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L’epoca dei Totalitarismi

TOTALITARISMO

È il termine più usato dagli storici per definire un tipo di regime politico, affermatosi nel XX secolo al quale
possono essere ricondotti il nazismo, il fascismo e lo stalinismo. Il regime totalitario è caratterizzato
soprattutto dal tentativo di controllare capillarmente la società in tutti gli ambiti di vita, imponendo
l'assimilazione di un'ideologia: il partito unico che controlla lo Stato non si limita cioè a imporre delle
direttive, ma vuole mutare radicalmente il modo di pensare e di vivere della società stessa.

Il termine totalitarismo, inoltre, è usato nel linguaggio politico, storico e filosofico[1] per indicare "la dottrina
o la prassi dello stato totalitario", cioè di qualsiasi Stato intenda ingerirsi nell'intera vita, anche privata, dei
suoi cittadini, al punto da identificarsi in essi o da far identificare essi nello Stato.

"Totalitarismo" nel suo significato etimologico significa "il sistema tendente alla totalità". Il termine è
formato dal latino totus ("intero").

Ad esempio, il punto centrale della dottrina fascista è che "lo Stato è un assoluto, davanti al quale individui
e gruppi sono il relativo". Ne consegue che "tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto
meno ha valore, fuori dello Stato".

 La primogenitura del termine è di Giovanni Amendola, il quale lo usò a partire da un articolo del 1923 sulle
pagine del quotidiano Il Mondo[4]. In esse Amendola definì il sistema totalitario come «promessa del
dominio assoluto e dello spadroneggiamento completo ed incontrollato nel campo della vita politica ed
amministrativa».

Il modello di regime totalitario è caratterizzato da 5 elementi:

1. Concentrazione del potere in capo ad un'oligarchia inamovibile e politicamente irresponsabile.

2. Imposizione di una ideologia ufficiale.

3. Presenza di un partito unico di massa.

4. Controllo delle forze operanti nello Stato (polizia) ed uso del terrore.

5. Completo controllo della comunicazione e dell'informazione

GENEALOGIA DEL TOTALITARISMO

Nel XX° secolo ci furono tre totalitarismi :

1-lo stalinismo in Russia

2-il fascismo in Italia

3- il nazismo in Italia

Le loro origini hanno a che vedere con la crisi economica e politica del primo dopoguerra.
IL PRIMO DOPOGUERRA

L'11 novembre 1918, alle ore 11 del mattino, la guerra finì. L'Europa si trovava in una condizione di miseria
e di confusione, di profonda stanchezza e disperazione. In guerra erano morti otto milioni di soldati: un
numero pressoché uguale era rimasto mutilato o ferito. Anche la popolazione aveva subito perdite
gravissime per malattie o cattiva nutrizione. In Serbia metà della popolazione maschile era morta in guerra
e il 35% era tubercolotica. Le conseguenze terribili del grande conflitto si fecero sentire non solo in Europa,
ma in tutto il mondo. Nel gennaio 1919 a Parigi si riunì la conferenza di pace per dare un nuovo assetto al
mondo. I più significativi uomini politici furono Wilson (USA), Clemenceau (Francia), Lloyd George
(Inghilterra), Vittorio Emanuele Orlando (Italia). Il presidente degli Stati Uniti Wilson aveva fissato
in Quattordici punti le sue proposte per stabilire una pace giusta e duratura:

1. Non vi saranno più patti segreti fra le potenze.

2. Libertà di navigazione per tutti in tutti i mari.

3. I commerci tra Stato e Stato saranno pienamente liberi.

4. Gli armamenti dovranno essere ridotti al minimo.

5. La politica coloniale di qualsiasi potenza terrà nella massima considerazione gli interessi degli
indigeni.

6. La Russia tornerà a collaborare con le altre potenze.

7. Il Belgio sarà ricostruito.

8. La Francia riavrà l'Alsazia e la Lorena.

9. L'Italia avrà il confine orientale naturale.

10. I popoli già soggetti all'Austria saranno indipendenti.

11. La Romania, la Serbia, il Montenegro saranno ricostruiti; la Serbia avrà per di più uno sbocco al
mare.

12. I popoli già soggetti alla Turchia saranno indipendenti.

13. Risorgerà la Polonia con uno sbocco al mare.

14. Sarà costituita una Società delle Nazioni.

Purtroppo i diplomatici europei non erano preparati per comprendere ed accettare le nuove idee, proposte
dal presidente statunitense. Il principio di nazionalità non sempre fu rispettato nei trattati di pace e questo
fatto costituì poi una delle cause, che scatenarono la seconda guerra mondiale. Nel Castello di Versailles,
dove nel 1871 i Tedeschi avevano proclamato il primo Reich, fu firmata la pace con la Germania. Il trattato
obbligò la Germania a cedere:
1. alla Francia l'Alsazia e la Lorena;

2. alla Polonia l'Alta Slesia, la Posnania e una striscia di territorio fino alla libera città di Danzica;

3. alla Danimarca lo Schleswig.

La Germania inoltre si impegnava a pagare un'enorme indennità di guerra per risarcire i danni causati
all'Intesa; doveva consegnare la flotta all'Inghilterra e ridurre il suo esercito a soli 100.000 uomini. Inoltre
perdette le sue colonie, che vennero divise tra Inghilterra, Francia e Giappone. A Saint-Germain, una
località nelle vicinanze di Parigi, fu firmato il trattato con l'Austria. Dall'ex Impero austro-ungarico erano già
sorti tre stati:

1. la Repubblica austriaca con soli sette milioni di abitanti;

2. l'Ungheria;

3. la Repubblica cecoslovacca, formata dalla Boemia, dalla Moravia e dalla Slovacchia, con 15 milioni
di abitanti, di cui ben tre milioni tedeschi.

Inoltre il Trentino, l'Alto Adige e la Venezia Giulia passarono all'Italia, mentre la Croazia, la Slovenia, la
Bosnia e l'Erzegovina passarono alla Serbia formando così la Jugoslavia, cioè lo stato dei slavi del sud.
Mentre la Bulgaria venne privata di vari territori a vantaggio della Grecia e della Romania, la Turchia ebbe
una sorte peggiore: i territori asiatici popolati dagli arabi passarono sotto l'amministrazione francese (Siria e
Libano) e inglese (Palestina, Giordania e Iraq). La Polonia, che nel settecento venne spartita tra Austria,
Prussia e Russia, venne ricostruita. Nel baltico ottennero l'indipendenza dalla Russia la Finlandia, l'Estonia,
la Lettonia e la Lituania.

Il primo dopoguerra in Russia

Lenin fu il grande personaggio che dominò la Russia dal 1917. Aveva passato gran parte della sua vita nelle
prigioni della Siberia o in esilio a Londra e in Svizzera. Era un uomo dotato di un'eccezionale forza fisica,
sobrio oratore, ed esercitava un misterioso e straordinario fascino sull'uditorio e sui suoi collaboratori.
Deciso e spietato nell'azione, privo di scrupoli (come lo era stato Pietro il Grande), distrusse l'antico impero
dello Zar e con l'abilità di uno statista creò una nuova Russia. Lenin volle applicare nel suo Paese la dottrina
di Marx, che negava la proprietà privata, la religione e le classi sociali. Il popolo russo accolse in gran parte
favorevolmente la nuova dottrina, che prometteva pace, pane e terra. Tuttavia il governo comunista,
fondato a Mosca da Lenin, fu attaccato dai fautori del vecchio regime e da forze militari straniere. Dalla
Siberia, dal Mar Nero, dall'Estonia, da Arcangelo, gli eserciti bianchi cercavano di vincere i  rossi, ma furono
ovunque battuti. A capo delle forze armate rosse L.Trockij fece miracoli. Respinti tutti gli attacchi, Lenin si
oppose al folle piano di Trockij e di Zinoviev, che volevano estendere il comunismo nei Paesi stranieri. Con
maggiore saggezza volle piuttosto rafforzare il comunismo in Russia, anche valendosi degli aiuti
dell'economia capitalistica. Così nel 1921 strinse un accordo commerciale con l'Inghilterra e l'anno
successivo con la Germania. Il suo sogno era che il contadino russo, che per secoli era stato sfruttato e
tenuto in cattive condizioni, sapesse leggere e scrivere in una casa ben illuminata e riscaldata con energia
elettrica. Le forze su cui si reggeva la dittatura di Lenin erano il partito comunista, l'armata rossa e la polizia
segreta. nel 1924 Lenin morì ed ebbe imponenti funerali, fu quasi divinizzato. Nel suo testamento politico
aveva scritto di diffidare di Stalin e di preferire Trockij come suo successore . Ma stalin occultò lo scritto e
divenne il capo assoluto dell’URSS.
Il primo dopoguerra in ITALIA

L'immediato dopoguerra fu per l'Italia estremamente caotico.

La fine della prima guerra mondiale vide l'Italia vittoriosa, ma senza grandi profitti territoriali ed economici
per via della dichiarazione di invalidità del Patto di Londra da parte del presidente statunitense Woodrow
Wilson; per questo motivo Gabriele D'Annunzio si sentì di poter definire la vittoria come "mutilata", un
tema ripreso successivamente dal regime fascista per giustificare il sentimento di rivalsa nei confronti delle
potenze europee e la propria rinnovata spinta al colonialismo

L'Italia raggiunse finalmente i suoi confini naturali: essi furono tracciati lungo lo spartiacque e così inclusero
in Alto Adige anche popolazioni di lingua tedesca. Fu però più difficile stabilire i confini orientali. Già con un
plebiscito nel 30 ottobre 1918, la città di Fiume in Dalmazia aveva proclamato la sua annessione all'Italia,
mentre la società delle nazioni volevano dare la città al neonato stato jugoslavo oppure farne una città
indipendente. Intanto dell'assemblea della società delle nazioni, il rappresentante dell'Italia Vittorio
Emanuele Orlando abbandonò per protesta i lavori, ciò fu un male perché fu assente alla seduta in cui si
stabilì la spartizione delle colonie tedesche. A questo punto Gabriele D'Annunzio, che aveva combattuto
nella prima guerra mondiale, partì da Ronchi, presso Gorizia, e il 12 settembre 1919 occupò Fiume
istituendo un governo provvisorio chiamato Reggenza del Carnaro. Intanto a Rapallo diplomatici italiani e
jugoslavi cercavano di trovare un accordo per risolvere le tensioni tra i due paesi. Il trattato di Rapallo
stabilì che Fiume doveva essere una città indipendente e che tutta la Dalmazia dovesse passare alla
Jugoslavia, tranne le isole di Zara, Cherso e Lussino. Questo trattato non piacque ai legionari fiumani, che
non volevano abbandonare la città, così il governo provvisorio fu costretto ad usare la forza. 

La crisi economica: il biennio rosso

L'economia italiana si trovava in una situazione di grave crisi, iniziata già durante la guerra e che si protrasse
a lungo; infatti, nel biennio 1917-1918 il reddito nazionale netto era sceso drasticamente, e rimase, fino a
tutto il 1923, ben al di sotto del livello d'anteguerra [3], mentre il tenore di vita delle classi popolari era,
durante la guerra, nettamente peggiorato; secondo una statistica, fatto pari a 100 il livello medio dei salari
reali nel 1913, questo indice era sceso a 64,6 nel 1918 [4]. Nell'immediato dopoguerra si verificarono inoltre
un ingentissimo aumento del debito pubblico [5], un forte aggravio del deficit della bilancia dei pagamenti [6],
il crollo del valore della lira[7] e un processo inflativo che portò con sé la repentina diminuzione dei salari
reali[6]. Il peggioramento delle condizioni di vita delle classi popolari (già duramente provate dalla guerra) fu
la causa immediata dell'ondata di scioperi e di agitazioni, iniziata nella primavera del 1919, alla quale non
rimase estranea nessuna categoria di lavoratori, sia nelle città sia nelle campagne, compresi i pubblici
dipendenti, cosicché l'anno 1919 totalizzò complessivamente in Italia oltre 1.800 scioperi economici e più di
1.500.000 scioperanti[6].

Mentre gli operai scioperavano prevalentemente per ottenere aumenti salariali e miglioramenti delle
condizioni di lavoro (la riduzione dell'orario di lavoro a otto ore giornaliere fu ottenuta, nelle grandi
industrie, nell'aprile 1919)[8], gli scioperi nelle campagne, che coinvolsero nel 1919 più di 500.000 lavoratori,
ebbero obiettivi diversi a seconda delle categorie: i sindacati dei braccianti lottavano per ottenere il
monopolio del collocamento e l'imponibile di manodopera, mentre mezzadri e salariati fissi cercarono di
ottenere dalla proprietà terriera nuovi patti a loro più favorevoli; contemporaneamente si verificarono,
soprattutto nel Lazio e nel meridione, importanti lotte per l'occupazione delle terre incolte da parte di
braccianti agricoli, coloni e contadini piccoli proprietari.

Il biennio rosso in Italia è la locuzione con cui viene comunemente indicato il periodo della storia
d'Italia compreso fra il 1919 e il 1920, caratterizzato da una serie di lotte operaie e contadine che ebbero il
loro culmine e la loro conclusione con l'occupazione delle fabbriche nel settembre 1920. Il modello era la
rivoluzione russa, bolscevica e ciò preoccupò il padronato agrario ed industriale .

In tale periodo si verificarono, soprattutto nell'Italia centro-settentrionale, mobilitazioni contadine, tumulti


annonari, manifestazioni operaie, occupazioni di terreni e fabbriche con, in alcuni casi, tentativi
di autogestione. Le agitazioni si estesero anche alle zone rurali e furono spesso accompagnate
da scioperi, picchetti e scontri. Una parte della storiografia estende la locuzione ad altri paesi europei,
interessati, nello stesso periodo, da analoghi moti.

Il primo dopoguerra in Germania

La repubblica di Weimar

Il paese che maggiormente risentì della Grande guerra fu la Germania. Immediatamente dopo la sconfitta
del 1918 i soldati si ammutinarono e si formarono ovunque consigli di operai e marinai che chiedevano
l'abdicazione di Guglielmo II. Il Kaiser tedesco fuggì e in Germania fu proclamata la repubblica e fu istituito il
governo provvisorio del socialdemocratico Friedrich Ebert. Il governo tedesco era dunque nelle mani dei
socialisti che però al loro interno erano animati da grandi divergenze: il partito socialdemocratico (SPD) e i
socialisti indipendenti (USPD), che erano riformisti, e gli spartachisti, socialisti rivoluzionari guidati da Rosa
Luxemberg e Karl Liebknecht, che nel 1918 assunsero il nome di Partito comunista tedesco (KPD).
All'opposizione si collocavano le gerarchie militari, il cui comandante supremo von Hindenburg, intendeva
riportare l'ordine nel paese e contrastare le sinistre anche con l'aiuto dei Corpi franchi (Freikorps), gruppi di
militanti volontari nati spontaneamente e guidati da ex sottufficiali ed ex ufficiali. Il 5-6 gennaio 1919 gli
spartachisti tentarono un'insurrezione, ma furono fermati dai Corpi franchi, chiamati in aiuto dal governo
provvisorio. Alle successive elezioni si formò un governo di coalizione tra SPD, Zentrum e
liberali presieduto da Scheidemann e a capo dello stato Erbert. Le forze democratiche tentarono dii dare
stabilità al paese, ma erano osteggiate dall'USPD, del KPD e dalle forze di destra che si sollevarono in
seguito all'accettazione del Trattato di Versailles (1919), ma furono fermate. Nell'agosto del 1919 fu
emanata la Costituzione di Weimar che rendeva la Germania una repubblica federale. Tuttavia la
debolezza economica e politica della Germania non terminò a causa delle lotte interne e
dell'occupazione da parte della Francia della regione della Ruhr nel 1923, zona industriale fondamentale
per l'economia tedesca. Nello stesso anno Hitler, capo del NSDAP, un partito di estrema destra, tentò
un colpo di stato che però fallì, fu arrestato ed in carcere scrisse il suo manifesto politico il MEIN KAMPF.
L'economia tedesca si risollevò in seguito al Piano Dawes (1924), che prevedeva finanziamenti da parte
degli USA alla Germania. Nel 1925 la Germania firmò con la Francia il Trattato di Locarno, che impegnava le
due potenze nel rispetto dei reciproci confini e nel 1926 la Germania fu annessa alla Società delle Nazioni.
Intanto alla morte di Erbert, von Hindenburg salì al potere e ciò testimoniò una svolta verso destra della
politica della nazione.
Il reducismo[

Come in tutta l'Europa post-bellica, anche in Italia gli ex combattenti, costituiti in proprie associazioni,
divennero un elemento importante del quadro politico. Le associazioni di reduci in Europa erano
caratterizzate da alcune istanze comuni a tutte: la difesa del prestigio internazionale del proprio paese e la
rivendicazione di importanti riforme politiche e sociali.

In Italia gli orientamenti politici degli ex combattenti furono vari. Solo una minoranza aderì ai Fasci di
combattimento fondati da Mussolini nel 1919; molti di più furono i reduci che diedero il proprio consenso
alle idealità democratiche espresse dai "quattordici punti" del presidente statunitense Woodrow Wilson;
l'Associazione Nazionale Combattenti, nel suo congresso di fondazione che ebbe luogo nell'aprile 1919,
propose l'elezione di un'Assemblea Costituente che avrebbe avuto il compito di deliberare un nuovo
assetto democratico dello Stato. Una parte della storiografia ha ritenuto che l'incomprensione e l'ostilità,
che il Partito Socialista riservò in quegli anni alle istanze espresse dai reduci, abbiano contribuito a spingere
questi ultimi a destra, verso il nazionalismo e il fascismo [11]. Un'altra parte della storiografia ha rilevato,
tuttavia, che l'atteggiamento socialista di opposizione alla guerra era in continuità con il pacifismo e il
neutralismo che tale partito aveva già espresso prima e durante il grande conflitto, atteggiamento che era
d'altronde largamente condiviso dai suoi elettori e che il partito molto difficilmente avrebbe potuto
sconfessare a guerra finita[12]. Peraltro, sia nel 1915 sia nel 1919 l'orientamento neutralista (che fosse di
matrice cattolica, giolittiana o socialista) era quello ampiamente maggioritario in Italia, cosicché
l'interventismo e il bellicismo finirono per assumere più facilmente un carattere antidemocratico [13].

Due furono, comunque, i principali orientamenti politici nei quali si articolò il movimento degli ex
combattenti: uno più radicale, che trovò espressione nell'associazione degli arditi e nei nazionalisti
estremisti come D'Annunzio, Marinetti e Mussolini; e un secondo orientamento più moderato,
rappresentato dalla Associazione Nazionale Combattenti, la quale in politica estera non condivideva lo
sciovinismo dei nazionalfascisti mentre in politica interna era piuttosto vicina alle posizioni di Nitti e
di Salvemini[14].

Gli ex combattenti furono anche protagonisti, in quegli anni, di importanti lotte sociali, soprattutto nell'Italia
meridionale: specialmente in Calabria, in Puglia e nel centro-ovest della Sicilia ebbero luogo rilevanti
occupazioni di terre già facenti parti di latifondi, per un'estensione che è stata stimata fra i quarantamila e i
cinquantamila ettari nel biennio 1919-20; questi movimenti furono spesso guidati dalle associazioni dei
reduci, a differenza dell'Italia settentrionale, dove i moti contadini ebbero prevalente carattere bracciantile
e furono perlopiù egemonizzati dai socialisti.