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Come fare orazione mentale

I. Introduzione

Il titolo dato all’incontro di quest’anno è ambizioso e, in parte,


provocatorio; nessuno di noi, infatti, pensa che in questi due prossimi
giorni impareremo finalmente a pregare, risolvendo i problemi e
eliminando tutte le difficoltà che continuamente esperimentiamo.
Non so se e fino a che punto si possa "insegnare" a pregare, è certo,
però, che si può e si deve "imparare"; ed è anche certo che possiamo
"aiutarci" a farlo usando sussidi e tecniche che l’esperienza spirituale ci
mette a disposizione. In ogni caso è il Signore che con il suo Spirito è il
principale e vero maestro, a Lui dunque bisogna guardare, da Lui
attendersi la risposta alle nostre domande e l’aiuto per il superamento delle
nostre difficoltà. Se è vero che la preghiera è il "respiro dell'anima" allora
questo respiro, come quello del corpo, deriva direttamente da chi questa
anima e questo corpo lo ha creato e lo mantiene.
E' fuori discussione che il "respiro" è una cosa innata, e questo vuol
dire che, in partenza, noi siamo costituiti esseri oranti! Sia perché siamo
creature che sono uscite ed escono continuamente dalla mano di Dio, sia
perché siamo resi partecipi, cioè condividiamo la sua vita, sia perché
pensati e costruiti in modo da entrare in piena comunione con Lui nel
Paradiso, sia soprattutto perché lo Spirito che ci è stato dato è spirito di
preghiera che continuamente grida in noi e con noi: “Abbà, Padre” (Rom
8,15; Gal 4,20). E’ lo Spirito che “viene in aiuto alla nostra debolezza… e
intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili” (Rom 8, 26).

Ciò detto rimane anche vero che, avendoci creati liberi, Dio chiede
sempre la nostra collaborazione. Il che significa, come accennato, che
possiamo aiutarlo e possiamo aiutarci in questo nostro sforzo di
apprendimento della preghiera. Capita spesso, inoltre, che questo “respiro”
sia in qualche modo impedito o deformato, per cui ci si deve sforzare di
correggerlo e migliorarlo; e questo non è facile, come ben sa chiunque
abbia provato a rendere più piena e profonda la propria respirazione. E’
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necessario, dunque, impegnarsi con serietà e costanza perché, come si
impara una lingua parlando, così si impara a pregare pregando.

Ebbene, fa parte dell’impegno anche la ricerca e l’apprendimento


delle regole, delle pratiche o delle tecniche utili allo scopo. Questi giorni
noi cercheremo di aiutarci, facendo riferimento alla esperienza e
all’insegnamento di maestri qualificati, ma anche (e, direi, soprattutto)
partecipandoci le nostre piccole esperienze che, essendo più vicine a noi,
sono talvolta più efficaci dei grandi insegnamenti che forse noi sentiamo
un po’ lontani dalla nostra vita e oltre le nostre concrete possibilità.

L’oggetto della nostra riflessione non sarà la preghiera nelle sue varie
forme (liturgica, comunitaria, vocale…), ma una sua attuazione specifica,
la orazione mentale, cioè quella forma di preghiera che caratterizza la
nostra vocazione carmelitana. Essa, per noi, non è un optional, ma una
esigenza e un impegno che esprime la coerente fedeltà alla nostra
vocazione. Senza orazione mentale non c’è vero carmelitano o vera
carmelitana. E’ importante capirlo per non illudersi che basta compiere
certi adempimenti per definirci ed essere davvero carmelitani teresiani.

Per S. Teresa la orazione mentale è il cardine di tutto, la “spina


dorsale”, la “struttura” stessa della vita spirituale, non una delle tante cose
che ci sono da fare durante la giornata. Essa non si deve, dunque, pensare
come un cumulo di pratiche, né come assiduità a molteplici esercizi o a
particolari devozioni, ma come « profonda esperienza vitale », che tocca la
persona nell’intimo e si traduce in un “modo di essere”, di concepire e di
impostare la vita. Si tratta di vivere l'incontro con Dio e il senso di Dio in
un rapporto di amicizia profonda che prende e coinvolge tutta l'esistenza:
si è amici e si vive da amici: sempre. Ecco perché, come dicevamo, la
preghiera non va intesa come insieme di pratiche imposte, o esercizi
comandati, ma come coerenza ad un ideale spirituale, come impegno a
tradurre in vita vissuta una visione della esistenza che il profeta Elia
esprimeva con le parole: “Io vivo, e vivo è il Signore alla cui presenza sto”
(cfr. 1 Re 17, 1).
La Santa madre Teresa la definisce come “intimo rapporto di
amicizia, a tu per tu, con Colui dal quale sappiamo di essere amati” (Vita
8, 5). E’ questa preghiera che qualifica la nostra vocazione: un incontro a
tu per tu con il Signore, per un momento di piena comunione
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interpersonale che si deve, poi, propagare alla vita. Conoscere e praticare
la preghiera teresiana vuol dire capire questo, cercare di assimilarlo e di
metterlo in pratica. L’essenziale è tutto qui. E’ un’esperienza che, proprio
perché si realizza a livello di profondità personale, rimane misteriosa a noi
stessi, difficile da tradurre in concetti chiari, e impossibile da insegnare.
Questo, come detto, lo può fare solo lo Spirito.

E’ essenziale e sufficiente sapere che si tratta di un appuntamento tra


due persone che si vogliono bene e desiderano vivere un momento di
intimità, da sole, a tu per tu. Ciò che conta è lo stare insieme, non fare o
dire qualcosa. Non è escluso, naturalmente, che, stando insieme, si faccia o
dica qualcosa, perché la comunicazione è fatta anche di questo; ma non si
deve ridurre l’appuntamento a ciò che si deve dire o fare. Si può anche non
dire e non fare niente ed essere intimamente uniti, mentre si può parlare
tanto senza stabilire una vera comunione personale. Tutto quanto diremo
deve aiutarci a realizzare in profondità questo “stare insieme”, non a
sostituirlo ed esserne un surrogato.

D’altra parte se prendiamo sul serio e metteremo in pratica i


suggerimenti che ci vengono dati e i sussidi che ci vengono indicati ci
renderemo facilmente conto che, in questo modo, abbiamo già cominciato
realmente a pregare. Vogliamo dire che, pur restando vero che il nucleo
della orazione mentale è la meditazione e il colloquio affettivo, una buona
preparazione è già preghiera, una lettura ben fatta è già preghiera, il
ringraziamento, l’offerta, la domanda sono vera preghiera. Tutte queste
cose, infatti, esprimono già e realizzano il consapevole “stare davanti a
Lui”, che è già attuazione di preghiera. Tutto ciò apparirà facilmente da
quanto verremo esponendo.

II. Condizioni previe indispensabili

Innanzitutto dobbiamo ricordare un’ovvietà, ma che è bene non dare


sempre per scontata. Per pregare bisogna voler pregare e, quindi, essere
decisi a pregare accettandone le esigenze; qualunque cosa succeda, “ne
vada il mondo intero”, direbbe la S. Madre. Ma se è vero che pregare vuol
dire incontrare Dio, allora bisogna avere vivo il desiderio di Lui e
decidersi davvero per Lui. Desiderare Dio e decidersi per Dio, decidersi
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per la preghiera e impegnarvisi con “determinata determinazione”, ecco il
necessario punto di partenza. Se non ci si decide per Dio, e non ci si decide
per la preghiera, non ha senso dire di voler imparare a pregare.

Inoltre, per non illudersi e non partire con il piede sbagliato ci sono
alcuni preliminari da tenere presenti e da rispettare. Cioè sapere e accettare
che per pregare occorre tempo, solitudine e perseveranza.

L’offerta del nostro tempo è il primo omaggio che la nostra fede


porge a Dio, a quel Dio che ci ha donato e ci dona continuamente tutto il
tempo che abbiamo.
L’orazione si svolge nel tempo, e quanto più ve ne dedichiamo tanto
più frutto ne ricaveremo. Perciò se si vuol fare orazione bisogna togliere
tempo alle altre occupazioni, e porre la preghiera al primo posto nella
programmazione della giornata.
Il non avere il tempo per pregare, cioè da dedicare al Signore,
significa dimostrare poca stima per Lui al quale anteponiamo il lavoro, gli
amici, il divertimento, il riposo. Riguardo alla quantità del tempo esso
dipenderà dalle circostanze e condizioni personali. Non si dimentichi,
però, che l’acqua non si riscalda avvicinandola al fuoco per pochi minuti.
E’ stando a lungo vicino a una fonte di calore che si arriva a riscaldarsi!

Bisogna , poi, anche avere ben chiaro che per poter far bene
l’orazione c’è bisogno di silenzio e di solitudine. Per questo non è
necessario tanto il luogo materiale che, potendolo, devo comunque saper
scegliere, tenendo presenti le mie condizioni. Se mi sento più solo in
camera mia mi chiuderò in camera (Mt 6,6); se sono più solo in chiesa,
andrò in chiesa; o su una terrazza, o in giardino, ecc.
In ogni caso ci vuole soprattutto silenzio interiore, cercando di
accantonare preoccupazioni, fantasie e progetti vari. Per questo è
necessario porre un impegno particolare nel cercare di tenere “raccolte” le
proprie facoltà evitando dissipazione e distrazioni inutili. La libertà
interiore non si raggiunge senza un grande controllo sia dei sensi che sono
finestre aperte sulle cose terrene, sia della memoria che, con i ricordi, ci
riporta nel mondo; lo spirito stesso deve evitare i pensieri inutili, e la
ricerca di notizie ed informazioni che, spesso, servono solo ad ingombrare
l’anima e a rendere molto problematico il raccoglimento, necessario per
pregare. La custodia dei sensi è una raccomandazione classica e presente
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in tutta la spiritualità cristiana. Bisogna quindi sorvegliare i sensi, il cuore
e lo spirito.

A quanto detto si deve aggiungere la necessità della perseveranza e


fedeltà ai tempi di preghiera, rispettando il programma stabilito. Nessuna
debolezza deve fermarci o farcela tralasciare.
Ci vuole perseveranza anche nel condurre a termine l’orazione per
tutto il tempo stabilito, rimanendovi in grande calma, persuasi che non v’è
nulla di più importante da fare nella giornata di quello che stiamo facendo.
Anzi, quando il perseverare nell’orazione ci costa più sforzo del solito, s.
Ignazio ci suggerisce di “starci apposta un po’ di più”, per stroncare fin
dalla radice ogni debolezza.
E’ molto importante che, una volta stabilito un determinato tempo, lo
si mantenga senza mai abbreviarlo, costi quel che costi; come minimo
risultato avremo sempre la gioia di aver messo Dio al primo posto nella
nostra giornata.

III. Il metodo carmelitano

Per organizzare un’attività e favorirne una ordinata ed efficace


esecuzione è sempre utile avere un metodo. E questo vale anche per
quanto riguarda l’attività della preghiera.

Nella nostra tradizione carmelitana il metodo costa di vari momenti e


si sviluppa in passi progressivi. Abitualmente distinguiamo sei-sette parti o
momenti dell’orazione: preparazione e atto di presenza - lettura -
meditazione- colloquio affettivo - ringraziamento -offerta - domanda.
Le prime due parti preparano e introducono nell’orazione; le tre
ultime sono modalità del colloquio, lo completano e lo prolungano, ma
non sono di per sé necessarie. Il corpo dell’orazione, si riduce, nella sua
sostanza, alla meditazione, accompagnata da una conversazione intima col
Signore, detto colloquio affettivo.

Per intendere bene il nostro metodo carmelitano bisogna tener


sempre presente il concetto di orazione mentale teresiana; ossia che
l’orazione non consiste in pensieri e approfondimenti dottrinali, ma in una
conversazione intima tra due persone che si vogliono bene. Il primo
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protagonista è il Signore Gesù che mi dice il suo amore e mi invita ad
entrare in intimità con Lui; il secondo protagonista sono io che mi lascio
prendere dall’amore che mi dimostra e cerco di rispondergli con la mia
gratitudine e l’offerta della mia vita. In fondo tutte le altre parti sono
ordinate a questo, e lo devono a loro modo esprimere.

Il fatto che l’essenziale è il colloquio non deve, però, far trascurare le


parti che ad esso dispongono e conducono, perché senza di esse non lo si
raggiunge e non lo si alimenta.

1. La preparazione

La preparazione e disposizione migliore alla preghiera si trova in una


impostazione cristiana della vita e nel compimento fedele dei doveri del
proprio stato.
E’ indispensabile sforzarsi di vivere cristianamente, cominciando con
l’eliminare ciò che dispiace a Dio e impedisce la unione con Lui, cioè il
peccato. Non solo, evidentemente, il peccato grave, ma anche i peccati
veniali pienamente deliberati. Quello che ostacola enormemente il nostro
rapporto con Dio non sono le nostre mancanze, dal momento che Egli
conosce bene la nostra povertà e miseria, ma l’amore o attaccamento che
abbiamo ad esse; quando le accettiamo e compiamo tranquillamente senza
nessuna vera decisione o sincero sforzo di eliminarle.
Quello che dispiace a Dio è il peccato, sia pure leggero, quando esso
costituisce un normale comportamento tranquillamente mantenuto come
proprio modo abituale di essere, e che non si vuole e non ci si impegna a
cambiare; quando, dunque, si antepone consapevolmente la propria
volontà o capriccio alla volontà del Signore (cfr Cammino, 41,3)

Le mancanze di pura fragilità forse il Signore le permetterà nella


nostra vita fino alla morte, perché ne abbiamo bisogno per mantenere la
consapevolezza della nostra miseria. Però se queste mancanze non sono
volute, se non sono amate, non impediscono il nostro cammino verso il
Signore. L’ostacolo fondamentale all’azione dello Spirito Santo che vuole
realizzare la nostra comunione con il Padre in Cristo Gesù, è una volontà
che si sottrae a Lui; e non solo nelle cose gravi, ma anche nelle cose
leggere.

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Il peccato veniale scelto e voluto, cioè pienamente deliberato e
pienamente cosciente, costituisce un ostacolo formidabile all’avanzamento
nella vita spirituale. Non dico che si perde lo stato di grazia, ma
certamente non la si vive e, perciò, non la si accresce. I frutti che dicono
la grazia in atto, cioè una vita di fede, di speranza e di amore vengono a
mancare. In un certo senso la grazia viene sterilizzata, si cade nella
tiepidezza e nel torpore, si può raggiungere una stasi tale da essere molto
vicina alla morte.
Gesù ha chiaramente affermato che non si può servire a due padroni.
Non ci si può avvicinare al Signore se non ci si allontana da ciò che è a Lui
contrario. E’ come se un nucleo di ferro venisse a trovarsi tra due calamite:
quanto più si avvicina all’una, tanto meno sente l’influsso dell’altra e da
essa si distacca.

Bisogna, poi, fare tutto il possibile per evitare la dispersione e la


superficialità, visto che siamo succubi dei mezzi di comunicazione e
continuamente sollecitati in tutte le direzioni. Si è informati un po’ su tutto
e non si conosce veramente nulla; si vuole fare o esperimentare un po’
tutto e si finisce col non impegnarsi in niente. Tutto ciò si traduce in una
vita superficiale ed esteriorizzata. Viviamo di immagini e di sensazioni
che toccano solo la superficie del nostro essere e la sua dimensione
esteriore. Si perde perfino la consapevolezza che abbiamo una vita
interiore da vivere e coltivare

Tutto quanto detto vuol dire impegno a eliminare gli ostacoli che
impediscono il desiderio e la ricerca del Signore, la riflessione e il ritorno
in sé stessi. L’assorbimento totale o quasi esclusivo negli interessi
mondani non permette la libertà del cuore, e rende sempre meno sensibili
al richiamo ed attrazione dei beni spirituali e divini. Chi è totalmente
ingolfato nei beni terreni non solo non sarà capace di pregare, ma non ne
sentirà mai alcuna voglia.
In sintesi: chi vive una vita disordinata e non è determinato ad
uscirne non può pregare. Chi vive una vita ripiegata su se stesso e pensa
solo ai suoi interessi non può pregare. Chi vive una vita piatta,
abitudinaria, distratta e superficiale, senza slancio e senza vero desiderio di
incontrare il Signore, non può pregare. Chi va alla preghiera per compiere
un dovere da cui liberarsi adempiendolo, non può pregare.

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Bisogna nutrire un sincero desiderio di Dio, sapendo che a Lui siamo
destinati e che solo nel possesso e comunione con Lui la nostra vita
acquista un senso e raggiunge la sua pienezza. Nella misura in cui questo
si realizza si sta già vivendo una forma, iniziale ma reale, di preghiera; in
caso contrario, cioè senza desiderio di Dio e della sua provvidenza, non ha
senso parlare di preghiera. Ci manca il presupposto, perché uno non si
mette seriamente a cercare ciò che non desidera

E’ pur vero che anche chi prega sarà sempre soggetto a cadute di
fronte alle tentazioni, e spesso resterà irretito e come prigioniero delle cose
di questo mondo, ma proprio per questo dovrà, senza scoraggiarsi,
continuare ad imporsi una ordinata regola di vita e un serio impegno
ascetico. Comunque, è altrettanto vero che la vittoria sarà più facile se ci
si sforza di pregare. Orazione e peccato non possono a lungo coesistere: o
si abbandona l’una o si abbandona l’altro. Chi persevera nell’orazione
cambierà progressivamente vita e peccherà sempre meno.

2. Inizio della orazione

Nella preparazione immediata alla preghiera l’elemento centrale e


come riassuntivo di tutto è la pratica della presenza di Dio. Con questo
santo esercizio, che raccoglie in Dio il pensiero e la volontà, conserviamo
un certo contatto con Lui anche tra le occupazioni della giornata e
impariamo ad avere una certa famigliarità con Lui; tutto ciò, poi, si traduce
in una progressiva facilità a stabilire il rapporto immediato, cioè a pregare.
E’ evidente, infatti, che quanto più il Signore lo si percepisce presente
tanto più si è in condizione di pregare, dal momento che non si può parlare
intimamente con una persona se non essendole vicino. Per noi la preghiera
inizia sempre e, poi, si sviluppa, nella consapevolezza di tale presenza.

Questa consapevolezza conduce e comporta sempre la conoscenza: di


Dio e di se stessi. Chi è Dio davanti al quale io sto? e chi sono io per Lui?
La ragione e la fede mi dicono tante cose di Dio, infinitamente grande e
infinitamente buono. Questo Dio mostra un particolare interesse per me,
mi crea e mi mantiene nell’esistenza, mi colma di tanti beni, e ora mi
chiama ed invita a vivere un momento di intimità con Lui.
Questo mi aiuta a capire anche chi sono io. Io sono frutto continuo
dell’azione creatrice e paterna di Dio. Io vengo totalmente da Lui, ed è
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questo venire da Lui che mi costituisce. Io sono questa relazione a Lui.
Questa è la mia identità più profonda. Lo sappia o no, ogni creatura senza
relazione e dipendenza continua da Dio semplicemente non esisterebbe.
Prendere esplicita coscienza di ciò, è vivere in modo consapevole questo
rapporto; e questo è già pregare. Un pregare che è un consentire e un
ringraziare per il dono che lui mi sta facendo di me stesso, per quello che
vuole fare di me e per quello che vuole per me.

Purtroppo sono costretto a riconoscere anche che io sono peccatore


per cui il mio pregare spesso inizia con il grido del malato che invoca il
perdono e la salvezza, ma subito la fede mi dice che Dio in Gesù mi offre
la sua mano per tirarmi fuori dalla miseria e dal naufragio, e sollevarmi a
Sé. Anzi, mi assicura che, in questo momento, Egli mi offre la sua
amicizia e chiede di volersi trattenere in modo particolare con me. Io tutto
per Lui, e Lui tutto per me!

La cosa più straordinaria non è la mia “pretesa” di vivere un rapporto


di intimità con Lui, quanto la richiesta che Lui mi fa di concedergli questa
intimità. Mirabile condiscendenza, insondabile e infinita profondità del suo
amore!
L’amore di Dio che si china sulla mia miseria produce in me, come
conseguenza, un atteggiamento di umile confidenza, che mi mette nella
condizione migliore per entrare in intimità con Lui. Dio è nostro Padre e
vuole che trattiamo con Lui da bambini impotenti e bisognosi di tutto.

La consapevolezza della nostra indigenza e della nostra miseria


susciterà in noi un senso di profonda umiltà e un bisogno di chiedere
perdono per le nostre infedeltà; ma, allo stesso tempo, ci aiuterà a mettere
ancora più in luce la benevolenza del Signore e ci spingerà a cercare la sua
compagnia. Sentiamo, in questo momento, che Gesù ha raccontato proprio
per noi la parabola del padre che accoglie a braccia aperte il figlio che
ritorna a lui.

3. Stare alla sua presenza

Dicevamo che, per noi, l’orazione mentale inizia e si sviluppa col


mettersi e con lo stare alla presenza di Dio presente. La consapevolezza di
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questa presenza è, per la preghiera, come l’aria senza la quale non si vive.
Essa è un indispensabile punto di partenza, visto che il rapporto personale
si stabilisce tra due. Finché non si sperimenta il miracolo di essere davanti
a Dio, non si è ancora incominciato a pregare, anche se abbiamo
pronunciato una infinità di parole.
E’ di assoluta importanza, dunque, avere attuale consapevolezza che
il Signore ci è realmente vicino. Non si tratta di immaginarci che ci sia, ma
avere certezza e convincerci che c’è davvero, e che vuole comunicare con
noi. Questo è un punto su cui bisogna particolarmente insistere, perché
troppo spesso pensiamo che stia lontano o distratto, quasi che il nostro
impegno fondamentale sia quello di attirare la sua attenzione su di noi.
Invece è Lui che ci cerca e ci chiama, la nostra è solo una risposta.
Siccome, però, a noi capita di dimenticarlo e di non riconoscerlo, perché
spesso col cuore e con la mente siamo lontani da Lui, pensiamo che anche
Lui lo sia da noi. Ebbene, devo ripetermelo, Lui non mi dimentica, lui mi
riconosce sempre, lui sta sempre lì a guardarmi, a invitarmi, a farmi
compagnia, a istruirmi. Non posso dubitare che Egli mi ama, che in questo
momento mi sta amando! che mi “guarda con amore e umiltà” (Cammino
26,1). Posso forse dubitare del mio amore per Lui, ma non del suo amore
per me.

Ciò che spesso rende difficile questo atto di fede è anche il pensiero
che Gesù ora si trova in cielo, in Paradiso, quindi lontano da noi.
Dobbiamo correggere tale concezione del cielo e del Paradiso. Proprio
perché glorioso alla destra del Padre, ora Gesù può essere presente
dovunque c’è un cuore che lo accoglie.
Nella sua vita terrena Egli era condizionato dal tempo e dallo spazio.
Anche lui, come tutti noi, non poteva stare in due posti diversi allo stesso
tempo, se era a Betlemme non era a Nazareth, se era a Gerusalemme non
era in Samaria. Nella sua umanità Gesù non poteva vivere che in un solo
luogo, in un unico momento non poteva esprimere che un solo atto di
amore.
Ma dopo la sua risurrezione gloriosa Gesù vive al modo di Dio che è
onnipresente e, dunque, si fa presente ad ogni anima, si unisce ad ognuno
di noi e vive in ciascuno di noi. Non è soltanto una presenza fatta con la
memoria come quando si ricorda qualcosa; né soltanto una presenza
spirituale come la presenza, in noi, del nostro affetto e del nostro amore
per tutti coloro che amiamo. Non è così: è una presenza reale; perché
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Gesù, anche nella sua umanità, ora non è più condizionato dal tempo e
dallo spazio. Non più legato a luoghi e spazi temporali, Gesù viene a
ciascuna anima che è disposta ad accoglierlo per vivere con Lui un
rapporto di amore. Gesù non ha più bisogno di ripetere, come allora,
diversi atti di amore secondo le persone che progressivamente incontrava.
Egli vive soltanto, in perennità, la pienezza dell’amore, totalmente
trasfigurato in amore; e questo gli rende possibile di venire in ciascuno che
ama e vivere con ciascuno di coloro che ama.

Del resto non possiamo ignorare il sublime mistero della


Inabitazione. La fede ci dice che la Trinità è presente in coloro che vivono
in stato di grazia; e, naturalmente, con la Trinità tutto il Paradiso!

E’ vero, ci rimane difficile “capire” la onnipresenza di Gesù, ma ci


dobbiamo credere fino ad averne una profonda certezza. Gesù ora vive
nell’eternità di Dio, e l’eternità non è successione infinita di istanti.
L’eternità è giustizia perfetta, è verità perfetta, è amore perfetto, è gioia
perfetta. Ora, in tutto ciò che è perfetto non ci può essere un più e un
meno, un prima e un dopo, ma tutto è pienamente attuale; e questo non
come stasi e immobilismo, ma come attività perfetta che, proprio perché
tale, non ha da aggiungere niente alla sua pienezza. La distinzione tra la
esistenza gloriosa del Signore e la forma della nostra esistenza terrena non
è solo cronologica: nel senso che la nostra è temporale e l’altra senza fine.
Quella gloriosa del cielo è una forma di esistenza in cui la pienezza sempre
è. Non c’è passato e futuro, ma tutto l’esistente è presente. Una pallida
idea di ciò la possiamo cogliere nella contemplazione perfetta che ci pone
come fuori del tempo. Dove e nella misura in cui avviene l’incontro con
Dio c’è la vita eterna.

Stando nella condizione di eternità ora Gesù può venire a noi ed


incontrarci ogni momento, se noi glielo permettiamo. Una venuta,
pertanto, che dipende da noi rendere possibile aprendo le porte del nostro
cuore; una apertura che a sua volta è data dalla nostra fede semplice, pura,
viva.
Credo veramente che Gesù è qui con me, che mi guarda e mi ama
come ha guardato e amato coloro che ha incontrato sulle strade della
Palestina? Credo davvero che Gesù vuole stare con me e mi chiede di
aprirgli la porta del cuore?
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E’ fondamentale e assolutamente primario prendere consapevolezza
e avere assoluta certezza del fatto che Gesù è presente a me e io a Lui, e,
insieme a Lui, è presente il Padre e lo Spirito.

Certo, lo dicevamo, per accostarci al Signore dobbiamo anche


sforzarci di essere buoni, onesti, dobbiamo sforzarci di vivere i
comandamenti di Dio e osservare i doveri di stato; ma tutto questo è
secondario. Primario nel cristianesimo è l’atto di fede che accoglie un Dio
che si comunica in Cristo ad ogni uomo. Primario è vivere il mistero della
presenza amorevole di Dio. E’ nel vivere il mistero di questa presenza che,
di conseguenza, noi saremo resi capaci e desiderosi di convertirci ad una
vita migliore. La santità sarà una conseguenza naturale di un incontro reale
con Gesù e, in Lui, con il Padre e lo Spirito santificatore. Non bisogna mai
dimenticare che la santità è Dio e che solo il contatto con Lui ce ne rende
partecipi. Io posso esercitare tutte le virtù, ma se non ho la carità che mi
unisce a Dio sono niente (1 Cor 13).

La esperienza di Teresa ci dice anche un’altra verità importante e


cioè che vivere nel profondo di sé questa comunione intima con Dio, non
isola dagli altri, non estranea dalle vicende di questo mondo. Perché chi
vive con Dio e vive per Lui vive la libertà pura di un’anima che spazia
nell’immensità divina. Il luogo dell’anima orante è l’immensità di Dio.
Vivere in Dio è vivere nell’immensità, vivere in Cristo è vivere
nell’amore.

Da quanto detto risulta che imparare a pregare non vuol dire vivere
qualche cosa di nuovo, vuol dire vivere con una consapevolezza nuova,
quella che è la vita di ogni giorno: vivere in Dio, vivere per Dio, vivere di
Dio; e vivere per Dio, in Dio, di Dio vuol dire vivere in Cristo,
abbandonandosi alla potenza dello Spirito, perché operi in noi quello che
ha operato un giorno nel grembo della Vergine, cioè l’incarnazione del
Verbo! Per l’azione dello Spirito Santo deve prolungarsi in noi questo
mistero, in tal modo che viva in noi Cristo, viva solo Cristo, e vivendo in
noi Cristo e solo Cristo, vivremo di Dio, in Dio e per Dio come ha vissuto
il Verbo incarnato nella natura umana assunta.

Per entrare in questo mistero, come detto, si impone prima di tutto la


fede! Senza una fede viva, tutto quello che abbiamo detto diviene soltanto
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parole, che possono essere belle, ma che lasciano il tempo che trovano. E
d’altra parte, è necessario sottolinearlo, non è la fede che realizza questo
mistero, perché Dio è presente e ci ama anche se noi non ci pensiamo;
però, e questo è altrettanto importante, è la fede che ci rende partecipi di
questo mistero. Perciò quanto più pura e grande sarà la fede nella presenza
e nell’amore del Cristo, tanto più grande sarà l’esperienza di questa realtà
nella quale Dio ci introduce. E questa è la preghiera nella sua sostanza e
nelle sua più profonda verità.

Questa fede nella presenza di Dio non è legata ad alcun posto


particolare; la si può esplicitare in ogni momento e in ogni luogo, ma
sembra evidente che ci sono due “luoghi” particolarmente indicati dove
essa può meglio essere stimolata: la presenza nel sacramento dell’altare
dove Gesù ci attende sempre, e la presenza in noi per il mistero della
inabitazione in forza del quale le Tre Persone divine abitano nell’anima in
grazia e si offrono a noi per essere conosciute e amate.

Se è vero che pregare è farsi da Lui guardare e guardarlo, allora con


questo atto di fede nella presenza dell’amico che ci ama e ci vuol parlare
siamo già entrati pienamente nella preghiera. Potremmo dire che stare
consapevolmente davanti a Dio è inizio, progresso e perfezione della
preghiera.

4. La lettura

Ma ora questo senso della presenza del Signore abbiamo bisogno di


alimentarlo parlando con Lui e ascoltando la sua parola. Possiamo aiutarci
con dei sussidi da cui trarre ispirazione e trovare rimedio contro le
distrazioni.

a. Il libro

Qui è il momento di parlare del ruolo e della importanza della


lettura. Sappiamo come ultimamente è tornata di attualità una pratica in
uso presso i monaci chiamata “lectio divina”, intesa come scala verso il
cielo formata da quattro gradini fondamentali: lectio, meditatio, oratio,
contemplatio. Non vogliamo ora sviluppare questa forma che, nel suo
significato originario, si riferisce a tutto il cammino e progresso della
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preghiera, fino alla contemplazione. Noi parliamo della lettura come
preparazione e come aiuto per fare la nostra orazione mentale.

Nel metodo carmelitano la lettura serve a procurare un soggetto per


la conversazione col Signore, conversazione che può nutrirsi della
considerazione di tutti i misteri della santa fede e dei vari doni e grazie da
noi ricevuti dalla divina benevolenza, espressione e prova dell’amore che
ci porta. Ma poiché non è possibile parlare ogni volta di tutti questi
argomenti insieme, con la lettura scegliamo il soggetto di cui vogliamo
presentemente trattare con Lui.

Questa lettura, dunque, ha come fine precipuo quello di preparare un


soggetto su cui meditare e sul quale intrattenerci con il Signore. Non si
tratta, pertanto, di una semplice « lettura spirituale » che ha uno scopo più
largo: quello cioè di istruire nelle cose dello spirito. La lettura di cui
parliamo, invece, serve a proporci immediatamente una verità o un fatto su
cui riflettere, davanti al Signore e sotto il suo sguardo, per riportarne una
convinzione più profonda del suo amore per noi o una conoscenza più
profonda dei suoi progetti su di noi. Seguendo le spiegazioni e le
riflessioni di un testo opportunamente scelto potremo offrire un oggetto
concreto alla nostra mente per rendere più facile la concentrazione, evitare
le distrazioni e favorire la meditazione.
Si dovrebbe trattare di una lettura breve. In genere si parla di pochi
versetti, del Vangelo, dei salmi o altro, da approfondire e eventualmente
ripetere con attenzione e con profonda calma. Normalmente il testo va
scelto prima. Aprire a caso la Bibbia può andare bene in circostanze
particolari, ma non possiamo pensare che il non andare preparati ad un
appuntamento importante sia l’ideale. Il più delle volte, improvvisare e
procedere a caso potrebbe significare poca serietà nell’impegno e, più che
aiutare, potrebbe sollecitare curiosità e produrre divagazioni che, nonché
favorire, distraggono dalla preghiera
In ogni caso bisogna usare testi che si conoscono già e che, per
esperienza, abbiamo altre volte trovato utili. La scelta, poi, deve essere
regolata e condizionata direttamente dallo scopo della lettura che è,
appunto, il dialogo con il Signore. Chi legge un libro per ampliare e
approfondire la propria cultura spirituale o teologica, o per soddisfare la
propria curiosità, non sta evidentemente facendo orazione mentale.

14
Si badi, pertanto, a non trasformare l’orazione in una semplice
lettura. Essa deve rimanere almeno una lettura meditata, nella quale ci
soffermiamo per suscitare e dare posto agli affetti e ai propositi. Allora la
lettura stessa diviene uno strumento della nostra conversazione con Dio.
I libri più adatti, come è ovvio, sono i Vangeli e, in genere, la S.
Scrittura, specialmente i salmi; ma anche le vite dei santi possono essere
utili. Spesso si è più stimolati dall’esempio dei santi che da una
esposizione dottrinale astratta, per quanto profonda.

La lettura, avendo come scopo quello di offrire un oggetto di


conversazione col Signore, bisogna farla con raccoglimento e devozione.
Ma essa deve essere fatta soprattutto in un atteggiamento di attento ascolto
ben sapendo che attraverso quel testo il Signore intende dirci qualcosa di
importante. Fatta in questo modo la lettura entra già a far parte del dialogo
della preghiera; un ascolto che si fa intimità e che si consuma nella
contemplazione.

Per evitare divagazioni e curiosità intellettuali, è importante, come


detto, tenere presente che nel leggere noi stiamo “ascoltando” qualcosa che
Dio ci sta dicendo. Dobbiamo cercare di “ascoltare” e capire il messaggio
che ci viene comunicato, senza pretendere di manipolarlo. Sappiamo fin
troppo bene che l’intellettualismo e la razionalizzazione sono il modo più
efficace per chiuderci all’ascolto e sterilizzare il Vangelo
Ascoltare davvero vuol dire considerare ciò che sento come fosse
detto direttamente a me e solo a me; è uscire dal proprio isolamento
egoistico e aprirsi all’accoglienza. Nel rapporto con Dio “ascoltare” vuol
dire anche accettare di capire solo parzialmente e progressivamente. Il
“Regno” è solo un seme che non si presenta già maturo. Ascolto, dunque, è
anche accettare di rendere relative le proprie posizioni o convinzioni. Di
fronte alla parola di Dio dobbiamo relativizzare tutte le nostre, ed essere
disposti a cambiarle.

Ma quale è il criterio che ci può guidare nello scegliere il tema?


Poiché la preghiera nasce dal cuore è utile partire da ciò che, in questo
momento, maggiormente “ci sta a cuore” o “ci pesa nel cuore”. Sono
stanco, sono contento, sono triste, sono sfiduciato, sono fiducioso…
Possiamo scegliere il testo biblico dove ci è dato trovare perfino le parole
da usare e gli atteggiamenti da assumere, per vivere davanti al Signore
15
quel determinato stato d’animo. Si pensi ai salmi dove sono espressi tutti i
sentimenti umani. Si pensi a Gesù che ringrazia il Padre o lo supplica
nell’orto. Si pensi a tanti personaggi biblici ai quali ci possiamo associare
secondo quanto in quel momento ci sentiamo a loro simili.

E’ utile ricordare che Dio, oltre la S. Scrittura e un buon libro che ci


aiuta a conoscerlo, parla anche attraverso tanti altri modi, come la natura e
oggetti o immagini devote.

b. La natura.

Per chi ha fede anche la natura è un libro aperto che parla di Dio. Per
questo è molto utile impegnare i nostri sensi esterni ed interni nella
contemplazione della natura; ci serve a stabilire il contatto con Dio perché
ci aiuta a trovare in ogni creatura la rivelazione del suo amore e a scoprire
i segreti della sua comunicazione con gli uomini. Tutto infatti è penetrato
dalla sua presenza. Il cielo e le stelle, le montagne e il mare, la campagna,
l’acqua, i fiori; ricordano e rimandano al Creatore, inducono al
raccoglimento e lo fanno percepire presente. La natura ci fa vedere ciò che
Dio in questo momento sta facendo, e si fa tramite di un messaggio in cui
Egli ci si rivela e ci si fa conoscere. In tutto ciò che Dio, tanto grande e
sapiente, ha creato devono esserci molti segreti di cui possiamo giovarci
nella misura in cui possiamo capirlo; anche se in ogni minima cosa da Lui
creata, si tratti pur di una piccola formica, si nascondono più meraviglie di
quante noi ne possiamo capire.

c. L’immagine devota

Sempre allo scopo di attirare soavemente i sensi, raccogliere il


pensiero e favorire l'educazione allo sguardo contemplativo, è molto utile
anche l'uso di oggetti (croce, medaglie, immagini…) che esprimono o
significano qualche aspetto del mistero cristiano. La storia della Chiesa
con la sua iconografia conferma chiaramente come Dio parli e si faccia
incontrare attraverso le immagini. Nella nostra società dell’immagine,
questo sembra oggi molto attuale e appropriato.
L'immagine ci può aiutare a rendere presente il Signore,
personalizzare il rapporto con lui, educarci allo sguardo di amore che deve
poi essere interiorizzato. La preghiera tende ad essere nella sua semplicità
16
contemplativa un intreccio di sguardi, un linguaggio degli occhi, che inizia
appunto dalla contemplazione esterna di una immagine per diventare
sguardo interiore.

Parlando della lettura (libro, natura, immagini) è importante


ricordare, ancora una volta, che si tratta di mezzi di cui Dio si serve per
dirci qualcosa e che, pertanto, il nostro atteggiamento principale deve
essere quello dell’ascolto. Questo atteggiamento di ascolto, inteso come
disponibilità all’accoglienza e al cambiamento, è fondamentale. Se
partiamo dall’attaccamento alle nostre convinzioni e pretendiamo di
imporre a Dio i nostri punti di vista ci poniamo fuori della sua lunghezza
d’onda e rendiamo molto problematico se non proprio impossibile il
contatto.

Si comprende facilmente come una lettura fatta in questo modo ci ha


già fatto inoltrare nella preghiera intesa come presenza e ascolto del
Signore. A questo punto l’orante fa un ulteriore passo cercando di capire
meglio e di approfondire ciò che ha “ascoltato”. Entriamo così nel tema
della riflessione e meditazione personale.
Non è escluso che, anche durante la meditazione, si possa sentire il
bisogno di riprendere la lettura, quando il nostro pensiero sarà
particolarmente distratto e la mente ha necessità di un aiuto pratico per
tornare al Signore.

d. La preghiera vocale

Il dialogo della preghiera inizia normalmente con le preghiere vocali


proposte dalla Chiesa e con formule imparate. E’ evidente, però, che le
formule si riempiono di contenuto orante solo quando diventano attuazione
ed espressione di un vero rapporto personale con il Signore. Per questo è
necessario sapere prima chi siamo noi e con chi parliamo. Allora le parole
si caricano di senso e acquistano una profondità contemplativa
sconosciuta.

Non si tratta, però, di moltiplicare parole. Spesso è molto più utile


scandire brevi frasi, soffermarvisi, assaporarle, caricarle di senso o
lasciarsi prendere dalle molteplici risonanze di una preghiera che si
illumina dal di dentro. A questo si possono ottimamente prestare versetti
17
del Vangelo o dei salmi che in dati momenti ci possono particolarmente
colpire.
L'esperienza potrà essere quella descritta da Teresa: « Egli è
vivamente desideroso di risparmiarci ogni fatica; anche se in un'ora non
recitiamo il Padre nostro più di una volta, basta, purché comprendiamo di
essere con lui, siamo consapevoli delle nostre richieste, del vivo desiderio
che egli ha di esaudirle e del piacere che trova nello stare con noi; egli non
ama che ci rompiamo la testa a fargli lunghi discorsi» (Cammino 42, 29,6).

5. La meditazione

Il termine “meditazione” è ricco di contenuti e di sfumature che


abbracciano tutte le forme di riflessione e di introspezione, espresse oggi
nelle forme più varie con il moltiplicarsi delle tecniche mutuate spesso da
esperienze e dottrine di matrice orientale. Nel nostro contesto la
meditazione è la riflessione su un mistero della nostra fede, fatta alla
presenza di Dio, con devozione, con umiltà e sincero desiderio di lasciarsi
illuminare dalla sua parola e di accoglierla nel proprio cuore.
La orazione mentale, nel suo contenuto centrale, è un processo
normalmente costituito da tre elementi fondamentali: la rappresentazione,
opera dell’immaginazione; la riflessione, opera dell’intelligenza; il
colloquio, opera principalmente della volontà. Il primo è ordinato alla
riflessione; i due insieme sono ordinati al colloquio affettivo. Abbiamo
anche un elemento preliminare che non va dimenticato, cioè la posizione e
collaborazione del corpo.

Il contributo del corpo

Nella meditazione, come è ovvio, sono soprattutto le facoltà superiori


(intelligenza, volontà, memoria) ad essere coinvolte. Ma è importante
anche l’attività dei sensi. Questo è evidente quando si tratta di meditare
una realtà sensibile per percepirne il senso globale. E’ con la
partecipazione dei sensi esterni (udito, vista, olfatto, tatto) che noi
riusciamo a conoscere un oggetto, e non solo nel suo aspetto esteriore, ma
anche il suo intero contenuto e significato globale. L’esperienza dei sensi è
fondamentale per “conoscere” e capire il pieno significato di una realtà.
Anche il corpo nel suo insieme, con i suoi gesti, la sua posizione, le sue
18
emozioni può esprimere e efficacemente favorire il sentimento profondo.
Inoltre la consapevolezza del proprio corpo e della unità di tutte le sue
parti costituisce un ottimo sussidio per prendere coscienza della propria
identità e, dunque, per acquistare e mantenere la capacità di attenzione. Se
io, nelle mie parti sensibili (fronte, naso, cuore, mani, piedi…) mi sento
presente e mi percepisco come uno, più facilmente riuscirò a sentirmi
integrato e a mantenere l’attenzione.

Dopo la scelta dell’ambiente, la prima cura la dobbiamo avere alla


condizione e posizione del corpo. Anche il corpo, infatti, deve a modo suo
contribuire a pregare e deve imparare a farlo. Non possiamo mai
prescindere da esso, proprio perché influenza ogni atto umano, anche il più
intimo. Esso ha le sue esigenze e le fa sentire; ha i suoi limiti, ha i suoi
bisogni, le sue stanchezze, ma anche le sue risorse e le sue possibilità; per
questo può aiutare o anche impedire la concentrazione e ostacolare la
volontà. Esso, pertanto, o diventa strumento della preghiera o diventa
ostacolo.
Tutte le grandi religioni hanno sempre dato una importanza
grandissima al corpo, suggerendo prostrazioni, genuflessioni, gesti vari.
Pure la tradizione cristiana ha sempre considerato molto il corpo nella
preghiera. E’ una esperienza millenaria che non bisogna trascurare.
Certo, il luogo, il tempo, il fisico sono elementi esteriori alla
preghiera, essi però incidono fortemente sulla sua interiorità. Di qui la loro
importanza. Gesù stesso, del resto, ce ne ha dato l’esempio. Gli
evangelisti sono concordi nel riferirlo: " Gesù se ne andò sulla montagna a
pregare” ( Lc. 6, 12 ); ” ...si ritirò in un luogo deserto e là pregava “( Mc.
1, 35 ); “al mattino si alzò quando ancora era buio... ”( Mc. 1, 35 ); ”
passò la notte in preghiera” ( Lc. 6, 12 ); ” ...si prostrò con la faccia a terra
e pregava” ( Mt. 26, 39 ).
Se Gesù ha dato tanta importanza al luogo e al tempo per la sua
preghiera, è ovvio che lo dobbiamo fare anche noi.

Per quanto riguarda il nostro corpo, una cura particolare va data alla
sua stessa posizione. Innanzi tutto esso deve essere composto, in modo da
esprimere raccoglimento, accoglienza, adorazione, supplica. Perciò si starà
in ginocchio o seduti o in piedi o prostrati a seconda che verrà
maggiormente facilitata la dimenticanza di ogni cosa, favorito il
raccoglimento in Dio. Anche gli occhi potranno essere tenuti chiusi o fissi
19
in un punto, come più piace e riesce utile per concentrarsi. La stessa
respirazione, quando è corretta e serena, invita a lasciarsi andare al senso
di accoglienza (inspirazione) e di abbandono (espirazione). Abbiamo tutti
esperimentato che quando ci si agita la inspirazione è frequente e
superficiale; l’inspirazione lenta e profonda, invece, è segno di distensione
e genera distensione.

Tenere composto il corpo e raccolti i sensi esterni è importante per


poter meditare. Ma ci sono anche i sensi interni (memoria,
immaginazione, estimativa) con cui siamo capaci di rivedere la realtà
precedentemente incontrata, di esaminarne le particolarità, di valutarne
l’utilità o il pericolo. Disciplinati possono essere molto utili per la
meditazione, perché non solo registrano, ma possono anche inventare.
Essi, cioè, sono capaci, di “costruire” nuovi oggetti. Così, con l’aiuto dei
sensi posso immaginare e rappresentare una scena, entrarvi dentro e
sentirmene partecipe. Ed è evidente quanto tutto ciò possa servire a
raccogliersi e a rivivere episodi biblici.

La rappresentazione

E’ un’attività dell’immaginazione con la quale formiamo «dentro di


noi», cioè senza avere presenti gli oggetti, una specie di scena o quadro di
ciò che vogliamo meditare o un qualcosa che in esso ci può introdurre e,
poi, ci aiuta a tenere presente. Ciò è molto utile per favorire il
raccoglimento e la meditazione. Chi può costruirsi una tenda e isolarla da
tutto può più facilmente raccogliervisi; chi è capace di guardare con
l’immaginazione il proprio cuore, può più facilmente ritirarsi lì a pensare.
In genere quando la riflessione poggia su rappresentazioni si riesce più
facilmente a fissare la fantasia che è una delle fonti principali di
distrazione.
Questa utilità è evidente quando si tratta di considerare episodi
particolari della vita di Cristo. Immaginarsi di stare nella grotta di
Betlemme, sul mare in burrasca insieme a discepoli mentre Gesù dorme, al
Cenacolo, al Calvario, ecc.; mettersi nei panni del lebbroso, del cieco nato,
di Zaccheo, della samaritana, ecc., aiuta immensamente a sentirsi partecipi
di questi episodi e a riviverli.
Ma anche nella considerazione dei misteri più astratti, come per
esempio degli attributi divini, l’intelligenza può partire dalle cose sensibili
20
rappresentate dall’immaginazione. Così possiamo, dalle bellezze della
natura, innalzarci a Dio, suprema bellezza.

Le rappresentazioni immaginative, per essere utili, non devono


necessariamente essere perfette; anche una rappresentazione vaga può
bastare all’intento. Tuttavia una certa concretezza aiuta a fissare più
facilmente il pensiero. Bisogna in ogni caso impiegarvi attenzione,
altrimenti non si fa nulla di serio

La rappresentazione non è, di per sé, del tutto necessaria, però è


spesso utile, e chi vi riesce è bene non si privi del suo aiuto. Conviene, se
possibile, tenere presente la rappresentazione per tutto il tempo della
meditazione, ciò gioverà anche ad evitare distrazioni.

La riflessione

Con la meditazione o riflessione entriamo nella parte centrale della


orazione mentale. Essa serve a un duplice scopo: l’uno intellettuale e
l’altro affettivo. Lo scopo intellettuale è di intendere meglio l’amore di Dio
per noi, come si manifesta nel mistero o dono divino che consideriamo, e
così convincerci sempre più dell’invito d’amore che Egli ci rivolge. La
prima dinamica dell’amicizia, lo sappiamo, è la mutua conoscenza. E’ con
questa, infatti che comincia il rapporto tra persone. Non si ama ciò che non
si conosce. Di qui la necessità della meditazione. Lo scopo affettivo di essa
consiste nel muovere la volontà all’esercizio dell’amore e alla sua
manifestazione, rispondendo all’invito divino.

La meditazione comporta un approfondimento di ciò che ho udito,


per capirlo bene e farlo scendere lentamente dalla testa al cuore. L’orante è
invitato a fare come Maria che “serbava queste cose nel suo cuore” (Lc 2,
19. 51).
Questo cercare di capire ciò che si è ascoltato, spesso comporta
sforzo e fatica; di qui la ricorrente tentazione di saltare la meditazione, per
passare subito al “colloquio affettivo”. Ma le espressioni di affetto che non
nascono dal profondo, restano a livello di monologo superficiale; senza la
comprensione delle parole e dei gesti dell’altro, infatti, non è stato
realizzato un vero contatto con lui. Oggi questa tentazione di eludere lo
sforzo di meditare è resa più frequente dal cosiddetto “spontaneismo” che
21
vorrebbe ancorare la preghiera alla “voglia” del soggetto, dimenticando
che la volontà non è affatto la voglia, e che se si prega per soddisfare la
propria voglia, non si va cercando Dio, ma se stessi. Questo potrebbe
significare che non ci si è nemmeno sforzati di ascoltare e di mettersi alla
presenza del Signore. In tal caso come parlare di preghiera? Inoltre, se per
pregare aspetto di averne la voglia di sicuro finirò col non pregare più per
niente. Da questo punto di vista, l’accettazione delle regole e, perfino,
degli orari di preghiera costituisce una efficace pedagogia.

S. Teresa dopo aver ricordato che, qualunque sia la forma di


preghiera, è pur sempre necessario che stiamo attenti e riflettiamo su
quello che diciamo, aggiunge: “Direte che questo è meditare, mentre voi
non potete né volete fare altro che pregare vocalmente. Vi sono infatti
persone così amanti del proprio comodo da non volersi dare alcuna pena.
Non essendo abituate a meditare, e trovando in principio qualche difficoltà
a raccogliersi, preferiscono sostenere, per evitarne la molestia, che esse ne
sono incapaci e che sanno pregare soltanto vocalmente. Dite bene quando
affermate che il metodo suddetto è già meditazione; ma io vi dichiaro che
non so comprendere come l’orazione possa essere ben fatta, quando sia
separata dal pensiero di Colui al quale ci rivolgiamo. O che forse non è
doveroso, quando si prega, pregare con attenzione? Piaccia a Dio che
riusciamo a dire bene il Pater Noster anche con questi mezzi, senza cadere
in mille pensieri stravaganti! Io ne ho fatto l’esperienza, e so che il miglior
rimedio alle distrazioni è tenermi fissa in Colui a cui mi rivolgo. Abbiate,
dunque, pazienza, e procurate di abituarvi a questa pratica che è tanto
necessaria” (Cammino 24, 6).

Certo, Teresa aveva della meditazione un’idea “semplificata”, nel


senso che non la identificava con le profonde e prolungate riflessioni, ma
questo non vuol dire per niente che non la considerasse necessaria come
impegno a raccogliersi, ad essere attenti e a comprendere bene ciò che
costituisce oggetto di dialogo con il Signore. Nella misura in cui la
preghiera è lasciata alla nostra iniziativa ( e questa è la norma per i
principianti che cominciano a “cavare acqua dal pozzo”), la meditazione,
anche se sofferta e faticata, è semplicemente indispensabile; senza di essa
la preghiera “vocale” è solo automatismo, mentre quella “contemplativa”
semplice fantasticheria. Da una parte perché, senza attenzione, l’azione
non è nemmeno umana, dall’altra perché la “contemplazione” è dono di
22
Dio, ed è vana presunzione credere di poterla raggiungere da sé, per di più
senza sforzo!

L’ascolto-meditazione costituisce parte essenziale della preghiera e


passo obbligatorio per potervisi inoltrare. Lo stesso fondamentale esercizio
della presenza di Dio, di cui abbiamo prima parlato, è strettamente legato
alla meditazione che ci permette di prendere consapevolezza della
straordinaria verità che noi siamo sempre a Lui presenti. Senza
meditazione nemmeno si parte, e tutto il resto, comprese le formule ed
espressioni più ricercate, rischiano di essere costruzioni vuote, fondate
sulla sabbia e destinate a cadere. Il semplice “sguardo contemplativo” non
lo si trova agli inizi.

Gli antichi monaci descrivevano il momento meditativo della


preghiera con un termine espressivo, la chiamavano “ruminatio” che, come
sappiamo, è il movimento caratteristico con cui certi animali rimasticano il
cibo, in vista e in preparazione di una sua adeguata assimilazione.

Teresa ci offre un piccolo schema di meditazione con queste parole:


“ecco che ci mettiamo a meditare un punto della passione, per esempio la
flagellazione alla colonna. L’intelletto deve indagare i motivi che gli
possono far meglio comprendere l’atrocità dei dolori sofferti dal Signore in
quell’abbandono… chi è che soffre, come soffre, perché soffre e l’amore
con cui soffre” (Vita 13,13). In questo ragionamento l’intelletto si serve
della immaginazione e della memoria, e tende a sollecitare l’affetto e
muovere la volontà a prendere decisioni e a fare propositi.

I temi o spunti di meditazione sono svariatissimi, dalle bellezze della


natura alla gloria del Paradiso. Nella esperienza di Teresa due sono i temi
di primaria e assoluta importanza: il conoscimento di sé ( cfr Vita 13,15) e
il mistero di Cristo nella sua persona e nella sua opera (Ivi 12, 3 ; 13,13.).
Il primo, facendoci prendere coscienza della nostra miseria e della nostra
nullità di fronte al Signore, è il fondamento dell’umiltà che costituisce la
pietra angolare di tutto il cammino spirituale; il secondo è un’esigenza
essenziale della orazione che, nella sua sostanza, non è che un dialogo con
il Signore Gesù.

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Fatta alla presenza di Dio la meditazione porta sempre alla preghiera.
La Bibbia è ricca di uomini che si pongono davanti a Dio e gli parlano,
riflettono, discutono con Lui. Nel libro di Giobbe troviamo un uomo che
riflette sul problema dell’esistenza, del bene e del male, del perché anche
l’innocente soffre, e anche questo diventa preghiera.
L’uomo può riflettere con se stesso o con gli altri, ma tutto porta e
diventa preghiera se è fatto, non solo con se stesso o con gli altri, ma se è
un continuo confrontarsi con Dio, un chiamare in causa Dio, un vedere e
valutare la realtà alla sua luce.
La meditazione, dicevamo, è anche ascolto che comporta una specie
di scambio (dialogo), e questo di per sé porta sempre ad un confronto di
me stesso con la parola ascoltata. Ad esempio, dopo aver meditato sulla
disponibilità di Maria, la fede di Giuseppe, la obbedienza di Gesù, mi ci
devo specchiare, per vedere se e come mi ci ritrovo, e suscitare il desiderio
e l’impegno a conformarmici. Il confronto aiuta ad approfondire la nostra
povertà e, insieme, stimola ad elevarci sopra di essa e sollecitare il nostro
impegno.

6. Il colloquio affettivo

Il colloquio affettivo è il momento in cui, dopo aver preso


consapevolezza dell’amore che il Signore, anche in questo momento, mi
dimostra ammettendomi alla sua presenza e invitandomi ad una più intima
comunione, mi sento interiormente sollecitato a rispondere con il mio
povero amore e il mio fiducioso abbandono a Lui

La preghiera, come detto, non è solo pensare a Dio e ascoltarlo, essa


raggiunge il suo vero centro quando l’orante tiene lo sguardo del cuore
fisso su di Lui e si lascia da Lui amare. In questo, ancora una volta, appare
evidente quanto sia importante il contributo della fede.
E’ la fede che, già durante il processo meditativo, porta l’anima a
contemplare e ad ammirare la bontà e la bellezza di Dio in sé e nelle sue
creature. E’ a partire da essa che si ascolta, si aderisce e ci si abbandona
alla Parola. E’ la fede che ci dà il senso vero della creazione; è la fede
che ci svela progressivamente i misteri della vita di Dio. Ed è con la fede
che noi accogliamo il Signore che ci si rivela, ci dice i suoi programmi, ci
manifesta il suo cuore.
24
E’, poi, ancora la fede che pone l’orante in un atteggiamento di
adorazione nella quale si esperimenta l’infinita grandezza di Dio e
l’infinita pochezza di sé. Una infinita pochezza da cui, però, Dio ha voluto
trarne fuori un figlio. La conoscenza di sé e la conoscenza di Dio, di cui
parla s. Teresa, traducendosi in adorazione, diviene contenuto ed
espressione di profonda preghiera.

Facendocelo conoscere come Padre provvidente, come amico e


compagno di viaggio in Gesù, come luce che illumina, amore che
infiamma, forza che sostiene, la fede ci fa sentire abbracciati e invasi
dalla tenerezza e dalla dolcezza ineffabile di questa infinita carità.
La preghiera carmelitana, interiore, che fa stabilire un rapporto di
amore con colui che è presente in noi come amico che ci sta amando, in
fondo non è altro che vivere la realtà di questo mistero. E per far questo
non c’è bisogno di molto pensare. Ecco perché la orazione teresiana non
sta tanto nel meditare su qualche virtù o mistero della fede, quanto
piuttosto nel percepire questa presenza personale e lasciarsene permeare.

Il primo grande atto della fede, conviene ricordarlo, è senza dubbio


credere all’amore di Dio. L’amore, creduto e accolto, spinge, a sua volta,
ad impegnare la vita per rispondervi. In questo processo fede e carità
procedono di pari passo. Non si può amare Dio se non si crede in Lui, e
non si crede davvero se la fede non sboccia dall’amore e nell’amore. Sono
le due virtù insieme che permettono all’uomo di incontrare di Dio e
stabilire con Lui un rapporto di amicizia.
Purtroppo dobbiamo riconoscere che non crediamo mai abbastanza
nell’amore incondizionato e senza limiti che il Signore ha per noi, ha per
me; non credo mai abbastanza che Egli, proprio in questo momento, mi
chiama e mi invita a entrare in comunione con Lui. Devo sapere, e in
questo momento lo devo sentire, che Gesù è mio amico, e avendo certezza
di questo e sentendomi da lui amato, mi sento anche chiamato a
rispondere. E’ la consapevolezza e l’accoglienza del suo amore che mi
mette dentro la capacità, mi fa sentire il “bisogno” e mi “spinge” a
ricambiarlo. Quando questo si verifica abbiamo la preghiera teresiana
come amicizia, che è, appunto, un rapporto di amore fondato sulla
consapevolezza della mutua benevolenza e, quindi, sulla reciprocità del

25
dono. “Intimo rapporto di amicizia con colui dal quale ci sappiamo amati”
(Vita 8,5).

Dalla conoscenza di Dio che ci si rivela e ci offre il suo amore,


approfondita nella meditazione, nasce spontaneamente il desiderio
esplicito di andare a Lui, di raggiungerlo, di possederlo. Facendoci sapere
che noi siamo figli, destinati a partecipare la gloria eterna del Paradiso, la
fede suscita in noi il desiderio di raggiungere Dio e una viva attesa
dell’incontro pieno con Lui. E, questa, è la virtù della speranza, il cui
primo effetto è quello di produrre in noi un senso profondo della
provvidenza, il quale, a sua volta, genera fiducia e abbandono.
Nell’approfondire la consapevolezza e la certezza di questo nostro destino
la speranza ci riempie di desiderio e di gioia, di sentimenti di
ringraziamento e di fiduciosa domanda della grazia necessaria per
giungere al termine del cammino, ben sapendo che il Padre che ci chiama
a Sé, è così buono e sapiente da garantire anche tutto ciò che è necessario
per arrivare alla meta. Quando, poi, la luce della fede e il desiderio della
speranza sono vivi, l’anima è pronta per fare spazio al dilagare della carità
che è comunione con quel Dio che la fede rivela e la speranza fa
desiderare.

Così, la fede e la speranza portano all’amore nel quale si realizza


pienamente la comunione delle persone. In effetti, non si può conoscere
Gesù senza amarlo, non si può desiderare di incontrarlo senza amarlo. Ora,
conoscere Gesù significa conoscere che Gesù è amore, al punto che mi si
dà e si sacrifica per me (cfr Gal 2, 20). E’ soprattutto questa
consapevolezza, come abbiamo più volte ricordato, che suscita in me la
risposta dell’amore. E qui cogliamo e raggiungiamo il nocciolo della
preghiera che consiste essenzialmente nel sentirsi amati dal Signore e nel
sentire di amarlo. Essa è un momento privilegiato in cui la carità effusa
nei nostri cuori dallo Spirito Santo può liberamente espandersi e
pervaderci (Rom 5,5). Ecco perché questo “intimo rapporto di amicizia,
questo frequente trattenimento da solo a solo con Colui dal quale sappiamo
di essere amati” (Vita 8,5), come dice Teresa, non consiste, nel molto
pensare, ma nel molto amare (Fond 5, 2; 4 Mans 1, 7).

Quanto detto mostra chiaramente che è all’interno del dinamismo


teologale che si esplicita e sviluppa la preghiera. Nella fede e nella
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speranza si realizza (cioè diventa realtà in noi) la prima comunicazione, la
quale, poi, si pone come base per lo sviluppo del secondo momento o
aspetto della relazione di amicizia, che è il rapporto affettivo o attuazione
della carità.
Man mano che la conoscenza di Dio e delle cose di Dio si sviluppa e
illumina la vita, noi diventiamo sempre più capaci di coglierne la presenza
e di incontrarlo. Cioè di conoscerlo e di amarlo. Cioè di pregare. Si tratta
di una “conoscenza” che si sviluppa nella meditazione, di qui, come detto,
la sua importanza

Da notare che la “scoperta” di Dio-Amore quale si verifica


nell’orazione non è di ordine intellettuale e teorico come avviene nello
studio, ma è di ordine vitale, esperienziale. Qui non si tratta solo di
scoprire che Dio è amore infinito, si tratta di rendersene profondamente
consapevoli, di “sentire” che Egli è amore infinito per me, che io sono
oggetto di questo amore. E’ da questa consapevolezza che viene attuata in
noi la virtù della carità, come risposta nostra al gesto di Dio. L’amore di
Dio, accolto nel nostro cuore, ci rende amanti e capaci di rispondere, cioè
capaci di amare Dio con il suo stesso amore.

Va evidenziato che l’amore con cui rispondiamo non è fondato su un


dato di ordine emotivo, ma, appunto, su un atto di fede; esso è dono di
Dio, radicato in Dio, sulle sue promesse, sull’amore che Lui porta a noi,
che abbiamo tante volte esperimentato e che la meditazione ci aiutato ad
approfondire, non sulle nostre insufficienze e incoerenze. E questo è un
dato per noi molto incoraggiante. Chi, poi, ci rende capaci di aderire a
Gesù e di consegnarci a Lui è lo Spirito Santo, per questo più che fare
affidamento sui nostri sforzi dobbiamo affidarci a Lui. In effetti, come dice
s. Paolo, è Lui il protagonista della nostra preghiera, che in noi e con noi
dice: Abbà (Rm 8, 15; Gal 4, 20 ). E’ Lui che ci fa figli in Cristo, ed è Lui
che nella vita ci aiuta a comportarci da figli del Padre e da amici di Gesù.

E’, poi, molto importante non confondere l’amore con il sentimento.


E’ l’unione delle volontà che costituisce essenzialmente l’amore teologale,
non la devozione sensibile o l’emozione. Questo, del resto, è vero anche
nell’amore spirituale umano che noi chiamiamo amicizia e che, come
sappiamo, S. Teresa utilizza per dare un nome e una definizione alla
preghiera.
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L’amore sensibile non si riferisce alla persona come tale, ma alle
qualità che la rendono piacevole e attraente; in fondo non si ama la
persona ma ciò che in lei ci procura piacere o ci appare utile per noi.
L’amore spirituale, invece, non si ferma alle apparenze e alla nostra
convenienza, ma seguendo l’intelligenza che coglie il bene in quanto tale,
raggiunge e si compiace nella persona come persona, nel suo “tu” unico e
irripetibile: questo è il vero amore umano. La manifestazione tipica di
questo amore è l’amicizia, cioè quella forma di amore prevalentemente
spirituale che si vive in reciprocità serena, senza forti emozioni o tendenze
a manifestazioni esteriori. Nell’amicizia sono le persone che si incontrano,
attraverso una concordanza piena in tutte le cose importanti — desideri,
affetti, programmi, ideali —, in un contesto di benevolenza e di affetto
reciproci. Il tutto nella libertà, nella confidenza, nella lealtà, nella stima
vicendevole.

Poiché la volontà di Dio è amore in atto, cioè amare, ne segue che


quando uno accetta la sua volontà e aderisce ai suoi progetti e desideri, si
lascia identicamente prendere e trasformare dal suo amore, quell’amore
che poi ci rende capaci di riamarlo. Amare Dio, dunque, non è altro, nella
sua sostanza, che volere ciò che Lui vuole. Questo significa, molto
semplicemente, far coincidere la nostra con la sua volontà, cioè farla
propria. “Padre, non la mia ma la tua volontà sia fatta” (Lc 22, 42). Ne
segue che amare di carità vuol dire soprattutto determinarsi a compiere la
volontà di Dio. “L’amore di Dio, scrive S. Teresa, sta nell’essere
fermamente risolute a contentarlo in ogni cosa” (4 Mans. 1, 7). Frutto e
segno di una preghiera ben fatta, dunque, è la disponibilità alla volontà di
Dio.
Fare un colloquio di amore con Gesù, pertanto, significa
sostanzialmente dirgli, con convinzione e determinazione: “Signore voglio
solo te e ciò che vuoi tu”. S. Teresa direbbe: “Camminiamo insieme,
Signore: verrò dovunque voi andrete, e per qualunque luogo passerete
passerò anch’io” (Cammino 26,6). Del resto Gesù lo ha detto chiaramente:
“Se mi amate, osservate i miei comandamenti” (Gv 14,15); “Chi accoglie i
miei comandamenti e li osserva, questi mi ama” (Ivi 21). Sono parte della
sua famiglia e introdotti nella sua intimità, dice ancora, “coloro che
ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Mt 7,21; Lc 8,21).

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E’ questo il tipo di amore che Gesù ci chiede. Solo così si stabilisce
la convivenza e si approfondisce l’intimità. Tutto il resto è un sovrappiù,
più o meno utile. Se io mi commuovo per una lettura edificante e
esco dalla orazione senza aver fatto un piccolo passo per conformare la
mia volontà con quella di Gesù o averne rinnovato l’impegno, mi trovo
ancora ai preamboli della orazione vera.

Poiché la volontà umana esiste ed opera in un contesto di affettività è


chiaro che questa caratterizza anche l’esercizio dell’amore, dando origine
alle sue varie specificazioni (paterno, filiale, amicale, sponsale, ecc.) e a
diverse manifestazioni (benevolenza, misericordia, compassione,
solidarietà, condivisione, ecc.) La carità si rende presente e vivifica questo
complesso dinamismo dell’affettività in modo che le sue espressioni siano
a servizio del disegno di Dio su di sé e sugli altri. Ci capita spesso, però, di
ricercare la dimensione ed espressione affettiva emozionale anche nel
contesto della preghiera, commisurandola più al nostro gusto che ai
disegni di Dio. In altri termini, più che la volontà di Dio andiamo cercando
la nostra gratificazione o soddisfazione sensibile. In questo campo il
Signore è molto esigente: ci mette alla prova con l’aridità, per purificare il
nostro cuore e spingerci a restituire il primato a Lui.

In tutto questo processo, dicevamo, le virtù teologali agiscono in


concerto e progrediscono insieme. La fede, a partire dalle meraviglie da
Dio compiute, porterà l’anima ad ammirare, lodare, benedire il Signore.
Ad adorarne la infinità santità e grandezza. La speranza, di fronte alla
eredità promessa e già in un certo senso anticipata dalla inesauribile
generosità di Dio, si traduce in riconoscenza e ringraziamento e, insieme,
in richiesta umile e fiduciosa dell’aiuto necessario per proseguire il
cammino che rimane ancora da percorrere. La carità, poi, quale
partecipazione dello stesso amore di Dio, ci spinge con sempre maggior
forza ad unirci a Lui e ad impegnarsi ad operare per la sua gloria.

Parlando del fine e del cuore della preghiera, che è l’accoglienza del
dono che Dio vuol farci di se stesso, S. Agostino insegna che “lo
riceveremo con tanta maggiore capacità, quanto più salda sarà la nostra
fede, più ferma la nostra speranza, più ardente il nostro desiderio. Noi
dunque preghiamo sempre in questa stessa fede speranza carità, con

29
desiderio ininterrotto…. Quanto più vivo, infatti, sarà il desiderio, tanto
più ricco sarà l’effetto” .

Abbiamo prima ricordato che per cominciare e inoltrarci nella


cammino della preghiera è necessario sforzarsi di eliminare tutto ciò che
volontariamente pone resistenza alla volontà di Dio. Va, però, anche
ricordato che il problema e la difficoltà fondamentale che ostacola il
rapporto di amore con il Signore non sta tanto nella nostra miseria e nei
nostri peccati, quanto piuttosto nel fatto che noi non crediamo abbastanza
all’amore che Lui ha per noi. Andare, a pregare significa, prima di tutto,
andare a sentirci dire che Egli ci ama. E se sentiamo di dover chiedere
perdono, allora è necessario rendersi conto di quale peccato noi dobbiamo
innanzitutto pentirci. Riconoscersi peccatori vuol soprattutto scoprire di
non aver creduto e di non credere abbastanza nell’amore di Dio. Di questo
bisogna prima di tutto chiedere perdono e pentirsi!
Il nucleo della preghiera si trova nel percepire e accogliere sempre
più in profondità, nel lasciarci permeare dall’amore che Dio ci porta; il
desiderio di pentirsi per averlo trascurato e di volergli corrispondere ne
sorgerà spontaneo e sarà tanto più vero ed efficace.

Ma non è raro il caso in cui noi pensiamo che, in fondo, Egli è poco
interessato ad avere un incontro con noi. E, visto che il Signore sarebbe
più o meno indifferente, la preghiera è spesso da noi ridotta ad una
pratica da sbrigare o a un dovere da compiere. Ma si può andare ad un
appuntamento di amore per compiere un dovere o per sbrigare una
pratica? E quando questo fosse il nostro atteggiamento, come pensare che
il Signore possa introdurci nella sua intimità? Il Signore che ci ama sul
serio, vuole essere preso sul serio!

Quando si accende in noi la viva convinzione di dover rispondere


con l’amore all’amore di Dio, il colloquio affettivo inizia spontaneamente.
Per questo il passaggio ad esso non si programma in anticipo, ma dovrebbe
verificarsi in modo naturale, come conseguenza del fatto che, facendo le
nostre riflessioni alla presenza di Dio, sulle manifestazioni della sua bontà
e vedendo quanto Egli ci ama, ci sentiamo spinti a esprimergli la nostra
gratitudine e il nostro amore.

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Questo colloquio affettivo, evidentemente, non deve essere
necessariamente espresso in parole, spesso anzi è fatto di silenzio, di
sguardi, di presenza e di cuore aperto, facendo amorosamente compagnia
al Signore. E’ nei momenti di questo silenzio amoroso che noi siamo
maggiormente capaci di ascoltare e percepire il Signore che ci parla
attraverso grazie di luce e di amore; queste grazie ci fanno meglio
intendere le sue vie, infervorano e muovono lo spirito ad entrarvi con
maggior generosità. Quindi ascoltare Gesù che così ci parla vuol dire
accettare queste grazie cercando di approfittarne.

E’ fondamentale non ridurre il dialogo ad un nostro monologo.


Quando è il cuore che prega Dio risponde sempre, ricorda s. Teresa
(Cammino 24,5). E ci risponde, appunto, con le grazie che, illuminando la
nostra intelligenza e muovendo la nostra volontà, ci aiutano ad entrare più
pienamente nella sua intimità, aumentando la determinazione della volontà
a conformarsi sempre più a quella sua.
Questa “conformazione”, a sua volta, genera sempre una profonda
serenità interiore e favorisce l’atteggiamento contemplativo nel quale la
mente ed il cuore si trovano come unificati nell’attenzione amorosa al
Signore. In questa esemplificazione in cui tutto si riassume in uno sguardo
raggiungiamo, in un certo senso, la pienezza della orazione mentale
teresiana. “Io lo guardo, lui mi guarda”: è la più bella definizione della
preghiera che sia mai stata data!

Però non è facile sostare a lungo in questo sguardo. Ci capita, non di


rado, di dimenticarci di stare in compagnia del Signore; sappiamo bene
quanto siamo soggetti a distrazioni e stanchezze. Forse avremo bisogno di
ritornare al testo scritto e alla meditazione. Nell’alternanza di questi
esercizi potremo utilmente passare tutto il tempo dell’orazione, e
impareremo progressivamente a rendere più frequente e duraturo quel
semplice “sguardo” che costituisce come il traguardo che noi possiamo
raggiungere e che il Signore ci potrà far superare con il dono della
contemplazione infusa. Dono che noi non possiamo pretendere, ma a
ricevere il quale dobbiamo prepararci, in forza della vocazione ricevuta.

6. Espressioni dell’amore

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Durante il colloquio affettivo si rendono normalmente presenti
elementi che in vari modi esprimono i sentimenti del cuore e il fiducioso
abbandono. Quelli più frequenti sono il ringraziamento, l’offerta, la
domanda; essi, tra l’altro, servono a prolungare più facilmente la nostra
conversazione affettuosa col Signore. Non sono infatti, come appena detto,
che una modalità e una esplicitazione del colloquio affettivo nato
spontaneamente dalla meditazione, ossia modi diversi di manifestare il
nostro amore e la nostra confidenza.

Nel ringraziamento manifesto al Signore la mia profonda gratitudine


perché continuamente mi pensa, mi crea, mi genera come figlio. Del resto
tutto ho ricevuto e ricevo da Lui e di tutto, dunque, debbo essere
riconoscente. Si dice che la gratitudine è il pagamento del povero. Questo
non è mai così vero come quando riguarda i rapporti con Dio. Se mi metto
a pensare mi rendo subito conto che i motivi che spingono ad esprimere
questa gratitudine sono senza numero. Il fatto, poi, che ora mi ammette
alla sua presenza e mi dà l’ennesima dimostrazione della sua benevolenza
e dell’interesse che ha proprio per me, dovrebbe riempirmi l’animo di
gratitudine.
Ma non basta ringraziare per tutto ciò che di buono e di bello Dio ha
fatto per me, e che mi dà piacere e gioia. Se credo davvero nel suo amore e
nella sua provvidenza devo ringraziare anche per tutto ciò che non piace
alla mia natura; sono convinto, infatti, che tutto entra a far parte del suo
disegno di amore su di me. Ringraziare per ciò che non piace alla natura e
non è secondo la nostra logica! Bisogna arrivare qui; fare credito a Dio,
anche nei momenti più duri della nostra esistenza; non dubitare del suo
amore, non dubitare della sua presenza. In caso contrario dentro di noi
(anche inconsciamente) rimane sempre un certo senso di delusione, di
sfiducia e perfino di risentimento; e questo crea un qualcosa di oscuro e di
riserva che impedisce il rapporto pieno. L’atteggiamento di gratitudine e
di ringraziamento continuo, (al di là delle normali resistenze della
natura), per tutto ciò che capita nella vita, è la conseguenza logica e
necessaria per chi crede davvero di essere amato da Dio e si abbandona a
Lui.

L’offerta di sé è parte integrante del colloquio affettivo. Un atto di


amore vero comporta sempre il dono di sé, un mettere a disposizione la
vita. Questa offerta, normalmente, si vuole tradurre ed esprimere anche
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con qualche gesto concreto per il servizio di Dio e dei fratelli. In questo
contesto nascono anche propositi e impegni concreti nell’esercizio di
qualche particolare virtù e nel compimento di qualche opera buona. Questo
proposito non dovrebbe mai mancare: è un ottimo mezzo per ricordarsi di
Lui e prepararsi a un nuovo incontro.

La domanda occupa un posto importante nella preghiera. Potremmo


dire che la maggior parte delle preghiere bibliche sono di domanda; molte
di esse nascono dal bisogno, dal dramma dell’uomo. Gesù stesso chiede se
è possibile essere liberato dalla passione. E incoraggia anche noi a
domandare: «Domandate e riceverete, bussate e vi sarà aperto». Domanda
che dobbiamo fare con piena fiducia, ben convinti che il Signore vuole il
nostro bene. “Qualunque cosa chiederete nel mio nome io la farò” (Gv 14,
13.14).
Noi pensiamo spesso che la preghiera più vera sia quella di lode e
consideriamo la preghiera di domanda come la sorella povera. Ma non
dobbiamo dimenticare che la preghiera della lode è legata ad una
esperienza di salvezza vissuta, che troverà il suo compimento nella patria.
La preghiera più congeniale e alla portata del pellegrino è la preghiera di
domanda, la preghiera del cammino. Convinti della nostra indigenza e
fragilità e desiderosi tuttavia di amare veramente il Signore, chiediamo il
suo aiuto per restare fedeli al suo amore e ai propositi che abbiamo
formulati. Le intenzioni di preghiere di domanda possono essere senza
numero. Oltre che per i nostri bisogni, è spontaneo, normale e doveroso
pregare per coloro che ci sono cari; è bene, però, allargare i nostri orizzonti
ricordando spesso che vogliamo rappresentare e intercedere per tutti i
fratelli, anzi farci voce di tutto il creato.

La fiduciosa domanda crea dentro di noi un atteggiamento di apertura


e di disponibilità all’azione di Dio. Mi rivolgo a Lui nel momento del
bisogno per chiedere aiuto e protezione, sostegno e forza, e, allo stesso
tempo mi sento di poter lodare e ringraziare, perché sono sicuro che il
Signore ascolta sempre, anche se non sempre risponde come io vorrei. In
tal modo entro nel dramma della vita con maggior serenità.

Ma ci sono anche “domande” che non esprimono il fiducioso


abbandono, ma il tormento di credenti che non capiscono il modo di
procedere di Dio e si sentono oppressi dal peso di una sofferenza della
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quale chiedono di sapere la ragione. In queste condizioni non sempre il
dialogo è pacifico perché l’uomo davanti a Dio si interroga, discute e
chiede una risposta. Mosè, Geremia, Giobbe lo fanno. Gesù stesso
interroga il Padre al culmine della sua sofferenza: “Dio mio… perché mi
hai abbandonato?”(Mc 15,34).
E’ importante notare che la Bibbia ci presenta anche una preghiera
dove c’è il lamento, a volte quasi la ribellione, ma è comunque preghiera
perché è pur sempre effusione di sé davanti a Dio.

L’ordine indicato in questa esposizione del “metodo di orazione” è


quello che ci pare più logico; ma è chiaro che questo ordine è solo
indicativo; possiamo sempre usare grande libertà e ordinare le varie parti
come riesce più spontaneo. Anzi, possiamo riprendere più volte la stessa
parte. Ciò vale anche per la meditazione e il colloquio affettivo che
possono, anche frequentemente, alternarsi. Nella stessa esposizione che
abbiamo fatto possiamo notare come le varie parti non solo sono connesse,
ma, spesso, si ritrovano e si permeano a vicenda. Si tratta, in fondo, di
un’unica esperienza intrisa di tutti questi elementi insieme, in un ordine di
tempo e di importanza che può sempre variare.
L’utilità del metodo di orazione mentale non sta tanto nell’indicare
l’ordine delle parti e i passi successivi che si devono compiere, quanto
piuttosto nell’aiutarci a coglierne i contenuti e a suggerire linee e mezzi di
sviluppo.

7. Difficoltà

a. Le distrazioni

Come si sa il primo tormento di chi comincia a dedicarsi alla


orazione mentale sono le distrazioni, spesso causate dalla mancanza di
abitudine a riflettere, tipico difetto della nostra “civiltà” dell’immagine, e
dalla indisposizione morale ossia la dissipazione e le preoccupazioni
eccessive.
Il rimedio a questo non può essere altro che un maggiore impegno e
una migliore organizzazione della vita. Lo abbiamo già ricordato. Una vita
distratta produce distrazione, una vita disordinata porta disordine, una vita
edonista porta insensibilità spirituale, una vita non orientata a Dio non ne
suscita alcun desiderio. Si tratta di difficoltà che hanno incontrato gli
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uomini di tutti i tempi e, benché ci possano essere delle variazioni nelle
espressioni e nelle modalità, anche i rimedi sono in fondo sempre gli
stessi. Lo dimostra tutta la storia della spiritualità, dai padri del deserto ai
nostri giorni. La custodia dei sensi, il dominio di sé, il culto della presenza
di Dio, la fedeltà al proprio dovere.

E’ vero che oggi le possibilità di distrarsi sono considerevolmente


aumentate, e una cultura edonistica e materialista non favorisce affatto la
ricerca dei valori superiori e lo sviluppo della dimensione spirituale del
nostro essere. Ma il problema non sta qui. Si potrebbe, infatti, notare che
sono aumentate anche le possibilità di leggere, di studiare, di approfondire,
di meditare la parola di Dio; sono aumentate le possibilità di una più attiva
e consapevole partecipazione ai sacramenti e alle celebrazioni liturgiche;
sono aumentate le possibilità di fare del bene; si sono moltiplicate le
opportunità di compiere un lavoro meno faticoso e più redditizio che lascia
maggiori spazi di tempo libero. Ora dipende solo da noi approfittare di
tutte queste possibilità e di utilizzare nel modo giusto il tempo che
abbiamo a disposizione. Benché sia indiscutibile che noi siamo influenzati
e sollecitati in molteplici modi, non dobbiamo mai dimenticare che, alla
fine, non sono i tempi che fanno l’uomo, è l’uomo con la sua libertà che
modella i tempi o se ne rende schiavo. Noi abbiamo ricevuto lo Spirito, e
dove c’è lo Spirito di Dio c’è libertà (2 Cor 3,17) . “Se rimanete fedeli alla
mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità
vi farà liberi” (Gv 8, 31-32). Tutto dipende dal quel “se” iniziale. Se,
dunque, non siamo sufficientemente liberi, sappiamo da che dipende, e
sappiamo anche come rimediare.

Talvolta le distrazioni sono causate da malattia e da stanchezza


eccessiva, in tal caso il rimedio è quello di curarsi e di organizzare la vita
in modo da non rendersi schiavi del lavoro.

Altre volte, come ricordato, la difficoltà a raccogliersi, e relative


distrazioni, deriva dalla stessa struttura personale. “Vi sono intelletti e
spiriti così mobili che possono paragonarsi a cavalli sfrenati che nessuno
può domare” (Cammino 19,2). Se nemmeno l’aiuto di un buon libro può
servire, allora il rimedio è dedicarsi attentamente alla preghiera vocale. Se
si sta attenti a ciò che si dice e si fissa lo sguardo verso Colui a cui si sta
parlando, maturano spontaneamente pensieri e affetti che portano, poi, a
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risoluzioni e propositi. In ogni caso è chiaro, come dicevamo, che anche la
preghiera vocale esige “attenzione” della mente e del cuore, cioè una certa
riflessione. “Non chiamo infatti orazione quella di colui che non considera
con chi parla, chi è che parla, cosa domanda e a chi domanda, benché
muova molto le labbra. Alle volte sarà buona orazione anche questa,
quantunque non accompagnata da tali riflessioni, purché queste si siano
fatte altre volte. Ma se alcuno ha l’abitudine di parlare con la maestà di
Dio come con uno schiavo, senza pensare se dice bene o male, contento di
quello che gli viene in bocca o che ha imparato a memoria per averlo
recitato altre volte… non tengo ciò per orazione, né piaccia a Dio che vi
siano cristiani che lo facciano” (I Mansioni, 1, 7). Pensiamo che questa
opinione di Teresa sia da tutti ampiamente condivisa.

Se si è fedeli, anche l’orazione vocale è una via che può portare alla
contemplazione, senza passare per la meditazione intesa in senso stretto.
Ascoltiamo ancora la testimonianza di Teresa: “Conosco molte persone
che mentre pregano vocalmente nel modo che ho detto, vengono elevate,
senza che ne sappiano come, a un’alta contemplazione. So di una che non
poté pregare altro che vocalmente. Eppure si trovava assai bene, tanto che
quando non recitava, il suo spirito vagava così distratto da non poterlo
raccogliere. Ma piacesse a Dio che la vostra orazione mentale fosse così
perfetta come era in lei la vocale! In certi Pater noster che recitava in
onore dei misteri dolorosi del Signore e in alcune altre preghiere, durava
alle volte per ore intere. Venne un giorno da me tutta in angustia, perché
non sapendo fare orazione mentale né applicarsi alla contemplazione, si
sentiva ridotta a non pregare che vocalmente. Io le domandai che cosa
recitasse e vidi che con la sola recita del Pater noster arrivava alla pura
contemplazione e che talvolta il Signore l’univa a Sé nell’unione. Del
resto, si vedeva dalla opere che doveva ricevere dal Signore grandi grazie,
perché menava vita molto perfetta. Io ne lodai il Signore, ed ebbi invidia
della sua orazione vocale. Ora, se questo è vero, come del resto è
verissimo, non vi date a credere … d’essere impossibile che lo diveniate
pur voi, purché, come dico, recitiate bene le vostre preghiere vocali e vi
manteniate pura la coscienza” (Cammino 30,7).

b. L’aridità spirituale

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L’aridità è la soppressione del conforto che si prova sovente nella
vita spirituale, specialmente nei primi tempi dopo la conversione ad una
vita migliore. Infatti, chi prende coscienza di possedere una vita spirituale
più intensa, ne prova una certa gioia, essendo legge psicologica che
l’uomo goda quando sa di possedere un grande bene. La vita spirituale
intensa però non sta in questo conforto, perché, come abbiamo prima
ricordato, la vera devozione consiste unicamente nella prontezza della
volontà nel servizio di Dio.
C’è un primo tipo di aridità che è frutto di dissipatezza e, talvolta, di
sostanziale indifferenza verso i beni spirituali; è ovvio che tale condizione
lascia il cuore arido e vuoto. Ed è altrettanto ovvio che tale tipo di aridità
può essere superato solo cercando di vivere meglio.
Ma questo non significa che, nell’attesa di migliorare la vita, non ci
si debba sforzare di pregare! (cfr Vita 8, 8) L’inizio di soluzione sta nel
prendere il coraggio a due mani, e cercare di pregare come si può. Bisogna
resistere alla tentazione di scappare, e stare lì, dicendo (almeno con l’apice
della volontà) di voler credere e di voler pregare, e sforzandosi di
utilizzare i mezzi e gli accorgimenti di cui possiamo disporre. Volere stare
lì, davanti a Lui, almeno con il corpo e dargli un po’ del nostro tempo che
consideriamo tanto importante, è già un modo per dire al Signore che gli
vogliamo dare un posto nella nostra vita e che desideriamo incontrarlo.

C’è, poi, un altro tipo di aridità che ha una origine e un significato


totalmente diversi; essa fa parte normale del progresso spirituale e
sopravviene quando si è fatto un certo cammino. Si tratta di una prova con
cui Dio è solito purificare le anime, togliendo la devozione sensibile. Se
non si accetta con vero spirito di mortificazione, anche questa aridità può
produrre atonia e svogliatezza spirituale, così da bloccare il cammino e
condannare la persona alla mediocrità.

La aridità spirituale è una variante della prova della fede che è ben
distinta dalla crisi della fede.
La crisi nasce dalla propria infedeltà. Essa si verifica quando
vogliamo far prevalere le nostre ragioni e la nostra logica, mettendoci,
così, fuori del disegno di Dio. E’ certo, infatti, che le sue vie non sono le
nostre vie. Ritornando alla logica umana è normale che si accantonino le
ragioni di fede. Ma una fede che viene esclusa dalle scelte di vita e si trova

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relegata nel campo delle astrazioni non può sostenersi, necessariamente
illanguidisce (entra in crisi!) e…. muore.
La prova della fede, al contrario, è legata alla nostra fedeltà. Il
Signore la permette o la provoca proprio per farci rinnovare il nostro
impegno e, allo stesso, tempo, per purificarla e spingerla ad andare oltre le
umane evidenze, così da penetrare più in profondità nel mistero di Dio e
dei suoi disegni.

Così si dica dell’aridità. C’è quella che è segno e conseguenza della


nostra mancanza di fedeltà e c’è quella, invece, orientata a sollecitarla e
promuoverla. Il Signore, in genere, ci sottopone alla prova di questa
aridità quando vuole purificare la nostra preghiera e la vuole elevare a un
grado superiore.
La prima purificazione riguarda il distacco dalle consolazioni. Poiché
il rischio di attaccarci più alle consolazioni che a Dio è costante, Egli ci
aiuta a liberarcene togliendocele. L’aridità serve a farmi prendere
coscienza che il vero amore non sta nella ricerca delle consolazioni, ma
nella ricerca di Dio e che io, se lo amo davvero, lo cercherò con o senza
consolazioni. Consolazioni che, in ogni caso, non ho alcun diritto di
pretendere. Dio che mi dà se stesso, è infinitamente di più di tutte le
consolazioni, e se io le preferisco a lui, dimostro chiaramente che non solo
non sono arrivato, ma che sono soltanto all’inizio del cammino.

Ma c’è un’altra insidia, ancora più profonda, è la presunzione di aver


raggiunto un grado elevato di perfezione e di avere, dunque, diritto a
vivere una serena intimità con il Signore. E’ il solito “io” che, invece, è
ancora ben vivo e continuamente riemerge. Ma è difficile che uno se ne
renda conto, ed è altrettanto difficile che si lasci illuminare. “Dar consigli è
inutile, dice s. Teresa. Col pretesto che da tanto tempo fan professione di
virtù, si credono in grado di insegnare agli altri, e pensano di aver tutte le
ragioni… Non bisogna contraddirle nel loro modo di vedere, perché sanno
illudersi così bene… a non mai persuadersi della loro imperfezione” (3
Mans 2, 1.2). Quante volte ci è capitato di incontrare queste persone,
tanto… virtuose da sentirsi offese di fronte ad una sia pur minima
correzione! E’ utile chiedersi se, per caso, anche noi siamo una di esse! E
veramente triste dover costatare che in certe comunità o fraternità, prima di
fare una sia pur minima osservazione bisogna pensarci cento volte e, poi,
farla in un modo molto indiretto (o non farla per niente), altrimenti la
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persona in questione si offende a morte e si allontana, o si chiude nel più
sdegnoso silenzio!
Con chi si crede perfetto e non bisognoso di cambiamenti lo stesso
Signore non trova altro rimedio se non quello di lasciarlo nella aridità. E’
una severa lezione che serve ad insegnare l’umiltà. Se uno la impara, (ma
la deve imparare!), si prepara a compiere un passo ulteriore che apre la
porta a una esperienza superiore di preghiera. In caso contrario, nessuna
speranza di successo e il cammino spirituale rimane perennemente
bloccato, nonostante le virtù che queste persone credono di coltivare tanto
bene. Se continuano a cedere al proprio “io”, non solo non progrediranno
nel cammino della preghiera, ma correranno il grosso rischio di tornare
indietro. Continueranno a darsi l’aria di persone spirituali, ma valgono
anche per loro le parole che il Signore dice per bocca di Isaia: “questo
popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me” (Is 29, 13;
Mc 7, 6) .

S. Giovanni della croce dà alcune indicazioni per capire quando si


tratta di una prova con la quale il Signore sta purificando l’anima per
prepararla ad entrare in una più profonda intimità con Lui:
Innanzi tutto l’anima, senza sapere perché, si viene a trovare priva di
devozione sensibile e nella incapacità di poter meditare come prima, cioè
di non poter più utilizzare l’immaginazione e il ragionamento di cui si
serviva per conoscere meglio il Signore e godere della sua presenza.
Questo primo “segno” è rivelativo solo della condizione di disagio in cui
un’anima si viene a trovare, e non dice ancora nulla sulla natura della
aridità in questione.

Il secondo segno è più importante. Esso è dato dal fatto che l’anima
non nutre alcun desiderio di pensare o gustare nemmeno cose create e
mondane; si tratta, dunque, di una aridità che riguarda anche le cose e le
attrazioni naturali. Sparisce, così, qualunque soddisfazione sensibile, sia
per ciò che riguarda le realtà spirituali che quelle profane. La meditazione,
la lettura spirituale, la Messa, la comunione che prima davano gioia, ora, a
causa della indifferenza in cui ci lasciano, producono solo tristezza. Ma
anche il lavoro, lo studio, la predicazione, la musica, lo svago, il rapporto
con gli amici in cui prima si trovava soddisfazione, lasciano insoddisfatti.
Tutto il mondo sembra diventato grigio. S. Giovanni della croce parla di
“notte oscura”. In questa situazione l’anima si sforza, comunque, di
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compiere bene il suo dovere e, per quanto riguarda la preghiera, di
resistere alla noia, alla distrazione, alla stanchezza, al disgusto della
sensibilità, e, soprattutto, alla tentazione di lasciar perdere.

Ma l’elemento più significativo per capire che si tratta di un


intervento divino è dato dal fatto che l’anima comincia ad entrare in una
pace profonda; pur non soffermandosi su alcuna considerazione
particolare, permane però in una attenzione amorosa nei riguardi di Dio
(cfr 2 Salita 13, 1-5). Si tratta dell’elemento e passaggio più importante.
Per quanto l’anima si sforzi di restare fedele ai suoi impegni e di dedicarsi
al lavoro, sente che c’è qualcosa nel più profondo di sé che non è
coinvolto. Un qualcosa che è preso da altro, che è attratto altrove. Dio
comincia già ad impadronirsi del profondo del cuore, ma lo fa in modo
così discreto che uno non se ne rende ancora conto. E’ questo il motivo
vero per cui uno non si sente più coinvolto e attratto come prima dalle
cose, spirituali o profane, a cui si dedica. In un certo senso uno si sente
straniero al mondo e alle cose che sta facendo e, allo stesso tempo,
straniero ad un mondo verso il quale sente oscuramente di essere attratto.
Una situazione di forte disagio, sofferenza e smarrimento e, insieme, di
una inspiegabile pace profonda.

Parlando dei vari modi di cavare l’acqua dal pozzo, cioè dei
progressivi passi della preghiera (Vita c 11 ss), S. Teresa sottolinea come
l’anima comincia ad agire a forza di braccia per attingere l’acqua dal
pozzo, e come la fatica venga attenuata man mano che l’acqua si renda
disponibile attraverso una noria, un ruscello che sgorga dalla sorgente e,
più ancora, attraverso una generosa pioggia. Questa acqua irrora l’anima e
la feconda, provenendo dall’esterno. Quando il flusso si interrompe,
sopravviene la aridità e si ha la sensazione che tutto stia disseccando. E’ il
momento in cui il Signore cambia “sistema di irrigazione”, e comincia a
fecondare il giardino in modo sotterraneo, cioè tocca l’anima nel profondo.
All’inizio l’anima percepisce solo la fine dell’affluenza dell’acqua (aridità)
e, inoltre, un disorientamento profondo per ciò che le sta succedendo
dentro e di cui non sa dare alcuna spiegazione.

E’ questo l’inizio della esperienza mistica che è, allo stesso tempo,


aridità e maggiore vicinanza a Dio. E’ la prima luce della contemplazione
che S. Giovanni chiama “notte oscura”. “La notte oscura, come noi
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chiamiamo la contemplazione, cagiona due sorte di tenebre o purificazioni,
secondo le due parti dell’uomo, sensitiva e spirituale” (Notte I, 8,1). Così
abbiamo due tipi di aridità, quella che riguarda la parte sensitiva per
adeguarla allo spirito, e quella che riguarda la parte spirituale per disporla
alla piena comunione con Dio (Ivi).
Nella notte oscura dei sensi non si prova più alcun sentimento,
nessuno slancio o attrattiva: ci si sente vuoti e aridi. Tutto si deve fare con
grande sforzo e fatica. La notte oscura dello spirito è peggiore perché,
oltre a quella del sentimento, si aggiunge anche l’aridità dell’intelligenza e
della volontà. Si arriva a dubitare di tutto, a credere di aver sbagliato strada
e di essere nell’inganno. Ci si trova di fronte al buio completo, senza
nessuna possibilità di vie di uscita.
Tutto finito? No! È il preludio ad una luce più grande, a un amore più
puro. Queste prove sono necessarie perché ci si renda conto di quanto il
nostro amore iniziale sia impuro, e quanta ricerca di noi stessi ci fosse in
tutto ciò che facevamo. Il dottore mistico le descrive ampiamente tutte e
due nei libri Salita del Monte Carmelo e Notte Oscura.

c. La trascendenza di Dio

Ma c’è un’altra difficoltà fondamentale, quella legata alla


trascendenza di Dio. Dio è infinito e, in quanto tale, sfugge totalmente alla
nostra capacità di percezione e di comprensione. E’ impossibile per ogni
creatura, uomini o angeli che siano, superare l’infinita distanza che separa
la creatura dal Creatore. Possiamo, anche se molto lontanamente,
rendercene conto se pensiamo che noi non riusciamo a raggiungere
nemmeno i confini della creazione, anzi non riusciamo nemmeno ad
immaginare i suoi sconfinati orizzonti che continuamente si allargano e
continuamente rivelano miliardi di nuove stelle.

Ma se Dio, nella sua infinita trascendenza, ci sfugge, come


possiamo parlare della preghiera come amicizia con Lui? L’amicizia, tra
noi, nasce e si sviluppa in un rapporto di visibilità e di sensibilità; questo
permette di avere esperienza concreta dell’altro, immediatamente
percepibile e documentabile. Ora ciò non si verifica nei riguardi di Dio
che, pertanto, rischia di restare una idea vaga e astratta. Dio non l’ha visto
mai nessuno, e nemmeno di Gesù sappiamo niente del suo aspetto fisico.
Parlare di amicizia con Dio è un discorso difficile, ed è ancora più difficile
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tradurla in un rapporto di reciprocità. Se l’altro non è visto e sentito, che
reciprocità ci può essere?

E’ necessario tenere presente che è Dio stesso che si rivela, si


promette, si comunica attraverso fatti concreti che la storia della salvezza
abbondantemente documenta. E’ lo stesso Dio che si adatta alla nostra
condizione avvicinandosi a noi fino a diventare noi; vivendo con noi,
come uno di noi in Cristo Gesù, è Dio stesso che ci dà la capacità di
percepirne la presenza e l’attività, di coglierne i pensieri, i programmi, e i
sentimenti del suo cuore. E’ Dio stesso che per un mirabile dono di grazia
e infinita condiscendenza viene a vivere in noi e con questa sua presenza
imprime nelle nostre potenze spirituali una capacità nuova, la capacità
della fede che ci fa conoscere Dio, la capacità della pura speranza che ci
fa tendere a Dio, la capacità dell’amore che ci fa possedere Dio. E’ Dio
stesso che ci mette dentro la capacità di “conoscerlo”, di incontrarlo e di
rispondergli, donandoci le virtù teologali della fede, della speranza e della
carità. Queste virtù sono dette teologali non solo perché hanno per oggetto
Dio, ma anche perché, in un certo senso, Dio ne è anche il soggetto. Nella
fede è Dio che ci partecipa la conoscenza che ha di se stesso, nella carità è
Dio stesso che vive la sua comunione di amore nei nostri cuori e la
diffonde in noi (Rm 5,5) Ebbene, ricordavamo prima, la preghiera è tutto
un esercizio delle virtù teologali.

Rimane, certo, il fatto che noi, da soli, non possiamo raggiungere


Dio, non possiamo stabilire alcuna unione con Lui, dunque non possiamo
pregare. E’ indispensabile metterselo bene in mente per non illudersi che
basta fare un po’ di sforzo e dedicarvi un po’ di tempo per arrivare a
pregare. Abbiamo, però, la certezza che lui stesso ce ne dà la capacità; in
fondo, anzi, è lui stesso che lo fa per noi. E’ lo Spirito che prega in noi e
prega con noi (Rm 8,15; Gal 4,20). Lo Spirito ci è stato dato per questo.
Solo che lo dobbiamo lasciare libero di agire, rendendoci disponibili alla
sua azione, mettendogli a disposizione la vita. La nostra preghiera è tutta
dipendente dallo spazio che noi lasciamo allo Spirito e alla libertà che gli
lasciano di organizzare e guidare la nostra esistenza. Ecco perché rimane
tanto difficile pregare, perché nella nostra vita vogliamo fare noi i
protagonisti, siamo troppo presi dagli interessi di questo mondo e lasciamo
troppo poco spazio alla vita dello spirito, che è vita nello Spirito.

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Il fatto, poi, che noi, di Dio, abbiamo una idea certamente
inadeguata non vuol dire che debba restare del tutto vaga e inconsistente.
Tale “idea”, infatti, esprime e richiama realtà e valori da noi amati e
desiderati. Ad esempio, che Dio è mio creatore e mio padre, che Gesù è
morto in croce per me.
Anche l’idea di patria è astratta, eppure si è disposti a lottare per
essa; così si dica della “scienza”, la “società”, la “virtù” ecc., ognuna di
queste è un’idea, eppure siamo disposti a sacrificarci per averla o
svilupparla. Le “idee”, buone e vere, richiamano ed esprimono beni e
valori che attirano e che conquistano. E’ evidente che, nel nostro caso, la
nostra “idea” deve essere supportata e illuminata dalla fede. Una fede che
mi stabilisce alla presenza di un Qualcuno che mi ama e che vuole stabilire
con me un rapporto di amore.
Ecco perché, per il fedele, Dio non è un’astrazione ma una persona
ben concreta che dimostrandogli un amore senza confini, lo tocca nel
cuore e lo attira a Sé.

Ma, è chiaro, bisogna avere fede e attuarla per conoscere Dio,


bisogna avere speranza e nutrirla per desiderare e cercare Dio, bisogna
avere carità e viverla per entrare in comunione con Dio.
La preghiera è unione con Dio e questa si stabilisce attraverso
l’esercizio delle virtù teologali. Ma, come sappiamo, è la carità che,
soprattutto, realizza questa unione. Ne segue una conclusione
incoraggiante e stimolante. Se, nella vita, viviamo le virtù teologali,
soprattutto la carità, viviamo l’unione con Dio perché “stiamo in Dio” (1
Gv 4,16) e, pertanto, stiamo già in condizione fondamentale di preghiera;
quando vogliamo applicarci ad essa in modo formale ed esclusivo
mettendo da parte tutto il resto, non dovrebbe essere difficile rendere
esplicito questo nostro atteggiamento fondamentale e viverlo in modo
consapevole e totalizzante.
Se, però, esercitassimo tutte le virtù morali e osservassimo tutti gli
altri doveri legati alla nostra condizione di vita, ma non esercitassimo le
virtù teologali, soprattutto la carità, non potremmo pregare, perché sono
solo queste virtù che stabiliscono la unione con Dio. La vita virtuosa,
ascetica, è condizione per poter disporsi a pregare, ma non è ancora
preghiera; la unione o intimo rapporto di amicizia con Dio infatti, (che
questo è la preghiera teresiana) va oltre la dimensione ascetica e entra in
quella mistica che è, appunto, il campo proprio delle virtù teologali.
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Il motivo per cui, forse, non progrediamo nel cammino della
preghiera, nonostante l’impegno a vivere una vita virtuosa, dipende dal
fatto che non amiamo abbastanza, e non amiamo abbastanza perché non
crediamo abbastanza nell’amore che Dio porta a noi; ma anche nell’amore
che noi dobbiamo nutrire in noi stessi. Ci sentiamo a posto perché
osserviamo i nostri doveri (talvolta fino all’eroismo!), e, forse, ci
dimentichiamo che la legge suprema e, in definitiva, unica del cristiano è
amare (Mt 22, 37-40), e che l’amore per Dio si manifesta vero e si esprime
nell’amore per il prossimo: “Chi non ama il proprio fratello che vede, non
può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da
lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello” (1 Gv. 4,20.21). “Questo è il mio
comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati” (Gv
15,12).

Per questo il primo peccato che dobbiamo riconoscere, di cui


dobbiamo pentirci e chiedere perdono è la mancanza di fede nell’amore
con il quale il Signore ci ama e ci chiama a Sé, e la mancanza o grave
insufficienza del nostro amore verso i fratelli. Questo pentimento, come la
palla che toccando terra rimbalza in alto, è la nostra rampa di lancio per
proiettarci in Dio, abbandonarci a Lui e lasciarci introdurre nella sua
intimità.

Considerazione finale

Se chiudiamo questo nostro incontro con una maggiore


consapevolezza dell’amore che il Signore ci porta, e con il proposito fermo
di ricordarcelo più spesso e di ringraziarlo per questo, avremo fatto un bel
passo in avanti nel cammino della preghiera. E’ straordinario e
incoraggiante sentirci dire che l’amore non nasce da noi, perché l’amore è
Dio, è Lui che ci si dà. La sola cosa che noi possiamo fare in questo campo
è lasciarci da Lui amare, lasciarlo libero di invaderci del suo amore. E’
questo l’unico modo per avere l’amore e per imparare ad amare.
Ma cosa vuol dire “lasciarci da Lui amare?”, vuol dire “crederci”. Se
fin nell’intimo di te stesso ti lasci invadere dalla certezza che sei, in questo
momento, oggetto di un amore infinito totalmente gratuito e lo accogli,
capirai che anche a te non rimane altro che amare, e ne diventi capace.
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E’ la preghiera allo stato perfetto.

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