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Il capitolo 17 del libro Bibbia come parola di Dio scritto da Valerio Mannucci nel xxxx, si ripropone

di fare una panoramica della variazione significativa del concetto di Ermeneutica. Se essa prima

dell’illuminismo era una mera tecnica di analisi del testo scritto con l’illuminismo assume una valenza

perchè al di là dell’esercizio tecnico si articola anche nella capacità cognitiva e critica dell’uomo. Il

discorso sul concetto di ermeneutica si fa così “problema filosofico” che agiterà la mente di molti

autorevoli autori i quali con il loro pensiero influenzeranno non solo il modo di approcciarsi alla

lettura della Bibbia e di interpretarla ma anche la funzione religiosa, etica e politica della Rivelazione

contenuta nella Bibbia. Il capitolo si articola in due parti fondamentali : nel primo il Mannucci ci

descrive il percorso che fa il concetto di Ermeneutica in vari ambiti disciplinari: da quello

squisitamente filosofico a quello sociologico a quello psicoanalitico; nel secondo ci illustra come i

risultati del percorso succitato ha avuto nel campo dell’esegesi e della teologia.

Per brevità di esposizione, non potendo ridurre un capitolo corposo e sostanzioso come quello in

oggetto a poche pagine senza vanificare il pensiero degli autori studiati ho deciso di focalizzare la

mia attenzione sull’ermeneutica esistenziale che ha dato vita alla ermeneutica moderna. Non sono in

grado di escludere l’importanza dell’approccio sociologico, psicoanalitico, empirico e relativo allo

strutturalismo linguistico e sono certa che queste teorie abbiano dato ottimi spunti di riflessione. Il

doverli riassumere in questo elaborato però, a mio avviso, creerebbe solo confusione e non mi

permetterebbe una comprensione (ed esposizione) organica dell’argomento.

La disanima della riflessione filosofica sul concetto di Ermeneutica parte da F.D.E. Schleiermacher

che vede in essa la capacità di interpretare un testo per mezzo di due attributi fondamentali dell’uomo:

quello comparativo che permette di elaborare una precisa ricostruzione storica a partire dai dati

positivi che vengono ricercati e messi a disposizione dalla varie discipline afferenti allo studio della

storia e quello divinatorio riassumibile nella propensione a sintonizzarsi con la persona di si vogliono

interpretare gli scritti. L’equilibrio dell’uso dei due attributi appena descritti costituisce quel circolo

ermeneutico che verrà usato più avanti da altri autori (come….. ) e che permette una giusta

“comprensione” del testo studiato. Schleiermacher non fa distinzione tra testi scientifici e testi storici,
per lui l’arte di interpretare riguarda in genere tutto lo scibile umano. In questo senso farà la differenza

W. Dithley (1833-1911) il quale sostiene che la natura può essere spiegata mentre la vita spirituale

intesa come scienza della presenza umana nella storia può essere solo compresa. Essa (la vita

spirituale, ndr) proietta sé stessa nelle manifestazioni dell’arte e della cultura permettendo all’uomo

di comprenderla. Mi permetterei di dire che la comprensione della vita spirituale si articola mediante

un dialogo muto e continuo tra uomo e uomo per mezzo della cultura. Approfondirà questo pensiero

M. Heidegger che addirittura vede nel “comprendere” l’esistenziale fondamentale dell’uomo, il suo

poter-essere proprio dell’Esserci (Dasein). Come sintetizza A. Rizzi, per Heidegger: <<Essere uomo

significa capire. Dove il primo termine (essere uomo) bisogna intenderlo come autoprogettarsi

secondo le proprie possibilità; dell’altro termine bisogna prendere solo la forma originaria di

intelligenza vissuta di quelle proprie possibilità. Immanenza reciproca di essere, capire e agire : è

questa che costituisce la temporalità esistenziale dell’essere umano e la possibilità della storie a della

conoscenza storica>>. Interpretare per Heidegger non significa quindi solo il “recupero espresso nel

passato” ma anche proiezione futura del significato recuperato, significa usare il significato per ri-

progettare sé stessi, per anticipare ciò che si sarà.

ll secondo Heidegger nel tentativo di rifondare l’ontologia dirà che l’Uomo –Dasein per mezzo del

linguaggio scopre l’essere. La scoperta ontologica dell’uomo non è attribuibile ad una elaborazione

razionale ma al porgersi dell’essere che vuole rivelarsi all’uomo e che egli svela per mezzo del

linguaggio. H.G.Gadamer che parte dal punto di vista Heideggeriano si distanzia dal maestro

asserendo che l’uomo non può essere solo pro-iettato verso il futuro ma viene da un passato.

L’ermeneutica acquista quindi valore se si nutre della “tradizione” e della “autorità”, due concetti che

ben lungi dal sottomettere la ragione umana “permettono una precomprensione e, conseguentemente,

la comprensione, sia per l’anteriorità storica (tradizione), sia per la maggiore capacità di visione o di

giudizio (autorità)”. Come dice lo stesso Gadamer: “La comprensione non va intesa tanto come una

azione del soggetto, quanto come l’inserirsi nel vivo di un processo di trasmissione storica, nel quale

passato e presente continuamente si sintetizzano”. E’ palese che anche per Gadamer come prima per
Heidegger il linguaggio è il mezzo con cui l’uomo accoglie la trasmissione storica; un linguaggio

legato ad un dialogo costante tra sé stesso e il testo da interpretare che termina solo al raggiungimento

della verità della cosa, cioè quando l’uomo arriva alla metanoia, cambia di mentalità , acquisisce una

migliore coscienza di sé e ad una vera comunione con l’autore del testo.

L’ermeneutica filosofica ha influito profondamente nel campo biblico e in quello teologico, in

particolare il tardo Heidegger ispirerà i temi di fondo della Nuova Ermeneutica. Un ermeneuta che è

stato profondamente influenzato dal primo esistenzialismo heideggeriano è R. Bultmann il quale

scrive in una relazione per una conferenza del 1927: <<Noi riteniamo d’intendere più giustamente

l’esistenza dell’uomo definendola come storica. E per Storicità dell’essere umano intendiamo dire

che tale essere è un poter essere. Vale a dire che l’essere dell’uomo è sottratto alla disponibilità

dell’uomo stesso, è in gioco di volta in volta nelle concrete situazioni della vita, procede per decisioni,

nelle quali l’uomo non sceglie giammai qualcosa per sé, ma sceglie se medesimo come sua stessa

possibilità>>. L’uomo quindi esprime la proprie potenzialità nella storia e quindi ogni testo da

interpretare racconta il modo in cui l’uomo che lo ha scritto comprendeva la propria esistenza.

Se quindi durante l’azione di interpretare si rimane anche uomini e non solo “professionisti” ci si

avvicina al testo con una sorta di interesse già in essere (pre-comprensione direbbe Bultmann) grazie

al quale si interroga un testo per comprendere quali siano le potenzialità personali sulla stregua di

quelle che furono le potenzialità esistenziali dell’autore del testo stesso.

A differenza di Heidegger che è ateo, il credente luterano Bultmann vede l’uomo che cerca il proprio

poter essere nella potenzialità esistenziale dell’autore del testo che legge non sarà mai un uomo

autentico ma angosciato dai propri fallimenti a cui cerca di dare una soluzione. L’unico modo per

invenire la propria autenticità l’uomo deve relazionarsi a Dio, interpretandone la Parola di Dio

concretizzata nel NT. E’ da essa che l’uomo si auto-comprende e si “apre ad un futuro di salvezza

mediante la decisione sgorgata dalla fede”. La ricerca della autenticità passa quindi attraverso una

ermeneutica che si basa sulle azioni di “credere e comprendere”. Non basta quindi la pre-
comprensione umana ma serve anche una pre-compensione da credente perché l’uomo è <<agitato

dal problema di Dio>> al quale aspira a dare soluzione. Nella interpretazione Bultmanniana (il

credere-comprendere la parola di Dio) si incunea un problema di decifrazione dello stile letterario del

Nuovo Testamento scritto secondo la forma mitologica. Per Bultmann bisogna “demitizzare la

narrazione della parola di Dio”: decifrare il messaggio mitologico del nuovo testamento ed

estrapolarne delle categorie esistenziali più accessibili per l’uomo moderno.

Camminano nel solco del Bultmann i suoi allievi : Ebeling e Fuchs i quali rimangono nella

convinzione che la parola di Dio come la parola umana non ha solo la funzione di informare ma quella

di cambiare l’esistenza. Ebeling dice che la parola di Dio è verax e non mendax, capace di illuminare

la strada dell’uomo che con la propria fede accetta fattualmente di esistere alla sua luce. Ma Ebeling

è influenzato anche dal pensiero del secondo Heidegger e più ancora da Gadamar che danno al

“linguaggio” il primato rispetto al soggetto il quale ne esce non interprete ma interpretato o per meglio

dire in grado di ri-progettare sé stesso grazie al testo letto tenendo conto del valore della tradizione.

Al pensiero di Ebeling è conforme Fuchs il quale aggiunge che il linguaggio autentico è quello

dell’amore di un Dio che esprime il proprio amore mediante il dialogo che intrattiene con l’uomo

durante tutto l’arco della sua esistenza.