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DANTE REX POETARUM: UN MONSIGNORE BRASILIANO TRADUTTORE DI DANTE

Author(s): Pedro F. Heise


Source: Dante: Rivista internazionale di studi su Dante Alighieri , Vol. 8 (2011), pp. 203-212
Published by: Fabrizio Serra Editore
Stable URL: https://www.jstor.org/stable/10.2307/26481012

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Rivista internazionale di studi su Dante Alighieri

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DANTE NEL MONDO

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DANTE REX POETARUM :  

UN MONSIGNORE BRASILIANO
TRADUTTORE DI DANTE
Pedro F. Heise

N ato nel 1819, a Pajeú das Flores, in Pernambuco, nord-est brasiliano,


Joaquim Pinto de Campos fu uomo destinato a una carriera ecclesia-
stica e politica di non poco rilievo. Ancora giovane si trasferì alla corte di
Pedro ii, a Rio de Janeiro, capoluogo dell’allora impero brasiliano dove si
svolgeva la vita culturale più ricca del paese e dove ricevette il titolo di mon-
signore. In seguito a delusioni dovute ai tentativi di candidarsi al Senato, si
ritirò a Lisbona dove risiedette fino alla sua morte avvenuta nel 1887. 1
Un anno prima della sua scomparsa, usciva a Lisbona per la tipografia
della Imprensa Nacional portoghese la sua traduzione dell’Inferno. Sembra
che una traduzione dell’opera di Dante fosse molto attesa in quel fine
’800, tanto che la maggior parte della critica accolse con tale entusismo la
sua traduzione dell’Inferno, che il giudizio sulla qualità e tipologia del lavo-
ro svolto passò in secondo piano (anzi si sospetta persino che alcuni critici,
probabilmente, neppure aprirono il libro, che, giudicato semplicemente
dal dorso – su cui è stampato A Divina Comédia – e dalle dimensioni – mm
270 x 190 con più di 800 pagine ! –, fu erroneamente creduto la prima tra-

duzione in portoghese dell’intera Divina Comédia). 2


Al fine del nostro discorso tuttavia la questione più interessante appare
quella relativa alla lunghissima introduzione che accompagna la traduzio-

1
  Per la biografia di Joaquim Pinto de Campos cfr. : Augusto Victorino Alves Sacra-

mento Blake, Diccionario bibliographico brazileiro pelo dr. Augusto Victorino Alves Sacramento
Blake, IV, Rio de Janeiro, Typographia Nacional, 1883-1902, pp. 224-229 ; Solidonio Attico

Leite, Uma figura do Imperio, Rio de Janeiro, J. Leite & Cia, 1925.
2
  Questo è il giudizio espresso, ad esempio, sull’« Osservatore Romano » del 29 maggio
   

1884, riprodotto nell’introduzione di Pinto de Campos : « Monsenhor Pinto de Campos


   

empreendeu e realizou uma versão completa da Divina Comédia ». Joaquim Pinto de


Campos, in Dante Alighieri, A Divina Comédia, Lisboa, Imprensa Nacional, 1886, p.


xxvi. Ma non tutti si lasciarono persuadere dal dorso e dalla dimensione, come è il caso di
Sacramento Blake : « A divina comédia de Dante Alighieri : versão portuguesa comentada e
     

anotada. Lisboa, 1886, cci-627 págs. in-4o gr. com o retrato de Dante e a figura de seu In-
ferno – Duzentos e uma páginas são ocupadas com o prólogo, traços biográficos de Dante
etc. Quanto à divina comédia o tradutor... não passou do Inferno. Sua morte subsequente
o privou de ir adiante ». Cfr. Augusto Victorino Alves Sacramento Blake, Diccionario

bibliografico, cit., pp. 228-229.

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ne dell’Inferno. Essa permette di analizzare il passaggio da un certo tipo
di lettura della Commedia prevalente a quell’epoca, a un’altra che, se certo
non fu dominante, ebbe comunque molti seguaci.

La « trilogia nebulosa »
   

Non è difficile constatare che le prime traduzioni della Commedia in Bra-


sile apparvero per caso : i primi brani in lingua portoghese, dovuti a Luiz

Vicente De Simoni, furono pubblicati nel Ramalhete poético do parnaso


italiano (1843), niente meno che un regalo nuziale offerto a Pedro II e alla
principessa napoletana Teresa Cristina ; inoltre, si racconta che un altro dei

primi traduttori, José Pedro Xavier Pinheiro (la sua traduzione dell’Inferno
uscì nel 1888), decise di tradurre la Commedia soltanto dopo la spinta di
Machado de Assis ; così fu anche per Pinto de Campos, il quale non aveva

mai letto il capolavoro dantesco prima di essere invitato a tradurlo.


È quanto racconta lo stesso monsignore all’inizio del prologo alla sua
edizione dell’Inferno, nel dichiarare esplicitamente che la sua fu una scelta
del tutto casuale, perché tradurre Dante non era nei suoi piani :  

Não me passou jamais pelo cérebro a ideia de meter-me com a vida de Dante
Alighieri, cujo nome de per si me inspirava terror ! Sabia por leituras vagas, que

existiu na Idade Média um Poeta florentino, que tinha composto uma trilogia
nebulosa, inextricável, sob o título de Divina Comédia. 1
Da queste prime parole del traduttore trapelano almeno due informazioni
importanti per comprendere cosa davvero sapesse il monsignore su Dante
prima di leggerlo : la Divina Comédia apparteneva al bagaglio culturale

della gente colta, tanto che Pinto de Campos era al corrente della sua
esistenza pur senza averla mai presa in mano ; questa conoscenza ‘per sen-

tito dire’ contribuiva ad alimentare orrore e paura nei riguardi dell’opera,


vista appunto come una « trilogia nebulosa », il cui solo nome dell’autore
   

« inspirava terror ! ».
     

Da dove venne allora l’idea di tradurre Dante ? Poco prima di accedere  

al mondo dantesco, Pinto de Campos aveva tradotto l’Índia Cristã, opera di


Pedro Gual. Il monsignore aveva l’abitudine di sottoporre all’attenzione di
un amico erudito le sue traduzioni e solo dopo le consegnava all’editore.
Quando portò la sua traduzione dell’Índia Cristã all’amico, accadde che que-
sti gliela restituì e disse : « “Bem : agora que está concluída a presente tarefa,
     

resta-lhe meter ombros a outra de maior importância”. “Qual ?”, perguntei.  

“A tradução da Divina Comédia, de que não há ainda tradução alguma em


língua portuguesa, havendo-as aliás em todas as línguas cultas” ». 2  

1
  Joaquim Pinto de Campos, in Dante Alighieri, A Divina Comédia, cit., p. viii.
2
  Ivi, p. ix.

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L’amico, dunque, era qualcuno che riteneva importante la Commedia e
probabilmente credeva (o voleva credere) nelle capacità del monsignore
di tradurre l’opera dantesca, nonostante questi gli avesse appena presen-
tato la traduzione di un testo latino. Questo amico era Domingos José
Gonçalves de Magalhães, il Visconde de Araguaia, allora ministro del
Brasile a Roma.
Gonçalves de Magalhães era ritenuto l’intellettuale ufficiale del regime
monarchico brasiliano e la sua importanza letteraria risale all’epoca della
diffusione del Romanticismo in Brasile ; 1 quindi non era da poco l’inco-

raggiamento ricevuto dal monsignore a tradurre la Commedia. Difficile è


spiegare perché mai Gonçalves de Magalhães gli indicasse precisamente
il capolavoro di Dante e non altre opere ; un dato ci può aiutare a capi-

re tale preferenza : Gonçalves de Magalhães aveva vissuto a Roma nella


seconda metà dell’Ottocento ed è pertanto molto probabile che il poeta


brasiliano fosse stato presente alle celebrazioni dantesche del 1865 e fosse
ancora commosso, al punto di proporre la traduzione della Commedia al
monsignore.
Gonçalves de Magalhães scrisse un’ode a Dante, che porta la data
appunto del 1865. Da questo componimento poetico è possibile cogliere
infatti anche il rilievo e la fortuna di Dante in Italia e nel mondo : un poeta  

oggetto di culto sia da parte dei « puristi e antipuristi, classicisti e romanti-


ci, cristiani e miscredenti, reazionari e liberali neoguelfi e neoghibellini »,  

secondo Dionisotti. 2 Ma non solo : anche i popoli più lontani si appresta-


vano a lodarlo, come si legge nella seconda strofe dell’ode :  

Não só da augusta pátria a voz canora


Teus cantos imortais soberba entoa ;  

Na mais remota plaga a estranhos povos


A fama os apregoa. 3
Alla luce di quanto sopra illustrato, la proposta di Gonçalves de Magalhães
potrà ora sembrare meno strana, ma, anche se non fosse stato presente alle
celebrazioni dantesche, c’è da credere che trovandosi in Italia ne avrebbe
comunque ricevuto l’influsso. Difatti, Dionisotti afferma che « nulla di si-  

mile a quella celebrazione si era mai visto prima in Italia, né si vide poi » ; 4    

ecco quindi che Dante andava tradotto in portoghese, diremmo quasi ‘per

1
  Cfr. Wilson Martins, História da inteligência brasileira, iii, São Paulo, Queiroz, 1996,
p. 234.
2
  Carlo Dionisotti, Varia fortuna di Dante, in Geografia e storia della letteratura italiana,
Torino, Einaudi, 2007, p. 279.
3
  Traduzione letterale del testo : « Non solo dalla augusta patria la voce canora / I tuoi
   

canti immortali superba intona ; / Nella più remota plaga a strani popoli / La fama li

divulga ». Domingos José Gonçalves de Magalhães, Opúsculos históricos e literários, Rio


4
de Janeiro, Garnier, 1865, pp. 393-394.   Carlo Dionisotti, op. cit., p. 279.

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forza’. Il dato tuttavia che non riesce a trovare una spiegazione è perché
Gonçalves de Magalhães abbia chiamato in causa proprio il monsignore,
il quale fino a quel momento aveva tradotto solo testi religiosi latini (e
alcuni pochi francesi) e non aveva mai letto un verso della Commedia.
Alla proposta di Gonçalves de Magalhães, inoltre, va aggiunto un
altro avvenimento, il quale dimostra che veramente il monsignore si
mise a tradurre la Commedia per mera coincidenza. Quando partì per il
Portogallo, durante il viaggio in treno si ricordò di un piccolo libro sulla
vita di Filippo II che aveva comprato da poco ; nell’aprire la valigetta  

in cui portava alcuni dei suoi libri, quale libro « pensa o leitor que eu  

encontrasse ? O de Filipe II ? Não, a Divina Comédia », che il monsignore


     

credeva fosse nella valigia grande con gli altri libri. Così riconobbe che la
« fatalidade » lo trascinava verso l’« Inferno de Dante ! ». 1 Pura coincidenza
         

quindi ? Sembra di sì.


C’è da dire che questo Dante, il cui nome di per sé ispirava terrore al
monsignore, autore di una « trilogia nebulosa », era il poeta riabilitato dalla
   

critica italiana, che predilegeva il poeta dell’Inferno e delle rime aspre. 2


Un altro episodio contribuì poi all’incontro fatale tra il monsignore e
Dante : un altro amico gli chiese il suo giudizio su una certa traduzione

portoghese del « célebre episódio de Francisca de Rimini ». Il problema era


   

che Pinto de Campos non aveva, però, mai « aberto a Divina Comédia ! ». 3      

Ciò nonostante, il monsignore cedette all’invito dell’amico e accettò l’in-


carico ; pertanto, si mise a leggere il canto di Francesca e si sentì compe-

tente e a suo agio nel giudicare la traduzione consegnatagli :  

« Então me pareceu que a versão portuguesa não só não era fiel ao texto, como

até havia sido calcada em alguma tradução francesa. Isto mesmo respondi, ainda
que mal seguro, ao meu amigo Visconde de Castilho [...]. Desde então não abri
mais o livro do intratável Alighieri ». 4  

Da critico il monsignore non ritenne buona la traduzione del sodale, ma da


questo brano emergono altre due questioni rilevanti : prima di tutto il pro-  

blema delle traduzioni in portoghese di testi scritti in altre lingue eseguite


a partire dal francese, lingua di dominio culturale in Brasile durante prati-
camente tutto l’Ottocento ; in secondo luogo l’aggettivo usato da Pinto de

Campos per qualificare Dante, « intratável Alighieri », ossia Dante, ancora


   

una volta, era per lui il poeta del terrore, della « trilogia nebulosa ».    

1
 Joaquim Pinto de Campos, in Dante Alighieri, A Divina Comédia, cit., p. xi.
2
  Non è compito facile rintracciare le origini di questa predilezione, ma non è difficile
trovarne esempi : si pensi all’ormai più che celebre giudizio di Francesco De Sanctis secon-

do il quale « l’Inferno è più poetico del Paradiso ». Cfr. Francesco De Sanctis, Storia della
   

letteratura italiana, Milano, bur, 2006, p. 250.


3
  Joaquim Pinto de Campos, in Dante Alighieri, A Divina Comédia, cit., pp. viii-ix.
4
  Ivi, p. x.

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un monsignore brasiliano traduttore di dante 207
Ma la prospettiva del monsignore cominciò a cambiare quando final-
mente entrò nell’« Inferno de Dante ». Pinto de Campos da allora non solo
   

lesse la Commedia, ma copiò anche una grande quantità di commenti dan-


teschi trovati durante il suo soggiorno europeo. Poi, a Bologna, il giorno
prima della sua partenza per Firenze, il libraio che aveva frequentato con
maggiore assiduità, gli chiese se avesse mai letto le opere minori di Dante :  

« Obras Menores de Dante ? », e Pinto de Campos gli rispose, « Pois Dante


       

escreveu outras Obras além da Divina Comédia, e que tenham com esta
alguma relação ? » 1    

Da ciò si capisce che Dante era dunque conosciuto dal monsignore solo
in quanto autore di quella « trilogia nebulosa ».    

Va tuttavia notato che a quell’epoca anche le edizioni delle altre opere


del poeta fiorentino aumentavano (basti ricordare le edizioni di Pietro Fra-
ticelli), e il meticoloso monsignore si mise subito a leggerle, avendo così
modo di riconoscere che « Dante era o único e verdadeiro intérprete de

si mesmo », e che l’enorme quantità dei commenti che aveva copiato era

solo un guazzabuglio indigesto (« mistifório indigesto ! »). A parte l’auto


     

da fé compiuto dal monsignore, rilevante è il suo cambio di prospettiva


rispetto a Dante e (ormai) alle sue opere : per Pinto de Campos Dante era

divenuto « o único e verdadeiro intérprete de si mesmo ». Tale giudizio


   

espresso sul poeta lo avvicinava a un dantista di quel periodo, il cui nome


restò legato alla famosa formula, anche se non nuova, « Dante spiegato  

con Dante » : Giambattista Giuliani.


   

A Firenze, tappa principale del suo viaggio dantesco, Pinto de Campos


conobbe Giuliani e oltre all’amicizia in nome di Dante, un altro elemento
che li accomunò fu il cattolicesimo. Giuliani era infatti dalla parte dei critici
cattolici, il che vuol dire, per usare le parole di Vallone, che come « tutta la  

critica cattolica (Ozanam, Cantù, Giuliani, Scolari, ecc.), puntò essenzial-


mente sulla ricostruzione morale e filosofica del mondo di Dante ». 2 È però  

vero che l’interpretazione di Giuliani non era esclusivamente cattolica,


perché gli premeva pure l’aspetto politico dell’opera del poeta fiorentino.
Pinto de Campos, più dello stesso Giuliani, citò spesso anche Ozanam,
critico per il quale ciò che contava veramente era « il pensiero filosofico »    

di Dante « alla luce della coeva filosofia cattolica », 3 un’interpretazione


   

dunque che ben si confaceva alla prospettiva del monsignore. Così il


traduttore brasiliano poteva seguire fermamente la sua fede ed eliminare
quell’immagine del poeta dell’Inferno, nonché del poeta della nuova Italia
che si stava imponendo in quegli anni.
1
 Ivi, pp. xv-xvi.
2
  Aldo Vallone, Storia della critica dantesca dal xiv al xx secolo, Milano, Vallardi, 1981,
p. 757.
3
  Mario Scotti, Il Dante di Ozanam e altri saggi, Firenze, Olschki, 2002, pp. 10-11.

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Dante rex poetarum


Nel suo esilio volontario in Europa, il monsignore compì dei viaggi in
Francia e in Italia, da dove inviò alcune lettere a un amico ; questi le rac-  

colse e le pubblicò col titolo Impressões de viagens na Itália e no sul da França,


libro stampato a Lisbona nel 1880. Da queste lettere si nota quanto l’uomo
politico finisse per confondersi con l’euforico difensore del cattolicesimo,
elementi che saranno rilevanti per capire l’interpretazione della Commedia
dantesca da parte del monsignore. A tale proposito vale la pena di ricor-
dare che Pinto de Campos si trovò in Italia proprio negli anni successivi
all’unificazione e per lui, dunque, non sarà stato affatto semplice assistere
alla rovina del potere temporale dei papi, come si apprende da una sua
significativa lettera del 14 luglio 1879 :  

A Itália, meu amigo, cometeu um grande erro político : privou-se da sua maior

glória ; privou-se daquilo que mais devia lisonjear o seu orgulho ante o mundo ;
   

daquilo que mais poderoso auxílio moral podia prestar (como sempre prestou) às
suas instituições, às suas leis, aos seus costumes ; privou-se, em uma palavra, da

aliança do papado, despojando-o da sua autonomia de séculos ! 1  

Sembra evidente che Pinto de Campos, da bravo monsignore, non vede-


va di buon occhio la perdita di potere del Vaticano. Già da queste poche
righe si comincia a comprendere quella che sarà la chiave di lettura
dominante dell’opera dantesca di Pinto de Campos : Dante quale poeta  

del cristianesimo. A proposito della interpretazione cattolica di Pinto de


Campos, qualcuno potrebbe obiettare che tale prospettiva era ovvia per
un monsignore ; ciò nonostante, si è già avuto modo di notare che prima

di conoscere effettivamente l’opera di Dante, il traduttore considerava il


poeta fiorentino in tutt’altro modo : quale l’« intratável Alighieri », autore
     

di una « trilogia nebulosa ».


   

È solo dopo aver meglio conosciuto la Commedia dantesca ed essere


venuto a contatto con qualche esperto dantista, come Giuliani, che il
monsignore passerà a enfatizzare l’aspetto cattolico di Dante, mentre gli
resterà estranea l’immagine di Dante poeta “infernale” e profeta dell’unifi-
cazione, proprio perché quest’ultima andava contro il potere del Vaticano.
Perciò nella sua lunga introduzione alla prima Cantica si può leggere :  

Dante, o Poeta da retidão, desejava que fossem alteradas as condições do poder


temporal do Papa ; desejava-o em bom sentido, em sentido favorável à conser-

vação da pureza da Igreja, da sua estabilidade, etc., ao passo que Filipe o Belo
queria (como querem os italianíssimos de hoje), não só a extinção do poder do
Papa, como a ruína completa da Igreja. 2
1
  Joaquim Pinto de Campos, Impressões de viagens na Itália e no sul da França, Lisboa,
Lallemant Frères, 1880, pp. 42-43.
2
  Joaquim Pinto de Campos, in Dante Alighieri, A Divina Comédia, cit., p. 13.

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un monsignore brasiliano traduttore di dante 209

E non avrebbe potuto pensare altrimenti chi era schierato, secondo Mar-
tins, dalla parte del gruppo dei « conservadores “puros”, nitidamente rea-

cionários, ultramontanos, absolutistas ». 1  

Da questo momento in poi, quindi, la Commedia non sarà più per Pinto
de Campos una « trilogia nebulosa », bensì un « lampadário gigânteo, [...]
     

um foco inextinguível de luz intelectual, [...] o fiat lux » ; 2 e lo scopo che    

il monsignore riconoscerà alla Commedia sarà di natura esclusivamente


morale. Si leggano a titolo esemplificativo questi brani riportati di segui-
to : « Dante não delira, nem escreve as coisas senão de muito pensado, e
   

com profunda reflexão, mirando sempre algum fim moral da humani-


dade » ; « O Poeta moralista esquece o homem político quando trata de
     

flagelar o vício ou o crime ». 3  

A partire da questi passi si nota come per Pinto de Campos il nodo cen-
trale del Poema consiste nella salvezza dei peccatori ; di conseguenza un  

primo effetto di questa lettura è che la Commedia non si limita più soltan-
to all’Inferno, perché quello che il monsignore enfatizza è la salvezza dei
peccatori e, quindi, entrano in scena anche il Purgatorio e il Paradiso ; ed  

inoltre un’altra conseguenza è che la religiosità di Dante passa in primo


piano, lasciando la politica alle dipendenze della religione, nonostante
Pinto de Campos, lo si ricorda, fosse anche uomo politico. Perciò politica
e religione saranno presenti in quanto « regeneração » : « A Divina Comédia,
       

pois, é ao mesmo tempo a grande epopeia da redenção do homem peca-


dor e a grande epopeia da regeneração civil e política ». 4 Una rigenerazio-  

ne civile e politica che, però, come si diceva, va collegata al cattolicesimo.


A questo punto, va anche considerato che il poeta, il quale aveva scritto
la « grande epopeia da redenção do homem pecador », doveva essere un
   

cattolico ineccepibile, vale a dire che la sua figura non poteva avere delle
macchie. Pertanto il monsignore accennò a un episodio che, secondo lui,
era « revestido de todos os caracteres de verdade histórica », ma che in
   

realtà era la più « ridícula impostura ! ». 5 Si tratta della famosa lettera del
     

frate Ilaro.
Non importa in questa sede riportare gli argomenti del monsignore ; più  

rilevante, invece, è chiedersi perché mai Pinto de Campos voleva provare


a ogni costo la falsità della lettera in questione. Difatti, quale interesse tale
argomento avrebbe potuto suscitare nei lettori di lingua portoghese che si
disponevano a leggere la Commedia per la prima volta ? Sembra che il moti-  

vo per cui Pinto de Campos volle correggere la falsità ilariana fu quello di


1
  Wilson Martins, op. cit., p. 347.
2
  Joaquim Pinto de Campos, in Dante Alighieri, A Divina Comédia, cit., p. cxxix.
3 4
  Ivi, pp. 463 e 561.   Ibidem.
5
  Ivi, pp. xxx-xxxii.

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rimuovere ogni tentativo di screditare la figura di Dante, divenendo così
anche lui uno strenuo difensore del poeta fiorentino, come si ricava dal
seguente brano : « O modo por que fr. Hilário pinta Alighieri, quando ines-
   

peradamente se lhe apresentou no mosteiro do Corvo, denuncia-o como


um vagabundo desvairado, com todas as aparências de louco ! A memória  

do imortal exilado exigia um desagravo. Segreda-me a consciência tê-lo


conseguido ». 1

Dante non poteva essere in alcun modo etichettato come un pazzo ;  

ma in realtà nessuno l’aveva fatto, si trattava, invece, della interpretazione


che Pinto de Campos volle dare alla lettera ilariana. Da questa prospettiva
è ancor più palese la conversione assoluta del monsignore verso il culto
di Dante, che alla fine del secolo stava ormai largamente diffondendosi,
tanto da propiziare quel « principato dantesco » di cui parlò Dionisotti. 2
   

Ancora con l’intento di eliminare qualsiasi “macula” relativa alla figura


del poeta fiorentino, nel menzionare le « Obras menores de Dante Ali-

ghieri », il monsignore dovette affrontare il problema dell’interpretazione


del trattato politico del poeta fiorentino ; ma anche in tale occasione


lo studioso dimostrò che niente avrebbe potuto macchiare il cattolice-


simo del sommo poeta. A Pinto de Campos serviva come riprova che
la Monarchia non fosse un’opera anticlericale il « silêncio da Igreja, que

nunca se pronunciou a tal respeito ; sinal evidente do bom conceito em


que tem tido sempre esse livro, não obstante algumas proposições que
podem ser hoje havidas como errôneas, politicamente falando, mas não
catolicamente ». 3

Ma sembra tuttavia strana la dichiarazione del monsignore secondo


cui la Chiesa non si era mai pronunciata nei riguardi della Monarchia,
se proprio in quegli anni, cioè nel 1881, 4 papa Leone XIII aveva, invece,
appena tolto il trattato politico di Dante dall’Indice dei libri proibiti. E tale
episodio risulta ancora più curioso se si pensa che il monsignore conobbe
personalmente questo papa, a cui presentò la sua traduzione dell’Inferno,
proprio in quegli anni.
L’incontro fra il monsignore e il papa rappresenta il vero sigillo dell’in-
terpretazione cattolica di Pinto de Campos, poiché lo stesso Leone XIII,
secondo il traduttore, ripeteva con molta scioltezza i più « belos tercetos  

da Divina Comédia », concludendo la sua declamazione con questo « belís-


   

simo epifonema : dante rex poetarum ! ». Il monsignore chiese subito a


     

Sua Santità il permesso di usare le sue « augustas palavras como epígrafe


em frente do meu livro ». Il papa fu d’accordo, aggiungendo :


   

1
  Joaquim Pinto de Campos, in Dante Alighieri, A Divina Comédia, cit., p. xliii.
2
  Carlo Dionisotti, op. cit., p. 258.
3
  Joaquim Pinto de Campos, in Dante Alighieri, A Divina Comédia, cit., p. clxxxii.
4
  Cfr. Giorgio Padoan, Introduzione a Dante, Firenze, Sansoni, 1975, p. 127.

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un monsignore brasiliano traduttore di dante 211

“Non è novità il dire che Dante sia Re dei poeti : Não é novidade proclamar Dante Rei dos

poetas !”. Um tal conceito proferido por tão competente Juiz é uma nova grinalda

de louro que permanecerá virente na fronte majestosa do divino Poeta ! De modo  

que Petrarca foi coroado no Capitólio, Dante no Vaticano ! 1  

Asserire che Dante è « il re dei poeti » non era certo una novità se si pensa
   

alla fortuna crescente della sua fama sin dalla fine del ’700 ; ma ora la no-  

vità consisteva, più che altro, che ad asserire tale superiorità era stato un
papa, cioè Dante, dopo secoli, era finalmente stato assolto dalla Chiesa.
Con la proclamazione di Dante « re dei poeti », l’autore della Commedia
   

diventava il primo fra tutti, guadagnandosi così il suo « principato » ; e di      

conseguenza la sua fama non era più circoscritta all’Italia, come ebbe a
constatare lo stesso monsignore :  

Nem a fama de Alighieri se limitou dentro dos confins da Itália ; pelo contrário,  

transpôs mares e montes e foi retumbar entre todos os povos civilizados do an-
tigo e novo mundo. A Divina Comédia, como em outro lugar mostraremos, tem
tido maior número de edições e de traduções do que todos os livros do mundo,
exceto a Bíblia ! Nenhum sábio, desde então, julgou-se digno deste nome, sem

colocar na sua estante um exemplar do sacro Poema ! 2  

Infatti, a quel punto la gente doveva avere necessariamente un volume di


Dante a casa, un precetto seguito dallo stesso monsignore.
La superiorità di Dante divenne quindi assoluta. Nell’interpretazione
dantesca di Pinto de Campos emerge però quanto il significato storico
della fortuna dell’autore della Commedia gli fosse rimasto estraneo o non
totalmente comprensibile. Si ricordi che in occasione del vi centenario
della nascita del poeta, Carducci aveva scritto Della varia fortuna di Dante,
in cui affermò: «Io non ho potuto e non potrò mai condurmi a considera-
re la letteratura italiana come una specie di Siberia su ’l cui gran deserto
regni solitario autocrate l’Alighieri».3
Nonostante ciò, anche per il monsignore, Dante era il più grande poeta
del mondo e la sua Commedia era da ritenersi il Poema per antonomasia
dei cristiani. Tale posizione si evince chiaramente anche da una sintesi
relativa alle tre cantiche scritta da Pinto de Campos, in cui è possibile
cogliere anche il netto mutamento di opinione rispetto a quanto espresso
in precedenza :  

Primeiramente quis o Poeta com o Paraíso significar a vida bem-aventurada, que


goza o sábio, quando pela contemplação se desprende dos sentidos. A esse estado
1
  Joaquim Pinto de Campos, in Dante Alighieri, A Divina Comédia, cit., pp. cxxxiv-
2
cxxv.   Ivi, p. cxv.
3
  Giosuè Carducci, Dalla varia fortuna di Dante, in Opere, Bologna, Zanichelli, 1936,
vol. x, p. 355.

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212 pedro f. heise
de inefável ventura ninguém chega sem purificar a alma em o reino da razão figu-
rada no Purgatório, onde por isso também Virgílio entra e viaja ; mas não pode a

razão exercitar o seu império sobre os vícios, se não é atemorizada pelo horrível
espetáculo do Inferno, sob o qual é simbolizada a natureza dos mesmos vícios que
laceram aqueles que se lhes tornam escravos. 1
Da questo brano si nota come ormai al primo posto il monsignore ponga
il Paradiso e non più l’Inferno, come in precedenza, un capovolgimento che
segna un cambiamento anche nel modo di pensare Dante e la Commedia :  

invece dell’« intratável Alighieri », Dante diviene per Pinto de Campos


   

« Poeta eminentemente religioso », 2 dove religioso vale, si capisce, catto-


   

lico.
Per consolidare questa interpretazione di Dante, il monsignore chiamò
in causa la parte cattolica della critica dantesca, tra cui il professore di let-
terature straniere della Sorbona, Alfred Mézières, secondo cui « Dizemos  

pouco quando a [la Commedia] qualificamos Epopeia nacional da Itália. Ela


merece ser chamada a Epopeia dos povos cristãos, e, enquanto houver
povos cristãos no mundo, ela será sempre o Poema religioso da humani-
dade ». 3

In tal modo Dante veniva incoronato poeta della cristianità, non solo
dell’Italia ! E proprio in questo modo Dante venne presentato da Pinto de

Campos ai lettori di lingua portoghese che avrebbero potuto, così, per la


prima volta, leggere almeno l’Inferno nonché una lunga introduzione alla
sua vita e alle sue opere.
In Brasile, però, la traduzione del monsignore trovò in quegli stessi anni
la concorrenza di altre due traduzioni : una sempre dell’Inferno, di José

Pedro Xavier Pinheiro (pubblicata nel 1888) e l’altra, questa sì la prima


integrale della Commedia, di Francisco Bonifácio de Abreu, il Barão da Vila
da Barra (anch’essa pubblicata nel 1888). La traduzione del monsignore
fu ristampata a Rio de Janeiro negli anni Trenta del secolo scorso e, poi,
negli anni Cinquanta fu ripubblicata in occasione dell’edizione delle Obras
completas di Dante, l’unica fino ad oggi in lingua portoghese, a cui furono
successivamente aggiunte le traduzioni degli altri testi danteschi realiz-
zate da diversi traduttori. Per quanto riguarda, invece, il traduttore di
Dante, Pinto de Campos, sembra che egli abbia avuto una scarsa fortuna
in Brasile ; ciò non toglie, tuttavia, che qualcuno l’abbia ritenuto « O maior
   

dantólogo brasileiro ». 4  

1 2 3
  Ivi, p. cxlix.   Ivi, p. cxl.   Ivi, p. clvi.
4
  Isaias Alves, Dante educador do milênio, Rio de Janeiro, gdr, 1963, p. 73.

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