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PALERMO

FACOLTA’ TEOLOGICA DI SICILIA <<SAN GIOVANNI EVANGELISTA>>

ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE SAN LUCA

Nota di lettura – Filosofia sistematica 1

Piccola Metafisica della Luce

Allievo Docente

Gabriella Scalas Ch.ma Prof.ssa M.A. Spinosa

Anno I

Anno accademico 2018 – 2019


…Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?...
[Tratto da Elogio dell’infanzia di Peter Handke]
Piccola metafisica della luce è un’opera con cui Silvano Petrosino espone una teoria metafisica

sulla relazione uomo-ente - o per meglio dire sull’uomo che si affaccia sul mondo ed entra in

relazione con esso- secondo la metafora dell’esperienza visiva. Si dice che ogni cosa si nasconde in

una ruga complessa, finché non la si spiega. Ebbene, nel libro proposto l’obiettivo dell’autore e il

senso dell’intera questione a me sembrano in buona parte spiegati già a partire dal titolo.

Il riferimento alla luce, per esempio ci dice immediatamente che senza di essa non ci sarebbe alcuna

esperienza. Per vedere e riconoscere l’uomo usa il metodo della differenziazione, come Adamo che

differenziando il mare dal cielo dava nomi: “io sono io e non sono tu, questo è il mare e questo è il

cielo e il cielo non è il mare anche se qualche volta il mare sembra il cielo a testa in giù”. E per farlo

ha bisogno della luce che di proposito è stata creata prima di lui. Senza la luce ogni cosa rimane

velata, persa nell’omogeneità delle tenebre e di fatto non creata, inesistente si potrebbe anche dire.

Paul Gilbert cita a proposito un passo del Pensée del hommes et foi en Jésus Christ di Andre Léonardi

<<La luce simboleggia il fondamento. Se un paesaggio è immerso nell’oscurità, nulla vi fa spicco,

nulla vi appare e, tuttavia, apparire è essenziale per quel paesaggio. Questo paesaggio è dunque

inesistente. Spunta la luce e, subito ciascun tratto si delinea e prende vita, gli oggetti e le forme

acquistano il loro contenuto: tutto si schiude e si mostra sotto la sua azione creatrice>>.

L’aggettivo “piccola” riferito alla metafisica non vuole sminuire la stessa, non vuole neanche essere

un modo ironico di parlare della scienza prima. E’ solo un modo per indicarci che nell’ambito

dell’esposizione l’autore userà una sorta di metafisica non per le cose del cielo ma, spiega Petrosino,

delle cose di questa <<terra/cielo che è sempre ogni singolo uomo>>. La scelta, quindi dipende dal

fatto che il libro presenta una questione che appartiene all’orizzonte antropologico che, tutto

sommato, può essere spiegato mediante un “metodo fenomenologico” senza però rinunciare a

raggiungere conclusioni metafisiche. Questa metafisica “dal basso” ci spiega lo stesso autore<<viene

assunta in riferimento all’esperienza umana della luce in quanto sguardo>> (corsivo non mio).

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Prima di entrare nel vivo della trattazione, vanno indicate alcune premesse. La prima riguarda

la natura creaturale dell’uomo che “entra nel mondo come essere del bisogno su cui progressivamente

si innesta il bisogno di essere”ii. Per completezza va detto che l’essere del bisogno è una creatura

vivente, mentre ogni ente - colpito dalla luce - avanza verso lo sguardo mostrando il proprio bisogno

di essere. La seconda premessa riguarda l’ermeneutica che l’uomo applica nella lettura dell’ente che

gli si palesa davanti. L’occhio di chi vede o guarda, in effetti, non è mai un organo vergine ma si

porta dietro un bagaglio di esperienze e preconcetti e questo vale tanto per chi vede un ornitorinco

per la prima volta, tanto per chi guarda un barbone che chiede aiuto.

Fatte le dovute premesse è necessario puntualizzare (anche se a questo punto non dovrebbe

essere necessario) che, al centro della questione non è il ribadire il primato della vista, ma capire

quale esperienza l’uomo viva quando l’altro (ente) illuminato si mostra e soprattutto quale sarà la sua

risposta. L’uomo, entrando in contatto con l’essere del bisogno, cosa farà? E cosa farà davanti all’ente

che ha bisogno di essere? L’uomo dovrà pur fare qualcosa. Ed è questa la questione che il libro ci

propone: capire quale sia l’atteggiamento etico - letto secondo le modalità dello sguardo - dell’uomo

davanti a ciò che gli si fa davanti grazie alla luce. Del resto, l’autore ci spiega come l’ente che

illuminato va incontro all’uomo può farlo nella misura in cui l’uomo può andargli incontro. Il “potere”

andare incontro dell’uomo, la portata della sua risposta, dipende da molti fattori comprese la sua

succitata lettura ermeneutica della realtà, le condizioni vitali in cui si trova, le sue intenzioni. Certo è

che il primo momento che scatena tutto l’iter cognitivo – o per meglio dire l’atto del rispondere,

l’andare incontro, l’agire - è un puro atto di intuizione. È in quell’attimo intuitivo che l’uomo si

stupisce nel cogliere l’invisibile nel visibile. Uno stupore che appassiona e spinge il tentativo di

scoprire l’ente sempre di più, di andare incontro all’ente gli si fa incontro, così come si può. Nel

movimento dialogico di reciproco incontro l’uomo è animato da sentimento, volontà e ragione. Tre

facoltà che intrecciandosi insieme gli permettono di cambiare sempre prospettiva e intenzione, così

che se prima guarda, poi punta, osserva, scruta, guarda dritto e di sbieco. In questo modo l’uomo da

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una parte definisce sempre meglio l’ente che ha davanti e dall’altra va determinando se stesso e quella

misura del suo sguardo o della sua risposta, del suo poter andare incontro.

Per esempio possiamo chiederci qual è la misura dello sguardo dell’essere del bisogno.

Possiamo dire che l’uomo in quanto creatura - che per vivere ha bisogno dell’altro - deve guardare

l’altro. Il suo guardare è un atto dovuto al proprio istinto di sopravvivenza. Il soggetto deve andare

dietro le cose altrimenti morirà o si estinguerà. L’uomo guarda all’acqua altrimenti muore di sete. Il

neonato guarda alla madre che lo protegge altrimenti muore. Il suo sguardo sarà di “appropriazione”

e la misura sarà data dal dovere. Potrà quindi guardare nella misura in cui deve. Non potrà

contemplare il cielo de sarà in una caverna, non potrà dedicarsi ad ammirare un falco che vola se la

fame lo porta a cacciare i pesci nel mare.

Quando l’uomo avrà il desiderio di qualcosa che è slegato dalle necessità primarie, come l’avere tutto

a portata di mano, avere certezze, avere cose migliori degli altri, avere potere o almeno la sensazione

di potere sulle cose e possesso delle cose, allora il suo sguardo virerà dalla modalità di appropriazione

a quello invidioso fino a quello idolatrico. Per quanto riguarda lo sguardo invidioso il Petrosino ci

dice che esso è condizionato da una malizia o peggio da una malvagità che acceca il soggetto. Non è

una cecità reale ma sofferenza nel guardare l’ente che spinge il soggetto a chiudere lo sguardo o a

guardare di traverso fino a che se l’invisibile rimane invisibile, il visibile diventa invisibile o distorto

fino alla sua distruzione. È un po’ il caso di Satana che non potendo avere il bene farà del male il suo

bene. Nel caso dello sguardo idolatrico la questione si fa più complessa e nasce quando il desiderio

ossessionante diventa senso di mancanza e di inquietudine, si confonde insomma con il bisogno. Così

il soggetto per la sua necessità di sentirsi sicuro e appagato a tutti i costi costruisce l’idolo da cui

finisce per essere posseduto proprio per quel godimento che prova e lo appaga.

Per tutte queste modalità dello sguardo: di appropriazione, invidioso, idolatrico a ben vedere,

portano il soggetto a limitare la propria visuale. Sono sguardi ciechi in fondo. A fuoco è l’ente e tutto

il resto è appannato, omogeneo e oscurato dall’indifferenza dello sguardo. Se nello sguardo di


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appropriazione si guarda sono ciò che si deve, negli altri (invidioso, idolatrico, di possesso) si può

guardare solo ciò che si vuole, proprio perché il resto rimane appannato dall’indifferenza.

Nell’applicazione di questi sguardi limitati però l’uomo sembra appagare se stesso. Egli (l’uomo)

convinto di avere ciò che vuole di fatto non si accorge di avere al massimo una vita non autentica.

E’ un po’ il caso di quel don Marignan, parroco descritto da Guy de Maupassant nel suo “Plenilunio”

che vive la propria vita nella certezza che ogni cosa corrisponda ad una funzione o che a tutto ci sia

una risposta che lui possiede. O come Kleinman, impiegato anonimo del film di Woody Allen “Ombre

e Nebbia” che si dice incapace di “fare il salto” per provare finanche la sua stessa esistenza e che si

dispera quando scopre che una stella - la cui vista lo ha abbagliato - potrebbe non esistere più. Per

Kleinman è naturale che quello che si vede sia lì, altrimenti uno potrebbe vedere una sedia e sedendovi

sopra rischiare di cadere a terra.

Il dramma per persone come Kleinman e don Marignan - che devono avere tutto sotto mano e sotto

controllo - si consuma quando la realtà quotidiana si manifesta improvvisamente nella sua modalità

più intima al loro sguardo chiuso, sempre in atteggiamento “appropriante”. Il parroco è costretto ad

uscire la notte e vede uno scenario paradisiaco che gli si palesa in tutta la sua fulgida bellezza grazie

al plenilunio. Ne resta folgorato ed è sinceramente stupito. Don Marignan potrebbe godere anche lui

di quel paradiso se solo rispondesse nel modo giusto alle domande che tanta bellezza gli suggeriscono:

“perché tutto questo di notte quando tutti dormono?”, “ma per chi è tutto questo?”.Potrebbe

rispondere “anche per me” invece di negare lo sguardo per scappare via. Ma il “per chi?” è già

inquinato dal “perché?”. “Perché di notte se noi di notte dormiamo?”.Nel parroco c’è già la

predisposizione a collocare l’ente davanti a sé in un posto ben definito della griglia quotidiana per

appagare il proprio bisogno di certezza. Nel momento in cui com-prende che non arriverà mai a dare

una risposta adeguata alle sue domande capisce che non potrà saziare il suo bisogno di incasellare

quella scena, che la ricerca continua necessita di “essere sale e luce” di “passione e struggimento” per

chi vuole vedere le cose esattamente come sono quello che sono( e come chiedono di essere). Allora

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si ritrae, sfugge all’appello e si rintana nella sua quotidiana e cieca certezza che in fondo è l’humus

in cui si è formato il suo vissuto storico che ha condizionato la sua visione e la sua risposta.

Anche Kleinman fornisce la sua risposta ad una notte travagliata di realtà che gli vanno incontro:

finisce col lavorare per un circo diventando l’assistente di un illusionista. Quando l’anonimo

impiegato si propone al prestigiatore per assisterlo nel suo spettacolo, sostiene che la gente “ama” le

illusioni e l’illusionista gli risponde prontamente che la gente non proprio le ama, ma sicuramente ne

ha “bisogno”. Kleinman non abbocca alla battuta ironica e resta nel circo. Egli è in fondo un po’

cinico e anche un po’ malizioso. Non solo sfugge la realtà ma addirittura si pone come creatore di

realtà fittizie per tutti quelli come lui. I quali pur desiderando di amare la realtà provano dolore nello

sperimentarla. Così la distruggono preferendone una creata con un gioco di mano.

C’è da chiedersi da cosa realmente siano scappati i nostri due eroi. E’ palese che qualcosa li ha stupiti,

qualcosa che la luce ha messo in chiaro: lo scarto tra l’ente e l’essere e cioè quell’invisibile che sta

dietro il visibile, quel qualcosa che immediatamente si rivela nel punto di massimo svelamento

dell’ente per mezzo della azione “creatrice della luce”. Lo stupore in fondo cosa è se non quella

sensazione di scacco che l’uomo prova di fronte allo scarto che non può cogliere, di fronte a quell’ in

più nel meno, quella idea di infinito che pur desiderando l’uomo non può raggiungere? Accettare lo

stupore e lo scacco è complicato, significa donarsi all’altro che si dona per ciò che è nella modalità

in cui è. È essere u scantatu d’a stidda che pur capendo che il mondo non è a misura dei suoi pensieri,

pur desiderando per sé tutto quel più nel meno, tuttavia apre le braccia come se accogliesse la sfida e

acconsentisse a decidersi a guardare con nuovi occhi quel volto nudo il cui sguardo <<interpella

l’interlocutore e lo richiama alla sua responsabilità. Senza potenza, implora il riconoscimento e

suscita nell’altro la conoscenza di una responsabilità in cui deve impegnarsi con una risposta libera e

rispettosa>>iii. Che altro non è se non amore dell’infinitamente diverso da sé.

i
Cf. P.P. Gilbert,La semplicità del principio-Introduzione alla metafisica, Piemme Spa, Casale Monferrato 1992,338.
ii
Cf. C. Zuccaro,Teologia morale fondamentale, Queriniana, Brescia 2017,29.
iii
P.P. Gilbert,La semplicità del principio, Piemme Spa, Casale Monferrato 1992,335-336.
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