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PALERMO

FACOLTA’ TEOLOGICA DI SICILIA <<SAN GIOVANNI EVANGELISTA>>

ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE SAN LUCA

Nota di lettura – Introduzione alla Sacra Scrittura.

BIBBIA come PAROLA DI DIO – Introduzione generale alla sacra scrittura

Capitolo 17- Il problema ermeneutico nell’epoca moderna.

Allievo Docente

Gabriella Scalas Ch.mo Prof. Saverio Civilleri

Anno I

Anno accademico 2018 – 2019


Ai miei colleghi di studio di Catania e di Palermo.
Introduzione

Il percorso dell’esegesi va ripensato alla luce dell’ermeneutica filosofica contemporaneai la

quale ha evidenziato il ruolo importante della soggettività nel processo di conoscenza storica. Il

discorso sul concetto di ermeneutica si fa, a partire dall’illuminismo un “problema filosofico” che

agiterà la mente di molti autorevoli autori come Friedrich Schleiermacher (1768 -1834), Wilhelm

Dilthey(1833-1911) e Martin Heidegger (1889-1976) i quali con il loro pensiero influenzeranno

l’approfondimento teologico di autori come Rudolf Bultmann (1884-1976), Hans George Gadamer

(1900 -2002), Gerhard Ebeling (1912-2001) ed Ernst Fuchs (1903-2001). E’ questo l’oggetto della

discussione nel diciassettesimo capitolo del libro di Valerio Mannucci, Bibbia Come Parola di Dioii,

che mi accingo ad analizzare. In questa nota di lettura ho cercato di focalizzare la mia attenzione solo

sull’influenza che ha avuto la filosofia ermeneutica “esistenzialista” sulla nascita di una Nuova

Ermeneutica sia per brevità di esposizione, sia per cercare di evidenziare il modo in cui cambia la

conoscenza dell’esistenza dell’uomo nella storia, a seconda che lo stesso si rapporti con la Scrittura

secondo il proprio orizzonte o sintonizzandosi con l’orizzonte dell’autore del testo. Ma soprattutto

per sottolineare, come bene fecero Ebeling e gli altri, che l’interpretazione della Sacra Scrittura non

è uguale alla interpretazione di qualsiasi altro libro.

Il problema ermeneutico nell’epoca moderna

La disanima della riflessione filosofica sul concetto di Ermeneutica proposta dal Mannucci

parte da Schleiermacher che la definisce come la capacità di interpretare un testo per mezzo di due

attributi fondamentali dell’uomo: quello comparativo che permette di elaborare una precisa

ricostruzione storica, a partire dai dati positivi che vengono ricercati tra le varie discipline afferenti

allo studio della storia e quello divinatorio, riassumibile nella propensione a sintonizzarsi con la

persona di cui si vogliono interpretare gli scritti. L’equilibrio dell’uso dei due attributi appena descritti

costituisce quel circolo ermeneutico che permette una giusta comprensione del testo studiato.

Schleiermacher non fa distinzione tra testi scientifici e testi storici: per lui l’arte di interpretare
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riguarda in genere tutto lo scibile umano. In questo senso la differenza la fa Dithley il quale sostiene

che la natura può essere spiegata, mentre la vita spirituale - intesa come presenza umana nella storia

- può essere solo compresa. Essa (la vita spirituale, ndr) proietta sé stessa nelle manifestazioni

dell’arte e della cultura permettendo all’uomo di comprenderla. E’ come se la comprensione della

vita spirituale si articolasse mediante un dialogo muto, continuo e reciproco tra uomo e uomo per

mezzo della cultura o comunque di tutte le produzioni con cui l’uomo estrinseca la sua partecipazione

all’evento storico e vitale. Approfondisce questo pensiero M. Heidegger che addirittura vede nel

comprendere l’esistenziale fondamentale dell’uomo, il suo “poter-essere proprio dell’Esserci

(Dasein)”. Come sintetizza A. Rizzi, per Heidegger: “Essere uomo significa capire. Dove il primo

termine (essere uomo) bisogna intenderlo come auto-progettarsi secondo le proprie possibilità;

dell’altro termine bisogna prendere solo la forma originaria di intelligenza vissuta di quelle proprie

possibilità. Immanenza reciproca di essere, capire e agire: è questa che costituisce la temporalità

esistenziale dell’essere umano e la possibilità della storie a della conoscenza storica”. Interpretare

per Heidegger non significa quindi solo il “recupero espresso nel passato” ma anche proiezione

futura del significato recuperato, significa usare il significato per ri-progettare sé stessi, per anticipare

ciò che si sarà.

ll secondo Heidegger nel tentativo di rifondare l’ontologia, dirà che l’Uomo–Dasein per

mezzo del linguaggio scopre l’essere. La scoperta ontologica dell’uomo non è attribuibile ad una

elaborazione razionale (alla maniera cartesiana), ma al porgersi dell’essere che vuole rivelarsi

all’uomo e che egli svela per mezzo del linguaggio.

Gadamer pur partendo dal punto di vista Heideggeriano si distanzia da esso asserendo che

l’uomo non può essere solo pro-iettato verso il futuro ma viene da un passato. L’ermeneutica acquista

quindi valore se si nutre della tradizione e della autorità: due concetti che ben lungi dal sottomettere

la ragione umana “permettono una precomprensione e, conseguentemente, la comprensione, sia per

l’anteriorità storica (tradizione), sia per la maggiore capacità di visione o di giudizio (autorità)”.

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Come dice lo stesso Gadamer: “La comprensione non va intesa tanto come una azione del soggetto,

quanto come l’inserirsi nel vivo di un processo di trasmissione storica, nel quale passato e presente

continuamente si sintetizzano”. E’ palese che anche per Gadamer come prima per Heidegger il

linguaggio è il mezzo con cui l’uomo accoglie la trasmissione storica. Un linguaggio legato ad un

dialogo costante tra sé stesso e il testo da interpretare, che termina solo al raggiungimento della verità

della cosa, cioè quando l’uomo arriva alla metanoia, cambia di mentalità, acquisisce una migliore

coscienza di sé e ad una vera comunione con l’autore del testo. Sono queste le principali suggestioni

del pensiero filosofico che hanno influito profondamente nel campo biblico e in quello teologico. Ad

onor del vero, in questo elaborato non sto citando tutto il pensiero filosofico relativo allo

strutturalismo linguistico, alla psicoanalisi, alla sociologia che il Mannucci invece descrive con

dovizia e chiarezza. Al di là della necessità di contenere in poche pagine il mio lavoro, ritengo che se

l’approccio della filosofia esistenziale sia stretto per la comprensione della Bibbia, quelli che si

appoggiano su discipline che vanno dalla semiotica, alla convenzione linguistica, alla

specializzazione antropologica o addirittura allo studio della psiche siano buone come ermeneutiche

di supporto ma comunque secondarie. Mi limito pertanto a sintetizzare quanto ho appreso circa il

pensiero dei teologi e dei biblisti che sono stati influenzati dal pensiero filosofico di Heidegger e di

Gadamer.

Il primo ermeneuta in esame è Rudolf Bultmann la cui preoccupazione principale sta nel fatto

che la distanza culturale tra il mondo del I secolo e quello del XX è talmente profondo da non

permettere all’uomo moderno di comprendere la realtà descritta nella Bibbia. Per risolvere la

questione Bultmann si mette sulla scia del pensiero Heideggeriano e in un suo lavoro scrive: “Noi

riteniamo d’intendere più giustamente l’esistenza dell’uomo definendola come storica. E per

Storicità dell’essere umano intendiamo dire che tale essere è un poter essere. Vale a dire che l’essere

dell’uomo è sottratto alla disponibilità dell’uomo stesso, è in gioco di volta in volta nelle concrete

situazioni della vita, procede per decisioni, nelle quali l’uomo non sceglie giammai qualcosa per sé,

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ma sceglie se medesimo come sua stessa possibilità”. L’uomo quindi esprime la proprie potenzialità

nella storia e ogni testo da interpretare racconta il modo in cui l’uomo che lo ha scritto comprendeva

la propria esistenza. Se durante l’azione di interpretare si rimane anche uomini e non solo meri

interpreti ci si avvicina al testo con una sorta di interesse già in essere (pre-comprensione direbbe

Bultmann) grazie al quale si interroga un testo per comprendere quali siano le potenzialità personali

sulla stregua di quelle che furono le potenzialità esistenziali dell’autore del testo stesso. La pre-

comprensione a cui si riferisce Bultmann è quel principio ermeneutico di cui aveva parlato Heidegger

e di fatto Bultmann trova che gli esistenziali heideggeriani offrono “le strutture e i concetti più

appropriati per la comprensione dell’esistenza umana rivelata nel messaggio del Nuovo

Testamento”.

Per Bultmann che a differenza di Heidegger è un Luterano credente, l’uomo che cerca il

proprio poter-essere nella potenzialità esistenziale dell’autore del testo che legge non sarà mai un

uomo autentico, ma un uomo sempre angosciato dai propri fallimenti a cui cerca di dare una soluzione

nella lettura dei testi. L’unico modo che ha l’uomo di invenire la propria autenticità è quello di

relazionarsi a Dio, interpretandone la Parola concretizzata nel Nuovo Testamento. E’ per mezzo di

essa che l’uomo si auto-comprende e si “apre ad un futuro di salvezza mediante la decisione sgorgata

dalla fede”. La ricerca della autenticità passa quindi attraverso una ermeneutica che si basa su due

cardini per la comprensione: credere e comprendere. Non basta quindi la pre-comprensione umana

ma serve anche una pre-compensione da credente che c’è, manifesta o celata, perché l’uomo è

“agitato dal problema di Dio” al quale aspira a dare soluzione.

Sorretto da comprensione e fede il Bultmann, sembra quindi aver trovato la possibilità di

mettere in rapporto l’esperienza fideistica dell’uomo moderno con la realtà di fede raccontata nella

Bibbia, superando così la tentazione di applicare allo studio del libri biblici i criteri utilizzati per le

scienze naturali. In realtà, secondo il documento della Pontificia commissione biblica, la teoria

ermeneutica di Bultmann non è adeguata alla comprensione della Sacra Scrittura in quanto

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l’interpretazione esistenziale che si appoggia sui cardini heideggeriani “rinchiude il messaggio

cristiano nei limiti della filosofia particolare”. Inoltre Bultmann affrontando il problema della forma

letteraria mitologica di scarsa comprensione per l’uomo contemporaneo, afferma che bisogna

“demitizzare la narrazione della parola di Dio”, cioè decifrare il messaggio mitologico del Nuovo

Testamento ed estrapolarne delle categorie esistenziali più accessibili per l’uomo moderno. Il rischio

della demitizzazione di cui parla Bultmann sta nella possibilità che i testi attualizzati secondo le

categorie pre-comprensive della filosofia e della cultura del proprio tempo vengano svuotati della

loro realtà oggettiva e del significato teologico del messaggio che Gesù ci ha lasciato.

Si discostano da questa posizione Ebeling e Fuchs i due fondatori della Nuova Ermeneutica

che, rispetto a Bultmann mantengono un approccio diverso, più teologico che filosofico al problema

ermeneutico. Il problema ermeneutico fondamentale di Ebeling sta nella “necessità di restituire alla

Parola di Dio, fissata nella condizione di documento, la sua condizione propria di parola viva,

attuale”. L’ermeneutica di Ebeling si basa sul fatto che la Parola di Dio trova il suo pieno significato

solo congiungendosi con coloro ai quali essa si rivolge; da essi non viene interpreta ma li interpreta

e li dispone per il divenire, cioè permette loro di essere e ad essi si propone in quanto essere da svelare.

E’ chiaro che il pensiero di Ebeling è vicino al secondo Heidegger che dà al linguaggio il primato

rispetto al soggetto e soprattutto vicino alla posizione di Gadamar che dà fondamentale importanza

a quella tradizione che è tradizione di fede (dei credenti) che nutre ogni giorno la fede e tradizione

ermeneutica che nella ricerca sempre aperta dell’autentico significato della Parola della salvezza è

“sostegno per le anticipazioni e per i preconcetti che segnano la nostra comprensione quell’insieme

di dati storici e culturali che costituiscono il nostro contesto vitale, il nostro orizzonte di

comprensione”. Grazie al supporto della tradizione l’interprete per Ebeling e Fuchs quindi “ha il

dovere di entrare in dialogo con la realtà di cui si parla nel testo. La comprensione si apre alla

fusione dei due orizzonti differenti del testo e del suo lettore ed è possibile solo se c’è un’appartenenza

cioè un’affinità fondamentale tra l’interprete e il suo oggetto”. L’ermeneutica è anche qui un processo

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dialogico fatto di domande e risposte per mezzo delle quali il comprendere un testo produce una

comprensione più ampia di sé.

E il dialogo si fa tanto più autentico se, come dice Fuchs, il nuovo linguaggio usato durante la predica

è quello dell’amore. Amore che diventa il principio ermeneutico per eccellenza e che articola il

proprio funzionamento sull’accordo tra il testo biblico e chi lo interpreta secondo il linguaggio di

“Qualcuno che lo ama”. L’ermeneutica finalmente diventa un discorso sempre aperto tra il Dio che

ama e l’uomo che si fa investire dall’amore.

Conclusione

Origene, discutendo con coloro che si opponevano alla sua esegesi allegorica, pensava di avere

un problema solo perché non si era imbattuto negli illuministi. L’illuminismo ha completamente

rivoluzionato il significato del concetto di Ermeneutica soprattutto per via “del suo rifiuto deliberato

della distinzione, prima ovvia, tra ermeneutica sacra ed ermeneutica profana”. Spinoza illuminista

scrive “la norma dell'esegesi biblica può solo essere la luce della ragione comune” e Johann August

Ernesti aggiunge “il senso vero della Scrittura deve essere determinato nello stesso modo con cui noi

accertiamo un altro testo qualsiasi”.

Gli illuministi, quindi, ritengono che la Sacra Scrittura vada interpretata come si fa con qualsiasi altro

libro: alla sola luce della ragione umana. Ergo, l’ermeneutica della Sacra Scrittura non si basa più

sulla fede, ma sulla ragione universale che è l’unico elemento che accomuna il testo e il suo interprete.

Ci dice il Mannucci “Il nuovo spirito non vuol riconoscere nella realtà umana una qualsiasi

gerarchia preesistente alla sua ricerca e limitante a priori la sua interrogazione. Se un ordine si

svela, esso non deve farlo indipendentemente dal moto della ricerca. Ed è questo movimento che la

parola ermeneutica intende tradurre e che la riflessione sull’ermeneutica intende realizzare”. La

riflessione sull’ermeneutica si intesta, quindi, il compito di dimostrare che l’uomo non deve avere

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alcun vincolo nell’interpretazione di qualunque libro, Bibbia compresa. Perché egli (l’uomo) basta a

sé stesso. Su questo riflettono i filosofi dell’ermeneutica.

Parallelamente i teologi riflettono sul loro problema: elaborare una Nuova Ermeneutica

svincolata da quella visione scientifico-antropologica che tende a deformare il messaggio teologico

dei libri biblici. Del resto la Sacra Scrittura non è un libro come gli altri.

La Pontificia Commissione Biblica sostiene che: “Un testo scritto ha la capacità di essere collocato

in nuove circostanze, che lo illuminano in modi diversi, aggiungendo al suo significato nuove

determinazioni. Questa capacità del testo scritto è effettiva specialmente nel caso dei testi biblici,

riconosciuti come Parola di Dio. In effetti, ciò che ha spinto la comunità credente a conservarli è

stata la convinzione che avrebbero continuato a essere portatori di luce e di vita per le generazioni

future. Il senso letterale è, fin dall’inizio, aperto a sviluppi ulteriori, che si producono grazie a

“riletture” in contesti nuovi”. iii E aggiunge “…è possibile attribuire a un testo biblico qualsiasi

significato, interpretandolo in modo soggettivo. Al contrario, è necessario respingere come

inautentica ogni interpretazione che fosse eterogenea rispetto al senso espresso dagli autori umani

nel loro testo scritto. Ammettere dei significati eterogenei equivarrebbe a togliere al messaggio

biblico le sue radici, che sono la Parola di Dio comunicata storicamente, e ad aprire la porta a un

soggettivismo incontrollabile”.iv L’uomo che non avesse nessun mezzo e nessuna capacità di

sintonizzarsi con la Parola di Dio, vedrebbe nei testi biblici solo il senso letterale. Li interpreterebbe

secondo il proprio bagaglio di conoscenze ed esperienze, dando sfogo al proprio soggettivismo e

producendo letture errate. Ecco perché l’ermeneutica dei passi biblici deve essere “un processo

sempre vivo” in cui - dice Fuchs - “noi comprendiamo Dio e i testi della Scrittura, non in primo luogo

attraverso la ragione, ma attraverso il dialogo che Dio intrattiene con noi nella nostra vita”.

i
Cf. Pontificia Commissione “Biblica”, Documento L’interpretazione della Bibbia nella chiesa, 15 Aprile 1993.
ii
Cf.V.Mannucci, BIBBIA come PAROLA DI DIO – Introduzione generale alla sacra scrittura, Queriniana, Brescia 1981
iii
Cf.Pontificia Commissione “Biblica”, Documento L’interpretazione della Bibbia nella chiesa, 15 Aprile 1993.
iv
Cf. Ib.