituzionalizzati. Il cluster - denominato “Comunitarismo” - appare signifi-
cativamente associato alle Reti comunitarie e ai Movimenti sociali (28,6%; si tratta in larga parte di
associazioni per la terza età e per i diritti umani), alle associazioni che si occupano dei malati, ai
gruppi religiosi e di pensiero
L’ultimo tipo di mediazione presente in questo spazio è a sua volta fortemente caratterizzato solo
sulla prima dimensione, per la scarsa istituzionalizzazione e per il carattere spontaneo e contingente
dei gruppi che lo compongono. Le attività di questi gruppi sono prevalentemente rivolte ai bisogni

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della comunità locale, e sono orientate da valori di soddisfazione e dialogo. Questo tipo è stato de-
nominato “Identità” in considerazione del rilievo che assume qui l’appartenenza ad una comunità
locale, in termini culturali, sociali ed affettivi.

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i
Cfr. Bénzécri, 1992.
ii
Sono stati utilizzate le variabili relative agli indicatori (qui indicati con il numero di domanda del questionari) delle seguenti dimen-
sioni di analisi:
A Relazioni con gli ambiti istituzionalizzati
A1 politica ed istituzioni pubbliche: dom. 24 - ha rapporti con le istituzioni pubbliche; dom. 31- iniziative per migliorare il fun-
zionamento delle istituzioni pubbliche; dom. 34 - partecipazione politica (sì/no); dom. 35 - contatti con forze politiche o candidati
A2 sistema della comunicazione pubblica: dom. 41(b) - usa i mass media per far conoscere le proprie attività; dom. 41(e) - fa rac-
colte di firme ed appelli
A3 ambito socio-assistenziale: dom. 55 - collaborazioni con gruppi che operano nel “terzo settore”
A4 mercato: dom. 47(a) - donazioni di membri; dom. 47(i) - contributi enti privati; dom. 47(j) - contributi enti pubblici; dom.
47(k) - contributi spontanei
B Livello di istituzionalizzazione (come capacità di identificare e stabilizzare una logica e un codice interni) degli attori; si
tratta di indicatori indiretti, nel senso che la presenza, o l’intensità, delle caratteristiche in oggetto dovrebbe essere conseguenza di
un processo in fieri di istituzionalizzazione: dom. 38 - membri con incarichi elettivi (politica); dom. 45 - frequenza dei rapporti con
i mass media (sistema della comunicazione pubblica); dom. 48 - creare nuovi posti di lavoro (mercato), come adesione ad un obiet-
tivo tipico delle imprese
C Livello di formalizzazione organizzativa e modalità organizzative
C1 modalità organizzative: dom. 13(a) - lavoratori dipendenti (presenza / assenza); dom. 13(b) - volontari (presenza / assenza);
dom. 15 - organi collegiali con funzioni decisionali
C2 relazionalità: dom. 18 - rapporti all’interno del gruppo; dom. 19(a) - rapporti all’esterno di tipo familiare; dom. 19(b) - rap-
porti all’esterno di tipo amicale; dom. 19(c) - rapporti all’esterno di tipo lavorativo.
iii
I due fattori, nel loro insieme, rappresentano il 96% ca. dell’inerzia totale: il 67,5% il primo e il 28,6% il secondo. Va segnalato che
il primo asse fattoriale è primo per rilievo descrittivo ed interpretativo: le forme dell’integrazione rappresentano cioè una dimensione
più discriminante - e quinti più informativa - rispetto alle forme dell’adattamento (autonomia / solidarietà). Inoltre, le due dimensioni
individuate sono indipendenti: ciò significa che, mentre il livello di istituzionalizzazione delle strutture risulta associato alla capacità,
o alla volontà, delle strutture di costruire relazioni entro i diversi ambiti istituzionalizzati, questa dimensione non ha alcuna relazione
con la collocazione delle strutture stesse sull’asse “autonomia / solidarietà”, ed in particolare con le modalità attraverso le quale le
strutture reperiscono e riproducono le risorse che usano per conservarsi e/o produrre beni e servizi.
La scelta di utilizzare espressioni quali “integrazione” ed “adattamento” per individuare tali dimensioni non presuppone
una lettura funzionalista dei risultati, ma discende, evidentemente, dalla scelta di studiare lo spazio della mediazione entro il quale gli
attori della società civile si muovono. Senz’altro, però, la scelta di studiare lo spazio della mediazione ha indirizzato verso una lettura
istituzionalista del fenomeno.