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Comune di Sant’Anastasia (Na) CONCORSO NAZIONALE DI POESIA “CITTA’ DI SANT’ANASTASIA” IX EDIZIONE 2011 Sala

Comune di Sant’Anastasia (Na)

CONCORSO NAZIONALE DI POESIA

“CITTA’ DI SANT’ANASTASIA”

IX EDIZIONE 2011

Sala Consiliare del Comune di Sant'Anastasia (Na) 28 Ottobre 2011

IX EDIZIONE 2011 Sala Consiliare del Comune di Sant'Anastasia (Na) 28 Ottobre 2011 PICCOLA ANTOLOGIA DEL

PICCOLA ANTOLOGIA DEL PREMIO

I saluti del Sindaco

Che l'Italia sia un Paese di poeti (oltre che di santi e di navigatori

produca ricchezza e sostentamenti anche è noto. Perchè allora tanti Concorsi di poesia in tante piazze d'Italia? Sicuramente per rispondere al bisogno soggettivo del poeta di esprimersi

trasmettendo emozioni. Emozioni sentite e vissute che necessitano di uscire da sé per essere accolte

dall'altro. Una possibilità dunque di "intessere" relazioni

sentimenti. E' un dovere per chi è chiamato a dirigere una Comunità favorire e sostenere tali iniziative. Ma è anche un piacere e una soddisfazione sentirsi Sindaco di una città che ospita un premio di poesia. Il premio "Città di Sant'Anastasia" giunto alle soglie del decennio di vita è qualificante per il nostro Paese. Siamo consapevoli che esso esiste e cresce di importanza grazie all'impegno e alla dedizione di alcuni nostri cittadini, specialmente del poeta Giuseppe Vetromile. Noi ci sentiamo moralmente impegnati a sostenerlo e a farlo diventare sempre più importante. Interiormente convinti di ciò, aggiungiamo un grazie ai poeti che, numerosi, hanno creduto e credono in tale iniziativa. Essa, discretamente silenziosa, si pone come momento qualificante per la globale crescita della nostra città ma anche per propagarne l'immagine.

relazioni che possono educare ai

è risaputo. Che la poesia non

)

Dott. Carmine Esposito Sindaco di Sant'Anastasia

Presentazione

Non è semplice né facile portare avanti con costanza e determinazione, un progetto letterario di un certo impegno, sia dal punto di vista economico ma anche soprattutto organizzativo e personale, dovendo necessariamente operare delle scelte, prendere decisioni che non sempre possono essere approvate da tutti. Il Concorso Nazionale di Poesia "Città di Sant'Anastasia" è però giunto, nonostante tutto, alla sua nona edizione. E' noto che, anche con le migliori intenzioni e buona volontà, iniziative del genere nascono, vivono l'entusiasmo di una, due, tre edizioni e poi più o meno drammaticamente, vengono abbandonate. Per quanto riguarda il nostro concorso, devo invece onestamente dire che, anche con le diverse amministrazioni che si sono avvicendate nella guida della nostra Città, il sostegno e il Patrocinio del Comune non sono mai mancati. Ciò ha permesso di mantenere in vita questo evento, grazie al quale la Città di Sant'Anastasia è ormai inserita a pieno titolo nel circuito delle manifestazioni letterarie e poetiche di maggior prestigio in Italia. Il concorso è conosciuto anche all'estero: ogni anno vi partecipano autori provenienti da lontane Nazioni come il Canada e l'Australia. Lo scopo, come sempre, è quello di tenere alta l'attenzione sul fenomeno poesia; dico fenomeno perchè nonostante l'apparente degrado civico e morale generalizzato, la poesia è ancora amata e seguita da tanti. Specialmente dai giovani. Il poeta è un uomo che sa guardare bene dentro di sè e sa interpretare il mondo, perciò finchè ci saranno poeti e artisti, l'Umanità sarà, forse, salva. Questa nona edizione del concorso vuole essere un modesto contributo all'arricchimento letterario e, perchè no, spirituale, della nostra cittadina, individuando e premiando anche i giovani poeti e i talenti del nostro territorio. Nel ringraziare quindi tutti i Partecipanti, l'Associazione IncontrArci con la sua struttura organizzativa, l'Amministrazione Comunale di Sant'Anastasia, la Giuria, le Istituzioni e tutti gli amici che da sempre hanno sostenuto e incoraggiato questo importante appuntamento con la poesia, già il mio pensiero volge all'anno prossimo, perchè il "Decennale" del Concorso di Poesia Città di Sant'Anastasia possa essere davvero l'Evento letterario più importante non solo della nostra Città, ma dell'intera Regione, compiendo quel significativo "salto di qualità" che tutti ci aspettiamo.

Giuseppe Vetromile

I dati del concorso:

Numero totale dei Partecipanti: 225. Numero complessivo dei testi presentati: 445, di cui 41 relativi alla sezione dedicata all'Ambiente e Territorio vesuviano).

La distribuzione dei Partecipanti

Sono pervenuti testi da quasi tutte le Regioni: Valle D'Aosta: 1. Piemonte: 5. Lombardia: 10. Liguria: 5. Friuli: 6. Veneto: 11. Emilia Romagna: 13. Toscana: 14. Trentino: 2. Marche: 8. Umbria:

4. Lazio: 22. Abruzzo: 6. Campania: 76. Puglia: 12. Basilicata: 2. Calabria: 12. Sicilia: 12. Dall'estero: 3 (Bulgaria, Cipro e Canada).

La composizione della Giuria:

Prof.ssa Anna Bruno, dott. Luigi De Simone, Prof. Gerardo Santella, Prof. Raffaele Urraro, dott.ssa Veruska Zucconi (Assessore alla Cultura del Comune di Sant'Anastasia). Coordinatore:

Giuseppe Vetromile.

I risultati delle valutazioni

La Giuria, dopo aver esaminato e valutato in modo anonimo tutti i 445 testi della Sezione "A" a

tema libero, ha operato una prima selezione, di cui fanno parte i seguenti Autori (in ordine alfabetico):

Antonelli Mina - Appignanesi Laura - Argenti Maria Ebe - Balestriere Pasquale - Barba Giuseppe - Baroni Carla - Bontempi Rina - Borghetti Roberto - Bottaro Giovanni - Buciunì Barbara - Canfora Franca Maria - Capecchi Loriana - Caponiti Domenica - Cardillo Annamaria - Carle Federico - Casadei Franco - Casalini Celestino - Caso Giovanni - Cassese Domenico - Castellani Fulvio -

Cecchi Ida - Cerciello Lorenzo - Consoli Carmelo - Coppola Francesca - Corneli Cinzia - Cozzolino Patrizia - De Fanis Mario - De Felicibus Loredana - De Gemmis Marco - De Lorenzo Ronca Paola -

De

Marchi Lella - De Mola Carmen - De Santis Marcello - De Vos Arnold - Di Biasio Manfredo -

Di

Dio Morgano Maricla - Di Iaconi Elisabetta - Druschovic Umberto - Fattori Narda - Ferrone

Marilena - Fiorini Franco - Fragomeni Emilia - Galilea Benito - Garzia Giovanni - Gennaro Roberto - Gennuso Melina - Giordano Antonino - Giorgi Armando - Giovelli Maria Francesca - Grattacaso Giuseppe - Iiriti Maria Natalia - Interlandi Giancarlo - La Monica Mariolina - Ladik Donato - Liguoro Raffaele - Lorenzi Nicola - Luiso Domenico - Luongo Rossella - Macidi Gabriella Maddalena - Maggiorelli Verdiana - Marconi Fulvia - Marra Giampietro - Martino Ketti - Mestrone Roberto - Mugnaini Ivano - Musumeci Carmelo - Palermo Francesco - Peressini Stefano - Petracca Pina - Piccoli Renzo - Pinton Chiara - Provenzano Marisa - Raimondi Daniela - Rescigno Gianni - Righetti Marco - Ruotolo Anna - Saveriano Armando - Sica Giorgio - Silveto Adolfo - Smaldone Bartolomeo - Spera Rosa - Spina Rosanna - Stanzione Rita - Tamaro Tristano - Tonelli Stefano - Valentini Amelia - Vallati Lenio - Venturini Gloria - Vettorello Rodolfo - Villa Antonio - Zanette Gino - Zucchi Aurelio.

Successivamente, analizzando i testi di questa prima selezione, la Giuria si è soffermata sui seguenti Autori finalisti (in ordine alfabetico):

Antonelli Mina - Balestriere Pasquale - Baroni Carla - Bottaro Giovanni - Capecchi Loriana - Caso Giovanni - Cerciello Lorenzo - Consoli Carmelo - De Gemmis Marco - De Mola Carmen - De Vos Arnold - Di Dio Morgano Maricla - Druschovic Umberto - Ferrone Marilena - Fragomeni Emilia - Galilea Benito - Gennuso Melina - Grattacaso Giuseppe - Interlandi Giancarlo - Luongo Rossella - Mugnaini Ivano - Raimondi Daniela - Rescigno Gianni - Righetti Marco - Saveriano Armando - Silveto Adolfo.

Dopo approfondito riesame, la Giuria ha infine attribuito:

o

Il Primo Premio alla poesia "L'anima verde delle mie colline", di Loriana Capecchi (Quarrata, Pt).

o

Il Secondo premio alla poesia "Mater solitudo", di Maricla Di Dio Morgano (Calascibetta, En).

o

Il Terzo premio alla poesia "Iqbal Masih", di Adolfo Silveto (Boscotrecase, Na).

o

Il Premio Speciale "Ambiente e Territorio" dell'Arch. Giacomo Vitale ad Armando Saveriano (Avellino), per la poesia "Margherita Solmi".

o

Il Premio Speciale "Napoli Cultural Classic" di Anna Bruno a Giovanni Bottaro (Molino del Pallone, Bo), per la poesia "E fosse la mia preghiera miracolo".

La menzione di merito ai poeti: Mina Antonelli, Carla Baroni, Lorenzo Cerciello, Carmelo Consoli, Melina Gennuso. Segnalazione per gli altri Poeti finalisti: Pasquale Balestriere, Giovanni Caso, Marco De Gemmis, Carmen De Mola, Arnold De Vos, Umberto Druschovic, Marilena Ferrone, Emilia Fragomeni, Benito Galilea, Giuseppe Grattacaso, Giancarlo Interlandi, Rossella Luongo, Ivano Mugnaini, Daniela Raimondi, Gianni Rescigno, Marco Righetti.

Per le altre Sezioni a concorso (Ambiente e territorio vesuviano, Giovani Autori e Autori Locali), la Giuria non ha ritenuto opportuno formare preliminarmente una rosa di finalisti, considerata la minore partecipazione rispetto alla sezione principale.

Per la Sezione "B" - Ambiente e territorio vesuviano, la Giuria ha selezionato 4 testi, assegnando il

o Primo Premio alla poesia "Fatica nera", del poeta Raffaele.Galiero, di Casalnuovo (Na).

Le altre tre poesie finaliste, degli autori Anna Bartolomucci (Napoli), Domenico Cassese (Palma Campania, Na), Patrizia Cozzolino (Napoli), sono classificate al 2° posto ex-aequo.

Per la Sezione "Giovani Autori", la Giuria ha selezionato 3 testi, assegnando il

o Primo Premio alla poesia "Sogno incompiuto", della ventiduenne Giovanna Garzia, di Venosa (Pz). Le altre due poesie finaliste, degli Autori Dall'Ava Giacomo (Santa Lucia di Piave, Tv) e Liguoro Raffaele (Sant'Anastasia), sono classificate al 2° posto ex-aequo.

Per la Sezione "Autori del Territorio", la Giuria ha selezionato 3 Autori, assegnando il

o Primo Premio alla poetessa Anna Ruotolo, di Maddaloni (Ce),

e attribuendo una segnalazione di merito ai poeti Mario De Rosa, di Meta di Sorrento (Na) e Francesca Coppola, di Portici (Na).

Le poesie premiate

L'anima verde delle mie colline

Di carne e sangue queste mie colline

che fieni hanno poggiati sopra il cuore. Voci intendono d'erbe linfe amori

dentro le zolle il nascere

il morire.

Sanno d'insetti azzurri vagabondi

il cielo in una goccia di rugiada

nei rovi folti i passi della brezza

il fruscio della serpe o il suo respiro.

Hanno imparato il canto degli uccelli

e da che parte soffia tramontana

gramigne che si allargano a tentare

la pietra levigata di una soglia.

La scavalcò più volte la mia infanzia dentro cappotti ventosi di marzo volando verso i cigli delle fosse

o ansante sopra i sassi di un sentiero che mi portava là vicino al cielo

allo stupore

a un attimo di sosta

di un'aria che scendeva fra le braccia

leggera come poggi in lontananza.

Adagia il corpo grande nella sera il gigante che incarna le colline accucciato nel buio per sognare in basso una pianura di lampare.

Sogna di un'ala in preda alle stelle lì sulle pietre scese mentre il vento smorza parole rade e dolce spinge di lucciole un passaggio verso l'ombra.

Loriana Capecchi, Quarrata (Pt) 1° premio sez. A

Motivazione

Siamo in un tempo in cui l'uomo ha forse abbandonato l'"anima verde delle colline", e non ascolta più il canto profondo della natura, preso com'è dai meccanismi precipitosi della vita quotidiana e dal vento trascinatore di una vita molto spesso superficiale e alienante. Soffermarsi per un momento a partecipare intensamente, più che ad ascoltare, alla meravigliosa forza ri-creativa della natura, ai suoi colori e ai suoi odori, al suo respiro e, perchè no, al suo silenzio colmo di riflessioni, sarebbe compito di ciascuno di noi, ma l'animo del poeta ha forse una marcia in più e riesce ad osservare, a compenetrarsi, ad integrarsi in essa vivificandola e rinnovandola con la memoria e i ricordi. Come in questa profonda lirica di Loriana Capecchi, precisa e intensa, sia per l'argomento che per lo stile.

Mater solitudo

E' ancora là. Quasi tana tra vicoli scoscesi

tanfo di muschi e sterchi rinsecchiti

in

fondo al borgo dove mai s'allarga il sole

sillogi di lune incantatrici.

Persino sterile di venti, quel pietrame

che s'ammassano tetti stretti, sazi di respiri. Né slarghi, cortili, sciolgono l'affanno. Lei, nell'ocra di un muro muffo, obliquo

cicatrice del tempo, crosta d'anni

un fuso vuoto tra le dita. E' la nuda femmina

obbediente, dal ventre gonfio di giorni disfiorati.

E' pane ormai verdastro, acqua di stagno

rovo tra more disseccate. Sulle dita è già piovuta brace. Grumi d'attese. Sangue di stagioni. Del silenzio, appena smerigliato, coglie solo i contrasti, stecche, note soffocate. Menticate nenie in petto e in bocca briciole

di sillabe guardinghe.

ruota

Quel

poco che ha potuto e non ha più.

Forse resta negli occhi un maschio nero, al buio sul crine della notte. Notte in cui era solco

destinato al seme. Forse negli occhi resta l'oro

di vendemmie. Letti di caldo pane all'albeggiare.

Culle trafitte alle pareti

Bambini grassi di risate. L'alito del giorno che scolora. L'ultima goccia d'olio allo stoppino Resta solo il dubbio di un rosario. Una speranza. Una lacrima salsa prosciugata col dorso azzurro della mano.

E' tutto oltre le cose, adesso.

Resta un lamento di cicale oltre la porta. L'attesa di un lume alla finestra.

Maricla Di Dio Morgano, Calascibetta (En) 2° premio sez. A

Motivazione

Non ancora del tutto emancipate, le donne del sud, di un sud profondo abbarbicato a gesti e usanze millenarie, fatto di dolori e di passioni, di silenzi ma anche di fedi incrollabili. Abbiamo ascoltato tantissime voci che narrano di squallori e di contrasti, di mondi dilaniati dal bisogno quotidiano e dal sole che incendia le terre e i cuori: Scotellaro, Sinisgalli, Calogero, Bodini Ma in questa "Mater solitudo" della siciliana Maricla Di Dio Morgano, la raffigurazione della donna è quasi perfetta in tutta la sua linea vitale, dalla "nuda femmina obbediente dal ventre gonfio di giorni disfiorati", alla donna matura "rimasta sola con il dubbio di un rosario e l'attesa di un lume alla finestra". Un procedere lirico cadenzato e solenne, ricco di ottime figurazioni.

Iqbal Masih

La catena tra cuore e telaio

e gli occhi tuffati nell'immenso

mentre conti i nodini al tuo tappeto

e le trame ti crescono violente nelle mani ferite, profanate dal tempo.

Iqbal, tu lo sai, devono essere dieci per stanotte! Ma l'anima recide il filo nero che ti avvince all'ordito e ti fa schiavo, povero uccello ancora senza piume, pettirosso rapito a un cielo chiaro, dove anime di bimbi assassinati inventano illusioni e paradisi di giochi mai giocati.

Ma pure il tuo corpo, Iqbal,

è

tempio dello spirito,

e

se qualcuno crede di annientarti

spargendoti col sangue sui tappeti,

il tuo grido ribelle

che sgomenta la notte e la frammenta,

è una scheggia di luce

che incide l'universo.

E nel sogno che vince ogni dolore,

un ibisco fiorisce tra le pietre,

mentre invochi la pace che ti lancia in un volo di colombe.

Ti piangeremo in tanti,

ma molti non sapranno mai perchè,

altri nasconderanno nella polvere abissi di vergogna,

e avanti per il prossimo Iqbal, con la condanna

al

rogo del silenzio,

al

mare infame dell'indifferenza.

Adolfo Silveto, Boscotrecase (Na) 3° premio sez. A

Motivazione

Se la schiavitù dei tempi antichi per fortuna non è più una istituzione tranquillamente accettata, è pur vero che esiste tuttora una forma di sfruttamento del lavoro, specialmente minorile, ben più sottile, odiosa ed anche, in molti casi, violenta. Non poteva, un poeta sensibile e bravo come Adolfo Silveto, acuto osservatore del mondo e dei suoi infiniti problemi, rimanere indifferente dinanzi ad un così grave ed efferato episodio, uno tra i tanti, purtroppo, che calpestano la dignità umana e avvelenano il nostro mondo cosiddetto "civile". Iqbal Masih è infatti solo un esempio, fra le tante angherie che sono costretti a subire i ragazzi e gli appartenenti ai ceti più poveri di tutto il mondo. Adolfo Silveto, con una struttura lirica adeguata e incisiva, con un linguaggio forte e nello stesso tempo accorato, è davvero riuscito nell'intento.

Margherita Solmi

Dalla sua stanza nella flanella rannicchiata L'anziana signorina sfogliava il calendario del sabato Atteso come ramoscello odoroso appena spiccato Prima che dèi avversi interrompessero l'avvento delle lucciole Guida a ogni direzione di gioia minima eppure straordinaria Implicito diritto intessuto nelle ricche trame della veste Irrigidita senza aranci e gelsomini nell'indimenticato baule delle nozze.

Un nipote alla lontana e la sua frettolosa consorte altoatesina

Di tanto in tanto sorvegliavano i danari intatti su libretto e buoni

Portavano biscotti morbidi Balconi chiacchiere sparse per i piccioni Saluti a sgocciolare dalle fibre costiere dell'indifferenza

E via alla prossima

Niente domande.

L'artrite era il balletto sulle braci che le risagomava le ossa Ma con disgusto cromatici pensieri

Il sollievo le precludevano d'uscir di senno

Quel rintanarsi nella chèta melma del Fiume Assenza

Quell'esser morta prima che la Morte sostasse comprensiva Al battente della diastolica arteria.

Si trascinava a gruccia fino ai vetri

Quando sete la coglieva Del fiume dei passanti giù per strada Perlustrava quasi palpando i gesti i suoni più insignificanti Immaginava mète sogni altrui cullati

Ancora catturati dall'incanto di ciò che fu e più non sarà Respingendo la dissolvenza del riposo Nel letto grande che aveva bisogno d'esser rassettato.

Le scene nella via la intossicavano di muschio dolce Struggendola in un lampo d'alleluia sacrilego Subito taffetando melanconia a balze Come di una musica digiuna dalla collera Gettato l'arpicordo tra papaveri a fare da guanciale ad altre donne Più felici oppure a brancolare nella privata nebbia loro e sconosciuta

Dio impigliava una lacrima larva di farfalla nella tempesta di cartacrespa sulle guance.

Il mento era foglia di castagno disturbata da una folata breve.

La signorina sentiva in sé una pianta abbarbicarsi con il balenare Della fiaba che precipita nel fuoco di un selciato.

Succhiava le gengive per assaporare l'aceto ramato del sangue viandante.

Aveva accanto un messale spaginato

un puntaspilli.

Tuttòra rimasto indecifrato

Un centauro smontato dalla sella Dell'imponente bolide nerocremisiruggente

Col tatuaggio d'un drago marino sopra il ferreo polpaccio

A caso sollevando il capo s'intagliolò nell'edera gentile del suo sguardo.

un rosario per Maria

Forse non fu mai vero o invece proprio accadde che

Chiomallegra lei

Riparò in quelle braccia sode diciottenne. Lui le sorrise si presentò Riccardo Lei soffiò baci rivaleggiando primavera.

ballerine impaillettate

rossetto mirtillato

Armando Saveriano, Avellino Premio Speciale "Ambiente e Territorio" dell'Arch. Giacomo Vitale

Motivazione

L'invenzione non ha limiti nell'arte, specialmente se l'arte è di altissimo livello. E così può trarre persino in inganno, offrendo aspetti e situazioni che non hanno legami diretti con il reale, ma verosimilmente appaiono veri e possibili. Creare personaggi e situazioni che aderiscono pienamente alla vita quotidiana come se fossero autentici, descriverli magari pirandellianamente e scavando in profondità nelle loro abitudini, fisime, solitudini, vizi, egoismi e quant'altro possa far

risalire al mistero dell'animo umano, è qualità indiscutibile dei grandi e buoni scrittori, poeti, attori. Così è Armando Saveriano, maestro del Teatro e del Verso, che in questo atto unico, "Margherita Solmi", analizza e compendia con intelligenza e valentia poetica caratteri, storie, figurazioni.

e fosse la mia preghiera miracolo

inchiodata sulla parete una croce:

un cerotto sostiene il Corpo di Cristo

- e sembra frenare

dai piedi bucati gocce di sangue -

con grido incrinato

un degente invoca la madre

debole

sul mento bianca la barba

quasi un fanciullo

vorrei rivolgermi a Te pregando con dolce tristezza

con serenità di mare in bonaccia Gesù di spine la testa molle sulla spalla

quando

- ore lente scorrendo -

medito sul Tuo calvario

a lungo

ho solo un ginocchio

con una linea lunga rossastra

cucita con punti di ferro dei tubi rossi di linfa dal mio arto gonfio

e un ago - infisso al mio braccio -

mi dà nutrimento

e temo

coperto da un lenzuolo candido

con l'anima inquieta

potessi

io

imitarTi con Fede nell'intimo

scacciare il Dubbio - grigia nuvolaglia - dal quadrato di cielo della mia finestra che - a dismisura allargandosi - mi parlasse d'Eterno

dell'Azzurro

lontano

infinito

e fosse infine - da questo mio letto -

per me la preghiera conversione/miracolo

Ospedale di Lucca

Giovanni Bottaro, Molino del Pallone (Bo) Premio Speciale "Napoli Cultural Classic" della Poetessa Anna Bruno

Motivazione

La sofferenza umana, la lacerazione della carne e dello spirito, acuiti dalla sensibilità del poeta che si immedesima nella raffigurazione del patimento e del dolore, in una fredda stanza d'ospedale, costituiscono la struttura di questa accorata poesia-preghiera, quasi mormorata a se stesso dall'autore, ma anche espressa con lucida consapevolezza dell'impotenza dell'uomo di fronte alla malattia ed alla morte: un tentativo di "scacciare il Dubbio, grigia nuvolaglia, dal quadrato di cielo offerto dalla finestra che, allargandosi a dismisura, mostri finalmente l'Eterno, che purtuttavia rimane lontano e infinito". E' questo dunque il punto essenziale della lirica, originale nello stile, in cui anche gli spazi tra una parola e l'altra nel verso, rafforzano l'atmosfera di pathos e di intima ricerca di fede.

Al passo delle rondini

E ci ritroviamo sconosciuti tra la folla

palpito acerbo d'amore vissuto negli anni dell'innocenza, venti di luna tornano con i ricordi quando per mano andavano gli anni

e carezze rubate spiavano

persiane socchiuse alla calura. Linfa alla radice erano i sogni

piantati tra i gerani su terrazze di sole, attraversammo insieme le stagioni

e la meridiana della piazza con le voci

che si aprivano tra i sussurri delle case.

Una sera, rugginosa saliva la luna tra i vicoli

in pugno stringevi la zolla arida di spighe

e la solitudine della ginestra

che muore al canto delle cicale. Vidi il treno perdersi tra le colline con la valigia di cartone

seguisti il passo delle rondini

e portasti con te il profumo della vigna arresa al vento d'autunno.

E poi mi scrivesti, ora dovevi essere con me

tra questi palazzi e vetri sconosciuti non ti parlerei dei nostri sogni di pioggia

intorno al carro dell'orsa. Strade ripide e bagnate calcano i miei passi, vado su un filo spezzato di musica tra candelabri senza luce

e fazzoletti che s'agitano nel vento. Siamo rimasti in pochi a ricordare

strade di pietra e polvere che nessuno conosce, cadere e rialzarsi sempre per sentire a sera un odore d'arancio

e quella poca felicità che sapeva

di legna bruciata sui muri di calcina.

Da noi i vecchi non raccontano favole

ai bambini seduti sui gradini delle case,

i

fiori muoiono su balconi solitari

e

all'ombra delle pareti rileggono gli anni.

Mina Antonelli, Gravina in Puglia (Ba) Menzione di merito

Il sergente nella neve

A Mario Rigoni Stern

"E Mira già si spegne e Cassiopea

s'inselva dentro aghi di cristallo. Dove fuggiamo, miei compagni, dove

se

non c'è alcuna stella che ci guidi

se

di lontano il Don neppure geme

sotto le rive candide di ghiaccio?

Andate, un dì ci dissero, e noi andammo

la

meta sconosciuta ed anche vaga

la

strada da percorrere, lontani

i nostri affetti e la tenace idea del soffice tepore della casa.

In tana come animali

nella scura terra

ognun di noi sepolto ha la speranza

di ritornare, di vedere ancora

il volto sorridente della madre. Ora l'ordine nuovo è Ripiegate.

Il Don è la insanguinato e lento

a mettere un confine ai nostri passi

ma altro segno non v'è se non talvolta altri dispersi dalla faccia stanca che si uniscono a noi, un formicaio che cerca invano un piccolo pertugio alla sua fuga

Rigoni Stern è tornato el pare un vecio lu che quando partì el x'era un bocia. Ciao Mario adesso che il tuo viaggio si è concluso ancora grazie per quello che ci hai dato.

"

Carla Baroni, Ferrara Menzione di merito

A mio padre

L'altana è ancora intatta sul respiro vasto degli albicocchi, nei solai

abita il cielo e, tra le crepe, il rovo nasconde, assieme ai muri, la memoria

di un'età trasognata, di un destino

già sfiorato dall'ombra, di stagioni perse nei campi ad inseguire il vento.

Nessuno più ci vive nella casa della mia infanzia. Solo in certe notti, quando la luna è al culmine del cielo, ombre leggere sembrano danzare dentro le stanze vuote e, nel silenzio, perdute voci cantano canzoni dimenticate e liete.

Solitario, ombra nell'ombra, al limite dell'aia,

sotto la nube verde del sambuco, siede mio padre, i palmi sui ginocchi,

a sorvegliare il cielo, il volto perso

nel riflesso azzurrino delle stelle.

Io, mio padre, l'ho amato con passione

profonda, con pietà, con tenerezza, spesso con allegria, senza rimorsi.

Gli ho acceso il fuoco nelle notti fosche quando il libeccio ai pioppi sul canale squassava i rami, gli ho lavato i piedi, gonfi per la fatica, nelle sere

in cui tornava stanco dalla vigna

col verderame sparso nei capelli.

E

poi gli ho chiuso gli occhi in un meriggio

di

sole a picco, quando se n'è andato,

vecchio viandante sazio di stagioni.

Di lui non rimangono parole

definitive, detti memorabili.

Mi resta dei suoi occhi verde scuri,

quella fiamma leggera, misteriosa che divampava tenera, improvvisa

e gli accendeva il volto in un sorriso,

mi rimane il ricordo delle mani,

enormi, amate, con le piaghe aperte dal soffio freddo della tramontana, quelle mani che gli curavo, a sera,

con l'olio caldo, quelle che ora sento, decise e forti, ancora tra le mie,

a guidarmi sull'ultimo sentiero

ora che, stanco, il cuore muove, tacito e triste, ad altri approdi.

Lorenzo Cerciello, Marigliano (Na) Menzione di merito

Noi di capo Speranza

Capo Speranza era faro e scoglio. Come noi guardava a sud,

al filo d'oro delle maree lontane.

Quattro case rosse, viottoli di capperi. Ardore di silenzi, sinfonie di venti tra gli anfratti,

controre di lucertole, calabroni dorati.

Capo Speranza e noi fanciulli; poi nient'altro nel cuore aspro e solitario dell'estate. Avanti cieli immensi; il sogno, l'ansia

di terre lontane, linee sottili di avventure e meraviglie.

Altri mondi, universi di stelle brillavano negli occhi.

L'Africa, l'oriente, spezie, fragranze, culture millenarie; calavano tramonti vermigli, candori di lune.

Di migranti e processioni di barconi

non ci parlava il cuore, né il tempo ci intimoriva.

Il mare immenso ci vestiva di schiume

e salmastro; ci parlava di tragedie e destini fraterni che non capivamo nell'ora ambrata della giovinezza, nel felice garrire delle rondini. Noi di Capo Speranza annidati tra le rocce come i fichidindia viola, il bianco nibbio.

Nel vuoto azzurro lo scirocco sembrava carezza d'amore ma era sibilo lontano di guerre, grido di libertà di popoli affamati.

L'orizzonte una piana tra lo smeraldo e lo zaffiro.

Di

fiamme e fuochi c'era solo un rosso acceso

al

calare della sera; l'onda era culla di stelle.

Di

fronte a noi solo tre vele, una lampara,

una nave in fondo a sparire.

Nemmeno una traccia di naufraghi,

né correnti di morti, né echi di preghiere.

Così maturavamo noi di Capo Speranza

tra il sogno della vita e l'urlo, già nell'aria, della morte.

Carmelo Consoli, Firenze Menzione di merito

Nel silenzio…

Finite le speranze dell’attesa, l’età perplessa, l’amore che illude nella dolorosa precarietà dei sogni degli ardori adolescenti.

Nel quotidiano impegno a sopravvivere come un amore consumato nel silenzio che nutre le abitudini, esule il cuore si sorprende

ad

una breve ansia,così sottile

da

provar sgomento, come

un dondolare di foglie smarrite, dimenticate anche dall’ozioso vento.

Riconosce il tempo ormai lontano che prolunga l’essenza delle cose, privo del declino che inesorabile misura la vita. S’apre, forse, un’astratta finestra nell’immenso, ascolta il dolce ribattere del mare sulle pietre. Vi saranno ancora altri approdi col cuore aperto sotto i balzi fendenti di un faro o la luna alta priva di ogni incanto? Nel silenzio che nutre le abitudini chiuse nella tristezza riversa sui ricordi un battito rinfranca e ancora colma

l’anima vuota, e la segreta forza di sperare allontana lo sgomento

di non sapere più ricominciare.

Melina Gennuso, Massa Lombarda (Ra) Menzione di merito

Fatica nera

'E quatto d'’a matina. 'E niri, dint''o niro da campagna,

aspettano 'a fatica. Se sò arrucchiati, muti, nisciuno ride o chiagne. Quacche parola, poche, strascenate, nu Koinè arrunzato. Arriva 'o capurale.

" Jamme facimme ampressa

“ Tu si, tu no, dimane”.

S’allarga ‘a macchia ‘e gnosta.

e scorre int’’o furgone.

Chi reste astregna 'e pugne. 'O sole s'è nfucato. Scenne ncoppo 'o culore, na lacrime 'e surore. ‘A sera int’’a vinella, cu ‘e scatule ‘e cartune, buatte, vuote ‘a perdere, muzzune ‘e sigarette, mmocca ‘o sapore ‘e birra, n'ata jurnata more. Dimane, punto e a capo. Nu mare, sempe eguale, patane, pummarole, na mugliera, nu figlio, aulive, purtualli. Songo 'e suonni mmiscati ‘e chi se porta 'a vita ncopp’ 'e spalle.

Raffaele Galiero, Casalnuovo di Napoli (Na) 1° premio sez. "Ambiente e territorio vesuviano"

Motivazione

Argomento quanto mai attuale, quello della sorte riservata agli immigrati che riescono a trovare lavoro qui da noi nei campi per la raccolta dei pomodori, ma che sono poi vittime del cosiddetto fenomeno del "caporalato". Il vernacolo napoletano, che viene qui finalmente utilizzato con intelligenza e competenza ad esporre fenomeni e storie che non siano i soliti quadri melensi e abusati di "mamma-amore-mare-sole", si adatta molto bene alle intense figurazioni e descrizioni relative al contenuto. Fatica nera è dunque un ottimo esempio di come, anche con il dialetto, si possano affrontare in poesia argomenti di carattere sociale, senza cadere in facili parodie e senza banalizzare il discorso, anzi, rendendolo ancora più aderente alla realtà.

Sogno incompiuto

Ho finto l'esercizio dei sensi che promette pace

e la mia bugia si ritorce

contro i balzi del cuore.

Conversavo con bambole di gesso,

di seta vestite: d'oro i ricami

su abiti sfarzosi di fine secolo; vendevo lacrime di grano seminato in anticipo, caldo

il

chicco nel pugno stretto,

e

roditrice la mia mano.

Quarto binario, ora nona, gente disinvolta:

un saluto che il richiamo scomposto del treno divora.

Conto ombre fugaci sul suolo bianco,

con chiodi di fiato, sagome nobili valuto, immobile penna, sul vacuo confine del dubbio. Sono una spia, il mio percorso

è simulato dalle foghe della ragione:

sul mio ventre Dedalo disegnò,

i suoi intrecci conosco

come il nome di mia madre. Non progettò alcuna uscita, pensò al volo e al ritorno,

solo, nelle notti insonni dell'ultima stagione, fra mura di ricordi, sotto l'intonaco del cielo rovente. Qui: abbraccio di strade ululanti, raffiche di tentennamenti, salici tristi e sfilate di corvi, nell'ingiuria di un attimo fa, nell'ammenda di fra poco. Ma l'Amore, scalpello dell'Arte, vincolo di umana realizzazione, risucchia ogni bivio con l'approccio del tempo. Scanzonata dai più, caposaldo del talento,

la

tempesta è il mio vangelo

il

fuoco il mio elemento,

il

labirinto da specchio:

sogno che non si compie.

Giovanna Garzia, Venosa (Pz) 1° premio sez. "Giovani Autori"

Motivazione

Con un andamento frettoloso ma non scivoloso, con un verso in cui le parole vanno ben al di là del loro intrinseco significato, tanto sono colme di sentimento, l'autrice di questa interessante lirica ripercorre il doloroso momento del distacco dalla sua terra e dalla sua famiglia: "Quarto binario, "

ora nona, gente disinvolta: un saluto che il richiamo scomposto del treno divora

nel distacco, un riferimento allegorico al cambiamento, alla maturità, all'acquisizione di nuove responsabilità che forgeranno il suo animo, anche se nella nuova realtà dovrà "abbracciare strade "

ululanti, raffiche di tentennamenti, salici tristi e sfilate di corvi

Un testo poetico ben costruito, incisivo, che lascia aperti alla giovane poetessa orizzonti letterari sempre più rosei ed ampi.

Ma c'è anche,

Ventiduenne, iscritta alla facoltà di Lettere Moderne dell'Università di Pisa, Giovanna Garzia nutre una profonda passione per la poesia fin da piccola. Ha già all'attivo due interessanti raccolte: "Così parla il cuore" (2005) e "Aspettando il tuo ritorno" (2006)

Ab - braccio

Com’è penosa, a volte

la formula dell’abbracciare

e circondare tutto l’abbracciabile

di sé e del proprio polmone accostato,

del primo confine del proprio corpo l’altro corpo

e tenerlo a sé,

tirarlo come da un altro capo, imbandire una città di benvenuto.

Tutto chiude, l’abbraccio «chiuditi attorno», dice «atterra dentro quel che sono» sembra dire ed invitare.

Poi, invece, basti pensare

al

ab-braccio / dal braccio

e

che da lui venga qualcosa di continuo,

prolunga, passeggio e quasi eternità

lucciola e lanterna per mestiere del dono, faro lungo, faro breve. E allora, forse, si ritorna alla sua casa come una volta che ci manca tanto, così, senza freno e senza progetto

all’improvviso

come al principio di tutto

per dire: sono qui. Di nuovo.

Anna Ruotolo, Maddaloni (Ce)

1° premio sez. "Autori del Territorio"

Motivazione

Siamo di fronte ad un testo complesso che dimostra quanto stia crescendo la poesia contemporanea, specialmente quella di giovani autori già affermati, come Anna Ruotolo, nella ricerca di filoni nuovi di espressività lirica, di utilizzo rinnovatore della parola, di creazione di nuovi slanci e picchi emotivi nel contesto poetico che va dipanandosi. "Ab-braccio", nel duplice significato di tentativo approssimato di avvicinamento da un lato e di stretta affettiva vera e propria dall'altro, vuole essere una profonda riflessione poetica sull'instabilità del rapporto umano e sociale, sulla difficoltà di esprimere ed accogliere sentimenti d'amore, in un mondo dilaniato dal dubbio e dall'egoismo. Il discorso poetico è forte e immediato, di sicuro impatto con il lettore.

Anna Ruotolo (1985) vive a Maddaloni, in provincia di Caserta. Si è diplomata al Liceo Classico e frequenta la facoltà di Giurisprudenza. Ha vinto vari premi nazionali ed internazionali giovanili. Suoi testi sono apparsi in “Poesia” (Crocetti), ne “Il Foglio Volante – La flugfolio”, ne “Il Foglio Clandestino“, in “Capoverso”, in “Poeti e Poesia”, nel quotidiano “Il Tempo” e in “Italian Poetry Review”. Dal 2010 fa parte della redazione del sito e progetto “I giovin/astri di Kolibris”. È presente in numerose antologie poetiche, tra le quali “Quattro giovin/astri” (Bologna, Kolibris,

2010).

“Secondi luce” (Faloppio, LietoColle 2009 - premio “Silvia Raimondo” 2009) è la sua opera prima. Cura il sito personale www.annaruotolo.it e il blog http://spaziopoe.blogspot.com/

ALBO D’ORO:

I Edizione 2002: Clara Di Stefano (sez. A).

II Edizione 2003: Salvatore Cangiani (sez. A); Giovanni Caso (sez. B).

III Edizione 2004: Armando Saveriano (sez. A); Salvatore Cangiani (sez. B).

IV Edizione 2005/6: Gennaro Grieco (sez. A); Vincenzo Russo (sez. B).

V Edizione 2006/7: Carmen De Mola (sez. A); Armando Saveriano (sez. B); Alessandro Nannini

(sez. giovani); Massimo De Mellis (sez. Sant’Anastasia).

VI Edizione 2007/8: Giovanni Bottaro (sez. A); Agostina Spagnuolo (sez. B); Vanina Zaccaria

(sez. giovani); Alessandra Mai (sez. Sant’Anastasia).

VII Edizione 2008/9: Rodolfo Vettorello (sez. A); Adolfo Silveto (sez. B); Erlinda Guida (sez. giovani); Raffaele Liguoro (sez. autori locali).

VIII Edizione 2009/2010: Paolo Polvani (sez. A); Rossella Luongo (sez. B); Francesco Iannone (sez. giovani); Domenico Cassese (sez. autori locali).

La manifestazione è promossa e patrocinata dal Comune di Sant’Anastasia Si ringrazia inoltre per il

La manifestazione è promossa e patrocinata dal Comune di Sant’Anastasia

Si ringrazia inoltre per il Patrocinio Morale:

Si ringrazia inoltre per il Patrocinio Morale: PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO Si ringrazia per la

PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO

Si ringrazia per la collaborazione:

Associazione Culturale “Napoli Cultural Classic” (Poetessa Anna Bruno)

Arch. Giacomo Vitale

ORGANIZZAZIONE CURATA DA

Anna Bruno) Arch. Giacomo Vitale ORGANIZZAZIONE CURATA DA CIRCOLO INCONTRARCI PIAZZA C. CATTANEO 9, 80048

CIRCOLO INCONTRARCI

PIAZZA C. CATTANEO 9, 80048 SANT’ANASTASIA (NA) TEL. 081.5301490 E-mail: incontrarci@tiscali.it Sito web: http://incontrarci.blogspot.com

Sito web: http://incontrarci.blogspot.com CIRCOLO LETTERARIO ANASTASIANO

CIRCOLO

LETTERARIO

ANASTASIANO

http://circololetterarioanastasiano.blogspot.com

http://concorsopoesiasantanastasia.blogspot.com

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