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INTRODUZIONE

- La prima questione da porsi intraprendendo lo studio accademico di questa disciplina riguarda pertanto la
sua identificazione epistemologica: dove si colloca, ed a quale titolo, il Diritto amministrativo canonico
nel vasto orizzonte delle discipline giuridiche canoniche? Quali ne sono, in altre parole, i presupposti — e
conseguentemente — lo statuto? Da dove, cioè, deve partire il discorso che porta a trattare la materia ed
in quale contesto ciò deve avvenire? Che cosa, poi, la disciplina deve offrire ai suoi studiosi e cultori in
termini di risultato concretamente perseguito? Quale la sua utilità pratica ed applicativa?

- Non è mistero come la dottrina amministrativistica canonica attualmente disponibile abbia optato per
soluzioni diversificate e non certo equivalenti, né per logica di trattazione, finendo per prospettare
discipline piuttosto differenti, per quanto denominate nello stesso modo, come ben sperimentano gli
studenti delle Facoltà giuridiche ecclesiastiche che si accostano alla materia.

CAPITOLO 1
GIURIDICITÀ E DIRITTO

- Il Diritto amministrativo, infatti, risulta uno sviluppo possibile non di ogni tipologia ordinamentale
giuridica ma preferibilmente di quelle a più alto impatto normativo generale ed a più forte centralità ed
attività dello Stato. Se e come Chiesa cattolica rimane questione da verificare e, se del caso, circostanziare
adeguatamente. (1)

- Ne deriva la possibilità e necessità di riconoscere l’identità espressamente strumentale del Diritto nei
confronti della vita sociale o comunitaria (a seconda della qualità e prossimità, almeno ideale, dei rapporti
intersoggettivi), in una prospettiva di espressa natura pacificatoria tanto verso il passato: Ius contra
noxium (= il danno già ricevuto), che verso il futuro: Ius contra conflictum (= il danno potenziale che
s’intende evitare)! Infatti: non sono nati prima i “diritti” (right/iura) ma la protezione dai danni subiti (=
Actiones) ... o probabili (= Ordiantiones)! E’ il conflitto — reale o potenziale — che genera il Diritto! Il
Diritto, anzi, istituzionalizza la stessa “struttura del conflitto”, formalizzando e gestendo proprio «lo
schema strutturale del conflitto tra gli interessi e tra i gruppi». (12)

- Atti e fatti sono il “motore” del vivere umano: costituiscono cioè quelle “variazioni” dello status quo
socio-relazione che, alterando i diversi equilibri tra le persone (e, spesso, le loro cose), inducono alla
ricerca di nuovi assetti, capaci di far fronte ai mutamenti che gli uomini (o la realtà stessa che li circonda)
pongono continuamente in essere.
- Atti e fatti, per la loro attitudine a modificare assetti ed equilibri socio-relazionali attraverso l’attuarsi o il
verificarsi di qualche mutamento possono essere cumulativamente racchiusi nel concetto di “eventi”,
intesi estensivamente come “variazioni dello status relazionale fino ad allora in atto”. L’evento, tuttavia, in
quanto tale non rileva concretamente se non in ragione della qualificazione (= riconoscimento o
attribuzione di significato) che ciascuno ne dà secondo il proprio specifico punto di vista (di persona,
ruolo o funzione). (16)

- Potrebbe trattarsi di [a] un semplice fatto naturale, oppure di [b] un incidente, oppure di [c] una uccisione,
o di [d] un suicidio. L’evento (pregiudizialmente, ancora né atto né fatto) “uomo morto” in sé e per sé non
ha “significati” propri, intrinseci, che gli competano per essenza o natura, indicandone già gli elementi
fondanti per la sua comprensione: un “morto” è semplicemente un “morto” (al di là di ogni tautologia).
- Concretamente: nel caso in cui l’evento “uomo morto” fosse individuato come [a] semplice fatto o
accadimento naturale (= decesso) il suo significato giuridico sarebbe piuttosto ridotto, configurando un
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semplice “fatto giuridico” di cui rendere edotto il competente Ufficio di anagrafe civile in modo che
quanto concerne lo “stato” della persona come tale (= defunto), dei suoi congiunti (= vedova/orfani), dei
beni connessi (= proprietà), ecc. possa venire aggiornato e riconfigurato per il futuro (= successione).
- Nel caso, invece, in cui l’evento “uomo morto” fosse individuato come atto/condotta (umano)
occorrerebbe spingersi oltre per coglierne ulteriori elementi significativi: atto “proprio” ([b] imprudenza,
[d] suicidio) o atto di qualcun altro? se l’atto va ascritto a qualcuno, si tratta di un [c] atto volontario (=
omicidio) o [b] involontario (= incidente)?
- Alla delineazione del significato dell’evento collaborerebbero comunque anche altri elementi e fattori
quali sono le circostanze: il suicida era una persona sana e matura o un malato psichico, oppure un
depresso? L’ucciso era un gioielliere rapinato, un rapinatore inseguito, un soldato in guerra, un
pregiudicato di mafia o un ciclista investito, un lavoratore privo di “protezioni” oppure distratto/
imprudente? (17-18)
- Non solo il fatto o l’atto in sé a “creare” Diritto, secondo una lettura semplicistica del principio “ex facto
oritur ius”, ma la loro qualificazione in chiave giuridica!

- Tra le possibili — e comunque effettive — qualificazioni esistenziali cui gli eventi possono andare
soggetti quella giuridica è senza dubbio una delle maggiormente rilevanti a livello socio-istituzionale, non
tanto per la frequenza della sua espressione da parte della maggioranza delle singole persone quanto,
piuttosto, per le sue conseguenze e ricadute sulla e nella relazionalità sociale, cui le persone e le
collettività o aggregazioni umane non possono sottrarsi. È nel vivere “sociale” che si crea — in modo
pressoché spontaneo ed “autentico” — la giuridicità proprio come elemento fisiologico e strutturante di
tal modo di co-esistere. Partendo da queste premesse — del tutto costitutive — si comprende come di fatto
si giunga a qualificare giuridicamente un evento quando gli si riconosca (diverso da “gli si attribuisca”)
la potenzialità d’intervenire nelle relazioni socio-istituzionali mutandone pubblicamente (=socialmente)
l’assetto o l’equilibrio. (19)
- Il Diritto riguarda e gestisce tutto ciò che ha la capacità d’influenzare le relazioni tra soggetti appartenenti
allo stesso Ordinamento (socio-istituzionale), mutandone in qualunque modo la situazione relazionale
precedente, così che la nuova posizione relazionale di almeno uno dei soggetti (o oggetti) implicati sia
almeno e cumulativamente: a) pubblicamente riconoscibile, b) relazionalmente rilevante, c)
istituzionalmente sanzionabile, per chiunque degli altri soggetti appartenenti all’Ordinamento. (20-21)

- Il Diritto, così, cresce e si configura in modo del tutto naturale all’interno delle organizzazioni sociali
(come lo scheletro all’interno di un organismo vivente “superiore”) secondo un dinamismo ad esse
connaturale, come quello che nei viventi porta alla progressiva differenziazione e specializzazione di
cellule inizialmente pluripotenziali in “tessuti” sempre più specifici e funzionali da cui si sviluppano
progressivamente i vari “organi” la cui crescita armonica coincide di fatto con lo sviluppo e la crescita del
vivente stesso. Chiave e presupposto essenziale di tale dinamica è il crescere del numero di elementi
(cellule nei viventi, membri nelle aggregazioni sociali) all’interno degli organismi stessi, fino alla loro
piena stabilizzazione nell’equilibrio di una complessità unitaria e dinamica, qual è un organismo vivente
(superiore) o una aggregazione sociale istituzionalizzata. (23)

«se la Chiesa-corpo di Cristo è compagine organizzata, se comprende in sé detta diversità di membra e di funzioni, se “si riproduce”
nella molteplicità delle Chiese particolari, allora tanto fitta è in essa la trama delle relazioni che il Diritto c’è già, non può non
esserci. Parlo del Diritto inteso nella sua globalità ed essenzialità, prima ancora delle specificazioni, derivazioni o applicazioni di
ordine propriamente canonico» (GP 2°, Allocutio, 1983).

- Ogni confessione religiosa, infatti, si struttura ed organizza al proprio interno secondo logiche relazionali
(sia statiche che dinamiche) che rispondono alle caratteristiche portanti della Confessione stessa. (27-28)

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Oggetti ed eventi giuridici ecclesiali
- Oggetti ed eventi spesso di natura spirituale (= grazia, salvezza, santità) e trascendente (= Spirito santo,
Dio) che di per sé non si rendono presenti alla Chiesa già pre-qualificati come “giuridici” [...] né in tal
modo sono stati ad essa indicati o consegnati dal suo fondatore [...] ma che la Chiesa stessa — all’interno
delle proprie dinamiche teologico-spirituali — ha ritenuto dover “qualificare” come espressamente
“giuridici” proprio in ragione della loro portata pubblicamente riconoscibile, relazionalmente rilevante
ed istituzionalmente sanzionabile, nella e per la vita stessa della Comunità cristiana, secondo la
testimonianza — paradigmatica e fondante — del c.d. Concilio di Gerusalemme di Atti 15. Senza tuttavia
che tale qualificazione possa in alcun modo apparire teologicamente estrinseca, trattandosi a pieno titolo
di attività credente (= fides quærens actionem)
- Tanto le vicende legate allo sviluppo dottrinale del dogma (= norma fidei) che quelle connesse allo
sviluppo disciplinare istituzionale della vita ecclesiale (= norma communionis) sono assolutamente chiare
in questa linea interpretativa. È stata infatti la Chiesa, assistita e condotta dallo Spirito santo, ad
individuare e fissare i “punti di non-ritorno” della propria identità dottrinale e funzionale: dogma e Diritto!
Nessun altro avrebbe potuto farlo legittimamente ed efficacemente, tanto più dall’esterno. (32-33)

- Ciò servirà a “costruire” in modo appropriato e “nativo” la presente sistematizzazione e presentazione del
Diritto amministrativo canonico senza doverlo “esemplare” su quello di nessun Ordinamento statuale né
contemporaneo né storico, a differenza di quanto operato dalla maggior parte della dottrina canonistica
attuale in merito. Allo stesso tempo non sarà neppure necessario — né utile — cercare “fondazioni”
teoretiche (né filosofiche né teologiche) a supporto dell’esistenza, consistenza ed identità del Diritto
canonico. (36)

CAPITOLO 2
IDENTITÀ E QUALIFICAZIONE DEL DIRITTO CANONICO

Identità della Chiesa


- Già si è preso atto di come il Diritto esprima la giuridicità e questa a sua volta derivi dall’ordinamento
concreto che ogni tipo di collettività istituzionalizzata realizza (almeno di fatto) in conformità ai propri
fini. Per individuare, ora, in modo corretto cosa sia il “Diritto canonico” è necessario partire da cosa sia la
Chiesa proprio come collettività istituzionalizzata che ha dato — e continua a dare — vita ad uno
specifico Ordinamento giuridico, autonomo sotto tutti i profili poiché unireferenziale nel proprio ambito e
non “contenuto” all’interno di nessun altro. (37)

Approccio storico-fenomenico
- finché il primo nucleo di discepoli del Signore risorto contava qualche decina di soggetti (cfr. At 1,15) già
provenienti da una convivenza di alcuni ed in parte legati da rapporti di parentela (cfr. At 1,12-14)
rapporti, ruoli, referenze non offrivano specifiche difficoltà. Non di meno ad ogni accrescimento della
Comunità col Battesimo di migliaia di persone (cfr. At 2,41.48; 6,7; 11,22) si aprivano nuovi ambiti di
attività cui la stessa Comunità di Gerusalemme doveva far fronte attraverso una crescente differenziazione

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dei ruoli/ministeri ed una progressiva organizzazione funzionale certamente non previsti da Gesù né prima
né dopo la Pasqua e nemmeno immaginabili da parte degli Apostoli né prima né dopo la Pentecoste. (38)
- Tanto più che dai testi evangelici, e neotestamentari in genere, si coglie con chiarezza come le “consegne”
di Gesù agli Apostoli [...], il suo “mandato”, non avessero né carattere giuridico, né pretese di tal genere,
avendo natura prettamente teologica e spirituale, come ben visibile nell’apparizione pasquale per
eccellenza (39)
- Ciò per cui cristo ha costituito la sua Chiesa è la missione di annunciare il Vangelo ad ogni creatura perché
tutti — aderendovi consapevolmente — possano essere salvi (cfr. Rm 10,17). La sostanza e la circostanza
di questo evento fontale — e quindi istituzionalmente costitutivo — sono però tali da non consentirne
alcuna riduzione a termini meramente “giuridici”: né secondo le coeve categorie concettuali, né secondo
le nostre attuali concettualizzazioni.

Identità ecclesiale e missione


- Valgono in proposito le considerazioni di Teodoro Jiménez Urresti (1924-1997) circa una delle leggi
portanti della Logica deontica cui il Diritto obbedisce: “il principio è il fine”. Le cose, cioè, hanno come
proprio “principio costitutivo/ontologico” ciò per cui esistono, il loro stesso fine. In prospettiva deontica le
cose “sono” ciò per cui vengono create. Tale è, appunto, la Chiesa in riferimento alla sua missione!

- Da questo genere di considerazioni, che rimangono del tutto introduttorie ed esemplificative, si trae
tuttavia la condizione che le norme di comportamento comunitario di cui la Chiesa ha sentito pressoché
immediatamente la necessità ed urgenza di dotarsi in modo anche formale — al di là dell’ambito
dogmatico (= il depositum fidei), di quello morale (cioè: la sottomissione della vita personale al
comandamento dell’amore) e liturgico — non solo possono rivestire piena giuridicità, ma possono pure
qualificare tale giuridicità in senso comunitario-istituzionale. Il Diritto canonico, infatti, riguarda in
modo del tutto intenzionale proprio e specificamente l’essere stesso della Ecclesia in quanto
“Comunità dei credenti in Cristo”. Dove l’accento è sulla Comunità e non sui singoli suoi membri:
l’Ecclesia, infatti, è “assemblea convocata” ed opera in modo unitario.

Identità del Diritto canonico


Istituzionalità dell’Ordinamento canonico
- ciò di cui la Chiesa apostolica e sub-apostolica si è espressamente preoccupata aveva sempre un rilievo di
carattere collettivo (44)
- le questioni normative all’interno del Nuovo Testamento non sono mai di carattere individuale/soggettivo!

- Al di là del dato neotestamentario, l’identità espressamente comunitaria dell’Ordinamento canonico va


ulteriormente evidenziata a proposito dei suoi stessi strumenti giuridici operativi, se si vogliono evitare le
conseguenze di una grave aporia metodologica [...] cui difficilmente si pone attenzione quando si presume
di poter approcciare il Diritto canonico all’interno del discorso “codiciale” tout-court, ponendo sullo
stesso piano tecnico-concettuale i Codici statali civili (post-napoleonici) con il Codice di Diritto canonico.
Identità istituzionale dell’Ordianmento canonico

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- In questa prospettiva è anche necessario tener presente come la forte e costitutiva identità istituzionale
dell’Ordinamento canonico lo differenzi in modo sensibile dalla generalità degli Ordinamenti giuridici
statali moderni e contemporanei, in ragione soprattutto dell’origine divina — anziché socio-politica —
della Chiesa stessa, secondo la volontà ed il mandato di Cristo... origine che non rileva — a questo fine —
per la sua intrinseca “divinità” quanto invece per la sua etero-determinazione rispetto alla Chiesa stessa:
ciò che oggi, in base al c.d. principio di autodeterminazione [...], nessuno Stato/Ordinamento
contemporaneo accetterebbe per sé in ragione della convinzione (pregiudiziale) che una etero-fondazione
comporti una conseguente dipendenza in termini di mancanza di sovranità. (47)
- La Chiesa, però, non nasce spontaneamente, dal basso, come frutto di — pur articolare — dinamiche
sociali volte a gestire la complessità del dover vivere insieme tra “estranei” amministrando/dosando le
sempre misere risorse esistenziali disponibili per gli uomini (come negli Ordinamenti civili). Al contrario,
essa è caratterizzata ab origine da una forte connotazione elettiva ed identitaria basata sulla
consapevole e volontaria adesione ad una realtà pre-esistente ed indisponibile: il kerygma di salvezza.
Non per nulla, ciò che la Chiesa ha disciplinato dalle proprie origini neo-testamentarie fino all’attuale
giuridicità di stampo codiciale [...], è solo ciò che riguarda la sua identità di “Comunità dei discepoli di
Cristo” e — subordinatamente — il rapporto dei singoli fedeli con la Comunità stessa.

- Nella Chiesa non è quindi possibile adottare in modo più o meno diretto ed immediato l’idea
costituzional-civilstica moderna di veri diritti individualistici incondizionati (tendenzialmente “erga
omnes”) basati sulla tutela immediatamente azionabile di quanto ciascuno “possiede” in sé e per sé in
modo “originario”, pre-sociale e pre-istituzionale (= il “suum” del c.d. realismo giuridico classico) ...
- Al contrario: l’Ordinamento canonico protegge — soltanto e specificamente — la fruizione del comune e
peculiarissimo patrimonio ecclesiale (cfr. Can. 213) in base allo specifico status e ministerium di ciascun
fedele (e non dei fedeli soltanto), riconoscendo “posizioni” o “prerogative” attive e/o passive
giuridicamente vincolanti. (49)

- Ciò non contraddice affatto l’identità del Diritto già individuata nella conflittualità (ius ob noxium) per
cui è il conflitto a creare (la necessità de) il Diritto ma, semplicemente, dà rilevanza (nella Chiesa)
soltanto a specifici conflitti: quelli sostanzialmente legati alla collocazione e funzione ecclesiale-
istituzionale dei diversi soggetti (tanto personali che pluripersonali) come sono — di fatto — status,
munera, Officia, ministeria ... delicta. Si consideri in merito come siano stati proprio i momenti di
maggior difficoltà e crisi comunitario-istituzionale (ed identitaria) quali: persecuzioni, eresie, scismi, a
costringere la Chiesa a stabilire — sempre — nuove norme di condotta a tutela dell’autentica vita
ecclesiale, anche proprio nelle delicatissime materie della predicazione della Parola di Dio, insegnamento
teologico, catechesi e Magistero (= chi, come, a quali condizioni, con quale legittimazione) e dei
Sacramenti (= quali, quando, come, a chi, quali ministri, ecc.). (50-51)

Cautele costituzionali dell’Ordinamento canonico


Cautela personalistica
- A prima vista una concezione dell’Ordinamento canonico e delle sue norme non immediatamente ed
espressamente finalizzato/interessato ai fedeli come tali (= uti singuli) potrebbe sollevare dubbi
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sull’importanza reale che il Diritto canonico (anche post-conciliare) attribuisce ai fedeli stessi, soprattutto
a riguardo dell’assoluta centralità del loro ruolo e della loro condizione ecclesiale, contraddicendo nei
fatti l’acquisizione del c.d. personalismo conciliare. Se, infatti, il Diritto canonico è tutto comunitario-
istituzionale: cosa c’entrano e che ruolo hanno in esso i singoli fedeli? Che fine fanno la “salus
animarum” e tutti gli altri elementi/fattori che il Magistero e la dottrina canonistica ha ripetutamente
evidenziato come “cuore” delle Leggi canoniche?
- Infatti, anche se il rilievo assoluto accordato nella Chiesa alla singola persona (il Christifidelis in
particolare) non appare come obiettivo diretto dei Codici canonici, né più generalmente della normativa
canonica come tale, questo rilievo si colloca tuttavia prima del Diritto canonico stesso (cioè a livello
teologico) e s’impone ad esso ed alla stessa vita ecclesiale attraverso il valore ontologico e fondativo
riconosciuto alla persona stessa (= dignità), valore che — in quanto sovraordinato all’Ordinamento
giuridico come tale, poiché “teologico” e, quindi, meta-giuridico (= costituzionale) — spesso risulta
addirittura derogatorio rispetto al Sistema legale strettamente inteso.

Qualificazione comunitario-istituzionale del Diritto canonico


- La forte sottolineare della connotazione comunitario-istituzionale del giuridico ecclesiale (ben
differenziata da spettanze e/o posizioni più o meno incondizionate dei singoli come tali) sin qui utilizzata
per presentare in modo complessivo identità e qualificazione del Diritto canonico come configuratosi
storicamente — prim’ancora che tecnicamente — evoca di fatto, per quanto solo indirettamente, lo
scenario ben più ampio dei concetti (e del rapporto) pubblico-privato nel Diritto. Concetti e rapporto a cui
a Teoria generale del Diritto ha dato da sempre grande importanza, fino a ritenerli — spesso — addirittura
costitutivi del Diritto stesso, almeno nella sua concezione tardo-moderna ed attuale. (58)

- È infatti necessario porre in risalto come il concetto stesso di Diritto sottintenda una costitutiva
dimensione non solo (e non tanto) di pluralità di soggetti (anche due soltanto), ma espressamente di
pubblicità dei loro reciproci rapporti: tale, infatti, è per sua stessa natura il Diritto (a differenza dei rapporti
amicali o familiari: “intersoggettivi”, ma non “sociali”). Di fatto un Diritto (= “Law” e non “right”) che
sia ontologicamente “privato” è una contraddizione in termini.

Pubblico e privato nel Diritto canonico

«alla fin fine, le sorti della dimensione pubblica (amministrativa) della Chiesa, e, dunque, di un Diritto
amministrativo nella Chiesa, sono paradossalmente legate alle sorti della dimensione privata, dei diritti
soggettivi in essa; che là dove vi è solo “pubblico” non vi è, né vi può essere, “giustizia della cosa
pubblica” (amministrativa); e che questa resta mortifica là dove il “privato” è mortificato: a riprova che
pubblico e privato simul stabunt, simul cadunt».

- Una tale posizione, però, non risulta compatibile con quanto sin qui illustrato proprio a livello di
elementi e fattori costitutivi dell’Ordinamento giuridico canonico in se stesso (tanto dal punto di vista
ecclesiologico che da quello storico-giuridico). Tale semplicistico bipolarismo contrappositorio, non
corrisponde al carattere comunitario-istituzionale dell’Oridianmento ecclesiale attestato fin dalle prime
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fasi della propria vita e storia, tanto più se fondato e compreso — secondo il Vaticano 2° — all’interno
della categoria biblico-teologica del “Popolo di Dio” (cfr. LG, 9-17) e non più della — precedente —
“societas inæqualium” all’interno della quale — Sì — potevano scorgersi legittimità dialettico-
oppositorie, al punto da contemplare una potestà “pubblica” (nelle “societates perfectæ”, come la Chiesa
in sé) ed una “privata” (nelle “societates imperfectœ”, come gli Istituti religiosi o le associazioni).
- Ciò tuttavia non toglie che anche all’interno dell’Ordinamento canonico abbiano una specifica
cittadinanza i termini ed i concetti — tecnici — di “pubblico” e “privato”, seppure con accezioni ed
implicazioni piuttosto specifiche. (65)
- pubblico e privato costituiscono soltanto pseudo-concetti utili a rendere più agevole la
sistematizzazione scientifica della giuridicità ecclesiale senza dover necessariamente attribuir loro
una portata realmente sostanziale quali concettualizzazioni di base della giuridicità stessa,
soprattutto all’interno della Chiesa. (66)

CAPITOLO 3
DIRITTO CANONICO
E PROSPETTIVA ISTITUZIONAL-PERSONALISTA

Elementi costituzionali
- diventa ora necessario approcciare in modo più esplicito e diretto l’Ordinamento giuridico della Chiesa
per coglierne i fattori e le logiche che lo strutturano e reggono in modo nativo ed originario rispetto a
qualunque altra aggregazione o istituzione umana.

Missione e Chiesa
- L’indicazione magisteriale in merito è inequivocabile e costante, soprattutto negli ultimi decenni: la
Chiesa esiste per annunciare il Vangelo, come espresso dal Concilio Vaticano 2° nella Costituzione
dogmatica Lumen Gentium (n. 17), ben ribadito in via operativa dal Decreto “Ad Gentes” (n. 5) e
riproposto con sicurezza da Paolo 6° nella “Evangelii Nuntiandi” dopo il Sinodo dei Vescovi del 1974
sull’evangelizzazione nel mondo moderno: [...]
- Di fatto già a partire dal Nuovo Testamento, tra coloro che accolgono la predicazione evangelica nasce
una comunione che si accresce attraverso la vita sacramentale: Battesimo come “introduzione” in questa
comunione, Eucaristia come vincolo sacramentale di comunione, Penitenza come restaurazione della
comunione perduta, ecc.
- Tale comunione, tuttavia, non è finalizzata a se stessa: la Chiesa, infatti, è una comunione di fede che si
concretizza ben presto in comunione di carità e di annuncio.
- La Chiesa, però, non sorge spontaneamente “dal basso”, per l’iniziativa degli ascoltatori di Cristo alla
stregua di un circolo culturale o di una scuola di pensiero. È Cristo, invece, che ha conferito agli Apostoli
una precisa missione.
- Il primo compito della Chiesa è dunque l’annuncio evangelico! La struttura ontologica della Chiesa è
missionaria: rivolta cioè all’annuncio del kerygma di salvezza. Gli Apostoli, prima che guide e
maestri, sono annunciatori e testimoni. La Chiesa, così, nasce dalla missione e per la missione. (76)

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- Da tale missione e dalla sua necessaria attuazione intra-storica ha preso progressivamente inizio e forma la
Chiesa, secondo le dinamiche proprie della istituzionalizzaione che consolida e trasmette (= traditio)
quanto ricevuto (= carisma) in circostanza assolutamente irripetibili (= la persona di Gesù Cristo).

La Chiesa Popolo di Dio, società o/e comunità


- Il Concilio Vaticano 2° non solo ha riscoperto in modo più pieno la dimensione misterico-sacramentale
della Chiesa (cfr. LG, 1; 4-8), ma ne ha pure evidenziato in modo rinnovato le dimensioni comunitaria ed
istituzionale che, in realtà, hanno sempre caratterizzato la concezione ecclesiale cattolica. In tale
prospettiva il Concilio ha ricuperato e riproposto con certezza la categoria — biblica — di “Popolo di
Dio” (cfr. LG, 9-17), ponendo quale modello tipologico di aggregazione ecclesiale non più la “societas
visibilis” del Card. Bellarmino o quella “iuridice perfecta” dello Ius publicum ecclesiasticum, ma la
“communitas Christifidelium”, non meno capace di tutelare tanta [a] la visibilità della Chiesa che [b] la
sua strutturazione gerarchica (ribadite dal Concilio di Trento), senza tuttavia sottovalutarne
inadeguatamente [c] la più autentica e profonda natura espressamente teologica. (77-78)

- La nuova prospettiva che ne emerge rende finalmente percepibile un elemento di portata davvero
“costituzionale” ormai irrinunciabile per fondare e delineare all’interno dell’Ordinamento ecclesiale anche
un vero e proprio “Diritto amministrativo” specificamente “canonico”: la differenza irriducibile tra i due
modelli aggregativo-istituzionali di “societas” e “communitas”. (80-81)

Appartenenza ed adesione
- Per meglio capire la consistenza e portata della distinzione tra appartenenza ed adesione, giova fare
riferimento alla concretizzazione più emblematica dell’appartenenza giuridica: quella che si realizza nella
società politico-statale (che trova la sua forma più tipica nella “cittadinanza”) in quanto connessa
necessariamente a rapporti che s’impongono ai soggetti ab extrinseco, anche contro la loro espressa
volontà. Tale legame non è in sé oggetto di opzione per i singoli, lasciando loro soltanto la possibilità
(eventuale) di decidere “dove” risiedere, ma non certo “se” appartenere, con tutte le annesse conseguenze.
- Per conto, un’aggregazione di stampo comunitario si caratterizza per la sua ulteriorità o eccedenza
rispetto alla singola persona: offre cioè un “di più” che il singolo apprezza e sceglie liberamente di porre
in atto. In questo caso la base aggregativa non è di carattere fenomenico impersonale (= territorio, etnia,
cultura, economia, politica) ma personale, ideale, ed elettivo: c’è qualcosa che la persona coglie come
meritevole della sua attenzione ed a cui dedica qualcosa di sé. In più: mentre l’appartenenza è un vero e
proprio “fatto”, l’adesione è un vero e proprio “atto”, una scelta e, quindi, un impegno personale.

Operatività sociale e comunitaria


- L’estrema diversità tra appartenenza ed adesione giustifica in modo sostanziale anche le differenze dei
rispettivi principii strutturanti e funzionali oltre, in modo ancor più specifico, al rilievo riconosciuto alla
singola persona e la qualità del suo prender parte al perseguimento del fine aggregativo-istituzionale (= la
“mission”) ed alla costruzione del c.d. bene comune, elemento costitutivo di qualsiasi tipologia e forma di
aggregazione/collettività, non esclusa quella comunitaria propria della Chiesa.

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- In questa prospettiva, mentre la logica societaria mira al consolidamento di un bene comune (previo ai
singoli e tale da ridurne potenziali conflitti) quella comunitaria mira invece alla costruzione di un futuro
comune (ulteriore ai singoli e non conflittivo) cui nessuno potrebbe giungere senza il coinvolgimento di
energie e risorse non disponibili che per libera scelta di condivisione personale ed a cui tutti e ciascuno
abbiano finalizzato le proprie risorse ed energie in vista di una realizzazione comune che motivi ed
indirizzi lo stesso sforzo strutturale e funzionale della comunità

Stati, Chiesa e loro governo


- nelle società politico-statali l’istanza di governo risulta strutturante lo stesso vivere sociale e non sembra
rinunciabile la gestione di un vero e proprio “potere” quale strumento privilegiato per il perseguimento
(anche coattivo) del bene comune.
- Nella Chiesa, al contrario, la funzione di governo risulta assolutamente accessoria e strumentale: un
vero compito (= munus) cui non ci si può sottrarre, mentre “insegnamento” e “santificazione”
appaiono maggiormente come doni direttamente offerti dal Cristo perché ogni uomo —
accogliendoli — giunga alla salvezza della propria esistenza personale (cfr. Can. 213).
- Di conseguenza: [a] il diverso principio aggregativo (necessario o volontario), [b] la diversa struttura
(società o comunità) e [c] la diversa finalizzazione del modello politico-statale rispetto a quello ecclesiale,
non permettono di applicare alle due realtà (in questo campo) un approccio parallelo, anche solo
ananlogico.
- Nella Chiesa per di più, non esiste neppure un vero “potere” nella disponibilità degli uomini: si parla
infatti — correttamente — di (sola) “potestà”.

Una Chiesa “società”?


Il fondamento societario
- Nonostante quanto sin qui illustrato circa le dinamiche strutturali di una Chiesa-communitas e la
naturalizza ad oggi nell’assumere e sviluppare questa prospettiva (derivazione espressa del Vaticano 2°),
non si può tuttavia trascurare come la dottrina che vide la Chiesa e la presentò essenzialmente come
“societas” sia stata per vari secoli il punto di riferimento indiscusso della cattolicità prima di tutto dal
punto di vista teologico, mentre il punto di vista socio-politico adottato nelle presenti riflessioni non
esisteva ancora.

- In tale contesto la Chiesa stessa pensò a sé e si propose come “societas necessaria”: esattamente al pari
degli Stati ottocenteschi dai quali però doveva adeguatamente differenziarsi (= superiorem non
recognoscens) per potersi poi rapportare “alla pari” attraverso il sistema concordatario.
- Una “necessarietà” della Chiesa che [a] si opponeva al consociativismo funzionale ed “estemporaneo”
delle società statali moderne, [b] derivava — naturalmente — dall’esistenza del “fine societario” stesso
della Chiesa (= la salus animarum) e dal possesso ecclesiale degli strumenti adeguati per perseguire tale
finalità, oltre che [c] dall’irrinunciabilità — morale e teologica — di tale fine.

La dinamica societaria

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- Non desta pertanto stupore che all’interno di un tale paradigma ecclesiale — nel quale la concreta
differenza tra necessarietà e costrittività non risulta sempre cristallina — finisca per essere del tutto
naturale teorizzare — anche — una vera e propria “condizione” individualistica del singolo fedele che gli
permetta di mantenersi (pure) isolato rispetto alla vita ecclesiale come tale, fino anche allo stesso
“contenzioso” (= ius suum) in base al “fine necessario” della società stessa cui — forzosamente —
appartiene proprio a motivo dell’irrinunciabilità ontologico-esistenziale di tal fine. In tal modo il fine
individualistico della propria-salvezza (o anche della propria-santificazione) finisce per non coincidere
più con quello autenticamente ecclesiale (= cum-munus) che è l’annuncio del Vangelo in vista di una vita
cristiana che sia preludio della salvezza eterna.
- In una Chiesa ridotta in tal modo a semplice “arca di salvezza” (individuale) ciascuno può legittimamente
“sgomitare” per reclamare e consolidare il proprio — individualissimo — “spazio vitale minimo” ...
costantemente insidiato dalle pari pretese di tutti gli altri compagni di attraversata verso la meta comune.
È pertanto inevitabile che in tale contesto finiscano per porsi come prioritarie — anche nella Chiesa (sic)
— le “questioni di giustizia” tra tali con-sociati del tutto occasionali.
- Inevitabile anche che gli unici rapporti presi realmente in considerazione siano quelli tra ciascun individuo
e chi esercita potere in/su tale “societas”, indirizzando l’interesse dottrinale e tecnico-giuridico non tanto
ai rapporti “inter pares”, com’è nella maggioranza della pratica giuridica statale, ma quasi esclusivamente
a quelli “gerarchici”: verso/contro, cioè, la c.d. Autorità di governo. (98)

Ricadute amministrativistiche della prospettiva societaria


- Tra le espressioni forse non necessarie, ma coerenti, di una concezione essenzialmente e principalmente
societaria della Chiesa si colloca quella che finisce concretamente per ridurla ad “agenzia pubblica di
servizi” vincolata per Legge — propria (sic) — ad assolvere ad ogni richiesta dei suoi membri il cui non
soddisfacimento possa essere letto come “danno” da parte di chi in tal modo si configura — soltanto ed
essenzialmente — quale legittimo “utente” dia tale agenzia universale, a ciò autovincolata (e pertanto
obbligata) per il solo fatto di esistere con le proprie specifiche finalità costitutive e la propria
organizzazione, individuata ed immedesimata nella — così chiamata — “Pubblica Amministrazione
Ecclesiastica”.
- È la prospettiva ricostruttivo-dottrinale che sta prendendo forza negli ultimi decenni a partire da alcuni
elementi non-originari della Chiesa, per quanto invocati come di Diritto naturale, quali la riparazione del
danno che portano a percepire e delineare la Chiesa come una vera e propria Pubblica Amministrazione
onnicompetente ed onniresponsabile (oltre che universale) costituita da chiunque possa operare in modo
non meramente ‘privatistico’ nei confronti di chiunque altro in rapporto ad essa.
- Una prospettiva fatta di “Funzionari”, “Dipendenti” ed aventi parte a qualunque titolo di una Pubblica
Amministrazione Ecclesiastica che, alla fine, risulta strutturalmente contrapposta ad ogni possibile attività
di qualunque soggetto possa in qualche modo ritenersi danneggiato.

Prospettiva istituzional-personalista
Adesione ed identità ecclesiale
- s’impone ai soggetti stessi ab extrinseco non sia in sé oggetto di decidibilità per i singoli individui, mentre
— al contrario — l’adesione all’Ordinamento canonico, essendo elettiva ed identitaria, rimane del tutto
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volontaria, fino alla piena decidiblità anche della specifica configurazione “rituale” di adesione: la c.d.
Ascrizione rituale dalla quale dipende il Diritto stesso (= Ius proprium) da osservarsi (latino o orientale).
- Non si esprimerà mai con sufficiente chiarezza ed efficacia la profondissima peculiarità della “adesione”
rispetto a qualunque semplice “appartenenza”.

- In tale prospettiva è pure necessario considerare che, mentre lo Stato rispetto alla persona è una sovra-
struttura non necessaria a definire la persona come tale — ed il costituirla “cittadino” non cambia nulla
della persona in sé e per sé — la Chiesa rispetto al fedele risulta, invece, costitutiva offrendo alla persona
stessa “qualcosa” di qualitativamente nuovo. Non vale, infatti, la proporzione “cittadino: Stato = fedele:
Chiesa”, poiché la persona senza la Chiesa non è come la persona senza lo Stato.
- Essere cristiano non “è” come essere italiano o australiano; né essere cattolico è come essere ticinese o
californiano. (105)
- Per la persona lo Stato potrebbe anche non esistere poiché lo Stato (e spesso quello Stato) non aggiunge
nulla alla persona col renderla “cittadino”, non si è infatti persone grazie allo Stato ma prima di esso; [...]
Se, infatti, la Chiesa non esistesse la persona rimarrebbe priva di “risorse” a lei non altrimenti disponibili:
il divenire — grazie alla Chiesa e nella Chiesa — “fedele” aggiunge, infatti, alla persona elementi e
fattori che la rideterminano in profondità andando ben oltre la condizione iniziale di “persona” ed
amplificandone l’identità.

- Proprio la costitutività dell’adesione ecclesiale, d’altra parte, fa sì che i “conflitti di adesione volontaria” si
configurino come specifici istituiti giuridici (penali): eresia, scisma ed apostasia, categorie del tutto
estranee alla giuridicità statale

- Proprio su questa base il Diritto canonico non ammette, di per sé, la “privatezza” (intesa come
individualità escludente) né [a] degli elementi che afferiscono all’appartenenza alla Comunità di fede
ossia: «i vincoli della professione di fede, dei Sacramenti e del governo ecclesiastico» (cfr. Can. 205),
né [b] delle concrete modalità della “sequela Christi” ossia i c.d. stati di vita.
- Ne deriva la possibilità di leggere l’intera esperienza ecclesiale alla luce di due dimensioni costitutive:
[a] quella istituzionale (oggettiva) e [b] quella personale (individuale); dimensioni che si mostrano
quanto mai adatte ad individuare e qualificare lo stesso Ordinamento canonico proprio nelle sue
specificità più caratteristiche. (108)

Persona
- A partire dal Concilio, infatti, la Chiesa cattolica si è posta consapevolmente innanzi ad una vuova
percezione ontologico-metafisica del fedele in quanto “persona”, vedendolo ormai come una realtà
unitaria, costituita di un elemento corporeo e di uno spirituale indivisibili, aperta alla relazione
interpersonale e capace di relazione col Dio trascendente, secondo la miglior riflessione filosofica
“fenomenologica”, “esistenzialista” e “personalista” del secolo scorso, ripresa ed integrata dall’attuale
Antropologia teologica.
- Destinataria dell’attività ecclesiale in sé medesima (tanto spirituale che istituzionale) non è pertanto la sola
“anima” ma la persona integra ed integrale.
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L’Istituzione
- Come sin qui abbondantemente illustrato, ciò che il Diritto canonico interviene a normare sono
principalmente le modalità specifiche secondo cui chi nella Chiesa ha responsabilità deve
predisporre, organizzare e custodire l’annuncio, la testimonianza e l’esperienza vitale del Vangelo
all’interno della legittima “successione apostolica” che custodisce l’una fides e l’unum depositum
consegnati da Cristo ai suoi discepoli, nel pieno rispetto della dimensione irrinunciabilmente
personale dell’adesione e vita di fede di ciascuno.
- In coerenza a questa linea fondativa si pone quanto espresso nel primo Principio guida per la revisione
codiciale che, se manda al nuovo Codice «definire e tutelare i diritti e gli obblighi di ciascun fedele verso
gli altri e verso la società ecclesiastica» [...] «in quanto [tali diritti ed obblighi] si riferiscono al Culto di
Dio e alla salvezza delle anime»
- “Culto di Dio” e “salvezza delle anime”, pertanto, sono i termini ad quos dei definiendi diritti e
doveri dei fedeli: né interessi, né utilità o vantaggi particolaristici/individualistici, generali, generici
e di qualunque tipo ...
- Non si tratta pertanto di “diritti” che il singolo possa “vantare” nei confronti di qualcuno
singolarmente né della Chiesa come tale nel suo insieme, ma di una vera necessità intrinseca e
strutturante l’identità stessa della Chiesa che proprio in questo campo gioca la sua esistenza, in una
dimensione ontologica ben prima che prestazionale e/o debitoria.

I soggetti
- In tale prospettiva occorre prendere atto che, in realtà, l’attenzione tecnico-giuridica fondamentale
nella Chiesa s’indirizza non tanto all’Istituzione o alla Gerarchia o alle persone dei fedeli come tali,
ma alla corretta individuazione del concreto “soggetto” che opera ecclesialmente nelle diverse e
specifiche circostanze ed attitivà di rilievo istituzionale-giuridico.
- Potrebbe giovare in questa prospettiva considerare proprio come il c.d. “diritto” — senza dubbio
fondamentale — per i fedeli come tali di ricevere dai Pastori i beni spirituali della Chiesa non possa essere
compreso né concettualizzato in rapporto ad un co-rispettivo — solo presuntissimo — “dovere” degli
stessi Pastori . Quella dei fedeli non è infatti una vera “facultas” (exigendi) — e neppure una semplice
“utilitas” — cui i Pastori debbano ottemperare in quanto loro specifico “dovere” secondo le singole
richieste. I fedeli, infatti, hanno anche — e prima di tutto! — il vero e proprio “dovere” specificamente
regolamentato nelle proprie soglie minime di attingere a tali beni attraverso il servizio dei “sacri ministri”;
un “dovere” non facilmente declassabile da “giuridico” a “morale” solo a causa della sua non reale
verificabilità/sanzionabilità.

Visione istituzional-personalista
- In tal modo il binomio “istituzione-persona” risulta adatto a declinare l’aspetto invariante (=istituzionale)
della vita secondo il Vangelo in rapporto a quello assolutamente variante (= personale) concretamente
realizzato e perseguito da ogni e ciascun battezzato, evidenziando nella componente istituzionale non un
“quid” autonomo ed autoreferenziale con cui i fedeli sarebbero quasi costretti a confrontarsi, ma la
semplice formalizzazione di ruoli e funzioni che concretizzano l’esercizio articolato ed ordinato del

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ministeriale sacerdotium che LG, al n. 10, presenta come funzionale alla comune condizione di ogni
battezzato.

CAPITOLO 4
CHIESA, PERSONE E DIRITTI

Questioni preminari
Vangelo e diritti
- la possibilità stessa: è davvero possibile all’interno della Comunità di fede cristiana — e secondo la norma
evangelica stessa (sic) — ipotizzare un “cuique suum” di qualcuno, tale da poter essere opposto/negato a
qualcun altro dei fratelli di fede?
- dal punto di vista teologico l’unico “suum” che, evangelicamente, ciascuno può porre in evidenza è la —
sempre — personalissima adesione vitale al Vangelo.
- La Chiesa stessa infatti riconosce e rivendica come propriamente “nativi” soltanto: la predicazione del
Vangelo a tutte le genti, i beni materiali necessari al compimento della sua missione, la possibilità di
sanzione le condotte di vita più radialmente contrarie al Vangelo stesso, cui va aggiunta la celebrazione del
Culto pubblico e dei Sacramenti.

Diritto canonico e “diritti”


- Quanto già illustrato circa l’identità del Diritto canonico ha ben mostrato che la Chiesa realizza il proprio
impegno regolativo/normativo generale in poche e ben specifiche materie che nessun singolo potrebbe
arrogarsi come “suæ”: ...
- È pero necessario non trascurare il fondamento di tale regolamentazione, ricordando come l’Ordinamento
canonico sia accolto ed applicato dai singoli prima di tutto e sostanzialmente in coscienza e per fede.

Chiesa e diritti delle persone


La persona e i suoi diritti
- una non adeguata dottrina o teoria dei “diritti fondamentali” nella Chiesa
«potrebbe [...] a considerare tali diritti alla stregua di come sono considerati nella società civile: la persona umana ha una dignità e
dei diritti fondamentali che sono anteriori a quelli dello Stato e [che] perciò ogni Stato li deve riconoscere. In caso contrario, il
cittadino ha il diritto di reclamarli e di denunciare l’Autorità dello Stato che non li rispetta. Inoltre, nella Chiesa il rapporto fedele-
Chiesa è essenzialmente diverso da quello persona-Stato: il fedele non è anteriore alla Chiesa e non ha dei diritti da far valere di
fronte alla Chiesa. In caso contrario si rischierebbe di promuovere una mentalità rivendicazionistica ben poco ecclesiale e
comunale».

La persona e la sua dignità


- Ciò che, invece, non può essere né trascurato né sminuito neppure all’interno della Chiesa stessa, delle sue
strutture, Istituzioni, logiche funzionali, ecc. è il riferimento alla dignità della persona come tale.
- Proprio questa dignità è stata — finalmente — rilanciata dal Concilio Vaticano 2° anche e specificamente
in merito all’adesione all’annuncio evangelico riguardo al quale, se rimane sempre certo e vero che «tutti
gli uomini sono tenuti a cercare la verità, specialmente in ciò che riguarda Dio e la sua Chiesa, e una volta
conosciuta abbracciarla e custodirla» (DH, 1)

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I “diritti” nella Chiesa
Il contesto dei “diritti dei fedeli”
- Per non essere sviata da referenze non adeguate, la questione dei “diritti dei fedeli” va vista
principalmente all’interno del vero contesto ecclesiale in cui prese consistenza ed esigette soluzioni: non
la “stagione” socio-culturale dei diritti umani (fondamentali e/o di Diritto naturale) ma lo Ius publicum
ecclesiasticum internun che vedeva la Chiesa “Societas iuridice perfecta” contenere entro i propri confini
tante “societates imperfectæ” nelle quali il regime di governo ordinario era del tutto individualistico: la
“potestas dominativa” (detta anche “privata”) attraverso la quale veri e propri “Superiori” dirigevano —
anche/proprio attraverso la coscienza — le vite intere di veri e propri “sudditi”
- Al contempo proprio l’esercizio di una potestas privata nei rapporti “gerarchici” strutturatisi lungo il
Medio Evo aveva portato a svariati eccessi di assoluta arbitrarietà da parte dei Superiori ecclesiastici i
quali pretendevano di essere obbediti senza esitazione alcuna, all’interno di una dottrina teologico-
spirituale che non ammetteva distinzioni tra Morale e Diritto, tra coscienza e libertà... tutto in vista/
funzione della coscienza (e dignità personale), senza la quale non si danno né fede né santità.
- In tale contesto il ricorso intra-ecclesiale alla categoria dei “diritti fondamentali” [...] ha giocato un ruolo
primario nella revisione canonica post-conciliare, divenendo addirittura uno degli emblemi della nuova
concezione-condizione ecclesiale, [...] e contrassegnando vari elementi e fattori di tale revisione: primi tra
tutti i “Principii guida” per la revisione codiciale che parlano ripetutamente di “diritti” ma in modo
assolutamente disorganico e disomogeneo, non senza l’impressione di una prevalenza di principio,
rispetto a concettualizzazioni adeguatamente solide e mature.

Nascita dei “diritti soggettivi” nella Chiesa


Il riconoscimento dei “diritti”
- Il tema esplicito dei “diritti soggettivi” all’interno del Diritto canonico prese formalmente piede con
l’inizio della revisione codiciale quando furono proprio i “principia quæ” ad utilizzare la formula “iura
subiectiva vera et propria”.

- ... quanto si riteneva necessario considerare non erano tanto i “diritti soggettivi” cui si riferivano le
dottrine giuridiche europeo-continentali ottocentesche, né quelli “umani” in voga al tempo, quanto invece
una necessaria nuova concezione e rimodulazione della generale modalità di governo ecclesiale giunta
fino a quel momento, volendo escludere di principio qualunque tipo “arbitrarietà” nell’operato dei c.d.
Superiori.
- nell’adozione della formula “iura subiectiva (vera et propria)”, non va neppure trascurata l’assoluta
incongruità — espressa in tale circostanza e mai revocata da alcuno — di voler tutelare veri e propri
“diritti soggettivi” attraverso gli strumenti tipici della giurisdizione amministrativa (quindi: speciale) la
quale, di per sé, non è competente per gli illeciti — solitamente connessi ai “diritti soggettivi” — per i
quali era già data Azione (almeno rescissoria) presso il “Giudice ordinario”. Più radicalmente — invece —
attraverso il riconoscimento, la formalizzazione e la tutela, di ciò che allora fu chiamato in tal modo
s’intendevano curare le piaghe dell’autoritarismo e dell’arbitrarietà del governo ecclesiale, spesso
umiliante nei confronti delle persone come tali.
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- Palesemente, pertanto, tali “diritti” non sono e non valgono tanto in sé e per sé (= per i fedeli), ma quale
soglia invalicabile posta a chi esercita governo nella Chiesa . Ciò infatti, su cui si voleva intervenire non
erano gli Atti illeciti: gli unici che sia possibile porre contro i “diritti soggettivi”, ma quelli illegittimi!

L’individuazione delle “funzioni”


- Proprio a questa stessa ratio anti-autoritaria fu ancorata anche, all’interno dello stesso settimo Principio,
l’esigenza di distinguere in modo più formale e tecnicamente preciso le funzioni in cui si articola il
governo ecclesiale.
- La miglior distinzione, infatti, tra governo e coscienza avrebbe permesso di superare molti fraintendimenti
concreti; laddove si era lungamente imposto in coscienza ai “sudditi” (religiosi e chierici) quanto non si
sarebbe potuto esigere per Diritto.
- Il quadro del riequilibrio e controllo del governo ecclesiale si completava integrando anche il nuovo
presupposto della uguaglianza radicale ed originaria di tutti i battezzati cosicché le differenze nell’attuare
derivino dall’Ufficio svolto nella Chiesa (= statuto di funzione) e non dallo status individuale. La
distinzione delle funzioni potestative, parzializzando la specifica potestà utilizzata rispetto alla persona
dell’Autorità, andava in tale direzione.

I “diritti fondamentali” dei fedeli


- Non di meno: tali “diritti (fondamentali) dei fedeli” così come presenti nel Codice latino esprimono più
una questione ontologica che non di stretta giuridicità
- L’Ordinamento canonico, d’altra parte, soprattutto ai livelli meno formali, non fa altro che dichiarare —
sostanzialmente — libertà e liceità di principio (= “ius/integrum est ut”) a riguardo dell’operare ecclesiale
dei fedeli, in modo non troppo differente dalle dichiarazioni di principio fissate in molte Carte
costituzionali (statali) e Trattati o Convenzioni internazionali, senza però che al contempo venga assegnato
alcun soggetto specifico immediatamente obbligato alla loro puntuale e concreta realizzazione, ma
consegnando all’Ordinamento come tale la loro gestione e tutela, soprattutto per quanto riguarda le
modalità attuative.
- In tali circostanze, infatti, non si tratta propriamente del “diritto di ...” ma del “diritto alla libertà di ...”
oppure del “diritto di accesso a ...”.

Consistenza canonica dei “diritti soggettivi”


- Consapevoli di quanto sin qui esposto, non risulta possibile impostare la vita ecclesiale in termini di
“diritto/facoltà” di qualcuno cui corrisponda — ex lege — uno specifico “dovere” da parte di qualcun
altro inteso in qualche modo come “contro-parte”, in quanto tutti nella Chiesa sono in realtà collocati
all’interno di specifiche (differenti) modulazioni dello stesso comune dovere (= cum munus) di [a]
attingere in modo fruttuoso al tesoro di grazia consegnato da Cristo alla sua Chiesa e di [b] partecipare
della sua missione.
- In tal modo, però: il “personale” non presenta alcuna contrapposizione rispetto all’“istituzionale” (143)

- D’altra parte, se l’appartenere alla Chiesa-societas (necessaria) è una questione estrinseca (come per
l’appartenenza alla Stato moderno/contemporaneo) allora è inevitabile riconoscere ad ogni singolo
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individuo quanto (all’interno di quel paradigma) gli appartenga in base ai presupposti — un tempo —
illuministici e — oggi — assolutamente liberali: totale libertà e diritti fondamentali, comprimibili solo in
ragione del bene comune gestito (attraverso la Legge) dalla massima Autorità ordinamentale che, però,
dev’essere la più lontana possibile proprio come garanzia strutturale per ciascun singolo indistintamente
che la Legge sia “uguale per tutti”.

- Quanto sin qui criticamente illustrato non comporta tuttavia la negazione che anche nel Diritto canonico
esistano vere posizioni e prerogative individuali espressamente tutelate attraverso un’immediata
azionabilità giudiziale la cui consistenza — per quanto solo funzionale e derivata (dal punto di vista
ontologico) — è del tutto paragonabile sotto il profilo strettamente giuridico a quella di molti dei c.d.
diritti soggettivi presenti negli Ordinamenti statali contemporanei: veri diritti (= rights) quanto ad
effettività e tutela funzionali.
- Per di più: quelle protette dall’Ordinamento canonico non sono solo [a] posizioni (funzionali) ma anche
[b] attività e [c] relazioni che vedono la persona del fedele come protagonista. In tal senso le “libertà”
sono attività che il fedele può liberamente compiere all’interno della Chiesa.

Tutela canonica dei “diritti”


Diritti e loto tutela
- Di cosa ci si occupa, quindi, nella Chiesa quando si parla di “tutela dei diritti”?
- Praticamente di nulla di più della verifica dello status individuale delle persone (in ragione soprattutto di
c.d. Vincoli da cui dipende la possibilità di variare il proprio status ecclesiale: sposarsi, essere ordinati ...)
e della fruizione di qualche bene ecclesiastico strumentale (= patrimonio, diritti reali), cui si aggiungono
eventuali prerogative d’attività in capo a specifici soggetti per alcune peculiari materie: insegnamento e
Culto in primis.

Diritti dei fedeli e loro tutela canonica


La tutela in generale
- Posta comunque in linea di principio anche all’interno dell’Ordinamento canonico la tutela delle posizioni/
prerogative spettanti a qualche soggetto come tale, non si può ignorare che essa vada però attuata per via
giudiziale ordinaria (= Causæ iurium) e non per via giudiziale amministrativa come — invece —
largamente presupposto in dottrina
- L’attività giudiziale amministrativa canonica, infatti, riguarda non ogni attività di qualunque Autorità di
governo contro i diritti dei fedeli (= violatio iurium), ma solo gli Atti amministrativi singolari, contestati
per violatio Legis in quanto — e soltanto — error Iuris nell’attività — tanto originaria che confirmatoria
— dei soli Dicasteri della Curia romana, con espressa esclusione de merito Causæ. Al contrario, la
semplice “violazione di diritti” o la “retta amministrazione della giustizia” è da ritenersi ad ogni effetto
piena competenza della giudizialità ordinaria attraverso i vari gradi di Tribunali: dai diocesani, alla Rota
Romana, alla stessa Segnatura Apostolica per quanto concerne le espresse competenze di Tribunale
supremo. (151)

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- Che poi fin dall’inizio, ed ulteriormente, l’oggetto unico di tali Istanze giudiziali fossero il Provvedimenti
definitivi dei Dicasteri della Curia Romana è chiaro in tutte le norme che si sono succedute in oltre
quarant’anni, così come anche:
— l’individuazione dell’unico possibile “convenuto” in Causa: i Dicasteri della Curia Romana
(“adversus decisionem competentis Dicasterii”) e
— l’oggetto unico del petitum: l’annullamento del Provvedimento in questione.

- Di fatto tali ambiguità perdurano tutt’oggi basandosi anche sulla non adeguata distinzione concettuale tra:
[a] veri e propri “Atti di potestà ecclesiastica” e [b] “atti della potestà ecclesiastica” intesi come condotte
concrete tenute da che esercita — anche — potestà ecclesiastica (= comportamenti fattuali concludenti), in
modo da riuscire a distinguere operativamente tra:
— [a1] “conflitti per Atti di potestà ecclesiastica” (= Causæ administrativæ) e
— [b1] “conflitti per comportamenti di chi esercita potestà ecclesiastica” (= Causæ iurium)
oppure ancora distinguere — secondo lo stesso criterio — tra:
— [a2] Atti di governo ed
— [b2] attività di chi governa
ponendo il discrimine tra:
— [a3] quanto appartiene all’attività di governo come tale
(= Uffici ecclesiastici, organizzazione e funzionalità ecclesiale, procedimenti amministrativi, vigilanza)
— [b3] quanto appartiene, invece, al patrimonio giuridico dei diversi soggetti ecclesiali.

«non tutti gli Atti e le decisioni emanati da un soggetto titolare della potestà di governo possono considerarsi
Atti di governo».

- Non di meno in dottrina rimangono sostanzialmente indistinti — e conglomerati — ai fini della “tutela dei
diritti” dei fedeli: atti illeciti, fatti illeciti, attività illecite, attività illegittime, doveri funzionali, atti
invalidi, operati ingiusti, atti illegittimi, azioni illegittime, atti viziati.

La tutela da Atto illecito


- Distinguendo tra “illiceità” ed “illegittimità”, il vigente sistema bipartito del Ricorso gerarchico e del
Processo contenzioso amministrativo sarebbe così espressamente limitato ai soli Atti validi e non
azionabili o eccepibili poiché leciti, ma illegittimi in quanto non rispondenti alle modalità anche valutative
già fissate dalla Legge stessa. Ad essi si aggiungono pure gli Atti decisori di “aggravio” delle condizioni
esistenziali dei soggetti e sempre che ciò avvenga anche indirettamente da parte della Curia Romana.
- L’Atto illecito è per sua natura “contra Legem” e quindi viola quanto espressamente indicato e
direttamente tutelato dall’Ordinamento: esattamente ciò a cui ci si riferisce di solito — passivamente — in
termini di “diritti soggettivi” (= rights).
- L’Atto illegittimo, invece, è “infra Legem” quanto alla sostanza (abilità e competenza del suo autore in
primis) ma non “secundum Legem” quanto al modo di porlo: diverso seppure non-contrario da quanto
prescritto dalla Legge. Di qui l’eventuale error Iuris che giustifica la rescissione di un Atto di per sé

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“legale” ma che si presenti non rispondente a tutti i requisiti di “ottimalità” preventivamente esigiti/
imposti dalla Legge
- L’Atto gravoso per il quale il Codice latino prevede la possibilità sia di Remonstratio che di successivo
Recursus hierarchicus si presenta, invece, come Atto sia lecito che legittimo in riferimento alla Legge (=
infra et secundum Legem) per quanto non adeguato in riferimento al destinatario, al quale si riconosce il
diritto di opporre resistenza chiedendone, almeno, la revisione in base agli elementi da lui stesso addotti
nella propria lettura di fatti e circostanze che motivano la richiesta di modifica.

La tutela giudiziale dei diritti nella Chiesa


- A tale principio sostanziale di rivendicazione e difesa dei propri “diritti” si lega il Can. 1400 § che,
inaugurando il Libro 7° - De Processibus, stabilisce i concreti oggetti giudiziali espressamente gestiti nella
Chiesa:
— diritti di persone fisiche o giuridiche da perseguire o da rivendicare;
— fatti giuridici da dichiarare;
— delitti per quanto riguarda l’irrogazione e la dichiarazione della pena.

- occorre osservare come non rilevi affatto chi siano i soggetti del contendere ma solo il suo “oggetto”: se si
tratta di “diritti” o di “fatti” — anche tra Istituzioni pubbliche e gerarchiche — la Causa è comunque
contenziosa (= Causa iurium) e se anche ci fossero questioni di “riserva di giurisdizione” in ragione delle
persone, questa deciderebbe solo quale Tribunale adire, ma non il tipo di Causa e correlato Processo, che
rimarrebbe “contenzioso” (ordinario).
- In tale prospettiva risulta chiaro che esiste senza dubbio nella Chiesa una vera tutelabilità dei
“diritti” (= rights) tanto dei singoli che delle collettività (= universitates), una tutela esperibile
attraverso l’Azione giudiziale in cui i possessori di “titolarità” violate possono chiedere l’intervento
del Giudice per [a] verificare la correttezza e fondatezza delle proprie pretese e [b] ristabilire lo
status quo ante rispetto alla eventuale violazione di quanto legittimamente spettante. (169)

La tutela dei soggetti nella Chiesa


- Diversa è la questione quando ad essere coinvolta nel conflitto non è [a] una posizione giuridica di
qualche soggetto ma [b] il soggetto stesso in quanto tale, nella sua identità o relazionalità od operatività.
- In tal caso cambia radicalmente lo scenario di riferimento poiché non si tratta più di [a] violazione di un
espresso diritto sancito dalla Legge (= turbamento del pacifico godimento di diritti), ma di [b]
introduzione di uno “squilibrio” operativo e/o relazionale (= turbamento della vita/operatività di
qualcuno), un turbamento che potrebbe [1] creare disagi tali da risultare — anche moralmente —
inaccettabile per il suo destinatario, oppure [2] creare situazioni relazionali e/o funzionali di oggettivo
squilibrio in rapporto ad altri soggetti — almeno formalmente — “pari” col destinatario in questione (la
c.d. ingiustizia in quanto discriminazione in peius di un soggetto rispetto ad altri).
- È questa la circostanza espressamente codificata ai Cann. 1732-1739 come Remonstatio - Recursus contro
i Decreti amministrativi

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- Qui giunti — per quanto contra communem opinionem (Magistrorum et Magistratorum) —, va
evidenziata la vera origine di questa specifica modalità di tutela dei soggetti nella Chiesa: non la
protezione di “diritti soggettivi” o dell’interesse/bene privato, ma l’esclusione — istituzionale — di
qualunque forma di arbitrarietà dei Provvedimenti di governo ecclesiale.

CAPITOLO 5
ESSENZA MINISTERIALE
DELL’ORDINAMENTO CANONICO

Elementi e fattori ecclesiologici


L’apporto del Concilio Vaticano Ⅱ
- La prospettiva sin qui proposta a fondamento del Diritto amministrativo canonico trova i propri elementi
di base in una concezione della Chiesa del tutto specifica
- Nella sostanzialità del riferimento conciliare occorre tuttavia cercare non tanto le assonanze fonetiche e
lessicali […] ma i concreti elementi dogmatici capaci di supportare e sostenere una nuova struttura anche
teoretica dell’intero Ordinamento canonico.
- Nella sua linea innovativa Lumen Gentium, dopo aver illustrato nel primo capitolo “il mistero della
Chiesa” sotto il profilo più teologico, pone l’accento sulla realtà concreta del “Popolo di Dio” come la più
efficace delle “rappresentazioni” ecclesiali, esplicitandone la natura ed i rapporti col resto dell’umanità,
fino a mostrarne il costitutivo carattere missionario
- A seguito di queste “premesse” il terzo capitolo della Costituzione si dedica alla — conseguente e
necessaria — rimodulazione della componente gerarchica della Chiesa che concretizza in modo
irrinunciabile la sua apostolicità, attribuendo un’attenzione del tutto particolare all’Episcopato il cui ruolo
e ministero è presentato secondo tre funzioni (= munera) cristologicamente ispirate: dottrinale,
santificatrice, di governo. Cuore dell’Episcopato, la cui sacramentalità specifica risalta ormai senza più
dubbi rispetto al sacerdotium condiviso coi Presbiteri, è l’apostolicità della Chiesa che, attraverso
l’ininterrotta “successione apostolica”, assicura il perdurare del depositum fidei attraverso i secoli e ne
stimola la Traditio da una Comunità/generazione credente all’altra.

I tria munera della Chiesa


- È ormai acquisito in modo unanime come la dottrina dei tria munera abbia costituito uno dei pilastri della
revisione del Codice pio-benedettino ed abbia contribuito non poco alla strutturazione del nuovo Codice
latino
- è comunque importante assumere come la dottrina dei tria munera risulti irrinunciabile per comprendere
la natura e la portata più caratteristiche dell’Ordinamento giuridico canonico rimodellato dal Vaticano Ⅱ.
- Il Concilio in realtà, cambiando la concezione istituzionale (= ecclesiale) di riferimento (“Popolo di Dio” e
non più “societas”), è intervenuto direttamente sulla natura (= qualità e fondamenti) dello stesso
Ordinamento giuridico ecclesiale mutandone sia i principii costitutivi che i presupposti e non solo le/
alcune norme concrete. […] si deve però riconoscere dietro alla revisione codiciale un vero “mutamento
costituzionale”

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Tria munera Ecclesiæ e Popolo di Dio
- Occorre infatti recepire in pienezza anche il contesto in cui l’esercizio dei tria munera riceve il proprio
significato: il Popolo di Dio.
- È in questa bi-polarità che si sviluppa l’intero Ordinamento canonico come presentato dal Codice del
1983.
- Il rapporto bi-polare cui ci si riferisce non è affatto antagonistico/contrappositorio […] ma strutturante:
esso infatti assomiglia a quello che fa esistere una “ruota” (a “raggi” come quella della bicicletta). Il
Popolo di Dio forma come il “cerchione” della ruota mentre il ministero apostolico/pastorale è come il
“mozzo” della ruota stessa da cui si diramano (e/o a cui tendono) i vari “raggi” che proprio nella tensione
strutturante tra mozzo e cerchione danno esistenza e funzionalità a quell’insieme dinamico che solo così
può essere considerato la “ruota”, e come tale funzionare.
- È solo, infatti, la co-presenza e la co-relazione che rende possibile l’esistenza (e funzionalità) della nuova
realtà strutturalmente dinamica. Non banalmente: non esiste un “pastore” se non quando esista pure un
“gregge”, ma un “gregge” non è tale se non attraverso la presenza di un “pastore”, diversamente si parla di
“branco”, come si dice degli insieme di animali allo stato brado. Altra immagine evocativa di questo
rapporto costitutivamente bipolare può trarsi dalla Geometria: l’ellisse alla cui esistenza sono
indispensabili due “fuochi”, nessuno dei quali prevalente sull’altro.
- Ne deriva sotto il profilo teoretico e fondativo la riconducibilità diretta tra munus e potestas, ministerium
ed autoritas in una complementarietà strutturale di complicazioni che solo nella continua e reciproca
interazione assicurano e garantiscono ciascuno dei due elementi: Popolo di Dio e pastorale munus,
sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale… gregge e Pastori.

La natura ministeriale dell’Ordinamento canonico


- Il Vaticano Ⅱ afferma con chiarezza questo al n.24 di Lumen Gentium quando, parlando della missione di
insegnare a tutte le genti e di predicare il Vangelo ad ogni creatura […] «questo ufficio che il Signore ha
affidato ai Pastori del suo Popolo è un vero servizio, che nella sacra Scrittura è chiamato
significativamente “diaconia” o ministero».
- Poiché infatti proprio intorno all’annuncio evangelico nasce e si edifica la Chiesa tutta, […] tale
dimensione ministeriale è da considerarsi propria ed originaria di tutta l’attività ecclesiale nelle sue varie
configurazioni, funzioni e dinamiche, conferendo tale ministerialità all’intero vissuto ecclesiale e,
pertanto, allo stesso Ordinamento canonico posto al suo servizio. Tale ampliamento d’orizzonte e la
collocazione al suo interno delle tematiche specificamente connesse alla funzione (attiva) di governo
ecclesiale risultano indispensabili per non fare della tematica del governo ecclesiastico l’unico punto di
vista sulla complessa ed articolata realtà della vita ecclesiale di cui l’Ordinamento giuridico canonico è
solo una delle concrete espressioni.
- In una prospettiva, infatti, attenta quasi unicamente allo specifico ruolo di governo esercitano dalla
Gerarchia ecclesiastica si può giungere ad estrapolare tale attività fino a farne un vero e proprio
“soggetto”, qual è una — irrealistica — “Pubblica Amministrazione Ecclesiastica” che interviene nella
vita dei fedeli come autentico “protagonista” — impersonale (!) — cui si attribuiscono ruoli, funzioni,
attività… e quant’altro operato in nome o funzione di “governo”, ben lontano da concetti quali “pastorale
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munus”, che hanno accompagnato ed espresso la funzione di governo episcopale ed ecclesiale a partire dal
Concilio Vaticano Ⅱ.

L’essenza amministrativa del Diritto canonico


- A partire da questi fondamenti […] risulta possibile prospettare la tesi secondo cui il Diritto canonico in
generale sia sostanzialmente “Diritto amministrativo”, in quanto “regolamentazione normativa dei
rapporti istituzionali all’interno della Chiesa”, dei rapporti, cioè, che intercorrono tra i differenti soggetti
gerarchici […] e di quelli che questi intrattengono coi fedeli, al servizio dei quali tali soggetti sono posti.
- [cit. 44.] Per quanto tale individuazione non sembri differire in modo sostanziale da quella che individua il
Diritto amministrativo canonico come «le norme giuridiche positive che formalizzano e reggono
tecnicamente sia la composizione sia l’attività dell’Amministrazione», nell’ottica di E. Labandeira
secondo cui «il Diritto amministrativo canonico è il Diritto dell’Amministrazione Pubblica e della
funzione amministrativa della Chiesa», includendo tuttavia anche «tutte le attività di gestione
pubblica» (Compendio, 54), non di meno cambiano radicalmente i soggetti coinvolti e le attività di
riferimento.
- Nella stessa prospettiva si colloca anche il “Principio di legalità” — genericamente sotteso ad ogni
struttura di carattere “amministrativo” — in modo che la necessaria/inevitabile discrezionalità decisionale
e dispositiva, propria di ogni attività umana di governo, non diventi semplice arbitrio di chi esercita nella
Chiesa una qualsiasi forma di “potestà” …e non di “potere”. D’altra parte, ciò che la Chiesa ha già
valutato come sostanzialmente congruo alla sua identità e missione, cioè la norma canonica, non può
essere superficialmente trascurato da parte di chi governa o declassato a semplice “parere” o “eventualità”
operativa.
- Questi elementi rendono pertanto possibile parlare di un vero “Diritto amministrativo canonico” senza
dover ricorrere alla terminologia […] della “giustizia amministrativa” invocata da molta dottrina, ma
appellando […] alla “verità” dei rapporti sostanziali che devono legare reciprocamente il Popolo di Dio
ed il ministero pastorale all’interno dell’unica vita della Chiesa, che Cristo ha voluto come continuatrice
della sua missione di salvezza attraverso l’annuncio del Vangelo. Ciò tra l’altro, non dovrebbe stupire
oltremodo l’amministrativista poiché proprio la concezione francese del Diritto amministrativo …

Ministero e potestas
Dal ministero alla potestà
- Non sarebbe azzardato affermare che la vera quæstio sostanziale del rapporto tra Popolo di Dio e
ministero pastorale sia quella […] della corresponsabilità, superando così le strettoie di una troppo
elementare e sterile “giustizia amministrativa” per accogliere invece il necessario apporto di ciascun
fedele alla missione della Chiesa. Apporto che, per non essere arbitrario, necessita della messa a punto ed
esplicitazione dei corretti percorsi decisionali ed attuativi cui ogni fedele in base allo status individuale
[…] ed alla funzione (= munus) esercitata all’interno della Comunità ecclesiale deve poter
responsabilmente partecipare, anche solo al livello di verifica della legittimità sostanziale di quanto deciso
ed operato.

Ministero, potestà e corresponsabilità


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- In tal modo [a] il fine missionario che aggrega e sostiene la Chiesa, insieme [b] al discernimento come
modalità operativa del governo ecclesiale, evidenziano il principio stesso di tale governo nella
corresponsabilità, intimamente fondata nella ratio stessa dell’adesione ecclesiale: il comune Battesimo, la
comune missione evangelizzatrice.
- Ciò che caratterizza tale corresponsabilità, pertanto, è prima di tutto l’affermazione della “competenza”
di ciascuno rispetto all’operato comune.

Una nuova prospettiva: la finalità


- Come visto: continuare a ragionare nei termini più o meno tradizionali assunti dalle diverse linee di
pensiero canonico risulta sviante nei confronti di quanto il Concilio ha ormai fissato attraverso la dottrina
dei tria munera. La coerenza infatti con questa impostazione teoretica rende impossibile svincolare il tema
delle “funzioni” da quello della “potestà”, come se si trattasse di questioni diverse. […] è il munus che
“contiene” la potestas per conseguire il fine assegnato: non potrebbe infatti esistere incarico/mandato/
missione senza la possibilità di attuare efficacemente per il suo conseguimento.
- Senza munus pertanto, nessuna potestas!
- Quasi come corollario di tale principio — e sua non-falsificazione — si pone la concezione recepita ed
applicata nel Codice latino della connaturalità/intrinsecità dell’attribuzione ipso Iure præscripto di tutta la
“potestas” c.d. ordinaria a colui che venga chiamato a svolgere un Ufficio che comporti la piena cura
animarum. Nell’ottica sin qui delineata tale attribuzione è infatti originaria ed originante. Al contrario,
nell’ottica tradizionale della potestà di giurisdizione non potrebbe esistere una vera “potestà propria”: il
munus come tale (circoscritto e formalizzato nell’Ufficio), cioè, sarebbe inefficace, sterile, perché non
immediatamente dotato della propria dynamis/exousia/auctoritas necessaria al perseguimento dello scopo.
- Alla base di questa prospettiva si pone il rilievo della finalità nel “definire” natura e funzioni del Diritto
canonico …e dei suoi strumenti (tra cui la potestas).
- Di fatto nella prospettiva già illustrata della natura costitutivamente missionaria della Chiesa proprio tale
categoria appare decisiva: secondo il primo principio della Logica deontica infatti “il principio è il fine”, e
proprio in vista del conseguimento del “fine” si configura progressivamente nella Chiesa l’intera struttura
funzionale ed istituzionale e la possibilità/necessità di attuare in essa in modo efficace (= potestas). In
quest’ottica la potestas […] non sarebbe altro che la possibilità di ogni attività ministeriale ecclesiale di
giungere al proprio efficace compimento, in perfetta adesione al principio de autoria che, proprio mirando
all’efficacia del raggiungimento del fine assegnato, può presupporre come implicitamente concessi tutti
gli elementi necessari alla piena realizzazione del proprio compito/fine.

Potestà ecclesiale e potestà “privata”


- L’insufficienza ecclesiologica, e più in generale teologica, di una posizione di questo tipo appare evidente.
Oggi infatti non risulta contestabile il fatto che la potestà dei Superiori all’interno della vita religiosa sia
intrinsecamente correlata alla vita stessa della Chiesa, per quanto non alla sua struttura. Se è infatti vero
che tale potestà non è della stessa “natura” di quella episcopale, non è meno vero che tale potestà non
possa venir paragonata a quella esercitata all’interno delle associazioni di fedeli (pubbliche o private che
siano).

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CAPITOLO 6
IL DIRITTO AMMINISTRATIVO CANONICO

Concetto generale di Diritto amministrativo e sua nascita


Nascita di una nuova configurazione giuridica
- In primo luogo occorre prendere atto che quanto normalmente indicato come “Diritto amministrativo”
costituisce un ambito giuridico estremamente recente e disomogeneo delineatosi — soltanto — negli
ultimi due secoli in sostanziale corrispondenza allo sviluppo e consolidamento di alcune funzioni e
prerogative dello Stato moderno di “seconda generazione”
- gli elementi sostanziali che hanno contribuito all’individuazione e creazione del nuovo “ramo giuridico”:
[a] la nascita di uno Stato-apparato distinto e parzialmente autonomo dalla figura del regnante; [b] la
sostituzione di una frammentata attività amministrativa locale con un vero “apparato amministrativo”
centralizzato-pubblico; [c] il passaggio da un’economia locale e statica come quella agricola e mercantile
ad un’economia diffusa e dinamica come quella industriale e commerciale (progressivamente introdottasi
a partire dalla — prima — Rivoluzione industriale); [d] la necessità di sistematizzare dal punto di vista
teoretico la grande quantità di materiale giuridico prodotto all’interno del nuovo apparato amministrativo,
favorendo l’instaurarsi della “burocrazia”. (216-217)
- Il Diritto amministrativo come oggi inteso si presenta così come creatura del 19° secolo strettamente
legato nelle sue caratteristiche essenziali ad un preciso modello di società e di assetto istituzionale: lo
Stato (liberale) di Diritto, borghese ed egualitario, derivato dalla Rivoluzione francese. Una scienza —
tuttavia — prima che una vera e propria espressione di giuridicità formale.
- Col progressivo affermarsi dello Stato moderno distinto dalla persona del Sovrano (= lo Stato-comunità)
in sostituzione dell’organizzazione feudale — personalistica —, cessò anche la caratterizzazione
organizzativa privatistica.

Concetto canonico di Diritto amministrativo e sua nascita


Diritto amministrativo tra statale e canonico
- L’istituzione all’interno della nuova struttura della Curia Romana della Sectio Altera del Supremo
Tribunale della Segnatura Apostolica con competenza sui vizi degli Atti dei Dicasteri pontifici, in
applicazione dei principii ecclesiologici conciliari, segnò l’inizio del nuovo corso del Sistema
amministrativistico canonico.
- Purtroppo la novità della materia ed il suo concreto ritardo di almeno un secolo e mezzo rispetto
all’attività, la riflessione, la consapevolezza e la sistematizzazione civilistiche in merito, hanno
caratterizzato in modo spesso unilaterale ed estrinsecistico la riflessione su tal genere di tematiche in
ambito canonico, finendo spesso per esemplare e modellare rigidamente il Diritto amministrativo
canonico su qualcuno dei modelli europei vigenti...

L’apporto didattico alla nascita del Diritto amministrativo


- Dal punto di vista didattico ed accademico le cose non sono andate molto diversamente che in dottrina
poiché solo presso alcune Facoltà canonistiche legate al pensiero sviluppatosi a partire dall’Università di
Navarra sono stati introdotti specifici corsi di Diritto amministrativo canonico nei vent’anni dopo la
promulgazione del Codice latino.

- Di fatto occorre riconoscere come tutto il Diritto positivo ecclesiale che regola la funzione di governo
della Chiesa sia sostanzialmente “Diritto amministrativo”, nonostante non sia possibile nella Chiesa
parlare di un “Diritto dell’Amministrazione (pubblica)”, come invece se ne parla ordinariamente in
riferimento alle norme proprie della “Pubblica Amministrazione (soggetto)” degli Stati in riferimento agli
organi ed Enti (centrali o locali) che costituiscono la stessa struttura e funzionalità dello Stato-soggetto. A
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tal proposito risulta imprescindibile in ambito canonico la distinzione tra “Amministrazione-soggetto/
organo/apparato” (= quella statale) ed “amministrazione-attività”, come rimane — sotto ogni punto di
vista — quella ecclesiale.
- Proprio tale “Amministrazione-attività” ecclesiale può essere definita: l’utilizzo da parte della competente
Gerarchia degli strumenti reali e personali con cui la Chiesa agisce in ordine al conseguimento dei
suoi fini, e conformemente ai principii costituzionali e dottrinali che la condizionano.

Il Diritto amministrativo canonico


- È in questa prospettiva che [a] il rilievo istituzionale dell’attività dei fedeli e [b] la referenza potestativa
che caratterizza buona parte degli Uffici ecclesiastici nei confronti dei fedeli stessi (singoli o no), …
- «la maggior parte delle norme canoniche sono di Diritto amministrativo: così come le norme che regolano i mezzi personali di cui
si serve la Chiesa per realizzare i suoi fini (persone, Uffici ed organizzazione), l’attività intraecclesiale, i munera docendi e
sanctificandi (i più caratteristici mezzi di santificazione), i beni temporali e le norme relative ai servizi, quelle disciplinari ed
anche quelle penali»

Natura del Diritto amministrativo canonico


- In questo modo il Diritto canonico opera una vera “strutturazione” della compagine ecclesiale e delle sue
funzioni e relazioni, imponendo anche precise gerarchie e condizioni operative che risaltano per la loro
specifica funzionalità, visto che ad alcuni Uffici ecclesiastici ed organismi ecclesiali si riconosce la natura
di organi dell’Ordinamento e, conseguentemente, l’autoritarietà d’attuazione o potestà.
- Si delineano così in pienezza i presupposti ed i caratteri per identificare un vero Diritto amministrativo
canonico coerente con gli elementi che lo individuano anche in campo giuridico generale:
1) Individuazione di più funzioni potestative all’interno dell’Ordinamento …
2) Vigenza sostanziale del “principio di legalità” e conseguente primato del Diritto e soggezione
dell’esercizio delle diverse potestà al Diritto stesso …
3) Esistenza di modalità di rapporto tra i diversi soggetti giuridici secondo regole e mezzi diversi dal
Diritto dei privati

Diritto amministrativo canonico e CIC


- Come già più volte accennato, la maggior parte delle norme che configurano l’Ordinamento canonico
sono norme di Diritto amministrativo, poiché riguardano: [a] i rapporti interni tra i diversi organi ed
organismi della Chiesa universale e particolare oppure [b] i rapporti tra i fedeli ed i medesimi organi ed
organismi ecclesiali

Diritto amministrativo e communio


- Si potrebbe addirittura leggere il Diritto amministrativo canonico come l’adeguata risposta strumentale
alla necessità di attuare sempre per l’edificazione della Chiesa […], facendo del Diritto
amministrativo canonico il primo e più efficace strumento istituzionale di conservazione della
communio.

Lo studio del Diritto amministrativo canonico


1. Diritto amministrativo canonico come “giustizia nella Chiesa e tutela del fedele”
- «un’Amministrazione corposa, estesa e onnivalente, non assurge ancora alla dimensione della giuridicità
se essa vuol essere, o è, “tutto” nella società; se non s’intravede e non si riconosca un interesse della
persona (del fedele) al suo corretto funzionamento, … »
- In tal modo alla base dell’intera struttura teoretica si trova la tensione “pubblico-privato” caratteristica
della giuridicità statale e dell’approccio canonistico in chiave societaria, alla cui base stanno in modo
irrinunciabile e fondativo i diritti dei singoli fedeli: ciò che “per giustizia” spetta a ciascuno come “suum”
e che l’Ordinamento deve tutelare se vuol esser “giuridico”.

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- Tale prospettiva tutoria (= tutela dei diritti) non riesce però ad evitare un’impostazione sostanzialmente
contenziosa di tutto l’ambito amminitrativistico, finendo per strutturare il Diritto amministrativo canonico
in modo pressoché “deduttivo” proprio a partire dal Processo contenzioso amministrativo, attraverso cui il
singolo fedele (o altro “soggetto”) possa ri-ottenere — o farsi “compensare” — il “suum” eventualmente
intaccato dall’operare della “Pubblica Amministrazione Ecclesiastica”, sempre identificabile coi c.d.
Superiori.
- nella Chiesa l’amministrazione sarebbe un’attività più che una struttura (principio di Urrutia).
- La trattazione della parte “dinamica” proposta da questa linea teoretica si articola sostanzialmente su due
tematiche fondamentali:
1) gli Atti amministrativi di governo esecutivo, seppure in senso lato;
2) le Azioni contro la loro illegittimità (= Processo contenzioso amministrativo)

2. Diritto amministrativo canonico come “Teoria dell’Atto amministrativo”

3. Curia Romana: Diritto amministrativo canonico come “giusta procedura”


- Una linea ben diversa sotto il profilo contenutistico e sostanziale — e dinamico — è quella che emerge,
seppure indirettamente, dall’interno di strutture dell’Ordinamento canonico stesso attraverso l’attività
tanto di organismi che di singole persone ad essi legate: si tratta dell’indirizzo “prassista” già richiamato a
proposito dagl’interventi della Segnatura Apostolica sulla Riforma degli studi canonistici.

4. Diritto amministrativo canonico come “efficacia dell’attività giuridica ecclesiale”


- In questa prospettiva espressamente ecclesiologica e pastorale, allora, risulta possibile definire il
Diritto amministrativo canonico come l’insieme (e lo studio) delle norme che regolano l’efficace
attività giuridica dei fedeli secondo la loro collocazione istituzione nella Chiesa (= status, ruoli e
funzioni).
- Conseguentemente: la disciplina accademica denominata “Diritto amministrativo canonico” si
concretizza nella Teoria sistematica dell’efficacia dell’attività giuridica ecclesiale.
- «il Diritto amministrativo è quella parte dell’Ordinamento giuridico generale […], costituito da varie
figure giuridiche soggettive, delle quali alcune facenti parte integrante della struttura dell’Ordinamento
generale statale [… ] ed altre da questo distinte ma in esso comprese […], aventi un’organizzazione con
carattere di stabilità e di permanenza e disciplinate da una normazione autonoma e/o eteronoma che
determina la loro posizione, i loro rapporti interorganici e intersoggettivi, e la loro attività diretta a curare,
in modo immediato, concreti interessi pubblici».
- Una prospettiva di questo tipo s’indirizza così alla totalità dell’attività quotidiana dei fedeli in ragione
della loro specifica “collocazione/funzione” nella Chiesa.

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