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Un disastro l’atomo all’italiana, parola del nuclearista Clò

Attorno al “rinascimento nucleare”, del quale si parla molto facendo poco, ci sono
alcuni misteri. Il primo è che in un profluvio di interviste e convegni, il governo
Berlusconi ha costituito l’Agenzia per la sicurezza nucleare, primo passo operativo
per la costruzione di nuove centrali. Ma, chissà come, si è dimenticato di scrivere il
documento programmatico che dovrebbe precedere il gran fervore di attività e che
infatti il decreto legislativo n. 31 del 15 febbraio 2010 ordinava di redigere in poche
settimane. Questa è solo una delle bombe di profondità sganciate da Alberto Clò,
docente di Economia industriale a Bologna e ministro dell’Industria nel governo Dini
(1995).

Il suo pamphlet Si fa presto a dire nucleare, appena pubblicato da Il Mulino, se letto


con qualche attenzione dalla classe politica, metterebbe la pietra tombale su un piano
nucleare fatto di chiacchiere. Che però, alla lunga, rischia di aprire la strada a una
rendita miliardaria (in euro) e quindi a un gigantesco drenaggio di denaro pubblico.
Clò si addentra nelle stranezze del nucleare all’italiana con perfida ironia: “Costruire
per non produrre non è una gran prospettiva, specie se si sono spesi miliardi di euro”.
E si chiede come mai si parte con il nucleare ma nel frattempo si autorizza anche un
nuovo esercito di centrali a metano, cosicché si rischia tra 20 anni di non sapere che
farne. L’impatto del suo volumetto è moltiplicato dal fatto che fin dalla prima riga
l’economista bolognese si dichiara nuclearista non pentito. E, quando Clò passa in
rassegna le sciocchezze fatte o dette dai pasdaran dell’atomo, lo fa per metterli
sull’avviso: sarà colpa vostra, avverte, se anche stavolta non combineremo niente. A 21
anni dal referendum che ci ha fatto uscire dal nucleare, secondo Clò una iattura, siamo
rientrati in ballo con una semplice dichiarazione dell’allora ministro Claudio Scajola
all’assemblea della Confindustria del 22 maggio 2008.

Clò prende di mira la ottusa propaganda filonucleare, che non ha imparato niente dalla
sconfitta degli anni Ottanta, e fa impietosamente il verso all’idea ossessiva di dipingere
il ritorno al nucleare come una marcia trionfale all’insegna degli slogan: “La
convenienza del nucleare è fuor di dubbio. Gli investitori sono in grado di
assumersene l’onere senza alcun aiuto, sussidio, incentivo. I soldi non sono un
problema. Possiamo farcela nel giro di pochissimi anni”. “Si fa presto a dire nucleare”,
replica appunto Clò, che smonta una per una queste asserzioni, pur paventando il
rischio di essere considerato “un traditore”. E al contrario sostenendo che solo
guardando i problemi per quello che sono, senza fare i furbi, si potrà costruire attorno
all’energia atomica quel consenso sociale indispensabile per procedere. Ed ecco la
lista dei problemi. Innanzitutto non è vero che il nucleare avanza in tutto il mondo e gli
italiani sono gli unici fessi a restare tagliati fuori. “Rispetto ai massimi toccati nel
decennio scorso l’apporto del nucleare si è ridotto del 21 per cento in Germania, del
14 per cento in Giappone, del 27 per cento in Gran Bretagna, del 7 per cento in
Francia, del 12 per cento nell’intera Unione europea”, scrive Clò.

Inoltre, le difficoltà economiche sono assai spinose. “I tempi medi di costruzione delle
centrali sono raddoppiati”, scrive Clò, e questo pesa sul costo finanziario
dell’operazione. Tra l’altro, rileva l’economista, “l’Agenzia di Parigi ha calcolato che
per le oltre 150 centrali realizzate tra 1986 e 1997 il costo effettivo è risultato doppio di
quello previsto; mentre le cose sono andate ancor peggio negli Stati Uniti, con uno
scarto di tre volte”. E ancora: non è vero che il nucleare fa risparmiare sui costi di
generazione dell’elettricità. Arrivando al 25 per cento di produzione nucleare, come
promesso da Berlusconi, Clò calcola nel 5 per cento il risparmio massimo ottenibile.

Un po’ poco per giustificare economicamente un investimento di decine di miliardi di


euro. Anche perché non è detto che il risparmio finisca ai consumatori. E qui Clò
affronta il tema più insidioso della sfida nucleare. Con la leggenda dell’investimento
tutto privato che si ripaga sul mercato, si rischia di accollare alle future generazioni un
vincolo spaventoso: quello di dover mantenere per decenni, con il denaro di
Pantalone, una rendita assistita dallo Stato. Già nei decreti del governo Berlusconi è
prevista una copertura assicurativa dello Stato su tutti i ritardi di costruzione “per
motivi indipendenti dal titolare dell’autorizzazione”. Poi c’è la cosiddetta “priorità di
dispacciamento”: significa che l’elettricità nucleare avrà sempre la precedenza per
l’immissione sulla rete, senza passare dai meccanismi di offerta all’asta, e quindi
lasciando ferma la centrale a metano che in quel momento offrirebbe la stessa
elettricità a meno. E infine, osserva Clò, “un ulteriore tipo di provvedimento – il più
rilevante di tutti – è come garantire ai produttori nucleari certezza sui prezzi di
cessione, per metterli al riparo dalle oscillazioni dei prezzi delle fonti concorrenti,
dall’imprevedibilità della domanda, in una parola: dal mercato e dalla concorrenza.
(…) Un simile intervento, che temiamo a protezione dei venditori più che a tutela dei
consumatori, solleva legittimi interrogativi”.

Questa prospettiva di un nucleare antieconomico e assistito fa la parte del leone nel


libro di Clò, che da economista dichiara di non voler entrare nei temi dei rischi
ambientali. Però una parte decisiva del suo pamphlet è dedicata al tema delle “paure
irrazionali”, a partire dal problema delle scorie, “rimasto irrisolto, con la loro
dislocazione e sistemazione ignote e comunque non degne di un paese civile”. Da qui
parte un ragionamento che ribalta il senso comune nuclearista. Si è scoperto,
attraverso serie ricerche, che “l’avversità al nucleare si basa sostanzialmente su
implicazioni psicologiche, tali da annullare ogni considerazione sui suoi effetti
benefici. Morale: insistere su questi, anziché tentare di rimuovere le prime era e
rimane strategia comunicativa inutile, ancorché dominante”.

Da Il Fatto Quotidiano del 18 novembre 2010