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DIRITTI E DOVERI TRA I CONIUGI

Dall’atto di matrimonio scaturiscono diritti e obblighi di natura personale e


patrimoniale tra i coniugi. Si instaura, così, un rapporto giuridico coniugale al quale si
applica la disciplina prevista dal codice civile agli articoli 143-148. le posizioni
giuridiche dei singoli sono identiche in virtù del principio di uguaglianza introdotto
dalla costituzione e attuato dalla riforma di famiglia del 1975.
Gli obblighi dei coniugi sono i seguenti:
- obbligo di fedeltà, vieta di intrattenere relazioni sentimentali di qualunque tipo
con persona diversa dall’altro coniuge.
- Obbligo d’astinenza materiale e morale, il coniuge deve fornire i mezzi
economici per fare conseguire all’altro un comune tenore di vita e deve dargli
sostegno morale e spirituale per affrontare i momenti difficile della vita.
- Obbligo di collaborazione, entrambi i coniugi devono dare il proprio apporto di
energie e risorse alla costruzione e al mantenimento della famiglia.
- Obbligo di coabitazione, i coniugi sono obbligati a vivere sotto lo stesso tetto,
nel luogo di residenza concordato.
La violazione di questo obblighi non sempre è munita di specifica sanzione.
L’articolo 570 del codice penale tratta il caso di violazione degli obblighi di assistenza
familiare che punisce il coniuge che ha abbandonato il domicilio domestico o ha
serbato una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie
L’indirizzo della vita familiare
L’art.144 stabilisce che l’indirizzo della vita familiare non è più lasciato all’esclusiva
del marito, ma deve essere frutto dell’accordo tra i coniugi. Esso comprende tutte le
decisioni riguardanti la conduzione del ménage familiare. La norma prevede anche che
la moglie concorra con il marito a fissare la residenza familiare, secondo le proprie
esigenze e quelle della famiglia. (principio di uguaglianza dei coniugi e confronto con il
passato). L’indirizzo concordato è poi attuato singolarmente da ciascun coniuge. In
caso di disaccordo si può richiedere l’intervento del giudice che ascolterà le due parti
e ciascun figlio che abbia compiuto 16 anni.

IL REGIME PATRIMONIALE DELLA FAMIGLIA


Nella famiglia vige un determinato regime patrimoniale, con ciò intendendo il
complesso delle regole che disciplinano la titolarità, l’amministrazione, il godimento e i
modi di acquisto dei beni dei coniugi. Queste regole possono provenire dai coniugi o da
terzi in deroga alle disposizioni con degli appositi atti, le convenzioni matrimoniali.
Sono regimi patrimoniali quelli instaurati automaticamente con il matrimonio senza
bisogno di un’espressa convenzione dei coniugi. Sono regimi convenzionali quelli che
nascono soltanto in forza a una convenzione patrimoniale.
La riforma del ’75 ha inciso in maniera profonda : prima i rapporti si svolgevano
secondo il regime della separazione dei beni al punto che era diffusa l’istituzione della
dote. Ora si è passati al regime della comunione dei beni, p stato soppresso l’istituto
della dote e ha introdotto nuove figure di convenzioni matrimoniali.

LA COMUNIONE LEGALE DEI BENI


Il regime patrimoniale che si instaura fra i coniugi è quello della comunione degli
acquisti, a meno che non si disponga diversamente. I beni acquistati dai coniugi sono
considerati comuni e possono dividersi solo con lo scioglimento del matrimoniale o negli
altri casi previsti dalla legge. Il Legislatore ha voluto conferire il carattere
comunitario della famiglia vista come comunione materiale, oltre che spirituale; ha
inteso rivalutare il lavoro casalingo al pari di quello esterno effettuato al di fuori delle
mura domestiche, per la formazione della ricchezza della famiglia. Tuttavia, non tutti i
beni cadono in comunione: alcuni restano personali e altri diventano comuni solo al
momento dello scioglimento della comunione, se non sono stati consumati.
Sono personali i beni pervenuti prima del matrimonio ovvero acquistati dopo a causa di
morte, per donazione o per successione. Sono beni che non risultano il frutto del
sacrificio comune dei coniugi. Sono personali anche i beni di uso strettamente
personale e i loro accessori, i beni che servono all’esercizio della professione del
coniuge, i beni ottenuti a titolo di risarcimento, nonché la pensione concessa per
perdita della capacità lavorativa, i beni acquistati con il prezzo del trasferimento dei
beni personali o con il loro scambio.
Sono comuni tutti i beni acquistati dai coniugi, anche separatamente, durante il
matrimonio, salvo che non si tratti di beni personal, nonché le aziende gestite da
entrambi i coniugi e costituite dopo il matrimonio.
Nella categoria della comunione differita rientrano: i frutti dei beni propri di ciascuno
dei coniugi, percepiti e non consumati allo scioglimento della comunione, i proventi
dell’attività personale di ciascuno dei coniugi se permangono al momento dello
scioglimento della comunione, i beni destinati all’esercizio dell’impresa di uno dei
coniugi costituita dopo il matrimonio e gli incrementi dell’impresa costituita anche
precedentemente, se sussistono al momento dello scioglimento della comunione.

L’AMMINISTRAZIONE DELLA COMUNIONE


L’amministrazione dei beni comuni spetta a entrambi i coniugi. Ciascun coniuge può
compiere da solo gli atti di minore importanza mentre è necessario il consenso
congiunto per compiere quelli di straordinaria amministrazione. Gli atti compiuti senza
il necessario consenso sono annullabili se riguardano beni immobili o mobili registrati.
Se hanno, invece, a oggetto beni mobili non registrati gli atti sono validi, ma obbligano
il coniuge che ha compiuto l’atto a ricostituire la comunione. La necessità del doppio
consenso rischierebbe di portare alla paralisi l’attività di amministrazione. Se un
coniuge rifiuta il consenso l’altro può rivolgersi al giudice per ottenere l’autorizzazione
al compimento dell’atto, quando questo è necessario nell’interesse della famiglia o
dell’azienda comune.
Nel caso di lontananza o altro impedimento di uno dei due coniugi l’altro può compiere
da solo tutti gli atti, anche di straordinaria amministrazione previa autorizzazione del
giudice. Se un coniuge non sa amministrare o non ne ha la capacità l’altro può
chiederne l’esclusione.

SCIOGLIMENTO DELLA COMUNIONE


Con lo scioglimento della comunione si ha la cessazione del regime legale e
l’applicazione di quello della separazione dei beni. Non necessariamente si ha la fine
del rapporto coniugale.
Le cause di scioglimento sono:
- dichiarazione di assenza o morte presunta di uno dei due coniugi
- annullamento del matrimonio
- divorzio
- separazione personale dei coniugi
- separazione giudiziale dei beni
- mutamento convenzionale del regime patrimoniale
- fallimento di uno dei coniugi
i beni acquistati dopo il verificarsi di una di tali cause appartengono al coniuge
acquirente in via esclusiva. I beni comuni con lo scioglimento cadono in comunione
ordinaria e sono divisi in quote uguali assegnate a ciascun coniuge.

I REGIMI PATRIMONIALI CONVENZIONALI


Attraverso la convenzione matrimoniale i coniugi possono scegliere un regime
patrimoniale in sostituzione di quello legale ovvero un regime che si combini con esso.
La convenzione è un accordo concluso tra i futuri sposi o tra i coniugi, cui possono
partecipare anche terzi. La legge richiede formalmente l’atto pubblico notarile. I
regimi patrimoniali convenzionali sono:
- la separazione dei beni: fa conservare ai coniugi la titolarità esclusiva dei beni
acquistati durante il matrimonio
- comunione convenzionale: i coniugi ampliano il contenuto legale della comunione
dei beni includendovi beni ritenuti per legge personali.
- Fondo patrimoniale

LA SEPARAZIONE PERSONALE DEI CONIUGI


Il rapporto coniugale può cessare definitivamente con i diritti e i doveri dei coniugi.
Con la separazione non cessa lo stato coniugale ma vengono meno alcuni doveri
coniugali, come quello della coabitazione, della collaborazione e della fedeltà. Permane
l’obbligo di assistenza e i doveri verso i figli. La legge stabilisce che l’affidamento
venga disposto nell’esclusivo interesse morale e materiale dei figli, e quindi, a favore
del coniuge ritenuto più idoneo ad accudire la prole. Egli ha l’esercizio della potestà sui
figli e l’altro coniuge non affidatario contribuisce al mantenimento, all’educazione e
all’istruzione dei figli nella misura e nei modi, anch’essi da determinare e conserva il
diritto di fargli visita. L’assegno di mantenimento spetta al coniuge separato senza
addebito, per conservare il tenore di vita precedente alla separazione, dipende dal
livello di vita goduto durante la vita coniugale e dai redditi e altre circostanze del
soggetto obbligato. Il presupposto è il dovere coniugale di assistenza che non viene
meno con la separazione.
Esistono 3 specie di separazione personale: di fatto, consensuale, giudiziale.

LA SEPARAZIONE CONSENSUALE
È quella decisa concordemente dai coniugi che ne stabiliscono anche le condizioni. Il
giudice si limita quindi ad approvare con un atto di omologazione. Il giudice, oltre a
tentare la conciliazione dei coniugi, controllerà che le condizione di separazione non
siano contrarie all’interesse dei figli che possono essere contrari e l’omologazione
viene negata.

LA SEPARAZIONE GIUDIZIALE
È pronunciata dal tribunale su richiesta del coniuge quando si verificano fatti tali da
rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio
all’educazione della prole. Non è necessario che questa situazione sia da attribuire alla
condotta colpevole di uno dei coniugi. Quando si ravvisa la violazione di uno degli
obblighi coniugali, il tribunale dichiara che la separazione sia addebitata al coniuge
inadempiente. L’addebito ha rilevanti conseguenze sul piano economico: il coniuge
colpevole perde il diritto all’assegno di mantenimento ma se si trova in condizioni di
bisogno potrà ricevere un assegno alimentare che si giustifica come il generico dovere
di solidarietà e serve soltanto a consentire il sostentamento del coniuge. La misura
sarà quindi più modesta. Inoltre, il coniuge a cui è addebitata la separazione perde il
diritto di successione ereditaria e ha diritto soltanto a un assegno alimentare vitalizio

LO SCIOGLIMENTO DEL MATRIMONIO


Il matrimonio si scioglie soltanto con la morte di uno dei due coniugi o con il divorzio.
La legge che lo ha introdotto è recente e risale al 1970.
Con il divorzio si scioglie il vincolo matrimoniale e cessano gli effetti civili del
matrimonio concordatario. Di quest’ultimo permangono solo gli effetti religiosi che
sono indissolubili. I coniugi divorziati riacquistano la libertà di stato civile e possono
quindi risposarsi ma non in Chiesa.
A differenza dell’invalidità il divorzio si riferisce al rapporto matrimoniale e si può
verificare solo per cause indicate dalla legge, infatti occorre anche il consenso del
giudice.
Il giudice pronuncia lo scioglimento del matrimonio solo quando si accerta che la
comunione materiale e spirituale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita.
Le principali cause di divorzio sono:
- il coniuge viene condannato con sentenza definitiva, dopo il matrimonio, per aver
commesso, anche prima del matrimonio, reati particolarmente gravi ovvero
specifiche forme di reato contro la famiglia o alla persona a prescindere dalla
pena comminata.
- È stata pronunciata con sentenza passata in giudicato la separazione giudiziale
ovvero omologata la separazione consensuale e siano trascorsi 3 anni da quando
i coniugi comparirono davanti al Presidente del tribunale in sede di
procedimento di separazione
- L’altro coniuge, cittadino straniero, ha ottenuto all’estero l’annullamento e lo
scioglimento del matrimonio o ha contratto all’estero nuovo matrimonio
- Il matrimonio non è stato consumato
- È passata in giudicato la sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso
La procedura di divorzio è preceduta dalla separazione e inizia con un ricorso
presentato dal coniuge al tribunale del luogo dove risiede il coniuge convenuto. La
lunghezza e complessità della procedura dipende dall’accordo o meno dei due coniugi
sulle condizioni relative ai figli e ai rapporti economici.
Se, a seguito del divorzio, uno dei due coniugi non ha redditi sufficienti per mantenere
un tenore di vita analogo a quello goduto durante il matrimonio, può vedersi assegnato
dal giudice un assegno post matrimoniale. Il giudice imporrà l’assegno a carico
dell’altro coniuge qualora accerti la sussistenza degli altri presupposti indicati dalla
legge: la disparità delle situazioni patrimoniali dei due coniugi, l’impossibilità del
coniuge di procurarsi i mezzi adeguati, le ragioni della decisione di divorzio, i
contributi personali ed economici delle parti al ménage familiare, la durata del
rapporto coniugale. La ragione di questo assegno risiede nel generico dovere di
solidarietà post coniugale, infatti il diritto alla percezione dell’assegno cessa in caso di
morte o nuovo matrimonio del coniuge.
Con il divorzio non cessano gli obblighi dei genitori verso i figli. Al sentenza di divorzio
stabilisce a quale dei due coniugi dovranno essere affidati i figli e determina le
modalità per contribuire al loro mantenimento, educazione e istruzione. Se non è
diversamente stabilito, la potestà spetta al genitore cui sono stati affidati i figli.