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DANTE ALIGHIERI

IL CONTESTO STORICO Negli anni della vita di Dante (1265-1321) giunge ad un punto di svolta la contrapposizione fra Papato ed Impero. Nascono gli stati nazionali e, all'interno dei comuni italiani, tende ad affermarsi un assetto politico di tipo oligarchico, che vede al governo le ricche famiglie borghesi.

Alla fine del 1200 le due grandi istituzioni medievali, Chiesa e Impero, che dal tempo di Carlo Magno avevano dominato la storia europea, sono in piena decadenza. L'autorit del pontefice e dell'imperatore, indebolita da tre secoli di lotte per la supremazia in Europa, ridotta a pura formalit. In Francia, Spagna, Inghilterra sono sorte tre monarchie unitarie; l'Italia e la Germania sono divise invece in un infinit di staterelli, ai quali inutilmente limperatore si sforza di imporre la sua autorit.

Alla morte dellimperatore Federico II, per contrastare le pretese sul regno di Sicilia di Manfredi (figlio naturale di Federico II), il papa Clemente IV chiam in Italia Carlo I d'Angi e gi dal 1263 lo incoron solennemente re di Napoli. Durante la battaglia di Benevento del 1266, nello scontro con le truppe congiunte dello stato della Chiesa e di Carlo I d'Angi, perse la vita Manfredi. Due anni dopo, a Tagliacozzo, le truppe francesi ebbero ragione dell'esercito tedesco di Corrado V di Svevia. A seguito della sconfitta, Corradino fu catturato e, consegnato a Carlo I d'Angi, venne decapitato sulla piazza del mercato a Napoli a soli 16 anni. In seguito a questi eventi si aren il progetto, del Barbarossa prima e del nipote Federico II poi, di riportare il Sacro Romano Impero alla sua originaria dimensione europea, restituendogli la dignit di superiore potere temporale da affiancare al potere spirituale della Chiesa.

Il Sacro Romano Impero della nazione germanica nel 1250, anno della morte di Federico II. Dopo la sconfitta di Corradino di Svevia ormai l'Impero, di fatto aveva ridotto il suo potere alla sola area germanica

Per l'Italia questo il periodo della graduale trasformazione dei Comuni in Signorie: un momento politicamente molto confuso, caratterizzato da lotte continue fra una citt e l'altra e fra un partito e l'altro di una stessa citt per la conquista del potere. Tra i Comuni dell'Italia centrale, il pi potente Firenze, che ha esteso il suo dominio su gran parte della Toscana. Il potere in mano alla borghesia, cio ai ricchi mercanti e industriali, che sono riusciti a estromettere dal governo i nobili. La citt per divisa in due fazioni, i bianchi e i neri, che fanno capo , rispettivamente, alle due potenti famiglie dei Cerchi e dei Donati Cos, dopo un decennio di predominio dei Bianchi (volevano l'autonomia di Firenze senza il controllo del Papa), nel 1301 i Neri (ammettevano l'ingerenza del Papa), con l'aiuto del pontefice Bonifacio VIII, riescono ad avere il sopravvento e cacciano in esilio i capi di parte bianca. Tra questi vi anche Dante Alighieri. Alcuni fenomeni, caratteristici di questo periodo, sono ben individuabili: Prima del Mille inizia un incremento demografico che, proseguendo per tutto il corso del XIII secolo, provoca un aumento della domanda di prodotti alimentari e di manufatti. Nascono quindi nuove forme di contratto agrario e nuove tecniche di coltivazione e si determina lo sviluppo della industria manifatturiera, i cui prodotti vengono smistati da un commercio che estende le sue vie a territori sempre pi vasti. Le citt si ripopolano e le mura vengono via via allargate: quelle di Firenze, ad esempio, di origine romana, sono ampliate nel 1173 e poi nel 1284. All'interno dello spazio cittadino si intensificano sia la produzione artigianale che le attivit bancarie. L'atmosfera piena di vita dei grandi centri non solo attrae gruppi di uomini dal contado, ma richiama anche la "piccola nobilt", che impiega le sue rendite in attivit mercantili, piuttosto che nel mantenimento delle propriet terriere. Viene sancita, cos, l'influenza della citt sul contado. Fa da sfondo allo sviluppo della civilt comunale la lotta fra Impero e Papato, istituzioni di carattere universale, ma ambedue in profonda crisi. Bonifacio VIII, con la bolla "Unam Sanctam", del 1302, tenta un'ultima affermazione della supremazia dell'autorit papale su quella imperiale. Nello stesso tempo la discesa in Italia di Enrico (Arrigo) VII (1310-1313) rappresenta l'estremo quanto inutile tentativo di riaffermare l'universalismo imperiale sulla crescente autonomia dei comuni.

Il territorio di Firenze dal 1300 al 1430 Il Medioevo di Firenze segnato dalle sanguinose lotte intestine tra Guelfi e Ghibellini, sullo sfondo dei contrasti fra papato e impero: in questo periodo la citt guadagn la supremazia sullintero territorio toscano, assoggettando Arezzo, Lucca, Pistoia, Siena, Poggibonsi e Volterra.

Nel Trecento la potenza fiorentina venne ridimensionata dai lucchesi ad Altopascio e dai pisani a Montecatini, ma nel secolo successivo la supremazia di Firenze tocc i massimi vertici, grazie allascesa e al consolidamento di una nuova classe dirigente.

Si assiste successivamente all'affermarsi, nelle realt comunali, del potere di singoli gruppi familiari emergenti e questo comporta la progressiva trasformazione in Signorie, governate da personalit che spesso godevano di un largo consenso e potevano quindi muoversi con notevole autonomia. LA POLITICA FIORENTINA AL TEMPO DI DANTE Gli eventi internazionali si mescolarono, nella vita politica e sociale fiorentina, ai nuovi contrasti fra la vecchia nobilt cittadina e la nuova aristocrazia dei ricchi, organizzata nelle Corporazioni. Nel 1248 l'aristocrazia ghibellina aveva vinto i guelfi con l'appoggio di Federico II. Il potere ghibellino, tuttavia, dopo appena due anni venne abbattuto e solo nel 1260, con la battaglia di Montaperti pot tornare al governo di Firenze.

In seguito, approfittando del momento di sbandamento dei Francesi a causa dei Vespri Siciliani, i magnati fiorentini imposero il governo delle cosiddette "Arti maggiori", espressione degli interessi delle classi nobiliari. Ad essi si oppose Giano della Bella, che, nel 1293 con gli Ordinamenti di Giustizia, escluse i nobili dalla vita politica. Nel febbraio del 1295 Giano della Bella cadde in disgrazia e gli Ordinamenti di Giustizia furono revocati. Tutti tornarono cos ad avere libero accesso al governo, anche se i membri della nobilt potevano venire eletti solo a condizione che si iscrivessero ad una delle Corporazioni delle Arti e dei Mestieri. LA PARTE BIANCA E LA PARTE NERA Come tutte le altre citt italiane, la Firenze del tempo di Dante era dilaniata dalla contrapposizione, spesso molto violenta di due fazioni: i guelfi Bianchi, capeggiati dalla famiglia dei Cerchi, ed i Neri, guidati dai Donati. La prima scintilla dei contrasti fra Bianchi e Neri divenne presto quasi una leggenda cittadina. Narrano le cronache che Buondelmonte, appartenente ad una nobile famiglia originaria del contado fiorentino, era fidanzato con una fanciulla di casa Amidei, ma, su istigazione di Gualdrada Donati, abbandon la fidanzata per scegliere una sposa in casa Donati. La consorteria degli Amidei si riun allora per decidere come rispondere all'offesa ricevuta. Mosca dei Lamberti avrebbe detto "Capo ha cosa fatta", cio ogni azione ha il suo responsabile. Cos Buondelmonte venne ucciso nel 1216 ed iniziarono nella citt le contese tra le fazioni contrapposte. Nel 1300 i Bianchi avevano il controllo di Firenze e, quando i Neri tentarono una sommossa, reagirono in modo altrettanto violento. Dante, di parte bianca ma eletto alla carica pubblica del Priorato, sugger, con imparzialit, un provvedimento di espulsione degli esponenti pi

violenti dell'una come dell'altra fazione. La violenza della lotta politica a Firenze stava ormai divenendo preoccupante anche per le pressioni che venivano esercitate dall'esterno.

Il papa Bonifacio VIII sosteneva i tentativi dei Neri di prendere il controllo della citt ed appoggiava apertamente Corso Donati, che gli era parso, in varie occasioni, disposto a seguire la sua politica. Il papa pot cos far entrare in Firenze il principe francese Carlo di Valois, il tristemente noto "paciaro", che il Villani, storico delle vicende fiorentine, ritrae con lapidaria freddezza, densa di sarcasmo e di disprezzo: "venne in Toscana per paciaro, e lasci il paese in guerra; e and in Cicilia per fare guerra, e reconne vergognosa pace". Con il sostegno di Carlo di Valois i Neri presero il sopravvento: i fuoriusciti rientrarono in citt e la sottoposero ad un feroce saccheggio, quindi emanarono una serie di provvedimenti volti a consolidare il potere della propria fazione, fra cui le condanne all'esilio degli esponenti pi in vista della parte bianca.

DANTE ALIGHIERI PROFILO BIOGRAFICO Dante Alighieri nasce a Firenze nel 1265 in una famiglia della piccola nobilt fiorentina.. Dante cresce in un ambiente "cortese" ed elegante, impara da solo larte della poesia e stringe amicizia con alcuni dei poeti pi importanti della scuola stilnovistica: Guido Cavalcanti, Lapo Gianni e Cino da Pistoia, condividendo con loro un ideale di cultura aristocratica e di poesia raffinata. Ancora giovanissimo conosce Beatrice (figura femminile centrale nellopera del nostro poeta), di cui Dante si innamora, con un sentimento sublimato dalla spiritualit stilnovistica. Beatrice muore nel 1290, e questa data segna per Dante un momento di crisi: lamore per la giovane donna si trasforma assumendo un valore sempre pi finalizzato allimpegno morale, alla ricerca filosofica, alla passione per la verit e la giustizia che infine portano Dante (a partire dal 1295) ad entrare attivamente e coscientemente nella vita politica della sua citt. La sua carriera politica raggiunge lapice nel 1300 quando Dante, guelfo di parte bianca, viene eletto priore (la carica pi importante del comune fiorentino): il poeta un politico moderato, tuttavia convinto sostenitore dellautonomia della citt di Firenze, che deve essere libera dalle ingerenze del potere del Papa . Lanno successivo, il papa Bonifacio VIII decide di inviare a Firenze Carlo di Valois, fratello del re di Francia, con lintenzione nascosta di eliminare i guelfi bianchi dalla scena politica; Dante e altri due ambasciatori si recano dal Papa per convincerlo a evitare lintervento francese, ma ormai troppo tardi ! Dante gi partito da Firenze quando Carlo di Valois entra nella citt e sostiene il potere dei guelfi neri: il poeta non ritorner mai pi nella sua citt natale, condannato ingiustamente allesilio. Per Dante lesilio rappresenta un momento di sofferenza e di dolore e al tempo stesso uno stimolo per la sua produzione letteraria e poetica: lontano da Firenze pu vedere in modo pi nitido la corruzione, legoismo, lodio che governano la vita politica, civile e morale dei suoi contemporanei. La denuncia e il tentativo di indirizzare di nuovo luomo verso la retta via sono per lui lispirazione di una nuova poesia che prende forma nella Divina Commedia Negli anni dellesilio, Dante viaggia per lItalia centrale e settentrionale, chiede ospitalit alle varie corti (va a Forl, a Verona, in Lunigiana dai signori Malaspina) continua a sostenere le sue idee

politiche nella figura dellimperatore Arrigo VII, possibile portatore di pace nella nostra penisola (1310); ma di nuovo la speranza svanisce con la morte improvvisa dellimperatore nel 1313. Negli ultimi anni visita la corte di Can Grande della Scala, a Verona, e di Guido Novello Da Polenta, a Ravenna (1318). Muore a Ravenna nel 1321. DANTE ALIGHIERI - CITAZIONI Dante e la Divina Commedia fanno parte del bagaglio culturale di molti italiani Chi, infatti, non ha mai citato i versi iniziali dellInferno: "Nel mezzo del cammin di nostra vita" ? Forse la cantica che pi resta nel cuore dei lettori di Dante proprio lInferno, prima di tutto perch la lingua pi semplice da capire, ma soprattutto perch nel pi oscuro regno delloltretomba Dante ritrova le passioni e i sentimenti che muovono la vita degli uomini, e dipinge lumanit e la fisicit delle anime dannate, ancora strettamente legate al mondo terreno. E proprio dallInferno sopravvivono nella lingua comune, di oggi, dopo ben 700 anni dal viaggio di Dante, alcune espressioni dantesche, che non solo sono usate per enfatizzare o ironizzare, ma sono entrate realmente a far parte della lingua italiana viva (anche se, forse, non tutti si rendono conto quale ne sia stata lorigine!). Se sentite qualcuno dire con un sospiro: "ora cominciano le dolenti note", vuol dire che sta per succedere qualcosa di poco piacevole, proprio come quando Dante, da poco entrato nellInferno, ammette (riferendosi alle grida e ai pianti dei dannati): "Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire."
(Canto V, vv. 25-26)

Se il vostro ultimo esame universitario o il vostro ultimo colloquio di lavoro non stato un successo, ma neanche un disastro, potrete senzaltro rispondere a un amico che vi chiede come andato: "senza infamia e senza lode". Queste sono le parole che Virgilio usa per descrivere gli ignavi, cio quelle persone che in vita non hanno fatto n del male, n del bene.
" Questo misero modo tegnon lanime triste di coloro che visser sanza infamia e sanza lodo."
(Canto III, vv. 34-36)

Allingresso dellInferno, Dante legge, scolpite sopra la grande porta dellInferno, queste parole:
"Per me si va ne la citt dolente, per me si va ne leterno dolore, per me si va fra la perduta gente. [] Lasciate ogni speranza voi chentrate."
(Canto III, vv. 1-9)

Non raro trovare ristoranti o altri locali pubblici che, scherzosamente, mettano allentrata un cartello con questa frase: "lasciate ogni speranza voi che entrate", magari con qualche piccolo ritocco Quando, invece, una persona autorevole vi impongono qualcosa, la frase giusta da usare :
"vuolsi cos col dove si puote ci che si vuole " (Canto V, vv. 23-24)

Cos, infatti, Virgilio si rivolge a Minosse, il giudice delle anime dannate, spiegando che il viaggio di Dante predestinato e che cos si vuole lass (in cielo) dove si pu fare ci che si vuole (la volont di Dio pu tutto). Infine, dalla travolgente storia damore di Paolo e Francesca, nasce il successo dellespressione "galeotto", sinonimo di una persona che facilita i legami damore; e per tutti gli innamorati (non corrisposti), la speranza data dalle parole "Amor, cha nullo amato amar perdona" (Canto V, v. 103), cio: lamore non permette a nessuno, che sia amato, di non riamare a sua volta lo dice anche il cantautore romano Antonello Venditti in una sua famosissima canzone! DANTE ALIGHIERI LE OPERE 1295: Vita Nova. Raccolta delle poesie giovanili, scritte fra il 1293 e il 1295. Un'autobiografia spirituale, dove l'amore (per Beatrice) non descritto nella sua forma sensibile e terrena , ma come un sentimento che porta a un amore e a un ideale di vita pi alti. 1304-1306: De Vulgari Eloquentia. Scritto in latino, con regole sull'arte dello scrivere in italiano volgare. Ponendosi il dubbio della giusta o sbagliata diffusione della lingua volgare. 1304-1307: Convivio. Scritto nei primi anni dell'esilio, in lingua volgare. Cerca di convincere gli uomini di potere che lo studio della filosofia e il rispetto delle leggi morali sono una condizione necessaria per la convivenza degli uomini nella societ. 1306-1321: Divina Commedia. il capolavoro di Dante e l'opera che racchiude tutta la sua esperienza. composta da tre cantiche (Inferno, Purgatorio e Paradiso), ciascuna delle quali comprende 33 canti, scritti in terzine di endecasillabi, eccetto l'Inferno che contiene un canto in pi quale prologo all'intera opera. L'Inferno viene completato probabilmente verso il 1309, il Purgatorio verso il 1312, il Paradiso verso il 1318. 1310-1313: De Monarchia. Scritto in latino. Affiora il tema politico. Per il poeta, l'unica forma di governo che possa assicurare la pace e la sicurezza, la monarchia, una monarchia universale, che rifletta l'unicit e l'universalit del regno di Dio e garantisca la pace, la giustizia e la libert degli uomini. Il Trattato de Monarchia (pronuncia Monrchia) un'opera in latino di Dante Alighieri. Con questo testo il poeta volle intervenire in uno dei temi pi caldi della sua epoca: il rapporto tra lautorit laica (rappresentata dallimperatore) e lautorit religiosa (rappresentata dal Papa). Ormai noto quale fosse il punto di vista di Dante su questo problema, poich durante la sua attivit politica egli aveva lottato per difendere lautonomia del Comune fiorentino dalle pretese temporali di papa Bonifacio VIII. Secondo la cronologia pi accreditata, il de Monarchia fu composto negli anni 131213, cio al tempo della discesa di Arrigo VII di Lussemburgo in Italia; secondo altri, bisognerebbe anticipare almeno al 1308 la data di composizione; altri ancora, infine, posticipano la composizione del trattato al 1318, pochi anni prima della morte dellautore (1321).

Lopera si articola in tre libri, ma il pi importante sicuramente il terzo, quello in cui Dante affronta pi espressamente il tema dei rapporti tra il Papa e l'imperatore. Dante, anzitutto, condanna la concezione teocratica del potere elaborata dalla Chiesa romana e solennemente ribadita attraverso la bolla Unam sanctam del 1302. La concezione teocratica assegnava la pienezza dei poteri al Papa, la cui autorit era superiore anche a quella dell'imperatore: questo significava che il Papa era legittimato ad intervenire anche negli affari che di norma competevano allautorit laica. A questa concezione teocratica Dante oppone lidea che luomo persegue essenzialmente due fini: la felicit della vita terrena e quella della vita eterna. Mentre al Papa spetta la conduzione degli uomini alla vita eterna (in cui Dante riconosce comunque il fine pi alto), allimperatore spetta, invece, il compito di guidarli alla felicit terrena. Ne deriva perci l'autonomia della sfera temporale, di competenza dell'imperatore, rispetto alla sfera spirituale, di competenza del Papa. Lautorit del pontefice non deve influenzare quella dell'imperatore nello svolgimento suoi compiti. Le Rime. Raccolta, ordinata dai posteri, dei componimenti poetici che Dante scrive nel corso della sua vita e che sono legati alle varie esperienze di vita del poeta. DANTE ALIGHIERI LA DIVINA COMMEDIA La Commedia o Divina Commedia (originariamente Comeda; l'aggettivo Divina, attribuito da Boccaccio, si ritrova solo a partire dalle edizioni a stampa del 1555 a cura di Ludovico Dolce) un poema di Dante Alighieri, scritto in terzine incatenate di versi endecasillabi, in lingua volgare fiorentina. Composta secondo la critica tra il 1307 e il 1321,[1] la Commedia l'opera pi celebre di Dante, nonch una delle pi importanti testimonianze della civilt medievale; conosciuta e studiata in tutto il mondo, ritenuta uno dei capolavori della letteratura mondiale di tutti i tempi.[2] Il poema diviso in tre parti, chiamate cantiche (Inferno, Purgatorio e Paradiso), ognuna delle quali composta da 33 canti (tranne l'Inferno, che contiene un ulteriore canto proemiale). Il poeta narra di un viaggio attraverso i tre regni ultraterreni che lo condurr fino alla visione della Trinit. La sua rappresentazione immaginaria e allegorica dell'oltretomba cristiano un culmine della visione medioevale del mondo sviluppatasi nella Chiesa cattolica. L'opera ebbe subito uno straordinario successo, e contribu in maniera determinante al processo di consolidamento del dialetto toscano come lingua italiana. Il testo, del quale non si possiede l'autografo, fu infatti copiato sin dai primissimi anni della sua diffusione, e fino all'avvento della stampa, in un ampio numero di manoscritti. Parallelamente si diffuse la pratica della chiosa e del commento al testo, dando vita a una tradizione di letture e di studi danteschi mai interrotta; si parla cos di secolare commento. La vastit delle testimonianze manoscritte della Commedia ha comportato una oggettiva difficolt nella definizione del testo critico. Oggi si dispone di un'edizione di riferimento realizzata da Giorgio Petrocchi. Pi di recente due diverse edizioni critiche sono state curate da Antonio Lanza e Federico Sanguineti.

La Commedia, pur proseguendo molti dei modi caratteristici della letteratura e dello stile medievali (ispirazione religiosa, fine morale, linguaggio e stile basati sulla percezione visiva e immediata delle cose), profondamente innovativa, poich, come stato rilevato in particolare negli studi di Erich Auerbach, tende a una rappresentazione ampia e drammatica della realt.

LA DIVINA COMMEDIA - IL TITOLO Probabilmente il titolo originale dell'opera fu Commedia, o Comeda, dal greco (comoda). infatti cos che Dante stesso chiama la sua opera [Inferno XVI, 128] (Inferno XXI, 2). Nell'Epistola (la cui paternit dantesca non del tutto certa) indirizzata a Cangrande della Scala, Dante ribadisce il titolo latino dell'opera: Incipit Comedia Dantis Alagherii, Florentini natione, non moribus. In essa vengono addotti due motivi per spiegare il titolo conferito: uno di carattere

letterario, secondo cui col nome di commedia era usanza definire un genere letterario che, da un inizio difficoltoso per il protagonista si conclude con un lieto fine, e uno stilistico, giacch la parola commedia indicava opere scritte in linguaggio medio. Nel poema, infatti, si ritrovano entrambi questi aspetti: dalla "selva oscura", allegoria dello smarrimento del poeta, si passa alla redenzione finale, alla visione di Dio nel Paradiso; e in secondo luogo, i versi sono scritti in volgare e non in latino che, sebbene esistesse gi una ricca tradizione letteraria in lingua del s, continuava ad essere considerata la lingua per eccellenza della cultura. L'aggettivo divina fu usato per la prima volta da Giovanni Boccaccio nel Trattatello in laude di Dante del 1373, circa 70 anni dopo il periodo in cui si pensa sia stato cominciato il poema. La dizione Divina Commedia, per, divenne comune solo da met del Cinquecento in poi, quando Ludovico Dolce, nella sua edizione veneziana del 1555, riprese il titolo boccacciano. Il nome "Commedia" (nella forma comeda) appare solo due volte all'interno del poema, mentre nel Paradiso Dante lo definisce "poema sacro". Dante non rinnega il titolo Commedia, anche perch, data la lunghezza dell'opera, le cantiche o i singoli canti vennero pubblicati volta per volta, e l'autore non aveva la possibilit di revisionare ci che gi era stato reso pubblico. Il termine "Commedia" dovette sembrare riduttivo a Dante nel momento in cui componeva il Paradiso, in cui lo stile, ma anche la sintassi, sono profondamente cambiati rispetto ai canti che compongono l'Inferno. Il discorso sulle palinodie, ovvero le correzioni che Dante fa all'interno della sua opera, contraddicendo s stesso ma anche le sue fonti, molto pi vasto ed esteso. LA DIVINA COMMEDIA - LARGOMENTO
Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ch la diritta via era smarrita. Ahi quanto a dir qual era cosa dura, esta selva selvaggia e aspra e forte, che nel pensier rinova la paura! (Dante Alighieri, Inferno I, vv. 1-6)

Il racconto dell'Inferno, la prima delle tre cantiche, si apre con un Canto introduttivo (che serve da proemio all'intero poema), nel quale il poeta Dante Alighieri racconta in prima persona del suo smarrimento spirituale; si ritrae, infatti, "in una selva oscura", allegoria del peccato, nella quale era giunto poich aveva smarrito la "retta via" della virtuosit (si ritiene che Dante si senta colpevole, pi degli altri, del peccato di lussuria, che infatti, contrariamente alla tipica visione cattolica, nell'Inferno e nel Purgatorio posto sempre come il meno grave tra i peccati puniti). Tentando di trovarne l'uscita, il poeta scorge un colle illuminato dalla luce del sole; tentando di salirvi per avere pi ampia visuale, per, viene fermato nella sua scalata da tre belve feroci: una lonza (lince), allegoria della lussuria, un leone, simbolo della superbia, e una lupa, che rappresenta l'avidit, i tre vizi che stanno alla base di tutti i peccati. A salvarlo da queste tre bestie, per, gli si fa incontro l'anima del grande poeta Virgilio, che dopo aver cacciato le fiere ed aver profetizzato che la lupa sar fatta morire da un alquanto misterioso veltro, si presenta come l'inviato di Beatrice, la donna amata da Dante (morta a soli ventiquattro anni), la quale aveva interceduto presso Dio affinch il poeta fosse redento dai peccati; Virgilio e Beatrice sono in realt due allegorie rispettivamente della ragione e della teologia: il primo in quanto considerato il poeta pi sapiente della classicit, la seconda in quanto scala al fattore, secondo la visione elaborata da Dante nella Vita Nuova. Dalla collina di Gerusalemme su cui si trova la selva, Virgilio condurr Dante attraverso l'Inferno e il Purgatorio perch attraverso questo viaggio la sua anima possa salvarsi dal male in cui era caduta. Dopodich Beatrice prende il posto di Virgilio: allegoricamente, infatti, la sola ragione non

pu arrivare a Dio, ma necessario l'intervento della fede, rappresentata da Beatrice. Inoltre Virgilio, non avendo conosciuto Cristo, non battezzato. Ad accompagnare dunque Dante nel Paradiso sar la stessa Beatrice. Come nasce l'idea della Commedia? Per comprendere come nella mente di Dante prenda corpo l'idea della "Commedia" occorre pensare a tre esperienze della sua vita , importanti sia sul piano esistenziale che culturale. Sono esperienze di amore, anche se gli oggetti della passione sono diversi. 1) L'amore per Beatrice ( la datrice di beatitudine, la donna "venuta in terra a miracol mostrare", la creatura celeste che testimonia la bont di Dio verso gli uomini con il suo semplice saluto....) gi cantato nella "Vita nova" , dove la vita rinnovata dalla sua presenza fisica si accompagna alle simboliche sue apparizioni - a nove ed a diciotto anni - ed alla memoria di lei, nella gloria del cielo, indelebile dopo la sua improvvisa morte . Nessun amore terreno di donna gentile riesce ad offuscare la memoria dell'amata e nonostante un momentaneo traviamento del poeta , essa diventa strumento per accedere al divino. Alla fine della Vita nova Dante dir, dopo la sua ultima " mirabile visione" ,di voler "trattare di lei pi degnamente e dicer di lei quello che mai non fu detto d'alcuna ". Il che fa presagire la Beatrice - guida di Dante nel Paradiso , simbolo ormai della scienza divina o teologia. 2) L'amore per la Filosofia , la "donna gentile" ( allegoria della sapienza filosofica ). E' questa l'esperienza conoscitiva del periodo che segue la morte di Beatrice. La passione per la filosofia ( il sapere ) viene quasi a soppiantare il ricordo della "gentilissima " donna. L'accostamento alle dottrine della Scolastica ( ricerca di Dio attraverso la ragione e la fede ) impegna Dante tra la fine del '200 ed i primi anni del '300 e si pu interpretare come ricerca di verit religiose, morali ed esistenziali, che lo impegna profondamente. 3) L'amore per la citt di Firenze, la sua citt - comunit che lo ha bandito, che gli ha fatto conoscere la dolorosa ed amara esperienza politica dell'esilio e dell'isolamento definitivo dalla vita politica. L'allontanamento da Firenze e la rinuncia al ritorno in citt dopo la battaglia della Lastra , convincono Dante della negativit della vita dei suoi tempi e soprattutto della bassezza morale dei cittadini di Firenze, tanto che nella epistola < lettera > a Cangrande della Scala, il signore di Verona, suo protettore, ove si preannuncia la stesura del Paradiso si dice " florentinus natione, non moribus " fiorentino di nascita, non di costumi. La delusione politica lo convince a rileggere la storia del suo tempo in chiave profetica, condannando molte istituzioni ed uomini politici a lui contemporanei, alla luce di una visione provvidenziale e pi alta degli eventi , che prevede anche il dolore ed il sacrificio ( suo e di altri pochi uomini onesti ) ma che non esclude, anzi prefigura la rigenerazione del bene e la vendetta divina contro il male. La famosa profezia del veltro che liberer la terra dalla lupa ( la cupidigia imperversante ) un esempio di allegorico presagio relativo alla riconquista della pace ed alla sconfitta dei vizi che affliggono gli uomini. La lettera ad Arrigo VII di Lussemburgo, l'imperatore che pur fallir nel suo compito di ripristinare la pace in Italia, mettendo a freno le ambizioni dei signori guelfi, indica l'attesa da parte di dante di un imperatore, pacificatore e restauratore di giustizia. L'opera prende corpo dunque come progetto culminante dell'opera artistica e dell'esperienza di vita dell'autore , ispirandosi ad uno dei generi pi cari alla fantasia degli uomini del Medioevo: la letteratura dell'oltretomba.

MODELLI LETTERARI RELATIVI AL TEMA DEL VIAGGIO NELL'ALDIL. Nel mondo pagano abbiamo il canto VI dell'Eneide di Virgilio, quando Enea scende in compagnia della Sibilla cumana negli Inferi ( Tartaro e Campi Elisi ) per incontrare il padre Anchise e per farsi profetizzare la nascita della futura stirpe romana. E' un mondo dell'aldil , privo di connotazioni cristiane, dove domina il senso di giustizia degli antichi dei, ma non quello di peccato, di purificazione e di contemplazione della Grazia divina. Cos pure nel XI canto dell'Odissea di Omero ( viaggio di Ulisse agli inferi )e nel Somnium Scipionis ( Cicerone) Nelle leggende dell'oltretomba del mondo cristiano domina soprattutto la descrizione fantastica delle pene infernali e della beatitudine del paradiso. Questo per un fine didascalico e morale. Si vuole allontanare l'uomo dal peccato con il terrore della punizione divina e rivolgerlo al bene con la speranza di ottenere il premio eterno. Grande l'attrattiva del pubblico medioevale per questo genere di "visioni". Ricordiamo alcune di queste opere a carattere allegorico e fantastico: la VISIONE DI SAN PAOLO, la NAVIGAZIONE DI SAN BRANDANO (monaco irlandese ), il PURGATORIO DI SAN PATRIZIO, la VISIONE DI TUNDALO, la VISIONE DI FRATE ALBERICO (monastero di Montecassino ). Opere di carattere pi specificatamente didattico - allegorico sono la DE BABILONIA CIVITATE INFERNALI di Giacomino da Verona e il LIBRO DELLE TRE SCRITTURE di Bonvesin de la Riva milanese. Dante oltrepassa con la sua opera queste rozze figurazioni, adatte ad impressionare un pubblico poco colto, e costruisce invece una struttura ordinata e compatta dell'aldil cristiano, dove ogni particolare rientra in una serie serrata di corrispondenze simboliche e numerologiche, che offrono significati precisi ad episodi, personaggi , luoghi e pene .

LA DIVINA COMMEDIA - STRUTTURA CONCETTUALE E SIGNIFICATI DELL'OPERA L'obiettivo di Dante era quello di proiettare il mondo terreno nel regno dei morti perch questi ultimi fossero di guida ed amamestramento ai contemporanei. Il suo fine un fine etico ( morale ): mostrare ai vivi , attraverso il resoconto della sua esperienza straordinaria , quale sia la giustizia divina nei confronti delle azioni umane , quale idea del bene e del male emerga da un'osservazione pi alta e distaccata delle istituzioni del suo tempo. Gli uomini del suo tempo dovranno quindi trarre utili ammaestramenti nel loro agire da questa profetica narrazione, imparando a temere la giustizia divina ( se vittime dei vizi capitali ) e ad aspirare alla gloria del bene celeste ( se obbedienti alle leggi di Dio ). Dante mira in tal modo a riformare la societ in cui vive sotto il triplice profilo morale, religioso e politico. Attacca senza alcuna esitazioni papato e impero ( le massime istituzioni del suo tempo ) quando si accorge che a reggerle ci sono uomini inadatti ad interpretare la provvidenziale funzione dei due organismi. Critica papi simoniaci e corrotti come Bonifacio VIII o imperatori che trascurano le terre dell'impero, bisognose di una guida e di pace come Rodolfo d'Asburgo. Esalta invece chi si pone a fianco di queste istituzioni per guidarle alla realizzazione dei loro compiti (S.Francesco e S.Domenico, due guide della Chiesa - Arrigo VII imperatore pacificatore di contrasti, accolto nella mistica rosa dei beati accanto a Dio). LA COSMOLOGIA DANTESCA - LA STRUTTURA DELL'OLTRETOMBA DANTESCO Per realizzare il suo progetto di triplice viaggio nei regni dell'oltretomba, Dante ha bisogno di inserire la narrazione in una precisa ed accreditata concezione dell'intero universo ( cosmologia ). Egli si rif alla cosmologia tolemaica. Tolomeo un astronomo ellenistico vissuto nel II secolo dopo Cristo. La sua teoria detta geocentrica o aristotelico-tolemaica.

La Commedia una sorta di enciclopedia medievale, che contiene una ricca rassegna della cultura dellepoca. In particolare interessante osservare le teorie medievali sulla strutturazione del cosmo. Il modello quello geocentrico elaborato dallastronomo Tolomeo, seguito da San Tommaso e dalla filosofia scolastica, con la Terra immobile al centro delluniverso e gli altri pianeti che le ruotano intorno. La Terra divisa in due emisferi: quello settentrionale, boreale, lunico abitato: quello meridionale, australe, non presenta terre emerse abitate. Al centro dellemisfero settentrionale si trova Gerusalemme e ai suoi antipodi, nellemisfero sud, sorge la montagna del Purgatorio, sulla cui sommit si trova il Paradiso Terrestre. Questa montagna ha la stessa forma della voragine che si apre nella terra e che corrisponde allInferno: entrambe sono state formate da Lucifero quando precipitato dal Paradiso e si conficcato al centro della Terra. Intorno alla Terra si trovano nove sfere concentriche (cieli) che ruotano una allinterno dellaltra: i primi sette sono i cieli dei sette pianeti: Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno; poi c il cielo delle stelle fisse con le costellazioni, e il Primo Mobile, detto anche Cristallino per la sua trasparenza, che trasmette il movimento di rotazione a tutti gli altri cieli.

Il cosmo secondo la Teoria Aristotelico - Tolemaica

- La Terra immobile al centro dell'universo.- Alla base del mondo naturale c' la presenza di 4 elementi: terra, acqua, aria e fuoco - L'uomo abita l'emisfero boreale (delle terre emerse ) che va dal Gange allo stretto di Gibilterra. - L'altro emisfero ( australe ), detto delle acque, vede sorgere al centro la montagna del Purgatorio ed completamente disabitato.

La struttura testuale della Commedia coincide esattamente con la rappresentazione cosmologica dell'immaginario medievale. Il viaggio all'Inferno e sul monte del Purgatorio rappresentano infatti l'attraversamento dell'intero pianeta, concepito come una sfera, dalle sue profondit alle regioni pi elevate; mentre il Paradiso una rappresentazione simbolico-visuale del cosmo tolemaico.

L'Inferno era rappresentato all'epoca di Dante come una cavit di forma conica interna alla Terra, allora concepita come divisa in due emisferi, uno di terre e l'altro di acque. La caverna infernale era nata dal ritrarsi delle terre inorridite al contatto con il corpo maledetto di Lucifero e delle sue schiere, cadute dal cielo dopo la ribellione a Dio. La voragine infernale aveva il suo ingresso esattamente sotto Gerusalemme, collocata a 90 rispetto al semicerchio di 180 formato dalle terre emerse. La met marina della Terra si estendeva invece su tutta la semisfera opposta al continente euroasiatico. Agli antipodi di Gerusalemme, e quindi al 90 della semisfera acquea, si ergeva l'isola montagnosa del Purgatorio, composta appunto dalle terre fuoriuscite dal cuore del mondo all'epoca della ribellione degli angeli. In cima al Purgatorio, Dante colloca il Paradiso terrestre del racconto biblico, il luogo terrestre pi vicino al cielo. Come si vede, Dante riprende dalla concezione tolemaica l'idea di una Terra sferica, ma le sovrappone un universo sostanzialmente pre-tolemaico, privo di simmetria sferica. Alla sfericit della Terra, infatti, non corrisponde una simmetria generale nella distribuzione delle terre emerse e della presenza umana; le direzioni passanti per il centro della Terra non sono equivalenti: quella che passa per Gerusalemme e per la montagna del Purgatorio ha un ruolo privilegiato, il che richiama le concezioni della Grecia arcaica, ad esempio di Anassimandro. Il Paradiso strutturato secondo la rappresentazione cosmologica nata all'epoca ellenistica con gli scritti di Tolomeo, e risistemata dai teologici cristiani secondo le esigenze della nuova religione. Nel suo rapimento celeste dietro l'anima di Beatrice, Dante attraversa dunque i nove cieli del cosmo astronomico-teologico, al di sopra dei quali si distende il Pleroma infinito (Empireo) in cui ha sede la Rosa dei Beati, posti a diretto contatto con la visione di Dio. Ai nove cieli corrispondono nell'Empireo i nove cori angelici che, col loro movimento circolare intorno all'immagine di Dio, provocano il relativo movimento rotatorio del cielo a cui ciascuno di essi preposto - questo secondo la dottrina dell'Atto Puro o Primo Mobile desunta dalla Metafisica di Aristotele. La topografia del Purgatorio invece cos strutturata: un Antipurgatorio, costituito da una spiaggia, su cui vengono traghettate le anime dall'angelo nocchiero che le preleva alla foce del Tevere, e da una valletta fiorita; specularmente all'Inferno, in essa attendono di iniziare la loro purificazione i negligenti, i tardi cio a pentirsi. Il purgatorio vero e proprio un monte scosceso, formato da ampi dirupi e cerchi rocciosi, a ciascuno dei quali preposto un angelo guardiano. Sulla cima del monte c' il Paradiso terrestre, che ha l'aspetto di una foresta rigogliosa, popolata di figure allegoriche. I nove cieli del Paradiso, come si detto, sono i sette del sistema tolemaico - Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno - pi il cielo delle Stelle fisse e del Primo Mobile. Lucifero, capo degli angeli ribelli a Dio, fu precipitato nel punto pi lontano dal luogo dove ha sede il Bene supremo ( L'Empireo dove risiede Dio creatore dei cieli ). Lucifero cadde dunque sulla terra , sede del peccato. La Terra inorridita si ritrasse di fronte a lui e cos si form la voragine infernale, proprio nel cuore dell'emisfero delle terre emerse. - Nell'emisfero delle acque sorse , in perfetta corrispondenza della voragine infernale, la montagna del Purgatorio, sede della purificazione dal peccato. Sulla sua sommit situato il Paradiso terrestre. - Attorno alla Terra immobile c' l'elemento aria , quindi la sfera di fuoco ed infine i nove cieli ( sfere translucide in cui ruotano con velocit crescente, allontanandosi dalla Terra, i corpi celesti : Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, Stelle fisse e primo mobile ). Nella zona pi esterna c' l'Empireo sede dei beati e di Dio.

TOPOGRAFIA DELL'INFERNO - La voragine infernale Ecco la struttura dei cerchi infernali: I cerchio: si chiama Limbo, qui sono le anime dei bambini e degli uomini onesti, non battezzati. II cerchio: i lussuriosi, che hanno preferito lamore terreno a quello divino. III cerchio: i golosi. IV cerchio: gli avari (che sono stati troppo attaccati al denaro) e i prodighi (che lo hanno sperperato). V cerchio: gli iracondi (dominati dallira) e gli accidiosi (pigri, indolenti). VI cerchio: gli eretici. VII cerchio: i violenti. VIII e IX cerchio: i fraudolenti, persone che in vita hanno usato la loro intelligenza per ingannare gli altri (seduttori, adulatori, ipocriti, ladri, falsari, traditori, etc).

Nella visione che Dante ha delluniverso, la Terra si trova al centro, e nellemisfero nord, vicino alla citt di Gerusalemme, si apre unimmensa voragine a forma di imbuto, che arriva fino al centro del pianeta: lInferno. La voragine si formata quando Lucifero, langelo ribelle, caduto dal paradiso sulla Terra, e adesso si trova nel punto pi basso dellInferno, conficcato nel ghiaccio. LInferno diviso in nove parti (i cerchi) di forma circolare e concentrica, che diventano sempre pi strette scendendo verso il basso, e sono precedute da una zona detta Antinferno (= prima dellInferno) dove le anime aspettano di entrare e sapere la loro condanna eterna. In ogni cerchio scontano la propria pena le anime dei dannati. In particolare, la topografia dell'Inferno comprende i seguenti luoghi:

Un ampio vestibolo o Antinferno, dove vengono puniti coloro che nessuno vuole, n Dio n il demonio: gli ignavi. Il fiume Acheronte, che separa il vestibolo dall'inferno vero e proprio. Una prima sezione costituita dal Limbo, immerso in una tenebra perenne. Una serie di cerchi meno scoscesi in cui patiscono i peccatori incontinenti.

La citt infuocata di Dite, le cui mura circondano la voragine finale. Il cerchio dei violenti in cui scorre il fiume sanguigno del Flegetonte. Un burrone scosceso, che d all'ottavo cerchio, chiamato Malebolge: il cerchio dei fraudolenti. Il pozzo dei Giganti. Il lago ghiacciato di Cocito, dove sono immersi i traditori.

Le pene che le anime dei dannati soffrono nellInferno, ricordano il loro peccati perch sono simili oppure opposte ad essi (legge del contrappasso). Facciamo un esempio: Paolo e Francesca, che si trovano nel cerchio dei lussuriosi, durante la loro vita terrena sono stati travolti da una grande passione damore, per analogia nellInferno sono tormentati da una violenta tempesta. L'Inferno il regno delle umane passioni, raffigurate nelle pi esasperanti manifestazioni. Ogni peccatore porta con s il marchio delle passioni alle quali si abbandonato ed punito eternamente con una pena che risponde alla legge del contrappasso, una pena opposta alla disposizione peccaminosa a cui ci si abbandonati . L'Inferno esiste da sempre e rester operante eternamente , come regno della giustizia divina.Chi in esso rinchiuso non pu nutrire alcuna speranza di salvezza , in quanto gli sar preclusa per sempre la luce della Grazia di Dio. La punizione eterna, incontrovertibile ed essa sar applicata anche al corpo del dannato dopo il giorno del Giudizio universale , quando ogni uomo riavr la sua persona per godere in eterno la beatitudine di Dio o per scontare i peccati non redenti. Dante avr come guida nel mondo del peccato Virgilio, simbolo dell'umana ragione. L'inferno costituito da nove cerchi che vanno via via restringendosi, alcuni dei quali sono suddivisi in bolge o fosse e in zone. La porta dell'inferno immette nell'antinferno, il luogo dove sono collocati gli ignavi, non ritenuti degni, per la loro sostanziale vigliaccheria o incapacit di prendere posizione, di stare nell'inferno vero e proprio. Quest'ultimo delimitato dal fiume Acheronte, dove il demonio Caronte ha il compito di traghettare le anime dei morti. Successivamente troviamo il primo cerchio che coincide col Limbo, il luogo dove si trovano i bambini non battezzati, e coloro che, essendo vissuti prima di Cristo, non hanno potuto abbracciare la fede cristiana. Dal secondo cerchio in poi cominciano ad essere puniti i peccatori veri e propri secondo una classificazione generale, elaborata sulla scorta dell'etica di Aristotele, in base al tipo di peccato: - peccati d'incontinenza (quelli puniti dal secondo al quinto cerchio: lussuria, gola, avarizia e prodigalit, ira e accidia); - di violenza (puniti nel settimo cerchio, suddiviso in tre gironi: dei violenti contro il prossimo e le sue cose, dei violenti contro se stessi, dei violenti contro Dio e le sue cose); - di fraudolenza (comprende l'ottavo cerchio, ove sono puniti coloro che hanno usato la frode contro chi non si fida, suddiviso in dieci bolge: quelle dei ruffiani e seduttori, adulatori, simonaci, indovini, barattier, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordia, falsari; il nono cerchio, ove sono puniti i traditori di coloro che hanno usato la frode contro chi si fida, ed suddiviso in quattro zone: Caina [traditori dei parenti], Antenora [della patria], Tolomea [degli ospiti], Giudecca [dei benefattori]). Resta a parte il sesto cerchio, ove sono collocati gli eretici. Sono presenti anche altri due fiumi, lo Stige, che forma una palude tra il quinto e sesto cerchio, sotto le mura della citt di Dite, e il Flegetonte, nel primo girone del settimo cerchio, ove sono immersi gli omicidi. Da ricordare anche la palude ghiacciata di Cocito che occupa il nono cerchio. Lucifero, in forma di immenso mostro con tre teste, dalle ali di pipistrello, collocato al fondo dell'inferno, che coincide col centro della terra. Muove costantemente le ali per mantenere ghiacciata la

palude e strazia nelle tre bocche Bruto, Cassio (traditori e uccisori di Cesare) e Giuda (traditore di Cristo). Inferno La vera e propria descrizione dell'Inferno ha inizio nel Canto III (nel precedente Dante muove semplicemente dei dubbi alla sua guida riguardo il viaggio che stanno per compiere); i due viaggiatori Dante e Virgilio giungono alla sua porta gi nei primi, celeberrimi, versi di questo Canto. Sotto la citt di Gerusalemme, infatti, si apre l'ingresso al primo regno, sul quale si possono leggere alcuni versi di ammonimento, riassunti nell'ultimo verso: "Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate". Oltrepassato uno scuro corridoio, i poeti si ritrovano sulle rive dell'Acheronte, il primo fiume infernale, per il quale le anime devono passare per raggiungere l'Inferno vero e proprio e che vengono trasportate da Caronte. Qui, nel Vestibolo, oltre alle anime in attesa di essere portate dalla parte opposta, stanno gli ignavi, quelli che in vita non vollero prendere posizioni, e che sono rifiutati sia dall'Inferno che dal Paradiso. Passato l'Acheronte, sulla barca del traghettatore Caronte, i due attraversano il primo cerchio, il Limbo, dove stanno le anime pure di coloro che non furono battezzati (come i bambini morti subito dopo la nascita), e si trovano anche - in un luogo a parte dominato da un "nobile castello" - gli "spiriti magni" dell'antichit (compreso Virgilio stesso); quindi Dante e il suo "maestro" entrano nell'Inferno vero e proprio. Alla porta di questo sta Minosse, che, da giudice giusto quale fu, decreta il cerchio dove le anime dannate dovranno scontare la loro pena; ad ogni cerchio, infatti, corrisponde un peccato, pi grave se il numero maggiore. Superato Minosse, i due si ritrovano nel secondo cerchio, dove sono puniti i lussuriosi tra cui spiccano le anime di Cleopatra ed Elena di Troia (celebri anche i versi su Paolo e Francesca) che raccontano la loro vita e Francesca la sua passione amorosa verso Paolo Malatesta, quindi i golosi, in eterna punizione che consiste nell'essere divorati da Cerbero e gli avari e i prodighi. Superato poi lo Stige, nelle fangose acque del quale sono puniti iracondi e accidiosi, traghettati sulla riva opposta dalla barca di Flegis, creatura infernale, i due entrano (grazie anche all'intervento di un angelo e dopo numerosi tentativi di entrare) nella Citt di Dite, dove sono puniti coloro "che l'anima col corpo morta fanno", cio gli epicurei e gli eretici in generale: tra gli eretici incontrano Farinata degli Uberti, uno dei pi famosi personaggi dell'Inferno dantesco. Superata la citt, il poeta e la sua guida scendono uno scosceso burrone (l' alta ripa), oltre il quale incontrano il terzo fiume infernale, il Flegetonte, un fiume di sangue bollente; questo fa parte del primo dei tre gironi in cui diviso il VII cerchio, quello in cui sono puniti i violenti tra cui degno di nota il Minotauro ucciso da Teseo con l'aiuto di Arianna. All'interno del Flegetonte, scontano la loro pena i violenti verso il prossimo; oltre la sua sponda (che Dante e Virgilio raggiungono grazie all'aiuto del centauro Nesso), invece, trasformati in arbusti perennemente attaccati da delle arpie, stanno i violenti contro s stessi, cio i suicidi (dove troviamo Pier della Vigna) e gli scialacquatori; mentre nell'ultimo girone, in una landa infuocata, stanno i violenti contro Dio, la Natura e l'Arte, ossia i bestemmiatori, i sodomiti (tra cui Brunetto Latini) e gli usurai. A quest'ultimo girone Dante dedicher, molti versi, dal Canto XIV al Canto XVII. Superato il VII cerchio, Dante e Virgilio, discesa un burrato in groppa a Gerione, raggiungono l'VIII cerchio chiamato Malebolge, dove sono puniti i fraudolenti, il quale diviso in dieci bolge, fossati a forma di cerchi concentrici, scavati nella roccia e digradanti verso il basso, alla base dei quali si apre il Pozzo dei Giganti. Superate le bolge (nelle quali sono puniti, in ordine, ruffiani, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti - tra cui Ulisse e Diomede: il primo racconta come lui mor, ma Dante non avendo saputo la vera morte di Ulisse predetta da Tiresia inventa la sua amara fine avendo superato le Colonne d'Ercole, simbolo per Dante della ragione e dei limiti del mondo. Poi incontrano seminatori di discordie e falsari - tra cui il "folletto" Gianni Schicchi), i due accedono nel IX ed ultimo cerchio, dove sono puniti i traditori. Questo cerchio invece diviso in quattro zone, coperte dalle acque gelate del Cocito; nella prima, chiamata Caina (da Caino, che uccise il fratello Abele), sono puniti i traditori dei parenti, nella seconda, la Antenorea (da Antenore, che consegn il Palladio di Troia ai nemici greci), vi stanno i traditori della patria, nella terza, la Tolomea (dal re Tolomeo XIII, che al tempo di Cesare uccise il suo ospite Pompeo), si trovano i traditori degli ospiti, e infine nella quarta, la Giudecca (da Giuda

Iscariota, che trad Ges), sono puniti i traditori dei benefattori. Da citare la presenza nell'Antenorea del Conte Ugolino che narra la sua morte, e dell'Arcivescovo Ruggieri. Ugolino appare nell'Inferno sia come un dannato che come un demone vendicatore, che affonda i denti per l'eternit nel capo dell' Arcivescovo Ruggieri. Di quest'ultima zona vengono nominati solo tre peccatori, Cassio, Bruto e Giuda Iscariota, la cui pena quella di essere maciullati dalle tre bocche di Lucifero, che qui ha la sua dimora. Scendendo lungo il suo corpo peloso, Dante e Virgilio raggiungono una grotta e scendono per alcune scale: Dante stupito: non vede pi la schiena di Lucifero ma Virgilio gli spiega che si trova nell'Emisfero Australe, la natural burella, che li condurr alla spiaggia del Purgatorio, alla base della quale usciranno poco dopo "a riveder le stelle". TOPOGRAFIA DEL PURGATORIO Dante e Virgilio arrivano al Purgatorio il giorno di Pasqua, simbolo di resurrezione e di vita. Qui le anime sono solo di passaggio, devono espiare i loro peccati e purificarsi, per salire poi nel paradiso terrestre (sulla cima del monte) e infine incontrare Dio e la beatitudine eterna. Alle pendici della montagna si trovano due gruppi di anime: quelle dei morti scomunicati (cio, condannati dalla Chiesa) e quelle di coloro che si sono pentiti dei peccati commessi solo in fin di vita. Salendo poi sul monte si incontrano sette gironi (= zone) che rappresentano i sette peccati capitali; in ordine sono: superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria. Qui non ci sono pi le eterne tenebre infernali, ci sono il giorno e la notte, il sole e le stelle, e le anime sopportano la loro condanna con serenit, perch sanno che un giorno, quando si sentiranno pronte, potranno "conoscere" Dio. Quando Dante arriva sulla cima del monte, lascia Virgilio (che scompare improvvisamente) e incontra Beatrice, che sar la sua guida nel Paradiso celeste.

Il secondo regno geograficamente collocato al centro dell'emisfero delle acque (in mezzo alloceano, nellemisfero sud della Terra) agli antipodi di Gerusalemme, in forma di isola, sulla quale si eleva la montagna del Purgatorio ai cui piedi si trova una spiaggia. Il monte della purificazione, emergendo dalle acque e salendo altissimo verso il cielo, porta con s il principio della transitoriet. Collocato tra la pena eterna ( inferno ) e la felicit della contemplazione divina ( paradiso ), l'anima che si purifica conserva del mondo il ricordo del peccato, ma possiede anche l'aspirazione intensa alla vista di Dio ed alla sua grazia. Solo la sofferenza che si consuma sulle balze della montagna la render degna di salire al cospetto di Dio ad assaporare l'eterna beatitudine. Quindi troviamo l'ansiosa attesa della pena purificatrice nell'antipurgatorio e su per le balze dell'espiazione la gioia che accompagna le anime che sanno di dover giungere fino a Dio. Allegoricamente la cantica rimanda alla riconquista della libert morale < perduta con il peccato >, attraverso il dolore dell'espiazione. Le anime dei morti in grazia di Dio, prima di giungere sul monte, vengono radunate ad Ostia alla foce del Tevere da un angelo nocchiero, che le conduce alla spiaggetta dellantipurgatorio dopo averle imbarcate su di un'imbarcazione veloce e leggerissima sulle acque. Il regno della purificazione pu essere suddiviso in tre parti: antipurgatorio, purgatorio vero e proprio, paradiso terrestre. L'atmosfera terrestre avvolge la parte inferiore fino alla porta del purgatorio; da qui, fino alla sommit, le perturbazioni atmosferiche sono assenti. L'antipurgatorio costituito dalla spiaggia dell'isola (dove stanno temporaneamente gli scomunicati che rientrarono in seno alla Chiesa solo al termine della loro vita e dove ha la sua dimora anche Catone, guardiano di tutto il monte); da un primo balzo o ripiano (dove stanno i morti di morte naturale che si pentirono in fin di vita); da un secondo balzo (dove sono i morti di morte violenta che si pentirono solo in fin di vita). In quest'ultimo ripiano c' anche la Valletta dei Principi, che rivolsero il pensiero a Dio in prossimit della morte in quanto distratti dalle cure terrene. La vicenda Usciti dall'Inferno attraverso la natural burella, Dante e Virgilio si ritrovano nell'emisfero australe terrestre (che si credeva interamente ricoperto d'acqua), dove, in mezzo al mare, s'innalza la montagna del Purgatorio, creata con la terra che serv a scavare il baratro dell'Inferno, quando Lucifero fu buttato fuori dal Paradiso dopo la rivolta contro Dio. Usciti dal cunicolo, i due giungono su una spiaggia, dove incontrano Catone Uticense, che svolge il compito di guardiano del Purgatorio. Dovendo cominciare a salire la ripida montagna, che si dimostra impossibile da scalare, tanto ripida, Dante chiede ad alcune anime quale sia il varco pi vicino; sono questi la prima schiera dei negligenti, i morti scomunicati, che hanno dimora nell'antipurgatorio. Nella I schiera di negligenti dell'antipurgatorio Dante incontra Manfredi di Svevia. Assieme a coloro che tardarono a pentirsi per pigrizia, ai morti per violenza e ai principi negligenti, infatti, essi attendono il tempo di purificazione necessario a permettere loro di accedere al Purgatorio vero e proprio. All'ingresso della valletta dove si trovano i principi negligenti, Dante, su indicazione di Virgilio, chiede indicazioni ad un'anima che si rivela essere una sorta di guardiano della valletta, il concittadino di Virgilio Sordello, che sar la guida dei due fino alla porta del Purgatorio. Giunti alla fine dell'Antipurgatorio, superata una valletta fiorita, i due varcano la porta del Purgatorio; questa custodita da un angelo recante in mano una spada fiammeggiante, che sembra avere vita propria, e preceduto da tre gradini, il primo di marmo bianco, il secondo di una pietra scura e il terzo in porfido rosso. L'angelo, seduto sulla soglia di diamante e appoggiando i piedi sul gradino rosso, incide sette "P" sulla fronte di Dante, poi apre loro la porta tramite due chiavi (una d'argento e una d'oro) che aveva ricevuto da San Pietro; quindi i due poeti si addentrano nel secondo regno.

Il Purgatorio, come si detto, diviso in sette cornici, dove le anime scontano i loro peccati per purificarsi prima di accedere al Paradiso. Al contrario dell'Inferno, dove i peccati si aggravavano maggiore era il numero del cerchio, qui alla base della montagna, nella I cornice, stanno coloro che si sono macchiati delle colpe pi gravi, mentre alla sommit, vicino al Paradiso terrestre, i peccatori pi lievi. Le anime non vengono punite in eterno, e per una sola colpa, come nel primo regno, ma scontano una pena pari ai peccati commessi durante la vita. Si segue lo schema dei peccati capitali, ma rovesciato rispetto all'inferno, per quanto riguarda i peccati puniti nelle ultime cinque balze. Nella prima cornice, Dante e Virgilio incontrano i superbi, nella seconda gli invidiosi, nella terza gli iracondi, nella quarta gli accidiosi, nella quinta gli avari e i prodighi. In questa cornice ai due viaggiatori si unisce l'anima di Stazio dopo un terremoto e un canto Gloria in excelsis Deo (Dante riteneva Stazio convertito al cristianesimo); questi si era macchiato in vita di eccessiva prodigalit: proprio in quel momento egli, che dopo cinquecento anni di espiazione in quella cornice aveva sentito il desiderio di assurgere al Paradiso, si offre di accompagnare i due fino alla sommit del monte, attraverso le cornici sesta, dove espiano le loro colpe i golosi che appaiono magrissimi, e settima, dove stanno i lussuriosi avvolti dalle fiamme. Dante ritiene che Stazio si sia convertito grazie a Virgilio e alle sue opere, che hanno aperto gli occhi a Stazio: egli, infatti, grazie all'Eneide e alle Bucoliche ha capito l'importanza della fede cristiana e l'errore del vizio della prodigalit: Virgilio ha fatto luce a Stazio rimanendo per al buio; stato un profeta inconsapevole: ha portato Stazio alla fede ma lui, avendo fatto in tempo solo ad intravederla, non ha potuto salvarsi, ed costretto a soggiornare per l'eternit nel Limbo. Ascesi alla settima cornice, i tre devono attraversare un muro di fuoco, oltre il quale si diparte una scala, che d accesso al Paradiso terrestre. Paura di Dante e conforto da parte di Virgilio. Giunti qui, il luogo dove per poco tempo dimorarono Adamo ed Eva prima del peccato, Virgilio e Dante si devono congedare, poich il poeta latino non degno di guidare il toscano fin nel Paradiso, e sar Beatrice a farlo.

Nel paradiso terrestre Dante incontra Matelda, la personificazione della felicit perfetta, precedente al peccato originale, che gli mostra i due fiumi Let, che fa dimenticare i peccati, ed Euno, che restituisce la memoria del bene compiuto, e si offre di condurlo all'incontro con Beatrice, che avverr poco dopo. Beatrice rimprovera duramente Dante e dopo si offre di farsi vedere senza il velo: Dante durante i rimproveri cerca di scorgere il suo vecchio maestro Virgilio che ormai non c' pi. Virgilio non potr pi accompagnare il poeta nel regno della grazia divina, in quanto egli pagano. Beatrice avr cura della salute spirituale del poeta e poi - nel paradiso dovr istruirlo in quei problemi teologici che trascendono le capacit intellettive della ragione. Il paradiso terrestre, la sede naturale destinata al genere umano, costituito da una divina foresta e spessa e viva dove l'anima si purifica definitivamente immergendosi in due fiumi, il Lete e lEuno, prima di salire in paradiso. TOPOGRAFIA DEL PARADISO - I nove cieli e l'Empireo Secondo la concezione del mondo dellepoca, il Paradiso formato da nove cieli concentrici che circondano la Terra: i cieli della Luna, di Mercurio, di Venere, di Marte, di Giove, di Saturno, delle Stelle Fisse e il Primo Mobile, al di l dei quali sta lEmpireo. Nel Paradiso si trovano le anime dei beati e dei santi, che hanno sede nellEmpireo, dove possono pienamente godere della visione di Dio. Le anime del Paradiso non sono raffigurate nella loro fisicit e corporeit come quelle dellInferno e del Purgatorio, sono invece descritte con un gioco di luci, colori, suoni e figure geometriche. La grandezza della rappresentazione che Dante fa del Paradiso sta proprio nel parlare di ci che non pu essere detto, nel rendere sensibile e intellegibile ci che per definizione sta oltre la sensibilit umana. Beatrice accompagna Dante fino allEmpireo: qui subentra una nuova guida, San Bernardo, che porter il poeta alla visione di Dio Il paradiso vero e proprio costituito da nove cieli concentrici. compresi a loro volta dall'Empireo o cielo di pura luce, sede permanente di Dio e dei beati che sono collocati in una candida rosa. cio in un immenso anfiteatro da cui contemplano Dio e in ci consiste la loro beabitudine. Gli eletti si presentano a Dante nei rispettivi cieli di appartenenza in relazione alla virt esercitata sulla terra, virt che corrispondente all'influsso di quel cielo sulle azioni degli uomini. Ad esempio il pianeta Marte predispone alla combattivit, quindi nel cielo omonimo (il quinto ) si incontreranno gli spiriti militanti per la fede. Questo criterio di assegnazione richiama un po' il contrappasso degli altri due regni. I cieli sono mossi dalla volont divina attraverso le gerarchie angeliche, ciascuna delle quali presiede ad un cielo. La velocit del movimento di rotazione direttamente proporzionale alla vicinanza al Creatore. Da quanto detto deriva il seguente schema: 1 Cielo della Luna 2Cielo di Mercurio 3Cielo di Venere 4Cielo del Sole 5Cielo di Marte 6'Cielo di Giove 7Cielo di Saturno 8Cielo delle Stelle Fisse 9Primo Mobile 10Empireo Spiriti inadempienti ai voti Spiriti amanti Spiriti sapienti Spiriti militanti per la fede Spiriti giusti Spiriti contemplanti Spiriti operanti il bene per la gloria terrena Spiriti trionfanti Gerarchie angeliche La candida rosa con Angeli Principati Podest Virt Dominazioni Troni Arcangeli Cherubini Serafini Dio, gli angeli, i beati

La terza cantica l'esaltazione della divina potenza del creato che si esprime con una luce ed un suono purissimi e pervasivi, capaci di richiamare la perfetta armonia di tutto l'universo.. I beati tranne poche eccezioni, non compaiono con le loro sembianze corporee ma sotto forma di pura luce, mentre il paesaggio del paradiso appare privo di ogni riferimento ad elementi terrestri Libero da tutti i peccati, adesso Dante pu ascendere al Paradiso e, accanto a Beatrice, vi accede volando ad altissima velocit. Egli sente tutta la difficolt di raccontare questo trasumanare, andare cio al di l delle proprie condizioni terrene, ma confida nell'aiuto dello Spirito Santo (il buon Apollo) e nel fatto che il suo sforzo descrittivo sar continuato da altri nel tempo (Poca favilla gran fiamma seconda... canto I, 34). Il Paradiso composto da nove cerchi concentrici, al cui centro sta la Terra; in ognuno di questi cieli, dove risiede un pianeta diverso, stanno i beati, pi vicini a Dio a seconda del loro grado di beatitudine. Ma le anime del Paradiso non stanno meglio o peggio, e nessuno desidera una condizione migliore di quella che ha, poich la carit non permette di desiderare altro se non quello che si ha; Dio, al momento della nascita, ha donato secondo criteri inconoscibili ad ogni anima una certa quantit di grazia, ed in proporzione a questa che essi godono diversi livelli di beatitudine. Prima di raggiungere il primo cielo i due attraversano la Sfera di Fuoco. Nel primo cielo, quello della Luna, stanno coloro che mancarono ai voti fatti (Angeli); nel secondo, il cielo di Mercurio, risiedono coloro che in Terra fecero del bene per ottenere gloria e fama, non indirizzandosi al bene divino (Arcangeli); nel terzo cielo, quello di Venere, stanno le anime degli spiriti amanti (Principati); nel quarto, il cielo del Sole, gli spiriti sapienti (Potest); nel quinto, il cielo di Marte, gli spiriti militanti dei combattenti per la fede (Virt); e nel sesto, il cielo di Giove, gli spiriti governanti giusti (Dominazioni). Giunti al settimo cielo, quello di Saturno dove risiedono gli "spiriti contemplativi" (Troni), Beatrice non sorride pi, come invece aveva fatto finora; il suo sorriso, infatti, da qui in poi, a causa della vicinanza a Dio, sarebbe per Dante insopportabile alla vista, tanto luminoso risulterebbe. In questo cielo risiedono gli spiriti contemplativi, e da qui Beatrice

innalza Dante fino al cielo delle Stelle fisse, dove non sono pi ripartiti i beati, ma nel quale si trovano le anime trionfanti, che cantano le lodi di Cristo e della Vergine Maria, che qui Dante riesce a vedere; da questo cielo, inoltre, il poeta osserva il mondo sotto di s, i sette pianeti e i loro moti e la Terra, piccola e misera in confronto alla grandezza di Dio (Cherubini). Prima di proseguire Dante deve sostenere una sorta di "esame" in Fede, Speranza, Carit, da parte di tre professori particolari: San Pietro, San Giacomo e San Giovanni. Quindi, dopo un ultimo sguardo al pianeta, Dante e Beatrice assurgono al nono cielo, il Primo Mobile o Cristallino, il cielo pi esterno, origine del movimento e del tempo universale (Serafini). In questo luogo, sollevato lo sguardo, Dante vede un punto luminosissimo, contornato da nove cerchi di fuoco, vorticanti attorno ad esso; il punto, spiega Beatrice, Dio, e attorno a lui stanno i nove cori angelici, divisi per quantit di virt. Superato l'ultimo cielo, i due accedono all'Empireo, dove si trova la rosa dei beati, una struttura a forma di anfiteatro, sul gradino pi alto della quale sta la Vergine Maria. Qui, nell'immensa moltitudine dei beati, risiedono i pi grandi santi e le pi importanti figure delle Sacre Scritture, come Sant'Agostino, San Benedetto, San Francesco, e inoltre Eva, Rachele, Sara e Rebecca. Da qui Dante osserva finalmente la luce di Dio, grazie all'intercessione di Maria alla quale San Bernardo (guida di Dante per l'ultima parte del viaggio) aveva chiesto aiuto perch Dante potesse vedere Dio e sostenere la visione del divino, penetrandola con lo sguardo fino a congiungersi con Lui, e vedendo cos la perfetta unione di tutte le realt, la spiegazione del tutto nella sua grandezza. Nel punto pi centrale di questa grande luce, Dante vede tre cerchi, le tre persone della Trinit, il secondo del quale ha immagine umana, segno della natura umana, e divina allo stesso tempo, di Cristo. Quando egli tenta di penetrare ancor pi quel mistero il suo intelletto viene meno, ma in un excessus mentis la sua anima presa da un'illuminazione e si placa, realizzata dall'armonia che gli dona la visione di Dio, dell'amor che move il sole e l'altre stelle. DATA DI COMPOSIZIONE Non conosciamo con esattezza in che periodo Dante scrisse ciascuna delle cantiche della Commedia e gli studiosi hanno formulato ipotesi anche contrastanti in base a prove e indizi talvolta discordanti. In linea di massima la critica odierna colloca:

L'inizio della stesura dell'Inferno nel biennio 1304-1305 oppure in quello 1306-1307, in ogni caso dopo l'esilio (1302). Salvo l'eccezione del riferimento al papato di Clemente V (13051314), spesso indicato come un possibile ritocco post-conclusione, non vi si trovano accenni a fatti successi dopo il 1309. Al 1317 risale la prima menzione in un documento (un registro di atti bolognese, con una terzina dell'Inferno copiata sulla copertina), mentre i manoscritti pi antichi che ci sono pervenuti risalgono al 1330 circa, una decina di anni dopo la morte di Dante. La scrittura del Purgatorio secondo alcuni si accavall con l'ultima parte dell'Inferno e in ogni caso non contiene riferimenti a fatti accaduti dopo il 1313. Tracce della sua diffusione si riscontrano gi nel 1315-1316. Il Paradiso viene collocato tra il 1316 e il 1321, data della morte del poeta.

Non ci pervenuta nessuna firma autografa di Dante, ma sono conservati tre manoscritti della Commedia copiati integralmente da Giovanni Boccaccio, il quale non si serv di una fonte originaria, ma di manoscritti a loro volta copiati. Si deve anche immaginare che Dante si spost molto in vita per via dell'esilio, quindi non potendo portarsi dietro molte carte probabile che i manoscritti originali si disperdessero sin dalle prime diffusioni. STRUTTURA La Divina Commedia composta da tre cantiche suddivise complessivamente in cento canti: la prima cantica (Inferno) comprende 34 canti (33 hanno argomento l'Inferno; uno, il primo,

proemio all'opera intera), le altre due 33 ciascuno. Il primo canto dell'Inferno viene considerato un prologo a tutta l'opera: in questo modo si ha un canto iniziale pi 33 canti per ciascuna cantica, con un chiaro riferimento numerico alla Trinit. Tutti i canti sono scritti in terzine incatenate di versi endecasillabi. La lunghezza di ogni canto va da un minimo di 115 versi ad un massimo di 160; l'intera opera conta complessivamente 14.233 versi. La Divina Commedia dunque superiore in lunghezza sia all'Eneide virgiliana (9.896 esametri), sia all'Odissea omerica (12.100 esametri), ma pi breve dell'Iliade omerica (15.683 esametri). In ogni caso, se altre opere, anche molto pi lunghe, sono state composte dalla tradizione e dai vari poeti che nel tempo le hanno ampliate ed arricchite, la Divina Commedia un'opera straordinaria perch frutto dell'intelletto di un solo uomo, autore di tutti e 14.233 versi. La Commedia anche una drammatizzazione della teologia cristiana medievale, arricchita da una straordinaria creativit immaginativa. CRONOLOGIA Le date in cui Dante fa svolgere l'azione della Commedia si ricavano dalle indicazioni disseminate in diversi passi del poema. Il riferimento principale Inferno XXI, 112-114: in quel momento sono le sette del mattino del sabato santo del 1300, 9 aprile del 1300. L'anno confermato da Purgatorio II, 98-99, che fa riferimento al Giubileo in corso. Tenendo questo punto fermo, in base agli altri riferimenti si ottiene che:

alla mattina dell'8 aprile (venerd santo), Dante esce dalla "selva oscura" e inizia la salita del colle, ma viene messo in fuga dalle tre fiere e incontra Virgilio. al tramonto, Dante e Virgilio iniziano la visita dell'Inferno, che dura circa 24 ore e termina quindi al tramonto del 9 aprile. Nel superare il centro della Terra, per, i due poeti passano al "fuso orario" del Purgatorio (12 ore di differenza da Gerusalemme e 9 ore dall'Italia), per cui mattina quando essi intraprendono la risalita, che occupa tutto il giorno successivo. all'alba del 10 aprile (domenica di Pasqua), Dante e Virgilio iniziano la visita del Purgatorio, che dura tre giorni e tre notti: all'alba del quarto giorno, 13 aprile, Dante entra nel Paradiso Terrestre e vi trascorre la mattina, durante la quale lo raggiunge Beatrice. a mezzogiorno, Dante e Beatrice salgono in cielo. Da qui in avanti non vi sono pi indicazioni di tempo, salvo che nel cielo delle stelle fisse trascorrono circa sei ore (Paradiso XXVII, 79-81). Considerando un tempo simile anche per gli altri cieli, si ottiene che la visita del Paradiso duri due-tre giorni. L'azione terminerebbe quindi il 15 aprile.

Quindi con un tempo totale stimato in 7 giorni di viaggio. TEMATICHE E CONTENUTI


Personale universale (redenzione dell'umanit) Autobiografico: redenzione dell'anima del poeta dopo il periodo di traviamento (selva oscura) Redenzione politica: l'umanit con la guida della ragione (Virgilio) e dell'impero raggiunge la felicit naturale (Paradiso terrestre = giustizia e pace) Redenzione religiosa: la guida della fede (Beatrice), porta alla felicit soprannaturale (Paradiso)

Dante rappresenta cielo e terra, ma la terra trova nel poema una rappresentazione nuova, una profonda comprensione della realt umana. In Dante presente un modo nuovo e disincantato di percepire la storia, il racconto storico abbraccia il corso dei secoli con la storia dell'Impero romano e cristiano, delle lotte fiorentine tra guelfi Bianchi e Neri, una larga considerazione prospettica della storia della Chiesa e della storia contemporanea del Papato. L'osservazione della natura accurata e armoniosa, accentuata nel suo valore prospettico, ricca e determinata. Le note geografiche e visive si succedono. Il paragone lo strumento con cui il poeta ritrae il reale mediante un intreccio di notazioni varie e reali. La natura dantesca scaturisce sempre da un riferimento personale ed , non di rado, attratta nell'orbita drammatica della rappresentazione. Tutto in Dante ha un valore soggettivo, il poema non solo la storia dell'anima cristiana che si volge a Dio, ma anche la vicenda personale di Dante, inestricabilmente intrecciata agli avvenimenti che narra. Dante sempre attore e giudice. Il carattere autobiografico prevale nella poesia rende Dante, la profezia religiosa e politica, si sviluppa su un terreno di esperienze personali, dichiaratamente espresse, e di aspirazioni precise. Dante sovrappone la profezia ai fatti concreti e non li dimentica, n insegue sogni vaghi e irrealizzabili di rinnovamento come i profeti medievali, infatti il suo vagheggiamento di un rinnovamento religioso, morale e politico ha obiettivi ben precisi: una ritrovata moralit della Chiesa, la restaurazione dell'Impero, la fine delle lotte civili nelle citt. L'allegoria e la concezione figurale sono il fondamento del poema ed il segno pi scoperto del suo medievalismo; il mondo raffigurato suddiviso: da un lato la realt storica e concreta, dall'altro il sopramondo, ossia il significato della realt storica trasferita sul piano morale e su quello ultraterreno. Il costante riferimento al sopramondo attesta la subordinazione medievale di ogni realt a un fine morale e religioso. Siffatta subordinazione rigida e imperante e nell'assoluto valore dell'allegoria, nella fedelt ai modi e allo stile ereditati dalla letteratura precedente il medievalismo di Dante. LA LINGUA Uno dei problemi pi ardui della filologia italiana lo studio della lingua dei principali autori della nostra tradizione letteraria. Tale problema connesso strettamente allo studio della tradizione manoscritta delle opere. Nel caso di Dante, la questione molto pi complessa e delicata in quanto nel poema dantesco si tradizionalmente identificata l'origine stessa della lingua italiana. La definizione di "padre della lingua italiana", spesso utilizzata per Dante, non solo una teoria della critica contemporanea; generazioni di lettori, a partire dai primi commentatori fino ai moderni esegeti, non hanno potuto fare a meno di confrontarsi, anche quando hanno anteposto alla Commedia altri modelli linguistici e letterari, con il poema sacro. Ad esempio, la teorizzazione del Bembo nelle Prose della volgar lingua, in quanto fondamentalmente normativa, tendeva a canonizzare un modello linguistico pi vicino a Petrarca che a Dante. Ciononostante, nelle Prose, il poema comunque il testo pi importante cui fare riferimento, anche e soprattutto in prospettiva critica, per la sua ricchezza linguistica e lessicale. Tuttavia, l'importanza irrinunciabile della Commedia dimostrata dal peso attribuito al poema dantesco nella compilazione del primo Vocabolario degli Accademici della Crusca. La storia della tradizione manoscritta dimostra d'altronde quanto il processo di copia del poema abbia contribuito fin dalle origini alla formazione di un volgare letterario italiano. Tuttavia, l'esatta forma della lingua dantesca ancora oggetto di studio e di dibattito, cos come accade per le maggiori opere della letteratura antica. Solitamente, viene considerata una soluzione efficace basarsi sulla lingua del testimone pi antico di un'opera. Nel caso della Commedia, si tratta del manoscritto Trivulziano 1080.

LO STILE Dante non si pu scindere dalla tradizione poetica provenzale, come dalla poesia provenzale non si pu separare lo Stil Novo di cui Dante fu rappresentante. Stile e linguaggio danteschi derivano da modi caratteristici della letteratura latina medievale: giustapposizione sintattica (brevi elementi successivi) cesure, stacchi, uno stile che non conosce la fluidit e il modo mediato e legato dei moderni. Dante ama l'espressione concentrata, il rilievo visivo e rifugge dai legami logici, il suo linguaggio essenziale. A differenza di Petrarca che utilizzava un linguaggio e semplice e puro, caratterizzato da un ristrettissimo numero di parole, secondo un criterio unilinguistico, Dante nella Commedia adotta una grande ampiezza di lessico e di registri stilistici, dal pi basso e "comico" nel senso medioevale del termine, al pi alto e "sublime". Si parla dunque di plurilinguismo dantesco. STUDI E FONTI Sull'istruzione di Dante la ricerca tuttora aperta; quasi sicuramente non frequent regolarmente un'istituzione di studi superiori, e tuttavia la sua opera dimostra perfetta conoscenza delle discipline delle Arti, insegnate come base comune a tutte le facolt universitarie. stata avanzata l'ipotesi di suoi contatti con un gruppo di filosofi averroisti bolognesi. Quasi sicuramente studi la poesia toscana, nel momento in cui la Scuola poetica siciliana, un gruppo culturale originario della Sicilia, stava cominciando ad essere conosciuta in Toscana. I suoi interessi lo portarono a scoprire i menestrelli ed i poeti provenzali e la cultura latina.Scritta in toscano volgare. Evidente la sua devozione per Virgilio (Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore,/ tu se' solo colui da cu'io tolsi/ lo bello stilo che m'ha fatto onore, Inferno v. 85 canto I)) anche se la Divina Commedia mette in gioco una complessa tradizione classica e cristiana esaltando la cultura del Nostro; volendo ricordare alcune fonti si pu iniziare dal verso 32 dell'Inferno "Io non Enea, io non Paulo sono" in cui sono presentati i due testi chiave sui quali si basa la sua opera: l'Eneide, (in particolare il canto VI) e la seconda Lettera ai Corinzi di s.Paolo, l dove racconta del suo rapimento estatico. Numerosi altri testi agiscono sulla fantasia di Dante, dal Commentario di Macrobio al Somnium Scipionis (su una parte del libro VI della Repubblica di Cicerone), in cui viene narrata la visione delle sfere celesti e la dimora delle grandi anime, all'Apocalisse di S. Giovanni, come la meno nota Apocalisse apocrifa di s.Paolo (condannata da S. Agostino, ma molto diffusa nel basso Medioevo) che contiene alcune descrizioni delle pene infernali e la prima generica definizione dell'esistenza del Purgatorio. Il tema della visione ebbe grande fortuna nel Medioevo, e molti di questi racconti d'esperienze mistiche erano note a Dante, come la Navigatio sancti Brendani, la Visio Tungdali e i Dialoghi di s.Gregorio Magno. Anche la coeva escatologia ebraica e musulmana sembra essere stata presente a Dante. Altre fonti pi recenti e di pi superficiale incidenza nella Divina vanno considerati i rozzi poemetti di Giacomino da Verona (De Ierusalem coelesti e De Babilonia civitate infernali) il Libro delle tre scritture di Bonvesin de la Riva, con la descrizione dei regni dell'Aldil, e la Visione del monaco cassinese Alberico. Sulla biblioteca classica di Dante ci si deve accontentare di deduzioni interne ai suoi testi, delle citazioni dirette e indirette che essi contengono; si pu affermare che accanto al nome di Virgilio compaiono Ovidio, Stazio e Lucano, cui seguono i nomi di Tito Livio, Plinio, Frontino, Paolo Orosio, che gi erano presenti, con l'aggiunta di Orazio e l'esclusione di Stazio, nella Vita Nuova (XXV, 910), cos ci si accorge che questi erano i poeti pi diffusi e pi letti nelle scholae medievali lasciando aperta l'ipotesi di una loro frequentazione da parte di Dante.

TRADIZIONE MANOSCRITTA Per la filologia lo studio della tradizione manoscritta una fase essenziale nel processo di definizione del testo critico di un'opera. Il caso della Commedia tra i pi complessi nel panorama delle lingue romanze per la vastit delle testimonianze e per la conseguente difficolt di stabilire con certezza i rapporti tra i manoscritti. I manoscritti oggi noti sono infatti circa ottocento (un registro consultabile sul sito www.danteonline.it a cura della Societ Dantesca Italiana, dove possibile inoltre visionare direttamente un ampio numero di codici). La filologia tende alla ricostruzione dell'originale. Nella prassi filologica si usa per distinguere tra originale e archetipo. Per la Commedia, nell'edizione critica di Giorgio Petrocchi, stata dimostrata l'assenza di errori congiuntivi comuni a tutta la tradizione manoscritta; a rigore, non si potrebbe quindi postulare l'esistenza di un archetipo. Si dovr invece "pensare che i vari gruppi di manoscritti risalgano recta via all'originale". Tuttavia, nel caso della Commedia la definizione stessa di originale in discussione. Infatti probabile che la Commedia sia stata inizialmente diffusa per cantiche o gruppi di canti; non sarebbe quindi mai esistito un originale esplicitamente pubblicato dall'autore. Una prima edizione completa della Commedia potrebbe essere stata allestita da uno dei figli di Dante, Iacopo Alighieri, dopo la morte del poeta, attorno al 1322. A partire da tale ipotetico testo della Commedia, si sarebbero determinate diverse edizioni del poema. Di recente, gli editori hanno effettuato scelte molto diverse. Oltre l'edizione critica a cura di Giorgio Petrocchi, esiste un'edizione a cura di Antonio Lanza, basata sostanzialmente sul manoscritto Trivulziano: si parla in questo caso di una edizione di tipo bdieriano. Successivamente apparsa l'edizione di Federico Sanguineti, che invece si basa su un impianto di tipo lachmanniano, ovvero su un procedimento teso all'esame esaustivo della tradizione manoscritta e alla decifrazione dei rapporti tra i codici. In pratica, come stato sottolineato da pi parti, l'edizione giunge essenzialmente alla pubblicazione di un unico manoscritto (l'Urbinate lat. 366).

SINTESI: STRUTTURA E TITOLO DEL POEMA

Il poema costituito da tre cantiche che corrispondono ai tre regni dellaldil (Inferno, Purgatorio e Paradiso). Ogni cantica comprende trentatr canti, tranne la prima, che ne ha uno in pi, come funzione introduttiva dellintera opera. Complessivamente quindi composta da cento canti scritti in endecasillabi riuniti in terzine a rime incatenate. In una lettera inviata a Cangrande della Scala nel 1316 Dante spiega il motivo per cui ha intitolato questopera Commedia. Una ragione di natura contenutistica: il testo inizia con la materia aspra e terribile dellInferno e termina felicemente con il Paradiso e con la contemplazione di Dio; in ci essa si contrappone alla tragedia, che si conclude negativamente. Laltra ragione di natura stilistica: infatti, secondo Dante, lopera scritta seguendo un registro umile, intermedio tra quello tragico, pi aulico ed elevato, e quello elagiaco e dimesso. Laggettivo "Divina", usato per la prima volta da Boccaccio, entrato definitivamente a far parte del titolo dal 1555, anno di pubblicazione delledizione veneziana curata da Ludovico Dolce. LA VICENDA Protagonista e narratore allo stesso tempo, l'opera scritta in prima persona ma il nome di Dante viene pronunciato una sola volta da Beatrice. Questa struttura prismatica dellio narrante senza precedenti, in anticipo sulla moderna ricerca letteraria. Dante il soggetto onnipresente del poema, ma non ne mai loggetto. Nella primavera del 1300 Dante,si trova smarrito in una selva oscura, simbolo del peccato. Quando intraprende il cammino in direzione di un colle illuminato dal sole, simbolo della grazia, viene ostacolato da tre fiere, (un leone, una lonza e una lupa, simboli rispettivamente della superbia, della lussuria e dellavarizia) che gli impediscono di proseguire. Mentre sta per tornare indietro, viene soccorso da Virgilio, simbolo della ragione, guida il poeta e lo accompagna nel suo viaggio attraverso i primi due regni dellaldil; giunto alla sommit del Purgatorio, lo lascia, poich pagano e non pu accedere al Paradiso, dove Dante viene infatti accompagnato da Beatrice. un poema allegorico, diviso in cantiche denominate rispettivamente Inferno, Purgatorio e Paradiso, che con versi di grande forza drammatica narra il viaggio immaginario del poeta nei tre regni ultraterreni. In ciascuno di essi incontra personaggi mitologici, letterari, storici e contemporanei che rappresentano simbolicamente vizi o virt morali, religiosi o politici. Poich intese destinarla a un pubblico il pi vasto possibile, Dante scrisse lopera in italiano e non in latino; inoltre, la chiam Commedia per il lieto fine che conclude il viaggio, con la visione di Dio in Paradiso. LA RIFLESSIONE DANTESCA SUL VOLGARE - Dante critico letterario Linteresse del De vulgari eloquentia risiede anche nel fatto che lopera costituisce la prima riflessione complessiva sulla storia della letteratura italiana. La ricerca del volgare illustre che Dante compie parte infatti non solo dallanalisi degli idiomi parlati in Italia dalla gente comune, bens anche, e soprattutto, dal giudizio sulla letteratura in volgare del tempo, classificata in base al livello raggiunto dal punto di vista sia contenutistico sia stilistico. Il primo poeta a meritare le critiche di Dante Guittone dArezzo, accusato di essersi mantenuto troppo vicino alla parlata locale aretina e quindi eccessivamente distante dal volgare illustre, che dovrebbe invece assumere caratteri sovraregionali. Lopinione dantesca non in questo caso affatto scontata, poich Guittone compare tra gli autori allora pi in voga. In compagnia del poeta aretino stanno altri nomi famosi, come quello di Bonagiunta Orbicciani, che ha composto versi in una lingua troppo aderente al volgare lucchese, o di Brunetto Latini che ha scritto in fiorentino puro. A fronte di tali esempi negativi, stanno dei modelli positivi, costituiti da quegli autori che hanno saputo innalzarsi al di sopra di peculiarit linguistiche troppo marcate in senso locale. Sotto tale punto di vista Dante attribuisce un ruolo di spicco agli stilnovisti, includendo fra questi, oltre a se stesso, i coetanei ed amici Guido Cavalcanti, Cino da Pistoia e Lapo Gianni. Sulla strada della lingua ideale erano avviati anche quei poeti siciliani che Dante contribuisce per primo a identificare come scuola poetica unitaria avente come centro propulsore la corte di Federico II e di Manfredi

(ma si tenga presente che Dante leggeva i versi dei Siciliani in una veste linguistica alterata in senso toscano). Degni di lode furono poi alcuni bolognesi, primo fra tutti il maestro Guido Guinizzelli, fondatore dello stil novo (espressione con cui Dante stesso, in Purgatorio, canto XXIV, vv. 49-62, design il nuovo modo di poetare a cui Bonagiunta, Guittone e i Siciliani erano rimasti estranei).

LE LINGUE D'EUROPA Nella concezione dantesca, lEuropa linguistica successiva alla confusione babelica caratterizzata da un idioma tripartito i cui tre rami coincidono con il germanico-slavo, il greco e le lingue romanze..

Il ramo germanico - slavo copre unampia zona che si estende dal Danubio allInghilterra e che confina, a sud, con la Francia e lItalia; il greco invece parlato, oltre che nella Grecia, in una parte dellAsia; il resto dellEuropa occupato dalle lingue romanze. Le lingue romanze, sulle quali Dante focalizza la propria attenzione, si articolano in tre idiomi, definiti in base alla forma avverbiale utilizzata per esprimere laffermazione: ol per il francese, oc per il provenzale e s per litaliano

La stretta parentela fra le lingue romanze provata dal fatto che esse condividono una serie di parole, come ad esempio Dio, cielo, amore, mare. Dante stesso riporta alcuni versi di tre eccellenti poeti quali Guido Guinizzelli, Giraut de Borneil, Thibaut re di Navarra, esponenti di spicco delle tre tradizioni liriche romanze, nei quali ricorre identica la parola amor.

Lanalisi di Dante sorprende per la sua straordinaria e precoce capacit di cogliere le coordinate fondamentali del quadro linguistico europeo. Alcune osservazioni andranno tuttavia aggiunte a commento, notando anzitutto come la matrice comune dalla quale sono derivati francese, provenzale e italiano resti per Dante sconosciuta. Egli ritiene infatti che il latino, indicato come gramatica, sia una lingua artificiale creata dai dotti per porre rimedio alla molteplicit e mutevolezza dei linguaggi seguita alla confusione babelica. Essa sarebbe stata modellata proprio a partire dallitaliano, secondo quanto testimonierebbe lavverbio affermativo sic coniato sulla base dellitaliano s. da notare, inoltre, che la ricostruzione del panorama linguistico romanzo fornito nel De vulgari non conferisce un ruolo autonomo allo spagnolo: Dante, che pure parla di Yspani, intende questultimo termine in senso ampio e sfumato per indicare gli abitanti di una vasta area al di l e al di qua dei Pirenei, comprendendo dunque i Provenzali e forse anche i Catalani. Di fatto, lautore non si pronuncia sulla lingua parlata dagli Spagnoli, lasciando intendere limpossibilit, allo stato delle proprie conoscenze, di pervenire ad una conclusione sicura. Per quanto concerne gli altri due rami delle lingue europee, si segnala lattribuzione dello slavo al medesimo dominio linguistico germanico, nonch lutilizzo del termine Greci per indicare non gli abitanti della sola Grecia, bens quelli dellintero Impero bizantino, che includeva anche una parte dellAsia. I VOLGARI ITALIANI Dopo aver illustrato la suddivisione linguistica dellEuropa, Dante passa a considerare loggetto principale del proprio trattatello, ovvero la lingua italiana. Per far ci egli procede anzitutto a una descrizione fisica dellItalia, la quale appare suddivisa in due parti dal giogo degli Appennini: la met destra quella le cui coste sono bagnate dal Tirreno, la met sinistra invece lambita dalle acque dellAdriatico.

Dante divide lItalia in quattordici regioni, sette a destra degli Appennini (parte dellApulia, Roma, Ducato di Spoleto, Toscana, Marca Genovese, Sicilia e Sardegna) e sette a sinistra (laltra parte dellApulia, Marca Anconitana, Romagna, Lombardia, Marca Trevigiana con Venezia, Friuli, Istria), ognuna delle quali caratterizzata da un proprio volgare. Si tratta di una schematizzazione, in quanto Dante convinto che ciascun volgare presenter poi ulteriori differenziazioni interne e addirittura si potranno reperire alcune variazioni linguistiche in seno a una medesima citt. La ricerca della lingua perfetta intrapresa dal poeta si conclude infruttuosamente, ma essa rappresenta unoccasione senza precedenti per tracciare un vivido affresco delle molteplici parlate esistenti nella penisola. Infatti, delle diverse variet linguistiche Dante fornisce esempi concreti, in modo da mostrare al lettore quale sia la caratteristica negativa che gli impedisce di identificarla con la lingua ideale: la parlata di Aquileia e dellIstria appare dura; nelle citt del Nord si hanno troppe parole sincopate; nel genovese disturba un eccesso di z; la pronuncia molle in Romagna, lenta in Sicilia; i romani parlano addirittura il volgare pi brutto dItalia, e cos via. Allinterno del quadro linguistico fornito dal poeta, colpisce anzitutto come egli rimproveri ai toscani di voler rivendicare il monopolio del volgare illustre. Degno di nota anche il pessimo giudizio riguardo al sardo, la cui incomprensibilit del resto luogo comune ai tempi di Dante. Egli tuttavia muove al volgare dellisola unaccusa ancor pi pesante poich, cogliendone la reale affinit col latino, interpreta tale caratteristica in chiave negativa e ritiene il sardo frutto di uninerte e mal riuscita imitazione della gramatica, gi di per s lingua artificiale (sul latino come lingua creata dai grammatici, Cfr. Le lingue dEuropa). Una precisazione dovr essere fatta, infine, per quanto concerne i siciliani: Dante stigmatizza il volgare del popolo ma loda leccezione costituita dai poeti della corte di Federico II e di Manfredi, che hanno raggiunto livelli di perfezione linguistica mai pi raggiunti; in realt, al fine di comprendere questultimo giudizio, opportuno ricordare come Dante leggesse le liriche siciliane non in originale, bens copiate da amanuensi toscani, i quali le avevano depurate di buona parte dei loro tratti pi spiccatamente regionali.

LA LINGUA DI DANTE Nel corso dei secoli, la lingua italiana cambiata, ma non si evoluta tanto rapidamente come altre lingue europee, fra cui linglese e il francese, sia per motivi storico-politici che per motivi letterari e sociologici. Tanto vero che se un italiano di oggi, di cultura media, prende e apre la Divina Commedia pu leggere, pur con qualche difficolt, e capire il senso generale del discorso, anche se non riconosce tutte le parole. Mettete un francese davanti alla Chanson de Roland o un inglese davanti al Beowulf e vedrete che non se la caveranno altrettanto bene ! Ma, per molti stranieri (e anche per qualche italiano !!!) ci sono evidentemente molte difficolt linguistiche nel leggere un testo scritto sette secoli fa, soprattutto un testo poetico pieno di allegorie e simbologie come la Divina Commedia. Le difficolt sono di diversi tipi: alcune parole non esistono pi nella lingua italiana (o sono solo di uso poetico e letterario) e sono registrate solo nei grandi dizionari; a volte si trovano costruzioni vecchie, ormai obsolete; altre volte, le parole continuano nellitaliano moderno ma il loro significato cambiato; talvolta si tratta solo di piccoli cambiamenti che rendono una parola irriconoscibile (per es., sanza/senza). Abbiamo pensato allora di dedicare qualche pagina alla spiegazione di piccoli trucchi linguistici che (speriamo) vi permetteranno di affrontare Dante con occhi diversi, e vedrete tutto sembrer pi facile ! Cominciamo con alcune espressioni: fiata, fiate La parola fiata significa volta, circostanza, occasione, in senso temporale: per pi fiate = pi volte, pi di una volta luna e laltra fiata = luna e laltra volta, tutte e due le volte Dante usa spesso questo termine, che deriva dal latino popolare vicata (latino vece(m)) e ha un corrispondente nel francese fois e nello spagnolo vez: quelque fois = a veces = qualche volta, a volte Attenzione, per: oggi questa parola non si usa pi !!! ei Ei una forma arcaica e poetica del pronome maschile soggetto di 3^ persona sia singolare che plurale; in italiano oggi diciamo lui al singolare e loro al plurale. Ci sono anche altre due forme che oggi non vengono pi usate nellitaliano parlato ma si trovano ancora nellitaliano scritto: egli (singolare) e essi (plurale). fur, furo Nella lingua poetica, la forma delle parole viene spesso adattata al ritmo e alla lunghezza del verso; per es., non raro che le vocali finali cadano. Le forme fur / furo sono le forme abbreviate del passato remoto del verbo essere, alla terza persona plurale: italiano moderno furono.

virtute Virtute significa virt. Al tempo di Dante questa forma era ancora in uso, cos come bontade o cittade. Queste parole derivano dallaccusativo latino virtute(m), bontate(m) e civitate(m); in seguito lultima sillaba caduta e sono nate cos le forme moderne: virt, bont, citt (a proposito, ricordate che il plurale delle parole con accento sullultima vocale uguale al singolare ? la virt / le virt). fia Questa forma verbale deriva dal congiuntivo del verbo latino fieri ( = diventare, essere fatto, trovarsi, essere), che oggi in italiano non esiste pi. fia la 3^ persona singolare e corrisponde nella lingua moderna a sia (congiuntivo presente) o sar (indicativo futuro). "Enclisi pronominale" Il termine "enclisi pronominale" (dal greco enklisis inclinazione, appoggio) si riferisce a un fenomeno molto frequente nella Divina Commedia: Dante, invece di mettere i pronomi (impersonali, diretti, indiretti, etc) nella normale posizione in cui oggi li troveremmo, li attacca (appoggia) alla fine del verbo. Facciamo qualche esempio: scolorocci il viso = il viso ci si scolor guardommi = mi guard a farmisi sentire = a farsi sentire da me vuolsi = si vuole

SITOGRAFIA
http://www.learnitaly.com/ http://www.indire.it/leggeredante/content/index.php?action=read_cat&id_cnt=4122 http://xoomer.virgilio.it/r.crosio/3_ita_modu.htm http://www.danteonline.it/italiano/home_ita.asp http://www.ladante.it/dantealighieri/hochfeiler/dante/epoca.htm http://www.interbooks.eu/poesia/duecento/dantealighieri.html http://www.parodos.it/news/linterpretazione_allegorica_dei.htm

GLOSSARIO
ALLEGORIA = immagine, testo in cui il significato immediatamente leggibile ne nasconde un altro pi importante e profondo, che costituisce il valore vero dellimmagine, del testo stesso; da questo cercare nei testi altro da ci che essi dicono a prima vista, deriva il termine allegoria, dal greco allon allon, altro e agoreuo agoreuw, dico. COMUNE = Forma di governo autonomo diffusa in epoca medievale soprattutto nei centri urbani. Le condizioni che consentirono il costituirsi, in Italia e in Europa dopo il Mille, di tali nuovi e, per certi aspetti, rivoluzionari governi cittadini furono la ripresa economica e demografica e la riacquistata vitalit dei centri urbani, caratterizzati da un tessuto sociale sempre pi articolato e dinamico. Sebbene sia improprio costruire schemi generali che riducano a unit il manifestarsi delle varie esperienze, in rapporto sia alle origini delle istituzioni comunali sia alla loro progressiva evoluzione, per possibile individuare alcuni tratti comuni. CORPORAZIONI = Associazioni professionali e di mestiere che sorsero e si diffusero nellEuropa comunale a partire dallXI secolo con nomi vari: corporazioni o arti o compagnie in Italia, gilde in Inghilterra, nei Paesi Bassi e in Germania, confrries in Francia, gremios in Spagna. DOLCE STIL NOVO = La terza e pi importante scuola poetica (Scuola Siciliana e la Scuola Toscana) del Duecento fu il dolce stil novo, nata a Bologna fra la fine del Duecento e linizio del Trecento. Liniziatore fu Guido Guinizzelli, seguito da un gruppo fiorentino, come Guido Cavalcanti, Dante Alighieri, Lapo Gianni, Gianni Alfani, Dino Frescobaldi, Cino da Pistoia, ma il rappresentante pi insigne fu Dante Alighieri. Il nome della scuola deriva da un passo del Purgatorio di Dante Alighieri. Nel XXIV canto del Purgatorio Dante incontra Bonagiunta Orbicciani, il quale gli chiede la differenza fra i siculo-toscani e gli stilnovisti. Dante risponde che loro scrivono seguendo la diretta ispirazione dAmore, e dopo di che Bonagiunta dice di aver capito la differenza fra i toscani e questo vostro dolce stil novo: di qui il nome alla scuola. Gli elementi contenutistici propri dello stilnovismo sono comunque i seguenti: AMORE e CUORE GENTILE (cio nobile, ma nobile per virt danimo e non per eredit di nome o di sangue) sono una stessa cosa; BELLEZZA FEMMINILE attua nel cuore nobile quellamore che gi vi esisteva in potenza, e che spinta verso lalto, anelito di elevatezza spirituale; DONNA, in virt di questa sua funzione, appare come una CREATURA ANGELICATA, quasi un tramite tra luomo e la divinit verso cui linnalza con i sentimenti suscitati dalla sua bellezza; luomo di fronte a lei affascinato e sbigottito, rapito in una beatitudine a volte estatica e a volte intollerabile e angosciosa; lEFFETTO DI SMARRIMENTO che la bellezza produce nel suo animo rappresentato, secondo gli astratti moduli della psicologia del tempo, con la personificazione delle sue facolt vitali in spiriti e spiritelli, che lottano, sospirano, si esaltano, piangono. La poesia dello Stilnovo costituisce uno dei primi grandi momenti della lirica moderna europea: ebbe grande influenza sulla poesia successiva fino al Rinascimento ed ebbe notevole importanza anche per la formazione del volgare toscano come lingua nazionale italiana.

GUELFI E GHIBELLINI = Alla morte dell'imperatore Enrico V, nel 1125, si apr in Germania un periodo di scontri per la successione all'impero. In tale contesto vennero a crearsi due schieramenti opposti, che presero il nome di Guelfi e di Ghibellini. Furono detti Ghibellini i sostenitori della casa di Svevia, Guelfi, invece, i sostenitori della casa di Baviera. Successivamente, negli anni dello scontro tra Federico Barbarossa e il papato, furono chiamati Ghibellini i sostenitori dell'imperatore e Guelfi i sostenitori del papa.

SIGNORIA Forma di governo affermatasi dalla fine del XIII secolo in gran parte delle citt dell'Italia centrosettentrionale. Segn una tappa precisa nell'evoluzione delle istituzioni comunali, che restarono spesso formalmente in vita ma vennero svuotate di contenuto dal potere di fatto di un unico signore. Sorse dapprima nelle citt della pianura padana centrorientale, dove esponenti di famiglie aristocratiche da lungo tempo inurbate si inserirono nelle lotte tra le fazioni, che minacciavano di portare il comune dal governo delle arti a una oligarchia dominata dai grandi mercanti. Spesso chiamati al potere dalle stesse fazioni in lotta, i signori si imposero su pi citt, dando origine a dinastie regionali. Intorno al 1300 la signoria si era gi installata a Milano (Visconti), Ferrara (Estensi), Verona (Scaligeri). Pi tardiva fu l'affermazione della signoria a Bologna, Genova e Pisa, mentre a Firenze le istituzioni comunali restarono in vita fino al 1434 (Medici).

CONCETTI FONDAMENTALI PER LA LETTURA DE "LA DIVINA COMMEDIA"


- Centralit del libero arbitrio nella vita delluomo: ci spiega e giustifica la distinzione delle anime nelle tre schiere dei dannati; dei penitenti; e dei beati. Luomo stato creato, dopo la cacciata, dal Paradiso terrestre, degli angeli ribelli, capeggiati da Lucifero. - Centralit della tematica politica (su cui si incentra il sesto canto di ciascuna cantica) : per Dante la compromissione della Chiesa con il potere temporale, ha generato la confusione dei due poteri (chiesa e imperatore) assegnati alla guida delluomo. Ne consegue una dilagante corruzione. - Continuo riferimento alla realt umana, o perch oggetto di rimpianto, o perch oggetto di nostalgia o come semplice materia per le similitudini - Dante pu vedere le anime che incontra per la teoria del corpo aereo (Purg. XXV): le anime mantengono unapparenza corporea per la condensazione dellarea attorno al luogo occupato. Nel giorno del Giudizio, si avr il recupero del proprio corpo, e si decreter o la dannazione o la beatitudine eterna. - Sperimentalismo linguistico: una notevole variet di registri stilistici si incontra. Nel passaggio da una cantica allaltra, anche lo stile si piega per rendere unambientazione diversa; in generale si pu dire che: lInferno dominato dalla rappresentazione della sofferenza fisica; il Purgatorio si caratterizza per una rappresentazione pi sfumata e delicata, il Paradiso, invece, un trionfo di luci e di colori. Dante, proprio per la Divina Commedia, stimato il padre della lingua italiana: dopo di lui il volgare fiorentino sar alla base degli sviluppi della lingua italiana. - Il rapporto tra la lettera del testo e i significati sottostanti descritto con chiarezza da Dante Alighieri nel trattato filosofico incompiuto Convivio. In una pagina famosa (II, 1) Dante indica e definisce quattro sensi della scrittura: letterale, allegorico, morale e anagogico. Il senso letterale corrisponde alla lettera del testo; l'allegorico "una veritade ascosa sotto bella menzogna" ("verit nascosta sotto una bella menzogna"), definizione che implica il riconoscimento della diversit tra senso allegorico usato dai poeti e quello usato dai teologi; il senso morale corrisponde al significato etico e didascalico della scrittura e infine il senso anagogico (dal greco anagog, "elevazione"), o sovrasenso, da riconoscere nel profondo significato spirituale della scrittura. Tra questi il primo viene riconosciuto come preminente, secondo il precetto di San Tommaso d'Aquino per cui il senso spirituale, cio il sovrasenso allegorico, sempre fondato sul letterale e procede da esso. vero, tuttavia, che anche Dante riconosce nell'allegoria la "vera intenzione" dell'autore ed quindi in essa che si esprime il senso vero e autentico del messaggio poetico. Nella Commedia il senso letterale il viaggio di Dante attraverso l'inferno, il purgatorio e il paradiso fino a Dio; il senso allegorico pu essere sinteticamente riassunto nella rappresentazione dell'anima umana, che dallo stato di colpa e di peccato, attraverso il pentimento, giunge alla redenzione; il senso morale, o tropologico, l'insegnamento che il lettore pu trarre dalla vicenda narrata, e dunque l'invito a passare dalla condizione di peccatore allo stato di grazia; infine il senso anagogico si pu riconoscere nel profondo significato spirituale della scrittura, che consente l'ascesa alle ultime verit della fede. - Le guide di Dante: