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Pro bono malum: Rapporti e dinamiche tra gli intelettuali e il potere nel Rinascimento

Natalia Rodik, Università degli Studi di Palermo,30/06/ 2020


Non fare del bene se non hai la forza di sopportare l’ingratitudine

Confucio1

Con il termine ‘ingratitudine’2 si intende al giorno d’oggi la qualità di chi è ingrato


o il fatto di non ricambiare un beneficio rivenuto. Ai tempi di Ariosto esso veniva
considerato l’unico peccato del codice cortigiano, che meritava una sanzione3.
Nel presente lavoro viene analizzato il concetto dell’ingratitudine nel Rinascimento.
Oltre all’Orlando Furioso, le fonti a cui si fa ricorso sono I Capitoli di Niccolò
Machiavelli, il Libro del Cortegiano di Baldassarre Castiglion, altrettanto quanto si fa
riferimento al Galateo, overo De’ costumi di Monsignor Giovanni Della Casa e i ricordi di
Monsignor Saba da Castiglione.
Nel Cinquecento le corti erano al centro della vita politica e culturale. Ciò
richiedeva ai cortigiani di avere un comportamento degno di gentiluomini4. Cosi alcuni
illustri intellettuali del tempo misero a frutto le proprie esperienze della vita di corte per
creare i trattati “del comportamento”. Tra i più noti si potrebbe elencare il Libro del
Cortegiano di Baldassarre Castiglione(1528) e Il Galateo, overo De’ costumi di Monsignor
Giovanni Della Casa (1558).
Attraverso le voci dei protagonisti del libro Castiglione ha espresso l’idea che “il
cortegiano, dunque, oltre alla nobiltà, voglio che sia in questa parte fortunato, ed abbia da
natura non solamente lo ingegno e bella forma di persona e di volto, ma una certa grazia e,
come si dice, un sangue, che lo faccia al primo aspetto a chiunque lo vede grato ed
amabile.”5
Monsignor Della Casa pone l’accento sull’importanza del contraccambio: in
riconoscimento di tanta cortesia usata verso di una persona, quest’ultima si sente in dovere
di ripagare portando un dono alla persona cortese6. Con il termine ingratitudine invece
Della Casa si riferisce all’abbandono del proprio signore7.

1
F.Caramagna, Frasi, citazioni,e aforismi sull’ingratitudine, disponibile su https://aforisticamente.com/frasi-
citazioni-e-aforismi-su-ingratitudine/ (ultimo accesso il 23/06/2020)
2
Dizionario Treccani, disponibile su http://www.treccani.it/vocabolario/ingratitudine/ (ultimo accesso il
22/06/2020)
3
S.Zatti Leggere Orlando Furioso, Il Mullino, Bologna 2016, p. 127
4
S.Zatti Leggere Orlando Furioso, cit., pp. 126-128
5
B. Castiglione, Il libro del Cortegiano, G.Preti, a cura di, Einaudi, Torino 1965, p. 29
6
G.Della Casa Il Galateo ovvero De’ costumi , E. Scarpa, a cura di, Panini, Modena 1990, p. 6
7
G.Della Casa, Il Galateo cit., p. 140
Ariosto cattura la testimonianza delle regole vigente nel suo Orlando Furioso. La
terza ottava del primo canto dedicato al cardinale Ippolito, restituisce il significato del
dovere di contraccambio8:
Quel ch’io vi debbo, posso di parole
Pagare in parte e d’opera d’inchiostro;
ne’ che poco io vi dia da imputar sono,
che quanto io posso dar, tutto vi dono.
(I, 3)

Nel terzo paragrafo l’ottava appena citata viene vista in un’altra ottica.
Secondo Monsignor Saba da Castiglione, il primo uomo e la prima donna a essere
considerati ingrati siano proprio Adamo ed Eva, sedotti dal serpente e disobbedienti alla
volontà di Creatore loro9.
Ariosto riprende i riferimenti biblici sulle pagine di Furioso. Vi sono le imprese
delle api e i serpenti, le asce e martelli che fungono da emblema del castigo divino che
ripaga la caduta dovuta all’ingratitudine dei progenitori10:

Timida pastorella mai sí presta


non volse piedi inanzi a serpe crudo,
come Angelica tosto il freno torse,
che del guerrier, ch’a piè venia, s’accorse
(I, 11, 5-8)

Il passaggio esprime bene la convulsa velocità della fuga di Angelica non appena scorge
«un cavallier» che «piú leggier correa per la foresta, / ch’al pallio rosso il villan mezzo
ignudo» (I, 11, 3-4).11
Ariosto ricorre alla metafora di martello biblico nella descrizione dell’assedio di
Parigi Magno da parte dell’esercito di re Agramante nel Canto XIV 12.

Le campane si sentono a martello


di spessi colpi e spaventosi tocche;
si vede molto, in questo tempio e in quello,
alzar di mano e dimenar di bocche.
(XIV, 100)

8
F.Ariosto Orlando Furioso, E. Sanguinetie, M. Turchi, a cura di, Garzanti, Milano 1964, pp. 1-2
9
Saba Da Castiglione Ricordi ovvero ammaestramenti, Per Paulo Gherardo, 1555, pp. 99-100
10
F.Picchio Arisoto e Bacco due: apocalissi e nuova religione nel Furioso, Pellegrini, Cosenza 2007, p. 277
11
F.Ariosto Orlando cit., I, p. 4
12
F.Ariosto Orlando cit., XIV,100, p. 4
3
Il suono di campane a martello sembra anticipare l’episodio guerresco, e potrebbe altresì
richiamare i lettori dell’opera, suscitando lo spavento per la minaccia ottomana del XVI
secolo. L’idea viene sviluppata nel paragrafo successivo.
Nel 1507 Machiavelli dedica una parte dei Capitoli a Giovanni Folchi con il nome
d’ingratitudine. Figlia di avarizia e di sospetto, nutrita dalle braccia dell’invidia, essa vive
nel petto dei principi e re.(vv 25-27); l’uomo non si ricorda mai, ne premia il bene (vv 52-
54).13
Machiavelli nella parte dei Capitoli, dedicata a Giovanni Folchi (che prende nome
proprio dal termine) sostiene che l’ingratitudine nasca dal sospetto che una città che voglia
mantenersi libera può commettere l’errore di “offendere quei cittadini che la dovverebbe
premiare; avere sospetto di quegli in chi la si doverebbe confidare.” 14
In una repubblica “venita alla corrutione” tali sospetti e conseguenti timori e
ingratitudini sono causa di gravi mali; diversamente, in una città non corrotta come ancora
era la Roma di Scipione (la corruzione comincia con Mario e poi s’afferma con Cesare:
oltre che qui, in questo medesimo contesto) l’effetto di un tale errore è tutto sommato
positivo: “nondimeno in una repubblica non corrotta sono cagione di gran beni e fanno che
la ne vive libera; più mantenendosi, per paura di punizione, gli uomini migliori e meno
ambiziosi”15. In altri termini, insomma, il rischio dell’ingratitudine verso qualche cittadino
che abbia ben meritato è il prezzo che si può ben pagare pur di garantire la libertà, secondo
Machiavelli.
Machiavelli suggerisce in conclusione del Capitolo sull’ingratitudine fuggire da
quest’ultima in un modo piuttosto radicale, cioè astenendosi da ogni attività politica (vv
184-187)16.
Vi è un filo logico tra Discorsi Machiavelliani e la parte dedicata all’ingratitudine
dei Capitoli17 . La tesi su una città corrotta, discussa nei Capitoli, viene ripresa sugli
esempi che riguardano Roma di Scipione:
L’ingratitudine usata a Scipione nacque da uno sospetto che i cittadini
cominciarono avere di lui, che degli altri non si era avuto; il quale nacque dalla
grandezza del nimico che Scipione aveva vinto, da la riputazione che gli aveva
data la vittoria di sì lunga e pericolosa guerra, dalla celerità di essa, da i favori

13
N. Macchiavelli, I Capitoli, Tutte le opera di Macchiavelli, Londra 1747, vol. 2, p. 437
14
Ibidem.
15
N. Macchiavelli, Discorsi, Tutte le opera di Macchiavelli, Londra 1747, vol. 2, p.52
16
N. Macchiavelli, I Capitoli, cit., p. 440
17
N. Macchiavelli, Discorsi, cit., pp. 46-52
4
che la gioventù, la prudenza e l’altre sue memorabili virtudi gli acquistavano. Le
quali cose furono tante che, non che altro, i magistrati di Roma temevano della
sua autorità, la quale cosa dispiaceva agli uomini savi come cosa inusitata in
Roma. E parve tanto instraordinario il vivere suo che Catone Prisco, riputato
santo, fu il primo a farli contro et a dire che una città non si poteva chiamare
libera dove era uno cittadino che fusse temuto da i magistrati. Tale che se il
popolo di Roma seguì in questo caso l’opinione di Catone, merita quella scusa
che di sopra ho detto meritare quegli popoli e quegli principi che per sospetto
sono ingrati.18
Ancora nel 1494, all’alba della crisi italiana, Fra’ Girolamo Savonarola nelle
Prediche sopra Aggeo chiamava in causa per la minaccia straniera sopra l’Italia la colpa
dei governatori corrotti a Firenze e tutto il Paese19:
O Italia, propter peccata tua venient tibi adversa [...]
O tutte le città d’Italia, egli è venuto il tempo di punire ‘e vostri peccati. O Italia, per la tua lussuria,
per la tua avarizia, per la tua superbia, per la tua ambizione, per le tue rapine […] che sei la
principale cagione di questi mali.
Si potrebbe trovare dei punti d’incontro tra la predica di Savonarola che finge da
un’apello all’Italia che deve piangere le consequenze per il proprio mal comportamento, e
la riflessione sui peccati nel canto XVII di Furioso. Ariosto riprende il tema del costo di
colpa per i “peccati nostri”20:

Il giusto Dio, quando i peccati nostri


hanno di remission passato il segno,
acciò che la giustizia sua dimostri
uguale alla pietá, spesso dá regno
a tiranni atrocissimi et a mostri,
e dá lor forza e di mal fare ingegno.

(XVII, 1)

In virtù di quanto detto si potrebbe presumere che Ariosto nel Canto XVII possa
riferirsi alle minacce verso il Cristianesimo da parte dei Sacareni nel Ottocento (il periodo
in cui si volte la vicenza dell’opera), altrettanto quanto alla marcia verso l’Occidente da
parte degli ottomani nel Cinquecento, dando lacolpa all’Italia per i disastri che le
succedono come consequenza di un comportamento ingrato.

18
E. Fenzi,Il giudizio di Macchiavelli su Scipione l’Africano:la fine di un mito reppunblicano?, in
Macchiavelli: un uso, Engramma, 2020, p. 206
19
A. Asor Rosa, Storia europea della letteratura italiana, Einaudi, Torino, 2009, p. 432
20
F. Ariosto, Orlando Furioso, cit., XVII, p. 493
5
La tesi potrebbe essere ribadita dalle considerazioni sul pericolo musulmano gia
superato ai tempi in cui Ariosto componeva il Furioso, dato che “già dall’inizio degli anni
Venti del Cinquecento [...] l’impero ottomano aveva dirottato le proprie mire
espansionistiche sul fronte orientale”. 21
Ciononostante nella Storia d’Italia di Francesco Guicciardini quest’ultimo
sottolinea la scarsa propensione degli stati europei a coalizzarsi constro l’impero turco
proprio nel periodo in questione. Nelle ottave 75, 76 e 77 del Canto XVII vi è una
conferma dell’appello all’Italia e a tutta l’Europa per la caccia turca:

Se Cristianissimi esser voi volete,


e voi altri Catolici nomati,
perché di Cristo gli uomini uccidete?
perché de’ beni lor son dispogliati?
Perché Ierusalem non rïavete,
che tolto è stato a voi da’ rinegati?
Perché Constantinopoli e del mondo
la miglior parte occupa il Turco immondo?

Non hai tu, Spagna, l’Africa vicina,


che t’ha via piú di questa Italia offesa?
E pur, per dar travaglio alla meschina,
lasci la prima tua sí bella impresa.
O d’ogni vizio fetida sentina,
dormi, Italia imbriaca, e non ti pesa
ch’ora di questa gente, ora di quella
che giá serva ti fu, sei fatta ancella?

Se ’l dubbio di morir ne le tue tane,


Svizzer, di fame, in Lombardia ti guida,
e tra noi cerchi o chi ti dia del pane,
o, per uscir d’inopia, chi t’uccida;
le richezze del Turco hai non lontane:
caccial d’Europa, o almen di Grecia snida:
cosí potrai o del digiuno trarti,
o cader con piú merto in quelle parti

21
M. Di Gesù, La crisi italiana, i turchi, l’altro: una lettura del XVII canto dell’Orlando furioso,
«Allegoria», XXX, 77, 2018, pp. 21-22
6
(Canto XVII, 75-77)

Nell’ottava 75 vi è un accenno al modello petrarchesco di personificazione del


Paese (creato da F. Petrarca ricorrendo alla tecnica di prosopopea nella Canzone CXXVIII
del Canzoniere): Ariosto si riferiche all’Italia “imbriaca” e “ancella” che dorme di fronte al
pericolo musulmano.
Si potrebbe ricorrere al termine dell’ingratitudine nel suo significato di una rottura
dell’impegno. Come sostiene Sergio Zatti, “il tema del contraccambio mancato o iniquo sta
particolarmente a cuore ad Ariosto perchè segna nel profondo la sua vicenda biografica”.22
La situazione in cui nasce Il Furioso rappresenta un disagio personale dell’autore
per via dei rapporti complicati con il potere.23L’aoutore subì una possibile sottrazione della
ricompensa dovuta, che ritorna nella scrittura ariostesca24. Si tratta di un mancato
riconoscimento per le sue opere di lode per dei signori (ribadito nelle Satire) e anche la
richiesta per il privilegio per la stampa di Orlando Furioso attraverso una lettera a doge di
Venezia del 25 ottobre 151525.
Pro bono malum (il male reso in cambio del bene) collocata nell’epigrafe alla prima
edizione di Furioso, contiene in se il problema dello scambio cortigiano iniquo26. Ancora
nelle Satire l’autore aveva accennato degli intrecci che caratterizzavano la corte dei suoi
tempi: la prima Satira contiene la denuncia dell’indifferenza del dedicatario del poema.
Non vuol che laude sua da me composta
Per opra degna di mercé si pona;
di mercé degno è l’ir correndo in posta; (vv 106-108)

Gli squilibri del rapporto risiedono nel divario fra benefici e libertà, fra il ‘servizio’ e
l’esercizio della poesia, ignorata, quando non addirittura disprezzata dal potere. L’ottava
tre del primo canto di Furioso, citata prima, restituisce una sottile contraddizione tra atto di
modestia e atto di autocoscienza orgogliosa di chi è consapevole del valore dell’opera, ma
allo stesso tempo si rende conto dello scarso valore ‘mercantile’, attribuito da parte del
destinatario.
Tale contraddizione è sintomatica nelle vicissitudini di Ariosto e il suo ritrovarsi
all’interno della corte. Il poeta costatava la perdita di valori e virtù cortigiani attraverso le
sue opere. Anzi nel caso di Furioso l’appello al codice cortigiano viene effettuato con la

22
S.Zatti Leggere Orlando Furioso, cit., p.126
23
Ivi, p. 25
24
Ivi, p. 127
25
Ibidem.
26
Ivi, p. 23
7
tecnica di rappresentare la corte di Carlo Magno- del VIII secono d.c., in cui l’opera si
svolge. Come sottolinea Zatti, “per bocca del suo portavoce...(Giovanni evangelista nel
canto XXXV, ottave 18-30)...Ariosto denuncia implicitamente l’avarizia di molti signori
contemporanei che vengono meno alla loro funzione di mecenati delle arti...” 27. L’autore
non risparmia nemmeno gli imperatori romani, mettendo in dubbio la loro gratitudine
verso i posti dei loro tempi:
Non fu sì santo né benigno Augusto
Come la tuba di Virgilio suona.
L’aver abuto in poesia buon gusto
La proscrizion iniqua gli perdona.
Nessun sapria se Neron fosse ingiusto,
né sua fama saria forse men buona,
avesse avuto e terra e ciel nimici,
se gli scrittor sapea tenersi amici.
(XXXV, 26)
Tramite Giovanni evangelista Ariosto invita a seguire l’esempio di Cesare e fare
amici con i poeti degni che “come i cigni che cantano lieti rendono salve le medaglie al
tempo” per non cadere nelle acque del fiume Lete (cioè non cadere nel dimenticatoio)28.

27
Ivi, p. 27
28
F. Ariosto, Orlando Furioso, cit., XXXV, 22-30, pp. 1206-1209
8
Dunque nel corso del presente lavoro è stato analizzato il fenomeno dell’ingratitudine in
letteratura del Rinascimento. Si è visto che il comportamento ingrato nel Cinquecento viene
considerato come il peccato più grave per un cortegiano.
I riscontri del fenomeno si trovavano nelle sfere diverse della vita di una Corte italiana.
Con le opere di Macchiavelli sono stati citati dei casi dell’ingratitudine in politica e le misure che
deve prendere un governatore per ridurre i rischi. Monsignor Saba Da Castiglione è stato citato
per i suoi riferimenti della mancanza di riconoscimento umano verso Dio.
Per quanto riguarda Ariosto, sulle pagine del Furioso l’autore non solo condivide con i
lettori il proprio rammarico sul riconoscimento dei poeti che viene spesso a mancare da parte dei
signori, ma chiama altresì in causa il mal comportamento per la sorte che ha la gente e il Paese
per fare l’appello all’Italia e a tutta l’Europa per la minaccia musulmana del Cinquecento.

Bibliografia
Ariosto F., Orlando Furioso, Sanguinetie E., Turchi M., a cura di, Garzanti, Milano 1964
Asor Rosa A., Storia europea della letteratura italiana, Einaudi, Torino, 2009.
Castiglione B., Il libro del Cortegiano, G.Preti, a cura di, Einaudi, Torino 1965
Di Gesù M., La crisi italiana, i turchi, l’altro: una lettura del XVII canto dell’Orlando furioso,
«Allegoria», XXX, 77, 2018
Fenzi E., Il giudizio di Macchiavelli su Scipione l’Africano:la fine di un mito reppunblicano?, in
Macchiavelli: un uso, Engramma, 2020
Macchiavelli N., Tutte le opera di Macchiavelli, Londra 1747, vol. 2
Picchio F., Arisoto e Bacco due: apocalissi e nuova religione nel Furioso, Pellegrini, Cosenza
2007
Zatti S., Leggere Orlando Furioso, Il Mullino, Bologna 201
Saba da Castiglione, Ricordi Overo Ammaestramenti, Per Paulo Gherardo, 1555

Sitografia

https://aforisticamente.com/frasi-citazioni-e-aforismi-su-ingratitudine/

http://www.treccani.it/vocabolario/ingratitudine/
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