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1 OTTOBRE 2001

1. Diseguaglianze

[COUR-JOHN, pag.12,..,17]

Le diseguaglianze svolgono un ruolo fondamentale sia nella matematica elevata che


in quella elementare.
Spesso é difficile determinare il valore preciso di una quantitá x, mentre puo’ essere
agevole fornire una stima di x cioe’ mostrare che x e’ maggiore di una quantita’ a
e minore di un’altra b. Per molte situazioni anche la sola informazione contenuta
in tali due diseguaglianze puo’ essere importante.
Per tale scopo ripassiamo alcune proprieta’ fondamentali delle diseguaglianze.
Il fatto fondamentale e’ che la somma e il prodotto di due numeri positivi sono
ancora positivi:
a > 0, b > 0 → a + b > 0, ab > 0
Le diseguaglianze possono essere sommate
a > b, c>d →a+c>b+d
ma non possono essere sottratte...
E’ anche evidente (geometricamente) che le diseguaglianze hanno la proprieta’ tran-
sitiva.
Teorema 1.0.1. a > b > 0, ∀n ∈ N, → an > bn
Proof. Se n = 2 allora a2 − b2 = (a + b)(a − b) > 0
Se n > 2 allora, analogamente,
an − bn = (a − b)(an−1 + an−2 b + ... + abn−2 + bn−1 ) > 0
¤

Molte diseguaglianze che si incontrano sono espresse tramite valori assoluti: ri-
cordiamo il significato di |x| come il maggiore tra i due numeri x, −x ovvero come
la distanza di x dallo 0.
|a − b| rappresenta quindi la distanza tra a e b
La diseguaglianza |x| < a con a > 0 significa
−a < x < a
e rappresenta l’insieme dei numeri che distano da 0 meno di a.

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2. La diseguaglianza triangolare
La piu’ importante diseguaglianza che coinvolga valori assoluti e’ la cosi’ detta
diseguaglianza triangolare
|a + b| ≤ |a| + |b|
Il nome diseguaglianza triangolare e’ piu’ appropriato all’espressione (equivalente)
|α − β| ≤ |α − γ| + |γ − β|
nella quale si riconosce come la distanza tra due numeri α e β sia minore della
somma delle distanze dei due numeri da un terzo numero γ.
Teorema 2.0.2. |a1 + a2 + ... + an | ≤ |a1 | + |a2 | + ... + |an |
Corollario 2.0.3. |a| ≤ |a + b| + |b|
Corollario 2.0.4. |a + b| ≥ |a| − |b|

3. La diseguaglianza di Cauchy-Schwarz
Molte diseguaglianze fondamentali sono dedotte dalla semplice osservazione che
i quadrati sono non negativi e che quindi le somme di quadrati sono non negative.
Una delle diseguaglianze usate piu’ frequentemente e ottenuta secondo l’osservazione
precedente e’ la diseguaglianza di Cauchy-Schwarz
(a1 b1 + a2 b2 + ... + an bn )2 ≤ (a21 + .. + a2n )(b21 + ... + b2n )
Consideriamo, per ogni t ∈ R
0 ≤ (a1 + tb1 )2 + ... + (an + tbn )2

0 ≤ A + 2Bt + C
avendo indicato con
A = (a21 + .. + a2n ), B = (a1 b1 + a2 b2 + ... + an bn ), C = (b21 + ... + b2n )
Da tale diseguaglianza, valida per ogni t si ricava (in tanti modi equivalenti) la
diseguaglianza di Cauchy-Schwarz.
Un modo puo’ essere quello di riscrivere la diseguaglianza scegliendo
B
t=−
C
si ottiene allora
B2 B2 B2
0≤A−2 + =A−
C C C
Ne segue
B 2 ≤ AC
che e’ la diseguaglianza cercata. (Eventuali scrupoli sulla possibilita’ che sia C = 0
sono infondati...)
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√ √ √ √
3.1. Un esempio. a1 = x, a2 = y, b1 = y, b2 = x
Ne segue
√ √ x+y
(2 xy)2 ≤ (x + y)2 → xy ≤
2
La bellissima Figura 1.6 di pag. 16 e’ il teorema di Euclide sui triangoli rettangoli
che produce... che la media geometrica di due numeri positivi e’ minore della media
aritmetica !

4. Gli esercizi
In fondo al Capitolo Introduction si trovano una dozzina di pagine di Problems
: sono una delle parti piu’ interessanti del primo capitolo, non trascuratele !
Es.1 pag.107: (a),(b),(c)
Es.2 pag.107: (i),(ii),(iii),(iv),(v)
Es.5 pag.108: (a), (b)
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[COUR.JOHN, pag.17,..,31]

1. Il concetto di funzione
Paragrafo 1.2 di pag. 17

1.1. A = a2 . La formula A = a2 definisce una funzione di a: per a > 0 questa


funzione puo’ essere interpretata come la legge che fa corrispondere al quadrato di
lato a la sua area.


1.2. y = 1 − x2 . La formula definisce y per ogni x ∈ [−1, 1] : per x > 0 questa
funzione puo’ essere interpretata come la legge che fa corrispondere al cateto x il
cateto y in un triangolo rettangolo di ipotenusa 1.

1.3. x = t, y = −t2 . La formula fa corrispondere ad ogni t i due numeri x ed y :


pensate x, y come coordinate di un punto P del piano e t come un tempo, si puo’
anche interpretare come la funzione che fornisce la posizione di P al tempo t.

x y
1.4. a = x2 +y 2, b = x2 +y 2 . Le equazioni scritte definiscono (a, b) in funzione di

(x, y) per ogni (x, y) 6= (0, 0)


Interpretando le due coppie (a, b) e (x, y) comme coordinate di punti del piano si
puo’ riconoscere che la funzione assegnata fa corrispondere ad ogni punto (x, y) 6=
(0, =) un’immagine (a, b).
Si puo’ notare che l’immagine (a, b) appartiene alla semiretta del piano da (0, 0) ad
(x, y)
Si parla di trasformazione, mapping, di (x, y) in (a, b)
Nota 1.4.1. Provate a esplorare la trasformazione: ad esempio studiando in cosa
venga trasformato un cerchio di centro l’origine del piano (x, y), naturalmente pri-
vato dell’origine !
Provate anche a esaminare in cosa venga trasformato un quadrato di centro l’origine,
o un semplice segmento (facendo bene attenzione al fatto che passi o meno per
l’origine) ...
Nota 1.4.2. Il valore della variabile a primo membro nell’espressione delle funzioni
considerate dipende dai valori delle variabili a secondo membro:
• le variabili a secondo membro si chiamano indipendenti
• la variabile a primo membro si chiama dipendente
• y = f (x): x indipendente, y dipendente
1
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2. Trasformazioni e grafici
Generalmente si interpretano le variabili indipendenti come le coordinate di un
punto in uno spazio ad una o piu’ dimensioni. Spesso tale punto puo’ variare liber-
amente in tutto lo spazio, altre volte deve appartenere ad una regione particolare.

Definizione 2.0.3. L’insieme dei valori delle variabili indipendenti consentito per
una funzione si chiama dominio della funzione.

Definizione 2.0.4. I punti P appartenenti al dominio vengono trasformati dalla


funzione in punti Q: l’insieme dei punti Q ottenuti trasformando uno per uno tutti
i punti del dominio si chiama codominio o range della funzione.

Nel terzo esempio di funzione proposta

x = t, y = −t2

il dominio e’ R, il codominio, l’insieme dei punti del piano x, y raggiunti, e’ la


parabola y = −x2 .

Nel caso che dominio e codominio siano contenuti in R, funzioni y = f (x), si ha la


usuale rappresentazione grafica disegnando sul piano (x, y) i punti (x, f (x)).

Nota 2.0.5. La rappresentazione di y = f (x) come grafico in (x, y) non e’ obbli-


gata: si puo’ lasciare la x su un’asse e la y su un altro ed evidenziare la corrispon-
denza.

Nota 2.0.6. Provate a rappresentare la funzione y = x2 servendovi di due scale


rettilinee in luogo dell’usuale disegno della parabola nel piano.

Nota 2.0.7. Ricordate il regolo calcolatore ?


Ricordate il significato di scala logaritmica?
Si possono considerare scale quadratiche, cubiche, ecc.
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2.1. Proiezioni e sezioni. Le operazione di proiezione e sezione tra due (o piu’)


rette forniscono funzioni y = f (x) molto interessanti.
Costruzione
• Ponete sul piano due rette r1 , r2 dotate ciascuna del proprio sistema
cartesiano (due righe centimetrate...),
• Scegliete un punto O del piano (fuori dalle due rette)
• Per ogni punto P ∈ r1 considerate la retta OP e la sua intersezione Q con
r2
• Q = f (P )
• dette x l’ascissa di P ed y quella di Q avete costruito una funzione y = f (x),
la cui espressione analitica dipendera’ forse dalle posizioni delle due rette e
del punto O di proiezione...
• Le figure 1.8 di pag. 20 suggeriscono alcuni casi.

Costruzione nel piano


• Prendete due piani π1 e π2 nello spazio dotati ciascuno del proprio riferi-
mento cartesiano
• Scegliete un punto O dello spazio (fuori dai due piani)
• Disegnate una circonferenza C su π1
• Per ogni punto P ∈ C considerate la retta (dello spazio) OP e considerate
la sua intersezione Q con π2 : Q = f (P )
• Dette (x, y) le coordinate di P e (ξ, η) quelle di Q avrete costruito una
funzione
f : (x, y) → (ξ, η)
ovvero una coppia di funzioni reali
ξ = f1 (x, y), η = f2 (x, y)
• Qual’e’ il dominio della funzione f ?
Qual’e’ il codominio ? (si tratta, comunque si prendano i due piani, il punto
di proiezione e la circonferenza da proiettare, di curve molto famose...)

La proiezione stereografica
• Si prende una superficie sferica Σ, un punto N (il polo Nord) su di essa e
il piano tangente π nel punto S (il polo Sud) diametralmente opposto,
• Per ogni punto P ∈ Σ con P 6= N consideriamo la retta N P
• Sia Q l’intersezione di N P con il piano π: Q = f (P )

f :Σ−N →π
• Indicate con (φ, θ) le coordinate (polari) di un punto su Σ (longitudine e
latitudine...) e con (x, y) le coordinate di Q ∈ π avremo definite le due
funzioni
x = f1 (φ, θ), y = f2 (φ, θ)
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• Provate a riconoscere l’immagine tramite f di una circonferenza di Σ pas-


sante per N , e quella di una circonferenza di Σ appartenente ad un piano
parallelo a π.

3. Funzioni y = f (x): dominio e codominio


b. pag.21
Definizione 3.0.1. Una funzione reale di una variabile reale di dominio D ∈ R e’
una legge che associa ai numeri reali x ∈ D valori y ∈ R
Il dominio della maggior parte delle funzioni con cui lavoreremo sara’ costituito
da uno o piu’ intervalli (aperti, semiaperti o chiusi secondo dei casi).
La determinazione del dominio e’ spesso, di fronte a funzioni espresse da formule
elementari, lasciata alla semplice scelta della totalita’ dei punti x per i quali le
operazioni assegnate sono praticabili.

• y = 1 − x2 e’ definita per x ∈ [−1, 1]
• y = x1 e’ definita per x 6= 0
p
• y = (x2 − 1)(4 − x2 ) e’ definita per 1 ≤ x ≤ 2, −2 ≤ x ≤ −1
E’ evidente quindi che per poter lavorare occorre avere un po’ di informazioni sulla
praticabilita’ o meno di alcune operazioni elementari:
• quali espressioni possono figurare in un denominatore ?
• quali espressioni possono figurare sotto una radice quadrata ?
• di quali espressioni si puo’ chiedere il logaritmo ?
Nota 3.0.2. Tuttavia si possono assegnare in modo del tutto libero anche funzioni
con domini particolari:
La funzione y = x2 di dominio −1 ≤ x ≤ 1 e’ funzione legittima e diversa dalla
y = x2 per la quale si sottintende il dominio R.
Si possono assegnare funzioni definite su alcune parti del dominio in un modo e su
altre in un altro
3x+1 se x ≤ 0
f (x) =
x2 se x > 0

4. Rappresentazioni grafiche - Monotonia


c. pag 24 L’idea fondamentale della geometria analitica e’ quella di fornire un’espressione
analitica di curve C ottenute con costruzioni geometriche.
Questo si ottiene generalmente considerando una delle due coordinate del punto
P ∈ C, ad esempio la y come funzione y = f (x) dell’altra coordinata x
Esempio principe: la parabola col vertice nell’origine e asse verticale che da’ luogo
all’espressione y = x2 .
Secondo esempio principe: la circonferenza (di centro l’origine e raggio 1) Essa da’
luogo a due funzioni p p
y = 1 − x2 , y = − 1 − x2
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4.1. Multivalued functions: funzioni plurivoche. Con il termine funzione


y = f (x) consideriamo sempre e solo procedimenti che ad ogni numero x ∈ D
fanno corrispondere uno (ed un solo) numero f (x) ∈ R.
Tuttavia proprio l’immagine geometrica della circonferenza di centro l’origine e rag-
gio 1, propone un fenomeno nel quale agli x ∈ [−1, 1] corrispondono due valori y :
quello sopra e quello sotto...
Curve quali la circonferenza (ovviamente non solo essa) non determinano univoca-
mente alcuna funzione: si conviene tuttavia di dire che esse determinano una
funzione plurivoca

le √parti separate di tale funzione plurivoca, le due funzioni y = 1 − x2 , y =
− 1 − x2 nel caso della circonferenza prendono il nome classico di
branche
della funzione plurivoca determinata dalla curva.
Nota 4.1.1. Si ricordi comunque che salvo avvisi contrari√ le funzioni considerate
non sono plurivoche, in particolare quando si scrive y = x si intende la funzione
che
√ ai numeri √ x ≥ 0 fa corrispondere le loro radici quadrate non negative.
4 = 2 e non 4 = ±2 !

4.2. Funzioni monotone crescenti (o decrescenti). [COUR., pag 29]


• Una funzione che prenda sempre lo stesso valore a in un intervallo si dice
costante nell’intervallo,
• Una funzione y = f (x) per la quale un aumento h2 di x → x + h2 produce
un aumento del valore f (x) < f (x + h2 ) si dice monotona crescente
• analogamente se f (x) > f (x + h2 ) si dice monotona decrescente

Teorema 4.2.1. Una funzione monotona crescente, come pure una decrescente,
trasforma valori di x diversi in risultati f (x) ancora diversi.
La funzione x2 non e’ monotona, infatti essa ad esempio trasforma i due valori
diversi x = −3, x = 3 nello stesso risulato y = 9
Certamente la funzione f (x) = x2 di dominio D = [x ≥ 0], funzione che possiamo
indicare come una restrizione della x2 , e’ monotona crescente.
La funzione sin x non e’ monotona, ma la funzione f (x) = sin x di dominio D =
(− π2 ≤ x ≤ π2 ), funzione che possiamo ancora indicare come una restrizione di sin x,
e’ monotona.

Problema:
Esistono funzioni che non siano monotone in alcun intervallo ?
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4.3. Funzioni pari e funzioni dispari. Una funzione y = f (x) che abbia un
grafico simmetrico rispetto all’asse y:
f (−x) = f (x)
si dice pari.
Una funzione y = f (x) che abbia un grafico simmetrico rispetto all’origine:
f (−x) = −f (x)
si dice dispari.
Le funzioni pari piu’ semplici sono i polinomi che includano solo potenze pari di x
Le funzioni dispari piu’ semplici sono i polinomi che includano solo potenze dispari
di x
La funzione cos x e’ pari: sono pari quindi somme, differenze e prodotti di cos x. Se
P (x) e’ un polinomio (di qualsiasi grado) allora P (cos x) e’ una funzione pari.
La funzione sin x e’ dispari.

Problema:
Se P (x) e’ un polinomio si puo’ dire che P (sin x) sia una funzione dispari ?
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1. Esempi di funzioni elementari


Examples: pag.25,..28; 1.3 The elementary Functions, pag.47,..,52
1.1. Domini di funzioni elementari. Le funzioni elementari sono:
• polinomi
• razionali
• radici
• trigonometriche
• logaritmi
Hanno dominio diverso dall’intero R:
• le funzioni razionali (zeri del denominatore)
• radici quadrate e il logaritmo (positivita’ dell’argomento)
• la tangente (punti di non definizione, rientrano nell’espressione tan(x) =
sin x
cos x

1.2. Grafici di polinomi.


• Primo grado: ovvio, rette
• Secondo grado: facile, parabole.
• Grado superiore: si immaginino gli n zeri e si determinino i limiti all’infinito.
1.3. Grafici di funzioni razionali.
• Si costruisca il grafico del polinomio a numeratore
• Si costruisca il grafico di quello a denominatore
• Si ricavi informazioni (segno e non solo) del quoziente

Nota 1.3.1. Una buona familiarita’ con le funzioni elementari citate si ottiene
conoscendone i grafici: questo vale particolarmente per i polinomi (il loro grafico
dipende in gran parte dal grado) e per le funzioni razionali che, per via degli zeri
del denominatore, possono presentare asintoti verticali.

Grafici (non sempre utili) si ottengono al computer: un software che produce grafici
e’
GNUPLOT

liberamente prelevabile dall’FTP del Laboratorio di Calcolo del Dipartimento di


Matematica
http://www.mat.uniroma1.it

1
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2. La continuitá
[COUR. JOHN, pag 31]
2.1. Il concetto intuitivo nel caso f : R → R. Le funzioni piú semplici giá
incontrate (x2 , sin x, ...) e i loro grafici possiedono un requisito qualitativo di grande
importanza nel calcolo, la continuita’

A livello intuitivo la continuita’ significa che piccoli cambiamenti del valore della
variabile indipendente x producono piccoli cambiamenti dei risultati f (x)

Sotto questo punto di vista il grafico di una funzione continua y = f (x) che abbia
dominio un intervallo riesce formato da un solo pezzo.
Al contrario un grafico formato da due pezzi interrotti in corrispondenza dell’ascissa
x0 mostrano un salto di discontinuita’

Esempio

La funzione 
 −1 se x<0
f (x) = sgn(x) = 0 se x=0
1 se x>0

presenta un salto di discontinuita’in corrispondenza ad x = 0 .
2.2. Le tavole numeriche. L’idea della continuita’ é implicita nell’uso quo-
tidiano della matematica elementare.
Quando una funzione y = f (x) é descritta tramite Tavole Numeriche, come nel
caso delle funzioni trigonometriche o dei logaritmi, i valori y possono essere letti
1
solamente per i punti x riportati nella Tavola: in genere intervallati di 100 o di
1
1000 .
Tuttavia la Tavola viene comunemente utilizzata anche per calcolare valori f (x0 )
per punti x0 intermedi tra quelli riportati.
La ragione di tale modo di procedere sta nell’ammissione tacita che il valore f (x0 )
relativo ad un x0 non incluso nella tavola, sia approssimativamente uguale al valore
f (x) relativo al punto x presente nella Tavola piú vicino a x0 .
Si ritiene inoltre che f (x0 ) possa essere approssimato con tanta maggiore precisione
quanto piú ci si serva di Tavole relative a punti x distanziati di intervalli piccoli.
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1. Le funzioni continue
1.1. Il linguaggio. Dichiarare che la funzione y = f (x) é continua nel punto x0
significa che i valori f (x) presi nei punti x, differiscono dal valore f (x0 ) preso nel
punto x0 di tanto poco quanto si voglia purché x sia sufficientemente vicino ad x0 .
Il margine di differenza |f (x) − f (x0 )| sotto il quale ci si vuole mantenere viene
detto , la sufficiente vicinanza di x ad x0 che garantisca tale margine viene detta
δ sottolineando con ció che essa é certamente collegata al margine  .

Esempio
f (x) = 5x + 2, x0 = 3, f (x0 ) = 17, =1
Problema: Quanto possiamo prendere x lontano da x0 garantendoci tuttavia che
|f (x) − f (x0 )| < 
ovvero garantendoci che
|(5x + 2) − 17| < 1
E’ evidente che
1
|(5x + 2) − 17| < 1 ⇔ |5x − 15| < 1 ⇔ |x − 3| <
5
ovvero,
1
δ =
5
Un conto analogo, condotto relativamente alla scelta  = 0.25 avrebbe portato a
0.25
δ =
5
ecc.
Nota 1.1.1. Tenete conto della figura 1.23 di pag. 32
Definizione 1.1.2. La funzione f (x) é continua nel punto x0 del suo dominio D
se per ogni  positivo é possibile determinare un δ anch’esso positivo tale che
_
x∈D |x − x0 | < δ ⇒ |f (x) − f (x0 )| < 

W
• il simbolo che trovate nella formula rappresenta l’ AND logico
• la dichiarazione all’inizio della definizione per ogni  positivo significa che
la costruzione di δ deve essere possibile qualunque sia la scelta di  e non
solo rispetto a qualche scelta particolare.
E’ naturale che la determinazione di δ divenga tanto piú difficile quanto piú
 venga assegnato piccolo !
Morale la prova della continuitá di una funzione in un punto non potrá mai
essere il risultato di un esperimento empirico su qualche  assegnato come
test:
1
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la dimostrazione sará sempre e solo un risultato ottenuto per via teorica


(senza identificare naturalmente il termine via teorica con l’idea di via im-
praticabile)

Il conto fatto nell’Esempio precedente in relazione alla funzione 5x + 2 puó essere


eseguito in corrispondenza a qualunque punto x0 e non solo al punto 3 come fatto;
la scelta di  é anch’essa assolutamente libera.
Morale: la funzione 5x + 2 , di dominio D = R é continua in tutti i punti di R.
Nota 1.1.3. Posseduto il grafico della funzione y = f (x) il legame tra  e δ rela-
tivamente ad un punto x0 di continuitá ’e riconoscibile tenendo conto della figura
1.24 di pag. 34.
Nota 1.1.4. Il ricorso al grafico consente di intuire la (prevedibile) continuitá delle
funzioni y = ax2 + bx + c, y = x3 , ecc.
Nota 1.1.5. Pensando alla funzione y = x2 il grafico consente di riconoscere bene
per ogni scelta di x0 e per ogni scelta di  quale sia il valore δ opportuno.
E’ interessante scoprire come δ finisca per dipendere sia da  sia dal punto x0 su
cui si lavora.
Per ciascun  il valore δ adatto in corrispondenza a x0 = 1 non é altrettanto adatto
se x0 = 10, ecc.
Morale: per uno stesso  piú x0 appartiene a tratti in cui il grafico é in forte
pendenza piú la scelta di δ dovrá essere severa...

1.2. I punti di discontinuitá. [pag. 35]


• La discontinuitá della sgn(x) nel punto x0 = 0 emerge non appena si
scelga  < 1 : per quanto si prendano punti x vicini all’origine la dif-
ferenza |sgn(x) − sgn(0)| = 1 e quindi non c’é possibilitá di soddisfare la
diseguaglianza |sgn(x) − sgn(0)| < 
• Sempre in riferimento alla sgn(x) c’é invece continuitá in tutti i punti x0 6=
0: anzi qualunque sia la scelta di  il valore δ = |x0 | va bene !
• La funzione elementare discontinua piú semplice é la funzione
f (x) = [x]
parte intera.
Sono altrettanto discontinue molte altre funzioni ottenibili tramite la [x] :
ad esempio la f (x) = x − [x] vedi grafico 1.25 b pag. 36
• Sono in genere discontinue le f[a,b] (x) funzioni caratteristiche dell’intervallo
[a, b], vedi fig. 1.25 a) di pag. 36

1.3. La funzione sin x1 . Il dominio é R − 0, il suo grafico, almeno per x > 0 é




riportato in Figura 1.29 pag. 38.


Il grafico mostra che si tratta di una funzione continua almeno in tutti gli x abbas-
tanza lontani da 0 : ovvero in tutti gli x 6= 0
Chiedersi se sia continua o meno in 0 non é domanda legittima perché in x = 0 non
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é definita.
Consideriamo ora la funzione

0  se x = 0
f (x) = 1
sin x 6 0
se x =
Per f (x) ha senso chiedersi se essa sia continua o meno per x = 0.
La risposta (prevedibile) é no.

PROBLEMA
Provate che,
 invece, la funzione g(x) = x.f (x), essendo f (x) la precedente costruita
con sin x1 é continua in tutto R: aiutatevi con la figura 1.31

2. Le funzioni lipschitziane
L’attributo lipschitziane (matematichese puro in tutte le lingue) deriva dal nome
del matematico Rudolf Otto Lipschitz (1832-1903): esprime la seguente proprietá
di una funzione definita in un intervallo I
|f (x1 ) − f (x2 )| ≤ L.|x1 − x2 |
diseguaglianza soddisfatta con lo stesso fattore L da qualunque coppia x1 .x2 ∈ I
In altri termini
la differenza, in modulo, dei valori della funzione in due punti x1 e x2 deve man-
tenersi minore di un conveniente multiplo L della distanza tra i due punti.
... punti vicini, valori vicini: la continuitá !
Le funzioni lipschitziane sono continue !
Sorpresa: anche se appare incredibile a prima vista esistono funzioni continue che
non sono lipschitziane.
Morale: le funzioni lipschitziane sono le piú oneste funzioni continue, anche se rap-
presentano solo una parte (piccola ? ) di esse.
Usiamo il grafico: la lipschitzianitá richiede che
|f (x1 ) − f (x2 )| ≤ L.|x1 − x2 |
ovvero che la variazione di quota sia minore di un fissato multiplo della distanza
fra i due punti:
il grafico delle funzioni lipschitziane presenta pendenze
|f (x1 ) − f (x2 )|
≤L
|x1 − x2 |
limitate da una stessa costante L. (E’ il fenomeno del profilo altimetrico delle
autostrade - variazione minori del 5% - ovvero delle stade nazionali - variazione
minori del 15% -, ecc. )

ESEMPIO

La funzione f (x) = x, di dominio D = [0, +∞) non é lipschitziana. (disegnatene
il grafico e guardate la pendenza avvicinandosi a 0).
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PROBLEMA
Esaminate se la funzione f (x) = x2 é lipschitziana nell’intervallo I = [0, 10] ed
esaminate se lo é anche nell’intervallo piú ampio I = R

PROBLEMA
Esaminate se la funzione sin x é lipschitziana in R, in caso affermativo (consigliato...)
determinare una costante L adatta ( una costante e non la costante !).

PROBLEMA
Che interesse ha, dal punto di vista del calcolo numerico il sapere che una funzione
f (x) sia lipschitziana con una costante L nota ?

PROBLEMA
La funzione |x| é lipschitziana ?
P10
La funzione f (x) = i=1 i|x − i| é lipschitziana ?
Qual’é una sua costante L ?

PROBLEMA
La funzione sin x1 é lipschitziana per x ∈ (0, 1] ?

Nota 2.0.1. Decidere se una funzione f (x) di dominio l’intervallo [a, b] o anche
l’intero R é lipschitziana corrisponde a riconoscere che il quoziente
|f (x) − f (y)|
|x − y|
si mantiene limitato da una stessa costante L al variare di x, y ∈ D
Sotto questo punto di vista é facile riconoscere che la funzione x2 non é lipschitziana
in R: infatti
|f (x) − f (y)| |x − y||x + y|
= = |x + y|
|x − y| |x − y|
quantitá ovviamente non limitata in R.
Viceversa la funzione x2 considerata su un dominio limitato quale ad esempio
l’intervallo [−100, 100] é lipschitziana.

3. Le funzioni holderiane
L’attributo holderiane deriva dal nome del matematico Otto Holder(1860-1937)1:
esprime la seguente proprietá di una funzione definita in un intervallo I
|f (x1 ) − f (x2 )| ≤ L.|x1 − x2 |α
diseguaglianza soddisfatta con gli stessi parametri L ed α ∈ (0, 1] da qualunque
coppia x1 .x2 ∈ I

Le funzioni holderiane sono continue.


Le funzioni lipschitziane
√ sono holderiane di esponente α = 1
La funzione x é holderiana di esponente α = 21 per x ∈ [0, +∞)

1Holder, e di conseguenza l’aggettivo holderiana, si scrive piú correttamente con la ö, Hölder
8 OTTOBRE 2001 5

Esistono funzioni continue non holderiane di alcun esponente, vedi Problema 13 di


pag.118.
Nota 3.0.2. Decidere se una funzione f (x) di dominio l’intervallo [a, b] o anche
l’intero R é holderiana di esponente α corrisponde a riconoscere che il quoziente
|f (x) − f (y)|
|x − y|α
si mantiene limitato da una√ stessa costante L al variare di x, y ∈ D
Riferendosi alla funzione x, dichiarata prima holderiana di esponente α = 1/2 si
ha infatti: √ √ p
| x − y| |x − y|
= √ √
|x − y|1/2 x+ y

x+y
≤√ √ ≤ 11
x+ y
PROBLEMA
Come potrebbe essere fatta una funzione f (x) di dominio un qualsiasi intervallo
[a, b] ∈ R che verificasse la diseguaglianza
|f (x1 ) − f (x2 )| ≤ L.|x1 − x2 |2
per qualunque coppia x1 .x2 ∈ [a, b] ?
SOLUZIONE

f (x) non puó che essere costante !


Ovvero riuscirá sempre
|f (x1 ) − f (x2 )|
=0
|x1 − x2 |2
Supponiamo per assurdo che ci siano due punti x1 ed x2 in relazione ai quali riesca
|f (x1 ) − f (x2 )|
=σ>0
|x1 − x2 |2
Dividiamo l’intervallo [x1 , x2 ] in N parti uguali, riservandoci di scegliere N piú
tardi.
Per via della diseguaglianza triangolare si riconosce che tra i punti yk : k =
1, 2, ..N − 1 di suddivisione inseriti ce ne saranno almeno due consecutivi tali che
|f (x1 ) − f (x2 )|
|f (yk ) − f (yk+1 )| ≥
N
Riesce allora
|f (x1 )−f (x2 )|
|f (yk ) − f (yk+1 )| N
L≥ ≥ |x1 −x2 |2
|yk − yk+1 |2 2
N
|f (x1 ) − f (x2 )|
= N. = Nσ > 0
|x1 − x2 |2
da cui si ricava
L
σ≤
N
E’ difficile per un numero σ positivo verificare tale diseguaglianza rispetto ad un N
qualsiasi...

1Siano a e b positivi, √a + b ≤ √a + b , provate ad elevare al quadrato...
6 8 OTTOBRE 2001

4. Il teorema dei valori intermedi


Teorema 4.0.3 (dei valori intermedi). Sia f (x) una funzione continua in un in-
tervallo I ⊂ R, siano a, b ∈ I e sia η ∈ [f (a), f (b)] allora esiste almeno un ξ ∈ [a, b]
tale che f (ξ) = η.
In altri termini una funzione continua non puó prendere un valore f (a) in un
punto a e un valore f (b) in un punto b senza prendere di conseguenza nell’intervallo
[a, b] anche tutti i valori compresi tra f (a) ed f (b).
Il risultato é del tutto evidente dal momento in cui riconosciamo che la proprietá
di continuitá significa che... é impossibile fare salti...!

NOTA:
• per ogni η ∈ [f (a), f (b)] puó esistere uno o piú punti ξ
• potrebbero addirittura esisterne infiniti ? (pensate alla x. sin x1 ...)
• Ai fini del teorema precedente é piú importante l’ipotesi che la funzione sia
continua o che sia definita in un intervallo ?

Corollario 4.0.4 (Teorema d’esistenza degli zeri). Una funzione continua in un


intervallo che prenda agli estremi valori di segno opposto si annulla almeno una
volta

5. Due strane funzioni assai poco continue...


• 
0 se x irrazionale
f (x) =
1 se x razionale
Discontinua in tutti i punti x ∈ R(cosa che prevede che sappiamo il signifi-
cato dei termini numero razionale e numero irrazionale, e sappiamo anche
come sono densamente confusi fra loro...!)
• 
0 se x irrazionale
f (x) = 1
q se x = pq
p
ove la scelta di x = q si riferisce ad una frazione ridotta ai minimi termini,
sí da individuare p, q univocamente.
Discontinua sui razionali ma continua sugli irrazionali.
[cfr. COUR. JOHN, Problems, pag 109, n. 4 (a) e (b)]

6. Le funzioni inverse
Teorema 6.0.5 (Continuitá delle inverse). Sia f (x) una funzione continua nell’inter-
vallo I (aperto, semiaperto, limitato, non limitato,ecc.) monotona (crescente o de-
crescente): essa é dotata di inversa g(y) definita nell’intervallo codominio di f (x),
che riesce anch’essa monotona dello stesso tipo di monotonia, e continua.
Proof. • Il codominio di f (x) definita in un intervallo é un intervallo: g(y)
é definita su tale intervallo, ed é definita correttamente perché f (x) é, per
ipotesi monotona.
• Siano y1 < y2 e siano x1 = g(y1 ), x2 = g(y2 ) evidentemente non puó
essere né x1 = x2 né x1 > x2 , quindi....
8 OTTOBRE 2001 7

• Sia x0 = g(y0 ) scelto  > 0 sia J = (xo − , xo + ) ⊂ I, siano y1 =


f (xo − ), y2 = f (xo + ): se y ∈ (y1 , y2 ) si ha di conseguenza g(y) ∈
(xo − , xo + ).
• il δ = inf(|y2 − y0 |, |y0 − y1 |)


Problemi legati alla determinazione dell’inversa:


• L’equazione y = f (x) nell’incognita x per quali y é risolubile ?
• Ammesso che sia risolubile, ha una o piú soluzioni ? Solo nel primo caso si
parla di x = g(y)
• Una funzione y = f (x) pone un legame tra i valori della x ∈ D, la variabile
indipendente e i valori y ∈ C, C codominio: la funzione inversa (nei casi
in cui esiste) rappresenta lo stesso legame, infatti scambiando il nome degli
assi si ha, addirittura lo stesso grafico...

7. Il compito a casa della settimana


Funzioni inverse
Assegnata la funzione y = f (x) determinare l’inversa significa determinare la fun-
zione x = g(y) che ad ogni y fa corrispondere la soluzione dell’equazione
y = f (x)
nell’incognita x.
Esempio:
y−5
f (x) = 2x + 5. y = 2x + 5 ↔ x=
2
y−5
quindi l’inversa é g(y) = 2 .

Estremi inferiore e superiore


Gli estremi inferiore e superiore si riferiscono sempre (e solamente) ad insiemi di
numeri reali:
• L’estremo inferiore é il piú grande dei numeri minoranti l’insieme assegnato
( α minorante E significa che α ≤ x per ogni x ∈ E ).
• L’estremo superiore é il piú piccolo dei numeri maggioranti l’insieme asseg-
nato ( β maggiorante E significa che x ≤ β per ogni x ∈ E ).
• L’estremo inferiore puó o meno essere un numero di E: nel caso che lo sia
si chiama tradizionalmente minimo di E.
• stesso discorso per l’estremo superiore che in tal caso si chiama massimo di
E.
Gli estremi di cui si parla nell’Esercizio 7 sono gli estremi inferiore e superiore del
codominio delle funzioni indicate.

Nota 7.0.6. Chi ci assicura che un insieme E di numeri reali, anche se limitato,
cioé E ⊂ [a, b] possieda estremi inferiore e superiore ?
Una risposta positiva a questa domanda ingenua si ricava solo da una solida costruzione
dei numeri reali (costruzione che sará fatta prima o poi, mano mano che se ne
avverta la necessitá...)
10 OTTOBRE 2001

1. Le funzioni holderiane
L’attributo holderiane deriva dal nome del matematico Otto Holder 1(1860-1937)
: esprime la seguente proprietá di una funzione definita in un intervallo I
|f (x1 ) − f (x2 )| ≤ L.|x1 − x2 |α
diseguaglianza soddisfatta con gli stessi parametri L ed α ∈ (0, 1] da qualunque
coppia x1 .x2 ∈ I

Le funzioni holderiane sono continue.


Le funzioni lipschitziane
√ sono holderiane di esponente α = 1
La funzione x é holderiana di esponente α = 12 per x ∈ [0, +∞)
Esistono funzioni continue non holderiane di alcun esponente, vedi Problema 13 di
pag.118.
Nota 1.0.1. Decidere se una funzione f (x) di dominio l’intervallo [a, b] o anche
l’intero R é holderiana di esponente α corrisponde a riconoscere che il quoziente
|f (x) − f (y)|
|x − y|α

√ stessa costante L al variare di x, y ∈ D


si mantiene limitato da una
Riferendosi alla funzione x, dichiarata prima holderiana di esponente α = 1/2 si
ha infatti:
√ √ p
| x − y| |x − y|
1/2
=√ √
|x − y| x + y

x+y
≤√ √ ≤ 12
x+ y

PROBLEMA
Come potrebbe essere fatta una funzione f (x) di dominio un qualsiasi intervallo
[a, b] ∈ R che verificasse la diseguaglianza
|f (x1 ) − f (x2 )| ≤ L.|x1 − x2 |2
per qualunque coppia x1 .x2 ∈ [a, b] ?
SOLUZIONE

f (x) non puó che essere costante !


Ovvero riuscirá sempre
|f (x1 ) − f (x2 )|
=0
|x1 − x2 |2

1
Holder, e di conseguenza l’aggettivo holderiana, si scrive piú correttamente con la ö, Hölder

2Siano a e b positivi, √a + b ≤ √a + b , provate ad elevare al quadrato...

1
2 10 OTTOBRE 2001

Supponiamo per assurdo che ci siano due punti x1 ed x2 in relazione ai quali riesca

|f (x1 ) − f (x2 )|
=σ>0
|x1 − x2 |2

Dividiamo l’intervallo [x1 , x2 ] in N parti uguali, riservandoci di scegliere N piú


tardi.
Per via della diseguaglianza triangolare si riconosce che tra i punti yk : k =
1, 2, ..N − 1 di suddivisione inseriti ce ne saranno almeno due consecutivi tali che

|f (x1 ) − f (x2 )|
|f (yk ) − f (yk+1 )| ≥
N
Riesce allora
|f (x1 )−f (x2 )|
|f (yk ) − f (yk+1 )| N
L≥ ≥ |x1 −x2 |2
|yk − yk+1 |2
N2

|f (x1 ) − f (x2 )|
= N. = Nσ > 0
|x1 − x2 |2
da cui si ricava
L
σ≤
N
E’ difficile per un numero σ positivo verificare tale diseguaglianza rispetto ad un N
qualsiasi...

2. Il teorema dei valori intermedi


Teorema 2.0.2 (dei valori intermedi). Sia f (x) una funzione continua in un in-
tervallo I ⊂ R, siano a, b ∈ I e sia η ∈ [f (a), f (b)] allora esiste almeno un ξ ∈ [a, b]
tale che f (ξ) = η.

In altri termini una funzione continua non puó prendere un valore f (a) in un
punto a e un valore f (b) in un punto b senza prendere di conseguenza nell’intervallo
[a, b] anche tutti i valori compresi tra f (a) ed f (b).
Il risultato é del tutto evidente dal momento in cui riconosciamo che la proprietá
di continuitá significa che... é impossibile fare salti...!

NOTA:
• per ogni η ∈ [f (a), f (b)] puó esistere uno o piú punti ξ
• potrebbero addirittura esisterne infiniti ? (pensate alla x. sin x1 ...)
• Ai fini del teorema precedente é piú importante l’ipotesi che la funzione sia
continua o che sia definita in un intervallo ?

Corollario 2.0.3 (Teorema d’esistenza degli zeri). Una funzione continua in un


intervallo che prenda agli estremi valori di segno opposto si annulla almeno una
volta
10 OTTOBRE 2001 3

3. Due strane funzioni assai poco continue...


• 
0 se x irrazionale
f (x) =
1 se x razionale
Discontinua in tutti i punti x ∈ R(cosa che prevede che sappiamo il signifi-
cato dei termini numero razionale e numero irrazionale, e sappiamo anche
come sono densamente confusi fra loro...!)
• 
0 se x irrazionale
f (x) = 1
q se x = pq
p
ove la scelta di x = q si riferisce ad una frazione ridotta ai minimi termini,
sí da individuare p, q univocamente.
Discontinua sui razionali ma continua sugli irrazionali.
[cfr. COUR. JOHN, Problems, pag 109, n. 4 (a) e (b)]

4. Le funzioni inverse
Teorema 4.0.4 (Continuitá delle inverse). Sia f (x) una funzione continua nell’inter-
vallo I (aperto, semiaperto, limitato, non limitato,ecc.) monotona (crescente o de-
crescente): essa é dotata di inversa g(y) definita nell’intervallo codominio di f (x),
che riesce anch’essa monotona dello stesso tipo di monotonia, e continua.
Proof. • Il codominio di f (x) definita in un intervallo é un intervallo: g(y)
é definita su tale intervallo, ed é definita correttamente perché f (x) é, per
ipotesi monotona.
• Siano y1 < y2 e siano x1 = g(y1 ), x2 = g(y2 ) evidentemente non puó
essere né x1 = x2 né x1 > x2 , quindi....
• Sia x0 = g(y0 ) scelto  > 0 sia J = (xo − , xo + ) ⊂ I, siano y1 =
f (xo − ), y2 = f (xo + ): se y ∈ (y1 , y2 ) si ha di conseguenza g(y) ∈
(xo − , xo + ).
• il δ = inf(|y2 − y0 |, |y0 − y1 |)


Problemi legati alla determinazione dell’inversa:


• L’equazione y = f (x) nell’incognita x per quali y é risolubile ?
• Ammesso che sia risolubile, ha una o piú soluzioni ? Solo nel primo caso si
parla di x = g(y)
• Una funzione y = f (x) pone un legame tra i valori della x ∈ D, la variabile
indipendente e i valori y ∈ C, C codominio: la funzione inversa (nei casi
in cui esiste) rappresenta lo stesso legame, infatti scambiando il nome degli
assi si ha, addirittura lo stesso grafico...
Nota 4.0.5. Le funzioni monotone e continue in un intervallo sono le uniche che
abbiano inversa continua.
Esistono tuttavia funzioni definite in un intervallo, non monotone e tuttavia in-
vertibili:
f (x) := If [x < 0, −1 − x, x]
trasforma l’intervallo [−1, 1] nell’intervallo [−1, 1] , é invertibile ma non é mono-
tona, e non é continua.
4 10 OTTOBRE 2001

Figure 1. Funzione invertibile in [-1,1] ma non monotona

5. Il compito a casa della settimana


Funzioni inverse
Assegnata la funzione y = f (x) determinare l’inversa significa determinare la fun-
zione x = g(y) che ad ogni y fa corrispondere la soluzione dell’equazione
y = f (x)
nell’incognita x.
Esempio:
y−5
f (x) = 2x + 5. y = 2x + 5 ↔ x=
2
y−5
quindi l’inversa é g(y) = 2 .

Estremi inferiore e superiore


Gli estremi inferiore e superiore si riferiscono sempre (e solamente) ad insiemi di
numeri reali:
• L’estremo inferiore é il piú grande dei numeri minoranti l’insieme assegnato
( α minorante E significa che α ≤ x per ogni x ∈ E ).
• L’estremo superiore é il piú piccolo dei numeri maggioranti l’insieme asseg-
nato ( β maggiorante E significa che x ≤ β per ogni x ∈ E ).
• L’estremo inferiore puó o meno essere un numero di E: nel caso che lo sia
si chiama tradizionalmente minimo di E.
• stesso discorso per l’estremo superiore che in tal caso si chiama massimo di
E.
Gli estremi di cui si parla nell’Esercizio 7 sono gli estremi inferiore e superiore del
codominio delle funzioni indicate.

Nota 5.0.6. Chi ci assicura che un insieme E di numeri reali, anche se limitato,
cioé E ⊂ [a, b] possieda estremi inferiore e superiore ?
Una risposta positiva a questa domanda ingenua si ricava solo da una solida costruzione
10 OTTOBRE 2001 5

dei numeri reali (costruzione che sará fatta prima o poi, mano mano che se ne
avverta la necessitá...)

6. La composizione tra funzioni


[COUR. JOHN pag 52]
• Quando si possono comporre due funzioni g e φ ?
• Differenze tra la funzione gφ e la funzione f (x) = g(x).φ(x)
• La funzione identica, la funzione inversa, la composizione non commutativa.
12 OTTOBRE 2001

1. Le successioni
[COUR.JOHN pag. 55]
Pn
• S(n) = i=1 i
• n!
• T (n) = numero dei divisori di n
• π(n) = numero di primi ≤ n
Nota 1.0.1. Le successioni indicate sopra propongono tutti numeri interi: questa
condizione non é obbligata !
Di intero in una successione ci sono, obbligatoriamente, solo gli indici.

2. Induzione matematica
La frase
si prova per induzione
si incontra spesso nelle dimostrazioni di teoremi che coinvolgano parametri n ∈ N .
Catene di teoremi T1 , T2 , ..., Tn , Tn+1 , ... da provare per induzione:
1: É vero il primo teorema T1
2: Il teorema Tn implica il teorema Tn+1 : ovvero ogni teorema implica il
successivo,
3: CONCLUSIONE: tutti i teoremi della catena sono veri !

Esempi:
Pn n(n+1)
• Somma degli interi Tn : i=1 i = 2
P n 2 1 2
• Somma dei quadrati Tn : i=1 i = 6 n(2n + 3n + 3) 
Pn
• potenze (intere) di un binomio.Tn : (a + b)n = i=0 ni an−i bi
[COUR. JOHN pag 58]

Contresempio:
Teorema 2.0.2. Se in un gruppo di n ragazze una ha gli occhi azzurri allora tutte
hanno gli occhi azzurri.
Proof. Proviamo il teorema per induzione:
• Il caso n = 1 é evidentemente esatto.
• Proviamo che se il teorema é vero per l’ordine n allora é necessariamente
vero per l’ordine n + 1:
consideriamo un gruppo Gn+1 di n+1 ragazze nel quale una (almeno) abbia
gli occhi azzurri.
É possibile decomporre
[
Gn+1 = Am Bm
1
2 12 OTTOBRE 2001

con Am e Bm due sottogruppi di Gn+1 formati da m ≤ n ragazze, contenenti


entrambi almeno una ragazza con gli occhi azzurri.
Per la validitá del teorema per gli ordini ≤ n tutte le ragazze di Am e di
Bm hanno gli occhi azzurri e, quindi, tutte le ragazze di Gn+1 hanno gli
occhi azzurri.
• Risulta provato che se il teorema é vero per l’ordine n ne segue che é vero
per l’ordine n + 1, quindi...


Nota 2.0.3. Trovate l’errore.

3. Limite di una successione


Molti valori a importanti del calcolo sono di fatto assegnati come limiti di suc-
cessioni {an }:
il valore a é dato tramite i valori an con precisione alta quanto si desideri pur di
prendere alto l’indice n.
Si puó dire che la successione {an } approssima indefinitamente il numero a.

Le radici quadrate:

uno scolaro della scuola dell’obbligo determina 2 tramite la successione, che é in
grado di costruire, delle radici quadrate con un decimale, √
due decimali, tre decimali,
ecc., successione che infatti approssima indefinitamente 2.

Il metodo di bisezione per la determinazione delle radici di un’equazione f (x) = 0

Si suppone che la funzione continua f (x) definita nell’intervallo [a, b] prenda agli
estremi valori di segno opposto, allora per il Corollario sull’esistenza degli zeri si
annulla almeno una volta in [a, b].
Si divide - bisezione - in due parti uguali l’intervallo tramite il punto medio c e si
passa a lavorare o sul primo intervallino [a, c] o sul secondo, sempre ricorrendo al
Corollario sull’esistenza degli zeri.
La successione dei punti medi dei vari intervallini che via via si selezionano costi-
tuisce una successione ala radice cercata.

Il numero approssimato da una successione nello stile indicato si chiama limite della
successione.

Esercizi sui limiti delle successioni:


Una delle esercitazioni piú tradizionali nei corsi di matematica é assegnare una
successione {an } e chiedere quale sia il suo limite o, meglio, chiedere se tra i numeri
conosciuti ce ne sia uno che sia limite della successione assegnata.
La esercitazione é naturalmente educativa nel senso che aiuta a conoscere i limiti
di numerose successioni particolarmente popolari.
n √
Esempi di successioni popolari: { n1 },{ (−1) n n
n }, { n+1 }, { p}, {α }
n
12 OTTOBRE 2001 3

Nota 3.0.4. I limiti delle successioni indicate, come pure di loro piccole varianti
devono essere conosciuti con grande naturalezza.

PROBLEMA:

Tutte le successioni hanno limite, cioé i termini approssimano indefinitamente qual-


cosa ?
Evidentemente no: la successione 1, −1, 1, −1, ... non approssima nulla...

Esistono test per decidere se una successione approssimi qualcosa o meno, abbia
limite o meno ?

4. La serie geometrica
Una successione importante é la seguente, dipendente dal parametro q
Sn = 1 + q + q 2 + ... + q n−1 n = 1, 2, 3, ...
Se q = 1 si tratta, banalmente della successione
S1 = 1, S2 = 2, S3 = 3, ...
Se q 6= 1 cosa sia Sn é meno ovvio, anche se abbastanza semplice:
Sn = 1 + q(1 + q + ... + q n−2 ) = 1 + q(Sn − q n−1 )
1 − qn
(1 − q)Sn = 1 − q n ↔ Sn =
1−q
ovvero
1 1 n
Sn = − q
1−q 1−q
Poiché é noto che se |q| < 1 allora q n → 0 allora si riconosce che
1
|q| < 1 ⇒ Sn →
1−q
Nel caso invece di |q| > 1 é evidentemente escluso che i numeri Sn approssimino
qualcosa !

Il limite della successione Sn , naturalmente nel caso |q| < 1 viene ragionevolmente
interpretato come la somma della serie geometrica

X
q i = 1 + q + q 2 + q 3 + ...
i=0

Applicazioni
I numeri periodici:
34 34
x = 0.34 = lim [ + + ...
n→∞ 100 10000
4 12 OTTOBRE 2001

ovvero  2
34 1 1
0, 34 = .[1 + + + ...]
100 100 100
34 1 34
0.34 = . 1 =
100 1 − 100 99

√ √ √ √
La successione
√ {an = n n} = {1, 2, 3 3, 4 4, ... ha limite 1.
Sicuramente n n = 1 + hn con hn > 0 quindi
n(n − 1) 2 n(n − 1) 2
n = (1 + hn )n > 1 + nhn + hn > hn
2 2
dal primo e l’ultimo termine si ricava

n(n − 1) 2 2
n> hn → hn < √
2 n−1
Raccogliendo le informazioni ottenute si ottiene

2
1 ≤ am ≤ 1 + √
n−1
confronto che implica che
lim an = 1
n→∞

2
Nota 4.0.5. La tecnica di confronto 1 ≤ am ≤ 1 + √n−1 usata per riconoscere che
gli an approssimavano 1 é uno degli strumenti piú efficaci per riconoscere il limite
di una successione.

√ √
La successione n + 1 − n
É facile riconoscere che
√ √  √ √ 
√ √ n+1− n n+1+ n 1
n+1− n= √ √ =√ √
n+1+ n n+1+ n
da cui segue che √ √ 
lim n+1− n =0
n→∞

n

La successione αn con α > 1:
n(n − 1) 2
α = 1 + h, αn = (1 + h)n > h
2
quindi
n n 2
0≤ ≤ =
αn n(n−1) 2
h (n − 1)h2
2
Il confronto stabilito riconosce che
n
lim =0
n→∞ αn

n o n o
n2 n3
Nota 4.0.6. Un risultato analogo vale anche per le successioni αn , αn , ...
12 OTTOBRE 2001 5

5. Il concetto di limite
Definizione 5.0.7 (Limite di una successione). Il numero ` si dice limite della
successione {an } se comunque si prenda un ’intervallo aperto I ⊃ ` i termini della
successione sono, a meno di un numero finito di essi, tutti contenuti in I
Definizione 5.0.8 (Limite di una successione). Il numero ` si dice limite della
successione {an } se comunque si prenda un  > 0 esiste un indice N () tale che
n > N () ⇒ |an − `| < 
Teorema 5.0.9 (Unicitá del limite). Una successione {an } non puó avere due
limiti diversi (ovviamente puó non averne alcuno).
Proof. Evidente . 
Teorema 5.0.10. Se la successione {an } converge al limite ` allora ogni altra
successione {bn } ottenuta modificando un numero finito di termini di {an } converge
ugualmente ad `

ATTENZIONE: pag.71 riga 12 dall’alto:

A sequence which does not converge is said to be divergent


Si tratta di un’espressione infelice: che deve essere sostituita da
A sequence which does not converge is said to be not convergent
La parola divergente é tradizionalmente attribuita a successioni i cui termini {an }
costituiscano un insieme illimitato in R

Definizione 5.0.11 (Successioni limitate). Una successione si dice limitata se tale


risulta l’insieme dei suoi valori in R.
Teorema 5.0.12. Le successioni convergenti sono limitate.

6. Le operazioni sui limiti


[COUR. JOHN pag. 71]
Teorema 6.0.13. Somme, differenze, prodotti e quozienti di successioni conver-
genti producono successioni convergenti ai relativi limiti attesi, fatta salva, natural-
mente, la legittimitá dei quozienti.
Nota 6.0.14. La somma di due successioni non convergenti puó essere convergente,
il prodotto di due successioni non convergenti puó essere convergente,...
Corollario 6.0.15. Se {an + bn } é convergente e se {an } é convergente allora {bn }
é convergente.

7. Test di convergenza
Il valore del concetto di limite di una successione consiste nel fatto che importanti
problemi spesso hanno soluzioni numeriche che non possono essere espresse che sotto
forma di limiti di successioni.
Per accogliere un numero definito come limite di una successione occorre ...essere
6 12 OTTOBRE 2001

sicuri che tale successione abbia limite !


La definizione di successione convergente data precedentemente non aiuta sotto
questo punto di vista perché per riconoscere che una successione sia convergente
si deve eseguire un test che coinvolge il limite stesso: si tratta quindi solo di una
verifica.
É quindi importante disporre di test a priori che consentano di decidere se una
successione sia convergente senza servirsi della conoscenza del suo eventuale limite.

Primo test: sufficiente


Ogni successione limitata e monotona é convergente.
Nota 7.0.16. Le successioni monotone crescenti non sono tanto rare quanto si
potrebbe ritenere: sono infatti monotone crescenti tutte (...e sole) le somme parziali
delle serie a termini positivi.

Secondo test:necessario e sufficiente


Criterio di Cauchy
Condizione necessaria e sufficiente perché una successione {an } sia convergente é
che per ogni  > 0 esista N () tale che
n, m > N () → |an − am | < 

8. Le serie
Le successioni piú comuni sono le somme parziali delle serie
Sn = a1 + a2 + ... + an
La convergenza di una serie,

X
an
n=1
e quindi la sua somma, sono null’altro che il limite (se esiste) della successione {Sn }
delle somme parziali.
I test di convergenza proposti sono quindi interpretabili come test di convergenza
di serie.

Il primo test, quello delle successioni monotone e limitate si presta molto bene
all’esame di serie a termini positivi.
Teorema 8.0.17. Siano

X ∞
X
an , bn
n=1 n=1
due serie a termini positivi con an ≤ bn : se
P∞
• la serie n=1 bn converge P∞
• converge anche la prima serie n=1 an
viceversa
P∞
• la serie n=1 an non converge P∞
• non converge neanche la seconda serie n=1 bn
12 OTTOBRE 2001 7

Proof. Il risultato é evidente perché le successioni {An } e {Bn } delle rispettive


somme parziali sono monotone crescenti e riesce An ≤ Bn . 

9. Il numero e di Nepero


X 1
e=
n=0
n!
La definizione é ben posta perché la serie proposta é ovviamente convergente: basta
eseguire un confronto con la serie geometrica di ragione q = 1/2.
Problema: quanto vale e ?
m ∞
X X 1
e− =
n=0 n=m+1
n!
Una stima numerica puó dedursi quindi da una stima della quantitá
∞ ∞  n
X 1 1 X 1 1
≤ =
n=m+1
n! (m + 1)! n=0 m + 1 m.m!

Ad esempio
1 1 1
e − {1 + 1 + + }≤
2! 3! 18
ovvero
47 49
≤e≤
18 18
ovvero ancora

2.61 ≤ e ≤ 2.72
Ricorrendo a somme un po’ piú lunghe si otterrebbero approssimazioni ancora piú
precise.
Corollario 9.0.18.  n
1
lim 1+ =e
n→∞ n
Corollario 9.0.19.
α n

lim = eα
1+
n→∞ n
Teorema 9.0.20. Il numero reale e non é razionale.
Proof. É evidente, ad esempio dalle prime stime numeriche precedenti che e non é
un’intero. Supponiamo, per assurdo, che
p
e=
q
con q ≥ 2.
q ∞
p X 1 X 1
− = .
q n=0 n! n=q+1 n!
8 12 OTTOBRE 2001

Moltiplicando membro a membro per q! si avrebbe


q ∞
p X 1 X 1
q! − q! = q!
q n=0
n! n=q+1
n!
dove a primo membro figurerebbe un intero e a secondo membro

X 1
q!
n=q+1
n!
1
che, invece é, come stimato sopra, un numero minore di q ≤ 12 .
Quindi certamente l’uguaglianza
p
e=
q
non puó essere vera...


Nota 9.0.21. Il teorema dimostrato é notevole: pur non sapendo gran che sul valore
e siamo riusciti ad escludere che possa essere espresso da alcun numero razionale.
Nessun computer avrebbe potuto provare questo risultato.
Notate che il risultato dipende dalla conoscenza della somma della serie geometrica
e da elementari maggiorazioni.

10. Il numero π

Si tratta dopo 1 e 2 del numero piú famoso e importante della matematica.
Tuttavia nessuno ne conosce ancora il valore esatto, né potrá mai conoscerlo!
Informazioni su di esso si possono trovare all’indirizzo
http://www-groups.dcs.st-and.ac.uk
La complessa costruzione di ben due successioni approssimanti π che trovate nelle
pagine 80 e 81 é dovuta ad Archimede e si basa sulla possibilitá di determinare
ricorsivamente i perimetri dei poligoni regolari inscritti e circoscritti con un numero
2n di lati.
15 OTTOBRE 2001

1. Esempi di successioni popolari:


1.1. I numeri naturali. Costituiscono la successione an = n che evidentemente é
• monotona crescente
• illimitata superiormente
• ... divergente verso +∞
1
1.2. I reciproci dei numeri naturali. Costituiscono la successione an = n che,
evidentemente é
• monotona decrescente
• limitata inferiormente ( si tratta di tutti numeri positivi...)
• convergente a 0.
Nota 1.2.1. Le successioni convergenti a zero si dicono infinitesime.
La successione an = n1 é la successione infinitesima piú importante.
Un’altra successione infinitesima é an = (−1)n n1 .
Essa é infinitesima ma non é monotona.
Un terzo esempio di successione infinitesima non monotona si trova al punto b di
pag. 62
Le successioni divergenti positivamente o negativamente si dicono, invece, infinite.
1.3. Successioni espresse da polinomi in n. Consideriamo ad esempio an =
n2 , an = n3 , an = −2n3 + 4n2 + 5n + 1
Si tratta sempre di successioni divergenti. Il fatto é evidente per le prime due: per
la terza basta osservare che
4n2 5n 1
−2n3 + 4n2 + 5n + 1 = −2n3 (1 − 3 − 3 − 3 )
2n 2n 2n
ovvero
2 5 1
−2n3 + 4n2 + 5n + 1 = −2n3 (1 − − 2 − 3 )
n 2n 2n
Dalla quale espressione é facile riconoscere che il primo fattore diverge mentre il
secondo, quello tra parentesi tonde si avvicina ad 1, avendo tenuto conto che i
termini
2 5 1
, ,
n 2n2 2n3
sono infinitesimi.

1.4. L’ordine della divergenza. É molto utile attaccare, quando possibile, ad


ogni successione divergente l’ordine con cui essa diverge:
• an = n diverge con ordine 1
• an = n2 diverge con ordine 2
• an = √3n2 − 2n + 1 diverge con ordine 2
• an = n + 1 + 2 diverge con ordine 12
1
2 15 OTTOBRE 2001

É altrettanto utile riconoscere nella somma di piú addendi divergenti quelli di ordine
maggiore: esempio n + 10n é una somma divergente i cui termini sono ottenuti
sommando i piccoli addendi n con i grandissimi addendi 10n .
La domanda
Come aumentano i termini della successione n + 10n ?
ha una naturale risposta in ...come 10n !
1.5. Successioni razionali. Consideriamo ad esempio
n2 − 1
an =
n2 + n + 1
Con un minimo di algebra si riconosce che
1 − n12
an =
1 + n1 + n12
ed é evidente che l’espressione a numeratore come quella a denominatore convergono
ad 1, quindi
n2 − 1
lim 2 =1
n→∞ n + n + 1

Nota 1.5.1. Per decidere sulla convergenza o meno di una successione che si
presenti come quoziente di due successioni divergenti, provate sempre a valutare
l’ordine di divergenza delle due successioni, per poi comodamente riconoscere chi
dei due ordini vinca...!
Teorema 1.5.2 (Radici n-esime).

∀p > 1 lim n
p=1
n→∞
.
Proof. Una diseguaglianza fondamentale: ∀h > 0 : (1 + h)n ≥ 1 + nh :
deriva direttamente dallo sviluppo del binomio (1 + h)n che prevede, nel caso h ≥ 0
n + 1 addendi tutti positivi...

√ p−1
n
p = 1 + hn ⇒ p = (1 + hn )n ≥ 1 + nhn ⇒ 0 ≤ hn ≤
n
ovvero
p−1 √ p−1
0 ≤ hn ≤ ⇒ 1≤ np≤1+
√ n n
Aver riconosciuto che n p si trova compreso tra due successioni che convergono ad
1 basta per riconoscere il teorema... 
Corollario 1.5.3.

∀ 0 < p ≤ 1 lim n
p=1
n→∞
.
√ 1
Proof. n p= q
n 1

p

Teorema 1.5.4. ∀|α| < 1 limn→∞ αn = 0


1 1 1 1
Proof. α = 1+h → αn = (1+h)n ≤ 1+nh < nh
Ne segue che limn→∞ αn = 0 
Corollario 1.5.5. ∀|α| > 1 limn→∞ |αn | = ∞
15 OTTOBRE 2001 3

Limite infinito
La successione an = n ha limite piú infinito, o anche
lim n = +∞
n→∞

La successione an = 1 − n2 ha limite meno infinito, o anche


lim 1 − n2 = −∞
n→∞
sono espressioni comuni e comode con le quali si sintetizza che la prima diverge
positivamente, la seconda diverge negativamente.
I simboli +∞ e −∞ non rappresentano due costanti numeriche ma esprimono i
limiti delle successioni divergenti.
Con i simboli +∞ e −∞ si fa del resto una vera e propria aritmetica pratica: ha
perfettamente senso scrivere che +∞ + 10 = +∞ ovvero che 5∞ = ∞ ecc.
Operazioni improponibili sono tuttavia
• +∞ − ∞ = ???
• ∞∞ = ???

Le successioni regolari
Le successioni convergenti e le successioni che abbiano limite infinito sono com-
plessivamente dette successioni regolari.

2. Operazioni con i limiti


[COUR. JOHN pag 71] Disponendo di due successioni an e bn convergenti
lim an = a, lim bn = b
n→∞ n→∞
le successioni
an
cn = an + bn , cn = an − bn , cn = an .bn , cn =
bn
sono convergenti ai limiti prevedibili ! Fatte salve naturalmente le cautele relative
ai quozienti.
Nota 2.0.6. Provare le affermazioni fatte significa, ad esempio, verificare che,
• se limn→∞ an = a
• e se limn→∞ bn = b
• allora limn→∞ (an + bn ) = a + b
La verifica che un dato numero sia limite di una successione si fa provando che
esso soddisfa la definizione di limite.
Occorre quindi riconoscere che, fissato  > 0
|(an + bn ) − (a + b)| < 
ma é ovvio, per la proprietá triangolare che
|(an + bn ) − (a + b)| ≤ |an − a| + |bn − b|
tenuto conto quindi che i due addendi a secondo membro divengono bassi quanto
voglio pur di partire da indici n sufficientemente elevati, altrettanto piccolo sará
l’espressione |(an + bn ) − (a + b)|
La analoga verifica per il prodotto e per il quoziente é solo un po’ piú lunga..
4 15 OTTOBRE 2001

3. Forme indeterminate: quozienti di infiniti o di infinitesimi


L’operazione di quoziente tra due successioni infinite esula dalla comoda aritmet-
ica con +∞ e con −∞ : si dice che tale quoziente presenta una forma indeterminata.
Questa espressione significa che l’eventuale limite del quoziente di due successioni
divergenti non e’ determinabile dalla sola conoscenza dei limiti delle due
successioni, come invece accade quando si fa il quoziente di due successioni con-
vergenti (con quella a denominatore non infinitesima).

Analoga forma di indeterminazione si incontra quando si sottraggono due suc-


cessioni divergenti entrambe positivamente o entrambe negativamente: anche in
questo caso l’eventuale limite della differenza non e’ determinabile dalla sola
conoscenza dei limiti delle due successioni, come invece accade quando si fa
la differenza di due successioni delle quali una almeno convergente.

Ancora una forma di indeterminazione si incontra facendo il quoziente di due suc-


cessioni infinitesime: anche in questo caso l’eventuale limite del quoziente non
e’ determinabile dalla sola conoscenza dei limiti delle due successioni,
come invece accade quando si fa il quoziente di due successioni convergenti e non
infinitesime.

4. Teoremi fondamentali
Teorema 4.0.7 (Primo teorema del confronto). Se i termini di due successioni an
e bn verificano tutti (tranne al piú un numero finito di essi) la diseguaglianza
an ≤ bn
allora se le due successioni convergono anche i rispettivi limiti continuano a verifi-
care la stessa diseguaglianza.
Proof. Il risultato é evidente se pensiamo al fatto che i termini di una successione
convergente approssimano indefinitamente il limite 
Nota 4.0.8. ATTENZIONE: anche se i termini verificassero la diseguaglianza
stretta an < bn i limiti potrebbero tranquillamente limitarsi a soddisfare quella
tenue, cioé venire uguali (Esempio an = − n1 , bn = n1 )
Teorema 4.0.9 (Secondo teorema del confronto). Se an e bn sono due successioni
convergenti ad a e b rispettivamente con a < b allora esiste N ∈ N tale che n >
N ⇒ an < bn
Proof. I numeri an si devono accostare sempre piú ad a, i numeri bn devono ac-
costarsi a b, b é piú grande di a, quindi... 
Corollario 4.0.10. I termini di una successione convergente ad un numero positivo
sono definitivamente positivi.

5. I compiti a casa: i limiti del terzo esercizio

CONSIGLI:
Sforzatevi di valutare l’ordine di divergenza delle successioni a numeratore e a
denominatore e a confrontarli per riconoscere il vincitore...
15 OTTOBRE 2001 5

6. Successioni e serie
Ogni successione
a1 . a2 , a3 , ... − an , ....
determina una serie
n
X
S1 = a1 , S2 = a1 + a2 , S3 = a1 + a2 + a3 , Sn = ai , ...
i=1

Ogni serie determina una successione: siano

S1 , S2 , S3 ....

le somme parziali della serie.


La successione che le genera é semplicemente

a1 = S1 , a2 = S 2 − S 1 , a3 = s3 − S2 , ...

Nel corso del calcolo si passa frequentemente da una successione alla serie asso-
ciata e viceversa, convinti di non cambiare le carte in tavola ma semplicemente
trasformando lo stesso problema sotto un’altra forma sperando di trarne vantaggio.

7. Ancora sul numero e

n ∞
X 1 X 1
e = lim =
n→∞
i=0
i! i=0
i!

Stime numeriche per e


Pn
Indichiamo Sn = i=0 i!1 : riesce, per n > m
n n  i
X 1 1 X 1
Sm < Sn = Sm + ≤ Sm +
i=m+1
i! (m + 1)! i=0 m + 1

1 m+1 1
Sm < S n ≤ Sm + = Sm +
(m + 1)! m m.m!
ovvero
1
Sm < Sn < Sm +
m.m!
relazione valida per tutti gli Sn con n > m quindi anche per il loro limite e.
Riesce quindi
1
Sm < e < S m +
m.m!
ovvero
e = Sm + hm
1
sapendo che 0 < hm < m.m! .
6 15 OTTOBRE 2001

Suggerimento: provate a tabulare la catena di diseguaglianze indicate relativa-


mente ai primi 10 valori di m
2 3
5 11
2 4
8 49
3 18
65 87
24 32
163 1631
60 600
1957 11743
720 4320
685 31967
252 11760
109601 876809
40320 322560
98641 8877691
36288 3265920
9864101 4697191
3628800 1728000
ovvero
2.00000000000000000 3.00000000000000000
2.50000000000000000 2.75000000000000000
2.66666666666666667 2.72222222222222222
2.70833333333333333 2.71875000000000000
2.71666666666666667 2.71833333333333333
2.71805555555555556 2.71828703703703704
2.71825396825396825 2.71828231292517007
2.71827876984126984 2.71828187003968254
2.71828152557319224 2.71828183176562806
2.71828180114638448 2.71828182870370370
Si noti quanti pochi addendi bastino per ottenere e con tre decimali esatti...
17 OTTOBRE 2001

1. Alcuni teoremi fondamentali


I teoremi che considereremo sono fondati sulla teoria dei numeri reali, sulla loro
struttura, sulle loro proprieta’: studueremo attentamente i numeri reali non appena
ne sentiremo la necessita’, per ora accettiamo su di essi l’immagine di continuita’
suggerita dalla idea intuitiva della retta reale.

[COUR.JOHN, pag 95].

1.1. Il principio di continuitá. Ogni successione di intervalli {In = [xn , yn ]}


chiusi, limitati e incapsulati, cioé In+1 ⊆ In , contiene almeno un x ∈ In , ∀n

1.2. Teorema di compattezza di Bolzano-Weierstrass.


Definizione 1.2.1 (Sottosuccessione). Sia {nk } una qualunque successione di na-
turali crescente e illimitata superiormente: la successione {xnk } si dice una sotto-
successione di {xn }.
Definizione 1.2.2 (Punto di accumulazione). Un punto x si dice punto limite o
punto di accumulazione per una successione {xn } se ogni intervallo aperto (x−, x+
) contiene infiniti elementi della successione, ovvero contiene una sottosuccessione
{xnk } di {xn }.
Teorema 1.2.3 (Teorema di Bolzano-Weierstrass). Ogni successione {xn } limitata
ammette almeno un punto di accumulazione.
Teorema 1.2.4 (Teorema di Bolzano-Weierstrass). Ogni successione {xn } limitata
ammette almeno una sottosuccessione convergente.

2. Teoremi sulle funzioni continue

Esistena del massimo: pag.101, secondo comma

Teorema 2.0.5 (Teorema di Weierstrass). Ogni funzione f (x) continua in un


intervallo chiuso e limitato [a, b] ha massimo e minimo.

Uniforme continuitá: pag.100, terzo comma

Definizione 2.0.6 (Continuitá uniforme). Sia f (x) una funzione continua nell’intervallo
I (aperto, chiuso, semichiuso, limitato, non limitato,...): essa si dice uniforme-
mente continua in I se assegnato comunque  > 0 esiste in corrispondenza una
quantitá δ tale che comunque si prendano due punti x1 , x2 ∈ I distanti tra loro per
meno di , riesca |f (x1 ) − f (x2 )| < 
1
2 17 OTTOBRE 2001

Teorema 2.0.7 (Teorema di Cantor). Ogni funzione f (x) continua in un intervallo


I, chiuso e limitato, é uniformemente continua in tale intervallo.

3. Limiti di funzioni
[cfr. pag. 82-83]
Sia f (x) definita nell’intervallo I, aperto, chiuso, semichiuso, ecc. e sia ξ ∈ I o ξ
sia uno degli estremi di I.
Si dice che f (x) ha limite η nel punto ξ se i valori di f (x) si accostano al valore η
mano mano che x ∈ I si avvicina a ξ (mantenendosi distinto da ξ).

La scrittura tradizionale per indicare ció é


lim f (x) = η
x→ξ

É ovvio attendersi che se f (x) é una funzione continua in I e se ξ ∈ I allora


lim f (x) = f (ξ)
x→ξ

Se ne deduce che il calcolo di limiti sará interessante e utile proprio nei casi in
cui non sia ξ ∈ I.
3.1. La funzione sinx x . Si tratta di una funzione continua in x 6= 0.
L’unico punto interessante su cui cercare il limite é quindi ξ = 0.
La figura 1.47 di pag. 84 illustra in modo chiarissimo come vanno le cose riferendosi
a valori x positivi e minori di π/2.
sin x ≤ x ≤ tan x
ovvero
sin x 1
1≤ ≤
x cos x
é evidente che piú x si avvicina a 0 tanto piú cos1 x si avvicina ad 1: quindi si
riconosce che
x
lim =1
x→0+ sin x
ovvero, passando ai reciproci risulta anche
sin x
lim+ =1
x→0 x
Tenuto conto che sinx x é una funzione pari si riconosce che i valori che prende sui
numeri positivi sono gli stessi che prende sui negativi, quindi...
3.2. La funzione 1−cos
x2
x
. Si tratta di una funzione continua in x 6= 0.
L’unico punto interessante su cui cercare il limite é quindi ξ = 0. Tenuto conto che,
moltiplicando e dividendo per 1 + cos x si ha
1 − cos x sin2 x
=
x2 x2 .(1 + cos x)
ovvero  2
1 − cos x sin x 1
= .
x2 x 1 + cos x
si ricava
1 − cos x 1
lim 2
=
x→0 x 2
17 OTTOBRE 2001 3

4. I limiti all’infinito
Se una f (x) é definita su un intervallo illimitato superiormente o inferiormente
ha senso cercare il limite della funzione per
x → +∞
ovvero per
x → −∞
Dire che f (x) ha limite η per x → +∞, in simboli
lim f (x) = η
x→+∞

vuol dire che i valori f (x) si stabilizzano mano che x assume valori positivi via via
piú grandi, verso il numero η.

Esempio: la funzione sin x non ha limite per x → +∞, e come essa non ha limite
nessuna funzione periodica (a meno che non sia addirittura costante).

Esempio: la funzione 1 − x non ha limite per x → +∞ semplicemente perché
tale funzione non é definita oltre x = 1
1
Esempio: La funzione x ha limite 0 per x → +∞.
sin x
Esempio: La funzione x ha limite 0 per x → +∞.

Problema: Ha senso cercare il limite per x → +∞ di una funzione razionale ? É


facilmente prevedibile il suo valore ?

Problema:Provate che  x
1
lim 1+ =e
x→+∞ x
e che anche  x
1
lim 1+ =e
x→−∞ x
ovvero che 1
lim (1 + η) η = e
η→0

1 n

Riconoscete prima che la successione 1 + n converge ad e
[cfr.COUR.JOHN pag 79]
19 OTTOBRE 2001

1. Il numero e
1.1. Il numero e di Nepero.

X 1
e=
n=0
n!

La definizione é ben posta perché la serie, a termini positivi proposta é convergente:


basta eseguire un confronto con la serie geometrica di ragione q = 1/2.

1.2. Stime numeriche per e.

n ∞
X 1 X 1
e = lim =
n→∞
i=0
i! i=0
i!

Pn 1
Indichiamo Sn = i=0 i! : riesce, per n > m

n n  i
X 1 1 X 1
Sm < Sn = Sm + ≤ Sm +
i=m+1
i! (m + 1)! i=0 m + 1

1 m+1 1
Sm < Sn ≤ Sm + = Sm +
(m + 1)! m m.m!

ovvero
1
Sm < Sn < Sm +
m.m!

relazione valida per tutti gli Sn con n > m quindi anche per il loro limite e.
Riesce quindi
1
Sm < e < S m +
m.m!
ovvero
1
e = Sm + hm , 0 < hm < .
m.m!
1
2 19 OTTOBRE 2001

Suggerimento:
provate a tabulare la catena di diseguaglianze indicate relativamente ai primi 10
valori di m

2 3

5 11
2 4

8 49
3 18

65 87
24 32

163 1631
60 600

1957 11743
720 4320

685 31967
252 11760

109601 876809
40320 322560

98641 8877691
36288 3265920

9864101 4697191
3628800 1728000

ovvero
2.00000000000000000 3.00000000000000000

2.50000000000000000 2.75000000000000000

2.66666666666666667 2.72222222222222222

2.70833333333333333 2.71875000000000000

2.71666666666666667 2.71833333333333333

2.71805555555555556 2.71828703703703704

2.71825396825396825 2.71828231292517007

2.71827876984126984 2.71828187003968254

2.71828152557319224 2.71828183176562806

2.71828180114638448 2.71828182870370370

Si noti quanti pochi addendi bastino per ottenere e con tre decimali esatti...
19 OTTOBRE 2001 3

Teorema 1.2.1. Il numero reale e non é razionale.


Proof. É evidente, ad esempio dalle prime stime numeriche precedenti che e non é
un’intero. Supponiamo, per assurdo, che
p
e=
q
con q ≥ 2.
Dalle stime numeriche precedenti si ha
q
X 1 1
e− ≤ .
n=0
n! q.q!
p
Moltiplicando membro a membro per q! si avrebbe, posto e = q

q q
X 1 p X 1 1
q!.(e − ) = q! − q! ≤ .
n=0
n! q n=0
n! q

dove a primo membro figurerebbe un intero e a secondo membro un numero minore


di 1q ≤ 12 .
L’unico intero che possa verificarla é lo zero.
Quindi ne seguirebbe l’uguaglianza
q
X 1
e=
n=0
n!

che non puó essere vera perché sicuramente


m
X 1
e> , ∀m
n=0
n!

Nota 1.2.2. Il teorema dimostrato é notevole: pur non sapendo gran che sul valore
e siamo riusciti ad escludere che possa essere espresso da alcun numero razionale.
Nessun computer avrebbe potuto provare questo risultato.
Notate che il risultato dipende dalla conoscenza della somma della serie geometrica
e da elementari maggiorazioni.

2. Il numero e come limite di una successione


Indichiamo con
 n
1
Tn = 1+
n
riesce:
• Tn é limitata superiormente
• Tn é monotona crescente
• limn→∞ Tn = e
4 19 OTTOBRE 2001

2.1. Tn é limitata superiormente. Dal binomio di Newton si ha


 n      
1 1 1 1 1 1 n−1
1+ =1+n + 1− + ... 1− ... 1 −
n n 2! n n! n n
Ne segue
1 1
Tn ≤ 1 + 1 + + ... + ≤e
2! n!
2.2. Tn é monotona crescente. L’espressione di Tn precedentemente trovata
tramite il binomio di Newton e qualche semplificazione algebrica
     
1 1 1 1 n−1
Tn = 1 + 1 + 1− + ... 1− ... 1 −
2! n n! n n
e, di conseguenza
     
1 1 1 1 n
Tn+1 =1+1+ 1− + ... + 1− ... 1 −
2! n+1 (n + 1)! n+1 n+1
mostra abbastanza chiaramente che Tn+1 si compone di addendi confrontabili con
quelli di Tm ma:
• un po’ piu’ grandi (i denominatori sono n + 1 invece di n, quindi si sottrag-
gono termini piú piccoli)
• c’é un addendo in piú (dopo gli 1 + 1 iniziali abbiamo addendi da 2 fino ad
(n + 1) nel caso di Tn+1 in luogo dei soli da 2 ad n in Tn )
Nota 2.2.1. Le due osservazioni (limitatezza e monotonia crescente) garantiscono
la convergenza di Tn .
2.3. Convergenza ad e. Consideriamo l’espressione di Tm
     
1 1 1 1 m−1
Tm = 1 + 1 + 1− + ... 1− ... 1 −
2! m m! m m
fissato comunque n per m > n tutti i Tm verificano la diseguaglianza (a secondo
membro meno addendi dei giusti competenti a Tm )
     
1 1 1 1 n−1 1 1
Tm ≥ 1 + 1 + 1− + ... 1− ... 1 − ≥ 1 + 1 + + ... +
2! m n! m m 2! n!
Ne segue che

1 1
lim Tm ≥ 1 + 1 + + ... +
m→∞ 2! n!
Tenuto conto che era stato provato che Tn ≤ e si ha quindi
1 1
e ≥ Tm ≥ 1 + 1 + + ... +
2! n!
diseguaglianza soddisfatta da tutti gli m successivi all’n scelto. Tenuto conto che
• i Tm convergono a qualcosa che non puó superare e per la prima limitatezza
riconosciuta
1 1
• le espressioni 1 + 1 + 2! + ... + n! sono prossime ad e quanto si desideri
ricordato che esse convergono ad e
• il limite della successione {Tm } non puó essere che e stesso !
19 OTTOBRE 2001 5

2.4. Il caso della successione (1+ n1 )n con n < 0. Consideriamo le ovvie identitá
algebriche seguenti

1 n n −n 1 1 1
(1 + ) =( ) = (1 + )−n = (1 + )−n−1 (1 + )
n n+1 −n − 1 −n − 1 −n − 1
ca cui si vede che le due successioni
1 1
(1 + )n , (1 + )−n−1
n −n − 1
differiscono per un fattore prossimo ad 1 se n é grande.
Morale:
1 1
lim (1 + )n = e = lim (1 + )n
n→+∞ n n→−∞ n
n
3. Una successione generalizzata 1 + nλ λ∈N

 n   nλ !λ
λ 1
1+ = 1+ n
n λ

Indicata con n


λ λ
Gn = 1 + ,
n
manipolando appena la successione si ha, posto m = nλ , parte intera,
 

 m  m+1
1 1
1+ ≤ Gn ≤ 1+
m+1 m
ovvero
1 m+1 m
(1 + m+1 )

11
1 ≤ Gn ≤ .(1 + )
1+
(1 + m+1 ) mm
Le due successioni a sinistra e a destra sono composte di due fattori, uno evidente-
mente convergente ad e l’altro convergente ad 1, quindi
lim Gn = e
n→∞
e, quindi  n
λ
lim 1+ = eλ
n→∞ n
3.1. Il caso λ = pq .
 n   qn  qn  q1
λ p q
p
1+ = 1+ = 1+
n q.n q.n
da cui, tenuto conto che  qn
p
lim 1 + = ep
n→∞ q.n
segue
p n
!
q p
lim 1+ = eq
n→∞ n
6 19 OTTOBRE 2001

3.2. Il caso λ ∈ R+ . É accettabile il risultato


 n
λ
lim 1 + = eλ
n→∞ n
che, tra l’altro riposa sul significato corretto da dare all’espressione eλ quando λ
non sia razionale (solita esigenza di una solida teoria dei reali).

1 x

4. Una funzione importante: f (x) = 1 + x

La funzione f (x) é definita certamente per x > 0 e per x < −1. Ha senso
cercarne l’eventuale limite per x → +∞, considerato che, almeno sugli interi, tale
limite é ben noto, e.
Indicata con n = [x] la parte intera si ha, per x ≥ 1
 n  n+1
1 1
1+ ≤ f (x) ≤ 1 +
n+1 n
Le due successioni minoranti e maggioranti f (x) convergono ad e quindi anche f (x)
converge ad e.
4.1. Il limite per x → −∞. Consideriamo la seguente identitá algebrica
1 x+1 1 1
1+ = = x = 1
x x x+1 1 − x+1
ovvero  x  −x
1 1
1+ = 1+
x −x − 1
ovvero ancora
 x  −x−1  
1 1 1
1+ = 1+ . 1+
x −x − 1 −x − 1
ovvero,

1
f (x) = f (−x − 1). 1 +
−x − 1
Tenuto conto che per x grande in modulo il fattore a secondo membro
 
1
1+ '1
−x − 1
si riconosce che

lim f (x) = lim f (x) = e


x→−∞ x→+∞

Nota 4.1.1. In altri termini l’espressione


 a
1
1+
a
per valori di a di modulo alto é prossima ad e.
19 OTTOBRE 2001 7

5. Alcuni sottoprodotti del limx→∞ (1 + x1 )x = e


Avere riconosciuto che

1 x 1
lim (1 + ) = lim (1 + )x = e
x→−∞ x x→+∞ x
equivale a riconoscere che
1
lim (1 + η) η = e
η→0

Accettando per nota la continuitá della funzione logaritmo ne segue allora che

1 log(1 + η)
lim log(1 + η) η = lim =1
η→0 η→0 η
come pure, ovviamente,
η
lim =1
η→0 log(1 + η)

fenomeno che si esprime con la nota approssimazione


log(1 + x) ' x
per x ' 0.

6. Il sottoprodotto relativo alla funzione ex


Scegliendo nella stima precedente x = et − 1 si ottiene

log(et ) ' et − 1
ovvero, per t ' 0
et − 1 ' t
ovvero ancora

et − 1
lim =1
t→0 t

6.1. Le altre funzioni esponenziali ax . Un problema ovvio é decidere se per


potenze di basi differenti da e si abbiano stime simili

at − 1 ' t ???

La risposta é in generale no: ma se ne ricavano altre in modo molto semplice:


• 1. at = et. log a
• 2. at − 1 = et. log a − 1 ' t. log a
t
• 3. limt→0 a t−1 = log a
La stima pertanto é
at − 1 ' t. log a
8 19 OTTOBRE 2001

7. Definizione (e continuitá) della funzione esponenziale ax


[COUR.JOHN pag 86 fondo]
1
Sia a > 0 : le potenze a q sono definite in modo standard come radici, ovvero come
soluzioni positive dell’equazione
xq = a.
p
Le potenze ad esponente razionale a q sono definite come
 1 p
aq
Le potenze ad esponente non razionale si definiscono come limiti di opportune
successioni √
a 2 = lim{a1 , a1.4 , a1.41 , ...}
La questione da risolvere é se tale successione√sia effettivamente convergente: se
sciaguratamente non lo fosse la definizione di a 2 assunta sarebbe illusoria...

Indichiamo con rn n ∈ N la successione di razionali approssimanti 2 ovvero
approssimanti l’esponente non razionale α col quale vogliamo lavorare.
Perché la successione
{arn }
sia convergente occorre e basta che verifichi il test di convergenza di Cauchy, cioé
comunque si scelga  > 0 deve riuscire
|arn − arm | = arn arm −rn − 1 ≤ 

per tutti gli n, m > N . La approssimazione precedentemente stabilita


at − 1 ' t. log a
, prendendo t = rn − rm consente di riconoscere che

arn − arm = arn arm −rn − 1 ' arn (rm − rn ). log a




Quindi, tenuto conto che la successione di razionali rn convergente ad α é limitata


e, quindi tali riescono anche le potenze arn ≤ M si ha

|arn − arm | ≤ M. log a.|rm − rn |


diseguaglianza che riconosce come
• essendo la successione rn convergente scelto  > 0 riesca |rm − rn | <  per
n, m > N
• ne segua che, sempre per n, m > N riesca
|arn − arm | ≤ M. log a.
• e quindi la successione arn sia convergente.
Morale:
La successione (certamente di non facile costruzione neanche essa)
{a1 , a1.4 , a1.41 , ...}
é convergente: quindi il suo limite puó legittimamente essere preso come definizione
di √
a 2.
23 OTTOBRE 2001

1. Criterio del rapporto per serie


Definizione 1.0.1 (Convergenza di una serie). La serie
X∞
ak
k=0
si dice convergente se tale risulta la successione
Xn
Sn = ak
k=0
delle somme parziali.
Nota 1.0.2. Le serie per le quali si puó riconoscere piú agevolmente la convergenza
(o meno) sono quelle a termini positivi.
La loro successione delle somme parziali Sn é monotona crescente, quindi per ri-
conoscerne la convergenza basta poter riconoscere che riesca
Sn ≤ M, ∀n ∈ N
Teorema 1.0.3 (Teorema del confronto). Date due serie a termini positivi
X∞ X∞
ak , bk , ak ≤ bk ∀k ≥ N
k=0 k=0
• se la serie B (la maggiorante) converge, converge, di conseguenza, anche la
A (la minorante)
• se la serie A (la minorante) diverge,diverge, di conseguenza, anche la B (la
maggiorante.
Nota 1.0.4. Davanti ad una serie a termini positivi il problema di decidere se sia
convergente o meno si riduce ordinariamente
• nella ricerca di serie a termini positivi convergenti conosciute che risultino
maggioranti, almeno da un certo indice N in poi, di quella in esame
• ovvero nella ricerca di serie a termini positivi divergenti conosciute che
siano minoranti, almeno da un certo indice N in poi, di quella in esame
Risolta positivamente una delle due ricerche si ha la risposta al problema.
Nota 1.0.5. Le serie convergenti a termini positivi piú conosciute sono le serie
geometriche
X∞
M.q k , 0≤q<1
k=0

Le serie divergenti a termini positivi piú conosciute sono le serie geometriche



X
M.q k , q>1
k=0
1
2 23 OTTOBRE 2001

É quindi naturale che i confronti suggeriti siano prevalentemente fatti con esse.
P∞
Teorema 1.0.6 (Criterio del confronto). Sia k=0 ak una serie a termini positivi,
• se
ak+1
lim =q<1
k→∞ ak
la serie é convergente,
• se
ak+1
lim =q>1
k→∞ ak
la serie é divergente.
Proof. La condizione
ak+1
lim =q<1
k→∞ ak
implica, per un q < r < 1
ak+1
< r < 1, k≥N
ak
ovvero
aN +1 ≤ r.aN , aN +2 ≤ r2 .aN , aN +3 ≤ r3 .aN , ecc.
. Quindi i termini della serie, da quello di un certo posto N in poi sono maggiorati
al modo seguente
aN +k ≤ rk .aN
I termini

sono quelli di una serie a termini positivi convergente perché r < 1.


Tanto basta a riconoscere che la serie é convergente.

Viceversa l’altra condizione implica


ak+1
> r, k≥N
ak
Quindi, con analogo procedimento si riconosce che la serie a termini positivi diver-
gente
X∞
aN .rk
k=0
é minorante della serie assegnata, quindi quest’ultima é divergente.


2. L’ordine di infinitesimo
Il seguente risultato si basa sul fatto che le serie
∞ ∞
X 1 X 1
, , ecc...
k2 k3
k=0 k=0

sono convergenti.
23 OTTOBRE 2001 3

Teorema 2.0.7. Le serie a termini positivi



X
ak
k=0

con termini che abbiano un ordine di infinitesimo superiore ad 1, cioé


1
ak ≤ M. α , α > 1
k
sono convergenti.

La dimostrazione sará ottenuta facilmente con qualche strumento di tipo integrale.

3. La convergenza assoluta
La convergenza di serie

X
ak
k=0
a termini non tutti positivi (ovvero non tutti dello stesso segno) si stabilisce con
maggiori difficoltá: il motivo é che la successione delle somme parziali cessa di
essere monotona e quindi cessa di beneficiare del comodo test di convergenza delle
successioni monotone.
Esiste tuttavia una condizione sufficiente alla convergenza abbastanza maneggevole,
espressa dal seguente
Teorema 3.0.8 (Convergenza assoluta). La serie

X
ak
k=0

converge se riesce convergente la serie



X
|ak |
k=0

dei suoi valori assoluti.


Il risultato é fondato sul Criterio di convergenza di Cauchy per le successioni e
sulla diseguaglianza triangolare.
Fornisce una condizione maneggevole perché servendosi del criterio del rapporto é
abbastanza possibile esaminare la convergenza (o meno) della serie

X
|ak |
k=0
.
Nota 3.0.9. Si noti comunque che la condizione espressa dal teorema di conver-
genza assoluta é solo sufficiente: potrebbe cioé accadere che pur non convergendo
la serie

X
|ak |
k=0
dei valori assoluti, la serie assegnata sia convergente.
4 23 OTTOBRE 2001

4. Compiti a casa: foglio 3


4.1. Somma di una serie. Si conoscono bene le somme di pochissime serie, tra
di esse
• le serie geometriche
• le serie telescopiche

X
(ak+1 − ak )
k=0
Per queste ultime riesce evidentemente
Sn = {(a1 − a0 ) + (a2 − a1 ) + (a3 − a2 ) + ... + (an+1 − an )} = an+1 − a0
da cui evidentemente
S = lim an − a0
Nota 4.1.1. Le espressioni razionali si possono spesso decomporre in somme (o
differenze) di espressioni razionali piú semplici...
Provate con l’espressione (i) del primo esercizio !

4.2. Convergenza, carattere di una serie. La convergenza (o meno) di una


serie a termini positvi si riconosce sempre e solo con
• Confronti (anche prodotti implicitamente dal criterio del rapporto)
• Ordine di infinitesimo

5. Limiti di funzioni
Occorre avere ben chiari alcuni limiti non ovvi e frequentemente utilizzati nel
calcolo (vedi esercizio 2 del Foglio 2) :

sin x
lim =1
x→0 x

1 − cos x 1
lim 2
=
x→0 x 2

ex − 1
lim =1
x→0 x

log(1 + x)
lim =1
x→0 x

en
lim = +∞, ∀k ∈ N
n→+∞ nk

ex
lim β = +∞, ∀β > 0
x→+∞ x

lim+ xα . log x = 0, ∀α > 0
x→0
23 OTTOBRE 2001 5

Consideriamo l’ultimo limite: esso deriva con piccole manipolazioni da quello noto

ex
lim = +∞
x→+∞ x

Prendiamo

x = α.| log t|

con t > 0, piccolo...

α
eα.| log t| e− log t 1
= = α
α.| log t| −α. log t −α.t . log t

Tenuto conto che per t piccolo | log t| é grande e quindi il primo rapporto dei tre é
grande... ne segue che evidentemente il denominatore

1
−α.tα . log t

é piccolo... : cioé tα . log t ha limite 0 per t → 0+ .


6 23 OTTOBRE 2001

6. Funzioni holderiane...
La scoperta che
lim xα . log x = 0, ∀ α>0
t→0+
é alla base dell’importante esempio 13 di pag. 118.
Naturalmente si tratta di risultati tecnici abbastanza raffinati, certamente non ovvi
per studenti alle prime armi.
Chi non é particolarmente interessato tralasci subito questo paragrafo !

A pagina 43 del libro si parla di due famiglie di funzioni continue importanti:


• Le funzioni Lipschitziane
• Le funzioni holderiane
La condizione che distingue tali funzioni é una maggiorazione della differenza
|f (x) − f (y)|
collegata alla distanza tra x ed y.
• Lipschitziane:
|f (x) − f (y)|
≤L
|x − y|
• Holderiane:
|f (x) − f (y)|
≤ L, α ∈ (0, 1)
|x − y|α

Geometricamente la condizione di Lipschitz corrisponde a che le corde tra due punti


del grafico abbiano tutte una pendenza limitata, infatti il quoziente
|f (x) − f (y)|
|x − y|
rappresenta la tangente trigonometrica dell’angolo formato dalla corda di estremi
(x, f (x)) e (y, f (y)) con l’orizzontale.
Le funzioni non lipschitziane hanno evidentemente corde che, seppur brevi, hanno
pendenze non limitate.
In altri termini dire che una funzione f (x) definita in un intervallo I non é lip-
schitziana vuol dire che comunque scelga un intero n ci saranno due punti xn , yn ∈ I
tali che la corda di estremi (xn , f (xn )) e (yn , f (yn )) ha pendenza superiore ad n.

La condizione di Holder non garantisce la pendenza limitata delle corde: anzi piú
consideriamo funzioni solamente holderiane con esponenti α piccoli piú dobbiamo
attenderci pendenze elevate.
I grafici relativi all’intervallo [0, 1] delle funzione
√ √ √
x2 , , x, x, 3 x, 4 x
esibiscono bene il fenomeno:
2
• le prime due,
√x , √ , x sono
√ lipschitziane,naturalmente in [0, 1],
• le altre tre x, 3 x, 4 x sono holderiane di esponenti 12 , 13 , 14
La limitatezza delle pendenze, non piú di 65 gradi per le prime due, e l’uscita con
tangente verticale dall’origine delle altre tre é del tutto evidente.

A pagina 118 l’Esercizio 13 propone una funzione,


23 OTTOBRE 2001 7

 1
x 6= 0
| log |x||
f (x) =
0 x=0
evidentemente continua in un intorno di 0 ma che viene dichiarata non holderiana.
É abbastanza evidente che i rapporti
|f (x) − f (0)|
|x − 0|α
saranno quelli a non mantenersi limitati per alcuna scelta di α e quindi a dar ragione
alla dichiarazione che la funzione non é holderiana.

La scelta, nel libro, di riferirsi a logaritmi in base 2 non é determinante.


Calcoliamo il quoziente
|f (x) − f (0)|
|x − 0|α
scegliendo punti
1
xn = n

Si ha

|f (x) − f (0)| |f (xn )|


=
|x − 0|α |xn |α
en en
n = α. → +∞
α n
La non limitatezza evidentemente é raggiunta !

Un esperimento grafico:

Provate a disegnare i grafici


• della funzione proposta nell’Esercizio 13, servendovi tranquillamente dei
logaritmi naturali,
• e di una potenza xs con s minore di 1 a vostra scelta,
grafici relativi ad intervalli vicini all’origine (ad esempio [0.01, 0.5] oppure [0.00001, 0.00002],
ecc.)
Vedrete che il grafico della funzione dell’esercizio 13 sta sempre (scegliendo l’intervallo
assai vicino all’origine) piú alto del grafico di xs .
Tenuto conto che entrambe, la f(x) dell’es. 13 e la potenza che avete scelta devono
arrivare sull’origine il fenomeno vuol dire che, prima o poi la f (x) dovrá avere una
pendenza superiore a quella della xs che avete scelto...

Nota 6.0.1. La non limitatezza del quoziente


1
| log |x||
|xn |α
corrisponde del resto al sapere che, comunque si prenda α ≥ 0 riesce
lim |x|α log |x| = 0
x→0
25 OTTOBRE 2001

1. La definizione di integrale
[COURANT JOHN, Cap.2, pag. 119]

1.1. Area. Idea intuitiva di area di una regione del piano, come numero dei quadretti
di una carta quadrettata che cadano dentro la regione, accettando anche di preci-
sare i quarti di quadretto o, eventualmente, i decimi di quadretto...

Proprietá fondamentali sottintese:


• l’area é un numero positivo che dipende dall’unitá di misura adottata,
• figure congruenti, cioé ottenute con un movimento rigido, devono avere la
stessa area,
• per i rettangoli l’area deve essere il prodotto delle misure dei lati
• l’ area di una regione deve essere la somma delle aree di due regioni in cui
la prima venga decomposta.
• se una regione A contiene una regione B allora l’area di A deve essere
maggiore o uguale a quella di B

Le poche cose dette consentono giá alcune risposte precise:


• Le regioni decomponibili in rettangoli, regioni che é naturale chiamare
plurirettangoli, hanno un’area indiscutibile: la somma delle aree, prodotto
dei lati, dei rettangoli che le compongono,
• Per ogni regione R scelte due regioni composte di rettangoli
R0 ⊆ R ⊆ R00
riesce

A(R0 ) ≤ A(R) ≤ A(R00 )


Nota 1.1.1. Il valore A(R) riesce perfettamente individuato se riesco a costruire
due successioni di plurirettangoli Rn0 ed Rn00 tali che ∀ > 0 esista N tale che
A(Rn00 ) − A(Rn0 ) ≤ , ∀n ≥ N
Nota 1.1.2. Il procedimento precedente si chiama metodo di esaustione ed é quello
usato per attribuire un’area credibile a numerose regioni considerate in geometria
euclidea (triangoli, cerchi, ecc.)
1.2. L’area di un sottografico. Consideriamo una funzione definita nell’intervallo
[a, b], non negativa, consideriamo la regione
R = {(x, y) | a ≤ x ≤ b, 0 ≤ y ≤ f (x) }
detta sottografico di f x) relativamente all’intervallo [a, b]
1
2 25 OTTOBRE 2001

Definizione 1.2.1 (Integrale di una funzione). Si definisce integrale della funzione


f sull’intervallo [a, b] il numero Fab area del sottografico.
Esso viene indicato con
Z b
f (x)dx
a

Per conoscere numericamente il numero Fab si fa uso, in molti casi, delle conoscenze
geometriche sull’area di regioni piane, in altri casi si fa uso di approssimazioni,
tramite l’uso di plurirettangoli:
• Si divide l’intervallo [a, b] in piú intervalli
• L’area del sottografico relativo a ciascuno di tali subintervalli viene ap-
prossimata con quella di due rettangoli che hanno come base il subinter-
vallo e come altezze il minimo e il massimo che la funzione prende in tale
subintervallo

2. Alcuni esempi
2.1. Le funzioni lineari. .
Se
f (x) = γ
allora, evidentemente, formula dell’area del rettangolo di altezza γ e base b − a
Z b
γdx = γ(b − a)
a

Se invece f (x) = x
Z b
a+b 1 2
b − a2

xdx = (b − a) =
a 2 2
avendo calcolato l’area del sottografico, un trapezio rettangolo con la formula
dell’area del trapezio.

Se non avessimo saputo la formula dell’area dei trapezi ? Si divideva l’intervallo


[a, b] in n subintervalli uguali, di lunghezza
b−a
h=
n
.
I plurirettangoli approssimanti il sottografico hanno aree
n−1
X n−1
X
A(Rn0 ) = a.h+(a+h)h+(a+2h)h+...(a+(n−1)h)h = h. (a+kh) = hna+h2 k
k=0 k=0
25 OTTOBRE 2001 3

n
X n
X
A(Rn00 ) = (a + h)h + (a + 2h)h + ...(a + nh)h = h. (a + kh) = hna + h2 k
k=1 k=1
Tenuto conto che
n−1 n
X n(n − 1) X n(n + 1)
k= , k=
2 2
k=0 k=1
riesce
n(n − 1) n(n + 1)
A(Rn0 ) = hna + h2 , A(Rn00 ) = hna + h2
2 2
ovvero
n(n − 1) n(n + 1)
A(Rn0 ) = (b − a)a + (b − a)2 , A(Rn00 ) = (b − a)a + (b − a)2
2n2 2n2
quantitá che hanno evidentemente lo stesso limite
(b − a)2
lim A(Rn0 ) = (b − a)a + = lim A(Rn00 )
n→+∞ 2 n→+∞

b2 − a2
=
2

2.2. Il caso della parabola. Se invece f (x) = x2 , il sottografico della parabola,


non abbiamo formule per l’area nell’archivio delle figure geometriche elementari.
Seguiamo le somme su subintervalli come fatto prima:

A(Rn0 ) = a2 .h + (a + h)2 h + (a + 2h)2 h + ...(a + (n − 1)h)2 h


A(Rn00 ) = (a + h)2 h + (a + 2h)2 h + ...(a + nh)2 h
Svolti i quadrati si ottiene:
( n−1 n−1
)
X X
0 2 2 2
A(Rn ) = h na + 2ah k+h k
k=0 k=0
( n n
)
X X
A(Rn00 ) 2
= h na + 2ah k+h 2
k 2

k=0 k=0
Per proseguire occorre la formula esplicita per la somma dei quadrati dei naturali
da 1 ad m.

(m + 1)3 - m3 = 3m2 + 3m + 1
3
m - (m − 1) = 3(m − 1)2 + 3(m − 1)
3
+ 1
(m − 1)3 - (m − 2)3 = 3(m − 2)2 + 3(m − 2) + 1
... ... = ... ... ... ... ... ...
23 - 13 = 3.12 + 3.1 + 1
Sommando membro a membro si ottiene:
X m m
X
(m + 1)3 − 1 = 3 k2 + 3 k+m
k=1 k=1
Tenuto conto che
m
X m(m + 1)
k=
2
k=1
4 25 OTTOBRE 2001

si ricava
m
X 1 3 1 2 1
k2 = m + m + m
3 2 6
k=1

Sostituendo, ad esempio nell’area A(Rn00 ) si ha


 
n(n + 1) 1 1 1
A(Rn0 ) = h na2 + 2ah + h2 [ n3 + n2 + n]
2 3 2 6
Tenuto presente che
b−a
h=
n
é evidente che
(b − a)3
lim A(Rn00 ) = (b − a)a2 + a(b − a)2 +
n→+∞ 3
ovvero

b3 − a3
lim A(Rn00 ) =
n→+∞ 3
Analogo risultato si otterrebbe con l’altro valore A(Rn0 ).

Nota 2.2.1. La formula ottenuta é nota come formula di Archimede per l’area
del segmento parabolico, intendendo con questo nome il sottografico della parabola
x2 relativamente all’intervallo [0, H], area calcolata da Archimede come un terzo
dell’area del rettangolo di estremi (0, 0) − (H, H 2 ), quindi
1
H.H 2
3
Il caso precedente su [a, b] si tratta, ovviamente, per differenza.

Nota 2.2.2. La formula per la somma delle potenze r−esime dei naturali da 1 ad
m si puó ottenere in modo analogo a quanto fattio per i quadrati lavorando con le
differenze
(m + 1)r+1 − mr+1 = r.mr + ... + 1
Oppure, piú semplicemente, dando per acquisito che tale somma si esprima con un
polinomio in m di grado r + 1
m
X
k r = amr+1 + bmr + cmr−1 + ... + dm
k=1

e cercando di determinarne, in qualche modo, gli incogniti coefficienti a, b, c, ...d


25 OTTOBRE 2001 5

3. Integrale delle funzioni continue


3.1. Le somme integrali. [COURANT, pag 125]
• Sia assegnata una funzione f (x), continua in [a, b]
• Si decomponga [a, b] = [x0 , x1 ] ∪ [x1 , x2 ] ∪ ... ∪ [xn−1 , xn ]
• scelti dei punti ξi ∈ [xi , xi−1 ] si considerino le somme
n
X
Fn = f (ξi )(xi − xi−1 )
i=1
dette somme integrali,
Nota 3.1.1. Le somme integrali Fn dipendono, oltre che dalla funzione f (x) as-
segnata e dall’intervallo [a, b] da numerose scelte eseguite nel costruirle:
• la decomposizione di [a, b] eseguita, decomposizione che non dipende solo da
n come la grafia di pag. 125 potrebbe far ritenere,
• la scelta dei punti ξi ∈ [xi , xi−1 ], scelta che puó essere fatta in infiniti modi
diversi,
3.2. La stabilizzazione delle somme integrali.
Teorema 3.2.1 (Integrabilitá delle funzioni continue). Detta ∆x la massima lunghezza
degli intervalli che realizzano la decomposizione di [a, b], le somme integrali Fn
hanno limite al tendere di ∆x a 0.
In altri termini esiste un numero F che gode della seguente proprietá:
scelto comunque  > 0 esiste δ > 0 tale che
• comunque si decomponga [a, b] in intervallini di massima lunghezza inferiore
a δ
• comunque si scelgano i punti ξi ∈ [xi , xi−1 ]
• riesce
n
X
| f (ξi )(xi − xi−1 ) − F | < 
i=1

Il numero F detto prende il nome di integrale di f (x) esteso all’intervallo [a, b] e si


indica con
Rb
a
f (x)dx

Nota 3.2.2. La prova del teorema di integrabilitá delle funzioni continue non é
banale ed é fondata sulla uniforme continuitá, (cfr. Teorema di Weierstrass-Cantor,
pag. 100) che le funzioni continue possiedono in ogni intervallo chiuso e limitato
[a, b]
Proof. Cenno della dimostrazione:
eseguita una decomposizione di [a, b] indichiamo con mi = inf [xi ,xi−1 ] f (x) e con
Mi = sup[xi ,xi−1 ] f (x) É evidente che
n
X n
X n
X
mi (xi − xi−1 ) ≤ f (ξi )(xi − xi−1 ) ≤ Mi (xi − xi−1 )
i=1 i=1 i=1
ed é anche evidente che la differenza tra la somma maggiorante e quella minorante
verifica la diseguaglianza
6 25 OTTOBRE 2001

n
X
(Mi − mi ) (xi − xi−1 ) ≤ max (Mi − mi ) (b − a)
i
i=1
Riesce infatti maxi (Mi − mi ) ≤  se la decomposizione é realizzata da intervalli
tutti di lunghezza inferiore ad una quantitá δ garantita dalla uniforme continuitá
della funzione f (x).
L’accostarsi delle somme minoranti a quelle maggioranti non prova il teorema ma
ne rende plausibile la veridicitá.

26 OTTOBRE 2001

1. Integrabilitá
Assegnata una funzione f (x) definita sull’intervallo [a, b], limitata su tale inter-
vallo, ha perfettamente senso costruire le sue somme integrali.
Non é a priori detto che tali somme godano della stabilizzazione osservata nel teo-
rema d’esistenza di pag. 125 al tendere a 0 della massima lunghezza degli intervallini
della decomposizione di [a, b].
Non é tuttavia da escludersi che tale stabilizzazione possa incontrarsi lo stesso.
Le funzioni per cui tale stabilizzazione delle somme integrali si realizza si diranno
integrabili su [a, b] e, naturalmente il valore su cui si stabilizzano le somme integrali
si dirá loro integrale.
Sotto questa forma il Teorema d’esistenza di pag. 125 afferma quindi:
...le funzioni continue in [a, b] sono integrabili su [a, b].

Funzioni non continue, ma sicuramente integrabili sono le funzioni continue a tratti,


cioé funzioni che subiscano qualche salto in un numero finito di punti. Ad esempio
le funzioni caratteristiche di intervalli, cioé le funzioni f (x) definite come 1 nei punti
di un certo intervallo e 0 fuori di esso.

2. Un integrale fondamentale
[COURANT pag. 131]
Z b
xα dx, α = 1, ±2, ±3, ±4, ...
a
α intero diverso da -1. q
Consideriamo, per ogni fissato n il numero q = n ab ≥ 1.
Consideriamo la decomposizione di [a, b] determinata dai punti
a, a.q, a.q 2 , ..., a.q n = b
Si tratta di intervallini non tutti uguali.
La lunghezza di tali intervallini vale
a(q i − q i−1 ) = a.q i−1 (q − 1)
La maggiore é quella dell’ultimo a destra che vale
a.q n−1 (q − 1)
e comunque tende a zero al crescere di n.
1
2 26 OTTOBRE 2001

Costruiamo una somma integrale scegliendo in ogni intervallino [aq i−1 , aq i ],

ξi = aq i

Si ha
n
X α
Fn = aq i a.q i−1 (q − 1)
i=1
ovvero
n
q − 1 X α+1 i
Fn = aα+1 q
q i=1

La somma della progressione geometrica é (si tenga conto che manca il valore 1
iniziale...)
n α+1 n

X
α+1 i
 α+1 q −1
q =q α+1
i=1
q −1

Ne segue
n
α+1 q − 1 α+1 q α+1 − 1
Fn = a q
q q α+1 − 1
ovvero, ricordata l’espressione di q

 q α (q − 1)
Fn = bα+1 − aα+1
q α+1 − 1
Tenuto conto che

q α+1 − 1 = (q − 1) q α + q α−1 + q α−2 + ... + 1




si ha

Fn = bα+1 − aα+1

(q α + q α−1 + q α−2 + ... + 1)
da cui, tenuto conto che
lim q = 1
n→+∞

si ha

bα+1 − aα+1
lim Fn =
n→+∞ α+1
Ovvero
b
bα+1 − aα+1
Z
xα dx = , ∀α ∈ N, α 6= −1
a α+1
26 OTTOBRE 2001 3

3. Proprietá dell’integrale
• Additivitá :
Z b Z c Z b
[a, b] = [a, c] ∪ [c, b] :→ f (x)dx = f (x)dx + f (x)dx
a a c

• Linearitá:
Z b Z b Z b
(α.f (x) + β.g(x)) dx = α f (x)dx + β g(x)dx
a a a

• Monotonia:
Z b Z b
f (x) ≤ g(x) ⇒ f (x)dx ≤ g(x)dx
a a
• Z Z
b b
f (x)dx ≤ |f (x)| dx


a a

Teorema 3.0.1. Per ogni funzione f (x) continua in [a, b] esiste almeno un punto
ξ ∈ [a, b] tale che
Z b
f (x)dx = f (ξ).(b − a)
a

Nel caso di f (x) ≥ 0 il teorema equivale ad affermare che esiste un rettangolo di


base [a, b] ed una altezza f (ξ) conveniente che abbia la stessa area del sottografico
(cosa del tutto evidente).
É anche abbastanza evidente che l’integrale di una funzione integrabile ma non
continua puó non soddisfare il teorema della media:
pensate ad

1 x ∈ [0, 1]
f (x) =
2 x ∈ [1, 2]
Z 2
f (x)dx = 3 6= f (ξ)(2 − 0)
0

4. Integrali di polinomi
Abbiamo visto precedentemente che
Z b
bm+1 − am+1
xm dx =
a m+1
e abbiamo osservato la linearitá:
Le due cose insieme consentono di calcolare con esattezza l’integrale
Z b
P (x)dx
a

di qualunque polinomio.
4 26 OTTOBRE 2001

5. Le approssimazioni
La proprietá di monotonia osservata per gli integrali permette di avviare pro-
cedimenti di approssimazione fondamentali: si debba calcolare l’integrale
Z b
f (x)dx
a
Scelti due polinomi P (x) e Q(x) tali che
P (x) ≤ f (x) ≤ Q(x)
riesce ovviamente
Z b Z b Z b
P (x)dx ≤ f (x)dx ≤ Q(x)dx
a a a
e, inoltre Z Z
b Z b b
Q(x)dx − P (x)dx ≤ |P (x) − Q(x)| dx


a a a
Tenuto conto che
• Gli integrali dei polinomi si calcolano con esattezza
• Un’approssimazione
R di f (x) con due polinomi tali che |Q(x) − P (x)| ≤ 
b Rb
implica a Q(x)dx − a P (x)dx ≤ (b − a)

si riconosce che buone approssimazioni dell’integrale


Z b
f (x)dx
a
si possono dedurre approssimando bene f (x) con due polinomi. [cfr. Simpson rule
pag. 483]
29 OTTOBRE 2001

1. Additivitá
[COURANT, pag. 136]
Il titolo si riferisce alla relazione seguente
Z b Z c Z b
f (x)dx = f (x)dx + f (x)dx
a a c

relazione evidente se a < c < b. La relazione si estende agli altri casi accogliendo
la seguente
Definizione 1.0.1. Siano u, v ∈ [a, b], se u > v si definisce
Z v Z u
f (x)dx = − f (x)dx
u v

In altri termini
Z 0 Z 1
x2 dx = − x2 dx,
1 0
rappresenta l’area del sottografico della parabola tra 0 e 1, cambiata di segno.

2. Stime per un integrale


Si tratta di stime basate sulla monotonia dell’integrale esteso ad intervalli [a, b]
con a ≤ b :
Z b Z b
f (x) ≤ g(x) ⇒ f (x)dx ≤ g(x)dx
a a
Se, ad esempio,
m ≤ f (x) ≤ M
segue
Z b
m(b − a) ≤ f (x)dx ≤ M (b − a).
a
Formula che, almeno nel caso f (x) ≥ 0 dice che l’area del sottografico é compresa
tra l’area del rettangolo inscritto e quella del rettangolo circoscritto.
Nota 2.0.2. Se gli estremi verificassero la disegueglianza opposta, a > b si avrebbe
invece
Z b Z b
f (x) ≤ g(x) ⇒ f (x)dx ≥ g(x)dx
a a
1
2 29 OTTOBRE 2001

In generale, sia con a ≤ b che con a > b vale la maggiorazione


Z Z
b b
f (x)dx ≤ |f (x)| dx


a a

da cui segue che se |f (x)| ≤ M allora


Z
b
f (x)dx ≤ M |b − a|


a

3. Il teorema della media integrale

[COURANT, pag. 140] .


Teorema 3.0.3. Per ogni funzione f (x) continua in [a, b] esiste almeno un punto
ξ ∈ [a, b] tale che
Z b
f (x)dx = f (ξ).(b − a)
a

Nel caso di f (x) ≥ 0 il teorema equivale ad affermare che esiste un rettangolo di


base [a, b] ed una altezza f (ξ) conveniente che abbia la stessa area del sottografico
(cosa del tutto evidente).
É anche abbastanza evidente che l’integrale di una funzione integrabile ma non
continua puó non soddisfare il teorema della media:
pensate ad 
1 x ∈ [0, 1]
f (x) =
2 x ∈ [1, 2]
Z 2
f (x)dx = 3 6= f (ξ)(2 − 0)
0

4. L’integrale come funzione dell’estremo superiore

[COURANT, pag. 143]

Assegnata una funzione continua f (x) integrabile in [a, b] si possono definire gli
integrali Z c
f (x)dx, ∀c ∈ [a, b]
a
Tali integrali dipendono dalla scelta dell’intervallo di integrazione, in particolare
dell’estremo superiore c, esprimono quindi una funzione φ(c) di tale estremo, pen-
sato come variabile indipendente.
Tenuto conto che le variabili indipendenti vengono comunemente indicate con x si
adotta la notazione Z x
φ(x) = f (u)du, x ∈ [a, b]
a
29 OTTOBRE 2001 3

Provate, ad esempio a considerare


Z x
φ(x) = [u]du
0
essendo [u] la funzione parte intera, disegnando il grafico di φ(x).
La funzione φ(x) definita prende il nome di un integrale indefinito della funzione
f (x).
L’articolo indeterminativo un usato significa che ci sono piú integrali indefiniti di
una stessa funzione, tanti quante sono le possibili scelte diverse dell’estremo inferiore
a dell’integrazione eseguita: cosí, ad esempio,
Z x
ψ(x) = f (u)du
d
costruito prendendo come estremo inferiore un altro punto d ∈ [a, b] é un altro
integrale indefinito di f /x).
Le sostituzioni dei nomi dati alle variabili usano la propietá
Z b Z b Z b
f (x)dx = f (u)du = f (t)dt = ...
a a a
ovvia se si pensa al significato dell’integrale che dipende dalla funzione f non certo
dal nome che ci piace attribuire alla sua variabile indipendente.
La relazione seguente, proprietá additiva degli integrali
Z b Z c Z b
f (x)dx = f (x)dx + f (x)dx
a a c
contiene la relazione Z a
f (x(dx = 0
a
Le relazioni che ne derivano per la φ(x) sono le seguenti:
φ(a) = 0
Z b
φ(b) = f (x)dx
a
Z v
f (x)dx = φ(v) − φ(u), u, v ∈ [a, b]
u
Riferendosi all’altro integrale indefinito ψ(x) introdotto precedentemente si ha
Z x
ψ(x) = f (u)du = φ(x) − φ(d)
d
ovvero
ψ(x) = φ(x) − φ(d)
Cioé i due integrali indefiniti ψ(x) e φ(x) differiscono di poco... di una costante, il
numero φ(d).
Nota 4.0.4. Parlare dell’integrale indefinito φ(x) non significa certamente conoscerne
esplicitamente l’espressione.
Sono rarissime le funzioni delle quali si conoscono integrali indefiniti in forma es-
plicita.
Si conoscono gli integrali indefiniti di tutte quelle funzioni delle quali.... si conoscono
gli integrali su qualsiasi intervallo.
Ad esempio si conoscono gli integrali indefiniti dei polinomi.
4 29 OTTOBRE 2001

Pur non conoscendo esplicitamente la φ(x) si possono riconoscere sue proprietá


importanti e utili
Teorema 4.0.5. Gli integrali indefiniti costruiti in relazione ad una funzione f (x),
continua per x ∈ [a, b] sono tutti funzioni continue per x ∈ [a, b].
Proof. Sia M = maxu∈[a,b] |f (u)|, riesce
Z
β
f (u)du ≤ M |β − α|


α

da cui
|φ(β) − φ(α)| ≤ M |β − α|
L’integrale indefinito φ(x) é lipschitziano in [a, b] con costante di Lipschitz il mas-
simo di |f (u)| in [a, b]. 

Nota 4.0.6. L’integrale indefinito costituisce un algoritmo di costruzione di nuove


funzioni che amplia notevolmente l’idea naif che le funzioni siano tutte costruibili
componendo le funzioni elementari e definendole, al piú con composizioni diverse
su intervalli diversi.
L’integrazione indefinita fornisce anche una via per definire in modo logicamente
piú difendibile alcune funzioni generalmente introdotte con molta superficialitá.

5. I logaritmi
La funzione log, o ln, é generalmente introdotta in modo quasi intuitivo, ab-
binandola all’esponenziale.
Si dice
• l’esponenziale ex é nota a tutti
• l’esponenziale é monotona crescente, quindi dotata di inversa
• il log é tale inversa !
Il punto debole é il primo: l’esponenziale é nota a tutti ma solo se gli esponenti
sono particolarmente semplici (interi piccoli o alcuni razionali comodi...).
Nel paragrafo 2.5, pag. 145 di COURANT si trova una costruzione della funzione
log diversa, proposta come integrale indefinito della funzione

1
x
continua per x > 0.
Senza eseguire alcun calcolo si ricavano le proprietá fondamentali della funzione log
senza ancorarle alla conoscenza (del resto debole) dell’esponenziale.

Definizione 5.0.7. Z x
1
log x = du, ∀x > 0
1 u
29 OTTOBRE 2001 5

La definizione é corretta 1 perché la funzione u1 é continua per u ∈ (0, +∞): essa rap-
presenta, per x ≥ 1 l’area del sottografico dell’iperbole relativamente all’intervallo
[1, x].
Rappresenta ancora l’area del sottografico, ma cambiata di segno, nel caso
0 < x < 1.

Si puó tabulare il grafico di log x servendosi del suo significato di area di porzioni
di sottografici (vedi figure 2.18 e 2.19 di pag. 146).
É facile riconoscere che, essendo u1 > 0 la funzione log x é crescente.

5.1. La relazione fondamentale dei logaritmi.


log(xy) = log x + log y, ∀x, y > 0
ovvero Z xy Z x Z y
1 1 1
du = du + du
1 u 1 u 1 u
ovvero ancora Z xy Z x
1 1
du = du
y u 1 u
Supponiamo, per esempio x > 1 e siano
ξ1 , ξ2 , , ...., ξn
una decomposizione di [1, x], naturalmente
ξ1 y, ξ2 y, , ...., ξn y
costituiranno una decomposizione di [1, xy].
Serviamoci di tali due decomposizioni per costruire somme integrali per i due inte-
grali
Z x Z xy
1 1
du du,
1 u y u

n
X 1
(ξi − ξi−1 )
ξ
i=1 i

n
X 1
(ξi y − ξi−1 y)
ξ
i=1 i
y
Le due somme sono evidentemente uguali (semplificazione del fattore y), quindi
saranno uguali gli integrali che esse approssimano.
Nota 5.1.1. I casi x e/o y minori di 1 si trattano con due piccole astuzie:
• log x1 = − log x, ∀x > 0
• log x = log xy y1 = log xy − log y

1Essa naturalmente é fondata sulla integrabilitá delle funzioni continue (Teorema d’esistenza
dell’integrale, pag. 125)
6 29 OTTOBRE 2001

Nota 5.1.2. La relazione


1
log = − log x, ∀x > 0
x
implica, insieme alla relazione fondamentale sul logaritmo dei prodotti, la seguente
x
log( ) = log x − log y, ∀x, y > 0
y
relativa ai logaritmi dei quozienti.
5.2. Logaritmi delle potenze.
• ∀n ∈ [0, 1, 2, ..] : log xn = n log x (x > 0)
• ∀n ∈ [−1, −2, ..] : log xn = n log x (x > 0)
n n
• ∀n, m ∈ [0, ±1, ±2, ..] : log x m = m log x (x > 0)

6. Il numero e
Introdotta la funzione log x si puó studiare l’equazione
log x = 1
equazione nell’incognita x.
Essendo log x crescente tale equazione non puó avere piú di una soluzione.
Essendo noto che:
• log x come integrale
n indefinito é una funzione continua per x > 0
• limn→+∞ 1 + n1 = e
ne segue che  n
1
lim log 1 + = log e
n→+∞ n
ovvero  
1
lim n log 1 + = log e
n→+∞ n
Serviamoci ora del teorema della media per stimare n log 1 + n1


  Z (1+ n1 )
1 1 1 1
n log 1 + =n du = n . ,
n 1 u n 1 + θn n
con θn ∈ [0, 1].
Ne segue  
1 1
lim n log 1 + = lim =1
n→+∞ n n→+∞ 1 + θn
Quindi
log e = 1
ovvero anche
log en = n
Nota 6.0.1. Avere scoperto che log en = n come pure log e−n = −n significa, fra
l’altro che la funzione log ora introdotta ha come codominio o immagine tutti i
numeri reali:
• contiene positivi grandi a piacere, i log en
29 OTTOBRE 2001 7

• contiene negativi grandi a piacere, i log e−n


• é continua sull’intervallo x > 0 quindi la sua immagine é un intervallo
• ... non puó che essere l’intervallo −∞, +∞.

7. La funzione esponenziale
• La funzione log é crescente
• Il suo codominio o immagine é l’intero R
• Quindi é dotata di inversa continua, crescente, definita in R.
...tale inversa di y = log x, x = E(y), prende il nome di funzione esponenzialeed é
indicata in genere, usando per la variabile indipendente il nome tradizionale di x,
con
ex
oppure con
exp(x).

Il grafico dell’esponenziale si deduce da quello di log x (vedi figura 2.20, pag. 150).
Posto
a = log x ⇔ x = ea
b = log y ⇔ y = eb
c = log xy ⇔ xy = ec
ec = ea .eb
la relazione fondamentale
c=a+b
produce
ea+b = ea .eb
motivo per cui la funzione introdotta prende, giustamente il nome di esponenziale:
perché verifica la proprietá formale delle potenze.

8. La funzione esponenziale come limite

Consideriamo, fissato x > 0 la successione


Z (1+ nx )
 x n 1
sn = log 1 + =n du
n 1 u
Dal teorema della media si ottiene
x 1
sn = n
n 1 + θn x
e quindi

lim sn = x
n→+∞
8 29 OTTOBRE 2001

ma allora:
x n

= esn
1+
n
 x n
lim 1 + = elim sn = ex
n→+∞ n

9. Definizione di potenza di un numero reale


Cosa deve intendersi per
ab ?
La risposta viene generalmente data per una via apparentemente elementare, per
successive generalizzazioni:
• Si sa cosa vuol dire a3 = a.a.a. e quindi, analogamente, si accettano gli
esponenti interi
1
• Si sa cosa vuol dire a 2 : la soluzione positiva dell’equazione x2 = a, e quindi
analogamente si accettano

gli esponenti razionali in genere,
• Si dichiara che per a 2 si intende il limite della successione
a1 , a1.4 , a1.41 , , ...
: quest’ultima accettazione é collegata al riconoscere che la successione
proposta sia convergente.
La definizione di COURANT pag. 152 é naturalmente equivalente ma formal-
mente estremamente piú semplice:
• Conosciamo la funzione log x
• Conosciamo la sua inversa ex
• Definisco per ∀a > 0 e ∀b
ab = eb log a

10. Logaritmi in basi diverse


Il legame tra le due funzioni
y = log x, x = ey
suggerisce altri possibili legami: scelto a > 0 e a 6= 1 si puó considerare, dato x > 0,
l’equazione
x = ay
nell’incognita y. La sua soluzione si chiama, naturalmente
y = loga x
che si legge
logaritmo in base a di x

É molto facile calcolare loga x :


x = ay = ey log a ⇔ y log a = log x
da cui
log x
y=
log a
29 OTTOBRE 2001 9

ovvero
log x
loga x =
log a

La scelta piú famosa del valore a é 10, scelta che dá luogo ai logaritmi in base 10 o
logaritmi di Briggs
log x log x
log10 x = '
log 10 2.302
31 OTTOBRE 2001

[COURANT, pag. 155]

1. Il concetto di derivata
Il problema piú evidente che conduce all’idea di derivata é la determinazione della
retta tangente al grafico di una funzione f (x) in un punto x0 : si tratta di una retta
che passi per il punto (x0 , f (x0 ))
y = f (x0 ) + m(x − x0 )
con un angolo α speciale, quindi con un coefficiente angolare m speciale...! .
La determinazione del coefficiente m adatto é il vero problema.
1.1. Le rette tangenti. L’idea naturale per determinare la retta tangente nel
punto P0 = (x0 , f (x0 )) é quella di studiare le rette secanti il grafico nel punto
P0 = (x0 , f (x0 )) e in un’altro abbastanza vicino P1 = (x0 + ∆x, f (x0 + ∆x)).
Successivamente si esamina se tale retta secante, e il suo coefficiente angolare, si
stabilizzino, o meno, su una posizione speciale.
Equazione della secante per P0 e P1 :
f (x0 + ∆x) − f (x0 )
y = f (x0 ) + (x − x0 )
∆x
É noto che la retta per P0 e P1 ha, sull’orizzontale un angolo α con
f (x0 + ∆x) − f (x0 )
tan α = .
∆x

É naturale attendersi come coefficiente angolare della retta tangente il limite


f (x0 + ∆x) − f (x0 )
lim
∆x→0 ∆x
Tale numero limite, se esiste, prende il nome di derivata della f (x) nel punto x0

Il quoziente

f (x0 + ∆x) − f (x0 )


∆x
si chiama rapporto incrementale (difference quotient) della funzione f (x) nel punto
x0 .
Esso quindi dipende da
f, x0 , ∆x
La derivata di f (x) nel punto x0 é quindi il limite, in tale punto del rapporto
incrementale.

Esempi : f (x) = x2 , f (x) = x, f (x) = sin x, ecc.
1
2 31 OTTOBRE 2001

1.2. f (x), f 0 (x). Se il limite


f (x + ∆x) − f (x)
lim
∆x→0 ∆x
esiste in corrispondenza ad ogni punto x interno all’intervallo su cui é definita f (x)
esso definisce una nuova funzione di x che si denomina f 0 (x) e si chiama derivata
di f (x).
Questo di fatto accade per moltissime funzioni, che, sotto questo punto di vista
vengono dette funzioni derivabili o differenziabili.
Nota 1.2.1. Determinare una derivata vuol dire fare (con successo) un limite: i
limiti si fanno nei punti interni ad un intervallo di definizione.
Negli estremi si fanno al piú limiti sinistri o limiti destri.
In punti isolati non si fanno neanche i limiti..., quindi non si parlerá mai di
derivata, cosa del resto suggerita dall’idea di cercare la retta tangente: chi penserebbe
di fare la tangente in un singolo punto ?
In uno dei compiti a casa era stata assegnata la funzione

q
x− x
essa é definita nel maxi intervallo [1, +∞) e nel povero singolo punto x0 = 0
Sará derivabile tale funzione nel punto x0 = 0 ?
É una domanda priva di senso !

Esempi delle derivate delle funzioni elementari: c) pag. 163

1.3. Le funzioni monotone. Le funzioni f (x) derivabili con derivata f 0 (x) > 0
sono evidentemente crescenti. Quelle con f 0 (x) < 0 sono evidentemente decrescenti.
La questione si spiega riconoscendo, nella derivata f 0 (x0 ) in un punto una misura
della pendenza del grafico della funzione f (x) in tale punto.
Nota 1.3.1. Il viceversa non é sostenibile: una funzione crescente, quale ad es-
empio x3 , puó avere in qualche punto retta tangente orizzontale (questo succede
nell’origine) quindi avere in tale punto derivata zero, senza per questo perdere il
suo carattere di funzione crescente !
1.4. La velocitá. Un punto P si muova lungo una retta, sia x = f (t) l’equazione
oraria del moto, cioé la posizione x raggiunta al tempo t.
Se la funzione f (t) = at + b é lineare allora la velocitá
f (t1 ) − f (t)
v=
t1 − t
é costantemente a.
Se f (t) non é lineare si parla di velocitá media in un intervallo
f (t1 ) − f (t)
v[t,t1 ] = .
t1 − t
Il limite
f (t1 ) − f (t)
lim
t1 − t
t→t1
rappresenta naturalmente la velocitá v(t1 ) al momento t1 :
v(t1 ) = f 0 (t1 )
31 OTTOBRE 2001 3

Velocitá ⇔ Derivata.

1.5. Regole di derivazione. Se f (x) e g(x) sono funzioni derivabili definite su


uno stesso intervallo allora anche ogni loro combinazione lineare αf (x) + βg(x) é
una funzione derivabile e vale, naturalmente la formula
0
(αf (x) + βg(x)) = αf 0 (x) + βg 0 (x)

1.6. Differenziabilitá e continuitá.

Teorema 1.6.1 (Continuitá). Una funzione derivabile in un punto é, necessaria-


mente, continua in tale punto.

Il viceversa é falso: una funzione puó essere continua senza tuttavia essere differen-
ziabile.
Tenuto conto che la differenziabilitá corrisponde all’esistenza della tangente per il
grafico é facile pensare a grafici con angoli, nei quali quindi la tangente sia impro-
ponibile.
Esempio f (x) = |x|.

I casi in cui il limite


f (x + ∆x) − f (x)
lim = ±∞
∆x→0 ∆x
vengono classificatip
come casi di non differenziabilitá.
Esempio: f (x) = |x| per x0 = 0.

1.7. Derivate di ordine superiore. Se f (x) é una funzione derivabile, la sua


derivata f 0 (x) é una nuova funzione che potrebbe, a sua volta, essere anch’essa
derivabile.
In questo caso la derivata della funzione f 0 (x) si denota con f 00 (x) e si chiama,
naturalmente, la derivata seconda di f (x).
Il discorso puó essere iterato conducendo a considerare eventuali derivate terze,
quarte, ecc.
Esempio: f (x) = x4 , f 0 (x) = 4x3 , f 00 (x) = 12x2 , f 000 (x) = 24x, ecc.
Domanda: quale pensate sia la derivata decima della funzione x4 proposta ?

Esperimento con GnuPlot: chiedete il grafico delle quattro funzioni sopra consid-
erate
x4 , 4x3 , 12x2 , 24x

gnuplot> set xrange [-1:1]


gnuplot> plot x**4,4*x**3,12*x**2,24*x

riflettete sui ragionevoli legami che intercorrono tra i loro grafici...


4 31 OTTOBRE 2001

1.8. Derivate e rapporti incrementali. Il limite del rapporto incrementale (dif-


ference quotient)
f (x + ∆x) − f (x) ∆y
lim = lim
∆x→0 ∆x ∆x→0 ∆x
viene indicato con la notazione detta di Leibnitz come
dy
dx
Nota 1.8.1. La notazione non ha affatto come chiave di lettura quella di consid-
erare il quoziente di due... infinitesimi.
Leggete bene i commenti di pag.171-172.
1.9. La notazione per le derivate seconde.
f (x + h) − f (x) ' h.f 0 (x)
f (x + h + h) − f (x + h) ' h.f 0 (x + h)
Sottraendo membro a membro si ha
f (x + h + h) − 2f (x + h) + f (x) ' h (f 0 (x + h) − f 0 (x))
ovvero
f (x + 2h) − 2f (x + h) + f (x) ' h2 .f 00 (x)
La formula suggerita dall’espressione precedente, unita all’uso del rapporto incre-
mentale, forniscono le seguenti approssimazioni (molto piú serie di quanto potrebbe
apparire)
f (x + h) − f (x) f (x + h + h) − 2f (x + h) + f (x)
f 0 (x) ' , f 00 (x) '
h h2
É sottinteso che le approssimazioni sono probabilmente tanto migliori quanto piú
il numero h sia piccolo.

La tabella di Newton

Le formule approssimate proposte sono lette vantaggiosamente servendosi della


seguente tabella:

 y = f (x)
∆y1 = y1 − y ' h.f 0 (x)




y1 = f (x + h) ∆2 y2 = ∆y2 − ∆y1 ' h2 .f 00 (x)
0
∆y2 = y2 − y1 ' h.f (x + h)




y2 = f (x + 2h)

1.10. Il teorema del valor medio. Il rapporto incrementale


f (x0 + ∆x) − f (x0 )
∆x
esprime un valore che dipende dai due punti
x0 , x0 + ∆
0
la derivata f (x0 ) dipende invece dal solo punto x0 , tuttavia fornisce, per esempio
tramite il suo segno, informazioni sulla pendenza del grafico in un piccolo intorno
di x0 .

Problema:
31 OTTOBRE 2001 5

Conoscere i valori della derivata in tutti i punti di un intervallo, quindi disporre di


conoscenze in piccolo in ciascun punto consente di risalire a conoscenze in grande ?
La risposta, affermativa, é fondata sull’evidente teorema del valor medio seguente:

Consideriamo il grafico di una funzione differenziabile in un intervallo I, presi due


punti x1 , x2 ∈ I
consideriamo la corda tra i due punti P1 = (x1 , f (x1 )) e P2 = (x2 , f (x2 ))
consideriamo le rette parallele a tale corda,
tra esse ce n’é sicuramente almeno una che riesce tangente al grafico di f (x) in un
punto ξ ∈ (x1 , x2 ) (vedi figura 2.29 di pag. 174).

In altri termini vale il seguente risultato, detto Teorema di Lagrange,


Teorema 1.10.1 (valor medio). Sia f (x) continua e differenziabile in un intervallo
I (chiuso, aperto, limitato, ecc) : scelti comunque x1 , x2 ∈ I esiste almeno un punto
ξ ∈ (x1 , x2 ) tale che
f (x2 ) − f (x1 )
= f 0 (ξ)
x2 − x1

Il risultato é particolarmente interessante perché possedendo informazioni sui valori


della derivata si ottengono informazioni sui rapporti incrementali
f (x2 ) − f (x1 )
x2 − x1
Per esempio:
• se la derivata é sempre positiva, tali saranno i rapporti incrementali, quindi
la funzione é crescente
• se la derivata é sempre negativa, tali saranno i rapporti incrementali, quindi
la funzione é decrescente
• se la derivata verifica sempre la maggiorazione |f 0 (x)| ≤ M allora
|f (x2 ) − f (x1 )| ≤ M |x2 − x1 |
la funzione é lipschitziana con la stessa costante M (cfr. pag. 178).

Un risultato altrettanto intuitivo del precedente Teorema di Lagrange, e ad esso


equivalente, é il cosiddetto Teorema di Rolle,
Teorema 1.10.2. Sia f (x) continua e differenziabile in un intervallo I (chiuso,
aperto, limitato, ecc) : se in due punti a, b ∈ I si verifica che f (a) = f (b) allora
esiste almeno un punto ξ ∈ (a, b) tale che f 0 (ξ) = 0
Il risultato é evidente pensando che la corda determinata dai due punti (a, f (a))
e (b, f (b)) é orizzontale...
Nota 1.10.3. Entrambi i teoremi di Lagrange e di Rolle pretendono che la funzione
f (x) sia differenziabile in tutti i punti dell’intervallo I .
Rinunciando a tale condizione, disegnando, ad esempio, grafici con qualche angolo,
si perdono naturalmente i risultati promessi da tali teoremi...

Il teorema di Rolle per le derivate seconde:


6 31 OTTOBRE 2001

Corollario 1.10.4. Sia f (x) continua e differenziabile due volte (derivata prima e
derivata seconda) in un intervallo I (chiuso, aperto, limitato, ecc): se in tre punti
a, b, c ∈ I riesce f (a) = f (b) = f (c) allora
• esistono almeno due punti ξ1 ∈ (a, b), ξ2 ∈ (b, c) nei quali riesce
f 0 (ξ1 ) = 0, f 0 (ξ2 ) = 0
• esiste almeno un punto η ∈ (ξ1 , ξ2 ) in cui riesce f 00 (η) = 0.
Corollario 1.10.5. Sia f (x) continua e differenziabile n volte (derivata prima,
seconda, terza,.. ) in un intervallo I (chiuso, aperto, limitato, ecc):
• se la funzione prende gli stessi valori in n+1 punti dell’intervallo la derivata
prima si annulla in almeno n punti di I
• la derivata seconda si annulla in almeno n − 1 punti di I
• .....
• la derivata f [n] (x) in almeno un punto di I

1.11. L’approssimazione lineare. Fissato x, la dichiarazione


la funzione f (x) ha la derivata f 0 (x)
significa, posto

f (x + h) − f (x) ∆y
(∆x) = − f 0 (x) = − f 0 (x)
∆x ∆x
che
lim (∆x) = 0
∆x→0
Dei due addendi
∆y = f 0 (x)∆x + (∆x).∆x
che figurano a secondo membro il primo é (almeno se f 0 (x =6= 0 ) quello domi-
nante: esso é detto

dy
differenziale di f (x) nel punto x relativo all’incremento ∆x
L’approssimazione offerta é la seguente
f (x + ∆x) ' f (x) + dy

Stime dell’errore di approssimazione

Il teorema di Lagrange, o del valor medio riconosce che esiste ξ ∈ (x, x + ∆x) tale
che
f (x + ∆x) − f (x)
= f 0 (ξ)
∆x
quindi
f (x + h) − f (x)
(∆x) = − f 0 (x) = f 0 (ξ) − f 0 (x)
∆x
31 OTTOBRE 2001 7

Nel caso che la funzione f (x) possieda anche la derivata seconda, si puó riapplicare
il teorema del valor medio alla funzione f 0 (x) e ottenere
f 0 (x) − f 0 (ξ)
= f 00 (η), ⇒ f 0 (x) − f 0 (ξ) = f 00 (η). (x − ξ)
x−ξ
Ove si conosca una maggiorazione per la derivata seconda
|f 00 (x)| ≤ M
si ottiene, complessivamente
2
|(∆x)| = |f 00 (η). |x − ξ| | ≤ M |x − ξ|2 ≤ M.|∆x|2
ovvero
|∆y − dy| ≤ M.∆x2

1.12. Interpolazione. Consideriamo la retta secante il grafico di f (x) determinata


dai due punti (a, f (a)) e (b, f (b)) :
f (b) − f (a)
φ(x) = f (a) + (x − a)
b−a
essa rappresenta l’interpolazione lineare della funzione f (x) tra x = a, x = b.
Stimiamo la differenza
f (x) − φ(x)
riesce  
f (x) − f (a) f (b) − f (a)
f (x) − φ(x) = − (x − a)
x−a b−a
Servendosi del teorema di Lagrange per i due rapporti incrementali si ha
f (x) − φ(x) = (f 0 (ξ1 ) − f 0 (ξ2 )) (x − a)
Servendosi nuovamente del teorema di Lagrange per la differenza
(f 0 (ξ1 ) − f 0 (ξ2 )) = f 00 (η)(ξ1 − ξ2 )
si ricava, complessivamente,
f (x) − φ(x) = f 00 (η)(ξ1 − ξ2 )(x − a)
da cui, nota una maggiorazione per la derivata seconda
|f 00 (x)| ≤ M
si ottiene
|f (x) − φ(x)| ≤ M |b − a|2

A pag. 183 ci si serve di tale tecnica per stimare gli errori che derivano dalle
interpolazioni usuali nella tavole trigonometriche.
5 NOVEMBRE 2001

Rx
1. Derivabilitá delle funzioni a
f (t)dt

COURANT, pag.184

Teorema 1.0.1 (Teorema fondamentale del calcolo). Le funzioni


Z x
φ(x) = f (t)dt
a

integrali indefiniti di funzioni continue f (t) sono derivabili e riesce


φ0 (x) = f (x)
Proof.
x+h
φ(x + h) − φ(x)
Z
1
= f (t)dt
h h x
Dal teorema della media si ha quindi
φ(x + h) − φ(x)
= f (x + θh), θ ∈ (0, 1)
h
Ne segue, passando al limite su h e tenendo conto della continuitá della funzione f
φ(x + h) − φ(x)
lim = lim f (x + θh) = f (x)
h→0 h h→0

Ovvero
φ0 (x) = f (x)


Esempio:

Sia
x
x3
Z
φ(x) = t2 dt =
0 3
É evidente che
0
x3

0
φ (x) = = x2 = f (x)
3

Contresempio:

L’integrale indefinito di una funzione integrabile ma non continua puó non verificare
il teorema precedente:
1
2 5 NOVEMBRE 2001


 −1 x<0
f (t) = sgn(x) = 0 x=0
1 x>0


Z x  −x x<0
φ(x) = f (t)dt = 0 x = 0 = |x|
0 
x x>0
non é derivabile in x = 0, punto in cui la funzione f (t) non era continua...

Nota 1.0.2. Accolta come definizione di logaritmo naturale la


Z x
1
ln(x) = dt
1 t
si ricava, dal teorema fondamentale del calcolo che
0 1
(ln(x)) =
x
Analogamente, tenuto presente che i logaritmi in base diversa si esprimono con
ln(x)
loga (x) =
ln(a)
si ricava
0 1
(loga (x)) =
x ln(a)

2. Le primitive
Il teorema fondamentale del calcolo indica che gli integrali indefiniti
Z x
φ(x) = f (t)dt
a

della funzione f (t) soddisfano l’equazione seguente


φ0 (x) = f (x).
Ogni funzione F (x) del resto che verifichi l’equazione
F 0 (x) = f (x)
si dice una primitiva di f (x).
L’articolo indeterminativo una é usato giustamente perché di funzioni che veri-
fichino tale equazione ne esistono, senza dubbio piú d’una.
Il teorema fondamentale del calcolo puó quindi essere enunciato al modo seguente:
Teorema 2.0.3. Ogni integrale indefinito della funzione continua f (x) é una pri-
mitiva di f (x).
5 NOVEMBRE 2001 3

Corollario 2.0.4. La differenza tra due primitive F1 (x) e F2 (x) di una stessa
funzione f (x) in uno stesso intervallo I é una costante in I.
Ovvero se F (x) é una primitiva di f (x) le funzioni F (x)+c con c costante arbitraria
sono tutte e sole le primitive di f (x).
Teorema 2.0.5. Sia f (x) continua nell’intervallo I = [a, b]: tutte le primitive sono
espresse dalla formula Z x
F (x) = c + f (t)dt
a

Linguaggio abituale:
Chiamiamo in generale integrali indefiniti di f (x) tutte le funzioni
Z x
c+ f (t)dt
a
Le primitive e gli integrali indefiniti di una stessa funzione sono la stessa cosa !

3. Uso delle primitive per calcolare integrali


Si debba calcolare l’integrale
Z b
f (u)du
a
Se conoscessimo l’integrale indefinito
Z x
φ(x) = f (u)du
a
allora l’integrale richiesto sarebbe semplicemente
φ(b)
Se conosciamo, semplicemente una primitiva F (x) allora sappiamo che
φ(x) = F (x) + c
Per conoscere φ(x) basterebbe conoscere c : ma poiché φ(a) = 0 ne segue che,
necessariamente deve essere
φ(a) = F (a) + c = 0 ⇒ c = −F (a)
Ne segue quindi
φ(x) = F (x) − F (a)
da cui
Z b
f (u)du = φ(b) = F (b) − F (a)
a
Formula apparentemente esplicita per il calcolo di numerosi integrali: certamente
valida in relazione a tutte le funzioni f (x) delle quali si conoscano primitive.
Non sono molte ma, oltre i polinomi se ne conoscono alcune dozzine...!
4 5 NOVEMBRE 2001

Alcune notazioni classiche:


Z b Z b
Z b
dF (x)
F (b) − F (a) = F 0 (x)dx =dx = dF (x)
a a dx a
Z b
F (b) − F (a) 1
= F 0 (x)dx
b−a b−a a
...il rapporto incrementale coincide con il valor medio della derivata !

Il teorema della media


F (b) − F (a) = (b − a)F 0 (ξ)

4. Applicazioni
• Il caso dei polinomi:
n n
X X xk+1
p(x) = ak xk , P (x) = ak
k+1
k=0 k=0
Z b
p(x)dx = P (b) − P (a)
a
• Riconosciuto che
0 0
(sin(x)) = cos(x), (cos(x)) = − sin(x)
si ricavano le formule di integrazione
Z b Z b
cos(x)dx = sin(b) − sin(a), sin(x)dx = − cos(b) + cos(a)
a a

5. Problemi

Problems: pag 196

1.: Sia f (x) positiva, continua e crescente in [a, b] ∈ R+ , sia f (a) = α, f (b) =
β, detta φ(y) la funzione inversa riconoscere, ragionando direttamente sulle
aree che Z b Z β
f (x)dx = bβ − a.α − φ(y)dy
a α
6: Servirsi dell’osservazione precedente per calcolare gli integrali
Z b
1
x n dx
a
7 NOVEMBRE 2001

Le tecniche del calcolo, cap. 3 pag. 20’1

1. Regole di derivazione
Le regole seguenti forniscono due risultati:
1: La derivabilitá di funzioni ottenute come somme, prodotti o quozienti a
partire da funzioni derivabili,
2: Le formule con cui le derivate di tali funzioni si esprimono tramite le
derivate delle funzioni di partenza.

• Moltiplicazione per una costante: αf (x)


• Somma di due funzioni: f (x) + g(x)
• Prodotto di due funzioni: f (x).g(x)
dn
• Derivata n-esima di un prodotto: dx n (f (x).g(x))
f (x)
• Derivata di un quoziente g(x)

2. Derivate delle funzioni razionali


3. Derivate delle funzioni trigonometriche
4. Derivate delle funzioni inverse
Teorema 4.0.1. Sia f (x) continua e monotona in [a, b]: dette α = f (a), β =
f (b) nell’intervallo [α, β] é definita la funzione φ inversa di f , anch’essa continua
e monotona dello stesso tipo di f .

Teorema 4.0.2. Se la funzione y = f (x) é derivabile in (a, b) con f 0 (x) > 0 oppure
f 0 (x) < 0 allora esiste l’inversa x = φ(y) anch’essa derivabile. Riesce
f 0 (x).φ0 (y) = 1
essendo x ed y punti corrispondenti.
La relazione scritta equivale a
1
φ0 (y) =
f 0 (x)
ovvero, con la notazione di Leibnitz, a
dy 1
= dx
dx dy
1
2 7 NOVEMBRE 2001

L’ovvia dimostrazione del teorema si legge nella figura 3.1 di pag. 208.

5. I punti critici
Si dicono punti critici per una funzione f (x) quei punti x nei quali riesce
f 0 (x) = 0
I punti critici, naturalmente isolati, determinano intervalli in cui la funzione f (x)
é monotona.
La tangente al grafico in tali punti é orizzontale.
Considerare il caso delle funzioni x2 , x3 , entrambe hanno x = 0 critico.

6. Derivate delle radici n-esime


y = xn , x= n
y
Tenuto conto che
0
(xn ) = n xn−1


si ricava
√ 0 1
( n y) =
n (xn−1 )

Tenuto conto che x = n y si ha quindi
√ 0 1
( n y) = √
y n−1

n n

ovvero 0
 1 1 1 −1
yn = yn
n
9 NOVEMBRE 2001

1. Inverse delle funzioni trigonometriche


Le funzioni sin x o cos x sono periodiche, si puó dire che siano all’opposto delle
funzioni monotone: parlare quindi di loro inverse é completamente improprio.
Tuttavia... se ne parla !
La spiegazione é semplice: nessuno parla dell’inversa della funzione sin x di dominio
R, molti parlano invece, giustamente dell’inversa di una funzione che coincide con
sin x ma di dominio l’intervallo [− π2 , π2 ].
Questa funzione, una restrizione di sin x é continua e monotona crescente, quindi é
dotata di inversa.
Tale inversa prende il nome di
arcsin x
La scelta di considerare la restrizione relativa all’intervallo [− π2 , π2 ] non é assoluta-
mente obbligata, anche se é la piú comune.
Si sarebbe potuto allo stesso modo considerare la restrizione di sin x ad altri in-
tervalli in cui riesca analogamente monotona: all’intervallo [ π2 , 3π 2 ], come pure
all’intervallo [ 3π
2 , 5π
2 ], ecc.
Pensando del resto all’equazione
sin x = y, y ∈ [−1, 1]
nell’incognita x si riconosce che essa ha
• una soluzione x0 ∈ [− π2 , π2 ]
• una soluzione x1 ∈ [ π2 , 3π
2 ]
• una soluzione x2 ∈ [ 3π2 , 5π
2 ]
• ecc.
La prima di esse é
x0 = arcsin y
le altre sono espresse da
xk = x0 + kπ, k = ±1, ±2, ...

2. La derivata dell’arcoseno
Manteniamo la scelta iniziale: invertire la restrizione di sin x relativa all’intervallo
[− π2 , π2 ]
La regola di derivazione delle funzioni inverse riconosce che
0
• x ∈ ( −π π
2 , 2) ⇒ (sin x) > 0
• arcsin y, y ∈ (−1, 1) é derivabile
0
• (arcsin y) = (sin1x)0 = cos1 x
1
2 9 NOVEMBRE 2001

Tenuto conto che


−π π p
x∈( , ) ⇒ cos x = 1 − sin2 x
2 2
ne segue

0 1
(arcsin y) = p
1 − sin2 x
ovvero, essendo sin x = y
0 1
(arcsin y) = p
1 − y2
Nota 2.0.1. Se si fosse considerata la restrizione di sin x sull’altro intervallo [ π2 , 3π
2 ]
quanto detto sopra avrebbe subito un solo cambiamento (non irrilevante)
π 3π p
x∈( , ) ⇒ cos x = − 1 − sin2 x
2 2
Quindi chi considerasse con arcsin y l’inversa della restrizione di sin x a tale altro
intervallo avrebbe la formula di derivazione
0 −1
(arcsin y) = p
1 − y2
diversa solo nel segno.
Risultato ovvio se si pensa che nel primo caso, restrizione a [− π2 , π2 ] si lavora con
una funzione crescente, quindi si produce una inversa crescente, quindi ci si attende
una derivata positiva. Nel secondo caso possibile, restrizione all’intervallo [ π2 , 3π
2 ]
si lavora con una funzione decrescente, quindi si produce una inversa decrescente,
quindi ci si attende una derivata negativa.

3. La funzione arcocoseno
Si consideri la restrizione della funzione cos x ad un intervallo in cui risulti mono-
tona: la scelta standard é l’intervallo [0, π] nel quale cos x é decrescente.
La inversa di tale restrizione si chiama
arccos y
si tratta di una funzione continua e decrescente.
Il teorema di derivazione delle funzioni inverse consente di riconoscere che
0
• x ∈ (0, π) ⇒ (cos x) < 0
• y ∈ (−1, 1) arccos y é derivabile
0
• (arccos y) = sin1 x
Tenuto conto che p
x ∈ (0, π) ⇒ sin x = − 1 − cos2 x
si ricava la formula di derivazione
0 −1 −1
(arccos y) = √ =p
2
1 − cos x 1 − y2
Nota 3.0.2. Osservazioni relative a scelte diverse dell’intervallo di monotonia per
cos x, ad esempio [π, 2π] analoghe a quelle fatte per arcsin y.
9 NOVEMBRE 2001 3

4. Arcotangente
Si consideri la restrizione della funzione tan x all’intervallo (ovviamente aperto)
−π π
( , ).
2 2

Si ottiene una funzione continua, monotona crescente: la sua inversa si chiama


arctan y
Tenuto conto che  0
0 sin x 1
(tan x) = = >0
cos x cos2 x
si riconosce che la funzione arctan y é derivabile. La formula di derivazione é inoltre

0 1
(arctan y) = 1 = cos2 x
cos2 x
tenuto conto che

1
cos2 x =
1 + tan2 x
si ricava

0 1 1
(arctan y) = =
1 + tan2 x 1 + y2

5. Le corrispondenti formule integrali


• Il teorema fondamentale del calcolo collega il valore degli integrali agli in-
crementi delle primitive
• Ogni formula di derivazione che si stabilisca é, letta in senso inverso, una
formula di primitiva.

Z β
0 1 1
(arcsin y) = p ⇔ p = arcsin β − arcsin α
1−y 2 1 − y2
α

Z β
0 1 1
(arctan y) = ⇔ dy = arctan β − arctan α
1 + y2 α 1 + y2

6. Derivabilitá dell’esponenziale
La funzione ey é, per definizione l’inversa della funzione
Z x
1
log x = dt
1 t
Quindi
0 1 1
(ey ) = 0 = 1
(log x) x
Ne segue
0
(ey ) = x = ey
4 9 NOVEMBRE 2001

Si incontra, nell’esponenziale ey , il curioso fenomeno di una funzione che coincide


con la sua derivata.
Le formule di integrazione sono quindi:
Z β
et dt = eβ − eα
α

7. La regola di derivazione delle funzioni composte


Siano assegnate due funzioni

φ : [a, b] → [α, β]

g : [α, β] → R
Sia
f : [a, b] → R, x → g[φ(x)]

Teorema 7.0.3. Se le due funzioni φ e g sono derivabili tale riesce anche la fun-
zione composta f .
La formula di derivazione é

f 0 (x) = g 0 [φ(x)].φ0 (x)

Proof.
f (x + h) − f (x) = g[φ(x + h)] − g[φ(x)]

φ(x + h) = φ(x) + φ0 (x).h + (h).h = φ(x) + k

f (x + h) − f (x) = g[φ(x) + k] − g[φ(x)]

g[φ(x) + k] − g[φ(x)] = g 0 [φ(x)].k + η(k).k

 
f (x + h) − f (x) +(h)
= {g 0 [φ(x)] + η(k)} . φ0 (x) +
h h

f (x + h) − f (x)
lim = g 0 [φ(x)]φ0 (x)
h→0 h


Teorema 7.0.4.
0
{f [g[p(x)]]} = f 0 [g[p(x)]].g 0 [p(x)].p0 (x)
9 NOVEMBRE 2001 5

8. Una generalizzazione del teorema del valor medio


Consideriamo il quoziente
F (b) − F (a)
G(b) − G(a)
relativo a due funzioni derivabili con G0 (x) > 0. La condizione G0 (x) > 0 significa
che G(x) é invertibile.
Sia x = g(u) l’inversa: b = g(β), a = g(α)
Consideriamo f (u) = F [g(u)]:
f (β) − f (α) = f 0 (ξ)(β − α), ξ ∈ (α, β)
ovvero
F (b) − F (a) = f 0 (ξ) [G(b) − G(a)]
ovvero ancora
F (b) − F (a)
= f 0 (ξ)
G(b) − G(a)
La regola di derivazione delle funzioni composte e delle inverse produce del resto

F 0 [g(ξ)] F 0 (η)
f 0 (ξ) = F 0 [g(ξ)].g 0 (ξ) = =
G0 [g(ξ)] G0 (η)
da cui si ha

F (b) − F (a) F 0 (η)


= 0 , η ∈ (a, b)
G(b) − G(a) G (η)
Nota 8.0.5. Un risultato piú debole si sarebbe potuto ottenere applicando diretta-
mente il teorema del valor medio all’espressione a numeratore e a quella a denom-
inatore
F (b) − F (a) = F 0 (ξ)(b − a), G(b) − G(a) = G0 (η)(b − a)
pervenendo a
F (b) − F (a) F 0 (ξ)
= 0
G(b) − G(a) G (η)
con, a secondo membro, due punti ξ ed η potenzialmente diversi...

Nota 8.0.6. La formula stabilita sopra é, di fatto, il teorema di Hospital relativo
al rapporto di due infinitesimi (cfr. pag. 464).
14 NOVEMBRE 2001

COURANT, pag. 223

1. La prima equazione differenziale


y 0 = αy, y =?
Teorema 1.0.1. Le uniche funzioni che verificano tale equazione differenziale sono
y = f (x) = c.eαx , c∈R
Proof. Le funzioni proposte soddisfano (basta sostituire e controllare) l’equazione
differenziale assegnata. Viceversa, sia y(x) una funzione che soddisfi l’equazione
y 0 − αy = 0
moltiplicando membro a membro per e−αx si ottiene
 −αx 0
[y 0 − αy] e−αx = 0 ⇒ y.e =0
da cui segue
y.e−αx = c


L’equazione differenziale considerata si incontra in numerose situazioni concrete:


essa corrisponde all’evoluzione di quantitá y la cui variazione sia proporzionale alla
quantitá stessa
• interessi composti
• disintegrazione radioattiva
• raffreddamento di un corpo
• pressione atmosferica dipendente dalla quota
• sviluppo di reazioni chimiche
• chiusura di un circuito elettrico

2. Interessi composti
Un capitale C0 sia depositato all’interesse annuo α: dopo t anni esso vale
Ca (t) = (1 + α)t .C0
Una interpretazione mensile del contratto di deposito produrrebbe un interesse
α
mensile pari a 12 e condurrebbe ad un capitale
 α 12t
Cm (t) = 1 + .C0
12
Una interpretazione giornaliera condurrebbe ad un capitale
 α 365t
Cg (t) = 1 + .C0
365
1
2 14 NOVEMBRE 2001

Si capisce che una interpretazione relativa a tempi via via piú brevi (da un anno
ad un mese, ad un giorno, ecc.) condurrebbe a
 α nt
C(t) = lim 1 + .C0 = C0 .eα.t
n→∞ n

3. Disintegrazione radioattiva
Sia y(t) la massa, variabile nel tempo di una sostanza soggetta a disintegrazione
radioattiva:
y(t + h) − y(t) = −α.y(t).h
ovvero
y 0 (t) = −α.y(t)
É evidente quindi che
y(t) = c.e−α.t
Detta y0 la massa al tempo t = 0 si ha quindi
y(t) = y0 .e−α.t

Un esercizio: come calcolare α ?


Basta poter misurare y(t) in corrispondenza ad un altro istante t0 > 0 : l’equazione
y(t0 ) = y0 .e−α.t0
permette di ricavare α.

Un tempo rilevante é il tempo di dimezzamento : il tempo τ in corrispondenza al


quale y(τ ) = 21 y0 .
Si ha evidentemente
1 ln(2)
e−α.τ = ⇒τ =
2 α
equazione dalla quale si ricava α.

4. Raffreddamento di un corpo
Approssimazioni accolte:
• Il corpo da raffreddare sia omogeneo
• L’agente raffreddante abbia una temperatura costante.
• La quantitá di calore ceduto sia in ogni istante proporzionale alla differenza
di temperatura del corpo con quella dell’agente raffreddante.
• Esempio: immersione di una pallina di metallo calda in una grande vasca
d’acqua fredda.
Quantitá Q(t) di calore posseduto dal corpo e temperatura y(t) del corpo sono
proporzionali; y(t) = γ.Q(t), mentre pensiamo 0 la temperatura dell’agente raffred-
dante.
Q(t + h) − Q(t) = −αQ(t).h
Ne segue
14 NOVEMBRE 2001 3

y(t + h) − y(t) = −αy(t).h


ovvero
y 0 (t) = −α.y(t) ⇒ y(t) = y0 .e−α.t .

5. Pressione atmosferica
• La pressione atmosferica corrisponde al peso della colonna d’aria sovras-
tante,
• La pressione é proporzionale alla densitá σ(h) dell’aria la quale dipende
naturalmente dalla quota h
p(h) = a.σ(h)

Z h
p(h) = p(0) − g. σ(x)dx
0
derivando si ottiene
p0 (h) = −gσ(h)
ovvero
g
p0 (h) = − p(h)
a
Da cui segue
g
p(h) = p0 .e− a h
Nota 5.0.2. Passando ai logaritmi si ottiene
g a p0
ln p = ln p0 − h ⇒ h = ln
a g p
formula usabile negli altimetri.

6. Sviluppo di reazioni chimiche


La velocitá di reazione é proporzionale alla quantitá di sostanza reagente disponi-
bile. Sia u(t) la quantitá disponibile al tempo t, riesce
du
= −k.u
dt
equazione che implica per la funzione u(t) l’espressione
u(t) = u0 .e−k.t
4 14 NOVEMBRE 2001

7. Chiusura di un circuito elettrico


Sia I(t) l’intensitá di corrente che percorre un circuito di resistenza R in con-
seguenza di una forza elettromotrice E applicata: l’intensitá, che inizialmente era
nulla, passa gradualmente al valore E/R previsto dalla legge di Ohm.
Lo stabilirsi della corrente é inizialmente ostacolato da una forza elettromotrice
indotta
dI
−L
dt
determinata da una costante L tipica del circuito.
Riesce pertanto
dI
I(t).R = E − L
dt
Posto
E
f (t) = I(t) −
R
si ha
R
f 0 (t) = I 0 (t) = − f (t)
L
da cui
R E R
f (t) = f (0).e− L .t = − .e− L .t
R
da cui
E E R E R

I(t) = − .e− L .t = 1 − e− L .t
R R R
8. Convessitá e concavitá di una curva
Consideriamo il grafico di una funzione f (x) continua e derivabile con le derivate
prima e seconda continue.
É stato riconosciuto come la derivata f 0 (x) misuri la pendenza sull’orizzontale della
tangente al grafico in ciascun punto.
f 0 (x) > 0 in un intervallo vuol dire che la funzione é crescente in tale intervallo.
f 00 (x) > 0 in un intervallo vuol dire che f 0 (x) é crescente in tale intervallo, ovvero
che le tangenti in tale intervallo hanno pendenze (sull’orizzontale) via via piú ele-
vate.
Questo fenomeno corrisponde a curve grafico che si trovano, in tutto l’intervallo al
di sopra delle rette tangenti.
Il viceversa nel caso di f 00 (x) < 0 : grafici che si trovano al di sotto delle tangenti.
Il primo caso, f 00 (x) > 0 é tipico del grafico della funzione y = x2 e si chiama
convessitá(Fig. 3.14 (a), pag. 237).
Il secondo si riscontra nella funzione −x2 e si chiama concavitá.(Fig. 3.14 (b), pag.
237).
Nota 8.0.3. Le funzioni continue in un intervallo godono di un risultato fonda-
mentale, indicato come
teorema della permanenza del segno:
se sono positive in un punto sono (inevitabilmente...!) positive in un intervallo che
contiene quel punto e, analogamente se sono negative in un punto sono negative in
un intervallo. (Non esiste un teorema della permanenza del segno nel caso di valori
nulli...!).
Per quanto concerne la convessitá o la concavitá basta quindi riconoscere che la
14 NOVEMBRE 2001 5

derivata f 00 (x), per ipotesi continua, sia positiva in un punto x0 per poterne dedurre
che il grafico di f (x) apparirá convesso in tutto un intorno di x0 .
Nota 8.0.4. Le proprietá geometriche che legano la posizione del grafico rispetto a
quella delle tangenti (cfr. Fig. 3.14 (a) ) possono essere lette anche collegando la
posizione del grafico a quelle delle corde inscritte, le porzioni di retta da un punto
all’altro del grafico.
Nelle funzioni convesse le corde stanno al di sopra del grafico.
Ovvero scelta la secante tra due punti (a, f (a)) e (b, f (b))
f (b) − f (a)
y = f (a) + (x − a)
b−a
per una funzione convessa riesce, per ogni x ∈ [a, b]
f (b) − f (a)
f (x) ≤ f (a) + (x − a)
b−a

Tenuto conto che se x ∈ [a, b] riesce naturalmente


x = α.a + β.b, α ≥ 0, β ≥ 0, α+β =1
la diseguaglianza precedente equivale a
f (α.a + β.b) ≤ α.f (a) + β.f (b)
Quest’ultima é anzi assunta come DEFINIZIONE di funzione convessa.
Definizione 8.0.5 (Funzioni convesse). Una funzione f (x) definita nell’intervallo
I si dice convessa in I se comunque si prendano a, b ∈ I riesce
f (α.a + β.b) ≤ α.f (a) + β.f (b)
in corrispondenza ad ogni scelta di
α ≥ 0, β ≥ 0, α+β =1
Nota 8.0.6. La funzione |x| é convessa !

9. Punti di flesso
Stante l’interesse che in un punto riesca
f 00 (x) > 0
ovvero
f 00 (x) < 0
si capisce l’interesse di indagare su gli eventuali punti x0 nei quali riesca invece
f 00 (x0 ) = 0
.
Nel caso in cui in x0 si incontri un cambio di segno di f 00 (x) in quel punto il grafico
cambierá da una forma convessa ad una concava o viceversa.
Un punto nel quale si incontri un tale cambio di forma si dice punto di flesso.
Esempio: f (x) = x3 in x0 = 0 riesce f 00 (x0 ) = 6x0 = 0 mentre a sinistra tale
derivata seconda é negativa e a destra é positiva: tale punto é punto di flesso per
x3 .
6 14 NOVEMBRE 2001

Nota 9.0.7. L’annullarsi della derivata seconda in un punto non obbliga che in
tale punto si incontri un cambio di segno:
x4 ha derivata seconda 12x2 nulla per x = 0 ma positiva sia a sinistra che a destra.
16 NOVEMBRE 2001

1. Convessitá e concavitá di una curva


Consideriamo il grafico di una funzione f (x) continua e derivabile con le derivate
prima e seconda continue.
É stato riconosciuto come la derivata f 0 (x) misuri la pendenza sull’orizzontale della
tangente al grafico in ciascun punto.
f 0 (x) ≥ 0 in un intervallo vuol dire che la funzione é crescente in tale intervallo.
f 00 (x) ≥ 0 in un intervallo vuol dire che f 0 (x) é crescente in tale intervallo, ovvero
che le tangenti in tale intervallo hanno pendenze (sull’orizzontale) via via piú ele-
vate.
Questo fenomeno corrisponde a curve grafico che si trovano, in tutto l’intervallo al
di sopra delle rette tangenti.
Il viceversa nel caso di f 00 (x) ≤ 0 : grafici che si trovano al di sotto delle tangenti.
Il primo caso, f 00 (x) ≥ 0 é tipico del grafico della funzione y = x2 e si chiama
convessitá(Fig. 3.14 (a), pag. 237).
Il secondo si riscontra nella funzione −x2 e si chiama concavitá.(Fig. 3.14 (b), pag.
237).
Nota 1.0.1. Le funzioni continue in un intervallo godono di un risultato fonda-
mentale, indicato come
teorema della permanenza del segno:
se sono positive in un punto sono (inevitabilmente...!) positive in un intervallo che
contiene quel punto e, analogamente se sono negative in un punto sono negative in
un intervallo. (Non esiste un teorema della permanenza del segno nel caso di valori
nulli...!).
Per quanto concerne la convessitá o la concavitá basta quindi riconoscere che la
derivata f 00 (x), per ipotesi continua, sia positiva in un punto x0 per poterne dedurre
che il grafico di f (x) apparirá convesso in tutto un intorno di x0 .
Teorema 1.0.2. Sia f (x) derivabile almeno due volte in [a, b] e riesca f 00 (x) ≥ 0
allora il rapporto incrementale
f (x) − f (a)
r(x) =
x−a
é crescente.
Proof.
f 0 (x)(x − a) − (f (x) − f (a))
r0 (x) =
(x − a)2
il teorema sará dimostrato se riconosciamo che il numeratore d(x) = f 0 (x)(x − a) −
(f (x) − f (a)) é non negativo. Ora riesce
d(a) = 0, d0 (x) = f 00 (x)(x − a) + f 0 (x) − f 0 (x) = f 00 (x)(x − a) ≥ 0
Pertanto
f 00 (x) ≥ 0 → d(x) ≥ 0 → r0 (x) ≥ 0
1
2 16 NOVEMBRE 2001

ovvero r(x) crescente. 


Nota 1.0.3. Le proprietá geometriche che legano la posizione del grafico rispetto a
quella delle tangenti (cfr. Fig. 3.14 (a) ) possono essere lette anche collegando la
posizione del grafico a quelle delle corde inscritte, le porzioni di retta da un punto
all’altro del grafico: nelle funzioni convesse le corde stanno al di sopra del grafico.
Teorema 1.0.4. La secante
f (b) − f (a)
y(x) = f (a) + (x − a)
b−a
tra due punti (a, f (a)) e (b, f (b)) del grafico di una funzione che soddisfi la con-
dizione f 00 (x) ≥ 0 verifica, per ogni x ∈ [a, b] la diseguaglianza
f (x) ≤ y(x)

Proof. f 00 (x) ≥ 0 implica che i rapporti incrementali f (x)−f


x−a
(a)
sono, come funzione
di x, crescenti,
 
f (x) − f (a) f (b) − f (a)
f (x) − y(x) = − (x − a) = {f 0 (ξ) − f 0 (η)} (x − a)
x−a b−a
Per quanto osservato sopra riesce certamente
ξ≤η
Usando ancora il teorema di Lagrange si ha
f (x) − y(x) = f 00 (µ)(ξ − η)(x − a)
Tenuto conto che
(ξ − η)(x − a) ≤ 0
se ne deduce che f (x) − y(x) ha segno opposto a quello di f 00 (x). 

Definizione 1.0.5 (Funzioni convesse). Una funzione f (x) definita nell’intervallo


I si dice convessa in I se comunque si prendano a, b ∈ I riesce
f (α.a + β.b) ≤ α.f (a) + β.f (b)
in corrispondenza ad ogni scelta di
α ≥ 0, β ≥ 0, α+β =1
Nota 1.0.6. La funzione |x| é convessa !

Nota 1.0.7. Soddisfare la relazione


f (b) − f (a)
f (x) ≤ f (a) + (x − a)
b−a
implica la continuitá...! (Vedi W.RUDIN, Real and Complex Analysis, Cap. 3)
16 NOVEMBRE 2001 3

2. Punti di flesso
Stante l’interesse che in un punto riesca
f 00 (x) > 0
ovvero
f 00 (x) < 0
si capisce l’interesse di indagare su gli eventuali punti x0 nei quali riesca invece
f 00 (x0 ) = 0.
Nel caso in cui in x0 si incontri un cambio di segno di f 00 (x) in quel punto il grafico
cambierá da una forma convessa ad una concava o viceversa.
Un punto nel quale si incontri un tale cambio di forma si dice punto di flesso.

Esempio: f (x) = x3 in x0 = 0 riesce f 00 (x0 ) = 6x0 = 0 mentre a sinistra tale


derivata seconda é negativa e a destra é positiva: tale punto é punto di flesso per
x3 .
Nota 2.0.8. L’annullarsi della derivata seconda in un punto non obbliga che in
tale punto si incontri un cambio di segno:
x4 ha derivata seconda 12x2 nulla per x = 0 ma positiva sia a sinistra che a destra.

3. Massimi e minimi
Una funzione f (x) definita in I ha un massimo nel punto ξ se
∀x ∈ I f (x) ≤ f (ξ).
Discorso analogo per un minimo nel punto η se
∀x ∈ I f (x) ≥ f (η).
I valori f (ξ) ed f (η) si dicono massimo e minimo della funzione.
Il massimo é (se esiste) unico: possono invece essere piú d’uno i punti ξ in cui
tale massimo é assunto.
Esempi
• f (x) sia costante in I : tutti i punti sono punti di massimo e punti di
minimo, il massimo e il minimo coincidono con il valore (costante) della
funzione.
• f (x) = sin(x) il massimo vale 1, ci sono infiniti punti di massimo
xk = π2 + 2nπ.
• f (x) = x2 definita in R: non ha massimo né punti di massimo, ha minimo
(vale 0) e ha un solo punto di minimo, l’origine.
Nota 3.0.9. La certezza dell’esistenza di massimo e minimo quindi di punti di
massimo e di minimo si ha solo per le funzioni continue definite in intervalli chiusi
e limitati (Il Teorema di Weierstrass, pag.101, secondo comma)
4 16 NOVEMBRE 2001

3.1. I punti di massimo o minimo relativi o locali:


Definizione 3.1.1. Un punto ξ ∈ (a, b) si dice di massimo relativo per la funzione
f (x) se esiste un intervallo aperto di centro ξ, I = (ξ − δ, ξ + δ) ⊆ (a, b) tale che
∀x ∈ I : f (x) ≤ f (ξ)
Definizione analoga per i punti di minimo relativo.
• Guardando la Fig. 3.16 di pag. 239 si riconosce che i punti x1 , x3 , x5
sono punti di massimo relativo
• Guardando la figura si riconosce che i punti x2 , x4 , x6 sono punti di
minimo relativo
• Si riconosce anche che in tali punti la retta tangente é orizzontale
• Si riconosce che per quanto concerne i valori della funzione puó accadere che
il valore f (x) in un punto di minimo relativo sia anche maggiore del valore
f (x) in un punto di massimo relativo (vedi ad esempio come f (x2 ) > f (x5 ).
• Si noti come sia ”ragionevole” attendersi che tra due punti di massimo
relativo ne cada uno di minimo e viceversa.
Per le funzioni differenziabili vale il seguente
Teorema 3.1.2. La derivata prima é nulla nei punti di massimo o di minimo
relativi interni all’intervallo (a, b).
Proof. La dimostrazione é ovvia pensando alla necessaria posizione orizzontale della
retta tangente. 
.
Corollario 3.1.3. Se l’estremo sinistro a dell’intervallo [a, b] é punto di massimo
relativo per la funzione derivabile f (x) riesce necessariamente f 0 (a) ≤ 0. Risultato
opposto nell’estremo b.
Definizione 3.1.4 (Punti critici). I punti in cui riesce f 0 (x) = 0 si dicono punti
critici
Il teorema precedente dichiara:
Teorema 3.1.5. I punti di massimo o minimo relativo interni all’intervallo (a, b)
sono critici.
Naturalmente ci sono punti critici che non sono affatto di massimo o minimo
relativi (Es. x3 nell’origine).
Teorema 3.1.6. Un punto ξ ∈ (a, b) critico é di massimo o di minimo relativo se
f 0 (x) cambia di segno traversando ξ.
Proof. Negli intervalli in cui ad esempio f 0 (x) < 0 la funzione é monotona: quindi
accadrá che f (x) é, ad esempio decrescente prima di ξ e crescente dopo. Evidente-
mente ξ é, in questo caso un punto di minimo relativo. 
Teorema 3.1.7. Sia ξ un punto critico per f (x) : per riconoscere se f 0 (x) cambia
segno traversando ξ basta che f 00 (ξ) 6= 0
Teorema 3.1.8. I punti critici ξ nei quali riesca f 00 (ξ) > 0 sono punti di minimo
relativo, quelli in cui riesce f 00 (ξ) < 0 sono punti di massimo relativo
Nota bene si tratta di condizioni sufficienti: si pensi alla funzione x4 che ha
sicuramente in x = 0 un punto critico che é di minimo relativo. In tale punto
f 00 (x) = 12x2 é tuttavia nulla...!
19 NOVEMBRE 2001

1. Massimi e minimi
Una funzione f (x) definita in I ha un massimo nel punto ξ se
∀x ∈ I f (x) ≤ f (ξ).
Discorso analogo per un minimo nel punto η se
∀x ∈ I f (x) ≥ f (η).
I valori f (ξ) ed f (η) si dicono massimo e minimo della funzione.
Il massimo é (se esiste) unico: possono invece essere piú d’uno i punti ξ in cui
tale massimo é assunto.
Esempi
• f (x) sia costante in I : tutti i punti sono punti di massimo e punti di
minimo, il massimo e il minimo coincidono con il valore (costante) della
funzione.
• f (x) = sin(x) il massimo vale 1, ci sono infiniti punti di massimo
xk = π2 + 2nπ.
• f (x) = x2 definita in R: non ha massimo né punti di massimo, ha minimo
(vale 0) e ha un solo punto di minimo, l’origine.
Nota 1.0.1. La certezza dell’esistenza di massimo e minimo quindi di punti di
massimo e di minimo si ha solo per le funzioni continue definite in intervalli chiusi
e limitati (Il Teorema di Weierstrass, pag.101, secondo comma)
1.1. I punti di massimo o minimo relativi o locali:
Definizione 1.1.1. Un punto ξ ∈ (a, b) si dice di massimo relativo per la funzione
f (x) se esiste un intervallo aperto di centro ξ, I = (ξ − δ, ξ + δ) ⊆ (a, b) tale che
∀x ∈ I : f (x) ≤ f (ξ)
Definizione analoga per i punti di minimo relativo.
• Guardando la Fig. 3.16 di pag. 239 si riconosce che i punti x1 , x3 , x5
sono punti di massimo relativo
• Guardando la figura si riconosce che i punti x2 , x4 , x6 sono punti di
minimo relativo
• Si riconosce anche che in tali punti la retta tangente é orizzontale
• Si riconosce che per quanto concerne i valori della funzione puó accadere che
il valore f (x) in un punto di minimo relativo sia anche maggiore del valore
f (x) in un punto di massimo relativo (vedi ad esempio come f (x2 ) > f (x5 ).
• Si noti come sia ”ragionevole” attendersi che tra due punti di massimo
relativo ne cada uno di minimo e viceversa.
Per le funzioni differenziabili vale il seguente
Teorema 1.1.2. La derivata prima é nulla nei punti di massimo o di minimo
relativi interni all’intervallo (a, b).
1
2 19 NOVEMBRE 2001

Proof. La dimostrazione é ovvia pensando alla necessaria posizione orizzontale della


retta tangente. 
.
Corollario 1.1.3. Se l’estremo sinistro a dell’intervallo [a, b] é punto di massimo
relativo per la funzione derivabile f (x) riesce necessariamente f 0 (a) ≤ 0. Risultato
opposto nell’estremo b.
Definizione 1.1.4 (Punti critici). I punti in cui riesce f 0 (x) = 0 si dicono punti
critici
Il teorema precedente dichiara:
Teorema 1.1.5. I punti di massimo o minimo relativo interni all’intervallo (a, b)
sono critici.
Naturalmente ci sono punti critici che non sono affatto di massimo o minimo
relativi (Es. x3 nell’origine).
Teorema 1.1.6. Un punto ξ ∈ (a, b) critico é di massimo o di minimo relativo se
f 0 (x) cambia di segno traversando ξ.
Proof. Negli intervalli in cui ad esempio f 0 (x) < 0 la funzione é monotona: quindi
accadrá che f (x) é, ad esempio decrescente prima di ξ e crescente dopo. Evidente-
mente ξ é, in questo caso un punto di minimo relativo. 
Teorema 1.1.7. Sia ξ un punto critico per f (x) : per riconoscere se f 0 (x) cambia
segno traversando ξ basta che f 00 (ξ) 6= 0
Teorema 1.1.8. I punti critici ξ nei quali riesca f 00 (ξ) > 0 sono punti di minimo
relativo, quelli in cui riesce f 00 (ξ) < 0 sono punti di massimo relativo
Nota bene si tratta di condizioni sufficienti: si pensi alla funzione x4 che ha
sicuramente in x = 0 un punto critico che é di minimo relativo. In tale punto
f 00 (x) = 12x2 é tuttavia nulla...!

2. Un algoritmo per massimi e minimi


Si debba calcolare il massimo e il minimo di una funzione f (x) definita in un
intervallo [a, b] e regolare a tratti.
Regolare a tratti vuol dire che esistono nell’intervallo [a, b] un numero finito di punti
c, d, e, ... tali che in ciascuno degli intervallini in cui tali punti decompongono [a, b]
F (x) sia continua e derivabile almeno due volte.
Il caso piú ovvio é che f (x) sia continua e derivabile in tutto [a, b] senza esclusione
di alcun punto.
Un caso intermedio puó essere quello proposto dalla funzione |x2 − 1| nell’intervallo
[−2, 3].
• si determinino le radici dell’equazione
f 0 (x) = 0
cioé i punti a tangente orizzontale o punti critici: ξ1 , ξ2 , ..., ξn
• si consideri l’insieme a, b, c, d, e, ..., ξ1 , ξ2 , ..., ξn costituito dagli estremi,
dai punti di non derivabilitá e dai punti critici.
19 NOVEMBRE 2001 3

• il massimo e il minimo di f (x) si trovano tra i valori presi da f (x) sui punti
di tale insieme.
• per quanto concerne i punti critici ξk essi sono punti di massimo o di minimo
relativo ogni qualvolta f 0 (x) cambia segno traversandoli: questo accade,
certamente se la derivata seconda f 00 (ξk ) riesce diversa da zero.

3. La formula di Taylor

3.1. Il caso dei polinomi. Sia


f (x) = a0 + a1 x + a2 x2 + ... + an xn
un polinomio. Scelto un punto α il valore del polinomio nel punto α + h é

f (α + h) = a0 + a1 (α + h) + a2 (α + h)2 + ... + an (α + h)n


valore che puó essere rappresentato anche con
c0 + c1 h + c2 h2 + ...cn hn
i coefficienti ck possono essere calcolati svolgendo le potenze e uguagliando i coef-
ficienti dei monomi simili: difficile ma possibile.
Si puó fare molto piú rapidamente:
f 00 (α f [n] (α)
c0 = f (α), c1 = f 0 (α), c2 = , .. cn =
2 n!

Ovvero
f 00 (α) 2 f [n] (α) n
f (α + h) = f (α) + hf 0 (α) + h + ... + h
2! n!

3.2. Il polinomio di Taylor per funzioni non polinomiali. Se la funzione f (x)


non é un polinomio ma é derivabile quante volte si vuole in I scelto un punto α ∈ I
si puó considerare il polinomio in h
f 00 (α) 2 f [n] (α) n
f (α) + hf 0 (α) + h + ... + h
2! n!
incontrato prececedentemente. Esso si dice
Polinomio di Taylor Pn di f (x) nel punto x0 = α di ordine n
4 19 NOVEMBRE 2001

Quanto Pn (h) somigli al valore f (α + h) é da esaminare...

La risposta é che tale somiglianza é molto spesso elevatissima...: risultato che si


formalizza chiamando resto
f 00 (α) 2 f [n] (α) n
 
0
Rn (h) = f (α + h) − f (α) + hf (α) + h + ... + h
2! n!
la differenza Rn (h) = f (α + h) − Pn (h) e provando che tale resto é infinitesimo al
crescere di n.

4. Il teorema di Cauchy sui rapporti


Cfr. Teorema della media generalizzato, pag. 222.
Consideriamo due funzioni F (x) e G(x) derivabili in [a, b] : il rapporto
F (b) − F (a)
G(b) − G(a)
coincide con il rapporto delle derivate in un opportuno punto ξ ∈ (a, b):
F (b) − F (a) F 0 (ξ)
= 0
G(b) − G(a) G (ξ)
Nota 4.0.1. Il teorema del valor medio di Lagrange consente solo di dire
F (b) − F (a) F 0 (η)
= 0
G(b) − G(a) G (µ)
con η, µ ∈ (a, b) ma potenzialmente diversi.

Per ottenere il risultato basta considerare la funzione

Q(x) = F (x) {G(b) − G(a)} − G(x) {F (b) − F (a)}


e riconoscere che
Q(a) = Q(b)
e che quindi [Rolle Theorem, pag 175] esiste un punto ξ ∈ (a, b) in cui

Q0 (ξ) = 0

da cui
F 0 (ξ) {G(b) − G(a)} − G0 (ξ) {F (b) − F (a)} = 0
ovvero il risultato annunciato dividendo per G(b) − G(a) e per G0 (ξ).

Nota 4.0.2. Naturalmente occorre che G(b) − G(a) 6= 0 condizione che si realizza
se, ad esempio sappiamo che G0 (x) 6= 0 ∀x ∈ (a, b).
La condizione G0 (x) 6= 0 ∀x ∈ (a, b) é la condizione sufficiente piú adatta, perché
• garantisce che G(b) − G(a) 6= 0
• garantisce di poter eseguire la divisione per G0 (ξ) senza alcuna limitazione.
19 NOVEMBRE 2001 5

5. L’espressione di Lagrange
La differenza

Rn (h) = f (α + h) − Pn (h)
gode delle proprietá seguenti

Rn (0) = Rn0 (0) = Rn00 (0) = ... = Rn[n] (0) = 0


tenuto conto inoltre che Pn (h) é un polinomio di grado n e che, quindi, la sua
derivata (n + 1)-esima é nulla si riconosce che
Rn[n+1] (h) = f [n+1] (h)
Ne segue, servendosi del precedente teorema di Cauchy [pag. 222] che

Rn (h) Rn (h) − Rn (0) Rn0 (h1 )


= =
hn+1 hn+1 − 0n+1 (n + 1)hn1
analogamente
Rn0 (h1 ) Rn0 (h1 ) − Rn0 (0) Rn00 (h2 )
= =
(n + 1)hn1 (n + 1)hn1 − (n + 1)0n (n + 1)nhn−12
proseguendo di questo passo si finisce per riconoscere l’uguaglianza
[n+1]
Rn (h) Rn (ξ)
n+1
=
h (n + 1)!
Tenuto conto che
Rn[n+1] (h) = f [n+1] (h)
si ricava
Rn (h) f [n+1](ξ)
n+1
=
h (n + 1)!
ovvero

f [n+1](ξ) n+1
Rn (h) = h
(n + 1)!
e quindi

f [n+1](ξ) n+1
f (a + h) = Pn (h) + h
(n + 1)!

Una stima della grandezza dell’addendo


[n+1](ξ)
f n+1

(n + 1)! h


indica quanto il polinomio di Taylor differisca dal valore della funzione.
21 NOVEMBRE 2001

Nota 0.0.1. I risultati detti Teorema o Formula di Taylor sono significativi in


quanto forniscono informazioni sul resto.
Scritture quali
sin(α + h) = h2 + 1 + R(h)
non sono né giuste né sbagliate... : esse significano solo che
R(h) = sin(α + h) − (h2 + 1)

1. Glossario
Il polinomio di Taylor é determinato da:
• una funzione f (x) ( derivabile tante volte almeno quanto é il grado del
polinomio di Taylor che si vuole costruire )
• un punto x0 = α che prende il nome di punto iniziale della formula
• un numero naturale n = 1, 2, 3, ... che si dice ordine della formula e cor-
risponde (quasi sempre) al grado del polinomio di Taylor.
• approssimazione: il polinomio di Taylor fornisce valori che approssimano
quelli della funzione, in generale tale approssimazione é tanto migliore
– quanto piú si considerano punti vicini al punto iniziale
– quanto piú alto é l’ordine n
Nota 1.0.2. Esistono funzioni ( abbastanza patologiche ) per le quali il grado di
approssimazione non aumenta aumentando l’ordine della formula: esse si dicono
funzioni non analitiche.
Un esempio di funzione non analitica é la seguente
 −1
e x2 x 6= 0
f (x) =
0 x=0
[cfr. pag. 225, A1, a, pag. 462 A.1.1] Si riconosce che essa ha tutte le derivate
(prima, seconda, ecc.) nel punto x0 = 0 nulle, quindi i polinomi di Taylor ad essa
associati di qualunque ordine sono... tutti nulli.
E’ evidente che una successione di polinomi tutti uguali al polinomio nullo non
fornisce approssimazioni di f (x) > 0 ∀x 6= 0 via via migliori...!

1
2 21 NOVEMBRE 2001

2. Diverse espressioni del resto di Taylor


Oltre all’espressione riconosciuta per il resto
f [n+1] (ξ) n+1
Rn (h) = h
(n + 1)!
detta forma di Lagrange, se ne possono stabilire altre equivalenti.
Consideriamo l’espressione

f 00 (α) f [n] (α)


f (β) = f (α) + f 0 (α)(β − α) + (β − α)2 + ... + (β − α)n + Rn (α)
2! n!
nella quale pensiamo ad esempio β fisso ed α variabile.
Derivando rispetto ad α si ha
f 000 (α)
0 = f 0 (α) + f 00 (α)(β − α) − f 0 (α) + (β − α)2 − f 00 (α)(β − α) + ...
2!
f [n+1] (α) f [n] (α)
+ (β − α)n − (β − α)n−1 + Rn0 (α)
n! (n − 1)!
Semplificando si ottiene
f [n+1] (α)
Rn0 (α) = − (β − α)n
n!
ovvero, ricordando che α é una variabile
f [n+1] (t)
Rn0 (t) = − (β − t)n
n!
Integrando si ottiene quindi

α
f [n+1] (t)
Z
Rn (α) − Rn (β) = − (β − t)n dt
β n!
da cui, tenuto conto che ovviamente

Rn (β) = 0
si ha

α β
f [n+1] (t) f [n+1] (t)
Z Z
Rn (α) = − (β − t)n dt = (β − t)n dt
β n! α n!

L’espressione stabilita per Rn (α) permette la formula seguente:


f 00 (α) f [n] (α)
f (β) = f (α) + f 0 (α)(β − α) + (β − α)2 + ... + (β − α)n +
2! n!
β
f [n+1] (t)
Z
+ (β − t)n dt
α n!
21 NOVEMBRE 2001 3

3. Sviluppo di alcune funzioni elementari


paragrafo 5.5, pag. 453

Applichiamo le formule precedenti del resto di Taylor a qualche caso concreto:


1: f (x) = sin(x), α = 0, n=3
sin(0) 2 − cos(0) 3 sin(ξ) 4
sin(h) = sin(0) + cos(0)h − h + h + h
2 6 24
ovvero
h3 sin(ξ) 4
sin(h) = h − + h
6 24
2: f (x) = sin(x), α = 0, n=3

sin(0) 2 − cos(0) 3 1 h
Z
sin(h) = sin(0) + cos(0)h − h + h + sin(t)(h − t)3 dt
2 6 6 0
ovvero
h3 1 h
Z
sin(h) = h − + sin(t)(h − t)3 dt
6 6 0
3: f (x) = x10 , α = 0, n=2
f 00 (0) 2 720ξ 7 3 720ξ 7 3
f (x) = f (0) + f 0 (0)x + x + x = x
2 6 6
Devono essere conosciuti gli sviluppi di Taylor delle funzioni

ex , sin(x), cos(x), sinh(x), cosh(x), (1 + x)α

4. Grafici delle approssimazioni di Taylor


Servitevi di Gnuplot per riconoscere il buon grado di approssimazione offerto dai
polinomi di Taylor.
Provate con la funzione cos(x):
i polinomi di Taylor di punto iniziale α = 0 sono, al variare dell’ordine n scelto i
seguenti:
x2
1−
2
x2 x4
1− +
2 24
x2 x4 x6
1− + −
2 24 720
ecc.
Le istruzioni per GnuPlot sono le seguenti:
• set xrange [-6.28:6.28]
• plot cos(x), 1-x**2/2, 1-x**2/2+x**4/24,1-x**2/2+x**4/24-x**6/720
con le quali si realizza sull’intervallo [−2π, 2π] il grafico di cos(x) e di tre polinomi
di Taylor approssimanti.
4 21 NOVEMBRE 2001

5. Espressioni indeterminate
I quozienti
f (x)
g(x)
di due funzioni infinitesime in un punto x0 rappresentano una forma indeterminata.
É in genere possibile risolvere tale indeterminazione rappresentando numeratore e
denominatore tramite la formula di Taylor
f [k] (x0 )
f (x) = (x − x0 )k + ...
k!
g [h] (x0 )
g(x) = (x − x0 )h + ...
k!
essendo k e h i primi ordini per i quali si incontrano nel polinomio di Taylor coef-
ficienti non nulli.
É chiaro che il limite del quoziente é determinato da tali due naturali e, nell’eventualitá
che essi siano uguali il limite risulta il rapporto
f [k] (x0 )
g [k] (x0 )
dei due coefficienti.
23 NOVEMBRE 2001

1. Tecniche di integrazione
1.1. Le primitive. Una vasta classe di funzioni puó essere prodotta tramite op-
erazioni aritmetiche o composizioni a partire da pochissime funzioni elementari:
chiameremo tale classe quella delle funzioni esplicite.
Le derivate di tali funzioni si esprimono con gli stessi strumenti (la derivata di
un polinomio é un polinomio, la derivata di una funzione razionale é una funzione
razionale, le derivate di somme o prodotti di funzioni trigonometriche e di funzioni
esponenziali sono somme o prodotti di funzioni trigonometriche e di funzioni espo-
nenziali, ecc.
Purtroppo l’operazione inversa della derivazione, la determinazione delle primitive,
operazione di grande importanza in quanto collegata all’integrazione, non gode delle
stesse fortune...
Non é in generale vero che una funzione esplicita ammetta una primitiva esplicita !
Dal punto di vista teorico la questione non ha alcuna importanza sostanziale: il
giudizio di elementare rivolto ad una funzione, e l’implicito giudizio favorevole ad
essa rivolto, é totalmente soggettivo.
Cambiando ambiente culturale si scopre facilmente come algoritmi considerati marginali
o non interessanti in un settore siano centrali e frequentemente invocati, con nomi
evidentemente ben conosciuti, in un altro.

1.2. La tavola delle primitive. Ogni tabella di derivate puó essere letta in senso
inverso e fornire quindi una tabella di primitive: una si trova a pag. 263.
Tabelle ricchissime di primitive sono esplicitamente pubblicate in vere enciclopedie
destinate ad usi tecnici.
Numerosi software producono primitive di classi di funzioni abbastanza estese (Math-
ematica, consultabile nel Laboratorio di Calcolo del Dipartimento di Matematica,
DERIVE, ecc.).

1.3. Una lettura immediata.


Z
f [φ(u)].φ0 (u)du =?

Se si riconosce che
R
• f (t)dt = F (t)
• allora F [φ(u)]0 = f [φ(u)]φ0 (u)
• f [φ(u)].φ0 (u)du = F [φ(u)]
R

Z Z
P [ln(x)]
P [sin(x)] cos(x)dx, dx
x
1
2 23 NOVEMBRE 2001

1.4. Le tecniche di integrazione. Le difficoltá accennate nel paragrafo prece-


dente nella rappresentazione di primitive di numerose funzioni, e quindi nel calcolo
di integrali che le coinvolgano, trovano parziale soluzione in alcune tecniche di ma-
nipolazione dette
• metodo di sostituzione , pag. 264
• integrazione per parti, pag 274
• integrazione delle funzioni razionali, pag. 282
• formule di razionalizzazione, pag 290

2. Il metodo di sostituzione
Indichiamo con [cfr. pag. 268 b*]
u = ψ(x), x = φ(u)
due funzioni, una inversa dell’altra,
φ : [α, β] → [a, b], ψ : [a, b] → [α, β]
Siano
{x0 , x1 , .., xn } ⊆ [a, b], {u0 , u1 , .., un } ⊆ [α, β]
due decomposizioni,
ui = ψ(xi )
corrispondenti dei due intervalli, e consideriamo le seguenti approssimazioni:
Z b N
h[ψ(x)]dx ∼
X
= h[ψ(xi )](xi+1 − xi )
a i=0
si ha
b N ψ(b)
(xi+1 − xi )
Z Z

h[ψ(x)]dx ∼ (ui+1 − ui ) ∼
X
= h[ui ] = h(u) du
a i=0
ui+1 − ui ψ(a) du

Del resto si ha anche, riferendosi all’altro integrale,


Z b
f (x)dx ∼ f (xi )(xi+1 − xi ) ∼ f [φ(ui )](φ(ui+1 ) − φ(ui )) ∼
X X
= = =
a
Z β
∼ f [φ(ui )](φ0 (ui )(ui+1 − ui ) ∼
X
= = f [φ(u)](φ0 (u)du
α
Le due formule, intuite tramite la manipolazione delle somme integrali, sono
pertanto le seguenti.
Z b Z ψ(b)

h[ψ(x)]dx = h(u) du
a ψ(a) du
Z b Z ψ(b)

f (x)dx = f [φ(u)] du
a ψ(a) du
23 NOVEMBRE 2001 3

esse si chiamano formule di integrazione per sostituzione.

Nota 2.0.1. Le formule di integrazione per sostituzione possono essere anche ri-
conosciute e stabilite ricorrendo alla formula di derivazione delle funzioni composte
G(u) = F [φ(u)] [cfr. pag 265]
F 0 [φ(u)] =F 0 [φ(u)]φ0 (u)
Z β
F [φ(β)] − F [φ(α)] = F 0 [φ(u)]φ0 (u)du
α
indicato con
b = φ(β), a = φ(α)
riesce
Z β
F (b) − F (a) = F 0 [φ(u)]φ0 (u)du
α
ovvero ancora
Z φ(β) Z β
F 0 (x)dx = F 0 [φ(u)]φ0 (u)du
φ(α) α

ovvero ancora chiamando f la funzione F 0 si ha


Z φ(β) Z β
f (x)dx = f [φ(u)]φ0 (u)du
φ(α) α

La relazione osservata si scrive (e si ricorda meglio) con la notazione di Leibnitz


Z Z
f (x)dx = f (φ)dφ

che ricorda come...



la variabile x venga sostituita con x = φ(u), dx → dφ = du du
La determinazione dell’intervallo é altrettanto automatizzabile ricordando che se
x = φ(u) allora
Z b Z φ−1 (b)
−1 −1
f (x)dx : x ∈ [a, b] → u ∈ [φ (a), φ (b)], f (φ)dφ
a φ−1 (a)
ovvero
Z B Z φ(B)
f (φ)dφ = f (x)dx
A φ(A)
R
Nota 2.0.2. D’ora in poi la grafia f (x)dx indica una (qualsiasi) primitiva di
f (x).

Perché mai eseguire una sostituzione ?


4 23 NOVEMBRE 2001

Si esegue una sostituzione nella speranza che l’integrale


Z β
f [φ(u)]φ0 (u)du
α
sia piú facile di quello
Z b
f (x)dx
a
cioé che si arrivi a integrare una nuova funzione
f [φ(u)]φ0 (u)
di cui si conosce una primitiva (facile).
...qualche volta questo succede.
Si tenga presente del resto che le sostituzioni x = φ(u) proponibili sono infinite e
che quindi potrebbe capitarne una vantaggiosa...!

Esempio: (vedi pag. 273)


Z p
a2 ± x2 dx
26 NOVEMBRE 2001

1. La formula di integrazione per parti


La regola di derivazione del prodotto
Z Z
(f.g) = f .g + f.g → f .gdx = f.g − f.g 0 dx
0 0 0 0

Esempi:

1: R xn .ex dx = xn .ex − n xn−1Rex dx


R R

2: R x. sin(x)dx = −x. cos(x) + cos(x)dx


3: eαx . sin(bx)dx = − 1b eα.x cos(bx) + α eαx cos(bx)dx
R

4: e . sin(bx)dx = α1 eαx . sin(bx) − αb eαx . cos(bx)dx


R αx R

dal sistema [3] e [4] si ricavano i due integrali che vi figurano.

2. Formule ricorsive
[cfr. pag. 278]
1: R cosn (x)dx
R

2: R sinn (x)dx
3: sinm (x). cosn (x)dx

π
sinm (x)dx
R
3. Il caso degli integrali 2
0
m = 0, 1, 2, 3, ..

Z π Z π
2 π 2
sinm (x)dx = − sinm−1 cos(x) 02 + (m − 1) sinm−2 x cos2 (x)dx
0 0

π
Z π/2 Z 2
m
sin (x)dx = (m − 1) sinm−2 x(1 − sin2 (x)dx
0 0

π
Z π/2 Z 2
[1 + (m − 1)] sinm (x)dx = (m − 1) sinm−2 xdx
0 0
ovvero
π
π/2
m−1
Z Z 2
m
sin (x)dx = sinm−2 xdx
0 m 0
1
2 26 NOVEMBRE 2001

3.1. L’espressione ricorsiva. Indichiamo con


Z π2
Im = sinm (x)dx
0

riesce:
π m−1
I0 = , I1 = 1, Im = Im−2
2 m
ne segue
2 2
I3 = I1 =
3 3
31π
I4 =
422
42
I5 =
53
531π
I6 =
6422
642
I7 =
753

π Qm
k=1 2k − 1 π
Z 2
2m
I2m = sin (x)dx = Q m
0 k=1 2k 2
Z π Qm
2
2m+1 2k
I2m+1 = sin (x)dx = Qm k=1
0 k=1 2k + 1

3.2. Il limite degli Im . Gli Im rappresentano l’area del sottografico della funzione
positiva sinm (x) relativo all’intervallo [0, π2 ].
Tenuto conto che al crescere di m sinm (x) diminuisce verso zero, si riconosce che le
aree Im tendono a zero.

4. La formula di Wallis per π


Consideriamo la successione dei quozienti
π Qm
sin2m (x)dx
R
I2m 2
0 (2m + 1). k=1 (2k − 1)2 π
=R π = Qm 2
I2m+1 2
sin2m+1 (x)dx k=1 (2k) 2
0
π
Da tale relazione si ricava una successione convergente a 2:

Qm R π2
π k=1 (2k)2 0
sin2m (x)dx
= Qm π
2 (2m + 1). k=1 (2k − 1)2 2 sin2m+1 (x)dx
R
0
26 NOVEMBRE 2001 3

π
2m
R 2
0 sin (x)dx
4.1. Il limite di π
R 2 . Alcune osservazioni:
2m+1
0 sin (x)dx

• sin2m+1 (x) ≤ sin2m (x) ≤ sin2m−1 (x)


Rπ Rπ Rπ
• 02 sin2m+1 (x)dx ≤ 02 sin2m (x)dx ≤ 02 sin2m−1 (x)dx
Rπ R π2
• 02 sin2m+1 (x)dx = 2m+12m
0
sin2m−1 (x)dx
R π2 π
• 0 sin2m−1 (x)dx = 2m+1 sin2m+1 (x)dx
R 2

R π2 2m
π
0 R π2
• 0 sin2m+1 (x)dx ≤ 02 sin2m (x)dx ≤ 2m+1 sin2m+1 (x)dx
R
2m 0

π
sin2m (x)dx
R 2
0 1
1≤ R π ≤1+
2
sin 2m+1
(x)dx 2m
0

L’ultima osservazione implica

π
sin2m (x)dx
R 2
0
lim R π =1
m→∞
0
2
sin2m+1 (x)dx

Ne segue
Qm
k=1 (2k)2 π
lim Qm 2
=
k=1 (2k − 1) 2
m→∞ (2m + 1).

Ne segue anche

Qm r
k=1 (2k) π
lim p Qm =
m→∞ (2m + 1). k=1 (2k − 1) 2

ovvero

Qm
√ (2k)
π = lim √ Qk=1
m
m→∞ m. k=1 (2k − 1)

ovvero ancora

√ 22m (m!)2
π' √
(2m)! m
4 26 NOVEMBRE 2001


4.2. Alcuni valori sperimentali: π = 1.772453850 : approssimazioni di Stir-
ling (in prima colonna l’intero m )
1 2
2 1.885618083
3 1.847520861
4 1.828571428
5 1.817248896
6 1.809724023
7 1.804361866
8 1.800347708
9 1.797230220
10 1.794739255
11 1.792703249
12 1.791008021
13 1.789574641
14 1.788346802
15 1.787283260
16 1.786353109
17 1.785532741
18 1.784803803
19 1.784151820
20 1.783565217

5. La formula di Stirling
[cfr. pag. 504]
Consideriamo l’area An del sottografico di ln(x) per x ∈ [1, n]
Z n
An = ln(x)dx = n. ln(n) − n + 1
1
indichiamo inoltre con Tn l’area delimitata dalla poligonale inscritta nel grafico di
ln(x) relativa ai punti di ascissa k = 1, 2, ..., n.
L’area Tn approssima la An .
Riesce
1 ln(2) + ln(1) 1 ln(3) + ln(2) 1 ln(n) + ln(n − 1)
Tn = + + ... + =
2 2 2 2 2 2
1 1
ln(2) + ln(3) + ... + ln(n − 1) +ln(n) = ln(n!) + ln(n)
2 2
Tenuto conto che ln(x) é una funzione convessa riesce
An > Tn
Indichiamo con
an = An − Tn
la differenza cioé la somma delle aree delle n − 1 lunette tra il grafico di ln(x) e la
poligonale. La successione {an } é crescente, e riesce a1 = 0.
Nota 5.0.1. Se riuscissimo a riconoscere che é anche limitata ne dedurremmo che
é convergente.
26 NOVEMBRE 2001 5

Riesce ovviamente

an = (an − an−1 ) + (an−1 − an−2 ) + ... + a2 − a1

Stimiamo la differenza
ak − ak−1
che rappresenta l’area della lunetta relativa all’intervallo x ∈ [k, k + 1] delimitata
dal grafico di ln(x) e dalla secante condotta per gli estremi.
Ricordando che ln(x) é concava, e che quindi il suo grafico si trova al disotto delle
tangenti, si ricava che l’area della lunetta é piú piccola di quella del quadrilatero
determinato, sullo stesso intervallo dalla secante e dalla tangente nel punto medio
k + 12 , (cfr. Figura 6.9 di pag. 506).
L’area del trapezio determinato dalla retta tangente é uguale a quella di qualunque
altro trapezio determinato da una retta passante per il punto del grafico [k+ 12 , ln(k+
1
2 )]: scelta la retta orizzontale si ha per tale area il valore

1
ln(k + )
2
L’area del trapezio determinato dalla secante vale invece
ln(k) + ln(k + 1)
2
Riesce pertanto
1 ln(k) + ln(k + 1)
0 ≤ ak − ak−1 ≤ ln(k + ) −
2 2
ovvero
1 1 1 1
ak − ak−1 = ln(1 + ) − ln(1 +
2 2k 2 2(k + 12 )
Una semplice riduzione del termine a sottrarre produce la maggiorazione

1 1 1 1
0 ≤ ak − ak−1 ≤ ln(1 + ) − ln(1 + )
2 2k 2 2(k + 1)
Si tratta di una stima telescopica che conduce alla maggiorazione per an seguente:
1 1 1 1
an ≤ (an − an−1 ) + ... + (a2 − a1 ) ≤ − ln(1 + ) + ln(1 + )
2n 2n 2 2
da cui, trascurando il termine negativo, si ha
1 1
an ≤ ln(1 + )
2 2
...quindi la successione monotona crescente {an } é convergente:

lim an = a
n→∞
6 26 NOVEMBRE 2001

5.1. Riassumendo le espressioni. Si ha


1
n ln(n) − n + 1 − ln(n!) + ln(n) = an
2
ovvero
1
nn+ 2
= ean −1
n!en
Tenuto conto che an convergono ad a si ha quindi
1
nn− 2
lim = ea−1
n→∞ n!en
ovvero
Stima di Stirling:
1
n! ' nn+ 2 e−n e1−a
π
5.2. Quanto vale e1−a . Dalla formula di Wallis per il calcolo di sinm (x)dx si
R 2
0
era ricavato che

n!22n √
lim √ = π
n→∞ (2n)! n
Sostituendo nella formula di Wallis ad n! la stima di Stirling si trova una relazione
che consente di determinare a: infatti deve riuscire
1
√ (nn+ 2 e−n e1−a )2 22n
π' 1 √
(2n)2n+ 2 e−2n e1−a n
ovvero semplificando si ha

√ e1−a √
π ' √ : ⇒ e1−a = 2π
2
da cui la formula di Stirling
1 √
n! ' nn+ 2 e−n 2π
5.3. Che fare di tale stima ? É utile per calcolare l’ordine di grandezza di n!
tramite i logaritmi
1 √
ln(n!) = (n + ) ln(n) − n + ln( 2π)
2

Esempio: √
ln(100!) = 100.5. ln(100) − 100 + ln( 2π) = 363.738
100! = e363.738
Conto fatto con DERIVE:
100! = 9.332621544 10157
e363.738 = 9.319792830 10157
28 NOVEMBRE 2001

1. Formula di Stirling
[cfr. pag 504, vedi Lezione precedente]
Rn
• An = 1 ln(x)dx = n ln(n) − n + 1
• Tn = ln(n!) − 12 ln(n) area dei trapezi inscritti
• an = area delle lunette tra secante e grafico, per x ∈ [1, n]
1
An − Tn = n ln(n) − n + 1 − ln(n!) + ln(n) = an
2
1
(n + ) ln(n) − n − ln(n!) = an − 1
2
1
nn+ 2
ln = an − 1
n!en
ovvero
1
nn+ 2
= ean −1
n!en
La successione {an } é monotona crescente e limitata superiormente, quindi conver-
gente:
lim an = a
n→∞
quindi
1
nn+ 2
lim = ea−1
n→∞ n!en
ovvero
1
n! ' nn+ 2 e−n e1−a
Tenuta presente la formula di Wallis [cfr. pag. 280, formula (80)]

(n!)2 22n √
lim √ = π
n→∞ (2n)! n

si ricava
1
(nn+ 2 e−n e1−a )2 22n √
lim 1 √ = π
n→∞ ((2n)2n+ 2 e−2n e1−a )! n

formula dalla quale, semplificando si ricava



e1−a = 2π
da cui la formula di Stirling

1 √
n! ' nn+ 2 e−n 2π
1
2 28 NOVEMBRE 2001

2. Integrale delle funzioni razionali


[cfr. pag 288, Esempi di risoluzione tramite decomposizione in frazioni
parziali]
Consideriamo una funzione razionale ”propria” cioé con il numeratore di grado
minore a quello del denominatore
f (x)
R(x) =
g(x)
e supponiamo che il polinomio g(x) a denominatore si fattorizzi in tutti termini
lineari
g(x) = g0 (x − ξ1 )(x − ξ2 )...(x − ξn )
allora riesce certamente
a1 a2 an
R(x) = + + ... +
x − ξ1 x − ξ2 x − ξn
il cui integrale diventa immediato.
ax+b
2.1. Il caso x2 +px+q . Il polinomio a denominatore puó avere
1: due radici distinte
2: una sola radice (due radici coincidenti)
3: nessuna radice

1: Il primo caso é quello citato in generale precedentemente

A B
R(x) = +
x−α x−β
2: Il caso di una radice corrisponde a
ax + b
R(x) =
(x − α)2
3: Il terzo caso corrisponde (grosso modo) al seguente
ax + b
R(x) =
1 + x2
Le primitive prodotte sono, a seconda dei tre casi
1: Due logaritmi
2: Una funzione razionale e un logaritmo
3: Una funzione razionale e un arcotangente.

3. Ordini di infinito e/o di infinitesimo


[cfr. pag. 248 ]
Le funzioni
xα , ln(x), ex , eαx , (α > 0)
divergono verso +∞ al tendere di x → +∞.
Il loro divergere é comunque diverso in rapiditá.
28 NOVEMBRE 2001 3

Un metro per classificarli é valutare la divergenza o meno dei loro quozienti:


poiché riesce, ad esempio,
ex
lim = +∞
x→+∞ x
si dice che ex é un infinito di ordine superiore ad x.

Discorso analogo per gli infinitesimi:


1 1
2
,
x x
la prima si dirá un infinitesimo per x → +∞ di ordine superiore al secondo...
Teorema 3.0.1. Se a < 1 riesce
ax
lim = +∞
x→+∞ x

Proof.
ax
φ(x) = ln( = x ln(a) − ln(x)
x
1
φ0 (x) = ln(a) −
x
Quindi certamente riesce
φ0 (x) ≥ M > 0 ∀x > x0
Dal teorema fondamentale del calcolo riesce del resto
Z x
φ(x) − φ(x0 ) = φ0 (t)dt ≥ M (x − x0 )
x0
In altri termini
φ(x) ≥ φ(x0 ) + M (x − x0 )
Tenuto conto che a secondo membro c’é una quantitaá divergente, sará divergente
anche il primo membro.
x
Se diverge φ(x) diverge anche ax . 
Corollario 3.0.2. Diverge anche
ax
x2
Proof. √ √
ax ( a)x ( a)x
=
x2 x x
i due fattori divergono entrambi... 
Teorema 3.0.3. Per ogni α > 0 riesce
ln(x)
lim =0
x→+∞ xα
Proof. Posto y = ln(x) si ha
ln(x) y y
= αy = y
xα e c
avendo indicato con c = eα > 1. Il risultato segue dal teorema precedente che
dichiara che
cy
→ +∞
y
4 28 NOVEMBRE 2001

4. Gli o piccolo e gli O grande


Una espressione tipografica molto utile per riassumere che una funzione diver-
gente f (x) sia divergente di ordine minore di un’altra g(x) é la seguente
f = o(g).

Esempio fondamentale

1 1 1
√ = + o( ), x → +∞
1 + 4x2 2x x
Significato:
la differenza
1 1
√ −
1 + 4x2 2x
1
é un infinitesimo per x → +∞ di ordine superiore all’infinitesimo x (cioé cala
ancora piú rapidamente...)

Per dichiarare invece che f (x) diverge con un ordine non superiore a quello di g(x)
si usa la notazione
f = O(g)

Esempio fondamentale

√ √
10x + 1 = O( x) x → +∞
[cfr. pag. 253]
30 NOVEMBRE 2001

1. Ordini di grandezza
[cfr. pag. 248 ]
1.1. Il caso di funzioni divergenti per x → ∞. Una funzione si dice divergente
per x → ∞ se
lim |f (x)| = ∞
x→∞
Tutti i polinomi sono funzioni divergenti per x → ∞
1.2. L’ordine di divergenza. É evidente che alcune funzioni divergono piú rapi-
damente di altre: 2
x2 , , x10 , , ex , . . .
Il significato intuitivo che diamo alla frase x10 diverge piú rapidamente di x2 é
precisato dal fenomeno seguente

|x10 |
lim =∞
x→∞ |x2 |

Definizione 1.2.1. La funzione f (x) é divergente per x → ∞ di ordine superiore


alla funzione g(x), anch’essa divergente per x → ∞ se
|f (x)|
lim = ∞.
x→∞ |g(x)|

Nota 1.2.2. Non é sempre vero tuttavia che dall’essere f (x) divergente di ordine
superiore a g(x) riesca
|f (x)| < |g(x)|
La disegueglianza potrebbe non essere soddisfatta per numerosi tratti iniziali.
x2
Esempio: 100 é divergente di ordine superiore ad x: tuttavia per x ∈ [0, 9] riesce
x2
<x
100
Teorema 1.2.3. La somma di due funzioni f (x) e g(x) divergenti di ordini diversi
é divergente dell’ordine maggiore.
Proof. Sia f (x) divergente di ordine maggiore
 
g(x)
f (x) + g(x) = f (x) 1 + ' f (x)
f (x)

Nota 1.2.4. Il teorema non é vero sommando funzioni divergenti dello stesso or-
dine, potrebbe capitare di sommare, ad esempio x2 e 1 − x2 ...

|x| si dice divergente di ordine 1, |x2 | di ordine 2, ecc.


1
2 30 NOVEMBRE 2001

1.3. L’esponenziale batte le potenze.


Teorema 1.3.1. Se a < 1 riesce
ax
lim = +∞
x→+∞ x

Proof.
ax
φ(x) = ln( ) = x ln(a) − ln(x)
x
1
φ0 (x) = ln(a) −
x
Quindi certamente riesce
φ0 (x) ≥ M > 0 ∀x > x0
Dal teorema fondamentale del calcolo riesce del resto
Z x
φ(x) − φ(x0 ) = φ0 (t)dt ≥ M (x − x0 )
x0

In altri termini
φ(x) ≥ φ(x0 ) + M (x − x0 )
Tenuto conto che a secondo membro c’é una quantitá divergente, sará divergente
anche il primo membro.
x
Se diverge φ(x) diverge anche ax . 

Corollario 1.3.2. Diverge anche


ax
x2
Proof.
√ √
ax ( a)x ( a)x
=
x2 x x
i due fattori divergono entrambi... 

1.4. Le potenze battono il logaritmo.


Teorema 1.4.1. Per ogni α > 0 riesce
ln(x)
lim =0
x→+∞ xα
Proof. Posto y = ln(x) si ha
ln(x) y y
= αy = y
xα e c
avendo indicato con c = eα > 1. Il risultato segue dal teorema precedente che
dichiara che
cy
→ +∞
y

30 NOVEMBRE 2001 3

1.5. Divergenti velocissime e divergenti lentissime.


2
1: Una funzione che diverga con un ordine maggiore di e|x| é certamente ex
n
2: Una funzione che diverga con un ordine maggiore di e|x| é certamente
|x|
ee ...

3: Una funzione che diverga piú lentamente di ln(x)√é ln( x)
4: Una funzione che diverga piú lentamente di ln( x) é ln(ln x)
(attenti a dove é definita...)
1.6. Gli ordini di infinito o di divergenza. Se diamo ad |x| l’ordine 1, a |x|1+
l’ordine 1 +  quale ordine potremmo attribuire a x ln(x) ?

1.7. Due funzioni divergenti si possono comparare sempre ? Si considerino


le due funzioni [cfr. pag 251]
2 2
f (x) = x2 (sin(x)) + x + 1, g(x) = x2 (cos(x)) + x
entrambe divergenti per x → ∞.
Tuttavia il loro quoziente
• non diverge: sui punti x = (n + 12 π tende a 0
• non tende a zero: sui punti x = nπ diverge
• non converge: ovviamente viste le due righe precedenti...

x2 (sin(x))2 +x+1
Figure 1. x2 (cos(x))2 +x
4 30 NOVEMBRE 2001

2. Ordine di grandezza in un intorno di un punto


Si incontrano funzioni divergenti oltre che per x → ∞ anche anche per x → ξ e
si usa nei loro riguardi lo stesso linguaggio:
1
• f (x) = |x−ξ| costituisce una funzione divergente di ordine 1 per x → ξ
1
• f (x) = |x−ξ|2 costituisce una funzione divergente di ordine 2 per x → ξ
1
• e |x−ξ| costituisce una funzione divergente per x → ξ di ordine maggiore
di...
1
• ln( |x−ξ| ) costituisce una funzione divergente per x → ξ di ordine minore
di...
Il confronto per decidere i diversi ordini di grandezza tra f (x) e g(x) si fa sempre
e solo con il
|f (x)|
lim
x→ξ |g(x)|

3. Ordini di infinitesimo
Una funzione per la quale riesca
lim f (x) = 0
x→ξ

si dice un infinitesimo in ξ. Due funzioni f (x) e g(x) infinitesime in ξ si confrontano


tramite il loro quoziente (se esiste...). Si dice che f (x) é infinitesimo d’ordine
superiore a g(x) se
|f (x)|
lim =0
x→ξ |g(x)|

Si dicono dello stesso ordine se


|f (x)|
lim = λ 6= 0
x→ξ |g(x)|

La funzione |x − ξ| si dice infinitesimo d’ordine 1 in ξ

Teorema 3.0.1. La somma f (x) + g(x) di due infinitesimi f (x) e g(x) in ξ é un


infinitesimo in ξ di ordine pari a quello minore.
Proof. Se
f (x)
lim =0
x→ξ g(x)
allora
f (x) + g(x) f (x)
= +1'1
g(x) g(x)

Nota 3.0.2. I teoremi precedenti dicono, sostanzialmente, che
• la somma di due funzioni divergenti di ordine diverso é determinata da
quella di ordine piú alto
• la somma di due funzioni infinitesime é determinata da quella di ordine piú
basso
30 NOVEMBRE 2001 5

Esempio
• La somma x2 +ax per x grande é determinata da x2 e non interessa neanche
sapere il valore esatto del coefficiente a.
• La somma 3x+ax2 per x ∼ 0 é determinata dall’addendo 3x e non interessa
neanche il valore esatto del coefficiente a.

4. Gli o piccolo
Una espressione tipografica molto utile per riassumere che il quoziente di due
funzioni f (x) e g(x) tende a zero per x → ξ é la seguente

f = o(g), x→ξ

Esempi
x2 = o(x3 ) x→∞

x4 = o(x3 ) x→0

1 1 1
√ = + o( ), x → +∞
1 + 4x2 2x x

Significato dell’ultimo esempio:


la differenza
1 1
√ −
1 + 4x2 2x
1
é un infinitesimo per x → +∞ di ordine superiore all’infinitesimo x (cioé cala
ancora piú rapidamente...)

Nota 4.0.3. L’espressione del resto della formula di Taylor nella forma di Lagrange
potrebbe scriversi

f [n] (x0 )
f (x) = f (x0 ) + f 0 (x0 )(x − x0 ) + ... + (x − x0 )n + o(|x − x0 |n ) x → x0
n!
4.1. Gli O grande. Una espressione tipografica altrettanto utile per riassumere
che il quoziente di due funzioni f (x) e g(x) si mantiene limitato per x → ξ é la
seguente
f = O(g), x→ξ

Esempio fondamentale

√ √
10x + 1 = O( x) x → +∞
[cfr. pag. 253]
6 30 NOVEMBRE 2001

5. La formula di Stirling

1 √ 1 1
n! − nn+ 2 e−n 2π = O(nn+ 2 e−n ) n→∞
n
ovvero, tenuta presente la formula (14a) di pag. 504, si riconosce che
1 √ θ
n! = nn+ 2 e−n 2π(1 + ), θ ∈ [0, 1]
4n
ovvero
1 √ 1 √ θ
n! − nn+ 2 e−n 2π = nn+ 2 e−n 2π( )
4n
ovvero ancora

1 √
n! − nn+ 2 e−n 2π

θ
1 √ 1
=
n n+ 2 e−n 2π( n ) 4
ovvero ancora, in definitiva...
1 √
n! − nn+ 2 e−n 2π = O((n − 1)!)

6. L’indicatrice di Gauss
Sia
π(n)
la funzione, a valori interi che fa corrispondere ad ogni intero n il numero dei p
primi e minori di n. Ovviamente π(n) é facilmente calcolabile se n é piccolo, molto
meno se n é grande. Si conosce tuttavia l’approssimazione
n
π(n) '
ln(n)
e si conosce anche che l’errore verifica la stima
 
π(n) − n = O n

ln(n) ln(n)2
3 DICEMBRE 2001

1. Espressioni indeterminate: il teorema di de l’Hopital

[pag. 464, A.I.3]

Assegnate due funzioni f (x), g(x), regolari, delle quali si conosca il limite in un
punto x0 si puó, nella maggioranza dei casi, conoscere automaticamente il limite,
nello stesso punto, di altre funzioni ottenibili con manipolazioni algebriche,
f (x)
f (x) ± g(x), f (x).g(x), , ecc.
g(x)
I casi che sfuggono a tali automatismi nella risposta ruotano
• intorno al quoziente, nel caso in cui i due termini tendano entrambi a zero
o entrambi ad ∞.
• intorno alla differenza nel caso in cui i due termini tendano entrambi ad ∞
• intorno al prodotto quando un fattore diverge e l’altro é infinitesimo.
I casi f (x) ± g(x), f (x).g(x) nei casi precedentemente illustrati si riducono
comunque anch’essi a quozienti:

ef (x) f (x)
f (x) − g(x) = ln( ), f (x).g(x) = 1
eg(x) g(x)

1.1. Il quoziente di due infinitesimi. Il quoziente di due funzioni regolari f (x), g(x)
infinitesime in un punto si studia esaurientemente rappresentando f (x) e g(x)
tramite la formula di Taylor
Pn f [k] (x0 )
f (x) (x − x0 )k
= Pk=ν
n
k!
g [k] (x0 )
g(x) (x − x0 )k
k=µ k!
Per x ' x0 il quoziente indicato é approssimabile da

f [ν] (x0 )
f (x) ν! (x − x0 )ν
' g [µ] (x0 )
g(x) (x − x0 )µ
µ!
il cui limite dipende dal confronto tra i due esponenti di (x − x0 ) ν e µ.
1.2. L’automatismo di l’Hopital.
• Si debba valutare limx→x0 fg(x)
(x)
con limx→x0 f (x) = limx→x0 g(x) = 0
• Osservato che dal teorema di Cauchy riesce
f (x) f (x) − f (x0 ) f 0 (ξ)
= = 0
g(x) g(x) − g(x0 ) g (ξ)
f 0 (y) f (x)
• Se ne deduce che se, per y ' x0 : g 0 (y) ' λ allora anche g(x) 'λ
1
2 3 DICEMBRE 2001

In altri termini

f 0 (x) f (x)
lim =λ ⇒ lim =λ
x→x0 g 0 (x) x→x0 g(x)
1.3. Il quoziente di due funzioni divergenti. Applichiamo il teorema di Cauchy
al rapporto
f (x) − f (ξ) f 0 (η)
= 0
g(x) − g(ξ) g (η)
Con x, ξ ' x0 , e supponiamo che
f 0 (y)
lim 0 =λ
y→x0 g (y)

Ne segue che
f (x) − f (ξ)

g(x) − g(ξ)
del resto, raccogliendo a fattor comune f (x) a numeratore e g(x) a denominatore
si ha
f (ξ)
f (x) 1 + f (x) f (x)
. '
g(x) 1 + g(ξ) g(x)
g(x)
avendo tenuto conto che
f (ξ) g(ξ)
' '0
f (x) g(x)
f (x)
Riassumendo si ha quindi g(x) ' λ.
Quindi se
f 0 (y)
lim =λ
y→x0 g 0 (y)
ne segue che anche
f (y)
lim =λ
y→x0 g(y)
2. I numeri complessi
Si incontrano i numeri complessi nella soluzione di alcune equazioni, ad esempio
x2 + 1 = 0
2.1. I numeri complessi a + ib.
• I punti del piano (a, b) ⇔ z = (a + ib)
• somma e differenza
• prodotto
• quoziente
2.2. La rappresentazione trigonometrica z = ρ (cos(θ) + i sin(θ)).

• il modulo |z| = |a + ib| = a2 + b2
• l’argomento di z
• z = ρ (cos(θ) + i sin(θ))
2.3. Il piano R2 e il piano complesso C. La differenza consiste nell’operazione
in piú : il prodotto ! Sul piano R2 si fanno somme, differenze ma non prodotti (né
quozienti).
3 DICEMBRE 2001 3

2.4. Una funzione C → C. Consideriamo la funzione che ad ogni z fa corrispon-


dere il suo quadrato z 2 :
(a + ib) → (a2 − b2 + 2iab)
Provate a far variare (a + ib) su qualche curva semplice (un segmento,...) e cercate
dove varieranno i quadrati z 2 .
2.5. Il teorema di De Moivre. Prodotti e quozienti tramite la rappresentazione
trigonometrica.
2.6. Le radici n-esime di un numero complesso.
z n = A + iB
Come si trova z ?
2.7. La funzione esponenziale ea+ib .
ea+ib = ea (cos(b) + i sin(b))
2.8. ez come trasformazione del piano. La funzione ea+ib fa corrispondere al
punto (a, b) il punto (ea cos(b), ea sin(b)).
Non si traccia quindi il grafico di ez ma si puó studiare come la funzione ez trasformi
i punti di alcune curve in punti di altre:
• Problema 1: se z sta sul segmento dell’asse reale [0, 1] che valori ez si
ottengono ?
• Problema 2: se z sta sul segmento dell’asse immaginario −π ≤ y ≤ π che
valori ez si ottengono ?
• Problema 3: se z sta sulla circonferenza di centro l’origine e raggio 1 che
valori ez si ottengono ?
2.9. Usiamo GnuPlot. Le funzioni complesse determinano trasformazioni del pi-
ano che possono essere esplorate servendosi di GnuPlot con l’opzione
parametric
Proviamo a studiare come la funzione esponenziale trasformi i punti z della circon-
ferenza di centro l’origine e raggio 2
z = 2 cos(t) + 2i sin(t), t ∈ [−π, π]
riesce
ez = e2 cos(t) cos[2 sin(t)] + ie2 cos(t) sin[2 sin(t)], t ∈ [−π, π]
Possiamo chiedere a GnuPlot di disegnare (in due colori diversi) la circonferenza di
partenza e la curva cui arriveremo con la trasformazione esponenziale.
Si fa cosí:
• si apre GnuPlot con le opzioni
set parametric
set trange [-pi:pi]
set size ratio 1
• si disegnano le due curve
plot 2*cos(t), 2*sin(t),
exp(2*cos(t))cos(2*sin(t)),exp(2*cos(t))sin(2*sin(t))
• si vede il risultato in due colori...
5 DICEMBRE 2001

1. La funzione esponenziale
Definizione 1.0.1.
z = a + ib : ez = ea+ib = ea (cos(b) + i sin(b))
• per ∀z ∈ C ez ∈ C
• per ogni fissato λ ∈ C la funzione di t ∈ R : y(t) = eλt é continua e
derivabile
• y 0 (t) = λ.eλt

1.1. La funzione esponenziale non é mai nulla. Basta calcolare il modulo |ez |
e riconoscere che non sia mai 0:
q
|ea+ib | = |ea cos(b) + iea sin(b)| = e2a cos2 (b) + e2a sin2 (b) = ea 6= 0

2. Equazioni differenziali lineari del secondo ordine


Abbiamo considerato equazioni differenziali di ordine 1 nella Lezione del 12
novembre 2001
Consideriamo ora equazioni differenziali di ordine 2 relative a problemi di vibrazioni
meccaniche o elettriche.

Cap.9 , pag. 633

mx00 + rx0 + kx = f (t)


Il caso di f (t)0 = si dice caso omogeneo, i coefficienti m, r, k hanno il significato
meccanico di
• m : massa del punto materiale che oscilla
• r : coefficiente di resistenza o di smorzamento
• k : coefficiente di elasticitá.
Funzioni x(t) che verifichino l’equazione omogenea

mx00 + rx0 + kx = 0
si trovano cercandole della forma
eλt
scegliendo opportunamente il coefficiente λ. Sostituendo eλt nell’equazione omoge-
nea, tenuto conto che
0 00
eλt = λeλt , eλt = λ2 eλt
si ha
m.λ2 eλt + r.λeλt + k.eλt = 0
1
2 5 DICEMBRE 2001

semplificando per il fattore non nullo eλt si ha quindi l’equazione in λ


m.λ2 + r.λ + k. = 0
detta equazione caratteristica.
2.1. L’equazione caratteristica abbia due radici reali distinte. Siano λ, µ
due radici distinte dell’equazione caratteristica, le due funzioni
x1 (t) = eλt , x2 (t) = eµt
sono soluzioni dell’equazione differenziale omogenea.
2.2. L’equazione caratteristica abbia due radici complesse coniugate dis-
tinte. Siano λ1 = α + β, λ2 = α − iβ le due radici: le funzioni
x1 (t) = eαt cos(βt), x2 (t) = eαt sin(βt)
sono soluzioni dell’equazione differenziale omogenea.
2.3. L’equazione caratteristica abbia due radici coincidenti. Sia λ l’unica
radice dell’equazione caratteristica, le due funzioni
x1 (t) = eλt , x2 (t) = t.eλt
7 DICEMBRE 2001

1. Il problema dei valori iniziali


Qualunque siano i valori dei tre coefficienti dell’equazione differenziale lineare
del secondo ordine omogenea
m.x00 + r.x0 + k.x = 0, m 6= 0
siamo in grado, tramite le radici (reali o complesse) dell’equazione caratteristica,
di determinare due funzioni
x1 (t), x2 (t)
diverse che soddisfano l’equazione. Inoltre la soddisfano, di conseguenza, le infinite
funzioni
x(t) = A.x1 (t) + B.x2 (t)
qualunque siano le costanti A, B scelte. Tale infinitá di funzioni costituisce
l’integrale generale dell’equazione differenziale.

1.1. I valori iniziali. Si puó cercare una funzione x(t) che


• soddisfi l’equazione differenziale
• nel punto iniziale t0 prenda il valore x(t0 ) = x0
• sempre nel punto t0 la derivata x0 (t) prenda il valore x0 (to ) = x00
essendo x0 , x00 due costanti arbitrarie assegnate.
Esse prendono il nome di valori iniziali riferendosi alle condizioni iniziali che deter-
minano la traiettoria di un punto soggetto ad una forza:
• posizione iniziale x(t0 )
• velocitá iniziale x0 (t0 ).
Teorema 1.1.1. Il problema
m.x00 + r.x0 + k.x = 0, x(t0 ) = x0 , x0 (to ) = x00
con m, r, k non negativi, ammette una ed una sola soluzione.
Nota 1.1.2. L’esistenza della soluzione non dipende in alcun modo dal segno dei
tre coefficienti m, r, k: l’unicitá neanche, ma la dimostrazione dell’unicitá riferita
a coefficienti di segno qualunque é difficile...!
Del resto i fenomeni di oscillazioni smorzate cui l’equazione si addice sono sempre
relativi a coefficienti non negativi.
Proof. L’esistenza di una soluzione dipende dalla possibilitá di determinare due
costanti A, B adatte: la cosa é ovvia considerato che il sistema nelle incognite
A, B 
A.x1 (t0 ) + B.x2 (t0 ) = x0
A.x01 (t0 ) + B.x02 (t0 ) = x00
ha il determinante diverso da zero e quindi ha soluzione.
L’unicitá della soluzione non discende come si potrebbe ritenere dall’unicitá delle
1
2 7 DICEMBRE 2001

due costanti A, B fornita dal teorema di Cramer: esso infatti fornisce l’unicitá
solo nell’ambito del pacchetto di funzioni
A.x1 (t) + B.x2 (t)
mentre non possiamo, a priori escludere ancora la presenza di altri pacchetti.
Ragioniamo per assurdo:
• supponiamo che il problema di valori iniziali
m.x00 + r.x0 + k.x = 0, x(t0 ) = x0 , x0 (to ) = x00
abbia due soluzioni diverse u(t), v(t)
• allora la loro differenza w(t) = u(t) − v(t) verifica il problema
m.w00 + r.w0 + k.w = 0, w(t0 ) = 0, w0 (to ) = 0
• ovvero, moltiplicando l’equazione differenziale per 2.w0 si ha
2m.w00 .w0 + 2r(w0 )2 + 2k.w.w0 = 0
ovvero
d 0 2 d
m (w ) + k (w)2 + 2r(w0 )2 = 0
dt dt
• integrando tra [t0 , t] si ottiene quindi
Z t
m(w0 (t))2 + k(w(t))2 + 2r (w0 )2 dτ = 0
t0

Nell’ipotesi fatta che i tre coefficienti m, r, k siano non negativi si ha una somma di
tre addendi non negativi nulla e, quindi sono nulli tutti gli addendi,
w(t) = 0


2. Limite per t → +∞ delle soluzioni


É molto importante riconoscere le condizioni sotto le quali la soluzione x(t) del
problema di valori iniziali precedente abbia limite per t → +∞ nullo. Questo ac-
cade, si intuisce evidentemente ogni qual volta r > 0, presenza di un attrito...
Verificate l’espressione delle funzioni x1 (t), x2 (t) delle quali ci si serve per costru-
ire l’integrale generale.

3. Equazioni non omogenee


Il titolo si riferisce a equazioni con un secondo membro non nullo
mx00 + rx0 + kx = f (t)
• La differenza di due soluzioni dell’equazione non omogenea é soluzione
dell’omogenea..
• La somma di una soluzione dell’equazione non omogenea e di una soluzione
dell’omogenea é soluzione della non omogenea...
• L’integrale generale della non omogenea é quindi rappresentato dalla somma
di una qualsiasi soluzione della non omogenea con l’integrale generale della
omogenea.
7 DICEMBRE 2001 3

Le soluzioni di un’equazione

mx00 + rx0 + kx = f1 (t) + f2 (t)


sono somma di soluzioni della
mx00 + rx0 + kx = f1 (t)
con soluzioni della
mx00 + rx0 + kx = f2 (t)
.
La determinazione di soluzioni non é esplicita se non in pochi casi:
• f (t) = c, costante
• f (t) = a. cos(ωt), f (t) = a. sin(ωt)
• f (t) = σ.eiωt
• f (t) = t.eωt , f (t) = t2 .eωt , ecc.
Nota 3.0.3. La capacitá di risolvere l’equazione
Xn
mx00 + rx0 + kx = a0 + (ak cos(ωk t) + bk sin(ωk t))
k=1
copre di fatto una varietá di funzioni f (t) molto ampia: é estremamente difficile
che una funzione f (t) non sia almeno approssimabile con polinomi trigonometrici...
3.1. Il terzo caso: f (t) = σ.eiωt . Se r 6= é facile trovare una soluzione x(t) di
mx00 + rx0 + kx = σ.eiωt
Basta provare con una funzione
αeiωt
e cercare il valore α adatto...
σ
α=
−mω 2 + irω + k
Si noti che la richiesta r 6= 0 garantisce che la quantitá a denominatore non sia
nulla... Naturalmente il valore α proposto non é forse un numero reale: indicato
con −ωδ l’argomento di α si ha
α = |α|e−iωδ
La soluzione cercata pertanto si scrive come
x(t) = |α|e−iω(t−δ)
il modulo di α é
1
|α| = p
(k − mω)2 + r2 ω 2
Scopriremo presto gli strani e interessanti fenomeni ricavabili da questa formula.
3.2. Gli altri casi... Rientrano in quello trattato ! Per il quarto si cerca una
soluzione nella forma x(t) = (a + bt)et , ecc.
10 DICEMBRE 2001

1. Equazioni differenziali lineari del primo ordine


Sono state precedentemente considerate numerose equazioni della forma
x0 (t) = k.x(t)
che si incontrano nell’evoluzione di numerosi fenomeni (depositi bancari, decadi-
mento radioattivo, ecc.)
Consideriamo ora il caso generale
y 0 + a(x).y = b(x)
naturalmente i casi precedenti rientrano in questo pensando
a(x) = −k, b(x) = 0
Le funzioni a(x), b(x) sono assunte continue in un intervallo di R.

cfr. COURANT-JOHN Volume II B, cap.6, pag. 680

1.1. Il caso b(x) = 0.


Z
dy
y 0 = −a(x)y ⇒ = −a(x)dx ⇒ ln |y| = − a(x)dx + c
y
Indicando con A(x) una qualunque primitiva di a(x) si ottiene
y(x) = c.e−A(x)
essendo c una costante arbitraria.
Esempio: Z
2 2
y 0 + y = 0, ⇒ A(x) = − dx =
x x
1
= −2 ln |x|, y(x) = c. 2
x
1.2. Il caso generale b(x) 6= 0. Cerchiamo la soluzione nella forma
y(x) = u(x).e−A(x)
sostituendo nell’equazione si troverá quale sia la u(x) adatta...
 0
u(x).e−A(x) + a(x).u(x).e−A(x) =

= u0 (x)e−A(x) − a(x)u(x)e−A(x) + a(x).u(x).e−A(x) =


u0 (x)e−A(x) = b(x) ⇒ u0 (x) = b(x).eA(x)
L’ultima formula consente di trovare le u(x) adatte...
Z
u(x) = b(x).eA(x) dx + c
1
2 10 DICEMBRE 2001

Esempio:
y 0 + xy = −x
Z
1
A(x) = −xdx = − x2
2
Z
1 2 x2
u(x) = − x.e 2 x = −e 2 + c
x2 x2 x2 x2
y(x) = c.e− 2 −e 2 e 2 = c.e− 2 −1

1.3. L’integrale generale trovato. Le soluzioni dell’equazione


y 0 + a(x).y = b(x)
sono sempre somma di
• una (qualsiasi) soluzione dell’equazione omogenea y 0 + a(x).y = 0
• una (qualsiasi) soluzione dell’equazione non omogenea.
La suddivisione nei due addendi puó essere utile in tutti i casi in cui uno almeno
dei due sia... facile !
Ad esempio nel caso a(x) = k costante, y 0 + ky = 0, ⇒ y(x) = c.e−kx

2. Il problema del valore iniziale

y 0 + a(x)y = b(x), y(x0 ) = y0


La ricchezza del pacchetto di soluzioni trovate
Z 
y(x) = e−A(x) b(s)eA(s) ds + c

consente di risolvere tale problema scegliendo il valore opportuno per c.


La formula generale per risolvere il problema di valore iniziale assegnato, nel caso
a(x) = k, costante é la seguente
 Z x 
y(x) = y0 + eks b(s)ds e−k(x−x0 )
x0
che, nel caso x0 = 0 diventa
 Z x 
y(x) = y0 + eks b(s)ds e−kx
0

2.1. Come convincersi della formula precedente...


y 0 + k.y = b(x), ⇒ ekx .y 0 + k.ekx .y = b(x).ekx
ovvero 0
ekx .y = ekx .b(x)
integrando tra 0 e x si ottiene
Z x
kx
e y(x) − y(0) = eks b(s)ds
0
ovvero  Z x 
y(x) = y(0) + e b(s)ds e−kx
ks
0
10 DICEMBRE 2001 3

2.2. Leggiamo l’ultima formula. La soluzione del problema iniziale


y 0 + ky = b(x), y(0) = y0
si puó frazionare nei due problemi seguenti

y 0 + ky = 0, y(0) = y0 , y1 (x) = y0 .e−kx


Z x
y 0 + ky = b(x), y(0) = 0, y2 (x) = e−kx eks b(s)ds
0
da cui
y(x) = y1 (x) + y2 (x)
2.3. Alcuni fenomeni asintotici... Supponiamo che b(x) sia definita in tutto R
: possiamo indagare sul
Z x
−kx −kx
lim y(x) = y0 lim e + lim e eks b(s)ds
x→+∞ x→+∞ x→+∞ 0
Il primo limite dipende dalla condizione iniziale, il secondo no, dipende solo dalla
funzione b(x).

3. É corretto quanto abbiamo fatto ?


La costruzione della soluzione dell’equazione generale
y 0 + a(x)y = b(x)
é stata ottenuta dividendo, dall’inizio, per y : cosa gravissima, le divisioni vanno
fatte con prudenza per via della possibile catastrofe dovuta alla possibilitá di di-
videre per 0.
La cosa é stata ancora piú grave perché abbiamo diviso per un termine y, incognito
quindi a rischio di essere proibito...
La cosa si aggiusta, ma non é banale: occorre premettere ai conti fatti un prologo
che garantisca che la funzione y che cerchiamo... possa stare a denominatore, cioé
sia certamente sempre diversa da 0 !
PROGRAMMA DEL CORSO DI DERIVATE E INTEGRALI

Corso di Laurea in Fisica

Universitá La Sapienza
Anno Accademico 2001-2002

prof.L.Lamberti
1: Diseguaglianze fondamentali: ax2 + bx + c ≥ 0, diseguaglianza triangolare,
diseguaglianza di Cauchy Schwarz, (1 + h)n ≥ 1 + nh, ∀h ≥ 0.
2: Concetto di funzione:
√ dominio, codominio, monotonia, funzioni invertibili.
Le funzioni xn , x, sin(x), cos(x)
3: Funzioni continue, funzioni lipschitziane: legame tra  e δ . Le funzioni
holderiane: la radice quadrata.
4: Funzioni continue: teorema dei valori intermedi, teorema d’esistenza degli
zeri.
5: Il principio di induzione matematica: enunciato e un esempio di sua appli-
cazione.
6: Serie numeriche: serie geometrica, definizione di serie convergente, criteri
di convergenza per serie a termini positivi.
7: Successioni numeriche: limitatezza, esistenza del limite, successioni mono-
tone, criterio di convergenza di Cauchy
8: Il numero e di Nepero: limite di una successione e somma di una serie.
9: Limite di una funzione in un punto: limx→0 sin(x) x , limiti all’infinito di
polinomi, funzioni razionali, eλx .
10: Le approssimazioni ln(1 + x) ' x e ex − 1 ' x
x
11: I limiti limx→+∞ xeβ , limx→+∞ ln(x) xα .
12: Definizione geometrica di integrale: aree, somme integrali. Linearitá e
additivitá. Teorema della media integrale.
13: L’integrale come funzione dell’estremo superiore: il teorema fondamentale
del calcolo. Uso
R x delle primitive per il calcolo di integrali.
14: L’integrale 1 1t dt come definizione di logaritmo: proprietá. Invertibilitá:
la funzione esponenziale.
15: Definizione di derivata: retta tangente al grafico. Derivabilitá e conti-
nuitá.
16: Il teorema di Lagrange: funzioni monotone. L’approssimazione lineare
f (x + ∆x) ' f (x) + f 0 (x).∆x, il differenziale, errori di approssimazione.
17: Funzioni composte: regole di derivazione delle funzioni composte delle
funzioni inverse.
18: Definizione, continuitá e formule di derivazione per le funzioni trigonome-
triche inverse arcsin, arccos, arctan.
19: Equazioni differenziali y 0 = αy: soluzioni, problema dei valori iniziali,
esempi di applicazioni.
1
2 PROGRAMMA DEL CORSO DI DERIVATE E INTEGRALI

20: Massimi e minimi relativi: punti a derivata nulla, uso della derivata se-
conda. Concavitá e convessitá.
21: Polinomi di approssimazione di Taylor: espressioni del resto. Teorema di
De l’Hôpital.
22: Le serie di potenze corrispondenti alle funzioni ex , sin(x), (1 + x)α
23: La formula di integrazione per sostituzione: giustificazione della formula,
esempi di applicazioni.
24: La formula di integrazione per parti: applicazioni ricorsive al caso di

x .e dx e al calcolo di 02 sinm (x)dx.
R n x

25: Regole di integrazione delle funzioni razionali x2ax+b


R
+px+q dx
26: Ordini di infinitesimo e di infinito, all’infinito o in un punto: infinitesimi
e infiniti campione, confronti.
27: I numeri complessi: modulo, argomento, operazioni, radici n-esime, eiθ .
27: Equazioni differenziali lineari del II ordine: caso omogeneo.
28: Equazioni lineari del secondo ordine: casi non omogenei notevoli, costanti,
polinomi, esponenziali.
29: Equazioni lineari del primo ordine y 0 + α.y = b(x).

Libro di testo consigliato:


R.Courant, F.John Introduction to Calculus and Analysis Springer 1989
DERIVATE E INTEGRALI

1: Diseguaglianze fondamentali: ax2 + bx + c ≥ 0, diseguaglianza triangolare,


diseguaglianza di Cauchy Schwarz, (1 + h)n ≥ 1 + nh, ∀h ≥ 0.
2: Concetto di funzione:
√ dominio, codominio, monotonia, funzioni invertibili.
Le funzioni xn , x, sin(x), cos(x)
3: Funzioni continue, funzioni lipschitziane: legame tra  e δ . Le funzioni
holderiane: la radice quadrata.
4: Funzioni continue: teorema dei valori intermedi, teorema d’esistenza degli
zeri.
5: Il principio di induzione matematica: enunciato e un esempio di sua appli-
cazione.
6: Serie numeriche: serie geometrica, definizione di serie convergente, criteri
di convergenza per serie a termini positivi.
7: Successioni numeriche: limitatezza, esistenza del limite, successioni mono-
tone, criterio di convergenza di Cauchy
8: Il numero e di Nepero: limite di una successione e somma di una serie.
9: Limite di una funzione in un punto: limx→0 sin(x) x , limiti all’infinito di
polinomi, funzioni razionali, eλx .
10: Le approssimazioni ln(1 + x) ' x e ex − 1 ' x
x
11: I limiti limx→+∞ xeβ , limx→+∞ ln(x) xα .
12: Definizione geometrica di integrale: aree, somme integrali. Linearitá e
additivitá. Teorema della media integrale.
13: L’integrale come funzione dell’estremo superiore: il teorema fondamentale
del calcolo. Uso
R x delle primitive per il calcolo di integrali.
14: L’integrale 1 1t dt come definizione di logaritmo: proprietá. Invertibilitá:
la funzione esponenziale.
15: Definizione di derivata: retta tangente al grafico. Derivabilitá e conti-
nuitá.
16: Il teorema di Lagrange: funzioni monotone. L’approssimazione lineare
f (x + ∆x) ' f (x) + f 0 (x).∆x, il differenziale, errori di approssimazione.
17: Funzioni composte: regole di derivazione delle funzioni composte delle
funzioni inverse.
18: Definizione, continuitá e formule di derivazione per le funzioni trigono-
metriche inverse arcsin, arccos, arctan.
19: Equazioni differenziali y 0 = αy: soluzioni, problema dei valori iniziali,
esempi di applicazioni.
20: Massimi e minimi relativi: punti a derivata nulla, uso della derivata sec-
onda. Concavitá e convessitá.
21: Polinomi di approssimazione di Taylor: espressioni del resto. Teorema di
De l’Hôpital.
22: Le serie di potenze corrispondenti alle funzioni ex , sin(x), (1 + x)α
23: La formula di integrazione per sostituzione: giustificazione della formula,
esempi di applicazioni.
1
2 DERIVATE E INTEGRALI

24: La formula di integrazione per parti: applicazioni ricorsive al caso di



x .e dx e al calcolo di 02 sinm (x)dx.
R n x

25: Regole di integrazione delle funzioni razionali x2ax+b


R
+px+q dx
26: Ordini di infinitesimo e di infinito, all’infinito o in un punto: infinitesimi
e infiniti campione, confronti.
27: I numeri complessi: modulo, argomento, operazioni, radici n-esime, eiθ .
27: Equazioni differenziali lineari del II ordine: caso omogeneo.
28: Equazioni lineari del secondo ordine: casi non omogenei notevoli, costanti,
polinomi, esponenziali.
29: Equazioni lineari del primo ordine y 0 + α.y = b(x).
Corso di Laurea in Fisica – Derivate ed Integrali, A.A. 2001/02
Foglio 1 - PRELIMINARI

1. Grafici elementari. Disegnare il grafico delle seguenti funzioni:

(i) f (x) = |x2 − 3x + 2|, (ii) f (x) = |1 − x| − x,


3 2
(iii) f (x) = x − x , (iv) f (x) = [2x],
1
 
(v) f (x) = sin .
x

2. Famiglie di grafici elementari. Disegnare il grafico delle seguenti


funzioni per i valori del parametro a corrispondenti:

(i) f (x) = sin(x + a) per a = 0, 1, −2;


(ii) f (x) = ax(x + 1) + 1 per a ∈ IR;
(iii) f (x) = cos(ax) per a ∈ IR.

3. Insieme di definizione. Determinare l’insieme di definizione (o do-


minio) delle seguenti funzioni (di una variabile):
1
q √
(i) f (x) = ; (ii) f (x) = ln(x2 − 7x + 12); (iii) f (x) = x− x.
cos x

4. Insiemi di definizione (funzioni di due variabili). Determinare


l’insieme di definizione (o dominio) delle seguenti funzioni di due variabili:
q
(i) f (x, y) = ln(x2 +y 2 ); (ii) f (x) = ln(1−x2 −y 2 ); (iii) f (x) = x2 − y 2 .

5. Funzioni composte. Scrivere la funzione composta h = f ◦g e k = g ◦f


nei seguenti casi:

(i) f (x) = x + 1, g(x) = x2 − 2x;



(ii) f (x) = x2 , g(x) = x, x ≥ 0.

1
6. Funzioni inverse.
(a) Dimostrare che la funzione f è invertibile su tutto IR e, detta g la
funzione inversa, determinare il dominio di g, tracciarne il grafico e scriverne
l’espressione esplicita nei seguenti casi:

 x,
 x < 1,
(i) f (x) = 2x + 5, (ii) f (x) = x2 , 1 ≤ x ≤ 4,
 8√x,

x > 4.

(b) Per ogni a ∈ IR dire se e quante soluzioni esistono di:


5
(i) ex + x = a, (ii) 1 − = a.
x+2

7. Estremo superiore e inferiore; Massimo e minimo.


(a) Determinare l’estremo superiore e l’estremo inferiore delle seguenti
funzioni, e specificare se si tratta, rispettivamente, di massimo e minimo:

(a1) f (x) = ln(3x2 − 20x + 20), x ∈ IR;


(a2) f (x) = 1 − |2x − 1|, x ∈ (0, 1).

(b) Determinare l’estremo superiore e l’estremo inferiore dei seguenti


insiemi:
(b1) E = {y : ln(3n2 − 20n + 20), n ∈ IN};
π π
(b2) Ep = {y : y = sin(np), n ∈ IN} per p = π, , .
2 3
∗ Per l’insieme definito in (b2), cosa succede nel caso p = 1?

2
Corso di Laurea in Fisica – Derivate ed Integrali, A.A. 2001/02
Foglio 2 - LIMITI

1. Calcolo diretto di δ e n . Usando la definizione, verificare la validità


dei seguenti limiti :
n+1
(i) lim 3x+2 = 8 , (ii) lim = 1, (iii) lim x2 = a2 , a = 1 , 2 .
x→2 n→∞ n − 1 x→a

sin x
2. Limiti di funzioni. Ricordati i limiti notevoli: limx→0 x = 1,
1 − cos x 1 ex−1 ln(1 + x)
lim 2
= , lim = 1 , lim = 1 , lim x ln x = 0 ,
x→0 x 2 x→0 x x→0 x x→0
calcolare, se esistono, i limiti che seguono oppure discutere se esistono al-
meno i limiti sinistro e destro:
x3 + 8 |x| tan(2x) sin(5x) − sin(3x)
(a) lim 2 ; (b) lim ; (c) lim ; (d) lim ;
x→−2 x − 4 x→0 x x→0 x x→0 x
√ √
1+x− 1−x 2x x2 − 1 p
(e) lim ; (f ) lim ; (g) lim 2 ; (h) lim ( x2 + 1−x);
x→0 x x→3 x − 3 x→−∞ x + 1 x→+∞
2 √ x
x +x x−1 1−ε ln(cos(x))
(i) lim ; (l) lim 1/3 ; (m) lim ; (n) lim ;
x→+∞ 3 − x x→1 x −1 x→0 sin(x) x→0 x2
|2x − 1| − |2x + 1| ex + x2
(o) lim ; (p) limx→0 (x2 + x ln x); (q) lim ;
x→0 x x→+∞ x3 + 1
1 x−1
(r) lim arctan( ) , (s) lim .
x→0 x x→1 sin(πx)
3. Limiti di successioni. Calcolare, se esiste, limn→∞ an nei seguenti
casi:
n n+1 n2 + 3n − 2 n2 n2 + 1 √ √
an = − ; bn = 2
; cn = − ; d n = n + 1− n;
n+1 n 5n n+1 n
2 √ n 2
sin(n) n +3 n−4 3 +n n + 2n
pn = ; qn = √ ; r n = ; sn = ;
n 2n3 n + 1 2n + n3 n + n!

1 4n


tn = 1 + ; un = n 5n − 3n .
n
4. Limiti dipendenti da un parametro. Al variare di a ∈ R calcolare:
(ln n)3 √ 1 x − x2
(i) lim , (ii) lim n sin( ), (iii) lim , a > 0.
n→∞ na n→∞ na x→+∞ ax

1
Corso di Laurea in Fisica – Derivate ed Integrali, A.A. 2001/02

Foglio 3 - SERIE E CONTINUITÀ

1. Somma di serie. Calcolare la somma delle seguenti serie:


+∞ +∞ +∞
X 1 X 2 X 2n + 3n
(i) ; (ii) ; (iii) .
n=1
(2n − 1)(2n + 1) n=1
3n−1 n=1
6n

2. Convergenza delle serie. Studiare il carattere delle seguenti serie:


+∞ +∞ +∞
X 1 X n3 X 2n−1
(a) ; (b) ; (c) ;
en
p
n=1 n(n + 1) n=1 n=1
(n − 1)!

+∞ +∞ +∞
2n − 1 1 1
X X   X  
(d) √ ; (e) log 1 + ; (f ) sin 2
.
n=1 ( 2)n n=1
n n=1
n

3. Continuità.
(a) Determinare a, b ∈ IR in modo che le seguenti funzioni siano continue
in IR: 
2 cos(x) x ≤ 0
(i) f (x) = ;
ax2 + b x>0

2 sin(πx) x≤1
(ii) g(x) = .
ax + b x>1
Determinare il grafico di f e di g in corrispondenza di una delle coppie
lecite, a scelta.

(b) Determinare b ∈ IR in modo che la seguente funzione sia continua in


IR:
b cos(x) x < 0,



g(x) =
 sin(x)

x ≥ 0,
x
Disegnare il grafico di g.

1
4. Esistenza degli zeri.
(a) Dimostrare che l’equazione 3x3 − 8x2 + x + 3 = 0 ha tre radici reali.
(b) Dimostrare che le seguenti equazioni ammettono almeno una soluzio-
ne positiva:

(i) ex − esin(x) − 1 = 0; (ii) x + sin(x) cos(x) − 1 = 0.

5. Esistenza di massimi e/o minimi.


Dire quali delle seguenti funzioni verificano le ipotesi del teorema di
Weiertrass e quali ammettono massimi e/o minimi negli intervalli indicati:

(i) f (x) = [x2 ], x ∈ [0, 2];


1 1
(ii) g(x) = sin( ), x ∈ (0, );
x π
(iii) h(x) = arcsin(x), x ∈ [−1, 1];

 x sin( 1 ) 0 < x ≤ 1

(iv) k(x) = x ;


0 x=0
1
(v) v(x) = , x ∈ IR.
1 + x2

2
Corso di Laurea in Fisica – Derivate ed Integrali, A.A. 2001/02
Foglio 4 - INTEGRALI DEFINITI

1. Calcolo di integrali elementari. Calcolare il valore di ciascuno dei


seguenti integrali ([ · ] denota la funzione “parte intera”)
Z 4 Z 1 Z 3
(i) |x − 2| dx, (ii) x2 dx, (iii) [x2 ] dx,
−2 −1 0

Z 2 (
x+1 0 ≤ x ≤ 1,
(iv) f (x) dx dove f (x) =
0 2−x 1 < x ≤ 2.

2. Significato dell’integrale.
(i) Disegnare la regione di piano la cui area A è data da
Z 3
A= |x2 − 2x| dx.
0

(ii) Dare due esempi di funzioni costanti a tratti s nell’intervallo [0, 5] tali che
Z 2 Z 5
s(x) dx = 5 e s(x) dx = 2.
0 0

3. Teorema della media.


(a) Data f (x) = x2 per x ∈ [0, a], trovare un numero c ∈ (0, a) tale che f (c) sia
uguale alla media di f in [0, a] e stabilire se tale numero è unico.
Analogamente se f (x) = xn con n numero intero positivo.
(b) Usando il teorema della media stabilire le seguenti disuguaglianze:

ex
Z 1 Z 5
2 5
(b1) 2 ≤ ex dx ≤ 2e, (b2) ≤ dx ≤ 5 e5 .
−1 6 0 x+1

(c) Determinare una stima per eccesso ed una per difetto dei seguenti integrali
Z 1 Z π/2
1
(c1) dx, (c2) sin2 x dx.
−1 1 + x4 0

1
Corso di Laurea in Fisica – Derivate ed Integrali, A.A. 2001/02
Foglio 5 - DERIVATE

1. Integrali come funzioni dell’estremo superiore. Calcolare, per


ogni x ∈ R il valore della funzione integrale:
(
Z x 3 |t| < 4
F (x) = f (t)dt, f (t) =
1 0 |t| ≥ 4

e disegnarne il grafico.

2. Rette tangenti a un grafico. Sia f (x) = x2 + ax + b. Determinare


i valori a e b in modo che il grafico di f (x) passi per il punto (2, 4) e che
abbia in tale punto come tangente la retta y = 2x.

3. Derivabilità. Dire se le funzioni

x|x|, |x sin x|, e−|x|

sono derivabili per x = 0.

4. Derivabilitá. Determinare in ciascuno dei due casi seguenti


( (
1
x2 x≤1 |x| |x| > 1
f (x) = g(x) =
ax + b x>1 ax2 + b |x| ≤ 1

i coefficienti a e b in modo che le funzioni f (x) e g(x) siano derivabili nel


punto x = 1

1
Corso di Laurea in Fisica – Derivate ed Integrali, A.A. 2001/02
Foglio 6 - DERIVATE 2

1. Derivabilità. Stabilire se esiste f 0 (0) nei seguenti casi:


1
(
f (x) = x sin( ) x 6= 0 ;
x
0 x=0
1
(
f (x) = x2 sin( ) x 6= 0 .
x
0 x=0
2. Dimostrare che per ogni x, y ∈ IR si ha

a) |arctg(x) − arctg(y)| ≤ |x − y|;

b) | cos2 (x) − cos2 (y)| ≤ 2|x − y|;


c) | cosn (x) − cosn (y)| ≤ n|x − y|, n ∈ IN.

3. Funzioni inverse. a) Dimostrare che f (x) = x + ex è invertibile su


tutto IR.
b) Detta g la funzione inversa di f , determinare l’equazione della retta tan-
gente al grafico di y = g(x) nel punto (1, 0).
4. Disuguaglianze. a) Dimostrare che

arctg(x) < x, ∀x > 0.

(Suggerimento: studiare la funzione f (x) = x − arctg(x).)


b) Interpretare graficamente il risultato.
c) Dire quali delle seguenti disuguaglianze sono vere:

i) |arctg(x)| ≤ |x|, ∀x ∈ IR;

ii) − x ≤ arctg(x) ≤ x, ∀x ∈ IR;


iii) − |x| ≤ arctg(x) ≤ |x|, ∀x ∈ IR.
5*. Al variare di k > 0, determinare quante soluzioni ammette l’equazione

sin(x) − kx = 0

nell’intervallo [0, π].


Cosa accade se k ≤ 0?

1
Corso di Laurea in Fisica – Derivate ed Integrali, A.A. 2001/02
Foglio 7 - STUDI DI FUNZIONE

1. Funzioni iperboliche. Definite le funzioni:


ex − e−x ex + e−x
sinh(x) := , cosh(x) := ,
2 2
denominate rispettivamente seno iperbolico e coseno iperbolico, se ne deter-
minino:
a) i limiti per x → ±∞;
b) eventuali simmetrie;
c) le funzioni derivata prima e seconda;
d) il grafico;
e) l’espressione cosh2 (x) − sinh2 (x).
2 2
2. Relativamente alle funzioni f (x) = xe−x , g(x) = x4 e−x ,
a) determinare l’insieme di definizione;
b) studiare gli intervalli di monotonia;
c) determinare i limiti per x → ±∞;
d) disegnare il grafico.
3. Relativamente alla funzione così definita
πx
f (x) = min{2 cos( ) , x2 } , x ∈ IR ,
3
a) calcolare f (0) , f (1) e f (3);
b) discutere se essa è limitata in IR;
c) discutere se è derivabile in IR;
d) disegnare il grafico.
4. Determinare massimi e minimi assoluti e relativi della funzione
q
f (x) = |x2 − 5x + 6| , x ∈ [0, 4] .

5*. a) Trovare una funzione f derivabile in un punto x0 ∈ IR, tale che |f |


non sia derivabile in quel punto;
b) trovare una funzione f derivabile in un punto x0 ∈ IR, tale che |f | sia
derivabile in quel punto;
c) data una funzione f derivabile in un punto x0 ∈ IR, quali condizioni
assicurano che |f | sia derivabile in quel punto ?

1
Corso di Laurea in Fisica
Derivate ed Integrali, A.A. 2001/02
Foglio 8 - INTEGRALI

Esercizio 1. Calcolare i seguenti integrali indefiniti


Z
1 Z √ Z
ln(5x)
dx, x 1 − x2 dx, dx,
(2 + 3x)4 x
Z
3x − 5 Z Z
2
dx, x
e cos(2x) dx, (x2 + 1)e−x dx.
x − 5x + 6

Esercizio 2. Dati m, n ∈ Z, calcolare


Z 2π
cos(mx) sin(nx) dx.
0

Esercizio 3. Disegnare la regione di piano delimitata


h dai graficii delle fun-
zioni f (x) = sin x + 1 e g(x) = cos x + 1 per x ∈ π4 , π4 + 2π e calcolarne
l’area.

Esercizio 4.
(i) Trovare la primitiva della funzione f (x) = (x − 1)2 ex che assume il valore
3 nel punto x = 0.
(ii) Determinare la soluzione del problema

F 0 (x) = x cos(πx), F (1) = 0.

1
Corso di Laurea in Fisica – Derivate ed Integrali, A.A. 2001/02
Foglio 9 - Formula di Taylor

1. Funzioni definite da integrali.


a) Tracciare un grafico approssimativo (anche con lo studio della derivata
seconda) di Z x√
t e−t dt, x ∈ [−1, 1].
3
F (x) =
0
b) Dimostare che la funzione
x et
Z
F (x) = dt + 1
0 t2 + 3
è invertibile su tutto IR. Detta G(x) la funzione inversa, calcolare G0 (1).
2. Ordini di infinito e infinitesimo.
a) Ricordando che f (x) è un infinitesimo di ordine α > 0, per x → 0, se
f (x)
lim =l finito e non nullo,
x→0 xα

determinare, se esiste, l’ordine di infinitesimo, per x → 0, delle seguenti


funzioni:

x x + x5 − 3x
i) sin2 (x) − x2 ; ii) x2 + x log |x| + x; iii) √ .
x+4 x
b) Ricordando che f (x) è un infinito di ordine α > 0, per x → +∞, se
f (x)
lim =l finito e non nullo,
x→+∞ xα
determinare, se esiste, l’ordine di infinito, per x → +∞, delle seguenti fun-
zioni:

x2 + x log(x) x x + x5 − 3x
i) x log(x); ii) √ ; iii) √ .
x+1 x+4 x
3. Teorema di De L’Hopital
a) Calcolare il seguente limite:
Z x
sin(t2 ) dt
0
lim ;
x→0 x3

1
b) Calcolare i seguenti limiti:
2
cos(2x) − cos(x) 1 − e3x 1 1
 
lim ; lim ; lim − .
x→0 x2 x→0 x sin(2x) x→0 x tg(x)

4. Formula di Taylor.
a) Scrivere il polinomio di Taylor di grado n di f (x) in x0 con l’espressione
del resto di Lagrange nei seguenti casi:

i) f (x) = x, x0 = 64, n = 3;

ii) f (x) = sin(x), x0 = π/4, n = 4.

b) i) Scrivere il polinomio di Taylor P (x) di grado n = 2 nel punto iniziale



x0 = 8 della funzione f (x) = 3 x, con espressione del resto di Lagrange;
ii) Stimare
|P (7) − f (7)|.

2
Corso di Laurea in Fisica
Derivate ed Integrali, A.A. 2001/02
Foglio 10 - EQUAZIONI DIFFERENZIALI
Esercizio 1.
(a) Determinare la soluzione dei seguenti problemi di Cauchy e disegnarne
il grafico ( 0 ( 0
y − 3y = e2t 2y − 6y = 1
y(0) = 0 y(0) = 5/6
(b) Determinare l’integrale generale dell’equazione y 0 − 2y
x = 1.
Successivamente, Trovare la soluzione dei problemi di Cauchy
 y 0 − 2y = 1  y 0 − 2y = 1  y 0 − 2y = 1
  

x x x
y(1) = −2 y(1) = −1 y(1) = 0
  

e disegnarne il grafico.
Esercizio 2. Determinare la soluzione dei seguenti problemi di Cauchy
 00 0
y + y + y = 0
( 00
y −y =0
1
y(0) = 1, y 0 (0) = 0  y(0) = 0, y 0 (0) =
2
Esercizio 3. Determinare tutte le soluzioni delle seguenti equazioni
y 00 + 3y 0 − 10y = 0, y 00 − 4y 0 + 4y = 0, y 00 − 2y 0 + 2y = 0.
Esercizio 4. Determinare l’integrale generale delle seguenti equazioni
y 00 + y = 2tet , y 00 − y = sin(2t), y 00 + y = cos t.
Esercizio 5.
(i) Determinare l’integrale generale y = y(t) dell’equazione
y 00 + 3y 0 + 2y = −20 cos(2t).
(ii) Tra le soluzioni di (i), individuare l’unica soluzione ȳ = ȳ(t) che sia
limitata su tutto R.
(iii) Dimostrare che
lim y(t) − ȳ(t) = 0,
t→+∞
per ogni soluzione y = y(t) del punto (i).

1
A
Corso di Laurea in Fisica
Derivate ed Integrali, A.A. 2001/02
Prova Scritta del 27/10/2001

Esercizio 1. Data la funzione


f (x) = ln(3x − 4) + 1,
(i) determinarne l’insieme di definizione,
(ii) disegnarne approssimativamente il grafico,
(iii) calcolare la funzione inversa f −1 e disegnare il grafico di f −1 .

Soluzione Esercizio 1:
4
• Insieme di definizione: ln(3x − 4) + 1 é definita per 3x − 4 > 0, ⇔ x > 3

• Grafico: Figura 1

Figure 1: .

• Inversa: y = ln(3x − 4) + 1 ⇔ y − 1 = ln(3x − 4) ⇔ ey−1 = 3x − 4 da


cui
ey−1 + 4
x=
3

1
• Grafico: Figura 2

Figure 2: .

Esercizio 2.
(i) Calcolare il limite seguente
x
 
lim x sin 2
.
x→+∞ 2x + 1
(ii) Per ogni k ∈ N = {1, 2, 3, . . .}, calcolare il limite
x
 
k
lim x sin 2
.
x→+∞ 2x + 1

Soluzione Esercizio 2:
x
• L’argomento di sin, 2x2 +1
tende a 0 quando x → +∞
• Quindi  
x
sin 2x2 +1
lim 
x
 =1
x→+∞
2
2x +1

• segue
 
 sin x
x2
!
x 1

2x2 +1
lim x   = lim =
x→+∞ 2x2 + 1 x x→+∞ 2x2 + 1 2
2x2 +1

• Sia k = 2, 3, ...
x x 1 k−1
    
k
lim x sin 2
= lim xk−1 . lim x sin 2
= lim x = +∞
x→+∞ 2x + 1 x→+∞ x→+∞ 2x + 1 x→+∞ 2

Esercizio 3. Data la serie numerica



1 1
X  
k
1− k ,
k=1 2 3
(i) calcolare la successione delle somme parziali,
(ii) calcolare la somma della serie.

Soluzione Esercizio 3:

1 1 1 1
 
k
1− k = k
− k
2 3 2 6
• n n n
1 1 1 1
X   X X
Sn = 1− k = −
k=1 2k 3 k=1 2k k=1 6k

1 1 − 21n 1 1 − 61n 1 1 1
Sn = . 1 − . 1 = 1− − n+ n
2 1− 2 6 1− 6 5 2 6

• Ne segue che la somma é


4 1 1 4
 
lim − n+ n =
n→∞ 5 2 6 5

Esercizio 4.
(i) Applicando il teorema di esistenza degli zeri, dimostrare che esistono al-
meno tre valori x1 , x2 , x3 ∈ [−π, π] (distinti) che sono soluzioni dell’equazione
1
sin x − x = 0.
2
(ii) Dare un’interpretazione geometrica del risultato.

Soluzione Esercizio 4:
x
• Posto f (x) = sin x − 2
si ha


π
f (−π) = >0
2

π π
f (− ) = −1 + < 0
2 4

π π
f( ) = 1 − > 0
2 4

π
f (π) = − <0
2
• Si applica il teorema d’esistenza degli zeri alla funzione f (x) nei tre
intervalli
π π π π
[−π, − ], [− , ], [ , π]
2 2 2 2
• Grafico: vedi Figura 3.
Figure 3: .
B
Corso di Laurea in Fisica
Derivate ed Integrali, A.A. 2001/02
Prova Scritta del 27/10/2001

Esercizio 1. Data la funzione


f (x) = ln(4x + 3) − 1,
(i) determinarne l’insieme di definizione,
(ii) disegnarne approssimativamente il grafico,
(iii) calcolare la funzione inversa f −1 e disegnare il grafico di f −1 .

Soluzione Esercizio 1:
• Insieme di definizione: ln(4x+3)−1 é definita per 4x+3 > 0, ⇔ x > − 34
• Grafico: Figura 1

[htbf]

Figure 1: .

• Inversa: y = ln(4x + 3) − 1 ⇔ y + 1 = ln(4x + 3) ⇔ ey+1 = 4x + 3 da


cui
ey+1 − 3
x=
4

1
• Grafico: Figura 2

Figure 2: .

Esercizio 2.
(i) Calcolare il limite seguente
2x + 1
 
lim x sin .
x→+∞ x2
(ii) Per ogni k ∈ N = {1, 2, 3, . . .}, calcolare il limite
2x + 1
 
lim xk sin .
x→+∞ x2

Soluzione Esercizio 2:
2x+1
• L’argomento di sin, x2
tende a 0 quando x → +∞
• Quindi  
2x+1
sin x2
lim 
2x+1
 =1
x→+∞
x 2

• segue
 
2x+1
2x + 1 sin x2 2x2 + x
  !
lim x   = lim =2
x→+∞ x2 2x+1
2
x→+∞ x2
x

• Sia k = 2, 3, ...
2x + 1 2x + 1
    
k
lim x sin 2
= lim xk−1 . lim x sin = lim 2xk−1 = +∞
x→+∞ x x→+∞ x→+∞ x2 x→+∞

Esercizio 3. Data la serie numerica



1 1
X  
k
1− k ,
k=1 3 4
(i) calcolare la successione delle somme parziali,
(ii) calcolare la somma della serie.

Soluzione Esercizio 3:

1 1 1 1
 
k
1− k = k
− k
3 4 3 12
• n n n
1 1 1 1
X   X X
Sn = 1− k = −
k=1 3k 4 k=1 3k k=1 12k

1 1 − 31n 1 1 − 121n 1 1 1 1 1 1
Sn = . 1 − . 1 = − − n
+
3 1− 3 12 1 − 12 2 11 2 3 11 12n

• Ne segue che la somma é


1 1 9
− =
2 11 22

Esercizio 4.
(i) Applicando il teorema di esistenza degli zeri, dimostrare che esistono al-
meno tre valori x1 , x2 , x3 ∈ [−π, π] (distinti) che sono soluzioni dell’equazione
x
− sin x = 0.
3
(ii) Dare un’interpretazione geometrica del risultato.

Soluzione Esercizio 4:
x
• Posto f (x) = 3
− sin x si ha


−π
f (−π) = <0
3

π π
f (− ) = − + 1 > 0
2 6

π π
f( ) = − 1 < 0
2 6

π
f (π) = >0
3
• Si applica il teorema d’esistenza degli zeri alla funzione f (x) nei tre
intervalli
π π π π
[−π, − ], [− , ], [ , π]
2 2 2 2
• Grafico: vedi Figura 3.
Figure 3: .
ESONERO A - 1 DICEMBRE 2001

Esercizio 1. Soluzione

a: La funzione é continua e derivabile per x < 0 e per x > 0 poiché coincide


in tali intervalli con due funzioni continue e indefinitamente derivabili.
É continua in x = 0:
1−x
lim (1 − x) = 1 = f (0) = lim+
x→0− x→0 1 + x2

É derivabile per x < 0 e per x > 0 con la seguente derivata:


(
0
−1 x<0
f (x) = x2 −2x−1
(1+x2 )2 x >0

Tenuto conto che


x2 − 2x − 1
lim f 0 (x) = −1 = lim
x→0− x→0+ (1 + x2 )2
si conclude che f (x) é derivabile anche per x = 0 e che riesce f 0 (0) = −1.

b: Il grafico: si compone della semiretta y = 1 − x, x ≤ 0 e del grafico di


1−x
, x>0
1 + x2

0 f 0 (x) ha il segno di x2 −
Tenuto presente che, per x > √ √2x − 1 si riconosce
che f (x) ≤ 0, 0 < x < 1 + 2, f 0 (x) ≥ 0, x ≥ 1 + √
0
2
√ √
Nel punto x = 1 + 2 si ha il minimo: f (1 + 2) = − 4+22√2 Tenuto conto
che limx→+∞ f (x) = 0 si riconosce il seguente grafico.

c: Rapporto incrementale sinistro e destro della f 0 (x):


−1 − (−1)
lim− =0
h→0 h

h2 −2h−1
(1+h2 )2 − (−1)
lim = −2
h→0+ h
I due limiti sono diversi, pertanto la funzione non é derivabile in x = 0.
1
2 ESONERO A - 1 DICEMBRE 2001

Figure 1. Grafico f (x) Eserc. 1 A

Esercizio 2. Soluzione
a: √ x
f 0 (x) = 3 1 + x + p , x 6= −1
3 (1 + x)2
3

3 + 4x
f 0 (x) = p , x 6= −1
3 3 (1 + x)2
Pertanto f (x) é decrescente per x ≤ − 34 ed é crescente per x ≥ − 34
b:
3 4
inf f (x) = f (− ) = √
4 333
,
sup f (x) = +∞
c: Massimo e minimo per x ∈ [−3, 0]: la funzione é decrescente per x ∈
[−3, − 34 ] ed é crescente per x ∈ [− 43 , 0], pertanto:
minimo = f (− 34 ) = 3 √ 4
3
3 √
massimo = sup {f (−3), f (0)} = f (−3) = 3 3 2
d: Per x 6= −1 esistono derivate prima e seconda ( e anche le successive...)
2 3 + 2x
f 00 (x) = p
9 3 (1 + x)5
3
f 00 (x) ≥ 0 : x<−
2
3
f 00 (x) ≤ 0 : − < x ≤ −1
2
f 00 (x) ≥ 0 : x ≥ −1
Quindi f (x) é convessa per x < − 32 , x ≥ −1, é concava per − 23 ≤ x ≤ −1.
ESONERO A - 1 DICEMBRE 2001 3

Esercizio 3. Soluzione
a:


 (1 − x) + 2(2 − x) + 3(3 − x) = 14 − 6x x≤1
(x − 1) + 2(2 − x) + 3(3 − x) = 12 − 4x 1 < x ≤ 2

f (x) =

 (x − 1) + 2(x − 2) + 3(3 − x) = 4 2<x≤3
(x − 1) + 2(x − 2) + 3(x − 3) = 6x − 14 3<x

Il grafico é formato da una poligonale

Figure 2. Grafico Esercizio 3 A

b:
Z 4 Z 1 Z 2 Z 3 Z 4
f (x)dx = (14 − 6x)dx + (12 − 4x)dx + (4)dx + (6x − 14)dx = 45
−1 −1 1 2 3
c: Z 4
45
f (x)dx = 45 = 5 ∗ f (c), =9f (c) =
−1 5
La funzione, vedi il grafico prende il valore 9 nei punti
5 23
x0 = , x1 =
6 6
ESONERO B - 1 DICEMBRE 2001

Esercizio 1. Soluzione

a: La funzione é continua e derivabile per x < 0 e per x > 0 poiché coincide


in tali intervalli con due funzioni continue e indefinitamente derivabili.
É continua in x = 0:
1+x
lim = 1 = f (0) = lim+ (1 + x)
x→0− 1 + x2 x→0

É derivabile per x < 0 e per x > 0 con la seguente derivata:


(
−x2 −2x+1
0 (1+x2 )2 x<0
f (x) =
1 x>0

Tenuto conto che


−x2 − 2x + 1
lim = 1 = lim 1
x→0− (1 + x2 )2 x→0+

si conclude che f (x) é derivabile anche per x = 0 e che riesce f 0 (0) = 1.

b: Il grafico: si compone della semiretta y = 1 + x, x ≥ 0 e del grafico di


1+x
, x≤0
1 + x2

0 2
0
√ x < 0 f (x) 0ha il segno di −x − 2x
Tenuto presente che, per √+ 1 si riconosce
che f (x) ≥ 0, −1 − 2 < x < 0, f (x) ≤ 0, x ≤ −1 − 2 √
√ √
Nel punto x = −1 − 2 si ha il minimo: f (−1 − 2) = − 4+22√2 Tenuto
conto che limx→−∞ f (x) = 0 si riconosce il seguente grafico.

c: Rapporto incrementale sinistro e destro della f 0 (x):


1 − 1)
lim+ =0
h→0 h
2
− h(1+h
+2h−1
2 )2 − 1)
lim = −2
h→0− h
I due limiti sono diversi, pertanto la funzione non é derivabile in x = 0.
1
2 ESONERO B - 1 DICEMBRE 2001

Figure 1. Grafico f (x) Eserc. 1 B

Esercizio 2. Soluzione
a: √ x
f 0 (x) = 3 x − 1 + p , x 6= 1
3 (x − 1)2
3

4x − 3
f 0 (x) = p , x 6= 1
3 3 (1 + x)2
3 3
Pertanto f (x) é decrescente per x ≤ 4 ed é crescente per x ≥ 4
b:
3 3
inf f (x) = f ( ) = √
4 434
,
sup f (x) = +∞
c: Massimo e minimo per x ∈ [0, 3]: la funzione é decrescente per x < 43 ed é
crescente per x ≥ 34 , pertanto:
minimo = f ( 34 ) = − 4 √
3
3
4 √
massimo = sup {f (0), f (3)} = f (3) = 3 3 2
d: Per x 6= 1 esistono derivate prima e seconda ( e anche le successive...)
2 2x − 3
f 00 (x) = p
9 3 (1 + x)5
f 00 (x) ≥ 0 : x<1
3
f 00 (x) ≤ 0 : 1<x≤
2
3
f 00 (x) ≥ 0 : x≥
2
Quindi f (x) é convessa per x < 1, x ≥ 32 , é concava per 1 < x ≤ 32 .
ESONERO B - 1 DICEMBRE 2001 3

Esercizio 3. Soluzione
a:


 −(x − 1) − 2(x − 2) − 3(x − 3) = −14 − 6x x ≤ −3
−(x − 1) − 2(x − 2) + 3(x − 3) = 4 −3 ≤ x ≤ −2

f (x) =

 −(x − 1) + 2(x − 2) + 3(x − 3) = 4x + 12 −2 ≤ x ≤ −1
(x − 1) + 2(x − 2) + 3(x − 3) = 6x + 14 −1 ≤ x

Il grafico é formato da una poligonale

Figure 2. Grafico Esercizio 3 B

b:
Z 0 Z −3 Z −2 Z −1 Z 0
f (x)dx = (−14−6x)dx+ (4)dx+ (4x+12)dx+ (6x+14)dx = 28
−4 −4 −3 −2 −1
c: Z 0
28
f (x)dx = 28 = 4 ∗ f (c), =7 f (c) =
−4 4
La funzione, vedi il grafico prende il valore 7 nei due punti
21 5
x1 = − , x2 = −
6 4
Corso di Laurea in Fisica – Derivate ed Integrali, A.A. 2001/02
Risoluzione di Foglio 1 - PRELIMINARI

1. Grafici elementari. Disegnare il grafico delle seguenti funzioni:


(i) f (x) = |x2 − 3x + 2|, (ii) f (x) = |1 − x| − x,
3 2
(iii) f (x) = x − x , (iv) f (x) = [2x],
µ ¶
1
(v) f (x) = sin .
x

1.75
1.5
1.25
1
0.75
0.5
0.25

-1 1 2 3

Figure 1. f (x) = |x2 − 3x + 2|

-1 -0.5 0.5 1 1.5 2

-1

Figure 2. f (x) = |1 − x| − x

2. Famiglie di grafici elementari. Disegnare il grafico delle seguenti funzioni


per i valori del parametro a corrispondenti:
(i) f (x) = sin(x + a) per a = 0, 1, −2;
(ii) f (x) = ax(x + 1) + 1 per a ∈ R;
(iii) f (x) = cos(ax) per a ∈ R.
1
2

0.2

0.1

-1 -0.5 0.5 1 1.5 2


-0.1

-0.2

-0.3

Figure 3. f (x) = x3 − x2

4
floor(2*x)

-1

-2
-1 -0.5 0 0.5 1 1.5 2

Figure 4. f (x) = [2x]

0.5

0.5 1 1.5 2

-0.5

-1

Figure 5. f (x) = sin(1/x)


3

0.5

1 2 3 4 5 6

-0.5

-1

Figure 6. f (x) = sin(x + a), a = 0, 1, −2

-3 -2 -1 1 2 3
-2

-4

Figure 7. f (x) = ax(x + 1) + 1 a ∈ [−6, 6]

0.5

-3 -2 -1 1 2 3

-0.5

-1

Figure 8. f (x) = cos(ax) a ∈ R

3. Insieme di definizione. Determinare l’insieme di definizione (o dominio) delle


seguenti funzioni (di una variabile):
q
1 √
(i) f (x) = ; (ii) f (x) = ln(x2 − 7x + 12); (iii) f (x) = x − x.
cos x
3. RISOLUZIONE: (i): Df = {x ∈ R : x 6= π2 + kπ , k ∈ Z} ,
(ii): Df = (−∞, 3) ∪ (4, +∞) ,
(iii): Df = [1, +∞) .
4. Insiemi di definizione (funzioni di due variabili). Determinare l’insieme
di definizione (o dominio) delle seguenti funzioni di due variabili:
p
(i) f (x, y) = ln(x2 + y 2 ); (ii) f (x, y) = ln(1 − x2 − y 2 ); (iii) f (x, y) = x2 − y 2 .
4

4. RISOLUZIONE: (i): Df = R2 \ {(0, 0)} ,


(ii): Df = {(x, y) ∈ R2 : x2 + y 2 < 1} quindi è costituito dai punti del cerchio
unitario centrato nell’origine, esclusi i punti della sua circonferenza,
(iii): Df = {(x, y) ∈ R2 : −|x| ≤ y ≤ |x|} quindi è costituito dai punti del piano
compresi tra la bisettrice del I e quella del IV quadrante e tra quella del II e quella
del III, bisettrici incluse.
5. Funzioni composte. Scrivere la funzione composta h = f ◦ g e k = g ◦ f nei
seguenti casi:
(i) f (x) = x + 1, g(x) = x2 − 2x;

(ii) f (x) = x2 , g(x) = x, x ≥ 0.
5. RISOLUZIONE: (i): h(x) = (f ◦ g)(x) = f (x2 − 2x) = x2 − 2x + 1 e k(x) =
2
(g ◦ f )(x) = g(x + 1) = (x + 1)√ − 2(x + 1) = x2 − 1 , entrambe definite in R
(ii): h(x)
√ = (f ◦ g)(x) = f ( x) = x , definita per x ≥ 0 e k(x) = (g ◦ f )(x) =
g(x2 ) = x2 = |x| , definita in tutto R. Si noti come h(.) sia la funzione identità
perchè componiamo una funzione con la sua inversa. Perchè questo non succede
per k(.) ?
6. Funzioni inverse.
(a) Dimostrare che la funzione f è invertibile su tutto R e, detta g la funzione
inversa, determinare il dominio di g, tracciarne il grafico e scriverne l’espressione
esplicita nei seguenti casi:

 x, x < 1,
2
(i) f (x) = 2x + 5, (ii) f (x) = x√ , 1 ≤ x ≤ 4,

8 x, x > 4.
(b) Per ogni a ∈ R dire se e quante soluzioni esistono di:
5
(i) ex + x = a, (ii) 1 − = a.
x+2
6. RISOLUZIONE: (a) - (i): f : R → R = f (R) è strettamente crescente, quindi
esiste la sua inversa g : R = f (R) → R , è strettamente crescente e si ha g(y) = y−5
2 ;
(a) - (ii): f : R → R = f (R) è strettamente crescente, quindi esiste la sua
inversa g : R = f (R) → R , è strettamente crescente e si ha

 y,

y < 1,
g(y) = y, 1 ≤ y ≤ 16,
 y2
64 , y > 16.
(b) - (i): f (x) := ex + x è definita in R, strettamente crescente e assume tutti i
valori di R quindi per ogni a ∈ R esiste una soluzione ed è unica, anche se non ne
possiamo dare una espressione esplicita;
5
(b) - (ii): f (x) := 1 − x+2 è definita per x 6= −2 ed è strettamente crescente in
ciascuno degli intervalli
(−∞, −2) in cui ha come immagine f ((−∞, −2)) = (1, +∞)
(−2, +∞) in cui ha come immagine f ((−2, +∞)) = (−∞, 1).
Allora per ogni a ∈ R\{1} esiste una unica soluzione ed essa è x = x(a) = 3+2a1−a ,
come si calcola facilmente.
7. Estremo superiore e inferiore, massimo e minimo.
(a) Determinare l’estremo superiore e l’estremo inferiore delle seguenti funzioni,
e specificare se si tratta, rispettivamente, di massimo e minimo:
(a1) f (x) = ln(3x2 − 20x + 40), x ∈ R;
(a2) f (x) = 1 − |2x − 1|, x ∈ (0, 1).
(b) Determinare l’estremo superiore e l’estremo inferiore dei seguenti insiemi:
(b1) E = {y : ln(3n2 − 20n + 40), n ∈ N};
π π
(b2) Ep = {y : y = sin(np), n ∈ N} per p = π, , .
2 3

Per l’insieme definito in (b2), cosa succede nel caso p = 1?
5

Grafico funzione Esercizio 6 ii


20

15

10

1 2 3 4 5 6

Figure 9. Grafico della funzione f(x), Es. 6 ii

Grafico dell’inversa
6
5
4
3
2
1

5 10 15 20

Figure 10. Grafico della funzione g(y) inversa, Es. 6 ii

7. RISOLUZIONE: (a1): la parabola g(x) = 3x2 − 20x + 40 ha minimo 20 3 =


g( 10
3 ) = min g e estremo superiore +∞. Essendo la funzione ln(.) crescente e
20
illimitata superiormente, si ha min f = ln( 3 ) e sup f = +∞.
(a2): la funzione è la differenza di due quantità positive e quindi f sarà massima
se |2x − 1| = 0 cioè se x = 12 ∈ (0, 1). Per x ∈ (0, 12 ] f è crescente, per x ∈ [ 12 , 1)
essa è decrescente, ed essa assume in tali intervalli tutti i valori dell’intervallo (0, 1].
Concludendo
inf f = 0 (non è minimo) e sup f = max f = 1.
(b1): L’insieme E coincide con i punti di f (N), dove f è la funzione dell’esercizio
(a1). Allora il minimo di E si ottiene per n = 3 , essendo questo l’intero più vi-
cino al vertice della parabola (ed essendo la parabola simmetrica rispetto all’asse).
Concludendo min E = ln(7) e sup E = +∞.
(b2): Eπ = {0} ⇒ sup E = inf E = max E = min E = 0
E π2 = {0 , 1 , −1} ⇒ inf E = min E = −1 , sup E = max E = 1 E π3 =
√ √ √ √
3 3 3 3
{0 , 2 ,− 2 } ⇒ inf E = min E = − 2 , sup E = max E = 2
Corso di Laurea in Fisica – Derivate ed Integrali, A.A. 2001/02
Risoluzione di Foglio 2 - LIMITI

1. Calcolo diretto di δ e n . Usando la definizione, verificare la validità


dei seguenti limiti :
(i) lim 3x + 2 = 8.
x→2

Si ha
|(3x + 2) − 8| = 3|x − 2|
cosicchè per ogni  > 0 la disuguaglianza

|(3x + 2) − 8| < 

è soddisfatta per gli x tali che |x − 2| < δ assumendo δ = /3.


n+1
(ii) lim = 1.
n→∞ n − 1

Infatti per ogni  > 0 la disuguaglianza



n + 1 2
n − 1 − 1 = n − 1 < 

è verificata per ogni indice n > 1 + 2/ cioè definitivamente.

(iii) lim x2 = a2 , a = 1, 2.
x→a

Se consideriamo i valori di x per i quali |x| ≤ 2|a|, si ha

|x2 −a2 | = |x−a|·|x+a| ≤ |x−a|(|x|+|a|) ≤ |x−a|(|a|+2|a|) = 3|a|·|x−a|.

Quindi per ogni  > 0 la disuguaglianza

|x2 − a2 | < 

è soddisfatta se |x − a| < δ con δ = /(3|a|).

1
2. Limiti di funzioni. Ricordati i limiti notevoli:
sin x 1 − cos x 1 ex − 1
lim = 1; lim 2
= , lim = 1,
x→0 x x→0 x 2 x→0 x
ln(1 + x)
lim = 1, lim x ln x = 0 ,
x→0 x x→0+

calcolare, se esistono, i limiti che seguono oppure discutere se esistono al-


meno i limiti sinistro e destro:
x3 + 8 |x| tan(2x) sin(5x) − sin(3x)
(a) lim 2
; (b) lim ; (c) lim ; (d) lim ;
x→−2 x − 4 x→0 x x→0 x x→0 x
√ √
1+x− 1−x 2x x2 − 1
(e) lim ; (f ) lim ; (g) lim 2 ;
x→0 x x→3 x − 3 x→−∞ x + 1

p x2 + x x−1
(h) lim ( x2 + 1 − x); (i) lim ; (l) lim 1/3 ;
x→+∞ x→+∞ 3 − x x→1 x −1
1 − ex ln(cos(x)) |2x − 1| − |2x + 1|
(m) lim ; (n) lim ; (o) lim ;
x→0 sin(x) x→0 x2 x→0 x
ex + x2
(p) lim (x2 + x ln x); (q) lim ;
x→0 x→+∞ x3 + 1

1 x−1
(r) lim arctan( ) , (s) lim .
x→0 x x→1 sin(πx)

x3 + 8 x2 − 2x + 4
(a) lim = lim = −3;
x→−2 x2 − 4 x→−2 x−2
|x|
(b) Il limite lim non esiste. Infatti:
x→0 x
x −x
lim =1; lim = −1.
x→0+ x x→0− x
tan(2x) tan(2x)
(c) lim = 2 lim = 2;
x→0 x x→0 2x
sin(5x) − sin(3x) sin(5x) sin(3x)
(d) lim = 5 lim − 3 lim = 2;
x→0 x x→0 5x x→0 3x
√ √ √ √
( 1 + x − 1 − x)( 1 + x + 1 − x) 2
(e) lim √ √ = lim √ √ = 1;
x→0 x ( 1 + x + 1 − x) x→0 1+x+ 1−x
(f) Il limite non esiste. Infatti:
2x 6 2x 6
lim = + = +∞; lim = − = −∞.
x→3+ x−3 0 x→3− x−3 0

x2 − 1 1 − 1/x2
(g) lim= lim = 1;
x→−∞ x2 + 1 x→−∞ 1 + 1/x2
√ √
( x2 + 1 − x)( x2 + 1 + x) 1
(h) lim √ = lim √ = 0;
x→+∞ 2
( x + 1 + x) x→+∞ 2
x +1+x
x2 + x (1 + 1/x)
(i) lim = lim x = −∞;
x→+∞ 3 − x x→+∞ (3/x − 1)

2

(l) Con il cambio di variabile y = 6 x si ottiene

x−1 y3 − 1 y2 + y + 1 3
lim √ = lim = lim = ;
x→1 3 x − 1 y→1 y 2 − 1 y→1 y+1 2

1 − ex 1 − ex x
(m) lim = lim lim = −1;
x→0 sin(x) x→0 x x→0 sin(x)
ln(cos(x)) (cos(x) − 1) ln(1 + y) cos(x) − 1 1
(n) lim 2
= lim lim 2
=− ;
x→0 (cos(x) − 1) x y→0 y x→0 x 2
|2x − 1| − |2x + 1| (1 − 2x) − (2x + 1)
(o) lim = lim = −4;
x→0 x x→0 x
(p) lim (x2 + x ln x) = lim x2 + lim x ln x = 0;
x→0+ x→0 x→0+

ex + x2 ex (1 + x2 /ex ) ex
(q) lim = lim = lim = +∞;
x→+∞ x3 + 1 x→+∞ x3 (1 + 1/x3 ) x→+∞ x3

(r) Il limite non esiste. Infatti


1 π
lim arctan( ) = lim arctan(y) = ;
x→0 + x y→+∞ 2
1 π
lim arctan( ) = lim arctan(y) = − .
x→0 − x y→−∞ 2
x−1 y 1 πy 1
(s) lim = lim = − lim =− .
x→1 sin(πx) y→0 sin(π(y + 1)) π y→0 sin(π y) π
3. Limiti di successioni. Calcolare, se esiste, limn→∞ an nei seguenti
casi:
n n+1 n2 + 3n − 2 n2 n2 + 1
an = − ; bn = ; cn = − ;
n+1 n 5n2 n+1 n

p sin(n) n2 + 3 n − 4
dn = n2 + n − n; pn = ; qn = √ ;
n 2n3 n + 1
3n + n2 n + 2n
rn = ; sn = ;
2n + n3 n + n!

1
4n

tn = 1 + ; un = n 5n − 3n .
n

n n+1
lim an = lim − lim = 1 − 1 = 0;
n→+∞ n→+∞ n+1 n→+∞ n
(1 + 3/n − 2/n2 ) 1
lim bn = lim = ;
n→+∞ n→+∞ 5 5
−n2 − n − 1 −1 − 1/n − 1/n2
lim cn = lim = lim = −1;
n→+∞ n→+∞ n2 + n n→+∞ 1 + 1/n2

p
2
n2 + n + n
lim dn = lim ( n + n − n) √ =
n→+∞ n→+∞ n2 + n + n
n 1 1
lim √ = lim p = ;
n→+∞ 2
n +n+n n→+∞ 1 + 1/n + 1 2

3
sin(n) 1 sin(n)
Si ha | | ≤ . Ne segue che lim pn = lim = 0;
n n n→+∞ n→+∞ n

n2 (1 + 3/n5/2 − 4/n2 ) n2
lim qn = lim p = lim = 0;
n→+∞ n→+∞ n7/2 (2 1 + 1/n) n→+∞ 2 n7/2

 n
3n (1 + n2 /3n ) 3
lim rn = lim = lim = +∞;
n→+∞ n→+∞ 2n (1 + n3 /2n ) n→+∞ 2

2n (n/2n + 1) 2n
lim sn = lim = lim = 0;
n→+∞ n→+∞ n!(n/n! + 1) n→+∞ n!
n 4
1

lim tn = lim 1+ = e4 ;
n→+∞ n→+∞ n
Dato che, per ogni n ≥ 1,
s s  n

r
2 3 3
 
n n n
5 =5n 1− ≤5 1− = 5n − 3n ≤ 5
5 5 5

si ha che √
n
lim un = lim 5n − 3n = 5.
n→+∞ n→+∞

4. Limiti dipendenti da un parametro. Al variare di a ∈ R calcolare:

(ln n)3

0 se a > 0
(i) lim =
n→∞ na +∞ se a ≤ 0

 0 se a > 1/2


1 1

se a = 1/2
(ii) lim n sin( a ) =
n→∞ n  +∞

 se 0 ≤ a < 1/2
non esiste se a<0
x − x2

0 se a > 1
(iii) lim =
x→+∞ ax −∞ se 0 < a ≤ 1

4
Corso di Laurea in Fisica – Derivate ed Integrali, A.A. 2001/02

Risoluzione di Foglio 3 - SERIE E CONTINUITÀ

1. Somma di serie. Calcolare la somma delle seguenti serie:


+∞ +∞ +∞
X 1 X 2 X 2n + 3n
(i) ; (ii) ; (iii) .
n=1
(2n − 1)(2n + 1) n=1
3n−1 n=1
6n

(i) Cerchiamo una decomposizione di 1/(2n − 1)(2n + 1) del tipo

1 A B
= + .
(2n − 1)(2n + 1) 2n − 1 2n + 1

Imponendo l’uguaglianza si ottiene la condizione 1 = 2(A + B)n + (A − B), per


ogni n, ossia il sistema lineare

2(A + B) = 0 1 1
⇒ A= , B=− .
A−B =1 2 2

Quindi la successione sn delle somme parziali si può scrivere come


n n 

X 1 1 X1 1
sn = = −
(2k − 1)(2k + 1)
2k − 1 2k + 1
2
k=1 k=1
   
1 1 1 1 1 1 1 1
= 1 − + − + ··· + − = 1− .
2 3 3 4 2n − 1 2n + 1 2 2n + 1

Quindi
∞  
X 1 1 1 1
= lim 1− = .
n=1
(2n − 1)(2n + 1) n→+∞ 2 2n + 1 2

(ii) Calcoliamo le somme parziali sn


n
1 − (1/3)n
   
X 2 1 1 1 1
sn = = 2 1 + + 2 + · · · + n−1 = 2 =3 1− n .
3k−1 3 3 3 1 − (1/3) 3
k=1

Quindi
∞  
X 2 1
= lim 3 1 − n = 3.
n=1
3n−1 n→+∞ 3

1
(iii) Dato che
n n n
X 2k + 3k X 1 X 1 1 1 − (1/3n ) 1 1 − (1/2n )
sn = = + = · + ·
6k 3k 2k 3 1 − (1/3) 2 1 − (1/2)
k=1 k=1 k=1
   
1 1 1
= 1− n + 1− n ,
2 3 2
la somma della serie è data da

2n + 3n
   
X 1 1 1 3
n
= lim 1− n + 1− n = .
n=1
6 n→+∞ 2 3 2 2

2. Convergenza delle serie. Studiare il carattere delle seguenti serie:


+∞ +∞ +∞
X 1 n3
X X 2n−1
(a) ; (b) ; (c) ;
en
p
n=1 n(n + 1) n=1 n=1
(n − 1)!

+∞ +∞ +∞
2n − 1 1 1
X X   X  
(d) √ ; (e) log 1 + ; (f ) sin .
n=1 ( 2)
n
n=1
n n=1
n2

(a) Dato che



1 1 1 X 1
p ≥p = e = +∞,
n(n + 1) (n + 1)2 n + 1 n=1
n + 1

la serie diverge a +∞.


(b) Applichiamo il criterio del rapporto. Dato che
3 3
(n + 1)3 en
 
n+1 1 1 1 1
lim n+1
· 3
= lim = lim 1 + = ∈ (0, 1),
n→+∞ e n n→+∞ n e n→+∞ n e e
la serie converge.
Si sarebbe potuto dedurre la convergenza anche da

n3 /en n5 X 1
lim = lim =0 e < +∞,
n→+∞ 1/n2 n→+∞ en n 2
n=1


1
P
ed usando il criterio del confronto asintotico, dato che la serie n2 è convergente.
n=1

(c) Calcoliamo il limite del rapporto


2n (n − 1)! 2
lim · n−1 = lim = 0 < 1.
n→+∞ n! 2 n→+∞ n
Quindi, dal criterio del rapporto, si deduce la convergenza della serie.
(d) Applicando il criterio del rapporto,

2(n + 1) − 1 ( 2)n 1 2n + 1 1
lim √ · = lim √ · = √ < 1,
n→+∞ ( 2) n+1 2n − 1 n→+∞ 2 2n − 1 2
si deduce che la serie è convergente.
(e) Dato che
ln(1 + x) ln(1 + 1/n)
lim =1 ⇒ lim = 1,
x→0 x n→∞ 1/n

1
P
la serie ha lo stesso carattere della serie armonica n, quindi è divergente.
n=1
Figure 1: Esercizio 3 a: f(x) a=1, b=2

(f ) Analogamente al caso (e), visto che

sin x sin(1/n2 )
lim =1 ⇒ lim = 1,
x→0 x n→∞ 1/n2

1
P
la serie ha lo stesso carattere della serie n2 , che è convergente, quindi anche la
n=1
serie data converge.
3. Continuità.
(a) Determinare a, b ∈ IR in modo che le seguenti funzioni siano continue in
IR: 
2 cos(x) x ≤ 0
(i) f (x) = ;
ax2 + b x > 0

2 sin(πx) x ≤ 1
(ii) g(x) = .
ax + b x>1
Determinare il grafico di f e di g in corrispondenza di una delle coppie
lecite, a scelta.
(i) Dato che le funzioni 2 cos x e ax2 + b sono funzioni continue, la funzione f è
continua per x 6= 0. Perché sia continua anche in x = 0 bisogna imporre

lim 2 cos x = lim+ ax2 + b. =⇒ b = 2.


x→0− x→1

(ii) Anche in questo caso la funzione g è chiaramente continua in tutti i punti x 6= 1.


Per avere la continuità in x = 1, bisogna imporre

lim 2 sin(πx) = 0 = a + b = lim+ ax + b =⇒ a + b = 0.


x→1− x→0

(b) Determinare b ∈ IR in modo che la seguente funzione sia continua in IR:

b cos(x) x ≤ 0,



g(x) =
 sin(x)

x > 0,
x
Disegnare il grafico di g.
Figure 2: Esercizio 3 a: g(x) a=1, b=-1

(b) La funzione g è continua in tutti i punti x 6= 0. Per avere la continuità in zero,


bisogna imporre
sin x
lim b cos x = lim+ =⇒ b = 1.
x→0− x→0 x

4. Esistenza degli zeri.


(a) Dimostrare che l’equazione 3x3 − 8x2 + x + 3 = 0 ha tre radici reali.
(a) Sia p(x) = 3x3 − 8x2 + x + 3, dato che

p(−1) = −9, p(0) = 3, p(1) = −1, p(3) = 15,

per il teorema di esistenza degli zeri (o per il teorema del valore intermedio) esistono
x1 , x2 , x3 con x1 ∈ (−1, 0), x2 ∈ (0, 1) e x3 ∈ (1, 3) tali che p(x1 ) = p(x2 ) = p(x3 ) =
0.
(b) Dimostrare che le seguenti equazioni ammettono almeno una soluzione
positiva:

(i) ex − esin(x) − 1 = 0; (ii) x + sin(x) cos(x) − 1 = 0.

(i) Sia f (x) = ex − esin(x) − 1. Dato che f (0) = −1 e f (π) = eπ − 2 > 0, la


conclusione segue dal teorema di esistenza degli zeri (dato che e ≥ 2 e π ≥ 3 si ha
eπ ≥ 23 = 8 > 2).
(ii) Sia g(x) = x + sin(x) cos(x) − 1. Allora da g(0) = −1 e g(π) = π − 1 e dal
teorema di esistenza degli zeri, si deduce la conclusione.
Figure 3: Esercizio 3 b: g(x) b=1

5. Esistenza di massimi e/o minimi.


Dire quali delle seguenti funzioni verificano le ipotesi del teorema di
Weiertrass e quali ammettono massimi e/o minimi negli intervalli indicati:
(i) f (x) = [x2 ], x ∈ [0, 2];
1 1
(ii) g(x) = sin( ), x ∈ (0, );
x π
(iii) h(x) = arcsin(x), x ∈ [−1, 1];

 x sin( 1 ) 0 < x ≤ 1

(iv) k(x) = x ;


0 x=0
1
(v) v(x) = , x ∈ IR.
1 + x2
(i) Si ha
0 0 ≤ x < 1√


1 1 ≤ x < 2√

 √
[x2 ] = 2 √2 ≤ x < 3
3 3≤x<2




4 x=2
quindi la funzione f non è continua nell’intervallo [0, 2] e perciò le ipotesi del teo-
rema di Weierstrass non sono verificate. La funzione, comunque, possiede massimo
e minimo: min f (x) = f (0) = 0 e max f (x) = f (2) = 4.
x∈[0,2] x∈[0,2]
(ii) Le ipotesi del teorema di Weierstrass non sono soddisfatte, dato che l’insieme
di definizione della funzione g è un intervallo aperto. La funzione ammette minimo
min f (x) = f (2/3π) = −1 e massimo max f (x) = f (2/5π) = 1.
x∈(0,1/π) x∈(0,1/π)
(iii) Le ipotesi del teorema di Weierstrass sono soddisfatte: la funzione h è continua
perché è inversa di una funzione continua, e l’intervallo [−1, 1] è chiuso e limitato.
Quindi la funzione ammette massimo e minimo. Si ha min h(x) = h(−1) = −π/2
x∈[−1,1]
e max h(x) = h(1) = π/2.
x∈[−1,1]
(iv) La funzione k è continua in (0, 1], inoltre, dato che lim x sin (1/x) = 0 = f (0),
x→0
la funzione k è continua anche in 0. Pertanto le ipotesi del teorema di Weierstrass
sono soddisfatte e la funzione ammette massimo e minimo.
(v) Le ipotesi del teorema di Weierstrass non sono soddisfatte perché l’insieme
in cui si considera la funzione non è limitato. La funzione v ammette massimo:
max v = 1 = v(0), mentre non ammette minimo (l’estremo inferiore è zero, ma la
x∈IR
funzione è sempre strettamente positiva).
Corso di Laurea in Fisica – Derivate ed Integrali, A.A. 2001/02

Risoluzione del Foglio 4 - INTEGRALI DEFINITI

1. Calcolo di integrali elementari. Calcolare il valore di ciascuno dei seguenti


integrali ([ · ] denota la funzione “parte intera”)
Z 4 Z 1 Z 3
(i) |x − 2| dx, (ii) x2 dx, (iii) [x2 ] dx,
−2 −1 0
Z 2 
x+1 0 ≤ x ≤ 1,
(iv) f (x) dx dove f (x) =
0 2−x 1 < x ≤ 2.
RISOLUZIONE:

(i):
Z 4 Z 2 Z 4 Z 2 Z 4
|x − 2| dx = |x − 2| dx + |x − 2| dx = (2 − x) dx + (x − 2) dx
−2 −2 2 −2 2

2 2 4 4
42 22
Z Z Z Z
= 2 dx − x dx + x dx − 2 dx = 2 · 4 − 0 + ( − ) − 2 · 2 = 10 ,
−2 −2 2 2 2 2
dove si sono usate l’additività e la linearità dell’integrale, la definizione
di modulo ed il fatto, facilmente giustificabile, che è nullo l’integrale di una
funzione dispari su un intervallo simmetrico rispetto all’origine.
(ii):
Z 1 Z 1
13
x2 dx = 2 x2 dx = 2 · ,
−1 0 3
dove si è usato il fatto che la funzione integranda è pari e l’intervallo è
simmetrico rispetto all’origine.
(iii):
Z 3 Z 1 Z √2 Z √3 Z 2
2
[x ] dx = 0 dx + 1 dx + √ 2 dx + √ 3 dx+
0 0 1 2 3

√ √ √ √
Z 5 Z 6 Z 7 Z 2 2 Z 3
4 dx + √ 5 dx + √ 6 dx + √ 7 dx + √ 8 dx =
2 5 6 7 2 2

√ √ √ √ √ √ √
= 2 − 1 + 2( 3 − 2) + 3(2 − 3) + 4( 5 − 2) + 5( 6 − 5)+
√ √ √ √ √
+6( 7 − 6) + 7(2 2 − 7) + 8(3 − 2 2) =
√ √ √ √ √ √
= 24 − 2 2 − 7 − 6 − 5 − 2 − 3 − 2 − 1 =
√ √ √ √ √
= 21 − 3 2 − 3 − 5 − 6 − 7 .
(iv):
Z 2 Z 1 Z 2
1 22 1
f (x) dx = (x + 1) dx + (2 − x) dx = + 1 + 2 − ( − ) = 2 .
0 0 1 2 2 2
1
2

2. Significato dell’integrale.
(i) Disegnare la regione di piano la cui area A è data da
Z 3
A= |x2 − 2x| dx.
0
(ii) Dare due esempi di funzioni costanti a tratti s nell’intervallo [0, 5] tali che
Z 2 Z 5
s(x) dx = 5 e s(x) dx = 2.
0 0

RISOLUZIONE:
(i): vedere Fig. 1 dove è tratteggiata la regione di area A, relativamente alla
funzione |x2 − 2x|, e la Fig. 2 relativa all’integrale della funzione x2 − 2x.

Figure 1. Area A
(ii):

 5  5 0 ≤ x ≤ 1,
0 ≤ x ≤ 2,
s(x) = 2 s(x) = 0 1 ≤ x ≤ 4,
−1 2 < x ≤ 5,
−3 4 < x ≤ 5,

ma infinite altre scelte sono possibili.

3. Teorema della media.


(a) Data f (x) = x2 per x ∈ [0, a], trovare un numero c ∈ (0, a) tale che f (c) sia
uguale alla media di f in [0, a] e stabilire se tale numero è unico.
Analogamente se f (x) = xn con n numero intero positivo.
(b) Usando il teorema della media stabilire le seguenti disuguaglianze:
Z 1 Z 5
2 5 ex
(b1) 2 ≤ ex dx ≤ 2e, (b2) ≤ dx ≤ 5 e5 .
−1 6 0 x+1
3

Figure 2. Area senza il modulo

(c) Determinare una stima per eccesso ed una per difetto dei seguenti integrali
Z 1 Z π/2
1
(c1) 4
dx, (c2) sin2 x dx.
−1 1 + x 0
RISOLUZIONE:
(a):
Ra 3
a
2 x2 dx
0 a2
f (c) = c = = 3 =
a a 3
implica c = ± √a3 e quindi si trova il solo valore
a
c = +√ ∈ (0, a).
3
Analogamente per la funzione xn si ottiene
an+1
n+1 an
cn = =
a n+1
a
che implica l’esistenza nell’intervallo (0, a) dell’unico valore c = + √
n
n+1
(tale valore è unico anche in R se n è dispari).

2
(b1): Nell’intervallo [−1, 1] valgono le diseguaglianze 1 ≤ ex ≤ e , quindi,
per la monotonia dell’integrale, le diseguaglianze si conservano per gli inte-
grali e si ottiene
Z 1 Z 1 Z 1
2
2= dx ≤ ex dx ≤ e dx = 2e .
−1 −1 −1
Corso di Laurea in Fisica – Derivate ed Integrali, A.A. 2001/02
Foglio 5 - DERIVATE

1. Integrali come funzioni dell’estremo superiore. Calcolare, per ogni x ∈ R


il valore della funzione integrale:
Z x 
3 |x| < 4
F (x) = f (t)dt, f (x) =
1 0 |x| ≥ 4
e disegnarne il grafico.

Soluzione 
 −15 x ≤ −4
F (x) = 3(x − 1) −4 < x ≤ 4
9 4<x

Rx
Figure 1. F (x) = 1
f (t)dt

2. Rette tangenti a un grafico. Sia f (x) = x2 + ax + b. Determinare i valori a


e b in modo che il grafico di f (x) passi per il punto (2, 4) e che abbia in tale punto
come tangente la retta y = 2x.

Soluzione
1
2

Passaggio della parabola per il punto (2, 4)


4 + 2a + b = 4 ⇒ 2a + b = 0
Retta tangente nel punto (2, 4)
y = 4 + f 0 (2)(x − 2), y = 4 + (4 + a)(x − 2) = 2x

2a + b = 0
⇒ ⇒ a = −2, b = 4
f 0 (2) = 4 + a = 2

Figure 2. y = x2 − 2x + 4, y = 2x

3. Derivabilità. Dire se le funzioni


x|x|, |x sin x|, e−|x|
sono derivabili per x = 0.

Soluzione
• x|x| (Figura 3):
h|h| − 0|0|
= |h| → 0
h

• |x sin x| (Figura 4):


|h sin h| − |0 sin 0| |h|
= | sin h| →0
h h

• e−|x| (Figura 5):

e−|h| − e−|0| e−|h| − 1 −|h| |h|


= '−
h −|h| h h
non esiste il limite: esiste il limite da destra e quello da sinistra, diversi.Il
grafico presenta un punto angoloso.
3

Figure 3. x|x|

Figure 4. |x sin x|

4. Derivabilitá. Determinare in ciascuno dei due casi seguenti


1
x2
 
x≤1 |x| |x| > 1
f (x) = g(x) = 2
ax + b x>1 ax + b |x| ≤ 1
i coefficienti a e b in modo che le funzioni f (x) e g(x) siano derivabili nel punto
x=1

Soluzione
f(x):
f (1) = 1 = lim f (x) = a + b, D− f (1) = 2 = D+ f (1) = a, ⇒ b = −1
x→1+
(Vedi Figura 6)
g(x):
−1 3
1 = a + b, −1 = 2a, ⇒a= , b=
2 2
4

Figure 5. e−|x|

Figure 6. f (x)

(Vedi Figura 7)
5

Figure 7. g(x)
SOLUZIONI FOGLIO 6
15 MARZO 2002

1. Soluzione degli esercizi


Esercizio 1. Dato ε ∈ (0, 1], sia Cε = {ε2 ≤ x2 + y 2 ≤ 1}, calcolare
ZZ ZZ
1 1
Iε = dx dy e Jε = dx dy.
x2 + y 2
p
x + y2
2
Cε Cε

Quanto valgono lim+ Iε e lim+ Jε ?


ε→0 ε→0

Soluzione
Servendosi delle coordinate polari riesce
ZZ Z 2π Z 1  
1 1 1
Iε = dx dy = dθ dρ = 2π − 1 → +∞
x2 + y 2 0 ε ρ ε2

ZZ Z 2π Z 1
1
Jε = p dx dy = dθ dρ = 2π (1 − ε) → 2π
x2 + y 2 0 ε

1 1
Osservazione 1.0.1. Le funzioni x2 +y 2 e √ integrande, in entrambi gli in-
x2 +y 2
tegrali divergono per (x, y) → (0, 0) tuttavia il volume dei relativi sottografici in
corrispondenza del cerchio x2 + y ≤ 1 sono diversi:
• infinito il primo
• finito il secondo
Un fenomeno analogo si sarebbe incontrato in una dimensione relativamente ai due
integrali
Z 1 Z 1
1 1
dx, √ dx
ε x ε x
Esercizio 2. Dato R > 1, sia CR = {1 ≤ x2 + y 2 ≤ R2 }, calcolare
ZZ ZZ
1 1
IR = dx dy e JR = dx dy.
(x2 + y 2 )2
p
x + y2
2
CR CR

Quanto valgono lim IR e lim JR ?


R→+∞ R→+∞

Soluzione
Servendosi ancora delle coordinate polari si ha
ZZ Z 2π Z R  
1 1 1
IR = dx dy = dθ dρ = π 1 − 2 → π
(x2 + y 2 )2 0 1 ρ
3 R
CR
1
2 SOLUZIONI FOGLIO 6 15 MARZO 2002

2π R
√ 4π  √
ZZ Z Z
1 
JR = p dx dy = dθ ρdρ = R R − 1 → +∞
x2 + y 2 0 1 3
CR

Esercizio 3. Dato l’insieme C = {(x, y, z) : x2 + y 2 ≤ 1, 0 ≤ z ≤ 1}, calcolare i


seguenti integrali ZZZ ZZZ
y dx dy dz x2 dx dy dz.
C C

Soluzione
Il primo integrale
ZZZ Z 1 ZZ
y dx dy dz = dz ydx dy = 0
0 C
C
vale 0 in quanto la funzione integranda é dispari in y su C simmetrico rispetto a
y=0
Il secondo integrale si calcola in coordinate cilindriche
ZZZ Z 1 Z 2π Z 1
2 2 π
x dx dy dz = dz cos (θ)dθ ρ3 dρ =
0 0 0 4
C

Esercizio 4. Sia S = {(x, y, z) : (x, y) ∈ [0, 2] × [0, 2], 0 ≤ z ≤ 2 + x + y}, calcolare


l’integrale ZZZ
z dx dy dz.
S

Soluzione
L’integrale triplo é esteso ad un dominio normale rispetto al piano x, y:
ZZZ Z 2 Z 2 Z 2+x+y
z dx dy dz = dx dy zdz =
0 0 0
S
Z 2 Z 2
= dx (2 + x + y) dy = 16
0 0
Esercizio 5. Sia D = {x, y > 0}, per la trasformazione F : D → IR2 definita da
y
u = x + y, v= ,
x
(i) calcolare l’espressione dell’inversa F −1 ;
(ii) scrivere il determinante jacobiano di F e di F −1 e verificare la validità della
relazione
1
det DF (x, y) = ,
det DF −1 (F (x, y))
dove DF è la matrice jacobiana di F ;
(iii) verificare che la trasformazione F è iniettiva in D e determinare l’immagine
F (D).
Soluzione
SOLUZIONI FOGLIO 6 15 MARZO 2002 3


 u=x+y
F : (x, y) → (u, v)
y
v=

x

Figura 1. Reticolato [1, 5] × [1, 5] del piano (x, y)

Figura 2. Immagine del quadrato [1, 5] × [1, 5] del piano (x, y)


tramite F nel piano (u, v)

Semplici passaggi algebrici conducono a determinare l’inversa


 x= u

1+v
−1

F : (u, v) → (x, y)
 y = uv
1+v
 
1 1
DF (x, y) =
− xy2 x1
4 SOLUZIONI FOGLIO 6 15 MARZO 2002

!
1 1
−u (1+v) 2
DF −1 (u, v) = 1+v
v 1
1+v u (1+v)2
Le due matrici jacobiane trovate sono l’una l’inversa dell’altra quando, natural-
mente si esprimano nelle stesse variabili:
 
1 1
DF F −1 (u, v) =
 
−v(1 + v) 1+v
u
Si riconosce adesso che il prodotto delle due matrici
! 
1 u


1+v (1+v) 2 1 1

v
1+v
1
u (1+v) 2 −v(1 + v) 1+v
u

produce la matrice identitá.


Sperimentiamo la questione su due coppie di punti corrispondenti:

(x, y) = (1, 1) ⇔ (u, v) = (2, 1)

1
− 12
     
1 1 1 0
DF (1, 1) ∗ DF −1 (2, 1) = ∗ 2
1 1 =
−1 1 2 2 0 1
Osservazione 1.0.2. L’immagine tramite F del quadrante {x, y > 0} nel piano
(u, v) é ancora il quadrante {u, v > 0}
Osservazione 1.0.3 (Il ruolo delle aree). Le due figure precedenti illustrano intu-
itivamente la trasformazione F : quadratini Q del piano (x, y) vengono trasformati
in quadrilateri F (Q) curvilinei del piano (u, v).
Le figure consentono di riconoscere il ruolo del determinante jacobiano come fattore
di correzione delle aree
Area[F (Q)] ' |det DF (x, y)| × Area[Q]
Lo jacobiano vale
x+y
|det DF (x, y)| =
x2
e riesce quindi |det DF (x, y)| ' 2 nel quadratino adiacente (1, 1), riesce |det DF (x, y)| '
6 nel quadratino adiacente (1, 5), riesce |det DF (x, y)| ' 0.4 nel quadratino adia-
cente (5, 5), riesce |det DF (x, y)| ' 0.24 nel quadratino adiacente (5, 1).
I valori stimati sono in accordo con le dilatazioni o riduzioni dei vari quadratini di
(x, y) operate da F e osservabili nella figura: quadratini tutti uguali del piano (x, y)
vengono infatti trasformati in quadrilateri curvilinei di aree assai diverse nel piano
(u, v).

Esercizio 5bis.∗ Calcolare l’area della regione


 
1 2
S = v + 1 ≤ u ≤ 4(v + 1), 1 + ≤ u ≤ 2 + .
v v
SOLUZIONI FOGLIO 6 15 MARZO 2002 5

Soluzione
S é un quadrilatero curvilineo delimitato da due rette e da due iperboli...
S é null’altro che l’immagine del quadrato Q : [1, 2] × [1, 2] del piano x, y tramite
la trasformazione F introdotta nell’esercizio precedente !

 u=x+y
S ⊆ Ru,v ⇔ Q = [1, 2] × [1, 2] ⊆ Rx,y
v = xy

Quindi
ZZ Z 2 Z 2
det ∂(u, v) dy =

Area(S) = dxdy = dx
1 1
∂(x, y)
S
Z 2 Z 2 Z 2 
x+y 1 3 3
= dx dy = + dx = ln(2) +
1 1 x2 1 x 2x2 4
Osservazione 1.0.4. L’esercizio proposto é un caso particolare del seguente:
S : ϕ(v) ≤ u ≤ k.ϕ(v), ψ(v) ≤ u ≤ h.ψ(v)
La sostituzione analoga diviene
(
u
x= ϕ(v)
u
y= ψ(v)

efficace naturalmente se dalle formule scritte si sanno ricavare


x = f (u, v), y = g(u, v) come é accaduto nel caso proposto nell’esercizio 5 bis.

Esercizio 6.∗ Data F : IR2 → IR2 definita da F (x, y) = (x2 −y 2 , 2xy), determinare
F (D) dove D = {x, y ≥ 0}.
Soluzione
u = x2 − y 2

2 2
F (x, y) = (x − y , 2xy) ⇔ ⇔ u + iv = (x + iy)2
v = 2xy
ovvero, usando l’espressione trigonometrica dei numeri complessi,
x + iy = ρ eiθ u + iv = ρ2 e2iθ
Considerato che x + iy ∈ D ⇔ 0 ≤ θ ≤ π/2 ne segue che 0 ≤ arg(u + iv) ≤ π
ovvero
2
F (D) ⊆ Ru,v :v≥0

Osservazione 1.0.5. Osservando la figura si nota il seguente fenomeno: le righe


che quadrettavano il piano x, y sono deformate nella trasformazione:


 (x, y) ↔ (u, v)
 (0, 0) ↔ (0, 0)


(1, 0) ↔ (1, 0)
 (1, 1) ↔ (0, 2)



(0, 1) ↔ (−1, 0)

Tuttavia le linee che si incrociavano ad angolo retto nel piano x, y altrettanto si


incrociano (nonostante la deformazione) ad angolo retto nel piano u, v.
Tale conservazione degli angoli si enuncia dicendo che
F é una trasformazione conforme
6 SOLUZIONI FOGLIO 6 15 MARZO 2002

Figura 3. Quadrato [0, 1] × [0, 1]

Figura 4. Immagine del quadrato tramite F

infatti conservare la perpendicolaritá di due rette contribuisce notevolmente a con-


servare sostanzialmente la forma dei disegni: i quadretti diventano quadrilateri
curvilinei, ecc.
SOLUZIONI FOGLIO 6 15 MARZO 2002 7

Il fenomeno va comunque perdendosi piú ci si avvicina all’origine: si noti infatti


che i due lati del quadrato del piano x, y appartenenti agli assi si sono trasformati
nei due segmenti dell’asse u uscenti dall’origine... l’angolo retto é diventato piatto
!

Esercizio 7. Dire quale dei seguenti campi vettoriali è irrotazionale in tutto il suo
insieme di definizione
F (x, y) = (x cos(x2 + y 2 ), y cos(x2 + y 2 )), F (x, y) = (x cos(x2 + y 2 ), y)
Z z
2
F (x, y, z) = (x + y, y + x, z 2 ), F (x, y, z) = (ln(1 + x4 + x8 ), ecos y , e−t ).
0

Soluzione
F (x, y) = (x cos(x2 + y 2 ), y cos(x2 + y 2 ))
si tratta di un campo piano: il rotore si riduce alla sola terza componente
∂(y cos(x2 + y 2 )) ∂(x cos(x2 + y 2 ))

∂x ∂y
Si ha
∂(x cos(x2 + y 2 ))
= −x sin(x2 + y 2 )2y
∂y
∂(y cos(x2 + y 2 ))
= −y sin(x2 + y 2 )2x
∂x
Risposta: é irrotazionale

F (x, y) = (x cos(x2 + y 2 ), y)
∂x cos(x2 + y 2 ) ∂y)
6=
∂y ∂x
Risposta: il campo non é irrotazionale (quindi non ha potenziale)

F (x, y, z) = (x + y, y + x, z 2 )
 
i j k
∂ ∂ ∂  = {0, 0, 0}
rotF = det  ∂x ∂y ∂z
2
x+y y+x z
Z z
2
F (x, y, z) = (ln(1 + x4 + x8 ), ecos y , e−t )
0

i j k
 
∂ ∂ ∂
 = {0, 0, 0}
rotF = det  ∂x ∂y
4 8
R z ∂z−t2
cos y
ln(1 + x + x ) e 0
e )
Esercizio 8. Caratterizzare i valori dei vari parametri in modo che i seguenti campi
vettoriali siano irrotazionali in tutto il piano
F (x, y) = (ax + by, cx + dy)
F (x, y) = (a sin x + by cos xy, c cos y + dx cos xy)
Soluzione
8 SOLUZIONI FOGLIO 6 15 MARZO 2002

∂ (ax + by) ∂ (cx + dy)


= ⇔b=c
∂y ∂x
∂ (a sin x + by) cos xy ∂ (c cos y + dx cos xy)
= ⇔b=d
∂y ∂x
Esercizio 9. Siano Γ+ 1 la parte di circonferenza di centro (0, 0) e raggio uno che
giace nel semipiano {y ≤ 0}, orientata con punto iniziale (−1, 0) e Γ+ 2 la frontiera del
quadrato centrato nell’origine e di lato due percorsa in senso antiorario. Calcolare
Z
2 2 2 2
hF, τ i ds per F (x, y) = (xe−(x +y ) , ye−(x +y ) ),
Γ+
1
Z
hF, τ i ds per F (x, y) = (y, 2x),
Γ+
2

dove h · , · i rappresenta il prodotto scalare.


Soluzione
 
2
+y 2 ) 2
+y 2 ) 1 2 2
F (x, y) = (xe−(x , ye−(x ) = ∇ − e−(x +y )
2
Quindi
Z (1,0)
1 2 2
hF, τ i ds = − e−(x +y ) =0
2 (−1,0)
Γ+
1

F (x, y) = (y, 2x) non ha potenziale, quindi l’integrale richiesto deve essere, fati-
cosamente, calcolato lato dopo lato del quadrato assegnato...!
Tenuto presente che il versore tangente τ vale


 x=2 −2 ≤ y ≤ 2 τ = (0, 1)
y = 2, −2 ≤ x ≤ 2 τ = (−1, 0)


 x = −2, −2 ≤ y ≤ 2 τ = (0, −1)
y = −2, −2 ≤ x ≤ 2 τ = (1, 0)

si ha Z Z 2 Z 2 Z 2 Z 2
hF, τ i ds = 4dt + −2dt + 4dt + −2dt = 16
−2 −2 −2 −2
Γ+
2

Si riconosce facilmente come, percorrendo Γ+ 2 in senso antiorario, i lavori fatti


lungo i due lati verticali siano positivi ed uguali, quelli sui due lati orizzontali siano
negativi e uguali.


Esercizio 10. Sia F = (x, 2y, 3z).


(i) Calcolare il lavoro della forza F lungo il segmento dall’origine al punto (1, 1, 1).


(ii) Determinare un potenziale del campo F .
Soluzione
Il segmento si rappresenta come
Γ: x = t, y = 2t, z = 3t, 0 ≤ t ≤ 1
Z 1


`( F , Γ) = [t + 4t + 9t] dt = 7
0
SOLUZIONI FOGLIO 6 15 MARZO 2002 9

Figura 5. Grafico del campo F , Eserc. 9, lungo il quadrato Γ+


2

1 3
V (x, y, z) = x2 + y2 + z2 + c
2 2


Esercizio 11. Sia F = (3x + 2y − 1, 2x + 5y + 2)
(i) Determinare un suo potenziale.
(ii) Sia γ il quarto di circonferenza di equazione x2 + y 2 = 1 contenuto nel primo


quadrante, orientata da (1, 0) a (0, 1). Calcolare il lavoro di F lungo γ.


(iii) Calcolare il lavoro di F lungo il segmento orientato che congiunge i punti (0, 1)
e (1, 0).

3
V (x, y) = x2 + 2yx − x + c(y)
2
∂(x2 23 + 2yx − x + c(y))
= 2x + 5y + 2
∂y
Ne segue

5
c0 (y) = 5y + 2 ⇒ c(y) = y 2 + 2y + k
2
3 2 5
V (x, y) = x + 2yx + y 2 + 2y − x + k
2 2
Tenuto conto che il campo é conservativo cioé deriva da un potenziale allora il
lavoro lungo una curva vale la differenza di potenziale agli estremi:
lungo l’arco di circonferenza:
3
`(F, γ) = V (0, 1) − V (1, 0) = −
2
10 SOLUZIONI FOGLIO 6 15 MARZO 2002

lungo il segmento
3
`(F, γ) = V (1, 0) − V (0, 1) =
2
Corso di Laurea in Fisica – Derivate ed Integrali, A.A. 2001/02
Risoluzione Foglio 7 - STUDI DI FUNZIONE

1. Funzioni iperboliche. Definite le funzioni:

ex − e−x ex + e−x
sinh(x) := , cosh(x) := ,
2 2
denominate rispettivamente seno iperbolico e coseno iperbolico, se ne deter-
minino:
a) i limiti per x → ±∞;
b) eventuali simmetrie;
c) le funzioni derivata prima e seconda;
d) il grafico;
e) l’espressione cosh2 (x) − sinh2 (x).
RISOLUZIONE: Vedere R. Courant e F. John, ”Introduction to Calculus
and Analysis I” §3.5 (pag. 228 e segu.)
2 2
2. Relativamente alle funzioni f (x) = xe−x , g(x) = x4 e−x ,
a) determinare l’insieme di definizione;
b) studiare gli intervalli di monotonia;
c) determinare i limiti per x → ±∞;
d) disegnare il grafico.
RISOLUZIONE: Entrambe le funzioni sono definite in tutto IR. Per
quanto riguarda la f si osservi che la funzione è dispari e si ha:
2
b) f 0 (x) = e−x (1 − 2x2 ) ≥ 0 se x ∈ [− √12 , √12 ], quindi f è decrescente
nell’intervallo (−∞, − √12 ] e in [ √12 , +∞), mentre è crescente in [− √12 , √12 ].
Pertanto la funzione ha un minimo relativo nel punto − √12 e un massimo
1
relativo in √1 ,
2
con f (± √12 ) = ± √12 e− 2 ;
2
c) limx→±∞ xe−x = limx→±∞ xx2 = 0 , pertanto i punti di minimo e
e
massimo relativo sono il minimo e massimo assoluti rispettivamente.
d) vedere Fig.1.
Per quanto riguarda la g si osservi che la funzione è pari, si può quindi
limitarne lo studio per x ≥ 0 e si ha: √
2 2
b) g 0 (x) = e−x (4x3 −2x5 ) = x3 e−x (4−2x

2 ) ≥ 0 per x ≥ 0 se x ∈ [0, 2],

quindi g è crescente nell’intervallo [0, 2] ed è decrescente in [ 2, +∞).

1
Pertanto la funzione ha √
un minimo√relativo nel punto x = 0, con g(0) = 0 e
un massimo relativo in 2, con g( 2) = 4e−2 ;
2 4
c) limx→±∞ x4 e−x = limx→±∞ xx2 = 0 , pertanto i punti di minimo e
e
massimo relativo sono il minimo e massimo assoluti rispettivamente.
d) vedere Fig.2.

3. Relativamente alla funzione così definita


πx
f (x) = min{2 cos( ) , x2 } , x ∈ IR ,
3
a) calcolare f (0) , f (1) e f (3);
b) discutere se essa è limitata in IR;
c) discutere se è derivabile in IR;
d) disegnare il grafico.
RISOLUZIONE: a) f (0) = 0, f (1) = 1, f (3) = −2;
b) trattandosi del minimo tra due funzioni entrambe limitate inferior-
mente (la prima da −2, la seconda da 0), f è limitata inferiormente da
−2;
c) si osservi che entrambe le funzioni sono pari, quindi è sufficiente stu-
diarle per x ≥ 0. Nell’intervallo [0, 1],si ha 2 cos( πx 2
3 ) ≥ x e le due fun-
zioni coincidono per x = 1. Pertanto per x ∈ [−1, 1] si ha f (x) = x2 .
Per x ∈ [1, 3], la prima funzione decresce, la seconda cresce, quindi, es-
sendo uguali in x = 1, risulta f (x) = 2 cos( πx
3 ) in tale intervallo, ma anche
per x > 3 poichè 2 cos( πx 3 ) ≤ 2 ≤ 9 ≤ x2 in tale intervallo. Pertanto

la funzione è derivabile per x ∈ (−1, 1) coincidendo con la funzione x2 e


in (−∞, −1) ∪ (1, +∞) coincidendo con la funzione 2 cos( πx 3 ). Nei punti
x = ±1, si ha un punto angoloso. Infatti

− − 2 + + πx 3π
D f (1) = D (x )|x=1 = 2 6= D f (1) = D (2 cos( )|x=1 = .
3 3
d) vedere Fig. 3

4. Determinare massimi e minimi assoluti e relativi della funzione


q
f (x) = |x2 − 5x + 6| , x ∈ [0, 4] .

RISOLUZIONE: La funzione è composta


p e le funzioni componenti sono
derivabili, eccetto le funzioni |x| e (x) quando l’argomento si annulla.
Quindi non sappiamo se f sia o no derivabile nei punti x = 2 e x = 3 nei
quali x2 − 5x + 6 = 0. Per x 6= 2 , x 6= 3, si ha
(2x − 5)
f 0 (x) = sgn(x2 − 5x + 6) p 2 ,
2 |x − 5x + 6|
dove sgn(x) è la funzione segno di x. Massimo e minimo assoluto sono il
massimo e il minimo tra i valori della funzione relativi ai seguenti
√ tre insiemi:

I) (valori assunti agli estremi dell’intervallo) f (0) = 6, f (4) = 2;
II) (valori assunti nei punti interni con derivata nulla) f ( 25 ) = 12 ;
III) (valori assunti nei punti di eventuale non derivabilità) f (2) = f (3) =
0. √
Si deducono i valori di massimo e minimo assoluto max f = 6 = f (0),
min f = 0 = f (2) = f (3).

2
Per determinare i punti di massimo e minimo relativo, si osservi che dallo
studio del segno della derivata si deduce
a) f è decrescente negli intervalli [0, 2], [ 25 , 3];
b) f è crescente negli intervalli [2, 52 ] e [3, 4].
Allora i punti di minimo relativo sono solo quelli di minimo assoluto,
mentre sono punti di massimo relativo, oltre a x = 0 che è di massimo
assoluto, i punti x = 25 e x = 4.
5*. a) Trovare una funzione f derivabile in un punto x0 ∈ IR, tale che |f |
non sia derivabile in quel punto;
b) trovare una funzione f derivabile in un punto x0 ∈ IR, tale che |f | sia
derivabile in quel punto;
c) data una funzione f derivabile in un punto x0 ∈ IR, quali condizioni
assicurano che |f | sia derivabile in quel punto ?
RISOLUZIONE: a) f (x) = x − x0 , ma tanti altri esempi sono possibili,
ad esempio sin(x − x0 ), tan(x − x0 ), ecc.;
b) f (x) = x−x0 +1 oppure (x−x0 )2 , ma tanti altri esempi sono possibili;
c) Se f (x0 ) 6= 0, poichè f è derivabile in x0 , essa è anche continua in x0
e quindi è non nulla anche in un intorno del punto (dove definita). In tale
intorno |f | coincide con f o con −f , quindi è derivabile. Se invece f (x0 ) = 0,
|f | risulta derivabile se f 0 (x0 ) = 0 e solo in questo caso. Infatti in questo
caso per il rapporto incrementale di |f | si ha

|f (x)| − |f (x0 )| |f (x)| f (x) f (x) − f (x0 )


| |=| |=| |=| | → 0.
x − x0 x − x0 x − x0 x − x0

D’altra parte se fosse f (x0 ) = 0 ma f 0 (x0 ) 6= 0, f cambierebbe di segno e


si avrebbe o |f | = −f solo a destra, |f | = f solo a sinistra di x0 oppure
viceversa, quindi la derivata destra e sinistra in x0 sarebbero l’una l’opposto
dell’altra e si avrebbe un punto di non derivabilità di tipo angoloso.

3
Corso di Laurea in Fisica – Derivate ed Integrali, A.A. 2001/02
Risoluzione di Foglio 8 – INTEGRALI
Esercizio 1. Calcolare i seguenti integrali indefiniti
1 ln(5x)
Z Z p Z
(a) dx, (b) x 1 − x2 dx, (c) dx,
(2 + 3x)4 x
3x − 5
Z Z Z
(d) 2
dx, (e) ex cos(2x) dx, (f ) (x2 +1)e−x dx.
x − 5x + 6
Soluzione.
(a) Con la sostituzione y = 2 + 3x,
Z Z
1 1 1 5 1
4
dx = y −4 dy = y +c= (2 + 3x)5 + c.
(2 + 3x) 3 15 15

(b) Moltiplicando e dividendo per −2,


Z p Z Z
1 p 1 d
x 1 − x2 dx = − (−2x) 1 − x2 dx = − (1 − x2 )1/2 (1 − x2 ) dx
2 2 dx
1 (1 − x2 )3/2 1 p
=− + c = − (1 − x2 ) 1 − x2 + c.
2 3/2 3

(c) Ponendo y = ln(5x),


Z Z
ln(5x) 1 1
dx = y dy = y 2 + c = (ln(5x))2 + c.
x 2 2
(d) Per il calcolo dell’integrale
3x − 5
Z
dx,
x2 − 5x + 6
scomponiamo la funzione razionale

3x − 5 3 2x − 5 + 5 − 10
3 3 2x − 5 5 1
2
= 2
= 2
+ 2
x − 5x + 6 2 x − 5x + 6 2 x − 5x + 6 2 x − 5x + 6
L’integrale del primo addendo è

2x − 5 (x2 − 5x + 6)0
Z Z
3 3 3
2
dx = 2
dx = ln |x2 − 5x + 6| + c.
2 x − 5x + 6 2 x − 5x + 6 2
Per calcolare l’integrale del secondo addendo
Z Z
5 1 5 1
dx = dx,
2 x2 − 5x + 6 2 x2 − 5x + 6

1
dato che x2 − 5x + 6 = (x − 1)(x − 2), cerchiamo le costanti A, B per cui valga la
decomposizione
1 A B
2
= +
x − 5x + 6 x−2 x−3
Riscrivendo il termine a secondo membro nella forma
A B (A + B)x − 3A − 2B
+ = ,
x−2 x−3 (x − 2)(x − 3)

si deduce che A e B devono soddisfare il sistema lineare A + B = 0, −3A − 2B = 1


e quindi A = −1 e B = 1. Perciò
Z  
5 x − 3
Z
5 1 5 1 1
dx = − dx = ln +c
2 x2 − 5x + 6 2 x−3 x−2 2 x − 2

Quindi l’integrale richiesto è



3x − 5 5 x − 3
Z
3 2
dx = ln |x − 5x + 6| + ln + c.
x2 − 5x + 6 2 2 x − 2

(e) Integrando per parti due volte


Z Z Z
e cos(2x) dx = D(e ) cos(2x) dx = e cos(2x) + 2 ex sin(2x) dx
x x x

Z Z
= ex cos(2x) + 2 D(ex ) sin(2x) dx = cos(2x) + 2 sin(2x) ex − 4 ex cos(2x) dx.


Notando che il termine il primo e l’ultimo integrale coincidono, si ottiene


Z
1
ex cos(2x) dx = cos(2x) + 2 sin(2x) ex + c.

5

(f ) Integrando per parti due volte


Z Z
(x2 + 1)e−x dx = (x2 + 1)D(−e−x ) dx =
Z Z
− (x + 1)e + 2 xe dx = −(x + 1)e + 2 xD(−e−x ) dx
2 −x −x 2 −x

Z
= −(x2 + 2x + 1)e−x + 2 e−x dx = −(x2 + 2x + 3)e−x + c.

Esercizio 2. Dati m, n ∈ Z, calcolare


Z 2π
cos(mx) sin(nx) dx.
0

2
Soluzione. Se n = 0, allora sin(nx) = 0 e quindi l’integrale richiesto è nullo.
Supponiamo ora m = n 6= 0. Integrando per parti
Z 2π Z 2π  0
1
cos(mx) sin(mx) dx = cos(mx) − cos(mx) dx
0 0 m
Z 2π
1 2π 1

0
= − cos2 (mx) + (cos(mx)) cos(mx) dx
m 0 m 0
Z 2π
=− sin(mx) cos(mx) dx.
0

Guardando il primo e l’ultimo termine, si deduce che anche in questo caso l’integrale
è uguale a 0.
Consideriamo, infine, il caso m 6= n e n 6= 0. Integrando per parti due volte,
Z 2π Z 2π  0
1
cos(mx) sin(nx) dx = cos(mx) − cos(nx) dx
0 0 n
Z 2π
1 2π m

= − cos(mx) cos(nx) − sin(mx) cos(nx) dx
n 0 n 0
0
m 2π
Z   2π
1 m
=− sin(mx) sin(nx) dx = − 2 sin(mx) sin(nx)

n 0 n n 0
2 Z 2π 2 Z 2π
m m
+ 2 cos(mx) sin(nx) dx = 2 cos(mx) sin(nx) dx.
n 0 n 0
Quindi  Z 2π
m2

1− 2 cos(mx) sin(nx) dx = 0.
n 0
R 2π
Dato che m 6= n si deduce che 0 cos(mx) sin(nx) dx = 0 per ogni m 6= n. Quindi
Z 2π
cos(mx) sin(nx) dx = 0 ∀ m, n ∈ Z.
0

Una maniera alternativa (più rapida) per svolgere l’esercizio, è usare l’uguaglianza
1
sin p cos q = (sin(p + q) + sin(p − q)) ,
2
per riscrivere l’integrale richiesto nella forma
Z 2π
1 2π 1 2π
Z Z
cos(mx) sin(nx) dx = sin ((m + n)x) dx + sin ((m − n)x) dx.
0 2 0 2 0

Esercizio 3. Disegnare la regione di piano delimitata dai grafici delle fun-


zioni f (x) = sin x + 1 e g(x) = cos x + 1 per x ∈ π4 , π4 + 2π e calcolarne
 

l’area.

3
Soluzione. Per simmetria, l’area A richiesta è 2 volte l’area della regione compresa
in x ∈ [π/4, π + π/4], cioè
π+π/4
Z π+π/4
Z
A=2 ((sin x + 1) − (cos x + 1)) dx = 2 (sin x − cos x) dx.
π/4 π/4
R R
Dato che sin x dx = − cos x + c e cos x dx = sin x + c,

 π+π/4 
A = 2 − cos x − sin x = 4 2.

π/4

Esercizio 4.
(i) Trovare la primitiva della funzione f (x) = (x − 1)2 ex che assume il valore
3 nel punto x = 0.
(ii) Determinare la soluzione del problema
F 0 (x) = x cos(πx), F (1) = 0.
Soluzione.
(i) Calcoliamo prima le primitive F di f (x) = (x − 1)2 ex integrando per parti
Z Z
F (x) = (x − 1)2 ex dx = (x − 1)2 ex − 2 (x − 1)ex dx

= (x − 1)2 ex − 2(x − 1)ex + 2ex + c = (x2 − 4x + 5)ex + c.


Imponendo la condizione F (0) = 3, si ottiene 3 = F (0) = 5 + c e quindi c = −2.
Pertanto, la primitiva richiesta è
F (x) = (x2 − 4x + 5)ex − 2.
Si sarebbe anche potuto cercare la primitiva
Rx F della funzione f con la condizione
F (0) = 3, nella forma F (x) = F (0) + 0 f (t) dt:
Z x h ix Z x
2 t 2 t
F (x) = 3 + (t − 1) e dt = 3 + (t − 1) e −2 (t − 1)et dt
0 0 0
h ix h ix
= 3 + (x − 1)2 ex − 1 − 2(t − 1)et + 2et = (x2 − 4x + 5)ex − 2.
0 0
Rx
(ii) Cerchiamo F nella forma F (x) = F (1) + 1 f (t) dt:
Z x Z x  x
1 x
  Z
1 1
F (x) = t cos(πt) dt = t sin(πt) dt = t sin(πt) − sin(πt) dt
1 1 π π 1 π 1
 x
1 1 1 1 1 1
= x sin(πx) + cos(πt) dt = x sin(πx) + 2 cos πx + 2 .
π π π 1 π π π
Si sarebbe anche potuto calcolare prima la famiglia di tutte le primitive e poi
imporre la condione F (1) = 0.

4
           
           
                 

       
                !   


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2 3 4 5 2 6 6 7 2 5 8 9 : ; 5 2 < 6 = 2 > > 5 = ? ? 7 @ 2 A 7 B = C 2 : 6 D 8 6 = : E = ? A 9 F 7 = F 8 E E 2 F 8 5 7 B 2 A 2

? 8 6 = : F 2 3 F 7 G

N O P Q R S O T T

C H 3 I J K H U V W X X Y Z

L M

3 \ 7 @ = ? A 5 2 5 8 6 D 8 E 2 ] 9 : ^ 7 = : 8

S O `

C H 3 I J K X

O _ ` a

b [

8 7 : B 8 5 A 7 7 E 8 ? 9 A 9 A A = c d e \ 8 A A 2 f C H 3 E 2 ] 9 : ^ 7 = : 8 7 : B 8 5 ? 2 g 6 2 E 6 = E 2 5 8 f h C X 3 e

Q
G

2 3 i 2 ] 9 : ^ 7 = : 8 7 : A 8 ; 5 2 : F 2 j C H 3 I H : = : D 2 9 : 2 > 5 7 @ 7 A 7 B 2 8 E 8 k

b M b [

@ 8 : A 2 5 8 e 4 9 A A 2 B 7 2 8 F 8 < : 7 A 2 8 6 = : A 7 : 9 2 7 : A 9 A A = c d l 9 7 : F 7 C H 3 8 F 8 5 7 B 2 7 E 8

H U c d 8 ? 7 D 2

P Q

C H 3 I H Z

\ 2 A = 6 D 8

C H 3 I n > 8 5 H I n

G G

h h

C H 3 o n > 8 5 H o n p C H 3 q n > 8 5 H q n

T T

C H 3 F 8 6 5 8 ? 6 8 : 8 E E r 7 : A 8 5 B 2 E E = V W X n Y p 6 5 8 ? 6 8 : 8 E E r 7 : A 8 5 B 2 E E = V n X Y p 7 : H I n D 2

9 : > 9 : A = F 7 @ 7 : 7 @ = 8 ? 7 D 2

C n 3 I I n Z
J

O _ ` a

s b

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