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Jacques Philippe

Alla scuola
dello Spirito Santo
COLLANA
SENTIERI

◼ Jacques Philippe, La pace del cuore


Jacques Philippe, Alla scuola dello Spirito Santo
Armando Drago, Credo in Dio perché è il più bravo
Marco Pratesi, La via del cuore
James Borst, Metodo semplice di preghiera contemplativa
Agnès Sochor, Una sola cosa è necessaria
Emanuela Ghini, Vie di preghiera
Michel Hubaut, Il perdono
Samuele Duranti, Credo che
José María Recondo, La speranza è un cammino
Helmut Krätzl, Ma Dio è diverso
Stefano Cucchetti, Nella luce della fede
Giuseppe Buccellato, Tu per me sei importante
Jacques Philippe

ALLA SCUOLA DELLO SPIRITO


SANTO

EDIZIONI DEHONIANE BOLOGNA


Edizione digitale della settima edizione cartacea pubblicata nel 2014

Titolo originale dell’opera: A l’Ecole de l’Esprit-Saint

Traduzione dal francese di Mariarosaria Spagnolo

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© Ed. Communauté des Béatitudes, 1995

© 1997 Edizioni Dehoniane, Roma

Edizione cartacea nel catalogo EDB®: © 2004 Centro editoriale dehoniano

Edizione digitale: © 2015 Centro editoriale dehoniano

via Scipione Dal Ferro, 4 – 40138 Bologna

www.dehoniane.it

EDB®

Per i testi biblici: © 2008 Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena

ISBN e-book: 978-88-10-968024


A colei che ci dice:
Fate quello che vi dirà.
Giovanni 2,5
INTRODUZIONE

«O mio Gesù, come è facile santificarsi. Occorre soltanto un briciolo di


buona volontà. Se Gesù scorge nel cuore questo briciolo di buona volontà si
affretta a donarsi all’anima e nulla può impedirglielo, né gli errori, né le
cadute; assolutamente niente. A Gesù preme aiutare quest’anima e se
l’anima è fedele alla grazia di Dio, in pochissimo tempo può conseguire la
più grande santità che una creatura possa raggiungere su questa terra. Dio è
molto generoso e non rifiuta a nessuno la sua grazia: dà più di quello che
noi gli chiediamo. La fedeltà nel seguire le ispirazioni dello Spirito Santo, è
la via più breve».

Questo bel testo è tratto dal diario di suor Faustina1. Nella sua
semplicità e concisione, esso lancia un messaggio estremamente importante
per tutti coloro che aspirano alla santità, vale a dire, in termini più semplici,
per tutti coloro i quali vogliono rispondere all’amore di Dio nella radicalità
più totale.
La più grande domanda che queste anime si pongono, la loro angoscia,
a volte, è quella di non sapere come fare.
È possibile che tu, lettore, faccia parte di quelli che non si sono mai
preoccupati troppo di porsi questa domanda. Forse il tuo cuore non ha mai
conosciuto questa aspirazione ad amare Dio tanto quanto è possibile
amarlo. Allora, te ne prego, supplica lo Spirito Santo di mettere in te questo
desiderio e chiedigli anche di non lasciarti mai riposare! Allora sarai beato:
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati
(Mt 5,6)2.
Così, per quelli che aspirano alla pienezza dell’amore, ogni indicazione
che permette di illuminare questo cammino e soprattutto di abbreviarlo, è
assai preziosa. Quasi nessuno ne ha piena consapevolezza, ma, a mio
parere, è necessaria ai santi perché dà la possibilità di santificarsi
maggiormente e più in fretta, e ai peccatori di convertirsi; la Chiesa ne
trarrà beneficio allo stesso modo. Il mondo sarà salvato dalla preghiera dei
santi.
È per questo che noi crediamo che sia molto importante trasmettere ai
cristiani la parte migliore dei messaggi dei santi perché possano progredire
velocemente verso la perfezione dell’amore, anche se questo linguaggio
non sarà capito da tutti.
La domanda chiave di questo cammino, forse è sapere su dove
concentrare i nostri sforzi. Questo non è sempre facile e non sempre
corrisponde a quello che immaginavamo all’inizio.
Suor Faustina, in questo brano, come in altre riflessioni del suo Diario,
ci dà un consiglio, frutto della sua esperienza, che merita di essere
ascoltato:
La via più breve è la fedeltà alle ispirazioni dello Spirito Santo.
Dunque, invece di disperdere i nostri sforzi in direzioni che potrebbero
rivelarsi sterili o poco produttive, suor Faustina ci propone di indirizzarli
specialmente verso un solo punto: saper riconoscere, accogliere e mettere in
pratica le ispirazioni dello Spirito Santo. Questa è la cosa che ci «ripagherà»
di più.
Ne spiegheremo il perché e cercheremo anche di far comprendere che
cosa significhi questo concretamente.

1 Diario di suor Faustina, Libreria Editrice Vaticana, p. 130. Suor


Faustina Kowalske, nata nel 1905 e morta il 5 ottobre 1938, è stata
beatificata da Giovanni Paolo II, la seconda domenica di Pasqua del 1993.
Questa religiosa polacca ha ricevuto da Gasù la missione di far conoscere al
mondo la Misericordia, in particolare attraverso un’icona di Cristo
misericordioso che lei stessa fece dipingere.
2 La giustizia nella Scrittura ha un significato diverso da quello che noi

abitualmente le attribuiamo. È l’atteggiamento dell’uomo la cui volontà è


pienamente conforme a quella di Dio per amarlo e amare il prossimo; in
altri termini è quello che noi intendiamo per santità.
I. LA SANTITÀ È OPERA DELLO SPIRITO
SANTO

È illusione comune pensare che la santificazione sia opera dell’uomo;


che basti avere un programma di perfezione ben chiaro per poi mettersi
all’opera con coraggio e pazienza e realizzarlo progressivamente: tutto qui.
Purtroppo (o fortunatamente!), non è tutto qui… Senza dubbio sono
necessari coraggio e pazienza, ma la santità non è certamente la
realizzazione di un programma di vita che fissiamo noi. Esporremo i due
motivi più importanti per i quali questo non è possibile.

1. IL COMPITO VA AL DI LÀ DELLE NOSTRE FORZE

È impossibile giungere alla santità con le nostre sole forze. Tutta la


Scrittura ci insegna che essa è solo frutto della grazia di Dio. Gesù ci dice:
Senza di me non potete fare nulla (Gv 15,15). E san Paolo: C’è in me il
desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo (Rom 7,18). I santi stessi
lo testimoniano. Ecco come si esprime Grignion de Monfort parlando di
questa santificazione che è il progetto di Dio per noi:

«Oh! Che opera mirabile: la polvere cambiata in luce, la sozzura


in purezza, il peccato in santità, la creatura in Creatore e l’uomo in
Dio! Oh! Opera mirabile! Lo ripeto, ma opera difficile ed impossibile
alla sola natura; solo Dio, con la grazia e con grazia abbondante e
straordinaria, può realizzarla; e neanche la creazione di tutto
l’universo è grande come questo capolavoro»1.
Per quanto ci sforziamo, non possiamo cambiare noi stessi. Solo Dio
può venire a capo dei nostri difetti, dei nostri limiti nell’ordine dell’amore;
solo lui ha un’influenza così forte sui nostri cuori da poter realizzare una
cosa simile. Noi non dobbiamo diventare santi con le nostre sole forze2, ma
dobbiamo trovare il modo di permettere a Dio di farci santi.
Questo richiede molta umiltà (rinunciare alla pretesa orgogliosa di
potercela fare da soli, accettare le nostre povertà ecc.), ma allo stesso tempo
è molto incoraggiante. Infatti, se le nostre forze hanno dei limiti, la potenza
e l’amore di Dio invece non ne hanno.
Noi possiamo fare in modo che questa potenza e questo amore vengano
in aiuto alla nostra debolezza. Ci basta accettare quest’ultima nella pace
riponendo in Dio solo tutta la nostra fiducia e la nostra speranza. In fondo è
molto semplice, ma spesso avviene che ci vogliono anni per comprendere e
per vivere cose semplici.
In un certo senso, il segreto della santità è comprendere che possiamo
ottenere tutto da Dio a condizione di sapere come prenderlo. È il segreto
della piccola via di santa Teresa di Lisieux. Dio ha un cuore di padre e noi
possiamo sempre ottenere da lui tutto quel che ci è necessario se sappiamo
prenderlo dalla parte del cuore3.
Io credo che questa idea che da Dio possiamo ottenere tutto, Teresa
l’abbia avuta da san Giovanni della Croce, suo unico maestro o quasi. Ecco
cosa ci dice questo grande santo nel suo Cantico spirituale:

«Grande è il potere e la tenacità dell’amore, tanto da prendere e


legare Dio stesso. Felice l’anima che ama! Essa ha Dio per
prigioniero, arreso a tutto ciò che essa vuole, perché egli è di tal
natura che, se lo prendono per amore e per bene, lo moveranno a fare
quanto desiderano»4.

Questa frase audace sul potere che il nostro amore e la nostra fiducia
possono esercitare sul cuore di Dio, svela una verità bella e profonda. Lo
stesso san Giovanni della Croce la esprime altrove con parole diverse:

«Quello che più tocca il cuore di Dio e trionfa su di esso, è una


salda speranza»5.
E ancora:

«Dio ha una così grande stima della speranza dell’anima che


incessantemente si rivolge a lui e conta su lui solo, che si può dire che
le dona tutto ciò che ella spera»6.

La santità non è un programma di vita: essa è qualcosa che si ottiene da


Dio; esistono dei mezzi infallibili per ottenerla, tutto consiste nel capire
quali siano… Abbiamo il potere di diventare santi, semplicemente perché
Dio si lascia conquistare dalla fiducia che noi riponiamo in lui. Quello che
diremo più avanti ha lo scopo di introdurci su questa buona strada.

2. SOLO DIO CONOSCE IL CAMMINO DI OGNUNO

La seconda ragione per la quale non diventiamo santi fissando un


programma, consiste nel fatto che, come esistono tanti tipi diversi di
persone, allo stesso modo esistono tante forme diverse di santità e dunque
anche di cammini verso la santità. Ognuno è assolutamente unico per Dio.
La santità non è la realizzazione di un certo modello di perfezione, identico
per tutti. Essa è una realtà assolutamente unica che Dio solo conosce e che
solo lui sa far sbocciare. Nessuno di noi sa in che cosa consista la propria
santità; questo gli viene svelato solo man mano che il suo cammino
prosegue, e spesso è qualcosa di ben diverso da quel che immaginavamo.
Di fatto, il maggiore ostacolo nel cammino verso la santità è, forse,
attaccarsi troppo all’immagine che ci si è fatti della propria perfezione…
La perfezione che invece vuole Dio è sempre diversa, ci disorienta
sempre, ma, in fin dei conti è infinitamente più bella poiché solo lui è
capace di creare dei capolavori assolutamente unici, mentre l’uomo, al
contrario, sa solo imitare.
Ne consegue un principio importantissimo: per accedere alla santità,
l’uomo non si può limitare a seguire delle regole generali che valgono per
tutti. Egli deve anche capire quello che Dio gli chiede in particolare e che,
forse, non chiede a nessun altro.
Come riconoscere il volere di Dio? Ci sono diversi modi: attraverso gli
avvenimenti della vita, nei consigli di un padre spirituale e con altri mezzi
ancora.
Tra questi ve ne è uno la cui importanza è fondamentale e merita di
essere spiegata. Si tratta delle ispirazioni della grazia divina le quali sono
delle sollecitazioni interiori, dei movimenti dello Spirito Santo nel profondo
del nostro cuore, attraverso i quali Dio ci fa conoscere quello che ci chiede
e, allo stesso tempo, ci comunica la forza necessaria per compierlo, se noi
acconsentiamo. In seguito diremo come discernere ed accogliere queste
ispirazioni.
Per diventare santi dobbiamo, ovviamente, sforzarci di mettere in
pratica la volontà di Dio che conosciamo dalla Scrittura, dai comandamenti
ecc. e che è rivolta a tutti. Ma è anche indispensabile, come abbiamo già
detto, andare oltre, aspirare a conoscere non solo ciò che Dio chiede a tutti
in modo generale, ma anche ciò che egli si aspetta da me in particolare. È
qui che entrano in gioco le ispirazioni di cui parliamo. Però bisogna
affermare che queste ispirazioni sono necessarie anche per quel che
riguarda il compimento della volontà generale di Dio su di noi.
La prima ragione è la seguente: se aspiriamo alla perfezione, abbiamo
così tante cose da mettere in pratica, così tanti comandamenti e virtù da
seguire, che ci è impossibile combattere su tutti i fronti; ad un certo punto
della nostra vita, dobbiamo sapere a quale virtù dare la priorità, non
secondo le nostre idee, ma secondo ciò che Dio effettivamente ci chiede,
cosa che sarà molto più efficace.
Comunque non si tratta sempre di quello che pensiamo noi. Ci
sarebbero molte cose da dire a questo proposito: molto spesso ci succede di
compiere sforzi smisurati per progredire su di un punto mentre Dio ci
chiede un’altra cosa. Per esempio, facciamo degli sforzi enormi per
correggere un difetto del nostro carattere mentre Dio ci chiede
semplicemente di accettarlo con umiltà e mitezza verso noi stessi!
Le ispirazioni della grazia sono preziosissime per orientare bene i nostri
sforzi nei combattimenti che dobbiamo affrontare… Senza di esse
rischiamo o di rilassarci su alcuni punti o di esigere da noi stessi più di
quanto Dio stesso non ci chieda, il che è comunque grave e più frequente di
quanto non si pensi. Dio ci chiama alla perfezione ma non è perfezionista. E
la perfezione si raggiunge non tanto attraverso la conformità esteriore a un
ideale, quanto attraverso la fedeltà interiore a delle ispirazioni.
C’è una seconda ragione dimostrata dall’esperienza: molto spesso non
abbiamo la forza di compiere neanche la volontà e i comandamenti di Dio
che già conosciamo e che sono validi per tutti. Ora, ogni volta che siamo
fedeli nel rispondere ad una mozione dello Spirito, desiderando di essere
docili a ciò che Dio si aspetta da noi, anche nelle cose più piccole, questa
fedeltà attira su di noi un sovrappiù di grazia e di forza che potremo
applicare in altri campi per essere un giorno capaci, forse, di praticare i
comandamenti che non avevamo avuto la forza di mettere completamente
in pratica fino a quel momento. Si potrebbe dire che è un’applicazione della
promessa di Gesù nel Vangelo: Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele
nel poco, ti darò autorità su molto (Mt 25,21).
Ne deduciamo una legge spirituale fondamentale:

Otterremo la grazia di essere fedeli nelle cose importanti che, per il


momento, sono per noi impossibili, solo continuando ad essere fedeli nelle
piccole cose, alla nostra portata, soprattutto quando queste piccole cose
sono quelle che lo Spirito Santo ci chiede, sollecitando il nostro cuore con
le sue ispirazioni.

Terminiamo questa parte con una considerazione di importanza capitale


per motivarci nel desiderio di essere fedeli a queste ispirazioni. Se vi
proponessimo di fare degli sforzi per realizzare qualche progresso spirituale
secondo le vostre idee e i vostri criteri, non avreste successo. Lo abbiamo
detto: tra quel che Dio ci chiede effettivamente e quel che noi immaginiamo
che egli ci chieda, a volte c’è una bella differenza. Non avremo la grazia per
fare ciò che Dio non ci chiede.
Invece, nelle cose che egli si aspetta da noi, la sua grazia ci viene
assicurata: Dio dona ciò che ordina. Quando Dio ci ispira di fare qualcosa
(se è veramente lui la fonte di questa ispirazione), ci dà allo stesso tempo la
capacità di farlo. Anche se questo al principio ci supera o ci fa paura…
Ogni mozione divina, oltre ad essere luce per comprendere ciò che Dio
desidera, è forza che anima la volontà.

3. LA FEDELTÀ ALLA GRAZIA ATTIRA ALTRE GRAZIE


«Ecco un breve racconto dal Diario di suor Faustina:

«Oggi ho cercato di fare tutte le mie pratiche di pietà prima della


benedizione, perché mi sentivo peggio del solito. Perciò subito dopo
la benedizione sono andata a coricarmi. Però quando andai in
dormitorio, conobbi all’improvviso interiormente che dovevo entrare
nella cella di suor N. che aveva bisogno d’aiuto. Entrai subito in
quella cella e suor N. mi disse: Che fortuna che Dio l’ha condotta qui,
sorella. E parlava con una voce così bassa che riuscii a capire a
malapena. Mi disse: Sorella, mi porti per favore un po’ di tè col
limone, perché ho una gran sete e non posso muovermi perché soffro
molto. In realtà soffriva molto e aveva la febbre alta. Le feci il
servizio e con quel po’ di tè spense l’arsura delle sue labbra. Quando
entrai nella mia cella, la mia anima venne avvolta da un grande amor
di Dio e compresi quanto occorra fare attenzione alle ispirazioni
interiori e seguirle fedelmente. E la fedeltà a una grazia, ne attira
altre»7.

Questo testo illustra bene alcune cose già dette sopra e sottolinea un
punto importantissimo: ogni fedeltà ad un’ispirazione viene ricompensata
da grazie sempre più abbondanti, in particolare da ispirazioni sempre più
frequenti e più forti. È come se l’anima si allenasse nella fedeltà a Dio per
giungere a una percezione sempre più chiara della sua volontà e a una
facilità maggiore per compierla. Anche san Francesco di Sales afferma:

«Quando sappiamo trarre beneficio da un’ispirazione che Nostro


Signore ci dona, egli ce ne ridona un’altra e così continua a
donarcene altre nella misura in cui ne sappiamo trarre beneficio»8.

Questo è il dinamismo fondamentale che potrà condurci, poco a poco,


alla santità: la nostra fedeltà a una grazia ne attirerà altre9. Anche santa
Teresa di Gesù Bambino testimonia questo dinamismo della fedeltà che
rende sempre più facile il compimento della volontà di Dio:
«La pratica della virtù ci divenne dolce e naturale; dapprincipio il
mio viso tradiva spesso il combattimento, ma poco a poco quella
espressione scomparve e la rinuncia mi divenne facile anche dal
primo istante. Gesù lo ha detto: A colui che possiede, verrà dato
ancora, e sarà nell’abbondanza. Per una grazia ricevuta fedelmente
egli me ne concedeva molte altre…»10.

Aggiungiamo anche che questa tappa è accompagnata da una grazia di


felicità: nonostante che obbedire allo Spirito, all’inizio ci costi molto,
perché dobbiamo affrontare le nostre paure, i nostri attaccamenti ecc.,
questa obbedienza, in fin dei conti, è sempre fonte di gioia e di felicità ed è
accompagnata da un’effusione di grazia che dilata il cuore, che rende
l’anima libera e felice di camminare sulle vie del Signore: Corro per la via
dei tuoi comandamenti perché hai dilatato il mio cuore (Sal 119,32).
Dio ci ricompensa ampiamente con una generosità che solo lui possiede.
Solo lui ci può trattare così…
Ecco una legge spirituale che l’esperienza conferma e che merita di
essere sottolineata. Questo vuol dire che, anche se la via della docilità alle
mozioni dello Spirito è molto esigente, poiché lo Spirito soffia dove vuole
(Gv 3,8), essa è comunque una via di libertà e di felicità nella quale l’anima
cammina senza vincoli e il cuore non è rinchiuso, ma dilatato. Questa
dilatazione del cuore è un segno che manifesta la presenza dello Spirito.
Lo Spirito Santo viene giustamente chiamato Consolatore. Quando i
tocchi dello Spirito, che ci illuminano e ci spingono ad agire, vengono
accolti, riversano nel nostro cuore non solo luce e forza ma anche
un’unzione di conforto e di pace che molto spesso ci colma di consolazione.
E quand’anche il loro obbiettivo fosse di poca importanza, poiché essi
procedono dallo Spirito divino, hanno il potere che solo Dio possiede: di
consolarci e di colmarci.
Una sola gocciolina dell’unzione dello Spirito Santo può riempire il
nostro cuore di una soddisfazione più grande di tutti i beni della terra messi
assieme, perché fa parte dell’infinito di Dio11.
Cospargi di olio il mio capo, il mio calice trabocca (Sal 23). Questa
unzione dello Spirito si espande immancabilmente nell’anima di colui che
compie il bene ispiratogli dallo Spirito.
Qui troviamo l’altra grande legge della vita spirituale: ciò che è
veramente capace di colmare i nostri cuori non sono tanto i beni che
riceviamo, quanto il bene ispirato da Dio che pratichiamo: c’è più gioia nel
dare che nel ricevere.
Abbiamo appena mostrato fino a che punto sia fecondo accogliere e
seguire le mozioni dello Spirito, tanto da poter dire con suor Faustina che
questo è senza dubbio il mezzo principale per santificarci.
Ma adesso sorgono diverse domande: come riconoscere e discernere
queste mozioni dello Spirito? Tutti ricevono queste mozioni? Come favorire
la loro presenza nella nostra vita spirituale?
Cercheremo di rispondere a queste domande, cominciando dall’ultima.

1 Il segreto di Maria, inizio della prima parte.


2 Ovviamente questo non vuol dire che non dobbiamo compiere degli

sforzi; questi però, devono orientarsi verso la giusta direzione per non
rimanere sterili e il loro scopo non deve essere quello di farci giungere alla
perfezione, ma quello di lasciarci trasformare da Dio senza opporgli
resistenza, per aprirci il più possibile alla sua grazia che ci santifica.
3 Ecco un brano di una lettera di Teresa che può aiutarci a comprendere

tutto questo: «Vorrei tentare di farle comprendere, per mezzo di un


paragone semplicissimo, quanto Gesù ama le anime, anche imperfette, che
confidano in lui. Supponga che un padre abbia due figli sventati e
disobbedienti e che, sul punto di punirli, veda uno di loro che trema e
s’allontana da lui con terrore, pur avendo dentro di sé il sentimento
profondo di meritare il castigo, mentre invece il fratello si getta tra le
braccia del padre dicendo che si pente del dolore che gli ha arrecato, che gli
vuol bene e che d’ora in avanti metterà giudizio. Se poi questo fanciullo
domanda addirittura al padre di punirlo con un bacio, non credo che il cuore
di quel padre fortunato possa resistere alla confidenza filiale del figlio del
quale conosce la sincerità e l’amore. Egli non ignora, tuttavia, che il figlio
ricadrà più d’una volta nelle stesse mancanze, ma è disponibile a
perdonargli sempre se il figlio lo prenderà dalla parte del cuore…» (Lettera
229).
4 Cantico spirituale B, strofa 32,1.
5 Massima 112.
6 Massima 119.
7 Diario di suor Faustina, Libreria Editrice Vaticana, p. 282.
8 Lettera 2074 nell’edizione di Annecy. Padre Ravier, presentando i

punti essenziali della spiritualità di san Francesco di Sales, afferma che «le
ispirazioni sono dei mezzi di cui lo Spirito Santo si serve per guidare
ognuno di noi ad ogni istante. Discernerle e seguirle è uno dei punti più
importanti della vita devota», in FRANCESCO DI SALES, Lettere di amicizia
spirituale, Desclèe de Brouwer, p. 818.
9 Ciò non vuol dire che tutto è perduto se a volte siamo infedeli.

Parleremo di questo nei prossimi capitoli.


10 Manoscritto autobiografico A, p. 145.
11 Riccardo di San Vittore dice: «Io oso affermare che una sola goccia

di queste divine consolazioni può far ciò che tutti i piaceri del mondo non
saprebbero fare. Questi ultimi non possono saziare il cuore mentre una sola
goccia della dolcezza interiore, che lo Spirito Santo riversa nell’anima, la
porta fuori di sé e le dona una santa ebbrezza».
II. COME FAR SBOCCIARE LE ISPIRAZIONI

Dio ama tutti gli uomini allo stesso modo e vuole condurre tutti alla
perfezione, ma usa delle vie molto diverse per gli uni e per gli altri. Questo
vuol dire che le ispirazioni della grazia si potranno manifestare di più o di
meno a seconda della persona. Lo Spirito non si può costringere: Dio è
padrone dei suoi doni.
Tuttavia, non si può dubitare del fatto che Dio concederà ad ogni
persona le ispirazioni necessarie, almeno per la sua santificazione.
Ascoltiamo san Francesco di Sales:

«Oh, quanto sono fortunati coloro che tengono dischiuso il cuore


alle sante ispirazioni! Ché mai non son privi di quelle che lor sono
necessarie a vivere bene e devotamente nella propria condizione, e
bene e santamente esercitare i carichi imposti dalla loro professione.
Poiché, come il Signore dà, per via dell’ordine naturale, agli
animali tutti gli istinti richiesti alla conservazione e all’esercizio delle
naturali qualità loro, così, qualora non resistiamo noi alla grazia di
Dio, egli dà a ciascuno di noi le ispirazioni occorrenti per vivere,
operare, e conservarci nella vita spirituale»1.

Bisogna anche aggiungere che queste mozioni del lo Spirito, anche se


purtroppo rivestono un ruolo poco rilevante nell’esistenza di molti cristiani,
non sono una cosa eccezionale, ma fanno parte di un «funzionamento
normale» della vita spirituale.
San Paolo lo suggerisce quando dice: Tutti quelli, infatti, che sono
guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio (Rom 8,14), e anche:
Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito
(Gal 5,25).
Tutti noi abbiamo ricevuto l’adozione filiale e la grazia dello Spirito
Santo con il battesimo. Il frutto di questo sacramento è lo sbocciare nella
nostra vita di quello che la teologia chiama: doni dello Spirito Santo, che
hanno lo scopo di «disporre l’anima a ricevere prontamente l’impulso della
grazia divina»2.
Il dottore angelico dice anche: «I doni dello Spirito Santo rendono tutte
le facoltà dell’anima capaci di sottomettersi alla mozione divina»3.
Ogni cristiano deve dunque desiderare e chiedere queste grazie
d’ispirazione. Dio certamente le dona in misura più o meno grande e a
chiunque è stato dato molto, molto sarà chiesto (Lc 12,48), così come a
colui al quale è stato dato di meno, meno sarà chiesto. Però queste grazie
d’ispirazione non sono facoltative poiché possono essere decisive per il
nostro progresso spirituale e accoglierle nella nostra vita è importantissimo.
Che cosa permette concretamente la manifestazione delle ispirazioni
della grazia? Cosa bisogna fare perché il Signore ce ne faccia trarre il
maggiore beneficio possibile? Elencheremo un certo numero di condizioni
che favoriscono la loro manifestazione.

1. PRATICARE LA LODE E LA GRATITUDINE

Quello che ci impedisce di ricevere grazie più abbondanti da Dio è il


non riconoscere abbastanza quelle che ci ha già concesse, ringraziandolo
per questo. Senza dubbio, se ringraziamo Dio con tutto il nostro cuore per
ogni grazia ricevuta, particolarmente per le ispirazioni, egli ce ne concederà
ancora di più. Ascoltiamo santa Teresa di Gesù Bambino che parla a sua
sorella Celina (suor Genoveffa):

«Quel che più attira le grazie del Buon Dio, è la riconoscenza,


perché se noi lo ringraziamo di un beneficio, egli ne rimane toccato e
si affretta a donarcene altre dieci e se noi lo ringraziamo ancora con
la stessa effusione, che moltiplicarsi incalcolabile di grazie! Io l’ho
sperimentato, prova e vedrai! La mia gratitudine è senza limiti per
tutto quello ch’egli mi dona e io glielo provo in mille modi»4.
Non si tratta di calcolare, ma di prendere coscienza che la nostra
ingratitudine verso Dio ci fa ripiegare su noi stessi e ci chiude alla sua
grazia. Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici,
dice il Salmo (103,1). La lode purifica il cuore e lo dispone
meravigliosamente a ricevere la grazia divina e le mozioni dello Spirito
Santo.

2. DESIDERARE E CHIEDERE LE ISPIRAZIONI

Poi bisogna ovviamente desiderare e chiedere spesso le ispirazioni nella


preghiera: Chiedete e vi sarà dato (Lc 11,9). Ecco quella che dovrebbe
essere la richiesta da rivolgere più spesso a Dio: Ispirami in tutte le mie
decisioni e fa’ che non trascuri nessuna delle tue ispirazioni.
Dobbiamo chiederle in tutte le circostanze della nostra vita, nei
momenti particolari, di fronte a scelte importanti; quando abbiamo
l’impressione che la nostra vita con il Signore proceda a fatica e debba
essere vivificata, forse sarebbe bene prendere qualche giorno di ritiro e di
preghiera più intensa per chiedere la luce dello Spirito Santo.
Sarebbe sorprendente allora che Dio non ci rispondesse donandoci le
sue ispirazioni.

3. DECIDERSI A NON RIFIUTARE NULLA A DIO

Oltre a una preghiera cosciente ed esplicita in questi termini, è


importante che in noi ci sia una forte e costante determinazione
nell’ubbidire a Dio in ogni cosa, grande o piccola che sia, senza nessuna
eccezione. Più Dio ci vede in questa disposizione di totale docilità, più ci
concede le sue ispirazioni.
Non dico che sia necessario essere capaci di ubbidire a Dio in tutto;
questo ci è indubbiamente impossibile a causa della nostra fragilità. Ma
bisogna essere molto determinati e far sì che, specialmente con la preghiera,
ci fortifichiamo incessantemente nella risoluzione di non trascurare mai la
volontà che Dio potrebbe esprimerci, per quanto piccola possa essere.
Questa determinazione non deve comunque diventare uno scrupolo, di
cui il demonio potrebbe servirsi per scoraggiarci; una paura di venir meno
alla volontà di Dio o un’angoscia di non riuscire a comprenderla. In questo
campo, come dappertutto, dobbiamo lasciarci condurre dall’amore e non
dalla paura e, come diceva san Francesco di Sales, dobbiamo più «amare
l’obbedienza che temere l’obbedienza»5.
Dobbiamo fortificarci continuamente nella risoluzione di essere docili a
Dio, stando in guardia che il demonio non se ne serva mai per turbarci con
delle inquietudini o per scoraggiarci quando inevitabilmente cadiamo.

4. PRATICARE L’OBBEDIENZA FILIALE E FIDUCIOSA

Perché Dio ci riveli sempre più la sua volontà con delle ispirazioni,
bisogna iniziare a ubbidire alle volontà di Dio che già conosciamo e questo
è applicabile in diversi campi. Come abbiamo già detto, ogni fedeltà alla
grazia attira nuove grazie, sempre più abbondanti. Se siamo attenti a
ubbidire alle mozioni del lo Spirito, queste diventeranno sempre più
numerose. Se invece siamo negligenti, rischiamo di farle diminuire. A chi
ha sarà dato; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha (Lc 19,26),
dice Gesù.
Questo è il principio: per ottenere più ispirazioni, bisogna cominciare a
ubbidire a quelle che riceviamo.
È evidente che in seguito Dio ci gratificherà maggiormente con le sue
ispirazioni se vedrà che siamo fedeli nel compiere la sua volontà, quando
questa si esprime in modi ordinari come i comandamenti, i doveri del nostro
stato ecc.
Esistono molteplici espressioni della volontà di Dio che già conosciamo
senza aver minimamente bisogno di particolari ispirazioni: si tratta della
volontà di Dio che si manifesta, in modo generale, nei comandamenti della
Scrittura, nell’insegnamento della Chiesa, nelle esigenze proprie alla nostra
vocazione, alla nostra vita professionale ecc.
Se c’è in noi un sincero desiderio di fedeltà in tutti questi ambiti, Dio ci
concederà molte più mozioni del suo Spirito. Se invece siamo negligenti nei
nostri doveri abituali, potremo anche continuare a chiedergli le mozioni, ma
avremo poca possibilità che ci ascolti…
Cerchiamo, inoltre, di acconsentire, per amor di Dio, a tutte le occasioni
legittime di obbedienza che si presentano a noi nell’ambito della vita
comunitaria, familiare, sociale. Bisogna ubbidire a Dio piuttosto che agli
uomini, certo, ma è un’illusione credere di essere capaci di ubbidire a Dio,
se non siamo capaci di ubbidire agli uomini. In entrambi i casi, di fatto,
l’ostacolo da sormontare è sempre lo stesso: l’attaccamento a se stessi e alla
propria volontà. Chi non riesce a ubbidire alle persone, che gli piaccia o no,
si culla solo in dolci illusioni, se crede di essere capace di ubbidire allo
Spirito Santo. Se non sono mai disposto a rinunciare alla mia volontà (le
mie idee, i miei gusti, i miei attaccamenti…), di fronte agli uomini, cosa mi
garantisce che sarò capace di esserlo quando sarà Dio a chiedermelo?

5. PRATICARE L’ABBANDONO

Non dimentichiamo infine una forma di obbedienza forse più


importante e anche un po’ dimenticata, che dobbiamo chiamare
l’obbedienza agli eventi6.
Gli eventi della vita, in fin dei conti, sono l’espressione più sicura della
volontà di Dio poiché non vi è il rischio di interpretarli soggettivamente. Se
Dio ci vede docili agli eventi, capaci di acconsentire nella pace e con amore
a ciò che gli avvenimenti ci impongono, in spirito di fiducia filiale e di
abbandono alla sua volontà, non vi è alcun dubbio che egli moltiplicherà le
espressioni personali della sua volontà, attraverso l’unzione del suo Spirito,
che parla al nostro cuore.
Se invece non smettiamo di ribellarci e di irrigidirci di fronte alle
contrarietà, certamente per lo Spirito Santo sarà più difficile guidare la
nostra vita, visto che nutriamo questa diffidenza nei confronti di Dio.
Quello che maggiormente ci impedisce di diventare santi è senz’altro la
nostra difficoltà ad acconsentire a tutto quello che ci succede. Ciò non
significa che dobbiamo vivere un fatalismo che ci renderebbe
completamente passivi, ma un abbandono fiducioso e totale tra le mani del
Padre. Quando ci troviamo di fronte ad avvenimenti dolorosi, spesso ci
ribelliamo o li subiamo a denti stretti o ci rassegniamo passivamente.
Ma Dio ci invita a un atteggiamento molto più positivo e fecondo: fare
come Teresina che dice: Io scelgo tutto. Sottinteso: scelgo tutto ciò che Dio
vuole per me. Non mi limito a subire, ma con un’adesione libera della
volontà, decido di scegliere ciò che non ho scelto. Teresa ha detto anche:
Voglio tutto quello che mi contraria7.
Esteriormente questo non cambia nulla nella mia situazione, ma
interiormente cambia tutto: questo consenso, ispirato dall’amore e dalla
fiducia, mi rende libero, attivo, non più passivo, e permette a Dio di trarre il
bene da tutto quello che di buono o cattivo mi accade.

6. PRATICARE IL DISTACCO

Non possiamo accogliere le mozioni dello Spirito se siamo rigidi,


attaccati ai nostri beni, alle nostre idee, alle nostre concezioni ecc. Per
lasciarci guidare dallo Spirito di Dio, abbiamo bisogno di molta docilità ed
elasticità, che si acquisiscono poco a poco praticando il distacco.
Sforziamoci di non tenere a niente, né materialmente, né affettivamente,
neppure spiritualmente. Non per diventare menefreghisti o indifferenti a
tutto, né per praticare una sorta di ascesi forzata e spogliarci di tutte le cose
che possediamo: il Signore abitualmente non ci chiede di fare ciò.
Ma dobbiamo mantenere il nostro cuore in un atteggiamento di distacco,
guardare tutto con libertà, con distanza, con riserva, in modo tale che, se
siamo impossibilitati a realizzare una cosa, un progetto, una relazione o
un’abitudine, non ne facciamo un dramma. Questo distacco deve essere
praticato in tutti gli ambiti della nostra vita. Ma, indubbiamente, l’aspetto
materiale non è il più importante. Talvolta il nostro progresso spirituale è
più ostacolato dall’attaccamento ad alcune nostre idee, concezioni, modi di
fare. Ascoltiamo il consiglio di un francescano del XVI secolo:

«Che la vostra volontà sia sempre pronta ad ogni eventualità e che


il vostro cuore non sia asservito a nulla. Quando sentite un desiderio,
rendetelo tale da non provare la benché minima pena in caso di
fallimento, di modo che lo spirito rimanga tranquillo come se non vi
aspettaste nulla.
La vera libertà consiste nel non legarsi a niente. È così che Dio
cerca la vostra anima: sgombera da tutto, per potervi operare le sue
grandiose meraviglie»8.

L’attaccamento alla nostra «saggezza», anche quando questa si prefigge


obbiettivi eccellenti, è forse il peggiore ostacolo alla docilità allo Spirito
Santo. L’ostacolo è tanto più grave in quanto questo attaccamento è spesso
inconscio, poiché evidentemente, è più facile non essere coscienti
dell’attaccamento alla nostra volontà, quando ciò che vogliamo noi è una
cosa di per sé buona.
Visto che lo scopo perseguito è buono, ci giustifichiamo con una
caparbietà che ci acceca, senza renderci conto che il modo in cui
pretendiamo che la nostra idea si realizzi non sempre corrisponde ai piani di
Dio.
La saggezza di Dio non sempre coincide con la nostra, e questo
significa che, in qualsiasi tappa del nostro cammino spirituale, non saremo
mai dispensati dal praticare il distacco nei confronti delle nostre concezioni
personali, malgrado esse siano piene di buone intenzioni.

7. PRATICARE IL SILENZIO E LA PACE

Lo Spirito di Dio è uno spirito di pace, parla e agisce nella pace e nella
dolcezza, mai nel turbamento e nell’agitazione. Inoltre le mozioni dello
Spirito sono spesso tocchi delicati, non si manifestano nel frastuono e
possono affiorare alla nostra coscienza spirituale solo se in quest’ultima c’è
una zona di calma, di silenzio e di pace. Se il nostro interno è sempre
rumoroso e agitato, la dolce voce dello Spirito Santo avrà molta difficoltà a
farsi sentire.
Questo significa che, se vogliamo riconoscere le mozioni dello Spirito
Santo e seguirle, è importantissimo cercare di mantenere il nostro cuore
nella pace.
La cosa non è facile, ma a forza di praticare la speranza in Dio,
l’abbandono, l’umiltà, l’accettazione delle nostre povertà con una fiducia
incrollabile nella misericordia divina, ci riusciremo sempre meglio. Qui non
vogliamo parlarne a lungo perché abbiamo già trattato questo tema in un
altro libro9. Comunque è importante sottolinearlo, perché se non cerchiamo
di praticare la pace di fronte a tutte le circostanze nelle quali rischiamo di
perderla (e sono tante!), saremo difficilmente capaci di sentire la voce dello
Spirito Santo, quando egli vorrà parlare al nostro cuore, perché l’agitazione
che vi lasceremo regnare quasi sicuramente glielo impedirà.
Come abbiamo spiegato nell’opera citata, quando viviamo dei momenti
difficili, lo sforzo che facciamo per restare nella pace è molto fruttuoso
poiché, proprio conservando questa pace, avremo la possibilità di reagire a
una situazione non in modo inquieto e precipitoso (creando un grande
scompiglio), ma ascoltando ciò che lo Spirito Santo potrebbe suggerirci:
questo sarà ovviamente più benefico. Mettiamo dunque in pratica questa
parola di san Giovanni della Croce:

«Abbiate cura di mantenere il vostro cuore nella pace, che nessun


avvenimento di questo mondo lo turbi… Quand’anche quaggiù tutto
crollasse e tutti gli eventi ci fossero contrari, sarebbe inutile turbarci
perché questo turbamento ci procurerebbe più danno che profitto»10.

Il più grave di questi danni è che diventiamo incapaci di seguire gli


impulsi dello Spirito Santo.
Questo è legato alla pratica del silenzio. Silenzio che non è vuoto ma
pace, attenzione alla presenza di Dio e attenzione al prossimo, attesa
fiduciosa, speranza in Dio. L’eccesso di rumore — non solo in senso fisico,
ma rumore inteso anche come un vortice incessante di pensieri,
immaginazioni, parole ascoltate o dette, dal quale a volte ci lasciamo
intrappolare e che spesso alimenta le nostre preoccupazioni, le nostre paure,
le nostre insoddisfazioni ecc. — lascia poche possibilità allo Spirito di
potersi esprimere.
Il silenzio non è un vuoto, ma un atteggiamento generale di interiorità
che ci permette di custodire nel nostro cuore una celletta interiore (secondo
l’espressione di santa Caterina da Siena), in cui siamo in presenza di Dio e
conversiamo con lui. Il silenzio è il contrario della dispersione dell’anima
verso l’esterno, della curiosità, delle chiacchiere ecc. Il silenzio è la
capacità di ritornare naturalmente dentro noi stessi, calamitati dalla
presenza di Dio che ci abita.

8. PERSEVERARE FEDELMENTE NELL’ORAZIONE

Tutti questi atteggiamenti di cui abbiamo appena parlato che facilitano


la manifestazione dello Spirito, possiamo acquisire solo progressivamente;
per questo è assolutamente necessaria la fedeltà all’orazione. Per fortificarci
nella determinazione a non rifiutare nulla a Dio, per praticare il distacco,
l’abbandono filiale e fiducioso, per imparare ad amare il silenzio e
l’interiorità, per scoprire questo luogo del cuore in cui lo Spirito ci sollecita
dolcemente, l’orazione è indispensabile.
Abbiamo già trattato a lungo questo argomento altrove11, ma qui
vogliamo e dobbiamo ricordare quanto sia necessario dedicare del tempo
regolarmente e fedelmente alla preghiera personale silenziosa che Gesù
stesso ci chiede: Quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta,
prega il Padre tuo nel segreto (Mt 6,6).

9. ESAMINARE I MOVIMENTI DEL NOSTRO CUORE

Dove nascono queste ispirazioni della grazia? Non nella nostra


immaginazione o nella nostra testa, ma nel profondo del nostro cuore. Per
riconoscerle bisogna dunque prestare attenzione a ciò che avviene in esso,
ai movimenti che possiamo distinguervi e saper discernere quando questi
provengono dalla nostra natura, dall’azione del demonio o dall’influenza
dello Spirito Santo.
Parleremo di questo discernimento più avanti; adesso vogliamo solo
dire che, se mettiamo in pratica tutti i consigli dati, riusciremo a rivolgere
un’attenzione sempre maggiore a ciò che avviene nel luogo più profondo e
più importante di noi stessi dove non c’è quasi mai trambusto: questo è il
luogo più intimo del cuore dove lo Spirito Santo fa nascere le sue mozioni e
di cui prendiamo coscienza poco a poco.
Imparando a distinguere i diversi movimenti della nostra anima,
impareremo a riconoscere anche le mozioni dello Spirito Santo.
Ciò non vuol dire che dobbiamo cadere in una specie d’introspezione
psicologica continua, inquieta e forzata, che potrebbe indurci a concentrarci
su noi stessi o a diventare vittime del via vai delle nostre emozioni e dei
nostri pensieri: questo infatti non produrrebbe nulla di buono.
Si tratta invece di vivere in un continuo desiderio di Dio, della calma
interiore, della preghiera, dell’attenzione a ciò che avviene in noi, in modo
tale che, se nel nostro cuore si risveglia qualche movimento della grazia,
non lo soffochiamo né lo disperdiamo nel rumore di fondo di tutte le altre
sollecitazioni ed emozioni, ma gli permettiamo di emergere e di essere
riconosciuto come ispirazione divina.
Questo presuppone una vigilanza che ci fa esaminare ciò che ci spinge a
fare una cosa piuttosto che un’altra, ogni qualvolta ci muoviamo. Questa
attenzione ci rende capaci di riconoscere in noi una diversità di movimenti.
Alcuni sono movimenti disordinati, cioè impulsi a fare o dire qualcosa
ecc. la cui origine non è sana. Spesso, infatti, siamo mossi dal timore, dal
risentimento, dalla collera, dall’aggressività, dal bisogno di essere notati o
ammirati dagli altri, dalla sensualità ecc.
Queste mozioni disordinate possono venire dalla nostra natura corrotta,
come si diceva in passato; oggi si direbbe piuttosto che provengono dalle
nostre ferite, che è la stessa cosa. Possono anche venire dal demonio: si
tratta allora di tentazioni.
A volte, invece, siamo mossi da movimenti buoni: desiderio sincero e
disinteressato di aiutare qualcuno, impegno a collaborare ecc.
Questi movimenti buoni possono avere un’origine naturale (non è che
tutto in noi sia corrotto!) o soprannaturale; vale a dire che essi, anche se non
sempre ne siamo coscienti, sono il frutto della grazia divina nei nostri cuori.
Notiamo anche che alcuni movimenti, apparentemente buoni (il cui oggetto
sembra buono), possono in realtà non esserlo e provenire dal demonio che è
astuto e che, alle volte, ci spinge a fare qualcosa che sembra buono ma, di
fatto, è contrario alla volontà di Dio e i cui frutti sarebbero negativi nella
nostra vita.
Il clima d’interiorità, di cui stiamo parlando, ci aiuta a renderci conto
della diversità di questi movimenti, della loro origine, dei loro effetti. Per
esempio, quelli che lasciano in noi gioia e pace, e quelli che, al contrario,
suscitano turbamento, tristezza ecc.
Questo esame del nostro cuore ci aiuterà, in particolare, a prendere
coscienza di alcuni movimenti che, di tanto in tanto, ci sollecitano e che,
con un po’ di esperienza, saremo in grado di riconoscere come inviti dello
Spirito Santo, il quale ci spinge a fare (o a non fare) alcune cose.
Sono queste le ispirazioni della grazia di cui parliamo e che è così
importante seguire perché sono molto feconde per il nostro progresso
spirituale e preziose nel nostro servizio verso Dio e verso il prossimo.
Esse possono essere più o meno abbondanti: questo dipende da Dio. Ma
meno ce ne lasciamo sfuggire, meglio è, perché ci aprono all’azione dello
Spinto Santo che viene in aiuto alla nostra debolezza (Rom 9,26).

10. PRATICARE L’APERTURA DEL CUORE VERSO UN PADRE SPIRITUALE

Il discernimento dell’azione dello Spirito Santo in noi sarà molto più


facile se abbiamo la possibilità di aprire il nostro cuore a una persona che
possa consigliarci spiritualmente. Molto spesso siamo incapaci di veder
chiaro in noi stessi, nelle nostre motivazioni ecc. e la luce ci sarà donata
rendendo esplicito quello che viviamo, parlandone, dialogando con una
persona che ha una certa esperienza.
Dio benedice questa apertura del cuore. Di fatto essa è un atteggiamento
di umiltà (riconosciamo di non poter bastare a noi stessi…), di fiducia
nell’altro e inoltre testimonia che il nostro desiderio di veder chiaro, per
compiere la volontà di Dio, è veramente sincero, perché ricorriamo a dei
mezzi concreti. Queste disposizioni piacciono molto a Dio che risponde
sempre con le sue grazie.
Bisogna dunque chiedere con insistenza al Signore di donarci una
persona alla quale aprire il nostro cuore e approfittare delle occasioni che
egli suscita a questo riguardo, cosa che, talvolta, richiede coraggio.
Tuttavia, non disperiamo se, senza averne colpa, questo ci accade
raramente. Se desideriamo un padre spirituale senza trovarlo, Dio
provvederà in un altro modo.
Aggiungiamo che la confessione frequente, quand’anche non dovesse
sfociare in direzione spirituale, è comunque una fonte di purificazione del
cuore, da non trascurare e una luce per comprendere quello che avviene
nella nostra anima.
1 Trattato dell’amor di Dio, libro VIII, cap. 10.
2 SAN TOMMASO, Somma teologica, Ia, IIae, q. 68, a. 1.
3 Ibid.
4 Consigli e ricordi di suor Genoveffa.
5 Cf. Lettera a santa Giovanna di Chantal.
6 Questa affermazione fa sorgere un problema teologico ed esistenziale

difficile. Non si tratta di cadere nel fatalismo o nella passività, né di dire che
tutto quel che succede è volontà di Dio: Dio non vuole il male né il peccato.
Molte cose che accadono non sono volute da Dio. Tuttavia egli le permette
nella sua saggezza che rimane scandalosa per la nostra intelligenza. Dio ci
chiede di fare il nostro possibile per eliminare il male. Ad ogni modo,
malgrado i nostri sforzi, c’è tutto un insieme di circostanze nelle quali non
possiamo far nulla e che non sono necessariamente volute da Dio. Egli
comunque le permette e ci invita ad accettarle nella fiducia e nella pace
anche se ci fanno soffrire e ci contrariano. Questo non significa
acconsentire al male, ma acconsentire alla misteriosa saggezza di Dio che
permette il male. Un consenso che non è un compromesso, ma che è
l’espressione di una fiducia in Dio più forte del male. Vi è in questo una
forma d’obbedienza dolorosa ma feconda. Significa che, dopo aver fatto ciò
che è in nostro potere, siamo invitati, davanti alle cose che comunque ci
vengono imposte dagli eventi, a vivere nei confronti del nostro Padre
celeste, in un atteggiamento d’abbandono e di fiducia filiale, nella fede che:
Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio (Rom 8,28). Per fare un
esempio, Dio non ha voluto il tradimento di Giuda o la vigliaccheria di
Pilato (Dio non può volere il peccato), ma li ha permessie ha voluto che
Gesù acconsentisse con spirito filiale a questi eventi come ha poi fatto:
Padre, non ciò che io voglio, ma ciò che tu vuoi (Mt 14,36).
7 Questa espressione è riportata da suor Genoveffa nei suoi Consigli e

ricordi.
8 JUAN DE BONILLA, La pace interiore.
9 JACQUES PHILIPPE, La pace del cuore, Edizioni Dehoniane, Roma

19978.
10 Massima 173 e 175.
11 JACQUES PHILIPPE, Un tempo per Dio, Edizioni RnS.
III. COME CAPIRE L’ISPIRAZIONE DI DIO

Arriviamo ora alla questione più delicata. In questa moltitudine confusa


di pensieri, emozioni, sensazioni che ci abitano interiormente, come
potremo riconoscere le ispirazioni che hanno origine in Dio?
Come individuare quello che viene dallo Spirito Santo e non
confonderlo con quello che forse può essere il frutto della nostra
immaginazione, autosuggestione, tentazione del demonio ecc.?
È evidente che non c’è una risposta automatica. Il nostro «io» e le
diverse influenze che esso subisce, di ordine psicologico o spirituale, è un
universo infinitamente complesso; non possiamo ridurre il discernimento
delle mozioni dello Spirito Santo ad alcune regole che basterebbe applicare
meccanicamente.
Si possono tuttavia fare delle osservazioni e formulare dei criteri che ci
permettano di orientarci. Questi criteri non ci permettono comunque di
arrivare a un’infallibilità che non esiste in questo ambito, ma sono tuttavia
sufficienti per andare avanti (anche se, qualche volta, un po’ a tastoni) e per
rendere possibile una collaborazione sempre più stretta della nostra libertà
con la grazia divina.

1. ACQUISIZIONE GRADUALE DEL SENSO SPIRITUALE

Prima di passare in rassegna i criteri che permettono di discernere le


mozioni dello Spirito, vorremmo fare un’osservazione importante. Quello
che ci farà riconoscere facilmente e prontamente le mozioni divine per
rispondervi, è lo sviluppo in noi di una specie di senso spirituale,
inesistente o molto approssimativo all’inizio della nostra vita, ma che si può
affinare con l’esperienza soprattutto camminando risolutamente e
fedelmente al seguito del Signore1.
Questo udito spirituale è la capacità di riconoscere, tra le molteplici e
discordanti voci che sentiamo dentro di noi, la voce unica e riconoscibile di
Gesù. Questo senso è come una connaturalità amorosa che ci fa distinguere
la voce dello Sposo sempre più facilmente, nel concerto di tutti i suoni che,
si presentano al nostro orecchio.
Lo Spirito parla a ognuno con un tono di voce, un timbro che gli è
proprio. Una dolcezza e forza, una purezza e chiarezza particolari che,
quando ci siamo abituati a sentirla, sappiamo riconoscerla quasi a colpo
sicuro. Il demonio, ovviamente, scimmia di Dio, talvolta potrà imitare la
voce dello Sposo. Ma se siamo abituati a quest’ultima, grazie a una
familiarità amorosa e a una ricerca costante e pura della volontà divina,
distingueremo facilmente la sua voce che, in un certo senso ci suonerà
stonata e che, dunque, non è la voce di Gesù.
Gesù, nel Vangelo di Giovanni, promette che questo senso spirituale ci
verrà donato progressivamente dallo Spirito. Parlando di sé come buon
pastore, dice: Le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un
estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non
conoscono la voce degli estranei (10, 4-5).

2. CRITERI PER STABILIRE CHE UN’ISPIRAZIONE VIENE DA DIO

Per crescere progressivamente, questo senso spirituale si deve basare su


dei criteri di discernimento. Vedremo i più importanti.

— Criterio esterno: Dio non si contraddice. Vi è un certo numero di


criteri che potremmo definire esterni, ai quali le ispirazioni devono
corrispondere, se provengono da Dio; questi criteri ci permettono di
eliminare alcune pseudo-ispirazioni che non vengono da Dio. Essi derivano
semplicemente dalla coerenza di Dio: lo Spirito Santo non può chiederci
qualcosa che sia contrario alla sua volontà, così come viene espressa nei
modi più consueti: la parola di Dio, l’insegnamento della Chiesa, le
esigenze della nostra vocazione.

— Coerenza con la Sacra Scrittura e con l’insegnamento della Chiesa.


Un’ispirazione divina non può sollecitarci a fare qualcosa che è in palese
contraddizione con ciò che insegna e chiede la Parola di Dio. E non una
Parola di Dio che ognuno interpreta a modo suo, ma la Sacra Scrittura così
come viene trasmessa e spiegata dal magistero della Chiesa. Per esempio,
un’ispirazione non può chiedermi di compiere degli atti che la Chiesa
considera immorali.
Allo stesso modo, le ispirazioni autentiche saranno sempre in sintonia
con lo spirito d’obbedienza alla Chiesa. Se un religioso disubbidisce ai suoi
superiori o un vescovo al Santo Padre, anche se per uno scopo lodevole,
sicuramente non sarebbe per un’ispirazione divina. «Quando Dio infonde
qualche ispirazione nel cuore umano, la prima che vi manda è questa
appunto dell’obbedire»2, dice san Francesco di Sales.

— Coerenza con le esigenze della nostra vocazione. Dalla mia


vocazione particolare (come persona sposata, genitore, sacerdote,
consacrato ecc.) e dalla mia situazione di vita (i miei doveri professionali
ecc.) derivano tutto un insieme di esigenze che rappresentano la volontà di
Dio per me. Un’ispirazione non può chiedermi qualcosa che sarebbe in
palese contraddizione con il compimento di quello che un tempo veniva
chiamato dovere di stato. Lo Spirito Santo può spingere una madre di
famiglia a preoccuparsi un po’ meno delle faccende per dedicare più tempo
alla preghiera. Ma se passasse così tanto tempo in contemplazione che i
suoi bambini e suo marito ne risentissero, dovremmo dubitare seriamente.
Le ispirazioni vanno nella stessa direzione del dovere di stato, non se ne
allontanano, anzi ne facilitano il compimento.
Questo criterio talvolta può avere dei campi d’applicazione un po’
delicati; il limite tracciato dai nostri doveri di stato ha un margine poco
definito. La contraddizione tra il dovere di stato e alcune ispirazioni, può, a
volte, essere più apparente che reale. La storia della Chiesa presenta dei casi
limite in questo campo: san Nicola di Flüe che lascia la sua famiglia o santa
Giovanna di Chantal che scavalca uno dei suoi figli, disteso sull’uscio della
porta di casa, per impedirle di seguire la chiamata a fondare la Visitazione.
Ad ogni modo non si trattava di colpi di testa, ma di decisioni maturate a
lungo nella preghiera e sottomesse al discernimento di un padre spirituale.
Delle volte succede che i nostri doveri familiari o professionali siano un
pretesto comodo per non rispondere a ciò che lo Spirito Santo ci chiede.
Comunque questo criterio di coerenza tra le ispirazioni e le esigenze proprie
alla nostra condizione è importante e prender lo in considerazione può
evitare molte illusioni spirituali.

— Criterio interno: dal frutto si conosce l’albero. Il criterio di


discernimento più importante è quello che viene dato da Gesù stesso nel
Vangelo: Dal frutto si conosce l’albero (Mt 12,33). Se un’ispirazione di Dio
viene seguita, sarà feconda e porterà dei frutti buoni: frutti di pace, di gioia,
di carità, di comunione, di umiltà. Un’ispirazione che viene dalla nostra
carne o dal demonio sarà sterile o porterà frutti negativi: tristezza,
amarezza, orgoglio ecc.
Questo criterio è molto importante ma presenta un inconveniente
enorme: può essere applicato solo dopo! Una volta presa la decisione se ne
misurano le conseguenze. È però evidente che preferiremmo avere dei
criteri che ci permettono di prevenire gli errori; vorremmo sapere se
un’ispirazione viene da Dio o no prima di metterla in pratica!
Malgrado l’inconveniente citato, questo criterio non è inutile.
Innanzitutto ci permette di fare esperienza; inoltre, anche prima di prendere
una decisione, possiamo già vederne i frutti (di pace interiore, gioia ecc.).

— Formazione dell’esperienza. Abbiamo detto che la nostra capacità


concreta di riconoscere le mozioni del lo Spirito proviene dall’acquisizione
di una specie di senso spirituale. Quest’ultimo è un dono di Dio, ma si
sviluppa e si consolida anche grazie all’esperienza.
Constatando il risultato prodotto da alcune decisioni, prese dopo avere
seguito delle ispirazioni che pensavamo venissero dallo Spirito, saremo
sempre più in grado di renderci conto se la nostra idea veniva realmente da
Dio o se era solo frutto della nostra psiche. Questo non sempre sarà
piacevole per il nostro orgoglio; non ci piace riconoscere che ci siamo
sbagliati. Ma bisogna sperimentarlo!
È necessario sapere che nella vita spirituale, anche se siamo pieni di
buona volontà e possiamo essere sicuri che Dio ci assista con grande
fedeltà, non siamo comunque dispensati dall’esperienza di un certo tirocinio
che comporta dei tentativi, con successi o errori. Dio ha voluto che le cose
andassero così, è una legge umana da cui nessuno è esente, neanche la
persona più spirituale. Se accoglieremo con umiltà la lezione
dell’esperienza e andremo avanti senza scoraggiarci mai, nella fiducia che
tutto è grazia, avremo allora una maggiore sicurezza di giudizio che
comunque non sarà mai infallibilità poiché questa non esiste sulla terra3.
L’esperienza dei risultati obiettivi, delle conferme o delle smentite date
dai fatti, e lo stato interiore nel quale ci lasciano alcune nostre decisioni
(che si tratti di pace, umiltà e gioia, oppure tristezza, turbamento, tensione),
ci permetterà di riconoscere quello che viene da Dio, quello che viene dal
demonio o dai noi stessi, dai nostri tratti caratteriali, dalle nostre tendenze
ecc.

— Discernimento degli spinti. Dall’esperienza della Chiesa e dei


santi4possiamo trarre una legge generale: quel che viene dallo Spirito di
Dio porta con sé gioia, pace, tranquillità di spirito, dolcezza, semplicità,
luce. Quello che proviene dallo Spirito del male invece porta con sé
tristezza, turbamento, agitazione, inquietudine, confusione, tenebre. Questi
segni del buono e del cattivo spirito sono certi. La pace, la gioia ecc. sono
sicuramente frutti dello Spirito Santo; il demonio è incapace di riprodurli in
modo duraturo; d’altra parte il turbamento e la tristezza sono certamente dei
segni dello spirito cattivo, quindi lo Spirito Santo non può esserne
l’origine5.
Tra tutti questi segni del buono e del cattivo spirito, il più caratteristico
è la pace. Lo Spirito di Dio procura immancabilmente pace all’anima,
mentre il demonio procura solo agitazione. Tuttavia, in pratica, le cose sono
molto più complesse. Un’ispirazione può venire da Dio e nonostante ciò
può causare in noi grande turbamento. Ma questo turbamento non è causato
dall’ispirazione, la quale, in sé, è dolce e pacifica come tutto quello che
proviene da Dio: esso nasce dalla nostra resistenza all’ispirazione. Invece
quando la accogliamo, smettendo di opporgli resistenza, il nostro cuore si
trova in una pace profonda.
Questa situazione è molto frequente: quando le ispirazioni della grazia
sopraggiungono nel nostro cuore, si scontrano con le nostre resistenze più o
meno profonde, risvegliano paure umane, incontrano attaccamenti,
abitudini ecc. La prospettiva di mettere in pratica quel che è suggerito dallo
Spirito Santo ci preoccupa: come reagirò? Cosa penseranno gli altri di me?
Ne avrò la forza? ecc.
Per descrivere meglio tutto questo, possiamo immaginare un grande
fiume tranquillo nel quale però, quando ci sono degli ostacoli, si formano
risucchi e vortici.
Se un’ispirazione viene veramente da Dio e se noi, facendo tacere le
nostre paure, vi acconsentiamo con tutto il cuore, saremo immancabilmente
inondati dalla pace. Lo Spirito Santo, infatti, non può non procurare questa
pace a chi si lascia guidare da lui. Alle volte questa pace può risiedere solo
nella punta più fine dell’anima e anche quando sul piano umano e
psicologico sussistono delle domande e delle inquietudini, essa è lì ed è
riconoscibile.
Se invece un’ispirazione viene dal demonio o da ciò che di cattivo vi è
in noi (le nostre ambizioni, il nostro egoismo, il nostro bisogno esagerato di
essere riconosciuti ecc.) e se noi vi acconsentiamo, il nostro cuore non si
troverà mai in una pace totale e profonda. Questa pace sarà solo apparente e
basterà poco perché scompaia lasciando posto al turbamento. Possiamo
nègare questo turbamento a noi stessi e reprimerlo nel profondo della nostra
coscienza, ma esso è sempre lì, pronto a riemergere quando sopraggiunge
l’ora della verità.
Possiamo dunque trarre un’importante conclusione: un ispirazione
divina può in un primo momento turbarci, ma se non la rifiutiamo e ci
apriamo ad essa accettandola, a poco a poco ci colmerà di pace.
È una legge di base che vale nelle situazioni normali della vita spirituale
per coloro i quali sono sinceramente disposti a fare la volontà di Dio in
tutto. La vita spirituale e l’interazione tra la parte spirituale e quella
psicologica, sono delle realtà complesse; a volte possono dunque esserci dei
momenti di prova, che rendono difficile l’applicazione pratica di questo
criterio. Esso resta comunque fondamentale e lo ritroviamo in tutta la
tradizione della Chiesa.

— Segni complementari: costanza e umiltà. Una delle caratteristiche


dello Spirito di Dio è la costanza. Quel lo che invece proviene dalla nostra
carne o dallo spirito cattivo è instabile e mutevole. Non vi è nulla di più
incostante dei nostri umori o delle nostre invidie, lo sappiamo. Il demonio
agisce allo stesso modo: ci spinge in una direzione, poi nell’altra, ci mette
in testa di lasciare un progetto per intraprenderne un altro cosicché, alla
fine, non concludiamo niente.
Una delle strategie che più usa per impedirci di concludere un progetto
buono, è quella di abbagliarci mostrandocene un altro che sembra migliore
per farci così deviare dal primo. Le ispirazioni divine sono invece stabili e
costanti. Ecco perché, in generale, è bene non seguire troppo velocemente
un’ispirazione (soprattutto per le cose importanti), per accertarci che non
svanisca completamente nello spazio di poco tempo: questo significherebbe
infatti che non viene da Dio.
Un’altra caratteristica dello Spirito di Dio è che egli imprime nell’anima
una profonda umiltà. Ci spinge a operare il bene in modo tale che siamo
felici di farlo, ma senza presunzione, né vanagloria, né autosoddisfazione.
Percepiamo con evidenza che il bene che compiamo non viene da noi ma da
Dio.
Quando siamo mossi dallo Spirito Santo, possiamo comunque avere dei
piccoli pensieri di vanagloria (perché siamo umani…), che sopraggiungono
facendoci vivere un po’ da parassiti e dai quali dobbiamo però difenderci;
ad ogni modo ci rendiamo chiaramente conto che siamo debolissimi e che
tutto il bene che possiamo operare procede da Dio e che noi non dobbiamo
gloriarci di nulla. Non dimentichiamo, inoltre, che uno dei test più sicuri
dell’umiltà è lo spirito d’obbedienza.
Concludendo, possiamo dire che le ispirazioni divine si riconoscono
dalle seguenti caratteristiche: ci colmano di pace, non sono mutevoli e
imprimono in noi sentimenti d’umiltà.

Faremo adesso delle osservazioni complementari su come discernere la


volontà di Dio.

— La volontà di Dio è sempre la cosa che ci costa di più? La volontà di


Dio e, dunque, le ispirazioni della sua grazia, spesso vanno in senso
contrario rispetto alle nostre tendenze immediate, quando queste sono
desideri di conforto egoistico, di facilità, di pigrizia ecc.
San Giovanni della Croce ci dice in un suo celebre brano:

«L’anima deve essere propensa: non al più facile, ma al più


difficile; non al più saporito ma al più insipido»6.
Non ha torto ad affermarlo nel contesto in cui parla. Ma non bisogna
dare a tali massime un’interpretazione errata e considerare legge
sistematica, nel discernimento della volontà divina, il principio secondo il
quale Dio ci chiederà sempre la cosa più difficile. Questo ci farebbe cadere
in un volontarismo ascetico esagerato che non avrebbe niente a che vedere
con la libertà dello Spirito Santo. Si può anche aggiungere che questa idea
che Dio chieda sempre e costantemente le cose che ci costano di più, è
tipicamente il genere di pensiero che il demonio insinua in noi per
scoraggiarci e allontanarci da Dio.
Dio è un Padre, esigente certo perché ci ama e ci invita a donargli tutto,
ma non è un carnefice. Molto spesso ci lascia liberi. Quando esige qualcosa
da noi è per farci crescere nell’amore. Si può soffrire per amore, ma si può
anche gioire e riposare per amore… È una trappola della nostra
immaginazione o del demonio immaginare la vita guidata da Dio come
qualcosa di soffocante, in completa e permanente contraddizione con tutte
le nostre aspirazioni, anche con le più legittime.
Dio non vuole complicarci la vita; invece vuole semplificarcela. La
docilità ci libera e dilata il nostro cuore. È per questo che Gesù, il quale ci
invita a rinunciare a noi stessi per prendere la nostra croce e seguirlo, ci
dice anche: Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero (Mt 11, 30). Anche
se a volte fare la volontà di Dio ci costa, soprattutto all’inizio, compierla
con amore, finisce con il riempirci di gioia e si può affermare che è un vero
piacere compiere il bene che Dio ci ispira.
Più camminiamo nella docilità allo Spirito, meno la nostra adesione alla
volontà divina è dolorosa e forzata, più diventa libera e spontanea. Dirigimi
sul sentiero dei tuoi comandamenti, perché in esso è la mia gioia, dice il
Salmo (119,35).
La vita è fatta di prove, questo è sicuro, ma se siamo costantemente
tristi e infelici seguendo una via, dobbiamo seriamente chiederci se siamo
sulla buona strada o no, o se forse non ci stiamo imponendo dei fardelli che
Dio non ci chiede. Immaginare, come fanno alcuni scrupolosi o falsi asceti,
che quello che Dio ci chiede in ogni circostanza sia necessariamente la cosa
più difficile, può falsare il nostro giudizio e il demonio può servirsene per
ingannarci: è bene esserne consapevoli.
Vorrei raccontare un piccolo aneddoto… Di tanto in tanto mi succede
che, quando vado a coricarmi la sera, dopo una giornata molto faticosa,
contento di trovare finalmente il mio bel letto che mi aspetta, percepisco
una piccola sensazione interiore che mi dice: «Non passeresti un momento
dalla cappella per tenermi compagnia?». Dopo qualche istante di
turbamento e di resistenza del tipo: «Gesù, adesso esageri, sono stanco e se
non faccio le mie belle ore di sonno, domani sarò di cattivo umore!»,
finisco con l’acconsentire e il trascorrere qualche momento da Gesù. Dopo
di che vado a dormire in pace, tutto contento e l’indomani mi sveglio non
più stanco del solito. Grazie Signore, era la tua volontà, i frutti ci sono.
Ma a volte mi accade il contrario. Ho un grosso problema che mi
preoccupa e mi dico: questa sera vado a pregare un’ora in cappella, perché
questa cosa si risolva. Dirigendomi verso la cappella, una vocina nel
profondo del cuore mi dice: «Sai, mi faresti più piacere andandoti a coricare
subito, dandomi fiducia: mi occupo io del tuo problema». E ricordandomi
della mia condizione beata di servo inutile, vado a coricarmi in pace,
abbandonando ogni cosa nelle mani del Signore. Tutto questo per dire che
la volontà di Dio è là dove c’è il massimo dell’amore, ma non
necessariamente il massimo della sofferenza… Vi è più amore nel riposarsi
con fiducia che nel darsi pena per inquietudine!

— Le diverse linee di condotta da seguire secondo l’importanza delle


ispirazioni. Per sapere come comportarci nei confronti di quelle che si
suppone siano delle ispirazioni divine, bisogna anche tener conto di un
aspetto che non abbiamo ancora trattato: l’oggetto di queste ispirazioni e la
loro importanza. Il Signore può ispirarmi di distribuire tutti i miei beni ai
poveri e di partire per il deserto, imitando sant’Antonio il Grande, o può
anche ispirarmi di fare delle piccole cose come nell’esempio che abbiamo
narrato sopra.
Certo, lo abbiamo già detto, è molto importante che ci sforziamo di non
trascurare nessuna ispirazione. Qualcosa che ci sembra insignificante può
avere una portata maggiore di quella che noi immaginiamo. Mi ricordo che
un giorno, predicando un ritiro, ho lottato molto prima di ubbidire a una
mozione che mi spingeva a invitare i partecipanti, durante il rosario, a
venerare una croce che era stata deposta e adornata con fiori dai bambini
(mi dicevo: «Si impiegherà troppo tempo, non è il momento ecc.»). Durante
questa venerazione, una persona, che aveva gravi problemi alla colonna
vertebrale, fu guarita.
Inoltre, lo abbiamo già detto, un’obbedienza a Dio, anche se
piccolissima, alle volte, può farci realizzare un progresso spirituale molto
più grande di quello raggiunto con anni di sforzi programmati. La fedeltà
alle piccole grazie attira le grandi.
Questo vuol dire dunque, che ci dobbiamo comportare in modo diverso
secondo l’importanza delle ispirazioni. Come dice san Francesco di Sales7,
le monetine non si contano allo stesso modo dei lingotti d’oro. Mentre
questi ultimi devono essere pesati con precisione, per le prime non sarebbe
saggio impiegare troppo tempo o precauzioni sproporzionate per valutarle.
Possiamo notare, in breve, che per alcune mozioni dello Spirito non è
necessario, in un certo senso, un attento esame: spesso si tratta di un
movimento interiore che ci facilita il compimento di qualcosa che
dovremmo comunque fare. Nutro rancore verso qualcuno e mi sento spinto
a perdonarlo; ecco che arriva l’ora della messa e sarei tentato di fare un
lavoro urgente, cosa che mi farebbe arrivare in ritardo, sento allora una
mozione che mi spinge a lasciare tutto in sospeso per andare in chiesa.
Bisogna solo seguire questo movimento perché è evidente che è buono…
Come il demonio ci tenta, allo stesso modo lo Spirito Santo ci sollecita
e ci stimola interiormente nel senso contrario, ci risveglia interiormente per
facilitare il compimento di ciò che Dio desidera da noi. Indubbiamente lo
farebbe ancora di più se fossimo più attenti e più obbedienti alle sue
mozioni. Ascoltiamo san Francesco di Sales:

«Senza l’ispirazione le anime nostre vivacchiano pigre, socchiuse,


inutili; ma al sopravvenir dei raggi divini dell’ispirazione, avvertiamo
una luce mista a vivificante calore, che ci rischiara l’intelletto, ridesta
la volontà, dandole forza di appetire e compiere il bene attinente
all’eterna salvezza»8.

Abbiamo già dato qualche esempio a questo proposito. Il Signore mi


spinge a fare un atto di carità, un servizio, un momento di preghiera, un
piccolo sacrificio, un gesto d’umiltà ecc. In questi casi bisogna valutare le
cose rapidamente. Se ci sembra ragionevole, compatibile con i nostri
obblighi, se ci sembra di riconoscere la voce di Gesù (basandoci sulla
pedagogia divina che già abbiamo sperimentato nella nostra vita) e se,
infine, acconsentendovi, ci sentiamo sempre più nella pace, allora non ci
rimane che metterla in pratica. Se ci siamo sbagliati e dopo ci rendiamo
conto che si era trattato di un movimento di vanagloria, di presunzione o di
una nostra idea, non sarà una cosa catastrofica, servirà alla nostra
educazione spirituale e il buon Dio non ce l’avrà con noi per questo.
Se invece siamo sollecitati a compiere delle azioni molto più importanti:
una scelta vocazionale, un cambio di orientamento nella nostra vita, scelte
che possono avere delle ripercussioni gravi sugli altri o che ci potrebbero
indurre a fare delle cose che sono molto diverse dall’abituale regola di vita
della nostra vocazione, allora è indispensabile non decidere nulla se non
prima abbiamo sottomesso questa ispirazione a un padre spirituale o a un
superiore.
Questa obbedienza piace a Dio anche se alle volte può apparentemente
ritardare il compimento delle cose che lui stesso ci chiede. Dio preferisce
questa prudenza e sottomissione alla fretta.
Senza questa obbedienza, invece, molto probabilmente saremmo subito
preda del demonio, il quale, vedendo la nostra prontezza nel seguire delle
ispirazioni senza sottometterle a qualcuno quando è necessario, ci ingannerà
facilmente e ci indurrà, poco a poco, a prendere iniziative che non hanno
niente a che vedere con la volontà di Dio.
In caso di dubbio sulla linea di condotta da seguire, è comunque sempre
meglio aprirci a una o a più persone di fiducia e a conformarci al loro parere
(se non abbiamo una buona ragione per fare diversamente), piuttosto che
moltiplicare riflessioni e valutazioni personali che rischiano di farci girare a
vuoto e di aumentare la nostra confusione.

— E quando non siamo fedeli alla grazia? Abbiamo insistito


sull’importanza di non trascurare nessuna delle ispirazioni divine. Questo
potrebbe indurci ad assumere un atteggiamento di paura, paura
specialmente che la nostra fedeltà nell’accogliere queste ispirazioni possa
avere delle conseguenze irrimediabili nella nostra vita con il Signore.
La nostra insistenza vuole sensibilizzarci sull’importanza che questo
mezzo ha per poter collaborare con l’opera di Dio in noi e per porvi più
attenzione, ma non ha lo scopo di suscitare una paura che ci inquieti e ci
scoraggi. Dobbiamo fare di tutto per evitare l’infedeltà, ma allo stesso
tempo credere che, quando questa ci sorprende, non accade nulla di
irrimediabile.
Il Signore è sempre pronto a rialzarci quando cadiamo e trova sempre il
mezzo di trasformare le nostre cadute in benefici, se dopo ci rivolgiamo a
lui con cuore umile e fiducioso.
Ogni qualvolta ci rendiamo conto di avere, per superficialità, per
mancanza d’attenzione o per vigliaccheria, soffocato o trascurato qualche
ispirazione, non ci scoraggiamo per questo. Chiediamo sinceramente
perdono al Signore, cogliamo l’occasione per umiliarci e riconoscere la
nostra poca virtù e chiediamogli di «punirci» concedendoci una maggiore
fedeltà in modo da poter recuperare le grazie perdute!
Per Dio niente è impossibile… Se lo speriamo con la fiducia audace dei
bambini, ci concederà ogni dono.

1 Lo sviluppo di questo senso spirituale è pertinente alla teologia dei


doni dello Spirito Santo, così come san Tommaso e molti altri l’hanno
sviluppata, ognuno secondo la propria concezione. Qui però non vogliamo
parlare dettagliatamente dei doni dello Spirito. Vedere comunque il testo di
san Francesco di Sales, a pp. 67-73.
2 Trattato dell’amor di Dio, libro VIII, cap. 10.
3 Salvo, ovviamente, il carisma riconosciuto al Concilio ecumenico e

al Santo Padre, quando definiscono ex cathedra la fede della Chiesa.


4 Vedere, per esempio, il capitolo sul discernimento degli spiriti negli

Esercizi Spirituali di sant’Ignazio di Loyola.


5 Esiste certamente una tristezza che conduce al pentimento e che

proviene dallo Spirito Santo. Ma si trasforma presto in gioia. Questa


tristezza, di fatto, non viene dallo Spirito Santo, ma da quello che in noi è
cattivo e ha bisogno di essere convertito; tutto ciò viene messo in luce dallo
Spirito.
6 Salita del Monte Carmelo, libro I, cap. 13.
7 Vedere il testo nell’appendice 2, pp. 67-73.
8 Trattato dall’amore di Dio, libro VIII, cap. 10.
CONCLUSIONE

Abbiamo enumerato alcune condizioni che permettono alle ispirazioni


divine di manifestarsi e, persino, di moltiplicarsi in modo da poter essere
sempre guidati e mossi dallo Spirito Santo. Saremmo incompleti se ne
dimenticassimo una; dire qualche parola a questo proposito ci servirà per
concludere.
Si tratta di un amore filiale per la Vergine Maria. Tra tutte le creature,
Maria è colei che più ha vissuto all’ombra dello Spirito1.
Per tutta la sua vita Maria ha seguito perfettamente ogni azione dello
Spirito in lei, lasciandosi trascinare verso un amore sempre più ardente ed
elevato.
Leggeremo in appendice2il bel testo di san Francesco di Sales, che ci
aiuta a comprendere quanto l’amore cresca incessantemente in Maria,
perché lo Spirito Santo non incontra in lei alcuna resistenza.
Maria è nostra madre nell’ordine della grazia. In quanto tale, ci
comunica la pienezza di grazia che le appartiene. Tra i doni che Maria
concede a coloro i quali si riconoscono suoi figli e la accolgono nella loro
casa, come il discepolo amato dal Signore,3 il più prezioso è quello di farci
prendere parte alla sua disponibilità totale alla grazia, alla sua capacità di
lasciare agire lo Spirito Santo in lei senza opporre alcuna resistenza.
Maria ci comunica la sua umiltà, la sua fiducia in Dio, la sua donazione
totale alla volontà divina, il suo silenzio, il suo ascolto interiore dello
Spirito…
Questo vuol dire che uno dei mezzi più sicuri per diventare
gradatamente capaci di mettere in pratica le indicazioni di questo piccolo
libro, è quello di affidare tutta la nostra vita spirituale alla Vergine. Maria ci
insegnerà ciò che ha così bene messo in pratica: riconoscere con sicurezza,
accogliere con piena fiducia, mettere in pratica con fedeltà totale tutte
quelle sollecitazioni della grazia attraverso le quali Dio opererà nella nostra
vita le meraviglie dell’amore, come ha fatto in quella della sua umile serva.

1 Cf. Lc 1, 35: Lo Spinto Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua


ombra la potenza dell’Altissimo.
2 Vedi pp. 67-73.
3 Cf. Gv 19,27.
PREGHIERA
«Ti svelerò il segreto della santità e della gioia.
Se ogni giorno, per cinque minuti,
frenerai la tua fantasia,
chiuderai gli occhi alle cose sensibili,
le orecchie a tutto il brusio delle cose terrene
e sarai capace di ritirarti
nel santuario della tua anima battezzata,
tempio dello Spirito Santo,
e parlerai a questo Santo Spirito dicendogli:

Spirito Santo, anima della mia anima,


io ti adoro,
dammi la tua luce, guidami, rendimi forte,
dimmi parole di consolazione.
Dimmi tutto quello che devo fare.
Prometto di ubbidirti,
in tutto quello che mi domanderai
e di accettare quanto mi accadrà per tuo volere.
Mostrami solamente qual è la tua volontà…

…se riuscirai a fare questo,


la tua vita trascorrerà gioiosa e serena,
la consolazione abbonderà in mezzo alle tribolazioni,
poiché ti sarà data la grazia
proporzionata alle prove e la forza per sopportarle;
così sarai guidato sino alle porte del paradiso,
ricco di meriti.
La docilità allo Spirito Santo
è il segreto della santità».

Card. Mercier
Appendice 1

TESTI DI LOUIS LALLEMANT (1587-


1635)

Padre Lallemant è una delle grandi figure della Compagnia di Gesù,


della Francia del XVII secolo. Ebbe l’incarico di seguire coloro che si
trovavano al terzo anno (ultimo anno di formazione dei Gesuiti); alcuni suoi
allievi furono santi come Isacco Jogues e Giovanni di Brebeuf, martiri in
Canada. Egli poneva al centro della sua dottrina spirituale la docilità allo
Spirito Santo, accompagnata dalla purificazione del cuore o la pratica del
distacco, che permette questa docilità. Qui di seguito riportiamo alcuni
appunti tratti dalle sue conferenze1.

1. Natura della docilità allo Spinto Santo

Quando un’anima si è abbandonata alla guida dello Spirito Santo, viene


da lui governata ed elevata gradatamente. Dapprima non arriva a
comprendere dove tende; poi, a poco a poco, la luce interiore la illumina e
le rende manifesto il proprio agire e il governo di Dio nelle proprie azioni,
così che non le resta altro da fare che lasciar libero corso in sé e per mezzo
proprio all’azione e al beneplacito del Signore; e così essa progredisce
meravigliosamente.
Abbiamo un esempio della condotta che segue lo Spirito Santo in quella
che fu tenuta dal Signore di fronte agli Israeliti, quando, usciti dall’Egitto,
compirono il loro viaggio attraverso il deserto per raggiungere la terra
promessa. Perché avessero una guida, concesse loro di giorno una colonna
di nube. Il popolo s’era messo alla sequela di questa colonna (cfr. Es 13, 18-
22), fermandosi al fermarsi di essa; non la precedeva mai, ma soltanto le
teneva dietro, senza mai allontanarsene. Ecco come dobbiamo comportarci
di fronte allo Spirito Santo.

2. Mezzi per conseguire questa docilità

I principali mezzi per lasciarsi docilmente guidare dallo Spirito Santo


sono i seguenti:

1) Obbedire con fedeltà ai voleri del Signore, che già ci sono noti; ve ne
sono poi parecchi che non conosciamo, perché siamo immersi in una grande
ignoranza; ma Dio ci chiederà conto soltanto delle cognizioni che ci avrà
comunicato. Facciamone un buon uso, anche per meritarcene altre.
Compiamo quei disegni che già conosciamo; penserà poi lui a manifestarci
gli altri.

2) Rinnovare spesso il buon proposito di seguire in tutto la volontà di


Dio, consolidandoci in questa decisione quanto più è possibile.

3) Domandare continuamente luce e forza allo Spirito Santo per


compiere i voleri divini; legarci e aderire a lui, come san Paolo che diceva
ai presbiteri di Efeso: Ecco che io, legato dallo Spinto, vado a
Gerusalemme. Implorare la luce dello Spirito Santo da Dio, protestandogli
sinceramente di non aver altro desiderio che di compiere la sua volontà,
quando dobbiamo sottostare a un cambiamento negli uffici di maggior
importanza. Se dopo queste suppliche il Signore non ci concederà nuova
luce, continueremo a compiere ciò che già prima avevamo l’abitudine di
fare e ciò che ci apparirà più opportuno al momento…

4) Controllare con esattezza i diversi moti dell’anima nostra. Con questa


diligenza arriveremo gradatamente a conoscere ciò che proviene da Dio e
ciò che non proviene da lui. In un’anima sottomessa alla grazia, ciò che
viene da Dio, porta pace e tranquillità; ciò che viene dal demonio, violenza,
ansietà, turbamento.
3. Risposta alle obiezioni contro questo insegnamento

(…) La seconda obiezione è che sembra che questa guida interiore dello
Spirito distrugga l’obbedienza dovuta ai superiori. A questa difficoltà si può
rispondere:

1) Come l’ispirazione interna della grazia non distrugge la fede quando


ci vengono proposti gli articoli da credere, ma anzi inclina con dolce
influsso la nostra mente alla fede, così anche il lasciarsi guidare dai doni
dello Spirito Santo, ben lungi dal distogliere dall’obbedienza, ne aiuta e
facilita la pratica.

2) Tutta questa direzione interna, come anche le rivelazioni che ci


vengono dall’alto, devono essere sempre interpretate alla luce della tacita
condizione che l’obbedienza non imponga altro.

(…) La terza obiezione è che questa guida interna dello Spirito Santo
sembra rendere inutile consultare altri e prendere delle deliberazioni. Perché
infatti domandare il parere degli uomini, quando ci dirige lo Spirito Santo?
Si può rispondere che lo Spirito Santo stesso ci porta a consultare le persone
assennate e a seguire il parere degli altri. È stato lui che ha mandato Paolo
da Anania, affinché da questi venisse a conoscere ciò che doveva fare.

(…) La quarta obiezione è mossa da alcuni che si lamentano di non


essere favoriti da questa direzione dello Spirito Santo e di non poter arrivare
a conoscerla. A costoro si può rispondere:

1) Quelle illuminazioni e ispirazioni dello Spirito Santo, che sono


necessarie per fare il bene ed evitare il male, non mancano mai,
specialmente quando si è in grazia di Dio.

2) Vivendo dediti alle cose esteriori, come essi fanno, e non rientrando
mai in se stessi, non applicandosi ai propri esami di coscienza che molto
superficialmente, non curandosi che delle esteriorità e dei soli difetti che
appaiono agli occhi del mondo, senza ricercarne le radici nascoste, le
passioni, le abitudini dominanti; senza neppure esaminare lo stato, la
disposizione e i movimenti del cuore, non possono meravigliarsi di non
conoscere la direzione dello Spirito Santo, che è una grazia interiore. Come
potrebbero pretendere di conoscerla, mentre non conoscono neppure i
peccati interni, che sono atti loro propri, compiuti con libertà? Essi invece
arriveranno certamente a conoscerla, se avranno le seguenti indispensabili
disposizioni:
a) Devono essere fedeli a seguire le ispirazioni che saranno loro
concesse e che andranno sempre più crescendo.
b) Diano un taglio netto ai peccati e alle imperfezioni che, come
altrettante nubi, tolgono ad essi queste ispirazioni; in tal modo
guadagneranno una visione sempre più chiara.
c) Non permettano affatto ai propri sensi di smarrirsi o di macchiarsi al
contatto di sensi già rovinati; Dio in compenso aprirà loro i sensi interni.
d) Non escano mai, se è loro possibile, dal proprio interno e vi ritornino
quanto prima; prestino molta attenzione a quanto vi capita; arriveranno così
a discernere gli impulsi delle diverse ispirazioni che li portano ad agire.
e) Scoprano con sincerità l’intimo del loro cuore al superiore o al padre
spirituale. Un’anima che ha questa candida semplicità, non può mancare di
certo del grande fervore della direzione dello Spirito Santo.

4. Motivi che ci inducono a questa docilità: la perfezione e la


stessa salvezza dipendono dalla docilità alla grazia

1) I due elementi costitutivi della vita spirituale sono la purificazione


del cuore e la guida dello Spirito Santo. Sono questi i due poli della
spiritualità cristiana. È attraverso queste due vie che si arriva alla
perfezione, in proporzione del grado di purezza acquistata e della fedeltà
con cui si è cooperato agli impulsi dello Spirito, assecondando i suoi
suggerimenti.
Tutta la nostra perfezione dipende da questa fedeltà; si può affermare
che il compendio di tutta la vita spirituale sta nel discernere nell’anima
nostra i criteri e gli impulsi dello Spirito di Dio e nel fortificare la nostra
volontà nella risoluzione di esservi fedeli, servendoci a questo scopo delle
pratiche di pietà, della lettura spirituale, dei santi sacramenti, dell’esercizio
delle virtù e delle opere buone.

2) Alcuni arrivano a molte belle pratiche e compiono un gran numero di


atti esterni di virtù. Costoro sono assorbiti dalla pratica materiale della virtù.
Ciò può riuscire utile agli inizi della vita spirituale; ma la più sublime
perfezione sta nel seguire le attrattive interne dello Spirito Santo e nel
regolarsi sul suo impulso. È vero che si trova minor soddisfazione sensibile
in questo ultimo modo di agire, ma c’è maggior virtù interiore.

3) Lo scopo a cui dobbiamo tendere, quando ormai da tempo ci saremo


esercitati alla purificazione del cuore, è di essere posseduti e diretti dallo
Spirito Santo, in modo che lui solo guidi tutte le nostre potenze e tutti nostri
sensi e regoli ogni nostro movimento interno ed esterno; a lui solo ci
affidiamo totalmente con una rinuncia sincera a ogni nostro volere e
soddisfazione. Allora non vivremo più in noi stessi, ma in Gesù Cristo, per
mezzo di una corrispondenza fedele all’operazione del suo divino Spirito e
della perfetta sottomissione di tutte le nostre ribellioni al potere della sua
grazia…
[…]
6) Il nostro peggior male è l’opposizione ai disegni di Dio e la
resistenza che facciamo alle sue ispirazioni. Infatti o noi non le vogliamo
ascoltare; oppure, dopo averle accolte, le respingiamo; oppure, una volta
ricevute, le attutiamo o le contaminiamo con mille imperfezioni di affetti
banali, di compiacenza in noi stessi e di personale soddisfazione.
Eppure il punto centrale della vita nello spirito consiste nel disporsi alla
grazia per mezzo della purificazione del cuore, in modo tale che, di due
persone che si consacrano nello stesso tempo al servizio di Dio, delle quali
l’una si dia alle opere buone e l’altra si applichi intieramente a purificare il
proprio cuore ed a togliere tutto ciò che si oppone in lei alla grazia,
quest’ultima arriverà alla perfezione due volte più in fretta della prima.
Di conseguenza, la nostra precipua cura dev’essere, non tanto leggere
opere spirituali, quanto piuttosto prestare molta attenzione alle ispirazioni
divine, che sono sufficienti anche con limitate letture; ed essere fedeli a
corrispondere alle grazie che ci sono elargite.
7) Capita alle volte che, dopo aver ricevuto dal Signore una buona
ispirazione, ci troviamo subito assaliti da ripugnanze, dubbi, perplessità,
difficoltà che nascono dal fondo della nostra natura corrotta e dalle passioni
contrarie all’ispirazione divina. Se però accogliessimo queste ispirazioni
con intera sottomissione del cuore, questa ci riempirebbe della pace e della
consolazione che lo Spirito di Dio porta con sé e comunica alle anime in cui
non trova resistenza.

5. Eccellenza della grazia e nostra ingiusta resistenza

1) Dobbiamo accogliere ogni ispirazione come fosse una parola del


Signore, che procede dalla sua sapienza, misericordia e bontà infinita e che
può produrre meraviglisi effetti, se non le opponiamo resistenza.
Pensiamo a ciò che può operare la parola di Dio: essa creò il cielo e la
terra, traendo le creature dal nulla alla partecipazione dell’essere di Dio
nello stato di natura, perché non trovò resistenza nel nulla. Se non le
resistessimo, opererebbe in noi cose anche maggiori. Ci trarrebbe dal nulla
morale alla partecipazione soprannaturale della santità di Dio nello stato di
grazia e alla partecipazione della felicità divina nello stato di gloria.
Abbiamo, forse, il coraggio di ostacolare questa grande opera della parola
del Signore, per leggerezza e orgoglio, per un incarico che possa soddisfare
la nostra vanità, per il lieve piacere di un momento, per una sciocchezza
qualsiasi? Se così fosse, bisogna riconoscere che la Sapienza ha ragione nel
dire che il numero dei pazzi è infinito!

2) Se noi potessimo controllare in qual modo riceviamo le ispirazioni


del Signore nella nostra anima, vedremmo che esse rimangono, per così
dire, alla superficie, senza penetrare dentro, poiché l’opposizione che
trovano in noi impedisce ad esse di lasciarvi la propria impronta. Ciò è
dovuto al fatto che non lavoriamo a sufficienza attorno alla nostra anima e
non serviamo il Signore con perfetta dedizione di cuore.
Allora, affinché le grazie conseguano nel cuore dei peccatori il proprio
effetto, bisogna che vi entrino con rumore e con violenza, poiché vi
incontrano forti resistenze; invece penetrano senza strepito nelle anime
possedute da Dio, riempiendole di quella soave pace che è inseparabile
dallo Spirito del Signore. Al contrario, le suggestioni del demonio non
hanno presa sulle anime buone perché queste le percepiscono come principi
assoluti e opposti a quelli di Dio.

1 LOUIS LALLEMANT, Dottrina spirituale, Edizioni Ancora.


Appendice 2

TESTI DI FRANCESCO DI SALES1 (1567-


1622)

1. Criteri di discernimento degli spiriti (Libro VIII, cap.12)

Uno dei segni più certi della bontà di tutte le ispirazioni e, specialmente
di quelle straordinarie, è la pace e la tranquillità di cuore in chi le riceve;
giacché lo Spirito divino è violento, ma di una violenza dolce, soave,
pacifica. Viene come un vento impetuoso e come un fulmine celeste, ma
non atterra gli apostoli, né li conturba; l’orrore che risentono del suo fragore
è momentaneo, e subito è seguito da una dolce sicurrezza.
Lo spirito maligno, invece, è turbolento, aspro, agitatore; e quanti
seguono le infernali sue suggestioni, pensando che siano ispirazioni del
cielo, si conoscono per lo più da questo: che sono cioè inquieti, cocciuti,
fieri, affaccendati e agitati per falso zelo; metton sossopra ogni cosa, tutti
censurano, ogni persona criticano, tutto biasimano; gente non regolata, non
condiscendente, che nulla sopporta, seguendo le passioni dell’amor proprio
con la scusa di zelare l’amor di Dio.

2. Obbedienza, segno della verità delle ispirazioni (Libro VIII,


cap.13)

Nell’obbedienza ogni cosa è sicura; sospetta invece è ogni cosa fuori di


essa. Quando il Signore infonde qualche ispirazione nel cuore umano, la
prima che vi manda è questa appunto dell’obbedire… Chiunque dica di
essere ispirato e rifiuti obbedienza ai superiori per tener dietro al proprio
volere, è un impostore. I profeti tutti ed i predicatori che furono da Dio
ispirati, amaron sempre la Chiesa, sempre aderirono alla dottrina di lei…
san Francesco, san Domenico e gli altri padri degli ordini religiosi si
dedicarono al servizio delle anime per ispirazioni straordinarie; ma si
sottomisero umilmente e cordialmente alla sacre gerarchie della Chiesa.
Insomma i tre migliori e più certi segni della legittimità delle ispirazioni
sono: la perseveranza contro la leggerezza e instabilità; la pace e
tranquillità del cuore, contro le inquietudini e la frettolosità; l’umile
obbedienza, contro l’ostinazione e la stranezza.

3. Breve metodo per conoscere la divina volontà (Libro VIII,


cap.14)

San Basilio dice che la volontà di Dio ci è attestata dai suoi ordini e
comandamenti, perciò non tocca a noi decidere, poiché bisogna fare ciò che
egli ordina; per il resto è in nostro potere scegliere liberamente quanto ci
sembra buono, sebbene non bisogna far tutto quello che ci soddisfa, ma solo
quello che è conveniente: e infine per bene discernere quel che conviene,
bisogna ascoltare il consiglio di un saggio padre spirituale.
Ma, Teotimo, ti avverto di una tentazione che spesso turba le anime che
vivamente bramano di seguire tutto quello che è secondo il divino volere. Il
maligno infatti le fa molto spesso dubitare se sia voler di Dio il far questa o
quest’altra cosa; come ad esempio, se Iddio vuole che mangino in
compagnia di un amico ovvero no, che vestan di grigio o di nero, che
digiunino il venerdì o piuttosto il sabato, che si rechino in ricreazione o che
se ne astengano; in tal modo sciupano un tempo prezioso, e mentre
s’occupano e si affannano a voler discernere il meglio, perdono l’occasione
di fare il bene che darebbe maggior gloria di Dio, che non indugiare e
perdere tempo nella scelta fra il bene e il meglio.
Non c’è mai stata l’usanza di pesare le monete di medio valore, ma sì
soltanto di maggior costo; troppo noiosa sarebbe questa occupazione e
divorerebbe molto tempo se si dovesse pesare il quattrinello, il centesimo,
gli spiccioli, il mezzo obolo; così non si deve ponderare ogni specie di
piccole azioni per conoscere il differente loro valore.
Spesso anzi è una specie di superstizione il voler fare un tale esame. In
realtà: perché preoccuparsi se valga meglio ascoltar la messa in questa che
in quella chiesa, filare o cucire, far l’elemosina a un uomo o a una donna?
Non si serve bene un padrone impiegandolo tanto tempo a considerare quel
che si deve fare, quando è necessario eseguire i suoi comandi. Si deve
misurare l’attenzione secondo l’importanza dell’impresa; così sarebbe
assurdo decidere la gita d’una giornata impiegando tanto tempo quanto ne
metti per preparare una spedizione di seicento od ottocento miglia.
La scelta della vocazione, il progetto di un affare di grande importanza,
di qualche opera di vasta mole, cambiare residenza, la scelta delle
conversazioni, o cose altre simili meritano una seria riflessione per meglio
conformarsi alla divina volontà; ma nei piccoli atti giornalieri, nei quali
anche uno sbaglio non è grave e non irreparabile, che bisogno c’è di fare i
difficili in molte inopportune consultazioni?
Perché dovrò darmi briga per saper se Iddio preferisce ch’io reciti il
Rosario o l’Ufficio della Madonna, giacché non v’è fra l’una e l’altra
pratica tale differenza che meriti un’inchiesta accurata? Ch’io vada
piuttosto a visitar un ospedale o a sentire il vespro? Ch’io vada a predica
piuttosto che a visitare una chiesa indulgenziata? Di solito, l’una o l’altra
cosa non è così chiaramente notevole per importanza che meriti soffermarsi
in una diligente scelta.
Bisogna procedere in buona fede, senza sottigliezze, in simili
circostanze e, come dice san Basilio, far in piena libertà quello che ci pare
meglio, non stancare la mente, né perdere il tempo, correndo il rischio di
inquietarci, e di diventare in qualche modo scrupolosi o superstiziosi.
Sempre inteso, però, che non vi sia grande sproporzione fra opera e
opera, né particolare circostanza a favore dell’una che dell’altra.
E anche nelle cose importanti, bisogna essere molto umili, e non credere
di rintracciare il volere di Dio a forza di investigazioni e di sottili discorsi,
ma dopo aver chiesto il lume dello Spirito Santo, aver ricercato
attentamente il suo beneplacito, preso consiglio dal nostro direttore e,
magari, di due o tre altre persone spirituali, bisogna risolversi e decidere in
nome di Dio, e, in seguito, non mettere in dubbio la nostra scelta, ma
coltivarla e sostenerla devotamente, con pace e costanza.
E sebbene le difficoltà e le tentazioni e le diversità di eventi che
sopraggiungono potrebbero farci temere di aver fatto una cattiva scelta,
pure è bene non pensarci troppo e tener fermo, e considerare invece che se
avessimo fatto altra scelta, forse avremmo trovato cento volte peggio, né
potremmo sapere se Iddio voglia esercitarci nella consolazione o nelle
tribolazioni, nella pace o nella guerra.
Presa una volta santamente una risoluzione, non si deve mai più porre in
dubbio la santità dell’esecuzione, poiché, salvo che per colpa nostra, essa
non può venir meno: operare diversamente è segno chiaro di un grande
amor proprio o di fanciullaggine, debolezza, stupidità del nostro animo.

4. Lo Spirito Santo agiva senza ostacolo in Maria (Libro VII,


cap.14)

Come vediamo crescere la bell’alba del giorno, non a più riprese e a


scosse, ma come un dilatarsi continuo e avanzare insensibilmente ma
pienamente, di modo che se ne ammira tutta la chiarezza, costantemente
senza scorgervi interruzione alcuna, o separazione o discontinuità nel suo
crescere; così l’amor divino cresceva nel cuore verginale della nostra
Regina gloriosa, ma con gradazioni dolci, pacate, continue, senza
agitazioni, né scosse, né alcuna violenza.
Oh no, o Teotimo, non dobbiam supporre impeto alcuno d’agitazione in
quel celeste amore del materno cuore della Vergine, giacché l’amore, di per
sé è dolce, grazioso, pacato, tranquillo: che se talora dà qualche assalto, se
dà qualche scossa all’animo, ciò accade perché trova qualche resistenza; ma
quando i varchi dell’anima gli sono aperti senza opposizioni, né contrasto,
progredisce pacifico con una impareggiabile soavità. Così pertanto l’amore
sacro irrompeva nel cuor verginale della santa Madre, senza sforzo, né
impeto violento, poiché non incontrava resistenza, né impaccio.
Infatti, come vediamo i grossi fiumi ribollire fortemente e sobbalzare
fragorosi fra i dirupi, nei quali le rocce formano banchi e scogli che si
oppongono e impediscono lo scolo delle acque, mentre al contrario, quando
arrivano in pianura, scorrono e ondeggiano tranquilli senza sforzi; così il
divin amore, se trova nelle anime umane molti impedimenti e resistenze
come in effetto ve ne sono in tutte, va combattendo le inclinazioni
malvagie, battendo i cuori, spingendo la volontà con svariate agitazioni e
molti sforzi per farsi strada e sormontare gli ostacoli.
Ma nella Vergine santa ogni cosa favoriva e secondava il corso del
celeste amore, i progressi e gli aumenti di esso erano incomparabilmente
maggiori che in ogni altra creatura umana; progresso però solamente dolce,
pacato e tranquillo…

5. I sette doni dello Spirito Santo (Libro XI, cap.15)

Lo Spirito Santo che abita in noi, volendo rendere l’anima nostra


morbida, maneggevole, obbediente ai suoi movimenti divini e alle celesti
sue aspirazioni, che sono le leggi dell’amor suo, nella cui osservanza
consiste la soprannaturale felicità di questa presente vita, ci dà sette
proprietà o perfezioni, che nella Sacra Scrittura e nelle opere dei teologi son
chiamati i doni dello Spirito Santo.
E questi non solo sono inseparabili dalla carità, ma in realtà, sono le
principali virtù, qualità, proprietà della carità.

1) La sapienza non è effettivamente altro che l’amore che assapora,


gusta ed esperimenta quanto dolce e soave è il Signore.

2) L’intelletto non è che l’amore attento a considerare e penetrare


profondamente la bellezza delle verità della fede; per conoscervi Iddio in
sé, e quindi scendendo, considerarlo nelle creature.

3) La scienza, per contro, non è che lo stesso amore che ci fa attenti a


conoscere noi medesimi e le creature, per farci assurgere a una più perfetta
conoscenza del servizio di cui a Dio siamo debitori.

4) Il consiglio è ancora l’amore, in quanto ci fa accurati, attenti e capaci


a rettamente leggere i mezzi atti a servire santamente Iddio.

5) La forza è l’amore che incoraggia e conforta il cuore a eseguire


quanto il consiglio ha determinato doversi fare.
6) La pietà è l’amore che addolcisce le fatiche e fa che noi, nel nostro
cuore, lietamente e con filiale affetto ci applichiamo alle opere che
piacciano a Dio Nostro Padre.

7) Il timore non è che l’amore in quanto ci fa sfuggire ed evitare tutto


quel che è sgradito alla maestà di Dio.

1 Questi testi sono presi da Trattato dell’amor di Dio.


Appendice 3

LIBERTÀ E SOTTOMISSIONE

C’è una domanda molto seria che scaturisce da tutto quello che abbiamo
detto in questo libro: come conciliare la libertà dell’uomo con la sua
sottomissione a Dio?
Abbiamo spesso parlato della necessità di essere docili alla volontà
divina, di lasciarci guidare dallo Spirito Santo ecc. Si potrebbe allora
obiettare che l’uomo è solo una marionetta nelle mani di Dio. Dove stanno
la sua responsabilità e la sua libertà?
Questo timore è falso; anzi è persino la tentazione più grave con la
quale il demonio cerca di allontanare l’uomo da Dio. Dobbiamo invece
affermare con forza che più l’uomo è sottomesso a Dio, più è libero. Si può
persino dire che il solo mezzo per l’uomo per conquistare la sua libertà è
ubbidire a Dio. Per noi è difficile comprenderlo e, in parte rimarrà sempre
un mistero, ma cercheremo comunque di capirne il perché con una serie di
osservazioni.

1) La docilità non fa dell’uomo una marionetta. Lasciarsi guidare dai


comandamenti di Dio e dalle ispirazioni dello Spirito non significa navigare
col pilota automatico senza far nulla: l’uomo continua a vivere con libertà,
responsabilità, spirito d’iniziativa ecc. Tuttavia il gioco della nostra libertà
non è caotico o guidato dai nostri desideri superficiali, esso è piuttosto
orientato da Dio verso la direzione per noi migliore. Diventa una
cooperazione con la grazia divina, cooperazione che non sopprime ma che
anzi utilizza tutte le nostre facoltà umane di volontà, intelligenza,
ragionamento ecc.
2) Dio è il nostro creatore; è lui che ad ogni istante ci fa esistere come
esseri liberi. È lui la fonte della nostra libertà: più dipendiamo da lui, più
questa libertà aumenta. Dipendere da un essere umano può essere un limite,
ma dipendere da Dio non lo è, perché in lui, che è il bene infinito, non ci
sono limiti. Egli ci proibisce uña sola cosa: fare ciò che ci impedisce di
essere liberi, di realizzarci come persone capaci di amare e di essere amate
liberamente, trovando nell’amore la felicità. Il solo limite che ci viene
imposto da Dio è la nostra condizione di creature; saremmo infelici se nella
nostra vita facessimo una cosa diversa da quella per cui siamo stati creati:
ricevere e dare amore.

3) Che cos’è la libertà? Non è soddisfare tutti i nostri capricci senza


porvi un freno, ma è permettere che la parte migliore, più bella e più
profonda di noi, possa emergere liberamente senza essere soffocata da cose
più superficiali: paure, attaccamenti egoistici, falsità ecc. Se ci
sottomettiamo a Dio, proprio questa sottomissione ci libera da tutto quello
che ci paralizza, per lasciar spazio a tutto quello che di autentico c’è in noi.
Se ci sottomettiamo alla volontà di Dio, questa sicuramente si
contrapporrà ad una parte di noi. Ma è precisamente la parte negativa che ci
condiziona e ci limita e da cui saremo progressivamente liberati. Al
contrario, la volontà di Dio non si contrappone mai a ciò che vi è di buono
in noi: l’aspirazione alla verità, alla vita, alla felicità, alla pienezza
dell’amore ecc. La sottomissione a Dio cambia delle cose in noi, ma non
soffoca la nostra parte migliore, le aspirazioni profonde che ci abitano. Le
risveglia invece, le fortifica, le orienta, le libera dagli ostacoli affinché si
realizzino.

4) L’esperienza lo prova: colui che cammina con il Signore e si lascia


condurre da lui, sperimenta progressivamente un grande senso di libertà, il
suo cuore non si restringe, non soffoca, anzi si dilata e respira sempre più.
Dio è l’amore infinito, in lui niente è ridotto o limitato, ma al contrario
tutto è aperto e ampio. L’anima che cammina con Dio si sente libera, sente
che non ha nulla da temere, nessuno la domina, tutto le è sottomesso perché
ogni cosa concorre al suo bene, le circostanze favorevoli come quelle
sfavorevoli, il bene come il male. Sente che tutto le appartiene perché è
figlia di Dio, niente può limitarla perché Dio stesso le appartiene. Non è
condizionata da niente ma fa sempre ciò che vuole poiché ciò che vuole è
amare ed è sempre in suo potere farlo. Niente può separarla da Dio che
ama, sente che se fosse in prigione sarebbe ugualmente felice perché, in
ogni caso niente al mondo può toglierle Dio.

5) La vera soluzione del problema non è filosofica, ma essenziale. Sul


piano filosofico, possiamo sempre sospettare che ci sia una contraddizione
fra la nostra libertà ed il volere divino. In fin dei conti, tutto dipende da
come ci poniamo di fronte a Dio. L’opposizione tra la nostra libertà e la
volontà di Dio si riduce totalmente se il nostro rapporto con lui diventa un
rapporto d’amore; è questa l’unica soluzione.
Coloro che si amano uniscono le loro volontà liberamente e volentieri,
dipendono l’uno dall’altra: più sono legati e dipendenti, più sono felici e
liberi. L’adolescente è scontento di dover dipendere dal padre; questa
dipendenza gli pesa, preferirebbe essere autonomo e non aver bisogno di
nessuno. Ma il bambino (così come dobbiamo diventare noi secondo il
Vangelo) non soffre di dover dipendere totalmente dai suoi genitori, anzi è
il contrario, visto che questo legame di dipendenza è il luogo di uno
scambio d’amore. Ricevendo tutto dai genitori, accoglie il loro amore e vi
risponde amando a sua volta, poiché il suo modo di amare consiste nella
gioia di ricevere e di restituire con amore quello che gli è stato dato.

6) Questo significa che se vogliamo che scompaiano le contraddizioni


(apparenti) tra il volere divino e la nostra libertà, bisogna chiedere allo
Spirito Santo la grazia di amare Dio di più e il problema si risolverà da solo.
Amare Dio è la cosa più esigente che ci sia (questo presuppone un dono
totale: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua
anima, con tutte le tue forze»), al tempo stesso è la meno vincolante: amare
Dio non è un vincolo, poiché il suo splendore e la sua bellezza sono tali che
amarlo è felicità infinita. Dio è il bene infinito; amarlo non limita il cuore
ma lo allarga infinitamente.
Se invece ci allontaniamo da questa prospettiva dell’amore, se la
relazione tra Dio e l’uomo è solo una relazione tra creatore e creatura, tra
padrone e servo ecc., allora il problema diventa insolubile. Solo l’amore
può eliminare la contraddizione esistente tra due libertà, solo l’amore
permette a due libertà di unirsi liberamente.
Amare significa perdere liberamente la propria libertà, ma questa
perdita è un guadagno, poiché ci dona l’Altro e ci dona all’Altro. Amare
Dio significa perdersi per trovare e possedere Dio e ritrovarsi in lui. Chi
avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa
mia, la troverà (Mt 10, 39).
INDICE

Introduzione

I - La santità è opera dello Spirito Santo


1. Il compito va al di là delle nostre forze
2. Solo Dio conosce il cammino di ognuno
3. La fedeltà alla grazia attira altre grazie

II - Come far sbocciare le ispirazioni


1. Praticare la lode e la gratitudine
2. Desiderare e chiedere le ispirazioni
3. Decidersi a non rifiutare nulla a Dio
4. Praticare l’obbedienza filiale e fiduciosa
5. Praticare l’abbandono
6. Praticare il distacco
7. Praticare il silenzio e la pace
8. Perseverare fedelmente nell’orazione
9. Esaminare i movimenti del nostro cuore
10. Praticare l’apertura del cuore verso un padre spirituale

III - Come capire l’ispirazione di Dio?


1. Acquisizione graduale del senso spirituale
2. Criteri per stabilire che un’ispirazione viene da Dio
— Criterio esterno: Dio non si contraddice
— Coerenza con la Sacra Scrittura e con l’insegnamento della
Chiesa
— Coerenza con le esigenze della nostra vocazione
— Criterio interno: dal frutto si conosce l’albero
— Formazione dell’esperienza
— Discernimento degli spiriti
— Segni complementari: costanza e umiltà
— La volontà di Dio è sempre la cosa che ci costa di più?
— Le diverse lìnee di condotta da seguire secondo l’importanza delle
ispirazioni
— E quando non siamo fedeli alla grazia?

Conclusione

Preghiera del card. Mercier

Appendice 1: Testi di Louis Lallemant


1. Natura della docilità allo Spirito Santo
2. Mezzi per conseguire questa docilità
3. Risposta alle obiezioni contro questo insegnamento
4. Motivi che ci inducono a questa docilità
5. Eccellenza della grazia e nostra ingiusta resistenza

Appendice 2: Testi di Francesco di Sales


1. Criteri di discernimento degli spiriti
2. Obbedienza, segno della verità delle ispirazioni
3. Breve metodo per conoscere la divina volontà
4. Lo Spirito agiva senza ostacolo in Maria
5. I sette doni dello Spirito Santo

Appendice 3: Libertà e sottomissione