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Nel suo nuovo romanzo, “Madrigale senza suono”, Andrea Tarabbia (in cinquina al

premio Campiello 2019) fa leggere a Igor Stravinskij il diario che racconta la vicenda del

compositore Carlo Gesualdo da Venosa - I particolari e un estratto

Carlo Gesualdo da Venosa​, il celebre principe madrigalista di fine Cinquecento, è il centro

attorno a cui ruota ​Madrigale senza suono ​(Bollati Boringhieri), il nuovo romanzo di ​Andrea

Tarabbia​, autore nato a Saronno nel 1978.

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La cinquina del premio Campiello 2019

di ​Redazione Il Libraio​ | 31.05.2019

Carlo Gesualdo uccide la moglie, Maria D’Avalos, perché colpevole di averlo tradito con il

nobile Fabrizio Carafa. La legge dell’epoca non può perseguirlo perché ha fatto il suo dovere per

proteggere il casato e ha agito nel pieno del suo diritto: una moglie fedifraga minaccia la

continuità della stirpe nobiliare e va punita.

Da questo momento poi la storia finisce e iniziano le leggende​: nascono ballate, voci popolari

che alimentano la percezione di Carlo come la figura di un demonio, un sanguinario capace di

strappare il frutto illegittimo della colpa dal ventre di Maria morente.


In questa vicenda terribile, che porta un uomo a uccidere la donna che ama per sottostare alle

consuetudini della sua epoca, Carlo scopre il suo talento: ​inizia a comporre​, diventando uno dei

musicisti più originali e autorevoli del suo tempo.

l’autore nella foto di Giulia Rocco

Tarabbia, che precedentemente ha pubblicato, tra gli altri, ​Il giardino delle mosche​ (Ponte alle

Grazie), libro con cui è stato finalista al ​premio Campiello​ nel 2016, scrive la storia tormentata

di Carlo, che nella finzione del romanzo è letta da ​Igor Stravinskij​, che ne trova il diario.
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Per gentile concessione dell’editore ​ilLibraio.it​ pubblica un estratto del libro

29 agosto, ora Sesta

Io sono una creatura infelice, un inscatolato, un beffato dal destino. Trovo una consolazione, a

volte, restando accanto al mio padrone, ascoltandolo, consigliandogli ciò che è giusto e

seguendolo anche in ciò che credo sia sbagliato. Ma è, appunto, una consolazione, non una

felicità: credo anzi di non essere stato felice una sola volta – ma non è il mio ruolo e nemmeno il

mio compito. Provai però qualcosa che sta vicino alla contentezza, quella sera fatale, e non mi

duole confidarlo a queste pagine. Sono passati molti anni, avevamo scoperto che donna Maria si

incontrava con il duca d’Andria anche nelle sue stanze private di Palazzo di Sangro, e dunque

non si poteva più stare a guardare. Perché provai della contentezza? Perché bisogna fare ciò che

è giusto, anche se è doloroso e anche se le conseguenze saranno terribili come terribili sono state.

Ma soprattutto perché anch’io, quella sera, mi appropriai del suo odore, e ancora lo sento,

specialmente la sera, quando mi corico nella mia scatola dove da tempo non ho più né spazio né

modo di tracciare i miei disegni, perché il mio padrone si è ormai ritirato a una vita di monaco in

cui entrano solo la musica e il silenzio, io lo sento, sento l’odore del suo corpo che si aprì a me

fino a mostrarmi le viscere, sento il tuo profumo di femmina sulle mie braccia, Maria, e mi

ricordo e mi immagino le rotondità del corpo tuo, il biondo colore dei tuoi capelli, il timbro della

tua voce, che non aveva nulla diverso da quello di molte altre dame, ma che abbinato al moto

delle tue labbra diventava un emblema di desiderio, il compendio animale di tutto ciò per cui si

spasima e si muore. Eravamo a tavola, e lei chiamò a sé Laura Scala, che attendeva in un angolo:

la serva le si fece vicino e si chinò, quasi appoggiando l’orecchio alla bocca di Maria. Le mani di

Carlo si aggrapparono al legno del tavolo mentre guardavamo le due donne senza riuscire a
capire che cosa la moglie del mio padrone sussurrasse alla sua cameriera. Laura Scala uscì e

Maria, senza dire nulla, senza nemmeno rivolgere uno sguardo di spiegazione o complicità a suo

marito, finì di sorbire ciò che aveva nel piatto. Carlo si fece forza, coprì con un piatto la pietanza

che stava consumando, chiamò il Bardotti con un gesto delle dita e chiese che gli fosse versato

del vino nella coppa. Il pranzo proseguì in silenzio finché, da dietro la porta, si sentirono i passi

di qualcuno che si avvicinava e la voce di un bambino che rideva. Laura Scala entrò per prima

nella sala da pranzo, seguita da Silvia Albana che teneva in braccio il piccolo Emanuele e che si

fermò sulla soglia.

«Entra, entra» le disse Maria, «abbiamo finito».

Il piccolo Emanuele guardò la madre che gli allungava le braccia e, d’istinto, posò la testa sul

petto della nutrice.

«Stavo per farlo addormentare» disse Silvia Albana, come a voler giustificare il gesto del

piccolo.

«Posalo a terra» disse Maria, e poi, rivolgendosi al figlio. «Vediamo se vieni da solo fino alla

tua mamma».

Silvia Albana accompagnò Emanuele a terra, lo aiutò a mettersi a quattro zampe, poi gli diede un

buffetto sul sedere. «Su, vai dalla tua mamma!» disse.

Emanuele rimase fermo per un istante, come interdetto. Si guardava le manine schiacciate sul

pavimento e ogni tanto sollevava la testa e vedeva Maria, che adesso si era inginocchiata e lo

aspettava a braccia aperte e lo chiamava.


«Signora, vi sporcherete il vestito» disse Laura Scala, ma Maria sembrò non sentire, così la serva

fece alcuni

passi indietro verso la porta, avvicinandosi alla nutrice e osservando il piccolo che adesso aveva

portato avanti una manina sul pavimento e guardava la mamma, e quasi rideva, e spingeva con il

sedere senza riuscire a muoversi.

«Su, amore, vieni dalla mamma! Metti avanti l’altra manina!» ripeteva intanto Maria che,

camminando sulle ginocchia, si era nel frattempo avvicinata al piccolo di qualche passo.

Emanuele lanciò un verso, forse una piccola risata, e mosse all’improvviso le mani e le gambe:

fece un passo, forse due, e si stupì egli stesso di ciò che aveva fatto. Così si fermò, si mise

goffamente a sedere e, guardando ora la madre ora Silvia Albana, si mise a ridere e accennò un

breve applauso – cosa che probabilmente aveva imparato a fare insieme alla nutrice. Maria non

resistette e corse verso il figlio, lo prese tra le braccia che ancora applaudiva e lo riempì di baci

sulla guancia. Poi si voltò verso Carlo, per un istante madre e figlio guardarono il mio padrone, e

la madre, sul cui volto, adesso, stava la stessa luce che hanno le madonne nei dipinti del pittore

delle annegate, disse:

«Hai visto Emanuele? Hai visto cos’ha imparato a fare?»

Carlo, che per tutto il tempo era rimasto seduto e in silenzio, sorrise e fece per dire qualcosa, ma

fu interrotto da un grido improvviso di Emanuele, che si era messo a piangere. Maria tentò di

consolarlo dandogli dei colpetti tra le scapole, mentre Silvia Albana, immobile sulla porta,

guardava madre e figlio senza poter intervenire, e in quello sguardo io colsi un lampo di

sufficienza. Il bimbo non si calmava, dalla sua faccia congestionata colavano lacrime e bava, ed
egli guardava un punto preciso dentro la sala da pranzo: il punto da dove, ritto in piedi, il mio

corpo aveva osservato tutta la scena. Infine Maria si decise, consentì a Silvia Albana di entrare

nella sala da pranzo e le mise in braccio il figlio. La nutrice lo trasse a sé, gli pulì il viso con un

fazzoletto, poi appoggiò l’ampio seno alla guancia del piccolo e cominciò a fare con la bocca il

verso che si fa per chiamare i gatti, ma con lentezza, e alternandolo a una breve nenia che ai miei

orecchi suonò come un «No no no» ripetuto sottovoce. Ben presto il piccolo si calmò, lo

sentimmo respirare profondamente: si era addormentato sul petto di Silvia Albana.

«Dorme, padrona» disse lei, tenendo una mano sulla testa del piccolo, come a proteggerla.

«L’ho fatto piangere» disse Maria, dal cui volto era scomparsa la luce.

«Ma no, padrona: era solo stanco. Quando ci avete chiamati, lo stavo facendo addormentare».

«Si è divertito, con me?» domandò allora Maria, rianimandosi.

«Certo che si è divertito» rispose Silvia Albana. «Siete la madre. Avete visto come vi è venuto in

braccio? È solo che questa è l’ora in cui lo metto in culla».

«Va’, allora: fallo dormire. Passerò da voi più tardi».

(continua in libreria…)

GLI APPUNTAMENTI

-Mercoledì 27 febbraio, Libreria Coop Ambasciatori di via degli Orefici 19, Bologna, ore 18.

Interviene Marcello Fois.


-Martedì 5 marzo, Libreria Verso di Milano, ore 19. Intervengono Marco Rossari e Filippo

Tuena.

-Lunedì 11 marzo, Circolo dei Lettori di Torino, ore 19. Intervengono Federica Manzon e

Raffaello Palumbo Mosca; Madrigali di Gesualdo da Venosa eseguiti dal Laboratorio

madrigalistico “Gli Scipioni” diretto da Giuseppe Maletto.

– Sabato 16 marzo, ​Libri Come,​ Auditorium Parco della Musica, Roma, ore 15. Interviene

Tommaso Pincio.

– Domenica 7 aprile, a ​Napoli Città Libro.​

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