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Storia del Diritto Medievale

Quando parliamo di Medioevo parliamo di un’età che sta nel


mezzo (Medium-aevum) tra Evo Antico ed Evo Moderno.
Quando parliamo del Medioevo dobbiamo stare attenti prima di
tutto a come questa nazione è nata e, in secondo luogo, a come è
stata interpretata nel tempo. In genere, l’Evo Antico viene ad
esaurirsi con una “Inclinatio Imperu”, per cui il mondo
medievale viene a nascere quasi in antitesi con il mondo antico.
C’è una chiara cesura. In particolare il Medioevo realizza con
l’Evo Antico due cesure significative che si ha in ordine a due
eventi:
1) Caduta dell’Impero Romano d’Occidente;
2) Trasformazione che si ha da Costantino in poi quando si
parla dell’idea dell’Imperatore;
A noi è pervenuta un’immagine del Medioevo certamente
distorta, opera della lettura che di questo periodo fecero gli
Umanisti. La coscienza umanistica, che abbraccia tutto il 400, non
è molto tenera nei confronti del Medioevo; essa da tutti i punti di
vista porta avanti un discorso di ammirazione nei confronti
dell’Antichità, periodo di splendore in antitesi con le ombre del
Medioevo e al contempo si proietta in una certa attesa di
rinnovamento. In particolare l’umanista rimprovera al Medioevo
di aver “imbarbarito” e corrotto la lingua classica. E’,
praticamente, durante l’Umanesimo che viene coniata la parola
Medioevo; in verità gli Umanisti in omaggio ad una loro
predilezione per l’antichità preferiscono parlare di “Media
Antiquitas” (antichità media), oppure si parla di “Media
Tempora” (tempi nel mezzo).
Nonostante le critiche mosse dagli Umanisti al medioevo, a
proposito dell’imbarbarimento della lingua, questi non colgono il
merito del Medioevo di aver promosso la nascita del “volgare”,
precursore della moderna lingua italiana. L’accezione negativa

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data dagli Umanisti al Medioevo ha, quindi, si riferisce alla
prospettiva culturale.
500 d.c.: quando parliamo del 500 d.c.,, inteso come periodo che
va dal 501 d.c. al 600 d.c., parliamo di un periodo che vede
sorgere e l’affermarsi di una coscienza protestante fortemente
ostile alla Chiesa di Roma; questa coscienza porterà ad un
giudizio negativo sul Medioevo, età contraddistinta, sul piano
culturale, dell’opera della Chiesa. Il Medioevo senza la Chiesa
non esisterebbe. Abbiamo, quindi, una doppia condanna di questa
età in primis dagli Umanisti sul piano letterario e in secondo dal
filone protestante per quello che concerne le implicazioni della
Chiesa di Roma ai vari livelli della cultura dell’età medievale.
Tutto ciò che fa parte del contesto Romano è inviso al mondo
protestante. Eppure il discorso ideologico dei protestanti
dimentica quelle che sono le radici cristiane dell’Europa.
Ciò che accadde nel 476 d.c. (caduta dell’Impero Romano
d’Occidente) comporta la rovina di un concetto di unità da un
punto di vista:
- Territoriale;
- Religioso;
- Politico;
- Giuridico;
Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente si assiste ad un
fenomeno di frammentazione a diversi livelli. E anche dal punto
di vista del pensiero filosofico medievale l’uno è indice di
perfezione, il molteplice è sempre indice di “imperfezione”.
Immaginiamo un Impero, una religione di questo impero, un
unico diritto di questo impero. L’Impero Romano, quando cade,
ha una sua identità religiosa, sociale, politica. Ebbene, il
Medioevo è tutta un’opera di recupero di questa unità perduta a
cominciare dall’unità di carattere religioso che il Medioevo cerca
di recuperare attraverso la conversione dei popoli barbarici. Li si
fa cristiani e se sono già cristiani, dall’eresia ariana li si fa passare
alla cattolicità. Questa opera dura secoli.

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La seconda opera del Medioevo è la “Riductio” di carattere
politico cioè il Sacro Romano Impero che è il cuore del
Medioevo. La terza opera è la “Rductio ad unum” di carattere
politico che si avrà con la scuola di Bologna e la nascita
dell’Università, con il diritto comune. Quindi il Medioevo segue
il passaggio dal molteplice all’uno da un punto di vista religioso,
politico e giuridico. Se dimentichiamo la prima “Riductio” di
carattere religioso, che è alla base di tutte le altre, non possiamo
comprendere il valore del Medioevo. Pertanto la coscienza
protestante, che rinnega l’età di mezzo, accusandola di essere solo
ed esclusivamente opera della Chiesa, dimentica che il passaggio
dal molteplice all’uno, nella restaurazione di quella unità perduta
nel 476 d.c., è un’opera che parte da una “Riductio” di stampo
religioso per abbracciare anche l’aspetto politico e in questo
ambito cercare pure un’unità.
600 d.c.: Nel 600 d.c. abbiamo una storiografia intesa come
scienza e non come mera cronaca degli eventi quale era stata la
storiografia precedente. Inoltre la storiografia del 600 d.c. è
accademica, erudita insomma di gusto barocco. Proprio per il suo
carattere scientifico essa appare priva di quelle passioni che
avevano, nel 500 d.c., guidato il giudizio degli storiografi ad una
condanna del Medioevo. La storiografia scientifica del 600 d.c.
parte dall’analisi delle fonti e degli eventi del Medioevo senza
permettere a preconcetti o ideologie di influenzare il giudizio
espresso. Ma attenzione, in questo essere spoglia di passioni,
quindi senza preconcetti o ideologie, non bisogna vedere un
giudizio positivo sul Medioevo. Al contrario il giudizio è
negativo. Tale giudizio negativo è frutto di alcune situazioni
molto legate a quel tempo. Per esempio, questo è il periodo delle
grandi scoperte geografiche, è il tempo delle grandi invenzioni
scientifiche, è il tempo di un nuovo sistema politico, da quella
unità dell’Impero ricostruita sotto Carlo Magno al sorgere degli
Stati Nazionali e Confessionali. Tutte novità che fanno percepire
il Medioevo come una realtà molto lontana. Nel 1688 abbiamo il
primo tentativo di “Storia Medioevale”; un testo storiografico il

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cui titolo è “La Storia del Medioevo dai tempi di Costantino
fino alla presa di Costantinopoli da parte dei Turchi”. Questo
primo trattato di storiografia medievale appartiene a Cristoforo
Keller il cui nome latinizzato, secondo l’uso del tempo, si ritrova
come Cristoforus Cellarius.
700: E’ l’epoca dei “lumi”, l’Illuminismo. Soprattutto
l’Illuminismo francese esprime una condanna violenta e insolente
nei confronti del Medioevo. Soprattutto Voltaire, nella sua prosa
sarcastica, si beffa di tutto ciò che è tipico del Medioevo: il
mondo della Chiesa, le Crociate, la Cavalleria etc.. Tutte quelle
realtà identificative del mondo medioevale, sono snobbate, sono
svilite. Proprio in reazione al 700 d.c., epoca dei Lumi, che vede
nel Medioevo un secolo di oscurità si viene a creare una nazione
dispregiativa dell’età di mezzo. Proprio nel 700 d.c. ostile al
Medioevo viene a collocarsi l’opera di un sacerdote Italiano,
Ludovico Antonio Muratori, che getta le basi per uno studio del
Medioevo. Egli viene a raccogliere in un’opera, che si chiama
volgarmente “Rio” ma che è la sigla di Scrittori di cose italiche,
tutte le opere medievali che nel 700 d.c. era possibile reperire.
Quest’opera è in 28 volumi e alcuni di questi sono divisi in più
tomi; si tratta di una vera e propria enciclopedia realizzata
nell’Abbazia di Pomposa presso Modena. Il materiale raccolto in
quest’opera sono:
- Cronache;
- Epistole;
- Canti;
- Leggi;
- Editti;
Dal 500 d.c. al 1300 d.c.. Ancora oggi, nonostante i limiti di certe
trascrizioni o i limiti di certe fonti riportate, è ancora un punto di
riferimento per uno studio storico del Medioevo. Il Muratori,
successivamente si dedicò ad una seconda opera, “Antichità
Italiche del Medioevo”. L’opera si compone di 6 volumi nei
quali, sotto l’espressione di 75 “dissertazioni” (trattati), viene ad

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esprimere in latino i maggiori problemi politici, giuridici,
economici, sociali, religiosi del Medioevo.
Trattati con riferimento alle fonti. Quindi, se la prima opera è una
vasta antologia di fonti medioevali, la seconda opera è già un
primo tentativo di ricavare dalle fonti delle argomentazioni che
abbracciano temi molto generali. La sua ultima fatica risale al
1749 d.c. e sono gli “Annali d’Italia”. In queste 3 opere, con
diverso intento, Antonio Muratori invita al contatto diretto con le
fonti.
800 d.c.: Nell’800 d.c. la corrente che andava di moda era il
Romanticismo. Questa corrente, di stampo idealistico, caratterizzato da fughe dalla
realtà, vede il nascere della “Storia romanzata” e del “Romanzo storico”.
Quindi il Romanticismo non considera il fatto storico ma, partendo da un fatto
storico, costruisce narrazione secondo la moda del tempo.
Nell’800 d.c. la storiografia rivaluta il Medioevo. Vi sono alcuni
elementi medioevali che vengono esaltati perché sono
particolarmente affascinanti per la cultura del tempo.
- La Renovatio Imperii;
- La vita cavalleresca
- Le crociate;
- Le libere Città Comunali;
- La Vita Monastica;
Nel Romanticismo, ogni fatto in cui troviamo la componente della
fede, del sacrificio, dell’eroismo viene ad essere esaltato. Per una
sorta di legge pendolare di passare da un eccesso all’altro,
abbiamo una critica da parte della storiografia romantica a quella
illuministica. Se l’Illuminismo aveva disprezzato, il
Romanticismo cerca di rivalutare, se per gli illuministi era stato
tutto buio, per i romantici è tutto luce ma ciononostante il giudizio
storico romantico non può dirsi corretto poiché mancante del
distacco emotivo necessario per garantirne l’equilibrio e, quindi,
l’attendibilità.

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Insomma si passa da un eccesso all’altro. Inoltre dobbiamo
considerare che nell’800 d.c., accanto al discorso del
Romanticismo, abbiamo anche un discorso di “Positivismo”.
Romanticismo e Positivismo esalta il Medioevo, il Positivismo
taglia corto con ogni forma di nostalgia, di restaurazione. Allora il
Positivismo torna allo studio delle fonti cercando una analisi dei
fatti che vengono ad essere collegati per nessi casuali
approfondendo tutto ciò che riguarda i fattori storici. Partendo dal
Muratori, passando per il romanticismo ed il positivismo, siamo
arrivati ad un rapporto con le fonti che è sempre più vicino ad una
storiografia moderna.
La storiografia ottocentesca ha consegnato al 900 l’idea di un
Medioevo quale “età mediatrice” nel senso che ha consegnato a
noi moderni valori del mondo antico salvati e fatti propri dal
medioevo. Il Medioevo ha recepito una determinata cultura
giuridica antica, l’ha rielaborata e l’ha trasmessa nel tempo fino ai
nostri giorni. Cristoforo Keller fa partire la nascita del Medioevo
da Costantino, classica interpretazione della storiografia
seicentesca. Noi partiamo dalla linea storiografica prevalente cioè
dalla Caduta dell’Impero Romano di Occidente, 476 d.C., e
spiegheremo anche come mai una storiografia ha sminuita la
portata di questa data fondamentalmente, perché i contemporanei
non ebbero coscienza di ciò che accadeva in quel periodo e,
soprattutto della portata di tali eventi. A differenza dei tempi
odierni caratterizzati da una vasta e veloce rete di informazione,
nel 476 d.C. la deposizione di Romolo Augustolo non arrivò a
tutti gli abitanti dell’Impero Romano d’Occidente considerando
anche le vastissime dimensioni. Per comprendere fino in fondo la
deposizione dell’ultimo Imperatore, Romolo Augustolo,
dobbiamo tenere presente che:
Le invasioni Barbariche non devono essere intese come violenta
intrusione di popoli esterni all’Impero Romano.
La presenza barbarica si ritrova all’interno dell’Impero seppure
non si tratta di una presenza stanziale visto che i popoli barbarici
conducono una vita normale organizzata secondo i quadri
dell’esercito di cui essi erano parte integrante.

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Nel V° secolo a.C. il mondo militare romano era diviso in:
1) Legioni;
2) Federati;
Le Legioni erano un esercito vero e proprio, costituite
originariamente da Cives Romani con un graduale inserimento di
singoli barbari. Invece quando parliamo di “Federati”, “Milites
Federati” o “Popoli Federati”, intendiamo intere popolazioni
barbariche che si legavano all’Imperatore, non quindi popoli
nemici di Roma esterni ai confini dell’impero che tentano di
scardinare l’ordinamento costituito. In particolare i barbari:
- o sono inseriti nei quadri dell’esercito come singole
persone;
- o sono inseriti nei quadri dell’esercito come popolazione
mediante un “Foedus” cioè un accordo tra Imperatore e Re
barbaro.
Pertanto un conto è parlare di “popoli federali” che insorgono
non rispettando un “Foedus”, un conto è parlare di invasioni nei
termini di irruzione, entro i confini dell’Imperatore, di popoli
esterni ed estranei all’Impero stesso.
Alla luce di questo distinguo si può meglio comprendere cosa sia
realmente accaduto nel 476 a.C. anche la deposizione di Romolo
Augustolo ha motivi precisi che non hanno nulla a che vedere con
un tentativo di usurpazione del potere dell’Imperatore Romano
bensì con una mancanza di rispetto del Foedus da parte
dell’imperatore stesso. In particolare l’imperatore non avrebbe
dato luogo a quella concessione di terre promessa, con il Foedus,
alle popolazioni barbariche. La riprova di assenza di ogni intento
di usurpazione del potere imperiale stà nel fatto che chi, in
concreto, operò la deposizione di Romolo Augustolo, cioè
Odoacre re degli Eruli, non assunse il titolo di imperatore.
Come abbiamo visto il mondo militare romano viene a
distinguersi tra “legioni” e “Milites Federati”. Le due
componenti dell’esercito non si sopportano vicendevolmente e

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questo comportava una divisione interna dell’esercito. Inoltre
mentre i “legionari” erano fondamentalmente “cives romani” e
non militari; invece le popolazioni barbariche come popolo,
avevano un chiaro assetto militare. La struttura di tali popoli è
quella di un esercito schierato a battaglia con precise gerarchie. I
“Milites Foederati” erano un gruppo molto unito e forte costretto
a convivere con il gruppo dei Legionari all’interno dell’esercito
tra gelosie e rivalità.
Nel V° sec. l’Imperatore veniva ad essere proclamato
dall’esercito ed erano state le legioni a volere Romolo Augustolo
imperatore, di contro, erano stati i Milites Foederati a deporlo.
Paradossalmente una parte dell’esercito lo ha collocato sul trono
ed un’altra lo ha deposto! Abbiamo già detto che la deposizione
di Romolo Augustolo fu una deposizione “anomala” perché
Odoacre non si attribuisce il titolo di imperatore bensì quella di
Rex. Egli si autoproclama “Patrizio dei Romani” e, con un gesto
molto particolare, prende le insegne imperiali e le manda a
Bisanzio. In questo viene ad obbedire a quelle norme di diritto
pubblico romano del tempo che stabiliva che se uno dei seggi
imperiali (Roma e Costantinopoli) fosse rimasto vacante, chi
deteneva il potere nel seggio ancora occupato assumeva il potere
anche nel seggio vacante.
Che cosa voleva evitare Odoacre?
Che l’impero bizantino con il suo esercito venisse a sconfiggerlo.
In quel tempo Imperatore d’Oriente era Zenone che aveva una
politica ambigua, perché, concesso il titolo onorifico di “Patrizio
dei Romani” a Odoacre, realizza, poi, con l’aiuto di Teodorico, re
degli Ostrogoti, l’omonimo di Odoacre.
A questo punto vediamo perché nel 600, nel 700, nell’800, fino ai
primi del 900 hanno parlato di far iniziare il Medioevo con
Costantino. Diciamo subito che non è l’idea del Cristianesimo
quella che fa da cesura e da inizio del Medioevo. Quella che per
alcuni era motivo di spaccatura rispetto al passato, da Costantino
in poi, in realtà fu il risultato di una vasta riforma dell’Impero;
riforma che aveva contribuito a dare al concetto di “Maestà
Imperiale” una impronta che non si era mai avuta nei tempi

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precedenti. L’idea, insomma, dell’Imperator Deus, Imperatore
visto come un Dio vivente. Questa idea dell’Imperator Deus,
dopo Costantino (313 editto di Milano), ma soprattutto dopo il
380 (editto di Tessalonica), non può più essere sostenibile perché
il Cristianesimo diventa religione di Stato e il principio enunciato
da San Paolo nella lettera ai Romani, “ogni potere viene da Dio”,
fa capire che l’Imperatore non può più essere un Dio. Allora si
passa da una visione dell’Imperator Deus ad una visione di
Imperator Dominus richiamandosi a quel prototipo di modello
antico che era il Poter Familias. Quindi l’Imperatore diventa il
“Padre della Patria” non più il “Dio dell’Impero”. Questa idea
di Imperator Dominus, piano piano, soprattutto in epoca bizantina
e sotto Giustiniano, porterà ad un “Assolutismo Imperiale”.
Piano piano arriverà a delle forme estreme che lo stesso
Diocleziano nel Dominato non ha mai pensato di applicare. Al
riguardo può esserci utile il fatto che conseguenza di tale
assolutismo fu il distacco dell’imperatore dalla legge come si
deduce da una famosa frase di Ulpino: “ciò che piace al principe
ha valore di legge”. Mentre nella dottrina classica l’Imperatore
era pure sciolto dalla legge, “Legibus Solutus”, ma nel senso che
nei suoi atti aveva il privilegio di sfuggire a certe formalità nei
negozi giuridici, assumendo comunque l’Imperatore la veste di
magistrato con l’emanazione di atti che toccavano ad esempio il
diritto onorario; invece nell’ambito dell’Assolutismo Imperiale,
l’Imperatore Dominus era sciolto dalla legge nel senso che al di
sopra di essa. Anzi si dice che l’Imperatore è la “Lex animata in
terris”, legge stessa incarnata. Questo modo di intendere l’idea
della maestà imperiale per alcuni, a partire da Costantino in poi,
segna l’inizio del Medioevo.
Questo “Imperatore Dominus” viene ad essere una figura che si
pone al di là della legge, personificazione della legge stessa. Tutto
ciò che piace al principe ha valore di legge pertanto abbiamo una
involuzione delle fonti normative nel momento in cui
l’Imperatore diventa legislatore.
La conseguenza di tale fenomeno è che i Mandata cioè le
istruzioni date dall’Imperatore ai propri funzionari diventano

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“Circolari di servizio” perché dal momento che l’Imperatore è
legislatore non ha più senso dare dei “Mandata”.
I “Decreta” e i “Rescripta” che l’Imperatore dava come
magistrato cadono in desuetudine. Aumentano, invece, di
importanza e si moltiplicano in maniera impressionante gli
“Editti”. Gli Editti diventano espressione di diritto pubblico e si
tratta di disposizioni che valgono o per l’intero impero o per la
parte di impero identificata nella “iscriptio”. Gli Editti sono
anche detti “leggi Generali” e sono, per eccellenza, le
“Costituzioni” con le quali l’imperatore dà delle norme.
Vediamo quale era il diritto in vigore quando nel 476 cade
l’impero Romano di occidente.
Dobbiamo dire che già nella seconda metà del III° secolo, con
Diocleziano e Costantino, in quello che abbiamo definito
“riordinamento dell’Impero” con riforme strutturali sia
amministrative che fiscali, abbiamo una moltiplicazione di
“Costruzioni Imperiali”. Queste Costituzioni Imperiali, che sono
vere e proprie leggiate dall’imperatore, vengono a moltiplicarsi
così tanto da in generale un fenomeno di “Incertezza del diritto”
a causa della mole di leggi sparse nelle varie costituzioni. In
Oriente abbiamo due iniziative di privati che sfociano nel Codice
Gregoriano ed Ermogeniano, compilati verso gli ultimi anni dal
III° secolo a.C.. il Codice Gregoriano ed Ermogeniano sono
raccolte di privati ma il materiale in essi raccolto era materiale
pubblico con tutti i limiti delle compilazioni private. Ma un conto
è l’opera di un Imperatore che ordina una collezione o promulga
un codice e un conto è un’antologia di testi imperiali fatta da un
singolo compilatore con l’ausilio di critici spesso capricciosi, in
questo ultimo caso può accadere che non entri materiale autentico
nella collezione o perché non se né apprezza il valore o perché se
ne minimizza la portata.
Codice Gregoriano: Diviso in 15 libri, viene a presentare le
“Costituzioni” dall’epoca di Settimio Severo (fine del II° secolo)
fino all’anno 292 d.C. distribuita per materia.

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Codice Ermogeniano: E’ stato redatto poco dopo quello
Gregoriano e, in un unico libro veniva a raccogliere tutti i
“Rescritti” di Diocleziano degli anni 293 e 294 a.C.. Per la
cronaca, nessuno dei 2 codici ci è pervenuto. Abbiamo molto
materiale di questi 2 codici perché ci è stato riportato dal Codice
di Giustiniano o da altri frammenti presenti nella legislazione
Giustinianea.
Quando cade l’Impero Romano di Occidente questi 2 testi,
raccolti di privati, erano testi con cui venivano ad essere
conosciute le “Fonti Imperiali”. Questi 2 codici risposero ai
bisogni della pratica e furono usati nelle scuole. in questo furono
dapprima riconosciuti implicitamente dall’uso che se ne fece, poi
esplicitamente dall’Imperatore Teodosio II°. Dobbiamo a questo
Imperatore il Codice Teodosiano; una compilazione ufficiale che
venne pubblicata nel 438 d.C. ed entrò in vigore il 1 Gennaio 439
d.C.. l’Imperatore Teodosio voleva raccogliere le Leges e si
prospettava per lui un piano di lavoro lungimirante e ambizioso.
Egli voleva che si facessero 2 raccolte:
1) Una raccolta di tutte le leggi sia quelle in vigore che quelle
abrogate;
2) Una raccolta di tutte le leggi in vigore.
La prima raccolta sarebbe stata utilizzata nelle scuole al servizio,
quindi, della scienza giuridica. La seconda, invece, sarebbe stata
un’opera di taglio più pratico proprio perché raccoglieva le leggi
in vigore.
Questo ampio disegno non ebbe attuazione perché i collaboratori
di Teodosio non furono all’altezza del compito. Vedremo che
Giustiniano, tornando sugli stessi argomenti, riuscirà non solo in
una raccolta di Leges ma anche nella raccolta di “Iura”, raccolta
sfuggita a Teodosio. Come abbiamo sopra detto il programma
ambizioso di Teodosio non fu portato avanti e si ripiegò
assumendo una connotazione più modesta. Nel 435 d.C. una
“Costituzione” cerca di ridimensionare la portata del progetto
iniziale alle sole Costituzioni pubblicate da Costantino in poi e a
solo quelle in vigore. Quest’opera è il Codice Teodosiano, diviso

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in 16 libri e ogni libro è diviso a sua volta in titoli. Queste 3
compilazioni vengono ad essere il “Diritto” che circolava al
momento della caduta.
Ma quando cade l’Impero che fine fa questa legge romana?
Per dare risposta a questa domanda dobbiamo cominciare ad
esaminare i Regni Barbarici per vedere come, regno per regno, si
abbia una presenza della legge romana e in che maniera il diritto
delle popolazioni barbariche recepisce la legge romana.

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Regni e Leggi romano-barbariche
Da quello che abbiamo detto sulle invasioni barbariche quando
parliamo di “Milites Foederati” parliamo di popoli barbarici che
avevano proprie consuetudini, leggi, e che in forza del “Foedus”
stretto con l’imperatore romano, erano entrati a contatto con il
diritto romano, in particolare con il diritto militare romano.
Queste popolazioni, vivendo nei territori dell’impero, pur
portando avanti una propria legge personale, basata sulla
consuetudine, chiaramente conoscevano la legge romana. Quanto
abbiamo detto è molto utile poiché molte volte ci si stupisce di
come si abbiano legislazioni di popoli germanici che investono la
legge romana. In realtà queste popolazioni, proprio perché
vivevano entro i confini dell’impero da truppe federate, dovevano
per forza conoscere il diritto romano seppur rette da proprie leggi,
usi, costumi etc.. Molte volte queste popolazioni barbariche
facevano degli ”sgarbi” nei confronti di Roma. Sembra strano
ma, il più delle volte, come abbiamo già detto parlando della
deposizione di Odoacre, questi sgarbi, queste scorrerie, queste
vendette, da parte delle popolazioni barbariche, non sorgevano da
atti di insubordinazione bensì erano la ritorsione contro promesse
non tenute da parte dell’Impero Romano. Le popolazioni
barbariche avevano un senso molto forte dell’impegno e non
bisogna dimenticare che i popoli federati prestava il proprio
servizio all’impero nelle file dell’esercito. Per cui se l’imperatore
prometteva delle terre, del denaro etc. e non manteneva tale
promessa era consequenziale il prodursi di una rappresaglia.
- Goti: la popolazione Gota è divisa in 2 popoli;
- Ostrogoti: collegati all’imperatore d’Oriente;
Visigoti: si stanziano in una parte già territorio dell’impero
romano d’occidente che comprende al di qua e al di là dei Pirenei;
quindi una parte della Francia e una parte della Spagna.
Successivamente, però, furono ricacciati al di là dei Pirenei per
cui il regno dei Visigoti finì per coincidere con l’attuale penisola
iberica. Popolo di altissima cultura e civiltà viene a mostrare, non
solo nelle opere d’arte che ci ha lasciato, ma anche in un sistema

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di doppia legislazione, una attenzione alla legge romana come
“Legge del Popolo Vinto”. Queste popolazioni barbariche
adottavano il principio della “Personalità del diritto” che
permetteva di far coesistere, in un medesimo territorio, più leggi
in ragione dell’appartenenza di una persona ad un determinato
popolo. E’ chiaro che la popolazione dell’attuale Spagna, quando
arrivano i Visigoti, è una popolazione fortemente romanizzata. In
origine i Visigoti sono una minoranza. E’ chiaro che la “Lex” che
viene ad essere data sotto forma di “Lex Romana Visigotorum”,
è una legge che possiamo definire una antologia di materiale
romanistico. Questa “lex” è anche chiamata “Breviario
Alariciano” ed è del 506 d.C.. Per dare una idea dell’importanza
della “Lex Romana Visigotorum”, dobbiamo dire che le
“Istituzioni” di Gaio, fino al 1860, si conoscevano solo attraverso
di essa. Cioè dall’anno 506 d.C. fino al 1860, l’unica fonte di
conoscenza delle “Istituzioni” di Gaio era questa legge barbarica.
Nel 1840 in un palinsesto della Biblioteca Capitolare di Verona si
venne a trovare un testo che, successivamente perfezionato; ci ha
dato la possibilità di avere una edizione “Antica” delle Istituzioni
di Gaio; quella su cui noi oggi studiamo. Quindi, la Lex Romana
Visigotorum è una ricca Antologia di fonti vigenti al tempo.
Possiamo vedere come, in una sezione di leggi, troviamo una
parte del Codice Teodosiano oltre che frammenti del Codice
Gregoriano ed Ermogeniano. Presente anche una Sezione di Iura
in cui troviamo le Sentenze di Paolo. Possiamo comprendere
come Alarico II, Re dei Visigoti, dovendo organizzare la
normativa di un popolo vinto, attinge alle fonti stesse della legge
Romana, applicando il principio della “Personalità del diritto” e
non della “territorialità”. Alcuni dicono che Alarico II ha
adottato tale principio non perché lo sentisse parte della sua
cultura né per venire incontro alla popolazione romana vinta
quanto per ingraziarsi vescovi e popolazione cattolica poiché i
Visigoti entrano subito in collisione con i Franchi e con quel
Clodoveo che, battezzandosi nella fede cattolica, convertì ad essa
tutto il popolo dei franchi; quel Clodoveo che, ha seguito di una
serie di campagne militari, ricacciò i Visigoti al di là dei Pirenei

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per cui dall’anno 507 d.C. i territori spagnoli sono il Regno dei
Visigoti.
La stranezza che possiamo constatare è che i Re Visigoti, accanto
ad una Lex Romana Visigotorum, ebbero una Lex Visigotorum.
Al riguardo dobbiamo fare le seguenti puntualizzazioni:
1) La prima stranezza è che la Lex Visigotorum è una legge
scritta. E’ una stranezza perché le popolazioni barbariche
avevano proprie consuetudini e prassi di vita non codificate
nonché una trasmissione orale della legge che, appunto, non
era scritta;
2) La seconda stranezza è che la Lex Visigotorum è anteriore
alla Lex Romana Visigotorum. In realtà prima che Alarico II
desse ai romani, quale popolo vinto, la “Lex Romana
Visigotorum”, legge del popolo vinto, il suo predecessore
Re Enrico dette ai Visigoti la “Lex Visigotorum”;
Ci sono degli indizi che fanno capire che le due popolazioni pian
piano tendano ad unificarsi. Effettivamente, a partire dal IV
secolo si può notare come non solo le 2 popolazioni siano ormai
integrate ma anche che la doppia legislazione ispirata ad un
principio personalistico, assuma un carattere “Territoriale”
conseguenza naturale dell’unificazione delle 2 popolazioni. Il
Cortese fa una affermazione molto particolare per cui dovremmo
spendere qualche parola: “la Lex Romana Visigotorum fu
scritta primariamente per i romani e secondariamente per i
Visigoti” come “la Lex Visigotorum fu scritta primariamente
per i Visigoti e secondariamente per i romani”. Da questa
affermazione sembrerebbe che queste 2 leggi siano
interscambiabili.
Quale era il motivo che poteva rendere queste 2 leggi
interscambiabili tra di loro ? (sia usate dai Romani che dai
Visigoti). Il motivo sta nel fatto che la “Lex Visigotorum” pur
essendo destinata ai Visigoti era stata costruita su matrice romana.
La “Lex Visigotorum” non era la trascrizione di usi, costumi,
consuetudini Visigote ma una legge di contenuto diverso da

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quello che era il patrimonio giuridico dei Visigoti su un impianto
di matrice romana.
Come mai una popolazione barbarica si rifaceva al Diritto di
Roma per dare una legge alla propria popolazione ? La tendenza
dei vari Re Legislatori delle popolazioni barbariche, al di qua dei
Pirenei, era quella di trasformare un popolo di guerrieri in un
popolo di “Cives”; di trasformare un popolo che non aveva una
sede, in un popolo residenziale.
I Visigoti come altri popoli federati, conoscono, come legge
scritta, la legge romana per cui possiamo capire come la legge
romana, già conosciuta dai popoli federati, diventa la base di una
normativa che il Re Visigoto, in questo caso Enrico, viene a dare
per il proprio popolo.
Burgundi: Al di qua dei Pirenei, nel territorio dell’attuale
Francia, abbiamo un’altra popolazione barbarica minore che è
quella dei Burgundi. I Burgundi erano entrati in Gallia come
nemici dei Romani, quindi non siamo di fronte ad una
popolazione federata, e come tali si scontrarono con i Romano. In
quel tempo il generale romano Ezio è legato con Attila Re degli
Unni, anche questi ultimi popolo federato. A seguito dello scontro
tra Romani e Burgundi questi ultimi vengono sconfitti e relegati
in una zona ristretta che corrisponde grosso modo alla Sabaudia,
siamo nella Francia meridionale odierna. I Burgundi subiscono un
processo di romanizzazione dovuto al Re Gundobado. Anche per i
Burgundi vi è una doppia legislazione:
- Lex Burgundiorum;
- Lex Romana Burgundiorum;
Che ricalca il fenomeno già visto per i Visigoti. Bisogna, però
precisare che non a tutti i fenomeni di doppia legislazione si può
dare il valore del fenomeno Visigoto. La Spagna, fortemente
romanizzata, ha potuto dare un contributo alla Lex Romana
Visigotorum, salvando una parte di quello che era il patrimonio
giuridico romano. Tutto ciò che è valso per la Lex Romana

16
Visigotorum deve essere ridimensionato quando si parla della Lex
Romana Burgundiorum.
Ciò soprattutto perché mentre nella Lex Romana Visigoturum si
ha un impianto di base di matrice romana, dove le fonti romani
erano fedelmente riportate e, quindi, rispettate; nella Lex Romana
Burgundiorum si assiste ad un fenomeno di “Germanizzazione”
del diritto romano, oltrechè di “Volgarizzazione” del diritto
romano mescolato con fonti romane non sano.
Esempio sono le pene pecuniarie, conseguenza della commissione
di determinati reati, sconosciute al diritto romano ma tipiche del
diritto di alcuni popoli barbari (i Burgundi con il “Cactus Litis
Scalice” e “l’Editto di Rotari”).
Inoltre la Lex Romana Burgundiorum viene a raccogliere
materiale di inferiore inportanza rispetto alla Lex Romana
Visigotorum. Per esempio troviamo anche nella Lex Romana
Burgundiorum le medesime Fonti:
- Codice Teodosiano;
- Codice Gregoriano
- Codice Ermogeniano;
- Sentenze di Paolo;
Però non abbiamo, in genere i testi diretti o citazioni, quanto
“Parafrasi”, quindi sappiamo che la legge è presa da questo o
quel codice ma non abbiamo il testo della legge bensì la Parafrasi.
Se da un punto di vista pratico può essere la stessa cosa, perché
una legge può essere osservata anche in assenza del testo purché
sia chiaro il senso, quando si fa riferimento all’uso scolastico o
forense avere il testo della legge è cosa diversa che avere di essa
una “Parafrasi”. Per cui abbiamo un doppio limite nella Lex
Romana Burgundiorum rispetto alla Lex Romana Visigotorum: il
criterio della selezione del compilatore che è personale; l’assenza
dei testi legislativi sostituiti dai “Parafrasi” che spesso possono
stravolgere il senso della legge riportandola in modo distorto
oppure sottolineando la parte meno importante e dimenticando la
parte più importante. Tutto ciò può essere conseguenza di
ignoranza, pressappochismo o volontà politica.

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Situazione in Occidente: in riferimento alla storia gloriosa dei
Visigoti, dopo aver visto le tracce della loro civiltà, della loro
sensibilità nel rispetto della legge romana come “Legge del
Popolo vinto”, dobbiamo anche tenere conto in quegli episodi di
particolare violenza che vengono a segnare la loro presenza nel
contesto dell’ex Impero di Occidente. Parliamo del “Saccheggio
di Roma”, avvenuto nell’anno 410 d.C..
Anche questo fatto, deve essere inquadrato nel discorso “Do ut
des o Do ut facias”, che è proprio delle relazioni tra Milites
Federati e Impero Romano. La figura che a noi interessa è
“Alarico”, Re dei Visigoti, il quale è legato dapprima
all’Imperatore d’Oriente poi, viene in qualche maniera in contatto
con l’Imperatore d’Occidente. Nel 410 d.C. Alarico incontra
Onorio, Imperatore di Occidente. L’incontro tra i due sembra
giungere ad un Patto, ad una soluzione pacifica, ma non è così.
L’Imperatore di Occidente fa una proposta concreta al Re
Visigoto: “Vai, marcia verso la Francia e la Spagna e ricaccia
nei territori dell’Africa Settentrionale la stirpe dei Vandali
(una stirpe che creava non pochi problemi), in cambio avrete
una serie di concessioni terriere molto gratificanti e molto
allettanti”. Di fatto l’imperatore si accorda con Alarico, ma poi
cerca di stringergli una trappola. Quindi, quello che era un
impegno, un “Fedus”, un “Patto”, diventa un tradimento. Come
abbiamo detto, le popolazioni germaniche hanno sempre questo
senso di lealtà, di “Fidelitas” nei confronti dei patti presi. Così,
Alarico vedendosi defraudato da quella che era stata la promessa,
anziché incamminarsi verso la Spagna marcia su Roma e il 24
Agosto 410 la saccheggia. Il saccheggio durò 3 giorni.
Bisogna dire che Alarico non distrusse i luoghi Sacri, come in
genere facevano tutte le varie popolazioni barbariche. Il suo odio
non era contro Roma, in quanto ancora Capitale. Roma non centra
nulla. Quello che lui voleva punire era “l’atteggiamento falso e
traditore dell’Imperatore Onorio”.
Quando Alarico morì nell’anno 410 d.C. fu sepolto sul fiume
Basento. Gli succede Ataulfo, il Re che concretamente porterà i
Visigoti nella Spagna dando inizio a quello stanziamento che poi,

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segnerà la presa del territorio e la promulgazione della duplice
Legislazione Visigota. Naturalmente, il rapporto tra le
Popolazioni Germaniche e l’Impero era sempre un rapporto che
voleva avere dei collegamenti. Questi collegamenti si potevano
creare:
a) sia a livello di matrimoni;
b) sia a livello di titoli e concessioni onorifiche;
a) Nell’anno 414 d.C. Ataulfo sposa Galla Placidia,
inizialmente tenuta in ostaggio. Quest’ultima, era la figlia di
Teodosio il Grande nonché sorella di Onorio, l’Imperatore
di . Questo matrimonio, portò ad un ingentilimento dei
rapporti tra la popolazione Visigota e la popolazione
Romana. Anzi, Ataulfo si spinse talmente tanto nella sua
filo romanità suggerita, chiaramente, dalla moglie che gli
costò la vita. A riguardo dobbiamo dire che, quasi tutti i Re
delle popolazioni barbariche volevano trasformare un
popolo di Guerrieri in un popolo di “Cives”. Quindi, se
popolazioni nomadi entravano in un territorio e per vincoli
di parentela vengono a legarsi con la famiglia imperiale e
dimostrano una “filo romanità”, questa filo-romanità
poteva non essere gradita alle popolazioni stesse, o almeno,
ad alcuni Maggiorenti all’interno della popolazione;
b) Un altro modo con il quale i Capi delle popolazioni
barbariche si sentivano legati alla famiglia
Imperiale, era il titolo di “Flavius”. Ogni Re
Visigoto, a partire da Ataulfo fino al Re
Recesvindo, assume questo titolo di “Flavius”. Commento [Unp1]: Re Recesvindo
determinò la “territorialità della
Tale titolo indicava una “parentela fittizia con la legislazione Visigota”. Se ricordiamo
bene, le 2 leggi erano di per sé “leggi
famiglia Imperiale”. Infatti, era proprio di una personali”. Poi, con il passare del
tempo, le 2 popolazioni vennero ad
mentalità imperiale quella di distribuire titoli che integrarsi. Allora, quelle leggi che di
indicassero un legame di “Parentela Fittizia”. Per per sé erano nate come leggi personali,
sotto Re Recesvindo divennero le
esempio, alcuni Funzionari della Corte Imperiale “Leggi Territoriali”.

avevano il titolo di “Padre dell’Imperatore”,


oppure di “Fratello dell’Imperatore”. Uno dei
Capi dell’esercito, il Prefetto Pretorio, aveva la

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qualifica di “Pater del Monarca”, mentre
l’Economo, il “Comes Rerum Privatorum”,
aveva il titolo di “Fratello”. Siccome era un titolo
di prestigio, tutti i grandi Generali, non solo i Capi
delle Popolazioni Barbariche, facevano la corsa per
ottenerlo;
Questa è la cornice che dobbiamo tenere presente, per
comprendere la doppia legislazione Visigota vista in precedenza.
Accanto alla duplice Legislazione dei Visigoti, che è la
legislazione più completa che il mondo antico ci ha lasciato in
riferimento al rispetto della legge romana, abbiamo una
esperienza minore che è dettata dall’Ordinamento della
popolazione dei Burgundi. La sostanziale differenza tra i due
popoli è data dal fatto che, mentre i Visigoti, al di là dell’episodio
del “saccheggio di Roma”, era una popolazione federata con
Roma, e quindi amica dei Romani (essere “Milites Federati”
significa conoscere ed essere già imbevuti di una certa cultura
romana, anche giuridica), i Burgundi nascevano come una
popolazione veramente barbarica.
Loro erano nemici dei romani. Furono sconfitti dal Generale
romano Ezio, il quale aveva con sé gli “Unni” come Milites
Federati. La strage, il disastro che subì questa popolazione è così
grande che tutta la saga letteraria, detta dei “Nibelunghi”, trae
origine da questa sconfitta.
Naturalmente, al di là della somiglianza dei titoli con la “Lex
Romana Visigotorum” e la “Lex Visigotorum”, la “Lex
Burgundiorum” e la “Lex Romana Burgundiorum” sono di
contenuto inferiore. Diciamo che, rispetto a quella Visigota, la
qualità del testo è più grossolana mentre come tempi siano
grossomodo lì.
Quest’ultimo punto è molto discusso. Abbiamo detto che la “Lex
Visigotorum” si ha nella seconda metà del V secolo, mentre la
“Lex Romana Visigotorum” è del 506. La legislazione dei
Burgundi, invece, si colloca intorno al 501. Però, siccome non ci
sono Atti o Documenti che attestano effettivamente questa data

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precisa, la storeografia viene a dividersi in base a delle
congetture. Cioè:
- ci troviamo davanti ad un testo che precede la Lex
Visigotorum?
- Ci troviamo davanti ad un testo che è concomitante alla
Lex Visigotorum?
- Ci troviamo davanti ad un testo che segue la Lex
Visigotorum?
- I due testi sono nati in due contesti diversi, ignorandosi,
oppure c’è stato un mutuo scambio?
Certamente mutuo nò. Questo perché sicuramente i Burgundi
hanno attinto qualcosa dai Visigoti ma non il contrario, visto la
“bellezza” e la “completezza” sia della Lex Visigotorum che
della Lex Romana Visigotorum.
Chiudendo il discorso sulla doppia legislazione, possiamo dire
che quella Visigota si pone per completezza al primo posto,
mentre quella Burgunda si pone come sussidiaria. La trasmissione
testuale, le copie con cui queste leggi sono state tramandate, sono
tutte a fare delle legislazione Visigota.
Bisogna fare attenzione a retrodatare al tempo dei Visigoti e dei
Burgundi delle concezioni che si perfezioneranno nel tempo,
sopratutto quando si parla di “Leggi Personali”. Di fatto, la stessa
“Lex Romana Burgundiorum” e la “Lex Burgundiorum”
avevano dei punti di contatto come base di legge romana, ma nei
rapporti misti tra popolazione romana e popolazione burgunda,
era necessario applicare la “Lex Burgundiorum”. Quindi,
Giudici o Amministratori della giustizia sapevano che, se
dovevano tenere le due leggi distinte quando si trattava di
applicarle alle due etnie differenti, quando si parlava di affari
misti, allora aveva il sopravento la ”Lex Burgundiorum”. Questo
perché, a differenza della “Lex Visigotorum” di matrice romana,
la “Lex Burgundiorum” aveva si una matrice romana, ma aveva
accorpato molti più elementi consuetudinari che erano propri del
diritto dei Burgundi. Quindi, come contenuti era più germanica la

21
“Lex Burgundiorum” della “Lex Visigotorum”, anche se
entrambe avevano materiale romano come fonte.
Franchi: si tratta di una stirpe franca che, tra il V e il VI secolo,
si colloca tra le popolazioni barbariche. Sin dall’inizio, questa
stirpe franca ha mostrato dei caratteri di peculiarità. Possiamo
tranquillamente dire è la stirpe emergente.
I Franchi erano molto vicini alla romanità. Al tempo di Carlo
Magno, tutto ciò che aveva l’etichetta di Romano aveva il
sopravento su tutto ciò che era equivalente ma, con un'altra
etichetta. Ad esempio la regola di San Benedetto. Al tempo di
Carlo Magno esistevano molte regole monastiche in Europa.
Quella di San Benedetto, scritta tra Subiaco e Montecassino, ebbe
la prevalenza sulle altre perché era di matrice romana, anche se
non c’è un rigo di diritto romano in senso stretto.
Come possiamo vedere, la romanità diventava la qualifica per
certificare l’autenticità di certe collezioni. Il nostro interesse su
questa dinastia, che diventerà la “Dinastia Franco-Carolingia”,
è data dal fatto che già nel V e VI secolo presenta un forte indizio
di romanizzazione. Infatti, ci sono atti che indicano una Prassi di
Cancelleria e una Prassi Notarile in cui l’elemento barbarico è
totalmente inesistente, mentre l’elemento romano è pienamente
recepito. Tra l’altro, prima di altre popolazioni barbariche, quella
dei Franchi si convertirà al “Giustianesimo”. Infatti, con il
battesimo del Re Clodoveo abbiamo il battesimo della
popolazione dei Franchi e sarà proprio l’elemento religioso a
segnare la differenza, visto che i Franchi sono coloro che
cacciarono al di là dei Perenei i Visigoti il cui Regno veniva a
tracciare, non solo l’attuale Penisola Iberica, ma anche una parte
dei territori Francesi. Quindi, la lotta viene fatta anche per la
religione, visto che i Visigoti erano pagani. Oltre a questa
romanizzazione, dobbiamo sottolineare anche un forte senso di
appartenenza della popolazione franca alle proprie tradizioni e
consuetudini. Quindi abbiamo una popolazione franca che guarda
con attenzione alla romanità, ma è anche custode di quelle che
sono le consuetudini proprie.

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Di fatto, il Principio della “Personalità del Diritto e della
Legge” sarà consacrato definitivamente sotto l’Impero
Carolingio. Il modello di tutela delle tradizioni della popolazione
franca, è un breve documento che si chiama “Pactus Legis
Salicae”. Il “Patto della Legge Salica”.
L’importanza di questo documento, è data del fatto che è un
“Tariffario”. Questo perché le popolazioni barbariche, nel
passaggio dall’essere popolazioni guerriere a popolazioni di
Cives, avevano bisogno di una legge scritta. Non solo, ma
dovevano anche moderare la tendenza alla vendetta e alla faida,
che era propria di queste popolazioni. Quindi, in concorrenza ad
una vendetta che era sempre possibile, il Cactus Legis Salices, ma
anche l’Editto di Rotari ed altri documenti, veniva a proporre una
“Composizione Pecuniaria”. Ad esempio, Tizio cava un Occhio
a Caio. L’occhio vale tot.. Se Tizio paga, Caio può non accedere
alla vendetta.
Come possiamo vedere, era un modo di passare dalla vendetta
privata ad una gestione più pubblica della giustizia.
Questa è la situazione nei territori d’occidente.
Situazione in Oriente: i Visigoti sono i “Goti” di Occidente,
mentre gli Ostrogoti sono i “Goti” che rimangono in Oriente. Per
parlare degli Ostrogoti in Italia, dobbiamo tenere presente gli
ultimi anni dell’Impero Romano di Occidente. Parliamo del 476.
Se facciamo un passo indietro, e precisamente, nel 475 vediamo
che sia l’Imperatore di Oriente che di Occidente hanno un anno
difficile. L’Imperatore d’Oriente Zenone, fu spodestato dal
cognato Basilico. In genere, in oriente gli imperatori venivano
deposti da congiure di palazzo motivate da interessi familiari. In
Occidente, invece gli imperatori venivano deposti dall’esercito
che si componeva per lo più di “Milites Federati” rispetto alle
“Legioni”. Nel 475 l’imperatore di Occidente Giulio Nipote,
venne destituito e sostituito da un patrizio che si chiama
“Oreste”. Però, mentre in Oriente Zenone riuscì a recuperare
facilmente il potere il potere perché come abbiamo detto si tratta

23
di una congiura di palazzo, in occidente la questione non si venne
a risolvere.
Oreste, non incontrando il favore delle truppe, pose a capo
dell’impero suo figlio “Romolo Augustolo” che sarà l’ultimo
imperatore di occidente. In quel periodo, Odoacre, personaggio
cresciuto alla Corte di Attila, Re degli Eruli (popolazione legate
agli Unni), si trovata in Italia. Entrato al servizio della Romanità,
Odoacre si viene a trovare tra i “Milites Federati”. La domanda
che ci poniamo è: perché egli depone prima Oreste e poi Romolo
Augestolo?
Per un discorso di “Concessione Terriera”. In altre parole,
abbiamo ancora una volta un legittimo imperatore di occidente
che fa delle promesse di concessioni a un Re barbarico, che è un
Milites Federato, e poi non le mantiene. Quindi, l’impero romano
d’occidente cade per una concessione non adempiuta.
Il fatto: Oreste chiamò Odoacre orinandogli di andare contro i
Visigoti, promettendogli uno stanziamento di terre. Naturalmente
quando parliamo di Milites Federati, accanto ad un discorso di
obbedienza a Roma, abbiamo sempre delle concessioni terriere
che venivano ad essere qualificate come “Ospitalitas Militare”.
Cioè, l’ospitalità militare. Per la sua infedeltà, Oreste venne
ucciso. Romolo Augustolo, che gli era subentrato, venne
risparmiato perché ancora un ragazzo e venne relegato in un
domicilio coatto dove finirà i suoi giorni. Odoacre non si
proclamò imperatore, perché in quel momento era troppo
pericoloso. Infatti, rischiava di essere ucciso o deposto da quella
parte dell’esercito che non lo aveva eletto. Allora, spedisce le
insegne imperiali in Oriente e chiede a Zenone, che era tornato a
regnare, il titolo di “Patrizio dei Romani”, di “Flavio”, insomma
quei titoli che gli consentono di presentarsi come Capo di quei
territori che aveva conquistato (i territori italici).
Vista la scarsa presenza dei mezzi di comunicazione, i fatti
accaduti nel 476 non ebbero una grande rilevanza. Una parte della
storiografia minimizza questa data proprio perché dice: “si, è
caduto l’impero; Romolo Augustolo è stato deposto; ma per la
gente dell’impero che cosa è che cambia”?

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In realtà, è cambiato più di qualche cosa. Infatti, Odoacre dopo
aver deposto Romolo Augustolo gli “Succede” nel Regno. Infatti,
è vero che rifiutò o non accolse o per motivi di opportunità non si
fregiò delle insegne imperiali del titolo di imperatore, ma sta di
fatto che in occidente regnava Odoacre, almeno sui territori italici.
Dobbiamo dire che, le poche fonti storiche intorno al 476 d.C. che
ci parlano della caduta, della deposizione di Romolo Augustolo
(ad esempio Ennodio, Vescovo di Pavia, che muore nel 521 d.C.;
il Conte Marcellino di Illiria; oppure lo storico Giordane), ci
parlano di “Successione”. Comunque, la storiografia si divide
sulla figura di Odoacre. Di fatto, Odoacre si fregiò del del titolo di
“Patrizio dei Romani”, ma che lo abbia ottenuto dall’Imperatore
d’Oriente o se lo sia dato da solo, questo non si sa. Anzi, le fonti
sembrano in qualche maniera giustificare una
“Autoproclamazione”, perché Zenone non ha mai visto ai buon
occhio Odoacre.
La questione sulla venuta degli Ostrogoti in Italia e sulla loro
permanenza, è molto dibattuta. A riguardo, abbiamo due posizioni
della storiografia. Entrambe sono in qualche maniera sostenibili e
tutte e due presentano dei problemi.
a) Secondo lo storico Giordano, è Teodorico
(personaggio importante alla Corte di Costantinopoli)
Capo degli Ostrogoti, Patrizio e anche Console, a
chiedere all’imperatore d’Oriente Zenone di venire in
Italia con lo scopo di combattere Odoacre per antichi
rancori familiari;
b) Secondo lo storico Procopio, invece, è Zenone a
chiamare il suo Milite Federato Teodorico
ordinandogli di venire in Italia, uccidere e
riconquistare i territori che quest’ultimo aveva
conquistato;
Indipendentemente da come sia venuto in Italia (per un permesso
ricevuto o per un ordine ricevuto), di fatto Teodorico riesce
nell’anno 493 d.C. a chiudere Odoacre entro le mura di Ravenna

25
che è sempre stata vista come una città legata all’oriente. Per
indurlo alla resa, Teodorico gli promette una parte dell’Impero e
per suggellare questo Patto, lo invita a cena. Durante la cena,
Odoacre muore.
Abbiamo sottolineato l’importanza del motivo per cui Teodorico
è venuto in Italia perché, se è venuto di sua spontanea volontà,
dietro licenza dell’imperatore, le conquiste che lui fa dei territori
di Odoacre hanno un valore. Se invece, viene perché l’imperatore
lo ha inviato, la conquista dei territori in Italia assume una
valenza diversa. In Altre parole, se l’imperatore manda Teodorico
(Generale Federato) per un’opera di riconquista, tutto ciò che
conquista, lo conquista in nome dell’imperatore. Quindi, i territori
strappati ad Odoacre diventerebbero territori legati all’impero
Bizantino. Se invece Teodorico viene per conto suo, i territori da
lui conquistati diventano territori degli Ostrogoti.
Per quanto riguarda la teoria secondo cui, Teodorico è venuto in
Italia per proprio conto, che ha operato questa vendetta, che ha
preso possesso dei territori che ha governato come vero Re, il suo
limite è dato dal fatto che in Italia un Regno Ostrogoto non è mai
esistito nel vero senso del termine. Nonostante tutte le notizie che
ci sono pervenute sulla figura e sull’operato di Teodorico,
dobbiamo dire che quest’ultimo è stato sempre fedele
all’Imperatore d’Oriente.
Per quanto riguarda la teoria secondo cui è stato inviato,
Teodorico avrebbe ricevuto da Zenone la “Delega a Regnare”
fino a quando l’Imperatore non fosse venuto a prendere possesso
dei territori conquistati. Quindi, i territori riconquistati da
Teodorico fanno parte dell’Impero Bizantino e che Teodorico,
come “Luogotenente dell’Impero”, viene a regnare “Domec
Aliter Provideatur” cioè “fino a quando l’imperatore non
provveda altrimenti”. Come sappiamo, il proposito di
Giustiniano era quello di:
- Recuperare la romanità con le leggi;
- Recuperare i territori dell’antica romanità con le armi;

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Se fosse vero tutto quello che abbiamo detto fino adesso, quando
le truppe Bizantine arrivarono in Italia gli Ostrogoti gli avrebbero
dovuto consegnare su un piatto d’argento i territori che
Teodorico, inviato in Italia per ordine dell’Imperatore, in nome
dell’Imperatore veniva a regnare. In realtà, la prova storica non
regge perché i Bizantini devono lottare 20 anni prima di strappare
agli Ostrogoti i territori Italici.
Questo è il limite del complesso delle fonti che ci dicono:
“Teodorico è stato inviato con ordine esplicito dell’Imperatore
Zenone”.
La teoria da accogliere, è quella secondo cui: “Teodorico viene
inviato in Italia ufficialmente, sconfigge Odoacre e lo uccide”.
Quindi, prende possesso dei territori e li “Regge in nome e per
conto dell’imperatore”. Ma questo lui personalmente. I suoi
successori, che nascono già con un insediamento in Italia,
vengono ad esercitare sul popolo una vere e propria “Potestà
Regia” che, invece, Teodorico non aveva mai esercitato.
La riprova di tutto questo è data dal fatto che, l’editto che
Teodorico viene ad emanare, è un editto su base “Territoriale” e
non su base “Personale”. Questo perché i territori sono stati
conquistati in nome e per conto dell’imperatore d’oriente e sui
quali viene a Governare proprio con questo editto che,
giuridicamente, si può equiparare agli Editti dei Magistrati delle
Provincie Romane. Quindi, c’è linearità tra l’editto di Teodorico e
la legge romana in vigore in Oriente. Pertanto, Teodorico non ha
mai violato il monopolio normativo dell’imperatore. Certamente,
chi sostiene l’altra linea storiografica, cercherà in tutto e per tutto
di difendere l’autonomia di Teodorico dal diritto imperiale,
proprio perché vuole qualificare questa presenza degli Ostrogoti
in Italia come un vero e proprio Regno con autonomia anche
legislativa.
La scoperta dell’editto di Teodorico non è molto antica. Nel senso
che se ne erano perse le tracce, ma poi è riapparso in uno studio di
Pierre Pithou, un erudito francese che pubblicò il “Corpus Iuris
Canonici”. Nel 1579 Pierre Pithou fa una “edizione critica”
dell’editto di Teodorico, fondandosi su due manoscritti che trovò

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fortunosamente nelle sue ricerche tra Biblioteche e Archivi.
Questa edizione ci è pervenuta, ma con la Rivoluzione Francese i
manoscritti che egli aveva consultato sono andati distrutti. Pithou
attribuì a Teodorico questo editto.
Naturalmente il Pithou non era un giurista, anche se si interessava
di “questioni giuridiche”. Il motivo di questa attribuzione, era
dovuto al fatto che questi manoscritti erano collegati ad altri testi
di “Storia del Diritto dei Goti”. Per esempio, legati a
Cassiodoro, legati ad Ennodio. Quindi, dato che questo editto
veniva ad essere posto in opere che sono legate alla popolazione
Gota, egli stabilì che era di Teodorico. La maggior parte della
storiografia sostiene ciò.
Però, questi altri scritti nei quali fu trovato il manoscritto
dell’editto di Teodorico, erano testi di storia dei “Goti” e non
degli “Ostrogoti”. Per cui, oggi abbiamo una linea minoritaria
della storiografia che riconosce l’editto come dei Goti, ma non lo
attribuisce a Teodorico. Ma ad altri personaggi, con nomi, simili
od omonimi, che invece sono nel mondo dei Visigoti.
Nel 1953 Pietro Rosi, maestro di “Storia del Diritto Italiano”,
negò la paternità dell’editto in maniera più scientifica. Se prima di
lui che aveva negato la paternità dell’editto di Teodorico
attribuendolo ad un altro personaggio, lo aveva fatto partendo
dagli studi del Pithou, e cioè, rifacendosi al fatto che l’editto di
Teodorico era contenuto in scritti di diritto Goto o di cultura Gota,
ma non espressamente di cultura Ostrogota, Pietro Rosi cerca di
abbattere la paternità dell’editto in maniera scientifica. Attribuirlo
a questo o a quell’altro personaggio, significava collocarlo
storiograficamente in un tempo o in un tempo diverso.
Le argomentazioni che Pietro Rosi portò avanti per smontare la
paternità dell’editto riferito a Teodorico sono:
1) Perché nelle cronache del tempo non si parla dell’Editto di
Teodorico ?
2) Perché la Prammatica Sanzione dell’anno 554 d.C., che è
quel documento di Giustiniano con cui promulgò per la
parte Occidentale dell’Impero la propria compilazione, non

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cita l’Editto di Teodorico come “Diritto Vigente nei
Territori Italici” ?
3) Perché dall’editto di Teodorico vengono ad emergere tante
sanzioni di carattere penale che sono indizio di una
situazione di guerra, di lotta, mentre il tempo di Teodorico
fu un tempo di relativa pace ?
4) Perché nell’editto di Teodorico non è presente un istituto
fondamentale del diritto degli Ostrogoti che è quello del
“Comes Gotorum”, cioè “Conte dei Goti”, una specie di
“Giudice”;
5) Perché i Goti ottengono nell’editto la qualifica di
“Barbari”, che sembra aver un tono dispregiativo ?
Dal punto di vista storiografico, se un testo dice delle cose è una
fonte, se non lo dice, gli argomenti “Ex Silentio” sono pericolosi
perché possono far non dire delle cose che il testo non conosceva
neanche. Quando da storici del diritto dobbiamo fare i conti con le
fonti, possiamo domandandoci perché una fonte non ci dica una
determinata cosa, ma che quella diventa l’argomento per
sostenere una tesi questo è sbagliato.
Rispondiamo alle obiezioni:
1) in primo luogo, perché non esiste una cronaca della
presenza di Ostrogoti in Italia. Abbiamo delle fonti che
riguardano dei personaggi, ma cronache del tempo che ci
parlano dell’editto di Teodorico non ne abbiamo. In secondo
luogo, la natura del documento. Se guardiamo alla storia
classica dei romani, vediamo che non c’è grande attenzione
per gli atti dei Magistrati delle Province. Infatti, se noi
equipariamo l’editto di Teodorico a quello promulgato da un
Magistrato Romano per la Provincia, questo diventa un
“Atto di Amministrazione” dell’Imperatore Bizantino.
Perché bisognava parlarne ? Invece, ci saremmo dovuti
stupire molto se le cronache del tempo avessero taciuto
sull’Editto di Rotari, che è espressione di una “Autentica
Autorità Regia” data nei confronti del popolo;

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2) Oggi, quando esce una nuova legge deve dire che la vecchia
è abrogata. Nel V secolo questo procedimento non c’era. Per
cui, quando i Bizantini riconquistarono il territorio occupato
dagli Ostrogoti e dettarono la nuova legge, perché
Giustiniano avrebbe dovuto citare un editto di Teodorico,
visto che i suoi successori non gli avevano consegnato i
territori, ma per 20 anni lo impegnarono in campagne
militari ?
3) La teoria secondo cui l’editto di Teodorico abbia un
ambiente di disordini, è dovuto al fatto che contiene molte
sanzioni penali. Se noi prendiamo un qualsiasi Codice
Penale che prevede fattispecie, non significa che tutte queste
sono presenti al momento;
4) Mentre l’editto di Teodorico è su base romana, il “Comes
Gotorum” era una figura propria del Diritto Ostrogoto.
Quindi, appartenendo a quel patrimonio di consuetudini
proprio del popolo degli Ostrogoti, non c’era bisogno che
venisse codificato in un Editto che era per tutti, sia per i
cittadini romani che per i cittadini Ostrogoti;
5) Perché Teodorico si rende conto che il suo popolo fatica ad
entrare nelle strutture e nelle leggi di un popolo civile. Li
chiama “Barbari” in tono dispregiativo;
Due grandi maestri di “Storia del Diritto Italiano”, l’Astuti e il
Paradisi, che sono intervenuti nella questione sulla paternità
dell’editto, hanno abbattuto ferocemente ogni forma di paternità
diversa da quella di Teodorico.
In conclusione possiamo dire che, l’editto di Teodorico è :
- Una legge Romano Barbarica;
- Un Editto con base territoriale;
- Un Editto con matrice romana, che accoglie alcuni degli
istituti propri del Diritto Ostrogoto adattandoli alla
situazione; però, tutte le prove, tutti gli indizi e gli
argomenti ex silentio che sono stati portati dai vari autori
per non attribuire a Teodorico la paternità dell’editto e
argomenti per anticiparlo o post-datarlo in altri contesti e in

30
altri periodi, non hanno portato ad alcun risultato. Noi
rimaniamo alle antiche tracce di Procopio e di Giordane. Per
cui, questa popolazione che era in oriente, è venuta in Italia,
si è insediata e i successori di Teodorico non hanno
mantenuto quel patto che, invece, Teodorico aveva stretto
con l’Imperatore Zenone.
Rapporto tra Diritto Volgare e Volgarismo: ogni popolazione
ha un rapporto diverso con la legge romana. Questa legge romana,
che fino a 476 d.C. è legge dell’Impero, dopo il 476 d.C. ha
diverse vicessitudini a secondo del tipo di rapporto che esisteva
tra la popolazione barbarica e l’Impero di Roma.
Se la popolazione era composta di “Milites Federati”, il contatto
con Roma aveva fatto maturare una certa apertura al diritto
Romano. Infatti, questo diritto romano lo ritroviamo in una
legislazione speciale, che può essere:
- Doppia, come nel caso dei Visigoti;
- Unica, come nel caso degli Ostrogoti;
Quando noi parliamo di “Diritto Romano Volgare”, ci riferiamo
al “modo in cui il diritto romano è stato trasmesso durante il
periodo dei Regni Barbarici”. Non possiamo parlare, né di
diritto romano classico, né di diritto romano puro, perché anche la
“Lex Romana Visigotorum” non conteneva tutto il diritto
Romano, ma erano parti. E se la “Lex Visigotorum” conteneva
pezzi di fonti autentiche, la “Lex Romana Burgundiorum” si
componeva di “Parafrasi” di testi del diritto romano. Quindi, un
livello inferiore di trasmissione della legge romana. Certamente,
dobbiamo anche tenere conto della “Consuetudine”. Per cui, una
popolazione romana che vive in base ad una legge romana, su
questa legge romana costruisce una consuetudine di matrice
romana. Una popolazione che invece si trova a mantenere una
legge romana come “Legge del popolo vinto”, non è svincolata
dal contesto in cui vive per cui, accanto alla consuetudine romana,
abbiamo una consuetudine barbarica. Allora, per via di

31
consuetudine abbiamo delle modifiche di certi istituti gloriosi del
diritto romano.
Con questa nuova riformulazione degli istituti del diritto romano
attraverso leggi Barbariche e ad una consuetudine che non è solo
“Secundum Legem”, ma è anche “Preter Legem” e “Contra
Legem”, noi abbiamo che il diritto romano viene trasmesso con
delle variazioni, con degli adattamenti. Questo fenomeno, è il
“Diritto Volgare”.
Molto più sottile è la nozione di “Volgarismo”. Chi fa questa
distinzione, ci dice che: “diritto Volgare è un diritto nuovo su
base Romano-Barbarica”, mentre che il “Volgarismo è più che
altro un modo nuovo di fare diritto, che sostituisce il modo
classico, a seguito delle mutate situazioni politiche e sociali”.
Quindi, il diritto volgare è un qualcosa di più oggettivo. Un diritto
“Recepito”, “modificato”, “adattato e trasmesso”.
Il “Volgarismo”, è più una “diversa attenzione a determinate
fattispecie dovute a situazioni politiche e sociali che si sono
diversificate”.
A noi interessa sottolineare che queste Leggi Romano Barbariche
sono, con diversa gradualità di accezione, tutte espressioni del
“diritto Volgare”. Se dovessimo fare una scala gerarchica,
abbiamo:
1) Visigoti; 2) Ostrogoti;
2) Pactus Legis Salice; 4) Lex
Burgundiorum;

32
Giustiniano
Passiamo a studiare la “Legislazione di Giustiniano”, questo
grande momento di sintesi del Diritto Romano che è proprio della
prima parte del VI secolo.
Codex 529 Summa Rei Publicae
Iura Digesta sen Pandectae 533 Tanta
Principia Istitutiones 533 Imperatoriam Maiestatem
Leges Codex (repetitae praelectionis) 534 Cordi
Novellae (leges sen Costitutiones)
535-565
Nella prima colonna, è indicato il materiale raccolto all’interno di
queste opere e cioè:
- Digesto: raccoglie gli Iura;
- Istitutiones: raccoglie i Principia Iuris;
- Codex: raccoglie le leggi;
Nella colonna opposta, sono indicati i nomi delle Costituzioni
imperiali che sono servite per la promulgazione delle opere.
Questo vuol dire che, anche se il Digesto contiene giurisprudenza
(Iura), per il fatto che è stato promulgato nel 533 con la
Costituzione tanta, quel materiale diventò “legge”. Quindi, quel
materiale che inizialmente era di giurisprudenza, con l’atto di
promulgazione, Giustiniano lo eleva a “rango di legge”.
Opera: quando parliamo di “Legislazione di Giustiniano”,
intendiamo fondamentalmente 4 nomi. Non diciamo 4 Opere
perché, se il nome e l’opera coincidono quando parliamo del
“Digesto”, delle “Istituzioni” e del “Codice”, quando si tratta
delle “Novelle” non possiamo parlare di 1 testo, perché le novelle
erano “singole Costituzioni Imperiali” che venivano promulgate
volta per volta e non sono mai confluite in un unico volume.
Quindi, dire che le novelle è un opera è vero ma è impreciso,
perché si tratta di singoli atti di “potestà legislativa”.
Nel 527, Giustiniano sale sul trono Imperiale d’Oriente come
Corregente dello zio Giustino. Giustiniano si presentò come
“Entusiasto” della romanità. Nel suo paese natale, l’Illiria, che è

33
vicino all’attuale Scopie, lui venne formato nella lingua latina.
Questo comportò il fatto che mantiene un legame ideale con la
cultura classica romana.
Il suo programma, molto ambizioso, era quello di recuperare la
romanità con le leggi e con le armi. Vediamo come recuperò la
romanità con le leggi. Nel 527, appena associato allo zio
Giustino, Giustiniano disegna la raccolta delle “Leges”. Cioè,
vuole creare un “Codice”. Questo Codice verrà alla luce in
brevissimo tempo. Infatti nel 527 dettò questo piano dell’opera,
nel 529 venne promulgato il “Codex Iustinianus “. Al tempo
della caduta dell’Impero romano di Occidente, circolavano dei
codici: 2 privati e i pubblico:
- Codice Ermogeniano; (Privato)
- Codice Gregoriano; (Privato)
- Codice Teodosiano; (Pubblico)
Questo Codice non ci è pervenuto perché la raccolta degli Iura,
che Giustiniano viene a progettare con la Costituzione “Deo
Auctore” e che viene a promulgare nell’anno 533, rende vecchio
prima del tempo il primo Codice. Di questo primo Codice, c’è
rimasto solamente l’indice. In questo frammento appare che nel
primo Codice c’era la “Legge delle Citazioni”. Questa legge,
presente nel primo Codice , ma non nel Codice definitivo, ci fa
capire come all’inizio Giustiniano non aveva intenzione di
raccogliere gli “Iura”. La “Legge delle Citazioni” era un criterio
per rifarsi ad una giurisprudenza probata relativa ad alcuni autori.
Digesto: il Digesto è la prima Opera che c’è rimasta di
Giustiniano e che ha:
- condizionato l’andata in pensione del primo Codice
promulgato nel 529 con la Costituzione “Summa Commento [Unp2]: Le Costituzioni
Rei Publicae”; Imperiali nel diritto romano prendono
il nome dalle prime parole. Anche la
- gettato le basi per quello che è il Codice definitivo Chiesa ha preso questo modo di citare
certi atti del Romano pontefice o dei
promulgato un anno dopo il Digesto, 534, che è poi Concili. Solo che, nei documenti della
il Codice di Giustiniano che abbiamo; Chiesa si cerca di individuare nelle
prime parole quale è il tema del
documento stesso.

34
Oltre ad essere un fautore della romanità, Giustiniano
seppe genialmente approfittare di circostanze a lui
favorevoli. Tra la fine del V secolo e l’inizio del VI
secolo, rifiorite in Oriente due grandissime scuole del
Diritto: Berito e Costantinopoli. Quindi, c’erano una
serie di scuole di livello superiore, in cui il Diritto veniva
studiato. Inoltre, Giustiniano ebbe a fianco una figura
particolare, quella di Triboniano, che fu il “Direttore”
dei lavori.
Il Digesto è importante perché raccoglie gli “Iura”, cioè la
“Giurisprudenza”. Se Teodosio aveva raccolto le Leges nel suo
Codex, a Teodosio e ad altri era sfuggita la raccolta degli Iura.
Cioè avevano raccolto le leggi, ma non avevano raccolto la
Giurisprudenza. Questa raccolta di Iura, che è un Opera colossale,
venne creata da una Commissione presieduta da Triboniano che
era “Questore del Sacro Palazzo”. Triboniano, viene ad essere
circondato da 2 eminenti centri Universitari, Berito e
Costantinopoli, che offrirono rispettivamente 2 professori. I nomi
di questi personaggi sono:
Scuola di Costantinopoli Scuola di Berito
Teofilo Doroteo
Cratino Anatolio
Oltre a questi 4 professori, la Commissione viene completata da
11 Avvocati del Foro di Costantinopoli. Questi 11 Avvocati del
Foro ci danno l’idea della collaborazione dei”Pratici” alla
redazione del Digesto.
I 4 professori delle maggiori scuole di diritto del tempo, invece, ci
fanno vedere il contributo dato dai centri accademici alla
redazione del Digesto.
Quello che ci può meravigliare è il fatto che, nonostante le
potenzialità anche di caratteri economico che presenta un’opera
imperiale di questo tipo, il Digesto (che raccoglie tra le 1600 e le
2000 opere di Giurisprudenza classica) viene ad essere prodotto
in pochissimi anni.

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Come si è arrivati a redigere così velocemente un’opera che
rappresenta un monumento della storia del Diritto ? Secondo
alcuni, questa Opera che viene promulgata con la “Costituzione
Tanta” il 16 Dicembre 533, sembra essere la sintesi di altro
materiale che già circolava. A riguardo abbiamo una teoria che
appartiene alla fine dell’800 e che non è mai stata smontata.
Parliamo della “Teoria delle Masse” del Bluhme.
Questo Bluhme nella tesi di dottorato, viene ad esporre questa
teoria: “o ad uso della scuola, o ad uso dei pratici, o ad uso di
entrambi, già esisteva del materiale organizzato”. Cioè, non è
che questa Commissione si è messa ad espungere dalle varie
opere di giurisprudenza tutte la varie citazioni e massime. Molto
di questo materiale già circolava, o per uso della scuola, o per
l’uso dei tribunali. Questa teoria, che è alla base delle
Costituzione del Digesto, presenta 3 masse:
1) Massa Sabiniana: che prende il nome di Sabino (il giurista
che elaborò il Diritto Civile come un vero sistema),
raccoglie tutte le opere relative al Diritto Civile;
2) Massa Papinianea: da Papiniano, è quella in cui
predominano le opere di Casistica;
3) Massa Edittale: che raccoglie tutte le opere che si
presentano come “Commenti” “all’editto Perpetuo”;
Si parla anche di una quarta Massa detta “Massa Residuale”, che
raccoglie tutte quelle opere che per loro natura non rientravano né
nel commento al diritto perpetuo, né nella Casista e né nel Diritto
Civile.
Nella Costituzione Tanta che promulga il Digesto, si parla di
2000 opere di giurisprudenza romana classica.
Istitutiones: mentre si lavorava per il Digesto, Giustiniano
incaricò Triboniano, Teofilo e Doroteo di preparare un “Trattato
Pratico” ad uso delle scuole e dei Tribunali, che sostituisse le
“Istituzioni di Gaio”. A questa Commissione di 15 membri che
lavorava per il Digesto, si creò una specie di Sottocommissione
composta da Triboniano e da altri 2 professori, ripartiti

36
rispettivamente: 1 per la scuola di Bento e 1 per la scuola di
Costantinopoli. Teofilo e Doroteo. Quindi, la raccolta degli Iura,
viene ad essere affiancata da una raccolta di “Principia Iuris”
che verranno promulgati.
Questa raccolta, verrà ad essere condensata nelle “Istitutiones”
che devono si, superare quelle di Gaio, ma devono mantenere
fondamentalmente la stessa struttura gaiana. Le istituzioni di Gaio
sono divise in 4 libri, ma fondamentalmente, su 3 grossi
argomenti:
- Le persone;
- Le Cose;
- Le Azioni;
ma con un criterio escludente, cioè “sono res tutto ciò che non è
né persona, né azioni”. Ebbene, questo criterio viene ripreso da
Giustiniano. Però Gaio era un maestro privato, non un legislatore.
Per cui, le istituzioni di Gaio avevano avuto valore per:
- la diffusione;
- l’Autorità morale del loro maestro;
- la praticità dello scritto, che si prestava all’uso della scuola;
- per l’uso diffusissimo che le istituzioni di Gaio hanno avuto
nell’ambito dei Tribunali;
Le Istituzioni di Giustiniano tengono conto, non solo delle
Istituzioni di Gaio, ma anche di altri testi di Istituzioni come
quelli di:
- Marciano;
- Fiorentino;
altri giuristi che si erano cimentati per arricchire quelle di Gaio.
Nel 533 questo complesso di principi del diritto, che và sotto il
nome di “Istitutiones”, venne promulgato con la “Costituzione
Imperatoriam Maiestatem”.

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Codex: con la raccolta degli Iura e dei Principia il Codice, che
conteneva la legge delle Citazioni, per cui non presupponeva un
Digesto, necessitò di un certo ammodernamento, di una certa
concordanza con il materiale confluito soprattutto nel Digesto.
Questo adattamento, si chiama “Codex Repetitae Praelectionis”.
Naturalmente, il Digesto non è stata l’unica causa
dell’invecchiamento del Codice. Infatti, la preparazione del
Digesto era stata preceduta dalla promulgazione di Costituzioni
dirette a risolvere delle questioni controverse. Queste Costituzioni
erano state emanate per additare ai compilatori, alla Commissione
di 15 persone di Triboniano, una soluzione certa. Quindi,
contribuì non solo al Digesto ma anche le Costituzioni Imperiali
emanate tra il primo codice ed il Digesto.
Tutto questo divenuta l’anticamera per una nuova edizione del
Codice per inserire le costituzioni nuove:
- evitare le contraddizioni;
- avere un sistema legislativo coerente. Questo perché sia gli
Iura, raccolti nel Digesto, che i Principie Iuris contenuti
nelle Istitutiones erano divenute leggi con la promulgazione;
Questo ci deve far capire la diversità o livello normativo, che un
testo scolastico fatto da un maestro privato, e un testo scolastico
che l’imperatore promulga e che presenta come legge da
osservare. Ora, siccome tutto questo era diventato legge, c’era
bisogno di una coerenza interna. La Compilazione del Codice
Repotitac Proclectionis spetto ad una Commissione molto
ristretta, perché non si trattava di creare un nuovo codice, ma di
adottare il codice con quest’altro materiale. Comunque, abbiamo:
Triboniano, Doroteo per la Scuola e, la presenza di 3 Avvocati
(per il Foro di Costantinopoli). Il nuovo codice, venne promulgato
il 16 Novembre 534, con la “Costituzione Cordì” ed entrò in
vigore il 29 Dicembre 534.
Se il Digesto, che raccoglie gli Iura, è diviso in 50 libri, il Codice
è diviso in 12 libri che però, avendo una struttura particolare,
nella trasmissione atto Medioevale non vennero mai riuniti ma
saranno trasmessi 9 + 3.:

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- I Libro: contiene la disciplina dei rapporti tra Stato e Chiesa,
con la trattazione delle “Fonti del diritto e degli Officia”
delle varie magistrature;
- II Libro al VII: abbiamo tutto il diritto privato;
- VIII Libro: lo possiamo inserire nell’ambito del Diritto
Privato;
- IX Libro: raccoglie il Diritto Penale;
- X – XII Libro: si parla del Diritto Pubblico, dove sono
contenute tutte le norme del Diritto Amministrativo e
Finanziaria.
Questo ci fa capire il perché della spaccatura. Tutto ciò che
riguarda il Diritto Privato, ha sempre avuto maggior peso, al di là
della contingenza storica. Mentre ciò che era Diritto Pubblico nel
tempo di Giustiniano, fuori dell’Impero Bizantino non aveva
interesse, né per gli studiose né per la scuola.
Il 534 è l’anno della promulgazione del Codex, per cui tutto il
materiale normativo che và dal primo codice fino al 534, è
contenuto nell’ultimo codice. Però, la produzione normativa
dell’Imperatore non finì con la pubblicazione del Codice. Infatti,
abbiamo le “Novelle Leges” o le “Novelle Costitutiones”, che
significa: “Nuove Leggi” o “Nuove Costituzioni”.
Novellae: le Novelle non sono un’opera a sé, ma singoli “Atti
Imperiali”. La data delle Novelle và dal 534 al 565 e vennero
pubblicate, parte in greco e parte in latino.
Dal 535 al 546, abbiamo una produzione di “Novelle Imperiali”
di peso, di sposare, letteralmente molto fini, di contenuto
giuridico molto profondo.
Dal 546 al 565, invece, abbiamo materiale di scarso valore.
Questo perché, nel 546 muore Triboniano. Quindi, fino a quando
Triboniano rimase in vita, era stato l’elaboratore del Diritto
Giustiniano, ma a partire dalla sua morte, non c’è stato un
successore o un collaboratore degno di lui.
Giustiniano, aveva sempre manifestato il desiderio di fare delle
Novelle una “Raccolta Ufficiale”. Ma questo non gli riuscì. Per
cui, le Novelle rimangono singoli atti senza aver avuto una

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“Riductio ad unum”. Dobbiamo anche dire che queste novelle ci
sono state trasmesse accorpate in opere di privati. Quindi, non è
stato Giustiniano a redigere ad unum il corpus delle novelle, ma
abbiamo dei privati che, ad uso della scuola, hanno fatto questo.
Queste raccolte sono:
1) Nel 555, nell’ambito dell’Impero d’Oriente, circolava
l’Epitome Iuliani, cioè “il riassunto di Giuliano”. Questo ci
fa capire che in quest’opera, non abbiamo le novelle per
intero, ma abbiamo delle sintesi nate ad uso della scuola.
Questo Giuliano, che si dice che fosse uno dei docenti della
scuola di Costantinopoli, riassunse in latino 122 Novelle;
2) L’”Autenticum”, cioè: “Il libro delle Costituzioni che
raccoglieva 134 novelle autentiche”. Sembra che all’inizio
il nome fosse stato dato quasi per disprezzo, perché non si
riteneva una collezione attendibile. Di fatto, è la collezione
che ha curato per tutto il medioevo e che poi troveremo sulla
cattedra di Irnerio a Bologna.
3) Abbiamo una terza collezione che cerca di contenere tutte
le novelle, sia latine che greche, nella lingua originale.
Comprende 168 novelle, di cui solo 158 sono di
Giustiniano;
Da quanto detto si ricava che, il progetto di Giustiniano di
recuperare la romanità con le leggi, si viene a realizzare in un
arco brevissimo di tempo. Dal 527, anno della assunzione al trono
come corregente dello zio Giustino, al 534.
La compilazione Giustinianea, pur essendo nella mente di
Giustiniano un recupero della romanità con le leggi, non contiene
tutto il diritto romano puro. Questo perché, l’opera di Giustiniano
non è una semplice opera di recupero archeologico. Le
Commissioni che avevano l’incarico di recuperare il materiale,
avevano avuto anche dall’Imperatore non poche interpolazioni su
come lavorare sul materiale a disposizione. Possiamo dire che ci
sono state delle interpolazioni.
Giustiniano voleva uno strumento di Governo che rappresentasse
la sua “Volontà Imperiale”. Per cui, le fonti sono state prese e

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adattate a quelli che erano gli indirizzi della volontà imperiale. La
cosa è così ufficiale che quando si parla di Digesto nella stessa
Costituzione Tanta al paragrafo 10, è espressamente enunciato:
“non si è voluto fare un’opera di pura archeologia, ma i
compilatori hanno avuto delle direttive su come andare a
cercare i testi e su come intervenire sugli stessi”.
Queste interpolazioni, le troviamo sotto il titolo di “Emblemata
Triboniano”. Quindi sono talmente evidenti, sono talmente note
che hanno un nome proprio. Oggi possiamo tornare ai testi
originali che sono state le fonti dei compilatori del Digesto e
vedere, rispetto alla fonte originale, cosa si è salvato e che cosa è
stato invece ripreso nel Digesto.
I fattori di novità che sono stati presi in considerazione dei
compilatori, per questi “Emblemati Triboniani” sono:
1) Il Cristianesimo: il diritto bizantino, il diritto Greco-
Romano, è un diritto Cristiano. Quindi, anche se molti
continuano a negarlo, l’influenza del Cristianesimo sul
Diritto Romano Giustinianeo, è immenso. Immaginiamo la
realtà del matrimonio. Rimanendo alle Istituzioni, prima si
parla di Confareazio, di usus, e poi abbiamo un’idea di
matrimonio inteso come “Sacramento Cristiano”;
2) La diversa “Costituzione Politica, Sociale ed economica”
dell’Impero dopo Diocleziano. Da quel momento in poi, è
l’oriente il centro di gravità.
3) Quando Giustiniano promulga la sua opera, l’Impero
romano d’Oriente non c’è più.
4) “Diritti Provinciali”: Quando con la Costituzione di
Antonino Caracalla si estese a tutti o quasi tutti gli abitanti
dell’Impero la cittadinanza romana, vediamo che il Diritto
romano classico subisce delle recezioni. Si era diffusa una
civiltà ellenica ed anche il diritto Greco aveva influenzato
certi principi del diritto romano.
5) Accanto alla figura dell’Imperatore, che è il legislatore,
abbiamo altri ambiti che creano opinione o che interpretano
la legge. Ad esempio la prassi del Foro, la prassi Notarile,

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l’ambito della scuola. Tutti ambienti che servono a creare e
a far vivere un ceto di giuristi, teorici o pratici, che dicono la
propria in riferimento alla legge, dove è presente, o con una
“Comunis opinio”, vengono ad interpretarla in momenti in
cui questa si presenta lacunosa;
Contesto Storico: Giustiniano nasce in quell’oscuro paese
dell’Illiria, che corrisponde all’attuale Scopia in Macedonia.
Nell’Illiria si parlava il latino. Quindi, Giustiniano ha come lingua
di famiglia il latino.
Accanto a questo dato biografico, vediamo che il suo progetto
parte il 1 Aprile 527 quando, ancora giovane, diventa corregente
dello zio Giustino imperatore d’Oriente e fratello della madre. 4
mesi più tardi lo zio muore.
Oltre al recupero della romanità con le leggi, lui volle recuperarla
anche con le armi. Cioè, lui volle riconquistare tutti i territori
dell’Occidente, eliminando tutte così dette “Popolazioni
Barbariche” che si erano ormai assestate.
Accanto a questo programma, ce ne era anche un altro ancora più
ambizioso: “il recupero dell’unità del Cristianesimo”.
Oltre ad essere fautore della romanità, Giustiniano si presenta
come un principe cristiano con particolari interessi. Ma, questo è
un lato meno felice del suo programma di governo. Quindi:
1) Programma di restauro della romanità con le leggi: centrato;
2) Programma di restauro della romanità con le armi: solo
l’Italia sarà strappata agli Ostrogoti, dopo una guerra lunga
circa 20 anni, e sarà l’unica terra di diritto giustinianeo;
3) Programma Religioso: senza grandi risultati;
Il 13 Febbraio 527 (anno della sua salita al trono), Giustiniano
viene a formare una Commissione che era composta da
Triboniano e da 9 Giuristi. Questi 9 Giuristi, erano Teofilo e altri
pratici del Foro di Costantinopoli.
Il loro compito era quello di rielaborare i Codici che erano in
circolazione. Quindi, possiamo dire che il primo Codice di
Giustiniano ha come base il Codice Teodosiano, Gregoriano ed

42
Ermogeniano che venivano ad essere rivisti e ricollocati. Questo
Codice viene promulgato nel 529 con la Costituzione “Summa
Rei Publicae”. A riguardo, Procopio ci dice che: il codice fu
chiamato “Codex Iustiniannus” perché Giustiniano era talmente
presuntuoso, talmente vanitoso, da dare il suo nome personale al
Codice che era stato appena fatto.
Tale Codice, come abbiamo detto, non ebbe vita lunga dal
momento che, contenendo anche la “Legge delle Citazioni”,
forse in origine il recupero della romanità voluto da Giustiniano
aveva una portata meno ampia rispetto a quello che è stato il
risultato finale. Cioè, se nel Codice c’era la “Legge delle
Citazioni”, non c’era bisogno di una raccolta ufficiale di “Iura”,
perché già la legge delle citazioni riduceva ad alcuni autori, gli
autori probati a cui fare riferimento per l’interpretazione. Una
volta che si è avuto questo Codice (che superò di gran lunga i
codici che circolavano), nasce l’idea di raccogliere gli “Iura”. Da
quanto ci perviene dalle fonti, fu Triboniano a sollecitare
Giustiniano a raccogliere gli Iura. (raccolta sfuggita a tutti i
predecessori di Giustiniano).
Si viene così a creare l’idea del “Templum Iustitia”. Si tratta di
un progetto che vuole recuperare la romanità, non solo attraverso
le “leges”, ma anche attraverso gli “Iura”, “principia”, ecc.
quindi, diventa un progetto molto più ampio di recupero della
romanità in un complesso normativo “angeneo” e “unificato”. Il
discorso sull’omogeneo e unificato, lo abbiamo fatto, quando
abbiamo parlato sui criteri dei compilatori.
L’idea era recuperare la romanità, ma nel fare questo occorreva
una rielezione del materiale. La parte che viene recuperata, deve
essere conforme ad una volontà imperiale. La “Lex Animate in
Terris”, cioè “ciò che piace all’imperatore ha valore di legge”.
Quando pensiamo agli anni di Governo di Giustiniano come
Imperatore, non dobbiamo vederli come ad anni semplici. Infatti,
nell’anno 532, poco prima della promulgazione del Digesto e
delle Istituzioni, accadde un fatto che segnò l’impero di
Giustiniano. Parliamo della “Insurrezione di Nica”, dove
Giustiniano fu ad un passo dalla perdita del Trono, e quindi, al

43
fallimento di tutto il suo programma di recupero della romanità,
sia con le leggi che con le armi.
In quel periodo c’erano due fazioni, i “Verdi” e gli “Azzurri”,
che erano legate alle corse dei cavalli nello stadio. Queste fazioni,
con il pretesto di essersi raccolte per andare ad assistere ad una
gara, cominciarono a muoversi contro l’imperatore e cercarono di
portare avanti un’altra candidatura imperiale, rispetto a quella
Giustiniano. Il motivo, era anche religioso. Si trattava di un
gruppo che voleva riportare sul trono il vecchio imperatore
Anastasio, perché erano “Monofisiti”. Cioè, sul piano religioso
tendevano all’eresia monofisita.
Altri, invece, approfittarono di questa manifestazione per
muovere contro il potere costituito di Giustiniano “sic et
simpliciter”. Per avere salva la vita, Giustiniano è costretto per
un certo tempo a fuggire. Questo perché la sommossa, partita
dall’Ippodromo, si estese per tutta Costantinopoli. Giustiniano
che non è presente, viene ad essere destituito. Per il diritto antico,
una cosa fondamentale per avere in mano il potere, era la
consegna degli strumenti del potere. Giustiniano fugge, ma nel
fuggire fa nascondere la “Corona Imperiale”. Se non c’è la
corona imperiale, non si può incoronare il nuovo imperatore.
Accorgendosi che non c’è la corona imperiale, per dare una
apparente legittimità all’incoronazione del successore, prendono
una collana. Quindi, sulla linea dell’Imperatore Anastasio viene
preso suo nipote “Fazio” e, incoronato con una collana, diviene
Imperatore d’Oriente.
La Corona di Giustiniano venne salvata da Teodora la quale,
attraverso l’appoggio di una parte dell’esercito, riesce a domare la
situazione. Gli insorti tornarono a miti consigli, l’incoronazione di
Fazio fu dichiarata invalida e lo misero a morte.
La figura di Teodora è molto discussa nella storiografia. Di fatto,
Teodora si converte e viene presentata come una “Imperatrice
Cristiana”.
Giustiniano resosi conto di essersi comportato senza polso
nell’insurrezione di Nica, da quel momento in poi, e cioè,
dall’anno 532 al 565, nella sua politica, nel suo esercizio di

44
governo e, di riflesso, anche nell’ambito della sua legislazione
verrà ad essere sempre più dispotico e ad indirizzare tutta la sua
vita, il suo governo, le sue leggi in un tono molto “Assolutistico”.
Anche se abbiamo trattato prima il Digesto e poi le Istituzioni, per
un motivo di formazione della Commissione che ha lavorato a
questi testi, di fatto le istituzioni anche se sono nate dopo come
“Commissione Preparatoria”, vennero promulgate qualche
mese prima dl Digesto.
Quando noi parliamo di “Istituzioni come testo scolastico”,
dobbiamo tenere presente che Giustiziano venne ad operare una
“riforma delle scuole”. Questa riforma, è racchiusa nella
Costituzione “Omnem”. Le scuole di diritto dovevano avere un
piano di studi quinquennale. Più precisamente:
I Anno: dedicato alla sintesi Manualistica;
II al IV Anno: il Digesto;
V Anno: il Codice era il testo da studiare;
Le “Istituzioni”, erano i “Principia” che dovevano essere alla
base dello studio del Digesto e del Codice. I 3 anni per lo studio
del Digesto, è dovuto dal fatto che essendo composto da 50 Libri,
è una grande mole di materiale.
Una volta recuperata la romanità con le leggi, Giustiziano volle
recuperare la romanità con le armi. Storicamente, l’Italia era
sempre stata collegata con l’Impero d’Oriente. Ma soprattutto
Ravenna e Roma, fanno diventare l’Italia una terra di riconquista
di questa romanità perduta. Come abbiamo detto:
- Teodorico è venuto in Italia;
- E’ stato mandato dall’Imperatore Zenone;
- Ha riconquistato i territori strappandoli ad Odoacre;
- Ha emanato un Editto che è equiparato all’editto di un
Magistrato delle Provincie. Un editto che non è indirizzato
alle popolazioni come etnie, ma un editto su base
Territoriale. Dalle fonti di Procopio sappiamo anche che:
“Teodorico governava in nome e per conto
dell’Imperatore d’Oriente”;

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La politica che Giustiziano voleva attuare era “la riconquista dei
territori”. Arrivato con i suoi in Italia, vide che gli Ostrogoti non
gli consegnarono i territori che teoricamente erano stati Governati
“in nome e per conto dell’Imperatore d’Oriente”. Infatti, dopo
Teodorico non c’erano stato più quella vicinanza, quel rapporto
diretto tra gli Ostrogoti e l’Imperatore d’Oriente.
Seguì una lotta che vide resistere gli Ostrogoti per 20 anni; prima
di soccombere. Questo incise molto sui progetti di conquista di
Giustiziano.
Oltre all’Italia, ci sono stati dei tentativi di riconquista di parti
dell’Africa Proconsolare. Infatti, mentre era in corso l’opera di
revisione del digesto, abbiamo le vittoriose spedizioni del
Generale Bellisario nel Nord-Africa contro i Vandali (533). Il
progetto era: riconquistare l’africa. Quindi, dallo stretto di
Gibilterra cercare di racchiudere le popolazioni barbariche
spingendole verso il centro dell’Europa, che era la loro culla. Il
Generale Bellisario ha fortuna in queste sue imprese. Infatti,
sconfisse i Vandali, catturò il loro Re Gelimero ed entrò
trionfante in Costantinopoli dove si preparò per la nuova impresa
contro gli Ostrogoti in Italia.
La guerra contro gli Ostrogoti finì nell’anno 554.
Quando il giovane Imperatore Giustiziano salì al trono e progettò
la riconquista del mondo era ancora, per età e per mezzi, possibile
farlo. Quando nel 554 riuscì finalmente a riconquistare l’Italia,
ormai è vecchio. Nel 565 Giustiniano muore. Quindi:
- con altre prospettive di vita;
- con la rivolta di Nica che ha segnato profondamente il suo
indirizzo politico;
- con una rivalità esagerata tra i Generali Bizantini, oltre la
conquista dell’Italia, Giustiziano non poté andare.
L’Impero Bizantino poteva contare su un esercito organizzato e
con truppe Federali di popolazioni barbariche che, uno alla volta,
avrebbe distrutto tutti i popoli che abbiamo considerato. La rivolta
tra i Generali, portò al fallimento delle imprese militari. Lo stesso
Bellisario, vittorioso in Africa e successivamente contro gli

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Ostrogoti, venne silurato dagli stessi quadri militari dell’esercito
perché era cresciuto troppo rispetto ad altri.
Nel 554 il Papa Virgilio I chiede a Giustiziano un Atto, la
“Pragmatica Sanzione”, per la promulgazione nella parte
Occidentale dell’Impero (compresa l’Italia che era stata strappata
agli Ostrogoti) della “Legislazione Giustinianea”. Questo è
molto importante perché, rispetto a tutte le altre parti d’Europa, i
territori italici saranno l’unica area romanizzata che abbraccerà il
Diritto Giustinianeo. Infatti, tutte le altri parti romanizzati
(Spagna, il sud della Francia), al di là della Legislazione
Barbariche che abbiamo visto, mantengono come legge romana,
un diritto Pre-Giustinianeo, per lo più Teodosiano.
La conquista dell’Italia da parte di Giustiziano, sarà una
riconquista molto breve perché una nuova popolazione, i
Longobardi, scaccerà i Bizantini e porrà come capitale del Regno
Pavia. I Bizantini li ritroviamo al Sud dell’Italia e nella zona
dell’enclave di Ravenna.
Il fatto che il Papa Virgilio I abbia chiesto la pragmatica sanzione
e la promulgazione nell’occidente della Legislazione
Giustinianea, non significa che tutta la consuetudine romana
progressa viene cancellata. Non è un atto che cancella le
conseguenze dell’Editto di Teodorico. Inoltre, anche se la
legislazione Giustinianea rimarrà in vigore su tutta l’Italia per 20
anni, in certe zone non si ha un radicamento di questa nuova
norma bensì un consolidamento della norma più antica che è: o il
“Diritto Teodosiano” o il “Diritto di Teodorico”.

LONGOBARDI

La morte di Giustiniano, avvenuta nel 565, non permise a questo


grande Imperatore di assistere alla caduta dei territori italici,
riconquistati con fatica agli Ostrogoti, nelle mani dei Longobardi.
Infatti, neanche 4 anni dopo la morte di Giustiniano, e
precisamente nella primavera dell’anno 569, l’esercito dei

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Longobardi condotto da Re Alboino arriva in Italia. Rispetto alle
altre popolazioni barbariche che hanno circolato in Europa, i
Longobardi erano una popolazione veramente crudele. Si ricorda
l’episodio legato alla figura di Re Alboino, che fece bere alla
moglie Rosmunda del vino nel teschio del padre, che lo stesso
Alboino aveva ucciso.
Anche Papa Gregorio Magno non lesina pagine terrificanti sui
Longobardi e la loro efferatezza soprattutto nei territori Italici. In
particolare, descrive la contrarietà di questo popolo verso la
romanità. Abbiamo visto come in genere, c’è una certa attenzione
dei popoli barbarici nei confronti della romanità e l’esigenza dei
Milites Federati aiuta queste popolazioni ad inserirsi in un
discorso di legge romana.
Di fatto, anche i Longobardi sono stati in contatto con la civiltà
romana, almeno per una breve parte della loro esistenza, e, per un
certo tempo, sono stati anche Milites Federati con l’Imperatore
d’Oriente. Quindi, con lo stesso Giustiniano.
Proprio a Giustiniano risalgono alcune concessioni, che noi
abbiamo chiamato “Ospitalità Militare”. Si trattava di
concessioni terriere che l’imperatore veniva a dare a queste
popolazioni di Milites Federati.
Come abbiamo detto in precedenza, molte volte le rivolte di
queste popolazioni barbariche contro la romanità erano dovute
proprio al fatto che l’Imperatore non aveva rispettato i termini
dell’ospitalità militare e delle promesse fatte.
I Longobardi ottennero in concessione da Giustiniano, sia la città
di Norico che le fortezze della Pannonia. Seconda la
testimonianza di Paolo Diacono: “in questa zona i Longobardi
vissero come Milites Federati per 42 anni”. Quindi:
- 42 anni di Milites Federati;
- 42 anni sotto le bandiere bizantine;
- 42 anni di fedeltà all’Imperatore di Oriente;
Possiamo dire che, un merito nella riconquista dei territori Italici
nella guerra contro gli Ostrogoti, si deve attribuire alla forza

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militare dei Longobardi. Da quanto detto, si ricava che i
Longobardi:
1) conoscevano le leggi romano;
2) erano stati sotto il comando di generali romani;
3) erano stati fedeli all’Imperatore;
4) hanno avuto delle concessioni terriere;
Abbiamo detto che, riconquistato la romanità con le leggi,
Giustiniano cominciò una serie di campagne militari per
riconquistare i territori dell’Impero Romano di occidente con le
armi. Queste campagne militari non ebbero successo soprattutto
per la rivalità e la gelosia dei generali.
C’è una leggenda riguardo all’arrivo dei Longobardi in Italia,
secondo una parte della stereografia, bollata come leggenda fino a
non molto tempo fa, a chiamare i Longobardi in Italia fosse stato
Narsete. Narsete, era uno dei Comandanti dell’Esercito di
Giustiniano che si era coperto di gloria nell’Africa del Nord
combattendo contro i Vandali ed altre Tribù barbariche. Una
congiura di palazzo, motivata da invidie dell’ambito militare,
aveva estromesso questo generale dai vertici dell’esercito.
Destituito nel 567, quindi dopo la morte di Giustiniano,
onneggiato e furioso contro la Corte di Costantinopoli, favorì
l’ingresso in Italia di coloro che ha avuto come “Milites
Federati”.
Quindi, i Longobardi conoscevano Narsete come loro
comandante.
In quel tempo, l’Imperatore d’Oriente era Giustino II. All’inizio
non si preoccupò molto dell’arrivo dei Longobardi in Italia
perché, il vero problema in occidente erano i Franchi, una dinastia
Germanica emergente rispetto alle altre. Quindi, la spedizione di
Albino e dei Longobardi in Italia per i primi 3 anni non incontrò
ostacolo. Pertanto:
- Favoriti da Narsete, che era stato loro comandante;
- Favoriti dalla situazione politica, in cui il vero pericolo
sembrava non i Longobardi ma i Franchi;

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per i primi 3 anni vediamo che le truppe dell’esercito dei
Longobardi si insinuano nei territori italici in maniera informata.
In questo periodo, non mancano degli esempi di crudeltà molto
forti:
1) c’è il caso Chefi successore di Alboino, che massacrò molti
cittadini romani potenti e altri li esiliò. E’ vero che questo
popolo era antiromano o meglio aromano, però, vedere
solamente una ostilità nei confronti dei romani in questa serie
di offese dopo la morte di Alboino, è una visione parziale.
Questo perché, certamente nell’assassinio di Alboino c’era
stata la compiacenza ed anche l’appoggio nobili romani, dei
grandi proprietari romani. Quindi, questa antiromanità si
manifestò nell’uccisione dei romani, però tutto questo non è
che una vendetta sic et simpliciter;
2) Un esempio molto simile avviene qualche anno dopo. In questo
caso è Clefi ad essere ucciso e suo Figlio, Autari, non fa altro
che ripetere quello che precedentemente aveva fatto il padre.
Cioè, diede vita ad una ecatombe di nobili romani;
Possiamo vedere come con questi casi non si uccidevano i romani
contadini, ma i ricchi romani, i grandi proprietari terrieri. Secondo
la testimonianza di Paolo Diacono: “tutto questo avveniva per
cupigia”. Vale a dire: in questi fatti si può vedere la vendetta, si
può vedere l’antiromanità ma c’è anche una “volontà di
appropriarsi dei beni”. Si parla di sistematiche confische;
dell’imposizione di un Tributo ai Romani; questi beni, saranno il
“Fondo Contributivo” di una Corte che verrà a garantire una
funzione di “Potere centrale”, soprattutto in tempo di pace.
Bisogna distinguere il tempo di Pace dal tempo di Guerra. Come
abbiamo detto in precedenza, la popolazione barbarica era
strutturata come un esercito schierato. Per cui, sia in guerra che in
pace aveva la stessa struttura. Però in tempo di guerra era
necessario dipendere da un capo che era anche Re, e l’obbedienza
era una “obbedienza di carattere militare”. A differenza degli
altri popoli, nei longobardi la tendenza all’autonomia in tempo di
pace veniva ad essere disgregante. Nel senso che riconoscevano il

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Re, però quando non c’erano conflitti, si rendevano conto che
potevano vivere anche in maniera autonoma. Questi distretti
autonomi che nascono da un contesto di Clan familiare, che si
chiama “Faide”, fa nascere i “Ducati Longobardi”.
La parola “Ducato”, deriva dalla parola latina “Dux”, che
significa “Capo Militare”. Quindi, il Ducato diventava quella
parte di territorio abitata dalle famiglie e dai fedeli di quel Capo
militare. A pochi anni dall’invasione, si contavano 36 Ducati
autonomi tanto poco disposti all’obbedienza che, dopo
l’assassinio del Re Clefi nel 575, rifiutarono di eleggere un
successore e protrassero per 10 anni il caos dell’anarchia.
Di questa anarchia, dal 575 al 585, ne approfittarono i Bizantini i
quali, facendo proprio un antico motto romano “vivide et
impera”, cioè “tieni diviso e comanda su tutti”, riuscirono a far
ritornare i Longobardi, se non come intero popolo, come singoli
ducati sotto le bandiere bizantine e a utilizzarli contro la Persia
che preveniva dall’altra parte dell’Impero. Quindi, questa
fatturazione dell’unità era dovuta alla:
- mancanza del Re;
- mancanza della Guerra;
- perché l’imperatore bizantino ha saputo sfruttare questo
momento offrendo ciò che sarebbe stato accettato;
Quando finalmente Autori fu eletto Re, nel 584, fece un
programma di ricostruzione del popolo lombardo, da un punto di
vista di:
- “Unità” “Indipendenza della monarchia” come esercito”.
Approfittando dell’assassinio del proprio padre, Autari
opera questa “politica di recupero di beni”, punendo i
romani proprietari terrieri. Quindi, con le confische di questi
patrimoni lui viene a costituire questa “Corte Regia” che si
pone accanto alle “Corti Ducali”, che erano note in questo
decennio di autonomia dei singoli ducati longobardi;

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Non si trattava solamente di porre una persona di propria fiducia,
che si chiamava “Gastaldo”, presso la Curtis Reggia, ma era
anche un discorso relativo a tassazioni ed esazioni patrimoniali. In
altre parole, la rifondazione del Regno Longobardo nasce
attraverso un rafforzamento, dal punto di vista economico, di
quella che era la Curtis Regia. Questa Curtis Regia si poneva
come una spina nella vita di quelli che erano i singoli ducati
Longobardi, perché era un:
- post di controllo;
- post di osservazione;
- rendere alla Curtis Regia dei beni materiali;
Come tutti i grandi Re dei popoli Barbarici anche Sutari, dopo
aver ricondotto all’unità da un punto di vista amministrativo-
fiscale, il popolo longobardo, assunse il titolo di “Flavius”.
Secondo la testimonianza di Paolo Diacono, (monaco di
Montecassino che ha scritto la “Historia Longo Bordorum”, (la
storia dei Longobardi), furono i Duchi a inseguire il loro Re del
titolo di Flavium per un discorso di “Dignità”. Al di là dei nomi e
dei titoli, dobbiamo dire che se i Duchi riconoscono Autari con il
titolo di Flavio, vuol dire che lo hanno riconosciuto già come Re
nel vero senso della parola. Quindi, c’è stata una “ricostruzione
del potere regio”.
Editto di Rotari: noi abbiamo sempre detto che, la parola
“Editto” è una parola greca, non è propria del mondo delle leggi
Romano-Barbariche, ma è più antica. Fino adesso abbiamo visto
l’editto di Teodorico e, abbiamo sottolineato come è differente
dall’Editto di Rotari. L’Editto do Rotari è espressione di una
“potestà Regia”, perché prima di Rotari c’è stata la ricostruzione
di questa “autorità regia” che di fatto era mancata. Quindi:
a) un potere economico;
b) un riconoscimento del titolo di Flavius;
c) popolo ricompattato;

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Possiamo avere una legislazione per questo popolo che è stato
rinnovato nel suo assetto, nelle sue concezioni, nei suoi istituti
principali.
L’editto di Teodorico presupponendo la legislazione in vigore in
oriente, la legislazione romana, non è un esempio di potestà regia,
ma viene equiparata all’editto emanato da un Magistrato delle
Province. Quindi, è:
- una legge Territoriale;
- una legge che ha parente la romanità;
Quando parliamo dell’editto di Rotari, usiamo la stessa parola, ma
la parola editto applicata al documento che Rotari viene a
pubblicare solennemente nel Novembre dell’anno 643 è un vero
atto di “Potestà Regia”. Ci sono delle Teorie che vorrebbero
vedere non solo Rotari come legislatore, ma:
- Rotari con il consenso del popolo;
- Rotari con il consenso dell’esercito;
Tutte queste teorie sono insufficienti perché, di fatto, Rotari viene
ad immaginare e a pubblicare il suo editto come un “atto
personale”. Nell’antichità non abbiamo discorsi di Parlamenti o
di Assemblee legislative.
Presupponendo il fatto che i Longobardi erano un popolo unito da
un punto di vista fiscale, nonostante le corti ducali, ha un Re che è
nella pienezza del suo potere e, addirittura, si fregia di questa
parentela fittizia con l’Imperatore Romano; Rotari assume il
potere in un periodo di Pace. Ma si rende subito conto che, se non
ci sarà un nemico da combattere, questo popolo non potrà in
maniera forte tornare ad essere coeso.
Quindi, Rotari capisce che l’essenza di questo popolo è il
combattimento, ma questo popolo non si è trasmesso un arte delle
armi perché da più di 40 anni è in pace.
Allora, inizia una serie di campagne militari, con lo scopo di
renderlo il più possibile unito e compatto. Con la morte
dell’Imperatore Eraclio nel 641, vengono a finire per Bisanzio

53
tutte le grandi battaglie, le grandi conquiste, le grandi operazioni
militari ed il prestigio. Nel frattempo, l’Islam dilagava in Siria, in
Palestina e in Egitto, dove nel 641 si era impadronito della
capitale Alessandria.
I rapporti con l’Occidente si erano deteriorati per via di certe
posizioni ideologiche che andavano di moda presso le corti di
Costantinopoli. In Occidente, i Franchi non godevano in quel
momento di una felice posizione. Per cui, i Longobardi si trovano
a vedere che:
1) Il grande Imperatore Bizantino non c’è più, almeno come
stratega in battaglia;
2) I Franchi, per lotte dinastiche, si sono quasi annientati tra di
loro. Infatti, alla morte del Re Dagoberto i Franchi videro
spartirsi il regno tra i suoi 3 figli. Un regno diviso in se
stesso, non è un grande avversario;
Come arriva Rotari a concepire questa serie di campagne militari
?
Vediamo alcune teorie:
1) secondo alcuni, la pubblicazione del l’Editto di Rotari è
avvenuta prima di questa serie di campagne militari;
Secondo questa teoria, l’Editto sarebbe servito a Rotari per
radunare tutto il suo esercito, tutti i vari Duchi con i propri
uomini, in un solo luogo dove, con la scusa di pubblicare
questo Editto, avrebbe organizzato le truppe per le
campagne militari;
2) Secondo un’altra teoria, si deve spostare tutto ciò che
riguarda l’Editto e la sua pubblicazione in un contesto in cui
è presente l’esercito, ma tutto avviene dopo la serie
vittoriosa di campagne militari;
La teoria da sostenere è quest’ultima perché, il fatto di
compattare il popolo promettendo qualche cosa che verrà
concesso alla fine delle campagne militari vittoriose, è in linea sia
con la logica che con un certo prologo all’Editto di Rotari. In

54
questo prologo, si fa capire come all’interno del popolo c’erano
delle lagnanze che egli promise di risolvere. Ma avendo bisogno
dei Capi e dell’Esercito per fare queste campagne militari e visto
che le lagnanze riguardavano i quadri inferiori dello stesso, circa
il trattamento che ricevevano dai loro superiori, circa
l’amministrazione della giustizia e di altre situazioni di vita
concreta, Rotari congelò questa situazione e la risolse con il suo
editto solamente alla fine di questa campagna militare.
Inizialmente, Rotari puntò direttamente su Ravenna che era
rimasta un’Enclave Bizantina al nord dell’Italia. Ma Ravenna
oppose una resistenza molto forte, e quindi, non cedette subito
all’assedio dei longobardi. Allora, le operazioni si spostarono
nell’attuale Liguria. Furono operazioni garantite dal successo,
fino all’entrata vittoriosa dei longobardi a Pavia. Pavia, è la sede
storica dei Longobardi. E’ la capitale del Regno Longobardo e
sarà il centro di studio del “Diritto Longobardo”.
Pubblicazione dell’Editto: in un passo posto quasi a conclusione
dell’Editto, Rotari dice che: “ha pubblicato questo Editto con il
consiglio ed il consenso dei maggiorenti (delle persone più
qualificate) e dell’esercito vittorioso”. Per alcuni, questa
espressione è stata vista come un “Parlamento” in cui abbiamo il
Re Longobardo che esprime il suo parere, la sua volontà di
legiferare e il consenso dell’assemblea degli uomini in armi.
Quindi, sembrerebbe un atto fatto da Rotari con il consenso
dell’assemblea.
Si tratta di una falsa interpretazione perché, l’esercito si trovava
“casualmente” nel momento in cui l’Editto veniva pubblicato.
Infatti, come abbiamo detto prima, l’esercito era riunito in quanto
aveva terminato la vittoriosa campagna militare. Ma ciò che va a
complicare questa interpretazione abbastanza lineare è il fatto che,
l’Editto aveva ricevuto il “Gairethings”. Il “Gairethings” era un
solenne rito attraverso il quale si confermava la legge rendendola
inattaccabile e inviolabile e per darla in custodia ai sudditi. In
latino lo chiameremo “Ficmitos”.

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Chi sostiene l’altra posizione e cioè, che “Rotari ha avuto
bisogno del consenso dei suoi militari”, lo fa giocando su questa
parola. Se scomponiamo la parola “Gairethings” e “Things”, che
significa “Assemblea”.
Allora, questo “Gairethings” non è visto come lo “Firmitos” che
il Re da al testo che sta per pubblicare, ma è visto come il
“consenso dato dall’esercito battendo la lancia sullo scudo”.
Ancora oggi nel mondo germanico l’assenso, più che con
l’applauso, viene dato con il rumore fatto battendo le mani sul
tavolo.
Siccome riteniamo l’Editto di Rotari un vero atto di “Potestà
Regia”, più che su queste etimologie, dobbiamo puntare la nostra
attenzione sui “Verbi” che Rotari usa quando viene a promulgare
il suo Editto. Rotari parla nei Termini: “Così abbiamo deciso”;
“Così abbiamo comandato”; “Così abbiamo previsto”;
Quindi, la coscienza di essere un legislatore non gli manca.
Questa sua coscienza si ha indipendentemente dal consenso o
dalla approvazione popolare.
In precedenza abbiamo visto un testo del Diritto Franco: il
“Pactus Legis Salicae”, che risale ai tempi di Cladoveo (VI
secolo), ed abbiamo detto che era una “Primitiva forma di
tariffario”. Siccome anche l’Editto di Rotari per certi aspetti è un
Tariffario, alcuni hanno voluto riprendere alcune informazioni
che si sono come certe del Cactus Legis Salicae e le hanno
applicate all’Editto di Rotari. Di fatto, il Cactus Legis Salicae
nasce da una idea “Patrizia della Norma”, ma tra “il Popolo e i
Nobili dei Franchi”. Possiamo dire che si tratta di un “Patto
Privato” che ha rilevanza pubblica.
Ora, prendiamo l’idea del “Patto” e attribuirla a Rotari, oltre ad
essere incomprensibile da un punto di vista di “Storia delle
Fonti”, è anche inaccettabile perché si tratta di esperienze
differenti.
Quindi, non possiamo vedere il “Gairethings” come una
“volontà patrizia tra Rotari e i suoi Duchi”, perché si verrebbe
a distruggere tutto il lavoro di Autari che aveva consegnato a
Rotari un Regno già Ristrutturato.

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Quali erano i problemi legati alla Convivenza di questi gruppi
all’interno del popolo Longobardo? L’idea di avere un popolo
schierato in battaglia che in tempo di pace si costituiva in Ducati
autonomi, comportava 2 realtà:
1) Le Faide: queste faide andavano ad impoverire i quadri
dell’esercito, perché la vendetta veniva ad essere perpetrata
dall’uomo in armi. Dato che non tute le vendette nascevano
a causa della morte, la morte veniva realizzata dalla stessa
persona o dalla sua famiglia.
2) L’Amministrazione della Giustizia: il processo Longobardo
seguiva degli schemi particolari ed era molto diverso dal
processo romano. Questa situazione di disagio era dovuta al
fatto che, con il processo non si ricerca la verità dei fatti, ma
sulla parola delle parti in causa e di coloro che sostenevano
la loro testimonianza, si aveva il pronunciamento del
Giudice. In altre parole, se tutte e due i convenuti giurarono
di essere innocenti, e il giuramento della persona che era nei
quadri alti dell’esercito aveva maggior valore rispetto a
coloro che appartenevano ai quadri bassi. Testimoni non dei
fatti, ma “Congiurati”, cioè che “giurano insieme sulla
parola”.
Naturalmente, dove non esiste un potere forte per esercitare la
giustizia, dove la giustizia viene affidata ai singoli, dove i
consociati per una qualsiasi controversia si uccidevano tra di loro,
non era favorevole né ad un discorso di “esercito organizzato” in
tempo di pace.
Questi problemi vennero risolti in gran parte dell’Editto di Rotari,
che era un vero e proprio “Tariffario”. Un Tariffario che non
annienta e non abolisce la giustizia privata e la vendetta privata.
Quindi, accanto alla possibilità della vendetta, che rimanere un
diritto, si ha la “Compensazione Pecuniaria”. Così, se Tizio
cavava un occhio a Caio, Caio può a sua volta cavargli l’occhio.
Però, se Tizio paga una cifra determinata, Tariffa, Caio è libero di
scegliere di cavargli l’occhio o di prendere i soldi. Questo era il
modo in cui si componeva la controversia. Il tariffario prevedeva:

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- per un pugno, sono 3 soldi;
- per uno schiaffo sono 6 soldi;
- per una piega in capo, purché interessi solo la cute e la
cicatrice rimane nascosta dai capelli, sono 6 soldi;
- il prezzo dell’intero corpo, era di 900 soldi;
Al di là delle ferite che non lasciavano il segno, a seconda di
come si veniva a toccare le fattezze del volto o la capacità di
combattimento, i prezzi salivano.
Tutto questo ci fa capire come effettivamente questa
quantificazione doveva servire a mansire questa popolazione.
Naturalmente, l’ammontare delle pene cambia a seconda dello
status sociale dell’offeso. Quindi, è vero che si davano dei criteri
alternativi alla vendetta che non veniva abolita, ma allo stesso
tempo lo status della persona condizionava anche il tipo di
risarcimento.
Per cui, una cosa era uccidere un Generale, una cosa uccidere un
contadino.
Dal momento che lo status della persona offesa poteva far
lievitare i prezzi di quello che era la composizione, poteva
accadere che una persona per avere salva la vita diventava
schiavo dell’altra verso cui doveva versare il denaro. Cento anni
dopo Rotari, l’espediente di consegnare il colpevole al creditore
in schiavitù, fu imposto per legge da Liutprando, ma con delle
differenze. Infatti:
- se la compensazione non pagata non raggiungeva i 20 soldi,
la schiavitù era temporanea e limitata agli anni necessari ad
estinguere il debito;
- se invece, la somma era pari o superiore ai 20 soldi, la
schiavitù era perpetua;
L’Editto di Rotari non contiene solo delle tariffe, ma anche una
parte dedicata al diritto penale. Il Diritto Penale Longobardo se da
una parte si può riservare anch’esso attraverso sanzioni
pecuniaria, dall’altra prevede delle mutilazioni minime che erano

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molto diffusa nel Diritto Bizantino. L’Editto di Rotari prevede il
taglio della mano solamente per reati di falso:
- False Dichiarazione;
- Conio d Monete;
- Falsa Scrittura: nel mondo medievale la scrittura non era
molto diffusa. Quindi, il documento avere un grandissimo
valore perché a livello probatorio era un qualcosa di fisso, a
differenza delle persone che potevano essere false,
ingannate;
Quanto alla pena capitale, Rotari la prevede per:
- La congiura contro il Re;
- La diserzione;
- La collusione con il nemico;
- L’abbandono del posto in battaglia;
- L’attività sediziosa: ci si riferisce alla spaccatura che si
poteva creare all’interno, per esempio tra Duchi. Quindi,
non si puniva soltanto ciò che andava ad impoverire
l’esercito mentre era in battaglia, ma anche ciò che andava
ad impoverire l’esercito in tempo di pace;
La morte era prevista anche per certi crimini molto gravi che
colpivano le famiglie:
- il servo che uccide il padrone;
- la moglie assassina del marito;
- l’amante accusato dal marito dell’adultera qualora non si sia
purificato con giuramento o con duello.
La donna era priva di uno status sociale autonomo, perché era
soggetta al “Mundio”. Il Mundio veniva esercitato o dai maschi
della famiglia: il padre, il fratello, o in loro mancanza, dalla
“Curtis Regia”. Colui che deteneva il mundio,
indipendentemente dai vincoli di parentela, si chiamava
“Mundaldo”. A seguito di tale soggezione, la donna aveva
“Capacità-Giuridicca”, ma non la “Capacità di Agire”. Quindi ,

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il mundis è un istituto che si colloca a metà strada tra la
“Potestas” e la “Tutela”.
Matrimonio: il matrimonio sorgeva con l’acquisto del
“Mundio”. La cerimonia del pagamento del Mundio da parte
dello sposo al momento delle nozze, ha indotto alcuni a dire che il
matrimonio longobardo consisteva in una compravendita della
donna, in cui questa appariva come oggetto e non oggetto. Questo
non è assolutamente vero. Si comprava e si acquistava il
“Mundio”, cioè la “Potestas Tutelae” dell’uomo sulla donna.
Quindi, la donna non veniva né comprata né tantomeno venduta,
in ragione del matrimonio. Il mundio permetteva alla donna di
essere inserita in un Clan familiare diverso dal suo.
Il Mundoaldo non poteva:
- costringere la donna a fare cose contrarie alla sua volontà;
- renderla schiava;
ma doveva sovvenzionarla secondo il suo status, per quanto
riguarda il cibo, il vestiario ecc.
Il Mundoaldo che non si fosse comportato correttamente, come
obbligarla a prendere un marito che lei non gradiva, poteva
prendere il Mundio che passava ad altro parente o persona di
fiducia o in assenza, era la Curtis Regia che lo assumeva. Il padre
o il fratello erano sottratti alla sanzione. Cioè derivava dalla forza
speciale del vincolo familiare. Quindi, c’era un controllo
sull’operato del Mundoaldo.
Abbiamo degli Istituti legati alle nozze che andavano a garantire,
da un punto di vista economico, la donna come soggetto debole
all’interno della coppia.
1) Faderfio: andando in sposa la donna Longobarda portava
con sé dalla casa paterna un corredo di vestiti e utensili che
erano detti “Faderfio”, ossia “beni che provenivano dal
padre”. Quando si parla della dote, secondo alcune fonti, la
donna dotata che usciva dal proprio Clan usciva anche
dall’asse ereditario paterno. In altre parole, la dote diventava

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quella porzione di eredità che la donna avrebbe avuto se
fosse rimasta in casa alla morte del padre. Secondo altri, la
dote iniziale non doveva essere più intesa come
“separazione netta dai beni familiari”. Questo significa
che: “alla morte del padre la donna maritata poteva
ancore avere qualcosa”. Ma come linea di base, la dote
segnava questo taglio;
2) Morgengabe: una volta che la donna era entrata a far parte
del Clan del marito, ricevere il “Morgengabe” cioè “il dono
del mattino”. Quello che i romani chiamavano il “Pretium
Verginitatis”. Quindi, l’uomo che ha preso come sposa una
donna, a titolo di “Risarcimento della Verginità Perduta”,
assegnare il “Dono del Mattino”. Questo premio poteva
essere ingente e dipendeva dalla soddisfazione dell’uomo.
Così, Giustiniano, prima di Rotari, stabilì che: “questo dono
del mattino non doveva superare la quarta parte del
patrimonio del marito”. Il ché ci fa capire che, la verginità
fisica della donna doveva essere constatata e lo si faceva
anche attraverso una specie di contratto detto “Subarrha”
dove le parti, attraverso i propri, stipulavano delle
convenzioni in riferimento al futuro matrimonio. Quelli che
per i latini erano i “Sponsalia”, cioè i fidanzamenti ufficiali.
Lo scopo di questo dono mattutino, non era tanto legato al
“Pretium Verginitatis”, quanto a garantire alla donna un
minimo di sicurezza economica in caso vedovanza. Alcuni
lo hanno visto come “l’assegnazione di un assegno
vedovile”.
3) Melfio: la posizione economica della moglie nella nuova
famiglia era poi rafforzata da un dono nuziale, la “Meta” o
“Melfio”, il ammontare veniva stabilito al momento degli
sponsalia e fissato in un patto o “Fabula” solenne, molte
volte meno per iscritto dal notaio. Se lo sposo ritardava di 2
anni il perfezionamento del matrimonio, egli era obligato a
prestare la “meta” pattuita, che veniva riscossa dal
mundoaldo ma andava alla mancata moglie.

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Successione Ereditaria: per quanto riguarda la donna, quando
parliamo di “Successione Ereditaria”, dobbiamo tenere presente
la duplice fonte sulla dote che abbiamo visto prima, Cioè:
- Se la dote tagliava fuori la donna dall’asse patrimoniale
ereditario;
- Se la faceva rimanere all’interno;
Per la maggior parte delle fonti legislative, la dote era il “tagliare
definitivamente il cordone ombelicale con la famiglia
paterna”, da parte della sposa. Questa dote, che nel diritto
Longobardo si chiama “fadertio”, veniva ad essere costituita in
base allo status familiare. In questo caso, non era l’Editto di
Rotari che veniva a determinare quanto e che cosa doveva essere
assegnato in dote, ma le consuetudini. Siccome per oltre 40 anni
la popolazione longobarda è stata una popolazione legata al diritto
romano come Milites Federatis, alcune influenze a livello
consuetudinario prese dal diritto romano in riferimento alla dote,
sono state recepite nell’Editto di Rotari.
Si poteva diseredare i figli ?
Nella condizione propria del popolo dei longobardi in cui l’uomo
in armi era essenziale per la struttura del popolo, il fatto di
trasmettere i beni ai figli maschi era una cosa del tutto naturale.
Per cui, se i romani erano diventati abilissimi nella prassi di
“diseredare i figli” o non “includerli nell’eredità”, per i
longobardi diseredare un figlio era un autentico dramma. Questo
perché, diseredando un figlio significava tagliare il vincolo del
sangue. L’Editto di Rotari tratta questa questione, ma lo fa con
toni molto crudi. Un figlio diseredato non entrava nella
concezione della struttura familiare propria dei longobardi. I casi
in cui il figlio veniva diseredato erano:
1) Attentato alla vita del Padre;
2) Il figlio che ferisce gravemente il padre o lo percuote;
3) L’adulterio con la matrigna;

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Nel diritto Romano, alla morte del Pater familias i figli che erano
già diventati padri diventavano dei Pater familias autonomi. In
altre parole, finché era vivo il Pater familias la famiglia era unità,
o meno che il figlio non emigrava nelle colonie. Nel mondo
germanico, la situazione è diversa. Davanti al patrimonio che si
può ricevere per:
- Eredità;
- Proprio guadagno;
Abbiamo 2 possibilità:
a) Alla morte del padre, i fratelli si separano. Ognuno di loro
va a vivere per conto proprio;
b) Nonostante la morte del Pater familias, non si procedeva
alla successione ereditaria e si continuava a vivere con una
sola casa comune, mettendo nella stessa, tutto ciò che era un
guadagno tranne quello che era frutto del servizio militare.
Questa formula, che troviamo nei documenti antichi, è “stare ad
unum panem et unum vinum”. Cioè, “ciò che l’erede ha
acquistato nel servizio pubblico e nel servizio militare sono
beni che rimangono propri, ma i beni ereditati sono cogestiti”.
Un’imitazione del regime del “Perelium quasi castrense” dei
Romani. La consuetudine medievale di distinguere i regime
giuridico dei beni avuti da quello degli acquisti, deriva anche da
altri norme. Il Patrimonio familiare trasmesso di generazione in
generazione, si alienava per costume solo in caso di necessità e
con il consenso di tutti, mentre gli acquisti restavano nella piena
disponibilità individuale. Anche quando i beni avuti uscivano
dalla famiglia, conservavano la tendenza a ritornarvi. Ad
esempio, se la donna sposata moriva senza figli, i beni che dalla
casa del padre ritornavano indietro.
Naturalmente, questo serviva a non frammentare le proprietà.
Processo: le controversie si risolvevano attraverso il:

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- Duello: nel duello non era la persona che aveva ragione a
vincere, ma è solo la persona più abile. Per cui, uomini in
armi si sfidavano;
- Ordalia: significa “Giudizio di Dio”. In questo caso la
questione controversa veniva ad essere posta a giudizio di
un fatto. Anche qui, non segnava la verità dell’accaduto, ma
solo la fortuna e l’abilità della persona che era sottoposta
alla prova. Ad esempio, se una donna veniva ad essere
cacciata per adulterio ma non si aveva la prova, come
poteva la donna dimostrare la sua innocenza?
Sottoponendosi all’Ordalia. La procedura consisteva nel
mettere la testa della donna in una ruota di legno con 3
trecce legate. Il marito doveva lanciare 3 accette e tagliare le
trecce. Se la questione non si risolveva con il duello o con
l’Ordalia, si andava al processo che abbiamo descritto come
un “gioco al rialzo”. Lo possiamo paragonare alla “Legis
Actio Sacramenti”, che abbiamo visto nel diritto romano.
In questo caso la differenza era che, non si puntavano dei soldi,
che poi venivano rastrellati dal fisco, ma abbiamo dichiarazioni,
giuramenti che vengono ad essere sostenuti dai congiurati,cioè dei
sostenitori dell’una e dell’altra parte. Questa procedura, era
identica sia nelle cause civili che nelle cause penali.
Però, nessuno di questi casi si veniva a proclamare o ad accertare
la verità. Superata la valutazione del Giudice, era l’unico modo
per uscire vincitori o perdenti.
Naturalmente, lo status di coloro che si presentavano davanti al
Giudice e lo status di coloro che erano alle spalle dei convenuti,
condizionavano. Quindi, erano cause sulla “Credibilità” e non
sull’”Accertamento” dei fatti.
Con la conversione al “Cristianesimo”, molte di queste prassi
furono abolite. Il “Duello” fu mitigato ma non abolito del tutto,
perché non riusciva a risolvere la controversia. Anche il processo
fatto sottoforma di giuramento si cominciò a limitare perché c’era
il pericolo che, nella fuga di fare questi giuramenti, si cadesse
negli “Spergiuri”. Una cosa è il Giuramento che la popolazione

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aveva come espressione di “compromesso di se stesso nei
confronti della divinità che si invocava”, una cosa è il
giuramento che è fatto a “Dio”, che è fatto sul “Vangelo”. Questa
forma di giuramento si venne a trasformare in una ricezione di
prova, di testimonianza, per giungere all’accertamento dei fatti.
Le Ordalie vennero abolite, perché il giudizio di Dio non si può
manifestare in quel tipo di rappresentazione.
In conclusione, possiamo dire che l’Editto di Rotari è:
1) un vero atto di “Potestà Regia”;
2) Una legge Romano-Volgare perché, anche se abbiamo
molto che è proprio del diritto longobardo, ci sono non
poche inserimenti e variazioni che fanno si che questa legge
venga ad assumere consuetudini e prassi del mondo romano;
Nell’ambito del testamento, del patrimonio, della data e dello
status della donna con il mundio, abbiamo chiari collegamenti a
quello che era il diritto romano.
Le situazioni di fatto che preparano l’Editto di Rotari sono:
- La presenza dei Longobardi fuori dall’Oriente;
- Il fatto di aver avuto l’appoggio di Narsete per venire in
Italia;
- Il recupero della situazione disastrosa che si era venuta ad
avere dopo la morte di Clefi, da parte di Autari. Recupero
avvenuto da un punto di vista amministrativo-finziario, con
la Curtis Regia e con l’appellativo di Flavius, che è stato poi
consegnato all’Imperatore tramite i Duchi;
In base a quello che abbiamo detto, le 2 esigenze che avevano
creato malcontento prima delle compagne militari non vennero
risolte con l’Editto di Rotari. Questo perché, le faide non vennero
abolite. Il discorso della “Compensazione Pecuniaria” le
affianca. Anche il Problema dell’Amministrazione della Giustizia
non venne risolto. Solo dopo Rotari si assisterà alla evoluzione,
ma i tempi saranno cambiati.

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La Chiesa, Bisanzio e i Carolingi
La caduta dell’Impero Longobardo non è dovuta solo a sconfitte
militari, ma anche dalla Chiesa stessa. Quali sono i motivi che
hanno favorito questa distruzione, o caduta dell’Impero
Longobardo? E soprattutto, perché la Chiesa ha cominciato a
temere questa popolazione che, come abbiamo detto, si era
insediata in Italia fatta ad eccezione dell’enclave bizantina di
Ravenna?
Tutto parte dal desiderio dei Longobardi di unificare i territori
italici. In altre parole, “la volontà di conquistare Ravenna”.
Nel 726 il Re Longobardo Liutprando reputa utile al suo
popolosi riunirsi come esercito e marciare verso Ravenna. Dal
momento che la capitale del Regno era a Pavia e che tutti i
territori intorno a Ravenna erano in mano ai Longobardi,
l’operazione militare si risolse in un grande successo. Quindi,
Ravenna venne a capitolare e tutto l’esarcato fu occupato dai
Longobardi. A questo punto cominciano ad emergere le paure di
Roma e della Curia Romana del tempo. Questo perché, al sud
d’Italia abbiamo degli esarcati Longobardi: “Benevento”,
“Spoleto”, a cui si aggiungono i territori del nord, soprattutto
Ravenna. Di fronte a questa situazione, l’idea che emerge era
quella di “unificare sia il nord che il sud, inglobando anche
Roma”. Però, dobbiamo distinguere la figura di Liutprando, da
un punto di vista personale, da quelle che potevano essere certe
mire espansionistiche. In altre parole, Liutprando si è fregiato
del titolo di “Principe Cristiano e Cattolico” e si è sempre
mosso in favore della Chiesa. Nel proemio di alcune sue leggi,
abbiamo addirittura riferimenti al magistero del Papa. Quindi, da
un punto di vista personale, lui non era:
- Né contro Roma;
- Né contro il Papa;
- Né contro la fede Cristiana, Cattolica che professava;
Anzi nella sua vita ci sono dei gesti molto concreti che ci fanno
capire come egli non avesse questa mira di prendere Roma.
Infatti, quell’anno 728 aveva restituito al Papa il “Castrum di

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Sutri”. Si trattava di una delle maggiori roccaforti poste a difesa
del Ducato Romano. Se avesse voluto prendere Roma, non
avrebbe consegnato nelle mani del Papa quel punto strategico
che poteva servire per un eventuale conquista. Fino al momento
della conquista di Ravenna da parte dei Longobardi, il Ducato di
Roma era sempre stato difeso dell’esercito Bizantino. Ma
abbiamo visto, come questo esercito fosse diventato l’ombra di
se stesso. Non era più in grado né di difendere Ravenna, che di
fatto è capitolata, né tanto meno di difendere Roma.
Di qui, le paure della Curia Romana.
Nell’anno 726, anno in cui Liutprando prende l’esarcato, in
Oriente abbiamo Leone III, detto l’Islanrico. Questo Imperatore è
famoso per aver dato inizio alla lotta contro il “Culto delle
Immagini”. Parliamo della “Iconoclastia”. Per cui, le Immagini
dovevano non solo non essere esposte alla venerazione dei fedeli,
ma dovevano essere distrutte. Bisogna anche tener presente che,
quando parliamo di “Dottrina Iconoclasta” non possiamo dire
che questa dottrina mostrasse segni di Eresia, perché abbiamo non
poche Autorità. Interventi, Scritti, Citazioni dei Padri della Chiesa
che vengono a moderare questo culto delle Immagini. Quindi, non
è che si combattesse il Culto alle Immagini, ma le esagerazioni.
Ma quando, con un decreto del gennaio 730, l’Imperatore
comanda di esportare tutte le immagini sacre dalle Chiese e di
distruggerle, Germano patriarca di Costantinopoli si oppose, si
dimise e fu costretto alla fuga. A questo punto insorse Roma,
dove nell’anno 731, abbiamo un Sinodo Romano che condannò
ufficialmente l’Iconoclastia. Da un punto di vista dottrinale, (tutto
questo) non spettava all’Imperatore ma alla Chiesa, che nell’anno
731, venne a bollare l’Iconoclastia come una vera “Eresia”.
La ritorsione del monarca che colpì la Chiesa, fu una ritorsione
economica. Alcune diocesi dell’Italia meridionale vennero
sottratte al Papa e sottoposte alla Giurisdizione del Patriarca di
Costantinopoli, i grandi possedimenti ecclesiastici del
Mezzogiorno soffrirono dei forti aumenti fiscali inflitti alla
Calabria e alla Sicilia, l’erario Imperiale pretese addirittura di

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incamerare alcune rendite ecclesiastiche nell’Italia Bizantina e
nella stessa città di Roma.
La reazione contro l’assassinio dell’Esarca di Ravenna da parte
dell’Imperatore fu molto dura. Leone III disse: “bisogna
riportare i territori italiani e la Chiesa di Roma
all’obbedienza nei confronti dell’Oriente, costi quel che costi.
Se necessario, anche con l’uccisione del Pontefice”.
Questa notizia, una volta trapelata presso la Curia Romana, venne
a gettare le basi per quel progetto di collaborazione con la dinastia
Carolingia. Ufficialmente, però, prevalse per il momento la
moderazione. Infatti, sia Gregorio II, il Papa che era stato fatto
bersaglio delle minacce dell’Islamico, che Gregorio III cercano di
far cadere queste voci.
Però, mentre il Papa Gregorio II si pronunciò in maniera molto
distensiva, Gregorio III, in una lettera che ci è rimasta, viene a
dire che: “bisogna fare in modo di consegnare l’Impero di
Occidente ai Franchi”.
Vediamo come si arrivò all’incoronazione di Carlo Magno, che
avvenne nella notte di Natale dell’800.
Abbiamo detto che i Re, che in genere in tempo di pace cercavano
di tenere unito il popolo, o non venivano considerati o venivano
eliminati. Il Re Rachi che governò solo 4 anni, dal 744 al 749,
invece di essere eliminato, fu relegato a morire nel monastero di
Montecassino. Il motivo per cui Rachi fu messo da parte è perché
si trattava di una persona mite e quindi, poco gradita ai Duchi
Longobardi. Al suo posto fu nominato Re Astolfo, (che
comincerà la campagna contro Ravenna) perché uomo combattivo
e capace di far ritornar in auge questo popolo che non amava la
pace. Quindi, se dopo la morte del Re Clefi abbiamo un periodo
di pace in cui tutto è orientato verso l’autonomia e solo con la
forza di Autari e L’Editto di Rotari abbiamo un popolo
compattato, dal momento che il popolo Longobardo è stato
rinnovato nella sua struttura ed è stato creata la Corte Regia, i
periodi di pace non vennero più visti come periodi di autonomia. I
periodi di pace vennero visti come “periodi di mollezza”, in cui
il popolo veniva a perdere quella abilità nelle armi. Ecco allora

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che, se prima non si voleva un Re per stare in pace e dominare i
propri Ducati, in questo forse il Re mite non è gradito. Si vuole un
Re combattivo e combattente.
La vittoria dei Longobardi su Ravenna creò dei problemi. Questa
volta, oltre ai timori della Chiesa, ci fu l’indignazione
dell’Imperatore Costantino V che inviò al nuovo Pontefice
Stefano II un messo portatore dello “Iussio”, con il quale lo
invitava a recarsi da Astolfo. Stefano II partì per Pavia e, giunto
in presenza del Re Longobardo, lo supplicò di “restituire
bonariamente quei territori che erano dell’Imperatore
d’Oriente”. Ma il Re non diede ascolto.
Vediamo la manovra da parte della Chiesa per legarsi alla
Dinastia Carolingia in modo da recuperare l’esarcato, ma cosa
strana, non per restituirlo all’Imperatore d’Oriente ma affidarlo
alla Chiesa.
Pipino il Breve, succeduto al padre Carlo Martello, aveva il titolo
di “Sub-regolus”, di Principe dei Franchi e di Maggiordomo di
Palazzo, ma non quello di “Re dei Franchi”. C’è da dire che, chi
effettivamente governava era il Maggiordomo di Palazzo, il Re
era soltanto una figura fittizia. Ma siccome Pipino era un uomo
ambizioso, voleva anche il titolo di Re. Come fa a spodestare il
vero Re, che allora era Childerico, senza causare spaccature
all’interno del Popolo? Pipino pensò bene di rivolgersi alla
Chiesa. Infatti, scrisse una lettera al Papa Zaccaria che lo
autorizzò a “deporre il Re Childerico III e di diventare Re dei
Franchi”. L’audace lettera di Zaccaria, nella parte che
rappresentava una inaudita interferenza del pontefice nella sfera
temporale tornerà buona a partire dal XII-XIII secolo a sostegno
delle pretese della Chiesa post-gregoriano. Infatti, entrata nel
decreto di Graziano, la lettera divenne un solido argomento ai
canonisti per dire che: “Il Papa poteva deporre i sovrani”.
Dopo Papa Zaccaria, abbiamo Stefano II che, respinto dal Re
Longobardo, si rivolse al novello Re. Varcò le Alpi e nel Gennaio
del 754 a Ponthion, una località della Francia settentrionale, ebbe
un primo incontro. Invocò l’intervento della potenza franca per il
recupero di Ravenna, prospettando la cosa come di interesse della

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Chiesa che dell’Imperatore. Il Re prese l’impegno di riconquistare
tutto l’esarcato e di restituirlo direttamente alla Stato Bizantino.
Questi territori furono riconquistati, ma non furono mai restituiti.
Andarono al Papa. Papa Stefano prolungò il suo soggiorno presso
i Franchi per molto tempo. Proprio con questa presenza del Papa
presso i Franchi, che si viene a realizzare quella concessione alla
nazione franca, che era l’Impero di Occidente, auspicate nella
lettera di Gregorio III cui abbiamo detto prima.
Ci sono degli episodi che ci fanno comprendere questo legame tra
Dinastia Carolingia e Papato.
Nell’anno 754, nella chiesa del Monastero di Saint-Denis, Stefano
II impartì solennemente un’unzione regia a Pipino e i suoi figli
Carlo Manno e Carlo (il futuro Carlo Magno). Si trattava di una
“Unzione Regia”.
Un breve resoconto di questa cerimonia ci viene offerta da un
monaco dell’abbazia di Saint-Denis, con la nota “de Unctione
Pippini”. In questa nota si dice che: “Pipino e i figli furono unti
Re e Patrizi”. Si trattava di una formula molto strana. Infatti, o
uno era unto Re o non veniva Unto. L’interpretazione prevalente
che viene data a questa unzione, è che: “Pipino il Breve e i suoi
figli sono diventati i nuovi Esarchi di Ravenna”, con una
differenza. Mentre nel mondo latino o nel mondo della Chiesa il
titolo comportava già l’esercizio di un potere, nel mondo
germanico, nel mondo dei franchi, il titolo comportava l’effettivo
potere solo quando questo era stato conquistato. In altre parole, il
Papa unge Pipino il Breve e i suoi figli prima di iniziare le
campagne militari per conquistare Ravenna.
Dopo il 754 i Re franchi mostrarono di aver preso il posto degli
Esarchi agli occhi della Curia Romana. Lo rivela qualche
episodio:
- Quando nel 757 fu eletto Papa Paolo I, questi si affrettò ad
annunciare la propria elezione a Pipino. Infatti, era regola
che Roma ne desse notizia tempestiva oltre che
all’Imperatore anche all’Esarca;
- Vent’anni dopo, e precisamente nel 774, quando l’esercito
dei Franchi si impadronì del Regno dei Longobardi, Carlo

70
Magno fece una visita memorabile a Roma. Il “Liber
Pontificatis” testimonia che, per accoglierlo solennemente,
si adottarono le cerimonie previste per le visite dell’Esarca;
Ma dal 754 il Regno Franco è esteso anche all’Esarcato, oppure
che con questa unzione l’Esarcato è elevato a titolo di Regno?
Di fatto, Carlo Magno ha cinto 3 Corone:
1) Re dei Franchi;
2) Re dei Longobardi;
3) Patricius Romanorum;
Nel titolo Patricius Romanorum, veniva ad essere inglobata quella
di Esarca, perché gli Esarchi erano normalmente chiamati con
questo titolo.
Torniamo all’estate del 754. Pipino e il Papa si trovava a Quierzy,
un villaggio dove il Re aveva un Palazzo e che acquisterà fama
come Sede di Dieta e di Assemblee. Qui il Pontefice si vide fare
all’improvviso la promessa di una grandiosa donazione destinata,
non all’Impero, ma alla Chiesa. Parliamo dell’Esarcato, l’Istria, la
Corsica, i ducati di Spoleto e Benevento. Questa promessa è detta
“Promissivo Carisiaca”, dal nome del luogo in cui fu fatta.
Infatti, il villaggio di Quierzy in latino è detto “Carisiacum”.
Questa immensa donazione non fu mai eseguita integralmente.
Infatti, dopo la vittoria su Astolfo, ebbe una prima limitata
attuazione nel 756, quando alcune zone dell’Esarcato, dell’Emilia
e della Pentapoli vennero consegnate alla Sede Apostolica.
A questo punto, il Papa non li cedette all’imperatore ma inviò
persone di sua fiducia per la loro amministrazione.
Ci sarebbe da chiedersi che cosa pensasse Bisanzio di tutto
questo. Sicuramente si dovette preoccupare. Il risultato fu che si
continuò a navigare nella ambiguità. Da una parte Papa Adriano I,
nel 772, cercò di dimostrare la sua fedeltà all’Imperatore
consegnandogli Paolo Afiarta, il Capo del partito filo longobardo
a Roma, perché potesse giudicarlo e punirlo. Dall’altra, quando si
trattò di affrontare discorsi sulle esenzioni fiscali o altre forme di
dipendenza, il Papa si rifiutò. Anzi, risale proprio a questo

71
periodo il conio di monete con l’effige del Papa. Non solo, si
cominciò a datare i documenti pontifici con l’anno di inizio del
proprio pontificato.
Riguardo ai rapporti tra Chiesa e Dinastia Franco-Carolingia,
dobbiamo distinguere il periodo in cui Carlo Magno fu
Imperatore dei Romani dei suoi successori. La dinastia franco-
carolingia, come imperatori, non fu una dinastia longeva.
Certamente, dopo Carlo Magno ci furono delle figure di minore
importanza. Se ancora il figlio di Carlo Magno, Ludovico il Pio,
si presenta come un degno successore di suo padre, i successivi
imperatori saranno figure sempre più scialbe e mediocri.
Questo significa che, se al tempo di Carlo Magno la Chiesa
poteva contare ancora su una figura forte che poteva difenderla
dagli interessi della nobiltà franca, quando l’Imperatore diventa
una figura debole, che ha bisogno del sostegno della nobiltà per
muoversi in guerra, per difendere i confini, non potrà continuare
l’opera svolta dai suoi predecessori.
Nella notte di Natale dell’800 Papa Leone III incoronò Imperatore
Carlo Magno. Se non ci sono dubbi sulla incoronazione, i dubbi
sono sull’interpretazione di questo fatto. Le interpretazioni
sull’incoronazione sono 4:
a) Carlo Magno viene ad essere incoronato imperatore e
si viene a restaurare l’Impero Romano di Occidente;
b) Nella notte di Natale dell’800 viene creato un nuovo
Impero che è Sacro e Cristiano;
c) Nella notte di Natale dell’800 viene creato un nuovo
Impero che è Germanico e che non ha nulla a che fare
con la romanità;
d) Nella notte di Natale dell’800, abbiamo il passaggio
del trono di Costantinopoli a Roma e l’incoronazione
di Carlo Magno come Imperatore di Oriente e di
Occidente;
La prima interpretazione è la più semplicistica. Ormai, non si
poteva parlare di continuità storica, temporale, politica con

72
quell’impero. Di fatto, l’Impero di Carlo Magno non
corrispondeva ai confini dell’Impero Romano di Occidente.
La seconda interpretazione non può essere accolta, perché già
l’Impero che era caduto era un “Impero Cristiano”. L’Impero
Romano di Occidente che cade nel 476, è un Impero Cristiano del
380 d.C., quando con l’Editto di Tessalonia il Cristianesimo è
diventato Religione dell’Impero.
Per quanto riguarda la terza interpretazione, dobbiamo dire che è
parzialmente vero, ma questa è una realtà che si verificherà dopo
la dinastia Franco-Carolingie, quando, al posto dei Carolingi
verranno gli ottoni, una famiglia germanica che non ha nulla a che
fare con la romanità.
Nella notte di Natale dell’800 abbiamo, ad opera del Papa Leone
III, il trasferimento della Sede di Costantinopoli (Sede di Oriente)
a Roma, che era stata storicamente la sede dell’Occidente, per cui
Carlo Magno viene ad essere incoronato con il titolo di
“Imperator Romanorum” (Imperatore dei Romani).
Quindi, né del Sacro Romano Impero, né dell’Impero Romano di
Occidente e di Oriente. Però, come unico Imperatore dei romani,
il titolo spettava all’Imperatore Bizantino.
Vediamo la vicenda: nella notte di Natale dell’800 sul trono di
Bisanzio sedeva una donna. Parliamo dell’Imperatrice Irene.
Contro il parere di tutti, Irene era diventata imperatrice come
reggente del figlio Costantino VI legittimo imperatore di Oriente.
Irene si era impadronita del trono nel 797. aveva deposto,
imprigionato e poi accecato il figlio Costantino VI, giovane
peraltro debole e incapace. Madre sicuramente snaturata, era
ritenuta altresì un’usurpatrice sia per l’illegittimità della
deposizione di Costantino, sia perché il diritto romano non
prevedeva che una donna succedesse ad un imperatore.
Il Papa approfittò di questa situazione di illegalità per dichiarare
che il trono occupato da Irene era vacante. Visto che si era già
creato il precedente di questa “Potestas Intemporalibus”. Il Papa
trasferì con sua autorità la Sede da Costantinopoli a Roma (la
sede di Roma era vacante da secoli), e incoronò Carlo Magno
come “Imperatore dei Romani”.

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Abbiamo detto che l’Interpretazione, secondo cui nel Natale
dell’800 nasceva un’Impero Germanico che non aveva nulla a che
fare con la Romanità, si viene a realizzare con gli ottomani.
Tuttavia, una punta di verità questa storia ce l’ha. Infatti, si è
sempre sottolineato come: “Carlo Magno non volesse farsi
incoronare”; che avesse un’altra concezione del titolo di
Imperatore.
Nella mentalità dei germani, essere imperatori aveva una valenza
completamente diversa rispetto alla mentalità latina.
Nell’incoronazione del Natale dell’800, noi abbiamo che:
- Il Papa incorona Carlo Magno secondo il pensiero latino
della nazione di Impero;
- Carlo Magno la riceve nella nozione Germanica;
Quindi, Carlo Magno sarebbe Imperatore di Occidente. Ma non è
vero neanche questo perché, nella mentalità dei franchi
l’Imperatore era chi aveva un “Regno Allargato”. Per cui, Carlo
Magno non accetta di essere Imperatore perché Imperatore di
Occidente, ma perché è un Re di un Regno Allargato. In pratica,
Carlo Magno avendo conquistato i Longobardi (Corona dei Re
Longobardi), avendo il Titolo di “Patrizio dei Romani” perché
era stato Unto a Ravenna, dal momento che ha 3 titoli è più di un
Re, è un Imperatore.
E’ chiaro che la posizione di Irene in Oriente, non è che fosse una
posizione stabile. Allora, si pensò di unire i due imperi
combinando un matrimonio tra Carlo e l’usurpatrice Irene. Le
fonti orientali dicono che l’iniziativa risale all’802 e fu presa dai
Franchi, le fonti occidentali dicono che Irene, effettivamente
bisognosa di aiuto, fece passi distensivi mandando ambasciatori a
Carlo per offrirgli l’Impero. Di fatto non successe nulla: le nozze
non si celebrarono, Irene fu deposta quell’anno stesso e morì
l’anno dopo.
Dopo Irene, abbiamo un Imperatore nuovo. Questo Imperatore
che siede legittimamente sul trono di Bisanzio, Ninforo, viene a
rivendicare il titolo a Carlo Magno.

74
I rapporti tra Ninforo e Carlo Magno si guastarono
irrimediabilmente. Solo nell’812 si giunse ad un compromesso.
Carlo avrebbe mantenuto la qualifica imperiale ma non il nome di
“Imperatore Romano” o “dei Romani”, che era titolo di cui si
riconosceva l’esclusività al monarca di oriente.
Lo restituì, perché Carlo Magno non si sentì mai imperatore
d’oriente. L’ambizione dell’impero unito era la tradizione latina e
la visione della Chiesa, ma per i franchi l’Impero era il loro
“Regno Allargato” che corrispondeva all’occidente.
Nella pace di Aquisgrana dell’812, abbiamo questa cessione del
titolo. Il fatto che Carlo Magno rimanga imperatore ci fa capire
che, è vero che a lui non interessasse il titolo di Imperatore dei
Romani perché mai aveva preso contatto con l’oriente, ma allo
stesso tempo rimaneva imperatore dei franchi perché, come
scritto sulla sua tomba ad Aquisgrana: “ha sensibilmente
dilatato i confini del Regno Franco”.
Quindi, fu naturale cambiare l’idea di Impero nell’812.
Nell’813 Ludovico il Pio venne incoronato dal padre, anziché dal
Pontefice a Roma, non tanto per i pericolo di interferenze da parte
della Santa Sede, quanto per il fatto che l’intervento del Papa,
necessario per creare un impero Romano, poteva apparire
superfluo per la nomina di un Imperatore Germanico. D’altra
parte, lo stesso Carlo Magno nell’813, poco prima di morire, fece
sostituire la scritta “Renovatio Imperii Romanii” inciso sul
proprio sigillo con le parole “Renovatio Regni Francorum”, che
vennero adottate da Ludovico il Pio.

75
Legislatura Carolingia

Essendo quelle dell’Impero ricostituito sotto Carlo Magno delle


esigenze scarse dovute ad un tenore di vita molto semplice,
sembra quasi spropositato il numero dei provvedimenti normativi
che vengono ad essere prodotti da Carlo Magno e dai suoi
successori.
Il Capitolare è chiamato così perché queste leggi non apparvero
come singoli precetti, ma sottoforma di “capitoli” più o meno
lungo, più o meno breve.
Questi Capitolari venivano pubblicati in ambito di Diete,
Pubbliche riunioni, Assemblee di nobiltà. Questo ci fa vedere
come nel mondo Carolingio ci sia stata quasi la confluenza tra,
quello che era il modo di procedere del mondo germanico, (il Re
Rotari pubblicava il suo Editto davanti all’esercito schierato), e la
prassi delle Chiese che ormai da secoli celebrava Concili. Nel
Marzo del 744 Pipino il Breve, padre di Carlo Magno e ancora
Maggiordomo di Childerico III, viene ad emanare nel Concilio di
Soissons da lui presieduto uno dei primissimi Capitolari. Questo
Capitolare è molto importante, non solo perché è uno delle prime
forme di Capitolare prodotto dalla dinastia franco- Carolingia, ma
anche perché si colloca come punto di contatto tra una prassi
germanica e una prassi ecclesiastica. Il termine “Capitolare”,
anche se compare nel proemio delle leggi longobarde di Astolfo
del Marzo 750, quindi nel diritto longobardo, viene a designare in
maniera esclusiva la produzione normativa dei Carolingi. Se il
Capitolare è la “legge emanata dell’Imperatore”, che senso ha
al tempo dei carolingi la parola Lex ? Nel tempo dei Carolingi il
termine “Legge” viene a designare la “Legge popolare”. Legge
popolare non perché, come era nell’antico diritto romano, era fatta
dal popolo, ma perché come abbiamo detto più volte, tipico del
mondo germanico e consagrato al tempo dei Carolingi è il
principio della “Personalità del Diritto”. Quindi, la legge è “la
Legge del popolo di stirpe barbarica che vive all’interno dei
confini dell’Impero”, mentre legge dell’Imperatore è il
Capitolare.

76
Il fatto di pubblicare le decisioni del Re prima e dell’Imperatore
poi all’interno di un’assemblea, non significa avere una
dimensione parlamentare della legge. Quindi, il Re pubblica la
“sua volontà” e l’Assemblea ne viene a conoscenza e ratifica.
Ma, se questo è possibile al tempo di Carlo Magno e per certi
versi, con il suo successore Ludovico il Pio che muore nel 840, i
loro successori non essendo della stessa levatura devono sempre
scendere a compromessi con la nobiltà. Questo significa che, se
l’Assemblea era il luogo in cui si comunicava la volontà del Re e
la si ratificava, l’Assemblea divenuta il luogo in cui la volontà del
Re è comunicata non sottoforma di legge, ma sottoforma di
“proposizione”, di “Desiderio” e sulla quale ci poteva essere il
veto o l’opposizione della nobiltà. Dipendeva qual’era la legge in
gioco. Dopo la morte di Carlo Magno, comincia un discorso di
sistematizzazione, di organizzazione dei “Capitularia”. In questo
periodo, distinguiamo 4 tipologie di Capitularia a seconda della
Ratione materie, cioè a seconda dell’argomento che trattava:
1) Capitularia Ecclesiastica: che contenevano provvedimenti
relativi al Clero, alla Chiese e ai Monasteri;
2) Capitularia Mundana: che riguardavano il mondo laico;
3) Capitularia Missorum: contenevano le istrituzioni per i missi
dominici, i funzionari spediti in periferia a rappresentare il
sovrano con vari compiti: di Governo, di Giurisdizione e di
controllo;
4) Capitularia Le gibus Addenda: modificavano e
aggiornavano le leges popolari in modo da adeguarle alla
volontà sovrana; abbiamo detto che nel mondo carolingio,
per legge si intende la “legge popolare”. All’interno
dell’Impero esistevano varie popolazioni che mantenevano
la legge personale, ma ci sono dei Capitulari che in qualche
maniera vengono a moderare, a regolare, con funzione di
unità a livello di impero quella che è la legge personale;
Capitularia Ecclesiastica: quando parliamo del rapporto tra
Sacerdozio e Regno andiamo al cuore di una problematica propria
non solo del periodo Carolingio ma anche di quello successivo.

77
Secondo una delle varie interpretazioni legate alla incoronazione
di Carlo Magno, sarebbe stato ricostituito l’Impero caduto nel 476
d. C.. Di fatto dal 476 non c’era più stata una figura sia dal punto
di vista del governo che dal punto di vista politico che potesse
essere interlocutrice con colui che era diventato l’unica autorità
morale in Occidente, il Romano Pontefice. La Chiesa, quando
nasce, viene dapprima ignorata, poi perseguitata, infine
riconosciuta e ciò censente al Cristianesimo di diventare religione
dell’Impero con la presenza di 2 interlocutori, Imperatore e Papa.
Nel 476 d. C., con la caduta dell’Imperatore, il Papa resta l’unica
figura morale di riferimento in Occidente e ciò comporterà la
conversione dei vari popoli barbarici. Con l’incoronazione di
Caro Magno, nel Natale dell’800, ritorniamo ad avere due figure
di riferimento: l’Imperatore e il Papa. Il problema della
distinzione delle potestà è un problema antico, risalente al Papa
Gerasio I. nella visione gerasiana il principio unificatore delle 2
potestà era: “Omnis potestas a Deo” (ogni potestà viene da Dio);
quindi nella logica medievale la legittimazione di ogni forma di
potere, anche di quello politico, era di natura divina. Riguardo
alla gestione di tale principio di unità vi furono varie teorie. Una
di queste era la teoria delle 2 spade che si sviluppò in questo
periodo.
Tale teoria si rifà al racconto biblico di Pietro che tagliò con la
spada l’orecchio del servo del Sommo Sacerdote. A quel punto
Gesù disse: “Rimetti la spada nel fodero”. Partendo da tale
racconto la teoria in questione fa derivare l’esistenza di due
potestà distinte seppure la Chiesa non è fornita della Spada cioè
del potere coercitivo. Allora si crea il “braccio secolare”, che
comporta la possibilità che il potere civile possa punire anche in
nome della Chiesa. Per molti secoli è stato così: si condannava
l’eretico e si affidava al braccio secolare, cioè al potere civile, che
provvedeva all’esecuzione. Sembrerebbe che l’Imperatore abbia
un potere sulla Chiesa ma Carlo Magno è un figlio della Chiesa.
Infatti in ragione della religione, in ragione dell’unzione, e
dell’incoronazione, che viene a ricevere, lui è sottoposto al Papa.
Una parte della storiografia sostiene che Carlo Magno sia un

78
Cesaropapista, cioè “un Imperatore che ha voluto schiacciare
la libertà della Chiesa, un’Imperatore che ha voluto regolare
la vita della Chiesa”. Ma questo non è vero. La riprova è data dai
numerosi Capitolari ecclesiastici. Su 4 volumi in cui si raccolgono
storicamente i Capitolari al tempo di Carlo Magno, 2 volumi sono
dedicati ai Capitularia Ecclesiastica.
Questa Chiesa che era riuscita dopo un lungo cammino a
ricostituire l’unità politica dell’Impero, non era capace in quel
tempo di operare una riforma di se stessa. Allora, si affidò
all’Imperatore. Pertanto, Carlo Magno non fu un Cesaropapista
nel senso tradizionale nel termine, perché non c’è stato un
provvedimento, un Capitolare Ecclesiastico che non abbia
emanato se non dietro suggerimento della Gerarchia ecclesiastica.
Naturalmente, parliamo di Carlo Magno e non dei Carolingi
perché, bisogna distinguere gli inizi della Dinastia Carolingia con
Carlo Magno, da quello che è l’operato dei successori. Infatti,
dopo Carlo Magno e Ludovico il Pio, abbiamo delle figure per cui
nelle Assemblee, nelle Diete, quando l’Imperatore veniva a
comunicare la sue volontà di emanare Capitulari Eclesiastici, la
nobiltà li bloccava.
Quindi, i Capitolari di Carlo Magno e di Ludovico il Pio,
non sono ingerenze nella vita della Chiesa, ma sono
obbedienza ad un piano di riforma che la Chiesa
necessitava di avere. Colui che fa da tramite è un
Monaco, Alcuino di York che era Padre Spirituale, Gran
Canceliere, perché Carlo Magno era analfabeta.
Tra l’826 e l’827, l’abate Ansegiso del monastero di
Fontanelle, nella Diocesi di Rouen, raccolse i Capitolari Commento [Unp3]: Questo
monastero aveva una grande Biblioteca
di Carlo e di Ludovico in 4 libri, di cui 2 dovette e uno “Scriptorium”, cioè un “luogo di

dedicarli ai “Capitolari Ecclesiastici”.


studio e di trascrizione dei testi.

Il motivo per cui la Chiesa aveva bisogno di una riforma


è dovuto dal fatto che, tra il 680 e il 740 aveva toccato il
fondo. La gerarchia andava in pezzi, il Clero era
ignorante e veniva reclutato senza criterio, regnavano
corruzione e indisciplina, l’aristocrazia laica si mostrava
invadente e prepotente. C’erano Diocesi prive di Vescovi

79
e Diocesi in cui ce ne erano due; prelati che si
allontanavano disinvoltamente dalle proprie sedi o si
facevano trasferire a sedi più importanti, ma soprattutto
più ricche, mentre le tradizioni canoniche volevano che il
pastore fosse legato indissolubilmente al proprio gregge. Commento [Unp4]: Parliamo del
problema della “Smonia”. La parola
In quel periodo i Vescovi non avevano la capacità di deriva da Simon Mago che negli “Atti

poter operare per tutto l’Impero una riforma della Chiesa.


degli Apostoli” chiede agli Apostoli di
comprare il potere dello Spirito Santo.
Allora, invocarono l’intervento dell’Imperatore.
Dobbiamo dire che, già Pipino il Breve aveva convocato
a Soisons un concilio che doveva rivedere la:
- Liturgia;
- Sacramento Gelasiano;
Oggi i Concili Ecumenici sono indetti dal Papa, mentre i Concili
locali dai Vescovi. Nel passato non erano così. Il primo Concilio
di Nicea fu indetto da Costantino. Qui è Pipino il Breve che dopo
aver messo da parte l’inetto Childerico III, si atteggia a Sovrano e
convoca un Concilio. Il motivo non è da vedersi come una
ingerenza nella vita della Chiesa, perché sia Costantino che gli
altri Re barbarici, facevano questo per motivi di ordine pubblico
perché il discorso dell’unità di fede, quando tutto il popolo è
credente, porta anche una unità all’interno del popolo. Un
dibattito teologico, invece, porta una spaccatura nel popolo.
Questo ci deve far capire l’attenzione che molte volte i Sovrani
dovevano porre anche al campo religioso. Il guaio, però, era che
quando gli Imperatori si mettono a fare i teologi, distruggevano
tutto. L’esempio lampante, è Giustiniano.
Questo interesse di Pipino il Breve, per la “Liturgia” e per il
“Sacramentario”, cioè il “Cerimoniale dei Sacramenti”, ci fa
capire che questa riforma della Chiesa partì dai testi, che sono
espressione della Liturgia e della vita della Chiesa. Nel 794, Carlo
Magno viene a prendere una posizione contro “l’Iconoclastia”,
difendendo tutta la dottrina delle “Immagini Sacre”. Per fare
questo, riunì a Francoforte un concilio. Inoltre, Carlo Magno
ordinò ad Alcuino la revisione della Bibbia e a Paolo Diacono la
redazione di un nuovo “Omeliario” da far adottare nei suoi regni.

80
Chiaramente, se ci mettiamo nella prospettiva del Cesaropapismo.
Tutto questo può sembrare una ingerenza. Se ci mettiamo nella
prospettiva di una Chiesa che ha bisogno del sostegno Imperiale
per attuare la riforma, tutto questo diventa uno strumento al
servizio della Chiesa. Del resto, i Monasteri svolgevano questa
opera. Alcuino di York, che era un benedettino, veniva a
moderare le esigenze sia di una parte che dell’altra. Nel senso che
i testi erano ordinati dall’Imperatore per la loro revisione, ma
questa revisione non era fatta da ufficiali Imperiali ma da uomini
di Chiesa che erano i depositari della cultura del medioevo.
La Chiesa, non si è mai risentita di questo. Non ci sono mai state
lamentele nei confronti dell’Operato di Carlo Magno e di
Lodovico il Pio. In Oriente invece, dove il Cesaropapismo fu
molto forte, soprattutto per il fatto che l’Impero durò più di 1000
anni rispetto a quello di Occidente, per cui la Chiesa fu sottoposta
ad un controllo notevole da parte dello Stato, le rimostranze del
Papa e dei Vescovi contro l’Imperatore furono notevoli.
Agobardo che fu il grande Arcivescovo di Lione tra l’814 e l’840,
attesta che “nella Chiesa, se una decisione di riforma non
avesse avuto l’avvallo dell’Imperatore, non sarebbe stata
osservata da nessuno”. Questa ci fa capire ancora di più che
l’Imperatore ha dato questo nome dietro suggerimenti della
Chiesa, perché altrimenti la riforma non si sarebbe potuta attuare.
Dopo Ludovico il Pio le situazioni cambiano. Ma sarebbe meglio
dire che, una volta morto Alcuino di York si è vista la debolezza
della Corte Imperiale.
Non avendo in quel momento delle figure culturalmente elevate
alle spalle, tutto diventa un gioco di accordi tra Imperatore e
nobiltà feudale. Cioè, l’Imperatore dipende sempre di più da
questi signorotti feudali che, di per sé, sono suoi sottoposti, ma
che alleati contro di lui lo rendono estremamente debole.
Uno degli episodi più significativi si verificò nella dieta di
Campiègne dell’823, quando i signori laici riuscirono a impedire
la promulgazione di un editto che prevedeva la restituzione alle
chiese, di beni detenuti da nobili.

81
La prima conseguenza dell’indebolimento della monarchia, è che
cambia la natura dei Capitolari. Con l’aumento del potere politico
dei nobili, le diete smettono di essere il luogo di semplice
pubblicazione di norme che sono espressione della volontà del Re
e diventano il luogo di discussione di tali norme, la cui
emanazione è sempre più condizionata dal consenso delle
Assemblee. Il fatto che a essere colpiti gravemente da questo
cambiamento sono stati i Capitolari ecclesiastici ferisce a morte la
politica di rapporti privilegiati con la Chiesa che era stata la
caratteristica del Regno di Carlo Magno.
I timori della Chiesa che, vedeva la monarchia non più in grado di
difenderla da una nobiltà interessata a mantenere l’organizzazione
ecclesiastica nel disordine, per poterla meglio dominarla,
avrebbero dato vita a quel grande fenomeno delle falsificazioni.
Questo fenomeno è tipico del IX secolo. Oggi il termine
“falsificazione” ha un significato diverso rispetto a quello che gli
veniva attribuito nel medioevo. Infatti, mentre oggi ci dà l’idea
dell’imbroglio, del furto, del danno, il falsificatore medievale
aveva una visione più romantica. Nel senso che quando si
scriveva un falso non si intendeva rubare, perché si trattava di
situazioni di possesso, di privilegio o di proprietà di cui la Chiesa
già ne godeva ma che non aveva i titoli per dimostrarlo. Allora, si
riproduceva il documento oppure si prendeva un documento
esistente e si interpolava, cioè si aggiungevano delle cose che non
erano scritte in originale.
La falsificazione può toccare:
- l’amministrazione della Chiesa;
- possesso di beni, di privilegi, di situazioni;
e si possono avere sia in ambito Ecclesiastico che in ambito
Civilistico. Infatti, abbiamo i “Falsi Ecclesiastici” e i “Falsi
Cesaristi”. Questi falsi si producevano nei monasteri, che erano i
luoghi della cultura medievale.
Furono contraffatti Capitolari Regi. Nel periodo che và dall’847
al 852, Benedetto Levita fece una grossa raccolta di Capitolari

82
falsi detta “Capitularia Benedicti Levita”. Questo falsificatore si
propose di portare avanti la collezione di Ansegidio.
In realtà Benedetto Levita prese a prestito proprio da Ansegidio
parecchio materiale e lo unì con del materiale inventato di sana
pianta. Alla fine abbiamo 3 libri e 4 Appendici che vengono a
riformulare l’opera di Ansegiso. Con pregi e difetti.
Difetti: solo una minima parte di questo materiale è autentico;
Pregi: solo una minima parte è veramente stato emanato;
Siccome questa collezione si proponeva di continuare l’opera di
Ansegiso, venne a soppiantare l’opera autentica. Cioè, circolò
l’opera falsificata e nella scelta del materiale autentico egli operò
una scelta del tutto capricciosa. Per cui, moltissimo del materiale
autentico venne a perdersi nel passaggio della raccolta dei
Capitolari tra Ansegiso e Benedetto Levita.
Accanto di Capitolari di Benedetto Levita, abbiamo un’altra
piccola collezione, i “Capitula Angilramno”, è un Vescovo di
Metz realmente esistito, al quale viene attribuita la paternità di
questa collezione di Capitolari.
Secondo alcune fonti, Angilramno di Metz avrebbe ricevuto
questa collezione da Papa Adriano I. secondo altri test, sarebbe
stato Angilramno di Metz a compilare questa collezione e a
metterla nelle mani di Adriano I. Di fatto, quando viene alla luce
questa collezione entranbi erano morti da un bel po’. E’ il
discorso di attribuzione di paternità di un testo ad un personaggio
autorevole per dare più prestigio, più autorità all’opera stessa.
Si tratta di un fenomeno molto diffuso in quel periodo, sia per
quanto riguarda le collezioni fatte dai Cesaristi che dai Canonisti.
Questo fenomeno è detto “Pseudo Epigrafi”. Si può fare
l’esempio di Sant’Agostino, non solo perché è l’autore più citato
nel medioevo, ma anche perché è l’autore al quale sono state
attribuite più opere non sue in tutto il medioevo.
Accanto alle falsificazioni che riguardano materiale di produzione
dell’Imperatore, in quel periodo abbiamo anche interpolazioni e
falsificazioni che toccano le collezioni canoniche. Un testo che
era già noto e diffuso nella Iberia, la “Collectio Hispana o

83
Hisidoriana”, diventa un testo interpolato. Questo testo si
chiama: “Collezioni di Decretali Pseudo-Isidoriane” che forse
sono l’esempio di falsificazione canonica più compiuta e anche
più famosa. Questo perché, questi ignoti falsificatori avevano una
tecnica di composizione molto sofisticata che li rendeva molto
simili, se non letteralmente migliori a quelli che circolavano
veramente. Inoltre, queste Pseudo-Isidoriane, sono diventate
famose anche perché hanno raccolto nel loro interno il più celebre
falso del medioevo e cioè, la “Falsa donazione di Costantino”.
Questo Isidoro a cui è attribuita quest’opera, non è Isidoro di
Siviglia, anche se il nome lo richiama. Secondo alcuni
manoscritti, si definisce “Peccator”. Secondo altri manoscritti,
era un “Mercator”, cioè un “Mercante”.
Non sappiamo nulla di lui e non sappiamo neanche che
collegamento potesse avere con Isidoro di Siviglia. Di fatto, lui
che di per sé non è un ecclesiastico, sostiene di essere stato
sollecitato alla compilazione di questo testo da 80 Vescovi e da
un gruppo di Canonisti.
L’intervento falsificatorio delle Pseudo-Isidoriane assume quasi le
coordinate di una scienza. Sistematicamente, tutti i documenti che
si sapeva erano esistiti nel passato ma non si avevano più in
mano, vengono riprodotti ex novo; Documenti autentici vengono
ad essere interpolati; documenti nuovi vegono ad essere creati e
attribuiti nella loro paternità a personaggi illustri del passato,
realizzando quel principio che abbiamo accennato prima, e cioè:
“più si era vicini all’antico, alle origini della Chiesa, più la fonte
veniva reputata autentica o almeno non interpolata;
Il tema dei falsificatori voleva anche definire alcune dottrine della
Chiesa. Soprattutto nella Chiesa di Gallia, molto vicina ai territori
Imperiali, abbiamo un fenomeno curiosissimo di “emulazione”
rispetto alla gerarchia civile. L’Impero Carolingio aveva una
struttura che è quella del “Feudo”. Il “Feudo”, è una “piramide
gerarchica al vertice del quale c’è l’Imperatore e poi abbiamo
tutto un discorso di dipendenza” che volgarmente è detto:
“Vassallaggio”, ma che si esprime con l’istituto germanico della
“Fidelitas”. Ebbene, nella Chiesa di Gallia pian piano si viene a

84
guardare a questo modello anche per quanto riguarda la gerarchia
ecclesiastica. Gerarchia ecclesiastica, che doveva avere al vertice
il Papa. Invece, lì viene a costituirsi quasi una struttura di Chiesa
che più tardi sfocierà in tentativi di Chiesa-Nazionale. L’intento
dei falsificatori è anche quello di controbattere la tendenza di
alcuni Vescovi francesi di creare forme di vassallaggio tra
Vescovi. Le false Decretali, si opposero estremamente ad ogni
forma di assetto feudale della Chiesa nei territori della Gallia,
sostenendo che quella prassi non era prevista, quella prassi era
contro la legge, quella prassi non è nel pensiero diCristo.
I personaggi coinvolti in questa lotta sono più di uno, ma quello
più celebre è “Incomaro Vescovo di Reinz” morto intorno
all’882. Era Teologo, scrittore di Trattatelli moraleggianti ed era
un uomo molto legato alla Corte Imperiale. Quest’uomo aveva
tentato di applicare alla geografia della Chiesa di un vassallaggio,
cioè criteri di dipendenza delle Diocesi concentrandole intorno al
“Metropolita”. Ma incontrò l’opposizione degli ecclesiastici del
tempo. La più famosa opera falsificatoria è la “Donazione di
Costantino”, chiamata anche “Constitutum Costantini”. Questo
testo fu introdotto nella metà del IX secolo, nella collezione
“Decretati pseudo-Isidoriane”. Si tratta di un testo che
probabilmente nasce prima del IX secolo e che ha subito una certa
stratificazione, ma la volontà dei compilatori di questo falso è di
retrodatarlo a Costantino. Quindi, Costantino nel IV secolo
avrebbe fatto delle concessioni all’allora Papa Silvestro. Queste
concessione sono veramente ampie e alcune del tutto astoriche.
Questo testo che si può retrodatare alla metà dell’VIII secolo, è un
testo che è stato riputato autentico:
- sia per il rispetto del documento in quanto tale.
Abbiamo detto come gli antichi venerassero i
documenti come prova, come testo;
- sia perché in quei secoli gli studiosi non avevano i
mezzi per poter valutare la autenticità. Solamente
nel 1440, questa falsa decretale che racchiude la
donazione di Costantino, fu reputata falsa dagli
Umanisti italiani e, in concreto, da Lorenzo Valle

85
che fece uno studio su questo argomento. Però, fino
al 1440 fu reputata autentica; Commento [Unp5]: Non dobbiamo
pensare che queste falsificazioni
volessero in qualche maniera
attraverso questa donazione, Costantino concedeva a defraudare o rubare ciò che la Chiesa
non avesse. Tutto quello che si reputa
Papa Silvestro: aver ottenuto da Costantino, di fatto,
era goduto dalla Chiesa nell’VIII e IX
secolo. Solo che, molte volte non si
1) Il Palazzo del Laterano. Infatti, dal IV secolo i Papi aveva più la documentazione per
dimorarono in questo Palazzo; poterne stabilire il titolo di possesso.

2) Determinate insegne vennero date al Papa (il


diadema, il mantello);
3) Basiliche già costruite;
4) Enormi concessioni terriere per sostenere il culto
nelle Basiliche. E’ vero che al tempo di Costantino
si cominciò la costruzione delle Basiliche, ma il
culto dei lumi così come è descritto nella falsa
donazione di Costantino, non era ancora presente
nel IV secolo;
Inoltre, Costantino avrebbe trasferito la Capitale dell’Impero a
Costantinopoli e si fosse trasferito lì, proprio per evitare di dare
ombra a quello che poteva essere l’esercizio delle funzioni del
Romano Pontefice. In realtà questo non è vero. Quindi, in questa
falsa lettera decretale abbiamo elementi che ci fanno dubitare
della veridicità, ma non ci devono far dubitare del fatto che la
Chiesa, in quel momento, avesse quel tipo di disponibilità.
Comunque, ci sono connessioni tra la falsa donazione di
Costantino e la “Promissivo Carisiaca” perché, tutto quello che
ancora non risultava essere stato consegnato, veniva ad essere
ricordato all’Imperatore come “non solo espressione della
promessa fatta da Pipino il Breve a Stefano II, ma anche come
concessione più ampia che già Costantino aveva fatto secoli
prima.
Copitularia Legibus Addenda: nel tempo dei Carolingi, abbiamo
la consacrazione della “Personalità del Diritto”. Questa
“personalità del Diritto” è propria del mondo germanico, per cui
era impossibile che una dinastia di stirpe germanica come era

86
quella franco-carolingia potesse in qualche maniera schiacciare
questo principio.
Carlo Magno in persona affrontò il problema, perché se da una
parte c’era stata una “Riductio ad Unum” sia dal punto di vista
religioso, con la conversione al cristianesimo di tutti i popoli
germanici, sia dal punto di vista politico, con l’incoronazione di
Carlo Magno nella notte di Natale dell’800, dall’altra il
necessario passo in avanti che doveva essere fatto era l’unità
giuridico.
“Unum Ius, cum unum sic Imperium” cioè “ci sia un solo
diritto, perché c’è un solo Impero”.
In quel periodo ci furono diversi tentativi per giungere ad una
unità giuridica, ma tutto questo si scontrò con un discorso di
rispetto delle “Leggi Personali”. Il Vescovo di Lione, Agobardo,
suggerì che la “Legge Personale degli Imperatori diventasse la
legge dell’Impero”, ma Carlo Magno non accettò.
Ecco allora che accanto al diritto vecchio rappresentato dalle
leggi personali, si affianca un diritto nuovo che è dato dai
“Capitolari”.
Che Carlo Magno sia stato colui che per mediare le 2 posizioni,
cioè lasciare una personalità del diritto estrema come era nel
passato, oppure schiacciarla attraverso l’imposizione della legge
dei Carolingi, avesse scelto il discorso dei Capitularia Legibus
Addenda risulta da tutte le fonti che ci sono pervenute. A questa
mediazione si è giunti grazie ad Alcuino di York, che suggerì a
Carlo Magno di creare dei “Concili”, delle Diete mettendo
insieme feudatari laici ed ecclesiastici. Parliamo dei “Concili
Misti”. Tutto questo è molto importante perché ci fa capire come
Carlo Magno vuole una mediazione anche attraverso la Chiesa.
Questo perché, al di là della molteplicità del diritto legato alle
leggi Personali, certamente una unità di prassi a livello di Chiesa
era presente nell’Impero. La Chiesa avendo proprie Diocesi,
proprie scuole, propri tribunali, ha una prassi comune di vita, di
fede, di prassi giuridica e tutto questo può essere utile per
mediare le 2 posizioni.

87
In uno di questi Concili, Carlo Magno fa leggere la
“Collezione Dionisiana” che è la sintesi del diritto della
Chiesa nei primi sei secoli. Carlo Magno l’aveva
solennemente ricevuta da Papa Ariani I nell’anno 774,
anno in cui venne ricevuto a Roma con gli onori
dell’Esarca di Ravenna (era stato unto nel monastero di
Saint-Denis). Quindi, il diritto della Chiesa viene ad
essere recepito come diritto da osservare quasi come
legge personale. Commento [Unp6]: La regola di San
Benedetto è del VI secolo. Viene ad
Riguardo alla portata dei Capitolari Le gibus Addenda essere letta in uno di questi Concili e

dobbiamo dire che, alcune fonti sostengono che: “Carlo


diventa “La regola monastica
dell’Impero”. Esistono altre regole oltre
a quella di San Benedetto, alcune più
Magno ha preso tutte le leggi Popolari dei popoli antiche. Ma noi vediamo che nell’epoca
dell’Impero e, attraverso i Capitolari Le gibus Carolingia, si considererà le regole di S.
Benedetto con maggiore attenzione,
Addendo, le ha moderate”. Altri, invece, sostengono perché è una regola romana scritta

che: “Tutto questo è stato il punto debole della politica vicini Roma.

di Carlo Magno, perché quest’opera è ridotta al


nulla”. Dobbiamo dire che, è vero che Carlo Magno non
ha avuto né possibilità né modo di intervenire su tutti le
leggi personali, però per alcune di queste abbiamo degli
interventi molto forti.
Capitulare Italicum: il Capitulare Italicum, non è un capitolare
come tutti gli altri, perché è composto per la maggior parte di
materiale che si aggiunge agli Editti Longobardi ed è legato al
fatto che Carlo Magno ha cinto la Corona dei Longobardi. Come
Re dei Longobardi rispetta la loro legge Personale, ma allo stesso
tempo aggiunge una serie di disposizioni a questi editti
longobardi e il tutto lo chiamò il “Capitulare Italicum”. In
questo caso, Carlo Magno ha voluto dare una certa colorazione
franco-carolingia a quella che era la legislazione longobarda.

88
Il Feudo

A partire dal 300, nell’Italia Meridionale gli studiosi


cominciarono a discutere sulla realtà del feudo. In particolare, se
il feudo fosse un istituto nuovo, ossia un “Nomen Novum”,
oppure avesse radici romane. Nel dibattito si inserì la voce
autorevole di un autore che si chiama “Andrea d’Isernia” il
quale era convinto, come una buona parte degli autori del tempo,
che il feudo fosse un “Nomen Novum”.
Nel 500, dopo che l’umanesimo aveva rivitalizato il gusto per la
storia, si cercò dal punto di vista accademico ed erudito, di
proporre il problema delle origini del feudo. Un autore tedesco,
Ulrico Zasio, disse che : “il feudo era in realtà qualcosa che si
poteva far ritornare al diritto romano”. Quindi, si supera il
discorso proposto da Andrea d’Isernia sul nuovo istituto del
feudo, istituto di diritto medievale e non di diritto romano, e si
torna indietro dicendo che: “nel diritto romano si può trovare
qualcosa che somiglia al feudo”.
Quello che è alla base di questo ritorno al diritto romano, è l’idea
della “Clientela”. La Clientela era un aspetto di dipendenza
propria del mondo romano e, secondo Ulrico Zasio, questi l’aveva
esportato in Gallia e in Germania. Solo che, mentre in origine la
Clientela era quel “Rapporto di dipendenza tra la persona che
non essendo in grado di reggersi da sola si appoggia a
qualcuno”, quando parliamo di Clientela in riferimento alla
Gallia e alla Germania l’aspetto viene applicato ai “Veterani
Militari”.
Quindi, mentre la clientela romana era una “Clientela di Pace”,
la Clientela in Germaniae in Gallia era una “Clientela di
Guerra”.
In epoche più vicine a noi, i punti di vista cambiarono ancora. In
Carlo Molino, (Dumoulin Charles Giurista francese), a dar vita ad
una teoria che è stata adottata dalla storiografia moderna. Secondo
questa teoria “il feudo sarebbe stato inventato dai Franchi, e
avrebbe visto la luce ai tempi dell’insediamento in Gallia dei
Merovingi all’inizio del V secolo”. Dinastia che Pipino il Breve

89
venne poi a mettere da parte; Poi i Longobardi l’avrebbero
conosciuto dai Franchi e importato, oltre che nell’Italia Padana,
anche nel mezzogiorno.
Quindi, abbiamo 3 teorie:
1) Un nome nuovo;
2) Una origine Romana;
3) Una invenzione dei Franchi;
Il momento di fusione dei 3 istituti che compongono il feudo, si
viene ad avere esattamente sotto i Carolingi. Quindi, possiamo
sposare la teoria secondo cui: “il Feudo è nato sotto i Franchi”.
Poi, con le necessarie importazioni ed esportazioni la realtà del
feudo si è diffusa altrove. Tuttavia, dobbiamo stare attenti al fatto
che:
a) prima del X secolo non appare mai il nome “Feudo”;
b) Quando parliamo dei 3 istituti che compongono il Feudo,
non dobbiamo pensare ad una formula chimica. Cioè,
prendiamo il “Vassallaggio”, il “Beneficio” e
“l’Immunitas” e abbiamo il “Feudo”. Il Feudo è il
momento terminale della fusione di questi istituti che in
precedenza erano entrati in connessione tra loro;
Ecco perché certi aspetti del Feudo li troviamo presenti nel V
secolo, ma non vengono a trovare quella coesione con gli altri
istituti se non nel IX secolo. Quindi:
- Il Feudo è un istituto nuovo rispetto al diritto romano;
- Il Feudo è un qualcosa che si consacra con i Carolingi, ma
gli elementi di questo feudo, che appartengono a 3 eredità
giuridiche differenti, entrano in connessione tra di loro.
Questa connessione durerà per secoli e non sempre è
uniforme;
Quindi, tra gli elementi principali del feudo singolarmente intesi e
la loro fusione nel feudo, avviene nell’arco di tempo molto ampio.
Il Feudo consta dell’Unione di 3 istituti, che sono:

90
1) Un Rapporto Personale che si fonda sulla “Fidelitas” e si
manifesta nel “Vassallaggio”. Questo rapporto personale è
il “Rapporto che intercorreva tra un Senor e un Vassus”,
cioè tra un “Signore e un suo Subordinato”. Il Vassallo
non si deve vedere come un “Servo”, perché aveva o in
“Grado militare” o “quarti di nobiltà”. Questo istituto è di
profonda matrice germanica;
2) Una “Concessione Patrimoniale” ispirata da
“Benevolenza” e usata come “Remunerazione”. Proprio
perché il termine deve esprimere la benevolenza e la
remunerazione, questo secondo istituto si chiama
“Beneficium”, “Bonum facere”. Questo istituto, è di radice
“Ecclesiastico”;
3) “L’Immunitas” che viene ad essere un “privilegio o una
serie di privilegi”, sempre doti in connessione alla
“Fidelitas”. Maggiore è la fidelitas, il grado di fedeltà,
maggiore sarà la concessione di “Immunità”. Siccome
l’immunità si concede non in astratto ma su delle terre,
questa immunità è essenzialmente legata al territorio del
fondo o ad alcune manifestazioni di giurisdizione all’interno
del feudo. Quindi, l’immunità può essere intesa in “senso
Negativo” che in “senso Positivo”. In senso negativo, una
qualunque forma di autonomia;
Rapporto Personale: la fidelitas era un istituto proprio del
mondo germanico mutuato da un ambiente militare, quali erano le
popolazioni germaniche, e consisteva nel “Rapporto di fedeltà
che il Vassallo doveva prestare al suo signore”: Alcuni hanno
voluto indicare una fidelitas come un istituto già presente nel
mondo romano di Oriente.
Secondo alcune fonti bizantine, i monarchi di Costantinopoli
avrebbero preteso un giuramento di fedeltà da tutti i
“Funzionari” sin dal V secolo. Il fatto che l’imperatore
pretendesse la fiducia dei suoi funzionari è vero, ma quello non è
un rapporto di Vassallaggio, ma è un rapporto di fedeltà.

91
Anche se nelle fonti c’è questa attestazione, la fideletasa non è un
qualcosa di esclusivo del rapporto di Vassallatico. Abbiamo detto
che la “Fidelitas” si manifesta nel Vassallaggio, ma non è detto
che altri rapporti di fidelita non esistessero. Del resto, se vogliamo
vedere formile di giuramento con prestazione di fedeltà, le
troviamo nei Longobardi, nei Visigoti. Quindi, che un Re
pretendesse, anche al di fuori di un ambiente feudali, la fedeltà di
coloro che gli erano vicini a cui attribuiva incarichi relativi al
comando, alla guerra, al mondo militare, era un fatto comune.
Alla fidelitas generale, prestata da tutti i Cives all’Imperatore, si
contrappone la “Fidelitas Specifica“. Una di queste è il
“Vassallaggio”. Nel Vassallaggio abbiamo una fidelitas specifica
che si aggiunge ad una fidelitas Generale. Carlo Magno fà molto
uso della fidelitas. In particolare, è estremamente fiscale sul fatto
della fidelitas.
Infatti, quando nell812 con il trattato di Aquisgrana con i
Bizantini rinuncia al titolo di “Iperatore dei Romani” e rimane
Imperatore, pretende nuovamente la “Fidelitas” da tutti i suoi
Vassalli perché è cambiato il titolo. Era stata prestata in quanto
“Imperator Romanorum”, ma il titolo in quel momento era stato
restituito a Bisanzio per cui, la fedeltà doveva essere nuovamente
prestata riguardo al nuovo titolo, quello di “Imperatore dei
Franchi”. Come possiamo vedere, nel periodo di Carlo Magno
l’idea della Fidelitas era talmente forte, che qualunque reato viene
qualificato come una forma di infedeltà, sia a livello generale che
a livello specifico.
Questo rapporto personale di fedeltà, si può perdere sia per
inadempienze del “Senior” che del “Vassus”. Quindi, questo
rapporto di fedeltà si scioglie non solo nel caso in cui l’inferiore
tradisce il suo superiore, ma anche nel caso in cui il “Senior” non
si “mostra quel garante quel protettore che invece, attraverso
l’atto di “Commendatio”, doveva essere.
Un Capitolare, forse di Ludovico il Pio dell’816, elenca i
5 casi in cui il Vassallo poteva legittimamente sottrarsi al
rapporto con il Senior:

92
1) Quando il senior pretendeva ingiustamente
servizi non previsti; Commento [Unp7]: Questo perché
attraverso la “fidelitas” e la
2) Quando il senior congiurava contro la sua “commendatio” non si diventava servi,
si diventava dipendenti. Allora, ci
vita; potevano essere delle prestazioni non
3) Quando il senior attentava alla vita del pattuite.

Vassus;
4) Quando il senior commetteva adulterio con la
moglie del Vassus;
5) Quando il senior tralasciava di difenderlo;
Quest’ultimo caso poteva essere invocato dal Vassallo soltanto
quando il rapporto fosse stato instaurato con la “Commendatio”.
Sono fattispecie che in buona misura coincidono con quelle che
Rotari al numero 169, prevede per la diseredazione dei figli. Cioè,
dei casi in cui il figlio si rende così colpevole nei confronti del
padre, che si tagliano i vincoli del sangue. Questo ci fà capire che
questa fidelias promessa attraverso la “Commendatio”, istaurava
quasi un rapporto familiare. Per cui, la rottura della fidelitas
comportava la perdita non solo del rapporto di fedeltà, ma anche
dei benefici e delle immunità che erano annesse.
La “Commendatio”, è una forma solenne di promessa della
fidelitas. Ma la promessa della fidelitas poteva avvenire in altre
maniere. L’atto di Commendatio, era un atto che non era stato
inventato dai Carolingi ma si praticava da secoli. La troviamo
nella Lex Romana Visigotorum, riguardo all’assunzione dei
buccellati nel “Patrocinium di Patenti”. I Longobardi l’avevano
attinta dagli usi volgari e ne avevano tratto la condizione semi-
servile di una categoria di lavoratori della terra detti,
“Commandati”. Erano gli eredi degli antichi contadini che si
comandavano al “Patrocinium” di potenti.
La prima descrizione di una “Commendatio” eseguita mettendo
“le mani nelle mani del signore pronunciando solenne
giuramento di fedeltà”, riguarda non servi o semiliberi ma un
personaggio di grandissimo rilievo, il potente duca Tassilone di
Baviera il quale, facendo atto di sottomissione, si commenda nel

93
757 al Re dei Franchi Pipino e ai suoi figli. Si tratta della più
antica vassello altolocato che si affacci nella storia.
Beneficium: è l’elemento patrimoniale del feudo, ma nasce come
istituto a se ed ha la sua matrice a livello di diritto della Chiesa.
La Chiesa, come antecedente del Beneficio, conosceva la
“Precaria”. La Precaria, era una “forma di concessione terriera
utilizzata dalla Chiesa per venire in contro ai suoi stessi
Benefattori”. Ad esempio, essendo Tizio proprietario di terreni, è
tenuto a versare delle tasse, dei tributi. Allora, il proprietario lo
dona alla Chiesa. Con la donazione quel terreno diviene “esente”
da tasse, diventa “Immunitas”. La Chiesa redige un atto di
benevolenza con cui concede a Tizio il terreno in “uso” pagando
un tributo, una decima.
Coloro che volevano romanizzare tutto, sostenevano che: “la
Precaria della Chiesa non è altro che l’evoluzione di un antico
istituto che si chiamava Recarium del diritto romano, tanto
antico che non lo conosce più nessuno”. E’ vero che la parola
“Precaria” richiama il vecchio “Precarium Romano”, ma in
realtà ne differisce parecchio.
Precarium Romano:
- Era un istituto di concessione terriera gratuita;
- Era un istituto agrario provvisorio;
- Non si può considerare un contratto;
Precaria:
- Era un istituto di concessione che non è gradito, perché si
richiede un censo, si richiede una decima;
- Era un istituto a termine, anche se il termine era prolungato;
- Era una forma di contratto;
Pian piano, l’istituto della “fidelitas” e del “Beneficium”
vengono a collegarsi. A partire da un Capitolare di Pipino
dell’anno 751, l’Autorità imperiale assegna dei territori a coloro
che, nel campo militare e in concreto nelle guerre, hanno
dimostrato maggiore fedeltà all’Imperatore. Però, con il passare

94
del tempo la nobiltà pretese di avere in Beneficium terreni che
sono della Chiesa. Al tempo di Carlo Magno e di Ludovico il Pio,
queste concessioni di terreni della Chiesa erano limitatissime se
non addirittura inesistenti. Ma quando abbiamo figure imperiali
più deboli, la nobiltà comincia a farsi assegnare territori della
Chiesa.
Quindi, la prassi della Chiesa di concedere in Precaria e in
Beneficium terreni, venne recepita dall’Imperatore e applicata al
mondo militare. Siccome i terreni della Chiesa erano già esenti,
quelli che vennero dati in Beneficio ai militari, presentavano così
già una esenzione di fondo, esenzione che venne ad essere
ulteriormente garantita da privilegi concessi dall’Imperatore.
Per tutta l’Età Carolingia abbiamo la prassi del Beneficio, ma non
abbiamo una vera definizione di Beneficio. In genere, si intende
“l’atto benevolo di concessione terriera a coloro che mostrano
fedeltà e ossequio all’Imperatore”. Queste concessioni da parte
dell’Imperatore, non erano però concessioni stabili. Nel senso
che, godevano di una stabilità unita ad una “possibilità di
Revoca”. Cioè, era “Al Libitum”. Il fatto che non fosse una
concessione di “Uso” con carattere aleatorio, fa si che non
abbiamo per tutto il IX secolo alcun contratto alcuna forma scritta
che attesti la concessione del “Beneficium”. Questo perché:
a) Ogni qual volta che si poneva per iscritto un qualsiasi atto,
nel diritto avere una garanzia di stabilità;
b) Mettendola per iscritto si impediva all’imperatore di
revocarlo in qualsiasi momento. Cioè, finchè c’è fidelitas
c’è anche Beneficium. Se viene a mancare la fidelitas, il
beneficium viene ad essere revocato;
Dobbiamo dire che, la grande coesione che ha avuto l’impero
carolingio nella struttura feudale l’ha avuta giocando proprio sulla
“possibilità di revoca del Beneficium”. La storia era “se il
feudatario fosse stato fedele nella sua vita e alla sua morte
avesse consegnato tutto nella disponibilità dell’imperatore,
quest’ultimo, forte della fidelitas ricevuta, avrebbe reinvestito
nei figli”.

95
Naturalmente, il Beneficio essendo privo di documentazione era
spesso fonte di disordine. Infatti, molti truffatori riuscivano a
trasformare il godimento temporaneo e aleatorio in proprietà
alienando illegittimamente il beneficio a terzi, per poi ricomprarlo
e ottenere così una carta Notarile che comprovasse la falsa
appartenenza del bene. Di fronte a queste malefatte, l’Imperatore
si indigna, non perché il malfattore aveva compiuto una truffa, ma
perché si era macchiato di “Infedeltà”. Per avviare a questa
confusione, i sovrani inviarono “Missi Dominaci” in varie città
ad accettare lo stato dei vecchi benefici laici ed ecclesiastici.
Immunitas: abbiamo detto che i terreni della Chiesa erano
immuni, erano esenti da tasse, allora, quando iniziò la pratica di
assegnare parte dei grandi latifondi terrieri della Chiesa come
“Terrieri in Beneficio”, questi terreni già presentavano delle
immunità di base. Però, l’immunità è una sorta di privilegio che
dipende dal grado di fedeltà. Per cui se anche materialmente
l’immunità si lega all’istituto del Beneficio, perché i terreni dati
sono già immuni, la fidelitas si rafforza e cresce come istituto
legandosi proprio alla immunitas, perché maggiore è la fedeltà e
maggiore è anche la concessione di autonomia o di esenzione.
Se sul beneficio o sul rapporto personale che è il Vassallaggio
non ci sono grosse discordie tra quelle che sono le linee
storiografiche, quando parliamo della “Esenzione” non abbiamo
un’unica voce nel coro. Infatti:
1) per molti queste immunità è solo un’unità di carattere
fiscale. Cioè, sono “tasse che non si pagano”. Quindi, si fa
riferimento soltanto all’origene esenzione che era propria
dei terreni della Chiesa;
2) secondo altri, oltre ad un discorso di esenzione delle tasse,
era una “Esenzione di giurisdizione”. Per cui, il Conte o il
feudatario maggiore non poteva entrare fisicamente nei
terreni che erano sottoposti ad immunitas e concessi ai
feudatari minori;

96
Al di là di una visione negativa di esenzione, c’è anche una
visione positiva che rientra in un concetto di autonomia che sarà
la chiave che aprirà le porte alle civiltà comunale. Riunendo
questi 3 Istituto, abbiamo la realtà del feudo nella sua
“Completezza”. Questa realtà è la forma con la quale l’impero è
stato unito. Però, la debolezza degli imperatori iniziò a scalfire
l’unità dell’istituto e di conseguenza, la stessa solidità
dell’Impero. Infatti, fino a quando ci sono state figure forti di
Imperatori, il Beneficio rappresentò l’elemento di forza in mano
all’imperatore. Ma quando le figure imperiale cominciarono ad
essere deboli, si intravedono delle aperture che successivamente
portarono alla “Ereditarietà del Feudo”.
Una figura che contribuì alla distruzione dell’impero, fu quella di
Carlo il Calvo, penultimo imperatore della dinastia franco
Carolingia. Nell’anno 877 Carlo il Calvo riunì una Dieta a
Aniezzy. In quel periodo Carlo si trovava a vivere da una parte
vicende familiari non proprio lineari e dall’altra, la necessità di
andare in guerra. Allora, per garantirsi la fedeltà dei capi militari,
promise: “di investire con i medesimi onori i figli dei militari
che fossero caduti in guerra”. Alcuni hanno visto in questo
l’inizio della “Ereditarietà dei Feudi”. Ma questo non è vero,
perché Carlo il Calvo si impegnò solamente a dare gli stessi onori,
e per onori intendiamo i Benefici, il Feudo, ai figli di coloro che
morivano.
Ma questo non è diverso dalla prassi normale perché alla morte
dei padri, che sono stati fedeli in battaglia, i beni ritornavano nella
disponibilità dell’imperatore. La variante, è che “l’Imperatore si
impegnava a darli ai figli”. Se questi erano minori, si costituiva
una “Reggenza” in modo tale da poter subentrare a quelli che
furono gli onori dei padri.
Ma si tratta di una tantum, un modo di procedere solo per quella
volta e solo per quelle persone che fossero morte durante la
guerra. Negli altri casi, si seguiva la regola normale. Cioè, alla
morte del feudatario i beni ritornavano nella disponibilità
dell’imperatore e poi venivano restituiti.

97
Questa promessa determinò una crepa a questa prassi, perché i
nobili sempre più potenti cominciarono a chiedere sempre di più.
Alla fine, se per tutto il primo millennio rimase la prassi del
Beneficio dato in concessione, superato l’anno 1000 abbiamo una
certa novità di situazioni che porterà alla “Ereditarietà”.
Anno 1000: è un anno strategico, sia per quanto riguarda la
storiografia che per tutte le altre attività umane. Verso la fine del
primo millennio, si diffuse una paura sulla fine del mondo. Quasi
che, al compimento dell’anno 1000, tutto dovesse crollare, finire.
In tutti gli aspetti della vita umana:
- La cultura;
- Il sapere;
- La demografia;
si ha un totale rallentamento. Non si costruisce più, non si coltiva
più, non si fanno più figli. Ma tutto questo cessa all’alba del
nuovo millennio. In questo periodo si ha una forte ripresa. Infatti,
il secolo XI è il secolo che segue un grande distacco dal millennio
precedente. Dal punto di vista politico, comincia il passaggio dal
“Feudo” al “Comune”. Il grande sviluppo economico cambia
faccia alla società europea.
Anche l’agricoltura subì una trasformazione. La crescita
demografica richiese lo sfruttamento di terreni sempre più lontani
dalle mura cittadine, così allo scavo delle reti di canali per
l’irrigazione, si aggiunge il bisogno di costruire strade, case
coloniche. Infatti, i lavori di bonifica furono talmente tanti che il
paesaggio agrario venne mutato. E’ ovvio che i costi elevati
richiedevano investimenti a lunga scadenza. Quindi, solo e coloro
che avevano un gradimento prolungato del bene e le possibilità di
trasmetterlo agli eredi conveniva affrontare imprese di bonifica.
Il beneficio, invece, per la natura temporanea e revocabile, non
invogliavano e fare spese straordinarie, e così rischiavano di non
andare al passo con i tempi. Pertanto, occorreva renderli
“Stabili”. Allora, l’imperatore Corrado II il 28 Maggio 1037

98
emanò il famoso “Edictum de Beneficiis” con il quale apportò la
stabilità dei “Benefici”.
In base a questo editto, un beneficio che veniva dato non poteva
essere revocato “ad libitum” (a proprio piacimento), se non per
propria colpa, da provare davanti ad un Tribunale di pari oppure
dell’Imperatore o di suoi “Missi”.
A questa stabilità dei feudi, si unisce il fatto delle loro
“Ereditarietà”. I figli succedevano nei benefici, e in loro
mancanza i figli dei figli, eccezionalmente i fratelli.
Pertanto, dopo l’Edictum de Beneficiis i fendi non sono più nella
disponibilità dell’imperatore. Questo editto fu aggiunto al
Capitolare Italicum, cioè quella serie di editti Longobardi,
diventando il testo vigente in Italia. Su questo tema dell’Edictum
di Beneficiis e sulle sue conseguenze, nacquero le consuetudini
feudali presenti sul territorio italiano.
Quindi, da questo editto si ha una diminuzione dell’elemento
personale, un accrescimento dell’elemento patrimoniale ed una
totale immunità al punto tale da rendere questo bene un bene
ereditario.
Naturalmente, non si deve far rientrare nella “Ereditarietà dei
feudi” tutti i feudi ma solo una parte. Nella ereditarietà si
facevano rientrare i “Feudi Maggiori” mentre ciò che era affidato
ai Conti nò. Questo perché, i Conti ricevevano dei territori sui
quali esercitavano “Giurisdizione in nome dell’Imperatore”.

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Il Diritto Bizantino
Quando Carlo Magno viene incoronato, di fatto in occidente
restarono ai Bizantini l’Enclave di Ravenna e una parte del Sud
d’Italia. Leone III regnò come imperatore dal 717 al 741. E’ detto
l’Isaurico, per la sua regione di provenienza, l’Isauria una regione
dell’Asia minore. E’ stato un Imperatore che si è ricoperto di
onori militari e amministrativi. Nel 719 viene a riportare una
grande vittoria sugli arabi, che erano ad un passo dal prendere
Costantinopoli. Riuscì a respingerli nell’Asia e a tenerli al di fuori
dei confini dell’impero d’oriente. Quasi un po’ a ribadire la regola
generale propria del mondo orientale, e cioè che “le vittorie
militari dovessero in qualche maniera essere seguite a
promozioni legislative”, egli vanno a legiferare con una
particolare forma che noi chiameremo “Antologia delle leggi”. Il
titolo di quest’Opera è “Ecloghe Tonnòmon”, che significa
“Selezione, Scelta delle Leggi”. Viene presentata come un
Compendio di norme tratte dalle Opere di Giustiniano. Questo è
quello che viene asserito da Leone III. In realtà, quest’Opera è più
che altro la raccolta neanche tanto selezionata di consuetudini
Bizantine. L’elemento di consuetudine, è l’unico elemento che
non è presente nelle opere di Giustiniano la data di nascita di
questa legge è incerta. La storiografia continua a farla oscillare tra
il 726 e il 741, che sono proprio gli anni del contrasto tra
l’Imperatore d’Oriente e la Chiesa perché nel 726 viene ad essere
dettata l’Iconoclastia. Questa “Ecloga” si presenta come un testo
realmente modesto. Se noi guardiamo a quello splendore di
organizzazione giuridica che è l’Opera di Giustiniano, chiamata
“Templum Iustiae”, quando noi guardiamo questa Ecloga (si
tratta di 150 capitoletti ordinati sistematicamente in 18 titoli)
vediamo che il paragone non è possibile. Tuttavia è un qualcosa
che ci dice come nonostante i tentativi Imperiali dopo Giustiniano
di dettare nuove norme, Giustiniano rimaneva sempre una solida
base di riferimento. E il fatto che l’Ecloga contenesse molto
materiale consuetudinario, ci fa capire come quella raccolta di
materiale consuetudinario non poteva escludere quella raccolta di
“Iura”, “Leges” e “Principia Iuris” assurti al valore di legge e

100
che effettivamente mantenevano il loro peso e il loro valore. In
questi 150 capitoletti, troviamo parecchio materiale di diritto
privato e parecchio materiale di diritto penale.
Diritto Privato: si presta particolare attenzione agli “Sponsali”,
al “Matrimonio”, ai “Rapporti patrimoniali tra i coniugi”, le
“Donazioni”, la “Successione Testamentaria” e varie forme di
acquisizione di beni.
Per quanto riguarda il matrimonio, l’Ecloga prevedeva 2 modi di
conclusioni:
- éngrafos gàmos: (matrimonio scritto), si concludeva con una
scrittura notarile eseguita alla presenza di 3 testimoni e
destinata soprattutto alla definizione solenne degli assetti
patrimoniali;
- àgrafos gàmos: (matrimonio non scritto), si concludeva con
una celebrazione adatta ai non ambbienti, tenuta o in Chiesa
o davanti ad amici;
Il matrimonio scritto, era in realtà inteso più a determinare i
conferimenti patrimoniali che non a instaurare il vincolo
personale. Il regime dei rapporti patrimoniali tra coniugi, si
basava sul principio che, alla dote della donna (che doveva essere
fissata nello scritto) doveva seguire una donazione del marito
destinate ad aumentarla, in modo da dar vita ad uno “stabile
patrimonio familiare”.
L’Ecloga vieta esplicitamente che “il contributo dello sposo
raggiunga la misura della dote della sposa”. Questo apporto
maritale prendeva il nome di “Ipobolo”, che significa “aggiunta
massa dotale”.
Più tardi, entro la prima metà del X secolo, all’Ipobolo si
aggiunse un nuovo apporto maritale, il “theòretron”. Questo
theoretron, non è altro che il “pretium Virginitatis”, il “dono del
Mattino”, ossia il “Morgengabe”. Tutto questo veniva fissato
nello scritto. Per i poco abbienti, che non si potevano permettere
doti o assegni maritali e quindi non andavano dal notaio quando si
sposavano, i rapporti patrimoniali si regolavano secondo il

101
“Regime della Comunione dei beni”, che riguardava i futuri
acquisti. Le notizie su questa prassi sono indirette, visto che quel
matrimonio non si redigevano carte.
Se i due tipi di matrimoni, erano originariamente previsti
dall’Ecloga l’uno per i ricchi, l’altro per i poveri, ben presto
persero queste caratteristiche. Infatti, successivamente anche
persone agiate potevano adottare la comunione dei beni.
Estendendola anche a tutto il patrimonio, anziché limitarla agli
acquisti.
Per quanto riguarda lo scioglimento del matrimonio, l’Ecloga
prevede alcuni casi. Questi sono:
1) L’impotenza del Marito;
2) La prostituzione della moglie;
3) L’attentato alla vita del coniuge;
4) La lebre;
Diritto Penale: vediamo questo gusto tutto Bizantino per le
mutilazioni, il taglio delle mani, della lingua, del naso,
accecamento, fustigazione. Nonostante tutto questo, non è che
non si commettessero reati nell’Impero Romano d’Oriente.
Quindi, mentre in occidente sia il Cactus Legis Salicae, sia
l’Editto di Rotari, sia una sensibilità diversa portavano ad un
discorso di compensazione pecuniaria, qui il taglio, la
fustigazione erano all’ordine del giorno. Oltre all’Ecloga, in quel
periodo circolavano altre raccolte di norme speciali che non
riguardano la legislazione per tutto l’impero ma alcuni settori.
Queste sono 3:
1) Nòmos gheorghikçs. È una legge agraria che in passato si
pesava fosse stata scritta in Italia, ma in realtà è di
produzione Bizantina. Questa legge prevede condanne per
furti, negligenze dei pastori, per gli incendi e i danni causati
dal bestiame;
2) Nòmos Rhodion nautikòs: è un codicetto della navigazione.
Il titolo riprende il nome antico della “Lex Rhodia” e la
raccolta si apre in effetti con i decreti con cui Tiberio e altri

102
imperatori avevano approvato le leggi marittime dei Rodi.
Al materiale tratto dalle leggi di Rodi, si aggiunse del
materiale tratto dal Digesto e dal Codice. Però, questi
frammenti si perdono in un mare di adattamenti
consuetudinari;
3) Nòmos Stratiotikòs: raccoglie norme di diritto penale
militare e si inserisce in un filone di manuali e di codici
penali per l’esercizio di cui esistono testimonianze dall’età
immediatamente post-giustinianea sino a quella della
dinastia macedone. Prevede una serie di reati, tra cui:
- Sedizione;
- Ammutinamento;
- Tumulto;
- Disobbedienza;
- Fuga;
- Diserzione;
Dall’Ecloga e dai Codicetti ad essa collegati, si evidenzia una
particolare attenzione in questo periodo (VIII e IX secolo), per le
consuetudini.
Quando parliamo dell’Oriente, dopo Giustiniano, più che
all’Ecloga di Leone III l’Isamico e a questi 3 piccoli Codici,
dobbiamo fare riferimento alla legislazione di Basio I.
Questo Basilio I progettò una grandiosa raccolta di materiale
giuridico, in un’opera che doveva chiamarsi “Purificazione delle
leggi antiche”. Si trattava di un’opera che aveva il progetto di
riprendere tutto Giustiniano, tutto ciò che era dopo Giustiniano e
scontare quello che non era più in uso in quel periodo. In
definitiva, rifare un “Templum Iustitiae”. L’impresa fu avviata
ma non fu mai compiuta.
1) Legge Manuale: fu promulgata tra l’870 e l’879, divisa in 40
titoli che volevano rispecchiare i 40 libri del progetto
iniziale dell’Anacatarsi. L’intento era quello di rifarsi a
Giustiniano ma, al di là di una citazione delle “Istituzioni”,
le altre parti dell’opera di Giustiniano non sono citazioni
dirette ma sono delle “Parafrasi”. Nonostante un disprezzo

103
dell’Ecloga, che era stata bollata come “Opera di secondo
ordine”, i compilatori vi attingevano ancora, lasciandone in
vigore fattispecie penali tra cui il taglio del naso per gli
adulteri;
2) Ripetizioni delle leggi: anche quest’opera era divisa in 40
titoli. Se è certa la promulgazione della “Legge Manuale”,
quando si parla di “ripetizione delle leggi” sembra che non
sia stata mai promulgata. In generale, alcuni vedono
nell’Epanagoghè quella che doveva essere la “parte
introduttiva” della “Purificazione delle leggi”. Tra le cose
nuove che contiene, abbiamo la descrizione dello:
- Status dell’Imperatore;
- Status del Patriarca di Costantinopoli e dei relativi dignitari;
- Corte Imperiale;
Quando Basilio morì in un incidente di caccia nell’886,
l’Anacatarsi viene messa da parte. Al posto di Basilio succede il
figlio Leone VI, detto “il Saggio” o “il Filosofo” in omaggio alla
sua cultura. A lui dobbiamo la maggiore opera legislativa
medievale che è quella dei “Basilici”.
Abbiamo accennato a quello che era il diritto Bizantino dopo
Giustiniano. Abbiamo visto l’opera di Leone III detto l’Isaurico,
questa Egloga, con i suoi aspetti del diritto penale e del diritto
privato. Abbiamo poi visto come c’è da parte di Basilio I il
tentativo di una nuova codificazione. Un tentativo che solo
parzialmente viene portato a compimento. Si trattava di un
progetto molto più grande di quello che è stato effettivamente il
risultato finale. Abbiamo detto come questo grande progetto, che
consisteva in una purificazione delle leggi antiche, una
“anacatarsi to palaion nomon”, non è mai stato portato a
termine. Tuttavia ci sono due frutti che sono direttamente
connessi al progetto iniziale. La così detta “Legge Manuale” o
“Procheiros Nomos”, e l’altra opera minore “Epanagogoghé”.
Se la prima è stata promulgazione nella seconda metà del secolo
IX, quando parliamo dell’epanagoghé non abbiamo nessun atto di
promulgazione.

104
Sotto certi aspetti, chi invece ha compiuto un’opera degna di
Giustiniano non è né Basilio I né Leone III ma il figlio di Basilio,
Re Leone VI detto “il Saggio” o “il Filosofo” per la sua cultura.
Archiviata la carriera come condottiero e come legislatore di
Basilio I nel solito incidente di caccia, che in realtà era una
manifestazione presente nell’ambito della corte di Bisanzio come
intrigo di Corte per eliminare figure scomode, noi abbiamo questa
figura di Leone VI che viene a dare corpo ai “Basilici”, in latino
Imperiaria, “atti imperiali” (basilenìs è l’equivalente
dell’imperatore). Questa opera legislativa è portata avanti molto
rapidamente anche perché, a differenza degli altri imperatori
bizantini che abbiamo considerato, Leone VI era una persona di
grande cultura, una persona molto raffinata, una persona dai molti
interessi anche giuridici. Per cui, non solo ha voluto questa opera,
ma ha voluto anche partecipare direttamente a lavori di questo
tipo. Poco prima dell’anno 900, quindi siamo verso la fine del
secolo X, viene alla luce un’opera in 60 libri.
Cosa dobbiamo dire di questa collezione ?
Questa collezione si richiama a Giustiniano, ma dobbiamo fare
una premessa. Abbiamo già visto come sia Leone III che Basilio I
hanno voluto in qualche modo rifarsi a Giustiniano, ma abbiamo
anche sottolineato che il loro rifarsi a Giustiniano non è mai stato
un rifarsi autentico. Qui invece, nel basilicus abbiamo che l’opera
viene ad attingere al Codice, al Digesto e alle Novelle, mentre
delle Istituzioni abbiamo pochissimo. Quindi,abbiamo un ricorso
ad un Giustiniano più autentico di quello parafrasato che si
trovava nell’Egloga e nel Procheiros nomos.
Non si curò di ricorrere agli originali e preferì versioni greche e a
commenti, tagliò qua e là e omise i nomi dei legislatori e dei
giuristi. Infine, riorganizzò tutto il materiale per dargli
l’organicità che, a giudizio dei compilatori bizantini, Giustiniano
avrebbe trascurata.
La versione greca dei testi originali in latino agevolò la diffusione
dei Basilici e contribuì, da una parte a far accantonare i testi
Giustinianei autentici, dall’altra a rilanciarne il contenuto. Questo
ci fa capire come, al di là della mentalità di Giustiniano di voler

105
raccogliere i Iura nel Digesto, questi Iura al di là delle scuole non
è che avessero avuto molta diffusione, perché effettivamente la
lingua latina pian piano in Oriente non si parlò più.
Perché diciamo che abbiamo non solo un ripescaggio del
Giustiniano autentico ma anche una riorganizzazione del
materiale? Perché nei Basilici ci sono non poche novelle post-
Giustinianee.
Con la morte di Giustiniano, abbiamo sempre detto che
l’Imperatore d’Oriente non ha mai cessato, di pubblicare Novelle
Costituzioni. Allora, questo materiale viene ad essere rielaborato
e quando diciamo rielaborato, significa che questo materiale viene
ad essere adottato alla mentalità del sovrano regnante e dei suoi
indirizzi politici.
Da un punto di vista della scuola e della interpretazione
scientifica noi vediamo che, a differenza dell’Egloga e del
Procheiron nomos, i Basilici furono studiati a scuola e furono
sottoposti ad interpretazione scientifica. In Oriente i Basilici
ricevettero gli “Scholia”, che sono l’equivalente delle nostre
Glosse. Quando un testo è sottoposto a Glossa, significa che è
stato sottoposto a studio scientifico, a studio universitario. I primi
Scholia, o note di commento, risalgono al X secolo. Nei secoli XI
e XIII d. C., gli Scholia si vennero a moltiplicare perché, lo
vedremo quando faremo la scuola di Bologna, il Testo legislativo
viene ad essere corredato da un apparato che noi oggi diremmo di
spiegazioni. Diciamo “Spiegazioni” e non “Commenti”, perché
oggi tale termine ha un altro significato. Una volta che il testo
viene ricoperto da queste spiegazioni, queste ultime vengono
eliminate dal testo e divengono un testo a sé.
Si crea un apparato di Glosse, qui un apparato di Scholia, che poi
viene estrapolato dal testo e divenne una spiegazione al testo,
diventando il primo passo per i commentatori. Quindi, a partire
dal X secolo fino al XIII secolo, abbiamo questi apparati di
Scholia che ci dimostrano una buona e pregevole dottrina.
La cosa che ci sorprende è che questo nuovo testo giuridico, che
chiamiamo i Basilici, non viene a sostituire né l’Opera di Basilio I
“Procheiros nomos”, né viene a sostituire l’Egloga di Leone III.

106
Per cui, Giustiniano rimane in vigore, Procheiros nomos di Leone
III rimane in vigore, l’Egloga di Leone III rimane in vigore, il
Procheiros di Basilio I rimane in vigore, i Basilici di Leone VI lo
stesso. Diciamo che le 3 opere che abbiamo considerato come
post-giustinianee continuano ai sussistere, continuano ad essere
rimaneggiate e continuano ad essere fonte inesauribile per decine
e decine di raccolte private perché, accanto a quelle che erano
raccolte pubbliche, leggi pubbliche, noi abbiamo sempre ad uso
della scuola, dei pratici, dei tribunali delle raccolte dei privati.
Tant’è vero che, quando nell’anno 920 un ignoto autore
compilò una famosa “Epitome Legum”, volendo Commento [Unp8]: La parola
epitome significa “Sintesi”,
utilizzare materiale del Codice, del Digesto, delle “Riassunto”.

Novelle e delle Istituzioni, egli l’abbia preso a prestito da


altre parafrasi ora perdute anziché dai “Basilici”. Questa
“Epitome” merita il ricordo per la vastissima popolarità
che riscosse, per l’uso prolungato e per aver rifornito
parecchie compilazioni successive.
Quindi, le varie fasi di legislazione post-giurstinianea danno dei
testi che si pongono accanto e si integrano a vicenda. Pertanto,
possiamo quasi equiparare i Basilici ad un fenomeno di “diritto
comune sussidiario” rispetto all’Egloga Isaurica e al Procheiros
nomos, che rimangono testi Volgari essenziali alla pratica
corrente.
Che significa “diritto comune sussidiario” ? Quando abbiamo il
fenomeno universitario della scuola di Bologna, vediamo che
questa nasce e si sviluppa intorno ai testi di Giustiniano che
abbiamo visto:
- Digesto;
- Codice;
- Novelle;
- Instituziones;
Ne nasce un vero e proprio metodo di insegnamento che poi si
diffonderà con il diffondersi dell’esperienza universitaria nelle
varie parti dell’Europa.

107
Che cosa accade ? E’ un dato comune che le varie parti
dell’Impero o i vari “Regna” che sono già costituiti, accettano il
diritto comune bolognese, cioè i testi di Giustiniano, come diritto
sussidiario avendo sempre, come punto di riferimento, il diritto
proprio. Questo è un fenomeno che vedremo in Occidente dopo
l’XI secolo, e precisamente, dal XII secolo in poi.
Alcuni autori, tra cui il Cortese, vogliono in qualche maniera
intravedere per l’Oriente questa possibilità e retrodatarla di un
secolo e mezzo, avendo così l’opportunità di dire: “il Procheiros
nomos e l’Egloga Isaurica sono fonti di diritto Bizantino di
uso corrente, di uso volgare, con imbarbarimenti. Quando
questa norma veniva ad essere deficitaria si faceva
riferimento ai Basilici, che in teoria facevano riferimenti a
Giustiniano autentico, che si qualificavano come un diritto
sussidiario”. Quindi, di primo acchitto, si veniva a considerare
l’Egloga e il Procheiros nomos, sussidiariamente si guardava ai
Basilici. Questo spiega il motivo per cui queste opere non sono
state abrogate a vicenda, ma sono potute coesistere perché norme
di rango diverso in una ipotetica gerarchia del valore delle leggi.
E’ una ipotesi, questa, che è portata avanti dal Cortese e che, in
qualche maniera, giustificherebbe perché non si sia avuta
l’abrogazione di altre leggi.

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Dopo l’anno Mille
In Occidente siamo rimasti alla decadenza del feudo dovuta alla
inettitudine dei sovrani Carolingi. L’ultimo Imperatore Carolingio
fu, Carlo III detto “il Grosso”. Dall’anno 888 fino all’anno 962
abbiamo un lungo periodo di vacanza del trono Imperiale. Carlo
Magno era stato incoronato nell’800, la dinastia franco-carolingia,
da un punto di vista di imperatori, dura solo 88 anni.
Chi cinge la corona imperiale dopo i Carolingi ? Abbiamo gli
Ottoni. Ottone I viene incoronato nell’anno 962. A differenza dei
Franchi, che pure erano di stirpe germanica, ma erano
profondamente latinizzati e vicini alla Chiesa, gli Ottoni
portarono un vero vento di germanizzazione sull’Italia. Questo si
può vedere guardando le nuove leggi che troviamo nelle vari
“diete” che si celebravano nel Nord dell’Italia. Le “Diete” erano
“riunioni tra l’imperatore e la nobiltà feudale”. Non abbiamo
più i Capitularia Carolingi, abbiamo altre forme legislative, ma
certamente la germanizzazione di queste leggi non è solo una
patina (abbiamo visto come Carlo Magno cercava di dare una
patina franco-carolingia o salica a tutte le varie leggi che
circolavano come leggi personali all’interno del suo impero), ma
è molto più profonda. Infatti, se esaminiamo questi documenti
vediamo come viene ripristinato l’uso del duello Barbarico (il
duello era stato messo praticamente al bando con dei
“Capitularia le gibus addenda”). Quindi, esisteva nella prassi
dei singoli popoli ma veniva moderata, quasi abolita dalla
decisione imperiale. Qui abbiamo esattamente il contrario. E’
l’imperatore che vuole il ripristino di certe tradizioni proprie del
mondo germanico, ma non solo. Infatti, oltre a portare avanti
questo processo di germanizzazione non si rispetta più nemmeno
il principio della personalità del diritto tanto che, anche coloro
che erano di “natio” romana dovevano sottoporsi al duello.
Quindi, il duello non valeva solamente per le popolazioni
barbariche che lo portavano nel proprio complesso di
consuetudini, ma anche per coloro che fossero di “natio
romana”. Tutto questo inizialmente. Poi, Ottone I si rende conto
che non può germanizzare la realtà dell’Impero dopo una

109
tradizione di latinità connessa alla dinastia Carolingia. Per cui
abbiamo della aperture verso la romanità che saranno, poi,
continuate e completate dai suoi successori. Ottone I combinò un
matrimonio tra suo figlio Ottone II e una principessa bizantina.
Ciò che non era riuscito a Papa Leone III tra Irene e Carlo Magno,
riuscì successivamente a Ottone I.
Infatti, Ottone II nell’anno 972 sposò Teofano, figlia del
“Basileus romanus” secondo (l’Imperatore d’Oriente). Fù il
figlio di Ottone II, Ottone III, educato dalla madre greca alla
cultura Bizantina, quindi una cultura raffinata, a soggiornare a
Roma, a dichiararsene affascinato, a confessare di preferirla alla
Germania e a passare alla storia per il restauratore della
tradizione imperiale. Quindi:
- Ottone I vuole nuovamente imporre la tradizione germanica;
- Ottone II presenta una predisposizione verso la romanità;
- Ottone III è il restauratore della Tradizione imperiale.
In pratica, che cosa fa Ottone III ? Per esempio:
- rispolvera il titolo di Cesare Augusto applicandolo
all’Imperatore, cosa che neanche Carlo Magno aveva fatto;
- nel sigillo riprende la dicitura di “Imperium Romanorum”.
Il titolo di Imperator Romannorum era stato ceduto da Carlo
Magno all’Imperatore d’Oriente. Lui riprende questa
dicitura e parla di “Renovatio Imperii Romanorum”.
Noi sappiamo che, tra le varie interpretazioni dell’incoronazione
di Carlo Magno, nella notte di Natale dell’800, abbiamo alcune
che sottolineano proprio questo ripristino della tradizione
imperiale ormai decaduta. Ebbene, Ottone III si collega
all’Impero Romano d’Occidente e si sente il continuatore Commento
di di
[Unp9]: Sotto il termine
“regalia”, abbiamo una serie di beni
questa tradizione. materiali e di diritti che vengono ad
essere elencati, in maniera non
La conseguenza di questa politica di restaurazione della tassativa, in uno scritto di Papa
Pasquale II dell’anno 1111. Questo Papa
tradizione imperiale comporta una politica di recupero riconosce all’Imperatore Enrico V, in

delle “Regalie”. Ossia, al restauro di tutti quei diritti cambio dei territori del Patrimonio di S.
Pietro che gli sono stati restituiti, delle
sovrani che nello sfacelo post-carolingio l’Impero aveva regalie sotto il nome di “Città”,
“Ducati”, “Marchesati”, “Contee”,
perduto. Parliamo dei “diritti su tutti i beni della possibilità di battere moneta, di avere
mercati e così via.

110
Corona o demaniali, sui feudi maggiori, sulla nomina
e il controllo degli alti ufficiali e magistrati anche
locali, sul conio della moneta, sui mercati”.
Abbiamo visto come lo sfondamento dell’unità
imperiale, si è avuto con la debolezza dei Carolingi. Il
fatto che dal 888 al 962 ci sono stati anni di vacanza del
trono Imperiale, non ha fatto altro che indebolire non
solo il potere imperiale ma anche quei diritti che erano
legati alla corona imperiale, perché ognuno se ne era
appropriato come voleva. Non c’era più:
- il controllo dei missi dominaci;
- non c’era più il controllo della “fidelitas”;
- c’era una ereditarietà che ormai trasformava tutto
in bene di famiglia ecc.
Ecco perché Ottone III, una volta incoronato imperatore, attuò
una politica di recupero delle “regalie”, cercando in tutti i modi di
recuperare quanto si era perduto.
E’ interessante notare come, in questo periodo, riemergono
dall’oblio gli ultimi 3 libri del Codice di Giustiniano. Come
sappiamo, il Codice di Giustiniano nasceva in 12 libri e
l’abbiamo studiato così, ma dovremo vedere in che maniera questi
libri del Codice vengono ad essere trasmessi durante il periodo
alto-medievale. Questi 12 libri del Codice sono stati trasmessi, 9
+ 3.
I primi 9 fondamentalmente contenevano il diritto privato, gli
ultimi 3 diritto pubblico. I primi 9 libri hanno avuto una grande
diffusione perché, chiaramente, la materia che ancora oggi
chiamiamo diritto privato ha dei principi che sono sempre validi.
Quindi, per l’uso delle scuole, per l’uso dei tribunali, per la vita,
il diritto privato serviva sempre, anche se era un diritto privato
che contava centinaia di anni. Invece, gli ultimi 3 libri del Codice
non hanno avuto una grande diffusione perché, a chi interessava
nell’800, nel 900, il diritto fiscale del tempo di Giustiniano ?
Perché, poi, fondamentalmente il diritto pubblico era un diritto
del fisco.

111
In questo momento gli ultimi 3 libri fanno comodo alla politica
imperiale e c’era sempre questo grande vantaggio per i vari
imperatori di Occidente: il fatto di poter invocare a proprio
vantaggio la legislazione giustinianea in quanto era un testo
imperiale che non era mai stato abrogato. Quindi potenzialmente
in vigore. Allora, questi ultimi 3 libri del Codice di Giustiniano
vengono ad essere ripresi e vengono ad essere offerti all’uso della
scuola e alla pratica, proprio per il recupero delle “regalie”.
Questo è il quadro che noi abbiamo in Occidente. Ma attenzione,
qual è l’altro punto di forza che noi troviamo in Occidente e che
non ha avuto vicissitudini di rilievo in questo periodo? Il
Pontificato, Il Papato, la Chiesa.
Se la Chiesa è stata così forte da poter ricostituire l’Impero nella
figura di Carlo Magno, non fu altrettanto forte nel realizzare una
propria “Riforma”. Ecco allora tutti i “Capitularia
Ecclesiastica”. Ma davanti a figure inette degli Imperatori
Carolingi, dopo Carlo Magno e Ludovico il Pio, la Chiesa con i
“falsi” cerca di garantirsi le sue libertà.
Alla fine, una figura Imperiale che non sia un nuovo Carlo Magno
con alle spalle Alcuino, fa anche comodo. Invece, una figura
come Ottone III è una figura che spaventa perché questo vuole
essere un restauratore e siccome guardava molto ai testi Bizantini,
(la madre era una principessa Bizantina, quindi conosceva
l’Imperatore in Oriente), ha cercato di riprodurli in Occidente.
Quindi, per la Chiesa avere una figura di Imperatore forte, come
si aveva in Oriente, non era certamente una cosa gradita.
Parlando del Feudo, abbiamo accennato come alla fine la prassi
imperiale di concedere determinati feudi agli ecclesiastici
cominciò ad essere più diffusa. Questo perché, i beni che
venivano affidati a un ecclesiastico, che aveva l’investitura
“Beneficio pro ufficio” da parte dell’Imperatore, alla sua morte
tornavano nella disponibilità dell’Imperatore in quanto non ci
potevano essere eredi legittimi.
Ebbene, soprattutto questa concezione che l’Imperatore aveva un
suo diritto di attribuzione a chi volesse, anche ad un ecclesiastico,
i suoi feudi generò uno scontro tra la Chiesa e l’Impero. Come

112
possiamo vedere, quel rapporto non sempre idilliaco ma tutto
sommato corretto, che si è visto sotto il tempo di Carlo Magno,
viene ad essere stravolto. Abbiamo uno scontro diretto tra Papato
e Impero che non ha esclusione di colpi. Abbiamo sia da una
parte che dall’altra, dei veri e propri partigiani che a livello di
“libelli di lite”, a livello di collezioni, vere, false, presunte e
interpolate, cercano di giustificare la posizione dell’uno come
superiore dell’altro. La teoria medievale che ogni potere viene da
Dio nessuno la metteva in discussione, perché è una “auctoritas
biblica” tratta dalla lettera di San Paolo ai Romani. L’autorità
Pontificia che vedeva le due potestà come due potestà distinte era
Papa Gerasio I. Il vero problema era come le 2 potestà potessero
coesistere e che rapporti avessero tra di loro.
Vediamo in che maniera da una parte e dall’altra viene dato
sostegno alle posizioni del papato o dell’Imperatore. Diciamo che
un grosso elemento catalizzatore a sostegno della politica e della
figura del Romano Pontefice fu data dall’ordine monastica.
Quando nel X secolo si parla dell’ordine monastica, si fa
riferimento all’ordine di S. Benedetto e alla Riforma di Cluny.
Cluny è una Abbazia in Francia fondata nell’anno 910 dal Duca
Guglielmo D’Aquitania. Fu un monastero che, per la santità dei
suoi abati, per la capacità dei suoi monaci e per l’esserci inserito
in quelle che erano le dinamiche sociali ed ecclesiastiche del
tempo, venne ad acquistare una fama enorme. Una fama enorme
che attirò persone qualificate ad entrare in monastero e a fondare
o rifondare praticamente tutti i monasteri d’Europa. Subiaco,
Montecassino, fondate dallo stesso S. Benedetto, entrarono come
cose dipendenti da Cluny.
Praticamente Cluny che cosa fece? Adattò alla Chiesa il sistema
feudale perché, come esistevano gli Imperatori, i Vassalli, i
Valvassori, tutti monasteri d’Europa dipendevano dall’abate di
Cluny con una forma di dipendenza, Vassallaggi, tributi etc..
Ma si parla di circa 2000 monasteri, ognuno dei quali aveva la sua
scuola, il suo archivio, i suoi insegnanti. La cultura viaggiava a
livello di monasteri. Ebbene, questa struttura è stata una struttura
di sostegno per la riforma della Chiesa.

113
La cosa interessante è che, a quel tempo l’abate di Cluny non era
eletto dai monaci, ma nominava lui i suoi successori ed è stato
uno straordinario momento, anche se oggi parlare di nomine e di
successori sarebbe una cosa da pazzi. Quello che a noi interessa di
questo periodo, è vedere a livelle di monasteri si prepara una rete
che servirà poi per la riforma così detta “Gregoriana”, anche se
effettivamente non abbraccia solo il Pontificato di Gregorio VII.
Vediamo le opere che a livello della storia del diritto hanno
anticipato la Riforma Gregoriana. Certamente, poco dopo il 1000
abbiamo la circolazione di un’opera che è il “decretum di
Burcardo di Warms”. Burcardo Vescovo di Warms, è l’autore di
un “decretum” il quale è una raccolta di autorità che cerca in
qualche maniera di essere un punto di riferimento e, di fatto lo è,
per tante collezioni canoniche della Riforma. Vediamo che:
- tutte le pretese dei principi secolari di disporre veramente
dei beni delle Chiese sono negate;
- c’è un discorso di autonomia dei vescovi e delle Chiese;
- c’è un discorso di legittimità del possesso dei beni che viene
ad essere portata avanti;
Il decreto di Burcardo di Warms è visto un po’ come la cerniera
tra primo e secondo millennio e di fatto sarà uno degli strumenti
base usato dai compilatori delle collezioni gregoriane autentiche
anche se, lo stesso Burcardo di Wsrms, nel citare le autorità segue
il classico metodo medievale per cui non controlla molte volte le
citazioni che fa e non sempre l’opera è riferita al giusto autore.
Nel senso che, molte volte un’altra autorità viene a coprire il vero
autore dell’opera.
In questo periodo abbiamo una grande diffusione delle collezioni
Pseudo-Isidoriane. Ne abbiamo accennato quando abbiamo
parlato della falsa donazione di Costantino finita in un testo di
collezioni attribuite falsamente ad Isidoro. Lo pseudo-isidoro, non
solo nel documento della falsa donazione di Costantino, ma anche
in altri testi, fa generose concessioni a quella che è la libertà della
Chiesa e il diritto del Papa, minimizzando la portata delle pretese
imperiali.

114
La diffusione, nei testi ufficiali della Chiesa, delle collezioni
pseudo-isidoriane, si ha con Leone IX. Come sappiamo, le
collezioni nascevano ad opera di privati, per lo più anonimi.
Nascevano nei monasteri della Gallia meridionale. Ma ad un certo
punto gli stessi documenti ufficiali, vengono a recepirle. Allora è
ovvio che, un conto è parlare di un testo che è semplicemente
interpolato da un compilatore, e un conto è parlare di un testo
interpolato che entra in un testo ufficiale del Pontefice. In
quest’ultimo caso, i testi diventano “Autentici”.
Un testo sul quale dobbiamo parlare, è il “Dictatus Papae”. La
parola “dictatus” può essere tradotta o al singolare o al plurale.
Quindi, possiamo tradurla o come “il dettato del Papa” o come
“i dettati del Papa”.
Si tratta di una pagina con 27 frasi introdotte dal “quod” ed è il
manifesto della Riforma Gregoriana che, come riforma della
Chiesa, comincia prima e termina dopo il Pontificato di Gregorio
VII.
Che cosa è contenuto in questi 27 enunciati ? Sono 27
affermazioni che non sono concatenate tra di loro e contengono
tutti i principi della Riforma. Questo “dictatus Papae” possiamo
certamente datarlo nell’anno 1075. Ma riguardo al giorno vero e
proprio non abbiamo certezze. Tuttavia, siccome è posto nel
“Registrum delle lettere di Gregorio” tra una lettera del 3 e una
lettera del 4 marzo, potrebbe essere di quel periodo: 3 o 4 marzo
1075. Sulla natura di questo documento, esiste una vera
disomogeneità.
- Una parte della dottrina sostiene che si tratta di una scaletta
per una omelia da tenersi in un Concilio o un Sinodo
Romano;
- Per altri, è l’elenco di argomenti che dovevano essere
raccolti nelle collezioni canoniche, (si fa la Riforma, si
devono fare delle collezioni a sostegno della Riforma, questi
sono i temi da trattare);
- Per altri ancora, il “dictatus Papae” sarebbe l’indice di una
collezione della Riforma che non c’è stata trasmessa;

115
Probabilmente è più verosimile la seconda opinione, cioè quella
di vedere una serie di argomenti principali propri della Riforma,
come possibili argomenti da trattare.
Riguardo ai contenuti, vediamo come si ricorda che:
a) il Papa può deporre l’imperatore;
b) la deposizione dell’imperatore comporta la decadenza del
giuramento di fedeltà all’Imperatore;
c) il papa può liberamente sopprimere, aggregare, ridisegnare
le diocesi, le parrocchie, le abbazie;
I partigiani dell’Imperatore, che in questo caso è Enrico IV,
avevano scritto non pochi “Libelli” contro la figura di Gregorio
VII. Soprattutto il fatto che egli si adoperasse per una Riforma
innovativa, distaccandosi dalla tradizione, lo facevano bollare dai
partigiani dell’Imperatore di essere un eretico o almeno di non
essere consono alla tradizione della Chiesa.
Che cosa faceva Gregorio VII ?
Gregorio VII spostava i Vescovi di Diocesi in Diocesi. Commento [Unp10]: Fenomeno
normale per i giorni nostri ma non nel
Nel Medioevo il Vescovo era visto come lo “sposo” medioevo.

della Diocesi. Ancora oggi, l’anello del Vescovo ha


questo significato medievale, cioè di essere un “anello
nuziale”. Per cui, uno che si “sposava” con una Diocesi,
non poteva lasciarla se non con la morte.
Quindi, il fatto che il Papa si mettesse a trasferire persone di sua
fiducia in determinate sedi, per portare avanti la Riforma, fu
contestato dai partigiani dell’Imperatore che bollarono come un
“Eretico”, perché non era conforme alle leggi della Chiesa.
Il Papa, in questi 27 “enunciati” rivendica il potere che gli deriva
dal fatto di essere un “successore di Pietro”. Gregorio VII è un
santo, per cui può sembrare quasi eccessivo per una persona santa
aver forzato la mano con delle espressioni che difendono l’ufficio
e il primato del Romano Pontefice; espressioni che non si erano
mai viste e sentite prima. Si vedranno più tardi nella bolla “Unam
Sanctum” con Bonifacio VIII, ma fondamentalmente i principi di
Gregorio VII sono principi forti.

116
Ebbene, lui non difende la sua persona, anche se poi è la sua
persona ad essere messa sotto accusa. Ma difende l’ufficio che
ricopre. Quindi, difende la libertà della Chiesa e l’ufficio del
Romano Pontefice. Il “dictatus Papae” è il vero manifesto della
Riforma perché, se da una parte sintetizza quanto era già stato
preparato precedentemente a partire da esso, la Riforma troverà
attuazione in riferimento a quei 27 “enunciati”. Quindi, tutta la
produzione giuridica sia “Canonica”, sia “Civilistica” del tempo,
fanno riferimento a questo testo.
Quali sono le principali collezioni autentiche che derivanti dagli
enunciati del “dictatus Papae” ?
La collezione più legata all’insegnamento di Gregorio VII, fu
quella del Vescovo “Anselmo da Lucca” suo amico e seguace
fedelissimo. Lui si rifà ad una collezione precedente, la cosiddetta
collezione dei “74 titoli”, dalla quale prende in prestito i 2/3 del
materiale. Nella sintesi che egli viene a fare, sottolinea:
- il primato del Pontefice su tutta la gerarchia ecclesiastica;
- insiste nel fondare il primato sulla espressione “Tu es
Petrus” (tu sei Pietro). Questo perché, facendolo derivare
direttamente dalla parola di Cristo, nessuno può contestarlo;
- il richiamo alla falsa donazione di Costantino, che egli
riteneva autentica, come la maggior parte degli autori del
suo tempo, serve a rintuzzare tutte quelle varie forme di
politica imperiale che volevano “sminuire” la figura del
Papa;
La cosa interessante da evidenziare, è come le collezioni della
“Riforma Gregoriana”, oltre ad essere collezioni di parte,
“collezioni apologetiche”, sono collezioni che nell’intento di
difendere i diritti della Chiesa, la libertà della Chiesa, recepiscono
fonti del diritto romano. Questo sta a significare come questi testi
di diritto Giustinianeo già circolassero intorno al 1000 in Italia.
Quindi, testi come il:
- Digesto;
- Le Istituzioni;

117
- Le Novella;
- Qualche frammento del Codice;
Anche se con qualche sfumatura, sono presenti in tutte le
collezioni della Riforma.
Pertanto, nella Riforma Gregoriana abbiamo un certo interesse
per i testi antichi. Una delle cose positive della Riforma, è stata
quella della ricerca d’Archivio. Si sono confrontati Archivi e
Biblioteche per trovare testi antichi. L’idea, era quella di avere un
testo antico. Più è antico più è vicino alle origini, più ha garanzie
di autenticità. A seguito di questa ricerca, si è avuta la riscoperta
di testi del diritto romano.
Però, bisogna distinguere le collezioni della Riforma che nascono
a Roma intorno alla Curia Romana, dalle collezioni che sono
fuori dai territori italici e tengono presenti anche altri contesti.
Di fatto, abbiamo una vera e propria distinzione tra gli scritti della
Riforma Gregoriana, le varie collezioni, e le collezioni di “Ivo di
Chartres”.
Ivo di Chartres, proprio perché Vescovo di Chartres, vive e opera
in Francia.
Ivo di Chartres si trova a vivere in un periodo in cui lo scontro tra
Papa e Imperatore si è attenuato, perché effettivamente la Riforma
della Chiesa, la Riforma Gregoriana sta andando avanti con
successo. Quindi, c’è una certa armonia tra quella che è la realtà
imperiale e quella che è la realtà della Chiese. In un momento di
contrasto, Ivo di Chartres dice che: “il sacerdozio e il regno
possono coesistere tra di loro perché sono nati da Dio per il
bene degli uomini”. Questo significa che nelle sue collezioni è
sfumato l’elemento di contrasto mentre si cerca un elemento di
armonia, un elemento che poi diventerà la base del metodo della
“scienza canonistica” con il maestro Graziano.
Anche in Ivo di Chartres appaiono passi di Giustiniano. La
collezione medievale che contiene più frammenti del Digesto è la
c d. “Collectio Britannica”. Ne contiene 93.

118
Questa collezione, detta “Britannica” perché attualmente è
custodita nel British Museum di Londra, fu composta a Roma
sotto il Pontificato di Urbano II.
Urbano II è un altro grande Papa appartenente ai Papi della
Riforma Gregoriana. La cosa interessante, è che vari frammenti
del Digesto sono stati presi, non solo dalla prima parte del
Digesto, ma anche dalla parte centrale e finale. Come si può
spiegare questo ?
Esistono delle teorie sulla trasmissione del Digesto.
1) Per alcuni, il Digesto è arrivato tutto intero a Bologna.
Quindi, cosi come Giustiniano lo aveva fatto;
2) Per altri, il Digesto è arrivato a Bologna smembrato in 3
parti;
Qual’ è il problema ? Il problema è che, a Bologna abbiamo un
digesto diviso in 3 parti. Solo che:
- per la prima teoria, che lo vede arrivato tutto intero, lo
smembramento è avvenuto ad opera della scuola per finalità
scolastiche;
- per la seconda, invece, coloro che vedono il Digesto arrivare
per parti, le 3 parti del Digesto “Vetus”, “Novum”, “in
Fortiatum”, corrispondono alla scoperta delle varie parti, in
tempi diversi;
L’importanza di questa collezione britannica è dovuta al fatto che
non cita soltanto parte del Digesto “Vetus”, che erano le parti che
erano più circolanti, ma tutte. Questo significa che, ancora prima
della scuola di Bologna il Digesto si era mantenuto nella sua
integralità. Questo è un sostegno per coloro che dicono che il
Digesto è arrivato a Bologna tutto intero. Dopo aver parlato delle
falsificazioni canoniche per difendere la posizione della Chiesa
dalle pretese imperiali, dobbiamo adesso considerare alcune
falsificazioni imperiali nate per difendere gli interessi
dell’Imperatore nei confronti della libertà della Chiesa.

119
Partiamo da un testo. Questo testo è una difesa di Enrico IV
“Defensio Enrico IV regis”.
Si può datare intorno all’anno 1084 ed è attribuita a Pietro Crasso
che era un partigiano dell’imperatore. Questo autore, che ha una
buona conoscenza delle fonti teologiche e delle fonti canonistiche
del tempo, probabilmente era un ecclesiastico. Siccome non
conosce solo il diritto della Chiesa ma anche il diritto romano, a
difesa delle prerogative imperiali troviamo passi del Codice, passi
delle istituzioni, passi della Epitome Iuliani, forma riassunta delle
novelle di Giustiniano che circolava in Italia e qualche
riferimento allusivo a passi del Digesto.
Se i monasteri del Sud della Francia sono stati gli atelier
che confezionarono i falsi del diritto della Chiesa,
quando parliamo di testi in difesa dell’imperatore o di
falsi cesaristi dobbiamo rimanere in Italia. Parliamo della
zona di Ravenna, una zona che ha un legame profondo
con il diritto orientale. Commento [Unp11]: Ravenna era
rimasta sempre, o quasi sempre, una
I 3 falsi sono: enclave bizantina in Italia.

Adrianum: questo “Adrianum” narra la visita di Carlo


Magno a Roma fatta nell’anno 774, quando viene accolto
con i titoli di Esarca di Ravenna; quando Papa Adriano I
gli mette in mano la “Collezione Dionisia” dicendogli:
“quella è la collezione del diritto della Chiesa”.
Ebbene, in questo falso si dice che Carlo Magno e Papa
Adriano riuniscono un Sinodo del Patriarchio Lateranense
con larga partecipazione, non solo di Vescovi, Abati, ma
anche di: “Giudici”, “Legum doetores”, “Prelati”,
“Abati” e “Nobili” e si fa questo Concilio misto
ecclesiastico e civile. All’ordine del giorno era stato
messo: “il problema dei rapporti tra Chiesa e Stato,
cioè tra Sede Apostolica e Impero”. Qual è il problema?
Il testo dice: “quando si devono prendere grandi decisioni
collettive, la difficoltà sta nel riunire tante persone in un
Concilio”. Ecco allora che, all’Assemblea nel 774 viene in mente
la famosa idea che il popolo romano aveva già superato

120
l’ostacolo, deliberando di trasferire nelle mani dell’imperatore, la
famosa “Lex Regia”.
Ecco allora che, Papa Adriano e tutti i partecipanti alla riunione
conferiscono a Carlo Magno il potere di eleggere il romano
Pontefice e di stabilire tutto ciò che era per il bene della Chiesa.
Questo è il testo del falso.
Dobbiamo dire che, a parte il fatto che il testo in sé non è vero,
non possiamo equiparare i Concili a quella convocazione di
popolo che era propria dei “Comitiva Curiata” delle origini di
Roma. E’ comprensibile come il falsario abbia voluto sfruttare
l’analogia della “Lex Imperii” di Vespasiano a questa situazione.
Tuttavia, Carlo Magno a quel tempo, anche se era Re dei
Longobardi, dei Franchi, ed Esarca di Ravenna non poteva
ricevere alcun potere da Adriano perché quando si trattava di
riunire i Concili, questi si riunivano secondo altre prerogative
rispetto ad oggi. Cioè, i Concili nell’antichità erano per lo più
“Concili locali”, i “Concili Ecumenici” del I° millennio sono rari
e per lo più si svolgono in Oriente. Quindi, voler vedere questa
analogia è una forzatura. Di fatto, c’è la nota che “l’imperatore
può eleggere il Papa. Questo non dobbiamo vederlo come una
concessione, ma come una “Prassi”.
In quel tempo il Papa veniva eletto dal “Clero” e dal “popolo
romano” ma, di fatto, l’elezione del Papa era “manovrata
dall’Imperatore”. Il suo intervento era per problemi di ordine
pubblico, ma alla fine imponeva chi voleva. Quindi, questo
privilegio concesso dal Papa all’Imperatore di intervenire nelle
faccende della Chiesa ed eleggere il Papa, è una montatura.
Privilegium Maius e Privilegium Minus: il privilegio maggiore
e il privilegio minore, dettati dall’antipapa Leone VIII morto nel
964, che interviene direttamente a favore di Ottone I, ripetono le
disposizioni dell’Adriano. Siccome quel documento era troppo
vecchio, hanno inventato l’antipapa che avrebbe concesso a
Ottone I questi privilegi. Quindi, Ottone I (imperatore
germanico)riprende questa volontà imperiale di essere il centro ed
il supremo coordinatore di tutte le regalie e di tutte le realtà.

121
Questi falsi ci fanno capire come gli uomini di cultura del tempo
fossero schierati da una parte e dall’altra. Ma attenzione a vedere
ecclesiastici al servizio del Papa e laici al servizio
dell’imperatore, perché non era così cartesiana la divisione degli
uomini di cultura.
Se guardiamo il “Concordato di Warms” con i suoi cento e
passa sigilli di garanzia dei vari sottoscrittori, vediamo che quasi
la totalità di coloro che firmano a sostegno dell’imperatore o a
sostegno del Papa, sono ecclesiastici.
Quindi, come abbiamo sottolineato più volte, la cultura in questo
periodo è in mano ad ecclesiastici. Per cui, anche la “Defensio” di
Enrico IV è una defensio che probabilmente è fatta da una
persona abile a destreggiarsi tra autorità di carattere teologico e
soprattutto nelle questioni tipiche di una incipiente canonistica. In
conclusione, la “Riforma Gregoriana” vedrà un grande
momento nella figura di Gregorio VII che, scomunicherà
l’Imperatore Enrico IV il quale sarà costretto ad umiliarsi a
Canossa.

122
Scuola preirneriane di Diritto
Quando parliamo di scuola, intendiamo la “Scuola di Bologna”
in cui tutti i giuristi, sia civilisti che canonisti, devono sentirsi
figli. Quando si parla di “Alma Mater” degli studi giuridici, si
parla della scuola di Bologna. Però, dobbiamo vedere:
- Quale era lo Status degli studi giuridici prima di Bologna;
- Quali erano le scuole pre-irneriane, perché la scuola di
Bologna nasce con la persona e l’insegnamento del maestro
Irnerio.
Irnerio non è una figura semplice perché, come accade spesso,
nella storia del diritto, conosciamo molto bene le opere e
l’operato di certi maestri ma quasi nulla della loro vita, della loro
persona. Dobbiamo subito dire che Irnerio si è legato, come del
resto la scuola di Bologna, alla figura dell’Imperatore. Questo, ha
creato dei problemi sia a lui, che alla sua scuola, in riferimento al
Romano Pontefice.
Quando parliamo dell’organizzazione degli studi nel Medioevo,
dobbiamo parlare di un sistema di conoscenze, che è proprio di
questo periodo. Tale sistema è quello delle “Arti Liberali”.
Bisogna stare attenti alla parola “Arte”, perché oggi ha un senso
diverso rispetto a quello che era nel passato.
In origine, la parola “arte” è l’equivalente della parola
“disciplina”, “materia”. Le arti liberali erano 7. La loro
descrizione viene attribuita a Marziano Capella. Marziano
Caapella era un autore latino di Cartagine che aveva scritto
all’inizio del V secolo una favola mitologica, in un latino poco
bello.
Questa favola mitologica dal titolo “Le nozze di Mercurio con la
filologia”, ha come protagoniste 7 ancelle di Apollo. A noi
interessa perché, è la descrizione più antica che abbiamo delle 7
arti liberali, che qui risultano personificate e ognuna parla di
quelle che sono le proprie caratteristiche, i propri interessi etc.. Il
numero settenario delle arti liberali, si divideva in due
sottogruppi:

123
1) Arti del Trivium;
2) Arti del Quadrivium;
Le arti del Trivium erano dette “Artes sermocinales”. La parola
“sermo” in latino significa discorso. Quindi, tali arti sono legate
al discorso e sono:
- La grammatica;
- La dialettica;
- La retorica;
Invece, le altre 4 arti erano dette “artes Reales”, le arti reali, non
perché avessero a che fare con un Re, ma perché erano legate alla
“res”, alla cosa, alla materia. Queste 4 arti sono:
1) Aritmetica;
2) Geometria;
3) Musica;
4) Astronomia;
Per musica non dobbiamo intendere l’arte di suonare uno
strumento, ma potremmo dire, oggi, una teoria musicale basata
sul calcolo, quello che è il solfeggio. Però, loro facevano dei veri
e propri calcoli, di tempi, di ritmi, etc..
Anche quando parliamo di astronomia, che è “lo studio del
movimento degli astri” bisogna stare attenti, perché nelle fonti
antiche si può usare anche la parola astrologia ma non certo nel
senso dell’oroscopo moderno.
E’ chiaro che, se le arti esprimono il sistema del sapere, noi
dobbiamo subito dire che nell’antichità il diritto non ha una
autonomia come disciplina.
Il diritto si inserisce, spezzettato, nelle arti del Trivium perché
erano le arti che servivano a formare il “Retore” o l’avvocato.
Quindi, il diritto rientrava nella grammatica, nella dialettica e
soprattutto nella retorica.
Abbiamo detto più volte che la cultura medievale è in mano agli
ecclesiastici per cui, ben presto si aggiunge un’ottava materia: la
“Sacra Pagina”, cioè la Teologia.

124
Questo accenno alle materie della cultura medievale è utile per
segnare il primo punto di merito di quello che sarà la Scuola di
Bologna, perché il maestro Irnerio ha dato la dignità di disciplina
al diritto elevandolo al rango di scienza.
Prima non esisteva come disciplina, poi non solo il diritto è
diventato una disciplina ma è diventato una scienza.
Mentre per noi questo ragionamento, questo passaggio poteva
essere molto semplice, a quei tempi non era così perché le scuole
nascevano come scuole di arti liberali. Nascevano come scuole in
cui si insegnava anche, la Teologia, ma avere una scuola che parte
con un’unica materia, riservata al diritto, non è così semplice,
perché bisognava inventarsi tutto. Infatti, il maestro Irnerio si è
inventato tutto.
Vediamo quali sono i centri di studio prima di Bologna.
Scuola Pavese: Ci troviamo a Pavia, Capitale del Regno
Longobardo, successivamente Capitale del Regno d’Italia e centro
di antica tradizione giuridica.
Nel 825 l’Imperatore Lotario emanò il suo celebre “capitolare”,
detto “Olonese”, perché emanato presso l’attuale Castiglione
Olone. In questo “capitolare”, è descritta la situazione della
“Doctrina” italiana. All’Imperatore Lotario, la dottrina italiana
sembrava versare in condizioni così disastrose che lo definì
“Estinta”. Dalla lettura del documento, non sappiamo con
certezza se questo “capitolare Lotario” volesse istituire una rete
scolastica nuova o se si limitasse a organizzare il flusso degli
studenti distribuendoli, a seconda della loro provenienza, tra le
sedi del Regno d’Italia. Ricordiamo Pavia, Ivrea, Torino.
Comunque, attraverso questo sistema di scuole organizzate tra di
loro, si cercava di portare avanti un discorso di “Istruzione
Superiore”. La sua emanazione sotto forma di Capitolare
Ecclesiastico, conferma che l’insegnamento era interamente
affidato al clero nelle cui mani stava il monopolio della cultura.
Lo stesso Carlo Magno aveva cercato di attuare una riforma della
scuola ricrendo le scuole di palazzo, sulla falsa riga delle scuole
monastiche.

125
Per capire il grado di incidenza di questa scuola nel contesto
culturale del tempo, ci vengono in aiuto 2 dati:
1) Nomi dei Maestri;
2) Nomi delle Opere;
Se si parla di una scuola e non si hanno nomi di Maestri e opere
prodotte da questa scuola, può darsi che quella scuola non sia mai
esistita o sia stata una scuola di poco valore. Più ci sono i nomi di
persone che hanno insegnato, più ci sono titoli di opere che hanno
circolato ad uso della scuola, più abbiamo garanzie che questa
scuola non solo è stata presente, ma si è radicata nel territorio.
Nella disposizione si fa il nome di un solo maestro “Dungalo”,
che ha dato lustro alla scuola di Pavia. Probabilmente, si tratta di
un famoso irlandese che si era intrattenuto alla corte di Carlo
Magno e che il Re aveva chiamato “Amico della Sapienza”.
Essendo conosciuto come uno studioso di Marsiano Copella, ci fa
capire che la scuola di Pavia nasce come una scuola “Arti
Liberali”.
Questa scuola, godendo di ottima forma attirò su di sé molti
studenti. Fra questi ricordiamo Lanfranco di Pavia, futuro maestro
di Normandia e poi Arcivescovo di Canterbury.
Sia il maestro Dungalo che Lonfranco di Pavia, ci attestano come
questa scuola fosse una scuola di arti liberali e, fra questi, fosse
vivo il discorso di una “Dottrina Giuridica”.
Cioè, le arti del “Trivio” essendo “arti legate alla dialettica”,
per loro natura si prestavano ad un discorso di collegamento con
il diritto perché costituivano le materie basi della formazione del
“Retore” e del “Causidico”.
All’inizio dell’XI secolo accanto a questa scuola di arti
liberali, abbiamo una scuola professionale dove si studia
il diritto longobardo-franco, che era alla base
dell’Ordinamento Ufficiale del Regno d’Italia. Questa
scuola, veniva a formare “giudici”. La nascita di questa
scuola va messa in relazione con il programma di
riqualificazione degli “apparati giudiziari”, che fu
perseguita dopo la restituzione dell’Impero voluto da

126
Ottone e dai suoi successori. Per cui, a partire dall’XI
secolo i vecchi “Scabini” vennero messi da parte e Commento [Unp12]: Gli Scabini non
erano persone dell’apparato giudiziario
abbiamo la qualifica di “Giudici”, di “Iudices domini in senso stretto, ma erano quei praticoni

regis”, che costituiscono un gruppo folto, compatto e


che pur non avendo studiato legge,
sapevano muoversi bene nell’ambito
autorevole che gravitava nel “Palatium del Sovrano”. della legge. Soprattutto, se si trattava di
un diritto longobardo, franco.
Le produzioni di questa scuola sono:
a) Liber Papiensis;
b) Lombarda;
La scuola di Pavia studiò gli Editti Longobardi e il
“Copitulare Italicum” in una raccolta ordinata
cronologicamente, che il Merkel chiamò “Liber
Popiensis”. Questo testo venne su gradualmente. Il che
significa che, al tempo in cui i maestri cominciarono ad
insegnarlo, la raccolta non era ancora completata. Il testo
fu completato solo alla fine dell’XI secolo. In seguito,
questo materiale legislativo fu trasformato in un
materiale ordinato sistematicamente imitando il Codice
Giustinianeo. Cioè, fu distribuito per titoli e i titoli in 3
libri. Il nuovo testo fu chiamato “Lombarda”, ed entrò
in circolazione a partire dalla metà del XII secolo.
Questa nuova sistematizzazione, non ha portato alla abolizione ad
uso della scuola del “Liber Papiensis”. Per cui, noi assistiamo a
2 tasti che contengono lo stesso materiale, ma sono disposti in
maniera diversa. Il “Liber Papiensis” è in ordine cronologico,
mentre la “Lombarda” è in ordine sistematico.
I maestri della scuola pavese non si limitarono ad effettuare una
raccolta cronologica e sistematica. Il primo approccio ai testi
normativi fu di natura pratica, ed era diretto a creare formule per
facilitare l’attuazione delle norme nella pratica dei Tribunali.
Si trattava di formule primitive, di formule grossolane, ma che ci
fanno capire come questo collegamento tra la scuola e l’attività
del tribunale è stato un collegamento sempre molto proficuo. A
cosa interessante da sottolineare è che, una volta che il “Liber
Popiensis” e la “Lombarda” furono fatti e chiusi
definitivamente, non sono stati più aggiornati.

127
Placiti forma Glossata: sempre con l’intento di risolvere i
problemi processuali, abbiamo un’altra opera che si chiama
“Placiti Forma Glossata”. Con questa opera, si compie un passo
avanti nei confronti del formulario perché, pur fornendo una serie
di formule, le dispone in ordine logico articolandole in base alle
domande dell’Attore e le risposte del Convenuto.
Il progresso scientifico che venivano a cogliere dopo diversi
secoli è che le varie formule, che erano il risultato pratico
dell’esperienza del Tribunale, vengono sempre più arricchite da
leggi Longobarde-franche appropriate. La cosa interessante è che
se esaminiamo questi formulari, dal “Placiti forma Glossata” si
vedono delle timide citazioni non solo del diritto longobardo, ma
anche del diritto romano per di più Giustinianeo. In particolare,
del “Codice” e dell”Epitome Iuliani”.
Cartolarium: accanto all’opera della scuola di Pavia, che è al
servizio della prassi dei tribunali, ce ne era un’altra che
riguardava i “Notai”. E’ il “Cartolarium”, chiamato
normalmente “Lombardo” nel quale abbiamo una serie di schemi
per la redazione di “Atti Notarili”. Questo Cartolarium tiene
presente tutte le varie stratificazioni legislative proprie del
“Regno d’Italia”. Abbiamo:
- La “Legge Salica”, ve viene contrapposta a quella romana;
- Tracce di “Legge Longobarda”, ma minime;
Il motivo è dovuto al fatto che questo “Cartolarium Notarile”
non nasce a Pavia, ma viene portato a Pavia. La sia origine,
probabilmente, è transalpina o del centro europa. Il che
spiegherebbe il contributo della “legge Salica”; il fatto che
venisse contrapposta alla legge romana e che la “legge
Longobarda” fosse ignorata.
Quaestiones ac Monita: un’altra opera che è legata a questa scuola
e che è circolata senza titolo, ma il titolo lo ha ricevuto da
“Ludovico Muratori”, è “Quaestionis ac Monita”. Anche
questa opera raccoglie del materiale eterogeneo sotto il titolo di
“Quaestiones”. Si tratta di problematiche o discussioni su un
determinato tema. Domande degli alunni che hanno bisogno di

128
una risposta dei maestri. Questa risposta viene data sotto
l’espressione di “Monita”, cioè “stare attento a”; “tieni a mente
che”.
Quindi, la risposta del maestro diventa un’ammonimento a
ricordare la dottrina che è insegnata.
Expositio ad libram Papiensem: il capolavoro della scuola Pavese
è data dalla “Expositio ad librom Papiensem”, cioè
“spiegazione in riferimento al libro di Pavia”. Si tratta di un
commento tecnico di tutta la raccolta di “Editti Longobardi” e
del “Capitolare Italicum”. Nato nella scuola e ad uso della
scuola, ci viene a dare informazioni indirette sulla scuola stessa.
Dall’Expositio al Liber Papiensis si arriva a conoscere che, oltre
al maestro Dungalo a Pavia si sono susseguiti generazioni di
maestri.
Vengono qualificati come “Magisteri Antiquissimi”, “Antiqui
et Moderni”. Questi maestri antiquissimi, vengono a retrodatare
l’inizio della scuola di una cinquantina di anni e fermo
riferimento al maestro Bentivoglio che già negli anni 1014 –
1020, viene ad essere considerato Giudice in alcuni “Placiti”. E’
un nome di maestro della scuola di Pavia, che è annoverato tra gli
“Antichissimi”.
Abbiamo poi i “Magisteri Antiqui”, che appartenevano alla
generazione precedente ed erano stati per lo più maestri dei
maestri che al tempo dell’”Expositor” venivano ancora ad
insegnare. Chiamiamo “Expositor”, l’autore anonimo della
“exposito”. Questo expositor viene a darci come notizia che,
quando lui scrive Lanfranco di Pavia è Vescovo a Canterbury.
Questo ci permette di dotare l’exposito intorno all’anno 1070,
perché è l’anno ufficiale in cui Lanfranco di Pavia diventa
Arcivescovo a Canterbury. Però, per altre congetture legate
sempre alle date, la maggior parte degli autori tenta di portare
avanti la tesi secondo cui l’exposito è stato scritta tra la fine del
XI secolo e agli inizi del XII secolo.
Abbiamo detto che in tutte le opere dei maestri pavesi si è
studiato il diritto Longobardo-Franco. Però, tracce di diritto
romano le troviamo. E’ possibile ipotizzare un insegnamento del

129
diritto romano alla scuola di Pavia? Assolutamente no, perché
queste citazioni del diritto romano venivano usate come:
- Diritto Sussidiario;
- Per ricavare criteri di interpretazione delle leggi
germaniche;
- Per riempire alcune lacune;
Esaminando l’exposito, troviamo alcune citazioni che sono del
Digesto, abbiamo il Codice, le Istituzioni e le Novelle sotto forma
epitomate delle “Epitome Iulioni”. Abbiamo detto che è difficile
parlare di studio vero e proprio del diritto romano nella suola di
Pavia, ma abbiamo sottolineare come un certo interesse la scuola
di Pavia lo abbia avuto per il testo delle “Istituzioni”. Infatti, il
testo delle Istituzioni, che era un testo pratico ad uso delle scuole,
è stato più volte sottoposto a glosse. Per cui, di questo periodo
legato all’insegnamento pavese abbiamo, non solo la trascrizione
dei testi delle istituzioni di Giustiniano, ma anche la spiegazione
alle istituzioni di Giustiniano.
I nomi principali sono:
- Glosse Coloniensis;
- Glosse Torinese;
- Glosse di Casamari;
Tutti questi apparati alle istituzioni insieme ai richiami al Digesto,
ci fanno capire come da parte degli insegnamenti un certo
interesse verso il diritto romano fosse presente. Però, si tratta
delle “Istituzioni”, testo ad uso della scuola; testo base che
contiene i principi del diritto privato. Quindi, erano quelle nozioni
basilari che qualsiasi maestro di realtà giuridiche doveva tenere
presente, anche se poi interpretava il diritto Longobardo e il
diritto Franco.
Un giurista del XIII secolo, Odofredo, racconta che i “Libri
Legalis” (i librii di Giustiniano) sono arrivati a Bologna
attraverso Ravenna e che a Ravenna erano arrivati da Roma. Gli
storici del diritto, hanno cercato di puntualizzare le varie

130
espressioni di questa testimonianza. Di una scuola a Ravenna
abbiamo tanti indirizzi:
1) Ravenna era la città degli Esarchi;
2) Era la Capitale Bizantina in occidente;
3) La testimonianza dell’anno1045 di Pier Damiani, che ci fa
capire come ai suoi tempi c’erano problemi in riferimento
all’applcazione del criterio del “Computo della Parentela”;
Nel diritto della Chiesa, per secoli, il computo della parentela ha
seguito il modo Germanico di calcolare la parentela. Questo fino
al Codice del 1983. In questo codice, si è preso come modello il
“Sistema Romano”.
Ebbene, Pier Damiani afferma che al suo tempo a Ravenna ci
fosse una scuola con i cui professori lui entrò in contrasto, proprio
sul discorso del “Computo della Parentela”. Questi erano anche
Giudici e Avvocati.
Anche questa testimonianza appare sospetta perché:
a) non abbiamo a Ravenna una produzione di testi scolastici;
b) il fatto che la documentazione ravennate attribuisca ai
giudici i titoli di “Scholasticus” e “Scolasticissimus”,
evidenzia il fatto che questi titoli fanno riferimento non ai
magisteri di una scuola giuridica, ma ai magistri di una
scuola di arti liberali.
Sulla base di questi indizi, possiamo dire che:
- A Ravenna c’era una Scuola di Arti Liberali;
- C’era una certa preparazione di persone nella materia
giuridica, ma sempre nelle arti liberali;
- Questa scuola, proprio perché era una scuola di arti liberali,
non ci ha lasciato nessun testo giuridico;
Quindi, questi maestri con i quali veniva a trattare Pier Damiani,
pur interessandosi di un argomento giuridico, non erano dei
Giuristi in senso proprio.

131
Il Fitting oltre a retrodatare la provenienza dei Libri Legales a
Roma, ipotizzò un insegnamento di Irnerio a Roma. Dobbiamo
dire che questa notizia non è autentica, ma vediamo come è
arrivato a questo.
Tutto è partito da uno scritto di un giurista che si chiama
“Giovanni Battista Caccialupi”, il quale nel XV secolo viene a
trattare della questione di una ipotetica presenza di Irnerio a
Roma.
Questa notizia che viene da tutte le cronache e poi divulgata nel
500 dal “Diplonatasio”, si compone di 2 o 3 parole soltanto:
“Legit Romee t Bonomie”. Ossia, “insegnò a Roma e a
Bologna”. Se si compara l’opera del Caccialupi o del
Diplomatazio, ci si rende conto che questo “Legit Rome et
Bonomie” è solamente un ripasso di stampa. Questo refuso di
stampa del 500, è arrivato fino al 800 ed è stato poi la prova
tangibile per alcuni per giustificare questa notizia che ci è
pervenuta da Odofredo. Su questa notizia il “Fitting” ha costruito
il suo castello di fantasia, che è stato pio smontata pezzo per
pezzo dalla storeografia.
Nel medesimo passo in cui parla di Roma e di Ravenna, Odofredo
afferma che Irnerio non fu il primo a insegnare il diritto romano,
ma lo precedette un certo Papa il quale, contrariamente a Irnerio,
non ebbe grande fama.
Un celebre brano di Radulfus Niger, maestro inglese di arti
liberali che insegnò a Parigi, parla di Pepo in termini ben diversi
da quelli di Odofredo. Lo descrive come “il vero maestro
iniziatore di una scienza giuridica in Italia”, e declassa Inerio a
un ruolo subalterno.
La differenza tra la figura di Pepo e quella di Irnerio, è che, se
anche Pepo non ci ha lasciato nulla di scritto. Inoltre, Pepo non ha
una scuola alle spalle che posa continuarne il nome.
Invece Irnerio ha avuto i libri Legali, ha lavorato alla “Glossa”
dei libri legali e ha lasciato alle spalle dei discepoli che hanno
continuato le sue orme.
Abbiamo il nome di Pepo che circola come “Doctor Legis” e
come “Advocatus” in diverse fonti, anche italiane. Coloro che

132
sostengono la prima genitura di Irnerio, dicono che il Pepo citato
in questi documenti italici non sia lo stesso. Quindi, non abbiamo
la sicurezza di una identificazione. Certamente, a volte portare
avanti il discorso della identificazione, questo Pero emergerebbe
prepotentemente dall’ombra e non sarebbe più lo sconosciuto che
vogliono far credere. Lo stesso “Radulfus Niger” ci dà un’altra
testimonianza sul modo di intervenire di Pepo nei processi. Ci
troviamo in un processo celebrato in Lombardia nel quale
abbiamo avuto l’uccisione di uno schiavo da parte di un libero,
per cui, per l’applicazione dell’Editto di Rotari ci fu una
composizione pecuniaria.
Questa transazione pecuniaria era in perfetta aderenza all’editto di
Rotari, quindi alla legislazione vigente. E assistiamo ad un
intervento di Pepo che porta avanti l’applicazione, non del diritto
civile, ma del diritto naturale. Per cui dice: “non si può uccidere
uno schiavo e tentare con una composizione pecuniaria di
risolvere la questione”. “Per il diritto naturale, lo schiavo e il
libero devono essere trattati in maniera uguale”.
Come mai che, uno che è presentato come giurista venga poi a
privilegiare il diritto naturale, argomento proprio della
canonistica, contraddicendo l’esatta applicazione della legge
vigente in quel momento era l’Editto di Rotari.
Come mettere insieme tutti questi indizi che abbiamo su Pepo, e
cioè:
1) Che alcuni ne parlano bene ed altri ne parlano male;
2) Che applica il diritto naturale;
3) Che non ha avuto discepoli che hanno continuato il
suo insegnamento;
Pier Fiorelli, nell’anno 1978 ha portato avanti una tesi che
all’inizio sembrava molto ardita, come quella del Fittine. Invece,
pian piano questa sua teoria sta acquisendo dei consensi. Secondo
il Fiorelli, Pepo sarebbe un ecclesiastico. E qui si capisce perché
invoca l’applicazione del diritto naturale. Proprio perché è un
ecclesiastico, è screditato nelle fonti divistiche della scuola di
Bologna. Ma oltre ad essere un ecclesiastico, era anche uno

133
scismatico, per cui non è neanche citato nelle fonti canonistiche
del tempo. Ed essendo stato riprovato, sia dai canonisti che dai
civilisti, non ha avuto una scuola al seguito.
Questa tesi riesce a far combaciare tutti i nostri indizi. Il Fiorelli
parte da uno scritto del 1090, del Vescovo Gualfredo di Siena.
Siamo negli anni della “Riforma Gregoriana”, della “Lotta per
le Investiture”, quindi i rapporti tra sacerdozio e regno sono
critici. Questo Vescovo riporta un racconto in versi di un
convegno tenuto per discutere sulla legittimità della elezione del
Papa e di un antipapa.
Al convegno avrebbero partecipato Vescovi, maestri e personalità
di spicco. Tra questi, spicca un certo Pepone chiamato “Clarum
Bononiensium lumen”, cioè “chiaro lume dei bolognesi”.
Purtroppo i versi originali non ci sono pervenuti, ma li hanno
tramandati attraverso un’altra opera del XVI secolo che si chiama
“Historiae Senenses”, cioè le “storie di Siena”. Da queste storie
di Siena, si viene a capire che al tempo di Pepo Bologna avesse
due Vescovi. Uno si chiamava “Sigifredo”, legato al Papa
Urbano II che era il Papa legittimo. L’altro “Pepo” legato
all’antipapa “Clemente III”. Quindi, era Vescovo ed era
scismatico. Questo Vescovo scismatico, si chiamava “Pietro”.
Ma ci viene detto che, una forma germanica di intendere “Pietro
poteva essere benissimo quella di Pepo”.
Alla fine vediamo che, questo Pepo viene nominato
dall’Imperatore “Vescovo scismatico di Bologna” che aveva un
suo Vescovo legittimo che era “Sigifredo”. L’unica frase che può
fare difetto in questo mosaico, è l’attributo con cui viene ad essere
chiamato Pepo e cioè “Clorum Bononiensium Nomen”. Se
questa frase è originaria della cronaca del Vescovo Gualfredo di
Siena dell’anno 1090, sembrerebbe in contrasto con quella che
Odofredo ci ha tramandato di una fama di un “nessun nome”. Se
invece, questa frase non è originaria di Gualfredo da Siena ma è
stata poi inserita nelle Historie Seneuses del secolo XVI, allora
può essere una interpolazione posteriore.
Che dire di questa tesi ?

134
Dopo un primo scetticismo dovuto al fatto che Pietro Fiorelli
presentò queste sue ricerche, non attraverso una monografia come
si fa in genere, ma attraverso degli “Scritti Gradulatori”, oggi si
è propensi a ritenerla come punto di riferimento sulla persona di
Pepo.

135
Irnerio e Bologna
Bologna nasce in una maniera del tutto autonoma.
Bologna nasce in una maniera del tutto spontanea e solo
successivamente al riconoscimento di alcuni privilegi da parte
dell’imperatore Federico I il Barbarossa, diventa una scuola di
formazione giuridica legata al mondo imperiale con una stabilità.
Prima le scuole nascevano sempre in riferimento alle persone e
seguivano le vicende della persona stessa. Vedremo che pure
Irnerio si trovava a vivere una spiacevole esperienza, perché
legato alla figura dell’Imperatore sarà mandato da quest’ultimo a
difendere l’elezione dell’antipapa a Roma, davanti al Papa
legittimo, che era Callisto II, il Papa che firmò il Concordato di
Worms. Per cui, Irnerio fu ridotto all’esilio. Ma la fortuna fu di
avere dei discepoli pronti a continuare la sua opera, perché
altrimenti la scuola di Bologna sarebbe con Irnerio che se ne và in
esilio in Germania per essere stato troppo fedele all’Imperatore.
Anche di Irnerio, non abbiamo grandissimi dati. Anche il suo
stesso nome, non è chiaro. Nelle trascrizioni dei testi, abbiamo 15
o 20 modi per scrivere questo nome: da Irnerio a Barnerio. Di
fatto, il nome di Irnerio è un nome che a partire dal XI e XII
secolo entra abitualmente nella nomenclatura italiana. Sulla sua
origine sappia poco o niente, anche se a livello di testi ci è
presentato come “Germanicus”. Ma in questo caso,
“Germanicus” può anche non significare nato in Germania o
proveniente dalla Germania, ma può significare che avesse
lontane ascendenze germaniche o, in senso più ampio, che fosse
vicino all’Imperatore. Dobbiamo dire che, più plausibile è che
fosse di ascendente Germanico. La riprova è data dal fatto che, in
genere, gli Imperatori cercassero tra persone di ascendenze
germaniche i propri collaboratori. Lo troviamo spesse volte come
Giudici, come persona esperta nel diritto e viene chiamato per
dare consulenza o per dare giudizi.
Benché, dobbiamo tenere presente che Irnerio non debutta sulla
scena giuridica del suo tempo affianco all’Imperatore, ma proprio
nel campo avversario. Infatti, Irnerio si trova collegato
direttamente alla Contessa Matilde di Canossa, che era una delle

136
grandi partigiane del papato e che spesso a avuto a che fare con le
figure di Imperatore Enrico IV e Enrico V. Il fatto che fosse nella
cerchia di Matilde, ci viene testimoniato da più documenti in cui,
in nome e per conto della Contessa partecipa a Placiti e Atti
Notarili. Va tenuto presente che almeno una volta incontrò
personalmente Matilde. Questo incontro è un po’ da approfondire,
perché intorno ad esso sono sorte numerose leggende
metropolitane. L’anno di questo incontro è il 1113. siamo in un
paese non ben identificato, forse nel Ferrarese. In questo incontro
ci sarebbe stata da parte di Matilde di Canossa un ordine: quello
di “rimuovere i libri delle leggi”. Se questa notizia è vera,
dobbiamo intendere la portata di questo ordine. E’ chiaro che
Irnerio in quegli anni, nel 1113, doveva aver già cominciato i suoi
studi sui testi di Giustiniano. Questa notizia ci è poi riportata da
diverse cronache del tempo, ma sulla interpretazione di questa
frase abbiamo più di una incertezza:
1) E’ un invito ?
2) E’ un ordine ?
3) Se è un ordine, o che titolo è dato ?
Certamente, se fosse un invito la questione sarebbe molto più
semplice da trattare e da risolvere, perché effettivamente Irnerio è
un maestro in arti liberali. Irnerio è conosciuto come uno studioso
di cose giuridiche, per cui il fatto che Matilde di Canossa lo
chiami e gli dica di rivedere il “Libro della Legge”, potrebbe
essere visto come l’invito ad un maestro di arti liberali di
ricomporre un testo.
Altri, invece, vedono non un invito ma un vero e proprio ordine.
Questo perché, secondo una fonte che fa riferimento al Monaco
Doninzone, l’imperatore Enrico V aveva concesso a Matilde il
“governo del regno al posto del Re”. In altre parole, Matilde di
Canossa avrebbe avuto il titolo di “Vicaria dell’Imperatore”.
Questa notizia è falsa, perché mai Matilde di Canossa avrebbe
potuto fregiarsi di questo titolo, ed era per lo più improprio che
l’imperatore nominasse sua Vicaria una donna e, lo facesse,
nominando una che era di un partito contrario al suo. Tutti hanno

137
sempre saputo che la famiglia di Matilde di Canossa sia stata
fedele al Papa. L’episodio della penitenza di Enrico IV, e la sua
umiliazione avvengono proprio a Canossa.
Questa frase è stata una vera e propria fantasia, però è servita a
dare autorevolezza a questo “invito” nel senso di un comando. In
altre parole, se è solo un invito, un maestro in arti liberali vede
questa attività come una attività personale fatta da lui stesso e da
un gruppo di collaboratori. Se invece c’è un ordine di colei che è
la Vicaria dell’Imperatore, c’è un ordine ufficiale a mettere mano
ai testi di Giustiniano.
Certamente, l’attenzione di Irnerio ai testi di Giustiniano non
nasce come un interesse diretto da giurista quale poteva essere lui.
Diciamo che, la scuola di Bologna ha un primo interesse all’opera
di Giustiniano prevalentemente come un interesse che potevano
avere dei maestri in arti liberali verso un antico testo che
bisognava ricomporre. Perché, aldilà delle teorie, l’opera di
Giustiniano non è arrivata nell’XI secolo a Bologna integra, così
come era stata voluta da Giustiniano nella prima metà del VI
secolo.
Con questo non si vuole sminuire l’opera di questi primi
glossatori perché, proprio partendo da questo interesse ad un testo
antico si è maturata quella sensibilità, che probabilmente Irnerio
aveva di suo, a elaborare delle categorie o delle glosse di carattere
giuridico che hanno poi inizio alla scuola di Bologna.
La scuola di Bologna ha degli inizi quasi da leggenda.
Quando noi oggi parliamo di università, intendiamo
esclusivamente “Università di Studi”. Nel Medioevo quando
nasce l’Università a Bologna, l’Università è una “Università di
scolari”. Quindi, l’idea “Universitas” che indica “un tutt’uno”
nel medioevo nasceva come “forma di Associazione” o di
“Corporazione” studentesca. Le scuole rimanevano quelle
monastiche con le loro strutture tradizionali e con le materie
tradizionali, che erano quelle del “Trivium” e del “quadrivium”.
L’universitas “nasce per essere un insieme di persone che
all’inizio si interessano ad una sola materia, ed è una materia
nuova tanto da non essere compresa nelle arti liberali”. Gli

138
inizi sono del tutto privati. Noi abbiamo che, “l’università nasce
tra l’accordo di un gruppo di persone che si costituisce come
gruppo di studenti, i quali si rivolgono ad un maestro per
ricevere da lui la sua dottrina”. Il rapporto che lega questi
studenti al maestro, è un “rapporto del tutto personale”, molto
familiare.
Il maestro è chiamato “Dominus”, mentre gli alunni sono
chiamati “Soci”, “compagni”. Usano una terminologia che
troviamo nell’ambito delle “Associazioni di Arti e Mestieri”.
E’ una compagnia, una compagine studentesca che contatta un
maestro con il quale contratta:
1) la materia da insegnare;
2) la durata del corso che non ha esami;
Il maestro viene pagato dagli studenti.
Il rettore dell’Università è uno studente e i maestri, nelle prime
fasi non entrano in contatto di comitiva con gli studenti. Anche la
scuola di Bologna nasce così. Cioè, il rapporto che lega il maestro
Irnerio ai suoi primi discepoli, che poi diventeranno i 4 dottori:
1) Martino;
2) Bulgaro;
3) Iacopo;
4) Ugo;
Naturalmente, il testo di Giustiniano è un testo ampio; è un testo
che è arrivato con alterne vicende a Bologna; ogni singola opera
di Giustiniano ha una sua storia nella trasmissione testuale per
tutto il medioevo;
Il primo impatto con quest’opera, è quello di ricompilarla. Cioè, il
primo impegno di Irnerio e dei suoi, è quello di ridare unità sui
binari della tradizione alle singole parti della compilazione
Giustinianea. Qui l’intesa, è chiaramente un interesse di maestri
in arti liberali. Il secondo passo, è quello di rendere fruibile
questo testo a una generazione di studenti che è molto lontana dal
testo.

139
Ecco come nasce questo interesse scientifico. Abbiamo il metodo
che si chiama “la Glossa”, è una “Glossa di spiegazione”. Ma
all’inizio, la prima Glossa è una “Glossa di mediazione”. In altre
parole, le Glosse più antiche “non sono il riferimento al testo
giuridico”, cioè “non sono scientifiche dal punto di vista
giuridico in riferimento al testo”, ma sono “il modo in cui dei
maestri in arti liberali si mettono davanti ad un testo antico e
cercano di spiegare le parole che sono incomprensibili”. Solo
dopo questa duplice opera di “ricomposizione del testo” e di
“mediazione”, noi avremo delle Glosse che possiamo chiamare
“alla base di una scienza giuridica”. Ma queste prime due tappe,
i maestri in arti liberali, le venivano a fare su qualsiasi testo
antico.
Sono 14 i documenti che noi abbiamo e che possono essere ben
attribuiti alla vita di Irnerio. Tutti questi, li troviamo in un arco di
tempo che va dall’anno 1113 all’anno 1125. poi abbiamo il buio.
La circostanza, accennata prima, di una scomparsa di Irnerio dalla
scena è dovuta all’anno 1118. in questo anno, abbiamo che
l’Imperatore Enrico V invia Irnerio a Roma per perorare la causa
di Maurizio Burdino, eletto nel marzo antipapa con il nome un
po’ provocatorio di Gregorio VIII.
Enrico V e Calisto II, il Papa legittimo, sono i due che
concluderanno nell’anno 1122 il Concordato di Worms. Siamo
nel momento più cruciale della lotta delle investiture.
Irnerio ha il coraggio di nerie a Roma, a perorare questa causa.
Davanti al Papa fa il discorso: “tu non sei il Papa legittimo,
legittimo è l’antipapa”. La conseguenza è che Calisto II
scomunica l’Imperatore e tutti coloro che avevano difeso
l’antipapa.
Per cui, questa scomunica toccato ad Enrico V verosimilmente, è
stata estesa a Irnerio. Dall’anno 1119 all’anno 1125, abbiamo
ancora qualche traccia di presenza di Irnerio, ma non più in Italia.
Si presume che si sia allontanato dall’Italia al seguito
dell’Imperatore e la sua morte, sarebbe proprio legata all’anno
1125. dopo quest’anno, di lui non si sa più nulla.

140
Ciò nonostante, la Scuola di Bologna non ha cessato di esistere
proprio perché i 4 dottori suoi primi alunni, hanno continuato la
sua opera.
I quattro discepoli di Irnerio:
- Bulgaro;
- Martino;
- Iacopo;
- Ugo;
chiamati per antonomasia i “quattro dottori”, sono coloro che
garantirono stabilità alla scuola di Bologna dopo l’esilio forzato
del maestro.
La primitiva scuola di Bologna non era un blocco monolitico.
Infatti, molte raccolte di “Diassensiones Dominorum” che si
vennero ad avere tra la fine del XII e inizio de XIII sec ci
attestano la presenza di più “cordate” all’interno della scuola
stessa.
Azione, in una sua testimonianza, afferma che queste due cordate
si vennero pian piano ad estremizzare in due correnti:
a) lettera del testo: rigor iuris;
b) ad un discorso di interpretazione equitativa;
Questi due filoni di pensiero persisteranno per tutta la scuola di
Bologna, sia nella fase in cui Bologna ha il monopolio
dell’insegnamento giuridico, sia successivamente quando
l’esperienza bolognese si trapianterà e moltiplicherà con la nascita
di altre università. I due nomi di riferimento sono: “Bulgaro” e
“Martino”. Anche se l’interpretazione dei giuristi ha sempre
oscillato tra i due estremi: “rigor iuris” e “interpretazione
equitativa”, la tendenza rigorista di Bulgaro fu quella che ebbe il
sopravvento dell’altra.
Queste cordate continuarono a lanciarsi frecciate velenose a
vicenda. Siccome la cordata di Bulgaro fu quella che raccolse il
maggior numero di maestri della portata di Giovanni Bassiano,
Azzone, Odofredo, noi vediamo come la corrente di Martino, così

141
esigua, fu talmente maltrattata che lo stesso finì per fare la figura
del giurista da strapazzo. Però attenzione, dire che Bulgaro fosse
attaccato alla lettera senza badare ad altre forme di
interpretazione, così come dire che Martino fosse una persona che
tende all’equità senza badare alla lettera, è sbagliato. Infatti, se
andiamo ad analizzare le sue glosse, vediamo che tutto questo
attaccamento all’equità non si trova. Anzi, più di Bulgaro,
Martino appare più fedele al dettato normativo. Quanto detto non
è frutto di una impressione sbagliata, perché la conferma arriva
proprio da Azzone, colui che lo aveva criticato.
Una testimonianza preziosa ci perviene da Cardinale
Ostiense Enrico da Susa, che descrive Martino come uno
“spiritualis homo” cioè, “un uomo spirituale disposto Commento [Unp13]: “spiritualis
homo” significa vedere in Martino una
a seguire la Legge di Dio a costo di sacrificare certa influenza della canonistica che

Giustiniano”. In pratica egli interpreta l’equità di


permette attraverso l’equità di allentare
il rigore delle maglie della legge.
Martino come un primo approccio che diventerà
“utrumque ius”.
Questa posizione filo-canonistica che poi aprirà le porte
all’utrumque ius era una posizione molto avversata dai
bulgariani, non solo per i discorso dell’interpretazione
della legge, ma anche perché Bulgaro e i sui allievi
tendevano a ripristinare l’osservanza del diritto romano-
giustinianeo. Volendo ripristinare questa osservanza, è
chiaro che si attaccavano alla “lettera” e non vedevano
questi nuovi strumenti, come l’equitas. Infatti, proprio
partendo da questa testimonianza del Cardinale Ostiense,
la storiografia oggi è coerente e unita nel vedere in
Bulgaro e Martino due mondi che si incontrano e si
scontrano:
- Bulgaro: viene definito un “mondo nuovo”, perché loro
sono affascinati dal miraggio di un ritorno al diritto romano.
Consci della propria missione scientifica rigorosamente
limitata all’interpretazione dei libri giustinianei, i bulgariani
si rendono conto di essere custodi di un diritto romano che è
diventato “diritto imperiale”;

142
- Martino: invece, rappresenta il mondo vecchio che vede il
connubio tra la legge romana e la legge ecclesiastica, che in
un secondo tempo dovranno confluire nell’utrumque ius.
Egli non sostituì mai il diritto divino al dettato delle leggi
romane, però ci sono dei problemi in cui viene a dare il suo
contributo privilegiando un discorso divino senza offendere
Giustiniano;

Situazioni di contrasto fra le due cordate: uno dei campi di


battaglia, fu il “computo dei gradi di parentela” essendo
diverso per il diritto canonico e il diritto civile. Fin dal 1045, Pier
Damiani polemizzò a Ravenna con una schiera di giudici che
volevano applicare a tutti i costi il computo romano. Da un punto
di vista del diritto civile, bisognava osservare il grado di parentela
quando si parlava di “successioni” mentre quando si parlava di
“impedimenti matrimoniali” si doveva far riferimento al diritto
della Chiesa, per cui a livello di successioni mortis causa si
applicava il grado di parentela secondo il diritto civile. Per gli
impedimenti si faceva riferimento al diritto della Chiesa.
Martino adottava la tesi di applicare il diritto della Chiesa
soprattutto in caso di lacune del diritto civile. Questo non
comportava alcun tradimento a Giustiniano.
Altra situazione di contrasto tra le due cordate, è data dalla
presenza di normative differenti della legislazione di Giustiniano
e alcuni passi della “scrittura”. Nel Medioevo la Sacra Scrittura
era l’auctoritas massima di riferimento, per cui nessun diritto
poteva essere superiore. Ci troviamo in campo processuale e più
precisamente, nel discorso dei testimoni che devono supportare
una dichiarazione di parte. Giustiniano, quando parlava dei
testimoni diceva che: “dovevano essere sette”. Il Vangelo
quando parla di testimoni dice che “devono essere due”.
Martino: cerca le fattispecie concrete e dice: “se si tratta di
interpretare la volontà del testatore perché il testamento non
è chiaro, allora bisogna ricorrere al numero dei testimoni del
diritto civile (7). Invece, se i dubbi non vanno oltre i requisiti
formali del testamento, quindi la volontà del testatore è

143
chiara, allora si può ricorrere a quel numero minimo di
testimoni che è descritto dai Vangeli”.
Bulgaro: come abbiamo detto era molto attento alla “lettera” per
cui, privilegiava in questo caso l’auctoritas biblica
ridimensionando numero di testimoni.
La questione fu risolta da Alessandro III trasformando quelle che
erano le parole di Cristo, in una raccomandazione ai giudici di
Velletri. Dal momento che la Chiesa si poneva come interprete
della Sacra Scrittura, il contrasto venne a finire perché il Papa
fece sì che quella normativa legata ai testimoni applicata al diritto
processuale non fosse altro che un punto di riferimento, ma non
una norma da intendersi in senso stretto.
Altro problema molto sentito nel tempo di Martino e Bulgaro è il
discorso delle “usure”. Giustiniano nella sua legislazione parla
delle “usure” e stabilisce che: “l’interesse sui capitali prestati,
non deve essere eccessivo”. Nella Sacra Scrittura, invece, non
solo non c’è nessun tipo di interesse, ma addirittura dalle parole di
Cristo c’è il discorso che: “il prestito non è un vero prestito, ma
è un dare senza chiedere nulla in cambio”. La questione si
complica se esaminiamo le fonti dell’Antico Testamento. Infatti,
all’interno del popolo ebraico si ammetteva l’usura non verso i
fratelli appartenenti al popolo, ma verso chi non era membro del
popolo. Quindi, abbiamo:
- possibilità di usura verso terzi;
- il Vangelo che non ammette possibilità di usura;
- la legge civile che ammette l’usura, ma modera il tasso di
interesse;
A proibire le usure e gli interessi c’è tutta una serie di autorità
all’interno del diritto della Chiesa:
- Concilio Ecumenico di Nicea del 325;
- Passi dei Padri della Chiesa;
- Decretali dei Papi;
- Capitularia dei Carolingi;
- Decreto di Graziano;

144
Il problema fu risolto prendendo come punto di riferimento i Sacri
Canoni. Però, per tutelare una moderazione nel dare e nel ricevere
si applicava la legge civile. Parliamo della “prodigalità”: Tizio
cominciando a distribuire tutti i suoi beni senza speranza di
ricevere nulla indietro, può rovinare se stesso, la sua famiglia con
disturbi a quello che è l’ordine sociale.
Il problema delle usure, ma soprattutto quello dei testimoni, è un
problema che affrontò non solo Martino, ma anche le generazioni
successive.
Un caso celebre è quello dello Statuto del 1261 che stabiliva:
“per provare l’esistenza di un vincolo matrimoniale,
occorrevano ben sette testimoni. I contravventori, erano
sottoposti alla pena di 50 lire”. Un bel giorno un Tizio si
presentò al Vicario del Vescovo per chiedere che gli fosse
riportata la moglie fuggitiva, ma quando si trattò di provare che
aveva contratto matrimonio con lei se la cavò con due testimoni.
La moglie, che aveva poca voglia di tornare dal marito, invece di
presentarsi dal Vescovo ricorse al “Potestà” (potere civile) e ai
sensi dello Statuto chiese l’annullamento della prova e in più
l’irrogazione alla pena pecuniaria alla controparte. A questo
punto, il Vicario del vescovo, rivendicò al foro ecclesiastico la
materia matrimoniale.
Solo così si venne a superare il contrasto, perché altrimenti si
avrebbe avuto che:
- per il diritto civile, quella testimonianza non era valida;
- per il diritto canonico, quella testimonianza era valida;
Ma non solo, perché il Vicario dichiarò illegittimo lo Statuto che,
avendo osato esigere sette testimoni, aveva violato la Parola di
Dio.
La guerra tra Potestà e Vescovo gonfiò la faccenda a tal punto da
rendere necessario il ricorso a un collegio di dottori Bolognesi per
vedere se veramente c’era un contrasto e in che materia poteva
essere superato. I dottori sentenziarono che: “il precetto umano
pur privo di potere nel contraddire la Legge di Dio poteva
interpretarla e distinguerla in casibus”. In altre parole, una

145
giusta causa poteva essere occasione di deroga o dispensa,
dispensa che è un istituto proprio del diritto della Chiesa e che
trova la sua consacrazione con: “Ivo di Chartres”.
La scuola di Orleans, che era retta da ecclesiastici e
persino il Cardinale Ostiense che si pone tra i massimi
canonisti, accettarono questa interpretazione. In
particolare, il Cardinale Ostiense disse: “possiamo
pensare ad una consuetudine praeter o contra legem
che ci permette di interpretare un diritto in una
maniera diversa da quella che era la sua proposizione
esterna”. Commento [Unp14]: Consuetudine
contra legem: “consuetudine contrarie
Quindi, se esiste una consuetudine che è contraria alla alla legge”. Consuetudine praeter
legem: “consuetudine al di là della
legge ma si è consolidata nel tempo, in casi particolari si legge”.
può applicare. Ritornando al discorso dei testimoni, se
consuetudini avessero richiesto più di due o tre testimoni
ritenuti sufficienti al Vangelo, esse non avrebbero indotto
in peccato mortale e quindi, potevano essere rispettate.
Ora vediamo come in questo periodo veniva considerato il diritto
naturale. Il diritto naturale si lega allo “Ius gentium”. Infatti,
Gaio in apertura delle sue Istituzioni, parla di una “Quaedam
naturalis ratio” che è alla base dello “Ius Gentium”.
C’è un diritto che è proprio di Roma: “Ius proprium civitatis” e
c’è un diritto che è comune a tutti gli uomini. Quest’ultimo, era
un diritto comune perché nato da una comune razionalità. In
questo periodo il diritto naturale, che era comune a tutti gli
uomini, viene ad essere interpretato a livello del diritto delle
Genti.
L’equità sollecitata da Martino e dai suoi non deve essere vista
come un’equità di carattere soggettivo, cioè creata all’istante per
soddisfare esigenze del momento come Azzone accusa. Questa
equità doveva essere vista come una dialettica tra diritto naturale
e diritto civile, interpretando il rapporto tra il rigore e apertura.
Questa equità ha il suo fondamento nella persona e negli scritti di
Cicerone. Per cui, è Cicerone il primo che verrebbe ad applicare
una nozione di equità poi ripresa dai civilisti di questo periodo. Si
tratta di una equità ancora da sgrossare, perché i criteri equitativi

146
usati da Martino sono grezzi. Molte volte si applicano ad un caso,
ma non si possono applicare a casi simili. I primi Dottori
medioevali chiamavano queste equità “rudis”, cioè “grezza”.
Cino da Pistoia, poeta e giurista che riporta in Italia la scuola del
commento, nel sottolineare queste prime forme di equità che sono
giunte a noi dai seguaci di Martino, dice: “è come scavare da
una miniera del materiale grezzo e poi con il fuoco viene a
purificarsi”. Cioè, questa equità viene inserita nel mondo
giuridico civilistico, ma solo con il tempo avrà la forza di
migliorarsi, purificarsi, e diventare uno strumento sempre
applicabile. Quando questa equità diventa uno strumento in mano
al giurista per interpretare la legge, allora siamo vicini dal
concetto di “utrumque ius”.

147
Le scuole minori
Ormai Bologna era diventata il polo di attrazione del mondo
giuridico medioevale. Per molti, Bologna è stata l’unica scuola
anche dopo la fondazione di altre scuole. tutta l’Europa venne a
costellarsi di università, solo che, per rispetto all’alma mater,
quest’altre università non ebbero il titolo di “Universitas”, ma
mantennero il titolo di “scole”.
Proprio per questo motivo, molti studiosi hanno sempre
considerato Bologna come “Università” e le altre come “scuole
minori”. Però, quando parliamo di scuole minori non ci riferiamo
a realtà inferiori a Bologna, solo che il discorso del monopolio
bolognese è rimasto nella mente di molti. Tanto è vero che, tutti i
glossatori più celebri venivano identificati come “maestri
bolognesi” e tutte le opere di diritto che circolavano in quel
tempo, dovevano necessariamente scritte a Bologna. Stephan
Kuttner, alla fine degli anni trenta, basandosi su opere e nomi di
maestri, cominciò a disegnare una mappa geografica di tutte le
possibili scuole minori in Europa.
Oxford: sembrerebbe essere stata fondata da un maestro
di diritto romano che si chiamava “Vacario”. Vacario Commento [Unp15]: L’Inghilterra
non ha mai avuto un’antica
maestro lombardo emigrato in Inghilterra a seguito romanizzazione e non ha mai inviato

dell’Arcivescovo Teobaldo di Canterbury nel 1143, a un


alunni a Bologna.

certo punto si presentò sulla scena come maestro di


diritto romano. La cronaca attesta che avrebbe
cominciato ad insegnare usando un modo
particolarissimo. Infatti, lui non porta con sé tutta l’opera
di Giustiniano, ma porta solamente il codice. In pratica,
lui fa una “sintesi” o “parafrasi” del codice di
Giustiniano il cui titolo è “Liber pauperum”, che
significa “il libro dei poveri”. Naturalmente, “poveri”
non è inteso in senso materiale, ma come “il libro dei
principianti” cioè di “coloro che si avvicinano per la
prima volta al Diritto Romano”. Ad Oxford il “Liber
pauperum” circolò per oltre due decenni, tanto che gli
studenti di diritto romano furono detti “Pauperistae”. Il

148
grande successo che ebbe Vicario portò ad un controllo
da parte della “Corona inglese” su questa scuola. In
pratica, la scuola di Vicario fu chiusa perché la
presentazione di un Codice di Giustiniano veniva a ledere
i diritti della Corona, che seguiva un’altra prassi. La
“Prassi giurisprudenziale”. Per cui, se noi abbiamo il
“sistema del Common Law”, che non ha nulla a che fare
con il “Sistema romano germanico”, è perché la
evangelizzazione delle isole sotto l’aspetto romano fu
bloccata dagli interessi della Corona, che invece, ha
continuato a gestire l’interpretazione della legge secondo
il “precedente giurisprudenziale”.
Montpellier: una grande parte di scuole minori la troviamo
nell’attuale territorio di Francia. Parliamo delle “scuole
provenzali”, dove emerge prepotentemente l’Università di
Montpellier. Secondo una certa tradizione, non accettata da tutti,
sarebbe stata fondata da un giurista italiano, il Piacentino,
immigrato nel corso degli anni sessanta. Secondo altri, il
fondatore sarebbe stato Rogerio. Cronologicamente, è vero che
Rosero insegnò in Provenza prima del Piacentino, ma questo non
è il criterio giusto per dire che il fondare di Montpellier sia
proprio lui. Indipendentemente da chi dei due abbia fondato la
scuola di Montpellier, certamente abbiamo fonti che sono più
propense a sostenere che la fondazione è da attribuire al
Piacentino. Quando abbiamo parlato di Pepo, abbiamo detto che
le fonti italiane non erano favorevoli a lui, mentre le fonti d’oltre
Alpe ci attestano un riconoscimento di questa figura come
iniziatore dell’insegnamento poi ripreso e portato a compimento
da Irnerio. Ebbene, sono proprio queste scuole minori in terra di
Francia che ci offrono la maggior parte di testimonianze
favorevoli a Pepo.
Dopo questa mappa fatta da Stephan Kuttner, in cui abbiamo
scoperto una vera e propria rete di sedi romanistiche in Europa,
Bologna risulta essere meno importante, perché oltre alle scuole

149
in Inghilterra e nella Francia, anche in Italia si moltiplicarono i
centri di formazione giuridica accademica superiore.
Le opere che si collegano alle “scuole minori” di Francia e Italia,
presentano alcune caratteristiche. La prima è l’atmosfera
“grammaticale” che le circonda evocando legami degli autori
con le arti liberali. Per esempio il Piacentino, che insegnò per
alcuni decenni a Piacenza, Mantova, Montpellier (a Bologna solo
per poco tempo e fu un’esperienza molto amara), scrive sermoni
sulle leggi metà in versi e metà in prosa. Inoltre siccome proviene
dalla zona di Mantova, si sentiva un contemporaneo di Virgilio.
Dai centri extra-bolognesi, vengono molti testi che sono scritti in
latino. Danno ai discorsi tecnici una forma “dialogica”. Il dialogo
era sempre una delle forme più antiche della letteratura greca e
latina. Impostano elaborati, proemi su incontri straordinari con
personaggi allegorici nel “templum iustitiae” di Giustiniano, che
viene collocato o in campagna o sulla vetta di un monte. Un
tempio abitato da semidee come la giustizia, oppure frequentato
da interpreti dall’atteggiamento sacerdotale. Qui il viandante,
desideroso di apprendere le leggi, instaura con questi personaggi
conversazioni riguardanti problematiche che gli stanno a cuore.
La parola “templum iustitiae”,era proprio di Giustiniano. Con la
costituzione “Deo auctore”, comandò il recupero della romanità
con le leggi. Quindi, il “templum iustitiae” era l’opera di
Giustiniano. Qui questo templum diventa una costruzione. A
seconda degli artefici letterari abbiamo una parete di cristallo
dove è scritto in versetti un frammento. Il viandante di turno
chiede: “che cosa significa quella frase”, e il personaggio glielo
spiega. Alla fine, questi testi hanno molto di giuridico, ma tutta la
cornice è una cornice letteraria e sovrabbondante. Questa moda
grammaticale, è soprattutto una moda francese. Quindi, è seguita
da Rogerio, Piacentino e da tutti quegli autori che sono legati alle
scuole della Provenza.
Vediamo tra queste opere quali sono quelle più importanti.
Rogerio è presente in terra di Francia prima del Piacentino. Egli
era stato, probabilmente, allievo di Bulgaro o almeno è
appartenuto alla cordata bulgariana. Ha insegnato a Bologna nel

150
1150, perché abbiamo delle glosse che vi ebbero successo e le sue
copie annotate del Digesto e dell’Authenticum sono conosciute
dai bolognesi come “Libri Rogerii”. Poi abbiamo un certo buio
nella sua vita. cioè non abbiamo grandi episodi che lo vedono
protagonista. L’unico episodio che lo riguarda, ci viene raccontato
da Azzone. Nel 1162, Rogerio avrebbe difeso a Torino davanti
all’Imperatore Federico I Barbarossa, i diritti della Provenza,
accampati dai potenti Conti di Baux contro le pretese degli
altrettanti Conti di Barcellona. La cosa interessante è che Rogerio
difendeva pretendenti rispetto a Bulgaro che difendeva i Conti di
Barcellona. La causa fu vinta da Rogerio. Il fatto apparve agli
occhi di Azzone meritevole di ricordo, perché Bulgaro era stato
maestro di Rogerio. Per alcuni, un certo oblio sulla sua vita
sembra essere stato gettato dai sui compagni e colleghi per aver
vinto sul maestro.
Le opere che dobbiamo ricordare sono due:
- Aenotationes quaestionum super codice: i punti nodali sul
codice;
- Quaestiones super institutis: questioni sulle istituzioni;
Un’operetta che dobbiamo considerare è quella delle
“quaestiones de iuris subtilitatibus”, cioè “questioni sulle
sottigliezze del diritto”. Quest’opera redatta nel nord Italia, si
viene a collocare in quel contesto di recupero delle regalie da
parte della politica imperiale e si condanna il principio della
“personalità del diritto”. L’opera in questione si viene a
collocare in quelle opere di carattere letterario proprie delle scuole
provenzali. Per cui, abbiamo il proemio che è costruito tutto
intorno ad un’allegoria di quello che è il “templum iustitiae”.
Il tempio è costruito su di un monte. Una volta varcata la porta
d’ingresso, abbiamo una visione celestiale. All’interno abbiamo
una parete di vetro sulla quale, in lettere d’oro, è scritta tutta la
compilazione giustinianea. Sulla parete stessa si riflette
l’immagine della giustizia che è circondata da ancelle che sono le
varie virtù. Un gruppo di persone anziane si preoccupa di

151
cancellare dal testo scritto sulla parete di vetro, tutto ciò che è
contrario all’equità.
Una delle prime questioni riguarda il rapporto tra il diritto
naturale, il diritto delle Genti e il diritto civile. Un’altra questione
che viene affrontata, è quella di coloro che vinti, devono o meno
subire la legge del vincitore. Qui abbiamo tutta una tradizione di
elementi che ci fanno capire come nella unicità dell’impero, l’idea
della personalità del diritto doveva essere accantonata in vista di
un diritto comune che doveva essere legge di tutti.
Quello che a noi può colpire, è come queste scuole che pure
nascono con l’intento di recuperare la cultura e di insegnamento,
alla fine con il loro modo di procedere fanno politica.
Anche se l’approccio letterario è molto diffuso, non è l’unico
modo di insegnare diritto, perché abbiamo un altro campo di
trattazione. Parliamo della c.d. “letteratura processualistica”.
Rodolfo Niger, che insegnava a Parigi arti liberali, ci ha lasciato
delle testimonianze su Pepo in cui attesta una “rinascita del
diritto romano e della relativa scienza”. Inoltre, ci viene a
presentare aspetti di prassi giudiziaria in Italia soprattutto nei
territori più influenzati dalla Chiesa.
A partire dall’XI sec. si è cercato di dare dignità al sistema
probatorio romano dopo tutti quegli interventi apportati dalle
popolazioni barbariche. Infatti, il processo non era più diretto ad
accertare la verità dei fatti, ma era legato solamente ad un
discorso di qualità di determinati giuramenti. Cercare di
recuperare il sistema probatorio romano, significava cercare di
applicare nuovamente le regole del processo romano.
Uno dei punti che creava molti problemi esaminando il diritto
romano classico e giustinianeo, era il discorso del complicato
sistema romano delle azioni.
Ci sono singole opere che cominciano a circolare al momento.
All’inizio, si trattava di una produzione minore perché sono
rivolte alla pratica, cioè a fornire ai tribunali degli strumenti
adatti. La cosa interessante è che questa attenzione a l processo
nasce in Italia, ma le scuole minori erano in comunicazione tra
loro. Per cui, c’era uno scambio di maestri, di opere, di interessi

152
culturali. Ecco allora che questo materiale di letteratura
processualistica, pur nascendo in Italia emigrò in Francia andando
a dare nuova linfa alle scuole Provenzali. Nel sottolineare la
congiunzione tra l’approccio letterario e quello processuale,
abbiamo un’opera del Piacentino in cui narra il suo incontro con
una donna bellissima: la “Giurisprudenza” mentre stava
meditando sulle azioni. Avvicinandosi a lei, vide che possedeva
un libretto intitolato “De actionum variaetatibus”, se lo fece
dare e fu quel libretto a spirarlo nei suoi studi processualistici,
tanto che egli diede alla sua opera sulle azioni questo stesso titolo.
Questo è un modo elegante per dire che il Piacentino ebbe in
mano un’opera scritta da altri e si basò su quell’opera per scrivere
proprie opere sulle azioni. Il fatto che il Piacentino sostiene di
aver incontrato la Giurisprudenza a Mantova non è un caso,
perché Mantova diventa il centro alternativo a Bologna in cui si
approfondiscono studi sulle “azioni” e sui “libelli”.
Questa tendenza di Mantova in riferimento ai libelli e alle azioni,
sembra essere stata ispirata da Bulgaro perché, è vero che scrisse
un’opera di carattere processuale, ma si trattò di un lavoro “sui
generis” che presenta un certa erudizione che non ha fini pratici.
Questo piccolo trattatelo, non solo non nacque in ambiente
scolastico, ma neppure venne destinato ai tribunali. Lo richiese a
Bulgaro prima del 1141 il Cardinale Aimerigo cancelliere della
curia romana e Bulgaro amichevolmente lo compose per lui.
Forse fu un omaggio della cultura storica del destinatario.
Sono gli allievi di Bulgaro che continuano questo studio delle
azioni e dei libelli. Ma sono allievi di Bulgaro che non sono stati
insegnati Bologna.
Quali sono i maestri che pur legati da formazione e cordata con
Bulgaro,sono stati insegnanti di pregio su questo materiale
processualistico ?
Sicuramente il più importante di questi è Giovanni Bassiano.
Giovanni Bassiano studiò con Bulgaro a Bologna e, dopo essere
stato per poco maestro a Bologna, si recò in altre città: Cremona,
Piacenza e soprattutto Mantova. Proprio qui egli venne a

153
produrre, sia per la scuola che per i tribunali, opere di carattere
processuale. Tre sono le opere di riferimento:
a) ordo iudiciorum: ordine dei giuristi;
b) arbor actionum: lo schema delle azioni
c) quicumque vult: chiunque vuole
Ordo Iudiciorum: è un manuale di formulari che coprono
l’intero processo. Quindi, dal “Libello” alla “Sentenza”;
Arbor Actionum: è tutta quella possibile serie di azioni possibili
in un processo. Lo studio delle azioni, era precedente a Giovanni
Bassiano. L’albero delle azioni è quello che in concreto collega e
organizza tutte queste azioni tra di loro;
Summa quicumque vult: cioè “chiunque vuole”. Divenne
un’operetta preziosa per la redazione dei “libelli introduttivi
della lite”. In tutti i processi di Diritto Canonico, Civile, il
processo inizia con una domanda al Giudice. Questa domanda,
fino al tempo dei Romani, si chiama “Libello”. In questa operetta
quicumque vult, Giovanni Basiamo spiega come “redigere un
libello”. L’attore, cioè chi promuove la causa, è colui che scrive il
“Libello”.
Se è stata Mantova lo sfondo dell’Ordo Iudiciorum, dell’Arbor
Actionum e della Summa Quicumque vult, in questa città venne a
nascere tra Giovanni Bassiano e Piacentino un vero e proprio
scontro ideologico su come interpretare l’azione.
Per Giovanni Bassiano l’Actio si identificava con la “Causa
Petendi”, mentre per il Piacentino non si identificava. Quando
nella scuola universitaria antica il problema si poneva tra maestri,
automaticamente si poneva tra le cordate di alunni e tra gli altri
maestri che, da una parte o dall’altra, si schieravano a favore o
contro quella persona.
Un particolare molto interessante da sottolineare, è che il
Piacentino apparteneva alla storica cordata dei Martiniani
(Martino, grande dottore che si opponeva a Bulgaro), mentre
Giovanni Bassiano apparteneva alle cordate di Bulgaro. Per cui,

154
questo contrasto richiamò l’antica tensione tra i martiniani e i
Bulgariani.
Ecco allora come Giovanni Bassiano, ma anche Azzone,
Accursio, vennero a bruciare il terreno attorno al Piacentino tanto
da indurlo all’esilio. Emigrò in Francia, e precisamente a
Montpellier, dove si portò con sé alcune opere processualistiche e
dove trovò il modo di riconciliarsi come insegnante.
Quello che a noi interessa, è che Mantova divenne il centro dei
grandi dibattiti teorici sul problema delle azioni.
Attraverso la mappa fatta da Stephan Kuttner è possibile risalire
non solo alle scuole, ma anche alle predilezioni all’interno della
scuola.
È possibile risalire gli studi processualistico attraverso la Glossa
che era stata fatta sull’Arbor Actionum. Cioè l’opera di Giovanni
Bassiano si presentò fin dall’inizio così completa, così sistematica
da diventare il testo fisso di studio sul quale si vennero a
cimentare i maestri. Il cimento dei maestri, era dato proprio da
queste spiegazioni tra le righe o marginali, che chiamiamo
“Glosse”. Uno dei primi che è intervenuto sull’ “Arbor
Actionum”, è un misterioso Signor “G”.
La volontà politica di certi storici del diritto di voler portare tutta
la fase processualistico a Bologna fece sì che quella “G” fu
interpretata come una sigla di “Irnerio”. Questo intento di voler
far nascere tutta l’attività legata al processo attraverso l’opera di
Bulgaro proprio a Bologna, ha fatto deviare il corso della storia.
Ma oggi, con una più attenta ricerca, si può dire che questo autore
che si firma con una “G”, è un autore provenzale e si chiama
“Gerandus”.
Un’altra sigla molto importante che si trova sull’Arbor Actionum
è un “H”. un misterioso “Henricus”.
L’unico giurista di questo tempo che porta il nome di Henricus, è
Enrico da Baila, professore Bolognese, che purtroppo non ha
scritto nulla sulle azioni.
Il nome Henricus è di incerta lettura. Ad una più attenta
comparazione dei manoscritti, questo Henricus è stato letto come
“Anselmus”. Quindi sulla scia di Giovanni Bassiano che si è

155
interessato di diritto processuale. L’opera è “Iuris Civilis
Instrumentum”, cioè “strumento del diritto civile”.
Al di là dello titolo, si tratta di un’opera sulle azioni. Cosa molto
interessante, è che Anselmo dell’Orto viene a fondere 2 tendenze:
1) letteraria, propria delle scuole minori francesi;
2) processualistico, legata più al presente.
Infatti quest’opera comincia con un discorso riguardante il
“Templum Iustitiae”. Questo “Templum Iustitiae”, non è più in
un bosco o su un monte, ma è situato a Bologna. Anselmo
dall’Orto studiò effettivamente nell’Alma Mater, anche se non
appare mai negli elenchi dei docenti. Si sa soltanto che tra il 1162
e il 1165, era già tornato nella sua città, Milano, dove era
Console.
Questo significa che, quest’operetta non nasce per la scuola, ma
nasce probabilmente per la pratica.
Accanto a Bologna, dove si insegnava il “Diritto Giustinianeo”,
abbiamo delle scuole longobardistiche. Le scuole
longobardistiche non si trovavano solo a Pavia, ma anche a
Mantova dove si insegna diritto romano e diritto Longobardo.
Anche qui abbiamo opere e nomi di maestri.
Un longobardista, Ugo, compone uno scritto sull’ “Duello”.
Uno dei nomi che circolano a Mantova, come maestro di
diritto longobardo, e il “Vaccello”. Egli compose l’opera
“Argomenta atque Contraria Lombardae”, cioè
“Argomenti favorevoli e contrari alla Lombarda”. Commento [Unp16]: La Lombarda
era uno dei testi propri del diritto
Il Vaccello non compose direttamente questi argomenti, longobardo noto alla scuola di Pavia.

anche se poi l’opera è attribuita a lui. Perché, come


accadeva spesso, le lezioni fatte dal maestro sul testo
venivano raccolte da alcuni allievi e poi riformulate dal
maestro stesso. Diciamo che il modello di contrapporre
argomenti a favore o argomenti contrari, è un metodo
proprio della “Questio”. Cioè, se la “Glossa” è una
spiegazione sul testo:
- per renderlo fruibile dopo secoli;
- per interrogarsi sul testo;

156
Quando si arriva alla “Questio”, vediamo che si compone per sua
struttura di argomenti a favore e di argomenti contrari.
Il fatto che ci sono argomenti a favore e contro il testo della
Lombarda, fa capire come nel XII sec. c’è una certa attenzione
particolare a questo testo antico del diritto Longobardo, su cui si
vengono ad applicare dei metodi che di per sé nascevano a
Bologna come applicazione del diritto romano.
La localizzazione delle scuole Longobardistiche, è essenzialmente
nel Nord d’Italia: Mantova, Piacenza e Pavia.
Al di là dell’opera “Argomenti favorevoli e Contrari alla
Lombarda”, ci sono molte “Glosse”, “Summae” e piccoli
“Trattati”, che ci attestano un interesse del mondo accademico
ancora per il diritto longobardo che, di fatto, non si applicava più.
Il tema letterario e processualistico anche se è praticato da scuole
fuori Bologna, pian piano si avvicina non tanto a Bologna quanto
agli studenti bolognesi. Certamente, se con la “Summa
Quicumque vult” di Giovanni Bassiano dobbiamo uno sviluppo
e una applicazione nella scuola di questo interesse processuale,
soprattutto per i “Libelli”, con Pillio da Medicina abbiamo
l’interesse per l’intero corso del processo.
Si chiamava “Ordines Iudiciorum” o “Ordines Iudiciorii”.
La differenza non è solamente linguistica, ma anche perché:
- Ordines Iudiciorum: erano gli strumenti per un processo
civile;
- Ordines Iudiciorii erano gli strumenti per un processo
canonico;
Avevano molti punti in comune, perché entrambi derivavano dal
processo romano. Più si va avanti, più si insiste ad un
allontanamento dai testi di Giustiniano. Se all’inizio l’opera dei
bolognesi fu quella di ricomporre il testo di Giustiniano e fare la
“Glossa” sul testo, successivamente ci si è accorti che non era
necessario fare una “Glossa Sistematica” a tutto il testo di
Giustiniano. Ecco allora che cominciò a circolare uno strumento
ad uso degli studenti: la “Summa”, che andrà a semplificare il
metodo di insegnamento.

157
Dalla Modena di Pillio alla Bologna di Accursio
Alla fine del XII secolo, abbiamo un improvviso interesse per i 3
libri del Codice di Giustiniano. Il codice di Giustiniano, che si
componeva originariamente di 12 libri, nella sua trasmissione alto
medievale si è smembrato in 2 libri: 9+3.
Questi 9+3 arrivano a Bologna come libri separati, ma Irnerio non
li ricompone perché: i primi 9 libri che raccoglievano il diritto il
diritto privato, erano libri ancora di interesse per la scuola e per la
pratica, per cui contribuiscono il quarto volume di Irnerio dopo i
primi 3 volumi del Digesto. Invece, gli ultimi 3 libri finiscono nel
5 volume, nel volume “Parvum”, perché furono raccolti per un
recupero culturale.
Questo recupero degli ultimi 3 libri del Codice, appariva
anomalo. Proprio ai tempi della Pace di Costanza del 1183,
quando l’Impero era uscito sconfitto dalla battaglia per il recupero
delle regalie e i Comuni trionfavano, i 3 libri che contenevano la
normativa imperiale sul fisco e sul demanio, avrebbe dovuto
perdere in attualità e sembrare superate. Invece, non fu così.
La storiografia ha cercato di spiegare il motivo a questo interesse.
Probabilmente, alla fine del XII sec., si era completata la Glossa
al Digesto e ai primi 9 libri del Codice, per cui si andava a toccare
testi che prima non hanno avuto quella attenzione da parte della
Scuola.
Il Piacentino, già prima degli scontri a Mantova con Giovanni
Bassiano, si era interessato a quest’ultimi 3 libri del Codice.
Infatti, aveva intrapreso la redazione della “Summa” dei 3 libri,
ma non poté concluderla perché la morte lo colse di sorpresa.
Ai tempi dell’Imperatore Enrico VI, un Giudice Lucchese
Rolando cercò di portare avanti un’opera molto simile. Può
sembrare strano che a 10 anni di distanza, questo Rolando
cominci a fare un’opera totalmente identico, come tema e come
impostazione, all’opera iniziata dal Piacentino e non portata a
termine. Ma a quel tempo non esisteva quella comunicazione che
c’è oggi. Per cui abbiamo molte opere che nascono sul medesimo
argomento e che poi, proprio perché c’è un prestito tra le varie
opere, sono di difficile attribuzione o di difficile paternità.

158
Se nella letteratura provenzale, abbiamo l’approccio letterario con
il Templum Iustitiae, quando parliamo di autori italiani molto
spesso si fa riferimento ai “sogni”. Questa finzione letteraria del
sogno, è un qualcosa che ritroviamo spesso nelle opere di questo
periodo. In genere sono gli alunni, già maestri, che continuavano
le opere interrotte dai maestri. Ebbene Pillio da Medicina, è colui
che ha continuato l’opera del Piacentino. Per non essere cacciato
per usurpazione di opere altrui, (perché Pillio prese materialmente
l’opera del Piacentino e la continua), fa un sogno. In questo
sogno, egli incontra il Piacentino il quale lo incoraggia a
continuare il suo lavoro. Però, neanche Pillio da Medicina riuscì a
completarla. Allora, Rolando da Lucca prese l’opera del
Piacentino, prese la continuazione fatta da Pillio, aggiunse
qualcosa di suo e ci dette la redazione finale di questa “Summa”
sugli ultimi 3 libri del Codice. Si compone di 3 parti avverse per:
- Autore
- Stile
- Competenza;
- Contenuto
Pillio da Medicina, oltre aver dato il suo contributo in questa
“Summa” dei 3 libri, si è imposto come l’iniziatore del “metodo
Brocardico”. Questo metodo Brocardico, oltre ad essere un
metodo molto intelligente, era anche un metodo per ricordare a
livello di memoria quello che era la materia da insegnare.
La parola “Brocardo” è un parola molto antica ma dall’incerta
origine. Per alcuni il termine “Brocardo” fa riferimento ad un
personaggio realmente esistito che si chiama “Burcardo di
Worm”, il quale scrisse un famoso decreto. Proprio perché questo
decreto era un esempio di regole, di collezione, la regola in cui si
viene a dire una grande verità che si può espiare, fu chiamato
“Brocardo”.
Un’altra ipotesi, è quella che “Brocardo” deriverebbe
dall’incontro di 2 parole: “Pro – Contra”. Anche qui, se sul
piano linguistico questo tipo di etimologia non è accolta dagli

159
studiosi, effettivamente la parola “Brocardo” viene a collegarsi
proprio a questo discorso di “Pro – Contra”.
Pillio, presentò questo metodo brocardo attraverso un libello.
Questo libello è: “Libellus Disputatorius”. Si tratta di un lungo
elenco di principi teorici tratti dalla compilazione Giustinianea.
Questi principi teorici, vengono accompagnati da tante normative,
sia favorevoli, sia contrarie. Pillio da Medicina compose
quest’opera soprattutto per i Tribunali, ma si è reso conto che
questo metodo era molto utile alla formazione degli studenti. Per
cui, nell’anno 1195, fa un seconda edizione di questo libello
disputatorio, con una vera raccolta di “Brocardi”, cioè di “regole
ormai definite”. Attraverso questo metodo, si propose di ridurre
a 4 anni il ciclo degli studi. Questo perché anche se gli studenti
bolognesi non avevano maestri, che applicavano il metodo
brocardo, certamente era un ottimo metodo di studio.
I Brocardi per la loro novità di metodo, si diffusero
abbondantemente. Naturalmente, i Brocardi non sono un metodo
usato a Bologna. Bologna difese il metodo della Glossa fino
all’estremo delle conseguenze. Un metodo che ormai era
obsoleto, un metodo che ormai non dava più frutti come all’inizio.
I Brocardi erano “pro” e “contra”. Dobbiamo ad Azzone il
merito di aver intuito che a questo genere di metodo di
insegnamento, era necessario dare delle “Soluzioni magistrali”.
Cioè non soluzioni che venissero dall’inesperienza o
dall’esistenza del singolo studente, ma di maestri, come avevano
dettato gli argomenti “pro” e “contra”, dovevano arrivare a
dettare le conclusioni. Siccome il materiale di Pillio era già
organizzato per le opinioni favorevoli e contrarie, fu Azzone che
venne a dare le soluzioni. Così, questo materiale di Pillio mediato
da Azzone divenne il “metodo Brocardico per eccellenza”.
Dal metodo brocardico nacque una tecnica argomentativi
esclusivamente giuridica, che sfocerà nella nuova specialità della
catalogazione dei “modi Arguendi”. Venivano chiamati anche
“loci”, perché li ritroviamo nel “Corpus Iuris”. Individuano
strade, percorribili dal ragionamento, strade che avevano il
vantaggio di essere di origine controllata in quanto erano state

160
tutte percorse da Giustiniano. Naturalmente di questi
“Argomenta” si realizzeranno delle collezioni, che
rappresenteranno un nuovo genere letterario che si collocherà tra
“scienza” e “prassi”.
Metodo della Questio: la “questio” è un metodo di
insegnamento che si affianca e supera la glossa ed è collegata al
“metodo Brocardico”. Ogni scienza ha come metodo di
insegnamento e di apprendimento la “questio”. Questo significa
che: “il metodo della questio, già sperimentato da altre
discipline come la filosofia, la teologia e la dialettica, viene ad
essere recepita anche dal mondo del diritto”. Questa influenza
derivò dagli:
1) Ecclesiastici: che hanno sempre dominato la cultura nel
medioevo;
2) Maestri in arti liberali: che fungono da cerniera tra gli
interessati al testo antico, in quanto testo da recuperare e i
primi giuristi che si formarono alla scuola di Bologna;
La questio nasce perché c’è un dubbio di fondo al quale bisogna
dare una risposta. Siccome si tratta di dubbi che nascono nella
scuola ad uso della scuola, è chiaro che la “questio” diventa il
metodo diretto a comporre le “diversità”. Cioè a “concordare
leggi discordanti”.
Sembra che alla scuola di Bologna, la realtà della “Questio” sia
collegata a Bulgaro e alla sua cordata, ma certamente fu utilizzata
da tutti i maestri.
Dai testi scritti che ci tramandano le discussioni orali, la questio
questio nasce su testi giuridici legati a Giustiniano. Si trovavano
dei passi che apparivano discordanti e si mettevano d’accordo. La
maggior parte di questi passi è proprio nel Digesto che, essendo
una raccolta di circa 2000 opere di giurisprudenza romana, si
potevano trovare dei frammenti tra loro contrastanti.
Le questio che nasceva da queste discordanze, era detto: “Questio
legittima”.

161
Siccome non c’erano argomenti sufficienti per trattare questioni
di questo tipo, ecco che abbiamo delle questioni che partono non
dal testo legislativo, ma da una fattispecie create dal maestro.
Quindi, una fattispecie fittizia. In queste lettere dice: “Se stai
studiando duetto di Giustiniano, ma sappi che il duetto della
tua terra è questo”.
La seconda parte del “Decreto di Graziano”, raccoglie solo
cause fittizie che sono frutto di invenzione da parte del maestro.
Il maestro mette 2 gruppi di fonti normative che si pongono come
“Argomento Contrari”. Per meglio svolgere la funzione
didattica, tali questiones erano spesso disputate tra studenti. Il
maestro proponeva un “casus” controverso, incaricava uno o più
scolari di difendere una tesi e altri di argomentare quella opposta.
Egli stesso guidava il dibattito e alla fine dava la soluzione.
Le questioni di questo tipo, erano dette “Questiones Disputatae”.
L’idea che facilitò la svolta decisiva nella storia della “questio”,
fu quella di proporre alla discussione non casi di fantasia, ma casi
tolti dalla prassi giudiziaria, di sceglierli magari da sentenze che
avevano avuto una certa risonanza nella società e quindi,
sollecitavano l’interessamento degli scolari. Oppure, da sentenze
mal fatte e da rifare o anche, da pareri formulati da giuristi noti.
Attingere dalla prassi, significava confrontarsi non soltanto con le
vecchie “Leges” di Giustiniano, ma con “Statuti”,
“Consuetudini”, “Capitolari Barbarici”, “Costituzioni di Re e
Imperatori”.
Queste questiones, erano dette: “Questiones ex facto”. Esse
costituirono il legame tra le aule scolastiche e i Tribunali e
contribuirono a radicare Giustiniano nella prassi. Nella seconda
metà del secolo, le “questiones” videro l’attenzione di Giovanni
Bassiano. Oltre a farle disputare dagli studenti in sede di
esercitazione, le utilizzò anche nel corso della lezione. Questo
evidenzia come Giovanni Bassiano, dopo una lunga esperienza
nelle scuole minori, portò con se una forte ventata di aria fresca
che diede inizio al rinnovamento dei metodi della scienza
bolognese.

162
Bologna era sempre stata chiusa a queste novità, rimanendo
sempre fedele a quello schema originale che era la “Glossa sul
Testo”.
Recentemente, è stata avanzata l’ipotesi che Giovanni Bassiano
coinciderebbe con il canonista “Baziano”. Questo Baziano,
sarebbe stato uno dei primi maestri a professare l’Utrumque Ius.
In realtà, i 2 nomi furono confusi fin dall’inizio. Dobbiamo
aspettare il 700, per cominciare a dubitare dell’unicità del
personaggio. Solo nell’800, abbiamo la separazione tra Bassiano e
Baziano come 2 giuristi differenti. I tentativi recenti di voler
tornare all’unicità della persona, non sono stati coronati da
successo.
Accanto a Bassiano, abbiamo Pillio da Medicina. Pillio, che
pure aveva mostrato una certa attenzione per il mondo
processuale, riesce a raccogliere intorno a se molti alunni
portando in classe le “Questiones ex facto”. Queste questiones le
raccolse in una collezione molto importante che ha diverse
redazioni, perché viene ad arricchirsi ogni anno con del materiale
prodotto dalle scuole.
Dal 1194, abbiamo un testo definitivo. Questo testo ha una ampia
circolazione nelle sedi universitarie, tanto da arrivare a Bologna.
Fu un successo duraturo. Infatti, nel tardo 500 le questiones di
Pillio vennero stampate ripetutamente.
Da sottolineare, sono i “Libri Feudorum”, dove insegnava Pillio.
Essendo Modena molto attenta alla prassi, era normale che non
vigesse la regola non scritta su cui si attenevano i primi glossatori
bolognesi e cioè, “di dedicare la propria mente e i propri sforzi
esclusivamente a Giustiniano, l’unico vero legislatore che
meritasse attenzione”. Pillio a Modena mostrò interesse anche
per le fonti canoniche, per le questioni feudali e per le costituzioni
feudali di Federico Barbarossa.
Pillio sottopose i “Libri Fideuram” ad un apparato di glosse.
Con questo di glosse, viene a formare una “Summa”. Attraverso
questo interesse, Pillio diede modernità ad un testo ormai antico e
lo fece uscire dalle strettoie di una scienza longobardista rozza e
in declino.

163
I “Libri Fideuram”, raccoglievano essenzialmente consuetudini
feudali lombarde. Il nucleo era costituito da 2 lunghe lettere che il
Giudice e Console milanese “Oberto dell’Orto” dice di aver
mandato al figlio “Anselmo”, studente a Bologna.
Il giovane si sarebbe lamentato che nell’Alma Mater, un diritto
importante come il diritto feudale fosse passato sotto silenzio, e il
padre, che per lunga pratica di giudice conosceva a puntino le
consuetudini milanesi, gli descrisse egregiamente quelle che si
applicavano nei feudi.
Il testo delle consuetudini di Milano dell’anno 1216 è
importantissimo, perché viene ad essere distinto dal “Libro dello
Statuto di Milano”. Si tratta di un fatto rarissimo. Infatti, solo
Napoli e Milano presentano questo libro degli Statuti, distinto dal
Libro delle Consuetudini. Tutte le altre, faranno confluire le
consuetudini nell’ambito dello Statuto.
Quindi, la prima stesura dei “Libri Feudorum” si fa risalire a
questo nucleo di “Orberto” ed è detta “Orbetina”.
Nel 1158, abbiamo la “Dieta di Roncaglia” in cui si incontrarono
Federico I il Barbarossa e i 4 dottori, successori di Irnerio. Dopo
tale dieta questo libro, che era una raccolta di consuetudini, viene
innalzato a rango di legge. Alla fine del secolo, abbiamo la
redazione dei “Libri Feudorum”. Fu detta “Ardizzoniana” non
perché si attribuiva al giurista Veronese Iacopo di Ardizzone, ma
perché si pensò che questi fosse stato il primo ad averla tra le
mani e a studiarla.
La terza e definitiva recensione, con poche aggiunte finali, è detta
“Accursiana” o “Vulgariana”, perché colui che terminò la
redazione definitiva è “Accursio”.
Dopo questa definitiva redazione e soprattutto, dopo questo
cambio di testo, da testo feudale di consuetudini a testo con valore
legislativo, la scuola di Bologna si cominciò ad interessare ai
“Libri Feudorum”. Questi Libri Feudorum vengono a costituire
pian piano l’ultima parte del 5 Volume di Irnerio. Quindi, il 5
Volume di Irnerio partiva dagli ultimi 3 libri del Codice poi
aveva le Istituzioni e l’Autenthicum, cioè le Novelle divise in 9
Collationes. Si creò la “Decima Collatio”, che è data dai “Libri

164
Feudorum” e da altri documenti rilevanti per l’uso della scuola.
Per esempio il testo della “Pace di Costanza”, venne ad essere
inserito e glossato.
All’inizio i Libri Feudorum entrarono solamente nella copia
personale di un maestro bolognese, Ugolino Presbiteri.
Successivamente, l’interesse verso questa copia personale si
moltiplicò tanto che si ebbe subito una copiatura di questi testi.
Non solo le opere di Giustiniano, ma anche questa “Decima
Collatio”.
Questa Decima Collatio, in cui abbiamo:
- Libri Feudorum;
- Pace di Costanza;
- Altri Libri di Imperatori Germanici;
ci fa capire il contributo di Pillio e della creatività delle Scuole
Minori all’evoluzione della scienza giuridica. Infatti, sia i Libri
Feudorum che fanno riferimento al diritto feudale, sia la Pace di
Costanza che vede l’imperatore capitolare davanti alle libere città
Comunali, evidenziano come la scuola necessariamente doveva
aprirsi sia a quel gruppo di consuetudini locali che a quel gruppo
di Statuti che rappresentavano il “Diritto Proprio”.
L’ingresso del “Diritto Proprio” nelle aule accademiche, fu una
grande novità. I maestri che si aprirono a queste nuove istanze
rimasero in auge, mentre quelle che le rigettarono caddero in
declino.
In base all’attenzione che si veniva ad avere verso queste novità
del “Diritto Proprio”, si crearono delle cordate particolari.
L’idea di fondo, che risaliva ad Irnerio, era quella che: “le
consuetudini, in base a quanto stabilito da Costantino nella
Lex Regia, non potevano superare come valore le leggi”. Dopo
la Pace di Costanza del 1183, il diritto proprio poteva derogare le
“Leggi Imperiali a piacimento”. Se questa tesi veniva accolta, si
chiudeva il discorso a qualsiasi presenza del diritto proprio tra le
materie di insegnamento.
Abbiamo detto che la Scuola di Bologna nacque come “Scuola
Imperiale”. Di conseguenza, i suoi maestri per motivi politici e

165
non giuridici ostacolarono il discorso delle consuetudini, perché
in contrasto con la politica imperiale. Come possiamo vedere, non
si tratta di un discorso culturale di interpretazione della legge, ma
di un discorso politico. Il ché significa, che nelle scuole si
comincia a fare politica.
Ma all’interno della Scuola di Bologna, Giovanni Bassiano e i
Testi di Pillio aprirono delle porte. Nel Diritto Romano la
consuetudine poteva essere:
- Secondo la Legge;
- Contro la Legge;
- Al di là della Legge;
La Consuetudine secondo la legge è sempre stata considerata nel
diritto romano, ma anche nel diritto canonico, ottima interprete
della legge. La consuetudine Prater Legem non dava problemi,
perché significava: “venire a regolamentare qualcosa che non è
previsto dalla legge”.
Il vero problema, era dato dalla “Consuetudine Contraria alla
Legge”. Da un punto di vista politico, abbiamo degli interventi
molto forti contro la consuetudine. Questo perché il diritto proprio
che veniva poi condensato nelle consuetudini dei luoghi e negli
Statuti Comunali, si poneva in contrasto alla legge. Ecco allora
che i giuristi della Scuola di Bologna, cominciarono ad articolare
delle teorie ardite per negare la realtà della consuetudine.
Infatti, dissero: “per poter avere una consuetudine contro la
legge in vigore, dal momento che si tratta di leggi imperiali
valide per tutto l’impero, bisogna avere una consuetudine
praticata da tutto l’Impero”. Questo non è vero, perché:
1) La consuetudine non è fatta dalla Comunità dei cittadini
dell’impero, ma può essere fatta da qualsiasi comunità;
2) Siccome tutto l’impero non conosce tutte le leggi
dell’Impero e non può agire in contrasto con ciò che non
conosce, non si danno consuetudini contro la legge;

166
Accanto alla Glossa, al Metodo Brocardico e alle “Questiones”, a
Bologna si viene a creare il genere della “Summa”. Il termine
“Summa”, significa “Riassunto”, “Sintesi” più o meno ragionata
che permette una conoscenza più immediata di certi testi.
Per la penna di Accursio, docente a Bologna per 35 anni, nel 1190
abbiamo le summe al “Codice” e alle “Istituzioni”. Si tratta di
novità a Bologna, perché le summe erano delle scuole minori. Ma
il fatto che Bologna abbia adottato le “Summe”, significa che c’è
stato un vero salto di qualità per quanto riguarda le modalità di
insegnamento.
Le summe, non vengono ad abolire le glosse e gli apparati di
glosse, ma si pongono accanto. La summa al Codice e alle
Istituzioni di Giustiniano, diventa un paradigma per tutte le altre
summe civilistiche che seguiranno a Bologna. Dopo la Summa al
Codice e alle Istituzioni, Azzone tentò la Summa al Digesto. Ma
questo non gli riuscì completamente. Fu portata avanti da Ugolino
Presbiteri, ma con scarso successo.
Questo genere della summa va molto di moda che, accanto alle
summe di Azzone, abbiamo quella di Accursio: “Summa
Autenticorum”. L’Autenthicum, era la raccolta delle Novelle.
Per cui, è una summa delle Novelle di Giustiniano.
Accursio, avrebbe anche compilato la summa dei “Libri
Feudorum”. Comunque, a lui si deve questo interesse di aver
continuato un genere che Bologna ha conosciuto attraverso
Azzone.
Nonostante questi altri metodi, la scuola di Bologna rimase
sempre fedele alla “Glossa” e agli “Apparati di Glossa”.
Nonostante gli sforzi dei Bolognesi di mantenerla in vita, era un
genere ormai in decadenza. I maestri Bolognesi che si
cimentarono sulla glossa, furono molti. I maestri della 4 – 5
generazione non sono più del livello della prima. Così, è molto
più semplice prendere il testo di Giustiniano e leggere le glosse
degli antichi, piuttosto che formulare delle glosse moderne. Le
glosse moderne non vengono fatte, perché i nuovi metodi
(Brocardico, le questiones), permettevano una forma di

167
aggiornamento diverso da quello che era il sistema esegetico
antico.
Un metodo per ringiovanire la glossa, fu ideato da Accursio.
Accursio, viene ad ideare la “Magna Glossa”. Portando avanti
quella che era un’intuizione del suo maestro Azzone, Accursio
fece una scrematura di tutte le glosse disponibili sui testi
manoscritti a Bologna e venne a compilare uno schema che si
componeva di 97.000 glosse. Si trattava della scrematura di tutto
ciò che era stato prodotto a Bologna, dalle origini ai suoi tempi.
Questo metodo che doveva rinvigorire la glossa, presentando
solo le glosse migliori, venne a dare il colpo finale alla glossa
stessa. Perché, se prima era riportata la glossa di questo o quel
maestro che si trovava al margine del testo manoscritto, adesso
avendo questa antologia di glosse selezionate, era ancora più
facile per i ripetitori fare un’abile sintesi delle glosse passate
senza dover comporre nuove glosse.
Sulla persona di Accursio, sono state tramandate molte voci
negative. Oltre ad essere un maestro autorevole e autoritario, era
anche avido di ricchezza che ne accumulò tantissima. Su di lui, si
insinuò il sospetto che:
- praticava l’usura;
- si era lasciato corrompere dagli scolari per passare gli
esami;
- tutta quest’opera di scrematura, sia frutto degli alunni,
mentre lui non ha fatto altro che raccoglierla;
Di fatto, a partire dalla prima edizione a stampa del Corpus Iuris
Civilis, anno 1468, quando ci viene riproposto, ci viene riproposto
con la “Magna Glossa” di Accursio.
Non contento di quest’opera, Accursio completò la sua opera
facendo la glossa ai “Libri Feudorum”. Il fatto che la glossa ai
libri feudorum, già iniziata da Pillio da Medicina, trovasse con
Accursio la sua edizione “Vulgata” o “Accursiana”, ci fa capire
che ancora c’era una certa mobilità nel ritenere i Libri Feudorum
una parte del Corpus Iuris o un’appendice.

168
Accanto a questo lavoro Accursio, come tanti altri, venne a
comporre i “Consilia”. Si tratta di “Pareri Giuridici Ragionati”,
che diventano importanti per la giurisprudenza, per la casistica,
per la pratica.
Con la Magna Glossa di Accursio, si chiude l’era dei glossatori
perché, anche se dopo abbiamo persone che usano il metodo della
glossa, si tratta solo di “Ripetitori”. Non abbiamo più glosse
originarie.
In questo momento, coloro che erano Maestri in Arti Liberali
sono diventati docenti a tutti gli effetti. Inoltre, c’è una certa
tendenza non solo all’arricchimento ma anche una certa vanità nel
cercare cariche, nell’ottenere titoli. Si cerca di ripristinare il titolo
di “Dominus”.
Odofredo chiamava Pepo e Irnerio con il titolo di “Dominus”,
che non era un titolo di cortesia, ma era il titolo con cui nella
prima generazione di studenti si chiamavano i Maestri. Era un
titolo che faceva riferimento alle Corporazione. Nelle
Corporazioni di Arti e Mestieri, il Dominus era il “Capo Mastro”
e i soci erano i membri della Coporazione.
Questi termini furono presi anche per l’università, perché in
origine era una “Corporazione di Studenti”. Più tardi, venne
fuori il titolo di “Magistri” che soppiantò il titolo di “Dominus”.
Nel XIII secolo, si volle recuperare il titolo di “Domini”, non nel
senso dei “Capomastri” o dei “Maestri” originari, ma nel senso
di “Signore”. Cioè, si vuole colorare di un titolo di Nobiltà
acquisita quello che era l’appellativo dei “Maestri” e si cerca di
relegare il titolo di “Magistri”, agli insegnanti delle scuole
minori.
Quindi, i maestri di Bologna sono “Domini”, ufficialmente per
rifarsi alla tradizione originaria, ma in pratica perché si aspirava
ad un titolo maggiore.
Anche se sono ancora rari, dal XIII secolo in poi, molti di coloro
che sono “Domini” nella scuola di Bologna vengono ad essere
chiamati “Consoli”, “Potestà”. Sono considerati tra le persone
più acculturate del tempo e vengono ad essere frequentatori di
ambienti legati, sia all’impero che alla Chiesa. Sono dei

169
personaggi che hanno uno spicco nella società. Per cui, accanto
alla Aristocrazia cittadina, abbiamo coloro che sono i “Principi
del Foro” che diventeranno una “Nobiltà di Toga”.

Graziano e la decretalistica
Introduzione: Se parliamo del Diritto Canonico come scienza,
non possiamo farlo prima del XII secolo e in concreto, prima di
una esperienza di insegnamento avvenuta a Bologna da parte di
un monaco che si chiama Graziano. Tuttavia bisogna stare attenti
nell’individuare l’opera di questo maestro perché ci sono molte
leggende metropolitane sia sulla sua opera che sulla sua persona.
Il maestro Graziano che è un canonista, viene collocato da Dante
nel decimo Canto del Paradiso. Questo significa che, tutti i
commentatori della Divina Commedia, da Giovanni Boccaccia in
poi, hanno trattato anche di Graziano. Siccome non erano giuristi,
nel ricercare notizie su di lui, lo hanno confuso con altri. Per cui,
Graziano è diventato “Vescovo”, “Cardinale” e anche “Papa”.
Questo ha comportato anche l’aggiunta del nome “Giovanni”.
Tutta l’aggiunta del nome “Giovanni”. Tutta la critica è concorde
nel ritenere che sia stato un monaco, ma che non sia stato un
“Monaco Camaldolese” come è riportato da più parti. Il motivo
per cui è stato annoverato tra i Camaldolesi, è perché questo
Graziano insegna, abbiamo ancora una Università che non ha
ancora una struttura che presenta una Università moderna. Ma
abbiamo detto un discorso di vita in comune con degli alunni fatto
dal maestro. Graziano insegna in un monastero che è a Bologna.
Ma la sua non è una scuola che appartiene a questa scuola
universitaria di Bologna. Ebbene, in questo monastero dei Santi
Giovanni e Robone, dove egli venne a insegnare molto tempo
dopo di lui si insediarono i Camaldolesi. Il fatto che in quel
monastero ci fosse stato la presenza di Graziano, lo fece cooptare
per Camaldolese.

170
Quindi, oltre i Commentatori della Divina Commedia bisogna
fare i conti con tutta quella storiografia che è data dall’Ordine
Camaldolese nei “Annales Camalduleres”.
L’opera del maestro Graziano non è:
1) un codice di Diritto Canonico;
2) una Collezione di Diritto Canonico.
L’opera del maestro Graziano è un “testo di metodo”, molto
differente da quello che veniva ad essere impartito dai civilisti
della scuola di Bologna. I civilisti della scuola di Bologna erano
costretti a seguire la tradizione giuridica: dovevano ricomporre il
Codice di Giustiniano. Graziano invece è totalmente libero. Però,
attenzione, se Graziano è un legislatore, il che significa che tutte
le singole parti dell’opera di Giustiniano hanno la dignità e il
valore di legge, perché sono stati tutti singolarmente promulgati,
il testo di Graziano rimane un’opera privata, che era ad uso della
scuola.
Riguardo ai contenuti dobbiamo dire che se la compilazione
giustinianea aveva la “presunzione di abbracciare tutto”, legis,
Iura, Principia iuris e Novelle, Graziano non vuole fare una
raccolta sistematica e completa di tutte le leggi della Chiesa.
Questo perché:
1) non è un Legislatore;
2) non è il suo interesse come maestro.
Quindi il libro di Graziano non deve essere visto come un “Libro
di Contenuto”, ma come un “Testo di Metodo”.
Il metodo è dato dal titolo originario dell’opera, che non è
“Decreto di Graziano” come volgarmente viene chiamato. Il
titolo dell’opera è “Concordia Discordantium Canonum”, cioè
“la Concordia dei Canoni Discordanti”.
Pertanto, Graziano non tratta tutto il diritto della Chiesa ma tratta
solo questioni che presentano una difficoltà, e cerca di fornire al
canonista un metodo per poter concordare le parti che tra di loro
sono discordanti.

171
La parola “Concordia” ha 2 possibili etimologie:
a) Cum Corte: si è nella “concordia”, quando c’è un cuore
solo. Quindi c’è una unità di vedute, una unità di intenti, una
unità di fini;
b) Cum Cordis: sarebbe “con le corde”, “sulle corde”. Queste
“corde” sono quelle della cetra, di uno strumento musicale.
Il “Cum Cordi” è una sfumatura perché ci dice che accanto
ad una unità di intenti ci può essere una molteplicità
armoniosa che non è opposizione.
La Concordia di Graziano sposa la tesi “Cum Corte”, mentre
l’altra tesi è alla base di un altro metodo che fu di Ivo di Chartres.
Ivo di Chartres, propose alla Canonistica questo metodo partendo
dall’Autorità di Agostino. S. Agostino diceva “quando noi
abbiamo dei suoni diversi, non è automatico che siano dei
suoni che si oppongono tra di loro”.
Il metodo di Graziano si fonda sulla “applicazione ragionata dei
criteri” su quelle che sono le “Autorità”. Prima di tutto, lui ha il
grande merito di aver posto in ordine le “Autorità”. Le
“Autorità” sono “tutti quegli scrittori, quegli autori che hanno
dato un qualcosa di contributo alla scienza e come tale
l’hanno aumentata”. Al tempo di Graziano, le autorità venivano
ad essere trattate come se fossero tutte delle “Autorità Coeve”. Il
primo passo del metodo di Graziano è quello di porre le
“Autorità” in una scala gerarchica, dividendo le Autorità per
fasce. Quindi i canonisti ci avvicinano a concordare fonti
discordanti ? Vedere quale autorità parla e di che grado è. Perché
se parla la Scrittura e qualsiasi altra autorità non ci sono problemi,
prevale la Scrittura. Se parlano 2 Autorità, come un Papa e un
Concilio o un Padre della Chiesa e uno scrittore ecclesiastico, non
si ha vero contrasto se non siano all’interno della medesima
fascia.
Una volta che queste autorità sono poste per fasce, si procede
applicando dei “motivi ragionati” cioè delle “Rationis”. Le
Rationis sono 4:

172
1) Ratio loci: bisogna vedere se quella norma è una norma
universale o particolare. Ripresa da Algero da Liegi;
2) Ratio temporis: abbiamo detto che tutte le autorità erano
considerate coeve, cioè tutte dello stesso periodo. Vediamo
ora che tutte queste realtà sono collegate in un primo tempo.
Allora il principio del diritto romano che aveva recuperato
la scuola di Bologna e che poi viene ripreso dalle scuole
canoniste è il discorso della legge posteriore rispetto alla
legge anteriore. La legge posteriore può allungare una parte
o abrogare in tutto la legge più antica. Quindi quando
abbiamo un contrasto tra legislazioni canoniche, vediamo
quale delle due è venuta prima e quale è venuta dopo.
Ripreso da “Bernoldo di Costanza”;
3) Ratio Dispensationis: è data dal fatto che c’è una legge
universale data e questa legge viene dispensata in singoli
casi. Ivo di Chartres è colui che teorizza l’istituto della
”dispensa”, che tra l’altro, era antico nel diritto della
Chiesa. In altre parole, Graziano e Ivo di Chartres ci dicono
che esistono delle leggi che non sono “dispensabili” per loro
natura. Ad esempio il Diritto Divino non è dispensabile
mentre tutto ciò che è diritto degli uomini è dispensabile.
Ma, all’interno del diritto degli uomini abbiamo delle norme
che, per motivi di eguaglianza o di ordine pubblico, non
vengono ad essere “dispensate”. Per esempio, il “diritto
penale” e il Diritto processuale nella Chiesa, pur essendo
leggi degli uomini, non si dispensa perché tutti nella Chiesa
devono essere trattati nella stessa materia. Ripresa da “Ivo
di Chartres”.
4) Ratio Significationis: si può avere una parola che
materialmente è la stessa, ma che poi nell’uso comune e nel
senso giuridico può diventare una parola differente.
L’esempio che ci riporta Graziano è legato alla parola
“Penitenza”. La parola “penitenza”, poteva intendersi il
“Sacramento della penitenza”, poteva intendersi come una
“Penitenza da farsi”, poteva essere “l’atteggiamento del
penitente”, poteva essere “lo stato del Penitente”. Il

173
termine “penitenza” è lo stesso, ma a seconda dei contesti
può avere dei significati. Allora, Graziano dice: “Non si ha
un vero contrasto se il termine è equivoco. Solo il
termine univoco può avere contrasti”. Cioè, se si parla di
“penitenza” come sacramento e si intendono solo penitenza
e sacramento in 2 punti distinti e avversi, allora c’è
contrasto. Ripreso dalla filosofia, cioè da “Pietro
Abelardo”.
Abbiamo detto che Graziano non può rifarsi al Diritto Civile per
la Ratio Dispensationis, perché non esiste dispensa nello stesso.
Le altre 3 Rationes da chi le viene a mutuare ?
Per alcuni Graziano non fa altro che fotocopiare il modello
civilistico. Ma da quello che abbiamo detto, non è assolutamente
vero. Se la “Ratio Dispensationis” fa riferimento a Ivo di
Chartres, che cosa viene a mutuare Graziano dal Diritto Civile ?
La “Ratio Loci” e la “Ratio Temporis” sono 2 principi che il
Diritto Romano classico già prevedeva. Da un attento studio delle
fonti del “Decreto”, ci rendiamo conto che pur conoscendo
questo dal diritto romano, ha emanato queste 2 rationes
attraverso l’opera di altri maestri. Questo perché, il problema che
Graziano si pone, cioè di “concordare le fonti discordanti del
diritto”, era un problema comune a tutte le discipline del tempo.
Per cui, il metodo di Graziano è la sintesi dello stesso problema
vissuto dalla Filosofia, nella Teologia, nel Diritto e nella Storia.
Per Graziano:
1) la fonte per il metodo di composizione delle Fonti storiche,
è un cronista che si chiama “Bernoldo di Costanza”;
2) per la composizione delle Fonti Teologiche, è “Angelo da
Liegi”;
3) a Livello di Filosofia, è il “Metodo dialettico” presentato
da “Pietro Abelardo”.
Per quanto riguarda una sintesi giuridica prima di Graziano, ecco
il “Decretum” di Ivo di Chartres. In particolare il “Prologo” al
decreto che è un trattatelo sulla “Consonanza dei Canoni”.

174
Idicta: dopo che le “Autorità” sono state collocate e divise per
fasce, dopo l’applicazione delle 4 Rationes in combinato,
abbiamo la pronuncia del Maestro. Cioè il Maestro da la sua
sintesi. Qui Graziano applica il “Metodo Dialettico” che già era
stato accennato al mondo giuridico proprio dal metodo brocardico
e dalla Questio. Se c’è una domanda, c’è almeno una duplice
possibilit di risposta. Se c’è un brocardo, abbiamo argomenti a
favore e contro. Questo schema, era proprio delle “Summe”
medievali. Per cui, si partiva da una domanda (la classica
domanda medievale era “An Deus sit”, cioè “Se Dio esiste”), poi
c’era tutta l’elencazione delle autorità positive e negative, quindi
la “Sintesi”.
Alcuni hanno insinuato che anche la “Ratio Significationis” sia
stata un prestito della civilistica ha un contesto diverso. In realtà
non è cosi, perché la “Ratio Significationis” propria della
civilistica ha un contesto diverso.
È vero che il primo approccio dei maestri della scuola bolognese
è un approccio da maestri in arti liberali, ma anche loro si
ponevano la questione: “come uno stesso termine potesse aver
avuto nel corso della storia una diversa valenza”.
Tutto questo per dire che la civilistica nasce come un’esperienza
di scuola e per la scuola. Questo testo di Graziano, nasce e cresce
per la scuola. La stessa datazione del “Decreto”, vede 2 scontri.
Si tratta di 2 scontri fittizi, perché le 2 date possibili per la
datazione del “Decreto” non tengono molte volte presente il fatto
che il decreto non nacque come volume completo, ma come
volume aperto che si arricchiva ogni anno di tutto ciò che era
posto ad uso della scuola dal maestro Graziano. Le date sono:
1140 e 1152.
Nell’anno 1140, cominciarono ad apparire i primi testi ormai
stabilizzati del Decreto, mentre nel 1152 appaiono testi che noi
chiamiamo “Definitivo”, perché intorno a quell’anno il maestro
Graziano muore. Quindi, dal 1140 al 1152 assistiamo ad una
crescita di questo volume del decreto. Il che ci attesta che non
siamo ancora nell’edizione definitiva, anche se in quest’anno
comincia a circolare una prima forma del decreto di Graziano. Nel

175
1152 morendo Graziano, i suoi discepoli chiudono l’opera e
circola così.
Il Decreto di Graziano, è un testo di metodo e non di contenuto.
Riguardo al contenuto, il decreto contiene tantissimo materiale
che è ripreso dalle collezioni della “Riforma Gregoriana”.
Queste collezioni nacquero con l’intento di difendere il “Romano
Pontefice”, gli “interessi e le Libertà della Chiesa”.
Da un punto di vista di composizione, sono collezioni pregevoli
ma che erano monotematiche, nate in un contesto “apologetico”.
Pertanto, quando termina la lotta per le investiture tra Papato e
Impero con il Concordato di Worms nel 1122, tutto questo
materiale non serve più. Tanto è vero che, giaceva ammucchiato
nelle biblioteche.
Graziano, servendosi di questo materiale già selezionato, viene a
comporre il decreto. Questo suo modo di procedere, dando
origine alla scienza del diritto canonico, permetterà ai Pontefici
dopo di lui di avere una maggiore capacità di sentirsi legislatori e
di promulgare delle collezioni, degli atti autentici per il diritto
della Chiesa. Cosa che non si era mai fatta prima.
L’opera del maestro Graziano è rimasta sempre “un’opera di un
maestro privato”. Un’opera cosi importante, che tutto ciò che
viene dopo il Decreto di Graziano è chiamata “Extra Decretum”.
Quindi, le decretali dei Romani Pontefici saranno chiamate
“Decretalis Extravagantes”, perché vagano fuori dal decreto di
Graziano.
Nell’anno 1152, abbiamo una falsa approvazione da parte del
Papa Eugenio III. In altre parole, come i civilisti hanno cercato di
costruirsi un passato legato alla scuola imperiale di Roma,
Ravenna ecc, anche i canonisti si sono vergognati del fatto che
l’opera del maestro Graziano non era mai stata riconosciuta dal
Papa. Allora, come avveniva spesso in quei contesti, hanno messo
giù una falsa decretale del Papa che approvava il Decreto di
Graziano. Questo ci dice che l’opera era già chiusa.
Ben presto, sul decreto di Graziano si vennero a fare le Glosse.
Cioè, quel metodo che la civilistica aveva applicato ai testi di
Giustiniano recuperati, la canonistica li applica sul decreto con

176
una sostanziale differenza. La prima Glossa dei civilisti, è una
“Glossa di Mediazione”. Qui, invece, non c’è stato bisogno di
glosse di mediazione perché si è andato direttamente a glosse di
taglio scientifico. Per cui, all’inizio della scienza del Diritto
Canonico già abbiamo 2 specializzazioni:
1) il metodo: frutto del decreto di graziano. Quindi,
“Decretasti”;
2) il contenuto: studio delle decretali dei Romani Pontefici. Per
cui, abbiamo i “Decretalisti;
Proprio perché Bologna è la patria dell’Utrumque ius, dobbiamo
stare attenti a certe fonti che vaglia quasi far lavorare i due capi
scuola, Irnerio e Graziano, come due compagni di classe e due
compagni nella gestione della scuola di Bologna. In realtà, il
maestro Graziano viene a studiare non con la prima generazione
di Irnerio ma con la seconda, quando Irnerio già non è più a
Bologna. Graziano, pur insegnando in un monastero, perché non
c’era una sede universitaria, fa una disciplina diversa da quelle 8
discipline insegnate nelle “Scole Monastiche”.
Il momento della nascita della scienza del diritto Canonico, è un
momento del tutto favorevole perché è terminata la riforma
Gregoriano, è terminata la “lotta per le investiture” e tanto
materiale è rimasto ad uso degli studiosi, ma senza una particolare
praticità perché le questioni dibattute sono state risolte.
L’opera del maestro Graziano era un’opera di privato, mai
promulgata da nessuno nonostante i tentativi di alcuni discepoli
posteriori di voler far risultare una approvazione pontificia. Per
poter avere nella Chiesa qualcosa che potesse essere a livello del
Corpus Iuris Civilis, bisogna attendere l’anno 1234 . La scienza
del diritto canonico nasce con il Decreto di Graziano, che oscilla
tra l’anno 1140 e 1152 . Ma il decreto di Graziano, seppur
introduce un metodo nella scienza giuridica, non era un testo
legislativo da poter tenere testa a Giustiniano. Quindi, non
possiamo parlare di “Utrumque ius” con Graziano.
Si può parlare di Utrumque ius vero e proprio, nel 1234 con la
promulgazione del “Liber Extra” di Gregorio IX. Quando

177
parliamo del “Liber Extra”, dobbiamo tenere presente alcuni
dati:
1) una scienza canonistica, parte già con maggiori vantaggi di
una scienza civilistica. I primi glossatori al decreto di
Graziano, non dovevano fare nessuna glossa di mediazione,
perché il testo è contemporaneo;
2) Graziano nel suo lavoro si trova ad essere più libero di
Irnerio, perché quest’ultimo era costretto a ricomporre
l’opera di Giustiniano sui binari della tradizione. Graziano,
invece, compila un’opera ex novo;
L’opera di Graziano è divisa in 3 parti, ognuna con una sua
originalità, ognuno con una applicazione concreta del suo metodo.
La prima parte, si divide in 101 distinzioni. E’ la parte più
interessante, più giuridica, più formativa del decreto. La seconda
parte, si divide in 36 cause fittizio.
Queste cause sono il frutto di più discussioni tra maestro e
docente o tra docenti, su un argomento. Sono molto articolate e
sono casi inventati.
La terza parte, è divisa in 5 distinzioni in cui abbiamo il discorso
che Graziano fa sui “precetti generali della Chiesa”, su alcuni
“Sacramenti”, su “pratiche del digiuno”.
Questo Decreto di Graziano, rimase un “libro di metodo”. Gli
autori che hanno fornito spunti a Graziano sono 4:
- Algero da Liegi;
- Bernoldo di Costanza;
- Pietro Abelardo;
- Ivo di Chartres;
Sembra che Graziano abbia fatto questo lavoro tutto da solo.
Questo sembra possibile, perché non abbiamo accanto a lui
personaggi del calibro dei 4 dottori, ma dobbiamo tenere anche
presente che egli non selezionò le fonti, ma le prese così come
giacevano dalle collezioni della Riforma Gregoriana.

178
Però, abbiamo il nome di un collaboratore o almeno, il
soprannome. Questo, si firma Paucapalea (Poca paglia). C’è un
motivo per cui si firma così. Quando il maestro Graziano muore,
Paucapalea è colui che completa il Decreto di Graziano. Lui dice
che: “in quello che è loro del maestro, lui ha inserito delle
paglie”. Queste piccole paglie sono state poi il suo soprannome.
Le Palee, non sono da minimizzare nella loro portata così come
vorrebbe il loro ignoto autore. Fra le palee, ci sono non poche
citazioni di diritto romano e in concreto, di diritto giustinianeo.
Questo ci fa capire che, ci muoviamo nell’ambito della scuola di
Bologna e che c’è una stretta connessione tra il Diritto Canonico e
il Diritto Romano così come viene insegnato a Bologna.
Con il maestro Graziano, assistiamo ad un inizio di separazione
tra il diritto e la teologia, anche se queste distinzioni sono
solamente logiche perché tutte le autorità, o buona parte delle
autorità che Graziano viene a citare, sono autorità teologiche.
Abbiamo visto che, solo dopo un certo tempo dall’inizio del
metodo della glossa a Bologna abbiamo le Summe. Con
Graziano, si è fatto un passo in avanti. I primi glossatori di
Graziano non hanno bisogno di fare molta esegesi, perché il testo
è contemporaneo. Questo significa che, le Summe al Decreto di
Graziano vengono ad essere scritte molto tempo prima in
proporzione al tempo intercorso tra le prime glosse a Giustiniano
e le summe fatte su Giustiniano.
Per comprendere meglio.
La prima generazione di glossatori viene con Irnerio. Graziano
viene una generazione dopo. Il fatto di venire una generazione
dopo, fa si che la generazione dei glossatori civilisti precedenti ha
fatto dei risultati. Graziano scrive un testo che viene
immediatamente posto sotto glossa. E’ un testo composto nel XII
secolo e non nel IV secolo come era il testo di Giustiniano. Per
cui, il fatto di essere venuti una generazione dopo e di aver
eliminato la parte della glossa di mediazione, ha portato a
bruciare le tappe. Tanto che, da Irnerio alle Summe passano 200
anni. Da Graziano alle Summe passa un niente, perché accanto ai

179
glossatori del Decreto ci sono coloro che cominciano a comporre
le prime summe al decreto.
Infatti, quel Paucapalea che nel 1152 ha completato l’edizione del
Decreto che è giunta a noi, redige anche una summa. Per cui,
abbiamo glossatori e summatori che vengono ad agire nello stesso
tempo.
La Summa redatta da Paucapalea, è una summa molto semplice
che circolò con la prima generazione dei Glossatori al Decreto.
Pochi anni dopo il decreto stesso, (anno 1154) abbiamo una
seconda summa che porta il nome di Rolando. Alcuni hanno
pensato che questo Rolando fosse “Rolando Bandinelli”.
Rolando Bandinelli, divenne Papa con il nome di “Alessandro
III”. Comunque, una parte della storiografia non è convinta di
questo. Per cui, sarebbero 2 i maestri Rolandi:
1) Uno divenne Papa;
2) Colui che ha fatto la summa al decreto di Graziano;
Quelli che non accettano l’identificazione dei 2 Rolandi nella
figura di Rolando Bandinelli come maestro bolognese, dicono
che: “Rolando Bandinelli, benché dai suoi scritti appaia una
tendenza alle cose giuridiche, di per sé era un maestro in arti
liberali”. Più tardi, siamo nell’anno 1159, abbiamo la Summa del
francese Rufino. Rufino visse in Italia dove divenne, Vescovo di
Assise e Arcivescovo di Sorrento.
Il suo allievo, Stefano Tornacense, divenuto Vescovo di Tornai
nel 1192, dopo aver studiato prima a Parigi Teologia e poi diritto
Canonico a Bologna (e forse anche civile alla scuola di Bulgaro),
redige negli anni 60 una “Summa” che fu il maggior veicolo
della diffusione del Decreto di Graziano in Francia. La
storeografia, invece, sostiene che la migliore summa sia quella di
“Uguccione da Pisa”.
Dobbiamo distinguere la realtà della Glossa nella prima civilistica
e la realtà della Glossa nella prima canonistica.
La differenza è data dal fatto che, Irnerio e i suoi discepoli non
furono all’inizio liberi di muoversi. Irnerio non compone un testo
ex novo, ma è costretto a ricomporre i testi di Giustiniano

180
secondo i binari dell’antica tradizione. Per cui, il Digesto in 50
libri, il Codice in 12 e così via.
Questo ha comportato che il primo lavorio, è un lavorio da
maestri in arti liberali. Ma anche la prima Glossa fatta sul testo di
Giustiniano una volta ricompilato in 5 volumi sulla cattedra di
Irnerio, è una Glossa di Mediazione perché il testo di Giustiniano,
ormai vecchio di oltre 500 anni, doveva essere reso fruibile alla
popolazione studentesca che si affollava alla scuola di Bologna.
Sono solo le successive generazioni di Glosse, quelle che
forniscono una spiegazione di carattere scientifico e poi gli
apparati di glosse, i Glossarum, daranno il frutto più maturo di
questa esperienza di insegnamento.
Se questo è il cammino che viene a fare la civilistica su testi di
Giustiniano, molto diverso è il cammino che viene a fare la
canonistica sui testi di Graziano. Questo perché Graziano
compone un testo con molta libertà.
1) Graziano non vuole fare un Codice di diritto Canonico, né lo
può fare perché non è un legislature, ma allo stesso tempo
non tratta tutte le questioni del diritto della chiesa, ma solo
quelle in cui i canoni sono opposti, discordanti. Quindi,
Graziano compone un’opera ad uso della scuola ma
seguendo il suo estro, seguendo le esigenze della scuola;
2) Non c’è molta distanza tra il testo chiuso di Graziano e le
Glosse sul testo. Quindi, è un testo contemporaneo quello
che si sottopone alla Glossa. Ed essendo un testo
contemporaneo, non ha bisogno di grosse spiegazioni,
perché non c’è da fare una mediazione come per Giustiniano
vecchio di 500 anni;
La conferma che la canonistica ha avuto una glossa più evoluta
fin dall’inizio, perché si partiva da un testo contemporaneo, è data
dal fatto che: “mentre i civilisti solo in un secondo tempo, dopo
aver maturato la glossa, si sono cimentati con la Summa, i
canonisti invece, accanto alle Glosse hanno avuto le summe”.
Infatti, Paucapalea, quando ancora il Decreto non era stato chiuso,
scrive la sua breve summa.

181
Dopo Paucapalea, abbiamo un fiorire di questa realtà
della Summa. Infatti, a breve scadenza abbiamo la
“summa” del maestro Rolando, la “Summa” di Stefano
Tornacense. Commento [Unp17]: Era di Orlean,
ma diventò Vescovo a Cournié nel 1192.
Questa realtà delle summe, fu una realtà che ha esportato Ci ha lasciato una pregevole summa, lui
che era stato studente di teologia a
il Decreto di Graziano al di fuori dei territori italici. Parigi e di diritto canonico e civile a
Bologna. Diritto Civile, che
Quando abbiamo parlato della Civilistica, abbiamo detto apparteneva alla cordata di Bulgaro.
che l’interesse di Bologna per quanto riguarda lo studio
dei testi Giustinianei, era legato al discorso della glossa e
nonostante gli approcci letterari, processuali, alternativi,
che abbiamo visto nelle altre scuole, Bologna rimase
sempre nel suo fortino a coltivare il suo antico interesse
per la glossa.
Possiamo dire che lo stesso avvenne per quanto riguarda
il Decreto di Graziano.
Il Decreto di Graziano, a Bologna, viene ad essere glossato e
nell’ambito Bolognese riceve alcune summe. Ma queste summe
sono il modo con cui il Decreto di Graziano viene conosciuto
oltre Alpe. In altre parole, al di fuori dei territori italici il decreto
di Graziano è conosciuto solo attraverso queste summe.
Oltre la summa di Stefano Tornacense, del maestro Rolando e di
Paucapalea, dobbiamo considerare la summa di Uguccione da
Pisa, sia per i suoi contributi alla scienza canonistica, sia perché
ha gettato le basi di quello che è l’Utrumque ius.
Uguccione da Pisa è un maestro italiano che ha inserito il diritto
romano nell’ambito del diritto canonico. Con il contributo del
diritto romano a livello di tecnica giuridica nell’ambito del diritto
canonico, è venuto a dare un contributo a quello che è lo spirito
dell’ordinamento della Chiesa.
Uguccione, pisano di nascita, compì i suoi studi canonistici a
Bologna, ma non si sa nulla circa i suoi maestri. Anche per lui
possiamo dire che, la sua summa al decreto ha coperto tutte le
notizie sulla sua vita. A Bologna insegnò negli anni 80 e una
tradizione, ma senza riscontri, vuole che avesse tra i discepoli
Lotario di Segni, che diventerà Papa con il nome di Innocenzo III.
Tra il 1188 e il 1190, Uguccione da Pisa compose la preziosa

182
“Summa Decretorum”. Nel 1190, fu nominato Vescovo di
Ferrara e muore nell’anno 1210. Dopo essere diventato Vescovo
di Ferrara, lasciò gli studi di diritto e, secondo una vecchia
tradizione, avrebbe spostato i suoi interessi culturali verso la
“Grammatica”. A lui è attribuito un libro di etimologie che si
chiama “Liber Derivationum” che rappresenta una vera pietra
miliare nella storia del genere lessicografico-enciclopedico tanto
caro alle arti liberali. Ma oggi non si è più sicuri che l’Uguccione
canonista e Vescovo vada identificato con l’Uguccione
grammatico.
Indipendentemente dal fatto che Uguccione sia stato giurista e
grammatico o solo giurista, la sua figura resta decisiva nella storia
del diritto della Chiesa. Infatti, il fatto che dopo di lui si esige la
formazione civilistica dei canonisti, rappresenterà una rivoluzione
non da poco. I canonisti si metteranno alla pari dei civilisti
riguardo alla tecnica giuridica, aprendo così la strada alla fusione
delle 2 scienze nel sistema dell’Utrunque ius.
Sono i docenti all’inizio, quelli che incarnano la formazione dei 2
diritti. Tra il XII e il XIII secolo ci sono da un lato, casi di
canonisti abili esegeti di Giustiniano che scrivono glosse al
Codice e al Digestum Vetus, dall’altra abili civilisti che diventano
interpreti di Graziano. La riprova è dato da un testo sulle regole
del diritto fatto sul digesto da parte del Vescovo Bertrando di
Metz. Allo stesso tempo, abbiamo degli abili civilisti che fanno la
glossa Ordinaria al testo di Graziano. Tutto questo ci fa capire
come nel XII secolo la neonata disciplina canonistica come
scienza ha interessato i civilisti, mentre i canonisti già si
formavano alla scuola dei civilisti perché veniva prima
cronologicamente.
Il risultato fu che, i canonisti si mettono a scrivere di diritto civile
e i civilisti si mettono a scrivere di diritto canonico.
Di fatto, sul decreto di Graziano abbiamo le glosse. Ma essendo
glosse già evolute, già scientifiche, su un testo contemporaneo,
queste glosse raggiunsero subito la dignità di “Glosse
Ordinarie”. Cioè, non si dovette aspettare un Accursio o un
Irnerio che si mette a fare la glossa. Due maestri civilisti,

183
Giovanni Teutonico e Bartolomeo da Brescia, sono coloro che in
tempi diversi scrivono la “Glossa Ordinaria” al decreto di
Graziano.
Giovanni Teutonico fa una prima redazione, intorno al 1216.
Bartolomeo da Brescia, riprende l’opera di Giovanni Teutonico e
nell’anno 1245 da la versione definitiva di questa glossa
ordinaria.
Secondo la tradizione bolognese, Giovanni Teutonico è discepolo
di Azzone che appartiene alla cordata di Bulgaro, mentre
Bartolomeo da Brescia sarebbe stato discepolo di Ugolino dei
Presbiteri.
Dopo Uguccione da Pisa, non abbiamo per un certo tempo altre
produzioni di summe, perché la portata e le opere di questi
maestri era così notevole, che queste summe viaggiavano per
conto loro. E’ anche vero che, la notorietà della summa di
Uguccione unita alla sua persona, scoraggiarono altri maestri dal
farne.
La Summa di Simone da Bisignano è da ricordare non perché sia
per pregevole o meno di quella di Uguccione, ma perché
avvertiamo in Simone da Bisognano una nuova esigenza. Quella
di fare una summa al Decreto di Graziano, citando anche le
decretali pontificia che venivano a costituire il nuovo Diritto.
Abbiamo accennato come, la realtà delle decretali pontificie era
molto più antica del decreto di Graziano e tra le fonti del decreto
di Graziano, abbiamo il genere letterario delle decretali pontificie.
Però questo decreto di Graziano pur essendo un’opera di privato,
è stato un opera che ha avuto un grande riconoscimento pubblico
non solo ad uso della scuola, ma anche ad uso dei romano
pontifici. Per cui, abbiamo che le decretali che i romani pontefici
hanno promulgato dopo l’anno 1152, dopo il decreto di Graziano,
sono state considerate dai pontefici stessi e dalla scuola
“Decretali Extravanganti”, cioè che vengono fuori dal decreto.
Questo significa che, se un legislatore dice che: “i suoi
atti legislativi sono da dirsi fuori dal decreto,
implicitamente si riconosce al decreto un testo di

184
grande portata, non normativa, ma certamente per
l’uso pratico e per l’autorità del maestro”.
Dopo il decreto di Graziano, emerge con più forza l’idea
del Pontefice Legislatore. Commento [Unp18]: Questo da un
punto di vista giuridico, ma certamente
Il fatto che ci fosse nella Chiesa questa immagine del il discorso del Papa legislatore era già
riemerso nella riforma Gregoriana. Uno
Papa legislatore, non significa che nelle Chiesa vengono dei 27 enunciati del Dictatus Papae,
riguarda proprio “la possibilità del
a perdere importanza i Concili. Romano Pontefice di fare leggi nuove”
Per tanto tempo le fonti di produzione del diritto della ecc.

Chiesa, sono state 2:


1) Decretali dei Romani Pontefici;
2) Concili a diverso Grado e livello;
Il fatto che il Papa assuma in prima persona l’immagine
del legislatore, non significa che i concili non si
celebrano più. Anzi, è questo il momento dei grandi
“Concili Medievali” che si celebrano al Laterano. E’
questo il momento dei grandi Concili in Occidente,
mentre nel I millennio la maggior parte dei Concili,
soprattutto Ecumenici, si è celebrata in Oriente.
Quindi, abbiamo questa particolare situazione: “il Decreto di
Graziano che ormai consideriamo una pietra miliare con la
Glossa Ordinaria” che chiude il testo e la sua spiegazione con le
summe che ne divulgano i contenuti, e una Curia Pontificia che
sforna decine e decine di Decretali. Pertanto, abbiamo un diritto
nuovo che deve essere classificato perché la “Lettera Decretale”
nasceva per contesto particolari e per destinatari particolari. Per
cui, la lettera decretale obbligava solo i destinatari della lettera e
non anche gli altri. Cosa accadeva: che, quando una lettera veniva
inserita in una collezione di portata universale, se il Papa la
promulgava quella norma era promulgata per tutta la Chiesa. Ad
esempio, se la lettera decretale era indirizzata ad un abate,
diventava per tutti gli abati.
Ma questo non si ha subito. Per cui, le raccolte di decretali
vengono fatte ad uso della scuola. Oppure, abbiamo dei Pontefici
che dicono: “raccogliete tutte le decretali che ho fatto io, ma
senza promulgarle”. Cioè, si ha una raccolta con uno scopo

185
conservativo. Infatti, se andiamo a vedere quello che sarà il
Corpus Iuris Canonici, abbiamo che:
- il I testo resta il decreto di Graziano, anno 1152;
- il II° testo è il Liber Extra di Gregorio IX, libro con il quale
inizia la scienza dell’Utrumque Ius. Libro che è una
collezione Pontificia autentica che è stata promulgata dal
Papa. Questa Collezione Pontificia Autentica, però porta un
anno preciso: il 1234;
Come possiamo vedere, tra 1152, data finale del Decreto, e il
1234 data del Liber Extra, c’è un periodo di tempo. In questo
periodo c’è stata, da una parte una grande produzione di “Lettere
Decretali”, dall’altra delle forme di raccolta di queste decretali ad
opera di privati.
Diciamo questo perché, sia per l’uso della scuola, sia per l’uso
della prassi dei tribunali, era importante conoscere quale fosse la
legislazione in vigore. E se anche è vero che le lettere decretali
nascevano per un destinatario preciso, a livello di prassi dei
tribunali, il precedente poteva essere invocato per risolvere casi
analoghi.
Tutte queste collezioni, sia quelle private sia quelle che godranno
di una certa pubblicità, scompariranno perché saranno tutte
inserite nel Liber Extra. Cioè, nell’anno 1234 quando si promulga
questo testo autentico pontificio di portata universale, tutto il
materiale che dal Decreto di Graziano fino al 1234 è stato
prodotto, sia come singoli atti sia raccolti in collezioni viene
spazzato via.
Dobbiamo ricordare almeno 5 collezioni, tra il Decreto di
Graziano e il Liber Extra. Queste perché, per la loro natura e la
loro qualità, sono state da tempo classificate come: “Quinque
compilationes Antique”.
1) La prima Compilatio Antiqua si deve a Bernardo Baldi da
Pavia. Siamo intorno all’anno 1191. questo studente e poi
professore di diritto canonico a Bologna, diventerà nell’anno
1191 Vescovo di Faenza. Compose questa prima compilatio
con un particolare titolo: “Breviarium Extravagantium”.

186
Da buon professore, curò l’ordine sistematico della propria
opera e la distribuì in 5 libri secondo lo schema
rappresentato nel verso: “Iudex, Iudicium, Clerus,
Connubia, Crimen”.
- Iudex: Stato Clericali;
- Iudicium: I chierici;
- Connubia: il matrimonio;
- Crimen: il diritto penale;
Questo schema sarà poi utilizzato in tutte le collezioni
successive. E lo stesso Liber Extra di Gregorio IX, è diviso
secondo questo schema.
2) La seconda Compilatio Antiqua, fu fatta da Giovanni di
Galles nel 1210. Contiene decretali di Papa Clemente III e
di Papa Celestino III e c’è qualche recupero di decretale più
antica, che era sfuggito alle collezioni precedenti;
3) La terza Compilatio fu redatta da Pietro Beneventano per
ordine di Innocenzo III. Papa Innocenzo III, riceve questa
collezione nell’anno 1210 e le promulga come Collezione
autentica e non come Collezione di portata universale.
Questo significa che, Papa Innocenzo III fa raccogliere le
decretali dei primi 12 anni del suo pontificato, approva il
testo come corrispondente a quello che gli ha fatto, e lo
invia a Bologna perché sia sottoposto a glosse dagli alunni
bolognesi.
4) La quarta Compilatio, si attribuisce ad un altro maestro che
è: “Alano Anglico”. Per alcuni, è Giovanni Teutonico.
Questa collezione raccoglie gli ultimi anni del pontificato di
Innocenzo III e raccoglie anche i preziosi canoni del 4°
Concilio Lateranense. Fu scritta intorno all’anno 1217;
5) La Quinta Compilatio, è una raccolta di Decretali di Onorio
III, commissionata dallo stesso Pontefice e promulgata,
come collezione autentica, nell’anno 1226. Il compilatore è
un decretalista, quindi uno studioso di lettere decretali, che è
il maestro Tancredi.

187
Quindi, su 5 compilazioni noi dobbiamo ricordare:
- la prima, per l’impostazione data: il Breviarium
Extravangentium di Bernardo da Pavia;
- la terza e la quinta. La terza, di Innocenzo III e la quinta di
Onorio III. Sono state entrambe commissionate dal Romano
Pontefice e sono state riconosciute come: “Collezioni
autentiche del Pontificato”.
Queste 5 compilazioni autentiche sono una testimonianza del
lavoro della scuola. Certamente, la 3 e la 5 essendo state
riconosciute come collezioni autentiche hanno avuto un testo che
è stato più usato rispetto alle altre. Ma anche le altre 3, che non
ebbero un riconoscimento pontificio, circolarono e si imposero
nel culto della scuola.
Queste 5 collezioni, sia quelle approvate che quelle non
approvate, scompariranno e non appaiono nel Corpus Iuris
Canonici perché assorbite dal Liber Extra.
Quando i Canonisti cominciano a glossare le decretali,
nasce quella seconda specializzazione del diritto della
Chiesa. La prima specializzazione nasceva intorno al
Decreto, per cui abbiamo: “Decretisti”. I “Decretalisti”,
sono quei maestri che si mettono a glossare le
compilazioni di decretali pontificie. La glossa sulle
decretali è una glossa altamente scientifica, perché i testi
sono contemporanei ma quasi immediati. Infatti, la prassi
dei Pontefici è quella di autorizzare o riconoscere delle
Commento [Unp19]: Il Liber Extra, di
collezioni e poi inviarle a Bologna. Gregorio IX, fu promulgato con portata
Cominciando la Glossa sulle compilazioni di decretali, universale, fu poi inviato a Bologna perché
gli studenti lo studiassero. Fu così, che i
abbiamo la tendenza da parte della canonistica dei programmi dei canonisti cominciarono ad
essere cospicui come quelli dei civilisti. Il
decretalisti a riprendere delle idee ierocratiche che erano Liber Extra, è veramente enorme.

già proprie di Gregorio VII, nel suo Dictatus Papae, e


che erano risalenti hai rapporti fra Sacerdozio e Regno.
Quindi, con il diritto delle decretali si riprende l’antica
nozione propria dell’Auctoritas Biblica, “Omnis
potestas a Deo”. Si riprende la teoria dualista di Papa
Gelasio I. Ma se nessuno contestava l’origine del potere

188
in Dio stesso, perché l’auctoritas era quella biblica, se
nessuno contestava l’auctoritas di Gelasio I, perché
ormai era legata alla tradizione, riemerge il problema di
come le 2 potestà: Papato e Impero, siano in relazione tra
di loro.
Dal momento che quella medievale era una “Societas Cristiana”,
tutti i decretalisti cominciano a portare avanti il discorso che:
“essendo la società unica ed essendo una società cristiana,
deve aver un solo capo e non 2 fulcri di potere”. Questo capo, a
detta dei decretalisti, non può essere che il Papa.
Il momento storico vede l’imperatore un po’ sulla difensiva,
perché uscito sconfitto dalla lotta delle investiture e perché siamo
nella metà del 200, l’evento della civiltà Comunale, che
contrasteranno l’imperatore.
Per cui, l’imperatore ha altri problemi da fronteggiare, che non lo
scontro diretto con il Papa. Tuttavia, queste tesi ierocratiche
verranno poi a culminare sotto Bonifacio VII con la famosa Bolla:
“Unam Sanctam”.

189
Da Gregorio IX in poi i Libri di Decretali e la Decretalistica
Bisogna distinguere il decreto come “Testo” dal metodo di
Graziano, perché il decreto come testo avrà successo e sarà
consacrato come pietra miliare del Corpus Iuris Canonici, mentre
il metodo di Graziano non avrà lunga vita. Questo può sembrare
molto strano, perché è un metodo molto articolato che tiene
presente le esigenze della scuola.
Quindi, è un maestro che propone un metodo e cerca di
giustificarlo. Ma quando emerge un Papa Legislatore non ha
bisogno di un grande metodo, perché una volta che il compilatore
di turno ha preparato la legge o la raccolta di leggi, il Papa la
promulga. Per cui, l’idea di concordare attraverso le Auctoritates,
le Rationes e l’Idicta, non serve più perché se c’è un canone
discordante, il Papa lo cancella.
Quindi, l’opera di Graziano rimane ad uso della scuola come testo
di metodo, come preparazione dei canonisti ma non si applica più
nelle collezioni pontificie che vengono dopo.
Se noi guardiamo il Liber Extra, anno 1234 . abbiamo non poche
analogie con l’opera di Giustiniano e soprattutto con il metodo di
Triboniano. Infatti, nel 1234 qualche secolo dopo, Gregorio IX si
pone in analogia a Giustiniano così come, in analogia a
Triboniano si pone un personaggio che è Raimondo di Penafort.
Quando Gregorio IX matura l’idea di una collezione pontificia di
portata universale, oltre alle 5 compilazioni autentiche, ne
circolavano almeno un’altra trentina. Quindi, abbiamo medesimo
materiale che da giuristi privati è stato raccolto in collezioni
differenti.
Questo significa,che una stessa lettera decretale aveva più
versioni, aveva più stralci e poteva indurre il giurista, sia a livello
di scuola che a livello di Tribunali, a conclusioni differenti.
Prendendo il testo della “Bolla Rex Pacificus”, con la quale
Gregorio IX promulga il Liber Extra, vediamo che parte dalla
domanda: “perché ho voluto quest’opera”?. E ci dice che:
“c’erano troppe collezioni in giro e si perdeva la certezza del
diritto”.

190
Gregorio IX è un Pontefice molto forte tanto che, scomunicò
Federico II di Svevia. Nell’anno 1230 chiamò il maestro
Raimondo a Roma e gli commissionò questa collezione.
Raimondo di Penafort è un laico che dalla Spagna venne a
Bologna dove diventò maestro in Utrumque Ius e ritornò in
Spagna dove riprese a insegnare nell’ambito della scuola della
Cattedrale di Barcellona dove si era formato prima di venire a
Bologna.
Successivamente, entra nell’ordine dei Domenicani e, da
domenicano, venne chiamato a Roma dal Papa per svolgere
quest’opera. Nel 1234 l’opera fu promulgata.
In questi 4 anni Raimondo di Penafort, che nel frattempo è stato
nominato penitenziere e cappellano del Papa, ha l’opportunità di
avere alle spalle un Papa legislatore. Per cui, può comporre con
tutto il materiale della tradizione un testo logico, organico che poi
sarà approvato come unica legge nuova. Ne più, né meno quello
che aveva fatto Triboniano una volta ricevuto l’incarico da
Giustiniano di redigere il Codice.
Questa analogia si ha non solo riguardo alle persone, ma anche
nel metodo. Infatti, Triboniano godeva di una certa libertà nei
confronti delle fonti antiche (tagliando, cucendo, sopprimendo
delle parti), perché sapeva che c’era un imperatore che
promulgherà il tutto lo stesso. Lo stesso lo si deve dire per il
maestro Raimondo.
Il maestro Raimondo proprio perché è un dottore in Utroque iure,
conosce Graziano e conosce il dopo Graziano. Per cui, si
comporta con molta libertà sulle fonti. A lui non interessa
concordare. Lui conosce il metodo della concordia, ma non lo
applica. Per cui, ogni volta che c’è qualche norma che è in
contrasto con quello che è l’assetto generale dell’opera o quella
che è la volontà politica di Gregorio IX, lo taglia.
Questo gioco con le fonti ci ha portato ad un primo testo
veramente pregevole. Un testo (Liber Extra), che ha organizzato
tutto il materiale pontificio e lo ha organizzato con una tendenza
particolare: “offrire un corpo di leggi della Chiesa organico, un
corpo di leggi tutte in vigore e tutto ciò che non è contenuto

191
nel Liber Extra, è da ritenersi abrogato”. Questo significa che,
sia le 5 Compilationes Antiquae che le altre compilazioni
perdono il loro valore, sia come materiale, sia come testi ad uso
della scuola, sia come testi ad uso dei tribunali. Tutto quello che
Raimondo ha potuto prendere da queste collezioni e porle nel
Liber Extra, è diventato “Legge del Liber Extra”.
Promulgata questa collezione e mandato a Bologna, questo testo
ebbe un vasto riconoscimento. Se il Decreto di Graziano poteva
anche essere ridotto ad una summa e conosciuto tramite summa
al di fuori dei territori italici, quando si è trattato di una legge
pontificia autentica questo non si è potuto fare. Per cui, il Liber
Extra è stato conosciuto come testo e subito è stato arricchito da
Glosse. Quindi, la Spiegazione sul testo si è fatto attraverso la
Glossa.
La “Bolla Rex Pacificus” datata 5 settembre 1234, è l’atto
ufficiale di Gregorio IX in riferimento alla promulgazione del
Liber Extra. Oltre a giustificare la raccolta, per il numero di
collezioni che circolavano, proibisce:
- la consultazione di altre raccolte che non siano il Liber
Extra;
- la redazione di altre raccolte che non siano il Liber Extra;
ma essendo un Papa esperto di cose giuridiche, dice: “si
potranno fare delle collezioni nuove solo previa consultazione
e permesso della Santa Sede”.
Il Liber Extra diventerà il testo di contenuto giuridico pregevole
ad uso per tutta la Chiesa. L’opera ebbe subito le Glosse. Ben
presto fu circondata da una “Glossa Ordinaria”. Queste glossa
ordinaria vide la luce intorno al 1241. Bernardo da Parma, è colui
che viene a fare questo apparato. Probabilmente non è il migliore,
ma è quello che ha avuto più larga diffusione.
Gli ultimi apparati sul Liber Extra di Gregorio IX, risalgono
all’anno 1266. Quindi, nell’arco di 30 anni quest’opera ebbe la
sua spiegazione totale, definitiva e come tale circolò. I personaggi
che hanno saputo arricchire con la loro cultura questo testo
pregevole, sono:

192
- Goffredo da Trani;
- Sinibaldo Fieschi;
- Enrico da Susa;
Goffredo da Trani: è una persona che è preparata, non solo nel
diritto della Chiesa, ma anche nel diritto romano. Questo ha fatto
ipotizzare un suo insegnamento del diritto civile all’Università di
Napoli, che nasce nell’anno 1224.
Sicuramente, ha invece insegnato diritto canonico a Bologna. Il
suo apporto alle decretali ha conosciuto una certa diffusione, ma
non ha conosciuto l’onore della stampa. Più tardi, venne a
scrivere una summa che, per la sua agilità, venne preferita dagli
studenti. Si trattava di una “Sintesi ragionata” del maestro
offerta agli alunni.
Sinibaldo Fieschi: parliamo di un Papa che da maestro viene a
scrivere un “Commentario” alle decretali sotto la veste di
“Apparato ragionato di Glosse”. Questo maestro, che pure
aveva cominciato a lavorare sul Liber Extra durante il suo
insegnamento, ha dato l’ultima redazione a questo testo durante il
suo pontificato. E’ l’unico Papa che si è messo a tavolino per
completare un’opera già iniziata da maestro. Gli altri Papi, che
pure si sono formati come giuristi, commissionano ad altri giuristi
le varie redazioni. Lui, invece, da Papa si è messo a lavoro.
Il testo essendo già Pontificio come fonti, quando le spiegazioni
al testo vengono fatte dal Papa, questo dà all’opera una
grandissima diffusione. Di fatto, Innocenzo IV non si accontenta.
Come Legislatore, da non poche normative che vengono aggiunte
al Liber Extra integrandolo.
Quando parliamo di Sinibaldo Fieschi, guardiamo a lui come
maestro bolognese in riferimento alla “Concezione di Persona
Ficta”. Oggi per noi è normale che una Assemblea di persone voti
e a maggioranza si realizzi una decisione. Questo nel Medioevo
non era cosi chiaro. Nel medioevo vige, non tanto il principio
“maioritario”, quanto un principio “Sanoritario”. Cioè, non è il
numero che fa la volontà, ma la “Sanior pars”, la “parte più
sana”.

193
Il discorso della quantità e dei numeri, che poi è il discorso di
tutte le democrazie moderne, nasce dall’idea della “Persona
Ficta” di Sinibaldo Fieschi che dice: “abbiamo un gruppo di
persone, di singole persone fisiche, che in quanto collegio
costituiscono una persona finta e a maggioranza la decisione
di quel gruppo diventa la decisione di tutti”.
Enrico da Susa: è noto come l’Ostiense o “Cardinale Ostiense”,
perché anch’egli fu nominato Cardinale e ricevette il titolo di
“Ostia”. In realtà, lui era inglese e prima di diventare Vescovo
titolare di Ostia, era stato Arcivescovo di Embrun in Inghilterra.
Intorno alla metà del XVI secolo, pochi anni dopo la redazione
del “Liber Extra”, portò a compimento una impegnativa opera
che è la redazione definitiva della “Summa del Liber Extra”. Il
Liber Extra era un libro voluminoso, la summa era sia il modo
con cui si trasmettevano i testi legislativi sia il modo con cui la
canonistica ha affrontato le opere del diritto canonico, in quanto
le summe al decreto sono contemporanee alle glosse al decreto.
Questa seconda edizione della summa al Liber Extra non era una
edizione aggiornata della prima, ma era una totale riscrittura
dell’opera perché la prima versione fu perduta in un incendio.
Nel prologo di questa summa, Enrico da Susa parlava di
“Utrumque Ius”. Egli si rivolge agli studiosi in Utroque Iure e
dice: “di volersi dedicare ad una scienza Utrusque Iuris”.
Tutti i grandi maestri del diritto, sia canonisti che civilisti, hanno
avuto un epiteto che è stato poi il loro soprannome. Si pensi al
maestro Irnerio che fu chiamato “Lucerna Iuris”. Riguardo
all’Ostiense dobbiamo dire che, proprio perché portò una ventata
innovativa nella scienza dell’Utrumque ius, ma soprattutto, con
gli inserimenti del diritto civile nel diritto canonico e viceversa,
ha avuto diversi titoli a seconda dei discepoli e degli estimatori. I
canonisti lo hanno chiamato “l’Ostiense” per antonomasia. Ma
certamente, nell’ambito canonistico venne a fiorire la
terminologia che lo vide “Pater Canonum” e “Fons Iuris”. Tra i
civilisti, invece, apparve il titolo di “Monarca Iuris” o di
“Lumen Lucidissimun”.

194
Lo stesso Dante Alighieri, che ha citato Graziano nella Divina
Commedia, fa di Enrico da Susa il sinbolo del “Diritto della
Chiesa”. Lo troviamo nel Canto 12 del Paradiso, mentre Graziano
è presente nel Canto 10 del Paradiso. Su ogni argomento che egli
ha trattato, ha sempre dato una parola illuminante. E se questo
non appare immediatamente dalla Summa al Liber Extra, lo
possiamo vedere nella “Lectura” sul Liber Extra dove è possibile
cogliere tutta la sua maestria nel proporre insegnamenti e nel
risolvere questioni.
Spesso viene invocato come una “Autorità” in riferimento alla
Ierocrazia, cioè “al Potere del Romano Pontefice rispetto al
potere dell’Imperatore”. Infatti, seguendo la scia inaugurata da
Gregorio VIII e poi portato avanti da Innocenzo IV, anche
l’Ostiense professa dottrine “Ierocratiche”. Ma bisogna stare
attenti. Infatti, se il maestro (l’Ostiense) viene a dare la sua parola
autorevole su un testo perché lo spiega, non è detto che il testo
spiegato corrisponda alla propria idea. Più precisamente,
nonostante il fatto che Enrico da Susa sia un genio del diritto,
quando si trova a spiegare i testi che non sono suoi, non formula
idee proprie, ma spiega le idee che sono presenti nel testo. E
siccome molte volte lui spiega testi diversi tra di loro, può
sembrare incoerente perché una volta dice una cosa e una volta ne
dice un’altra.
Quindi, a seconda dei passi citati e commentati lui si trova: o tra
gli “Ierocratici” estremi o tra i “Dualisti”, cioè quelli che
ammettevano non la supremazia del Papa sull’imperatore, ma
quasi si fossero 2 fonti di esercizio del potere la cui comune
origine è Dio.
Bonifacio VIII: nell’anno 1268, a Napoli assistiamo alla
decapitazione di Corradino di Svevia, ultimo discendente della
casa Imperiale Svevia. Con la fine di questa dinastia, viene a
perdere vitalità quell’antico progetto che risale ad Ottone I. Cioè,
il recupero delle “Regalie”. L’indebolimento della figura
imperiale dovuto al fatto di aver abbandonato la politica circa il

195
recupero delle regalie, rafforzò la legalità della Chiesa e le sue
prerogative ierocratica sulle funzioni imperiali.
In questo periodo emerge la figura di Celestino V che, eletto Papa
nel luglio 1294, dopo un brevissimo pontificato viene a
dimettersi. Questo perché viene sopraffatto da quegli intrighi di
Curia Papale del tempo. Al suo posto venne eletto Benedetto
Cartoni con il nome di Bonifacio VIII.
Sembrerebbe un avvicendamento tranquillo, ma non è così,
perché i rapporti politici all’interno della chiesa abbiamo dei
problemi. Bonifacio apparteneva alla famiglia dei Caietani che
per i possedimenti nel Lazio si era scontrato, con la famiglia
“Colonna”. I Cardinali, Giacomo e Pietro Colonna cominciano
pian piano a manifestare un disappunto per la politica di
espressione della Famiglia Caietani sul Lazio, tanto da mimare la
credibilità del Papa Bonifacio VIII. Infatti, si cominciò a parlare
di “Invalidità della rinuncia di Celestino V”. Il motivo della
rinuncia erano stati gli intrighi di curia e, uno degli intriganti, era
proprio Bonifacio VIII. Essendoci stata una “costrizione morale
di Celestino V a dare le dimissioni si tentò di voler dichiarare
nulla l’elezione di Bonifacio VIII”. Allo stesso tempo, si cercava
di voler riunire un concilio per giudicare il Papa. Quindi, le
questioni che si portava avanti erano 2 :
1) dichiarare nulla l’elezione del Papa. Quindi detronizzare
Bonifacio VIII;
2) limitare la politica espansionistica della famiglia di
Bonifacio;
Quando Celestino V presentò le sue dimissioni, queste furono
prese in considerazione dal mondo giuridico e canonico del
tempo. Il fior fiore dei canonisti e dei civilisti, portò avanti il
discorso della “legittimità di poter dare le dimissioni”. Nel I°
millennio non si era mai pensata una cosa del genere. Questo
perché, non c’erano mai stati dei casi concreti. Ma davanti al
precedente, sapendo di crearlo, tutta la canonistica e la civilistica
del tempo ha dato il suo parere favorevole a questa possibilità.
Possibilità, che è presente nel Codice del Diritto Canonico.

196
Il maggiore decretista che venne a dare il suo placet al discorso
della “rinuncia Pontificia”, è Pietro di Giovanni Olivi. E’ stato il
primo a formulare la “teoria della legittimità delle dimissioni
Pontificie”. Sulla sua scia si accodarono altri.
A seguito di questa “Communis Opinio” favorevole al discorso
della legittimità delle dimissioni, i 2 Cardinali di casa Colonna
abbandonarono questa strada e cominciarono ad accusare
Bonifacio VIII di “di eresia”. Cioè, volevano trascinarlo davanti
ad un Concilio e farlo condannare. Ma un Papa eretico, non era un
problema nuovo. Tuttavia, mai un Concilio aveva condannato un
Papa.
Leone III, il Papa che incoronò Carlo Magno, prima
dell’incoronazione era stato accusato di alcuni misfatti. Lui si era
dichiarato innocente, cioè fece “l’auto-purgatio”. Lo stesso
Carlo Magno giurò con lui e questo, secondo la vecchia prassi
Germanica dei processi, era stato sufficiente per dichiarare la sua
“innocenza”.
Questa teoria arrivò fino a Bonifacio VIII, ma la bestia nera di
Bonifacio VIII non erano i Cardinali Colonna, ma Filippo il
Bello. Infatti, a Parigi abbiamo una fiorente scuola teologica che,
sobillata dagli ambienti di Corte, cominciava a mostrare crepe in
quella che era la dottrina secondo cui: “il Papa non è giustificato
da nessuno”.
Si cominciò a porre il problema su: “cosa fare davanti ad un
Papa eretico che non poteva continuare a sostenere la sua
teoria, ma allo stesso tempo non poteva essere deposto da
nessuno”.
Come possiamo vedere, il vero problema di Bonifacio ottavo, al
di là di quello che potevano essere le espansioni di famiglia che
avevano leso i diritti dei Colonna, erano le sue teorie ierocratiche
portate all’ennesima potenza. Infatti, la Bolla “Unam Sancta” di
Bonifacio VIII, promulgata il 18 Novembre 1302 venne a
mostrare “le sue pretese ierocratiche”.
In questa Bolla Bonifacio dice: “un’aquila con 2 teste è un
mostro”. Parliamo dell’aquila bicipite. Allora, dobbiamo aver un
aquila con una sola testa. Questa sola testa che governa l’Orbe,

197
che è l’Urbe, è il “Romano Pontefice”. Mai e poi mai si era
arrivati ad estremizzare le “Teorie ierocratiche”.
Proprio per questo Filippo il Bello, tentò di mettere in difficoltà la
figura del Romano Pontefice. Questo rapporto tra Filippo il Bello
e Bonifacio VIII venne a creare quei presupposti che portarono ad
un discorso di “Sede Apostolica” ad Avignone.
In questo contesto di difficoltà interne ed esterne, fu promulgata
la II Collezione Pontificia Autentica di portata universale che
appartiene al Corpus Iuris Canonici.
Con la Bolla Sacrosancta Romana Ecclesiae, il 3 Marzo 1298 fu
promulgato il “Liber Sextus”.
Il Liber Sextus, viene indirizzato ai maestri e gli alunni bolognesi.
Il Liber Sextus, non solo per il nome ma anche materialmente,
voleva collegarsi all’opera di GregorioIX. L’opera di Gregorio
IX, il Liber Extra era divisa in 5 libri:
1) Iudex;
2) Iudicium;
3) Clerus;
4) Connubia;
5) Crimen;
Bonifacio VIII chiama Liber Sextus quel libro che si doveva
aggiungere ai primi 5 libri che costituivano il Liber Extra. Come
opera autonoma, il Liber Sextus, era diviso in 5 parti che
ricordavano le 5 parti dell’Esametro. Una particolarità che vide il
collegamento tra la canonistica e la civilistica, è data da una
“Appendici” che raccoglie le “Regulae Iuris”. Fu fatta dal
maestro civilista “Dino del Mugello”, e raccoglie delle Regulae
Iuris che se non fanno posto in appendice a un testo canonistico,
potrebbero circolare tranquillamente come “Regulae del diritto
civile”. Questo ci fa capire come i due diritti, ormai, viaggiavano
con molta osmosi.
Avignone fece mutare certe posizioni estreme di “Ierocrazia”
proprie del magistero di alcuni pontifici, tra cui Bonifacio VIII.
Questo discorso di unicità della testa dell’acquila, viene ad essere
smorzata ad Avignone. Se si paragonano i testi del magistero pre-

198
avignonese con i testi del magistero avignonese, vediamo che le
posizioni sono più realistiche e più moderate. La presenza della
Sede Pontificia in terra di Francia, quindi a due passi da Filippo il
Bello, condizionò non poche posizioni riducendole più ad un
senso di realtà. Commento [Unp20]: La “Bolla
Unam Santa”, è un bellissimo
Certi toni moderati, riguardo al magistero pontificio, li manifesto a livello teorico, ma
certamente non guardava alla realtà
troviamo anche in uno dei Papi avignonesi: Clemente V. della situazione vissuta dalla Chiesa in
quel momento.
Anche Clemente V sforna una serie di decretali, ma
anche lui sente l’esigenza di arrivare ad un testo di
collezione pontificia autentica. Clemente V comincia a
raccogliere le sue decretali ma, proprio per una figura del
pontefice ridimensionata rispetto al passato, vuole che
queste siano lette in un Concilio che si tiene a Vienna.
Inoltre, chiede ad un Concistoro di Cardinali di
esprimere il proprio parere su questa collezione
autentica.
Né Bonifacio VIII né Gregorio IX avevano fatto questo, ma si
trattava di figure di pontefici molto forti. Quindi, una volta che
decidevano mandavano in esecuzione. Qui, invece, abbiamo una:
- “decisione”;
- “Esecuzione”;
- “Giudizio” sulla opportunità di pubblicazione di questa
raccolta, sia di un Concilio che del Concistoro dei Cardinali;
Tutto questo fece ritardare cosi tanto i tempi, che Clemente V
morì prima di promulgarla.
Questa III raccolta del Corpus Iuris Canonici è detta le
“Clementine” per un semplice rispetto nei confronti di colui che
si era tanto adoperato nel portare avanti questa opera Le
Clementine, sono testi raccolti sotto Clemente V, ma vengono
promulgate da Giovanni XXII il 1 Novembre 1317.
Queste 3 collezioni autentiche pontificie:
1) Liber Extra;
2) Liber Sextus;
3) Clementine;

199
si unirono altre 2 raccolte. Si tratta di opere di privati e che sono
state poste dall’editore parigino, che diede alle stampe nell’anno
1500 i testi del diritto della Chiesa.
Testi che chiamò in una maniera solenne: “Corpus Iuris
Canonici”, per fare da pendance al Corpus Iuris Civilis. Ma
avendo come ultimo testo le Clementine dell’anno 1317, voleva
in qualche maniera allungare i tempi dei testi giuridici fino ai
suoi. E lo fece attraverso altre 2 raccolte. Una di queste porta il
nome di “Estravagantes” di Giovanni XXII. Si tratta di una
collezione privata, realizzata durante gli anni del pontificato di
Giovanni XXII. Giovanni XXII, muore nell’anno 1334. Anche se
era una raccolta piccola, una 20 di decretali, subì il fascino di
alcuni studiosi che fecero la “Glossa Ordinaria”.
In questi brevi testi che compongono la collezione
“Extravagantes”, si evidenzia un rinnovato interesse per il
mondo del tribunale. Di fatto, si deve a Giovanni XXII la
pubblicazione della Bolla “Ratio Iuris”. Si tratta di un
documento che riorganizza e rifonda quello che oggi è il
Tribunale Apostolico della Rota Romana.
Il Tribunale della Rota diventerà, attraverso le sue “Decisiones”,
una delle fonti della scienza del diritto Canonico.
Attraverso questa Bolla, il Tribunale della “Rota Romana” detto
“Sacra Rota”, diventò un organo istituzionale autonomo avente
sede nel Palazzo Apostolico.
Le sentenze di questo Tribunale erano di un livello talmente alto,
che si cominciò a chiedere che i voti personali dei giudici
andavano messi per iscritto e andavano motivati da un punto di
vista giuridico. Questo significa che, alla base delle decisioni
Rotali abbiamo delle “Opinioni scientifiche” di alta qualità
compresi i “Rationes”. Quindi, si viene a creare una vera e
propria giurisprudenza alla quale fare riferimento, perché si tratta
di un Tribunale Apostolico.
Le Corti Inferiori guardano a questa giurisprudenza e, nel loro
giudizio di grado inferiore, vengono ad ispirarsi a quelle direttive
proprie del “Tribunale Apostolico”. Le “Decisiones” del
Tribunale della Rota, diventano un genere Letterario che si

200
affianca ai tanti interessi culturali che abbiamo visti come
alternativi alla Glossa bolognese. Diventerà un genere proprio a
tal punto che, anche i Tribunali Civili cominceranno ad ispirarsi
alle decisioni della Rota, o a fare delle decisioni su quello stile
della Rota.
Pian piano le decisioni della Rota cominceranno a somigliare e ad
ispirare i “Consilia”. I “Consilia”, sono “quei pareri ragionati
che i giuristi, canonisti e non canonisti, vengono a rilasciare
alle parti che sono in causa o ai giudici che devono esaminare
una causa”. Decisiones della Rota vengono ad essere un ulteriore
ponte tra il Tribunale e la Scuola.
Nell’anno 1500, Chappuis aggiunge questa collezione alle grandi
collezioni autentiche pontificie e di sua spontanea volontà
compila una collezione.
In questo periodo si chiude il Corpus Iuris Canonici ma dopo le
Clementine, un po’ per problemi politici, un po’ per la riforma
protestante, un po’ per il sorgere degli stati Nazionali e altre
difficoltà la produzione del diritto rimase quasi esclusiva della
Curia Romana. Per cui, il Corpus si chiude con l’edizione dello
Chappuis. Tutte le altre produzioni, non entrarono più in
collezioni Pontificie autentiche ma in collezioni che fanno da
contenitore come: i “Bollari”, gli “Atti dei Romano Pontefici”,
fino ad arrivare agli “Acta Santae Sedi”, poi “Acta Apostolicae
Sedis”.
Vediamo in che modo la scuola riceve i testi di Bonifacio VIII e
Clemente V.
Uno dei grandi maestri che si cimenta sul “Liber Sextus”di
Bonifacio VIII, è Giovanni d’Andrea. Giovanni d’Andrea, è stato
uno dei massimi maestri che da Bologna riuscì a rilanciare lo
studio bolognese proprio attraverso questo studio dei testi
Pontifici giunti nella sede bolognese.
La scuola di Bologna visse un periodo abbastanza travagliato
perché, essendo una scuola filo imperiale, si è sempre trovata al
centro di Diatribe che avevano come protagonista l’imperatore.
Infatti, se nei rapporti tra Papa e Imperatore Bologna era
chiaramente schierata con il primo, che fin dalle origini l’aveva

201
benificata, in questo periodo era divisa da un punto politico.
Abbiamo Guelfi e Ghibellini. Partigiani del Papa e partigiani
dell’Imperatore.
Nonostante che in questo periodo la figura imperiale era ridotta al
minimo, anche a seguito dell’emergere delle realtà comunali, i
professori che patteggiavano per l’imperatore scacciarono tutti i
maestri che erano legati alla figura del Papa. Ma il problema era
che l’Universitas di Bologna, intesa come compagine studentesco,
pur non avendo il controllo dell’Università che era in mano ai
docenti, aveva il controllo delle “Corporazioni Studentesche”.
Questo per un certo tempo fece temere uno scontro tra alunni e
maestri.
La situazione venne risolta da Giovanni d’Andrea il quale riuscì a
recuperare la compagine Guelfa che era stata allontanata, ma
anche a ricomporre i problemi tra studenti e maestri a tal punto
che iniziò a insegnare a Bologna.
Giovanni d’Andrea fu il primo canonista laico alla scuola
di Bologna. Benché laico, aveva una formazione
teologica, aveva studiato diritto civile e si era formato nel
diritto canonico. Proprio perché sembra essere stato
alunno di un maestro allontanato per il suo credo politico,
Guido di Baisio, ha dovuto fare scuola privatamente. Commento [Unp21]: Guido di Baisio
è un ecclesiastico e nelle fonti
Giovanni d’Andrea fece un apparato al “Liber Sextus” e canonistiche e non, è chiamato

alle “Clementine”. La sua opera per cui è ricordato, non


“l’Arcidiacono”.

è tanto l’apparato di Glosse fatto al Liber Sextus o alle


Clementine, quanto il testo delle “Lecture”. Questo
termine è diventato un genere classico di insegnamento.
Queste “Letture” sulle decretali di Gregorio IX e sul
“Liber Sextus”, sono chiamate “Novelle”.
Questo termine non ha niente a che fare con le “novelle” di
Giustiniano. La figlia di Giovanni d’Andrea, si chiamava
“Novella” come sua madre. Giovanni d’Andrea non è solo una
persona formata nella teologia, nel diritto canonico e civile, ma è
anche una persona che mostra interesse anche in altri campi.
Il discorso letterario che era presente a Montpellier, lo ritroviamo
a Bologna. Quindi, vediamo come il mondo giuridico allargò il

202
suo orizzonte culturale. Siccome Giovanni d’Andrea era un
professore che mantenne la sua cattedra per 50 anni, non solo
recepì ma influenzò molte generazioni di studenti che si
formarono nella sua scuola. Oltre a diventare un punto di
riferimento, Giovanni d’Andrea diventò anche il prototipo delle
baronie universitarie.
Giovanni Calderini e Giovanni da Legnano, sono 2 mostri sacri
nell’ambito dello studio Bolognese nel 14 secolo. Soprattutto
Giovanni da Legnano, ci presenta queste nuove tendenze quali: la
“Teologia”, la “Matematica”, “Lastrologia”.
Il fatto che Bologna si aprisse a maestri con nuovi interessi, fa
capire da una parte come ormai quel fortino che si era creato
intorno a quel modo di insegnare secondo lo stile bolognese stava
cadendo. Quindi, il primato Bolognese viene ad essere minato, sia
come metodo che come contenuto dalle scuole minori sempre più
effervescenti.
In questo periodo, i canonisti sono in crisi perché sono costretti a
ripetere glosse, apparati e summe su testi che cominciano ad
essere vecchi. Questo perché, non ci sono nuove collezioni dei
Romani Pontefici che venivano mandate a Bologna. Il fatto di
dedicarsi all’antico, apre sempre più il discorso del rapporto tra
diritto canonico e diritto civile. Questo perché, essendo i testi del
diritto canonico abbastanza chiusi, i canonisti si comunicano a
dedicare al diritto civile. Così come i civilisti si cominciavano a
dedicare al diritto canonico. In questo modo vennero a formare
nuovi docenti in Utroque Iure.
Altro nome molto importante nelle file dei canonisti, è il
“Panormitano”. Si tratta di un ecclesiastico, che tenta di
conciliare le posizioni del Papa e del Concilio all’interno della
Chiesa. Però, entrando nel dibattito tra “funzione Papale” e
“rapporto con il Concilio” si gettò sulla posizione
“conciliarista”. Questo portò alla caduta di questo grande
canonista, perché i suoi libri furono giudicati “sospetti”. In
conclusione possiamo dire che, il Corpus Iuris Canonici è una
“evoluzione” di una certa linea di interpretazione del diritto.
Passiamo da un discorso di metodo del Decreto di Graziano, alla

203
coscienza di essere Legislatori Universali da parte dei Pontefici.
In questa coscienza, abbiamo:
- dei Pontefici che commissionano ad altri delle opere, che
poi vengono da loro promulgate. L’unica eccezione è
Innocenzo IV che da Papa compila un testo che non è solo
un testo scolastico, ma è anche un testo pontificio, almeno
per l’autorità dell’autore;
- la tendenza ad voler avere per la Chiesa un corpo di leggi
che faccia da pendance con Corpus Iuris Civilis;
- il fatto che, non pochi canonisti si inseriscono nel mondo
della civilistica;
- ma il dato più grande, è l’interesse della civilistica al mondo
canonico.
Nel primo millennio della Chiesa non abbiamo nessuna collezione
autentica Pontificia di portata universale, ma sempre e solo
collezione private che, per particolari atteggiamenti o per
particolari motivazioni, possono avere una portata più o meno
estensiva ma mai collezioni promulgate per tutta la Chiesa.
Ciò che garantisce una diffusione delle collezioni anche se non
approvate in forma specifica dal Papa, sono:
1) Romanità: se una collezione si può dire romana perché
prodotta a Roma o perché legata agli ambienti della Curia
Romana, la “romanità” diventa una garanzia di
universalità;
2) Gesti equivalenti ad una promulgazione: cioè, dei
“riconoscimenti impliciti”. Esempio: Carlo Magno venne a
Roma nell’anno 794 già Re dei Franchi, dei Longobardi,
Unto e Esarca di Ravenna. Papa Adriano I mise nelle sue
mani la “Collezione Dionesiana”, redatta dal Monaco
“Dionigi il Piccolo” nella I metàdel VI secolo. Questa
collezione era la sintesi delle “Decretali dei Romani
Pontefici e dei Concili” fino a quel tempo. Questa
collezione nata a Roma, perché Dionigi il Piccolo lavorava
nel Patriarchio Lateranense, venne consegnata da Adriano I

204
a Carlo Magno dicendogli: “questo è il diritto della
Chiesa”. Certamente non si può paragonare ad un “atto di
promulgazione”, ma è una ufficializzazione della
collezione che ha avuto grande rilevanza ed è diventata la
“collezione che vigeva nell’Impero Caloringio”, per tutto
il tempo in cui Carlo Magno è stato vivo e dei suoi
successori;
Quindi, non abbiamo atti alla Giustiniano. Cioè:
- Persone;
- Commissioni;
- Redazione di un’opera;
- Promulgazione;
Tutto questo lo abbiamo nell’anno 1234 con il “Liber Extra” di
Gregorio IX
Il 1152 è la data finale del Decreto di Graziano. L’anno 1234 è il
Liber Extra. Assistiamo poi, ad altre due collezioni pontificie
autentiche che sono:
- Liber Sextus di Bonifacio VIII 1298;
- Clementine 1317;
queste 3 opere, sono opere dei papi e sono nate con l’intento di
fornire collezioni autentiche di portata universale.
Però abbiamo anche scorgere, oltre ad un discorso di vicinanza tra
di loro 1234, 1298, 1317, anche la tendenza di non lasciare spazi
vuoti, ma cercare di colmare con materiale autentico ciò che
manca alla normativa comune.
Il Decreto di Graziano è un’opera privata, mentre le altre 3 sono
opere pubbliche. Però, queste ultime sono legate fra loro. Il Liber
Extra, è detto così perché raggruppa tutto il materiale che è Extra
Decreto. Cioè, fuori dal Decreto. Il Liber Sextus si chiama così e
si collega al Liber Extra perché, riprendendo l’eredità delle 5
compilationi Antiquate, era diviso in 5 parti.

205
La Collezione le Clementine è detta così, perché si collega
all’autore. Fu promulgata da Giovanni II ma di fatto era stata
ordinata e raccolta sotto il pontificato di Clemente.
Accanto a queste 4 realtà, abbiamo altre 2 perché il Corpus Iuris
Canonici si compone di 6 collezioni. Dopo il 1317, abbiamo la
raccolta delle “Extravaganti Comuni” e le “Extravaganti” di
Giovanni XXII.
Sono 2 raccolte private, ma come spessore e come sistematica
non possono essere rapportate con le precedenti. Queste 6
collezioni:
- Decreto di Graziano;
- Liber Extra;
- Liber Sextus di Bonifacio VIII 1298;
- Clementine nel 1317;
- Extravaganti Comuni;
- Extravaganti di Giovanni XXII;
costituiscono il Corpus Iuris Canonici che è chiamato ed è stato
messo così, non dalla Chiesa, ma da un editore parigino: lo
“Chiappuis”. Quest’ultimo, nel mettere come edizione a stampa
il diritto della Chiesa, coniò un termine prendendolo per analogia
a quello che era il Corpus Iuris Civilis e fece il Corpus Iuris
Canonici, e mise insieme queste 6 collezioni che sono diverse per:
- Autore;
- Valenza;
- Qualità;
Quando nel 1917 fu promulgato il Codice della Chiesa, il Codice
di diritto canonico, si abrogò il Corpus Iuris Canonici.

206
Scuola del Commento
Le differenze tra Glossatori e Commentatori sono:
- I Glossatori ricomponevano i testi, mentre i Commentatori
partivano da un testo intero e lo frammentavano;
- I Glossatori sono dei veri adoratori del testo antico, mentre i
Commentatori sono dei veri Dissacratori del testo perché ne
frammentano l’unità;
- I Glossatori si sono dovuti gettare nel campo interpretativo,
prima per un discorso di “mediazione”, poi per un rapporto
tra diritto comune e diritto proprio. I commentatori invece,
non hanno problemi di interpretazione perché si trovano in
una realtà politica che è molto diversa da quella in cui si
trovavano ad operare i Glossatori;
Una frase di Celso riportata nel Digesto, ci consente di capire la
diversità di metodo tra la scuola della “Glossa” e quella del
“Commento”. Celso dice: “conoscere le leggi non significa
impararle a memoria, ritenere le parole, ma comprendere la
forza e l’efficacia della legge”. I Glossatori, come maestri in arti
liberali, si fermarono alla “Littera del testo”, alla parola. i
Commentatori invece, non più contenti di questo hanno studiato
la “Ratio Legis”, l’intenzione del legislatore.
Il metodo dei Commentatori si divide in 7 punti:
1) Lectio Littere: “lettura letterale del testo”;
2) Divisio Legis : “divisione del testo legislativo”. Il
frammento viene ad essere diviso e si individuano le parti
logiche che lo compongono;
3) Expositio: è “la sintesi e la spiegazione giuridica del
contenuto”. Quindi, che cosa si vuole dire;
4) Positio Casuum: la “posizione dei casi”. Venivano
esemplificata, a scopo didattico, le fattispecie concrete;
5) Colletio Notabilium: “raccolta di cose notevoli”. I
“notabilia” oltre a significare “cose notevoli”, era una
forma particolare di “Glossa”. Era un genere letterario dei
Glossatori che viene ripreso come base dei “notabilia” dei

207
Commentatori. Se per i Glossatori i “notabilia” erano
solamente un genere semplice di glosse, per i commentatori
la “Collezio Notabilium” sono le osservazioni principali
che derivavano dalla applicazione della legge;
6) Oppositiones: diventavano la “spiegazione delle possibili
obiezioni all’interpretazione data precedentemente”.
Quindi, si spiegava la posizione prevalente in dottrina ma si
diceva anche chi la pensava diversamente e in che maniera
si potesse obiettare a quel tipo di spiegazione;
7) Questiones: le “Questiones” portavano alla risoluzione data
dal maestro, con o senza l’aiuto degli studenti;
Molte volte la “Lectio Littera” e la “Divisio Legis” vengono fuse
insieme, così come “l’Expositio” e la “Positio Casuum”. In
genere le questiones rimangono il punto più creativo, perché
aprono il discorso e permettono di collegare il frammento che si è
esaminato con il metodo del commento e i frammenti che sono
prima e dopo.
Orléans: quando parliamo della scuola che ha dettato il “metodo
del commento”, facciamo riferimento alla scuola di Orléans.
Orléans appartiene alle scuole minori, con spiccata tendenza agli
studi esegetici e con una propensione per ciò che era letterario.
Nell’anno 1235 il Papa Gregorio IX autorizzò ad Orléans
l’insegnamento del diritto romano, un insegnamento che il
predecessore, Papa Onorio III, aveva invece proibito a Parigi. Il
motivo per cui ci sono Papi che in un contesto di grande
diffusione dell’interesse nei confronti del diritto, proibiscono
l’insegnamento di diritto romano in scuole che nascono sotto l’ala
protettrice della Chiesa, è dovuto al fatto che questi studi del
diritto facevano concorrenza agli studi teologici.
In pratica, per evitare che i futuri chierici invece di studiare la
teologia studiassero il diritto e non si preparassero ad essere
chierici ma insegnanti, certi Papi proibirono l’insegnamento del
diritto.
Orléans, aveva sia maestri francesi che italiani, ex allievi di
Bologna. Questi maestri, una volta che hanno impostato la Scuola

208
di Orléans come Scuola Superiore, prendono le distanze del
metodo esegetico proprio di Bologna. Ci sono alcuni episodi, sia
legati alla cronaca che alla favola, che ci presentano questa
volontà di Orléans di distinguersi da Bologna.
La più celebre è la discussione della Laurea di Guido de Cumis,
che era stato allievo a Bologna e compagno di Odofredo. Tra
coloro che dovevano giudicarlo nel suo esame finale, c’era
Accursio (Magna Glossa). Ebbene, Guido de Cumis nella sua
discussione criticò la glossa di Accursio.
Questo ci fa capire quanto era intraprendente la Scuola di Orléans
nei confronti del metodo della glossa. L’iniziatore del metodo del
commento, è “Giacomo di Revigny”. Intorno all’anno 1260,
Giacomo di Revigny cominciò un insegnamento del tutto diverso
da quello bolognese. Il suo successo fu decretato in maniera
enorme perché, sotto di lui, Orléans vide aumentare enormemente
il numero degli studenti. A questo, contribuì la mobilità che c’era
degli studenti.
Questo insegnamento durò una 20 anni. Successivamente,
Giacomo di Revigny divenne Arcidiacono e nel 1289, diventò
Vescovo di Verden. Morì in Italia, a Ferentino, nel corso di un
viaggio verso Roma. Di lui, ci sono rimaste le “Letture” che
hanno avuto tante edizioni manoscritte, ma anche edizioni a
stampa a partire dal 500.
Alcune sue lettere sono state tramandate sotto un nome di
paternità errato. Per esempio, le lettere sulle “Istituzioni” sono
state attribuite a Bartolo di Sassoferrato. Invece, quelle sul
“Codice” sono state attribuite a Pietro di Bellapertica.
Spesso le letture (la lezione scritta) sono intercalate dalle
“Repetitiones”. Cioè, si faceva la sintesi di quello che si era detto
e si preparavano i punti successivi del programma da svolgere.
Nel mondo bolognese, la “Repetitio” non interrompeva il corso
delle lezioni. Era una lezione di recupero, ma si faceva fuori
dell’orario e non era obbligatoria.
Come per una compensazione, sono attribuiti a lui opere di altri.
Ad esempio, una edizione di “Summa Feudale”. Si tratta di uno
studio sui “Libri Feudorum” con non poche citazioni di diritto

209
longobardo. Si tratta di un testo di provenienza italica, perché la
Scuola di Orléans non si è mai interessata di diritto longobardo.
Un punto di contatto tra il metodo nuovo del “Commento” e il
metodo antico della “Glossa”, è dato da un’opera attribuita
concordemente dalla storiografia a Giacomo di Revigny. Questa
opera si chiama “De Significatione Verborum”. Cioè, “il
significato delle parole”. Il glossatore, storicamente, quando
veniva a spiegare le parole doveva cercare termini che non
fossero equivoci, ma univoci. Questo interesse puramente
letterario-culturale, trova conferma nella scuola di Orléans con il
Revigny ma, con una differenza. Il Revigny non fa questo testo,
che poi è un vero dizionario di tutto il sapere, ma fa questo
dizionario come un dizionario specialistico di voci giuridiche.
Alcuni allievi del Revigny ebbero una grande fama, perché
cominciarono ad essere esportatori di ritorno di quello che era il
suo metodo.
Pietro di Bellapertica, più di Giacomo di Revigny, si adoperò
per la diffusione di questo metodo. Giacomo di Revigny ha
sempre operato ad Orléans ed ha lasciato questo metodo a Orléans
prima della sua promozione ad una carriera ecclesiastica. A
seconda dei testi, Pietro di Bellapertica, è presentato come un
discepolo. Molto probabilmente, è stato un collega poi diventato
successore di Giacomo di Revigny sulla Cattedra di Orléans.
Pietro di Bellapertica fu maestro di Cino da Pistoia. Cino da
Pistoia, che era uno dei poeti del “Dolce stil novo”, sarà colui che
porterà per primo il metodo della scuola del commento.
Pietro di Bellapertica ha cominciato ad insegnare proprio nella
parte finale dell’insegnamento di Giacomo di Revigny.
Nell’anno 1296, entrò al servizio del Re Filippo il Bello. Dopo
l’anno 1306, diventò Vescovo di Auxerre e Cancelliere del Regno
di Francia. Anche lui, ci ha lasciato come genere di insegnameno
le “Letture” e le “Repetitiones”.
Anche a Pietro di Bellapertica è stato attribuito una Summa dei
Libri Feudorum lombardi. Ma anche qui abbiamo degli errori di

210
attribuzione, perché non c’è mai stato un insegnamento di Diritto
Longobardo o di Libri Feudorum alla Scuola di Orléans.
Da quanto detto, Orléans sembra essere solo un centro di studi
civilistici. In realtà, Orléans ha tenuto anche insegnamenti
canonistici. I contatti tra maestri di legge e maestri di canoni,
erano frequenti. Inoltre, Orléans presentava una effervescenza
culturale unica rispetto alle altre sedi di informazione di quel
tempo. Questo perché, nonostante l’Università si era mantenuta
una scuola di Arti Liberali, Orléans era anche sede di un centro di
studi teologici. Per cui, abbiamo un medesimo ambiente in cui
c’è: un centro di studi di arti liberali, di diritto canonico e di
teologia.
Cino da Pistoia: nasce nel 1270 e muore nel 1336. ha insegnato a
Siena, a Pistoia, Perugia, Napoli, Firenze e Bologna. A seconda
delle prospettive, Cino da Pistoia è visto:
- dai giuristi: più poeta e meno giurista;
- dai poeti: più giurista e meno poeta;
Se esaminiamo le sue opere, possiamo vedere che è più giurista
che poeta. Il suo rapporto con Giacomo di Revigny, non è mai
esistito. Si può congetturare che lo abbia conosciuto negli ultimi
anni della sua carriera. Certamente, il suo collegamento è con
Pietro di Bellapertica. Ma anche qui, la storiografia non è
concorde nell’indicare in Cino da Pistoia un vero e proprio alunno
di Pietro di Bellapertica, oppure uno che è diventato un suo fan
per averlo sentito tenere alcune lezioni.
Cino da Pistoia proveniente da una ricchissima famiglia, fu
talmente coinvolto nella vita politica del comune di Pistoia da
essere bandito dalla città. Era seguace di Enrico VII che era colui
che, anche nell’ottica di Dante Alighieri, doveva restaurare
l’impero. Quindi, era un “Ghibellino”. I “Guelfi”, erano legati al
Papa.
Lui, nato come ghibellino per famiglia e per convinzioni
politiche, una volta messo al bando dal comune di Pistoia mutò

211
radicalmente le sue idee politiche. Così, da convinto ghibellino,
diventò un Guelfo.
A questo punto non poche realtà della Chiesa e non poche città
guelfe gli concessero incarichi pubblici.
Da un punto di vista letterario, ci ha lasciato un centinaio di
sonetti e canzoni. Quello che colpisce è lo stile. Una prosa latina
veramente elegante.
Come gli altri maestri della scuola di Orléans, ci ha lasciato dei
“Commentari”. Il Commentario più in voga era la “Lettura
scolastica”, cioè la “spiegazione che il maestro veniva a dare
sui passi seguendo quello schema metodologico dei sette
punti”.
La cosa interessante è che, “Letture” e “Repetitiones” erano in
genere intercalate. Per cui, abbiamo quasi un testo che il maestro
veniva a declamare a scuola, a leggere davanti agli alunni.
Rispetto a Pietro di Bellapertica le letture di Cino, soprattutto sul
“Codice” e sul “Digesto”, non sono letture legate all’ambiente
della scuola. In pratica, non sono le lezioni da leggere in classe
ma sono studi più raffinati che potevano trovare anche uno sbocco
scolastico.
Per quanto riguarda il suo metodo di fare lezione, bisogna
stare attenti su quello che viene detto su alcuni testi.
Questo perché alcuni manuali, quasi a sminuire
l’importanza di Cino da Pistoia che ha portato in Italia il
Metodo del commento, ne fanno quasi un “Post-
Glossatore”. E’ vero che il punto di partenza era la
“Glossa Accursiana”, la “Magna Glossa”, ma questa
magna glossa non era solo ripetuta. Alla “Magna Glossa”
si aggiungevano dei contributi personali: le
“Additiones”. Queste Additiones, non erano Glosse che
si aggiungevano alla Glossa, ma era il commento che si
aggiungeva all’apparato di Glosse. Commento [Unp22]: Additiones,
significa “ciò che si deve aggiungere”.
Al tempo del commento, si rivoluzionò quella che era la
geografia delle “Sedi di formazione”. Questo per 2
motivi. Il motivo più antico, è la “Scissione”. Nelle fonti
bolognesi si parla nel modo più crudo di “scisma”. Cioè,

212
professori e compagini studentesche che rompono l’unità
della “Universitas” e si trasferiscono. L’università di
Modena con Piglio da Medicina nasce così. Anche
Padova, nell’anno 1222, nasce come Università a seguito
di una migrazione Universitaria da Bologna. Nell’anno
1224 abbiamo la nascita di Vicenza perché Cacciavillano,
che era un maestro, con i suoi alunni si trasferì lì da
Bologna. Nel 1215 la nascita di Arezzo con il maestro
Goffredo, che lascia Bologna.
Queste frammentazioni potevano nascere o:
1) per motivi di carattere ideologico: forme di insegnamento
differenti, appartenenza a cordate storicamente rivali;
2) per motivi politici: in periodi in cui lo studio bolognese
doveva dividersi tra Guelfi e Ghibellini, molte volte era più
facile trasferirsi in una città con le proprie idee piuttosto che
rimanere in un ambiente filo-imperiale;
Altro fenomeno presente non in Italia ma oltre alpe, è la
fondazione di università come e “Scuole minori” che nascono dal
fatto che studenti formatisi a Bologna emigrano e tornano nel
paese di origine.
Padova: ebbe dei maestri come: “Guido da Suzzara” e “Iacopo
d’Arena”, che gettarono il seme e fecero germogliare questa
università che si distinse e crebbe alla pari di altre università del
nord Italia, come la stessa Modena.
A Padova nel 300 si venne a formare un giurista commentatore,
“Alberico da Rosate”. Alberico da Rosate divenne un punto di
riferimento perché, amante della letteratura e sensibile ai primi
richiami di una cultura umanistica, fu autore di una importante
“Esegesi al Corpus Iuris” e compose un dizionario giuridico.
Inoltre, questo commentatore opera non solo sui testi del diritto
bolognese, ma anche su testi del diritto proprio.
La cosa da notare è che, benché questo studioso si è formato a
Padova e scrivesse sia di diritto comune che di diritto proprio,
non è mai salito in cattedra.

213
Queste nuove Università nate da scissioni e che costellano il Nord
Italia, ad un certo punto chiedono di ottenere quel riconoscimento
che possa equipararle non solo di fatto, ma anche di diritto,
all’Università di Bologna. In pratica, aspiravano al titolo di
“Studium Generale”. Per “Studium Generale” si intende:
“quello studio che ti da un titolo che è riconosciuto, o
attraverso la Bolla del Papa, o attraverso la Bolla
dell’Imperatore, o di entrambi”.
Quindi, è il “Riconoscimento che ha valore per l’Impero”.
Questa parola “Studium Generale”, e questa organizzazione
degli studi, per molti trova la sua radice ultima in una
“Costituzione di Giustiniano” che comincia con la parola
“Omnem”. Da questa costituzione si articola tutto un discorso di
curriculum di studi in 5 anni e il luogo in cui lo “Studium
Generale” può essere a giusto titolo tradotto in “Università di
Studi”.
Vediamo come si articolano queste nuove università.
Toscana
Pisa: vantava antichissime tradizioni scolastiche. Pisa, anche per
il fatto di essere un centro legato a quelle che saranno
“Repubbliche Marinare”, aveva non pochi suoi cittadini esperti
in “Realtà Giuridiche”. Infatti, abbiamo una pregevole edizione
di “Studi Comunali” con glosse fatte dai giuristi locali.
Nell’anno 1338, il “Conte Bonifacio della Gherardesca” dice:
“facciamo anche noi una Università”. “Facciamo anche noi
uno Studium Generale”. Per farlo bisogna chiamare dei
professori. Allora, fu chiamato “Raniero Arrendi da Forlì”, il
quale era stato uno dei maestri di “Bartolo da Sassoferrato”.
Tra l’altro, quest’ultimo dopo essere divenuto dottore, fu
chiamato anche lui in queste neonata Scuola Pisana. La
personalità di questi 2 grandi maestri, Raniero Arsendi e Bartolo
da Sassoferrato, diede lustro a questa nuova sede tanto che
nell’arco di pochissimi anni, nell’anno 1343, Papa Clemente VI
concesse a Pisa il titolo di “Studium Generale”.

214
L’università di Pisa fu poi rifondata nell’anno 1543 da Cosimo
Duca di Firenze e ha mantenuto la sua autonomia, proprio come
Studium generale.
Siena: se la scuola di Pia riceve la patente di “Studium
Generale” da parte del Papa, quella di Siena la riceve
dall’Imperatore Carlo IV. Quindi, diventa uno studium generale
nell’anno 1356. Anche qui abbiamo grandi nomi, testi prodotti e
comitive di studenti che vengono a popolare questa neonata
scuola.
Firenze: solo in un secondo tempo decise di istituire una scuola
superiore di “Diritto” e di “Medicina”. Siamo nell’anno 1321. E’
finito il periodo dei “Glossatori”, anche la stessa civiltà
comunale sta vivendo un momento di declino. Firenze mette su
questa scuola e riceve il diploma di “Studium Generale”
nell’anno 1321 dal Papa e dall’Imperatore.
Lombardia: non trova a Milano il centro scolastico dello Stato.
Da secoli la città più culturale della Lombardia, era Pavia
(Capitale Longobarda, il “Liber Papiensis”). Per cui, Pavia
mantiene nell’arco del Ducato di Milano questa centralità.
Quindi, Milano rimane capitale, ma la capitale culturale è Pavia.
Nell’anno 1361 l’Imperatore Carlo IV concede a Pavia il
privilegio dello “Studium Generale”. E’ interessante notare che,
a differenza delle altre sedi note di fatto come scuola e
riconosciute successivamente di diritto attraverso l’appellativo di
“Studium Generale”, Pavia vede nascere dal nulla uno studium
generale. Cioè, l’imperatore dice: “voglio che qui si eriga uno
studium generale”.
Di fatto, ci sono delle fonti non solo giuridiche che ci attestano
come alcuni anni dopo questo privilegio (1361), non si era ancora
raggiunto alcun risultato.
In una lettera del Tetrarca al Boccaccia nell’anno 1365, egli
descrive Pavia, i documenti, le istituzioni, ma non parla di uno
“Studium Generale” ancora istituito. Comunque, fu il figlio di
Giangaleazzo Visconti che volle dare un impulso decisivo a

215
realizzare questo progetto. Progetto, che si venne a realizzare
molti anni dopo. Infatti, il Papa nel 1389 concede nuovamente
una Bolla che crea lo “Studium Generale”.
Uno dei professori che venne a gettare le fondamenta di questo
studio pavese, fu “Baldo degli Ubaldi”. Storicamente era legato
alla sede di Perugina. Baldo degli Ubaldi, che era il più
prestigioso maestro di diritto di quel tempo, dopo un adeguato
stipendio decise di trasferirsi dalla sua sede storica: “Perugia” a
Pavia, dove completo gli anni del suo insegnamento.
Perugia: E’ il luogo da tenere presente, perché è il posto dove
Cino da Pistoia insegna per la prima volta il metodo del
“Commento” in Italia. Perugina, aveva iniziato la sua attività
come studium generale nell’anno 1308. Fu Papa Clemente V che
trasferì la sede da Roma ad Avignone, che aveva assegnato alla
città di Perugia la patente di “Studium Generale”. Una volta
acquisita questa patente, cercò in tutti i modi di acquisire dei
grossi nomi per poter attirare studenti. Come insegnante per la
cattedra di diritto canonico si pensò a Giovanni d’Andrea, ma non
offrì abbastanza, così Giovanni d’Andrea rimase a Bologna.
Allora, si pensò ad un nome quasi di ripiego: “Iacopo di
Belviso”. L’iniziativa andò in porto. Iacopo di Belviso venne a
produrre una applicazione complicata di quello che era il
“metodo Brocardico”. Metodo Brocardico sposato poi alle
nuove esigenze della scuola del commento.
Nell’anno 1326, venne chiamato a Perugina Cino da Pistoia.
Nell’anno 1328 accoglie l’allievo che supererà il maestro, cioè
“Bartolo da Sassoferrato”. Quest’ultimo quando fu annoverato
tra gli studenti dello Studium Generale di Perugina, aveva appena
14 anni. Anni dopo lo stesso Bartolo confessò di “dovere tutto al
suo maestro che gli fabbricò l’ingegno”. Però, Bartolo non
venne a laurearsi a Perugia, ma a Bologna. Questo grande giurista
fu:
- Assessore a Todi;
- Avvocato Generale a Macerata;
- Assessore a Pisa;

216
- Ha insegnato nello studio Pisano;
- Si recò a Perugina dove insegnò e morì precocemente
all’età di 43 anni.
Quando nell’anno 1255 fu mandato a Pisa come ambasciatore
presso l’imperatore Carlo IV, tale era il suo nome che
l’imperatore gli concesse non pochi privilegi personali. Uno di
questi privilegi, è quello di “legittimare gli scolari dai natali
illegittimi”. Oggi non si fa caso a questo, ma nel medio evo si
puntava molto ad essere “figli legittimi”, cioè “nati da giuste
nozze”, altrimenti si era dei “bastardi”.
Il bastardo, per quanto potesse avere dei padri conosciuti, era un
figlio di “nessuno” o di “madre ignota”. Una persona dai natali
illegittimi non aveva nessuna possibilità di carriera, né
ecclesiastica, né civile. Inoltre, sembrerebbe che Carlo IV gli
avesse dato un titolo nobiliare, o almeno di potersi fregiare di un
blasone.
Bartolo da Sassoferrato, ricevette la medesima titolazione di
Irnerio, cioè di “Lucerna Iuris”. Siccome era molto amante della
letteratura, proprio per questa sua capacità di scrivere con
un’ottima prosa, lo vide equiparato a Virgilio, a Omero, a
Cicerone. Con questi attributi, venne ad essere catalogato da
Giovanni Battista Caccialupi, nella sua opera “Storiografia della
Giurisprudenza Medievale”, pubblicata nell’anno 1467. Questa
opera si chiama: “Vitae Doctorum”, cioè “Vite degli Uomini
dotti”.
A differenza di tutti gli altri commentatori che si sono adoperati
con il metodo del commento sul testo di Giustiniano, Bartolo è
stato il primo degli autori su cui si sono fatti dei corsi. In pratica,
dopo la sua morte l’università di Padova, Torino, Bologna,
vennero a creare dei corsi sulla “dottrina di Bartolo”. Non solo,
nel XVI secolo la sua autorità venne a crescere tanto che a un
certo punto troviamo in atti propri della Spagna, del Portogallo,
anche a livello Legislativo, il nome di Bartolo.
Da un punto di vista legislativo nel Regno del Portogallo e nel
Regno di Pastiglia e di Aragona, si vennero a determinare norme

217
di questo tipo: “qualora fra i giuristi non ci fosse una
communis opinio, si prenda Bartolo come giurista di
riferimento”.
Baldo degli Ubaldi: la famiglia degli Ubaldi, era una famiglia
perugina benestante e molto addentro nel mondo accademico. Il
padre di Baldo, Francesco degli Ubaldi, era docente di medicina e
aveva 3 figli tutti e tre giuristi. Se lasciamo da parte Pietro che fu
canonista, Baldo e Angelo degli Ubaldi furono maestri civilisti.
Non si sa di preciso quando sia nato. La data oscilla tra il 1319 e
il 1327. La morte, invece, è avvenuta nell’Aprile del 1400 a Pavia
dove fu sepolto. Anche se la maggior parte dei suoi insegnamenti
è legata alla Cattedre di Perugia, ha avuto anche temporanei
insegnamenti a Pisa, Firenze, Padova e Pavia. In quest’ultima, la
sua presenza è stata determinante per il suo lancio e la sua
crescita.
La sua grande fortuna fu che, quando insegnò a Perugia ebbe un
alunno che diventò Papa: “Gregorio XI”. Gregorio XI una volta
divenuto Papa, si garantì la vicinanza di questo suo ex maestro
affidandogli non poche ambascerie, chiedendogli dei “Consilia”,
cioè dei “pareri ragionati” e facendogli avere dei canali
privilegiati a livello di contatti con la Curia Romana.
A lui dobbiamo dei contributi interessanti per quanto riguarda il
Digesto, che venne ad esaminare in tutte e 3 le parti in cui era
stato diviso al tempo di Irnerio. Cioè, lui è intervenuto sul:
- Vetus;
- Infortiatum;
- Novum;
Avevamo anche una sua opera legata alle istituzioni di
Giustiniano, ma recentemente ne è stata sconfessata la paternità.
E’ stato Domenico Maffei che ha attribuito la paternità ad un
personaggio marginale nella storia del pensiero giuridico che è:
“Bartolomeo da Novara”. Se eliminiamo questa opera delle
Istituzioni dalle opere di Bartolo, ci accorgiamo che le istituzioni
sono l’unica parte delle opere di Giustiniano che Bartolo non ha

218
praticamente trattato, dedicandosi molto al Digesto, al Codice
ecc..
Questo non è un difetto di Bartolo. Dobbiamo dire che tutta la
Scuola di Orléans, come punto di partenza, e di conseguenza tutta
la scuola del Commento non si è dedicata molto alla realtà delle
“Istituzioni”. Questo si capisce anche dal tipo di opera. Le
Istituzioni erano un’opera “Principia Iuris”, cioè di “Principi
del Diritto”.
Un’opera elementare, un’opera della Scuola. Ora, un metodo di
studio cosi elevato e raffinato come era il “Commento”, non può
perdere tempo su testi basilari del diritto.
Attraverso la sua fama familiare in Perugia, la sua fama di
discepolo di Bartolo che lo ha portato ad essere invitato in diverse
università, attraverso i canali privilegiati che il Papa Gregorio XI
gli venne a creare, gli consentì di produrre moltissimi “Consilia”.
Non ammettendo mai la sua fortuna, disse che: “i Consilia che
aveva scritto in riferimento a questioni di carattere ereditario,
gli avevano garantito una somma di 15.000 ducati”.
Se Baldo degli Ubaldi non si è interessato alle istituzioni, si è
interessato ai “Feudi”, ai “Libri Feudorum” che
rappresentavano la “Decima Collatio” accanto alle “Novellae” di
Giustiniano, come erano conosciute a Bologna.
Questo rinnovato interesse ai “Libri Feudorum” è dovuto al
fatto che, questi libri rappresentavano uno spunto di garanzia per
le “Civiltà Comunali”. In pratica, il Libri Feudorum garantivano
l’”Immunità”. Il Comune non ha nessuna realtà che è
riconducibile al Vassallaggio. Il comune non ha nessuna realtà
conducibile al “Beneficio”. Ma il punto di congiunzione tra il
“Feudo“ e il “Comune” è:
- la popolazione: che nella fase di passaggio è la medesima;
- l’Immunità;
tenendo presente la “Pace di Costanza”, che fu siglata
dall’Imperatore Federico I Barbarossa nell’anno 1183. Con tale
pace, l’Imperatore veniva a riconoscere le autonomie. Ma ci
troviamo verso la fine del 400, periodo in cui il feudo non c’è più

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e il comune è in crisi. E allora, perché questo interesse da parte di
Baldo degli Ubaldi per un discorso di autonomia ?
Storicamente dopo i Comuni abbiamo le “Signorie” le quali, per
portare a loro vantaggio un discorso di “Autonomia” come
“Signorie” nei confronti dell’Imperatore, si appoggiarono a ciò
che era autonomia a livello feudale e a livello comunale.
Naturalmente, le signorie italiche erano tutte che foraggiavano
Baldo degli Ubaldi che si dedicava a questi studi.
Negli anni di Pavia Baldo degli Ubaldi, anche per questa amicizia
con il Romano Pontefice e con i canali privilegiati che ha avuto
con la Curia Romana, egli, che di formazione era un civilista,
cominciò a scrivere in “diritto Canonico”. In pratica, si
trasformò in Utroquista. A lui, dobbiamo un “Commento al
Liber Extra” di Gregorio IX.
Perugia che ha avuto grandi nomi per tutto il 300, quando
passiamo al 400 non ha più avuto grandi nomi alla pari di Baldo e
Bartolo. E’ vero che abbiamo Paolo di Castro discepolo di Baldo,
che ci ha lasciato “Commentari” e “Consilia”, ma non ci furono
nomi dello stesso calibro.
Nel XV secolo abbiamo l’ingresso della cultura “Umanistica”.
Se all’inizio della scuola di Bologna, in un mondo di Arti
Liberali, la novità era rappresentata dai testi giuridici, nel XV
secolo la novità era data dal “recupero del classico”.
Gli umanisti cominciarono a colpire direttamente il diritto e i suoi
metodi definendoli “Elementari”. Criticarono i giuristi glossatori
e commentatori, perché non avevano gli strumenti adatti per
riconoscere la “veridicità di un testo antico”.
E’ vero che per gli strumenti propri dell’umanesimo italiano i
metodi dei glossatori e del commento potevano sembrare
elementari, ma alla base di questa critica c’era l’estrema ricchezza
dei giureconsulti. In particolare, denunciarono il loro rapporto
con le Corti Principesche.

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