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Transazione e riflessività nella situazione di intervista - DRAFT

di Agnese Vardanega1

1. INTRODUZIONE

1. La letteratura metodologica appare ampiamente concorde, sia pure da punti di vista diversi,
sul fatto che le informazioni ricavate da interviste - strutturate e non - siano “costruzioni” che si rea-
lizzano nel rapporto fra intervistatore ed intervistato (oltreché nel disegno dell’indagine). Ciò impli-
ca l’esistenza di un “gioco interattivo” fra ricercatore ed attori sociali, il cui peso sulla “rilevazione”
delle informazioni non può certo essere arginato da strategie di “controllo della situazione di inter-
vista”. L’uso di interviste con questionario, in particolare, lascia un vago senso di insoddisfazione
nel ricercatore, non tanto a causa della drastica riduzione di complessità e variabilità dei fenomeni
indagati - ampiamente compensata, di solito, dall’estensività della rilevazione - quanto piuttosto
perché la dinamica delle interviste ed il rapporto con gli intervistati sono in se stessi forieri di infor-
mazioni che se pure possono essere utilizzati nella fase dell’interpretazione dei dati, non vengono
quasi mai indagate con sistematicità. E tanto più ciò è vero quanto maggiore è la divisione del lavo-
ro nell’organizzazione delle grandi surveys.
Nella ricerca quantitativa questo problema viene solitamente definito in relazione al fatto che -
nei sondaggi di opinione, nelle inchieste campionarie - informazioni, atteggiamenti, e valutazioni
degli intervistati sono raccolti attraverso domande formulate in termini semplificati al massimo, sì,
ma pur sempre potenzialmente esposte a differenti interpretazioni. Il che naturalmente - com’è ben
noto - inficia la validità del modello S-R, e mette in serio pericolo la validità e l’attendibilità delle
stesse tecniche di inchiesta e sondaggio, e soprattutto quelle di analisi statistica dei dati per queste
vie raccolti.
Uno stesso termine può assumere valenze completamente diverse per l’intervistatore e per l’in-
tervistato, e per entrambi in diverse situazioni di intervista e di interazione naturale, fino ad immagi-
nare una sorta di “gioco delle tre carte” in cui si confonde continuamente il senso che la domanda
assume di volta in volta nel disegno di indagine, nell’interpretazione degli intervistati e nell’analisi
dei risultati. Si chiede l’opinione delle persone su una cosa (ad es. la pornografia), si registra magari
l’opinione espressa su un’altra cosa (ad es. i film o i giornali “vietati”), ed alla fine magari si teoriz-
za su una terza cosa ancora (la tolleranza morale, di cui la domanda potrebbe essere uno degli indi-
catori).
1
Una precedente versione di questo saggio è stata presentata nel 1999 al seminario Il problema etico della e nella
sociologia, organizzato dal Dipartimento … dell’Università di Bologna, e disponibile on-line (nel sito: www.spbo.uni-
bo.it/pais/minardi/index_etica.html)

1
Non possiamo fare a meno di osservare come, in tale modello, l’intervistato sia protagonista di
“interpretazioni” chiuse nella black box della mente, che il ricercatore deve tenere sotto controllo,
allo scopo di “estrarre” l’informazione “giusta”, quella cioè richiesta dal modello euristico adottato
ed esplicitata nella definizione operativa. La scelta degli indicatori, così come il linguaggio adottato
nella formulazione delle domande, deve del resto rispondere a criteri di adeguatezza di senso, seb-
bene sia opinione diffusa che il paradigma quantitativo si sia orientato piuttosto a risolvere il pro-
blema dell’adeguatezza causale2: gli indicatori devono, infatti, essere “sensibili al contesto”, adatti
cioè al contesto della ricerca, al linguaggio ed all’interpretazione del mondo degli intervistati. For-
nire la definizione operativa di un concetto non è tanto difficile, quanto lo è rimanere fedeli ad essa
in tutte le fasi dell’indagine - e soprattutto “costringere” gli intervistati ad adottarla nella loro in-
terpretazione delle domande.
Se la letteratura cognitivista sulla dinamica dell’intervista strutturata si è concentrata sul pro-
blema della corretta interpretazione delle domande da parte degli intervistati e sui loro processi di
risposta allo scopo di garantire l’attendibilità degli strumenti e la comparabilità delle risposte, mino-
re attenzione è stata accordata - sempre sul piano operativo - al problema formulato da Schutz
dell’“adeguatezza di senso”, ed in particolare all’uso delle categorie attribuite agli attori nel dar
conto dei fenomeni oggetto di indagine, ed al ruolo che esse svolgono nella dinamica dell’intervista,
al momento cioè della rilevazione - o della costruzione - dell’informazione.
La questione epistemologica di fondo è stata assai visitata dalla letteratura sociologica, anche
se più spesso sul piano dei principi generali che non su quello delle procedure3. In quanto tale, essa
riguarda in varia misura tutti i tipi di indagine e di intervista, sebbene sia stato posto ad oggetto di
riflessione soprattutto nell’ambito della cosiddetta “sociologia comprendente”. Da parte loro, gli ap-
procci cognitivisti, concentrandosi sulle modalità di produzione delle risposte non sembrano offrire
risposte soddisfacenti in merito alla ricezione delle risposte da parte degli intervistatori.
Tale problema si collega evidentemente a quello di definire la natura del rapporto fra catego-
rie interpretative del ricercatore e quelle degli attori sociali, che si pone tanto nella fase di raccolta
quanto in quella di analisi delle informazioni, oltreché naturalmente nel momento di arrivare a for-
mulare - con riferimento alle informazioni raccolte - una teoria di carattere più ampio e generale,
abbia essa forma di spiegazione o di descrizione ragionata e tipologica.

2
Per la verità, negli ultimi dieci-quindici la letteratura sugli indicatori e sulle tecniche di intervista si è consistente-
mente arricchita di contributi centrati proprio su questo ordine di problemi.
3
Sugli aspetti metodologici del problema cfr. ad es. Cannavò (1989), Campelli (1991), Cipolla e de Lillo (a c. di
1996), Ricolfi (1997), Melucci (1998) che offrono presentazioni generali e critiche delle diverse posizioni e alle quali si
è fatto qui ampiamente ricorso nel definire l’ambito problematico in oggetto. Alcuni aspetti etici della distinzione sono
stati affrontati, fra gli altri, da Capecchi (1989) e da Ferrarotti (1989), e in alcuni contributi contenuti nella citata raccol-
ta curata da Cipolla e de Lillo (1996).

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2. Il presente contributo intende porre in evidenza alcuni aspetti problematici del rapporto fra
le categorie interpretative degli attori sociali e quelle dei ricercatori nella pratica della ricerca, rap-
porto che non può certo considerarsi risolto sul piano delle “dichiarazioni di intenti” degli approcci
“interpretativi”. Piuttosto che avanzare vere e proprie soluzioni, si tenterà di indicare direttrici di ri-
flessione meno frequentate; né verrà direttamente affrontata la complessa questione del rapporto fra
sociologia qualitativa e quantitativa, ma si evidenzierà un punto critico che a livello deontologico
oltreché metodologico chi scrive ritiene riguardi entrambi gli approcci4.
Tale questione non riguarda evidentemente solo la situazione di intervista, ma anche l’impo-
stazione del disegno di indagine e l’uso dei risultati, tanto sul piano pratico (ad es. la diffusione del-
le informazioni) quanto su quello più propriamente teorico, dove appunto il problema si pone con
riferimento al grado di vicinanza e fedeltà alle categorie utilizzate dagli attori, o al senso che questi
ultimi attribuiscono alle stesse, o a quello che invece il ricercatore attribuisce alle categorie indivi-
duate (la questione dell’adeguatezza nella formulazione di Weber e Schütz5).
In questo senso, tanto nelle ricerche più radicalmente “qualitative” quanto in quelle più radi-
calmente “quantitative”, il ricercatore deve assumersi la responsabilità di definire (ex ante o ex post)
il rapporto esistente fra i costrutti da lui utilizzati e quelli utilizzati dagli intervistati, spiegando in
particolare le ragioni per cui assegna ai diversi concetti (suoi e degli intervistati) certe posizioni
piuttosto che altre nell’ambito della sua argomentazione. Che quest’ultima abbia natura e finalità di
tipo esplicativo piuttosto che interpretativo, per quanto riguarda quest’aspetto specifico, non sembra
fare una gran differenza.
Sul piano delle pratiche di ricerca e dunque anche dell’etica professionale, il problema an-
drebbe certo affrontato a partire da una complessiva riflessione sul ruolo del ricercatore (e delle sue
responsabilità) nelle tre fasi fondamentali del processo di indagine: (a) la definizione del problema
(e l’eventuale predisposizione di un modello di analisi ex ante); (b) la relazione di intervista - o co-
munque la relazione con gli attori sociali sul campo -; (c) l’analisi dei risultati. L’imperativo do-
vrebbe essere non tanto quello di evitare costrutti “lontani-dall’esperienza” degli attori (la nozione
di vicinanza-lontanza dall’esperienza, dipendendo dal contesto di riferimento e dalle competenze
anche pragmatiche dei parlanti, appare inadeguata già sul piano pratico), quanto quello di evitare di
attribuire agli attori intenzioni e significati che siano in qualche misura “incongrui” rispetto al loro
processo di attribuzione di senso nel corso dell’azione.

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Intendendo qui per “etica” l’agire improntato a norme e valori, e dunque - in termini più generali e se vogliamo
“banali” - la pratica professionale che possa definirsi buona con riferimento tanto ai mezzi, che ai fini ed ai risultati pro-
gettati e dunque attesi, dell’agire legato alla pratica professionale stessa.
5
Problema ripreso in tempi recenti a seguito della diffusione e l’ampio successo del lavoro di Giddens Le nuove re-
gole del metodo sociologico.

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3. In questo contributo si focalizzerà però l’attenzione sulla fase di “raccolta” delle informa-
zioni, ed in particolare sulla relazione di intervista, poiché nelle indagini con questionario tale fase
appare l’unico momento davvero significativo sul piano della comunicazione - e dunque l’unico in
grado di fornire al ricercatore un feedback. Si distinguerà in particolare fra relazionalità come og-
getto di studio e transazione come strumento euristico, e si esamineranno alcune conseguenze del
fatto che la costruzione del significato nella “relazione” di intervista sia una forma di transazione
che utilizza la riflessività (per così dire oggettuale) della relazione comunicativa6.
Stante - a parere di chi scrive - la sostanziale alterità dei sistemi di riferimento di attore e ri-
cercatore, si osserverà come entrambi si trovino ad essere nel corso dell’intervista reciprocamente
orientati a costruire una relazione in grado di “produrre” l’informazione sollecitata dal ricercatore:
l’intervistato va dunque considerato come attore riflessivo della situazione di intervista oltreché
protagonista attivo della produzione di senso che in essa si realizza. Di conseguenza, l’adeguatezza
di senso nelle indagini standard - e forse non solo - può essere concepita come capacità di dar conto
nel contesto della teoria sociale delle categorie che gli attori usano nel loro contesto d’azione, senza
dover per questo aderire a tali categorie. Si tratta in sostanza di un’interpretazione del postulato di
adeguatezza, che - partendo dalla constatazione che le categorie degli attori non sono immediata-
mente accessibili al ricercatore - ricerca una via a tale accessibilità assumendo l’attore sociale come
attore riflessivo.

2. “SITUAZIONE” E “RELAZIONE” DI INTERVISTA

1. La situazione di intervista. Recenti rassegne delle ricerche sulla situazione di intervista


sono presentate in Fideli e Marradi [1996] ed in Gobo [1997]. Quest’ultimo in particolare, ripren-
dendo la distinzione fra dimensione “cognitiva” e dimensione “comunicativa” introdotta da Cicou-
rel [1964], propone di porre pari attenzione agli aspetti comunicativi e a quelli cognitivi della situa-
zione di intervista. Certamente si può essere d’accordo sul fatto che tale approccio sia innovativo
nelle scienze sociali rispetto a quello behaviorista - così come sottolinea l’autore («in sociologia si
sono a lungo privilegiati gli aspetti relativi al comportamento dell’intervistatore» [Gobo 1997: 15]).
Posto cioè che compito dell’intervistatore sia “estrarre” l’informazione giusta dall’intervistato giu-
sto, tutti gli sforzi sono stati tesi a garantire il massimo controllo della situazione di intervista. A
fondamento dell’uso del questionario nelle surveys sta infatti il fatidico modello S-R [Pitrone 1984]:
data l’uniformità dello stimolo, ciò che deve essere spiegato è la diversità delle risposte - il vero og-
6
Come si vedrà nel seguito si tratta di un’ipotesi per certi versi all’assunto fondamentale dell’etnometodologia.

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getto di qualunque indagine. Una volta acquisito che il setting di intervista è di per sé uno stimolo
aggiuntivo a quello costituito dalla domanda, per garantire l’uniformità dello stimolo non resta che
esercitare il più elevato controllo possibile sul setting stesso - secondo i canoni del modello speri-
mentale.
In effetti gli approcci cognitivisti hanno spostato il focus dell’attenzione sui processi che si
svolgono nella mente dell’intervistato: la diversità delle risposte dipende anche da una diversa inter-
pretazione degli stimoli (domanda + setting): secondo quest’ottica «le cognizioni dei soggetti inter-
vistati giocano un ruolo attivo, trasformando il questionario» [Gobo 1997: 15]. Mentre insomma gli
studi di derivazione behaviorista si sono concentrati sui meccanismi di produzione degli stimoli,
questi studi si sono prevalentemente orientati ad indagare i processi di produzione delle risposte.
Appare però riduttivo attribuire in maniera tanto netta i processi cognitivi alla mente e quelli
comunicativi alla relazionalità. Sembra invece a chi scrive che, abbandonando tale distinzione, sia
pure sul piano analitico, non solo il controllo del setting diventi controllo della situazione comuni-
cativa, ma potrebbe risultare (relativamente) più semplice l’accessibilità dei processi cognitivi degli
intervistati, che da parte loro contribuiscono non poco a definire il setting dell’intervista.
È ad esempio fatto noto che alcune delle opinioni espresse dagli intervistati si formino nel
corso dell’intervista, ed in funzione della relazione con l’intervistatore: «È sicuramente un mito
quello di ritenere che le opinioni degli intervistati esistano sempre indipendentemente dalla situazio-
ne di interazione con l’intervistatore, o, per meglio dire preesistano in toto ad essa, monadicamente
… In una certa misura, le opinioni dell’intervistato nascono e si trasformano durante l’intervista:
esse “succedono”, per così dire, nel corso dell’interazione» [Campelli 1991: 53]. Tale posizione fa
riferimento in particolare al fenomeno della mancanza di opinione (problema segnalato in particola-
re in Converse [1970]; ma già in Kahn e Cannell [1957]; cfr. anche Atteslander e Kneubühler
[1975]). Vale la pena di sottolineare però come talora, ci si riferisca alle opinioni formatesi nel cor-
so dell’intervista con l’espressione di pseudo-opinioni; talaltra, si consigli invece di adottare struttu-
re “ad imbuto” nella formulazione delle domande, proprio per sollecitare l’intervistato a riflettere su
un argomento per lui “nuovo” e a formarsi un opinione in merito.
Non solo dunque il problema può essere se non generalizzato certamente esteso a molte delle
informazioni comunemente rilevate con i questionari, ma addirittura presenta un’ambivalenza di
fondo: è un “bene” o è un “male” che le opinioni si formino nel corso dell’intervista? O per meglio
dire: le opinioni che si formano nel corso dell’intervista sono “vere” o sono “false”? Sono “vere”
solo se “stavano nella testa dell’intervistato” prima dell’intervista ? O sono “vere” anche quando
corrispondano al suo orientamento generale, pur non essendo presenti - o non essendo tanto struttu-

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rate quanto richiesto da un questionario - prima della relazione di intervista? Ed ancora: l’intervista-
to, nel corso della relazione di intervista, può cambiare opinione?
Altri esempi problematici dello stesso tipo possono essere tratti dalla letteratura sulle “distor-
sioni” introdotte dall’intervistatore: se gli intervistati “possedessero” opinioni, categorie interpretati-
ve, nella loro mente, perché risulterebbero tanto sensibili all’influenza del ricercatore? Ma se gli in-
tervistati non “possiedono” nella testa opinioni e costrutti, ma li costruiscono - o quantomeno co-
struiscono i loro accounts - nella relazione sociale, come possiamo “rilevarli” ignorando tale aspet-
to?

2. La relazione di intervista. Se assumiamo che la produzione dell’informazione avvenga nel


corso di una relazione fra ricercatore ed attore sociale, dobbiamo concludere che ricercatore, attore
e contesto sono tutti elementi che intervengono - in misura e forme diverse secondo il tipo di tecni-
ca di rilevazione adottata, e dunque dell’orientamento comunicativo del ricercatore - nella costru-
zione dei significati “rilevati”. Quindi, ad esempio, le opinioni che emergono nella relazione di in-
tervista sono opinioni “reali”, sempre che naturalmente il ricercatore sia riuscito ad osservare la di-
namica della relazione e ad inserirsi costruttivamente in tale dinamica - stante cioè il fatto che l'in-
tervistato non sia riuscito ad eludere la relazione, omettendo di esprimere la propria posizione senza
che il ricercatore abbia avuto modo di accorgersene.
Con riferimento alle indagini finalizzate all’analisi statistica dei risultati, occorre tenere sempre
ben presente che i “numeretti” sono (o dovrebbero essere) il risultato dell’elaborazione di informa-
zioni raccolte a partire da, e tenendo conto di, le autodescrizioni prodotte dagli intervistati, e co-
munque della complessità che produce una risposta piuttosto che un’altra. La differenza fondamen-
tale con le tecniche di raccolta delle informazioni nelle indagini “qualitative” sta piuttosto nel fatto
che il ricercatore ha stabilito in anticipo le categorie interpretative da utilizzare per la “rendiconta-
zione” dei risultati7.
Che però tali categorie debbano restare completamente rigide e sorde alle esigenze spontanea-
mente espresse dagli intervistati, questo io credo è difficile trovare argomentato in qualche manuale.
In realtà, il bravo intervistatore dovrebbe controllare il grado di interesse, partecipazione, e soprat-
tutto di comprensione della domanda, dovrebbe cioè controllare la pertinenza della risposta dell’in-
tervistato, così come il fatto che l’intervistato non stia rispondendo in maniera annoiata, disattenta e
casuale.
È del resto esperienza comune (per chi abbia condotto in prima persona interviste con questio-
nari strutturati) la contrattazione continua che avviene in merito al “senso” da attribuire alle doman-
7
Oltreché, naturalmente, nel fatto che il ricercatore è orientato al fenomeno sociale piuttosto che ai singoli soggetti
in quanto tali, e dunque è legittimato ad analizzare le “variabili” piuttosto che i profili di risposta e/o comportamento.

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de o alle modalità di risposta: le persone anziane “arrotondano” gli anni; altre indicano gli anni che
devono ancora compiere; alcune donne annoverano nell’enumerazione dei figli anche gli aborti,
ecc. La casistica dei cosiddetti “errori” o dei “fraintendimenti” riportata dalla letteratura è conside-
revole.
Tale il desiderio di comunicare da parte degli intervistati, di relazionarsi con un interlocutore
piuttosto che con un intervistatore, che nelle indagini condotte mediante questionari postali o que-
stionari autosomministrati, la formulazione delle domande non di rado viene “chiosata” dagli inter-
vistati8. Un altro esempio: un intervistato ha ritenuto opportuno spiegarmi, con molta pazienza, le
ragioni per cui la formulazione di una domanda non si addiceva al suo caso. All’intervistato - cala-
brese di minoranza albanese, e residente in provincia di Roma - avevo chiesto se per comunicare in
famiglia facesse o no uso del dialetto, ed egli mi diede in prima battuta una risposta un po’ vaga.
Pensando che fosse imbarazzato ad ammettere l’uso del dialetto (come del resto avevano fatto di-
versi altri intervistati), ho riformulato - cortesemente - la domanda. Risultò infine chiaro che l’imba-
razzo era dovuto al fatto che la mia domanda era “sbagliata” (lui a casa parlava in albanese, e non in
“dialetto”), ma soprattutto al fatto che non volesse farmelo notare per cortesia! Questo esempio -
come del resto innumerevoli altri che il lettore che abbia avuto esperienza di intervistatore non farà
fatica a rievocare - mostra la volontà di comunicare: da parte mia, di raccogliere un’informazione
pertinente, e da parte sua di fornirmela (comunicare = mettere in - o rendere - comune l’informazio-
ne). Ma mostra anche come non sia possibile sottrarsi alle modalità “naturali” di interazione, e
come anzi tali modalità naturali possano essere strumenti fondamentali di costruzione dell’informa-
zione, e di reciproca comprensione (nel senso quotidiano del termine).
La pertinenza dell’informazione, e l’informazione stessa in quanto “dato”, nasce da una vera e
propria contrattazione basata sulle regole fondamentali dell’interazione sociale (inutile precisare che
però tali regole non possono essere date per scontate in tutte le circostanze). Le biografie dell’inter-
vistato e dell’intervistatore - assieme alle regole di interazione che essi hanno appreso - non vengo-
no annullate, ma vengono anzi messe in gioco proprio per realizzare la transazione necessaria all’e-
mersione delle informazioni necessarie. La riflessività della dinamica relazionale che in questa ma-
niera si crea viene utilizzata proprio per superare le incomprensioni, per realizzare gli obiettivi che
il ricercatore si è posto, e che l’intervistato da parte sua molto spesso cerca di comprendere, proprio
per collaborare attivamente al loro raggiungimento.
Ma più in generale, gli esempi di errori, fraintendimenti e contrattazioni, che possiamo trovare
nella gran parte dei manuali, possono mostrare come nella relazione di intervista emerga la precisa

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Personalmente, ritengo fondamentale riportare e tener conto nell’analisi dei risultati, delle osservazioni di intervi-
statori ed intervistati sull’intervista e sulla formulazione delle domande. In quest’ultimo caso citato, le chiose appariva-
no coerenti con i risultati emersi dal complesso delle interviste.

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volontà di comunicare e di instaurare un rapporto “normale”, in una situazione che normale non è.
Sappiamo benissimo che in tutte le situazioni di intervista, ad esempio, vengono “sospese” le nor-
mali regole della conversazione, prima fra tutte, quella dello “scambio” di informazioni. Nelle in-
terviste vere e proprie, il solo fatto che l’intervistatore faccia domande ma non risponda se interro-
gato a sua volta (“io la penso così, e lei?”), finisce spesso con il creare imbarazzo ad entrambi. Ma
nelle storie di vita, la stessa assenza di domande può essere una difficoltà nell’instaurarsi della “re-
lazione biografica”, così come il mancato equilibrio nello scambio di informazioni (io parlo di me a
te, ma tu non parli mai di te).

3. TRANSAZIONE E RIFLESSIVITA’ COME CATEGORIE METODOLOGICHE

1. La categoria di “transazione” nelle scienze sociali. Il concetto di “transazione” viene intro-


dotto da Dewey e Bentley [1946] in campo filosofico, per indicare un tipo di relazione che definisce
ruoli e funzioni dei termini relativi: ad esempio, la relazione esistente fra l’atto del conoscere (kno-
wing) e oggetto o fatto conosciuto (known). In questa opera Dewey svolge la sua teoria dell’indagi-
ne spostando la sua attenzione dalla categoria9 di inter-azione a quella di trans-azione: «Mentre …
l’inter-azione si riferisce agli eventi come dati già prima che si svolga l’indagine, la transazione è
un’indagine in cui gli eventi vengono continuamente riconsiderati; se l’inter-azione si riferisce agli
oggetti come già adeguatamente conosciuti, la transazione li ri-determina liberamente secondo il
crescere dell’indagine» [Dal Pra, 1974: pp. XV-XVI]. Secondo Dewey, tanto la scienza quanto il sen-
so comune devono essere considerati «come contrassegnati dalle caratteristiche e dalle proprietà che
si riscontrano in tutto ciò che si riconosce come transazione: un affare, o una transazione commer-
ciale, ad esempio. Questa transazione fa di uno dei partecipanti un compratore e dell'altro un vendi-
tore. Nessuno dei due è un compratore o un venditore se non in una transazione e a causa di una
transazione in cui l'uno e l'altro siano impegnati. E questo non è tutto: certe particolari cose diventa-
no dei beni o dei servizi perché sono impegnate in certe transazioni» [Dewey, 1949; tr. it.: p. 311]10.
L’indagine scientifica è un percorso di azione in cui si realizza tipicamente una transazione fra
knowing e known. L’emergenza dell’informazione significativa (l’“Oggetto”) nel corso dell’azione
conoscitiva, è un aspetto ampiamente riconosciuto da quelle scuole di ricerca “qualitativa” che

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Lo status di “categoria” appare decisamente esagerato dal punto di vista dello strumentalismo deweyano. Infatti
«questa tarda rielaborazione della dottrina dell’indagine … intende proporsi sempre meno come interpretazione com-
plessiva della realtà e sempre di più come strumento euristico ipotetico, sia pure generalizzato» [Dal Pra, 1974, p. XVII;
corsivo aggiunto]. Si legga qui dunque “categoria metodologica”, in senso stretto.
10
«resistere alla tendenza ontologizzante che trasforma le relazioni in cose ed il processo in un corso che lega tra
loro entità precostituite» [Dal Pra, 1974, p. XV].

8
muovono dall’interazionismo simbolico e dalla Scuola di Chicago - e che vedono fra i loro antenati,
diretti o indiretti, la Logica di Dewey [1939], oltre che l’opera di Mead e allievi - 11, mentre sembra
un punto di opacità nelle tradizioni di ricerca “quantitativa”: talora espressamente e totalmente ne-
gato, come nel behaviorismo, talaltra riferito al rapporto fra soggetto e mondo in generale, ma non
specificatamente al rapporto fra ricercatore ed attore sociale. In realtà, la Logica di Dewey è stata
ispiratrice tanto della scuola di Chicago quanto del natural science trend, che ha introdotto – già
prima di Lazarsfeld – il problema della definizione operativa nelle scienze sociali [cfr. in particolare
Lundberg 1939 ed il successivo dibattito sull’operazionalismo; cfr. su questo Statera 1994; Cannavò
1989 e 1999; Vardanega 1997]12.
Com’è noto, l’idea che è alla base dello strumentalismo deweyano così come del costruttivismo
è che gli oggetti di conoscenza vengano costruiti dal soggetto-in-rapporto-con la realtà. L’esperien-
za è rapporto fra uomo e mondo, ed è relativa alla situazione che l’uomo occupa nel mondo, alle at-
tività pratiche che conduce, nonché ai progetti che intende realizzare [Dewey 1922-29]. È transa-
zione, nel senso che non è possibile separare atto del conoscere e oggetto conosciuto, mentre tale di-
stinzione prende corpo proprio nel corso del rapporto, ed in funzione di esso, nel momento in cui
venga operata la distinzione fra concetto ed oggetto, o anche fra segno, significato e riferimento. I
concetti (possiamo anche dire i significati) mediano tanto il rapporto fra l’uomo e la realtà quanto il
processo di interazione sociale, nascendo nell’interazione ed in funzione dell’interazione.
La funzione simbolica e la comunicazione divengono pertanto centrali nell’affermare la natura
prettamente “sociale” dell’indagine - ed anche dei suoi risultati. In particolare, viene rifiutato il
mentalismo che pone una ineliminabile alterità fra soggetto ed oggetto13, quest’ultimo fuori portata
del primo nel mondo out-there, il primo da parte sua “monade senza finestre”. Questa la strada che
pone nell’accordo intersoggettivo il fondamento della validità della conoscenza e nell’intersoggetti-
vità in sé (diremmo più precisamente la relazionalità) trova dunque il fondamento ultimo14.

11
Appare invece minore l’influenza della Scuola di Chicago, ma anche dell’antropologia interpretativa, - rispetto ad
esempio alla fenomenologia - sui “qualitativi” italiani. Per questo, probabilmente, la demarche epistemologica è apparsa
- almeno fino ad una decina di anni fa - assai più radicale in Italia che negli Stati Uniti.
12
Per Cipriani si tratta di «un elemento singolare» il fatto che la Grounded Theory annoveri «come suo principale
ispiratore - specialmente per Strauss - quel medesimo Dewey che da altre posizioni si rivendica invece come apparte-
nente al proprio territorio … e più affidabile dello stesso Karl Popper …». Il riferimento è qui a Statera [1990] e Canna-
vò [1989]. «La spiegazione di questo esito “doppio” è da ricercare nel fatto che i chicaghiani come i columbiani hanno
spesso insistito su uno stretto legame fra dati e ricerca» [1996, p. 298]. Ed in effetti, l’attuale riemergere di posizioni
metodologiche di tipo pragmatista nel dibattito statunitense [ad es.: Patton 1990; Joas 1993; Tashakkori e Teddlie 1998]
conferma la sempre più pressante necessità non di “annacquare” le differenze fra approcci quantitativi e qualitativi, ma
di ricondurre alle pratiche di ricerca il rapporto fra teoria ed esperienza, [Vardanega 1997 e 2003], e al problem solving
le pratiche di ricerca [su questo in particolare cfr. la rassegna in Creswell 2002].
13
Ma anche, in definitiva, fra Ego e Alter.
14
Resta il problema - qui evitato intenzionalmente - di quale sia l’origine della stessa intersoggettività. Possiamo in-
dividuare tre “famiglie” di posizioni nella teoria sociale: la prima, che considera il carattere sociale come qualcosa di
inerente l’essere umano; la seconda, che vede nell’interazione di gruppo l’origine di questa tendenza; la terza, talora
connessa alla seconda, che vi vede invece la comunicazione.

9
Analogamente Geertz [1962] sostiene che «il pensiero umano è fondamentalmente sia sociale
sia pubblico … Il pensare non consiste in “avvenimenti nella testa” …, ma nel traffico di quelli che
sono stati chiamati da G. H. Mead ed altri, simboli significativi … L’uomo ha bisogno di queste
fonti simboliche di illuminazione per trovare la sua strada nel mondo, perché quelle di tipo non sim-
bolico, inserite nel suo corpo costituzionalmente, gettano una luce troppo soffusa» [pp. 88-9]. Ed è
proprio a partire da questo presupposto, dal fatto cioè che l’essere umano è essenzialmente un esse-
re culturale, che è a suo avviso possibile realizzare il weberiano obiettivo di rinvenire l’universale
nel particolare, cioè mostrare il carattere generale dei rapporti che sussistono tra fenomeni che si
presentano diversi: «La scienza non discute se i fenomeni sono empiricamente comuni ... ma se si
può fare in modo che svelino i duraturi processi naturali che ne stanno alla base» [ibi: p. 87]15.
Con riferimento al ruolo fondamentale di una definizione operazionale dei concetti nelle scien-
ze sociali, Lundberg sostiene che i fatti (in quanto oggettivi) vengano a costituirsi in un processo so-
ciale di «analisi, riclassificazione, e designazione attraverso nuovi e strani simboli» dell’esperienza,
di modo che sia possibile condividere e rendere comunicabile e socialmente trasmissibile l’espe-
rienza stessa [1939: p. 18]. Dunque l’oggettività della conoscenza sociologica, e delle definizioni
operative, dipende dall’uniformità d’uso all’interno del contesto scientifico dei simboli utilizzati per
designare oggetti, azioni, atteggiamenti e sentimenti, e, più in generale dal fatto che il linguaggio è
un tipo peculiare di istituzione sociale.
Ed ancora, in termini cibernetici, possiamo dire che l’interazione fra gruppi umani e natura de-
termina la definizione del confine – o per meglio dire – dei confini fra sistema (sociale e psichico) e
ambiente. Si tratta in particolare di confini di senso proprio perché sono basati su significati, non
tanto condivisi di fatto, quanto piuttosto condivisibili in linea di principio16.

2. Relazione con l’oggetto, relazione con l’attore. Un punto che merita di essere sottolineato è
la differenza fra transazione e relazione sociale. Mentre la transazione è una categoria logica (e me-
todologica) che ha il suo corrispettivo - sul piano oggettuale - nell’“esperienza”, e può riguardare
svariate tipologie di oggetti, la relazione sociale, nel discorso qui in esame, è un tipo particolare di
transazione, che viene peraltro talora posta ad oggetto della sociologia. Si potrebbe dire: l’intervista
è un tipo di transazione che fa di uno dei due termini l’intervistatore e dell’altro l’intervistato; ma
tale transazione non va confusa con quella implicata dal processo di indagine in quanto tale. Senza
dubbio la conoscenza del sociale implica sempre o quasi la relazione (sociale) fra ricercatore ed at-

15
Inutile ricordare le posizioni assunte in questa stessa direzione da autori direttamente ispirati dall’interazionismo
simbolico, primo fra tutti ad esempio Goffman.
16
Non è troppo arduo infine il parallelo fra la distinzione sistema / ambiente - con il suo carattere costitutivo - ed il
concetto di provincia finita di significato.

10
tore sociale (e d’altra parte, l’indagine scientifica - di qualunque tipo ed in qualunque settore disci-
plinare - è essa stessa un processo sociale).

Fig. 1

Esperienza di R Esperienza di A

R A

Relazione di intervista

Più radicalmente, Ranci osserva [1998]: «Nelle scienze sociali non esiste praticamente alcuna
forma di conoscenza che non dipenda, anche solo indirettamente, dalla relazione - per quanto episo-
dica, temporanea e limitata - con l’attore sociale … L’attore sociale non funge da canale neutro di
informazioni messe a disposizione del ricercatore, ma svolge un ruolo attivo che condiziona il pro-
cesso conoscitivo stesso … produce … e trasmette selettivamente un tipo di conoscenza ed una in-
terpretazione della realtà sotto esame» [p. 33-34]. L’autore avanza in questa sede - oltre all’idea di
una naturale condivisione “della fatticità del mondo sociale” fra ricercatore ed attore sociale (che
potrebbe implicare alcune aporie interne non dissimili da quelle della fenomenologia “trascendenta-
le”17) - l’idea senz’altro condivisibile che l’indagine sia «un gioco relazionale perché essa crea un
sistema di relazioni in cui entrambi i soggetti attuano un gioco di accordo / differenziazione nei con-
fronti dell’altro e in cui entrambi utilizzano strategicamente i loro riferimenti identitari» [p. 50-51].
Il che implica la necessità di includere nel campo di ricerca l’osservazione della relazione stessa,
«una delle dinamiche attraverso cui l’oggetto della ricerca viene costruito» [p. 51] (sul “contratto”
fra ricercatore ed attore sociale cfr. anche Melucci [1984]).
Possiamo immaginare la relazione di ricerca sociale (Fig. 1) come un particolare tipo di relazio-
ne (1) che il ricercatore (R) sollecita attivamente (non si viene cioè a stabilire naturalmente) (2) allo
scopo di raccogliere informazioni su un oggetto di indagine (O) (3) con riferimento alle esperienze
che di tale oggetto ha l’attore sociale (A), se non altro per il fatto che quest’ultimo viene utilizzato
quale testimone. Quindi: A ha esperienza diretta di O; R può avere una esperienza - diretta o indi-
retta - di O, indipendente dall’esperienza di A (ma potrebbe anche non averla affatto, come nel caso

17
Rilevate da Scheler e Schütz, e poi ampiamente riprese dalle posizioni etnometodologiche. Su questo, cfr. ampia-
mente Muzzetto [1997].

11
di indagini su gruppi sociali “altri”); nella situazione di ricerca A e R si confrontano affinché R pos-
sa raccogliere informazioni su O. E, in definitiva, tali informazioni non posso che essere relative al-
l’esperienza che A ha di O.
Sono almeno tre le transazioni fondamentali: quelle che attore sociale e ricercatore hanno - l’u-
no indipendentemente dall’altro - con l’oggetto di indagine (esperienza R-O e esperienza A-O); e
quella che si crea fra R e A, e che per il ricercatore è esperienza dell’attore, oltreché riflessivamente,
esperienza della relazione con l’attore (la famosa situazione di intervista, che il ricercatore è chia-
mato a gestire allo scopo di controllare il flusso delle informazioni), e che per l’intervistato è espe-
rienza del ricercatore ed esperienza della relazione con il ricercatore.
Così, nelle analisi ad orientamento fenomenologico, il principale oggetto di indagine (O) è la
relazione A-O; la relazione fra R e A diventa dunque esperienza R-(A-O), e in tale prospettiva per
così dire “interpretativa”, si considera necessario sospendere le presupposizioni derivanti dalla
(eventuale) relazione R-O. Nel caso delle analisi quantitative, il principale oggetto di indagine è in-
vece O; la relazione fra R e A diventa esperienza R-A-(O), e diventa dunque necessario “tarare” - il
peso dell’esperienza soggettiva dell’attore, ovvero la relazione A-O, oltreché esplicitare le presup-
posizioni derivanti dalla relazione R-O.
Nello schema mostrato sopra, ciò che risulta accessibile al ricercatore, è però in ogni caso ciò
che emerge nella relazione, una “rappresentazione” dell’Oggetto - quale che esso sia - emergente
nel corso della relazione stessa, e nella quale - secondo il metodo di raccolta delle informazioni
adottato e soprattutto l’orientamento metodologico del ricercatore - prevalgono i significati pre-
strutturati (della relazione R-O), oppure quelli che emergono nel corso dell’intervista (della relazio-
ne R-A), non di rado presentati come se fossero quelli dell’attore (della relazione A-O). L’Oggetto è
insomma accessibile solo attraverso la mediazione della relazione di intervista, così come lo è del
resto la relazione A-O (posizione quest’ultima chiaramente espressa dallo stesso Schütz).
In entrambi i casi, appare necessario tematizzare la relazione R-A, il che rende impossibile
ignorare la relazione A-O, ed in particolare la sua riflessività. Presupposto dello schema, è la ca-
pacità “esistenziale” di attore e ricercatore di orientarsi reciprocamente (in base al senso) allo
scopo di costruire una relazione che stia alla base e a presupposto della condivisione di significati.

3. Riflessività e “comprensione”. «Il prodursi di descrizioni di atti da parte degli agenti laici –
dice Giddens – non è un elemento accidentale della vita sociale ..., ma è parte assolutamente inte-
grante della sua produzione e ne è inseparabile, dato che … è ciò che rende possibile quell’intersog-
gettività attraverso la quale si realizza la trasmissione dell’intento comunicativo» [1976; tr. it.: p.
214]. Secondo Giddens, ciò implica il fatto che «l’osservatore-sociologo non può costruire un

12
meta-linguaggio tecnico scollegato dalle categorie del linguaggio naturale» (il problema è cosa si
debba intendere per “scollegato”).
Ma altri, a partire dalle stesse premesse (diciamo: la riflessività dell’azione sociale), arrivano a
conclusioni del tutto diverse, primo fra tutti Weber, ad esempio. Luhmann, addirittura, ne trae con-
seguenze esattamente opposte: «Sul piano metodologico questo concetto di senso elimina l’esigenza
di una speciale metodologia per i fenomeni di senso». Infatti, «Solo all’interno di un mondo costi-
tuito in base al senso, si osserva … che alcuni altri sistemi esperiscono anch’essi in base al senso,
mentre altri no» [1984; tr. it.: 161-2]. Pertanto, la comprensione è un tipo particolare di osservazio-
ne: da un lato in quanto implica che l’esperienza del senso venga proiettata su altri sistemi, e dal-
l’altro in quanto presuppone – a parte subjecti – la riflessività del senso e dell’osservazione, e cioè
la capacità di riconoscere quali altri sistemi si orientino in base al senso e quali no.
La riflessività dell’azione sociale e soprattutto dei processi di costruzione (o attribuzione) di
senso è stata considerata dai primordi della sociologia comprendente una capacità tipicamente uma-
na che è alla base dell’interazione sociale; ma il riconoscimento del suo ruolo nell’interazione socia-
le non muta, a parere di Luhmann, il carattere dell’operazione di osservazione in quanto tale. Il che
significa sostenere che il vissuto sociale, in quanto riflessivamente orientato al senso, è peculiare ri-
spetto all’esperienza della natura (orientata dal senso ma non al senso): ma solo in quanto Erlebnis.
Sul piano delle procedure di ricerca, ed anche della logica che le governa, ciò non avrebbe invece
ripercussioni significative. Il ricercatore deve necessariamente presupporre che vi sia una relazione
fra l’attore e il mondo sociale e che tale relazione sia riflessiva (si tratta anzi del presupposto base
delle comuni tecniche di raccolta delle informazioni). Non può avere però accesso diretto a tale re-
lazione, ma solo attraverso le descrizioni fornite dagli attori.
Del resto lo stesso Schütz, dopo aver criticato la sociologia positivista in nome della necessità
di tenere conto delle interpretazioni degli attori sociali, critica anche il punto di vista di Dilthey, in
quanto «conduce all’errata conclusione che le scienze sociali sono del tutto diverse da quelle natura-
li, senza tener conto del fatto che certe regole procedurali relative alla corretta organizzazione del
pensiero sono comuni a tutte le scienze empiriche» [1971: p. 6]. Egli aveva già osservato come - al
di là della fondamentale continuità esistente fra atteggiamento naturale e atteggiamento scientifico -
nella situazione di ricerca il ricercatore sia sempre orientato alla sua provincia di significato, e non a
quella dell’attore-osservato18. Nell’approfondire gli importanti suggerimenti di Weber su questo
18
Anche su questo è del resto possibile delineare un articolato parallelo fra fenomenologia e strumentalismo. Altri,
come ad es. Muzzetto leggono in Schütz una radicale “frattura” fra scienza e senso comune [1997].Frattura che noi qui
leggiamo invece come epistemologica e metodologica, ma non esistenziale. Il tema è certamente assai complesso: nella
lettura che qui se ne dà, si assume che nel corso degli anni l’A. - parallelamente al progressivo allontanamento dalla fe-
nomenologia trascendentale husserliana - radicalizzi da un lato il suo costruttivismo, e dall’altro il suo “disinteresse” per
qualunque tipo di analisi trascendentale (constatane l’impossibilità metodologica). Pur essendo pertanto il “postulato di
adeguatezza” formulato ambiguamente già nella Fenomenologia del mondo sociale (si consideri ad es. in tr. it.: p.334 e
sgg.), una lettura “oggettivista” dello stesso apparirebbe contraddittoria con la complessiva evoluzione del pensiero di

13
tema, Schütz osserva infatti come in realtà i costrutti di secondo livello, pur trovando origine e ma-
teria da quelli di primo livello, acquistino una loro specifica ragion d’essere solo nella provincia fi-
nita di significato della scienza [1960; tr. it.: pp. 317 e sgg.]. In particolare, egli nota come il com-
plesso dell’esperienza scientifica, per quanto prenda le mosse dal vivere quotidiano (nel senso che
lo scienziato sociale è pur sempre uomo fra uomini), risulta «necessariamente diverso da quello del-
l’osservatore del mondo sociale contemporaneo nella vita quotidiana» [ibi: p. 318], in primis perché
non può lasciare alcun presupposto come dato per scontato, o come immediatamente comprensibile
ed autoevidente. Ed è proprio con riferimento a questo presupposto che Schütz enuclea quello che
deve essere lo scopo principale della sociologia comprendente: «il chiarimento e la esplicitazione
massimi di ciò che è comunemente pensato relativamente alla vita sociale da chi vive in essa» [ibi:
p. 319]. Pertanto, l’osservatore scientifico, dice ancora Schütz, non vive il qui ed ora della situazio-
ne / relazione sociale, e l’altro per lui «non è un tu nel senso pregnante che il termine ha nella situa-
zione ambientale» [1960; tr. it.: p. 257; cfr. anche p. 318].
Sin qui, si tratta di tematiche che ruotano attorno alla possibilità stessa dell’indagine sociale in
quanto indagine scientifica, e dunque della sociologia di porsi in quanto scienza, che sembrano ave-
re scarse connessione con le pratiche della ricerca; cionondimeno, presentano implicazioni metodo-
logiche di non secondo momento, come anche conseguenze sull’uso delle varie tecniche di indagine
con riferimento agli attori sociali (sollevando in questo senso anche interrogativi deontologici). Pri-
ma fra tutte, come si è visto, la stessa tecnicalità della conduzione delle interviste19.

4. Costrutti di “primo” e “secondo” livello. Se l’attore sociale è riflessivo, e produce autode-


scrizioni nel corso dell’intervista, la complessa dinamica illustrata in Fig. 1 non può essere semplifi-
cata considerando tutti i concetti utilizzati dall’attore come “costrutti di primo livello” (in quanto
utilizzati nel mondo di vita), e tutti quelli utilizzati dal ricercatore come “costrutti di secondo livel-
lo” (in quanto utilizzati nella provincia finita della scienza). Se gli attori infatti producono una ri-
flessione sulle pratiche e dunque costrutti relativi a quelli effettivamente utilizzati nella vita quoti-
diana (si dispongono cioè come osservatori di se stessi, in un atteggiamento che Schütz definisce
quasi-scientifico), non si vede per quale motivo solo a quelli dell’osservatore scientifico possa esse-
re assegnato lo status (speciale?) di costrutti secondo livello: gli intervistati si raccontano, ovvero
descrivono le loro pratiche ed i loro atteggiamenti. A maggior ragione, se si considera che gli attori
sociali - così come i ricercatori - applicano tale riflessività alla stessa relazione di intervista.

Schütz.
19
Campelli [1991, pp. 78 e sgg.] presenta un’analitica disamina di interrogativi metodologicamente rilevanti che tali
considerazioni sollevano.

14
Nel corso di una intervista, dunque, la “transazione” che avviene fra ricercatore ed attore so-
ciale in merito ai significati non si configura come semplice gioco fra livelli diversi di osservazione,
dei quali alcuni esclusivo appannaggio dell’osservatore (fino al punto che il ricercatore dovrebbe
“sospendere” le presupposizioni relative al proprio mondo-di-vita20). Le categorie dell’uno e dell’al-
tro - e non importa che siano primo o secondo livello - vengono condivise nella pratica dell’intera-
zione (come in qualunque altro tipo di interazione “naturale”), per il tramite di una vera e propria
“contrattazione” sui significati richiamati (ma possiamo dire anche: “attivati”, “tematizzati”) dalla
relazione, dando luogo a categorie interpretative emergenti, la cui paternità non può essere facil-
mente attribuita all’uno o all’altro degli attori coinvolti (Fig. 2).
In particolare, sul più “banale” piano pratico, va tenuto presente che per farsi capire gli attori
cercano volontariamente di condividere e di adottare le categorie interpretative del ricercatore (le
risposte biased); di ridefinire in altri termini le proprie categorie; di riflettere sulle proprie azioni
(le “forse-false” opinioni). Inoltre, essi applicano all’interazione regole che a parer loro possono es-
sere adatte, e cercano di seguirle: sono “cortesi”; cercano di non disattendere le aspettative che essi
pensano il ricercatore potrebbe avere su di loro; e così via. Nulla di particolarmente diverso da quel-
lo che avviene nelle interazioni naturali, e che sembra nelle situazioni naturali aiutare e non osta-
colare la reciproca comprensione.
Un caso eclatante può essere l’action research in campo organizzativo, dove il sociologo viene
chiamato a risolvere un problema - implementare un intervento o un mutamento considerato neces-
sario dai responsabili delle organizzazioni (e non anche necessariamente ai soggetti direttamente
coinvolti dall’intervento stesso). In questo caso, l’osservatore usa la riflessività del sistema in que-
stione per risolvere il problema originario, diventando un attore – specializzato se vogliamo – del
problem solving sistemico. E non solo: spesso produce categorie interpretative che entrano a far
parte delle comuni operazioni del sistema. In questo caso, come in quasi tutti i casi di sociologia ap-
plicata, le categorie interpretative del sociologo tengono intenzionalmente conto di quelle degli at-
tori, per arrivare a definire categorie ed azioni effettivamente utili a definire soluzioni praticabili e
socialmente accettabili, o politicamente corrette, del problema. Ma non devono necessariamente es-
sere le stesse. Gli attori del sistema possono essere entro certi limiti (probabilmente, quelli legati al
buon funzionamento del sistema) socializzati a nuove categorie interpretative, e ciò costituisce in
molti casi la soluzione del problema originario e dunque l’obiettivo dell’intervento.

20
Più “realizzabile” da questo punto di vista appare senz’altro - se questo è l’intento conoscitivo del ricercatore - l’e-
sperimento etnometodologico, la simulazione volontaria di tale sospensione (come nella figura dello “straniero” ecc.).

15
Fig. 2

Esperienza di R Esperienza di A

R A

Considerare questo lavoro alla stregua di un’osservazione di secondo ordine, mi sembra come
considerare il lavoro di un arredatore come (l’esito di) un’osservazione di secondo ordine di un ap-
partamento, l’osservazione cioè dell’osservazione realizzata dalle persone che vivono l’appartamen-
to, come se le persone in questione fossero del tutto inerti in tale processo, e non facessero il mini-
mo tentativo per comunicare (ed eventualmente precisare e ridefinire) il proprio punto di vista. In
realtà, quello che si realizza (o che si dovrebbe realizzare, come sanno parecchi malcapitati) nel rap-
porto fra proprietario di un appartamento ed arredatore è una transazione fra modi diversi - sia pure
a diversi livelli di expertise - di “vedere” gli spazi, le luci, i volumi e l’abitabilità in generale di una
casa. In questo caso, l’arredatore utilizza certamente il modo che l’altro ha di vedere la sua casa, ed
interviene con le sue specifiche competenze.
Diversamente, l’arredatore dovrebbe trasformare il proprio cliente in un soggetto perfettamente
“inerte”, osservandolo dall’esterno ed estraendo le informazioni necessarie a valutare opinioni, pre-
ferenze ed atteggiamenti.
Problemi non diversi solleva però anche la ricerca etnografica, laddove il ricercatore decida di
descrivere le pratiche di un gruppo sociale, o di una popolazione, culturalmente distante da lui, a
partire dalle pratiche e soprattutto dalle descrizioni delle pratiche prodotte dagli attori. Gli stessi re-
soconti del ricercatore sono assai spesso il frutto di una “contrattazione”, più o meno esplicita ma
certo consapevolmente ricercata, fra il punto di vista del ricercatore e “il punto di vista dei nativi”,
ed in particolare di un confronto con le auto-descrizioni di questi ultimi. Come possiamo ad esem-
pio sapere che il nostro “selvaggio” sta facendo proprio “la danza della pioggia”, se non è egli stes-
so a dircelo? Come possiamo distinguere una “vera” danza della pioggia da una rappresentazione
della stessa per i turisti? Come possiamo in sintesi conoscere le regole che definiscono la situazione
“danza della pioggia” indipendentemente dalle categorie descrittive utilizzate dagli stessi attori per
spiegarle a noi? [Runciman, 1983].

16
All’estremo opposto delle interviste con questionario possiamo collocare le storie di vita. Qui la
questione del significato “vero” o “falso” - diciamo della validità - del materiale biografico prodotto
appare da tempo risolta in senso “costruttivista”: così, la raccolta di una storia di vita costituisce di
fatto una situazione - io direi una relazione - sociale che coinvolge ricercatore e narratore e che pro-
duce una rappresentazione biografica (una fra le molte possibili a partire da una stessa persona):
così recentemente Bichi [2000: pp. 59-63], come già Bovone [1996]. Nelle storie di vita, sostiene in
questo senso la Bovone, l’intervento del ricercatore «va trattato più che come un pericolo ineludibi-
le, come una risorsa da far entrare in circolo ... Questo implica da una parte l’esplicitazione del pro-
prio metodo di rilevazione ..., dall’altra la liceità di ogni lavoro di elaborazione dell’intervista» [p.
347; corsivo aggiunto]. In effetti, il lungo lavoro di raccolta del materiale biografico consiste spesso
in numerosi incontri, che non mai hanno carattere esclusivamente formale, ed in cui intervistatore
ed intervistato entrano a far parte - seppure per un breve lasso temporale - dei rispettivi “orizzonti”,
dei rispettivi “vissuti”, l’intervistato elaborando così il proprio racconto, l’intervistatore “compren-
dendolo”. Ciononostante, alla fine, l’intervistatore riporta il materiale raccolto nel suo “quotidiano”
contesto, che non è il contesto quotidiano dell’intervistato. In questo senso, il materiale informativo
- di qualunque natura esso sia - assume alla fine una certa indipendenza, diventa dato, legittimando
con ciò “ogni lavoro di elaborazione”.
La storia di vita risulta infine il risultato di una transazione - e di una transazione riflessiva - fra
intervistatore ed intervistato, ma anche fra intervistatore e comunità scientifica di appartenenza.
Esito di questa transazione sono anche i criteri utilizzati per la trascrizione dell’intervista - che in-
cludono specifici postulati di rilevanza con riferimento ai tratti caratteristici dell’interazione che la
trascrizione stessa deve riflettere in maniera consapevole, attenta, ma soprattutto esplicita.
Volendo mantenere la distinzione fra costrutti di primo e di secondo livello, dobbiamo (a) de-
finire il sistema di riferimento di tale suddivisione (b) tenendo conto della riflessività delle relazioni
sociali implicate da ogni indagine. Posto che il sistema di riferimento che ci interessa è il ricercato-
re, dobbiamo concludere che la relazione di intervista produce i costrutti di primo livello, mentre
l’articolazione interpretativa e/o teorica (esplicativa) delle informazioni raccolte da parte del ricer-
catore darà infine luogo ai costrutti di secondo livello. Così, nella pratica della Grounded Theory, i
costrutti di primo livello non sono quelli usati dagli attori, ma sono i concetti “descrittivi” utilizzati
dal ricercatore (per dar conto di una pratica osservata, o anche di un documento scritto ecc.), mentre
quelli di secondo livello sono quelli “teorici”, contenitori più ampi che tentano di dar conto di un
più vasto insieme di costrutti di primo livello.
I costrutti di secondo livello possono, nella migliore delle ipotesi, dar conto dei costrutti
“emersi” nella relazione fra ricercatore ed attore sociale; ma non è possibile avere un riscontro indi-

17
pendente della loro capacità di dar conto anche dell’esperienza (per così dire “diretta) dell’attore
stesso.

4. CONCLUSIONI.

1. Le categorie conoscitive utilizzate dalle scienze sociali vengono create all’interno di uno spe-
cifico sistema di riferimento che orienta le operazioni di osservazione del mondo sociale secondo
meccanismi propri, e secondo specifici criteri di rilevanza (cfr. su questo ad es. Gallino 1992). Lo
stesso postulato di adeguatezza - così come formulato dal Schütz - non può dunque essere interpre-
tato in senso completamente letterale se non entro quei domini conoscitivi - del tutto particolari -
orientati alla sociologia della conoscenza (ed ai quali gli attuali approcci fenomenologici possono
essere entro certi limiti ricondotti). Diversamente, nella gran parte delle pratiche di ricerca, l’intervi-
statore ascolta le narrazioni degli attori, o osserva le loro pratiche quotidiane, per arrivare a narra-
zioni e/o descrizioni del tutto altre, orientate alla provincia finita di significato costituitasi nel corso
della storia della disciplina di appartenenza.
Tale separatezza non andrebbe però intesa quale radicale ed insanabile “frattura” fra scienza e
senso comune, ma quale separatezza epistemologica e metodologica. La continuità per così dire
“esistenziale” consente di rivalutare il ruolo dell’atteggiamento naturale e delle competenze relazio-
nali naturali (o meglio “culturali”, per intenderci: quotidiane) nella relazione di intervista e di qui
nella costruzione dell’informazione. Mentre la consapevolezza della separatezza epistemologica im-
pone di ribadire come non sia mai possibile una piena fedeltà alle categorie interpretative degli atto-
ri, e come invece l’adozione di costrutti di secondo livello - ex ante o ex post, per via deduttiva o in-
duttiva - implichi sempre una presa di posizione “forte” da parte del ricercatore. E ciò tanto nella ri-
cerca quantitativa quanto in quella qualitativa. Come ci ricorda opportunamente Weber, non solo
noi siamo invischiati in un mondo di significati da noi stessi costruito, ma «proprio sotto l’apparen-
za della soppressione di ogni valutazione pratica, si possono risuscitare suggestivamente, con parti-
colare forza, tali valutazioni, secondo il noto schema di “far parlare i fatti”» [1917; tr. it.: p. 322].
In campo antropologico, come ha incisivamente sottolineato Geertz [1974], è stato proprio Ma-
linowski a confessare, nel suo Diario pubblicato postumo, l’impossibilità di assumere “il punto di
vista dei nativi”: nessun antropologo è in grado di “mimetizzarsi” empaticamente con un ambiente
sociale e culturale del tutto diverso dal suo21.
21
«Il mito dello studioso sul campo simile al camaleonte, perfettamente in sintonia con l’ambiente esotico che lo cir-
conda, un miracolo vivente di empatia, tatto, pazienza e cosmopolitismo, venne demolito dall’uomo che forse aveva fat-
to di più per crearlo» (Geertz 1974; tr. it.: p. 71).

18
Dovrebbe essere in questo senso un imperativo deontologico di rilevanza prioritaria - come lo è
dal punto di vista metodologico - quello di evitare di presentare intenzioni e significati estrapolati, o
comunque reinterpretati, dal ricercatore come se “emergessero” naturalmente, per così dire “da
soli”, dalle risposte o dai comportamenti o dalla produzione simbolica degli intervistati/osservati.
Le procedure di definizione operativa, che costituiscono la base della costruzione dei questio-
nari ed insieme delle matrici dei dati, tendono ad una scansione di concetti semanticamente com-
plessi in tratti più facilmente rilevabili, ma analiticamente ancorati da una parte al concetto teorico
di partenza, dall’altra al linguaggio e dunque ai processi di attribuzione di senso degli intervistati.
Ma non è possibile sapere se ed in quale misura l’imputazione di senso dell’intervistato corrisponda
a quella dell’intervistatore, o all’interpretazione del ricercatore. Oltretutto, la stessa imputazione di
senso dell’intervistato non solo è diversa da quelle degli altri attori del suo stesso contesto sociale,
ma spesso include tale fondamentale differenza - rilevata da Schütz nella sua nota critica a Weber
(in ragione ed in misura della conoscenza dell’altro, dell’esperienza del contesto ecc.).
L’attore sociale non produce dunque solo costrutti di primo livello, ma anche costrutti di se-
condo livello, è egli stesso osservatore di se stesso, degli altri e del proprio mondo sociale, e, nella
situazione di intervista, è anche osservatore del ricercatore. La collocazione del ricercatore all’inter-
no di questo gioco di interpretazioni e di riflessività può risultare determinante nello stabilire la va-
lidità dei risultati, ma anche la attendibilità delle procedure di definizione ex ante e/o utilizzazione
ex post di un modello teorico ed interpretativo.
Soffermandoci a riflettere - piuttosto che sui principi epistemologici generali - sulle pratiche
concrete di ricerca, arriviamo a concludere che la ragione fondamentale per cui non possiamo asse-
rire di rispettare le categorie degli attori, è che in realtà non possiamo dimostrare che lo stiamo dav-
vero facendo. E non si tratta di un problema risolvibile sul piano delle tecniche di convalida degli
strumenti, quello che impone al ricercatore grande cautela ed onestà intellettuale e metodologica
nell’uso dei suoi strumenti. La questione metodologica è infatti in questo caso di minor conto ri-
spetto a quella teorica e a quella deontologica.

2. Naturalmente, quanto sin qui detto presuppone una serie di assunzioni che, sollevando un
certo numero di interrogativi, meriterebbero ulteriori approfondimenti. In primo luogo, si è sin qui
assunto che le sociologie comprendenti siano tutte riconducibili a posizioni relazionaliste, il che non
è del tutto vero. È però fuor di dubbio che l’aver posto la relazionalità - o l’intersoggettività - ad og-
getto principe, ed a fondamento, delle scienze sociali abbia condotto alla conclusione che studiare i
processi di attribuzione di senso significhi studiare le relazioni fra attori e oggetti ed i costrutti che

19
tale relazione costituisce (A-O in Fig. 1). Ma possiamo dare per scontato che tale conclusione sia
logicamente necessaria?
Pare a chi scrive che tale interrogativo possa passare in secondo piano distinguendo fra la rela-
zionalità del sociale come oggetto di studio e la transazione conoscitiva che si realizza attraverso la
relazionalità implicata dalla ricerca sociale. Ma non si può certo con questo considerare chiusa la
questione, al livello della teoria sociale (dove il presupposto stesso si rivela aperto ad interpretazioni
molto diverse: cfr. ad es. Donati [1993V e 1996IV]). Sul piano metodologico, resta comunque da
chiedersi se sia possibile accedere all’esperienza che l’attore “ha” di un certo contesto o di una certa
azione, indipendentemente dalla capacità dell’attore stesso di “dar conto” delle proprie azioni, di
esplicitare su sollecitazione del ricercatore ciò che viene considerato normalmente implicito, e dun-
que indipendentemente dalla relazionalità.
Quello dell’adeguatezza di senso è un problema che gioca un ruolo importante, che si parta dal
presupposto che la società sia relazionalità, o che si preferisca partire da un assunto più precipua-
mente metodologico, come quello transazionale. A questo riguardo, giova forse ricordare come la
sua originaria formulazione (a) risenta del “pregiudizio della modernità” di Weber ed in parte dello
stesso Schütz, il pregiudizio cioè dell’attore razionale (anche se in Schütz possiamo trovare le pre-
messe per una messa in crisi di tale pregiudizio, ad es. nella disamina delle funzioni degli
“schemi”); (b) non prenda in considerazione - e dal punto di vista metodologico è un po’ la stessa
cosa - la possibilità di studiare culture “altre”, limitando dunque il ruolo della comprensione allo
studio dell’azione-dotata-di-senso di attori che condividono il mondo della vita del ricercatore. Le
importanti ridefinizioni che si sono sin qui succedute - a partire dalla scuola di Chicago - tengono
conto proprio di questo.
Le indagini “standard” possono senz’altro tentare di confrontarsi con il problema dell’adegua-
tezza di senso, nella sua accezione costruttivista, aprendosi alla relazionalità ed al linguaggio natu-
rali (normalmente oggetti invece di una sistematica “epurazione”), e tenendo conto della capacità e
soprattutto della volontà degli intervistati di entrare in relazione con il ricercatore e di comunicare il
proprio punto di vista. Si tratta in buona sostanza di affrontare il problema della validazione dei co-
strutti adottati dal ricercatore, attraverso un confronto sistematico e controllato con il punto di vista
dell’intervistato. Del resto, lo stesso Likert aveva originariamente proposto di non sottoporre le al-
ternative di risposte agli intervistati, e di affidare invece ad intervistatori preparati e consapevoli il
compito di tradurre il punto di vista dell’intervistato nei termini delle categorie interpretative del
questionario.
In questa maniera, prima di tutto, si realizzerebbe la necessaria separazione fra il punto di vista
espresso dall’intervistato e l’interpretazione datane dal ricercatore; inoltre, l’intervista (a) avrebbe

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un andamento più fluido e colloquiale, anche se (b) risulterebbe molto più lunga e laboriosa (per
l’intervistatore!); inoltre, (c) richiederebbe una maggiore preparazione degli intervistatori, rispetto a
quella comunemente richiesta nelle grandi surveys (gli istituti di ricerca utilizzano intervistatori di-
plomati, e non certo esperti) e (d) sarebbe senz’altro più flessibile e capace di rispondere alle varia-
zioni del contesto. Complessivamente, però, le grandi indagini risulterebbero molto più costose, ed
anche molto più esposte agli errori di rilevazione, ad esempio quelli inevitabilmente introdotti da in-
tervistatori poco preparati o poco motivati22.
Ovviamente, se pure si riuscisse ad ottenere un adeguato controllo della “validità” delle infor-
mazioni ponendo maggiore attenzione al momento della rilevazione (oltreché in fase di costruzio-
ne23), non per questo sarebbe lecito aspettarsi di poter recuperare intensione alle interviste con que-
stionario. L’obiettivo sarebbe invece quello di - entro i limiti posti ad esempio dalla diversa organiz-
zazione del lavoro, all’impossibilità cioè per il ricercatore di scendere in prima persona sul campo -
recuperare il valore ed il contributo del rapporto con l’attore sociale e del suo punto di vista.

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Si tratterebbe di valutare empiricamente (a) le differenze qualitative e quantitative prodotte dalle due diverse modalità
di somministrazione dei questionari; (b) con particolare riferimento ai costi e all’incidenza di errori. Senz’altro, la ricer-
ca applicata richiede un bilancio più favorevole rispetto ai costi di realizzazione (ma anche di gestione), mentre la ricer-
ca teorica dovrebbe optare per standard qualitativi più rigorosi.
23
Cfr. ampiamente su questo, Marradi (a c. di), 1988 e Marradi e Gasperoni (a c. di), 2002.

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