Sei sulla pagina 1di 90

Eresie

Lo gnosticismo, non è facile trattarlo, perché innanzitutto non possediamo le opere, per la cristianità
antica è molto importante la lettura delle opere, per conoscere, per comprendere gli autori e il periodo
nel quale ci muoviamo, senza le opere non potremmo conoscerli.
Per quanto riguarda lo gnosticismo, conosciamo la confutazione allo gnosticismo, le opere che lo
confutano. Innanzitutto, quali sono gli aspetti che vengono presi in considerazione dallo gnosticismo,
ne elenco 5:
1. Il mondo fisico, materiale è considerato un luogo inadeguato per l’essere umano
2. Va esclusa l’idea di peccato presa nel senso giudaico cristiano, non possiamo considerare il
peccato come lo intendono i giudei cristiani
3. La gnosi, cioè la conoscenza è l’unica possibilità di uscire da questo stato del mondo attuale
4. Lo gnosticismo si serve soprattutto di riti iniziatici per gli adepti che sono già di per sé eletti
5. L’adepto comprende subito di far parte di un gruppo elitario, perché gli gnostici sono gli
spirituali contrapposti ai materiali, per questo il mondo attuale è da rifiutare

Naturalmente la gnosi a cui fanno riferimento gli gnostici si oppone al cristianesimo, alla gnosi del
cristianesimo, perché gli gnostici non possono comprendere ne l’incarnazione del Cristo, la sarx, la
carne, ne possono comprendere la morte di Gesù Cristo sulla croce, perché la salvezza non la si ottiene
tramite la morte, e quindi certamente gli gnostici intendono la conoscenza come la possibilità di
accedere ai misteri divini, possibilità che è riservata solo ad un gruppo di eletti. Questo movimento
sorge nel I secolo dopo Cristo, ha per oggetto la realtà spirituale dell’uomo, ed è trasmesso da un
rivelatore salvatore che è in grado di salvare chi riceve la gnosi, l’adepto viene iniziato attraverso un
racconto mitico che ha lo scopo di rispondere agli interrogativi che l’uomo si è sempre posto, lo
gnostico che possiede l’elemento spirituale, rifiuta e condanna questo mondo materiale perché la sua
patria è il pleroma, che è la cosiddetta pienezza divina, formato da 30 eoni, secondo il sistema
valentiniano al quale possono accedere solo gli spirituali, i vari sistemi gnostici, sono sincretistici,
cercano di costruire la loro dottrina facendo la fusione con altre dottrine e tradizione, tra queste anche
al tradizione giudaica e la tradizione cristiana, centrale è naturalmente il rapporto con il giudaismo e
il cristianesimo, tanto che alle volte si può anche non comprendere se quello scritto è gnostico o
cristiano. Qual è la differenza tra un commento a Giovanni degli gnostici e un commento a Giovanni
dei cristiani, la differenza sta nel fatto che gli gnostici estrapolano dal contesto un brano e lo
interpretano a proprio piacimento senza connessione alcuna con il resto del vangelo ma anche con
tutta la Scrittura. Se voli leggete un commento di Origene vi rendete conto della padronanza che
Origene ha con tutta la Scrittura, quindi interpreta il primo versetto del primo capito al vangelo di
Giovanni, con la Genesi, il riferimento a In principio, perché per Origene la Scrittura la si interpreta
con la Scrittura.

6 Dicembre

Manlio Simonetti pagina del docente del prof. Epistola a Diogneto Ireneo di Lione Adverus Haereses.
Riferimento al manuale, antieretica e gnosticismo 299 del manuale, nell’annuario pagine relative al
manuale.
LO GNOSTICISMO: per gnosi intendiamo una particolare forma che ha per oggetto i misteri divini
ed è riservata ad un gruppo di eletti, di questa forma di gnosi va distinta la gnosi di cui parla il
Cristianesimo, la conoscenza per i cristiani ha un significato diverso dalla conoscenza intesa dagli
gnostici. Il movimento gnostico è un movimento religioso sincretista, sorge nel I secolo dopo Cristo,
e il suo periodo più aureo è nel II secolo. Lo gnosticismo movimento religioso sincretista ha per
oggetto la vera realtà spirituale dell’uomo ed è trasmessa da un rivelatore salvatore in grado di salvare
chi la riceve, l’adepto viene iniziato attraverso un racconto mitico che parte da alcuni interrogativi,
che troviamo esposti in maniera particolare da Eusebio di Cesarea, sono gli interrogativi che l’uomo
si è sempre posto, chi siamo, che cosa siamo diventati e dove tendiamo. Lo gnostico è possessore

1
dell’elemento spirituale e rifiuta e condanna la materia, la sua patria è il Pleroma o il mondo della
pienezza divina. Chi sono gli gnostici, il Padre dello gnosticismo è Simone il Mago che si trasferisce
a Roma intorno al 90 e viene adorato come un Dio al tempo dell’imperatore ClauDio. Discepolo di
Simone fu Menandro, da cui discende Basilide e da Basilide, Valentino. Valentino insegna al
Alessandria nel 130 e a Roma nel 140. La scuola valentiniana è suddivisa in scuola orientale
rappresentata da Teodoto e Marco e scuola occidentale rappresentata da Eracleone e Tolomeo.
Di Basilide, ne abbiamo notizia nell’Adversus Haereses di Ireneo, in modo particolare al primo libro,
secondo la testimonianza di Ireneo, Basilide fu maestro ad Alessandria sotto l’imperatore Adriano
siamo nel 117-138 e durante l’impero di Antonino Pio, 138-161. Sappiamo che scrisse un vangelo di
cui è conservato soltanto un frammento e poi un commento al vangelo che conosciamo solo in parte.
La teologia di Basilide, Ireneo afferma che Basilide credeva che Gesù Cristo non fosse morto sulla
croce ma cha al suo posto fosse morto Simone di Cirene, una tesi che influenzerà molte altre sette
posteriori, sosteneva anche teorie secondo le quali soltanto la gnosi permette di liberarsi di questo
mondo. La redenzione riguarda solo l’anima e non riguarda il corpo che invece è corruttibile, il
martirio non ha alcun valore, perché il martirio permette al corpo di morire, ma il corpo dagli gnostici
è svalutato, la materia non ha alcun significato per cui ciò che è redenta è solo l’anima. Il martirio
non ha tutta l’importanza che ha presso di noi cristiani. Valentino è egiziano, contemporaneo di
Basilide e così come abbiamo detto, prima opera ad Alessandria e poi lo troviamo a Roma. Vari
documenti scoperti soprattutto durante il secolo scorso a Nag Hannadi, ci hanno permesso di
conoscere soprattutto il sistema valentiniano ed è per questo che noi soffermiamo soprattutto
l’attenzione su questo sistema, su questa scuola, molto probabilmente Valentino morì intorno al 160,
opera a Roma nel 140, nel 130 ad Alessandria e nel 160 muore. Delle sue opere noi abbiamo soltanto
dei frammenti che ci sono stati tramandati da Clemente Alessandrino, se vogliano conoscere lo
gnosticismo dobbiamo necessariamente conoscere Ireneo e le adversus haereses e a Clemente
Alessandrino con le sue opere. Qual è il sistema valentiniano: traiamo il suo pensiero gnostico proprio
da queste opere di Clemente Alessandrino e da Ireneo. Il Pleroma, questo sistema di eoni di 30 eoni,
abbinati a coppie, le prime 4 coppie sono le più importanti e formano la cosiddetta ogdoade
primordiale da queste prime 4 sigizie o coppie, derivano tutte le altre coppie di eoni, cioè tutti gli altri
eoni, l’unità dei primi due elementi o delle prime 4 coppie o sigizie che formano l’ogdoade, indicano
la perfezione, ed è presentata dagli gnostici come modello di unità che invece viene infranta dal
peccato. Chi è che compie questo peccato e che cosa è questo peccato? La prima origine del peccato
è indicata nella vicenda dell’ultimo eone, abbiamo questi 30 eoni che sono posti a coppie o sigizie, le
prime 4 coppie o sigizie indicano la ogdoade primordiale che formano questa unità, da questa
derivano tutti gli altri eoni, l’ultimo eone si chiama Sophia, la quale per il suo desiderio smodato di
conoscere il Padre inconoscibile provoca la degradazione dell’elemento divino nel mondo e origina
da essa stessa la materializzazione, quindi Sophia permette a tutti questi eoni che fanno esperienza
della perfezione a partire dalla Ogdoade primordiale, che si formi la materia, questo elemento
negativo, perché la materia non è altro che un elemento negativo, la materializzazione è originata
dall’ignoranza di Sophia, Sophia aveva un desiderio smodato di venire come la sua origine, come il
Padre inconoscibile, notate in questo sistema una somiglianza con il peccato dei nostri progenitori
così come ci viene presentato dal libro della Genesi, gli Gnostici lo presentano in maniera diversa ma
il tema lo ritroviamo anche nel libro della Genesi. Contemporaneamente a questa degradazione
dell’eone Sophia che viene materializzato e che quindi diventa elemento negativo rispetto a tutti gli
altri eoni che invece restano nel Pleroma, contemporaneamente comincia il processo di recupero da
parte dell’elemento divino di questo elemento decaduto. E come avviene questa reintegrazione nel
Pleroma dell’unico eone che ha scelto di materializzarsi, avviene attraverso un salvatore celeste, è un
processo che porta alla reintegrazione di un elemento decaduto dalla perfezione divina verso il mondo
che i salvatore celeste riporta al suo interno. Questo quanto noi possiamo ricavare dalla confutazione
delle opere gnostiche da parte di Ireneo in modo particolare, e da parte di Clemente Alessandrino. Vi
dicevo già la volta scorsa che la conoscenza dello gnosticismo è assai ardua perchè non conosciamo
lo gnosticismo attraverso le opere degli gnostici ma attraverso la confutazione delle opere degli

2
gnostici da parte dei cristiani. Quando parleremo dell’antropologia di Irene parleremo per esempio
della differenza negli uomini degli ilici, degli psichici e degli pneumatici di questa differenza che
viene confutata e combattuta da Ireneo a partire dalla 1Ts 5. Passiamo adesso al marcionismo,
Marcione è Figlio di un vescovo viene scomunicato per le sue tesi eretiche e nel 140 lo ritroviamo a
Roma, laddove fonda una comunità cristiana, una comunità che si scinde, che si separa dalla grande
chiesa, sarà scomunicato nel 144. A differenza di altri gnostici, Marcione non si limita a creare una
scuola ma costituisce una chiesa gerarchizzata la cui liturgia è molto simile a quella romana. Noi
possiamo dire che sistema marcionita è un sistema gnostico, e lo possiamo dire perché troviamo il
dualismo gnostico. Sappiamo che verso il 154 la chiesa marcionita aveva succursali in tutto il mondo
conosciuto e ha avuto diversi seguaci, dal 190 in poi la chiesa marcionita verrà assorbita dal
manicheismo, sappiamo che resisterà in Occidente fino alla dine del III secolo e in Oriente fino al
450. Non possediamo opere di Marcione, sappiamo che aveva scritto l’Antitesi, ma non possediamo
quest’opera. Secondo Ireneo, Marcione aveva una certa affinità con il pensiero di Cerdone, che lo
spinse a disprezzare il Dio dell’AT perché un Dio vendicativo, un Dio che fa guerre e si adira, rispetto
al Dio del NT che sembra invece un Dio di bontà. L’uomo è creatura di Dio, come questo Dio che lo
ha creato ha potuto permettere che disobbedisse ad un suo comando, a Lui, e dunque facesse
esperienza della morte, questa è la domanda che Marcione si pone a fondamento della divisione che
fa del Dio dell’AT al Dio di Gesù Cristo. Marcione ammetteva come canonici il vangelo di Luca e
alcune lettere di Paolo. Ma le stesse lettere di Paolo che ammette come canoniche anch’esse vengono
mutilate dallo stesso Marcione, lui ammette la lettera ai Galati, 1 e 2 Corinti, ai Romani, 1 e 2
Tessalonicesi, Efesini, Colossesi ,Filippesi e lettera a Filmone. Certamente potremmo definire il
sistema marcionita un sistema gnostico, non è della stessa idea Von Harnack che non considera
Marcione uno gnostico e lo esclude dall’elenco dei maestri gnostici. Esistono importanti differenze
tra gli gnostici e i marcioniti, ma a parte queste differenze se il sistema gnostico è un sistema
sincretista, ritroviamo lo stesso sincretismo nel sistema marcionita. Sul piano cristologico, per
Marcione, Gesù non è il messia che viene annunciato dai profeti dell’AT ne è nato dalla Vergine
Maria, Gesù si è manifestato nell’anno 15 di Tiberio, nella Sinagoga di Cafarnao, e ha versato il suo
sangue sulla croce redimendo le anime non i corpi. La salvezza è limitata alla dimensione spirituale,
all’anima e non al corpo. Questo per quanto riguarda Marcione.
IL MONTANISMO: Montano lo ritroviamo in Frigia alla fine del II secolo DC si converte al
cristianesimo e sappiamo che viene rapito da estasi continue, interpretando queste estasi come
provenienti dallo Spirito Santo e che i suoi avversari invece intendevano come possessioni diaboliche,
insiste molto sull’azione dello Spirito Santo nella chiesa e quindi ritenendosi l’incarnazione del
Paraclito, non accetta la superiorità della gerarchia ecclesiastica nei confronti di tutto il popolo santo
di Dio e quindi non riconosce i vescovi e i presbiteri come guide spirituali della chiesa, e si ritiene
unico possessore dello Spirito Santo. Non è tanto un eresia quanto un vero e proprio scisma, Montano
mantenne queste sue posizioni a tal punto da dormire insieme ad altri suoi adepti nel tempio e a
condurre una vita ascetica che mirava soprattutto all’astinenza sessuale, e dall’alimentazione, una
rigidità dal punto di vista ascetico importante, al Montanismo aderì ad esempio il Tertulliano nella
sua ultima fase della vita e quindi anche a questa necessità di ascesi. Nel IV secolo Epifanio di
Salamina, è una delle fonti per al conoscenza delle eresie perché scrisse il Panarion, che significa la
cassetta con le medicine che servono a combattere contro le eresie, ne elenca 80 come le 80 concubine
del Cantino dei Cantici perché una è la sposa. Epifanio parla di alcuni montanisti che per ricevere
l’apparizione di Cristo dormivano nel tempio.
Quarta eresia: il MONARCHIANESIMO, lo mettiamo a confronto con la dottrina del Logos che
abbiamo studiato in Teofilo di Antiochia con il Logos Endiathetos e Logos Prophoricos, e poi lo
abbiamo ripetuto per Giustino e gli altri apologeti. Il monarchianesimo si oppone alla dottrina del
Logos e vedremo queste due teorie, dottrine, monarchiana e del Logos, ritrovate anche al concilio di
Nicea. Tertulliano ha scritto un’opera contro i monarchiani, l’opera si intitola Adversus Prassea, e al
10 capitolo indica Prassea e padripassiani come assertori della monarchia divina. Gli stuDiosi
moderni applicano questo termine anche agli adozionisti. Una premessa: il giudaismo non poteva

3
accettare che Gesù Cristo era definito Dio perché ammettere che Gesù Cristo è Dio è ammettere un
diteismo, e quindi l’esistenza di due dei, il giudaismo non può che affermare l’unicità di Dio, Javhè
è colui che ha creato e custodisce il suo popolo e lo accompagna lungo le vicende della storia della
salvezza. Questa fede monoteista del mondo giudaico si doveva conciliare con l’affermazione della
divinità di Gesù Cristo. La riflessione teologica nel II secolo, portò all’elaborazione della dottrina del
Logos che è fondamentale perché cerca di spiegare come i cristiani siano monoteisti però nello stesso
tempo credano che Gesù Cristo è Dio. Qui sta il fondamento importante della dottrina del Logos e
del monarchianesimo. La dottrina del Logos nasce per spigare come i cristiani possano essere
monoteisti e affermare nello stesso tempo la divinità di Gesù Cristo, per i giudei questo comporta un
diteismo, affermare l’esistenza di due dei; per i cristiani significa invece affermare l’unicità di Dio
che è Padre, Figlio e Spirito Santo. Lo SS fino al III secolo vedremo che ne parlerà Atanasio con le
lettere a Serapione e poi il primo trattato sullo SS lo vedremo con Didimo il Cieco e poi Basilio di
Cesarea, ma fino ad Atanasio non abbiamo menzionato lo SS, fa parte più della Lex Orandi che della
Lex Credendi, parliamo in questo momento del rapporto Dio Padre e Dio Figlio. Com’è possibile
ammettere Dio Figlio ed essere monoteisti nello stesso tempo. Il Monarchianesimo si divide in due
filoni: il primo è denominato adozionismo che considera Cristo un mero uomo adottato a Figlio di
Dio quindi è un uomo che viene adottato, il patripassianesimo o modalismo considera il Figlio Gesù
Cristo un mero nome, un semplice nome o un semplice modo di manifestarsi del Padre, quindi chi si
è manifestato sulla croce? Il Padre che ora si chiama Figlio Gesù Cristo ma è sempre il Padre. E’ un
modo diverso di manifestarsi del Padre che ora si chiama Padre e ora si chiama Figlio. Ma è sempre
e solo l’unico Dio, un modo o un nome diverso per manifestarsi, ma non un’altra ipostasi. La dottrina
del Logos invece predicava che Gesù Cristo il Verbo di Dio è ipostasi divina personalmente
sussistente ma subordinata al Padre perché deriva dal Padre perché fa la volontà del Padre, ma è
ipostasi divina, non è la stessa ipostasi di Dio Padre ma è altra ipostasi, di questi due movimenti,
adozionismo o patripassianesimo o modalismo, il primo l’adozionismo non ebbe grande successo, fu
iniziata alla fine del II secolo a Roma per opera di Teodoto di Bisanzio e continuato da Artemone tra
il 230 e il 250 poi prenderà vigore ad Antiochia con Paolo di Samosata che studieremo intorno al 260
270. E’ un monarchiano radicale. Lo studieremo quando faremo la scuola di Antiochia. Alla metà del
IV secolo invece questo movimento adozionista sarà presentato da Fotino di Sirmio, abbiamo questo
ventaglio di autori che ci permette di comprendere che non ha avuto molti successo ma dei maestri
molto importanti. Maggior fortuna ebbe il patripassianesimo o modalismo, perché ha avuto anche dei
discepoli più forti, tra questi l’iniziatore cioè Noeto di Smirne e Ippolito che studieremo come un
autore antieretico, scriverà un contro Noeto. Poi da Smirne, dall’Asia, questo movimento ereticale fu
conosciuto e trasportato a Roma, in Egitto lo stesso movimento sarò chiamato Sabellianesimo, si
tratta sempre dell’unico movimento ereticale che è il patripassianesimo, deriva dal Sabellio che nel
220 fu condannato a Roma da Callisto. Cosa enuncia questo movimento patripassiano o Sabelliano:
un solo Dio si manifesta, ora come Padre, ora come Figlio, ora come Spirito, contro la dottrina delle
3 ipostasi distinte della Trinità, il patripassiano sostiene che Padre Figlio e Spirito Santo sono un solo
prosopon e una sola ipostasi, non c’è differenza in questo caso tra prosopon e ipostasi. Noi faremo
una distinzione fra prosopon e ipostasi, sono due termini greci che indicano la persona, in italiano,
possiamo tradurre con la parola persona, però sappiamo bene che prosopon è la maschera dei greci,
e ipostasi potrebbe essere anche sinonimo di Ousia, significa sostanza ed è il termine dal quale
deriverà omousious cioè consustanziale, quel termine che verrà usato al concilio di Nicea per parlare
del rapporto del Figlio con il Padre, della stessa sostanza del Padre, consustanziale. In questo caso
ipostasi e prosopon vengono usati come sinonimo.
IRENEO DI LION, nasce tra il 140 e il 160 in Asia Minore, forse a Smirne. Fu discepolo di
Policarpo e si ricollega a tutta la tradizione degli apostoli, fu inviato a Roma nel 177 come latore di
una lettera con cui i confessori di fede, i confessores di Lion invitavano il vescovo Eleuterio a non
condannare i montanisti, successivamente da vescovo Ireneo fu a contatto con papa Vitttore, 189-
198, per mitigare l’ostilità a danno dei cristiani di Roma di origine asiatica che celebravano la Pasqua
secondo il rito quartodecimano, (omela di Melitone di Sardi )sappiamo che quelli di rito asiatico

4
celebravano la Pasqua il 14 di Nisan, mentre in Occidente celebravano la domenica successiva al 14
di Nisan. Anche Ireneo, latore di questa lettera va da papa Vittore per cercare di dirimere questa
questione, Eusebio enumera vari suoi scritti di cui due indirizzati al presbitero romano Fiorino, a noi
sono pervenuti due scritti: il primo è intitolato smascheramento e confutazione della falsa gnosi, noi
lo conosciamo come il titolo adversus haereses, secondo, dimostrazione della predicazione apostolica.
Il martirio di Ireneo di Lion è collocato tra il 202 e il 203, sotto Settimio Severe, siamo all’inizio del
III secolo, collochiamo Ireneo di Lion nella seconda parte del II, muore agli inizi del III secolo.
Adversus Haereses lo trovato sulla pagina del docente, parte del 3 libro e parte del 4 libro.
Si tratta di 5 libri, ci sono giunti in una traduzione latina anteriori al V secolo. Mentre una traduzione
armena ci ha tramandato solo gli ultimi due libri. Studiamo quest’opera dividendola in due grandi
blocchi: i primi due libri, e gli altri 3 libri. I primi due, il contenuto è anti gnostico, con particolare
interesse alla gnosi valentiniana, perché si tratta di diversi sistemi. Dopo la prefazione in cui Ireneo
rileva la difficoltà di smascherare gli gnostici, il primo libro è dedicato ad una esposizione della gnosi
valentiniana ed è da questa esposizione che noi abbiamo tratto quanto detto prima. Per
contestualizzarla Ireneo la fa seguire da notizie riguardanti altre dottrine eretiche, quindi presenta la
gnosi valentiniana ma questa fa seguire l’esposizione di altre dottrine eretiche. L’esposizione della
gnosi valentiniana è al più dettagliata e per conoscerla non possiamo non fare riferimento a questo
primo libro dell’Adversus Haereses, il libro secondo è dedicato alla confutazione passo per passo di
tutta la gnosi valentiniana così come è esposta nel primo libro, la confuta, prendendola in
considerazione, justa propria principia. Gli ultimi 3 libri riprendono la confutazione della dottrina
gnostica fondando questa confutazione su base scritturistica, AT e NT, il libro terzo insiste in modo
particolare sulla canonicità del NT, di tutto il NT, perché sapete che Marcione non riconosceva tutto
il NT ma solo Luca e alcune lettere di Paolo. Ireneo invece si sofferma a trattare della canonicità
dell’AT e del NT. I libri 4 e 5 sono la confutazione della gnosi sulla base dei loghia di Cristo e degli
apostoli, la gran parte del libro 5 è dedicato all’esposizione di temi che riguardano l’escatologia, le
cose ultime. Vi leggo una parte che trovate nelle copie, che trovate nella pagine del docente, siamo
al 3 libro 5 paragrafo.

Torniamo ora alla prova delle Scritture lasciate da coloro che composero il Vangelo, cioè dagli
Apostoli; alcuni di essi posero in scritto la dottrina riguardante Dio, dimostrando che il Signore
nostro Gesù Cristo è la Verità e che in Lui non v’è menzogna (Gv. 14,6). È ciò che predisse Davide
parlando della sua concezione verginale e della sua resurrezione: “La Verità è sbocciata sulla terra”
(Sal. 84,12). Anche gli Apostoli, discepoli della Verità, sono al di sopra di ogni menzogna, poiché il
falso non va con la verità e le tenebre non stanno con la luce; dov’è l’uno non può essere l’altro.
Nostro Signore, dunque, essendo la Verità, non mentiva e perciò non avrebbe proclamato Dio,
Signore di tutte le cose, sommo Re e proprio Padre un essere ch’egli avesse conosciuto essere frutto
di scarto; essendo egli perfetto, spirituale e nel “pleroma” non avrebbe fatto tali riconoscimenti ad
un essere imperfetto, psichico e fuori del “pleroma”. Per la stessa ragione neppure gli Apostoli
avrebbero chiamato Dio e Signore uno che non lo fosse stato.
Sta provando che il Cristo cha ha assunto la carna umana non è di per se inferiore egli è la verità che
è già stata annunciata nell’AT per questo cita fra gli altri il salmo 84.
Invece questi sofisti stoltissimi affermano che gli Apostoli insegnavano ipocritamente secondo le
disposizioni degli uditori e rispondevano secondo il desiderio degli interlocutori: ai ciechi parlavano
di cecità secondo il loro difetto, ai malati secondo la loro malattia, a quelli in errore secondo il loro
errore; a coloro che ritenevano che il Demiurgo è l’unico Dio, di questo predicavano; a quelli che
“comprendono il Padre innominabile” avrebbero esposto “l’ineffabile mistero” mediante parabole
ed enigmi.
Insomma né il Signore né gli Apostoli avrebbero insegnato la verità come è realmente, ma avrebbero
esposto la dottrina con ipocrisia e secondo le disposizioni di ciascuno.
5,2. Essi non avrebbero quindi guarito e ridato la vita, ma piuttosto aggravato i mali e aumentato
l’ignoranza. Sarebbe perciò molto più vera la legge che maledice (Deut. 27,18) colui che guida il

5
cieco su una via sbagliata.
Poi continua a parlare dell’ignoranza che viene eliminata dalla gnosi, dalla vera gnosi, non è quella
degli gnostici..
La dimostrazione della predicazione apostolica è stata composta dopo l’adversus haereses e la
possediamo in una traduzione armena, si tratta di un compenDio di dottrina fondato sulla Scrittura,
molto probabilmente destinato per l’istruzione di altri, ad un destinatario di nome Marciano, sarà
servito molto probabilmente come sussiDio per la catechesi. Voi sapete che abbiamo un CCC ma
anche un compenDio, la dimostrazione della predicazione apostolica era un compenDio della dottrina
cattolica basato sulla Scrittura. I temi trattati erano Dio, la creazione, il peccato dei nostri progenitori,
l’incarnazione, la redenzione, la seconda parte riportava testi profetici dell’AT e li poneva in
riferimento al NT, all’evento Cristo, At e NT unica Parola di Dio.
La Teologia della Creazione secondo Ireneo la traiamo dall’Adversus Haereses, certamente la
dottrina gnostica e la dottrina marcionita, avevano presentato la creazione come un fatto che
riguardava un Dio inferiore perché distinguevano un Dio supremo avulso dalla realtà creata, da un
Dio Creatore. Ireneo propone naturalmente il suo pensiero teologico nella fedeltà alla Regula Fidei,
cioè alla tradizione degli apostoli e presenta l’esegesi della Sacra Scrittura basata sui principi forniti
dal NT, interpretati in chiave tipologica. La teologia di Ireneo ha il suo centro nella creazione come
fatto positivo e non negativo. Il creatore non è dunque un Dio inferiore ma un Dio Trinità perché il
Padre ha creato tutte le cose attraverso le sue due mani, il Figlio e lo Spirito Santo. Trovate questo in
Adversus Haereses al 4° libro. Al vertice delle creature troviamo l’uomo creato a immagine e
somiglianza di Dio. L’origine dell’uomo non va ricercata in un elemento divino decaduto nella
materia, in questo mondo terreno, come sostengono gli gnostici ma nel fango che le mani di Dio
hanno modellato, il fango e attraverso le mani ( il Figlio e lo SS ) - già un autore parlava del Logos
della Sapienza come le mani di Dio; dopo il peccato Dio non ha abbandonato l’uomo, Dio permette
che l’uomo si allontani da Lui, perché lo permette? Può permettere che la creatura muoia? Dopo il
peccato dice Ireneo, Dio non ha abbandonato l’uomo, ma ha sopportato con pazienza le tristi
conseguenze del suo peccato. Vi ricordate nella lettera a Diogneto a conclusione, perché il Cristo
nella religione cristiana si è rivelato così tardi? Perché ha permesso che il popolo di Israele stesse
schiavo in Egitto e dopo la liberazione permanesse nel deserto? La risposta è Dio ha avuto pazienza,
come un Padre o come una madre con i figli ha usato pazienza, la ripete Ireneo. Dio ha sopportato
con pazienza le tristi conseguenze del peccato dell’uomo e dato che ci sono diverse tappe dell’unica
economia salvifica, che si presenta sotto molteplici aspetti, è fondamentale la successione con cui il
tempo dello Spirito profetico ha agito tutta la storia della salvezza è il tempo in cui Dio prepara e a
poco a poco conduce la creatura per farla giungere alla visione di Dio Padre, attraverso la comunione.
Quindi tutta le realtà dell’AT e NT dalla creazione all’incarnazione sono considerati tempi profetici.
Grazie alla presenza del Verbo che concede lo Spirito e al dono dello Spirito che porta al Figlio
attraverso visioni, parole e azioni, i giusti sperimentarono in modo profetico e preannunciarono ciò
che sarebbe stato sperimentato da tutti con l’incarnazione del Figlio di Dio, quindi anche i profeti
hanno pre-figurato in quegli annunci quanto si sarebbe realizzato con l’Avvento di Cristo Gesù. La
novità del NT non sta in un Dio nuovo, il Dio di Gesù Cristo non è un Dio diverso, non è un Figlio
nuovo ne uno Spirito nuovo, nella pienezza dei tempi Dio che aveva già parlato in molti modi
attraverso i profeti, oggi parla a noi per mezzo del Verbo. Quindi nella pienezza dei tempi le mani
del Padre che avevano modellato l’uomo vivente oggi, presentano a noi il Cristo Gesù, l’Uomo
Nuovo, il Nuovo Adamo. Solo l’unigenito di Dio conosce l’intimità del Padre, ci può rivelare il Padre,
solo lui conosce il Padre e può farci conoscere l’immensità d’Amore del Padre, Dio si adegua alla
debolezza della creatura umana assumendo la nostra natura e per questo ci avvicina alla Gloria di Dio
che è protetta dalla sua carne umana, cioè l’uomo non avrebbe potuto contemplare Dio in Cristo Gesù,
perché la creatura non può contemplare la Gloria di Dio, per i Padri d’oriente in modo particolare, la
creatura non può contemplare direttamente la luce inaccessibile perché ne rimarrebbe accecata ne
morirebbe. Per il mondo ebraico Dio non può essere visto dalla creatura, perché c’è un abisso tra Dio
creatore e la creatura, perché Gesù Cristo è visibile all’umanità perché assume la carne che permette

6
all’uomo di fare ombra, la carne umana è l’ombra che permette alla creatura di vedere la Gloria di
Dio, colui che era Pane Perfetto, sono le parole che troviamo in Adversus Haereses al terzo libro 20°
par. Colui che era pane perfetto si fece alimento dei piccoli perché la creatura umana potesse
alimentarsi al petto della carne del Verbo che si è fatto uomo per assuefare l’uomo a comprendere
Dio e abituare Dio ad abitare nell’uomo secondo il beneplacito del Padre. E’ un espressione
straordinaria perchè ci indica questo sposalizio tra la natura umana e la natura divina, l’uomo
comprende Dio che abita nell’uomo e perciò stesso cerca di abituarsi ad abitare nell’uomo, ma
abituandosi ad abitare nell’uomo permette all’uomo di conoscere Dio, è quell’assioma che vi ho
ricordato la volta scorsa che vedremo in Atanasio, Dio si fa uomo perché l’uomo diventi Dio.
Mediante la sua carne il Verbo abitua l’uomo a sentire a vedere Dio e trasmette da uomo a uomo la
conoscenza che come Figlio ha da Dio, nello stesso tempo Dio si abitua nella carne del Figlio a vivere
in obbedienza come l’uomo, in modo che gli uomini imparino a vivere in obbedienza, questo è
davvero straordinario pensate per esempio quante volte nel NT si parli dell’obbedienza del Figlio nei
confronti del Padre, il Figlio fa la volontà del Padre ed è obbediente al Padre, questa obbedienza
potrebbe indurci a pensare ad una inferiorità del Figlio rispetto al Padre? Ireneo la spiega in questi
termini: Dio si abitua nella carne del Figlio a vivere in obbedienza al Padre come uomo e così insegna
all’uomo l’obbedienza. Il Mistero dell’umanità di Cristo non si esaurisce nell’incarnazione, il
battesimo rappresenta certamente il momento culminante perché nel battesimo di Gesù al Giordano
noi ritroviamo la Trinità, la voce, il Padre, la colomba, lo spirito, il Figlio che riceve il mandato per
iniziare la sua missione, il Verbo di Dio è nato da Madre Vergine con una umanità come quella di
Adamo ma estranea alla trasgressione adamitica e alla prigionia diabolica in quanto il più forte può
affrontare la lotta con il forte che aveva reso estraneo l’uomo. Assume la nostra natura umana ma
estranea alla trasgressione adamitica, quindi al peccato delle origini, questo è reso visibile ad esempio
nelle tentazioni di Gesù nel deserto ma soprattutto nell’obbedienza di Cristo fino alla morte in
contrapposizione con Adamo che aveva disobbedito. Ireneo applica per esempio Geremia 31,26 alla
morte di Gesù, leggiamo e il mio sonno divenne dolce per me, perché il sonno, la morte è dolce? La
morte non è l’ultima Parola, la luce del Padre infatti irrompe nella carne morta e sepolta di Cristo e
la rende possibile di incorruttibilità, se dal grembo di Maria nacque Dio fatto carne dal sepolcro
emerse una carne fatta Dio, nella quale si manifesta la verità dell’uomo, il disegno originario di Dio
per l’uomo come canta il salmo 84, afferma che la verità è nata doppiamente dalla terra, innanzitutto
da Maria terra vergine, poi dalla terra del sepolcro grazie alla resurrezione, il grembo di Maria è la
terra vergine che ha generato il Vero fattosi carne, il sepolcro è la terra vergine che ha riportato quella
carne alla vita. Dal sepolcro sorge come primogenito dai morti il Cristo datore di vita, primizia dei
risorti, l’umanità di Cristo è la prima non solo ad essere condotta alla pienezza alla quale Dio aveva
destinato l’uomo ma diventa anche fonte di vita e di risurrezione per tutti gli uomini a Pentecoste la
carne glorificata di Gesù effonde lo Spirito Santo per introdurre i credenti nella nuova vita che Cristo
ha reso possibile configurando l’unità del suo corpo che è la Chiesa ed Ireneo parla del corpo
ecclesiale, al corpo ecclesiale è stato affidato lo Spirito Santo caparra di incorruttibilità, scala per
arrivare a Dio per questo dove c’è la chiesa li c’è lo Spirito Santo, lo spirito di Dio, e dove c’è lo
spirito di Dio li c’è a chiesa, la vittoria di Cristo sulla morte però non significa che l’uomo non faccia
più esperienza della morte perché la morte non è scomparsa dal mondo, l’uomo continua a passare
attraverso la morte e la corruzione, l’uomo fa esperienza della morte, quando voi annunciate la
risurrezione, dite che Pasqua è la resurrezione, e dite anche che la celebrazione eucaristica è
memoriale della Pasqua di Cristo e quindi anche Pasqua nostra, si potrebbe obiettare dicendo bè, che
noi facciamo anche esperienza della morte, Ireneo risponde: l’uomo continua a passare attraverso
l’esperienza della morte, continua a passare dalla morte e la corruzione, ma la morte non ha più
l’ultima parola come prima con la venuta gloriosa del Cristo, la liberazione e il rinnovamento della
creazione sono non una speranza dubbiosa, ma una speranza certa, i cristiani sono certi della
risurrezione, se fino ad ora non abbiamo trovato una tradizione teologica della creazione e delle
redenzione, possiamo dire che Ireneo è il primo teologo che ci propone una dottrina cattolica così ben
formulata. In campo cristologico Ireneo considera il Figlio generato ma non creato, Ireneo però ci ha

7
anche offerto la cosiddetta tesi della ricapitolazione di tutte le cose in Cristo e vedremo meglio questa
dottrina della ricapitolazione. Ci fermiamo un attimo a trattare in maniera sintetica dell’antropologia
che trovate nel V libro dell’Adversus Haereses, abbiamo detto che Irene si oppone naturalmente alla
posizione gnostica che svaluta la creazione e quindi anche la materia, le affermazioni di Ireneo vanno
intese sempre in senso anti gnostico, la carne è il cadine della salvezza direbbe ad esempio Tertulliano
e Ireneo è il primo a distinguere nettamente, l’immagine dalla somiglianza, in Genesi noi leggiamo
che l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, L’immagine è una qualità costitutiva che
non può essere mai persa, a differenza della somiglianza che invece l’uomo ha perso, l’uomo dunque
è stato creato a immagine di Dio, la somiglianza è partecipata con i doni della grazia a cominciare dal
VI capitolo del libro V Ireneo esamina una serie di testi paolini in cui tratta della risurrezione della
carne, il primo testo a cui noi facciamo riferimento è 1TS 5,23 Tutto il vostro essere Spirito Anima e
Corpo sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore Gesù Cristo. Come interpreta Ireneo
Spirito Anima e Corpo, lui dice che tutto l’essere umano e non una parte di esso, glorifica Dio in se
stesso, perché le due mani del Padre, Figlio e lo SS hanno creato tutto l’uomo non una sua parte
solamente e così inizia a confutare quanto dicevano gli gnostici a partire dai Tria Generi, dai tre generi
di uomini così come intendono gli gnostici: gli ilici, gli psichici e gli penumatici, per gli gnostici,
ilici, psichici e pneumatici sono diversi a causa della sostanza da cui provengono, quindi se un uomo
è ilico, o psichico o pneumatico è tale e rimarrà tale perché proviene da quella sostanza che lo ha
generato, non può divenire altro, per Ireneo invece Spirito, Anima e Corpo sono 3 componenti
costitutivi dell’unico essere umano, se per gli gnostici, spirito, anima e corpo di 1TS 5,23 non sono 3
parti del medesimo uomo ma 3 uomini uniti in crasi ma separabili e con un destino diverso, per Ireneo
i credenti sono i veri pneumatici perché partecipano dello Spirito di Dio, non grazie alla privazione
della carne, ma vi partecipano con la carne, se lo Spirito dunque si unisce alla carne ciò non significa
che non possa poi partecipare della divinità della santità di Dio. L’uomo spirituale perfetto lo si ha
nella misura in cui partecipa dei doni della grazia e quindi diventa sempre più somigliante a Dio
perché non ha perso la sua immagine originaria. In sintesi, il mondo per Ireneo è stato creato da Dio,
dal Dio creatore non da un Dio inferiore, questo Dio creatore ha creato anche l’uomo attraverso le
sue due mani, il Figlio e lo Spirito Santo, e lo ha creato con il fango, l’uomo non è stato creato dunque,
ne dagli angeli, ne da un altro Dio ne da un’altra potenza, come sostenevano gli gnostici. Gli gnostici
invece sostenevano che la creazione dell’uomo era stata fatta da potenze intermedie tra Dio e il mondo
per spiegare l’imperfezione dell’uomo, l’uomo è imperfetto quindi non può provenire da Dio, se
provenisse da Dio dovrebbe essere perfetto come Dio. Perché Dio ha creato l’uomo, a questa domanda
gli gnostici rispondono, Dio non aveva bisogno dell’uomo, perché ha creato l’uomo risponde Ireneo,
ha creato l’uomo per amore e per depositare in lui tutti i suoi doni di Grazia, l’uomo è dunque il
destinatario dei doni di grazia di Dio, perché non lo ha fatto perfetto? Il solo perfetto è Dio, l’uomo è
una creatura fatta da Dio, Dio lo ha fatto a sua immagine e somiglianza perché potesse divenire
perfetto, potesse progredire, l’uomo può diventare perfetto, può progredire l’uomo infatti è dotato di
ragione e di libertà, di libero arbitrio e per questo anche di responsabilità, è dotato dunque di ragione,
di libero arbitrio, di responsabilità, tale uomo creato a immagine e somiglianza di Dio che ha libertà
ragionevolezza e responsabilità è dotato di anima corpo e spirito, non è solo anima come sostengono
gli gnostici ne solo spirito, ne sola carne, perché questi sono elementi dell’unico uomo, l’uomo è
composto di anima corpo e spirito, questo in sintesi quanto abbiamo appena detto. Dato che l’uomo
è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, e conserva l’immagine ma perde la somiglianza e
può progredendo recuperare la somiglianza. Ireneo dice che l’immagine è legata al Figlio, l’eikon è
legata al Figlio, perché Ireneo dice che Dio Padre ha creato con le sue due mani Figlio e Spirito Santo
l’immagine è stata plasmata dal Figlio, la somiglianza invece dallo SS, lo Spirito Santo ti permette
di recuperare la somiglianza. La salvezza che Cristo Gesù ha portato nel mondo con la sua morte e
risurrezione è una salvezza che riguarda tutto l’uomo che è fatto di anima, spirito e corpo e non solo
di una sola parte.

12 dicembre

8
Abbiamo iniziato questa lezione con un passo tratto dal V libro dell’Adversus Haereses di Ireneo di
Lion. Continuiamo con Ireneo e poi con Ippolito e le scuole cristiane.
Dottrina della Ricapitolazione, troviamo nel manuale a partire da pag. 320 proprio dal manuale
leggeremo alcuni passi tratti da Adversus Haereses dal III e V libro. Innanzitutto diciamo che in
Ireneo di Lion, la parola economia ha due significati, al singolare indica la volontà di Dio, il progetto
salvifico che Dio ha per l’uomo, e che realizza nella storia salvifica, al plurale le economie divine
indica invece gli interventi storici provvidenziali, nella storia universale e nella storia personale di
ogni uomo. Il Verbo incarnato ricapitola l’umanità nel senso che in Lui nuovo Adamo viene restaurato
il vecchio uomo, abbiamo appena fatto riferimento al passo tratto dal V libro, laddove leggevamo che
il Verbo di Dio si fa uomo rendendo se stesso simile all’uomo e l’uomo simile a sé, attraverso la
somiglianza con il Figlio e se prima questo non era ancora possibile perché il Figlio non si era ancora
incarnato, dopo l’incarnazione l’uomo può rivedere in Cristo che è la sua immagine, la vera
somiglianza, quella che aveva perso per il peccato del primo Adamo. Cristo Gesù dunque è il nuovo
Adamo, che ricapitola tutta l’umanità nel senso che in Lui viene restaurato il vecchio uomo, il
riferimento naturalmente è alla lettera agli efesini, 1 cap vv 9-10 Dio ci ha fatto conoscere il mistero
della sua volontà secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito quello di ricapitolare
in Cristo tutte le cose. La ricapitolazione dunque a cui fa riferimento Ireneo è da intendersi in una
vera e propria restaurazione, Cristo porta dunque in se tutta l’umanità, assume la nostra natura umana
per restaurarla. Il Figlio di Do si fa uomo assumendo in se stesso l’antica opera modellata e in questo
modo mostra all’uomo la rassomiglianza, se ci ricordate abbiamo parlato dell’immagine e della
somiglianza, l’uomo perde la somiglianza ma non l’immagine, nell’uomo Gesù l’uomo si vede e
riconosce il suo modello perché quando Dio Padre ha fatto l’uomo con le sue due mani, il Figlio e lo
Spirito Santo aveva come modello a cui rifarsi il Figlio, e quindi l’uomo incontrando Cristo Gesù e
specchiandosi nell’uomo Cristo Gesù si rivede, vede il suo prototipo il suo modello e quindi attraverso
la morte e la risurrezione Cristo Gesù permette all’uomo di essere nuovamente riconciliato con il
Padre. Nel manuale trovate diversi riferimento ad Adversus haereses, siamo a pagina 327( Peters) al
III libro : Il Signore ha ricapitolato in se stesso tutte le genti disseminate fin dal tempo di Adamo e
tutte le lingue e generazioni umane insieme ad Adamo stesso….continua con la lettera agli Efesini, la
ricapitolazione, nel manuale pag. 327: Il Verbo di Dio ricapitola in sé tutte le cose che sono nei cieli…
Potete leggere tutti gli altri passi e a conclusione del capitolo che riguarda Ireneo trovate
un’appendice, che riguarda le tentazioni di Gesù nell’interpretazione di Giustino e di Ireneo (pag.
349) l’invito a leggere anche questa parte per comprendere quali possano essere le somiglianze tra
Giustino e Ireneo.
Consiglio per chi volesse approfondire Ireneo, il primo dei teologi, a partire dall’Adversus Haereses,
la lettura dello stuDio dal titolo Consonantia Salutis, studi su Irene di LIon a cura di Enrico Cattaneo
e Luigi Longobardo, Pozzo di Giacobbe, collana Oi Christianoi, I vol. Qui trovate diversi apporti in
modo particolare trovate il problema delle fonti ecclesiasitche di Ireneo…ecc L’idea del Pleion nella
riflessione Morale, l’antropologia ( apostolo Paolo ) la metafisica, la traduzione latina, Ireneo fonte
della cristologia per il CCC. (Catechismo Chiesa Cattolica)
Ippolito (pag. 395)
E’ un personaggio assai controverso, diciamo che se con Ireneo ci troviamo nell’ambito dell’esegesi
indiretta, quella che interpreta la Scrittura per finalità non intrinseca ma estrinseca, cioè per portare
in appoggio alle argomentazioni di contenuto dottrinale il conforto di passi scritturistici stralciati dal
contesto originario. Con Ippolito ci ritroviamo invece dinanzi alla letteratura esegetica vera e propria.
Perché Ireneo in realtà usa la Scrittura
per confutare la dottrina gnostica, e lo fa nell’Adversus haereses. Ippolito è un vero e proprio esegeta
cristiano, della sua vita sappiamo pochissimo, abbiamo alcune testimonianza ad esempio Eusebio nel
VI libro della sua Historia Ecclesiastica, ci presenta Ippolito e Origene, a Origene Eusebio ha dedicato
tutto il VI libro della Historia Ecclesiastica, dice che Ippolito era a capo di una chiesa, ma non dice
quale, e da l’elenco delle sue opere, Girolamo nel De Viris Illustribus, dichiara anch’egli di non sapere

9
quale sia la città di Ippolito, queste informazioni ci lasciano diversi dubbi, non sappiamo in quale
regione collocare Ippolito. Sappiamo appunto dell’elenco di queste opere, abbiamo però altre fonti,
due di provenienza romana, il cronografo del 354 e un epigramma di papa Damaso che menzionano
un Ippolito martire, il cronografo del 354 ci dice che Ippolito sarebbe morto in Sardegna nel 235,
sepolto però a Roma sulla via Tiburtina, la seconda fonte, l’epigramma di papa Damaso, ci da un’altra
notizia e cioè che Ippolito avrebbe aderito allo scisma di Novaziano ma avrebbe ritrattato prima di
morire. Queste le informazioni che abbiamo non chiare e contraddittorie. La produzione letteraria di
Ippolito appare però abbondante, in prevalenza troviamo scritti esegetici riguardanti l’AT. Abbiamo
detto che se Ireneo si serve della Scrittura in maniera indiretta per confutare la dottrina gnostica con
Ippolito abbiamo delle opere esegetiche vere e proprie dell’AT che ci lascia, davvero interessanti. Ma
a queste fonti a cui abbiamo fatto riferimento si aggiunge, un altro elemento in modo particolare
nell’800. Un elemento che però fa riferimento a una statua rinvenuta mutila nel 1500 nell’area
cimiteriale di Sant’Ippolito a Roma, attualmente è esposta all’ingresso della biblioteca vaticana.
Questa statua in un primo momento viene attribuita ad Ippolito, mancante della testa, perché nel
basamento di questa statua ritroviamo oltre al computo pasquale a partire al I anno di Alessandro
Severo 222 235, sul montante destr della statua sono incisi i titoli di alcune opere di Ippolito. Quei
titoli che troviamo nella Historia Ecclesiasitca di Eusebio di Cesarea, la statua venne poi restaurata e
venne subito attribuita a Ippolito, rappresentava per gli stuDiosi Ippolito. Nel 1842 è stata ritrovata
un’opera di confutazione antieretica in 10 libri mancante dei primi 3, nel manoscritto di quest’opera
riportava Origene, e quindi in un primo momento fu attribuito ad Origene, scartata questa ipotesi, è
stato fatto subito il nome di Ippolito, perché l’autore menzionava altre sue opere, l’opera ritrovata
aveva come titolo Elencho, e forniva diversi elementi autobiografici dell’autore che sarebbe stato un
fiero oppositore del vescovo di Roma Callisto. Questa ricostruzione sia della statua ritrovata mutila
nel 1500 e poi restaurata e attribuita a Ippolito e questa opera rinvenuta nel 1842, hanno permesso
agli stuDiosi di ricostruire la figura di Ippolito. Nel 1947 Paul Notan un francese, fece notare le
divergenze dottrinali tra Elenchos e un’opera di carattere omiletico di Ippolito dal titolo contro Noeto,
Noeto di Smirne è un monarchiano, e contro di lui ha scritto Ippolito. Paul Notan che rileva le
differenze dottrinali tra Èlenchos e Contra Noetum, divide il corpus ippoliteo in 2 grandi blocchi,
innanzitutto i titoli delle opere che sono riportati nel montante destro della statua, raffigurante Ippolito
e dall’altra parte invece, l’altro blocco di opere formato da tutte quelle opere che venivano tramandate
sotto il nome di Ippolito. Successivamente siamo nel secolo scorso, Margherita Guarducci ha scoperto
che la statua precedentemente intesa come statua di Ippolito ha scoperto che quella statua raffigurava
una figura femminile, questa ricostruzione naturalmente, non ha portato nessuna soluzione alle
diverse difficoltà della figura di Ippolito però ha permesso di studiare meglio le opere, sono diverse
le opere a cui noi possiamo far riferimento, vi elenco solamente quelle che trovate nel manuale:
l’anticristo, un0opera edita dalle dehoniane di Bologna a cura di Enrico Norelli, in cui ritroviamo
diversi elementi che ci permettono di comprendere in che senso Ippolito parli dell’anticristo, poi i
trattati esegetici che sono diversi, commenti a Daniele al Cantico dei Cantici, e un’opera che per
diversi secoli è stata attribuita a Ippolito ma che oggi chiaramente definiamo dello Pseudo Ippolito e
cioè la Traditio Apostolica. Noi studieremo in particolare quest’opera, è molto importante perché
ritrovate diversi elementi sia della nostra liturgia, come anche delle preghiere per ordinazioni
presbiteriali, diaconali episcopali e che riguardano anche la preghiera della sera. In questa collana di
testi patristici della Città Nuova, trovate la possibilità di leggere quest’opera , composta 43 capitoli
con un prologo e un epilogo, ne prologo non si fa menzione ne dei destinatati ne dell’autore. Possiamo
dire che la traditio apostolica è formata da 3 grandi blocchi, un primo blocco nel quale ritroviamo dei
rituali delle istituzioni ecclesiali, un secondo blocco che riguarda il catecumenato e un terzo blocco
che riguarda le regole per la comunità.
Partiamo dal primo blocco, i rituali delle istituzioni ecclesiali: dal secondo al quattordicesimo
paragrafo, innanzitutto parla subito dei vescovi, sia ordinato vescovo colui che è stato scelto da tutto
il popolo che è irreprensibile, quando sarà stato fatto il suo nome ed sarà bene accetto, il popolo si
radunerà insieme con i presbiteri e con i vescovi presenti nel giorno di domenica. Col consenso

10
unanime gli impongano le mani e i presbiteri assistano senza far nulla, tutti tacciano e preghino in
cuor loro per la discesa dello Spirito. Uno dei vescovi presenti a richiesta di tutti imponendo la mano
sull’ordinando preghi dicendo e segue la preghiera…
Quali sono le caratteristiche di questo secondo paragrafo, innanzitutto che il vescovo è scelto tra il
popolo deve essere irreprensibile, il popolo si radunerà insieme per l’ordinazione con i presbiteri e i
vescovi nel giorno di domenica, il giorno del sole (Giustino), il giorno della creazione, il giorno della
redenzione, della risurrezione. La preghiera di ordinazione è recitata da uno dei vescovi che viene
scelto appositamente; subito dopo al IV par. segue una preghiera di rendimento di Grazie, si tratta
della preghiera eucaristica che anche noi oggi recitiamo oggi nelle nostre eucaristie, si tratta della
seconda preghiera eucaristica. Dopo che è stato fatto vescovo tutti gli diano il bacio della pace
salutandolo è diventato degno.
I diaconi gli presentino l’offerta ed egli imponendo le mani su di essa con tutti i presbiteri rendendo
grazie dica: ( nella prima apologia di Giustino abbiamo letto sia il capitolo riguardante il battesimo,
sia l’eucaristia e li abbiamo guardato tutta la descrizione dell’eucaristia così come veniva celebrata
al tempo di Giustino). Qui troviamo innanzitutto il prefazio Il Signore sia con voi, e con il tuo Spirito,
in alto i cuori sono rivolti al Signore, rendiamo grazie al Signore, è cosa buona e giusta, e quindi ti
rendiamo grazie o Dio per mezzo del tuo diletto Figlio Gesù Cristo che negli ultimi tempi hai inviato
a noi come Salvatore redentore e messaggero della Tua Volontà, Egli è il tuo Verbo inseparabile,
(ritorneremo su questa espressione) per mezzo del quale hai creato tutte le cose e fu di tuo gradimento
che hai mandato dal cielo nel seno di una vergine, che ha accolto nel grembo, si è incarnato e si è
manifestato come tuo Figlio, nato dallo SS e dalla vergine, La preghiera Eucaristica II è legata al
prefazio, troverete le stesse parole. Per compiere la tua volontà e acquistarti un popolo santo, Egli
stese le mani nella passione per liberare dalla sofferenza coloro che confidano in te, mentre si
consegnava liberamente alla passione per distruggere la morte, spezzare le catene del demonio,
calpestare l’inferno, illuminare i giusti, fissare la norma e manifestare la resurrezione, (prima
epiclesi )preso il pane ti rese grazie e disse, prendete e mangiatene questo è il mio corpo che sarà
spezzato per voi. Questa è l’anafora eucaristica più antica che possediamo perché siamo nel III secolo
e quindi la II preghiera eucaristica che preghiamo durante le nostre celebrazioni è la più breve di tutti
ma è la più antica. Allo stesso modo fece col calice, dicendo, questo è il mio sangue che sarà versato
per voi, quando fate questo, voi fate la mia memoria, ricordando dunque la sua morte e la sua
risurrezione, ti offriamo il pane e il calice e ti rendiamo grazie, per averci fatti degno di stare alla
tua presenza e di renderti culto, di inviare il tuo Spirito Santo. Questa è la seconda epiclesi, la prima
epiclesi che viene invocate sul pane e sul vino perché diventi corpo e sangue di Cristo, la seconda
epiclesi che viene invocata invece sull’assemblea. (seconda epiclesi) Ti preghiamo di inviare il tuo
SS sull’offerta della santa chiesa unendo in una sola cosa, dona a coloro che partecipano a questi
misteri, la pienezza dello SS. Per confermare la loro fede nella Verità, affinché ti lodiamo e ti
glorifichiamo per Gesù Cristo tuo Figlio, per il quale, Gloria e Onore a te con lo Spirito Santo, nella
tua Santa Chiesa, ora e nei secoli dei secoli Amen. Epiclesi è l’invocazione dello Spirito Santo.
Nella preghiera eucaristica è Perché diventino un solo corpo.
Questa anafora è la più antica, il testo è lineare e semplice, in questa anafora potremmo ritrovare
elementi presenti nella Didachè e in modo particolare nelle omelie pasquali. Potete ritrovare gli
elementi che metteremo in luce, nelle due preghiere di rendimento di grazie che abbiamo evidenziato
nella Didachè al IX e X capitolo e nelle omelie pasquali ad esempio di Melitone di Sardi, ma potete
leggere anche l’omelia pasquale dello pseudo Ippolito. Un espressione che potete rilevare, la
dipendenza dalle omelie pasquali di Melitone di Sardi e dello Pseudo Ippolito, è l’espressione il TUO
VERBO INSEPARABILE, che abbiamo letto poco fa. Che cosa rimarca questa espressione?
Innanzitutto l’unità tra il Verbo e il Padre, e unisce la pasqua ebraica alla pasqua cristiana, la prima
parte in Melitone di Sardi riguardava la pasqua giudaica, attraverso l’analisi esegetica di Esodo 12, e
poi successivamente nella seconda parte, il riferimento alla pasqua cristiana e il riferimento
all’agnello, alla pecora e così via.

11
Il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia è introdotto in modo originale, perché la parole
dell’istituzione sono l’ultima parte dell’azione di grazie e sono riferite dopo un elenco di atti
soteriologici, mentre si consegnava liberamente alla passione per distruggere la morte, spezzare le
catene del demonio, calpestare l’inferno, fissare la norma e manifestare la resurrezione preso il pane
ti rese grazie e disse……L’epiclesi merita un rilievo perché sull’oblazione del pane e del vino è
invocato lo SS come sull’assemblea riunita, così come ho già detto. Possiamo ritrovare 3 parti in
questa anafora, innanzitutto un rendimento di Grazie, voi sapete bene che la parola eucaristia significa
rendimento di grazie per tutta l’opera salvifica che Dio ha compiuto dalle origini fino alla pienezza
dei tempi quando ha mandato il suo Figlio, il Verbo inseparabile, certo in questa anafora non
ritroviamo descritta tutta l’economia salvifica, la ritroveremo nella IV preghiera eucaristica attuale,
fino a Cristo che si incarna nel seno della Vergine Maria e viene ad attuare la restaurazione
dell’umanità. Quindi prima parte: rendimento di grazie e racconto dell’istituzione; seconda parte,
rendimento di grazie per la celebrazione, terza parte epiclesi e dossologia, l’epiclesi in una doppia
forma, la prima sulle offerte del pane e del vino, la seconda sulla assemblea riunita, e poi la dossologia
finale: Ti lodiamo ti glorifichiamo per Gesù Cristo tuo Figlio per il quale Gloria e Onore a te con lo
Spirito Santo nella tua santa chiesa ora e nei secoli, amen. La nostra dossologia finale invece è quella
che conclude al preghiera eucaristica, Con Cristo per Cristo e in Cristo…e noi affermiamo insieme
l’amen che indica il consenso unanime a quanto il celebrante ha proclamato a nome di tutta
l’assemblea. Ancora perché quest’opera si denomina traditio apostolica, in che senso, diciamo che la
nozione di tradizione così come la sostiene l’autore, non è riscontrabile in altri autori della fine del II
secolo. Ireneo ribadiva che la tradizione conservata nella Chiesa, per mezzo della catena ininterrotta
dei vescovi e dei loro successori, quindi se dobbiamo parlare di tradizione apostolica dobbiamo fare
riferimento agli apostoli e ai vescovi che sono successori degli apostoli. E quindi al magistero che gli
apostoli e i successori degli apostoli tramandano di secolo in secolo. L’autore della Traditio suppone
invece l’esistenza di una tradizione i cui referenti sono gli apostoli e la Traditio contiene norme
istituzionali riferenti agli apostoli, la traditio dunque non fa riferimento alle scritture ma agli apostoli.
Ireneo nelle Adversus haereses al III libro scrive: Se gli apostoli non ci avessero lasciato alcuna
Scrittura non sarebbe allora necessario seguire l’ordine della tradizione che essi hanno trasmesso a
coloro ai quali affidavano le chiese? Proprio a questo ordine hanno dato il loro consenso molti popoli
barbari che hanno creduto in Cristo. L’autore della Traditio intende mettere per iscritto delle norme
liturgiche, che sono state già consegnate fino a lui in maniera orale e da lui in poi in maniera scritta.
Vi ricordare che Papia di Gerapoli parlava della tradizione orale e poi della traditio scritta. E dava
maggior rilievo alla trasmissione orale dei loghia di Gesù che non alla traditio scritta, fino allo pseudo
Ippolito della Traditio Apostolica, in realtà esistevano delle norme liturgiche che si tramandavano
solo per via orale, dalla traditio apostolica in poi abbiamo invece delle norme liturgiche istituzionali
che vengono invece tramandate per via scritta e quindi diventano normative per la chiesa. La chiesa
infatti secondo la traditio apostolica si presenta con due facce, da una parte la gerarchia. Io ho fatto
riferimento ai vescovi, ma ora ritroveremo pure i presbiteri e i diaconi, la triade gerarchica, così come
ci veniva presentata da Ignazio di Antiochia. La stessa gerarchia ecclesiastica presentataci da Ignazio
di Antiochia, non la ritroviamo in altri autori dei primi II secoli ma così come ce la presenta la traditio
apostolica sembra quasi chiara, la triade gerarchica. Accanto a questa triade c’è una comunità
radunata dallo Spirito Santo, e questo è molto importante perché lo ritroviamo in modo particolare
nella anafora eucaristica appena letta, su questa assemblea riunita viene invocato lo Spirito Santo,
perché la comunità possa essere un solo corpo, una sola cosa. La preghiera di ordinazione del vescovo
che è contenuta proprio all’inizio della traditio apostolica, è formata da 2 parti, nella prima parte è
ripresa l’idea che Dio è il creatore e che in lui tutto è stato fatto. Lui stesso ha istituito il culto per
questo viene ricordata ad esempio, la figura di Abramo, e poi vengono elencati i compiti specifici del
vescovo. Leggiamo questa preghiera.
« Dio e Padre di nostro Signore Gesù Cristo, Padre delle misericordie, Dio di ogni consolazione che
abiti nell’alto dei cieli e guardi ciò che è umile, che conosci tutte le cose prima ancora che esistano,
che hai dato le leggi alla Chiesa per mezzo della parola della tua grazia, che fin dal principio hai

12
predestinato la razza dei giusti discendenti da Abramo e hai istituito capi e presbiteri e provveduto
a che il tuo culto non mancasse mai di ministri, che sin dall’inizio dei tempi ti sei compiaciuto di
essere glorificato da coloro che hai scelto:
Fin dall’inizio tu hai voluto che alcuni ministri ti glorificassero
effondi ora la potenza – che solo da Te può venire – dello Spirito sovrano che tu hai dato al tuo
diletto Figlio Gesù Cristo e questi ai santi apostoli, i quali fondarono in ogni luogo la Chiesa come
tuo santuario a gloria e lode eterna del tuo nome. Concedi, Padre che conosci i cuori, a questo servo
che hai scelto per l’episcopato, di pascolare il tuo santo gregge, di esercitare, in maniera
irreprensibile e in tuo onore, la massima dignità sacerdotale stando al tuo servizio giorno e notte, di
rendere il tuo volto incessantemente propizio, di offrirti i doni della tua santa Chiesa, di avere, in
virtù dello Spirito del sommo sacerdozio, il potere di rimettere i peccati secondo il tuo comando, di
distribuire i compiti secondo la tua volontà e di sciogliere ogni legame in virtù del potere che hai
dato agli apostoli, di esserti accetto per la mansuetudine del suo spirito e la purezza del suo cuore,
di offrirti il profumo della soavità, per mezzo di Gesù Cristo tuo Figlio, per il quale hai gloria,
potenza e onore, Padre e Figlio con lo Spirito Santo, ora e nei secoli dei secoli. Amen ». Si conclude
sempre con la dossologia. Dopo la preghiera di ordinazione dei vescovi abbiamo i presbiteri, trovate
anche i diaconi e poi i confessori, le vedove e vengono elencati i ministeri laicali, che nella chiesa poi
si sono abbandonati, e sono stati ripresi dopo il CVII, sappiamo molto bene che oggi c’è un ordine
delle vedove e un ordine delle vergini, il lettore, le vergini, il suddiacono coloro che hanno i doni
della guarigione, e poi vengono elencati coloro che possono accedere al catecumenato, la parte che
riguarda il catecumenato e quindi coloro che si preparano a ricevere il battesimo è di fondamentale
importanza. Fermiamo la nostra attenzione a questa parte che riguarda il catecumenato, il
15°paragrafo
Coloro che si presentano per la prima volta ad ascoltare la parola, siano subito condotti alla
presenza dei dottori, prima che il popolo arrivi, e sia loro chiesto il motivo per cui si accostano alla
fede. Coloro che li hanno condotti testimonino se sono in grado di ascoltare. Siano interrogati sul
loro stato di vita: Hanno moglie? Sono schiavi? Sono interrogati non solo coloro che si presentano
per accedere al catecumenato ma anche dei testimoni, chi può accedere? In questa parte vengono
esposti chi non può accedere.
Si esaminino i mestieri e le occupazioni di coloro che sono condotti a ricevere l’istruzione. Se uno
gestisce un postribolo, smetta o sia rimandato. Se uno è scultore o pittore, gli si dica di non
rappresentare idoli: smetta o sia rimandato. Se uno è attore o dà rappresentazioni in teatro, smetta
o sia rimandato. È bene che chi insegna ai fanciulli smetta, ma gli si permetta di continuare se non
ha altro mestiere. L’auriga che gareggia o colui che prende parte ai giochi pubblici, smetta o sia
rimandato. Chi è gladiatore o insegna ai gladiatori a combattere, o è un bestiario che combatte nel
circo contro le fiere, o è un funzionario che si occupa dei giochi dei gladiatori, smetta o sia
rimandato. Chi è presbitero o guardiano di idoli, smetta o sia rimandato. Il soldato subalterno non
uccida nessuno. Se riceve un ordine del genere, non lo esegua e non presti giuramento. Se non
accetta tali condizioni, sia rimandato. Chi ha potere di vita e di morte o il magistrato supremo di una
città, smetta o sia rimandato. Il catecumeno o il fedele che vogliono dedicarsi alla vita militare siano
mandati via perché hanno disprezzato Dio. La prostituta, il lussurioso, il dissoluto e chiunque altro
faccia cose di cui non sta bene parlare, siano rimandati perché sono impuri. Il mago non sia ammesso
all’esame. L’incantatore, l’astrologo, l’indovino, l’interprete dei sogni, il ciarlatano, il falsificatore
di monete, il fabbricante di amuleti, smettano o siano rimandati. La concubina di un uomo di cui sia
schiava, se ha allevato figli e ha rapporti solo con il padrone, sia ammessa, altrimenti sia rimandata.
Chi ha una concubina smetta e prenda moglie secondo la legge; se non vuole, sia rimandato. Se
abbiamo compiuto delle omissioni, le stesse occupazioni vi suggeriranno il da farsi. Tutti, difatti,
abbiamo lo spirito di Dio. Vengono elencati mestieri e professioni per ammettere o rimandare, per
accedere al catecumenato. Poi segue la preghiera di coloro che ricevono le istruzioni, l’imposizione
delle mani sui catecumeni e il rito e l’amministrazione del battesimo, se qualcuno legge le apologie
di Giustino e ha letto anche la Didachè si rende subito conto che nella Traditio Apostolica ritroviamo

13
elementi nuovi, uno di questi è che il catecumenato dura 3 anni e questa la norma stabilita dalla
Traditio Apostolica dello pseudo Ippolito che ancora oggi vige per gli adulti che vogliono accedere
al catecumenato secondo il RICA, Iniziazione Cristiana degli Adulti, quindi il catecumenato è
previsto per 3 anni e nei 3 anni i catecumeni dovranno essere istruiti e ricevere l’imposizione delle
mani e poi riceveranno il battesimo nella notte di Pasqua.
Si ordini a coloro che devono ricevere il battesimo di prendere un bagno e di lavarsi il quinto giorno
della settimana. Se una donna ha le regole, venga messa in disparte e riceva il battesimo un altro
giorno. Coloro che devono essere battezzati digiunino il venerdì e si riuniscano il sabato in uno stesso
luogo, se-condo la volontà del vescovo. Vi ricordate la stessa prescrizione del digiuno l’abbiamo
ritrovata nella Didachè e li si diceva che il digiuno era prescritto non solo per i catecumeni ma anche
per il ministro e anche per la comunità.
Si ordini loro di pregare e di inginocchiarsi. Imponga loro la mano e ordini ad ogni spirito estraneo
di allontanarsi da essi e di non ritornare mai più.
Rito dell’esorcismo
Dopo l’esorcismo, soffi loro sul viso, segni loro la fronte, le orecchie, le narici e, infine, li faccia
alzare. Essi veglieranno tutta la notte ascoltando letture ed istruzioni. VEGLIA DI PASQUA Coloro
che devono ricevere il battesimo non portino con sé niente altro, se non ciò che ognuno porta per
l’eucaristia: è bene, difatti, che chi è ritenuto degno faccia allora l’offerta.
Finalmente possono accedere all’eucaristia, viene descritto il rito del battesimo e poi quello
dell’eucaristia e subito dopo al 25 paragrafo trovate la preghiera serale, il lucernario.
Quando il vescovo è presente, al sopraggiungere della sera il diacono porti la lucerna e, stando in
piedi in mezzo ai fedeli presenti, renda grazie. Dapprima il vescovo saluti dicendo: « Il Signore sia
con voi ». Il popolo risponda: « E con il tuo spirito » Nuovamente l’anafora, il rendimento di grazie
e poi successivamente, il riferimento ai diaconi, che come avevamo già visto in Giustino nella prima
apologia sono coloro che rendono partecipi della comunione eucaristica anche gli assenti. A
conclusione della traditio apostolica, trovate i tempi della preghiera e la spiegazione del segno di
croce. Quali sono i tempi della preghiera per il cristiano, voi sapete molto bene che ci si sofferma
molto sulla preghiera serale, notturna, al mattino e poi secondo l’ora sesta, nona.
Alla nona ora si preghi e lodi a lungo Dio, imitando il modo in cui l’anima dei giusti loda Dio che è
verità e che si è ricordato dei suoi santi e ha inviato il suo Verbo ad illuminarli. Perché fare il segno
di croce? Può servire ai catechisti.
Se sei tentato, segnati devotamente la fronte. Difatti, questo è il segno della passione, noto e
sperimentato contro il diavolo se lo fai con fede, cioè non per farti vedere dagli uomini, ma
opponendolo saggiamente come uno scudo. Infatti l’avversario, vedendo la forza del cuore dell’uomo
che manifesta all’esterno la propria somiglianza spirituale con il Cristo, fugge, spaventato non
dall’uomo, ma dallo spirito che è in lui. Questo raffigurava Mosè ungendo la soglia e gli stipiti delle
porte con il sangue dell’agnello pasquale immolato: simboleggiava, cioè, la fede che noi abbiamo
nell’Agnello perfetto. E in verità, segnandoci con la mano la fronte e gli occhi, allontaniamo colui
che tenta di annientarci.

Introduciamo adesso la scuola di Alessandria, siamo in Egitto, questa parte che riguarda le scuole,
prima la scuola di Alessandra e poi faremo la scuola di Antiochia. Il vescovo di Alessandria era il
primo tra i presbiteri (primus inter pares) e aveva la prerogativa di ordinare i vescovi di tutte e sedi
episcopali dell’Egitto, possiamo dire che con Demetrio vescovo di Alessandria si può finalmente
parlare di Episcopato monarchico cioè di un vescovo a capo di una chiesa locale, coadiuvato da un
collegio di presbiteri e da un gruppo di diaconi. Questa premessa ci fa comprendere che Alessandria
è il centro del Mediterraneo ma ha anche un’ importanza notevole per tutto l’Egitto, e quindi
certamente quanto avverrà successivamente lo vedremo con le diverse eresie o scismi è determinato
proprio dall’autorità che ha il vescovo di Alessandria rispetto a tutti gli altri vescovi. Ad Alessandria
era stata eseguita in modo graduale nel corso del II secolo AC la traduzione della Scrittura giudaica
in greco denominata della LXX settanta anziani. Filone che è attivo nel I secolo DC sovrappone al

14
significato letterale, il significato allegorico con contenuti cosmologici e psicologici, gli ascritti di
Filone che interpretano i passi dell’ AT in senso allegorico vengono subito apprezzati ad Alessandria
e in tutto l’Egitto e influenzano anche gli esegeti cristiani successivi che vengono sollecitati ad
integrare l’esegesi tipologica non quella di tipo filoniano. Noi abbiamo già parlato dell’allegoria,
quando abbiamo studiato Giustino e quando abbiamo studiato la lettera dello pseudo Barnaba,
abbiamo fatto riferimento all’interpretazione tipologica ma abbiamo anche accennato all’allegoria,
certamente Filone da avvio, all’esegesi allegorica dei passi dell’AT e quindi è un autore
importantissimo perché ci permette di comprendere poi in che senso gli esegeti cristiani posteriori a
Filone useranno l’allegoria per interpretare AT e NT.
Chi è Clemente, la Scuola di Alessandria in realtà nasce con Panteno. lo abbiamo incontrato quando
abbiamo studiato l’epistola a Diogneto e fu Henri Marrou, in quella sua ipotesi che abbiamo studiato
che aveva ipotizzato come autore dell’Epistola a Diogneto proprio Panteno. Panteno è il primo
direttore della scuola alessandrina si tratta di un siracusano che Clemente Alessandrino definisce l’ape
della Sicilia. Dopo Panteno succede Clemente. Lo ritroviamo ad Atene verso l’anno 150 e molto
probabilmente riceve la sua educazione proprio ad Atene. Non conosciamo le circostanze relative alla
sua conversione ma che viaggiò molto anche i Siria e Palestina ma giunto ad Alessandria rimane
colpito dalle lezioni di Panteno e decide di fermarsi ad Alessandria, verso il 200 succede nella
direzione dei catecumeni a Panteno. 3 anni più tardi è costretto ad abbandonare l’Egitto per non perire
nella persecuzione scatenata da Settimio Severo, esiliato in Cappadocia muore, senza fare più ritorno
in Egitto. La data della morte è circa nel 215. Clemente stesso dice di avere avuto maestri eccezionali,
tra questi appunto Panteno. Eusebio nella Historia Ecclesiastica al VI libro elenca le sue opere. Le
principali sono: il Protrettico ai Greci, che aveva lo scopo di convincere i suoi contemporanei della
futilità del paganesimo, il Protrettico è un’opera in cui Clemente invita ad accogliere la
rivelazione cristiana della quale è sottolineata la bellezza e la razionalità. Trovate nel manuale
anche il riferimento al Protrettico con alcune parti. Pag 426 del manuale Non abbiamo bisogno di
ricorrere ad altri autori greci e pagani, abbiamo studiato Taziano, e in lui abbiamo ritrovato questa
avversione nei confronti degli autori pagani e greci, anche qui in un certo qual modo Clemente deve
esaltare in Logos e quindi il cristianesimo la vera filosofia contro le filosofie pagane, quindi il
Protrettico ai greci ha questo intento di convincere i greci che la religione cristiana è la vera filosofia,
ha una sua razionalità, una sua bellezza. Al Protrettico dobbiamo aggiungere il Pedagogo, potrebbe
essere una continuazione del Protrettico, che contiene una introduzione alla fede cristiana, mentre il
pedagogo, costituisce una descrizione molto viva dell’educazione in diversi settori della vita
quotidiana. Stromateis, o Stromati, potrebbero essere quasi una trilogia ma non lo sono. I 3 libri del
Pedagogo sono invece una descrizione dell’educazione, il pedagogo è stato citato nel documento
educare alla vita buona del vangelo, orientamenti decennali dell’episcopato italiano. Il primo libro
del Pedagogo fornisce il ritratto del Pedagogo, che si occupa della vita pratica del cristiano, bisogna
guarire dalle passioni, questo è lo scopo della filosofia, quella stoica, qual è l’insegnamento che
fornisce il pedagogo, egli permette di guarire da tutte le malattie, è l’unico medico delle infermità
morali dell’uomo, e anche se usa il bastone non ha alcun disprezzo per nessun essere, perché nulla
esiste se Dio non gli da la causa della sua esistenza, il pedagogo usa anche le maniere forti, perché è
colui che attraverso la fortezza e la dolcezza permette al discepolo di comprendere la verità. E allora
vengono esaminati i comportamenti del discepolo nella vita quotidiana, vengono condannati per
esempio il riso sfrenato, il parlare con oscenità, il ridicolizzare gli altri, tutti comportamenti anche più
semplici della quotidianità. Certamente il Pedagogo è un’opera molto importante perché ci permette
di attingere anche al campo dell’educazione così come era intesa nel III secolo, così leggiamo nel III
libro, siamo a pag. 427 del manuale. Il rapporto tra Figlio e Padre, e immagine e somiglianza è più
volte rimarcato e abbiamo visto in Ireneo. Occorre recuperare la somiglianza con Padre che si è persa.
Stromateis è l’opera più lunga, significa tappezzerie, denominata così, sono le parole di Clemente:
sono un composito abbozzo delle idee che mi vengono alla memoria per caso, senza cura di
correggerle nell’ordine e nell’addizione anzi sparse a bella posta alla rinfusa come in un prato.
Troviamo diversi temi non ordinati, sono appunti del maestro per le sue lezioni. Come i fili del tappeto

15
i temi degli stromati si intrecciano dando l’impressione di un opera senza rigore senza ordine, in
quest’opera seppure disordinata, ritroviamo diversi temi molto importanti: il tema del Cristo
Salvatore che è protrettico che ci invita a convertirci, che si fa pedagogo e insegnante didaskalos, il
Logos dunque che è in tutto l’amico dell’uomo adopera un bel programma fatto per darci
un’educazione efficace, prima ci invita alla conversione, poi ci educa, poi ci insegna, per alcuni
stuDiosi la trilogia a cui facevo riferimento era formata da: protrettico, pedagogo e una terza opera
che non possediamo, denominata Didaskalos. Quindi lo stesso Logos è protrettico, pedagogo e
didaskalos. Oltre a queste 3 opere facciamo riferimento ad una omelia: Quale ricco si salverà su Mc
10. Questa omelia ci fa comprendere che Clemente intende la ricchezza e la povertà in senso
spirituale, non stanno nel non possedere nulla, ma nello spogliamento delle passioni dell’anima., la
qualità dell’anima, della fede, della speranza, dell’amore fraterno. I beni vanno condivisi e chi non
condivide i propri beni è un ingiusto, perché tutto quello che possediamo non è nostro ma ci è stato
donato, c’è un passo che dice che il ricco deve andare a ricercare il povero, in tutte le parti della terra,
perché nessun povero possa bussare alla sua porta ma possa condividere i beni che ha ricevuto
dall’alto.

10 gennaio 2018

Origene a pag. 438 del manuale Peter


Francesca Cocchini Origene, uno stuDio esegetico perché Origine è stato definito da Danielou il
genio del cristianesimo ma è un esegeta per eccellenza. Poi potete fare riferimento ad altri volumi, in
modo particolare ad un dizionario che trovate in bibliografia.
Le fonti più importanti a cui facciamo riferimento per Origene sono il libro VI della Historia
Ecclesiastica di Eusebio di Cesara, gli dedica un intero libro; poi il discorso di ringraziamento scritto
da un allievo riconoscente, poi una lettera a Gregorio scritta dallo stesso Origene, poi il profilo
biografico tracciato da Fozio. Se per tutti gli altri autori conosciamo pochissimo, di Origene possiamo
dire di avere diverse fonti, anche su Agostino d’Ippona.
Origene nasce molto probabilmente ad Alessandria tra il 183 e il 187 da una famiglia cristiana e perde
il Padre Leonida, o Leonide durante la persecuzione di Settimio Severo che ritroviamo in modo
particolare dal 179 al 203. L’amministrazione imperiale gli confisca il patrimonio e Origene dovette
dedicarsi all’insegnamento per sopravvivere e sostenere la sua famiglia, Origene aveva 17 anni
quando il Padre viene ucciso. In un primo momento gli viene affidata la scuola dei catecumeni ad
Alessandria che diresse per alcuni anni, alla scuola dei catecumeni, si affiancherà un’altra scuola, la
scuola teologica o didascaleion, possiamo dire che negli anni che vanno dal 203 al 231 nei quali
diresse la scuola di Alessandria, Origene si recherà in diverse città tra cui anche Roma e in modo
particolare in Palestina. Fu ordinato sacerdote a Cesarea proprio per questo secondo Eusebio il
vescovo di Alessandria Demetrio, mosso dall’invidia convocherà un sinodo nel quale scomunicherà
Origene. Nel 231 un altro sinodo lo deporrà dal ministero sacerdotale. Alla morte di Demetrio nel
232 Origene, ritornerà ad Alessandria, ma il successore di Demetrio, rinnoverà la scomunica, di fronte
a una tale situazione Origene lascerà Alessandria e si recherà a Cesarea di Palestina e li continuerà
la sua vita accademica e culturale. Riceverà tante altre scomuniche. Verso il 400 Epifanio di Salamina
lo condannerà in un sinodo che ebbe luogo vicino Costantinopoli, il papa Anastasio fece lo stesso in
una lettera pastorale. Il concilio di Costantinopoli del 543 pronuncerà 15 anatemi contro Origene, che
verranno poi sottoscritti anche da papa Vigilio. Per comprendere la vita e la dottrina di Origene è
importante conoscere le opere. Secondo Epifanio, Origene avrebbe scritto 6000 opere, ma la maggior
parte di queste opere non sono da noi possedute ne conosciute. Altre le possediamo nella versione
latina e non nell’originale greco. La lista più completa delle opere di Origene ci è tramandata da
Girolamo nell’epistola 33. La maggior parte delle sue opere riguardano la Scrittura e quindi l’esegesi
di libri della Scrittura. Ma prima di addentrarci nelle opere di Origine, parliamo di un tentativo che
Origene ha compiuto per poter trovare la lezione migliore del testo biblico, redigerà la cosiddetta
Exapla. In questo testo Origene riporta in 6 colonne parallele da sx a dx il testo della bibbia in caratteri

16
ebraici, nella traslitterazione in greco, nella traduzione greca di Aquila, e di Simmaco, nella
traduzione della LXX e nella traduzione greca di Teodozione. Queste sono le 6 traduzioni che riporta
nelle 6 colonne. Questi sono i 6 testi che riporta Origene parallelamente in modo tale da poter scorgere
le differenze le aggiunte e le omissioni. Come le rileva le aggiunte e le omissioni? La traduzione dei
LXX quinta colonna, è la traduzione di riferimento, se andare a leggere i diversi commentari di
Origene, vi rendete conto che riporta la traduzione deo LXX ma fa riferimento alla traduzione di
Aquila, di Simmaco e di Teodozione e li c’è anche la differenza. Ma nell’Exapla che non possediamo
più ma abbiamo dei frammenti, nella colonna dei LXX riporta dei segni diacritici e sono l’asterisco
e l’obelo, (un meno con 2 punti) a cosa servono questi due segni diacritici, con l’obelo Origene segna
le aggiunte che ritrova nella LXX rispetto al testo ebraico, con l’asterisco invece segna le lacune
presenti rispetto al testo ebraico.
L’opera Exapla era conservata nella biblioteca di Cesarea fino alla scomparsa dovuta all’invasione
araba del 638, perché Origene redige quest’opera, per evitare che la polemica contro gli ebrei non
arrivasse a un punto morto, bisognava discutere non sui passi mancanti nella bibbia ebraica ma al
contrario su quelli che c’erano, questo testo sinottico doveva servire ad appianare le divergenze tra
gli esemplari dell’AT ricorrendo come criterio alle altre traduzioni. Questo è molto importante perché
ci fa notare soprattutto l’esistenza di diverse traduzioni in greco che Origene prende in considerazione
e li mette sinotticamente l’uno accanto all’altro per evidenziare appunto le differenze o le aggiunte o
le lacune. Quest’opera che noi non possediamo è sicuramente un’opera straordinaria, perché permette
a Origene di comprendere il testo biblico non sono nell’originale ma anche nelle diverse traduzioni,
A partire da questo testo ha redatto tutti i commentari, all’AT e NT. Prima di passare ad analizzare
alcune opere, possiamo certamente comprendere innanzitutto l’opera più importante, un’opera
complessiva in 4 libri, in cui Origene tratta i principi fondamentali della fede cristiana, tanto che la
intitola Peri archon, De Principiis, i principi. In quest’opera in 4 libri ritroviamo presentati i principi
fondamentali della dottrina cristiana, potremmo dire quasi un’opera di teologia sistematica, Origene
cerca di dare una base scientifica in modo tale che la fede cristiana sia accessibile, non solo ai semplici
ma anche ai colti, e quindi anche ai filosofi. Il de Principiis cerca di coprire tutto l’arco della storia
della salvezza, iniziando da Genesi, dalla Creazione. Queste sono le tematiche affrontate, innanzitutto
Dio che è Padre Figlio e Spirito Santo. La creazione e quindi la caduta a causa del peccato, Mosè e i
profeti il tempo dell’AT, l’incarnazione del Logos, la risurrezione di Gesù, la chiesa e quindi
passiamo al tempo della chiesa, la Scrittura ispirata dallo SS siamo nel IV libro e per concludere la
Parusia. Subito nella prefazione a questi 4 libri Origene afferma esplicitamente l’intenzione di
rimanere dentro i limiti dell’ortodossia anche se leggendo i 4 capitoli, i 4 libri ci rendiamo conto
subito anche delle questioni aperte che egli stesso lascia, questioni aperte di cui per esempio non
troviamo soluzioni nemmeno nella Scrittura. Queste questioni aperte per Origene sono l’occasione
per la ricerca e per formulare altre ipotesi, che ci possano far giungere a Dio e quindi conoscere il
mistero di Dio. Vi leggo alcuni passi tratti dal IV libro del De Principiis, laddove si parla proprio
della Scrittura e della interpretazione della Scrittura, quando vedremo la dottrina esegetica origeniana,
vedremo che è tratta proprio da questo IV libro.
Dopo aver parlato brevemente dell’ispirazione divine delle Scritture, è necessario esaminare il
criterio con cui esse debbono essere lette e interpretate, perché molti errori sono stati provocati
dall’incapacità di molti di comprendere come si debba esaminare il testo sacro. Il criterio sta
nell’interpretazione della Scrittura, infatti gli ignoranti e i duri di cuore fra i Giudei non hanno
creduto nel nostro Salvatore, perché si sono attenuti al senso letterale delle profezie fatte su di lui, e
non lo hanno visto né annunziare in maniera sensibile la liberazione dei prigionieri (Is. 61,1), né
edificare quella che essi ritengono essere la vera città di Dio (Ez. 48,15ss?) il problema sta
innanzitutto nell’avere interpretato le profezie veterotestamentario solo dal punto di vista letterale.
Vedremo che cosa intende per senso letterale, 2. Il motivo per cui tutti costoro che abbiamo ricordato
hanno concezioni sbagliate empie e volgari sulla divinità non deriva da altro che da incapacità di
interpretare spiritualmente la Scrittura, che viene accolta soltanto secondo il senso letterale. E’
passato al secondo livello che poi è anche terzo, alcuni sbagliano perché interpretano solo dal punto

17
di vista letterale, oltre a questo Origene dice c’è un senso spirituale, perciò a quanti sono convinti che
i libri sacri non sono stati scritti da uomini ma sono giunti a noi composti per ispirazione dello SS,
per volere del Padre di tutti e per opera di Gesù Cristo, noi dobbiamo esporre secondo la nostra
modesta capacità quel che ci pare il contrario di interpretazione, attenendoci alla norma della chiesa.

Tutti, anche i più semplici di coloro che aderiscono alla parola, credono che alcune delle verità
rivelate dai libri sacri sono piene di mistero: quali essi siano le persone assennate e modeste
ammettono di non sapere. Se uno li interrogasse intorno all’unione di Lot con le figlie (Gen. 19,30ss),
alle due mogli di Abramo (Gen. 25), alle due sorelle andate spose a Giacobbe (Gen. 29,21ss), alle
due schiave che da lui hanno generato (Gen. 30), non risponderebbero altro che questi son misteri
che noi non riusciamo a comprendere. Vedete Origene riprende alcuni passi molto complessi e se io
interpreto questi passi soltanto dal punto di vista letterale io troverò tante difficoltà: Quando leggono
la costruzione del tabernacolo (Es. 25ss), convinti che ciò che è scritto ha valore simbolico, cercano
a quale significato riesca loro di adattare ciascuno dei particolari detti del tabernacolo: là dove
credono che il tabernacolo è simbolo di qualcosa, essi non sbagliano. Vedremo in che senso Origene
intende il livello letterale e il livelli spirituale che Origene chiama livello allegorico. Certamente il
De Principiis e questo IV libro ci fa comprendere i principi fondamentali della dottrina cristiana ed
esegetica, ma nello stesso tempo ci fa comprendere così come abbiamo visto dalla prefazione quanto
sia importante rimanere legati alla ortodossia della chiesa e quindi non staccarsi dalla dottrina
ufficiale della chiesa, tanto che in una delle parti di quest’opera tratta proprio della chiesa. Un’altra
opera molto importante di Origene è costituita certamente dai commentari, a tutto l’AT e NT. La
dottrina esegetica però è collegata intimamente alla dottrina teologica, perché non c’è dicotomia tra i
testi della Scrittura e la sua teologia, Origene è stato definito anche il mistico per eccellenza, è
un’esegeta, il genio del cristianesimo e il mistico, perché egli rimane fedele alla regula fidei del
tempo così come abbiamo detto nel De Principiis, e partendo da questa con l’aiuto della ragione, della
Scrittura e della propria esperienza spirituale conduce la sua ricerca senza pretendere di dogmatizzare.
Anche la sua esegesi è sempre propositiva mai dommatica, non impositiva ma propositiva, si evince
da diversi termini, un termine in greco che ritroviamo per esempio nell’esegesi scritturistica è TAKA
un avverbio che significa FORSE. Io a te lettore propongo questa interpretazione, potrebbe essere la
migliore, poi forse te ne proporrò un’altra e poi un’altra. Per Origine la Parola di Dio è
inesauribilmente feconda, può essere interpretata diversamente, in maniera molteplice da lettore. Il
vero interprete però è il LOGOS è Cristo. Contro i marcioniti Origene afferma al bontà del creatore
e la sua identità con il Padre di Gesù come pure la concordanza dei due testamenti, nei confronti dei
valentiniani, gli gnostici, afferma il libero arbitrio, la responsabilità personale, il rifiuto di una
predestinazione vista come legge di natura. In contrasto con i docetisti, afferma l’umanità autentica
assunta da Cristo come condizione necessaria e inevitabile per la redenzione di tutta l’umanità, si
oppone a due eresie riguardo ai modalisti proclama la personalità propria di ogni ipostasi nella Trinità
e nei confronti degli adozionisti la generazione eterna del Logos. Il Logos è generato eternamente,
continuamente dal Padre, non c’è un tempo come dirà Ario, in cui il Logos è stato generato creato
dal Padre, per Ario generare e creare sono sinonimi; per Origene è chiaro che il Logos è eternamente
generato dal Padre. Quindi possiamo parlare di un archè ontologica e non di un archè cronologica
cioè il Padre è l’archè ontologico del Figlio ma non è l’archè cronologico, non è il principio
cronologico è il principio ontologico del Figlio perché il Figlio, il Logos è generato eternamente dal
Padre. La filosofia che ispira Origene è il platonismo mescolato però allo stoicismo e
all’aristotelismo. Per quanto concerne la Trinità, Origene cerca di esprimere in modo più dinamico
che ontologico l’unità delle ipostasi e la personalità di ogni ipostasi, perchè il Padre è la fonte, è il
principio della divinità, divinità che egli comunica al Figlio nella sua generazione eterna e continua
e allo Spirito Santo in modo che il Figlio è, e rimane nel Padre, anche quando l’incarnazione assume
al natura umana. Origene per la prima volta conia l’espressione “non c’è stato un momento in cui il
Figlio non fosse.” Non c’è stato dunque un momento nella storia in cui il Figlio non abbia avuto
l’esistenza. Il Padre è principio ed è lui che manda in missione il Figlio e lo Spirito Santo, qui ci sta

18
la dottrina subordinazionista di Origene perché molte volte troviamo scritto che la dottrina origeniana,
la dottrina del Logos è una dottrina intrinsecamente subordinazionista, in che senso, la dottrina
subordinazionista origeniana non indica e non comporta una inferiorità del Figlio e dello Spirito
rispetto al Padre, questo deve essere chiaro, non c’è una inferiorità di potenza o di natura del Figlio e
dello Spirito rispetto al Padre, perché il Padre è l’origine e il principio che comunica la stessa sua
Ousia, al Figlio e allo Spirito Santo. Il Figlio nell’unità della sua persona possiede molteplici epinoiai,
denominazioni multiple, il Figlio possiede in sé pur conservando la sua natura divina dopo aver
assunto la natura umana, possiede in sé molteplici epinoiai. Cosa sono, per esempio quando nel
vangelo di Giovanni leggiamo, Io sono la Porta, io sono l’Acqua, io sono il Pane vivo, queste sono le
molteplici epinoiai, le denominazioni multiple che permettono al Figlio di essere conosciuto, l’unione
del Verbo con la Natura dell’Uomo per Origene è secondo la dottrina della preesistenza delle anime,
anteriore all’incarnazione, poiché l’anima umana del Verbo fu creata insieme alle altre anime nella
preesistenza, questa la prima dottrina eretica, l’anima umana del Verbo preesiste all’incarnazione, si
unisce al Verbo successivamente, mediante la sua unione con il Verbo era sotto la forma di Dio,
impeccabile e Cristo nella sua umanità è lo sposo della Chiesa che nella preesistenza, la stessa chiesa
era formata dall’insieme delle anime. La dottrina della preesistenza delle anime, che è platonica
ed è attinta assunta da Origene è stata condannata da diversi vescovi. Per riscattare la sua sposa,
la chiesa che era decaduta il Verbo si è incarnato e ha rivelato all’umanità la sua Gloria, quest’anima,
che si unisce al Verbo nella sua passione in croce è abbandonata, in riscatto a Satana e per questo
discende negli inferi dove può liberare tutte le anime dei giusti e riportarle a Dio, il fine
dell’incarnazione dunque è la redenzione che si attua già nel momento stesso in cui l’anima umana
scende negli inferi e prende tutti quei giusti che sono morti pria dell’Avvento di Cristo, Cristo dunque
ha redento tutto l’uomo non solo una sua parte così come dicevano gli gnostici. Per Origene il Cristo
ha redento tutto l’uomo non solo una sua parte, la salvezza operata da Cristo riguarda l’anima, lo
spirito il corpo e tutte le creature razionali, Cristo infatti non è morto solo per alcuni, non è risorto
solo per alcuni, ma per tutti. Addirittura dice Origene anche per il diavolo, la dottrina
dell’apocatastasi, alla fine dei tempi tutti saranno salvati nella Parusia, il Cristo discendendo negli
inferi ha salvato quei giusti morti prima della sua incarnazione, alla fine dei tempi riporterà alla
salvezza ogni essere, ogni creatura razionale, tutti gli angeli financo il diavolo, perché Dio è così
misericorDioso che non può non salvare anche il diavolo, questa è la dottrina dell’apocatastasi,
delle ricapitolazione di tutto in Cristo, della salvezza per tutti anche per il diavolo, che è condannata.
Queste sono le due dottrine eretiche che non possono essere ritenute ortodosse, ne dalla chiesa
primitiva e neanche dalla nostra. Questa teoria, fu contestata a Origene fin da subito perché non
poteva certamente essere ritenuta ortodossa. Mt 25 c’è una chiara divisione tra coloro che scelgono
di aderire al messaggio di Cristo e coloro che scelgono di non aderirvi e per questo vengono
condannati. Altrimenti non avrebbe alcun senso il libero arbitrio che ci pone la responsabilità della
scelta. La misericordia di Dio necessità anche dell’impegno dell’uomo, non è una misericordia che
non prevede un impegno e una metanoia, la conversione, come ad es. nel pastore di Erma, si esige un
cambiamento, non solo una purificazione, ma un impegno che ti porti alla divinizzazione. E’ chiaro
che sia necessaria la divisione, non perché Dio non voglia usare misericordia ma perché il singolo
accetta di non ricevere questa misericordia, quindi non può che autocondannarsi. Dobbiamo partire
dal dato biblico, poi dalla Tradizione e poi dai Padri e poi successivamente dalla teologia che oggi ci
permette di andare anche oltre e di conoscere il mistero di Dio Uno e Trino, ma non di conoscere la
fine del mondo, anche nel vangelo leggiamo che a nessuno è dato conoscere il tempo e il momento
nel quale Dio verrà. Anche nella liturgia molte volte facciamo riferimento alla venuta finale, quindi
alla Parusia ma non sappiamo i primi cristiani attendevano come imminente il ritorno del Figlio
dell’Uomo e per questo si preparavano a questa venuta imminente, ma i tempi di Dio non sono i tempi
dell’uomo, quindi vogliamo affidarci alla sua misericordia e quindi ad impegnarci perché il nostro
pellegrinaggio terreno sia costantemente una tensione verso il Signore e quindi verso la Santità, ma
non possiamo determinare il come e il quando. Riprendiamo il dato che abbiamo appena detto
riguardo la salvezza della persona nella sua totalità fatta di spirito anima e corpo, Origene dice che

19
perché l’incarnazione di Cristo produca i suoi effetti in ciascuno bisogna che in ogni anima egli nasca
e cresca, e per questo parla di ascensione spirituale o meglio lo vedremo con Gregorio di Nissa, di
progresso spirituale. L’ascensione spirituale attraverso la preghiera e la virtù è rappresentata
dall’ascesa degli apostoli alla montagna, nella cui sommità appare loro nella sua divinità che traspare
loro attraverso la sua umanità. La trasfigurazione è quindi il simbolo della più alta conoscenza che
l’uomo possa avere quaggiù di Dio nel suo Figlio, il Figlio infatti nella Gloria del Tabor rivela la sua
divinità, la rivela ai 3, Pietro Giacomo e Giovanni ma anche alla Chiesa intera. I 5 sensi spirituali che
si sviluppano in colui che progredisce gli permettono in analogia con i 5 sensi corporei di conoscere
intuitivamente le realtà divine, a cui egli ha aderito in un primo tempo mediante la fede. Origene
collega i 5 sensi corporei ai 5 sensi spirituali, quindi anche attraverso il nostro corpo noi possiamo
fare un’ascesa dal punto di vista spirituale, la conoscenza ha per oggetto i misteri tutti unificati nella
persona del Figlio che è immagine del Padre, chi conosce il Figlio conosce il Padre, Cristo è
innanzitutto mediatore dell’unione mistica tra l’anima e il Dio nascosto, mediatore tra la Chiesa e
Dio. Questo è molto importante perché Origene lo dice nel commento al cantico dei cantici, ma anche
nelle omelie al cantico ci ha lasciato 2 omelie al cantico dei cantici e un commentario. Lì trovate la
dimensione sponsale della creatura con il creatore attraverso il Logos che è lo sposo. E quindi
innanzitutto questo rapporto tra la creatura e il Logos è un rapporto personale, poi un rapporto
ecclesiale, e questo avviene soprattutto nella meditazione della Scrittura, il Cristo, Logos è immagine
visibile del Dio invisibile e si fa conoscere attraverso le denominazioni multiple, attraverso le
epinoiai. Come Cristo che è monade ma che è anche molteplice, che è unità ma che è anche
molteplicità attraverso le sue denominazioni multiple, per farsi conoscere; anche la creazione e le
creature sono molteplici, potremmo dire che se il Logos è generato continuamente ed eternamente
dal Padre, potremmo dire che anche la creazione è continua, non è un fatto compiuto, ma anche la
creazione, non solo, la generazione del Figlio dal Padre ma anche la creazione è una creazione da
parte di Dio che non ha un termine, e non ce l’ha tuttora, potremmo dire che l’opera di Dio è
molteplice perché è creatrice e redentrice e provvidente, si serve dunque di Cristo per la redenzione
e per l’incarnazione si serve dello SS ma si serve anche della Chiesa e quindi anche di noi battezzati,
le epinoiai si dividono in due categorie, le epinoiai, cioè le denominazioni multiple che si riferiscono
a Cristo qua Deus e le epinoiai che si riferiscono a Cristo in quanto incarnato. In che senso, le epinoiai
che si riferiscono a Cristo qua deus sono quelle che noi ritroviamo già prefigurate e anticipate nell’AT
perché la prima epinoiai è la Sapienza, e se voi ritornate ai libri sapienziali, vi rendete conto che la
sapienza, ad esempio nei Proverbi, è la sapienza che ha creato ogni cosa, è il Logos per mezzo del
quale sono state fatte le cose. Avete studiato Ario, e sapete che Proverbi 8,22-25 è il passo biblico a
cui Ario fa riferimento per parlare della sapienza e dei due verbi generare e creare che sono usati
come sinonimi da Ario. Poi c’è invece la epinoiai o le epinoiai, che fanno riferimento a Cristo in
quanto incarnato e che permettono ai tanti di conoscerlo, perché il Cristo si rivela a secondo la
capacità che ha ognuno di accoglierlo e allora si rivela ai semplici, ai carnali, in modo tale che possano
accoglierlo così come essi stessi hanno la capacità di farlo si rivela invece agli psichici e gli spirituali
secondo quella capacità che essi ormai hanno raggiunto, questa distinzione tra semplici, progredienti
e perfetti una triplice distinzione antropologica, è la triplice distinzione che noi ritroviamo anche nella
dottrina esegetica, per questo è collegata alla teologia, alla antropologia ed escatologia, e allo
gnosticismo, perché infatti Origine riprende questa tripartizione c’è però una netta differenza. Se per
gli gnostici non è possibile che un semplice, un carnale, possa giungere alla perfezione per Origene
questa ascesa, che per Origene è spirituale, è possibile a tutti, come, attraverso la meditazione della
Scrittura, quindi io leggo la Scrittura dal punto di vista letterale, come, rilevandone solo il senso
storico e scavando nella Scrittura solo per quanto riguarda quell’aspetto che a primo acchito io rilevo,
dall’aspetto letterale storico posso passare all’aspetto morale che mi indica ciò che io devo io
compiere per poter seguire il maestro, dall’aspetto morale posso passare all’aspetto spirituale o
allegorico, perché quella parola possa dire altra cosa rispetto a ciò che io a primo acchito ne rilevo.
L’aspetto allegorico necessita sempre dell’aspetto letterale. Cioè non si può interpretare
allegoricamente un passo biblico senza il primo senso di interpretazione, che appunto il livello

20
letterale storico. Quindi Origene non passa subito tout court all’aspetto allegorico della Scrittura ma
può per esempio saltare il secondo livello, si possono ritrovare per esempio due livelli, quello letterale
e quello allegorico spirituale, quindi anche per i carnali, i semplici che interpretano la Scrittura nel
suo senso letterale storico anche per i carnali è possibile ascendere e giungere al livello morale e al
livello allegorico. Progrediente – perfezione. I cristiani quindi possono giungere alla conoscenza di
Cristo perché egli stesso si fa conoscere attraverso le denominazioni multiple, non lo possono
conoscere tutti tanto che porta sul Tabor solo Pietro, Giacomo e Giovanni, solo alcuni possono
accedere alla sua Gloria. Altri non potrebbero vedere la sua Gloria perchè non sono preparati, è
necessaria una catarsi, una purificazione per poter giungere alla perfezione, è un vero e proprio
cammino di ascesi, per questo Origene è chiamato anche mistico. Poco fa ho detto che per giungere
alla perfezione è necessaria l’ascesi spirituale ed è necessario che chi medita la Scrittura deve far
nascere, crescere in sé il Logos, in che senso, Origene, quando medita al Scrittura applica il cosiddetto
procedimento scolastico della questio, ci sono tanti passi biblici di difficile spiegazione di cui non si
comprende il senso. Per Origene tutta la Scrittura è parola di Dio, viva ed efficace, nessuna parola
può essere spunta dalla Scrittura, perché ispirata dallo SS, rivolta all’umanità, allora io devo trovarne
il senso, se trovo passi difficili, ne cerco il significato attraverso altri passi biblici affini, paralleli
oppure no. Cerco di scandagliare tutta la Scrittura dalla Genesi all’Apocalisse e porto tutti quei passi
biblici che possono chiarirmi il senso di quel passo che ho trovato difficile, perché la Scrittura si
interpreta con la Scrittura non a proprio piacimento. E allora il procedimento scolastico della questio,
pone dinanzi al lettore la possibilità di offrire una interpretazione varia, molteplice data dai tanti passi
biblici che io riporto. E allora il testo originale, e poi la traduzione per esempio, per Origene il più
delle volte la LXX, e poi finalmente l’interpretazione. Il passaggio da un livello di lettura ad un altro,
per Origene è sempre segnalato da alcuni termini tecnici, quindi in realtà il commentario per Origene
è un veri e proprio lavoro e lavorio interiore, un esercizio ascetico che permette di giungere a Dio. Il
passaggio da un livello di lettura ad un altro è segnalato da alcuni termini, anagoghè, termine greco,
anagogia, indica il passaggio dal significato letterale ad un significato ulteriore, diverso, spirituale.
C’è un altro termine Theoria, viene dal greco theoreo, vedere, contemplare, come si può contemplare
il vedere non solo dal punto di vista fisico, ma il vedere andando in profondità, quando Origene usa
questo termine indica questo passaggio, scava in profondità per scorgere il Verbo, perché possa
nascere e crescere nel lettore, contemplazione. Per questo dice Origene, possiamo diventare madri
del Cristo, non solo Maria, come Maria meditando la Scrittura, possiamo permettere al Verbo di
nascere e crescere in noi. Quindi il Verbo ancora una volta oggi pone la sua tenda in mezzo a noi,
madri del Verbo sono tutti coloro che meditano la Scrittura in profondità e giungono alla theoria, alla
contemplazione.

Commento al Cantico dei Cantici: prefazione Questo epitalamio, cioè carme nuziale, mi sembra che
sia stato scritto da Salomone a mo’ di azione drammatica, ed egli lo ha cantato a guisa di sposa
promessa che va a nozze e che arde di amore celeste per il suo sposo, che è il Verbo1 di Dio. Infatti
lo ha amato, sia l’anima che è stata fatta a sua immagine sia la chiesa…Infatti definiamo a- zione
drammatica – come quando una rappresentazione è messa in scena – l’azione in cui sono introdotte
varie persone e, mentre alcune entrano in scena ed altre si allontanano, la trama della narrazione è
svolta da alcuni personaggi che si rivolgono ad altri…Presso i Greci molti dotti, volendo investigare
la vera natura dell’amore, hanno proposto molte e diverse teorie, esposte anche in forma di
dialogo10, cercando di dimostrare che la forza dell’amore non è altro se non quella che conduce
l’anima dalla terra agli eccelsi fastigi del cielo, e che non si può arrivare alla somma beatitudine se
non per la spinta del desiderio d’amore. Su tale argomento vengono riportate anche questioni
proposte quasi in mezzo a banchetti, da persone – credo – fra le quali si faceva banchetto non di cibi
ma di parole. Molti poi hanno scritto anche artifici per mezzo dei quali questo amore sembrasse
poter nascere e crescere nell’anima. Ma uomini carnali hanno tratto questi artifici a desideri viziosi
e a segreti di un amore colpevole. In questo commento al Cantico del Cantici Origene parla
dell’amore, non solo tra la creatura e il creatore, ma anche dell’amore tra la Chiesa e il Creatore,

21
quindi della comunità cristiana, prima parte da questo rapporto sponsale tra la creatura e il creatore e
poi sempre amore sponsale tra la chiesa e il creatore.

La scuola di Antiochia, Paolo di Samosata, Malchione e Luciano. Se abbiamo visto con Origene
e la scuola alessandrina che è molto importante interpretare la Scrittura non solo in senso letterale o
morale o tipologico ma anche allegorico, con la scuola antiochena, vedremo quanto sia distante il
senso allegorico, anche se con questi autori che vedremo subito, non possiamo certamente parlare di
scuola, lo vedremo poi inseguito, in modo particolare nel IV secolo con Diodoro di Tarso, e Teodoro
di Mopsuestia e Giovanni Crisostomo, i quali non fondano una vera e propria scuola come quella di
Alessandria ma sono accumunati da amicizia e da discepolato, Diodoro di Tarso e maestro di Teodoro
e così di Giovanni Crisostomo. Ma parliamo di Paolo di Samosata e Luciano di Antiochia, prima di
cominciare a parlare per esempio della stessa controversia ariana, perché sono collegati intimamente,
la chiesa antiochena si caratterizza fin dall’inizio per discussioni interne tutto ruota attorno ad una
domanda. Come bisogna comportarsi dinanzi alla legge ebraica. Bisogna abbandonarla, bisogna
seguirla o c’è discontinuità tra la legge ebraica e la legge del NT. Voi sapete molto bene quante
differenze e non solo quanti problemi ci siano stati anche nel confronto tra Gesù e gli scribi e i farisei
e i dottori della legge. Tra la legge dell’AT e la legge del NT c’è continuità? Bisogna abbandonarla
o bisogna seguirla. Queste le discussioni che si sono portate avanti nella scuola di Antiochia in questi
primi secoli, secondo l’elenco di Eusebio di Cesarea, dopo Ignazio vescovo di Antiochia che subisce
il martirio a Roma, ne sono succeduti tanti altri, ma giungiamo a Paolo di Samosata intorno al 260
quando nella chiesa antiochena si svolge un conflitto che avrebbe determinato il corso della
riflessione dommatica dei secoli successivi, infatti il magistero del vescovo Paolo successore di
Demetriano provocherà dissensi profondi. Sono 3 le fonti a cui facciamo riferimento, perché
purtroppo non possediamo le opere intere di Paolo, ma possediamo soltanto i frammenti. Le fonti a
cui facciamo riferimento sono, l’epistola a Imeneo o dei 6 vescovi di origine palestinese o di
ispirazione origenista ( dottrina intrinsecamente subordinazionista, che il Padre li ha inviati ha
mandato il Figlio e lo SS) , i frammenti degli atti sinodali che ci riportano alcuni interventi di Paolo
e del suo avversario Malchione, i frammenti della lettera sinodale redatti al termine del sinodo dei
vescovi che condannarono Paolo e poi Eusebio che nella Storia Ecclesiastica al VII libro ci fornisce
alcuno dettagli, in realtà si tratta sempre di fonti frammentari attraverso cui ricostruiamo la vicenda.
Paolo di Samosata non ammette l’ipostasi eterna del Logos, rifiuta l’unione sostanziale tra il Logos
e Gesù Cristo, il Logos e il Gesù storico non possono essere identificati, la stessa persona, Paolo è di
tendenza monarchiana, ma non condivide ne i modalisti ne gli adozionisti. La sua dottrina tende a
separare il Logos da Gesù Cristo, perché: preservare la purezza e la divinità del Logos che non si può
unire alla materia, al corpo umano, alla sarx. Preservare la divinità del Logos – Affermare la piena
umanità dell’Uomo Gesù nel quale si è incarnato il Logos e che è diventato il Figlio di Dio, dunque
devono rimanere separati, da una parte il Logos e da una parte Gesù, non ci può essere unità tra queste
due nature, perché e il Logos si unisse alla umanità e quindi alla sarx umana ciò comporterebbe già
la perdita della propria divinità, la divinità non si può unire alla materia.

17 Gennaio

Riprendo l’argomento di Paolo di Samosata e Luciano di Antiochia. Abbiamo detto che la chiesa
antiochena si caratterizza fin dall’inizio con la discussione e la controversa interna, tutto ruota intorno
ad una domanda come bisogna comportarsi rispetto alla legge ebraica, se c’è continuità o se c’è
discontinuità. Abbiamo già conosciuto la chiesa di Antiochia studiando Ignazio, che succede a Pietro
che l’ha fondata e poi abbiamo studiato Teofilo. Paolo di Samosata succede al vescovo Demetriano
purtroppo non abbiamo molte informazioni riguardo Paolo e Luciano, e deduciamo queste
informazioni dai frammenti che possediamo. Sappiamo che nel 260 nella chiesa antiochena avviene
un vero e proprio conflitto che avrebbe determinato il corso della riflessione dommatica anche nei
secoli successivi. Abbiamo anche detto che deduciamo queste informazioni da 3 fonti, in modo
particolare dal VII libro della Historia Ecclesiastica di Eusebio di Cesara. Eusebio ci informa di un
22
concilio che condannò Paolo di Samosata nel 268 colpevole di eterodossia, c’era stato un confronto
diretto con Malchione presbitero e professore di retorica ad Antiochia. Cosa intende Paolo riguardo
la persona di Cristo, per Paolo Cristo è un mero uomo, Maria dunque avrebbe generato un uomo,
quest’uomo poi si sarebbe congiunto poi con la Sapienza per partecipazione non secondo la sostanza,
quando abbiamo parlato di Origene, lui fa riferimento alle epinoiai cioè alle denominazioni multiple,
ci sono epinoiai di Cristo qua deus ed epinoiai di Cristo incarnato, e che la prima epinoiai è la
sapienza, qui viene usata in riferimento al Cristo e Paolo dice che quest’uomo generato da Maria si
sarebbe congiunto con la sapienza e questa congiunzione avviene non per sostanza ma per
partecipazione, e usa anche una immagine come quando un uomo mette un vestito, pensate al nostro
vestito, e alla persona, c’è distinzione netta tra il vestito, e la persona. Il Logos Gesù Cristo sono due
entità separate. Il Logos riveste Gesù Cristo come il vestito che riveste la persona, il Logos e Gesù
Cristo sono separati. Malchione affermava invece che il Logos e il suo corpo sono composti, Paolo
non poteva ammettere la composizione perché altrimenti doveva dire che il Figlio di Dio è stato
sostanziato nel suo corpo, Malchione spiega che il Logos è unito con il corpo umano secondo la
sostanza e sopporta tutto quello che gli succede in forza con l’unione sostanziale con il corpo. Paolo
non può ammettere questa unione sostanziale e parla di una unione per partecipazione perché
altrimenti ne verrebbe compromessa la realtà divina. L’esempio che usa è molto chiaro: l’uomo Gesù
diventa Cristo e Figlio di Dio quando su di lui partorito da Maria discende il Logos divino, come un
vestito che discende sulla persona, l’unico soggetto è l’uomo Gesù che diventa Figlio di Dio quando
su di Lui è disceso il Logos. Cosa intende Paolo per Logos? Certo, dicono gli stuDiosi, che
sicuramente il Logos per Paolo non è da intendersi in riferimento all’ipostasi o all’ousia. Questi due
termini potrebbero essere tradotti allo stesso modo, noi traduciamo Ousia con sostanza e ipostasi con
persona, ma anche lo stesso termine ipostasi può essere tradotto con sostanza. E quindi diciamo subito
che per Paolo non è da intendersi ne con il termine ipostasi ne con il termine ousia; è da intendersi
con un altro termine, energeia, energia. Il Logos che discende dall’alto e riveste l’uomo Gesù è una
energeia.

Luciano, molto probabilmente è legato a Paolo, ma ci chiediamo se lui è discepolo dell’adozionista


Paolo? Perché nella lettera che Ario scrive ad Eusebio di Nicomedia si definisce con-lucianista,
discepolo del maestro Luciano; noi sappiamo che Ario professa un subordinazionismo radicale,
quindi una dottrina del Logos esasperata al massimo, il subordinazionismo moderato della dottrina
del Logos in Ario diventa radicale, Luciano è un subordinazionista radicale. Come può essere
collegato a Paolo che è un monarchiano adozionista? Luciano era esponente della dottrina del Logos
ad Antiochia sappiamo che fu estromesso dalla comunità cristiana di Antiochia per la durata di 3
episcopati, quindi per diverso tempo, possiamo pensare che Luciano sia stato prima discepolo di
Paolo e poi ne sia divenuto avversario. Sono due dottrine contrapposte: il monarchianesimo da una
parte e la dottrina del Logos dall’altra. Ma a partire da queste considerazioni e autori, quale
cristologia professava al comunità di Antiochia in questo periodo? Quando Paolo era vescovo di
Antiochia, quale cristologia al tempo di Luciano? C’era un po’ di confusione…se da una parte Paolo
in un conflitto pubblico con Malchione deve professare la sua cristologia, dall’altra parte Luciano
estromesso poi ritornerà con una dottrina del Logos. Ad Antiochia ci sono monarchiani o origeniani?
L’ipotesi è che dopo la condanna di Paolo del 268 per un concilio, la dottrina del Logos non si impose
nella comunità perché tacciata di diteismo e di triteismo. Luciano viene estromesso dalla comunità di
Antiochia, perché già professa una dottrina del Logos che molto probabilmente non era ancora
esasperata, e la dottrina del Logos è tacciata fin dall’inizio di diteismo e triteismo, perché ammettere
che il Figlio, il Logos o lo SS è rivolto verso il Padre e fa la volontà del Padre ed è della stessa sostanza
del Padre perché l’omousious lo ritroviamo già qui prima del concilio di Nicea significa certamente
ammettere secondo i monarchiani, un altro Dio o più dei. Abbiamo un’altra informazione da
Girolamo nel De Viris Illustribus al n° 77: dice che a Luciano vengono attribuiti brevi scritti sulla
fede e alcune lettere, che non abbiamo. Tranne una professione di fede di Antiochia del 341 attribuita
a Luciano. In realtà non tutti gli stuDiosi sono concordi. In questo testo manca ogni traccia di

23
subordinazionismo radicale, tipico di Ario e anticipato da Luciano. Altra fonte ci dice che Luciano è
morto martire ad Antiochia, ritornatovi dopo 3 episcopati da cui era stato estromesso e qui riceve il
martirio. Queste notizie sono molto importanti perché ci fanno comprendere come queste discussioni
porteranno in seguito ad esasperare o l’una o l’altra posizione: monarchiani, origeniani con la dottrina
del Logos.

27 Febbraio

Letteratura latina, Tertulliano e Cipriano di Cartagine

Tertulliano, abbiamo visto fino ad ora la letteratura greca dei primi 3 secoli e ci siamo resi conto di
quanto sia stato difficile il rapporto con il paganesimo e il giudaismo, pensate ad esempio alla
letteratura apologetica, eretica ed anti eretica, noi abbiamo appena attinto alla letteratura antieretica
con Ireneo di Lione e Ippolito, ma pensate che ci sono tanti altri autori. Poi ci siamo soffermati sulla
scuola di Alessandria con Clemente e Origene che sono i 2 autori più importanti e abbiamo solamente
studiato in generale Paolo di Samosata e Luciano di Antiochia che preparano anche la crisi ariana.

(pag.362)Tertulliano nasce a Cartagine tra il 150 e il 160, e trascorre gli anni della sua giovinezza
nello stuDio, divenendo cristiano successivamente, è sicuramente una delle figure più importanti tra
il II e il III secolo perché ci ha lasciato una mole di opere davvero importante, pensiamo per esempio
al fatto che si possono dividere le sue opere in 3 gruppi, gli scritti apologetici, gli scritti polemici e
gli scritti di carattere disciplinare e morale. Perché in 3 gruppi, in realtà possiamo anche dire che la
sua vita piò essere divisa in 3 fasi, una prima fase, un primo periodo che è caratterizzato soprattutto
da una adesione piena alla fede cattolica, e che potremmo individuare nel periodo che va dal 197 al
206, poi un secondo periodo in cui Tertulliano manifesta il suo interesse per la dottrina montanista,
tra il 207 e 211, se vi ricordate il montanismo, con Montano, comprendete anche i motivi per cui T.
aderisca a questa setta è una setta rigorista; un terzo periodo in cui dichiara la sua adesione piena al
Montanismo, e poi fonda addirittura una setta che possiamo denominare dei Tertullianisti, questo
periodo va dal 212 al 217. Probabilmente visse fino al 240 circa, queste le notizie che ci da Girolamo.
Per quanto riguarda gli scritti vediamo i primi tre gruppi e poi cerchiamo di capire la teologia. Tra gli
scritti apologetici annoveriamo l’Ad Nationes o ai pagani e l’Apologeticum. L’Ad Nationes è uno
scritto del 197 quindi è uno dei suoi primi scritti composto in 2 libri, in cui T. sottolinea l’ingiustizia
delle persecuzioni contro i cristiani e confuta le calunnie diffuse tra i pagani, ricordate Giustino con
le 2 apologie… Quest’opera si presenta come un preluDio alla seconda opera, l ‘Apologeticum, in
questa sono diverse le tematiche riprese dall’Ad nationes, c’è un’ introduzione di carattere giuridico
sulla ingiustizia delle leggi e dei procedimenti con cui i perseguitano i cristiani, e l’autore confuta
tutte le accuse mosse contro i cristiani. Per es. l’infanticiDio, l’incesto, ma anche le accuse popolari
come l’ignoranza, l’autore dimostra che gli dei non sono tali, non sono veramente dei, l’unico Dio è
il Dio di Gesù Cristo e la condotta dei cristiani è irreprensibile perché tra loro vige l’amore fraterno.
Il cristianesimo è superiore alla filosofia antica, perché il cristianesimo desume la sua dottrina dalla
Scrittura, la Scrittura dunque è la fonte della dottrina cristiana, quest’opera poi si conclude con
l’esaltazione del martirio. T. scriver proprio sul martirio, noi sappiamo avendo fatto riferimento alla
letteratura martiriale, lo stesso Ignazio di Antiochia chiede nella lettera ai romani di lasciarlo andare
in mezzo alle fiere per dare se stesso alle fiere come cibo, e quindi come pane mangiato dalle belve a
Roma. Se vi ricordate abbiamo fatto riferimento all’eucaristia. Esaltazione del martirio non come
ricerca del martirio, perché i cristiani non vanno in cerca del martirio, ma danno la vita per il vangelo,
pensate a Perpetua e Felicita, non vanno alla ricerca del martirio ma sono coraggiose, nel professare
la loro fede cristiana anche a costo della vita e pur avendo dei figli. Tra gli scritti polemici dobbiamo
ricordare La prescrizione degli eretici, quest’opera ha una preoccupazione, difendere la fede dei
semplici cristiani in vista delle seduzioni offerte dalle tante eresie che pullulavano ovunque a partire
dal II secolo, unico obiettivo è difendere i semplici cristiani che venivano assaltati dalle tante eresie.
Certo eresie che fanno riferimento alla persona di Gesù Cristo ma altre eresie di altri generi. Cosa si

24
intende per prescrizione, è un mezzo con cui per il decorso del tempo e il concorrere di determinate
condizioni o circostanze qualcuno acquista o perde un diritto, oppure si ritiene liberato da un obbligo.
Gli eretici scrive T. pretendono di correggere la regola di fede per mezzo delle scritture, essi però
non hanno alcun diritto di agire così, perché le scritture non appartengono se non alle chiese fondate
dagli apostoli o alle chiese derivate da loro. Il problema è che le scritture possono essere interpretate
in altro modo, pensiamo agli gnostici che interpretano le scritture estrapolando da un contesto un
brano, e non contestualizzandolo, abbiamo studiato Origene e abbiamo compreso che la Scrittura va
interpretata con la Scrittura e quindi quando io interpreto o commento un passo scritturistico non
posso non farlo a partire da genesi fino ad apocalisse, questo rimando continui alla Parola di Dio ed
è l’unica Parola che Dio ha rivolto all’umanità fin dalle origini. Gli eretici invece pretendono di
correggere la regola di fede per mezzo della Scrittura e quindi interpretando a proprio piacimento.
Tali chiese fondate dagli eretici possono in virtù di un possesso ininterrotto, in virtù del diritto di
prescrizione fare uso delle scritture. Di fronte alle pretese degli eretici, le chiese hanno il mezzo di
operare questo diritto; possiamo dire che Tertulliano in forma del tutto originale tenta di stabilire i
principi fondati sul diritto, perché T. è un avvocato, cerca di fondare il diritto anche sulla possibilità
che i cristiani hanno di fondare la loro fede. “ Se qualcuno ha posseduto un bene da sempre e per un
tempo assai lungo, secondo le regole legali, egli può usare di diritto la prescrizione, cioè rigettare
una causa senza neppure che egli la valuti direttamente.” La Scrittura è un bene proprio della chiesa,
scritta nella chiesa e per la chiesa.

Ma le opere più importanti sicuramente a riguardo degli scritti polemici sono 2 l’Adversus
Marcionem e l’Adversus Praxeam, contro Marcione e contro Praxea. Contro Marcione, conosciamo
i marcioniti, Marcione distingue nettamente il Dio dell’AT e il Dio di Gesù Cristo, e ritiene che il Dio
dell’AT non sia il Dio di Gesù Cristo, c’è un sistema dicotomico che non permette di vedere nell’AT
la prefigurazione di quanto il Cristo compirà nel NT. Possiamo dire che quest’opera è stata definita
la chiave di volta di tutta la ricostruzione della propaganda marcionita e la base centrale di ogni punto
di accesso allo sviluppo disciplinare soteriologico cristiano del II e del III secolo. Quindi è un’opera
fondamentale per combattere il marcionismo, si articola in 5 libri, nei primi due l’autore confuta il
principio fondamentale della dottrina marcionita, dicendo che è assurdo pensare all’esistenza si due
dei, nel terzo libro dimostra che Cristo è il messia annunciato nell’AT, voi sapete che fin dalla
letteratura apologetica questo è stato subito risolto con l’interpretazione tipologica, se io voglio
comprendere che il Dio di Gesù Cristo è il Dio mandato dal Padre, e il Dio dell’AT, devo servirmi
della tipologia per comprendere come l’AT si compia nel NT , abbiamo parlato delle figure, pensate
a quello compie Giustino nel dialogo con Trifone riguardo per esempio alle diverse figure Mosè,
Giosuè, Abele, oppure tutti i vari passi scritturistici relativi alla croce. Sono tutti prefigurazioni della
morte e risurrezione di Gesù Cristo, quindi la letteratura apologetica aveva risolto questo problema,
T. lo enuncia nuovamente, nel IV libro affronta Marcione come responsabile del rimaneggiamento
del vangelo di Luca, Marcione ritiene canonici non tutti i libri del NT e rifiuta in toto l’AT, del NT
ritiene canonico il vangelo di Luca e le lettere di Paolo, che rimaneggia, T. in questo IV libro affronta
Marcione riguardo gli emendamenti che ha compiuto. Nel V libro critica ancora Marcione per aver
manipolato e alterato le lettere di San Paolo e aver ripudiato le altre lettere, le lettere pastorali e le
lettere agli ebrei, non è che Marcione accetta tutto il NT ma solo una parte che manipola, T. quindi
affronta direttamente Marcione che è impossibile emendare questi testi o non considerarli. Adversus
Praxeam è un’opera molto importante per quanto riguarda la trinitaria, Praxea, è un monarchiano,
con i due filoni, gli adozionisti e i modalisti, lo abbiamo accennato, e giunge a Roma tra il 180 e 200
e un monarchiano modalista, quindi unica è la persona divina che si manifesta in modalità diverse,
ora come Padre ora come Figlio ora come spirito, quindi unica è la divinità, la distinzione sta solo
nella modalità della manifestazione, chi si è incarnato quindi, il Figlio ma che è sempre Padre, solo
con un modo diverso di chiamarsi, da questo poi è nato il patripassianesimo, sulla croce è morto non
il Figlio ma il Padre, solo un modo di manifestarsi diverso nel nome, ha patito sulla croce lo stesso
Padre, in questo scritto, Adversus Praxeam, per la prima volta compare il termine trinitas, e possiamo

25
dire che l’opera contiene la prima esposizione pre-nicena della dottrina ortodossa sulla Trinità, se
volessimo conoscere il primo trattato sulla Trinità dovremmo ricorrere a Tertulliano. La struttura
dell’opera: è caratterizzata da 31 capitoli e fin dall’inizio chiama in causa il diavolo nemico della
verità, il quale si è fatto difensore dell’unico Dio e diffonde l’eresia secondo la quale il Padre è anche
il Figlio e viceversa, di questa eresia si è fatto promotore Praxea, Tertulliano si richiama alla regula
fidei che da sempre insegna la verità, appoggia tutto il suo discorso sulle scritture e in modo
particolare sul prologo di Giovanni e sui primi due capitoli di Genesi, e partendo proprio da questi
passi scritturistici, T. affronta la questione del Figlio se il Figlio esiste, chi sia e in che modo esiste.
Perché genesi 1 e 2, prima della creazione Dio non era solo e nella creazione non ha creato da solo,
il Logos delle scritture nell’ AT sappiamo è la Sapienza, ad es. proverbi 8, 22-25 ( ricordando Ario)
Appena Dio volle creare il mondo emise la parola e per mezzo di essa furono create tutte le cose, per
mezzo di lui sono state create tutte le cose, quindi Dio non ha creato da solo, ma per mezzo del Figlio
che è la Parola, ha emesso la Parola e la Parola in Genesi è una parola creatrice, questa Parola è il
Figlio, la Parola permette alle cose di essere fatte, sia la luce e la luce fu, Dio crea dunque ogni cosa,
per mezzo della sua parola, tra Padre e Figlio c’è dunque una unità, come è testimoniata anche dalle
scritture, quando per esempio il Figlio dice e fa la volontà del Padre, che è rivolto continuamente
verso il Padre, qui ci viene in aiuto il vangelo di Giovanni quando Gesù nella sua preghiera al Padre
è rivolto costantemente verso di Lui. Per questo T. fu anche accusato di separare il Padre dal Figlio,
per i monarchiani era molto importante preservare l’unità di Dio, per questo non possono ammettere
l’esistenza di Gesù Cristo distinto dal Padre perché ammettere l’esistenza di Gesù Cristo come Dio,
quale Figlio di Dio, significa ammettere die divinità, e quindi un diteismo, ed è per questo che i
monarchiani non possono accettare l’esistenza di un’altra ipostasi ( termine greco), e quindi fu
accusato di separazione tra il Padre e il Figlio, T. risponde che il Figlio non è un altro dal Padre per
diversità, ma per distribuzione, non per divisione, ma per distinzione, perché il Padre e il Figlio non
sono la stessa persona (usiamo il termine latino persona). Il Padre è l’intera sostanza mentre il Figlio
è una derivazione dal Padre. I monarchiani invece affermavano che Dio dice di essere allo stesso
tempo Padre e Figlio e Spirito, ci può essere un Padre, dice T. solo se c’è un Figlio, un Figlio non si
può chiamare tale se non c’è un Padre, allora si tratta certamente di verificare la Scrittura e di
verificare tutti quei passi scritturistici a sostegno dei monarchiani, e a sostegno delle posizioni di T.
o della chiesa cattolica. Leggiamo nel salmo 44 ” emise il mio cuore una buona parola” “ tu sei mio
Figlio io oggi ti ho generato” salmo 109 “ dal seno dell’aurora come rugiada io ti ho generato”. Dal
momento che non è possibile dire che in Dio ci sia inganno, dice T. non può essere la stessa persona
quella che parla e quella alla quale parla, e se volessimo ancora riprendere tutte le citazioni profetiche
ci renderemmo conto che Dio quando parla, non parla a se stesso, ma parla al Figlio, parla con il
Figlio. T. insiste ancora sulla pluralità delle persone divine richiamando la creazione dell’uomo,
laddove leggiamo “facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”. Dio dunque non era solo
nella creazione, parlava con il Figlio e con lo spirito e modellava l’uomo sull’immagine del Figlio e
per mezzo di lui ha creato ogni cosa quindi non è solo ma crea attraverso il Figlio e guardando al
Figlio che diviene l’immagine delle cose, in particolare l’immagine dell’uomo, di Adàm. La stessa
cosa avviene quando T. è accusato di essere diteista e cioè dai monarchiani, perché proclama
l’esistenza del Padre e del Figlio, T. dice non due ma tre, perché oltre al Padre e al Figlio c’è anche
lo spirito, non si stratta di due dei o tre dei, il Figlio infatti doveva venire nel mondo per essere
riconosciuto Dio, in quanto Figlio di Dio, e quando venne in mezzo agli uomini, egli è stato
riconosciuto come Dio, per la sua testimonianza, e ci ha permesso di vedere Dio, quel Dio che i profeti
dell’AT non hanno potuto vedere, per questo ci parla del tema dell’invisibilità di Dio, nessun uomo
può vedere Dio, solo il Figlio ci ha permesso di vedere il volto del Padre e allora si sofferma a trattare
del Figlio, il Figlio che viene nel nome del Padre e che assume la nostra natura umana nella totalità
eccetto il peccato. E per questo dimostra la debolezza delle affermazioni monarchiane, a partire
proprio da alcune citazioni, GV 10,30 il e il Padre siamo una cosa sola, chi vedrà ha visto anche il
Padre, io sono nel Padre, il Padre è in me, GV 14,9-11 il vangelo di GV viene citato più volte da T.
Oltre al vangelo di Giovanni, anche il vangelo di Luca, nel racconto dell’Annunciazione, intende per

26
esempio, lo Spirito di Dio di Luca 1,35 in riferimento all’operazione dello Spirito che permette al
Figlio di essere generato, il bambino che nasce dalla Vergine è Figlio di Dio, distinto dal Padre, e fin
da bambino egli dice che deve occuparsi delle cose del Padre suo, prega il Padre e fa la volontà del
Padre. Anche riguardo al termine Cristo, che gli eretici associano al Padre, dimostra la loro ignoranza,
Cristo significa Unto, ed è qualcosa che viene attribuito ad un nome, se il Padre è l’unto ci dovrà
essere qualcuno ad ungerlo e quindi dimostra che il Figlio è il vero unto dal Padre. Non è possibile
ammettere che il Padre patisca assieme al Figlio sulla croce, e nemmeno affermare che il Figlio
patisca sulla croce e il Padre compatisca, perché il Padre è impassibile, in quanto Dio. Ed è per questo
che il Figlio in quanto uomo sulla croce si rivolge al Padre, gridando Dio mio, Dio mio perché mi hai
abbandonato. Questa è la voce dell’umanità di Gesù, non della divinità, dice T., quindi fa chiaramente
distinzione fra la natura umana e la natura divina, è la voce dell’umanità di Gesù e non della sua
divinità. Il Padre abbandona il Figlio perché lo consegna alla morte, se il Figlio pone il suo spirito
nella mani del Padre, non lo abbandona, il Figlio muore ma è risuscitato dal Padre, notate temi molto
importanti che daranno possibilità di essere sempre più compresi dalla teologia e sviluppati perché il
rapporto tra il Figlio e il Padre soprattutto nell’ora della passione e della morte, non è molto semplice
da comprendersi, T. ci da i prodromi ancor prima del concilio di Nicea, riguardo alla teologia
trinitaria, al rapporto tra il Figlio e il Padre, ci permette di comprendere in che senso il Figlio si rivolga
al Padre e dichiari il suo abbandono. Che cosa dice T. delle singole persone della Trinità. Riguardo
al Padre sottolinea la preminenza del Padre rispetto al Figlio, il Padre è colui che genera il Figlio e
che crea il mondo per mezzo di esso, il Padre ha creato l’uomo a immagine del Figlio e ha la pienezza
della monarchia che egli fa partecipare al Figlio che ha la pienezza della sostanza divina, i titoli del
Padre sono, Dio onnipotente, altissimo, Signore degli angeli, re di Israele, Colui che è, a questi titoli
il Figlio partecipa, il Padre è invisibile e nessun uomo può vederlo, perchè abita nella luce
inaccessibile mentre il Figlio si è reso visibile. Per quanto riguarda il Figlio è una persona distinta dal
Padre e partecipa della sostanza del Padre, è il Logos del Padre, esiste prima dell’incarnazione nel
grembo della Vergine Maria, nelle Scritture è chiamato Sophia, Sapienza, Dio ha creato per mezzo
del Figlio tutte le cose, dopo aver generato Sophia, il Logos, Dio ne diventa il Padre e fa del Logos il
Figlio che procede dal Padre ed è il primogenito perché viene prima di tutte le cose, è unigenito perché
il solo generato da Dio, il servo, il Logos Sophia, è la saggezza, la ragione, non è qualcosa di vago e
vano, ma deriva da Dio che è sostanza divina da cui derivano tutte le altre sostanze, nel settimo
capitolo dice: qualunque fosse la sostanza della parola, io la chiamo persona e per essa pretendo il
nome di Figlio e mentre io riconosco il Figlio, sostengo che egli è secondo dopo il Padre. T. è molto
chiaro, innanzitutto che è una persona, che chiamiamo Figlio, distinta dal Padre, è secondo dopo il
Padre, il Figlio conosce intimamente il Padre perché è della stessa natura divina, queste sono le sue
parole all’VIII capitolo: La Parola è fatta di spirito e lo spirito è per cosi dire corpo della parola. Il
Figlio è emesso dal Padre ma non ne è separato, perché Dio emette la parola, come la sorgente il
fiume, il sole il raggio. Quindi non ne viene separato, c’è sì una separazione, ma il raggio senza il
sole non potrebbe esistere e il fiume senza la sorgente, ne resta legato. Negli ultimi capitoli
dell’Adversum Praxeam, T. afferma riguardo alla questione cristologica che Gesù sotto ogni aspetto
Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, senza dubbio Dio e uomo, secondo l’una e l’altra sostanza distinta
della propria realtà, osserviamo una duplice condizione, non confusa ma congiunta in una sola
persona Dio e l’uomo Gesù, in Cristo vi sono 2 sostanze una divina e una umana e si sa che la divina
è immortale, e mortale è quella umana, anticipazione del concilio di Nicea e di Calcedonia. Ultima
considerazione riguardo lo Spirito Santo, sembra che T. non si interessi molto dello Spirito Santo, in
questi primi 3 secoli possiamo parlare di Spirito Santo soltanto relativamente alla lex orandi, ma non
riguardo alla lex credendi, cioè non fa parte della riflessione dei teologi, non abbiamo alcun trattato
sullo Spirito Santo con lettere a Serapione o fino a Didimo il Cieco con il primo trattato sullo Spirito
Santo, ma in realtà non abbiamo una vera e propria riflessione teologica. Vedrete in Storia della
chiesa, il simbolo di Nicea si conclude con: crediamo nello Spirito Santo, non c’è alcuna
specificazione in più. Anche T. non si interessa molto dello Spirito Santo, ma chi ammette l’esistenza
del Figlio in quanto persona distinta dal Padre non può non ammettere lo Spirito Santo, che cosa dice

27
T. Lo Spirito è il Paraclito, colui che difende dagli attacchi del maligno, il Paraclito è difensore, è il
santificatore della fede di quanti credono nella Trinità il paraclito insegna, predica, è terzo rispetto a
Dio, dopo il Figlio, è un altro rispetto al Padre e al Figlio, ma anch’esso malgrado al terzo grado
partecipa della stessa monarchia di Dio, quindi lo Spirito è strettamente congiunto con il Figlio, lo
Spirito è la sostanza della Parola, la Parola è l’operazione dello Spirito e i due sono una cosa sola,
quindi lo spirito è Dio e la parola è Dio, poiché egli viene da Dio tuttavia non è lo stesso da cui
proviene (non è il Figlio), queste sono le affermazioni che ritroviamo in T. al XXVI capitolo
dell’Adversus Praxeam. T. introduce nella lingua latina grazie a quest’opera alcuni termini che poi
diventeranno classici nelal dottrina trinitaria, per esempio il termine persona, e per esempio
substantia, sostanza, che in greco è ousia, in greco ousia però può essere anche tradotto diversamente,
per T. il termine persona distingue il Padre il Figlio e lo Spirito Santo, altro termine che troviamo è
Trinitas. Per gli stuDiosi, malgrado questi pregi e per quanto riguarda la lingua latina ci potrebbe
essere un sospetto di subordinazionismo perché se avete notato parla di primo grado secondo grado
terzo grado, al primo posto ci sta il Padre, sembra quasi una gerarchia di tipo verticale, se vi ricordate
quando abbiamo parlato della dottrina del Logos in Teofilo di Antiochia o per quanto riguarda
Origene, abbiamo detto che è una dottrina intrinsecamente subordinazionista, abbiamo anche detto
che c’è un subordinazionismo moderato ed uno radicale, qui potremmo parlare di un
subordinazionismo moderato, sembra quasi che ci sia una distinzione tra le persone divine in ordine
alla loro missione, è il Figlio che muore sulla croce, il Padre non compatisce, dice T. il Padre lo
risuscita. Sembra quasi che il Padre predomini sul Figlio e sullo spirito, il Figlio per esempio viene
detto derivatio, o portio della sostanza del Padre, una derivazione o porzione del Padre, T. è stato
accusato di Probolè, emanazione da una unica sostanza, e se da un’unica sostanza perfetta, infinita,
io ne estraggo una parte, faccio emanare una parte questa sostanza non è più perfetta, ciò potrebbe
dare adito ad un’accusa di subordinazionismo. Es. Pastore di Erma, precetto IV, dove si parla del
Figlio e dello spirito, sembrava che il pastore intendesse una unica ipostasi senza differenza tra il
Figlio e lo spirito, se andate a leggere il De Trinitate di Ilario de Poitiers, vi rendete conto che anche
li ci sono dei problemi, l’opera va letta nelle sua unitarietà, può capitare che alcuni autori per spiegare
il ruolo del Figlio e dello Spirito Santo si attardino nel comprenderne anche l’esistenza distinta dal
Padre e dalle spirito, e questo può provocare subordinazionismo. Non è facile parlare della Trinità,
l’immagine del raggio di sole o del fiume ci fa capire la distinzione e l’unità. Agostino e Tertulliano
possono essere studiati in maniera connessa, Agostino rileva la Trinità dell’uomo con l’analogia
psicologica riesce davvero a spiegare l’unità nella differenza delle persone, attraverso la memoria, la
volontà e l’amore, l’intelligenza. Anche in Tertulliano troviamo delle analogie ma non così chiare.
Scritti di carattere disciplinare e morale. I più noti sono 3 ad uxorem, de exhortatione castitatis, e
sull’unicità delle nozze. Queste sono opere che hanno per oggetto il matrimonio e in queste opere
appare la sua adesione alla dottrina montanista, in quest’opera Tertulliano esorta la moglie a non
risposarsi qualora lui dovesse morire prima, l’opera è divisa in 2 libri in forma epistolare e risulta di
carattere esortativo, scritta tra il 200 e il 206 quando ancora T. era cattolico, e propone quello che
sarà il fondamento di tutta la dottrina sul matrimonio, dice: io non ripuDio l’unione dell’uomo e della
donna benedetta da Dio come vivaio del genere umano destinato a popolare la terra e a formare il
mondo, essa è dunque permesso, nei limiti di una sola unione, l’unicità del matrimonio, poi però ci
sarà la condanna delle seconde nozze; nella esortazione alla castità un’opera diretta ad un amico,
ritorna all’invito a non risposarsi, opera scritta tra il 204 e il 212 qui troviamo subito i primi sintomi
del montanismo, perché dice che il matrimonio è permesso ma in realtà non è altro che un vizio mal
tollerato, la verginità, la castità è sicuramente superiore al matrimonio. La terza opera l’unicità delle
nozze, è molto più esplicito dice così noi riconosciamo un solo matrimonio così come riconosciamo
un solo Dio, naturalmente qui si pone contro gli eretici perché i marcioniti non accoglievano affatto
le nozze, ma si pone anche contro i montanisti, in un primo periodo poi predicherà l’astinenza da ogni
cosa, anche dai rapporti sessuali, alimentare, perché Montano rivestito dal Paraclito risiedeva nel
tempio e aveva questo rapporto con lo Spirito. Fino ad ora abbiamo studiato opere di carattere
pastorale non dottrinalmente elevate. L’Adversum Praxeam è la più elevata dal punto di vista

28
teologico. Gustave Bardy da un giudizio su Tertulliano: T. fu anzitutto un moralista, il maggior
numero dei suoi scritti fu destinato a questioni di tipo morale, possiamo condividere oppure no, ma
sarebbe trascurare alcuni degli aspetti essenziali delle sue opere, quello di tenere presente soltanto i
punti di vista delle sue dottrine morali, in effetti egli ha toccato tutte le questioni suscettibili di
interesse riguardo alla dottrina e alla vita cristiana, come apologista egli ha portato la difesa del
cristianesimo sul terreno del diritto, ai pagani ha mostrato che gli editti imperiali contro i cristiani non
avevano nessuna base giuridica, agli eretici ha opposto l’argomento della prescrizione e ha dimostrato
che essi non avevano il diritto di fare appello all’autorità delle scritture cattoliche. Teologo, non si è
accontentato di confutare Marcione e gli gnostici, allo scopo di delucidare i dogmi della trinità e
dell’incarnazione, ha apportato delle formule indimenticabili, Trinitas, è una di queste. Moralista si è
spinto, d’istinto, purtroppo, anche prima del suo passaggio al montanismo fino a soluzioni le più
austere, T. finisce al montanismo, perché il suo rigorismo è precedente, tuttavia nel lungo periodo in
cui egli rimase fedele alla disciplina cattolica seppe levare le sue esagerazioni con sagge e prudenti
rilievi. Questi rilievi descrivono T. in modo oggettivo. ( Tertulliano fonderà la setta dei tertullianisti)
Origene non possiamo definirlo rigorista, lui ha lasciato delle opere di carattere esegetico, che ci
permettono di conoscere tutto l’AT e NT, abbiamo le traduzioni latine ma non di tutta l’opera, il
commento al vangelo di GV ha scritto 33 libri, di cui abbiamo soltanto alcuni libri, latine e non
greche, riguardo al rigorismo non possiamo tacciare un autore di questa accusa se non abbiamo opere
di carattere morale. In senso positivo non userei la parola rigorista, per quanto riguarda il vangelo è
radicale, spiega la parola di Dio, va in profondità per scrutare e far nascere il Verbo nel credente e
questo esige la radicalità.

Cipriano di Cartagine, lo incontriamo in quanto scrittore e Padre della chiesa, nacque a Cartagine
verso il 210 da una ricca famiglia pagana, e Cipriano dipende totalmente da Tertulliano, discepolo,
di cui riconosce la superiorità, Girolamo nel De Viris Illustribus al N°53 dice che Cipriano era solito
non finire mai la sua giornata senza aver letto Tertulliano, diceva spesso al suo segretario: dammi il
maestro. Chi legge i Padri stabilisce un rapporto e si conoscono attraverso le fonti. A Cartagine viene
apprezzato come retore e maestro di eloquenza , questa fama però non lo appagava, non avendo
ricevuto un’educazione cristiana si converte al cristianesimo intorno al 245, sotto l’influsso del prete
Cecilio, dal quale prese il suo secondo nome, lo leggiamo nel de viris illustribus al n° 67, fu ordinato
presbitero e poi vescovo di Cartagine dalla voce del popolo. Nel 250 scoppia la persecuzione di Decio
e i pagani chiesero ripetutamente che Cipriano venisse gettato ai leoni, questo lo sappiamo dalla
biografia di Cipriano scritta dal diacono Ponzio. Cipriano lascia Cartagine e si rifugia in luogo sicuro,
questa fuga lo tacciò di codardia, e quindi non gli permise di avere un rapporto sereno sia con al
chiesa di Cartagine e con l’impero romano, papa Fabiano invece aveva subito il martirio proprio in
questa circostanza, nel 250. Sappiamo cosa avviene con la persecuzione di Decio, dei lapsi, molti
apostatarono: Turificati, coloro che avevano bruciato l'incenso agli dei; Sacrificati, coloro che
avevano offerto sacrifici agli dei; Libellatici, coloro che si erano procurati documenti falsi che, pur
non avendolo fatto, attestavano il loro sacrificio agli dei; Traditores, termine riferito a vescovi e
presbiteri che avevano consegnato le Sacre Scritture alle autorità romane. Il termine trae la sua radice
dal Verbo latino tradere che significava "consegnare" e assunse poi il significato di "tradire", in
riferimento a Giuda che aveva consegnato Gesù al sinedrio.

02 Marzo 2018

Cipriano di Cartagine, continuò a guidare la chiesa di Cartagine dall’esilio forzato attraverso lettere
e la sua presenza spirituale. A Cartagine invece sorgeva un partito guidato da Felicissimo il quale
cercava di convincere i lapsi ad essere riammessi nella chiesa senza alcuna penitenza insieme ad altri
adepti, che giungono ad eleggere vescovo un tale Fortunato, da opporsi a Cipriano. Cipriano non
accetta questa richiesta e scomunica Felicissimo ed i suoi adepti con una lettera, ed è proprio in questo
contesto che Cipriano dopo essere tornato a Cartagine nel 251, scrive due lettere in cui tratta dei lapsi,
De Lapsis, e in cui tratta dell’unità della chiesa cattolica, De Ecclesiae Catholicae Unitate; nel maggio
29
del 251 un sinodo conferma le decisioni prese da Cipriano, questo sinodo decise che i sacrificati
dovevano fare penitenza per un tempo indeterminato e sarebbero stati riconciliati solo se si venivano
a trovare in punto di morte. I libellatici, potevano essere ammessi alla penitenza e alla riconciliazione,
e coloro che rifiutavano di fare penitenza non dovevano essere riconciliati nemmeno in punto di
morte. I presbiteri, i vescovi e i diaconi lapsi, dovevano essere ridotti allo stato laicale, nel maggio
del 252 viene convocato un nuovo sinodo per concedere il perdono a tutti i lapsi che fino a quel
momento avevano fatto penitenza in vista della persecuzione di Gallo. Nello stesso anno scoppiò una
pestilenza che provoca nuove sofferenze e nuove persecuzioni per i cristiani e in questa situazione
Cipriano diede prova della sua carità nei confronti dei più poveri, gli ultimi anni della sua vita furono
assorbiti dalla controversia del battesimo degli eretici, Cipriano si trova ad affrontare della validità o
meno del battesimo conferito dagli eretici. La sua opinione è decisamente contro tale validità, non è
valido, e si basa sulla considerazione che se il battesimo è amministrato per opera dello Spirito Santo,
le comunità ereticali o scismatiche che non hanno lo Spirito Santo, non possono conferirlo
validamente. Diverso era il parere di papa Stefano, che invece affermava la non iterabilità ( non si
può ripetere ) del battesimo, limitandosi ad esigere per la sua efficacia relativamente al dono dello
Spirito, che al convertito dall’eresia venissero imposte le mani in segno di accoglienza nella vera
chiesa, quindi un eretico che aveva ricevuto il battesimo nella chiesa eretica e chiedeva di essere
ammesso nella cattolica, poteva essere ammesso attraverso un rito dell’accoglienza con
l’imposizione delle mani e non con un nuovo battesimo, per Cipriano invece il battesimo non era
valido, e avrebbe dovuto ricevere un nuovo battesimo. Cipriano dunque riteneva di essere nella verità
e pensava che la tesi contrapposta contrastasse con l’unità della chiesa, il dissenso durò poco, perché
papa Stefano morì e scoppiò una nuova persecuzione ad opera di Valeriano e lo stesso Cipriano
morirà martire, ma questa problematica sul battesimo è fondamentale e la ritroveremo con Agostino,
se valido o meno un battesimo amministrato in una chiesa non cattolica. Gli scritti di Cipriano,
l’attività letteraria è dettata dalla sua ansia pastorale, da veri e proprio motivi sorti all’interno della
chiesa, le lettere sono 81, mentre i trattati autentici sono 13, innanzitutto De Ecclesiae Catholicae
Unitate, scritto a seguito dello scisma di Felicissimo, in questo trattato parla più volte della chiesa
simboleggiata nella sua unità dalla tunica di Cristo ma non solo simboleggiata dall’eucaristia e
dall’unico fondamento che è Pietro. Alcuni stuDiosi sostengono che questo trattato sull’unità della
chiesa Cipriano lo abbia scritto prima di tornare a Cartagine e poi è stato divulgato con il de lapsis,
al concilio della primavera del 251. Nel De Lapsis, Cipriano parla solo di alcuni temerari che
concedono la comunione a gente non preparata. Nel De Unitate si accenna a diverse piccole comunità
e allude a una situazione di fatto che non permette di comprendere come si possa costruire la
comunione, nel cap. 13° del De unitate si parla di gente che si raccoglie fuori dalla chiesa, Cipriano
dice pure che c’è un nemico che si avvicina strisciando e penetra all’interno delle difese
ecclesiastiche, usa l’immagine del serpente, che ci richiama genesi, questo serpente strisciante è un
nemico interno alla chiesa e non esterno, si tratta di un nuovo diavolo e non è rintracciabile nei diversi
imperatori che perseguitano i cristiani, che uccidono i cristiani, ma si tratta di un diavolo interno alla
chiesa che tenta i cristiani come ha tentato Cristo e che utilizza le stesse strutture della chiesa, si
professano cristiani come anche il diavolo dice spesso e falsamente di essere Cristo come dice al cap.
14° è interessante questa sottolineatura del riferimento al diavolo come la personificazione
dell’imperatore, vedremo Eusebio di Cesarea, a proposito della crisi ariana, nella storia ecclesiastica,
tratta anche lui del diavolo in riferimento all’imperatore perché perseguita i cristiani. Cipriano si
lamenta dei fedeli che non hanno più il medesimo spirito e possono privare la chiesa della sua identità.
Sono coloro che per esempio vogliono fari rientrare all’interno della comunione ecclesiale coloro che
non hanno fatto penitenza, i lapsi o coloro che volessero rientrare nella comunione ecclesiale, devono
prima fare penitenza. Il tema della penitenza è collegato al Pastore di Erma, alla letteratura
apologetica e sub apostolica che abbiamo studiato e non possiamo fare a meno di tutto quello che già
abbiamo fatto perché possiamo avere un quadro generale. Il serpente diavolo di cui parla Cipriano,
vorrebbe offrire la pace, vorrebbe riportare la comunione, ma la comunione è possibile dopo aver
fatto penitenza, chi sono coloro che si allineano con il serpente? Cap. VI parla di divergenze di idee,

30
Cipriano vuole che nella Chiesa, ricca di figli, tutti si nutrano dello stesso latte e siano animati dallo
stesso Spirito, vuole che tutti professino la stessa dottrina e siano guidati dallo stesso spirito di
obbedienza al potere centrale (vescovo e primato pietrino), il movimento del dissenso, si schiera verso
una mondanizzazione della morale cristiana, sapete che lo stesso nostro papa ha parlato di mondanità
spirituale. Chi è il vero diavolo? Questi pastori che fanno parte della chiesa del dissenso disprezzano
la divina tradizione e questuano insegnamenti peregrini o diffondono dottrine umane, questo è il vero
diavolo. Non è quindi Decio o l’autorità pubblica ma lo spirito di mondanizzazione che distrugge
dall’interno le caratteristiche della morale cristiana, non sono più neanche i lapsi che sono stati
ricondotti a molti consigli ma si tratta di gente che non osserva le leggi morali nelle loro azioni, che
ha un cattivo comportamento, che macchia la vita con fatti immorali e che non si pente. Quindi è
proprio all’interno della chiesa il serpente, in questa chiesa del dissenso viene a mancare la tensione
verso la vita eterna e quindi verso la santità, che sarebbe uno dei punti fondamentali della soteriologia
cristiana, i beni della vita eterna sono sostituiti da una attenzione ai beni di questo mondo, per questo
Cipriano alla fine dell’opera richiama il valore dell’attesa cristiana per l’arrivo improvviso del
Signore. Sappiamo che i primi cristiani attendevano come imminente la parusia, e Cipriano a
conclusione escatologicamente parla di questo arrivo del Signore, e denuncia questa mancanza di
fede in un mondo non corretto nel temporale. Potremmo parlare quasi di una vera e propria denuncia
di Cipriano nei confronti di coloro che non osservano la legge morale e quindi non comprendono
quanto sia importante la penitenza dopo aver commesso il peccato, e quindi dopo aver apostatato.
Questo era molto chiaro perché fino al pastore di Erma c’era un’unica possibilità di avere rimessi i
peccati, non c’era una seconda possibilità, con il pastore di Erma ci sarà una seconda possibilità ma
ciò esige una metanoia, cioè esige la purificazione ma anche la conversione. Manca nella chiesa di
Cartagine la tensione verso la santità, e una mondanizzazione in atto. Oltre a quest’opera, che tratta
dell’unità della chiesa cattolica, sono diverse le opere che Cipriano scrive, ma un’opera che dobbiamo
prendere in considerazione è il De Dominica Oratione, cioè il commento al Padre Nostro, fu scritto
da Cipriano durante la persecuzione di Decio, molto probabilmente nel 252, si è molto discusso circa
la datazione, secondo alcuni sarebbe stato redatto tra il 251 e il 252, non è solo Cipriano che ha scritto
un commento al Padre Nostro, si ispira a Tertulliano, questi commenti venivano soprattutto offerti ai
neofiti che avevano ricevuto il battesimo nella notte pasquale e ad essi venivano spiegati il simbolo
e il pater. Il commento al Padre nostro di Cipriano è un trattato di natura ascetico morale, sembra che
sia stato realizzato con l’intento di preparare i catecumeni. Qual è la struttura dell’opera: una
introduzione generale un commento al Padre nostro e un insegnamento pratico. Cipriano apre il
trattato mettendo in evidenza il significato e l’importanza della preghiera per il cristiano, dice così
all’inizio del suo trattato: i comandamenti del vangelo, fratelli carissimi, non sono altro che
insegnamenti del Signore, fondamenta sulle quali costruire la speranza, sostegno per rafforzare la
fede, cibo per alimentare la vita, guida per dirigere il cammino, aiuto per ottenere la salvezza, i
precetti divini ci conducono ai regno celesti mentre sulla terra istruiscono le menti docili dei credenti.
Questa per quanto riguarda l’introduzione poi nella prima parte commenta passo passo tutto il Padre
nostro, voi sapete che il Padre nostro è diviso in petizioni e quindi è commentato petizione per
petizione e offerto ai catecumeni, non ci soffermiamo troppo, ma vorrei ricordarvi quanto sia
importante la parte che riguarda il pane quotidiano, perché Cipriano ne da un significato che riguarda
non solo l’aspetto materiale, del pane, ma va oltre, dacci oggi il nostro pane quotidiano può avere una
doppia interpretazione sia in senso letterale che spirituale. giustappone le due interpretazioni perché
ritiene che sia il pane eucaristico che quello per il corpo, siano utili per la nostra salvezza, e traduce
il greco epiuson con quotidianus, dandogli il significato di ogni giorno, quel pane che ci viene dato
ogni giorno: l’uomo per vivere ha assolutamente bisogno di Cristo perché egli è il pane della sua
esistenza, lo leggiamo in modo particolare nel vangelo di Giovanni al cap. 6, l’uomo ha bisogno
dell’eucaristia, pensate ai martiri di Abitene, con quella bellissima espressione, Sine Dominico non
possumus, il pane quotidiano nella sua interpretazione spirituale è il Cristo eucaristico è un pane
indispensabile per vivere, per cui va ricevuto ogni giorno e solo dai credenti, i battezzati. Pensate al
fatto che sia stato detto che era necessario partecipare all’eucaristia per assolvere al precetto pasquale,

31
domenicale, nei giorni feriali, la comunità si incontrava durante la settimana per ascoltare la parola,
o anche stuDio come ad Alessandria con il didaskaleion. Cipriano scardina queste leggi andando oltre
cioè il cristiano ha bisogno continuamente di attingere all’eucaristia, per ottenere la salvezza, ogni
giorno. Il pane di vita infatti è Cristo e questo pane se vi ricordate Ignazio di Antiochia, farmaco di
immortalità, questo pane è appunto la medicina di vita eterna. Per quanto riguarda l’ultima parte del
Padre nostro relativa al perdono dei peccati, Cipriano è molto preciso, dopo il conforto del cibo, si
richiede il perdono del peccato perché viva in Dio chi è nutrito da Dio e si provveda non solo alla
vita presente e terrena ma anche a quella eterna, alla quale si può giungere se sono perdonati i
peccati, che il Signore chiama debiti, come scritto nel suo vangelo, ti ho rimesso ogni debito perché
me lo hai chiesto, pensate a tutti i passi biblici in cui Gesù fa riferimento alla misericordia, siate
misericorDiosi….il perdono dei peccati si può ottenere solo se si è in grado o capaci di perdonare gli
altri. Ancora Cipriano dice: dobbiamo rimanere in pace Dio non accetta il sacrificio di colui che non
è in pace e gli comanda di allontanarsi dall’altare e di riconciliarsi prima con il fratello, perché Dio
possa essere propiziato con preghiere di pace infatti il sacrificio più grande per Dio è la pace che
regna fra noi, la nostra concordia fra noi e il fatto di essere un popolo riunito nel nome del Padre
del Figlio e dello Spirito Santo. Nella Didachè si fa riferimento che chi accede al sacrificio deve
essere degno, puro, il profeta Malachia ad es. - viene richiesta la purezza del cuore per poter accedere
all’eucaristia. Importante la riconciliazione tra fratelli e con Dio, fa riferimento a Giuda e a Caino, a
Pietro. Le lacrime di Pietro esprimono il pentimento. La figura di Giuda per Cipriano indica lo
scismatico, colui che non accetta di fare penitenza per rientrare nella comunione ecclesiale, invece
per quanto riguarda Abele e Caino, Abele uomo pacifico e giusto insegnò agli altri uomini che quando
offrono un dono all’altare devono giungervi con timor di Dio, con cuore puro secondo le norme di
giustizia, secondo intenti di concordia e di pace, chi alimenta discordie e contese non è in pace con
il fratello e non potrà sfuggire al castigo inflitto a chi è in lite con il fratello, neppure se sarà ucciso
nel nome del Signore, non può essere con Cristo chi ha preferito essere imitatore di Giuda.

Controversia ariana, Ario (origeniano radicale, conlucianista, discepolo di Luciano di Antiochia) è


un presbitero della chiesa di Alessandria e come presbitero comincia a propugnare una cristologia
fuorviante intorno al 320, questa è la datazione degli stuDiosi che hanno accettato, ha avuto il suo
inizio nel 320. Ario era un presbitero preposto alla chiesa di Baukalis e ha come vescovo Alessandro
il quale dopo aver sentito delle affermazioni cristologiche fuorvianti di Ario, chiama il suo presbitero
e gli chiede di ritrattare, prima personalmente e poi convoca un sinodo con i vescovi dell’Egitto e poi
successivamente avverrà la scomunica al concilio di Nicea del 325. Innanzitutto cerchiamo di
comprendere quale substrato culturale ha Ario e quindi anche i suoi adepti, noi abbiamo studiato
Paolo di Samosata e Luciano di Antiochia e abbiamo detto che i due sono contrapposti per quanto
riguarda la dottrina che professano, Paolo lo possiamo definire (esistono due grandi fazioni, il
monarchianesimo e la tradizione origeniana, il monarchianesimo è suddiviso in modalismo,
patripassianesimo, sabellianesimo, adozionismo e dottrina origeniana fautrice della dottrina del
Logos che predica un Logos mediatore tra Dio e il mondo) monarchiano radicale e Luciano di
Antiochia è un origeniano radicale, tanto che Ario nella lettera che scrive ad Eusebio di Nicomedia
dirà di essere discepolo di Luciano di Antiochia, quindi non può che professare che il Logos è una
creatura e non Figlio di Dio, non è Dio. Paolo di Samosata deve salvaguardare la monarchia divina,
e quindi l’unità della divinità, non può ammettere che il Logos sia un’ipostasi distinta dal Padre; gli
origeniani radicali, Luciano di Antiochia e poi Ario, non possono che affermare che il Logos è una
creatura, a partire da Proverbi 8, 22-25 così come poi dirà Ario con la sua dottrina.
22 Il Signore mi ha creato all'inizio della sua attività,
prima di ogni sua opera, fin d'allora.
23 Dall'eternità sono stata costituita,
fin dal principio, dagli inizi della terra.
24 Quando non esistevano gli abissi, io fui generata;
quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d'acqua;

32
25 prima che fossero fissate le basi dei monti,
prima delle colline, io sono stata generata.
La dottrina di Ario che discende da Luciano, fa si che successivamente Costantino convochi il
concilio nel 325, non abbiamo gli atti del concilio, ma abbiamo le lettere che Ario ha scritto ad
Eusebio di Nicomedia e ad Alessandro di Alessandria e a Costantino stesso, da queste lettere
possiamo ricavare la dottrina ariana, poi abbiamo una lettera che Eusebio di cesarea scrive ai suoi
conDiocesani e il simbolo niceni, noi faremo riferimento a questa documentazione, e trarremo le
conclusioni soprattutto a riguardo del termine homoousios che significa consunstanziale coniato, o
meglio proposto a Nicea e sottoscritto dai padri conciliari, secondo quando ci riferisce Eusebio,
obtorto collo, un termine non scritturistico e che i padri conciliari furono costretti a sottoscrivere;
perché si giunse a proporre questo termine che stabilisce il rapporto tra il Figlio e il Padre, quindi
perché il Figlio è consustanziale a Padre, voi sapete che il problema è dato soprattutto dal fatto che
siamo in presenza di un termine filosofico, deriva dalla ousia aristotelica, generale e particolare ed è
per questo che i padri non l’accolgono benevolmente, che cosa è ousia è un sostrato divino, che ha
una sua finitezza in sé, e una sua compiutezza, l’ousia, il sostrato divino è impossibile dividerlo, chi
pretendesse di togliere dall’unica ousia una sua parte e quindi pensasse di chiamarlo Figlio o Logos,
non permetterebbe più a quella ousia divina di essere perfetta. Menomerebbe la sua perfezione. Ario
non può comprendere ciò e per questo non ritiene il Logos Dio. Lo può ritenere solamente Poiema,
un termine greco che significa creatura, fattura, ma non Dio, perché ciò equivarrebbe ad affermare
un diteismo, cioè due dei. Il consustanziale, homoousios, permette di comprendere l’unitarietà, ed è
per questo che molto probabilmente questo termine è stato proposto da monarchiani moderati.
Abbiamo parlato di monarchiani radicali e origeniani radicali, ma c’erano anche le fazioni moderate,
tra questi Eusebio di Cesarea è un origeniano moderato che in un primo momento aderisce al pensiero
ariano e poi se ne discosta, ma Eusebio è certamente un origeniano, Eusebio partecipa al concilio e
propone il simbolo che già nella sua chiesa di Cesarea veniva professato, con l’aggiunta poi del
homoousios. Fermiamo la nostra attenzione su Eusebio in modo da comprendere il tutto, e poi
successivamente studieremo il resto, e le lettere che si sono scambiati Ario con gli altri. Chi è
Eusebio di Cesarea, lo abbiamo studiato fin dagli inizi e abbiamo fatto riferimento a lui perché ha
scritto la Storia Ecclesiastica e se non ce l’avesse lasciata noi non conosceremmo non solo diversi
autori ma anche diversi fatti della storia della chiesa, oltre ad Eusebio naturalmente dobbiamo fare
riferimento anche a Girolamo nel De Viris Illustribus che ci permette di conoscere gli uomini illustri
dei primi 4 secoli. La Storia Ecclesiastica è una opera formata da 10 libri e ci permette di conoscere
i fatti e i personaggi che vanno dagli inizi della cristianità al 323, è il lasso di tempo che ci ha offerto
Eusebio. Poi la storia ecclesiastica è stata continuata da Socrate, Sozomeno e Teodoreto, non li
studieremo ma ci fermiamo ad Eusebio.
Eusebio nasce verso il 265 a Cesarea di Palestina e ha un maestro che potremo definire un Padre nello
Spirito, ma anche culturale che si chiama Panfilo e molte volte Eusebio veniva definito Eusebio di
Panfilo, la stessa cosa avviene con Cipriano che dopo la conversione si faceva chiamare Cipriano
Cecilio dal nome del Padre nello Spirito. In questo caso Eusebio di Panfilo, abbiamo diverse opere di
Eusebio, fermiamoci sulla Historia Ecclesiastica, frutto di 25 anni di denso lavoro. Possiamo dire che
in questa opera c’è una vera e propria apologia storica del cristianesimo, noi abbiamo studiato la
letteratura apologetica, ma vi rendete conto che anche nella composizione di una storia della chiesa
c’è una sorta di vena apologetica, perché Eusebio deve difendere i cristiani dalle persecuzioni, e in
questo lasso di tempo che ci presenta sono tante le persecuzioni contro i cristiani e sono tanti i cristiani
che hanno subito la morte. E allora ci informa proprio nel prologo del primo libro dello scopo, degli
obiettivi che si prefigge di raggiungere, del metodo che usa nella composizione di quest’opera, i
contenuti invece vengono mostrati volta per volta. Parte dalla successione apostolica, la presentazione
di quelle cattedre episcopali nelle quali c’è stata una successione apostolica chiara, ad esempio
Antiochia ha avuto Pietro come fondatore di quella chiesa, il primo vescovo e poi tutti i suoi
successori, elenca i vari vescovi delle chiese più importanti. Poi ricorda anche gli uomini illustri e ne
rimarca le gesta e le opere, il VI libro della storia ecclesiastica è dedicato ad Origene. Eusebio vuole

33
dimostrare che il cristianesimo non è una setta, sappiamo che dalle origine il cristianesimo era definita
come una setta giudaica e che prima o poi sarebbe rientrato nuovamente nel giudaismo, un fatto che
riguarda alcuni e non una realtà complessiva, Eusebio dimostra che non è una setta, ma una vera
religione che si fonda nel giudaismo di cui costituisce la continuazione, parla di continuità per quanto
riguarda la preparazione e la configurazione ad opera dei patriarchi e dei profeti nell’AT di
discontinuità perché sapete bene che lo stesso Gesù nel NT ci presenta una legge che mira più al cuore
che non all’apparenza. Eusebio è consapevole di dover scrivere un nuovo tipo di storia nella quale
non è l’uomo e le gesta dell’uomo ad essere messi in rilievo, ma c’è una regia divina, cioè una
provvidenza che guida la storia e per questo deve anche interpretare le persecuzioni, la figura
dell’imperatore secondo questo schema, c’è una regia divina ed una provvidenza che guida l’umanità,
a chi su rifà per scrivere questa storia, i modelli sono due, innanzitutto Giuseppe Flavio e poi le storie
delle scuole filosofiche dell’età ellenistica, non scrive senza avere dei modelli. Una vecchia questione
che riguarda la storia ecclesiastica di Eusebio è i problema dell’obiettività, lui ci offre una
documentazione certa? Ci tramanda fatti personaggi ed eventi cosi come in realtà li ha recepiti dai
documenti che aveva in suo possesso, chi ci tramanda un fatto di cronaca ce lo tramanda
interpretandolo e quindi, non è obiettivo, ma ne da una interpretazione, bisogna andare oltre rispetto
a quanto il giornalista mi vuole comunicare. Noi possiamo intravedere nella narrazione della storia
di Eusebio un suo modo di proporci l’alessandrinismo moderato, la dottrina del Logos che è proprio
dell’ambiente in cui vive Eusebio. Egli seleziona il materiale che ha raccolto, non ci tramanda tutta
la documentazione, ma raccoglie la documentazione e poi la selezione e solo dopo ce ne offre una
interpretazione. Tra i temi analizzati, assumono rilievo le persecuzioni, sappiamo che hanno origine
dallo scontro sorto tra il potere imperiale e i primi cristiani, nei primi libri della storia ecclesiastica,
Eusebio presenta le persecuzioni come avvenimenti eccezionali, da imputare alla responsabilità degli
imperatori. Ma a partire dall’VIII libro della Storia ecclesiastica c’è un cambio di prospettiva, e ne
parla in chiave provvidenziale, se vi ricordate quando abbiamo studiato il documento della
congregazione per l’educazione cattolica per lo stuDio della chiesa, veniva citato Agostino che
diceva che sono state un bene le eresie perché hanno permesso alla chiesa di riflettere su se stessa e
sul mistero di stesso di Dio uno e trino, Eusebio stesso si rende conto, all’inizio che le persecuzioni
sono state provocate dallo scontro tra il potere imperiale e i cristiani, ma dall’VIII libro si rende conto
che sono anche provvidenziali perché anche nel primo periodo dell’era cristiana c’era stato un certo
lassismo c’è l’entusiasmo delle origini che permette a tanti di aderire al cristianesimo e poi il lassismo,
cioè alcuni aderiscono perché tra i cristiani ci sono dei privilegi, ad esempio nel periodo di Costantino,
vedremo come molti si convertono solo perché i cristiani avevano privilegi rispetto ai donatisti, agli
scismatici o agli eretici.

07 Marzo 2018
Continuiamo a trattare di Eusebio e poi tratteremo di Ario e il concilio di Nicea e le lettere che Ario
indirizza ad Eusebio di Nicomedia e Alessandro.
Certamente Eusebio è una delle figure più importanti perché la sua Historia Ecclesiastica ci permette
di conoscere gran parte degli autori e situazioni storiche. Inoltre Girolamo con il De Viris Illustribus
ci fa conoscere gli autori con le date significative e le opere. Per quanto riguarda Eusebio, nel
descrivere i fatti storici ha dinanzi a se una documentazione varia che seleziona, quindi ci propone un
suo punto di vista, tra i temi è dato rilievo alle persecuzioni, in un primo momento sono descritte
come il risultato dello scontro tra cristiani e potere imperiale, in un secondo momento dal VIII libro
in poi della storia ecclesiastica, le persecuzioni sono invece descritte in chiave provvidenzialistica.
Vengono citati diversi passi biblici ed Eusebio interpreta questi passi alla luce della storia, Ger 2,1-2
salmo 88 per quanto riguarda il tema delle persecuzioni, Siamo nel libro IX, la persecuzione è
attribuita alla follia e alla perversione del tiranno, dell’imperatore, Massimino Daia. Per questo la
punizione di Dio si abbatte sugli imperatori, pensate ai passi dell’AT come i salmi, dove vi è la
vendetta di Dio nei confronti dei nemici del popolo di Israele, l’ira di Dio che si scaglia contro i
nemici del popolo. Eusebio prende a prestito questi passi e li interpreta per indicare l’azione del

34
diavolo contro i cristiani, il diavolo è il tiranno. L’interesse per la storia non lo ritroviamo soltanto
nell’opera Historia Ecclesiastica ma anche nella cronaca, un‘opera iniziata prima del 303 è collegata
alla Historia Ecclesiastica, abbiamo detto che questa ha come tempo storico dal 303 al 323, la
Cronaca presenta prima la storia dei popoli orientali, greci e romani e poi presenta delle tavole
sinottiche con brevi notizie di storia sacra e profana a partire da Abramo fino al 303. L’intento di
quest’opera è apologetico vuole dimostrare l’antichità della religione giudaica propedeutica alla
religione cristiana, Eusebio cerca di affermare che la religione cristiana ha la sua prefigurazione in
quella giudaica e che ne è la continuazione, ritroviamo anche in quest’opera i termini di continuità e
discontinuità. Un certo tono apologetico lo troviamo in tutte le opere di Eusebio, anche se di carattere
più apologetico in particolare sono due opere, La Preparazione Evangelica e La Dimostrazione
Evangelica, scritte una di seguito all’altra dopo il 312, la preparazione evangelica in 15 libri, e la
dimostrazione evangelica in 20 libri, ne possediamo solo 10 e una parte del 15esimo. Nella
preparazione evangelica in 15 libri vengono riproposti i temi consueti dell’apologetica latina e greca,
quindi la falsità delle religioni politeistiche, ad es. Clemente Alessandrino con il Protrettico, deve
affermare che la religione cristiana è superiore alla religione politeistica, ai miti greci, e per questo
deve affermare la superiorità del monoteismo ebraico e cristiano. Nella dimostrazione evangelica,
risponde agli ebrei che accusavano i cristiani di aver travisato la religione, dimostrando la
temporaneità della legge mosaica che costituisce solo un momento di preparazione all’Avvento di
Cristo e quindi al compimento cristico. Nei libri 4° e 5° della dimostrazione evangelica comincia a
parlare della dottrina del Logos, il Logos è il mediatore tra Dio e il mondo, lo abbiamo detto studiando
la scuola di Alessandria, è generato dal Padre in vista della creazione e della redenzione. La dottrina
del Logos si presenta come una dottrina che lascia intravedere un certo subordinazionismo, infatti il
Logos si presenta in una posizione intermedia tra Dio e il mondo e sappiamo che coloro che spostano
il Logos come gli ariani, Ario e i suoi adepti, lo spostano più verso il mondo non considerandolo più
come il mediatore tra Dio e il mondo, lo rendono una creatura, poiema, fattura. La preparazione
evangelica è rivolta ai pagani, mentre la dimostrazione evangelica è rivolta agli ebrei. In un primo
momento Eusebio fu coinvolto nella controversia ariana e prese le difese di Ario, e proprio perché
appunto coinvolto in questa controversia poi fu sollecitato a tutelare la sua posizione anche per iscritto
e lo farà con due opere, il Contro Marcello in 2 libri e la Theologia Ecclesiastica in 3 libri; chi era
Marcello, vescovo di Ancira, era stato uno dei principali avversari di Ario al concilio di Nicea, era
dunque un monarchiano radicale. Fu messo sotto accusa per motivi dottrinali in sinodo che si tenne
a Costantinopoli nel 336, e in quell’occasione Eusebio scrisse il Contro Marcello per confutare le
sue osservazioni; mentre nella Theologia Ecclesiastica viene affermata la posizione mediana del
Logos, tra Dio e il mondo, ritroviamo la dottrina trinitaria di Eusebio. Dobbiamo dire che Eusebio
proprio perché oltre ad essere teologo ed esegeta non può non offrirci delle opere di carattere
esegetico, ritroviamo per esempio diverse opere, il Commentario ad Isaia dove chiarisce che il
messaggio profetico è presentato in modo da poter essere interpretato in vista dell’avvento di Cristo,
si tratta di una interpretazione cristologica, Commento ai Salmi, non ci è giunto integro in cui prevale
una interpretazione cristologica, ma andiamo subito a due scritti di Eusebio che celebrano la figura
di Costantino: La Vita di Costantino e la Laus Costantino (lode). La Vita di Costantino in 4 libri e
la Lode di Costantino, la testimonianza più importante della attività oratoria di Eusebio, che
comprende due discorsi pronunciati nel 335 per il trentennale di Costantino e per la dedicazione della
nuova basilica a Gerusalemme, queste due opere sono molto importanti perché ci fanno comprendere
il rapporto che Eusebio ha con Costantino e non solo anche il rapporto con la teologia politica.
Costantino muore nel 337 lasciando 3 Figli, prima di scrivere la vita di Costantino, Eusebio aveva
già pronunciato diversi discorsi in onore di Costantino, nell’ultimo libro della Historia Ecclesiastica
troviamo già degli elogi a Costantino. La Vita è stata scritta subito dopo la morte tra il 339 e 340. Di
fatto è un vero e proprio panegirico sulla persona di Costantino. L’opera è formata da 4 libri, nel
primo libro parla della morte dell’imperatore facendo cenno al De Mortibus Persecutorium di
Lattanzio, secondo il quale Dio punisce gli imperatori cattivi e premia quelli buoni. In questo primo
libro ancora, l’autore mette a confronto Costantino con Mosè, Costantino è scelto da Dio per liberare

35
il popolo e salvarlo così come Mosè; Eusebio dunque enumera le imprese militari di Costantino come
ad esempio la vittoria contro i Britanni, prima di diventare cristiano, e così via. Secondo libro parla
del conflitto tra Costantino e Licinio e la successiva sconfitta di Licinio, Eusebio mette in evidenza il
fatto che Costantino vinca Licinio a favore della chiesa; terzo libro, viene esaltata la madre Elena e
Eusebio interpreta il titolo di vescovo “di quelli di fuori “ in senso spirituale, infatti Costantino come
vescovo di quelli di fuori si occupa di tutto ciò che sta al di fuori della chiesa. Il quarto libro mostra
Costantino in preghiera, abbiamo un altro paragone che istituisce Eusebio quasi a inclusione tra
Costantino e Gesù: Costantino in preghiera prima della morte riceve il battesimo da un vescovo
ariano, prima di morire divide l’impero tra i 3 figli e poi subito il confronto tra Cristo e Costantino.
In sintesi a partire dalla Vita di Costantino, dalla Laus di Costantino, e dalla Storia Ecclesiastica, in
modo schematico trattiamo della teologia politica di Eusebio rilevandone alcuni punti: 1 il potere ha
origine divina, Costantino ha avuto un mandato da Dio- 2 Dio dispone dei regni dell’impero a suo
piacimento- 3 Dio è il creatore ed è colui che regola il passaggio da un imperatore all’altro, Dio
protegge l’imperatore cristiano se ne regola il passaggio protegge e custodisce l’imperatore cristiano
che favorisce i cristiani- 4 se Dio sceglie l’imperatore, Dio fa si che quell’imperatore vinca tutte le
battaglie, la vittoria dell’imperatore ha come principio Dio stesso. A Dio l’imperatore deve rendere
conto del suo governo.- 5 l’impero romano cristiano deve essere figura dell’impero celeste, se c’è un
unico Dio, in terra deve essere un unico imperatore, deve essere monarchico. Deve essere unico, deve
essere unito, deve essere universale si intende solo l’impero romano.- 6 l’impero deve essere perpetuo
e cristiano. L’imperatore secondo Eusebio ha 3 poteri, potere di ministero, in forza del sacerdozio
spirituale ( episcopon – vescovo di quelli di fuori ); potere di magistero, convoca i concili, e non solo
Costantino, anche altri imperatori successivamente; potere di governo, perché legifera a favore dei
cristiani. Questi punti li possiamo ricavare da queste opere: Vita Lode e Storia Ecc.
Della Storia Ecclesiastica abbiamo detto che è stata poi continuata da Socrate, Sozomeno e Teodoreto.
(Fino oltre il V secolo).
Fermiamoci ora sul Concilio di Nicea e lo facciamo a partire da alcuni documenti che possediamo,
la crisi ariana probabilmente inizia nel 320, Ario è un presbitero della chiesa di Alessandria e
comincia a propugnare una cristologia fuorviante rispetto a quella che professa il suo vescovo
Alessandro a partire dal 320. La documentazione che ci permette di conoscere la controversia ariana
e il concilio di Nicea (del concilio non ci è pervenuto nulla), sono le lettere che Ario scrive ad Eusebio
di Nicomedia e al vescovo Alessandro, ma conosciamo Epifanio di Salamina che verso il IV secolo
scrive il Panarion, un’opera antieretica e li si occupa dell’arianesimo. Poi del concilio di Nicea
possediamo il simbolo, e i diversi canoni, il concilio fu indetto da Costantino, ma prima di giungere
al concilio, prendiamo in considerazione queste lettere: la prima, la lettera che Ario a Eusebio di
Nicomedia, Ario era stato con Eusebio alla scuola di Luciano e sarebbe stato il più valido dei suoi
sostenitori, scrive ad Eusebio e in questa lettera molto breve ritroviamo le caratteristiche della sua
dottrina, leggiamo: Al signore Eusebio, amatissimo uomo fedele a Dio e di retta fede, da parte di
Ario, perseguitato da papa1 Alessandro ingiustamente a causa della verità che vince su tutto e che
anche tu difendi, salute nel Signore.
2. Poiché il padre" Ammonio veniva a Nicomedia, mi è sembrato opportuno e doveroso salutarti per
suo tramite e insie- me rammentarti 1'affetto in te innato e la buona disposizione che hai verso i
fratelli in grazia di Dio e del suo Cristo, dato che il vescovo aspramente ci tormenta, ci perseguita e
usa contro di noi ogni mezzo, sì che ci ha scacciato dalla città quali uomini senza Dio. ( Ario si
ritiene un perseguitato da Alessandro, il suo vescovo, si mostra come una vittima) il motivo è che non
siamo d'accordo con lui che afferma pubblicamente: «Sempre Dio sempre il Figlio, insieme il Padre
insieme il Figlio, il Figlio coesiste con Dio senza essere stato generato, generato da sempre,
ingenerato-generato'. Né nel pensiero né di un solo istante Dio precede il Figlio. Sempre Dio sempre
il Figlio. il Figlio deriva proprio da Dio 4 »,4. Tali empietà non possiamo neppure stare a sentire,
anche se gli eretici ci minacciano mille morti. Ma noi che cosa affermiamo, pensiamo, abbiamo
insegnato e insegniamo? ( da una parte mostra la dottrina di Alessandro e da un’altra parte presenta
la sua dottrina e la sua cristologia). Il Figlio non è ingenerato né in alcun modo è parte dell'ingenerato

36
7 né deriva da un sostrato; ma per volere" e decisione del Padre è venuto all'esistenza prima dei
tempi? e dei secoli, pienamente Dio 10 , unigenito, inalterabile . 5. E prima di essere stato sia
generato sia creato 12 sia definito sia fondato (Prov. 8,22-5), non esisteva 13. Infatti non era
ingenerato 14. Veniamo perseguitati perché abbiamo detto: «Il Figlio ha principio, mentre Dio è
senza principio». Per questo siamo perseguitati, e perché abbiamo detto: «Deriva dal nulla». Così
abbiamo detto, in quanto non è né parte di Dio né deriva da un sostrato. Per questo siamo
perseguitati. Il resto tu lo sai.
Ti auguro di star bene nel Signore, memore delle nostre afflizioni, Eusebio veramente
collucianista15. Questa lettera è il vero e proprio documento che ci permette di conoscere la crisi
ariana, in una prima parte abbiamo l’insegnamento di Alessandro che ci viene presentato dallo stesso
Ario e poi nella seconda parte, la dottrina stessa di Ario. Alessandro afferma che il Figlio coesiste da
sempre con il Padre, sempre il Padre, sempre il Figlio, insieme il Padre, insieme il Figlio, quindi il
Figlio esiste da sempre con il Padre. Perfetta equiparazione sul piano cronologico anche se il
problema era stato affrontato da Origene e riguarda proprio il tempo Dio è fuori dal tempo e il
rapporto Padre e Figlio non po’ essere determinato in termini cronologici, Origene aveva detto che il
Figlio coesiste eternamente col Padre, e la sua generazione è eterna, il Figlio generato dal Padre
eternamente, e quindi la generazione è un fatto eterno e continuo. Origene aveva distinto il principio
ontologico dal principio cronologico. Aveva già detto che il Padre è ontologicamente il principio,
l’Archè del Figlio, non è invece l’Archè cronologica del Figlio, lo è in senso ontologico ma non
cronologico, perché la sua generazione è una generazione ab aeternum, una generazione eterna e
continua. Per Ario invece il Figlio, è generato non è coeterno, perché se fosse coeterno al Padre,
sarebbe ingenerato come il Padre, il riferimento biblico in questa lettera è Proverbi 8,22-25
Prima di essere stato sia generato, sia creato, sia definito, sia fondato non esisteva, notate i due verbi,
generare, creare, fondare definire, sono usati come se fossero tutti sinonimi, secondo Ario quindi il
Padre è ingenerato, il Figlio non è parte dell’ingenerato nè deriva da un sostrato ma ha avuto
sussistenza per volontà del Padre prima dei tempi, quindi ha avuto l’esistenza dal Padre prima dei
tempi, era la creatura più eccelsa, il Figlio non è né parte dell’ingenerato né deriva dal sostrato divino,
esclude che il Figlio e il Padre facciano parte di un sostrato che con la generazione si divide in due
parti, per cui il Figlio dovrebbe essere una parte dell’ingenerato, una parte del sostrato divino. Ario
esclude ogni possibilità di derivazione del Figlio dal Padre in questi termini, perché affermare che il
Figlio derivi dal sostrato divino significa frazionare, dividere, menomare la perfezione del sostrato
divino. Quando Ario dice che il Figlio non deriva da un sostrato vuole negare una derivazione del
Figlio dalla sostanza del Padre materialmente intesa, il Figlio prima di essere stato generato non
esisteva perché non era ingenerato. Il passo biblico di proverbi,
22 Il Signore mi ha creato all'inizio della sua attività,
prima di ogni sua opera, fin d'allora. (prima del mondo)
23 Dall'eternità sono stata costituita,
fin dal principio, dagli inizi della terra.
24 Quando non esistevano gli abissi, io fui generata;
quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d'acqua;
25 prima che fossero fissate le basi dei monti,
prima delle colline, io sono stata generata.
Fa riferimento alla Sapienza, la Sapienza è ipostatizzata e Ario interpreta questo passo intendendo
generare e creare come sinonimi. Nella lettera comunque ci sono anche delle contraddizioni, prima
per esempio usa il Verbo creare, poi il Verbo generare e interpreta il Verbo generare alla luce del
creare. E quindi fa confusione riguardo all’Archè cronologico e ontologico, che aveva già risolto
Origene. Questo è il documento chiave di tutta la controversia ariana perché ci fa comprendere il
senso della sua dottrina. Poi c’è un’altra lettera, che Ario scrive ad Alessandro, che chiamerà in un
primo momento Ario in modo tale che ritratti, lo farà anche dinnanzi ai vescovi dell’Egitto, ma Ario
si rifiuterà di ritrattare e quindi poi si giungerà al concilio di Nicea. In questa lettera un po’ più lunga
ancora una volta cerca di spiegare la sua dottrina:

37
1. Al beato papa e vescovo nostro Alessandro, da parte dei preti e dei diaconi, salute nel Signore. (
Ario scrive anche nome dei suoi adepti)
2. La nostra fede, che ci viene dai padri1 e che anche da te, beato papa, abbiamo appreso, è la
seguente. Sappiamo che esiste un unico Dio, solo" ingenerato, solo eterno, solo senza principio, solo
vero, solo che possiede l'immortalità, (solo un unico Dio esiste, non si può affermare un altro Dio,
Gesù Cristo) solo sapiente, solo buono, solo potente, che giudica regge e governa ogni cosa,
immutabile e inalterabile, giusto e buono, Dio della Legge, dei profeti e del Nuovo Testamento. Egli
ha generato il Figlio unigenito prima dei tempi eterni (generato come creato), e per mezzo di lui ha
creato i tempi e tutte le cose: lo ha generato non in apparenza ma in realtà, per propria volontà lo
ha fatto sussistere, immutabile e inalterabile, creatura perfetta di Dio, ma non come una delle
creature, genitura, ma non come una delle geniture. 3. Non come Valentino5 ha sostenuto che la
genitura del Padre è emanazione (gnosticismo); né come Mani ha insegnato che la genitura è parte
consustanziale" del Padre; né come Sabellio, dividendo la monade, l'ha definita figlio-padre7; né
come Ieraca ha affermato lucerna da lucerna o quasi un lume che si divide in due, né nel senso che,
esistendo dapprima8, dopo è stato generato o creato in luogo di Figlio, come tu stesso, beato papa,
hai più volte condannato, in mezzo alla chiesa e in assemblea, coloro che facevano tali affermazioni.
Affermiamo (dice che non intende l’essere generato creato del Figlio dal Padre come tutti questi altri
eretici ma affermiamo che) 9 che il Figlio è stato creato per volere di Dio prima dei tempi e dei
secoli, (creato come prima creatura. Noi crediamo generato non creato) ed ha ricevuto dal Padre la
vita, l'essere e la gloria, mentre il Padre sussiste insieme con lui. 4. Infatti il Padre, nel dare a lui
l'eredità di tutto, non ha privato se stesso di ciò che possiede in sé stesso senza essere stato generato,
in quanto è fonte di tutte le cose. Sicché esistono tre ipostasi10; e Dio che è causa di tutte le cose è
senza principio assolutamente solo; invece il Figlio, generato dal Padre fuori dal tempo creato e
fondato (Prov. 8, 22-5) prima dei tempi, non esisteva prima di essere stato generato, ma generato
fuori dal tempo prima di tutte le cose, egli solo ha derivato l'essere sussistente dal Padre. Infatti non
è eterno né coeterno né ingenerato insieme col Padre, né ha l'essere insieme col Padre, come dicono
alcuni sulla base del principio di relazione 1 2 , introducendo così due princìpi ingenerati. (il
principio è uno Ario non può ammettere che il Figlio sia ingenerato come il Padre). Ma in quanto
monade e principio di tutto, Dio esiste prima di tutto; perciò esiste anche prima del Figlio, come
abbiamo appreso anche da te che insegnavi in mezzo alla chiesa.
5. In quanto il Figlio ha da Dio l'essere, la gloria, la vita, e tutto gli è stato affidato, in questo senso
Dio è suo principio. Infatti comanda su di lui, in quanto è il suo Dio ed esiste prima di lui. Quanto
poi a espressioni come «da lui» e «dal ventre» (Ps. 109, 3) e «sono uscito dal Padre e sono venuto»
(Ev. lo. 8, 42)13, ( espressioni tratte dalla Scrittura, Gv 8,42° il salmo 109 )se alcuni le intendono nel
senso che il Figlio è parte del Padre consustanziale ed emanazione, il Padre risulterà, secondo loro,
composto, divisibile, mutevole e corpo;( Ario dice che se è parte del sostrato divino che è Padre, vuol
dire che questo sostrato divino è materia, corporeo quindi divisibile) e Dio incorporeo sarà soggetto
a tutto ciò che, secondo loro, succede naturalmente ad un corpo.
Ti auguro di star bene nel Signore, beato papa. Ario, Aitale, Achille, Carpone, Sarmata, Ario, preti.
Euzoio, Lucio, Giulio, Mena, Elladio, Gaio, diaconi. Secondo della Pentapoli, Teona della Libia,
[Pisto], vescovi.
In questo contesto sappiamo molto bene che al concilio di Nicea parteciperà anche un altro autore, e
vi partecipa come diacono. Alessandro è vescovo di Alessandra e ha come diacono Atanasio, che
porta con sé. Atanasio combatterà contro l’arianesimo perché malgrado nel 325 Ario venga
condannato al concilio e venga sottoscritto l’homoousios dai padri conciliari cioè un termine che
esprime il rapporto del Figlio con il Padre, cioè il Figlio è della stessa sostanza del Padre. Sappiamo
che tutto ciò non verrà accolto da tutti benevolmente, sappiamo che il termine consustanziale non è
un termine scritturistico e questo provocherà dei dissensi in seno alla chiesa stessa, in seno ai vescovi,
ed è per questo che successivamente, Atanasio dovrà riprendere la questione combattendo contro
coloro che continueranno a propugnare la dottrina ariana, ma cercando anche in seno all’ortodossia,
dovrà ancor di più specificare e riproporre il consustanziale.

38
Atanasio è sicuramente il teologo dell’incarnazione del Logos, ed è il più importante avversario
dell’eresia ariana, nasce verso l’anno 300 e diviene diacono, segretario del vescovo Alessandro di
Alessandria, prendendo parte al concilio di Nicea. Atanasio a partire dal concilio e poi
successivamente dichiarerà che il Logos è Dio, ed è della stessa sostanza del Padre, Dio da Dio, in
questo modo metterà ancora di più in luce la piena divinità del Figlio negata dagli ariani, morto il
vescovo Alessandro nel 328, succederà nella cattedra episcopale di Alessandria come vescovo, e si
dimostrerà subito deciso a respingere ogni compromesso nei confronti delle teorie ariane, condannate
dal concilio di Nicea. Così come ho già detto nonostante il concilio abbia condannato Ario, queste
idee continueranno a prevalere in diverse chiese non solo tra alcuni, ma vedremo che ci saranno anche
diversi vescovi che seguiranno la dottrina ariana. Quindi la crisi ariana che si credeva risolta a Nicea,
continuò per decenni con vicende difficili e divisioni dolorose nella chiesa. Atanasio dovrà subire per
ben 5 volte l’esilio tra il 336 e il 366, fu costretto ad abbandonare la sua città e durante le sue forzate
assenze da Alessandria ebbe modo di sostenere e diffondere la fede nicena. L’opera più famosa è
appunto il trattato sull’incarnazione del Verbo, il Logos si fa carne divenendo come noi, assumendo
la nostra natura umana per la nostra salvezza, l’espressione che conosciamo molto bene è: Dio si è
fatto uomo, perché l’uomo diventi Dio. Egli si è reso visibile nel corpo perché noi avessimo un’idea
del Padre invisibile ed egli stesso ha sopportato la violenza degli uomini perché noi ereditassimo
l’incorruttibilità, con la sua risurrezione, ha permesso a questa umanità di risorgere, e ha fatto sparire
la morte come se fosse paglia nel fuoco. Durante uno degli esili 340-341 ha scritto 3 orazioni contro
gli ariani, in cui difende la figliolanza divina di Cristo. Il Figlio è eterno e increato, è l’eterna potenza
di Dio, la sua figliolanza è reale, ma non è paragonabile alla figliolanza terrena. Atanasio osserva in
queste orazioni che la venuta nel mondo del Figlio di Dio è necessitata dall’opera salvifica, e nella
terza orazione prende in considerazione due passi biblici, Gv 14,10 e Gv 10.30 io e il Padre siamo
una cosa sola, io sono nel Padre e il Padre è in me, sono due riferimenti significativi rispetto ad Ario.
Atanasio nota che parlare del Figlio e del Padre non mette in repentaglio il monoteismo perché il
Figlio non è un secondo Dio, e interpreta queste espressioni alla luce del termine homoousios, della
stessa sostanza. Se vi ricordate quando abbiamo parlato di Origene abbiamo detto che prediligeva il
termine Ipostasi al termine Prosopon, il termine Ipostasi dice la identità delle 3 persone, nella unità
della sostanza. Di Atanasio dobbiamo ricordare (sullo Spirito Santo possiamo trattare per quanto
riguarda la liturgia la lex orandi ma non secondo la lex credendi perché non abbiamo incontrato
nessun trattato sullo Spirito Santo), Atanasio ne parla ed è il primo, poi ci sarà Didimo il Cieco,
Atanasio scrive 4 lettere a Serapione, vescovo di Thmuis, 300 circa - 370 circa, per rispondere a una
sua richiesta. In queste 4 lettere tratta della divinità dello Spirito Santo definendola homoousios,
quindi consustanziale, non solo il Figlio ma anche lo Spirito Santo. Di Atanasio dobbiamo ricordare
la Vita di Antonio, perché Atanasio subendo i 5 esili ha conosciuto il monachesimo, e Antonio Abate,
ci permette di conoscere il monachesimo in Egitto, è una biografia che ci offre diversi aspetti della
vita di Antonio, furono amici al punto che ricevette una delle due pelli di pecora lasciate dal monaco
egiziano. Mostra con chiarezza in questa biografia di avere chiara coscienza dell’influsso che poteva
avere sul popolo cristiano la figura esemplare di Antonio, così scrive nella conclusione dell’opera:
che fosse dappertutto conosciuto, da tutti ammirato e desiderato anche da quelli che non l’avevano
visto, è un segno della sua virtù e della sua anima amica di Dio, infatti non per gli scritti, ne per una
sapienza profana, ne per qualche capacità è conosciuto Antonio, ma solo per la sua pietà verso Dio,
e nessuno potrebbe negare che questo sia un dono di Dio, come infatti si sarebbe sentito parlare in
Spagna, in Gallia, a Roma, in Africa, di quest’uomo che viveva ritirato tra i monti, se non l’avesse
fatto conoscere dappertutto Dio stesso, come egli fa con quanti gli appartengono e come aveva
annunciato ad Antonio fin dal principio e anche se questi agiscono nel segreto, vogliono restare
nascosti, il Signore li mostra a tutti come una lucerna, perché quanti sentono parlare di loro sappiano
che è possibile seguire i comandamenti e prendano coraggio nel percorrere il cammino della virtù.
Sapete che si ritira nel deserto per la preghiera, contemplazione, per la penitenza, Antonio è segno
del regno dei cieli come gli eremiti che scelgono di vivere continuamente rivolti verso Dio attraverso
la penitenza. Vedremo meglio il monachesimo con Basilio.

39
Il termine consustanziale da chi può essere stato proposto presente a Nicea: dai monarchiani moderati
(subordinazionismo moderato) e la stessa cosa che possiamo dire per Eusebio di Cesarea che professa
un origenismo moderato, anche se vicino ad Ario in un primo momento, poi se ne discosta.

Testi: Il Cristo vol. II testi teologici spirituali in lingua greca dal IV al VII secolo a cura di Manlio
Simonetti trovate i testi a cui abbiamo fatto riferimento, le due lettere ma anche il simbolo niceno:
Credo del Concilio di Nicea (325)
Crediamo in un solo Dio,
Padre onnipotente,
creatore di tutte le cose visibili ed invisibili.
Ed in un solo Signore, Gesù Cristo,
il figlio di Dio, generato, unigenito, dal Padre,
cioè dalla sostanza del Padre,
Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero,
generato, non creato,
consustanziale al Padre,
per mezzo del quale sono state create tutte le cose,
in cielo e in terra. Per noi uomini e per la nostra salvezza è disceso e si è incarnato, si è fatto uomo,
ha patito e risorto il terzo giorno,
è risalito al cielo,
e verrà a giudicare i vivi e i morti.
Crediamo nello Spirito Santo. (non ci sono aggiunte a riguardo dello Spirito Santo)
Quelli che dicono c’è stato un tempo in cui non esisteva o non esisteva prima di essere stato generato,
o è stato creato dal nulla o affermano che egli deriva da altra ipostasi o sostanza o che il Figlio di Dio
è o creato, o mutevole o alterabile, tutti costoro condanna la chiesa cattolica
e apostolica.

14 Marzo 2018
Atanasio
Prima lettera a Serapione, la Trinità è inseparabile e non si può affermare che lo Spirito Santo è
creatura. Il primo a parlare a parlare di Spirito Santo abbiamo detto è Atanasio nelle 4 lettere a
Serapione, poi Didimo il Cieco. Eravamo giunti alla Vita Antoni di Atanasio la biografia del primo
monaco che si ritira nel deserto per vivere in contemplazione, la vita di Antonio secondo uno studioso
Betancourt, è divisa in 4 parti, nella prima parte a circa 18 anni, nel 270 circa, divenuto orfano vende
quello che possiede e si dedica alla vita ascetica, questa è la narrazione che troviamo nella prima parte
della biografia, nella seconda parte Antonio parte per una regione cosparsa di tombe lontano dal suo
villaggio per lottare con il demonio, questa caratteristica continua della lotta contro il male la
ritroviamo più volte in tutta la biografia di Antonio. Rinchiuso in una tomba confida nell’aiuto di Dio
e a 35 anni gli appare il Signore che lo conforta e lo consola, questo nella seconda parte della
biografia, la terza parte Antonio si ritira nel deserto e si rinchiude in un fortino abbandonato ne esce
dopo 20 anni, la fama della sua santità si diffonde ovunque e in molti gli chiedono aiuto e consiglio,
in questa terza fase Antonio torna ad Alessandria a consolare i cristiani condannati a morte e dopo il
martirio del vescovo di Alessandria, Pietro, la persecuzione cesserà, Antonio tornerà di nuovo nel
deserto vivendo il martirio della coscienza, questa la terza parte. Nella quarta parte, Antonio riceve
un nuovo appello da parte di Dio che lo chiama a ritirarsi nella regione più interna del deserto, e si
stabilisce nella montagna secondo la narrazione di Atanasio, Antonio sarebbe morto a più di 100 anni.
In questa biografia Atanasio dichiara che Antonio ha lasciato ogni cosa, affetti e beni per dedicarsi
totalmente alla preghiera e al lavoro. E ogni tappa dell’opera atanasiana è caratterizzata da una crisi,
una tentazione, un momento di prova, dalla lotta contro il male. E’ una caratteristica che troviamo in
tutte le 4 parti della vita di Antonio. Antonio lascia ogni cosa ma deve far fronte alla lotta contro il
male. Girolamo non era così d’accordo su questa testimonianza, cioè che Antonio fosse il primo

40
monaco, Girolamo scrive invece tre vite, la vita di Paolo, Malco e Ilarione, sono 3 vite di monaci, e
ritiene che il primo monaco sia Paolo di Tebe. Per quanto riguarda Atanasio, citiamo un’altra opera
e si tratta del Tomo agli Antiochieni, Tomus ad Antiochenos, e la lettera ufficiale del concilio di
Alessandria del 362, di fatto dettata da Atanasio, nella quale si danno consigli per regolare la
riammissione delle fila antiariane di tanti vescovi che avevano abiurato alla fede cattolica, in questo
Tomus Atanasio propone questo chiarimento è lecito professare due ipostasi del Padre e del Figlio
purchè non alla maniera subordinante di Ario, ovvero una sola ipostasi dei due, radicalizzando il
subordinazionismo della dottrina del Logos e riducendo dunque il Logos a una creatura, possiamo
dire che Atanasio in questo Tomus non è un teologo speculativo, lo possiamo definire più che altro
un pastore preoccupato dalla minaccia ariana, il suo desiderio è salvaguardare la purezza della
tradizione e difendere l’esistenza della Trinità in verità e realtà, affermando che il Verbo non è stato
creato, ma generato ed è consustanziale al Padre. Il Figlio dunque ha la pienezza della divinità ed è
pienamente Dio, Padre e Figlio hanno la stessa natura e ambedue sono eterni. Abbiamo fatto la
differenza tra Archè ontologico e archè cronologico dicendo che il principio ontologico del Figlio è
il Padre, ma non è il principio cronologico, Padre e Figlio sono eterni. Questa tesi ha una grande
importanza soprattutto per il mistero dell’incarnazione e della redenzione, perché noi non potremmo
essere stati salvati se Dio non si fosse fatto uomo. Lo Spirito Santo e questa è la affermazione di
Atanasio nelle lettere a Serapione non è una creatura ma fa parte della Trinità e anch’egli è Dio.

Ario, le tesi:
• la prima, il Verbo non esiste dall’eternità col Padre. A questa prima tesi di Ario si oppone la
tesi di Alessandro, il Verbo coesiste col Padre dall’inizio.
• La seconda, Ario, il verbo è stato creato dal nulla, Alessandro dice che il Verbo è stato
generato dall’eternità ed è per mezzo di Lui che sono state create tutte le cose
• Terza, Ario, il Verbo non è Figlio naturalmente e propriamente detto del Padre, Alessandro si
oppone e dice che il Verbo è Figlio non per adozione ma per natura, siamo noi figli per
adozione.
• Quarta, Ario, la natura del Figlio non procede da quella del Padre, Alessandro, il Figlio
possiede una natura uguale a quella del Padre, dato che è consustanziale
• Quinta, il Verbo ha cominciato ad esistere per un atto di volontà del Padre, quindi c’è stato
un momento secondo Ario, nel quale il Figlio ha cominciato ad esistere nel tempo, all’inizio
di ogni cosa ed è la creatura per eccellenza; Alessandro si oppone dicendo che il Verbo esiste
per comunicazione dell’essenza del Padre perché il Padre comunica la sua natura divina, la
sua essenza.
• Sesta, Ario, il verbo è soggetto al mutamento fisicamente e moralmente; si oppone
Alessandro, il Verbo nella sua natura divina non è soggetto al mutamento ne alla sofferenza,
per quanto riguarda la natura umana va detto il contrario, patisce ma avendo assunto tutta la
nostra umanità eccetto il peccato, fa l’esperienza di ogni uomo, quindi anche della delusione
del tradimento, del pianto, della stanchezza e della consapevolezza, della conoscenza delle
cose, c’è un progresso dal punto di vista umano nella coscienza di Gesù e c’è anche un
mutamento naturalmente anche nella consapevolezza di quanto avverrà.

Didimo il Cieco, non tutti i manuali riportano Didimo, Nuovo Dizionario Patristico di Antichità
Cristiana.
Non so se conoscete la clavis patrum graecorum, clavis significa chiave, per poter entrare in una
stanza o in una casa è necessaria una chiave, per potere entrare in questo grande palazzo dei padri
della chiave è necessaria una chiave, c’è un sussidio che si chiama appunto Clavis Patrum Grecorum,
la chiave dei padri greci che vi permette di entrarvi, in biblioteca, al secondo volume, trovate subito
dopo, il Migne, da 2544 a 2572 trovate Didimo il Cieco e le sue opere, allo Spiritu Sanctu, ma anche
le edizioni critiche e alcuni studi. Su Didimo è stato prodotto tanto, noi cercheremo di studiarlo a
partire dalla eresia pneumatomaca, riguarda lo Spirito Santo, gli pneumatomachi sono gli eretici che

41
affermano la creaturalità dello Spirito Santo, mette in discussione la divinità dello Spirito Santo,
questa eresia è riconducibile all’immediato post concilio niceno, dopo il 325, inizia a serpeggiare
l’eresia pneumatomaca, è frutto della congruenza di due correnti distinte che provengono
ambedue dall’arianesimo.
▪ Il primo filone, la prima di queste correnti fa capo ad Eunomio, vescovo di Cizico, originario
della Cappadocia, fu il maggiore esponente dell’arianesimo radicale fu segretario e discepolo
di Aezio, poi diacono e poi vescovo, è considerato uno degli esponenti maggiori degli anomei
e quindi è un ariano, cioè uno che ha delle posizione subordinazioniste radicali, ma Eunomio
sostiene anche che la terza persona della Trinità, la terza ipostasi, è terza per natura e per
ordine, è creata per disposizione del Padre e per opera del Figlio e onorata al terzo posto come
prima creatura del Figlio. Quindi dato che solo Dio può creare e Dio è uno, ha dato origine in
un tempo al Figlio e in un secondo tempo allo Spirito, questo il primo filone.
▪ Il secondo filone prende avvio dagli ortodossi niceni, intendiamo coloro che affermano l’
homoousios, cioè il Figlio consustanziale al Padre, i quali accettano la divinità del Figlio, tra
questi c’è Atanasio che sostiene contro tutti che il Figlio è della stessa sostanza del Padre. Ma
proprio in seno a questi ambienti degli omeusiani, prende avvio un gruppo capeggiato da un
certo Macedonio, intorno al 300 al quale si unirà l’amico di Basilio, Eustazio di Sebaste.
Macedonio sostiene, basandosi sui testi della Scrittura che Spirito Santo sia una creatura, e lo
identifica come uno Spirito al servizio di Dio e come servo del Figlio. Naturalmente la
questione riguarda la divinità dello Spirito Santo e la consustanzialità dello Spirito Santo
definito tale da Atanasio nelle 4 lettere a Serapione. Per Macedonio lo Spirito Santo non è Dio
e quindi non può essere adorato.

Abbiamo quindi due fronti eretici, dai una parte il primo filone capeggiato da Eunomio e il secondo
capeggiato da Macedonio, da questo derivano gli eunomiani e i macedoniani, gli uni e gli altri sono
pneumatomachi. Alcuni di loro considerano lo Spirito Santo una energeia, una energia divina, altri lo
considerano una creatura angelica, altri ancora pensano che lo Spirito Santo sia un intermediario tra
Dio e gli angeli. Ci sono tante differenze, ma nella eresia pneumatomaca ci sono varie tipologie di
idee. Questa nuova eresia muoveva dalla considerazione della terza persona in un rapporto di
subordinazione rispetto al Figlio, così come era stato detto da Ario riguardo al Figlio, riprende la
eresia ariana in riferimento allo Spirito Santo. Atanasio reagirà a questa eresia attraverso le 4 lettere
a Serapione, aveva al suo interno della diocesi degli pneumatomachi e chiede ad Atanasio, che
risponde con queste lettere che invia tra 357 e il 359 e quindi spiega in che senso si può intendere lo
Spirito Santo, a queste 4 lettere, seguiranno 2 trattati, uno di Didimo il Cieco e l’altro di Basilio di
Cesarea, che richiama il trattato di Didimo. In questi documenti ritroviamo i richiami biblici, sia
riguardo l’AT sia il NT per esempio tutti quei richiami biblici che richiamano lo spirito santo in
termini allegorici, che riguardano delle metafore, nell’AT sono tantissime, così come anche nel NT.
Dello Spirito Santo ne possiamo parlare solo attraverso una metafora. La corrente eunomiana si rifa
in modo particolare a Gv 1, 3, e partendo da presupposti origeniani, radicalizza il subordinazionismo
trinitario per affermare la creaturalità dello Spirito Santo, e lo definisce creatura del Figlio, perché
attraverso il Figlio, Dio crea tutte le cose quindi anche lo Spirito Santo è creatura del Figlio. Questi
pneumatomachi affermavano, se lo Spirito Santo non è creato, o è fratello di Dio Padre o è zio
dell’unigenito Gesù Cristo o è figlio di Cristo o è nipote di Dio Padre, questo è quanto scrive Didimo
riguardo agli pneumatomachi, o è lo stesso Figlio di Dio, nel qual caso il Signore Gesù non sarebbe
unigenito perché ha un altro fratello. Gli pneumatomachi, soprattutto la corrente macedoniana, si
opponevano con forza a quanto affermava Basilio mediante l’uso di una particella “con” relativa allo
Spirito Santo, questa introduzione sull’eresia pneumatomaca ci permette di comprendere in che
posizione troviamo Didimo soprattutto ad Alessandria. Non conosciamo molto della sua vita anche
se abbiamo delle testimonianze che ci vengono da Girolamo, da Palladio, Didimo era un uomo di
notevole cultura teologica, vicino alla cultura origeniana, lo troviamo ad Alessandria nasce intorno al
313, rimane cieco a 4 anni circa, ha una straordinaria forza di volontà e di memoria, lo troviamo nel

42
Didaskaleion di Alessandria che egli stesso dirige su incarico di Atanasio. Girolamo che ha tradotto
il De Spiritu Sanctu di Didimo nella prefazione al trattato, così scrive: Didimo era impacciato nello
scrivere ma non nella dottrina, il suo stile dimostra la profondità del pensiero e la semplicità
terminologica, abbiamo anche la testimonianza di Rufino, Didimo è apprezzato come maestro della
scuola alessandrina, anche perché furono suoi allievi diversi monaci, tra cui anche Evagrio Pontico,
abbiamo parlato della Vita di Antonio, ma certamente il monachesimo in questo periodo ha un ruolo
importante perché non è solamente determinato dalla fuga dalla città ma soprattutto è determinato dal
desiderio di vivere in maniera radicale il vangelo. Il carattere di Didimo può essere descritto, così
come ci arriva da Girolamo, da Rufino, come docile e affabile, amava la solitudine si tenne lontano
dalle controversie religiose pur esercitando una influenza profonda sul pensiero teologico della sua
epoca. Combatte contro le eresie, in modo particolare, il manicheismo, lo gnosticismo, l’arianesimo,
l’eresia pneumatomaca, muore intorno al 398 all’età di circa 85 anni. Possiamo vedere tutta la dottrina
origeniana, del quale prende le difese ma condivide di Origene anche la dottrina della preesistenza
delle anime e l’apocatastasi. Quali sono le opere di Didimo: sono tante ma non le possediamo tutte,
proprio per le eresie che sposa, così come anche di Origene non possediamo tutte le opere, noi ci
fermeremo a studiare in modo particolare il trattato sullo Spirito Santo, ed è per questo che l’ho
introdotto con l’eresia pneumatomaca. Abbiamo diverse opere esegetiche, pensiamo al commentario
ai salmi, frammenti, commentari al vangelo di Matteo e di Giovanni, a Osea, a Zaccaria a Giobbe, ai
proverbi. Ma poi ci sono delle opere di carattere teologico, per esempio il trattato sulla Trinità, in cui
tratta del Figlio e dello Spirito Santo, sempre rimandano al dato biblico. E confutando, le idee degli
ariani, e dei macedoniani. Il trattato sullo Spirito Santo, risale al 360-370 e risente molto delle 4
lettere a Serapione di Atanasio. Così come abbiamo detto queste sono il primo trattato che riguarda
la terza ipostasi. Nel trattato di Didimo ritroviamo l’ homoousios così come abbiamo detto, il
riferimento ad Atanasio, il consustanziale è riferito anche allo Spirito Santo, non possediamo
l’originale greco, ma abbiamo la traduzione latina di Girolamo, che ha influenzato tutta la teologia
occidentale, perché sappiamo che il trattato sullo Spirito Santo di Didimo era conosciuto già da
Ambrogio e da Agostino. Questo significa che il trattato sullo Spirito Santo di Didimo ha un posto
molto importante per la teologia occidentale. Rufino testimonia che Girolamo conobbe Didimo nel
386 in occasione di una sua sosta ad Alessandria durante un suo viaggio in Egitto, e dalla prefazione
al trattato sullo Spirito Santo di Didimo, sappiamo che egli, Girolamo iniziò la traduzione dal greco
a Roma nel 384, e la terminò nel 386 a Betlemme. Lo scopo dell’opera era combattere l’eresia
pneumatomaca e proteggere il popolo dalla propaganda di macedoniani e eunomiani che asserivano
la creaturalità dello Spirito Santo, affermando che lo Spirito Santo fosse una creatura e quindi al terzo
posto rispetto al Figlio. Quali sono i temi che troviamo: Città Nuova, trovate la versione in italiano.
Vi ritroviamo tutti i passi biblici dell’At e Nt. I temi: innanzitutto facciamo riferimento al metodo
che usa, prima di trattare della dottrina dello Spirito Santo, Didimo tratta della cristologia perché deve
difendere l’unità di Dio e lo deve fare prima di tutto contro gli ariani, abbiamo detto che l’arianesimo
non termina con la condanna di Ario a Nicea, ma ha una prosecuzione, e quindi anche Didimo deve
dimostrare che il Figlio è consustanziale al Padre, dopo aver dimostrato la cristologia nicena inizia a
trattare della pneumatologia. Abbiamo detto che Didimo dipende da Origene, anche se in questo
trattato vi è anche l’influsso di Atanasio, e questo può farci pensare che Didimo non sia un tipo
originale, lo stesso è stato detto per Ambrogio di Milano e cioè che non siamo dei veri e propri teologi
speculativi, per Ambrogio è stato detto che avesse quasi scopiazzato in modo particolare gli autori
greci, lo stesso si dice di Didimo. Nonostante la dipendenza da Origene dobbiamo dire che la
comprensione del sistema trinitario di Didimo prende avvio dal principio di unità delle 3 ipostasi,
come Atanasio, Didimo insiste molto sui termini che indicano principalmente l’unità nella Trinità,
Dio è Trinità di ipostasi che partecipano dell’unica ousia, così com’era stato definito al concilio di
Nicea nel 325, questa unità consiste nella comunione di vita, nella reciproca inabitazione e
compenetrazione, nello scambio dinamico e vitale tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, per esempio
Didimo dice che c’è una compartecipazione della Trinità anche al mistero dell’incarnazione. Ciò che
appartiene ad una ipostasi conviene anche all’altra in quanto tutte e 3 partecipano della medesima

43
vita divina. Sapete che questa affermazione deve essere sempre oculata e specificata perché ciò
potrebbe indurre ad una eresia, voi sapete che monarchianesimo affermava la monarchia di Dio ma
diceva nello stesso tempo che Gesù Cristo che muore sulla croce è un modo, un nome dello stesso
Dio che è Padre, non c’è distinzione di ipostasi e quindi il modalismo, che affermava solo la modalità
diversa di manifestarsi dell’unico Dio. Didimo afferma le 3 ipostasi distinte ma chiarisce la
compartecipazione divina nella oikonomia salvifica. E’ il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo che come
Trinità partecipa all’opera della creazione e all’opera della redenzione, questo concetto sarà ripreso
da teologi contemporanei. Didimo insiste che nella Trinità non vi è nessuna gerarchia e nessuna
subordinazione, e ogni cosa è compiuta indistintamente dalle 3 divine persone le quali possiedono la
medesima ed unica attività, sicchè il Padre realizza ogni cosa con il Figlio e lo Spirito Santo, lo stesso
san Paolo ci dice che il Padre realizza ogni cosa per mezzo del Figlio nello Spirito Santo, Didimo
dunque parte dall’unica sostanza divina che è la Trinità, dicendo che c’è una sola operazione, operatio
comunis, una sola operazione delle 3 persone in vista della creazione e in vista della redenzione. Se
da una parte è accentuata questa concezione dell’unità nella trinità, risulta carente il tema relativo alla
distinzione e alla singolarità di ogni ipostasi, quale è l’operazione propria del Padre, del Figlio e dello
Spirito Santo. Non per questo si può dire che Didimo non consideri la distinzione delle 3 ipostasi. La
distinzione delle proprietà che differenziano le persone divine dalla sostanza comune la esprime
attraverso i termini che vengono usati dalla teologia trinitaria in modo particolare in Origene. Origene
dice che il Padre è il principio ontologico del Figlio, il Figlio è il mediatore, (dottrina del Logos, tra
il Padre e il mondo) è colui che è stato inviato dal Padre per la salvezza del mondo, lo Spirito Santo
è il principio di unità o il principio di santificazione. Non possiamo dire che Didimo abbia coniato
questa espressione una sola sostanza divina e 3 ipostasi, perché la conierà Basilio, ma in nuce
possiamo intravederla, una sostanza 3 persone, quando abbiamo parlato di Origene abbiamo detto
che sarebbe meglio parlare di ipostasi perché quando in realtà diciamo persona in italiano e latino
intendiamo qualcos’altro, ipostasi è un termine greco che ci aiuta a comprende un po’ meglio il
riferimento a ousia, la distinzione. In Origene abbiamo detto che predilige ipostasi al termine
prosopon, perché ambedue significa persona, ma prosopon sta più per maschera, (come nelle tragedie
greche) quindi indica qualcosa di esteriore. Quindi Origene usa il termine ipostasi per la Trinità.
Questa espressione di Ousia , 3 Ipostasi, una sostanza, tre persone la troveremo in Basilio ma la
ritroviamo già anche se non del tutto definita in Didimo. Possiamo anche dire che i concetti teologici
che ritroviamo riguardanti la pneumatologia sono per lo più ripresi dalla cristologia, per questo nel
trattato sullo Spirito Santo la pneumatologia segue la cristologia. Partendo dalla cristologia dunque
si occupa della dottrina dello Spirito Santo e lo definisce increato come il Figlio. Della stessa sostanza
così come era stato definito il Figlio a Nicea. Neppure in riferimento a Gv 1,3 ( versetto usato da
Eunomio) può giustificare la creaturalità dello Spirito Santo così scrive Didimo nel trattato: sono
empi tutti quelli che annoverano lo Spirito Santo tra le cose create sostenendo che siccome tutto è
stato creato da Dio per mezzo del Verbo, con ciò significa anche la creazione dello Spirito Santo,
quindi dato che tutte le cose sono state create da Dio per mezzo del Figlio questi empi macedoniani
e eunomiani affermano che anche lo Spirito Santo sia stato creato per mezzo del Logos. Didimo dice
che sono empi tutti coloro che affermano che anche lo Spirito Santo sia stato creato. Lo Spirito dunque
non è una creatura ne visibile, ne invisibile ma è Dio e Signore inseparabilmente accanto al Padre e
al Figlio, a loro unito (……. Manca un periodo, non si sente bene……)per natura, incorruttibile ed
eterno, immutabile e inalterabile, questi termini erano presenti anche nella lettera di Ario ad Eusebio
di Nicomedia, Didimo li usa per provare il contrario. Didimo quindi definisce la consustanzialità
dello Spirito Santo dicendo che appartiene alla Trinità. La struttura dell’opera: nell’introduzione
abbiamo il motivo per cui scrive quest’opera, nella prima parte viene sviluppato il tema relativo (dopo
la cristologia) alla natura divina dello Spirito il quale non è una creatura ne visibile, ne invisibile. Lo
Spirito è sostanza dei doni divini consustanziale al Padre e al Figlio. E tutto questo è ampiamente
attestato dalla sacra Scrittura, AT e NT. Lo Spirito è il sigillo, il consolatore, la sapienza, il dito di
Dio, è il medesimo Spirito che ha agito nei profeti dell’AT e nei discepoli del NT; nella seconda parte
del trattato riporta tutti i dati scritturistici per confutare le tesi dei macedoniani ed eunomiani. Gli

44
argomenti della seconda parte si sviluppano intorno a 4 testi della Scrittura, il primo testo è Gv 4, 1-
26 – secondo testo Gv 16,12-15 – terzo testo Rm 8, 4-17 – quarto testo Is 63, 7-12.

Giovanni 4,1-26
1 Quando il Signore venne a sapere che i farisei avevano sentito dire: Gesù fa più discepoli e battezza
più di Giovanni 2 - sebbene non fosse Gesù in persona che battezzava, ma i suoi discepoli -, 3 lasciò
la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea. 4 Doveva perciò attraversare la Samaria. 5 Giunse
pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a
Giuseppe suo figlio: 6 qui c'era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso
il pozzo. Era verso mezzogiorno. 7 Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse
Gesù: «Dammi da bere». 8 I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. 9 Ma la
Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna
samaritana?». I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. 10 Gesù le rispose:
«Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu stessa gliene avresti
chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». 11 Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per
attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest'acqua viva? 12 Sei tu forse più grande del
nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?».
13 Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; 14 ma chi beve dell'acqua che
io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che
zampilla per la vita eterna». 15 «Signore, gli disse la donna, dammi di quest'acqua, perché non abbia
più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». 16 Le disse: «Va' a chiamare tuo marito e
poi ritorna qui». 17 Rispose la donna: «Non ho marito». Le disse Gesù: «Hai detto bene "non ho
marito"; 18 infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il
vero». 19 Gli replicò la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta. 20 I nostri padri hanno adorato
Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 21 Gesù le
dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete
il Padre. 22 Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la
salvezza viene dai Giudei. 23 Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno
il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. 24 Dio è spirito, e quelli che lo adorano
devono adorarlo in spirito e verità». 25 Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia (cioè il
Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa». 26 Le disse Gesù: «Sono io, che ti parlo».

Giovanni 16,12-15
12 Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13 Quando
però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà
tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. 14 Egli mi glorificherà, perché prenderà del
mio e ve l'annunzierà. 15 Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà
del mio e ve l'annunzierà.

Romani 8,4-17
4 perché la giustizia della legge si adempisse in noi, che non camminiamo secondo la carne ma
secondo lo Spirito.
5 Quelli infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che vivono
secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito. 6 Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i
desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace. 7 Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro
Dio, perché non si sottomettono alla sua legge e neanche lo potrebbero. 8 Quelli che vivono secondo
la carne non possono piacere a Dio.
9 Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio
abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. 10 E se Cristo è in voi, il
vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione. 11 E se lo
Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti
darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.
45
12 Così dunque fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne;
13 poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l'aiuto dello Spirito voi fate morire
le opere del corpo, vivrete.
14 Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. 15 E voi non
avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli
adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!». 16 Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito
che siamo figli di Dio. 17 E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se
veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.

Isaia 63,7-12
7 Voglio ricordare i benefici del Signore,
le glorie del Signore,
quanto egli ha fatto per noi.
Egli è grande in bontà per la casa di Israele.
Egli ci trattò secondo il suo amore,
secondo la grandezza della sua misericordia.
8 Disse: «Certo, essi sono il mio popolo,
figli che non deluderanno»
e fu per loro un salvatore
9 in tutte le angosce.
Non un inviato né un angelo,
ma egli stesso li ha salvati;
con amore e compassione egli li ha riscattati;
li ha sollevati e portati su di sé,
in tutti i giorni del passato.
10 Ma essi si ribellarono e contristarono
il suo santo spirito.
Egli perciò divenne loro nemico
e mosse loro guerra.
11 Allora si ricordarono dei giorni antichi,
di Mosè suo servo.
Dov'è colui che fece uscire dall'acqua del Nilo
il pastore del suo gregge?
Dov'è colui che gli pose nell'intimo
il suo santo spirito;
12 colui che fece camminare alla destra di Mosè
il suo braccio glorioso,
che divise le acque davanti a loro
facendosi un nome eterno. ( commento di Didimo: siccome abbiamo dettagliatamente spiegato
questo brano secondo le nostre possibilità - anche Origene più volte dice forse, potrebbe essere,
prendila come puoi, io ti offro questo e poi un’altra e poi tu stesso puoi trovarne un’altra ancora –
presentiamo ora un capitolo del profeta che contiene alcune allusioni allo Spirito Santo, per essere
così istruiti nella fede in lui e nella sua comprensione, non solo dal nuovo ma anche dall’antico
testamento, infatti già in precedenza abbiamo sostenuto che la grazia dello Spirito santo era stata
riversata e aveva colmato di diversi carismi tutti i santi e quindi tutti i profeti, come tutti i profeti che
vissero prima e dopo l’avvento di Cristo, innalzato il vessillo della giustizia avendo la grazia
dell’unico Dio e del suo unigenito, conseguirono la scienza della Verità così gli stessi possiederanno
anche la grazia dello Spirito Santo perché in precedenza in molti passi abbiamo mostrato che lo
Spirito Santo è inseparabile dal Padre e dal Figlio, quindi non è che i profeti che hanno vissuto prima
dell’avvento del Figlio non possedevano lo Spirito santo anche loro hanno avuto la possibilità di
essere rivestiti dallo Spirito Santo. Sta scritto nel profeta Isaia: mi sono ricordato della misericordia

46
del Signore e dei suoi benefici che ha compiuto verso noi tutti, il Signore è un giudice buono per la
casa di Israele perché elargisce a noi i beni secondo la sua misericordia e secondo la grandezza
della sua giustizia e disse, non sono essi forse mio popolo, figli che non mi rinnegheranno, ed egli è
diventato loro salvatore in tutte le loro angosce, non un messaggero ne un angelo, ma egli stesso li
salvò perché li aveva amati e aveva perdonato loro, egli stesso li sollevò, li riscattò ed innalzò per
tutti i giorni del tempo, essi però non credettero ed esasperarono il suo santo Spirito e si mutò in loro
nemico. Egli stesso combattè contro di loro ma si ricordò dei tempi antichi colui che fece uscire dalla
terra d’Egitto e pastore delle pecore che pose in essi lo Spirito Santo guidando fuori Mosè con la sua
destra. In tutto l’antico testamento ritroviamo la fedeltà di Dio e l’infedeltà del suo popolo e l’ira di
Dio contro il popolo che non ascolta il suo Signore.

Cosa dice Didimo: coloro che con frequenza conseguirono i benefici di Dio sapendo di averli ottenuti
più per sua grazia e misericordia che per le proprie opere, quasi tutti all’unanimità e con un solo
animo esclamano: Mi sono ricordato della misericordia del Signore, considerando infatti spesso
quali doni essi hanno ricevuto per mezzo di Mosè rendono grazie e si ricordano oltre che della
misericordia anche dei benefici del Signore, sia dei prodigi che ha fatto per loro in mezzo ai popolo
pagani, sia del progresso morale dell’anima, dicono di ricordarsi della sua misericordia per tutto
quello che è stato loro elargito non per la loro giustizia, ma per la sua misericordia, così infatti si
traduce dalla lingua ebraica alla nostra, Israele significa Intelligenza che vede Dio, quantunque
talora un giudice infligga pene e torture a persone meritevoli di giudizio tuttavia uno che esamina
più profondamente le cause dei fatti conoscendo la disposizione alla bontà di colui che brama
correggere chi pecca proclama quella bontà dicendo: è lui che ci elargisce beni secondo la sua
misericordia. Il riferimento è a quella misericordia che essi hanno ricevuto per grazia di Dio, ma
essi hanno esasperato il suo santo Spirito, la sua misericordia e quindi anche quell’amore che Dio
ha avuto nei loro confronti, li offre anche secondo la sua misericordia, facendo questo con
discernimento ci impartisce la sua giustizia ciò che ci ha elargito con bontà unita a misericordia,
notate il connubio tra misericordia e giustizia.

Attraverso questi brani della Scrittura Didimo dimostra come lo Spirito Santo inviato dal Padre nel
nome del Figlio, sia lo spirito di verità che conduce i credenti alla verità tutta intera, lo Spirito dunque
è lo Spirito di Dio, lo Spirito di Cristo che oggi agisce anche nella chiesa. L’impostazione del trattato
è molto semplice, parte dalla dottrina cristologica, poi parla della natura dello Spirito Santo, nella
seconda parte confuta le tesi dei macedoniani e degli eunomiani a partire da questi 4 testi scritturistici
in modo particolare per provare che lo Spirito è lo Spirito di Dio ed è lo Spirito di verità che porta a
conoscere la verità. A conclusione dell’opera Didimo ribadisce quanto sia importante la fedeltà alla
Scrittura e quindi qualsiasi dato dogmatico e teologico non lo si può non ricavare dalla Scrittura che
è quella fonte necessaria che ci permette di conoscere i misteri di Dio uno e trino. La sacra Scrittura,
così dice Didimo non dice altro della Trinità se non che Dio è il Padre del Salvatore e che il Figlio è
stato generato dal Padre, dobbiamo credere dunque solo ciò che è scritto e dopo aver mostrato che lo
Spirito Santo è increato pensare di conseguenza che colui la cui sostanza non è creata, a giusto titolo
è associata al Padre e al Figlio. Questa la conclusione che ne fa.

Concilio di Costantinopoli, Apollinare.

Testi su Apollinare, Il Cristo II volume della collana Lorenzo Valla Mondadori a cura di Manlio
Simonetti – Testi teologici spirituali in lingua greca dal IV al VII secolo.

Apollinare, nasce verso il 315 e muore verso il 392 è vescovo di Laodicea e ritiene che il Logos
divino ha assunto una natura umana prima della sua anima razionale, il Verbo si sarebbe servito
dell’umanità come di uno strumento inerte, ci sarebbe quindi un solo principio di volere e di azione
cioè la divinità, il Logos, tutta l’azione vitale del Cristo dipende solo dal Logos che domina la natura

47
umana rendendola impeccabile, da qui deriva la formula di Apollinare, una unica natura incarnata
del Dio Logos, quindi l’umanità è uno strumento inerte di cui il Logos si serve, Apollinare scrive:
nelle divine scritture non si presenta alcuna divisione tra il Verbo e la carne ma il medesimo è una
sola natura, una sola ipostasi, una sola energia, una sola persona, tutto Dio e tutto uomo, ma l’uomo
non ha nessun principio di azione o di volere. Il Logos assume una natura umana nella totalità non
menomata, ma una natura umana eccetto il peccato che vive tutte le condizioni dell’umano e quindi
per esempio una natura umana che si affatica, prende consapevolezza delle cose, che soffre, che
piange, etc…questa esperienza la fa anche Cristo Gesù. Una natura umana piena e totale eccetto il
peccato, per Apollinare questo è impossibile. Per Apollinare c’è un solo principio di volere e di
azione che è dato dal Logos che riveste l’uomo, l’uomo Gesù, e che ne assume tutta la capacità di
volontà e di azione. Questa cristologia del Logos sarx in Apollinare era mossa da due
preoccupazioni di fondo, l’affermazione di una vera unità in Cristo e la salvaguardia della sua
assoluta santità ontologica e morale del Cristo, come si possono unire umanità e divinità sono due
realtà contrapposte? Significherebbe compromettere la divinità. E vuole affermare la vera unità in
Cristo e per farlo deve affermare che la divinità ha inglobato in sé l’umanità, ritiene che il Logos
divino assume la natura umana prima della sua anima razionale, il Cristo si serve dell’umanità
che è ridotta ad uno strumento inerte. Così scrive Apollinare: poiché Paolo proclama molto
giustamente che nel Dio onnipotente ed unico viviamo, ci muoviamo e siamo, per vivificarla e
muoverla bastava da sola la sua volontà mediante il Verbo che si è attendato nella carne, la divina
energia occupava il posto dell’anima e dell’intelletto umano, per questo Giovanni denomina
attendamento la sua venuta dal cielo, pose la sua tenda in mezzo agli uomini, infatti dopo aver detto
il Verbo divenne carne, non aggiunse, e anima, divenne carne, è impossibile dunque che due principi
intellettivi e volitivi abitino nel medesimo luogo altrimenti l’uno combatterebbe contro l’altro con la
propria volontà ed energia, dunque c’è una volontà umana e una divina, un’ anima umana e una
divina? Dunque il Verbo non prese un animo umano, ma il solo seme di Abramo per questo a
prefigurare il tempio del corpo di Gesù fu il tempio di Salmone che era senz’anima senza intelletto e
senza volontà.

21 Marzo 2018

La cristologia del Logos Sarx di Apollinare è una cristologia che prende avio con Paolo di Samosata
ad Antiochia, sappiamo che il suo è un monarchianesimo adozionista in pratica il Cristo il Logos
divino prenderebbe il posto dell’anima umana, Apollinare ritiene che il Logos divino ha assunto la
natura umana prima della sua anima razionale, questo significa che il Verbo si sarebbe servito
dell’umanità come uno strumento inerte e quindi in realtà l’umanità viene menomata rispetto alla
natura divina che prende il sopravvento sulla natura umana. Apollinare ha una caratteristica
soprattutto cercare in tutti i modi di permettere che la natura divina non venga a contatto con la natura
umana che di per sé è contrapposta alla natura divina.

Testo Mione Perì Moseos: Poiché Paolo dichiara nel modo migliore nel Dio onnipotente ed unico
viviamo ci muoviamo e siamo, e sufficiente anche solo la sua volontà per mezzo del Logos, che ha
preso vigore nella carne per vivificare muovere questa in quanto l’energia divina occupa il posto
dell’anima e dell’intelletto umano, per questo Giovanni, definisce anche dimora la sua venuta dal
cielo, venne a porre la sua tenda in mezzo a noi, non ha aggiunto e anima, e infatti impossibile che
due principi intellettivi e volitivi coesistano insieme, cosi che uno non si opponga all’altro con la
propria volontà ed energia. Il Logos non ha assunto anima umana ma soltanto il seme di Abramo,
infatti il tempio del corpo di Gesù lo ha prefigurato il tempio di Salomone che era senz’anima senza
intelletto senza volontà. Il tempio è inerte, non è animato, allo stesso modo la sarx di Gesù è uno
strumento inerte. Il Cristo è un composto unitario che trova nel Logos divino il suo unico principio
di decisione di azione. L’agente che muove la natura corporea è solo il Logos. In questo contesto
diventa comprensibile anche il concetto che Apollinare ha dato al termine Fusis (natura) la Fusis
conviene solo al Logos, possiamo parlare di natura in riferimento solo al Logos, quindi diciamo che
48
c’è una unica natura incarnata del Dio Logos, è l’unica natura perché a natura divina prende il
sopravvento sulla natura umana. Una sola Fusis, una sola Ousia (sostanza), una sola Ipostasi
(persona). Fusis e Ousia possono essere tradotti allo stesso modo, Fusis può essere tradotto con natura,
e può essere tradotto con sostanza, la stessa cosa con Ousia. Per Apollinare in Cristo c’è una sola
ousia, una sola fusis, una ipostasi, un solo prosopon (persona-maschera esteriorizza troppo l’aspetto
della persona – Origene non lo predilige come termine). Per preservare la santità ontologica della
natura divina, deve prendere l’aspetto del Logos che riveste la sarx, il corpo di Cristo come strumento
inerte, in questo modo però ha pregiudicato l’integrità della natura umana e successivamente, più
volte i padri hanno ribadito che per redimere l’uomo, Cristo ha dovuto assumere non solo un corpo
inerte ma anche un’anima umana e quindi la totalità della natura umana, non solo una sua parte, e la
natura umana è fatta non solo di sarx ma anche di anima. Cosa avviene per questa eresia di Apollinare,
innanzitutto come avviene per il concilio di Nicea convocato da Costantino al quale partecipano i
vescovi orientali per lo più e si conclude il concilio con la definizione del homoousios, del
consustanziale.

Anche in questo caso a Costantinopoli nel 381 il concilio è convocato dall’imperatore Teodosio in
accordo con Graziano, anche in questo concilio partecipano per lo più vescovi orientali, circa 150,
anche sa poi anche questo concilio è stato definito ecumenico. C’erano però personalità eminenti,
Gregorio di Nazianzo, Gregorio di Nissa, Cirillo di Gerusalemme, Diodoro di Tarso. Sono tra i più
grandi vescovi orientali. Del concilio di Costantinopoli non ci sono giunti atti, possiamo leggere
solamente il simbolo, niceno-costantinopolitano. Attingiamo delle informazioni perché hanno scritto
gli storici seguiti a Eusebio di Cesara, Socrate, Sozomeno e Teodoreto di Cirro. Per esempio
Teodoreto di Cirro riporta una lettera dei vescovi riuniti a Costantinopoli nel 382 per un sinodo, è
indirizzata a papa Damaso e ai vescovi occidentali in cui si offre una sintesi di ciò che è avvenuto
durante il concilio, di chi è stato ritenuto eretico e proprio in questa lettera del 382, si chiama il
concilio di Costantinopoli del 381, ecumenico. Il simbolo:

Simbolo Niceno- Credo del Concilio di Nicea (325)


Costantinopolitano (Concilio di
Costantinopoli 381)
Crediamo in un solo Dio, Crediamo in un solo Dio,
Padre onnipotente, creatore del cielo Padre onnipotente,
e della terra, di tutti gli esseri visibili creatore di tutte le cose visibili ed invisibili.
e invisibili. Ed in un solo Signore, Gesù Cristo,
E un solo Signore, Gesù Cristo, il il Figlio di Dio, generato, unigenito, dal
Figlio unigenito di Dio, Padre, cioè dalla sostanza del Padre,
generato dal Padre prima di tutti i Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio
tempi: luce da luce, vero, generato, non creato,
Dio vero da Dio vero, consustanziale al Padre,
generato, non creato, per mezzo del quale sono state create tutte le
consustanziale al Padre; cose,
per mezzo del quale sono state create in cielo e in terra. Per noi uomini e per la
tutte le cose. nostra salvezza è disceso e si è incarnato, si è
per noi uomini e per la nostra fatto uomo, ha patito e risorto il terzo giorno,
salvezza è disceso dal cielo, si è è risalito al cielo,
incarnato dallo Spirito Santo e verrà a giudicare i vivi e i morti.
(aggiunta che non avevamo a Nicea, Crediamo nello Spirito Santo. (non ci sono
incarnazione ad opera dello Spirito aggiunte a riguardo dello Spirito Santo)
Santo per mezzo di Maria) Quelli che dicono c’è stato un tempo in cui
e da Maria vergine e si è fatto uomo. non esisteva o non esisteva prima di essere
E’ stato crocifisso per noi sotto stato generato, o è stato creato dal nulla o

49
Ponzio Pilato, ha patito è stato affermano che egli deriva da altra ipostasi o
seppellito sostanza o che il Figlio di Dio è o creato, o
È risorto il terzo giorno secondo le mutevole o alterabile, tutti costoro condanna
scritture, è risalito al cielo, siede alla la chiesa cattolica
destra del Padre. e apostolica.
Verrà di nuovo con gloria a
giudicare i vivi e i morti, e del suo
regno non ci sarà fine. (dimensione
escatologica)
Crediamo nello Spirito Santo, che è
Signore e dà la vita, (dimensione
pneumatologica)
Procede dal Padre è adorato e
glorificato insieme con il Padre e il
Figlio.
Ha parlato per mezzo dei profeti.
Crediamo in una sola chiesa,
santa cattolica apostolica.
(dimensione ecclesiologica)
confessiamo un solo battesimo in
remissione dei peccati.
Attendiamo la risurrezione dei morti
e la vita del tempo futuro. amen.

Una differenza percepita subito, la dimensione escatologica, il suo regno non avrà fine, è una aggiunta
ad opera del concilio di Costantinopoli contro un personaggio specifico, Marcello di Ancira –
dimensione ecclesiologica, perché nel simbolo niceno non c’è la parte che riguarda la chiesa cattolica
apostolica – Lo Spirito Santo, dimensione pneumatologica, e se notate non è relativa solo alla terza
parte, anche questo simbolo è tripartito, ma c’è anche una specificazione in un passo che riguarda la
seconda parte, che riguarda lo Spirito Santo nell’evento dell’incarnazione, e poi ancora un’aggiunta
nella terza parte E Signore e da la Vita, procede dal Padre, non c’è un’altra aggiunta che noi abbiamo
nel Filioque, procede dal Padre e dal Figlio che poi sarà aggiunto nel 1013, e ancora, adorato e
glorificato insieme con il Padre e il Figlio e ha parlato per mezzo dei profeti. Mediante questo simbolo
la chiesa si oppose alla eresia apollinarista che negava l’integrità dell’umanità di Cristo, ma non solo,
studiando Didimo abbiamo introdotto l’eresia pneumatomaca, si oppone ai macedoniani o agli
eunomiani che negavano la divinità dello Spirito Santo, quindi il Concilio di Costantinopoli del 381,
condanna chi nega l’integrità della natura umana in Cristo ma condanna anche chi nega la divinità
dello Spirito Santo. Il concilio di Costantinopoli inizia con la lettura del simbolo di Nicea, perché
diventa il punto di riferimento per ogni concilio, questo avverrà anche al concilio di Calcedonia del
451 quando sarà riletto nuovamente il simbolo. Il simbolo si affermerà anche come formula
battesimale ed anche sarà introdotta nella liturgia eucaristica. Il testo del simbolo però apparve per la
prima volta il 10 ottobre del 451 durante la seconda sessione del concilio di Calcedonia, quando su
invito dei delegati dell’imperatore, venne letta ad alta voce la fede dei 150 padri, (la fede di
Costantinopoli del 381). Questa formula poi fu incorporata nel simbolo di Nicea, fu fusa. La
tradizione calcedonese considera il simbolo di Costantinopoli una sostanziale conferma del simbolo
di Nicea con brevi aggiunte. Dal confronto tra il simbolo niceno e il simbolo di Costantinopoli
emergono alcune differenza, per alcuni studiosi, tra cui per esempio Adolf von Harnack,
Costantinopoli sarebbe una edizione rivista del simbolo niceno, per altri come Schwarz, sarebbe
invece una elaborazione originale. La soluzione fu fornita nel 1936 quando si affermò che nei secoli
IV e V le espressioni della fede di Nicea, dei 318 329 padri conciliari, fosse stata poi ripresa

50
continuativamente in tutti gli altri concili, quindi la qualifica di simbolo niceno, poteva essere data
ad un simbolo che rispettasse il concetto di fede definito a Nicea, possiamo parlare di un vero e
proprio simbolo di Nicea che poi è stato più volte visto e rielaborato nei successivi concili. Vi ho già
detto che come il simbolo di Nicea, quello di Costantinopoli ha una forma tripartita. In quello di
Costantinopoli si notano alcune omissioni cristologiche, per esempio, una ridondanza “ cioè dalla
sostanza del Padre, abbiamo consustanziale a Padre” nel simbolo niceno c’era prima ancora cioè dalla
sostanza del Padre, Dio da Dio, in cielo e in terra, questi erano tutti anatematismi contro gli ariani.
Poi abbiamo delle aggiunte, prima di tutti i secoli – è disceso dal cielo – si è incarnato dallo Spirito
Santo e da Maria – è stato crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato – è stato sepolto secondo le scritture
– siede alla destra del Padre e il suo regno non avrà fine -. La prima aggiunta si è incarnato dallo
Spirito Santo e da Maria Vergine, naturalmente questa aggiunta nella seconda parte del simbolo
sottolinea l’azione dello Spirito Santo che invece dai macedoniani e dagli eunomiani non era
considerata, è la sintesi del dato biblico, pensiamo ai primi due capitoli del vangelo di Luca, in modo
particolare all’Annunciazione, pensiamo alla tradizione, cioè non solo il dato scritturistico, ma tutta
la tradizione dei padri e la letteratura sub apostolica, che sottolineano la nascita di Gesù dallo Spirito
Santo per affermare le due nature presenti nell’unica persona di Cristo, la natura umana e la natura
divina, se andate a leggere le lettere di Ignazio di Antiochia, vi renderete conto subito che prende in
considerazione la nascita da Maria dalla quale assume la carne umana, la nascita dallo Spirito per
quanto riguarda la natura divina. Lo Spirito Santo viene posto con assoluta chiarezza dalla parte della
divinità creatrice, quindi lo Spirito Santo è Signore, e dà la vita, e viene anche affermato che lo Spirito
Santo deriva dall’ipostasi del Padre, procede dal Padre, quindi non può essere considerata una
creatura del Figlio così come la ritenevano gli pneumatomachi. Quindi come per il Figlio anche per
lo Spirito Santo, il Padre è fonte e principio, questo viene chiarito con il simbolo di Costantinopoli.
Il simbolo del 381 non contiene questa terza parte del Filioque, e cioè l’affermazione del fatto che lo
Spirito Santo proceda non solo dal Padre ma anche dal Figlio, questa è un’aggiunta nel simbolo della
chiesa di Roma intorno al 1013 per pressioni esterne da parte dell’imperatore Enrico II. Quali sono i
limiti della fede di Costantinopoli: non c’è una distinzione netta ( come vedremo nei padri cappadoci)
tra Ousia e Ipostasi, quindi i due termini sono sostanza e persona. Basilio di Cesarea definirà questa
distinzione netta stabilendo, 1 sostanza divina e 3 persone. E’ stata anche lasciata aperta la distinzione
tra generazione e processione dello Spirito Santo, non c’è una chiara distinzione tra generazione e
processione dello Spirito Santo.

Padri Cappadoci, Basilio di Cesarea.


Hanno dato un grande apporto alla teologia trinitaria del IV secolo. Basilio nasce intorno al 330 è una
data incerta, a Cesarea di Cappadocia da una famiglia cristiana di antica tradizione. E’ primogenito
di 5 fratelli ed aveva anche 5 sorelle, di cui è noto il nome di Macrina, perché il fratello Gregorio di
Nissa, (famiglia di santi) scriverà una biografia della sorella, anche la nonna paterna si chiamava
Macrina. Conclusi gli studi nel 355 Basilio era andato a studiare ad Atene così come Gregorio di
Nazianzo, si incontreranno li, da Atene a Cesarea e dopo aver insegnato retorica rinuncia alla carriera
vende tutti i suoi beni, da il ricavato ai poveri e si ritira con la sua famiglia ( Macrina, Naucrazio,
Pietro ) presso una tenuta nella località di Annesi sulle rive dei fiume Iris nei pressi di neo cesarea, e
intraprenderà con alcuni membri della sua famiglia un cammino di vita ascetica. Ad un ceto punto
comprende che l’obiettivo della sua vita ideale è quello ascetico. Fu in questo periodo che visitò
alcuni monasteri presso la Siria, la Mesopotamia, l’Egitto. Ritornato in Cappadocia nel 358 riceve il
battesimo dal vescovo di Cesarea, Dianio, che poi lo istituirà lettore. I rapporti tra Basilio e il suo
vescovo si incrineranno in quanto Dianio approverà il sinodo filo ariano di Costantinopoli del 360, al
quale Basilio partecipa quale accompagnatore del vescovo, Basilio, dopo questo rapporto poco
amicale con il vescovo si ritirerà ad Annesi di nuovo, dove durante la permanenza conoscerò Eustazio
di Sebaste che già guidava nella vita ascetica la sorella Macrina. In questo periodo Basilio verrà
raggiunto dall’amico Gregorio di Nazianzo, e insieme leggeranno Origene, redigendo la Filocalia e

51
definendo le cosiddette Regole Morali, un compendio di regole del cristiano in relazione alla crisi del
suo tempo. Tuttavia Gregorio non resterà molto a lungo ad Annesi e quindi ritornerà nella sua patria.
Basilio sarà eletto vescovo di Cesarea, e dovrà lasciare Annesi e si dovrà dedicare al suo ministero
episcopale. Nel 368 una carestia colpirà la Cappadocia e Basilio mostrerà le sue qualità umane e
spirituali soprattutto nei confronti di coloro che vivranno l’estrema povertà, nel 370 sarà eletto
vescovo di Cesarea e l’esercizio dell’episcopato gli permetterà di mostrare tutta la sua personalità,
dalle opere che possediamo possiamo ricavare che Basilio fosse autoritario per temperamento, fiero
e orgoglioso della sua terra, e delle tradizioni della sua famiglia, aveva una intelligenza viva e una
squisita sensibilità. La salute era malferma, dovette affrontare numerosi conflitto di carattere
dogmatico e politico. Quando nel 371, l’imperatore Valente divise la Cappadocia in 2 provincie,
Basilio dovette sostenere diversi problemi soprattutto per l’aumento delle tasse e per l’emigrazione
forzata di diversi fedeli. Importante per lui il tema della povertà e della ricchezza, che troveremo
anche in Giovanni Crisostomo; e il rapporto tra vescovo e stato imperiale. Basilio unisce all’attività
pastorale la saggezza e la prudenza nei confronti dei rapporti con lo stato. Secondo la tradizione
muore nel 379 lasciando diverse opere.
Le opere sono tantissime, potremmo dividerle in opere dogmatiche, ascetiche, pedagogiche e
liturgiche. Tutta la trattazione dogmatica ha lo scopo di combattere le eresie del tempo, in modo
particolare, l’eresia ariana e pneumatomaca. Quindi difendere la fede nicena che poi fu definita a
Costantinopoli.
Due sono i trattati di natura dogmatica, il Contro Eunomio, un’opera in 3 libri dedicati alla
Trinità; possiamo dire che Basilio è un sostenitore dell’origenismo moderato. Il primo libro del contro
Eunomio, ha lo scopo di confutare la tesi di Eunomio che considera il Verbo una creatura, il secondo
libro è destinato alla difesa del homoousios niceno, il terzo libro dedicato allo Spirito Santo ha lo
scopo di raccontare sulla divinità della terza persona della divinità. ( perché deve essere difeso l’
homoousios? Non è un termine biblico, scritturistico, ma filosofico, non è un termine accolto bene
dai padri, dai vescovi, per questo avremo vescovi filoariani, o filoniceni. Atanasio lo riprenderà
perché verrà messo da parte).
Sullo Spirito Santo ( Lo Spirito Santo )Basilio tratta una vera e propria opera, come aveva fatto
Didimo, la riprende e dedica allo Spirito Santo, un vero trattato redatto negli anni 374 375 per
confutare le tesi pneumatomache di Eustazio di Sebaste, che guida Macrina e intrattiene rapporti con
Basilio. Eustazio ha una concezione dello Spirito Santo di tipo ereticale. Punto di partenza del trattato
è la forma dossologica utilizzata da Basilio in cui la menzione della terza persona è utilizzata e
preceduta dalla preposizione CON, il trattato ruota attorno alla dimostrazione che lo Spirito Santo è
degno di ricevere lo stesso onore e la stessa gloria del Padre e del Figlio. Naturalmente confutando
chi invece afferma la creaturalità dello Spirito Santo.
Più numerosi sono gli scritti riguardanti le tematiche di natura ascetica, dedicate alla vita monastica,
Basilio è molto legato al monachesimo di tipo cenobita (cenobita, vita comunitaria – anacoretico,
eremita). Per quanto riguarda le opere di natura ascetica, abbiamo le 80 regole morali denominate
Moralia, redatte durante la permanenza ad Annesi tra il 359 e il 360, redatte insieme a Gregorio di
Nazianzo. In queste regole morali c’è un prologo ed è denominato De Fide, la fede, cosa intende per
fede Basilio. Nello stesso periodo, ad Annesi, compone l’antologia di testi di Origene, intitolata
Filocalia, antologia di opere di Origene che Basilio mette insieme, sempre con Gregorio. Ancora
abbiamo una raccolta di regole brevi, queste sono il frutto di un dialogo con i monaci, domande e
risposte, Basilio risponde alle domande circa la vita comunitaria, correzione fraterna ecc. Abbiamo
anche un trattato sul Battesimo in due libri, in cui tratta del battesimo, ma anche della preparazione
al battesimo. E le indicazioni e le direttive pastorali date ai catechisti. Se vi ricordate abbiamo studiate
il sacramento del battesimo a partire dalla Didachè ed è il sacramento che già a partire dalla letteratura
sub apostolica, fa riferimento sia per quanto riguarda l’amministrazione ma anche per la preparazione,
pensiamo alla Traditio Apostolica dello pseudo Ippolito e la preparazione al catecumenato di 3 anni,
prima di ricevere il battesimo nella notte di Pasqua. Di Basilio poi abbiamo diverse lettere e tante
opere esegetiche o meglio omiletiche, fanno parte dell’azione pastorale di Basilio, tra queste c’è

52
l’Esamerone, composto tra il 370 375 – 9 omelie sui sei giorni della creazione, redatte in quaresima,
sono molto importanti perché sono una vera e propria interpretazione dello scritto genesiaco per
quanto riguarda la creazione di ogni cosa, del mondo, ma non giunge al commento riguardante la
creazione dell’uomo e della donna, successivamente sono state ritrovate due omelie che sono state
poi pubblicate, non le trovate nel corpus di Basilio, attribuite ad un pseudo Basilio, forse sono proprie
quelle omelie riguardanti l’uomo e la donna, sono molto attuali i temi trattati, ad esempio la differenza
tra l’uomo e la donna, ne parla in riferimento alla fisicità ma anche alla psiche, il corpo diverso
esprime anche una psiche diversa. E fanno una trattazione minuziosa delle differenze che
contraddistinguono l’uomo e la donna. Abbiamo altre omelie sui salmi, composte tra il 368 e il 375
in cui tratta di questioni della crescita della fede dei credenti.
Ci soffermiamo su alcuni temi: il monachesimo. Basilio crea a Cesarea la cosiddetta Basiliade, una
vera cittadella ospedaliera nella quale vengono a coesistere l’orfanotrofio, l’ospedale e la mensa per
i poveri, e il monastero è all’interno della cittadella, perché i monaci devono esercitare la carità, non
possono vivere rinchiusi all’interno del monastero, ma nemmeno al di fuori della città, quindi dentro
la città. Monachesimo all’interno della città, monachesimo domestico di cui parla Gregorio di Nissa.
Monos significa solo, ma significa anche il monaco non solamente colui che deve vivere da solo, ma
deve ridurre all’unità, la dualità tra il bene e il male, la frattura creata dal primo Adamo e quindi il
monaco ci fa intravedere il Regno, non solo perché vive da solo, ma quella unità infranta dal peccato.
Monaci nella città significa anche lavorare nella città, non è proprio una vita monastica secondo i
vecchi ordini religiosi, ma una modalità diversa. Non per fuggire dal mondo, ma un monachesimo
che vive le difficoltà del mondo. Nelle regole, nel Grande Asceticom, Basilio fa riferimento
soprattutto al fatto che il cenobita a differenza dell’anacoreta è obbligato alla correzione fraterna,
mentre l’eremita corre un grave rischio, quello di autogloriarsi, autocompiacersi. Il cenobita è
chiamato ad essere corretto dagli altri, da questo deriva anche un tipo di ecclesiologia di Basilio, la
chiesa per Basilio è considerata sotto due aspetti distinti, ma non separati. La chiesa è terrestre e
celeste, è una comunione soprannaturale degli esseri che stanno sulla terra e di quelli che sono in
cielo, possiamo dire che per Basilio nella chiesa visibile si intravede già quella invisibile. Tramite la
chiesa noi possiamo diventare come Cristo, il quale si è fatto uomo perché noi potessimo diventare
dei ( espressione di Atanasio, Dio si è fatto uomo perché noi potessimo diventare come Dio). La
chiesa è considerata da Basilio, nella sua autonomia locale anche se ha una sua dimensione universale,
la dimensione locale è predominante rispetto a quella universale, siamo nei primi secoli e la chiesa
locale è prediletta, nelle decisioni di carattere disciplinare ad esempio, il vescovo decide in maniera
autonoma. Per Basilio la chiesa esplica la sua universalità perché chiama tutti alla salvezza, quindi
non c’è una distinzione alcuna per quanto riguarda la chiamata alla salvezza. Tutti sono chiamati alla
salvezza. E’ insita nella stessa natura della chiesa che è diffusa ovunque, malgrado le persecuzioni,
malgrado le eresie. Gesù ha inviato i 12 a tutti i popoli della terra, la chiesa ha di per sé l’obiettivo di
raggiungere tutti. E malgrado le divisioni e le eresie, la chiesa è chiamata a riportare alla salvezza
anche coloro che sono colpevoli di tali eresie , che si sono separati dalla unità originaria, e il paragone
la fa con la metafora del corpo, di memoria paolina. Il riferimento è dato anche alla unica eucaristia
che celebrata dal vescovo insieme alla sua comunità per tutta l’ecumene, questa idea di universalità
che abbraccia tutta l’ecumene, questo non è scontato, anche oggi ne dobbiamo parlare. ( chiesa
italiana di oggi, gnosticismo e pelagianesimo). Ma anche definisce la chiesa una vera e propria scuola
della Parola di Dio, Didaskaleion. Era la scuola di Alessandria istituita da Demetrio nella quale c’era
un indirizzo per i catecumeni ed uno per la teologia. Chiesa è popolo di Dio (CVII) secondo Basilio
è anche scuola, con un unico maestro che è il Signore, si va a scuola della Scrittura per conoscere
Dio. Epistola 223
Io avevo sciupato molto tempo nella vanità, perdendo quasi tutta la mia giovinezza nel lavoro vano
a cui mi applicavo per apprendere gli insegnamenti di quella sapienza che Dio ha resa stolta (cfr. 1
Cor 1, 20); finché un giorno, come svegliandomi da un sonno profondo, riguardai alla mirabile luce
della verità del Vangelo, e considerai l'inutilità della sapienza dei prìncipi di questo mondo che sono
ridotti all'impotenza (cfr. 1 Cor 2, 6). Allora piansi molto sulla mia miserabile vita» (cfr. S.Basilii

53
«Epistula» 223: PG 32, 824a)
Basilio ha scritto diverse regole per camminare e vivere in comune, chiedeva una regola personale:
prima di tutto ebbi cura di rettificare un poco il mio modo di vivere che una lunga abitudine con i
malvagi aveva …….. Avevo letto il vangelo e notato che un validissimo punto per giungere alla
perfezione e di cedere i proprio beni, di dividerli con in ostri fratelli che sono indigenti, di staccarsi
completamente dalle preoccupazioni di questa vita senza conservare nessuno attaccamento
dell’anima. La prima caratteristica per essere liberi nella propria vita è quella di staccarsi da ciò
che si possiede, distaccarsi dalle preoccupazioni di questa vita senza gli attaccamenti dell’anima per
i beni di quaggiù e mi auguravo di trovare qualche fratello che avesse scelto questa vita per compiere
con lui la traversata delle onde procellose di questa breve vita. Questa è una analisi della propria
vita. Basilio poteva continuare nella sua carriera accademica perché ritiene che c’è qualcosa che non
lo appaga del tutto. Vi è una insoddisfazione di fondo. Il battesimo non si riceveva ancora da bambini,
non tutte le famiglie avevano questa consuetudine. Il primo aspetto, quello monastico, il secondo,
la concezione ecclesiologica, terzo aspetto quello relativo al tema della povertà. Nell’epistola 128
Basilio scrive a riguardo della povertà: Non mi pare affatto che dobbiamo separarci da quanti non
accettano la fede, bisogna invece prendersi cura di costoro secondo gli antichi vincoli della carità,
scrivendo loro con pensiero unanime, rivolgendoci a loro in Spirito di consolazione e misericordia,
esortandoli all’unione col proporre la fede dei Padri. Se riusciremo a persuaderli, credo ci debba
unire a loro, la stessa comunione, se falliamo dovremmo essere sufficienti a noi stessi, e bandire dai
nostri costumi il doppio gioco riprendendo quella vita integra ed evangelica che caratterizzava
quanti all’inizio accolsero la parola, i credenti infatti dice la Scrittura, erano un cuor solo e un’anima
sola. Qui il riferimento è alla prima comunità, la comunità di Gerusalemme degli anni degli apostoli,
il riferimento non è solo nella povertà materiale, ma anche verso coloro che sono separati da noi, che
hanno perso l’unità, siamo chiamati a riunirci.
Se una fraternità si impoverisce a motivo di qualche avversità o malattia, va da sé che si possa
prendere da altri ciò che necessario? E se sì da chi si deve prendere? B. Se qualcuno ricorda come
il Signore abbia detto nella misura in cui l’avete fatto ad uno di questi fratelli più piccoli l’avete fatto
a me, userà grande cura con particolare sollecitudine e premura per essere degno di essere designato
come uno di questi fratelli del Signore, se dunque qualcuno è tale, non esiti a prendere, ma renda
grazie. Se qualcuno ha bisogno non esiti ad andare incontro all’altro. Per Basilio il tema della povertà
è molto importante perché legato al tema della fraternità, noi siamo fratelli e sorelle perché tutti figli
dello stesso Padre, anche se alcuni non hanno ricevuto il battesimo o non hanno conosciuto il Cristo
noi siamo chiamati a ritenerli fratelli anche solo con l’aiuto materiale ma poi non solo, offrendo
quanto noi stessi abbiamo ricevuto dal punto di vista spirituale. Una fraternità e una sororità che va
oltre la cerchia di coloro che hanno ricevuto il battesimo, coloro che oggi definiremmo chiesa. In
Basilio c’ è un andare oltre. In potenza la chiesa universale deve rivolgersi a tutti, chi non ha
ricevuto il battesimo è in potenza cristiano per l’annuncio che deve ricevere da noi stessi.
Sulla vita solitaria: il piede ha la facoltà di camminare ma non ne ha altre, e senza l’aiuto delle altre
membra esso non ha la capacità sufficiente alla propria sussistenza e conservazione, nè a modo di
supplire a ciò che gli manca, così avviene nella vita solitaria, ciò che abbiamo ci è insufficiente e
non possiamo provvederci ciò che non abbiamo perché Dio ha creato e disposto che si avesse bisogno
l’uno dell’altro, affinché come dice la Scrittura noi ci associassimo gli uni agli altri, il piede da solo
ha bisogno di tutte le altre membra del corpo, allo stesso modo nessun uomo o donna solitaria può
vivere se non si associa ad altri.

11 Aprile 2018

54
PATROLOGIA 11.04.2018
L’ultima lezione abbiamo parlato di Basilio. Oggi cercheremo di trattare, in maniera sintetica, di
Gregorio di Nazianzo, Gregorio di Nissa. Abbiamo detto che Basilio è una figura importante sia per
il monachesimo sia per quanto riguarda la dottrina trinitaria ed abbiamo anche detto che Basilio è
fratello di Gregorio di Nissa ed amico di Gregorio di Nazianzo che conosce ad Atene, dove si reca
per i suoi studi.
GREGORIO DI NAZIANZO
Nasce, come Basilio e Gregorio di Nissa, da una famiglia nobile intorno al 330 ( non abbiamo una
data certa).
Frequenta le scuole della sua epoca prima a Cesarea di Cappadocia e poi ad Atene ecc…
L’amicizia che stabilisce con Basilio gli permetterà di recarsi ad Amnesi laddove insieme
studieranno.
Gregorio, proprio riguardo all’amicizia con Basilio, scriverà nel discorso XLIII (43) : “ allora non
solo io mi sentivo preso dalla venerazione del grande Basilio per la serietà dei suoi costumi e per la
maturità e la saggezza dei suoi discorsi. Ci guidava la stessa ansia di sapere. Questa era la nostra
gara: non chi fosse il primo, ma chi permettesse all’altro di esserlo. Sembrava che avessimo un’unica
anima in due corpi”. Sono parole che esprimono l’amicizia vera ed autentica tra Basilio e Gregorio,
non amicizia che tende a gareggiare per superare l’altro, ma la gara non consisteva nell’essere il
primo rispetto all’altro, ma di permettere all’altro di essere il primo.
Gregorio di Nazianzo, così come Basilio, è orientato verso la vita monastica e per vita monastica
intendiamo, così come per Basilio, il cenobio. In uno dei discorsi scrive “ nulla mi sembra più grande
di questo. Far tacere i propri sensi, uscire dalla carne del mondo, raccogliersi in se stesso, non
occuparsi più delle cose umane, se non di quelle strettamente necessarie. Parlare con se stesso e con
Dio. Condurre una vita che trascende le cose visibili, può dare nell’anima immagini divine sempre
pure, senza mescolanza di cose terrene. Essere veramente uno specchio immacolato di Dio e delle
cose divine e divenendolo sempre di più prendendo luce da luce, godere, nella speranza presente, del
futuro e conversare con gli angeli. Aver già lasciato la terra pur stando in terra”.
La via monastica, Per Gregorio, è questo legame con il cielo pur restando in terra, è il dialogo con
Dio, per divenire luce attingendo alla luce.
Verso il 379 venne inviato a Costantinopoli per guidare questa piccola comunità cattolica. Sappiamo
che in questo periodo molti abbracciavano l’arianesimo, malgrado fosse stato, nel 325 a Nicea, ormai
debellato. Tanti, tuttavia, vi aderivano e non solo presbiteri, ma anche tanti vescovi. E così, lo stesso
Gregorio trova tanta ostilità e proprio a Costantinopoli pronuncerà 5 discorsi teologici per difendere
e rendere intellegibile la fede trinitaria.
Abbiamo visto che Basilio chiarisce a livello terminologico la distinzione tra ausia e ypostasis, cioè
tra sostanza e persona. La stessa cosa, in un certo qual modo, cercherà di farla anche Gregorio. Questi
5 discorsi sono molto importanti ed hanno permesso a tanti di chiamare Gregorio il teologo. La
teologia, infatti, per Gregorio non è solo una riflessione umana, ma deriva innanzitutto da una vita di
preghiera e di santità. Potremmo dire da un dialogo assiduo con Dio. In questo modo appare alla
ragione umana il mistero trinitario. E’ nel silenzio contemplativo, intriso di stupore, che l’uomo
accoglie la bellezza della gloria Dio.
Mentre partecipa al concilio di Costantinopoli del 381 sarà eletto vescovo di Costantinopoli e
assumerà la presidenza del concilio. Proprio in questo contesto si scatenerà contro di lui una ferma
opposizione. Stava avvenendo quanto già si era perpetuato a Nicea. Lo stesso Gregorio scriverà
queste parole in riferimento alle divisioni, “ abbiamo diviso Cristo, abbiamo mentito gli uni agli altri
a motivo della verità, abbiamo nutrito sentimenti di odio a causa dell’amore, ci siamo divisi l’uno
dall’altro “.
Questa divisione all’interno della chiesa si perpetuerà per tanto tempo. Per es. in diverse regioni
avremo chiese guidate da ariani, altre invece guidate da vescovi filo-niceni. E quanto scrive Gregorio
denuncia proprio questa distinzione netta. Si giungerà ad un clima di tensione tale che gregorio sarà

55
costretto dare le sue dimissioni. Egli pronuncerà un discorso nel quale emerge l’amore per la chiesa.
In questo discorso chiederà ai suoi fedeli di custodire il deposito della fede. Noi sappiamo con la Dei
Verbum che l’unico deposito della fede è la Scrittura e la Tradizione, ma al tempo di Gregorio non
era facile dire cosa fosse.
Ritornerà dopo questa esperienza a Nazianzo e si dedicherà alla cura pastorale di quella comunità
cristiana e poi si ritirerà definitivamente in solitudine ad Arianzo, la sua terra natale ed in questo
periodo comporrà le sue opere di carattere poetico, soprattutto l’opera più importante, ossia la rilettura
in versi del suo cammino umano e spirituale. Rileggendo questa autobiografia si comprende come
Gregorio sia costantemente rivolto verso Dio e verso l’uomo perché in realtà non c’è vero umanesimo
senza Dio. Senza Dio l’uomo perde se stesso, perde la sua grandezza e le sue origini. Gregorio è
dunque legato intimamente a quanto già Basilio aveva affermato e che Gregorio di Nissa ripeterà.
Nel discorso XIV scriverà “ sono stato creato per ascendere fino a Dio con le mie azioni. Questo
legame inscindibile dell’uomo con Dio, servo della Parola io aderisco con il ministero della parola
che io no acconsenta mai di trascurare questo bene. Questa vocazione o ò’apprezzo, ne traggo con
gioia tutte le altre cose messe insieme”. Lo studio della Parola di Dio per i Padri dei primi secoli è
importantissimo perché attraverso la parola si giungerà alla conoscenza di Dio. Per conoscere il
Signore è necessario conoscere la Scrittura.
ASPETTO SPIRITUALE:
esso non è scisso dalla dottrina trinitaria. Al centro della sua vita Gregorio ha posto il mistero trinitario
condannando Ario e tutte le eresie, ma più volte, nei suoi scritti, fa emergere il binomio, ma anche la
contrapposizione, tra la vicinanza e la lontananza di Dio, tra la luce e le tenebre. Cioè percepisce Dio
come l’essere assoluto, ma nello steso tempo lo sente assai lontano perché Dio sfugge all’uomo. Ed
è per questo che con Gregorio possiamo parlare di teologia apofatica , ma nello stesso tempo di
teologia catafatica, cioè in Gregorio abbiamo la possibilità di comprendere Dio ma anche
l’impossibilità di raggiungerlo. La fede ha un oggetto sicuro dal quale la ragione non può prescindere
anche se delimitata da confini ben precisi. Ciascuno di noi per Gregorio rinnova la sua vita in Mosè,
il quale, penetrato nella nube in cima alla montagna, dopo essersi allontanato dalle cose materiali, di
Dio vide soltanto la schiena, non la natura prima e purissima, ma solo quanto arriva a questa umanità.
La natura divina per Gregorio è, dunque, inarrivabile per qualunque creatura. C’è, dunque, di Dio la
sottolineatura della sua trascendenza. Noi possiamo intravedere Dio, ma non possiamo vederlo. Come
voler fissare il sole, è impossibile e chiunque ci provi ne resta accecato.
Nell’Oratio 28 Citando Platone dice che capire Dio è difficile ed esporlo impossibile, ma poi corregge
Platone e dice è impossibile esprimerlo e più impossibile ancora capirlo. Quindi, in realtà, in alcuni
passi Gregorio tratta di Dio come una realtà impossibile per l’uomo sia per la comprensione sia per
il raggiungimento. Per comprendere la dottrina trinitaria si richiede innanzitutto lo Spirito, ad opera
del quale soltanto Dio è interpretato ed ascoltato e solo il puro può raggiungere la purità di Dio. In
realtà può raggiungere lo Spirito Santo solo chi è puro. Per es. nella vita di Mosè vedremo, con
Grregorio di Nissa, il credente deve salire il monte per raggiungere Dio e, dunque, deve fare un
percorso per raggiungere a Dio. Stessa cosa afferma Gregorio di Nazianzo. La purezza che l’uomo
deve conquistare permetterà di conoscere Dio, di comprenderlo e raggiungerlo. Un’ espressione che
ricorre più volte è “ correre verso l’alto”. L’uomo attraverso la catarsi, la purificazione cerca di
giungere a Dio, ma dall’altra parte vi è la divinizzazione che è dono di Dio. Questa ascensione si
effettua con il concorso di tutte le facoltà che costituiscono la nostra natura. Infatti, l’ uomo può
rivolgersi a Dio e può fare l’esercizio di catarsi perché è imparentato con Dio, perché è stato creato a
sua immagine e somiglianza e quindi per questo può intravedere la sua origine, la sua natura. Questo
esercizio di catarsi è possibile attuarlo, per Gregorio, solo nella vita monastica. L’ordinazione
presbiterale e quella episcopale lo hanno sviato da questo percorso di vita ascetica e, quindi, di
purificazione.
Per Gregorio la verginità e quindi la consacrazione della vita al Signore equivale all’uscita dal corpo,
ad un avvicinamento a Dio, una spogliazione di se stessi per essere illuminati dal Signore. In questo
consiste la divinizzazione di cui parla Gregorio.

56
Il monarchianesimo cerca di difendere la monarchia di Dio e che non può accettare che il Logos sia
Dio, perché ciò equivarrebbe ad ammettere un diteismo. La stessa cosa per quanto riguarda lo Spirito
Santo, per cui ammettere la natura divina anche dello Spirito Santo, significa ammettere un triteismo.
Gregorio di Nazianzo fa una distinzione chiara e dice: quando parlo di Dio io intendo il Padre, il
Figlio e lo Spirito Santo perché la natura divina non si riversa oltre queste realtà, affinché noi non
introduciamo un popolo di dei, né essa si limita al di qua, affinché noi non siamo condannati alla
miseria della natura divina. Noi saremmo Giudaici a causa della monarchia o greci a causa della
sovrabbondanza di dei. Quindi parlo di Dio, io intendo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ma
siccome non bastava alla bontà divina essere mossa solo dalla contemplazione di se stessa,
bisognava che si riversasse e procedesse, affinché vi fosse un maggior numero di esseri che ricevesse
il suo ben fare. Quindi non è un Dio che si compiace di se stesso e resta in se stesso, ma è un Dio che
si riversa nelle creature che ha fatto e procede perché queste creature potessero ricevere quanto
hanno perso per il peccato originale. Per questo motivo la monade fin dall’inizio si mosse verso la
diade e si fermò alla triade, il Padre., il Figlio e lo Spirito Santo, trinità perfetta composta di tre
realtà perfette, in quanto la monade è stata mossa a causa della ricchezza della propria natura divina
mentre la diade è oltrepassata. È definita come triade la causa della sua perfezione. Essa, infatti,
oltrepassa la diade affinchè la natura divina non rimanga stretta né si riversi all’infinito.

GREGORIO DI NISSA
E’ CONSIDERATO UN MISTICO.
Nasce intorno al 335 ( quindi Gregorio di Nissa, di Nazianzo e Balisio sono contemporanei). La sua
formazione è curata dal fratello Basilio che lui stesso definisce padre e maestro. Conosciamo anche
la sorella Macrina. La loro è una famiglia numerosa ed insieme conducono vita monastica ad Amnesi.
Compie gli studi apprezzando in particolare la filosofia e la retorica. In un primo momento si
dedicherà all’insegnamento e si sposerà. Poi, come il fratello Basilio e la sorella Macrina, si dedicherà
alla vita monastica. Sarà eletto vescovo di Nissa e sarà stimato da tutta la comunità. Dopo la morte di
Basilio si dedicherà a curare il tema dell’ortodossia e, quindi, della dottrina retta contro gli ariani e
gli altri eretici. Parteciperà a diversi sinodi e cercherà di dirimere i vari contrasti che nascevano tra le
chiese. Fu protagonista del concilio di Costantinopoli del 381 ed ebbe diversi incarichi anche da parte
dell’Imperatore Teodosio e nel 344 parteciperà ad un sinodo a Costantinopoli. Non conosciamo la
data della sua morte ma certamente comprendiamo la sua alta statura. Dalle opere che possediamo
sappiamo che difende la fede cristiana contro gli eretici che negano la divinità del Figlio e dello
Spirito Santo. Oltre a difendere l’ortodossia, a partire dal concilio di Nicea e poi di Costantinopoli,
commenta la Scrittura soffermandosi, in modo particolare, sulla Creazione dell’uomo. Un tema
centrale in Gregorio di Nissa è proprio la Creazione. Egli vede nella creatura il riflesso del Creatore,
di Dio stesso. Sta qui la strada per giungere a Dio. Nella Vita di Mosè, opera esegetica e mistica,
presenta l’uomo in cammino verso Dio, ascendendo questa montagna, che per Gregorio diventa
immagine della nostra vita della nostra ascesa verso Dio. Oltre a commentare i passi scritturistici
che riguardano Mosè, di Gregorio di Nissa abbiamo anche altri commenti, ad es. il commento alle
Beatitudini e il commento al Padre Nostro, oratio domenicale. Poi abbiamo un grande discorso
catechetico in cui espone le linee fondamentali della teologia per offrirle in modo particolare ai
catechisti delle istruzioni più semplici, ma anche a livello pedagogico. Con Agostino, ad es., avremmo
un’opera riguardante l’aspetto catechistico, ma ci sono tante opere soprattutto in questi secoli che
riguardano l’insegnamento ai catecumeni ma poi anche l’aspetto pedagogico, educativo.
Così come Gregorio di Nazianzo, anche Gregorio di Nissa è particolarmente importante per la sua
dottrina spirituale. In questi autori non si può scindere la teologia dalla spiritualità, cioè la teologia
non è una riflessione accademica ma è espressione di vita spirituale, di preghiera, di una vita di fede
vissuta. Proprio per questo sono diverse le opere a cui fa riferimento. Certo la vita di Mosè
innanzitutto, ma poi, ad esempio la perfezione cristiana, la verginità, la stessa vita di Macrina che
possiamo considerare come opera di vita spirituale che narra la vita della sorella, ma anche il suo
esercizio ascetico. Commentando il tema della Creazione dell’uomo, Gregorio dice che “Dio è il

57
migliore degli artisti ed è per questo che ha forgiato la nostra natura in modo da renderla adatta
all’esercizio della regalità, attraverso la superiorità stabilita dall’anima e per mezzo della
conformazione del corpo, Egli dispone le cose in modo che l’uomo sia veramente idoneo al potere
regale e, quindi, dipinge l’uomo presentandolo nella sua regalità, nella sua magnificenza perché Dio
non poteva che renderlo tale. Però dall’altra parte deve fare menzione del peccato. L’uomo non può
esercitare la sua regalità del tutto a causa del peccato. Ed è per questo che deve purificarsi ( stessa
tematica che abbiamo incontrato in Gregorio di Nazianzo). Dio ha creato tutto ottimamente. Lo
testimonia il racconto della creazione e tra le cose ottime c’è l’uomo dotato di una bellezza superiore
a tutte le cose belle.”
Gregorio si esprime così in relazione al rapporto tra creatura e Creatore. L’uomo è il riflesso di Dio,
ma a causa del peccato è necessario che si purifichi. Non il cielo è stato fatto ad immagine di Dio,
non la luna, non il sole, non le stelle e nessun’altra cosa, ma l’uomo. Nessuna cosa che esiste è così
grande da essere commisurata alla tua grandezza. Gregorio guarda a tutte le cose create da Dio, ma
chi ha ricevuto l’immagine e la somiglianza è solo l’uomo che riflette della bellezza stessa di Dio.
L’uomo riconosce dentro di se il riflesso della luce divina e per questo deve purificare il suo cuore e
purificandosi può vedere Dio come i puri di cuore. Il commento alle beatitudini esprime proprio
questo esercizio che l’uomo deve compiere per giungere a Dio. L’uomo, dunque, ha come fine la
contemplazione di Dio e deve rendersi simile a Dio. Questo è raggiunto attraverso l’amore, la
conoscenza e la pratica delle virtù. Queste virtù vengono elencate in modo particolare nel commento
alle Beatitudini. Se da una parte c’è l’esercizio umano che cerca di ascendere a Dio, dall’altra parte
è pur vero che non è opera nostra raggiungere Dio, cioè non è merito nostro,nn è neppure la riuscita
di una potenza umana, ma, dice Gregorio nel commento alle Beatitudini, è il risultato della
magnificenza di Dio che fin dalla sua prima origine ha fatto grazia della somiglianza con Lui alla
nostra natura. Per l’anima, dunque, non si tratta di conoscere qualcosa di Dio , ma di avere in sé
Dio. Quando abbiamo Dio in noi, quando l’uomo ama Dio, per quella reciprocità che è propria della
legge dell’amore, egli può ciò che Dio stesso vuole e, quindi, coopera con Dio a modellare in sé la
divina immagine, così la nostra nascita spirituale è il risultato di una libera scelta. Noi siamo in
qualche liberi di formarci secondo l’intento che scegliamo.
Gregorio in questo passo dice che c’è una nuova nascita. Noi sappiamo che questa nuova nascita
avviene innanzitutto con il battesimo , attraverso questa nuova nascita, viene riformato l’uomo come
alle origini. La via per ricondurci al cielo dalla vita umana altro non è che l’allontanamento dai mali
di questo mondo. Divenire simili a Dio significa divenire giusti, Santi, buoni.
In questo cammino di vita spirituale, per Gregorio, il modello è sempre e solo Cristo perché Cristo è
la vera immagine del Padre. Ciascuno di noi Guardando Cristo si ritrova ad essere il pittore della
propria vita che ha la volontà come esecutrice del lavoro e le virtù come colori di cui servirsi. Queste
virtù che vengono elencate nel commento alle Beatitudini sono i gradini che permettono all’uomo di
ascendere a Dio. Dunque, se l’uomo è degno del nome di Cristo deve esaminare sempre nel suo
intimo i propri pensieri, le proprie parole, le proprie azioni per vedere se sono rivolte Cristo o se si
allontanano da Lui. Infatti, cristiano è colui che porta il nome di Cristo e deve assimilarsi a Cristo,
assimilare la propria vita a quella di Cristo.
Quando abbiamo studiato Basilio abbiamo parlato della povertà in relazione anche al monachesimo.
anche in Gregorio troviamo il tema della povertà e, soprattutto, dell’amore per i poveri.
Non disprezzate coloro che giacciono stesi come se per questo non valessero niente. Considera chi
sono, scoprirai qual è la loro dignità. Essi ci rappresentano la persona del Salvatore ed è così perché
il Signore nella sua bontà prestò loro la sua stessa persona, affinché per mezzo di essa si muovano a
compassione coloro che sono duri di cuore e nemici dei poveri.
Se vi ricordate vi dissi che Balisiade appunto è una cittadella ospedaliera dove vengono accolti i
poveri, ma dove c’è anche il monastero cioè il posto dove i monaci possono anche esercitare la carità
nei confronti di coloro che vengono accolti. I poveri, infatti, sono i veri amici di Dio. Per progredire
nella via della perfezione per Gregorio è fondamentale la preghiera perché solo attraverso essa
possiamo stare con Dio. Essa è il sostegno e la difesa della castità, il freno dell’ira, il dominio della

58
superbia, protezione della fedeltà nel matrimonio ecc.. questo lo scrive nel commento al Padre
Nostro. Un po’ tutti gli autori che abbiamo studiato se vi ricordate a cominciare da Cipriano hanno
commentato il Padre Nostro perché le sette petizioni del Padre Nostro commentate poi venivano
offerte a coloro che avevano ricevuto il Battesimo perché vivessero secondo avevano ricevuto. Il
cristiano prega ispirandosi sempre alla preghiera del Signore perché la preghiera del Padre Nostro è
il modello di preghiera. Queste sette petizioni sono certamente il modello di ogni altra preghiera. “
se dobbiamo pregare che scenda su di noi il Regno di Dio, questo gli chiediamo con la potenza della
parola, che io sia allontanato dalla corruzione, che sia liberato dalla morte, che sia sciolto dalle
catene del terrore, non regni mai la morte su di me, non abbia mai potere la tirannia del male, non
domini su di me l’avversario né mi faccia prigioniero attraverso il peccato, ma venga su di me il tuo
Regno, affinché si allontanino da me o meglio ancora si annullino le passioni che ora mi dominano
e signoreggiano”. Se prendessimo in considerazione tutte le petizioni, quindi, il commento a tutte le
petizioni, ci renderemmo conto di quanta ricchezza, per esempio, ci sia i ogni espressione del Padre
Nostro.

LA LETTERATURA ANTIOCHENA
Se vi ricordate abbiamo studiato la scuola alessandrina ed abbiamo trattato per esempio di Filone, poi
di Panteno, Clemente Alessandrino, Origene. Abbiamo detto che questi autori sono fondamentali
soprattutto per la scuola di Alessandria perché ne sono i maestri. Abbiamo anche studiato Didimo il
Cieco. Possiamo dire che i Cappadoci Basilio, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa, in un certo
qual modo, sono anch’essi figli della scuola alessandrina. Le loro opere dal punto di vista esegetico
riflettono molto l’esegesi alessandrina. Quindi una esegesi che prende in considerazione soprattutto
l’allegoria ma non solo naturalmente. Sappiamo che la Scuola Alessandrina può essere definita come
quella scuola che predilige l’allegoria, la quale si fonda sull’esegesi letterale, cioè non prescinde
dall’esegesi letterale. Quindi sarebbe errato dire che la scuola alessandrina è una scuola che predilige
esclusivamente l’allegoria. Sappiamo bene che, per esempio, il commento alla Lettera ai Romani di
Origene predilige il senso letterale e non il senso allegorico. Quindi, lo stesso Origene che è stato più
volte definito allegorista non è solo un allegorista. Quando usa l’allegoria volge la sua interpretazione
al senso letterale innanzitutto ed anch’egli, attraverso una terminologia ben chiara, fa comprendere il
passaggio dal primo senso all’altro ed all’altro ancora. Quindi il primo livello di interpretazione, il
secondo ed il terzo e così via.
Come possiamo definire la Scuola Antiochena? Abbiamo parlato, se vi ricordate, di Paolo di
Samosata, di Luciano di Antiochia che sono stati autori marginali anche se a loro ci siamo rifatti
quando abbiamo studiato il Concilio di Nicea perché abbiamo detto che con la lettera che Ario scrive
ad Eusebio di Nicomedia che certamente Luciano di Antiochia ha un posto rilevante in quel contesto
perché Ario saluta Eusebio di Nicomedia ed usa il termine collucianista per indicare questo legame
con Luciano di Antiochia, legame che accomuna Eusebio di Nicomedia e Ario. Paolo di Samosata lo
abbiamo studiato anche se per cenni, ma abbiamo compreso di lui la dottrina. Adesso studiamo la
Scuola di Antiochia a partire da 3 autori che sono 3 amici e tre monaci, ma certamente non alla stessa
stregua della Scuola Alessandrina, cioè non possiamo dire che la Scuola di Antiochia è strutturata
come la Scuola di Alessandria.
Ad Antiochia non c’è una vera scuola, cioè non c’è un’istituzione scolastica, controllata da un
vescovo locale, ma possiamo parlare di un’attività esercitata da alcuni letterati, da alcuni studiosi
legati tra loro da rapporti di discepolato. Quindi, tra Diodoro, Teodoro e Giovanni c’è un rapporto di
maestro e discepolo.
DIODORO:
Si forma a contatto con Eusebio di Emesa e Silvano di Tarso, due dei principali esponenti del partito
omeusiano. Perfezionerà i suoi studi ad Atene. Fu a capo di una comunità monastica ad Antiochia
ed ebbe come discepoli Teodoro e Giovanni. Fu nominato Vescovo di Tarso nel 378 ed ebbe un ruolo

59
nel Concilio di Costantinopoli del 381. Qualche anno prima di morire fa visita a Giovanni Crisostomo
mentre è ancora presbitero ad Antiochia e nel 394 muore.
Diodoro è impegnato contro gli ariani e soprattutto contro gli apollinaristi. Commenta diversi libri
dell’ A.T. e del N.T., ma prende posizione contro l’allegorismo alessandrino con un’opera polemica
che si intitola “ sulla differenza tra teoria ed allegoria” , teoria intesa come Theoria che significa
vedere, contemplare, quindi differenza tra il vedere e l’”allegorein” che significa dire qualcos’altro
rispetto a quello che di vede. Il vedere, invece, indica quello che c’è., quindi quest’opera mette in
contrapposizione il senso letterale con il senso allegorico bell’interpretazione di un passo
scritturistico. Quindi il theoreo è il vedere ciò che è, il senso letterale storico, l’allegorein è il far dire
altro rispetto a quello che leggo. Quindi l’opera mette in contrapposizione questi due modi di
interpretare la Scrittura. Noi non abbiamo tutti i commenti di Diodoro, ma solo alcuni frammenti.
Abbiamo ad es. un commentario ai Salmi però frammentario e in questi frammenti che abbiamo di
commenti ai libri dell’A.T. ricaviamo questa contrapposizione tra teoria e allegoria. Quando
interpreta con la teoria, in realtà, Deodoro usa anche la tipologia perche dice, ad es., che Abele è
figura di Cristo, prefigura Cristo.
Interpretare Tipologicamente significa che interpretare un passo dell’ A.T. in riferimento al N.T.
In realtà quando si interpreta tipologicamente si sta interpretando allegoricamente perché si fa dire al
testo atra cosa rispetto a quello che leggo.
Nell’interpretare i Salmi egli usa l’interpretazione cristologica, considera i Salmi composti da Davide
e distingue quelli in cui egli parla di sé o a nome del popolo e quando profetizza il futuro.
TEODRO
Nasce intorno alla metà del IV sec. Ad Antiochia e si ritira nella comunità monastica di Diodoro dove
inizia lo studio delle Scritture. È quindi discepolo di Diodoro. Quando, Diodoro viene eletto Vescovo
di Tarso, Teodoro gli succede nella direzione della comunità monastica e successivamente sarà
ordinato Vescovi di Mopsuestia. Morirà nel 428.
Sarà condannato dal Concilio di Costantinopoli del 553 e per questo i suoi scritti andranno perduti.
Conosciamo alcune opere in versione siriaca, come le 16 omelie catechetiche, le prime 10 indirizzate
ai catecumeni e le altre 6 ai neofiti nei giorni successivi al battesimo.
Le prme Omelie seguono la traccia del simbolo battesimale e sono una interpretazione del simbolo
battesimale, il Credo. Le altre sono una interpretazione del Padre Nostro e di una catechesi che
riguarda la liturgia battesimale e la liturgia eucaristica.
Teodoro testimonia l’esistenza del sacramento della penitenza per tutti coloro che hanno commesso
peccati gravi dopo il battesimo e fa una distinzione tra i peccati veniali e i peccati gavi che escludono
dalla comunione con Cristo. I peccati gravi vietano al colpevole di prende parte all’Eucarestia a meno
che non faccia la confessione dei propri peccati. E proprio per questo Teodoro espone i criteri con i
quali discernere la gravità delle colpe. “Non sono gli errori che ci impediscono la comunione, non
nuocciono le colpe che ci capitano senza pensarli per debolezza….ecc..”
Si tratta di un’Omelia sull’Eucarestia, l’Omelia 16. E’ chiesto che ci affliggiamo per le nostre colpe,
quelle gravi. Dopo esserci afflitti è necessario che ci prodighiamo alla penitenza. Sacerdoti ed esperti
che curano i peccatori, in base alla misura degli errori, presentano alla coscienza del penitenti il
trattamento di cui hanno bisogno.
Quindi se ho commesso un peccato grave, ad esso viene assegnata una penitenza che mi permetterà
di guarire da quel peccato. Vi sono, dunque, peccati frutto della debolezza umana che non
impediscono l’accesso ai santi Misteri, vi sono altri peccati che rappresentano, invece, un ostacolo
alla comunione e richiedono un cammino di penitenza e di cura sotto una guida esperta, che agisca
secondo la disciplina e la saggezza della chiesa. Le penitenze che non hanno nulla a che vedere con
il peccato non servono a nulla.
Per Teodoro il Battesimo, come rinascita, in realtà, non è altro che prefigurazione della vita eterna.
Ciò che abbiamo ricevuto è grazia limitata che non ci permette di godere della vita eterna che godremo
solo nella Resurrezione.

60
Nel commento al Vangelo di Giovanni, tratta del rapporto tra la morte e la Resurrezione in riferimento
al battesimo; riguardo all’Eucarestia commenta le parole “ questo è il mio corpo, questo è il mio
sangue” in riferimento alla vita eterna e quindi alla beatitudine eterna. Nell’Eucarestia noi abbiamo
la prefigurazione di questa unione con il Signore che sarà piena nella resurrezione dei morti. Dice
mangiando il corpo e il sangue di Cristo ci si nutre del cibo dell’immortalità.

GIOVANNI CRISOSTOMO, OSSIA BOCCA D’ORO PER LA SUA ELOQUENZA


E’ l’Agostino di oriente. Noi abbiamo tantissime opere, anche pseudo crisostomiche, cioè attribuite
a Giovanni Crisostomo ma in realtà falsamente attribuite a lui.
Sicuramente ha scritto tantissimo. Non potremmo studiarle tutte. Nasce intorno al 349 ad Antiochia
di Siria e svolge il ministero presbiterale proprio ad Antiochia per circa 11 anni. Poi fu nominato
Vescovo di Costantinopoli e poi eserciterà il ministero episcopale a Costantinopoli anche se sarà
interrotto da 2 esili. Giovanni rimase orfano di padre da piccolo e fu educato dalla madre Anthusa.
Studierà filosofia retorica ed avrà come maestro Libanio, il più celebre retore del tempo. Giovanni
diverrà uno degli oratori più importanti. Sarà battezzato nel 368 e formato alla vita ecclesiastica dal
Vescovo Melisso, che lo istituirà rettore nel 391. Proprio il ministero del rettorato permetterà a
Giovanni di essere immesso nel cursus ecclesiastico. Frequenterà, infatti, una sorta di seminario e
sarà discepolo di Diodoro di Tarso.

18 Aprile 2018 Giovanni Crisostomo

Abbiamo aperto con un commento a Matteo di Giovanni Crisostomo si tratta della 82esima omelia,
le omelie al commento a Matteo sono 90 e questa parte che abbiamo pregato riguarda il tema
dell’eucaristia molto caro a Giovanni Crisostomo.
Nasce ad Antiochia verso il 345 e la madre vedova lo fa studiare presso il retore Libanio, è uno dei
padri d’Oriente più importante, ci ha lasciato una mole considerevole di opere, molte di queste sono
state attribuite a lui pur non essendo state scritte da lui. E’ tra coloro che hanno fatto parte di questa
comunità monastica iniziata da Diodoro di Tarso ad Antiochia, il quale ha avuto come discepoli
Teodoro di Mopsuestia e poi Giovanni Crisostomo . Entra giovane presso questa comunità monastica
e diviene diacono e poi presbitero, il vescovo Flaviano lo incarica di predicare seppur presbitero,
perché la predicazione era demandata ai vescovi. Giovanni già dal 386 comincia a predicare ad
Antiochia e le sue omelie sono ascoltate non solo da cristiani ma anche da giudei e da pagani,
potremmo qui fermarci soprattutto sul tema della predicazione, della omelia perché Crisostomo
significa appunto Boccadoro, lui affascina, è uno degli esegeti che predilige molto non solo il testo
biblico ma va oltre, si sofferma sui problemi, sui fatti, sugli affanni del popolo, trae spunto anche da
tutto ciò che il popolo vive concretamente, per questo trova il fascino di chi lo ascolta. Flaviano per
questo lo incoraggia. L’imperatore Arcadio per la fama che Giovanni aveva avuto già come
predicatore ad Antiochia, lo vuole come vescovo di Costantinopoli nel 397 nonostante si opponesse
a tale consacrazione episcopale, Teofilo vescovo di Alessandria. Ad esempio abbiamo visto con
Atanasio che aveva tanti oppositori, lo stesso vale per Giovanni Crisostomo. Tra Alessandria ed
Antiochia non c’è un buon feeling, il problema è legato all’esegesi che è legata alla teologia, e quindi
alla cristologia. Giovanni oltre che a legiferare a Costantinopoli come vescovo per il suo carattere
interventista promuove incontri anche in altre diocesi. Ad Alessandria era il vescovo che aveva
l’autorità di eleggere, consacrare altri vescovi in Egitto, aveva una prerogativa che non avevano gli
altri vescovi; abbiamo parlato di Melezio di Licopoli che si arroga questo diritto, quando Pietro di
Alessandria (era vescovo ad Alessandria) era in carcere e questo crea una divisione, uno scisma, si
tratta dello scisma dei meleziani, è uno scisma di carattere disciplinare, quando abbiamo parlato di
scisma ed eresia, abbiamo detto che lo scisma è una divisione di carattere disciplinare e non dottrinale.

61
G.C. legifera in altre diocesi e questo carattere interventista gli permette di andare ad Efeso dove
dirimerà una controversia ecclesiastica e dove consacrerà vescovo il suddiacono Eraclide. Ha una
autorità che va oltre, consacra anche altri vescovi, quindi il patriarca di Costantinopoli ha un potere
che va oltre la sua chiesa. G. si rivela un pastore dedito al popolo ma poco incline a cedere di fronte
al potere politico, noteremo per esempio attraverso le opere, che è propenso nei confronti del popolo
e dei più poveri ma non scende a compromessi con il potere politico, è molto schietto. Questo lo
porterà anche a reazioni contrapposte con l’imperatrice Eudossia ad esempio, questa contrapposizione
però sarà collegata anche all’ostilità che avrà nei confronti di molti vescovi, che preferiscono stare a
corte piuttosto che abitare nelle loro sedi episcopali.
G.C si scaglia contro questi vescovi e contro i presbiteri che a Costantinopoli preferiscono una vita
agiata alla povertà e alle essenzialità a cui ci richiama il vangelo. Questa ostilità dei vescovi è
connessa anche alla ostilità avuta con Teofilo di Alessandria e che continua successivamente lo
metterà sotto accusa facendolo deporre nel 403, è viene esiliato una prima volta. A questa prima
condanna che G. subisce nel 403, ne succederanno altre. Questo primo esilio durerà poco perché il
popolo lo richiederà subito a Costantinopoli, ma sarà breve, perché sarà ancora esiliato prima in
Armenia a Cucusò e poi nel Caucaso a Pixius, e morirà il 14 settembre del 407 nel Ponto. Quindi in
realtà il suo episcopato fu controverso fin dall’inizio. Sotto il suo nome ci sono giunte diverse opere,
anche falsamente attribuite a Crisostomo, di alcune omelie ci sono giunte 2 redazioni, una tachigrafa
e una redazione postuma. Le omelie del periodo antiochieno, e faremo una differenza tra le omelie
predicate ad Antiochia e le omelie predicate a Costantinopoli. Crisostomo ci ha lasciato soprattutto
esegesi di carattere omiletico, derivate da azioni pastorali. Le omelie antiochiene sono più eleganti,
più preparate, sembra che il Crisostomo predicasse non solo la domenica ma anche nei giorni feriali,
sembra che predicasse continuativamente tanto che poteva per esempio commentare libri interi della
Scrittura, nei primi secoli erano una lectio continua del libro che si meditava durante la liturgia.
Dell’AT abbiamo, un commentario a Isaia, omelie a Genesi, prima 9 e poi 67, predicate tra il 386 e
il 388: omelie ai Re; 58 omelie autentiche ai salmi; del NT bisogna ricordare le 90 omelie al vangelo
di Matteo del 390; 88 omelie sul vangelo di Giovanni; 55 omelie sugli Atti degli apostoli nel 400 a
Costantinopoli. ( non abbiamo mai citato gli atti degli apostoli, è un libro poco commentato, come
Marco o Luca - il vangelo di Matteo alle origini era ritenuto il primo, oggi sappiamo che è Marco –
del vangelo di Luca abbiamo Ambrogio e Origene). G.C. predilige comunque su tutti le lettere di San
Paolo, perché ha come punto di riferimento l’apostolo Paolo, commenta tutte le lettere di Paolo, non
tralasciando nemmeno la lettera agli ebrei; 32 omelie sulla lettera ai romani; 44 sulla prima lettera ai
Corinti; 30 sulla seconda lettera ai Corinti; 15 sulla lettera ai Filippesi; 24 agli Efesini; 12 ai Colossesi;
11 sulla prima ai Tessalonicesi; 5 sulla seconda ai Tessalonicesi; 18 sulla prima lettera a Timoteo; 10
omelie sulla seconda lettera a Timoteo; 6 omelie sulla lettera a Tito; 3 sulla lettera a Filemone e 34
sulla lettera agli Ebrei. L’esegesi di questi scritti è sicuramente di carattere di tipo antiochieno,
comprendiamo il tipo di esegesi soprattutto dal commentario a Isaia, si capisce che il Crisostomo
predilige l’esegesi letterale poco propensa all’interpretazione cristologica, anche se nelle omelie a
Genesi ritroviamo l’interpretazione tipologica (cristologica). Più volte predilige i commenti di tipo
morale dell’interpretazione soprattutto nelle omelie degli atti degli apostoli vengono riportati alcuni
temi molto cari a Crisostomo: elemosina, ricchezza e povertà; 3 omelie a Filemone viene riproposto
il tema della schiavitù e della libertà; i temi trattati sono tanti, per esempio la caducità delle ricchezze,
l’esercizio della carità, i vizi e le virtù, la natura del potere politico, la vita spirituale, per G.C. l’omelia
era l’unico momento nel quale potere insegnare al popolo. Le omelie sono lunghissime, duravano
all’incirca (in greco) 2 ore e mezzo. Vita morale e vita quotidiana dei cristiani, cosa fare per mettere
in pratica il vangelo, condivideva gli stesso problemi e affanni del popolo. Oltre alle omelie
ricordiamo i panegirici (vere e proprie lodi) in onore dei martiri, dei vescovi, Giobbe e i Maccabei e
su Paolo. Poi abbiamo 8 omelie battesimali e altre ancora. De Laudibus Paoli: sono 7 discorsi o
panegirici, pronunciati ad Antiochia, e molto probabilmente sono stati predicati tra il 387 e 397. In
questi 7 discorsi, elogia Paolo, prima lo presenta per la sua sapienza e la sua grazia e rileva la
superiorità dell’apostolo rispetto ai personaggi del AT e NT, confronta Paolo con Abele, Isacco,

62
Giacobbe, Mosè, Davide, Elia, fino a Giovanni Battista. Nel secondo discorso esalta la virtù di Paolo,
e lo paragona all’oro al diamante al mondo intero, perché Paolo ha anteposto tutti i beni della terra al
bene sommo che è Dio. Nel terzo discorso esalta la virtù della carità che Paolo ha riversato su Giudei
e pagani, egli si è preso cura delle chiese che ha visitato e delle necessità dei fratelli; il quarto discorso
è il più lungo dei 7 e tratta della vocazione di Paolo e della chiamata di ogni credente alla salvezza.
Insiste in modo particolare sulla libera scelta dell’uomo al piano di Dio, nella parte centrale di questo
discorso tratta della croce come la vera sapienza, infatti non ritenne di sapere altro se non Gesù Cristo
e questi crocifisso, allora riporta tutti quei passi scritturistici che fanno riferimento alla sofferenza di
Cristo; l’ultima parte di questo 4° discorso è una vera e propria esortazione, parenesi, per tutti quei
cristiani perché possano imitarlo, perché a tutti è concesso giungere a Dio, perché tutti creati a sua
immagine e somiglianza; quinto discorso, insiste sulla condizione mortale dell’uomo, che in realtà
non è di ostacolo al conseguimento delle virtù, perché se Paolo è riuscito suo malgrado a convertirsi
e a giungere a Dio, a tutti è consentito farlo; Paolo infatti per grazia divina e la sua disponibilità al
piano di Dio, ha prediletto, la sequela del Signore, passa in rassegna tutti gli atteggiamenti di Paolo e
la molteplicità dell’azione di Dio nei suoi confronti, tratta dell’umiltà dell’Apostolo, quindi se prima
ha trattato della carità, poi tratta dell’umiltà. (virtù che predilige anche Agostino di Ippona) Queste
virtù sono paragonate a quelle di Samuele e di David. Nel sesto discorso aggiunge le paure, le
debolezze, le tensioni, Paolo in realtà ha fatto esperienza della sua debolezza, ma la fortezza di Dio
lo ha sorretto per affrontare tutti i pericoli e le persecuzioni; il settimo discorso Paolo porta la croce
di Cristo che non è un patibolo infame ma vessillo di gloria. La corporeità quindi non è ostacolo alla
virtù ne per Paolo ne per i cristiani; conclude con una dossologia alla Trinità. Paolo è un modello da
emulare ed imitare, è straordinario perché ha una energia e una forza straordinarie, il suo coraggio,
della sua debolezza: binomio debolezza/fortezza; la croce che è sapienza di Dio che permette a Paolo
di vincere sempre. Questi 7 discorsi suscitano molto interesse a chi ascolta.
5 Omelie sulla incomprensibilità di Dio che sono state predicate tra il 386 e 387, si polemizza contro
gli ariani che pretendevano di conoscere con la ragione la natura di Dio, l’incomprensibilità della
natura divina è interessante; Crisostomo dice che nessuna intelligenza creata ha di Dio una
comprensione perfetta. Dio è inaccessibile. Nessuno può conoscere il Padre come il Figlio che ce lo
rivela. Dio Padre non è circoscrivibile. Un modo per arrivare alla conoscenza di Dio per Crisostomo
è la creazione, che ci permette di intravedere la bellezza del creatore.
8 omelie contro i giudei tendono ad allontanare i cristiani convertiti dalle pratiche giudaiche, alle
origini coloro che si convertivano dal giudaismo al cristianesimo, il sabato partecipavano alle pratiche
rituali giudaiche e la domenica celebravano l’eucaristia. In queste 8 omelie Crisostomo fa
comprendere che bisogna fare una scelta, tra giudaismo e cristianesimo.
Nel 387 nel corso di una sommossa provocata dall’aumento delle tasse ad Antiochia, furono abbattute
alcune statue, dell’imperatore e dei suoi familiari, in questo contesto G.C. pronuncia 21 omelie per
le statue, il vescovo Flaviano aveva cercato di intercedere presso l’imperatore perché usasse pietà
nei confronti di chi aveva abbattuto queste statue, Giovanni trova i toni adatti per interpretare le
esigenze del popolo da una parte e dall’altra la giustizia che deve usare l’imperatore, usa i toni adatti
nelle 21 omelie. Sia l’intercessione di Flaviano che l’oratoria di Giovanni permettono al popolo di
avere la pietà dell’imperatore. Successivamente a Costantinopoli Giovanni dovette predicare anche
questa volta, in favore di Eutropio che era ministro dell’imperatore Arcadio. Con Eutropio non
avevano buoni rapporti, eppure in questo caso Giovanni deve predicare a suo favore perché caduto in
disgrazia, Eutropio dovrà chiedere rifugio in Chiesa a Giovanni. Altra opera importante è il De
Sacerdotio, riguarda coloro che sono candidati al sacerdozio, è una opera che il Crisostomo scrive in
6 libri come un vero e proprio dialogo tra Giovanni e un certo Basilio. E’ un dialogo che ci permette
di comprendere quanto sia importante l’amicizia tra i due. E’ il trattato più conosciuto, è un dialogo
in 6 libri, Basilio è un personaggio non identificabile, il dialogo verte soprattutto verso l’indegnità
nel ricevere l’ordine sacro, si parla del sacerdozio come iniziativa o risposta di amore, che viene data
a Cristo così come Pietro, che risponde alla chiamata del Signore, in pratica fin dall’inizio si tratta di
un accordo tra Basilio e Giovanni che decidono di condurre vita ascetica insieme, poi al momento

63
dell’ordinazione Giovanni sfugge all’ordinazione, non accetta di essere ordinato perché si sente
indegno. Basilio invece si fa ordinare, questo carattere di indegnità lo troviamo in tutti gli autori
dell’antichità cristiana. Quest’opera è fondamentale perché tratta delle virtù del sacerdozio ma anche
sui difetti da temere, vengono portati come esempi, Paolo, le vedove, le vergini che si sono consacrati
al Signore, si tratta della responsabilità che grava sulle spalle del sacerdote e del vescovo che sono
chiamati non solo ad amministrare i sacramenti ma anche alla predicazione. E’ fondamentale riuscire
ad essere un buon predicatore che non ama l’adulazione, che non ama essere applaudito, che non
ricerca la gloria ma fa conoscere la parola di Dio. Il libro VI tratta in modo particolare l’invidia, e del
rapporto tra il monaco e il sacerdote. Ricorda che i monaci non hanno una vita pastorale ma vivono
la loro ascesi molte volte nella solitudine, per il Crisostomo è certamente più importante occuparsi
del popolo santo di Dio che non dell’ascesi personale.
Ci sono diversi temi in Giovanni Crisostomo: incomprensibilità della natura divina, alla Trinità, al
binomio ricchezza povertà, l’eucaristia (82esima omelia al vangelo di Matteo e tante altre) e sulla
dicotomia tra il rito e la vita quotidiana dei cristiani, la frattura che c’è tra la celebrazione e il corpo
eucaristico nel fratello, in modo particolare nei più poveri, l’eucaristia per Crisostomo è la carne dei
fratelli, e quindi questa unità inscindibile tra il corpo eucaristico e il corpo ecclesiale. Altro tema è il
matrimonio, per esempio in riferimento al binomio matrimonio e verginità, seconde nozze in caso di
vedovanza, la scelta del coniuge, la preparazione del matrimonio, l’educazione dei figli, la famiglia
piccola chiesa domestica, tutti questi temi sono in alcune opere dedicate al matrimonio. I riferimenti
per Crisostomo sono sempre i passi della Scrittura, ad esempio Genesi 2,24 è il passo di riferimento
per dire che il matrimonio ha origine divina, nel matrimonio c’è la vera ricchezza quando l’uomo e
la donna sono legati da un vero vincolo di concordia, amore, l’uomo è colui che coni figli prepara la
liturgia della domenica, la chiesa domestica è la famiglia che vive nella quotidianità l’essere di Dio.
Il rapporto con il Signore e la Trinità; Ef 5,32 il mistero dell’amore di Cristo con la Chiesa, la moglie
e il marito. Ha una origine divina. I figli sono il frutto dell’amore degli sposi, il bambino è il ponte
che unisce il marito e la moglie, il frutto ma è anche il ponte che li unisce.
Presenta i criteri ( indole della sposa, costumi e non ricchezze e abbondanza di beni, ragazza timorata
di Dio, modesta, prudente – come celebrare il matrimoni, eliminare danze scomposte, chiasso, risa
smodate - la moglie sia piena d’affetto per suo marito che possa rifugiarsi nella moglie come un porto
– riferimento ad unità inscindibile come Cristo e la Chiesa) per la scelta del coniuge, i genitori hanno
un ruolo molto importante nella scelta del coniuge, devono permettere ai figli di sposarsi subito, a
trovare la donna che possa essere immagine della Chiesa. E’ colei che permette alla famiglia di vivere
quella dimensione della tenerezza che è propria di Dio. ( ai bambini, il rapporto con la madre è più
intenso, non usare maniere forti ).

Autori dell’Occidente

Il IV secolo, Ilario Ambrogio Girolamo e Agostino.


Ilario de Poitiers, come gli autori precedenti combatte l’arianesimo, è dedito a professare che il
Cristo è Figlio di Dio consustanziale al Padre contro coloro che ancora professano la dottrina ariana.
Le fonti principali per conoscere la vita di Ilario, Girolamo, e autori come Sulpicio Severo. Girolamo
nel De Viris Illustribus al n° 100 : Ilario vescovo di Poitiers in Aquitania, esiliato in Frigia dal sinodo
di Besiers ad opera della fazione di Saturnino vescovo di Arles, scrisse 12 libri contro gli ariani.
Nacque tra il 310 e il 320 a Poitiers, ha scritto una vita su Ilario, Venanzio Fortunato nel VI secolo,
in cui dice che era sposato e aveva una figlia che si chiamava Abra, i genitori di Ilario erano pagani,
infatti Ilario nel De trinitate, dice di essersi avvicinato alla fede cristiana solo in età matura, nel 350
viene eletto vescovo di Poitiers, forse il primo vescovo, in questo periodo possiamo collocare la prima
opera di Ilario, il Commento a Matteo, ( è scarno e breve) composto tra il 343 e il 346. Nel 355
Ilario è costretto a combattere contro l’arianesimo e a prendere posizione al sinodo di Besiers che si
riunì dopo il concilio milanese del 355, a Besiers Ilario fu condannato insieme al vescovo Rodanio di
Tolosa perché professavano la fede nicena, perché in quegli anni il predominio era proprio degli

64
ariani, dei vescovi ariani. Viene esiliato in Frigia, dove trascorre alcuni anni prob dal 356 al 360,
torna dall’esilio e riprende la sua cattedra episcopale, aldilà della sofferenza dell’esilio certamente
per Ilario la esperienza gli permette di entrare in contatto con autori orientali, e conoscere un altro
mondo, la teologia orientale. Tra occidente e oriente, vi è una dipendenza degli autori occidentali
dagli autori orientali. Proprio in quegli anni produrrà il De Trinitate un’opera in 12 libri nella quale
Ilario espone i contenuti fondamentali della sua riflessione trinitaria; Agostino scriverà un De
Trinitate in 15 libri. Un trattato indirizzato ai vescovi occidentale dal titolo I Sinodi, prende in esame
le conclusioni dei sinodi che si sono tenuti dopo il concilio di Nicea, in quest’opera Ilario definisce
la dottrina ariana eretica e definisce ancora eretica la formula elaborata al concilio di Sirmio del 357
che definisce il Figlio dissimile dal Padre. Altre formule come il Figlio è simile per natura al Padre
vengono accettate da Ilario. Ilario partecipa a diversi sinodi e concili, tra questi il sinodo di Seleucia
che si celebra in Oriente poco dopo il 359, in questo periodo Ilario si rivolge direttamente
all’imperatore Costanzo, che si intitola Libro a Costanzo imperatore, nel quale chiede di poter
disputare pubblicamente in sua presenza in difesa della vera fede con Saturnino vescovo di Arles.
Ilario rimane profondamente deluso dal potere politico, Costanzo non accetta questa richiesta e Ilario
scriverà un Contro Costanzo nel 360, in cui si scaglia contro l’imperatore accusandolo di essere un
persecutore degli ortodossi, coloro che professano la fede nicena. Nel 360 Ilario rientra a Poitiers e a
partire dal 364 insieme con il vescovo Eusebio di Vercelli si dedica alla lotta contro il vescovo ariano
di Milano, Aussenzio. A Milano la sede episcopale era retta da un vescovo filo ariano. In questo
contesto Ilario scriverà un’opera: Contro Aussenzio. Ilario morirà intorno al 367-368.
La dottrina trinitaria e cristologica ed esegetica.
Dottrina trinitaria: De Trinitate in 12 libri, combatte l’arianesimo, i primi 3 libri trattano della fede
della Chiesa, la fede nicena; dal IV al VI confutano la dottrina ariana; dal VII al XII risponde alle
obiezioni che vengono sollevate dagli ariani. Nel prologo Ilario parla del cammino intrapreso
dall’uomo per giungere a Dio, ed esprime la sua sfiducia nella possibilità della ragione di raggiungere
a comprendere il mistero di Dio ( Crisostomo ). Secondo Ilario solo la fede può permettere all’uomo
di avvicinarsi a Dio e la fede deve basarsi sulle scritture. L’incapacità di conoscere Dio da parte
dell’uomo ha il carattere di una fatalità alla quale è impossibile sottrarsi, è propria della condizione
umana, della corporeità, non possiamo giungere a ciò che è Spirito. La carne ha una valenza negativa
per Ilario, è la prima responsabile della ignoranza dell’uomo, che è ignoranza di se stessa, questa
pesantezza del corpo ha le sue radici nel pensiero classico, nello stoicismo, Questa condizione
negativa non permette all’uomo di elevarsi verso l’alto, è la fede che deve precedere la ragione, il
discorso razionale non è però del tutto inutile, per Ilario si tratta del discorso umano su Dio che non
può esaurire il mistero di Dio che rimane inaccessibile.

2 Maggio
Ilario
Ci siamo subito resi conto la volta scorsa, iniziando a parlare d’Ilario, che in realtà l’Occidente deve
molto all’Oriente. Ilario, Ambrogio, Girolamo e Agostino, sono impregnati della teologia orientale:
quando si è parlato dell’esilio d’Ilario, abbiamo detto che seppur forzato, quell’esilio fu utile ad Ilario,
poiché gli permise di conoscere la teologia Alessandrina, e quindi la teologia orientale. La stessa cosa
vale per gli altri teologi sopra citati. Lo stesso Ambrogio, ad esempio, che viene nominato vescovo
all’improvviso (era difatti appena catecumeno, al momento della sua ordinazione) consacra tutta la
sua vita allo studio della scrittura, attraverso i commenti dei maestri greci, e quindi dei padri orientali.
Non solo, ma la lingua greca è ancora quella più importante, anche per l’Occidente (si è visto ad
esempio all’inizio del corso, come la lettera ai Corinti di Clemente, o il pastore di Erma siano stati
scritti in greco). La lingua greca ha ancora un ruolo predominante, non è stata completamente
soppiantata dal latino, e ciò si noterà meglio nel concilio di Calcedonia quando papa Leone Magno
invierà un suo legato, Pascasino, vescovo di Marsala, che conosceva latino e greco a presiedere il
concilio di Calcedonia. Lì, in un certo qual modo avverrà questo cambiamento: papa Leone Magno,

65
attraverso Pascasino, imporrà la lingua latina. A tal punto che Pascasino, ad ogni domanda che gli
veniva porta in greco, rispondeva in latino. Si può ben capire come questi cambiamenti siano stati
difficili.
Va detto, inoltre, che il IV sec. occidentale sarà caratterizzato anche da un connubio inscindibile tra
cultura pagana e cultura cristiana. E ciò sarà più evidente leggendo il commentario a Matteo di Ilario,
come anche nelle diverse opere di Ambrogio. Sono autori che conoscono molto bene la cultura
pagana, e quindi citano continuamente gli autori pagani: oltre ad attingere ai commentari greci, in
realtà questi autori occidentali attingono continuamente anche ad autori pagani, e molte volte
cristianizzano un pensiero pagano. Questo si è detto ad esempio per Giustino, quando parla della
domenica come “giorno del sole”, o per gli apologeti dei primi secoli, che devono necessariamente
proporre la cultura cristiana, senza abolire completamente quella pagana. La stessa cosa avviene
quando i Giudei si convertono al Cristianesimo: si è detto che essi stessi, una volta convertiti, di
sabato si recavano in sinagoga, e la domenica celebravano l’eucarestia. Successivamente, si esigerà
un distacco totale, poiché la cultura cristiana può certamente attingere a quella giudaica, ma ad un
certo punto deve necessariamente distaccarsene. Ciò anche perché il Cristianesimo era considerato
una setta del Giudaismo e quindi, per alcuni, probabilmente sarebbe stata reintegrata nella cultura
giudaica, ma ciò non avviene proprio perché la cultura cristiana se ne distacca man mano, a tal punto
da contrapporsi ad un certo punto alla cultura giudaica. Si è visto anche parlando della Didaché, come
cristiani e giudei avessero giorni di digiuno diversi. Come mai questa differenza? Proprio perché già
i cristiani di allora sentivano la necessità di un distacco dalle tradizioni giudaiche. Anche la
diversificazione nella ricorrenza della Pasqua può essere intesa secondo questa ottica: gli orientali
celebrano la Pasqua il 14 del mese di Nisan, mentre gli occidentali aspettano la domenica dopo il 14
dello stesso mese proprio per l’esigenza di distaccare la cultura Giudaica da quella Cristiana.
Tornando a Ilario, si è già detto che per conoscere la sua vita sono importanti le notizie che ci sono
pervenute da Girolamo e successivamente da Sulpicio Severo. Girolamo, nel De viris illustribus, al
numero 100, ci dà delle informazioni molto chiare. Innanzitutto, ci dice che Ilario è un vescovo
impegnato contro le eresie, ed in particolare contro l’eresia ariana, che è stato esiliato e che è uno
scrittore. Nasce tra il 310 e il 320 a Poitiers e Venanzio Fortunato, nella vita che scrive intorno al VI
secolo, dice che era sposato ed aveva una figlia. I suoi genitori erano pagani, così come conferma lo
stesso Ilario nel “De Trinitate”, ove asserisce di essersi avvicinato alla fede solo in età matura. Viene
eletto vescovo di Poitiers intorno al 350 e forse fu il primo vescovo di quella città.
In questo contesto collochiamo la prima opera di Ilario, ovvero il commentario a Matteo, composto
tra il 343 e il 346. Nel 355, Ilario entra in contatto con il mondo ariano e comincia a combattere contro
l’arianesimo. Fu costretto a prendere parte al concilio di Beziers, convocato dopo il concilio milanese
del 355 che aveva visto i vescovi occidentali piegarsi alla condanna di Attanasio, e proprio a Beziers
Ilario viene condannato insieme al vescovo Rodanio di Tolosa. Fu esiliato in Frigia, dove trascorre
alcuni anni, dal 356 al 360. Tornato dall’esilio, torna nuovamente alla sua sede.
Al di là delle sofferenze che Ilario dovette sopportare, si è già detto come per Ilario il momento
dell’esilio fu un momento importante poiché, al di là di tutte le sofferenze che fu costretto a
sopportare, gli concesse di venire a contatto con l’oriente. Confrontando infatti il commentario a
Matteo, elaborato prima dell’esperienza dell’esilio, con le opere scritte dopo, si nota subito la
differenza. Il commentario a Matteo è un commentario breve, essenziale, composto di un solo
volume, dove Ilario privilegia l’interpretazione letterale.
Nel periodo dell’esilio Ilario scrive il “De Trinitate”, opera in 12 libri, dove espone i contenuti
fondamentali della dottrina trinitaria, mentre un trattato ai vescovi occidentali dal titolo “I sinodi”,
prende in esame le conclusioni dei sinodi che si sono tenuti dopo il concilio di Nicea.
Nel libro a Costanzo Imperatore, poi, chiede di poter disputare in sua presenza in difesa della vera
fede con Saturnino di Arles, a cui doveva proprio il suo esilio. Ma Ilario non ottiene questa possibilità
e, deluso dal potere politico, scrive un “Contro Costanzo” nel 360, dove si scaglia contro l’imperatore,
accusandolo di essere un persecutore degli ortodossi.

66
Nel 360 Ilario rientra a Poitiers, dove nel 364 insieme ad Eusebio di Vercelli si dedica alla lotta contro
il vescovo ariano di Milano, Aussenzio.
Parliamo adesso della dottrina Trinitaria, prima di soffermarci su quella Cristologica e sull’Esegesi
di Ilario.
Riguardo alla dottrina Trinitaria, è ovvio che facciamo riferimento ai 12 libri del “De Trinitate”, che
differisce dal “De Trinitate” di Agostino non solo per i 3 volumi in più presentati dal secondo autore,
ma anche per i temi trattati. Ilario tratta della fede ortodossa della chiesa, confuta la dottrina ariana e
risponde alle obiezioni della dottrina ariana stessa. Nel prologo alla sua opera, Ilario parla del
cammino che l’uomo intraprende per raggiungere Dio, ed esprime la sua sfiducia nel fatto che la
ragione possa giungere a Dio. Secondo Ilario, infatti, solo la fede può permettere all’uomo di
avvicinarsi a Dio attraverso le scritture, che appaiono dunque fondamentali, come si era visto
precedentemente con Didimo il cieco.
L’incapacità dell’uomo di raggiungere Dio, ha per Ilario il carattere di una fatalità alla quale è
impossibile sottrarsi perché la condizione umana è determinata dalla corporeità, indice di pesantezza,
e dunque incapacità di elevarsi verso l’alto. La carne, ha quindi un’accezione negativa, ed è la prima
responsabile dell’ignoranza dell’uomo (ove con il termine ignoranza Ilario non intende solo
“l’ignoranza di Dio, il non conoscere Dio”, ma anche “ignoranza di se stessi”). L’idea della
pesantezza del corpo proviene naturalmente dall’antropologia storca, ma da questa concezione
negativa Ilario si libera qua e là nel “De Trinitate”, quando afferma che attraverso la fede che si lascia
guidare dalla ragione è possibile conoscere un barlume del mistero di Dio. I ragionamenti umani non
sono adeguati per la conoscenza di Dio, ma possono certamente essere utili a conoscerne almeno un
barlume. Ilario, a tal proposito, paragona a tal proposito lo sforzo umano di contemplare la divinità a
quello compiuto dall’occhio umano nel tentativo di guardare direttamente il sole (analogia che in
passato era stata proposta da Giustino e anche da tanti altri autori orientali, che affermavano appunto
che come l’occhio non può guardare il sole in maniera diretta, così l’uomo non può contemplare a
pieno il mistero di Dio).
Si deve considerare poi, che se è grazie alla fede che l’uomo può raggiungere Dio, per Ilario la
preghiera ha un ruolo fondamentale, così che secondo Ilario stesso “progresso conoscitivo” e
“progresso spirituale” sono strettamente collegati: la conoscenza di Dio va di pari passo col progresso
spirituale.
In che senso, nel “De Trinitate” Ilario parla del rapporto tra il Padre e il Figlio? Naturalmente si
ritrova il tema della generazione eterna del Figlio dal Padre, già presente in Origene: il Padre è dunque
l’arkè ontologico, ma non cronologico, del Figlio. La generazione implica un’identità di natura tra il
generante ed il generato, e costituisce dunque il principio della consustanzialità tra Padre e Figlio. Se
la generazione è reale, però, è necessario che oltre a parlare della stessa sostanza, si parli anche di
due individualità distinte. C’è un rischio parlando della consustanzialità, quello appunto di non
intravvedere le due individualità distinte, portando il logos più verso il mondo che verso Dio e
riducendolo ad una creatura. Ciò non significa chiaramente che la generazione del Figlio dalla
sostanza del Padre possa essere intesa, dice Ilario, in senso corporeo, come una sorta di “divisione
IN Dio”. “Non è - queste sono le sue parole - una divisione in parti, non è una scissione, non è una
diminuzione, ma è la nascita di una natura vivente DA vivente. Non è un’alterazione della divinità…”.
Era quanto in realtà non poteva comprendere Ario, per esempio. Nelle lettere che abbiamo studiato
egli infatti dice che non può comprendere appunto che una stessa sostanza possa essere divisibile, e
quindi non può ammettere che il logos, il Figlio sia una parte dell’Ingenerato perché ciò
significherebbe quasi una menomazione della divinità.
Per dimostrare il rapporto che lega il Padre e il Figlio, Ilario fa riferimento alle scritture, in modo
particolare a due passi della scrittura: Mt 3, 17 (il battesimo di Gesù al Giordano) e Mt 17, 5
(l’episodio della trasfigurazione), in occasione delle quali il Padre rivolge parola agli astanti. Questi
versi stanno ad indicare secondo Ilario che il Figlio non è equiparabile a tutti gli altri figli. Infatti gli
aggettivi possessivi utilizzati negli episodi citati portano a pensare che il Figlio di Dio è Figlio per
antonomasia, rispetto a tutti gli altri figli che sono invece adottivi. Il fatto che il Figlio sia stato

67
generato dal Padre, così come chiarito da Ilario, confuta la proposizione ariana, che sostiene invece
che c’è stato un momento in cui i figlio “non era”, e che quindi il Figlio “non era” prima di nascere.
Riguardo allo Spirito Santo, per concludere il “De Trinitate”, possiamo dire che Ilario non dedica
molto spazio a questa ipostasi. Ricorre spesso nell’opera il termine “spirito”, ma con esso indica la
divinità di Cristo, o il Cristo preesistente all’incarnazione, tanto che il alcuni punti sembra esserci
un’identificazione tra questi due aspetti della figura del Cristo (identificazione che era presente anche
in un passo del pastore di Erma). Quella del De Trinitate sembra quindi essere una trattazione più
Cristologica che non pneumatologica, tesi avvalorata dal fatto che in alcune parti dell’opera, lo Spirito
Santo sembra essere volontariamente taciuto da Ilario. In altre opere, per esempio nel commentario a
Matteo, Ilario parla dello Spirito Santo talvolta in riferimento alla terza persona della SS. Trinità,
talvolta il Cristo preesistente.
Le origini di questa identificazione tra Spirito e Figlio, possono essere rintracciate nell’esegesi di Lc
1, 35, ove si legge “lo Spirito Santo scenderà su di te…”. L’incarnazione è intesa come la discesa del
Figlio nel seno della Vergine. Questa stessa interpretazione (lo Spirito scenderà su di te/prenderà
carne da te), la si ritrova in Tertulliano. La stessa identificazione tra Spirito e Cristo preesistente, la
troviamo anche nel concilio di Serdica del 343 nel quale, a proposito dello Spirito, si legge “Crediamo
e accettiamo il Paraclito, lo Spirito Santo, che proprio il Signore ci ha annunciato e mandato. Non
questo ha patito, bensì l’uomo che esso ha rivestito, che assunto da Maria Vergine: l’uomo che ha
dovuto patire”.
Di fronte a quest’impostazione, ci si può chiedere quale idea Ilario abbia avuto della Trinità, dal
momento che sembrerebbe legato più a un bilitarismo (Padre, Figlio) che a un trinitarismo. E’
certamente vero che Ilario si ferma più a parlare del Padre e del Figlio, e meno dello Spirito Santo,
ma non per questo si può dire che non abbia avuto una visione trinitaria, che comprendesse dunque
anche lo Spirito Santo. Si può dire che la confusione tra Spirito Santo e Cristo preesistente/ Spirito
sia limitata solo ad alcuni passi delle opere prese in considerazione. Proprio nel De Trinitate, al
secondo libro, egli scrive: “Riguardo allo Spirito Santo non bisogna tacere, e non è necessario
nemmeno parlare, perché non possiamo passarlo sotto silenzio a causa di coloro che non sanno”.
Partendo dalle considerazioni già fatte su Ilario e volendo approfondire l’aspetto Cristologico da lui
proposto, è possibile notare come già nel De Trinitate sia possibile riscontrare 3 differenti aspetti
Cristologici: 1) il Cristo come il Figlio generato dall’eternità; 2) il Cristo divenuto Dio e uomo da
Maria; 3) il Cristo nella gloria delle risurrezione. Questi sono tre stadi della Cristologia, che
riguardano il Cristo preesistente, il Cristo incarnato e il Cristo risorto e che dovrà venire nella parusia.
La Cristologia d’Ilario è naturalmente collegata alla sua teologia. Si è più volte detto che la teologia
dei padri scaturisce dall’esegesi della scrittura, ma non possiamo, per esempio, parlare di Cristologia
senza far riferimento alla teologia. Ma in che senso? Iniziamo dal primo stadio, quello del Cristo
preesistente. Il Figlio è da sempre in Dio, ed esiste nella forma di Dio sin dall’eternità. Quindi, anche
nell’A.T. quando ancora i profeti non conoscono il logos fattosi carne e lo annunciano come il Messia
delle genti che deve ancora venire, essi parlano a nome e per conto del logos, e quindi in un certo
qual modo si può dire che il logos è presente anche nell’annuncio dei profeti, e quindi anche nelle
profezie veterotestamentarie. Si pensi in merito a ciò a quanto detto da Ireneo di Lione, in merito alla
creazione di Adamo ed Eva: Dio Padre ha creato per mezzo del Figlio, ed ha avuto come immagine
per creare e modellare l’uomo dalla terra proprio il logos, il Figlio.
Il secondo stadio, quello del Cristo incarnato: il verbo preesistente, generato dal Padre prima di tutti
i secoli, s’incarna nel seno della vergine Maria e da lei assume la natura umana. Sono diverse le parole
utilizzate da Ilario per parlare della duplice natura, umana e divina, di Gesù ma una in particolare
riprende un’espressione precedentemente utilizzata da Attanasio: “Il Figlio di Dio s’è fatto uomo
perché noi uomini potessimo diventare figli di Dio”. La divinità appartiene al Figlio di Dio in virtù
della sua nascita eterna come unigenito del Padre perciò, in senso stretto, è sua la divinità. L’umanità,
invece, è stata “assunta” (termine scelto volontariamente da Ilario, poiché utilizzata in senso teologico
indica appunto l’assunzione della totalità della natura umana, dell’umanità non menomata,
dell’umanità nella sua pienezza, eccetto che nel peccato). Questa assunzione ha luogo a causa della

68
condiscendenza del verbo di Dio, e a causa di questa condiscendenza, il Figlio di Dio continua ad
essere perfetto nella divinità, cioè non perde la perfezione della sua natura divina assumendo la natura
umana. Si può dire che l’incarnazione nel tempo, e quindi nella storia, significhi la rinuncia alla forma
di Dio, ma non alla natura divina: l’assunzione della “forma servi”, così come la chiama S. Paolo.
Ilario precisa quindi che in Cristo sono presenti sia la natura umana che la natura divina, e nelle
diverse manifestazioni egli manifesta sia la divinità che l’umanità: è dunque una persona con due
nature. Il Figlio di Dio ha assunto la natura umana, diventando così figlio dell’uomo, per la nostra
salvezza. Ma oltre ad assumere la natura umana, in un certo qual modo, Ilario dice che il Cristo si è
congiunto anche a tutta l’umanità. Nel corpo di Cristo, siamo compresi anche noi uomini: se il Verbo
si è fatto carne e noi ci nutriamo della carne del Figlio, come si può non pensare che egli non dimori
naturalmente in noi? Così, noi siamo tutt’uno poiché il Padre è in Cristo, e Cristo è in noi. In questo
corpo è portato in cielo tutto il genere umano smarrito nel peccato di Adamo. Egli assume dunque il
corpo di tutti gli uomini, e ci porta tutti su di se nella forma di servo che ha assunto, forma ormai
trasfigurata per la risurrezione. Questa unione, naturalmente, ha un chiaro senso soteriologico, nel
senso che già dice di per se una salvezza attuale per tutti gli uomini, non una salvezza che deve venire.
Gesù ci santifica con la sua assunzione della nostra carne, e ci permette dunque di gustare della
salvezza già sin d’ora. Questo chiaramente non implica un automatismo nella salvezza, non impone
che tutti gli uomini siano automaticamente salvati a prescindere. Anche Ilario parla della libera scelta
dell’uomo, e quindi della capacita che ognuno ha di scegliere tra il bene e il male.
Riguardo all’unione di Cristo con tutti gli uomini, e quindi con tutto il genere umano, Ilario sposta il
concetto anche in riferimento alla Chiesa, e dice che la Chiesa ha avuto inizio a Betlemme perché lì
ha cominciato ad esistere il Cristo in quanto uomo e in quanto Dio: nel momento stesso in qui il Verbo
ha associato a se la carne, e quindi il genere umano, è lì che è nata la Chiesa.
Riguardo all’esegesi. Si è già parlato della differenza che vi è tra il commentario a Matteo, scritto
prima dell’esilio, e le altre opere scritte durante o dopo l’esilio stesso.
Il commento a Matteo non si presenta come una raccolta di omelie, ma piuttosto un commento
continuo ed organico del vangelo. E’ una delle più antiche opere esegetiche latine, dove Ilario
interpreta le parole di Gesù mettendole in relazione con le sue azioni. Evita di utilizzare il termine
allegoria poiché interpreta in senso letterale, anche se ciò non significa che nell’opera non sia
possibile trovare nell’opera l’interpretazione tipologica: egli ritiene infatti che dal senso letterale si
possa passare anche a quello spirituale. In questo commentario a Matteo, notiamo innanzi tutto che
Ilario non sembra conoscere altri commentari. Se si confronta il commentario a Matteo di Ilario con
quello di Origene o con quello di altri autori ci si rende conto che non esiste alcuna familiarità. Ilario
interpreta in senso simbolico gli animali, per esempio, come anche i numeri contenuti del testo sacri.
E’ risaputo che esiste quasi una scienza sulla numerologia nella scrittura e nella patristica. I numeri
vanno interpretati e certamente non lo si può fare solo in senso storico/letterale. Per esempio, quando
Gesù vieta di seppellire il padre a chi gli chiede di poterlo seguire, ma solo dopo aver dato una degna
sepoltura al compianto, come si spiega questo divieto da parte del Cristo? Ilario ritiene che questo
passo non possa essere interpretato in maniera letterale, ma deve avere un altro significato: “Sarebbe
incomprensibile - dice – un comando simile da parte di Gesù, a meno che non lo si intenda in senso
spirituale: il padre morto è simbolo di coloro che sono lontani da Dio, quindi lascia loro e segui me”.
L’origine della tecnica esegetica usata da Ilario, soprattutto nel contesto del commentario a Matteo è
senza dubbio da riferirsi alla sua stessa formazione, mentre nelle opere successive si noterà come
Ilario dipenda completamente dalla tecnica alessandrina. Può anche darsi che Ilario non abbia
conosciuto direttamente le opere di Origene, ma ha sicuramente avuto contatti con il mondo
alessandrino, anche mediati da autori latini.
Altre opere a cui possiamo fare riferimento sono il “commento ai salmi” e “il trattato sui misteri”. I
salmi vengono interpretati da Ilario in riferimento al N.T. perché la scrittura va interpretata con la
scrittura, e proprio nell’interpretazione dei salmi prevale l’interpretazione Cristologica. Non solo, ma
ritroviamo inoltre un senso morale in questo commentario ai salmi, perché Dio ha pre-ordinato ogni

69
cosa, e quindi anche le età del mondo e quindi anche dei patriarchi, in funzione dell’incarnazione del
Verbo, e quindi i salmi sono costituiti per far conoscere Cristo e la sua opera salvifica.
I primi 50 salmi hanno come tema l’affrancamento dal peccato, gli altri invece, focalizzano
l’attenzione sulla guarigione dell’anima tramite la pratica della virtù e l’esaltazione dell’uomo dopo
la sua morte. Nel commento ai salmi, a differenza del commento a Matteo, ritroviamo il termine
“allegoria”, anche se a questo, Ilario preferisce il termine “spirituale” (“interpretazione spirituale”,
quindi, anche se infondo è sempre “interpretazione Cristologica”, dunque, “tipologica”).
Il trattato sui misteri è composto da due libri. Ci sono delle lacune in quest’opera, purtroppo non ci è
pervenuta la versione integrale del trattato, ed anche qui propone l’interpretazione Cristologica di
alcune figure dell’A.T. tratti soprattutto da Genesi ed Esodo. Uno dei passi più significativi è
l’interpretazione di Adamo. Ilario dice: “Adamo, con il suo stesso nome, prefigura la nascita del
Signore. Infatti, secondo la lingua ebraica, significa ‘terra infuocata’, e la scrittura è solita chiamare
‘terra’ la carne del corpo umano. Essa, nata dalla Vergine nel Signore tramite lo spirito, è stata fatta
conforme alla gloria spirituale”. E’ interessante questa etimologia, questa interpretazione, poiché
sempre in Genesi si legge che Dio fa l’uomo dalla terra, Adamo significa ‘terra infuocata’, dice Ilario,
e collega la terra di Adamo alla ‘terra’ della Vergine, tramite la quale, attraverso lo Spirito, Dio ha
riformato, ricreato l’umanità (questo collegamento era già stato preso in considerazione da Ireneo nel
suo “Adversus ereses” dove non solo si parla della terra/Vergine che accoglie il Verbo fattosi carne,
ma anche della terra/Vergine del sepolcro che accoglie il corpo di Gesù, perché possa risorgere a vita
nuova e, soprattutto, a questa vita nuova possa riportare tutta l’umanità).
L’ultima opera a cui faremo riferimento è il “Contro Aussenzio”. Come già detto Ilario, insieme ad
Eusebio di Vercelli, combatte contro i vescovi ariani soprattutto nel nord Italia, e scrive questa breve
opera proprio contro di loro.
Per esempio si legge “Io vi chiedo, oh vescovi che tali vi ritenete, di quale potestà si sono avvalsi gli
apostoli per predicare il vangelo? Di quale potenza sono stati ripieni per andare ad annunziare il
Cristo? Hanno forse cercato aiuto presso la corte? Oggi, e quanto è doloroso, la Chiesa si gloria di
essere amata dal mondo, Essa che non può appartenere a Cristo se appartiene al mondo. Avrei voluto,
miei cari fratelli, tenere nascosto questo odioso mistero, e non far conoscere nei dettagli la bestemmia
di Aussenzio, ma non mi è stato dato di farlo: ognuno di voi comprende bene almeno quello che gli
è stato promesso.”
Un’ opera che combatte l’eresia ariana, quindi, e lo fa andando contro quei vescovi che nel nord Italia,
in questo caso a Milano, esercitano il potere episcopale a braccetto col potere temporale.

Ambrogio
Parliamo adesso di Ambrogio, una figura particolare che sarà anche molto presente più avanti con
Agostino.
Nel 374 muore Aussenzio, che era stato vescovo di Milano per 18 anni, e per tutti questi anni gli era
stato chiesto di lasciare la cattedra episcopale perché filo-ariano. Questo fa ben intendere la difficoltà
che si è poi avuta nella successione episcopale, nel dare un vescovo nuovo a Milano. La tradizione
agiografica narra che Ambrogio sia stato acclamato vescovo quando ancora era catecumeno. Perché
la scelta cadde proprio su di lui? Sicuramente perché era un personaggio “super partes”, e possedeva
quindi certamente una personalità molto autorevole. Ma non solo. Quella di Ambrogio era anche una
figura molto gradita all’imperatore, che aveva tutto l’interesse a far reggere la cattedra episcopale ad
una persona di sua fiducia, e quindi l’imperatore vede di buon grado quest’acclamazione popolare.
Ambrogio aveva all’incirca 35 quando fu eletto vescovo, proveniva da una famiglia agiata e aveva
percorso tutti i gradi della pubblica amministrazione fino al governatorato dell’Italia settentrionale.
Però, al contempo era anche di fede nicena, perché aveva ricevuto un’educazione cristiana ortodossa.
Sin dall’inizio si mosse con grande prudenza, perché il vescovo è sempre attorniato da presbiteri, e
se l’era che si andava a concludere con la morte di Aussenzio era quella di un episcopato filo-ariano,

70
era naturale che anche i presbiteri non la pensassero in maniera tanto dissimile dal predecessore di
Ambrogio, appunto.
Anche nei riguardi dell’imperatore Ambrogio agisce in maniera abbastanza prudente anche se con la
determinazione che lo contraddistingue. I rapporti con Graziano sono caratterizzati infatti da incontri
e da scontri. Quando, ad esempio, scrive l’opera “De Noe” (Su Noè), egli accosta la figura di Noè a
quella dell’imperatore.
Ambrogio otterrà inoltre la restituzione della basilica che gli ariani erano riusciti ad ottenere, e quindi
avrà un ruolo molto importante, ma nel 383 alla morte di Graziano, la politica anti ariana di Ambrogio
subirà un brusco arresto.
Noi conosciamo e ricordiamo Ambrogio soprattutto per le sue opere, per la sua attività letteraria,
soprattutto in riferimento alla sua predicazione: mentre Ilario, ad esempio, ha offerto un commentario
a Matteo organico e che dunque non è una raccolta di omelie da lui pronunciate, per Ambrogio va
detto il contrario, poiché elaborerà un commentario al vangelo di Luca frutto proprio delle sue omelie.
Era interessato soprattutto alla comunicazione orale, all’evangelizzazione, alle omelie al popolo.
L’argomento delle omelie è per lo più sempre di carattere spirituale, pastorale più che teologico:
qualcuno ha detto difatti che Ambrogio può essere considerato più un pastore che un teologo
sistematico. E’ opportuno inoltre distinguere tra le omelie che vengono predicate al popolo, più
semplici, a quelle predicate per esempio ad un’elite di cristiani, ad esempio per i monaci.
L’esegesi usata da Ambrogio, a differenza di quella usata da Ilario, è un’esegesi di tipo allegorico.
Certo, egli prende in considerazione tutti i sensi della scrittura, ma in modo particolare considera
quello allegorico, e tra i motivi esegetici possiamo ritrovare quello del cammino di perfezionamento
dell’uomo per mezzo della virtù. Questo progresso conoscitivo collegato al progresso spirituale, che
abbiamo trovato anche in Ilario, indicato proprio da questo cammino che l’uomo intraprende è
simboleggiato dal pellegrinare di Abramo come anche dal pellegrinare del popolo di Israele che dalla
schiavitù dell’Egitto è condotto verso la terra promessa.
Certo, ritroviamo anche il contrasto tra l’antico popolo dell’alleanza, il popolo giudaico, uccisore di
Cristo, e il popolo della nuova ed eterna alleanza, il popolo dei cristiani, la polemica anti giudaica è
quindi ricorrente. Tutto l’A.T. è interpretato in chiave ecclesiologica, e quindi in riferimento al N.T.:
non è possibile interpretare l’A.T. senza il N.T.
In Ambrogio ritroviamo temi già presenti in alcuni autori orientali, come ad esempio Didimo il cieco,
Basilio di Cesarea, Origene. Ambrogio è intriso del pensiero orientale, poiché dedica tutto il suo
ministero episcopale allo studio della scrittura e dei padri greci: egli, difatti, conosce bene il greco, e
ciò gli consente di attingere direttamente alla fonte.
Sempre in Ambrogio è possibile notare un riferimento Cristologico molto chiaro: vede infatti nei
salmi non solo la prefigurazione della venuta di Cristo (come si era visto con Ilario, ad esempio, o
prima ancora con Diodoro di Tarso), ma in essi vede anche la preghiera DI Cristo (si pensi al salmo
recitato da Gesù sulla croce).
Nelle sue opere, un posto centrale è riservato a Cristo che per Ambrogio è “Dominus et Deus” o
“Dominus Salvator”, e più volte nelle opere di Ambrogio troviamo preghiere rivolte direttamente a
Cristo, come più volte ritorna ad esempio l’espressione “per Christum hominem ad Christum Deum”
in riferimento continuo al Cristo, perché è Lui che ci fa conoscere il Padre: è la luce che ci comunica
la conoscenza del Padre. Sicuramente questo Cristocentrismo accentuato permetterà ad Agostino
(battezzato a Milano dallo stesso Ambrogio) di comprendere l’umiltà di Cristo, sappiamo infatti che
Agostino era il cantore dell’umiltà di Cristo, e l’avrà appresa sicuramente dal vescovo stesso.
Il Cristo che si fa uomo e sposa l’umiltà della natura umana per riconciliarla al Padre.
71
Il commentario al vangelo di Luca è purtroppo l’unica opera che possediamo su un testo del N.T.,
perché Ambrogio ha scritto diversi trattati esegetici sull’A.T., mentre sul N.T. ha scelto di pubblicare
solo un’opera sull’opera lucana, appunto. Ciò è scaturito da una sua personale scelta delle
pubblicazioni, infatti diversi studiosi si sono chiesti come mai egli abbia scelto proprio il vangelo di
Luca e non quello di Matteo, ad esempio, come molti dei suoi predecessori. Purtroppo sono solo
ipotesi quelle che possiamo avanzare, non possiamo entrare davvero nella mens di Ambrogio, però
sicuramente il vescovo milanese predilige il vangelo di Luca poiché è quello che meglio mostra la
povertà e l’umiltà di Cristo (lo stesso Dante Alighieri ci dice che Luca era lo “scriba mansuetudinis
Christi”, lo scriba della mansuetudine, della misericordia di Cristo, tant’è vero che solo in Luca
troviamo le parabole della misericordia).
Trattandosi di una raccolta di omelie selezionate pubblicate da Ambrogio, è normale che nel
commentario al vangelo di Luca non ritroviamo tutta l’opera lucana, appunto, ma anche se alcune
parti non sono commentate dal vescovo milanese è comunque importante sottolineare che all’interno
della raccolta ritroviamo sintetizzato il pensiero di Ambrogio. Si è fatto riferimento in precedenza
alle fonti più che altro patristiche del vescovo, e cioè al fatto che avendo una buona conoscenza del
greco egli attinga direttamente ad opere di autori greci, ma certamente egli fa riferimento anche ad
autori della cultura pagana, perché conosce molto bene vari autori pagani e li cita volontariamente, si
è detto all’inizio che cultura pagana e cristiana interagiscono tra di loro e il Cristianesimo tenta anche
di cristianizzare elementi pagani. In questo commento al vangelo di Luca, formato da 10 libri,
troviamo le tre interpretazioni che più volte abbiamo incontrato in precedenza: la dimensione letterale
dell’esegesi (che costituisce la base per un nuovo approfondimento); il livello morale; il livello
spirituale/allegorico/mistico. Egli non può infatti fermarsi alla dimensione letterale, poiché è
consapevole del fatto che il Verbo si nasconde all’interno della scrittura, e quindi ritiene necessario
soffermarsi ad analizzare anche parola per parola.

16 maggio

Ambrogio
Lettura di un commento di Ambrogio al Cantico dei Cantici, notare il rapporto tra lo sposo e l’anima
del credente. Abbiamo iniziato a trattare dell’Occidente e ci siamo soffermati a parlare di Ilario di
Poitiers e poi di Ambrogio, Ambrogio è un autore molto importante soprattutto per quanto riguarda
la sua esegesi, ci ha lasciato diversi scritti esegetici a libri dell’AT e del NT abbiamo solo un
commentario al Vangelo di Luca, frutto delle sue omelie, della sua predicazione, pubblicato in 10
libri, oltre alle opere esegetiche, per l’AT va presentato l’Esamerone, cioè il commento ai 6 giorni
della creazione e per il NT il commento al vangelo di Luca. Poi ci sono le Opere Dogmatiche e i
Discorsi e Lettere. Ambrogio è debitore alla tradizione orientale per quanto riguarda soprattutto la
tradizione esegetica e la teologia. Diversi studiosi affermano che Ambrogio non sia un vero e proprio
teologo, non ci ha lasciato delle opere dogmaticamente elaborate, ma è certamente un pastore che
attraverso la sua predicazione, ama educare i propri fedeli, certamente anche combattendo
l’arianesimo. Avete incontrato questo negli autori del IV secolo in Oriente, ritroviamo questa
caratteristica in Occidente con Ilario e anche con Ambrogio, quindi nelle opere esegetiche anche
Ambrogio combatte il mondo ariano. L’interesse esegetico prevale su tutti gli altri aspetti e Ambrogio
essendo debitore al mondo orientale anche per quanto riguarda la tecnica esegetica, fa riferimento ad
Origene, interpreta in senso letterale il testo biblico, ma oltre al testo letterale, sovrappone a questo
senso anche quello morale, per giungere a quello allegorico - spirituale, questo modulo interpretativo
a 3 livelli è davvero importante perché permette ad Ambrogio di esplicitare ulteriormente il senso del
testo biblico. Origene per esempio affermava che la Scrittura ha una molteplicità di interpretazioni è
inesauribilmente feconda, produce frutto abbondante, a seconda del lettore, il vero interprete è Gesù
72
Cristo; per l’azione dello Spirito Santo, il lettore può giungere ad una molteplicità di interpretazione.
Quando abbiamo studiato Origene, ho fatto riferimento alle epinoiai cioè a queste denominazioni
multiple che ha il Cristo, secondo queste denominazioni, è detto Via, Acqua, Porta, Luce e così via,
tutte queste denominazioni sono collegate alla molteplicità di interpretazioni della Scrittura. Certo
sempre nella chiesa, perché la chiesa ha un ruolo anche unificatore, perché altrimenti ognuno potrebbe
interpretare a proprio piacimento. L’interesse ascetico in Ambrogio è collegato all’interesse
esegetico, dall’esegesi scaturisce la teologia, non si può dire che Ambrogio non sia del tutto un
teologo, ma attraverso la sua esegesi è anche un teologo, ma prima di tutto è un pastore. L’interesse
ascetico lo troviamo soprattutto in uno scritto in 3 libri indirizzato alla sorella Marcellina, sulla
verginità. Poi successivamente scrisse un’altra opera sulla verginità destinata a riaffermare l’ideale
ascetico contro le obiezioni che aveva prodotto la prima opera il De Virginibus. Per quanto riguarda
l’ambito sacramentale dobbiamo ricordare l’opera sulla penitenza, il De Penitentia scritto intorno al
385 in 2 libri, in cui Ambrogio polemizza contro i novaziani, che erano ancora attivi a circa un secolo
e mezzo dall’inizio dello scisma e Ambrogio sostiene il diritto della Chiesa di rimettere a determinate
condizioni penitenziali ogni peccato, il diritto che la Chiesa ha di rimettere i peccati è proprio dei
ministri della chiesa e non di altri, e riammettere nella comunione ecclesiale, non i confessores, ad
esempio ( Cipriano). Ambrogio in realtà oltre ad essere un grande esegeta e pastore, ha avuto anche
lui dei nemici, ad esempio Girolamo che non amava Ambrogio, non amava il suo stile esegetico
Girolamo non predilige l’allegoria, ma preferisce la tipologia, definisce lo stile di Ambrogio, molle,
flaccido, poco affascinante, ma sicuramente Ambrogio aveva grandi fan soprattutto per quanto
riguarda coloro che ascoltavano la sua predicazione, tra questi Agostino. La cristologia in Ambrogio
è davvero particolare, perché ritroviamo un carattere cristologico in tutte le sue opere, perché per
Ambrogio in tutta la Scrittura noi ritroviamo Cristo, per quanto riguarda le opere esegetiche ci ha
lasciato per lo più opere dell’AT, eppure il riferimento a Cristo è continuo, è presente nell’AT, la
voce dei profeti è la voce di Cristo e quindi il Cristo preesistente, lo troviamo continuamente, il
riferimento alla cristologia che mira al carattere redentivo della sua presenza nella profezia
veterotestamentaria, i profeti anticipano la venuta di Cristo. Nelle opere di Ambrogio ritroviamo
anche un altro elemento importante qua e la troviamo delle preghiere rivolte a Cristo, voi sapete che
liturgicamente le preghiere sono rivolte al Padre per il Figlio nello Spirito Santo. La colletta durante
la celebrazione eucaristica dovrebbe essere sempre rivolta al Padre per mezzo del Figlio che ce lo
mostra nello Spirito Santo che ci permette di rivolgerci a lui. Ambrogio molte volte si rivolge
direttamente a Cristo, ed esorta a pregare incessantemente, a vivere pregando incessantemente con
ogni sorta di preghiera e di supplica, e quindi a occuparsi assiduamente della preghiera. Ma in che
modo Ambrogio nelle sue opere intende la preghiera? La intende come preghiera di domanda, ed
esorta a chiedere costantemente, semper, e questo avverbio semper, compare anche per gl altri tipi di
preghiera, per il ringraziamento, per la lode, e questa caratteristica la troviamo negli Inni, Ambrogio
ha composto anche degli Inni. La tradizione ambrosiana è diversa dalla nostra liturgia romana e questi
inni che usiamo anche noi, prendono spunto dalla scrittura e si servono dell’allegoria. Ad esempio
l’inno al canto del gallo, inno del mattutino, è un inno che per Ambrogio ha diversi significati, il gallo
ci ricorda il rinnegamento di Pietro ( lacrime penitenza ), la cultura classica ad esempio Plinio il
Vecchio che nella sua Historia dedica un capitolo al gallo, Plinio lo definisce colui che vigila nella
notte e dice che in realtà è stato creato per richiamare l’uomo al lavoro e per interrompere il sonno.
Ha anche altro significato, Svetonio ad esempio sottolinea la potenzialità profetica del gallo, è un
canto annunciatore, annuncia qualcosa che deve venire, annuncia per Ambrogio, la potenza salvifica
di Cristo che è luce, sole di giustizia che risplende sulle tenebre dell’errore e del peccato. In Ambrogio
tutti questi significati vengono fusi insieme, non solo tradizione orientale, ma anche la cultura pagana.
Quando abbiamo studiato dei primi 3 secoli, avviene nel confronto del paganesimo e del giudaismo,
la cristianizzazione di alcuni elementi o un sincretismo religioso; poi avverrà una scissione perché
coloro che si convertono al cristianesimo vengono richiamati alla coerenza. Faccio riferimento ad
un’altra opera il De incarnationis dominicae sacramento è un’opera sull’incarnazione del Signore
ed è un’ opera che mira a presentare il mistero di Cristo contro gli ariani, si tratta di un’omelia

73
presentata da Ambrogio prendendo spunto da Genesi 4,7, Caino che rappresenta tutti gli eretici e
Abele che rappresenta tutti i credenti. Prende di mira gli apollinaristi e li confuta in base alle
testimonianze di Giovanni e di Pietro, così espone la retta fede cattolica contro ariani e apollinaristi.
In quest’opera tratta in modo particolare dell’anima umana di Cristo contro gli apollinaristi. Per gli
apollinaristi il Verbum Carum factum est, significa che il Verbo ha assunto la carne ma non l’anima
umana che è sostituita da quella divina, quella divina soppianta l’anima umana che non ha la capacitò
di volere e di agire perché quella divina la assorbe. Ambrogio risponde che il Verbo ha assunto la
carne, ossia corpo e anima umana, perché tutto l’uomo fosse salvato, non una sola parte, ma anche la
sua carne, non solo la dimensione spirituale. Ambrogio dice, egli si fece peccato e ciò non significa
che peccò, si fece maledizione (usa S. Paolo) ma ciò non significa che era maledetto, ma che prese
su di sé la nostra maledizione e il nostro peccato, perché anche noi potessimo accedere alla sua gloria,
in questo modo Ambrogio attacca gli apollinaristi; perché interpretano la scrittura solo letteralmente
secondo la scuola antiochiena, mentre bisogna andare oltre la lettera e cogliere il significato spirituale.
Allora Ambrogio prova l’esistenza dell’anima umana in Cristo, non solo con la Scrittura, ma anche
per le operazioni umane che non possono essere direttamente poste per la natura divina, ne per la sola
natura umana, ma che sono necessariamente originate dall’anima spirituale, quindi fa riferimento alle
opere umane del Cristo. Quali sono: le sue lacrime, la sua gioia, la sua tristezza, gli affetti del suo
cuore, prove tutte della sua anima umana, pensate ad esempio quando Gesù si reca a Betania da Marta
Maria e Lazzaro, è un ritrovarsi insieme, l’amicizia. Cristo dunque diventando uomo perfetto, ha
assunto un’anima umana e un corpo, non si deve credere a coloro che dicono che se Cristo avesse
assunto un’anima umana avrebbe peccato. Dimostra ancora che il Verbo ha assunto un’anima umana
e ha avuto una scienza umana capace di un suo sviluppo, cioè di una consapevolezza umana, che ha
avuto un suo progresso. In Cristo dunque ci sono due volontà, una umana e una divina, Cristo però
non poteva peccare, perché dice Ambrogio, come può uno aiutare gli altri ad uscire dal peccato se
egli stesso è peccatore? Se fosse stato peccatore come noi, non avrebbe potuto ricondurci al Padre.
Ma se non avesse assunto l’umanità nella sua totalità e quindi anche fatta di anima umana, non ci
avrebbe salvato in toto. Apollinare non poteva mettere l’anima umana in Cristo perché salvaguardava
la sua santità, se Cristo ci ha salvato dal peccato come potrebbe scivolare nel peccato, che bisogno
c’era di prendere solo il corpo? Come può salvare tutto il mondo prendendo solo la sua materialità, e
in questo contesto Ambrogio fa parlare lo stesso Cristo, che si chiede come poteva temere la
debolezza umana, se neanche l’uomo la teme. Come avrebbe potuto progredire la sapienza di Dio,
la progressione della scienza, cha ammaestri l’ordine delle parole, se un progresso dell’età e un
progresso della sapienza umana, mise al primo posto l’età affinché tu credessi che ciò che era stato
detto in riferimento all’uomo, l’età evidentemente, non si riferisce a Dio, ma al corpo; se progrediva
nell’età umana progrediva anche nella sapienza umana, la sapienza progredisce con l’intelligenza,
se è vero che la sapienza deriva dall’intelligenza. Gesù progrediva in età e in sapienza, qualche
intelligenza progrediva? se è l’intelligenza umana, dobbiamo ammettere che questa è stata assunta,
se è l’intelligenza divina dobbiamo ammettere che questa è mutevole in quanto progredisce, perché
ciò che progredisce cambia meglio, ma ciò che è vivo non muta, allora ciò che mutava non era divino
e dunque progrediva l’intelligenza umana.
La capacità di Ambrogio di farsi ascoltare, pone domande continue e dava risposte. Fanciullo è un
nome che indica la nostra età…Fa una distinzione netta tra l’evoluzione della scienza umana di Gesù
e la natura divina che non è mutevole.

Aeterne rerum conditor (Il canto del Gallo)

1 Eterno creatore del mondo,


che regoli la notte e il giorno,
e disponi il succedersi dei tempi,
per alleviare la noia,

74
2 già si leva il canto del messagger del giorno,
che veglia nella notte profonda,
luce notturna ai viandanti,
che separa la notte dalla notte.

3 Da lui destata, la stella del mattino


sgombra il cielo dall'oscurità;
al suo segnale, tutta la schiera dei vagabondi
abbandona le vie del male.

4 Al suo canto, il navigante raccoglie le forze


e si placano i flutti del mare;
al suo canto, la stessa roccia della Chiesa
lava nel pianto la sua colpa.

5 Orsù dunque! Alziamoci in fretta,


il gallo sveglia chi dorme
e rimprovera i pigri,
il gallo accusa coloro che rinnegano la fede.

6 Al canto del gallo ritorna la speranza,


i malati riacquistano la salute,
il brigante rinfodera la spada,
la fede ritorna a chi ha rinnegato.

7 O Gesù, se vacilliamo guardaci,


e correggici col tuo sguardo;
se tu fissi su di noi il tuo sguardo, cessano immediatamente i nostri falli
e la colpa è lavata nel pianto.

8 Tu luce rifulgi ai nostri sensi,


dissipa il torpore del nostro spirito.
A te per primo si rivolga la nostra voce,
e a te si sciolga il nostro canto.[1]

C’è una fusione tra il mito, cultura classica e la cultura cristiana, la figura di Pietro e il peccato che
viene lavato dal peccato. Il gallo è consacrato a sole ed è simbolo di vita, il gallo era benedetto dalla
madre di Apollo che era Artemide, le divinità del sole e della luna, e il gallo assiste la dea Latona nel
suo duplice parto. Il gallo è sacro ad Asclepio che è il Dio della medicina, quindi colui che da la vita
e quindi restituisce la salute ai malati.

Girolamo

Non è solo uno che si lamenta, nasce intorno al 347 e molto giovane si dedica subito agli studi di
grammatica e retorica a Roma, lo troveremo in Italia affascinato dall’ideale monastico orientale,
nasce a Stridone ai confini tra la Dalmazia e la Pannonia. Questo idealo monastico lo ritroveremo
attuato in Italia e poi a Betlemme. Introno al 373 ad Aquileia, nord Italia, Girolamo inizia una
esperienza di vita monastica insieme ad alcuni amici, ma questa esperienza non durerà tato tempo, si
recherà in oriente ad Antiochia dove sarà ordinato presbitero, li inizierà a vivere in monastero e poi
nel 382 circa tornerà a Roma. A Roma farà esperienza di vita pastorale insieme a papa Damaso, e a
Roma inizia una revisione della traduzione latina dei vangeli e dei salmi. Papa Damaso nel suo

75
pontificato si era fatto aiutare da diverse benefattrici romane, anche Girolamo segue questo lusso
datogli da papa Damaso e queste donne tra cui Paola e Marcella lo affiancheranno sull’Aventino a
Roma anche per la sua attività pastorale, nel 385 muore papa Damaso e Girolamo non rimane a Roma,
parte per l’Oriente portando con sé Paola e Marcella si fermerà a Betlemme e qui si dedicherà alla
sua impresa letteraria, morirà nel 419. IVi dicevo che l’opera più importante è la Vulgata, la
traduzione dell’AT in latino dall’ebraico e la revisione della traduzione latina del NT. Ma per
Girolamo la traduzione non è un semplice esercizio che chiunque può fare della Scrittura. Per
Girolamo è un vero e proprio esercizio ascetico. Infatti Ambrogio e Girolamo si servirà dell’exapla
origeniana per la traduzione dal greco dell’AT, e quindi al primo posto pone il testo ebraico e
secondariamente il testo dei LXX ( la 70 ), in che senso possiamo dire che si tratta di un esercizio
ascetico; se vi ricordate quando abbiamo studiato l’exapla di Origene abbiamo detto che i 6 colonne
Origene poneva il testo biblico secondo le diverse traduzioni, e nella V colonna quella relativa alla
traduzione del 70 poneva dei segni diacritici (Asterisco * e Obelo ÷ ) che esplicitavano le differenze
relative alle altre traduzioni, quindi le aggiunte o le omissioni. Naturalmente per Girolamo la scelta
del termine indica un vero e proprio esercizio ascetico, il metodo che usa Girolamo nella
interpretazione dei testi biblici è un metodo che ritroviamo un tutti suoi commentari, innanzitutto
viene riportato il lemma cioè il versetto biblico secondo il testo ebraico, poi riporta la traduzione dei
70, alla traduzione dei 70, segue l’interpretazione spirituale, al lemma cioè il versetto biblico segue
l’interpretazione letterale e poi spirituale, Girolamo predilige più il termine spirituale e non allegorico
ma non solo anche ritroviamo più spesso l’interpretazione tipologica. Girolamo si serve anche molto
di Origene, in realtà non è solo Ambrogio che si serve di Origene ma anche lo stesso Girolamo. Oltre
alle opere esegetiche potremmo qui fare un elenco, ad esempio abbiamo un elenco ai profeti minori,
ma anche ai profeti maggiori per quanto riguarda l’AT dobbiamo ricordare anche le 3 vite, di Paolo,
Malco e Ilarione, sono 3 biografie molto brevi di 3 monaci. La vita di Paolo di Tebe che per Girolamo
è il primo anacoreta che si ritira nel deserto durante la persecuzione di Decio e Girolamo toglie il
primato ad Antonio, in realtà è Paolo di Tebe il fondatore del monachesimo, non è il primo monaco
Antonio ma lo è Paolo di Tebe. Malco è un siro che si dedica fin da giovane alla vita ascetica, rifiuta
però l’esperienza comunitaria con altri monaci per stare da solo, ma catturato dai saraceni viene fatto
sposare ad una prigioniera con la quale però si mantiene casto. Quindi da una parte Paolo di Tebe che
per Girolamo è il primo monaco e Malco che sceglie fin da giovane di vivere in solitudine, quindi
non la vita cenobitica, ma anacoretica, e che purtroppo non può continuare. Ilarione viene mandato
dai genitori pagani ad Alessandria per istruirsi sull’esempio di Antonio e tornato in patria poi decide
di vivere da solo. Queste 3 vite molto semplici ci permettono di comprendere quanto sia importante
la vita monastica. I 3 monaci sono anacoreti. ( Basilio prediligeva la vita in comune, cenobitica).
Noi abbiamo citato più volte Girolamo anche per il De Viris Illustribus, è un’opera che ci permette
di conoscere alcuni degli uomini illustri dei primi 4 secoli e proprio per merito di Girolamo, abbiamo
alcuni dati fondamentali, l’abbiamo visto per Ilario al de Viris Illustribus al n.100, Girolamo ci da la
descrizione della personalità di Ilario. Nel prologo Girolamo specifica la sua intenzione, così scrive:
scorrendo antiche storie e annali, altri prima di me poteremo comporre come da un vasto prato la
piccola ghirlanda della loro opera; che cosa sto per fare io che senza alcuna guida ho me stesso
maestro, il peggiore come si dice. Tuttavia ci è stato di grandissimo aiuto Eusebio discepolo di
Panfilo con i 10 libri della Historia Ecclesiastica e le opere dei singoli di cui stiamo per trattare
offrono spesso testimonianze della vita dei loro autori. Pertanto supplico il Signore Gesù affinché in
modo degno della tua esortazione nell’elencare gli scrittori della sua chiesa, io compia ciò che il tuo
Cicerone che fu al culmine dell’eloquenza romana non disdegnò di fare nel bruto, componendo il
catalogo degli oratori di lingua latina; se poi alcuni di questi che va scrivendo sino ad oggi sono
stati da me tralasciati in quest’opera, dovranno imputare ciò più a sé che a me, infatti non mi è stato
possibile conoscere coloro che c’era nei loro scritti, su cose che non ho letto, e ciò che forse non ad
altri è rimasto ignoto a me in questo angolo della terra. Certo quando saranno divenuti illustri per i
loro scritti non si doleranno molto dei danni del nostro silenzio. Imparino dunque Celso Porfiro
Giuliano, cani rabbiosi contro Cristo, imparino i loro seguaci che pensano che la chiesa non abbia

76
avuto nessun filosofo, ne dottore, ne oratore, quanti e quali uomini l’hanno edificata, adornata,
fondata, e cessino di tacciare la nostra fede di rozza semplicità, ma piuttosto riconoscano la loro
ignoranza. L’opera di Girolamo è fondamentale soprattutto per coloro che affermano ancora che i
cristiani sono ignoranti, rozza semplicità, che i cristiani non hanno capacità culturale per
controbattere. Girolamo prova con quest’opera che nella chiesa ci sono tanti uomini dotti che possono
rispondere alle eresie o a quanti controbattono all’interno e fuori dalla chiesa.
Oltre ai commenti esegetici Girolamo ha scritto tantissime lettere, soprattutto lettere a donne monache
che gli chiedevano consigli circa la vita spirituale, vi ho citato Paola e Marcella. Anche a monaci
circa la vita monastica. Per esempio faccio riferimento alla lettera ad Asella.
3. Prima di conoscere la casa di Paola, questa santa, tutti a Roma erano concordemente a mio favore.
Tutti, alla unanimità̀ , mi ritenevano degno d'essere fatto vescovo. Damaso, di felice memoria, non
parlava che citando le mie espressioni. Mi chiamavano santo, ero ritenuto umile e sapiente. (…)4.
Oh, invidia, destinata a divorar te stessa per prima! Scaltrezza di Satana, che senza sosta dai guerra
alla santità!
Si rivolge ad Asella e dice in realtà tutti prima lo ritenevano un santo, lui parlava con Damaso…
Girolamo auspicava a succedere a papa Damaso, e non avviene questa successione, tanto che
diventerà papa, un diacono, e questo a Girolamo spiace molto e in questa lettera si nota l’acredine.
Dalle lettere si può comprendere una persona, il carattere. Una cosa è leggere il manuale, una cosa è
leggere gli scritti degli autori.

23 Maggio 2018
Preghiera iniziale dal De Trinitate cap. XV

28. Signore nostro Dio, crediamo in te, Padre e Figlio e Spirito Santo. Perché la Verità non avrebbe
detto: Andate, battezzate tutte le genti nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo 324, se
Tu non fossi Trinità. Né avresti ordinato, Signore Dio, che fossimo battezzati nel nome di chi non
fosse Signore Dio. E una voce divina non avrebbe detto: Ascolta Israele: Il Signore Dio tuo è un Dio
Unico 325, se Tu non fossi Trinità in tal modo da essere un solo Signore e Dio. E se Tu fossi Dio
Padre e fossi pure il Figlio tuo Verbo, Gesù Cristo, e il Vostro Dono lo Spirito Santo, non leggeremmo
nelle Sacre Scritture: Dio ha mandato il Figlio suo 326, né Tu, o Unigenito, diresti dello Spirito
Santo: Colui che il Padre manderà in mio nome 327 e: Colui che io manderò da presso il Padre 328.
Dirigendo la mia attenzione verso questa regola di fede, per quanto ho potuto, per quanto tu mi hai
concesso di potere, ti ho cercato ed ho desiderato di vedere con l’intelligenza ciò che ho creduto, ed
ho molto disputato e molto faticato. Signore mio Dio, mia unica speranza, esaudiscimi e fa’ sì che
non cessi di cercarti per stanchezza, ma cerchi sempre la tua faccia con ardore 329. Dammi Tu la
forza di cercare, Tu che hai fatto sì di essere trovato e mi hai dato la speranza di trovarti con una
conoscenza sempre più perfetta. Davanti a Te sta la mia forza e la mia debolezza: conserva quella,
guarisci questa. Davanti a Te sta la mia scienza e la mia ignoranza; dove mi hai aperto, ricevimi
quando entro; dove mi hai chiuso, aprimi quando busso. Fa’ che mi ricordi di te, che comprenda te,
che ami te. Aumenta in me questi doni, fino a quando Tu mi abbia riformato interamente. So che sta
scritto: Quando si parla molto, non manca il peccato 330, ma potessi parlare soltanto per predicare
la tua parola e dire le tue lodi! Non soltanto eviterei allora il peccato, ma acquisterei meriti preziosi,
pur parlando molto. Perché quell’uomo di cui Tu fosti la felicità non avrebbe comandato di peccare
al suo vero figlio nella fede, quando gli scrisse: Predica la parola, insisti a tempo e fuori tempo 331.
Non si dovrà dire che ha molto parlato colui che non taceva la tua parola, Signore, non solo a tempo,
ma anche fuori tempo? Ma non c’erano molte parole, perché c’era solo il necessario. Liberami, o
mio Dio, dalla moltitudine di parole di cui soffro nell’interno della mia anima misera alla tua
presenza e che si rifugia nella tua misericordia. Infatti non tace il pensiero, anche quando tace la
mia bocca. Se almeno non pensassi se non ciò che ti è grato, certamente non ti pregherei di liberarmi
dalla moltitudine di parole. Ma molti sono i miei pensieri, tali quali Tu sai che sono i pensieri degli

77
uomini, cioè vani 332. Concedimi di non consentirvi e, anche quando vi trovo qualche diletto, di
condannarli almeno e di non abbandonarmi ad essi come in una specie di sonno. Né essi prendano
su di me tanta forza da influire in qualche modo sulla mia attività, ma almeno siano al sicuro dal
loro influsso i miei giudizi, sia al sicuro la mia coscienza, con la tua protezione. Parlando di Te un
sapiente nel suo libro, che si chiama Ecclesiastico, ha detto: Molto potremmo dire senza giungere
alla meta, la somma di tutte le parole è: Lui è tutto 333. Quando dunque arriveremo alla tua presenza,
cesseranno queste molte parole che diciamo senza giungere a Te; Tu resterai, solo, tutto in tutti 334,
e senza fine diremo una sola parola, lodandoti in un solo slancio e divenuti anche noi una sola cosa
in Te. Signore, unico Dio, Dio Trinità, sappiano essere riconoscenti anche i tuoi per tutto ciò che è
tuo di quanto ho scritto in questi libri. Se in essi c’è del mio, siimi indulgente Tu e lo siano i tuoi.
Amen.

AGOSTINO d’IPPONA la vita, l’uomo, il pensiero

Agostino
TESTI di riferimento:
• Agostino Trapè, III volume della Patrologia, Di Berardino - 325 – 434 ( i primi 2 volumi sono
il Quasten);
• augustinus.it;
• dizionario dedicato ad Agostino di A.D. Fitzgerald Dizionario enciclopedico, Alici e Pieretti
2007.
• Nello Cipriani, agostiniano ha pubblicato per Studia Ephemerides Augustinianum, i Dialogi
di Agostino, si fa riferimento ai dialoghi filosofici.

Fonti più importanti per costruire la vita di Agostino:

I Dialoghi di Cassiciaco, precedenti alle Confessioni, composti prima del battesimo tra il novembre
del 386 e il marzo del 387. I dialoghi di Cassiciaco è una località in cu si reca con la madre e degli
amici per prepararsi al battesimo, in cui scrive la propria debolezza, e riconoscere Dio Creatore. I
dialoghi di Cassiciaco sono definite le prime confessioni, Agostino interagisce con gli amici e la
madre, gli studi filosofici e la sua ricerca su Dio. A questi si aggiungono le lettere di San Paolo che
sono il punto di riferimento. La conversione di Agostino comincerà con un’opera filosofica,
l’Hortonsius (Ortensius) di Cicerone.
Poi si aggiungono le Confessioni ( non è solo un libro autobiografico ) ed è il libro più conosciuto,
I primi 9 libri narrano il passato fino al battesimo e poi la morte di Monica, sua madre, che morirà ad
Ostia prima di rientrare verso l’Africa, e dai libri X al XIII viene narrato il presente a partire dalle
Ascensioni verso Dio.
Le ultime Confessioni sono le cosiddette Retractationes, in italiano si possono tradurre con
Ritrattazioni che è la guida per leggere le opere agostiniane, prima di leggere un’opera di Agostino,
dobbiamo prendere le Ritrattazioni, dove leggiamo la datazione, perché l’ha scritta, da quanti libri è
formata, vi ha recensito le sue opere.

Poi abbiamo le uniche fonti non agostiniane


Vita di Augustini di Possidio (431-439), scritta posteriormente alla sua morte - Indiculus ( indice),
fa un indice delle opere di Agostino, dice che le opere di Agostino sono 1030. Tra libri, lettere e
trattati.

Agostino ha scritto anche:


Epistolario Agostiniano le lettere sono tantissime
Facciamo riferimento a 2 Sermoni, il Sermo 355 del 425 e il Sermo 356 del 426.
Agostino muore nel 430.

78
A partire da queste fonti possiamo ricostruire la vita di Agostino.

354-386 dalla nascita alla conversione


il 13 novembre 354 è la data di nascita di Agostino, nasce a Tagaste da Patrizio e Monica, ebbe un
fratello di nome Nadigio e una sorella. Fin dall’inizio amo la letteratura, nella fanciullezza, al gioco
preferiva lo studio. Ma gli amici lo distoglievano dallo studio. Anche Agostino come Basilio Gregorio
di Nissa e Gregorio di Nazianzo vanno a studiare fuori, Agostino si applica nello studio non a Tagaste
ma a Cartagine, aiutato da un benefattore che si chiamava Romaniano (anche Origene aveva un
benefattore che si chiamava Ambrogio). Questo avviene nel 371 e a Cartagine si unisce con una donna
dalla quale avrà un Figlio di nome Adeodato, questo avviene a 17 anni. Nel 373 a 19 anni comincia
a leggere l’Ortensius di Cicerone.
Nel 374 ritornerà a Tagaste e inizierà a insegnare grammatica, ma dal 375 al 383 ritornerà a Cartagine
a insegnare e poi a Roma nel 384 e a Milano dal 384 al 386.
Agostino è stato educato cristianamente dalla madre, fin dalla nascita, ma non ha ricevuto il
battesimo. Cosa accade in questo percorso, si imbatte nei manichei che proclamavano il culto della
verità, i manichei ostentavano uno spiccato razionalismo Mani infatti si presentava come un apostolo,
e Agostino era attratto dalla figura di Gesù Cristo e se prima era stato appassionato dall’Ortensius di
Cicerone adesso e più affascinato da Gesù. Possiamo dire che non aderisce mai completamente al
manicheismo, rimane un uditore e non diventerà mai un eletto. Comunque attrae al manicheismo altri
amici, come Alipio, Romaniano e Onorato.
Perché viene attratto dal manicheismo? Le ragioni sono 3: il razionalismo, la professione di un
cristianesimo spirituale e puro che esclude l’AT ( ricordate Marcione che esclude l’AT), il problema
del male. Per Agostino il problema del male sarà risolto con l’espressione Privatio Boni, la privazione
del bene. Queste 3 ragioni affascinano Agostino da essere attratto dalla setta manichea e per 9 anni
resterà legato al manicheismo, ma non fu mai un manicheo convinto. Accetterà del manicheismo il
Razionalismo, Materialismo e Dualismo. Si accorse ben presto però che il manicheismo era
inconsistente, i platonici lo aiuteranno a dirimere la questione, innanzitutto il problema del
materialismo e il problema del male. Proprio in questo periodo comincio a leggere le lettere di San
Paolo e scoprì che Gesù Cristo non è solo magister, maestro ma è anche redentore, salvatore.
Così scrive nel Contra Epistula Manichea: cercai con curiosità, ascoltai con attenzione, in modo
sconsiderato acconsentii e tenacemente tentai di persuadere quant’altri potevo e contro altri
ostinatamente e focosamente presi le difese.
Terminati gli studi nel 374 torna a Tagaste dove insegna grammatica ma in preda alla disperazione
torna a Cartagine dove apre una scuola di retorica interessandosi ai vari problemi filosofici e si dedica
alla lettura di temi riguardanti le arti liberali.
Un certo Elpidio disputando a Cartagine intorno alla Scrittura portava argomenti a favore della
concordanza fra AT e NT. I manichei dicevano che il NT era stato falsificato per inserire la legge
giudaica nella fede cristiana, per i manichei non c’è alcuna connessione tra la fede cristiana e la fede
giudaica. Nebridio invece attaccava i manichei sul piano metafisico chiedendo loro se Dio principio
del Bene, fosse incorruttibile o corruttibile, se incorruttibile cadevano nel nulla le loro asserzioni sulla
sostanza divina che mescolatasi con le tenebre era rimasta corrotta e attendeva di esserne liberata; se
corruttibile l’ asserzione stessa di un Dio corruttibile era così grave da apparire riprovevole e falsa.
Nelle opere di Mani c’erano argomenti che contraddicevano la scienza e Agostino cominciò a
dubitare, i manichei lo mandarono a parlare con Fausto di Milevi che andò a Cartagine nel 383, lo
ascoltò e ne rimase affascinato. Gli argomenti di cui Agostino parlò con Fausto furono:
AT e NT: per i cristiani sono l’unica parola che Dio ha rivolto all’umanità e l’Antico e prefigurazione
del Nuovo, per i manichei questo non è accettabile, ma oltre a questo problema vi è il piano metafisico
e cioè Dio che principio del bene è corruttibile o incorruttibile, non so se vi ricordate il problema che
aveva Ario per quanto riguarda la sostanza divina, cioè l’Ousia, il problema era dato dal fatto di
intendere l’Ousia in senso materiale, in senso corporeo e quindi se la intendo in senso materiale, non

79
posso comprendere come una sua parte venga meno, scissa, e diventi il suo Logos, questo
filosoficamente è inaccettabile perché produrrebbe una incompiutezza, una menomazione nella
Ousia. Il problema se lo pongono anche i manichei, cioè se questo principio è o non è incorruttibile.
Agostino si rende conto subito che nell’insegnamento di Mani c’è molta contraddizione. Nel 384 si
reca a Roma dove è ospite dei manichei che lo assistono per una malattia, anche li comincia a
insegnare, ma ben presto ottiene da Simmaco, prefetto di Roma di andare a insegnare a Milano la
retorica.
Questo è il periodo accademico, perché aderisce agli accademici cioè comprende che la via giusta
da seguire è la via degli accademici, questi appartenevano all’Accademia di Mezzo fondata da
Arcesilao e all’Accademia Nuova rappresentata da Carneade, sono accademie che esistevano già
prima di Cristo, Agostino vi trova più risposte rispetto a quelle che gli avevano offerto i manichei.
A Milano tra il 384 e 385 Agostino ascolta le omelie di Ambrogio in chiesa, nel 385 lo raggiunge la
madre e proprio la predicazione di Ambrogio gli permette di comprendere innanzitutto l’unitarietà
tra l’AT e il NT e principalmente due verità, la spiritualità del cristianesimo, e la interpretazione
allegorica dell’AT. Agostino andava ad ascoltare Ambrogio ogni domenica provando gioia e
confusione. La conversione non avviene subito e in maniera netta, ma avviene lentamente. Agostino
fa diversi incontri, di persone e sette. Dalle seduzioni del materialismo si libera con le letture di alcuni
filosofi platonici tradotti in latino da Mario Vittorino e offertigli da un amico forse Manlio Teodoro,
erano opere di Plotino, forse Porfirio e altri. In questo periodo attraverso la filosofia conosce questi
autori che ritroviamo nelle opere agostiniane, quindi per conoscere Agostino dobbiamo conoscere
innanzitutto il retroterra culturale di Agostino, quindi la letteratura latina e la filosofia platonica e
neoplatonica. Acquisì da questa lettura il principio dell’interiorità e intuì la luce del vero e superata
ogni concezione materialistica conquistò la precisa nozione di Dio. La filosofia lo aiuta a
comprendere Dio pienamente. Apprese il principio di partecipazione che chiarì alla sua mente
l’assurdità del dualismo manicheo, bene e male, e lo aiutò a risolvere sul piano metafisico il problema
che per tanti anni lo aveva logorato, l’origine del male. Nei dialoghi filosofici, in modo particolare
nel De Ordine che viene scritto a Cassiciaco, ci rendiamo conto della spiegazione del male, perché il
male, perché la sofferenza, perché la morte, sono tutte domande che Agostino si pone nel De Ordine,
Agostino comprende che il male non è una sostanza ma una privazione e che non può esistere se non
nel bene, quindi è privatio boni, privazione del bene. Il principio è il bene, non possono esistere due
principi, cioè il bene e il male.
Per 14 anni Agostino si era conservato fedele alla donna da poco strappatagli quasi impedimento al
matrimonio, ma vagheggiava l’ideale della castità perfetta che era in contrasto con le abitudini e i
suoi istinti. Agostino resta fedele alla donna che non ha sposato ma dalla quale ha avuto un Figlio,
ma c’era in lui questo dissidio, mantenersi in castità oppure sposarsi. Da questo dissidio interiore
nacque la lotta tra le due volontà e chiese consiglio al venerando prete milanese Simpliciano, il quale
dopo aver udito che aveva letto i libri dei filosofi platonici gli narrò la conversione di Mario Vittorino
di cui era stato testimone a Roma.
Agostino ha potuto parlare con Ambrogio pochissime volte anche perché Ambrogio aveva tanti che
gli chiedevano ascolto e non poteva avere un rapporto diretto e continuativo con lui. Così Simpliciano
lo aiuta, quel racconto di conversione ad opera del prete Simpliciano, appunto, fece ardere ad
Agostino il desiderio di imitarlo, non solo la conversione di Mario Vittorino ma anche il racconto di
Ponticiano sulla vita dei monaci e in modo particolare del monaco Antonio Abate. Tutto questo gli
fece comprendere quale strada dovesse intraprendere, non si tratta quindi solo della predicazione di
Ambrogio, del viaggio a Milano, ma c’è un vero percorso di conversione nel quale tante situazioni e
figure hanno un ruolo importante.
386, la lotta di Agostino contro se stesso durò a lungo silenziosamente, quando la tempesta stava per
scoppiare si gettò per terra sotto un fico, tutto questo lo leggiamo nelle confessioni, e allentò le redini
del pianto, le lacrime proruppero a fiumi dai suoi occhi e insieme con le lacrime i gemiti di
invocazione al Signore; all’improvviso dalla casa vicina gli giunsero delle voci di canto che ripeteva
prendi e leggi, tolle e lege in latino, non ricordando di averle udite altre volte, le prese come un ordine

80
dal cielo, frenò le lacrime, tornò in fretta dove aveva lasciato Alipio, afferrò le lettere di Paolo e
apertele lesse la prima sentenza che gli cadde sotto gli occhi, era l’esortazione alla castità, interpretò
quella sentenza come il programma della sua vita futura, balenò nel cuore una luce di serenità che
fece scomparire tutte le tenebre dell’incertezza. Il 386 è l’anno decisivo, Agostino ha già fatto
l’esperienza decisiva della conversione, era pieno di gioia e confusione, non riusciva a comprendere
quale strada percorrere, fino all’ano 386.
Dalla conversione all’episcopato 386 – 396. Nel 386 lascia l’insegnamento e verso la fine di ottobre,
primi di novembre si ritira a Cassiciaco, l’odierna Cassiago in Brianza, in una villa di campagna
messa a sua disposizione dall’amico Verecondo e con lui porta la madre, il fratello Nadigio, Trigenzio
Licenzio, Adeodato il figlio e Alipio. Si ritrovano per prepararsi al battesimo che avrebbe ricevuto e
durante questo tempo, Agostino scrive i dialoghi. All’inizio della quaresima lascia Cassiciaco e
ritorna a Milano e la notte tra il 24 e il 25 aprile la vigilia di Pasqua riceve il battesimo insieme ad
Alipio e al figlio che aveva circa 15 anni. Dopo il battesimo decise di tornare in Africa verso la fine
dell’estate lascia Milano raggiunse Ostia e mentre attendevano di imbarcarsi, Monica si ammala e
dopo 9 giorni all’età di 56 anni muore. Agostino aveva 33 anni.
Trovandosi a Roma dopo la morte della madre vi rimase circa un anno e scrisse contro i manichei 2
libri: De Moribus Ecclesiae Cattolicae e De Moribus Manicheorum, scrisse anche il De Quantitate
Anime e cominciò il De Libero Arbitrio.
Dopo il 28 agosto 388 lascia Roma e ritorna in Africa a Tagaste vende i beni che possedeva, li
distribuisce ai poveri e insieme ad Alipio, Evodio e Adeodato si dedica alla preghiera e allo studio,
l’intento di Agostino era di fondare un monastero a Tagaste, la regola che scrive è ispirata al ricordo
dei primi cristiani, ai monaci che ha conosciuto attraverso la narrazione di cui abbiamo già parlato in
modo particolare Antonio. Nel 391 si reca a Ippona per cercare un luogo dove poter fondare un
monastero entrato nella Basilica Pacis, mentre il vescovo Valerio esponeva al popolo la necessità di
un presbitero venne acclamato dai fedeli perché fosse ordinato sacerdote. ( Cartagine si trova in
Tunisia – Tagaste e Ippona in Algeria ). Fondò un monastero di laici dove visse egli stesso e ben
presto divenne anche un seminario di sacerdoti e di vescovi per tutta l’Africa. Nel 393 a Ippona si
svolge un concilio di tutta l’Africa e il vescovo di Ippona Valerio chiese e ottenne dal vescovo di
Cartagine e primate dell’Africa, Aurelio, che Agostino fosse consacrato vescovo, suo coadiutore e
suo successore. La consacrazione episcopale ebbe luogo proprio in quella occasione tra l’Ascensione
del 395 e l’agosto del 397, in realtà non abbiamo la data esatta dell’ordinazione episcopale.
Leggiamo nel sermo 340, se mi atterrisce l’essere per voi, mi consola l’essere con voi, perchè per
voi sono vescovo, con voi sono cristiano, quello è nome di ufficio, questo di grazia, quello è nome
di pericolo, questo di salvezza, sono le parole che scrive in riferimento al suo episcopato.
L’ultima parte della vita, dall’Episcopato alla Morte, dal 396 circa al 430. Per quanto riguarda
l’attività del suo episcopato, la sua attività è distinta, tra attività ordinaria e attività straordinaria, qui
ho elencato un po’ di attività del vescovo Agostino:
Audienza Episcopi, l’ascolto del popolo
Ministerium Verbi, la predicazione
La cura dei poveri, la visita agli infermi, la fondazione di monasteri maschili e femminili perché il
suo intento era di fondare un monastero, lui stesso voleva diventare monaco, la lotta contro le eresie,
ne è testimonianza la gran mole di opere apologetiche contro il donatismo, il pelagianesimo e contro
il manicheismo, Agostino partecipa anche a diversi concili locali e provinciali, durante il suo
episcopato non solo vive ad Ippona ma riesce a partecipare anche a diversi concili provinciali.
26 settembre 426 Dopo il suo ritorno da Milevi, dove aveva sedato i dissidi sorti per l’elezione del
successore di Severo elesse in forma solenne il suo successore nella persona del presbitero Eraclio,
vedete come la normativa per quanto riguarda la consacrazione del vescovo o la scelta del futuro
vescovo di una chiesa è sempre diversa. Nella chiesa antica non c’era una normativa fissata.
Nel 430 nella notte tra il 28 e il 29 agosto all’età di 76 anni muore.

Gli scritti

81
Possidio ( che ha scritto la vita di Agostino) nell’Indiculus ( indice), fa un indice delle opere di
Agostino, dice che le opere di Agostino sono 1030. Tra libri, lettere e trattati.
Per conoscere gli scritti dobbiamo fare riferimento alle Retractationes e l’Indiculos di Possidio.
• I libri autobiografici sono le Confessioni e le Ritrattazioni (Retractationes)
• I libri filosofici sono i dialoghi scritti tra la conversione e l’ordinazione sacerdotale, scritti tra
il 386 e il 391, non sono stati scritti sono a Cassiciaco, ma anche a Milano, Roma e Tagaste
A Cassiciaco tra il novembre 386 e il marzo 387 prima di ricevere il battesimo scrive
- il Contra Academicos, gli accademici cui aveva aderito perché ne era rimasto affascinato
- Il De Beata Vita, che tratta della felicità, se si può essere felici su questa terra o bisogna
aspettare l’aldilà.
- Il De Ordine, che tratta del perché del male e se nel mondo c’è un ordine precostituito o
proveniamo da un disordine che poi è divenuto ordine
- I soliloquiorum, sono opere che mirano al rapporto diretto con il Signore, a tu per tu, i
soliloqui.
A Milano prima del battesimo scrive il De Immortalitate Animae
A Roma tra l’autunno 387 e il luglio agosto 388 scrive il De Quantitate Animae e il De -
Libero Arbitrio sulla libertà
A Tagaste tra il 388 e il 391 scrive il De Musica e il De Magistro
I dialoghi sono un’opera molto importante, per conoscere una persona bisogna attingere alle lettere.
Ma per conoscere Agostino non bastano solo le lettere, i dialoghi sono fondamentali perché
permettono di comprendere pienamente la sua personalità.

Scritti Apologetici: De Vera Religione ( un’opera nella quale Agostino si chiede se la religione
cristiana sia quella vera, se soppianta anche le altre religioni, se si può dialogare con le atre ), De
Utilitate Credendi ( se è utile credere ), De Civitate Dei in 22 libri.

Scritti Dogmatici: De Fide et Symbolo ( sulla spiegazione del simbolo ), De Diversis


Quaestionibus Octoginta Tribus liber primo e liber secundus (per quanto riguarda Simpliciano),
De Fides et Operibus e il De Trinitate in 15 libri.

Scritti Morali Pastorali: De Agone Christiano, De Catechizandis Rudibus ( la catechesi ai


principianti, opera breve) , De Bono Coniugali ( per quanto riguarda il matrimonio), De Sancta
Virginitate (sulla verginità), De Bono Viduitatis Liber Seu Epistola ( sulla vedovanza), De
Continentia( castità), De Patientia ( virtù della Pazienza).

Opere esegetiche: De Doctrina Christiana in 4 libri, dove Agostino chiarisce il senso


dell’ermeneutica, della interpretazione della Scrittura, quali sono i sensi da utilizzare
nell’ermeneutica.

• Sull’Antico Testamento Agostino ha iniziato a commentare Genesi ben 4 volte, due in senso
allegorico e due in senso letterale, e non è mai rimasto contento della interpretazione data.
L’interpretazione sulla Genesi in un primo momento è scritta contro i manichei, poi Ad
Litteram Imperfectus Liber e poi Ad Litteram 12 libri, alla lettera.

• Sul Nuovo Testamento invece, De Sermone Domini in Monte l’interpretazione del


sermone della montagna, le Beatitudini, si tratta di un sermone in 2 libri, il Commento al
Vangelo di Giovanni sono 124 discorsi in parte pronunciati, in parte dettati, il Commento
all’Epistola di San Giovanni, l’esposizione sui Salmi e i Discorsi.

Per quanto riguarda l’esposizione sui salmi, Agostino ha commento tutti e 150 i salmi e li ha

82
commentati però in maniera diversa, alcuni sono stati commentati per il popolo, li troviamo pubblicati
a parti in volume; gli altri salmi sono stati predicati ma preparati a tavolino, dettati o studiati prima e
poi dettati. Vi è una differenza, in quelli predicati al popolo c’è un diretto colloquio con l’uditorio,
quelli a tavolino contengono una riflessione più filosofica e teologica, li troviamo nella Opera Omnia
della Città Nuova, quelli predicati al popolo sono nell’opera di Lorenzo Valla Mondadori o edizioni
Paoline.
Il commento al vangelo di Giovanni e il commento all’epistola di Giovanni sono davvero importanti
per Agostino, il vangelo di Giovanni ha il linguaggio più teologico rispetto ai sinottici, e Agostino lo
predilige.

Il Pensiero di Agostino

E’ relativo soprattutto ad un binomio Fides et Ratio, Fede e Ragione, Agostino è affascinato dai
manichei per il loro razionalismo, giungere a Dio attraverso la ragione. Fides et Ratio sono le due vie
che portano l’uomo alla conoscenza della verità, però quando parla della fede usa anche un altro
termine, l’auctoritas fidei, l’autorità della fede e la Ratio. In ordine di tempi prima viene l’auctoritas
fidei, poi viene la ragione. A chi vuol capire senza credere, Agostino ripete il suo crede ut intelligas,
credi per poter capire, ma oltre al crede ut intelligas, Agostino aggiunge anche Intellige ut credas,
capisci per poter credere. Cerca di credere per poter capire, capisci per poter credere. Ma l’autorità
della fede precede la ragione.
Nessuno infatti crede se prima non ha pensato di dover credere, ed è la ragione che dimostra chi si
debba credere, e perciò anche la fede ha i suoi occhi con i quali vede che è vero ciò che ancora non
vede, c’è una tensione continua verso la comprensione piena della verità che in Agostino non ha una
sua pienezza. Per il De Beata Vita è possibile essere felici su questa terra? Agostino risponde che
non è possibile, la vera felicità che dura si ha solamente nel regno dei cieli.

Il Metodo teologico di Agostino

Si ispira innanzitutto all’Autorità della fede che attinge alla Scrittura e alla Tradizione, poste nella
Chiesa, è nella Chiesa che Agostino ha ricevuto la Scrittura e la Tradizione.
Della Scrittura Agostino mette in rilievo l’origine divina e quindi l’inerranza, l’impossibilità che la
Scrittura si possa sbagliare, nulla può essere tolto dalla Scrittura. Ad esempio i salmi imprecatori (
es. salmo 82)…nulla si sbaglia nella Scrittura. La Scrittura è parola di Dio, ha origine divina, la
Scrittura è l’anima della teologia di Agostino. Porta sempre riferimenti alla Scrittura per provare
qualunque sua affermazione. I padri hanno insegnato alla Chiesa ciò che hanno imparato nella Chiesa,
è la Chiesa che ha determinato il canone della Scrittura e Agostino si attiene a quanto la Chiesa ha
scelto. Il metodo teologico mira anche a comprendere che la dottrina cristiana è in divenire, in fieri,
sempre originale. Non possiamo dire che la Scrittura ci dica tutto, Scrittura e Tradizione, (es. DV 9 )
sono l’unico deposito della fede, Agostino lo ripete e lo mette in atto. Subordina il discorso teologico
alla carità e all’umiltà, due virtù che per Agostino sono importantissime, l’umiltà precede la carità. Il
linguaggio teologico che ritroviamo in Agostino è anche linguaggio filosofico ( se leggiamo
l’introduzione di Agostino Trapè all’opera di Agostino, viene scisso l’Agostino teologo,
dall’Agostino filosofo, ma non si dovrebbero scindere) La tensione verso la verità contraddistingue
la vita di Agostino dall’inizio alla fine, anche se ci sono delle fasi nella sua vita, la ricerca della verità
non si estingue mai.

Per quanto riguarda la Dottrina Trinitaria


Agostino scrive un’opera De Trinitate in 15 libri che egli chiama Opus Laboriosum, un’opera che
ha comportato tanta fatica. Dio è ineffabile, trascendete, ci supera e quindi è impossibile
comprenderlo. L’opera si divide in due parti, i primi 8 libri costituiscono la parte dogmatica e i
restanti la parte speculativa.

83
Che cosa ci dice nella prima parte: tratta del contenuto e della formazione della fede trinitaria e cerca
di presentare l’uguaglianza delle 3 persone attraverso la Scrittura. E’ un metodo che abbiamo già
incontrato in Didimo il Cieco quando scrive il De Trinitate e quanto scrive il De Spiritu Sancto,
innnazitutto la formulazione dogmatica, anche perché tutti questi autori provengono da un periodo
cha ha già situato e costituito le persone nella Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo sono
consustanziali, e allora questi autori post niceni non possono far altro che ripetere quanto è già stato
sottoscritto nei concili ecumenici. Nel IV libro tratta delle teofanie e quindi dell’Incarnazione che è
l’apparizione più alta di Dio, perché Dio si incarna assumendo la natura umana per farsi vedere dagli
uomini. Se ricordate Ilario e Ireneo dicono che Dio assume la carne umana, perché altrimenti l’uomo
non l’avrebbe potuto vedere, perché l’uomo non può vedere direttamente il Sole e quindi ha bisogno
di qualcosa che veli lo splendore di Dio, la Gloria di Dio è velata dalla carne umana. Per Agostino la
teofania più grande dopo l’incarnazione e la risurrezione.
E la risurrezione di Cristo è contraddistinta con due termini Sacramentum, et Exemplumm (
sacramento ed esempio) per l’uomo. Ci sono altri due termini in Agostino, c’è la Scientia e la
Sapientia, per Agostino c’è differenza tra la scienza e la sapienza, per Agostino la Scienza è la
conoscenza delle cose umane, la Sapienza è la conoscenza delle cose divine, per giungere alla
Sapienza bisogna passare attraverso la Scienza. Tutto questo avviene mediante l’esercitatio mentis,
cioè l’esercitazione della mente, che è possibile attraverso la purificazione cordis, cioè la
purificazione del cuore. Quindi l’esercitatio mentis per conoscere le cose umane e giungere alla
conoscenza delle cose divine avviene attraverso la purificazione del cuore, una catarsi a cui abbiamo
fatto riferimento con Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazianzo. Tutto questo ci porta a conoscere
Dio, innanzitutto a pensarlo, Memoria Dei, ad avere ricordo di Dio( ricordare - portare nel cuore
nuovamente quanto ho ricevuto), a conoscerlo, a capirlo; Intelligentia Dei, Intelligenza di Dio ( la
conoscenza di Dio) e ad amarlo, Amor Dei.
Quindi in Agostino ci sono tutte queste espressioni continue e inoltre oltre all’Auctoritas Fidei,
(autorità della fede) c’è l’Auctoritas Scripturarum, l’autorità delle Scritture che vi permette di
ricordarvi di Dio di pensare di conoscerlo e di amarlo. Questa triade, memoria, intelligenza e amor,
serve ad Agostino per spiegare la cosiddetta dottrina psicologica. Agostino dice che nell’uomo noi
ritroviamo la triade, memoria, intelligenza e amor, ritroviamo la Trinità, per questo non dobbiamo
cercare Dio al di fuori di te ma lo devi cercare dentro di te perché l’uomo è stato creato a immagine
e somiglianza di Dio, quindi in lui è presente la Trinità, come? Attraverso questo triade, memoria,
intelligenzia, amor: la memoria è relativa al Padre, l’intelligenzia al Logos, l’amor allo Spiritus.
Agostino parla nel De Trinitate anche delle processioni, della processione del Figlio dal Padre e della
processione dello Spirito che è uguale a quella della volùntas che procede dall’intelligenzia. Quindi
la processione del Figlio è uguale a quella dell’intelligenzia dalla memoria, mentre la processione
dello Spirito è uguale a quello della volùntas che procede dall’intelligenzia Però Agostino dice pure,
qualora qualcuno non comprendesse questa analogia, o dottrina psicologica, deve attenersi
all’auctoritas fidei, quindi non deve necessariamente comprendere, perché non è dato comprendere a
tutti ma solo ad alcuni e solo a chi si è purificato il cuore e a chi si è esercitato con la mente.
La purgatio cordis e l’exercitatio mentis, sono di fondamentale importanza per giungere a Dio.
Quindi l’esercitazione dell’intelligenza e la purificazione del cuore.

24 Maggio 2018

Preghiamo con Soliloquia di S. Agostino Libro primo, preghiera a Dio punto 5.

5. Ormai io amo solo te, seguo solo te, cerco solo te e sono preparato a servire solo te, poiché tu solo
eserciti il comando con giustizia ed io desidero ardentemente di essere in tuo potere. Comanda, ti
prego e ordina ciò che vuoi, ma guarisci e apri le mie orecchie, affinché possa udire la tua voce.
Guarisci e apri i miei occhi, con i quali possa vedere i tuoi cenni. Caccia da me i movimenti

84
irragionevoli, affinché possa riconoscerti. Dimmi da che parte devo guardare, affinché possa vederti
e spero di eseguire tutto ciò che comanderai. Ricevi, ti prego, il tuo schiavo fuggiasco, o Signore
clementissimo. Dovrei ormai aver scontato a sufficienza, abbastanza dovrei essere stato schiavo dei
tuoi nemici, che tu conculchi sotto i tuoi piedi, abbastanza dovrei essere stato ludibrio di cose
ingannevoli. Ricevi me, tuo servo, che fuggo da queste cose, che, mentre fuggivo da te, mi accolsero
come non loro. Sento che devo ritornare da te; a me che busso, si apra la tua porta; insegnami in
che modo possa raggiungerti. Non ho altro che la volontà; non so nient'altro, se non questo, che le
cose caduche e transeunti si devono disprezzare, le cose immutabili ed eterne ricercare. Questo
faccio, o Padre, perché questo solo so; ignoro però da dove si deve partire, per giungere a te.
Suggeriscimelo tu; mostrami tu la strada; forniscimi ciò che necessita al viaggio. Se per mezzo della
fede ti ritrovano coloro che ritornano a te, dammi la fede; se per mezzo della virtù, dammi la virtù;
se per mezzo del sapere, dammi il sapere. Aumenta in me la fede, aumenta in me la speranza, aumenta
in me la carità. O bontà tua, singolare e da ammirare!

I dialoghi filosofici scritti a Cassiciaco e dopo il battesimo sono fondamentali anche per la dottrina
trinitaria, perché i dialoghi filosofici introducono ed anticipano la dottrina trinitaria di Agostino che
poi ha il suo apice nell’opera De Trinitate. I Soliloqui sono da collegare alle Confessioni, Agostino
si rivolge al Signore ed esprime la sua debolezza e il suo rammarico per essersi allontanato da lui e
gli chiede la misericordia che gli permetta di accedere a ciò che è inaccessibile, è una preghiera che
non si discosta dalle confessioni e che ci fa percepire la voce di un vero convertito al cristianesimo.
Distinguiamo i dialoghi composti prima del battesimo e i dialoghi composti dopo il battesimo.

Quelli scritti prima del battesimo a Cassiciaco :


Contra Academicos
De Beata Vita ( si può essere felici? La risposta la da Monica, che incarna la Sapienza, è Monica che
da spesso le conclusioni)
De Ordine
I Soliloquia
Il De Immortalitate Anime
Quelli scritti dopo ( Milano. Roma. Tagaste)
Il De Quantitatae Animae
Il De Libero Arbitrio
Il De Musica
Il De Magistro
Il De Vera Religione

In questi dialoghi scritti dopo il battesimo, la riflessione trinitaria si approfondisce rispetto ai primi.
Nel De Vera Religione al 7° libro, viene precisato che la Creazione è opera della Trinità, non nel
senso che le 3 persone abbiamo fatto ognuna una parte diversa dall’altra, ma nel senso che il Padre
mediante il Figlio nel dono dello Spirito Santo ha creato simultaneamente tutte le cose e ogni singola
natura, infatti ogni cosa sostanza, essenza o natura, ha queste 3 proprietà insieme: di essere qualcosa
di uno, di distinguersi da tutto il resto per la sua forma propria e di avere un suo posto nell’ordine
naturale. Il fatto che la creazione sia opera della Trinità non significa che la Trinità compie allo stesso
momento la stessa opera. La formula trinitaria che il Padre opera mediante il Figlio nello Spirito
Santo la ritroviamo spesso in Agostino. Ma prima ancora di Agostino sullo Spirito Santo hanno scritto
altri autori, il primo che ha scritto è stato Atanasio con le 4 lettere a Serapione, poi Didimo il Cieco,
poi Basilio. Anche Didimo parla della partecipazione della Trinità nella creazione. Poi Ilario ha scritto
sulla Trinità e anche lui usa questa formula trinitaria, cioè che le cose sono state create dal Padre per
mezzo del Figlio nello Spirito Santo. Tra i testi trinitari che precedono l’ordinazione presbiterale, la
lettera più importante è l’11esima lettera a Nebridio, questo amico gli aveva chiesto: perché secondo
la fede che professiamo si è incarnato il Figlio e non il Padre? Agostino risponde:

85
Questa Trinità infatti dalla fede Cattolica viene presentata e creduta talmente inseparabile (e tale
viene compresa anche da pochi santi e beati) che, qualsiasi cosa venga da Essa compiuta, si deve
ritenere compiuta insieme dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo. E niente fa il Padre che non
facciano anche il Figlio e lo Spirito Santo, niente fa lo Spirito Santo che non facciano anche il Padre
e il Figlio, niente fa il Figlio che non facciano anche il Padre e lo Spirito Santo

Vi è quindi la partecipazione della Trinità all’opera creativa, la stessa cosa l’aveva detta anche
Didimo.

Ne consegue evidentemente che l'Incarnazione appartiene a tutta la Trinità: infatti se si è incarnato


il Figlio ma non si sono incarnati il Padre e lo Spirito Santo, essi fanno qualcosa di diverso e
d'indipendente l'uno dall'altro. Perché dunque nei nostri misteri e nei nostri riti sacri l'Incarnazione
si celebra attribuendola al Figlio? Questo problema nella sua totalità è così arduo e verte su un
argomento così importante che la sua spiegazione non può essere qui abbastanza facile né la sua
dimostrazione abbastanza sicura. Ma, poiché scrivo a te, io oso ciononostante accennare, piuttosto
che spiegare, il mio pensiero, affinché tu possa ricavare il resto da solo, dato il tuo ingegno e la
familiarità che v'è tra noi, per la quale tu mi conosci a fondo.

Agostino dice che non è semplice spiegare questo fatto, in realtà quando noi celebriamo il mistero
dell’incarnazione, celebriamo l’incarnazione del Figlio, anche se vi è partecipazione della Trinità c’è
per ognuna persona (ipostasi) un modo di rivelarsi diverso. Questa lettera anticipa il De Trinitate.

Poi potremmo fare riferimento alle Retractationes, Le Ritrattazioni, circa il tempo e il luogo nel De
Quantitatae Animae, la Grandezza dell’Anima:

VIII (VII) - La grandezza dell'anima, un libro

8. 1. Sempre a Roma ho composto un dialogo nel quale vengono indagate e discusse molte questioni
relative all'anima quali la sua origine, la sua natura, la sua grandezza, il motivo della sua unione
col corpo, ciò ch'essa diviene al momento dell'entrata e dell'uscita dal corpo. Poiché vi ho discusso
con grande impegno e con approfondimenti sottili della sua grandezza, e mio intendimento era quello
di dimostrare se possibile che tale grandezza non è riportabile alla dimensione dei corpi materiali,
pur trattandosi di qualcosa di veramente grande, il libro nel suo insieme ha ricevuto il suo titolo da
quest'unica questione, titolo che, pertanto, suona: La grandezza dell'anima.

Nelle Ritrattazioni troviamo le informazioni delle opere, in questo caso dove è stato scritto, a cosa si
riferisce l’opera. Vi troviamo le coordinate.

Il De Vera Religione non è un dialogo potremmo dire che è un’opera che conclude la riflessione dei
dialoghi e apre nuove prospettive, è un’opera che Agostino aveva promesso a Romaniano, già
nell’autunno del 386 ma la scrive tra il 389 e il 390. L’opera è destinata soprattutto a chi ancora non
è cristiano, è un’opera che invita alla fede, un’opera di carattere Protrettico, (opera del Protrettico ai
Greci di Clemente Alessandrino, insieme al Pedagogo).
Dapprima il discorso è rivolto ai neoplatonici, poi a Romaniano e dopo ai manichei. Poi abbiamo una
parte centrale nella quale espone e dimostra come la vera religione non è quella dei manichei, dei
pagani ma la vera religione si indentifica col cristianesimo, rivelato a tutti gli uomini dall’avvento di

86
Cristo Gesù che ha assunto la natura umana.

Com’è possibile giungere alla fede? Sono due le vie: la auctoritas fidei e la ratio (la fede e la ragione).
Il libro si conclude con una esortazione finale nella quale Agostino invita ad evitare ogni forma di
idolatria purificandosi da 3 vizi, i 3 vizi sono la voluctas, la curiositas e la superbia e a venerare la
Trinità. Di questi 3 vizi la curiosità mira alla conoscenza che però non può essere certa se non
riguarda le cose eterne e immutabili, la superbia non tende se non a quel potere che ha per scopo la
facilità dell’azione e la libertà. La voluctas infine non cerca se non la quiete della salute che si trova
solo dove non c’è alcuna indigenza o corruzione, bisogna fuggire questi 3 vizi, e cercare il fine proprio
per trovare la verità.

In sintesi, innanzitutto Agostino in questi dialoghi posteriori al battesimo, non scritti a Cassiciaco,
anticipa la dottrina trinitaria che poi esporrà nel De Trinitate e si ispira a due autori: Mario Vittorino,
Ambrogio e Ilario.
Da questi dialoghi ritroviamo il riferimento ad una substantia, formula che troviamo in Basilio, una
sostanza 3 ipostasi, chiarisce che le 3 persone non possono essere confuse ne separate. Nei primi
dialoghi quelli scritti a Cassiciaco considera Dio il Padre di Gesù Cristo, anche perché noi Dio lo
consociamo per mezzo di Gesù Cristo. Dio è principio senza principio, il Figlio è la Verità e la
sapienza di Dio incarnata. Il Proprium dello Spirito Santo per Agostino è la caritas, carità, abbiamo
anche detto che afferma l’opera creativa come un’opera della Trinità, e quindi tenta di risalire all’unità
della Trinità nell’opera creatrice ma anche alla distinzione delle 3 persone divine per cogliere la
proprietà di ciascuno e nel De Vera Religione vengono affermate insieme l’unità e la distinzione
dell’azione trinitaria nella creazione e poi anche nell’opera salvifica, quindi nella redenzione.
Agostino chiarisce il fatto che l’uomo può conoscere la Trinità nella distinzione delle 3 persone
perché esse si sono mostrate distintamente nella storia della salvezza.

Tematiche teologiche, l’aspetto soteriologico, legato al mistero dell’incarnazione.


Agostino tratta il tema soteriologico contro i pelagiani e i pagani perché non venga resa vana la croce
di Cristo e afferma che Cristo è mediatore come uomo e come Dio, perchè solo l’uomo Dio può
essere mediatore, tra Dio e il mondo, è mediatore perchè redentore, e evidenzia 3 proprietà essenziali
della redenzione, la prima proprietà è la necessità, nessuno può salvarsi senza Cristo, è necessaria
l’incarnazione morte e croce per essere salvati; seconda proprietà, l’oggettività, il messaggio che
Cristo ha portato non è solo relativo all’aspetto morale cioè all’esempio da imitare ma implica la
riconciliazione con Dio, perché l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio e Cristo Gesù
viene a riconciliare l’uomo con il Padre, quindi con le sue origini; terza proprietà, l’universalità,
perché Cristo è morto ed è risorto per la salvezza di tutti gli uomini, il CVII poi ha nuovamente ripreso
questo concetto dell’universalità della salvezza.

Antropologia

Alla dottrina della redenzione è collegata quella del peccato originale, della giustificazione, della
Grazia adiuvante e della predestinazione, 4 argomenti che Agostino approfondì in polemica con
i pelagiani. Agostino difese il peccato originale ma ribadì la bontà di tutte le cose create contro i
manichei, e sostenne la remissione dei peccati nel battesimo, affermando anche che la pienezza della
giustificazione non la si ha pienamente su questa terra. Riguardo al peccato originale distingue
l’esistenza del peccato originale dalla natura. Quando Agostino spiega queste tematiche lo fa a partire
dai brani scritturistici, soprattutto in quanto alla natura del peccato, Agostino dice che il peccato
originale è la concupiscenza congiunta al reato e intende per concupiscenza l’inclinazione dell’animo
umano. Connesso al tema della giustificazione è il tema della grazia adiuvante, riguardo alla grazia
adiuvante (che aiuta) Agostino ne difende la Natura, la Necessità, l’efficacia e la gratuità.
La natura, che cosa è la Grazia, la Grazia è un segno di benevolenza, è la mozione della volontà,

87
l’ispirazione della carità, per cui facciamo con santo amore quello che si deve fare ( Agostino).
La grazia è necessaria per evitare il peccato e convertirsi a Dio e giungere alla salvezza. Solo la
grazia rende possibile l’osservanza dei comandamenti e solo la preghiera ottiene la grazia. La grazia
è un dono gratuito, mentre i pelagiani sostenevano che la grazia veniva data secondo i nostri meriti,
la grazia dunque è gratuita, perché anche i meriti sono un dono gratuito. Legato alla gratuità della
grazia è il tema della predestinazione, e qui Agostino chiarisce il fatto che Dio è buono e giusto,
perché è buono può liberare alcuni senza meriti, perché è giusto non può condannare nessuno senza
demeriti, Dio vuole che tutti si salvino, ha parlato già della universalità della salvezza. Perché però
alcuni non si salvano, in realtà Dio vuole dunque la salvezza di ogni uomo, ma è pur vero che nello
stesso tempo l’uomo è libero di scegliere tra il bene e il male. Per quanto riguarda la spiritualità di
Agostino, ritroviamo in tutte le sue opere, non soltanto nelle Confessioni, ritroviamo la dottrina
spirituale, intrisa della dottrina trinitaria, ecclesiologica, antropologica, potremmo dire che tutta la
spiritualità è orientata alla Trinità. Cristo per Agostino è via e Patria, via come uomo, patria come
Dio. La dottrina spirituale agostiniana è inserita pienamente nell’ecclesiologia, cioè nella vita della
chiesa, perché è nella chiesa che Agostino ha ricevuto la parola che si incarna ed è nella chiesa che
predica questa parola. La spiritualità Agostiniana mira anche al restauro della immagine di Dio
nell’uomo, perché il peccato deforma questa immagine e lo Spirito la rinnova, la restaura, tutto questo
trae alimento dalla Parola di Dio, l’Auctoritas Scripturarum, abbiamo anche detto che Agostino
ricorre continuamente alla Scrittura. Tutta la Scrittura è parola di Dio, è maestra di virtù, perchè tutta
la Scrittura narra Cristo e raccomanda la carità. ( le due virtù predilette da Agostino sono l’umiltà e
la carità).
Agostino commenta tutti e 150 i salmi. Abbiamo incontrato commenti ai salmi con Ilario de Poitiers,
Eusebio di Cesarea, Diodoro di Tarso (abbiamo parlato di lui per quanto riguarda l’interpretazione
tipologica ai salmi).
Agostino interpreta i salmi anche in senso tipologico, ma anche allegorico, Agostino fa riferimento
ad Origene, Ambrogio, è intriso di una teologia e una spiritualità alessandrina.

Commento al salmo 42 ( salmo 41 sul sito augustinus.it)


Agostino in questo salmo si intrattiene con il popolo ( salmi al popolo e salmi per lo studio), Agostino
aveva certo degli stenografi, non ha scritto tutto lui di suo pugno.
Questo salmo è molto lungo ma tanto bello. Inizia con un santo desiderio, Agostino si chiede chi lo
dice che
Come la cerva desidera i corsi d'acqua,
così l'anima mia anela a te, o Dio.
2 L'anima mia è assetata di Dio,
del Dio vivente;
Siamo noi che lo diciamo, ma chi cerca Dio non è solo il singolo ma è la Chiesa. La voce del salmista
è la voce del corpo di Cristo, o di coloro che sono fuori dalla Chiesa che nutrono questo desiderio.
Questo salmo inizia con un santo desiderio, e colui che canta dice: Come il cervo anela alle fonti
dell'acqua, così l'anima mia anela a te, Dio. Chi dice queste cose? Se lo vogliamo, siamo noi. E che
cosa cerchi al di fuori di quello che sei, quando è in tuo potere essere ciò che cerchi? Tuttavia non è
un uomo solo che parla, ma un solo corpo: il Corpo di Cristo che è la Chiesa 1. Non in tutti coloro
che entrano nella Chiesa si trova tale desiderio; tuttavia coloro che hanno gustato la dolcezza del
Signore e avvertono nel cantico un sapore particolare non pensino di essere soli; siano convinti che
tali semi sono sparsi nel campo del Signore, cioè in tutto il mondo, e che questa voce è la voce
dell'unità cristiana: Come il cervo anela alle fonti dell'acqua così anela l'anima mia a te, Dio. È
esatto pensare che si tratta della voce dei catecumeni, che si affrettano alla grazia del santo lavacro.
Perciò si canta solennemente questo salmo, affinché essi desiderino la fonte della remissione dei
peccati, come il cervo anela alle fonti dell'acqua. Che sia così e che questo sentimento occupi
veramente nella Chiesa un posto preminente! Purtuttavia, fratelli, mi sembra che anche nel battesimo
dei fedeli tale desiderio non sia ancora saziato; ma forse, se sanno dove è rivolto il loro pellegrinare

88
e verso quale meta s'incamminano, più ardentemente si infiammeranno.

Orsù, fratelli, fate vostra la mia avidità, partecipate con me a questo desiderio; amiamo insieme,
insieme bruciamo per questa sete, insieme corriamo alla fonte di ogni conoscenza. Aneliamo perciò
come il cervo alla fonte, non a quella fonte cui anelano per la remissione dei peccati coloro che
debbono essere battezzati, ma, come già battezzati, aneliamo a quella fonte della quale la Scrittura
altrove dice: Perché presso di te è la fonte della vita.

Passa all’esortazione:
Noi aneliamo alla fonte dell’acqua viva come battezzati. Il desiderio non cessa con il battesimo.

Egli stesso è la fonte e la luce; perché nella tua luce vedremo la luce 7. Se è fonte, è anche luce, e
giustamente è anche intelligenza che sazia l'anima avida di sapere; e chiunque capisce è illuminato
da una certa luce non corporale, non carnale, non esteriore, ma interiore. C'è dunque, fratelli, una
certa luce interiore che non hanno coloro che non capiscono.
Tu, corri alla fonte, desidera le fonti delle acque. Presso Dio c’è la fonte della vita, una fonte
inesauribile, nella luce di lui c’è una luce che non si oscurerà mai. Desidera questa luce, questa
fonte; una luce che i tuoi occhi non hanno mai conosciuto; vedendo questa luce l’occhio interiore si
aguzza, bevendo a questa fonte la sete interiore diventa più ardente. Corri alla fonte, anela alla fonte;
ma non correre a casaccio, non correre come corre un qualsiasi animale; corri come un cervo. Che
significa "corri come il cervo"? Non essere lento nel correre, corri veloce, anela con prontezza alla
fonte. Sappiamo infatti che il cervo è velocissimo.

Perché il salmista fa riferimento al cervo? Corri come il cervo? Significa corri veloce, il cervo è
velocissimo, (domande continue)
Il cervo uccide i serpenti, e dopo la morte dei serpenti arde di una sete ancora più forte; uccisi i
serpenti corre ancora più velocemente alla fonte. I serpenti sono i tuoi vizi; distruggi i serpenti
dell'ingiustizia, e allora ancora di più desidererai la fonte della verità. Forse in te l'avarizia sibila
qualcosa di tenebroso, e sibila contro la parola di Dio, sibila contro il comandamento di Dio; e
poiché ti è detto: disprezza le cose terrene, non compiere l'ingiustizia;

Interpreta in senso letterale il cervo corre velocemente perché arso di sete dopo aver ucciso di serpenti,
ma dopo l’interpretazione letterale giunge poi ad un tipo di interpretazione allegorica, i serpenti sono
i tuoi peccati

se tu preferisci compiere ingiustizia anziché disprezzare qualche bene temporale, preferisci essere
morso dal serpente piuttosto che uccidere il serpente.
e dunque ancora tu favorisci il tuo vizio, cedi al tuo desiderio, alla tua avarizia, al tuo serpente,
quando troverò in te il desiderio che ti spinge alla fonte delle acque? Quand'è che desideri la fonte
della sapienza se ancora ti affatichi nel veleno della malvagità? Uccidi in te tutto quanto è contrario
alla verità; e quando ti renderai conto di essere privo di desideri perversi, non restare fermo, quasi
tu non avessi altro da desiderare. C'è infatti qualcosa verso cui devi sollevarti; sempre che in te non
vi sia cosa alcuna che vi si opponga. Tu forse mi dirai, se sei cervo: Dio sa che io non sono più avaro,
che io non desidero più le cose degli altri, che non ardo più nel desiderio dell'adulterio, che non mi
consumo nell'odio, nell'invidia e in altre colpe di questo genere; dirai: non ho tutto questo, e
cercherai di che rallegrarti. Ebbene desidera ciò che ti può dar gioia; anela alle fonti delle acque;
Dio ha di che ristorarti, e ricolma chi viene a lui assetato dopo aver ucciso i serpenti, come il cervo
veloce.

C'è qualcos'altro da notare nel cervo. Dicono che i cervi (e da qualcuno sono anche stati visti, infatti
non si potrebbero scrivere tali cose se prima qualcuno non le avesse viste- tramandato), quando

89
camminano nella loro mandria, oppure quando nuotando si dirigono verso altre regioni, appoggiano
la testa gli uni sugli altri, di modo ché uno precede, e lo segue un altro che appoggia il capo su di
lui, e il terzo lo appoggia sul secondo e così via fino alla fine del branco. Il primo che porta il peso
del capo di quello che lo segue, quando è stanco va in coda, in modo che il secondo diventa il primo
e lui appoggiando la testa sull'ultimo possa riposarsi dalla sua stanchezza; in questo modo, portando
alternativamente il peso, portano a termine il viaggio senza allontanarsi gli uni dagli altri. Non parla
forse di cervi di questo genere l'Apostolo, quando dice: portate gli uni i pesi degli altri, e così
adempirete la legge di Cristo 9?

Colui che guida è chiamato anche a mettersi all’ultimo, non c’è un primo che non può diventare
ultimo.

90