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Un argomento al mese su cui riflettere: Febbraio 2010

Le piante nel Vangelo: Il mandorlo.


da La vita in Cristo e nella Chiesa Anno LVII, n2.

Il mandorlo, originario della Persia, una pianta arborea dall'aspetto un po' triste, con un tronco robusto che pu raggiungere la considerevole circonferenza di circa 2 metri, l'altezza media di 10-12 metri, con una chioma leggera ed espansa, di colore verde chiaro, con rami nodosi e foglie grigiastre e rade. A quest'albero nessuno farebbe caso se non per la sua strepitosa fioritura bianca o rosea di sorprendente precocit. Infatti, gi a febbraiomarzo, nelle regioni pi temperate, il primo albero a sbocciare, diventando simbolo della primavera. Il mandorlo una specie ermafrodita dalla bella fioritura che avviene prima della comparsa delle foglie. Questa sua particolarit ci che lo trasforma in una gioiosa festa di colori e odori primaverili. Quando ancora la natura assopita nel sonno invernale, vedendo un mandorlo fiorito, ci si sente coinvolti dal miracolo del ritorno alla vita, manifestato dalla ripresa vegetativa. Nel mito orientale di Attis, la mandorla il seme sparso da Zeus che d nascita all'ermafrodita Agdisti, poi castrato dagli di. Dal sangue della ferita nasce un mandorlo il cui frutto, mangiato dalla vergine Nana, feconda colei che diverr la madre di Attis. Per i greci, la fioritura precoce del mandorlo evocava la grazia squisita di un amore verginale, che pu solo perire o, se sopravvive, avvizzire, producendo frutti. Ovidio, nel suo poema epico Metamorfosi, narra la storia di Fillide, principessa di Tracia, la quale si invagh di Acamante, figlio di Teseo, che era sbarcato nel suo paese mentre navigava alla volta di Troia. Al ritorno delle navi achee, la fanciulla lo aspett invano e mor di crepacuore. Subito Era la trasform in mandorlo e Acamante, che aveva tardato, abbracci solo la corteccia dell'albero. A motivo di questo disperato abbraccio d'amore, sui rami spogliati dall'inverno apparvero degli incantevoli fiori bianchi. Il mandorlo, dal punto di vista simbolico, rappresenta lessenziale celato sotto l'apparenza, sotto l'accessorio, quindi il cuore dell'essere, il divino nell'uomo. In ebraico mandorla si dice luz, ed esprime il nocciolo indistruttibile e divino dell'essere, ma anche la luce che manifesta la sua presenza. Secondo una tradizione ebraica, ai piedi di un mandorlo che si troverebbe la via che permette di accedere alla misteriosa citt sotterranea di Luz, dimora dell'immortalit. Giacobbe ebbe la visione proprio presso una citt di nome Luz (cf Gen 28,19). Ci suggerisce che bisogna rompere il guscio, affinch la mandorla, prima invisibile, si riveli; lo stesso vale per il segreto che in noi, ossia la vita nuova che l'immortalit. Nel cristianesimo la mandorla Cristo, la cui natura divina rimane dissimulata dalla natura umana, e ancor prima, nel corpo della Vergine. A motivo di ci, spesso, nell'iconografia medievale. Cristo in maest, e talvolta anche la Vergine, sono rappresentati nel seno della mandorla mistica, che altres la luce che emanano, la loro natura, la loro aura.

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L'attivit profetica di Geremia si colloca nel contesto storico degli anni 626/27 a.C., sotto i re Giosia, loakim e Sedecia, la distruzione del tempio di Gerusalemme (587 a.C.), fino all'epoca della deportazione babilonese. In questo periodo, le potenze dominanti che creano una seria minaccia per Israele sono l'Egitto e Babilonia. Il re Sedecia, malconsigliato, mirava a una alleanza politica e militare con l'Egitto. Ma l'Egitto, evidentemente esso stesso in difficolt di fronte alla nascente potenza babilonese, non diede alcun aiuto alla lega dei piccoli stati ararne! di cui faceva parte lo stesso regno di Giuda: la nuova superpotenza babilonese, sotto Nabucodonosor, ebbe quindi via libera e invase la Giudea, conquistando Gerusalemme. Geremia dichiar apertamente che non ci si poteva sottrarre al dominio babilonese, chel'unica alternativa era di assoggettarsi al vassallaggio. La caduta di Gerusalemme, la distruzione del suo tempio e l'esilio furono, nel racconto biblico, le conseguenze naturali delle pratiche idolatriche e dell'ingiustizia sociale che avevano caratterizzato il regno di loakim, nonch dell'alleanza, scellerata ed inopportuna, di Sedecia con il faraone Psammatico II.

L'esilio babilonese, anche se non fu un esilio totale per quantit di persone, fu per un fatto traumatico e di grande rilevanza sociale, in quanto venne deportata \'lite socio-politica e religiosa del paese, lasciando di fatto la terra di Israele sguarnita di funzionari di un certo spessore e di famiglie sacerdotali. Quest'ultimo aspetto, al ritorno dall'esilio, fu causa di gravi attriti e dissidi interni di cui gli echi si percepiscono chiaramente in Esdra e Neemia e che si protrassero fino alla seconda distruzione del tempio di Gerusalemme, questa volta ad opera dei romani. Geremia un testimone degli ultimi tempi del primo tempio, quando una cieca politica del potere regale e sacerdotale consegn di fatto il paese alle armate di Nabucodonosor, confidando, come sappiamo, nell'alleato sbagliato, invece di scendere a patti con la nuova superpotenza babilonese. La salvezza, invece, consisteva nel capovolgimento totale degli equilibri politici, la fuga da Gerusalemme: Chi rimane in questa citt morir di spada, di fame e di peste; chi uscir e si consegner ai caldei che vi cingono d'assedio vivr e gli sar lasciata la vita come suo bottino (Ger 21,9). In questo contesto storico, la parola del Signore si fece sentire mediante i profeti, tra i quali Geremia: Mi fu rivolta questa parola del Signore: "Che cosa vedi. Geremia?". Risposi: "Vedo un ramo di mandorlo". Il Signore soggiunse: "Hai visto bene, poich io vigilo sulla mia parola per realizzarla". Quindi mi fu rivolta di nuovo questa parola del Signore: "Che cosa vedi?". Risposi: "Vedo una caldaia sul fuoco inclinata verso settentrione". Il Signore mi disse: "Dal settentrione si rovescer la sventura su tutti gli abitanti del paese. Poich, ecco, io sto per chiamare tutti i regni del settentrione. Oracolo del Signore. Essi verranno e ognuno porr il trono davanti alle porte di Gerusalemme, contro le sue mura e contro tutte le citt di Giuda. Allora pronunzier i miei giudizi contro di loro, per tutto il male che hanno commesso abbandonandomi, per sacrificare ad altri di e prostrarsi dinanzi al lavoro delle proprie mani" (Ger 1,11-16). Il brano appena letto inserito nel racconto della chiamata di Geremia (1,4-19). All'interno di esso, nei versetti 11-16, assistiamo a due visioni, strettamente legate tra di loro. Il profeta stato afferrato dal Signore mediante i suoi sensi: egli vede e ode al contempo. Il principio visivo si accorda con quello uditivo. Quello che Geremia vede un'immagine reale che si basa sull'osservazione di ci che appartiene al quotidiano: un ramo di mandorlo e una caldaia sul fuoco inclinata verso settentrione. Le due visioni hanno lo scopo di precisare il contenuto della missione: Geremia deve annunciare la caduta di Gerusalemme ad opera di un nemico che si affaccia minaccioso dal nord, regione tradizionale da cui provengono le invasioni in Palestina. Dio usa questo nemico come strumento di punizione per l'idolatria del suo popolo. Per Israele la minaccia sta per diventare castigo (vv 14-16). Geremia dunque, in qualit di portavoce di Dio, implora di non tentare di contrastare il trionfo della potenza babilonese, ma di subire l'umiliazione del vassallaggio (cf Ger 27,11; 32,5). Egli misura l'irrimediabilit della condizione alla quale si giunti e riceve la spiegazione di tutto ci, nel dialogo con Dio. Il versetto 15 specifica le prime visioni: si tratta di un'invasione di truppe alleate e di un assedio che arriver fino alla capitale del regno. Infatti, l'armata babilonese sfond le mura di Gerusalemme nel 586 a.C. (cf Ger 39,2; 52,6-7). Le due visioni hanno per tema il giudizio su Gerusalemme e su tutte le citt di Giuda, giudizio questo che si realizzer narrativamente nel capitolo 52. Un aspetto drammatico di questo messaggio che la fine di Gerusalemme coincide con la distruzione del tempio che significa esplicitamente la fine quale sede religiosa, luogo sacro della relazione tra il Signore e il suo popolo. L'annuncio della fine di Gerusalemme appare anche come segno di un evento cosmico che riguarda l'intera storia del mondo. Nel capitolo primo, infatti, si parla di distruggere e abbattere (v 10) e il destinatario di tale azione non solo Gerusalemme, bens anche i popoli e i regni. Le accuse rivolte ai contemporanei di Geremia sono basate sulla violazione di alcuni dei dieci comandamenti dell'alleanza sinaitica. Ebbene, il castigo imminente un estremo tentativo per spingere Israele ad un cambiamento radicale dell'atteggiamento morale, conforme alla volont divina che solo avrebbe potuto evitare loro la deportazione. La circoncisione non salva (cf Ger 4,42; 9,20), ma anche le preghiere sono vane (cf Ger 12,2), cos come i sacrifici non rendono puri e il tempio del Signore un ulivo verdeggiante al quale Dio stesso appicca il fuoco (cf Ger 11,15-16). Dio, attraverso il suo profeta, annuncia la catastrofe imminente: l'esilio, strumento della collera divina (cf Ger 50,7.23; 51,20-23), con a capo il re Nabucodonosor, anche lui, strumento di Dio, scelto come primo ministro del giudizio universale. Ecco perch Geremia insiste nel presentare l'esilio come parte del disegno di Dio, da accettare quale espiazione che da il via al rientro nell'amicizia divina, mediante una conversione in profondit. L'invasione del paese, la distruzione del tempio e l'esilio sono l'esecuzione di una sentenza giudiziaria che per non porter ad una rottura definitiva con il Signore. Nonostante i castighi, anzi, proprio attraverso di essi, Dio intende preparare un futuro pieno di speranza: lo infatti conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo - dice il Signore - progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza (Ger 29,11). I connazionali del profeta non seppero decodificare il messaggio: "...Vedo un ramo di mandorlo (saqed)". Il Signore soggiunse: "Hai visto bene, poich io vigilo (saqad) sulla mia parola per realizzarla" (vv 11-12). Il simbolo del mandorlo suggerisce che ancora non tutto perso! C' ancora una speranza di restaurazione nazionale, a patto che Israele e le nazioni tornino dal peccato alla giustizia e alla conversione; in tal caso, il Dio della giustizia, pur castigando, torner all'amore e al perdono che restaura e salva.

Certamente, l'esperienza dell'esilio per gli israeliti drammatica, ma non l'ultima parola. Essa mediazione, medicina e passaggio ad un evento inaudito e umanamente inimmaginabile (cf Is 48,6-8). Aprirsi a questa incredibile speranza credere che il Signore continua ad amare e vegliare sul suo popolo per il bene (cf Ger 31,28; 32,40-41), anche quando si vedono segni di collera, di punizione e di morte. In Geremia si sarebbe potuta ricorrere ad un'altra metafora, un altro albero, un altro fiore, ma si usa proprio il mandorlo e non un caso. Infatti, questi versetti, nella versione ebraica, mostrano un gioco fonetico: il termine saqed, mandorlo, un nome derivato dal verbo saqad, vigilare, vegliare, essere attenti, forse anche in forza della forma stessa di questo frutto. pi che naturale che paragoniamo la mandorla ad un occhio ed l'occhio il nostro organo che osserva, vigila. La santit (qads) del Signore ha sempre avuto uno stretto rapporto con il culto. Il termine, nonch l'attributo divino, una qualit intrinseca ed essenziale di tutto ci che inerente al culto dovuto a Dio. La santit di Dio opposta a tutto ci che impuro e peccaminoso. L'apostasia degli israeliti, il loro volgersi ad altre divinit, una provocazione del Signore. Siamo giunti cos al motivo centrale dell'ira del Signore. Dio si serve della punizione per salvare Israele, perch la punizione serve per far capire. La correzione che Dio impartisce una educazione e istruzione con lo scopo di partecipare alla santit di Dio. Nella correzione divina si manifesta l'amore esigente, l'amore che vigila, l'amore paterno, intollerante della colpa ma al contempo compassionevole verso il figlio (Israele). Alla radicalit della sanzione punitiva dovr corrispondere una radicale trasformazione della relazione di alleanza. Una nuova alleanza (cf Ger 31,1), con una nuova comprensione di Dio, donata a chi si consegna nelle mani del re di Babilonia3. Se Israele vuole rimanere nella comunione dell'alleanza sinaitica, allora deve uniformarsi alla volont di Dio impegnando tutta la sua esistenza. Legandosi a Israele il Signore istituisce un rapporto che necessariamente mira a creare un popolo santo (cf Is 4,3). Geremia non si stanca di ripetere che la santit del Signore esige la santit del suo popolo come conditio sine qua non del rapporto con lui.
a cura di Sandro Imparato