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GIANNI SILEI

INTRODUZIONE

Ambiente, rischio sismico


e prevenzione nella storia d’Italia
in corso di pubblicazione
Piero Lacaita Editore, Manduria-Bari-Roma
maggio 2011

[da non citare senza il consenso dell’autore]

Nel 1959, alla vigilia della sua elezione alla presidenza degli Stati
Uniti, John Fitzgerald Kennedy fece riferimento in un suo discorso
all’espressione cinese 危機 (wei ji) con la quale si indica “crisi”.
Questa parola, ricordò Kennedy al suo uditorio, è composta
dall’ideogramma che rappresenta il “pericolo” (wei) ma anche da
quello che, tra gli altri significati, indica “opportunità” (ji). Per
quanto si trattasse di una forzatura sul piano lessicale1, evocando
questi concetti Kennedy intendeva porre l’attenzione sul fatto che
una crisi può essere un evento drammatico ma può anche
rappresentare un punto di svolta, un’occasione per cambiare. Non
necessariamente in peggio.
Crisi uguale pericolo più opportunità. Le catastrofi naturali, e nella
fattispecie i terremoti, al di là del loro tragico bilancio di morti e
distruzioni, rappresentano anch’esse una opportunità? E se sì, di che
tipo?
Dal lontano terremoto di Sparta avvenuto tra il 469 e il 464 a.C. –
che scardinò i fondamenti stesso della città-stato scatenando la

1
A questo proposito cfr. B. ZIMMER, Crisis = Danger + Opportunity: The
Plot Thickens, in Language Log, March 27, 2007
(<http://itre.cis.upenn.edu/~myl/languagelog/archives/004343.html>).
rivolta degli iloti2 – fino al sisma, seguito da una catastrofica onda
anomala che ha colpito il Giappone nel marzo 2011, rimettendo in
discussione, a causa della conseguente crisi nucleare alla centrale di
Fukushima, le modalità di sfruttamento dell’energia atomica a fini
civili – i terremoti hanno sempre avuto rilevanti conseguenze sociali.
Quello di Lisbona, come si vedrà anche dai contributi contenuti in
questo volume, fu sotto molti aspetti, compreso questo appena citato,
la prima grande catastrofe “moderna” vissuta dall’Occidente. Essa
«fornì una preziosa opportunità allo Stato per assumere e cercare di
assolvere al nuovo compito di tutore dello sviluppo e del benessere
della collettività». Il marchese di Pombal, ministro di re José I, non
solo ricostruì la città lusitana (tra la l’altro con una filosofia
urbanistica e con tecniche architettoniche innovative) ma ne
approfittò per riorganizzare, modernizzare la vita politica e sociale
della nazione (riforma del sistema fiscale, rilancio dei commerci,
abolizione della schiavitù, cacciata dei gesuiti e laicizzazione del
nascente sistema educativo). Una serie di riforme che costituirono un
esempio al quale nazioni ben più potenti del piccolo Portogallo
(Francia e Spagna, ad esempio) si ispirarono negli anni successivi3.
Coincidenze? Forse.
Eppure i terremoti, così come i rischi in generale, rappresentano
una minaccia ma anche una opportunità. È questo uno dei fili rossi,
una chiave di lettura che lega molti dei contributi di questo volume,
che raccoglie – riveduti ed ampliati – gli interventi presentati in
occasione del Convegno di Studi Ambiente, rischio sismico e
prevenzione nella storia italiana, organizzato dal Centro
Interuniversitario per la Storia del Cambiamento Sociale e
dell’Innovazione (Ciscam) in collaborazione con l’Osservatorio
Rischi ed Eventi Naturali e Tecnologici (Orent) dell’Università di
Siena e la Fondazione di Studi Storici “Filippo Turati” di Firenze. Tra
gli obiettivi di quell’incontro c’era quello di affrontare, attraverso
l’analisi dei fenomeni sismici, la questione dello studio degli eventi
naturali. Coltivare una moderna memoria storica di questi eventi
significa, piuttosto che limitarsi ad una semplice elencazione di
episodi e testimonianze (talvolta semplicemente di “casi umani”,
toccanti ma fini a sé stessi) o di cifre, studiare le modalità con cui una
società si rapporta con la natura, con il territorio, con i rischi sul

2
Cfr. S. PAPPALARDO, Un terremoto per amico. Potere, trasgressioni e dispute dopo
una calamità naturale, Franco Angeli, Milano 1994, pp. 34-37.
3
A. TAGLIAPIETRA, La catastrofe e la filosofia, in Sulla catastrofe.
L’illuminismo e la filosofia del disastro, Bruno Mondadori, Milano 2004, pp.
XXXVII-XXXVIII.
2
piano legislativo, organizzativo come su quello culturale. Significa
capire quali siano i suoi valori condivisi, In molti casi persino quale
sia la sua idea di futuro. Ne deriva perciò che presupposto per la loro
storicizzazione sia il dialogo e il confronto costante con altre
discipline.
Le conseguenze di un disastro dipendono dal grado di sviluppo
di una società ma, al pari della loro percezione, sono anche e
soprattutto un fattore culturale. La paura dei disastri è paura
dell’evento in sé (la forza della natura che si sprigiona in tutta la sua
potenza), è paura delle conseguenze materiali (per l’incolumità delle
persone e delle cose) che esso può produrre ma è anche, e questo si
tende purtroppo spesso a dimenticarlo, soprattutto paura di quella
sorta di «disordine ‘magico-religioso’, ovvero delle conseguenze
soprannaturali» delle calamità allorché mettono «in discussione
l’ordine sociale (soprattutto i suoi rapporti di forza tra diversi
gruppi, le gerarchie sociali, ecc.) a cui corrisponde l’ordine
cosmico»4.
La natura intellettualizzata spaventa meno. In situazioni di
normalità. Nel caso di una catastrofe, cioè di un evento che ribalta
completamente ogni equilibrio, questo atteggiamento viene meno e a
quel punto la natura, che di per sé non è né madre né matrigna,
finisce per riacquistare tutte quelle valenze soprannaturali figlie di
una sensibilità ancestrale che pareva sepolta e superata. Questo
perché una catastrofe scuote nel profondo le più elementari certezze,
riporta alla luce le paure più nascoste e gli istinti più antichi
rendendo spesso inutili o insufficienti le spiegazioni o le
interpretazioni razionali. Il più delle volte le persone, durante e dopo
le catastrofi, pregano o cercano conforto nella religione. Per quanto
spesso accompagnato da reazioni accese (si pensi alle polemiche
attorno all’interpretazione delle catastrofi naturali come segno della
volontà divina illustrata dai microfoni di Radio Maria dal
vicepresidente del CNR Roberto Mattei dopo la catastrofe giapponese
del marzo 2011), il richiamo all’irrazionale, al trascendente,
costituisce una delle inevitabili e per certi versi “classica” chiave di
lettura di eventi catastrofici. E ciò anche per quelle società
apparentemente più secolarizzate e razionalistiche come quelle post-
industriali.
Sotto certi aspetti questo recupero di una dimensione spirituale,
perfettamente naturale in quanto, come si è detto, la catastrofi

4
A. MARTINI, L’uso sociale della paura, in La paura. Psicologia e uso sociale, a
cura di Antonella Martini, Edup, Roma 2006, p. 115.
3
rimettono in discussione anche le certezze e convinzioni più
consolidate, può essere letto come una sorta di risposta al
“tradimento” della scienza e della tecnologia verso le quali si era fino
a quel momento nutrito una fiducia eccessiva. Quando non sia
attribuibile a convinzioni filosofiche o religiose, insomma, questo
atteggiamento può anche rappresentare una sorta di conseguenza,
negativa, della «cultura del controllo» che per molti aspetti pervade
le società contemporanee. Una cultura che, sovrastimando la scienza
e la tecnica, molto spesso pretende «il rischio zero, anche se il rischio
zero non esiste»5. La cieca fiducia nella scienza può insomma
assumere dei risvolti negativi nel momento in cui questa, caricata di
eccessive aspettative, finisce per qualche motivo per non soddisfarle.
Ne rappresentano un esempio recente le polemiche, anche
giudiziarie, che sono seguite al terremoto in Abruzzo e che hanno
coinvolto esperti e protezione civile e che sono per certi versi le
stesse ogni qual volta si ha a che fare con un sisma. Gli “scienziati”, i
tecnici hanno sottovalutato lo sciame sismico che ha preceduto la
scossa più devastante? Le autorità hanno adottato fino in fondo il
principio di precauzione? Ma soprattutto: il terremoto poteva essere
previsto? Questa visione infallibile e quasi divinatoria della scienze e
della figura dello scienziato, sovente alimentata dai mezzi di
comunicazione, finisce, alla lunga, per screditare l’opera dei
ricercatori e, in una sorta di circolo vizioso, finisce col far riaffiorare
concezioni e credenze irrazionali:

Se i sismologi prevedono un terremoto che poi non si verifica, non vuol


dire che hanno sbagliato. Al contrario, vuole solo dire che sono aumentate le
probabilità che avvenga, che quasi certamente la faglia sta immagazzinando
sempre più energia e che perciò quando il terremoto arriverà (perché
arriverà) sarà ancora più forte di quello previsto inizialmente. Ma nessuno a
quel punto sarà disposto a credere alle previsioni degli esperti6.

Al di là della loro fondatezza, queste critiche per quanto


ricorrenti si manifestano con particolare virulenza in presenza di un
particolare clima sociale, soprattutto in fasi di particolare incertezza
o di relativismo culturale, e fanno sì che i drammi di portata
catastrofica vengano amplificati. Un fenomeno certamente
caratteristico di quella che Ulrich Beck ha chiamato la «società del

5
P. ACOT, in A. CIANCIULLO, “Ho volato nella nube. Era tutto limpido. Lassù
non ci sono più pericoli”, “Repubblica”, 19 aprile 2010.
6
E. BOSCHI, P. BORDIERI, Terremoti d’Italia. Il rischio sismico, l’allarme degli
scienziati, l’indifferenza del potere, Baldini e Castoldi, Milano 1998, p. 90.
4
rischio» (inaugurata però non da un disastro naturale ma da uno
tecnologico, l’incidente di Chernobyl) e che è spesso il risultato di un
uso strumentale della narrazione e si fonda sull’idea che «ogni
discorso – politico, ideologico o culturale – dovrebbe adottare una
forma narrativa» con l’obiettivo non tanto di raccontare, come nella
grande letteratura classica, «miti universali» o trasmettere «le lezioni
delle generazioni passate, lezioni di saggezza, frutto dell’esperienza
accumulata» quanto piuttosto di incollare sulla realtà «racconti
artificiali» con l’obiettivo di «disegna[re] o comportamenti,
orienta[re] i flussi di emozioni, sincronizza[re] la loro circolazione»7.
Al di là di ciò è indubbio come la maggior parte reazioni emotive
e delle interpretazioni suscitate dall’evento catastrofico rispondano
essenzialmente alla necessità di razionalizzarlo e di prenderne
coscienza. Persino certe paure, in particolare quelle dettate dal
timore che questi stessi eventi possano, in futuro, accadere di nuovo.
Nell’un caso come nell’altro siamo di fronte al nodo della resilienza,
cioè delle modalità con cui un corpo sociale, dopo aver affrontato e
gestito l’emergenza, si pone di fronte alle conseguenze del disastro e
si propone di superarle. Si tratta in altre parole, di quella che
potremmo chiamare l’eredità delle catastrofi.
Come emerge da molti dei contributi di questo volume, la storia
antica e recente della penisola appare, solo concentrandosi sui
terremoti, come un lungo elenco di eventi, spesso di portata
catastrofica. «I simologi italiani» - scrivevano Enzo Boschi e Franco
Bordieri in un libro del 1998 - «hanno catalogato 30.000 “eventi
sismici”, cioè terremoti avvenuti in tutta la penisola e in Sicilia negli
ultimi 3500 anni, dal 1450 a.C. ad oggi. Di questi, circa 4.000 hanno
raggiunto un’intensità almeno del quinto, sesto grado della scala
Mercalli. In media, uno ogni tredici, quattordici mesi»8.
Cifre impressionanti, se si considera che, nel frattempo, il Catalogo
dei terremoti redatto dall’INGV si è accresciuto di nuovi e dolorosi
eventi, tra cui il recente sisma abruzzese dell’aprile 2009. Eppure,
nonostante questo, il rischio – o se si vuole il paradosso – è che vuoi
per motivazioni (e talvolta per interessi) di carattere politico o
economico, vuoi soprattutto perché le paure collettive nascono,
raggiungono il loro culmine e poi tendono ad attenuarsi (salvo poi
riemergere a distanza di tempo, magari di qualche generazione), i
disastri si finisce per “dimenticarli”. Forse anche perché gli eventi

7
C. SALMON, Storytelling. La fabbrica delle storie, Fazi, Roma 2008, p. 13.
8
E. BOSCHI, P. BORDIERI, Terremoti d’Italia. Il rischio sismico, l’allarme degli
scienziati, l’indifferenza del potere, Baldini e Castoldi, Milano 1998, p. 23.
5
estremi hanno, tra le varie cose, il potere di rendere
improvvisamente labile «il confine tra fantasia e realtà» e risvegliare
quei meccanismi psicologici infantili di autodifesa che di fronte al
riemergere di fantasie e di paure ancestrali inducono, in un estremo
tentativo di proteggersi dal loro stesso ricordo, alla rimozione
individuale e collettiva9. All’oblio.
In lavoro di qualche anno fa dedicato ai temi del rischio e della
sicurezza, Wolfgang Sofsky ha lucidamente sintetizzato quel
peculiare meccanismo che, al di là di ogni intento doloso, innesca
quella «voglia di normalità» che segue ogni evento catastrofico che
alla fine induce a ritenere come, a ben guardare, «l’affermazione
secondo cui la gente impara molto dalle catastrofi» non sia altro che
«un pio desiderio»:

Sì, certo – scriveva – sono stati messi a punto sistemi di preallarme onde
poter mettere tempestivamente al sicuro coloro che vivono in prossimità di
luoghi esposti a eruzioni vulcaniche, maremoti o uragani […]. Eppure le
lezioni sono servite solo in modesta misura […]. I disastri di portata storica
finiscono prevalentemente con le dispute attorno ai problemi della colpa e
della ritorsione […]. La disgrazia dei padri è dimenticata dai figli. Ogni
generazione deve fare la propria esperienza di sventura10.

A quest’opera di rimozione, e in tal caso dovremmo dire di


sedazione, partecipa in misura rilevante proprio quel mezzo di
comunicazione di massa che, facendo leva sull’istinto voyeuristico
del pubblico, costruisce di volta in volta molte delle sue fortune (le
catastrofi, si sa, fanno audience) mostrando le scene dei disastri: la
televisione. Infatti, «mentre la catastrofe è un evento unico, la
moltiplicazione delle immagini, instancabilmente ritrasmesse a ciclo
continuo, è una maniera di edulcorare e addomesticare poco a poco
il terrore»11. «Gli elementi che formano la storia» – ha scritto Jean
Baudrillard – «ivi compreso il racconto che se ne può fare, perché
non c’è storia senza racconto, senza possibilità di narrarla – ci
sfuggono perché l’informazione si impossessa troppo rapidamente di
ciò che accade e passa sempre più per il tramite dell’immagine,

9
Cfr. R. COGOY, Il perturbante e le foibe: una introduzione, in L. ACCATI, R.
COGOY (a cura di), Il perturbante nella storia. Le foibe. Uno studio di
psicopatologia della ricezione storica, QuiEdit, Roma 2010, pp. 3-4. Su terremoti e
rimozione si veda anche Giovanni Pietro Nimis, Terre mobile. Dal Belice al
Friuli, dall’Umbria all’Abruzzo, Donzelli, Roma 2009, pp. 10-11.
10
W. SOFSKY, Rischio e sicurezza, Einaudi, Torino 2005, pp. 13-14.
11
F. WALTER, Catastrofe. Una storia culturale, Colla, Vicenza 2009, p. 312.
6
nemmeno più per quello del testo o delle memorie scritte: è troppo
fugace, troppo volatile, e ciò la diluisce in uno spazio che non è più il
nostro»12.
La narrazione di una catastrofe, tanto più potente e coinvolgente
per il pubblico in quanto vissuta più o meno in presa diretta
attraverso i mezzi di comunicazione di massa (siano i giornali o la
stampa popolare nell’Ottocento, sia la radio la televisione o la stessa
Internet in tempi a noi man mano più vicini), si esaurisce tuttavia in
un lasso di tempo sufficientemente limitato. Ecco allora riemergere
in tutta la sua centralità la questione di come le società trasmettono il
ricordo di una catastrofe e soprattutto di come rispondono ad esse:
sul piano legislativo come su quello della gestione dell’emergenza;
sul piano delle politiche di ricostruzione e su quello urbanistico e
della gestione del territorio e dei beni ambientali; sotto il profilo
tecnico quanto su quello culturale e dell’immaginario collettivo. Il
che rimanda al come si scrive la storia dei disastri e alla necessità che
queste tematiche vengano affrontate non solo attraverso la pur
necessaria analisi da parte delle singole discipline, tecnico-
scientifiche o umanistiche, ma – laddove possibile – con un
approccio multidisciplinare. L’obiettivo, infatti, non dovrebbe essere
solo quello di ricostruire “ciò che è stato” ma di contribuire ad
evitare certe sbrigative (e pericolose) rimozioni collettive. Mantenere
viva la memoria di un evento catastrofico, insomma, può contribuire
a promuovere una moderna cultura del rischio e dunque far sì che il
bilancio degli eventi futuri possa essere meno drammatico.
«La Natura non conosce catastrofi»13 ha detto Max Frisch, a
significare che le catastrofi, in quanto tali, non esistono se non in
rapporto all’uomo e alle sue aggregazioni sociali. Non dobbiamo
tuttavia mai dimenticare che, per quanto poco frequenti o addirittura
estremamente rari, infatti, i disastri naturali di portata catastrofica, al
pari degli incidenti tecnologici14, sono tuttavia inevitabili. In altre
parole, il problema non è stabilire se accadranno. Il problema è farsi
trovare preparati quando accadranno.
Sarà solo rifuggendo ogni sbrigativa o consolatoria rimozione e
operando sotto il profilo della prevenzione – anche sul piano
culturale e dell’indagine storica – che si potranno fronteggiare gli

12
J. BAUDRILLARD, Patafisica e arte del vedere, Giunti, Firenze 2006, p. 17.
13
M. FRISCH, Der Mansch erscheint im Holozän. Eine Erzählung, Suhrkamp,
Frankfurt a.M. 1979, p. 103.
14
C. PERROW, Normal Accidents: Living with High Risk Technologies, Basic
Books, New York 1984.
7
eventi futuri evitando così che sui mezzi d’informazione riecheggi di
per l’ennesima volta l’espressione, abusata ma emblematica di un
certo modo di concepire la gestione dei rischi, «tragedia annunciata».