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Intervista Sul Fascismo

L'intervista del 30 maggio 2025 con Anna Marchetti fornisce una testimonianza personale sulla vita quotidiana durante il fascismo, evidenziando eventi come cortei e celebrazioni. Anna ricorda la figura di Mussolini e il rispetto che la sua famiglia, pur avendo ideologie diverse, aveva nei suoi confronti. Inoltre, l'intervista tocca temi di violenza politica e la presenza costante del fascismo nella comunità locale.

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Intervista Sul Fascismo

L'intervista del 30 maggio 2025 con Anna Marchetti fornisce una testimonianza personale sulla vita quotidiana durante il fascismo, evidenziando eventi come cortei e celebrazioni. Anna ricorda la figura di Mussolini e il rispetto che la sua famiglia, pur avendo ideologie diverse, aveva nei suoi confronti. Inoltre, l'intervista tocca temi di violenza politica e la presenza costante del fascismo nella comunità locale.

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Intervista del il 30 maggio 2025 sul progetto del fascismo e di ricerca dello storico,

intervistata: Anna Marchetti, nonna di Federico Stefanini (intervistatore).


Sono state scritte delle domande precedentemente all’intervista, per instradare l’intervistata in modo da
ottenere le informazioni corrette per la ricerca. Le domande sono identificabili tramite la sottolineatura.

Intervistatore: La prima domanda è: quali ricordi hai della tua vita quotidiana, nel periodo del fascismo?

Intervistato: Ricordo che si faceva le sfilate a cortei, poi si faceva la ginnastica, il saggio, sempre con la veste
da piccola italiana, con il gagliardetto qui (indicandosi la spalla), attaccato alla camicetta, in Borgo, dove c'è
il tabacchino, ora non so c'è più.

Intervistatore: Dove c'è il tabacchino? Il parchetto? … Ah sì, la pizzeria, lì al parchetto. Sì, lì, subito lì.

Intervistato: Ma non c'erano gazebi come ora, non c'era niente. Il giorno di maggio era, prima che finisse la
scuola noi si faceva sempre, e poi si faceva il sabato fascista.

Intervistatore: E facevate?

Intervistato: Si andava alle scuole, si prendeva il lavoro, o la calza, chi leggeva. Lo chiamavano il sabato
fascista.

Intervistatore: E invece il corteo che cosa era?

Intervistato: Il corteo era il 4 di novembre e il 24 di maggio. Il 24 di maggio era la fine della prima guerra
mondiale, no scusa, l'inizio… insomma, il 24 di maggio me ne ricordo bene. Poi il 4 di novembre era il
corteo, tutti vestiti, gli uomini tutti con la sahariana, avevano calzoni alla giuada, così le chiamavano, stretti
in fondo e larghi sopra. In capo, il fazzolettone blu, qui. Si girava tutto il borgo e si cantava: “Vincere”, poi
“Bella abissina”, perché nel 1936 c'era la guerra in Africa. Io mi ricordo, c'era gente che era andata da
volontario, lasciava figlioli, tre o quattro. Qualcuno ci sono sempre. Qualcuno sono morti, ma qualcuno
sono sempre vivi. Stavano lì nella mi via, poi erano anche parenti, facevano il cognome Marchetti anche
loro. Si facevano in tutti i paesi, tutti.

Il 28 ottobre, la marcia su Roma, hai visto laggiù dove stava nonna Maria (la madre dell’intervistata)? Non
te ne ricordi? C'è un muro, c'è sempre, ma ora ci hanno fatto le case. Si stava a vedere, passavano tutte le
macchine. Camion, chi con le macchine. Facevano la marcia su Roma. La sera, venivano dall'Alta Italia,
passavano, andavamo tutti. Era il 28 ottobre, era la commemorazione della marcia su Roma.

Intervistatore: Sui libri c'era scritto, cortei, robe così per festeggiare, noi abbiamo fatto la verifica
sulfascismo.

Intervistato: Per festeggiare tutte, tutte le ricorrenze nascevano. Si faceva il corteo.

Intervistatore: Allora, poi... come percepivi te, o la tua famiglia, la figura di Mussolini?

Intervistato: Bene.

Intervistatore: No, nel senso... Sì.

Intervistato: Poi a casa mia il mio babbo era socialista, però era rispettato Mussolini, mah... Ma l'ha visto
che c’ho laggiù (parla di una calamita con su riportata una frase di Mussolini) c’è scritto: “Meglio vivere un
giorno da leoni, che cento da pecore”. Lo sai, da Follonica a venì in Caldana, per l'Aurelia, c'erano le case, da
tutte le parti, c'era qualcosa scritto di Mussolini con sotto citato “Mussolini”. L'ha vista che firma faceva
Mussolini?

Intervistatore: No, non l'ho vista. Come la faceva?

Intervistato: Guarda un po' lì, ci dovrebbero essere. Faceva un M così, così, così (di maggiore dimensione
rispetto agli altri caratteri e in corsivo).

Intervistatore: Ma voi lo vedevate come quello che salvato l'Italia? Come?

Intervistato: L'aveva salvata eh, io questo non me lo ricordo, perché lui ha fatto la guerra del 15-18
Mussolini, è stato ferito.

Intervistatore: Eh, questa l'hai studiata a scuola? L'hai studiata nei libri?

Intervistato: Nei libri, sì. Ma lì c'è un libro, ci dovrebbe essere ancora qualcosa di Mussolini qui. Vabbè. E
questo è il libro di mio fratello, di Pietro, lui è del 40, qui ci sarà poco.

Intervistatore: Poi, l'istruzione a scuola com'era? Che valori ti trasmettevano? Come ti insegnavano, che ti
insegnavano? Se anche a lezione ti parlavano di Mussolini?

Intervistato: Sì, sì. C'era una maestra che era proprio di destra lei, mi ricordo quando è venuta, aveva una
prima figliola, nel 36’. Hai visto dove la parrucchiera è ora? Lì c’erano le scuole. Prima s'era lì. E lei nel 36 è
venuta a stare in Caldana, perché lei era di Piombino, a Caldana ha sposato e è rimasta poi a Caldana, ora è
morta.

Intervistatore: Ma voi entravate a scuola la mattina e che facevate?

Intervistato: La mattina si entrava a scuola, all'otto, all'otto e mezza. Si entrava a scuola, cominciava a
mettere fuori i libri e si scriveva. E si studiava. Io ti ho raccontato di questa maestra, ci ho fatto cinque
classi, però quattro tutte intere, una dietro a quell'altra. In quarta non avevo voglia, mi ha bocciato, l'anno
dopo ero quinta e ho ritrovato lei. Lei lavorava, faceva la calza, e girava tutti i banchi, io non so che facevo
un tema o un dettato, mi senti una sberla nella testa: avevo scritto “perché” di sopra con l'accento e di
sotto senza.

Intervistatore: Ah, ti dava una manata per nulla?

Intervistato: Au e come, aveva certe mani secche (ridendo),e righello?

Intervistatore :Sui ceci anche? Con i ginocchioni sui ceci?

Intervistato: No, quello no. Dietro la lavagna ci sono stato anche io, perché ero un po' chiacchierona.
Capito? Ma la sberla lì, quella sberla, guarda, non me ne dimenticherò, un me ne dimenticherò mai, o teh,
mentre scrivevi, ti senti arrivata una sberla nella testa. Se lo fanno ora...

Intervistatore : Noi abbiamo fatto, a scuola col prof, te l'avevo detto, quello studio dei libri vecchi, degli
anni trenta e c'era scritto da tutte le parti e c'era la foto del Duce praticamente. Ti ricordi lì di qualcosa, di
queste cose così?

Intervistato: Il Duce, quando si affacciava al Palazzo Venezia: “italiani, italiane”, Quello era il suo motto,
italiani, italiane. E... vabbè.
Intervistatore : Vabbè (notando che i suoi ricordi riguardo queste situazioni scarseggisno decido di
cambiare discorso).In che modo nel paese, era presente il fascismo?

Intervistato: Fascisti erano sempre presenti. Hai visto il piazzale, dove c'è il monumento?

Intervistatore: Sì, quello lì della prima guerra, quello lì del soldato... quello col dito così.

Intervistato: In quel palazzo lì di fronte ci stava il signor Nello, era il segretario del fascio. Quando volevi
qualcosa andavi lì. Poi in quel tempo di guerra, quando gli si portò tutto il rame, la teglia... Lo sapevi? L'oro
anche, chi aveva la fede, io ricordo che mia mamma aveva la fede, lo metteva alla patria, perché chi era
ricco, aveva la fortuna di comprarne due, poi uno andava. Vedi quella teglia là su? C'era un'altra, più
piccola. Però... Una ci toccò darla. Guarda, mi ricordo sempre sotto il monumento c'era un albero grosso e
poverino, ora non c'è più, perché è seccato, l'hanno tagliato. C'erano un monte di rami... C'era uno un po'
strullo , era lo zio di... Della mamma di Gian Paolo, Emilio si chiamava. Era un po' strullo, diceva: “E il
ramaio? Un buco nel buzzo“. Avevano un chiodo con un martello... E pum… Un buco nel buzzo nella padella
di rame, le bucavano tutti, perché almeno non se lo portavano via.

Intervistatore: Una volta mi hai raccontato che c'erano invece quelli che menavano e picchiavano i
socialisti, comunisti...

Intervistato: Io quello... Era già successo. Ma davano l'olio di ricino. C'era uno che stava quassù... Vicino ai
Castagni. Si chiamava Achille. E diceva... “Lo pago ma non lo bevo”. Licia c'era quella che stava a Roma,
c'aveva una sorella. È andata a stare a Roma, era segretaria del Fascio. Quando cominciarono a girare i
comunisti e finì la guerra lo sai dove andò? Sopra il tetto. Perché se la trovavano la facevano ammazzare.

Intervistatore: A Caldana? Sul tetto a Caldana?

Intervistato: Sì, a Caldana, nei paesi si conosceva un po' tutti.

Allora lei la segretaria del fascio e quindi era proprio fondamentale. Questo l'hanno raccontato, io non me
ne ricordo perché ero piccina, non ero che nata: quando c'erano stati i comunisti che bruciavano le... Le
imprese, le fabbriche. Bruciavano... Quello che trovavano lo bruciavano. A uno che stava vicino lì dove sta
nonna, gli bruciavano il grano. Apposta per questo dopo arrivarono i fascisti contro i comunisti. E lì si fu la
rivolta.

Intervistatore: Ah, capito. E come si chiamava invece quello lì in piazza che prendeva il rame?

Intervistato: Ramaio, lo chiamavano.

Intervistatore: E che figura era?

Intervistato: Veniva da fuori, eh, da fuori. Mi ricordo con un cambio grosso. E metteva... E tutti a portargli il
rame, lo prendevano con questo chiodo grosso. Me lo ricordo sempre. Da ragazzetta si andava a vedere
perché era come in un spettacolo. Perché non c'era niente.

Intervistatore: Qualcun altro invece che veniva da fuori e che ce lo metteva lo stato?

Intervistato: Venne uno, dopo il tempo della repubblichina, si spacciava americano. Veniva a farsi i capelli.
Lì dove sta nonna. Quando andò via, questo... Il barbiere diceva: “Quello americano non è. Perché ha
fumato così”. Gli americani le cicche le buttavano via così: a metà, a metà sigaretta gli americani (intende
che gli americani erano abituati a fare pochi tiri della sigaretta e successivamente buttarla). Lui la cicca l'ha
fatta fino e in fondo. Andò alla casa del popolo, lui andò su. C'erano tutte le stanzine piccine. Ogni partito
aveva una stanza. Lui chiamava tutti questi fascisti, che c'avessero soldi. Si faceva dare i soldi e le bordava
di botte. Poi qualcuno si è accorto che l'era come doveva essere. Chiamavano Carabinieri. Noi in cima al
borgo. Passò ammanettato. Per prendere soldi a quei tempi... Questo fu il tempo di guerra.

Ma gente che era proprio fascistone. Si faceva mantenere dal partito. Perché chi aveva figlioli. Gli davano
soldi il partito. Nel tempo del fascismo erano tutti bravi. In Borgo la sera dopo la sera c'era un passeggio. E i
fascisti cantavano “ fuoco di Vespa”. Io non mi ricordo nemmeno. Cantavano tutte le canzoni del fascismo.
Questo è successo quattordici, tredici anni.

Intervistatore: Poi, a proposito della guerra, te hai avuto esperienze dirette o indirette con la guerra? O con
episodi di violenza pubblica?

Intervistato: Qui no. Pensa che hanno fatto anche il rifugio, ma non è successo niente.

Intervistatore: Capito. E invece quando si nascondevano nei granai?

Intervistato: Alle Sceretelle. Le Sceretelle, lo sai dove sono? Dove è il cuor di lupo. Sai dove è il cuor di
lupo? Lì dove c'è la casetta Pietro. Di fronte c'è una casetta, poi è più in su. Insomma, da quelle parti di lì in
giù. Da mio nonno, mi ha raccontato a mia mamma, andava sempre un uomo. Il giorno lavorava con loro,
tanto nessuno ci andava a controllare, e loro gli andavano da mangiare. La sera, lui andava su nel granaio,
infilava sotto, lo coprivano, lasciava un po' la testa, poi lo coprivano con delle balle. Questo era comunista e
i fascisti andavano a cercarlo.

Ma io, quando andavo a casetta, il giorno quando non c'avevo da fare niente, c'avevo da governare i maiali,
c'avevo la capra, il ciuco e le galline. Dovevo fare questa faccenda qui. C’erano Pietro e Vinicia piccini
(fratello e sorella dell’intervistato), uno del 1940, l'altra del 1942. E mi mandavano a casetta. Il giorno che
stavo di sola, andavo da questo contadino il Peotti, subito di là, e c'era la figliola di questo contadino,
strulla. Venne il Peotti, perché a quei tempi il Peotti era un comunistone. La figlia disse, “Questa qui è
fascista”, a me, “è fascista”, ma c'era anche un uomo di Caldana che diceva: “ma questa è una bimba che i
genitori non sono mica fascisti, i genitori li conosco”. Chissà l'idea sua se mi picchia, se mi portasse… Mi
ricordo sempre, non ho più potuto vedere a quella. Ti ho detto, avevo 14 anni, 13.

Intervistatore: Quando è andato nonno Lilli in guerra?

Intervistato: Lui è andato volontario nel battaglione Muti, a Firenze, a Scandici.

Intervistatore: Ma lui poi che ha fatto? È tornato a casa a piedi?

Intervistato: Da Firenze a piedi. Arrivarono a Siena, trovarlo un camion. Quante volte l'ho raccontato... Lo
fermarono, questo, andava nel Lazio, quindi lo presero, poi scesero e tornarono a piedi. C'è stato un po' di
tempo a Scandici, nel battaglione Muti.

Intervistatore: Perché era tornato indietro?

Intervistato: Quando è finita la guerra, il battaglione fu sfasciato. Il battaglio dei Muti era proprio fascista,
fascista. C'era uno di Castiglioni che quando ha morto Giorgio, si è andato a trovarlo, no? Io, Giovanni e
Laura. Si cantava la canzone Battaglione Muti: “Battaglione Muti, più bella, la più bella gioventù e tutti, a noi
ci piace D'Abbè. E a dove rispondiamo ci piace? Per D'Abbè. Se la morte ci porta al cimitero, si accende il
cielo e se ne parla più”.

Intervistatore: Ma qui a Caldana c'era qualche persona ebrea?

Intervistato: In Caldana non c'erano. Io non ho mai sentito di ebrei. Erano a Pitigliano. E c'era il Ghetto. Qui
abita una, il suo nonno quanti li ha salvati. Li mandava a guardare i maiali. Aveva tanta terra. E le pecore. E
diceva ai controllori “Quella la giù. Quella giù è il mi garzone. E il mio figliolo”. Li ha salvati tanti. […]

Io ho studiato la prima guerra dell'indipendenza del 48, 49.

Intervistatore: La prima guerra mondiale.?

Intervistato: Non si è studiata quella. Ma nemmeno quella della seconda guerra. Non si è studiata per
niente. Non ce la facevano studiare.

Intervistatore: Quelle in Africa le studiavate?

Intervistato: Quelle lì in Africa poco. Poco, niente.

Intervistatore: Ma a un certo punto è diventato impero?

Intervistato: Era l'impero. Era l'impero. Il marito di Giorgia, te non l'hai conosciuta. Ilio l'ha fatta laggiù. La
guerra di Addis Abeba, è stato a Addis Abeba. Mi ha detto che stavano che bene e quando l'ha presa
Mussolini, gli aveva fatto un monte di cose. Lui ha fatto la guerra, la seconda guerra, per prendere il canale
di Suez. Sapevi? Lui portava la roba dell'Italia laggiù e da laggiù la portava su, perché c'era l'oro, c'era tante
cose. L'Etiopia, Eritrea, io mi ricordo bene, di Addis Abeba, fece la guerra apposta per prendere il canale di
Suez. Quando si sortiva da scuola, allora non si andava a casa, ci si mette tutti lì alla Casa del Popolo, dove è
la posta ora, a sentire i giornali. C'era la radio fuori si sentiva che erano arrivati a Tobruch, erano arrivati,
ma ci fu un tradimento, la guerra fa così. Arrivati lì, era quasi preso il canale di Suez.

Intervistatore: Ma perché in piazzetta c'erano gli altoparlanti?

Intervistato: Si metteva la radio del segretario del Fascio, lì alla Casa del Popolo. Alla finestra si passava e
tutti ascoltavano il telegiornale.

Intervistatore: Quando è caduto il fascismo, dopo la guerra, cos'è cambiato nel clima di qua?

Intervistato: È cambiato tutto. L'America ha portato la pace e il benessere. Quando passarono l'americani,
tutti aspettavano l'americani. Io andai a prendere il latte alle Basse di Caldana, lo misi dentro la bottiglia,
che poi lasciai in una stalla. Con un'altra di Caldana che disse “Ci sono tutti gli americani accampati in un
campo, andiamo a vedere” Si tornò e il latte non c'era più. Gli americani ci davano la roba e noi si pigliava:
ci davano le caramelle, ci davano le cingomme, ci davano tutto gli americani, capito? Però con questa
donna più vecchia di me, le davano i panni, andavamo al pozzo e io le passavo l'acqua, lei lavava i panni e gli
si riportavano puliti all'americani. Erano tutti accampati. Alle Basse.

Intervistatore: E negli anni 50’?

Intervistato: Gli anni 50’ erano gli anni d’oro eh. Si faceva quello che si voleva.

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