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Polverizzare la freccia del tempo.

Il pensiero evolutivo tra Grosz, Haraway e Barad


DI STAMATIA PORTANOVA

Quando si riflette sul problema dell'origine delle specie, considerando i mutui rapporti d'affinità degli esseri organizzati,
le loro relazioni embrionali, la loro distribuzione geografica, la successione geologica ed altri fatti analoghi, si può
conchiudere che ogni specie non è stata creata indipendentemente dalle altre, ma bensì discende, come le varietà, da
altre specie. Pure una simile conclusione, anche fondata, non sarebbe soddisfacente fin tanto che non ci fosse dato
dimostrare come le specie innumerevoli, che abitano il globo, si siano modificate al punto di acquistare quella
perfezione di struttura, quell'adattamento che eccita a buon diritto la nostra ammirazione.

Le parole di Charles Darwin introducono i due punti chiave della teoria evoluzionista:
l’esistenza delle specie, e la loro mutazione evolutiva per discendenza e riproduzione lineare.
Guardando con occhi umani al meccanismo evolutivo costruito da Darwin, ci sembra di scorgere,
dietro la varietà di forme e caratteristiche biologiche che si succedono nel tempo, una linea retta, o
meglio ancora una freccia, puntata verso la generazione della specie perfetta. Visione che ci
restituisce, simultaneamente, l'orgoglio di rappresentare la più sofisticata e perfezionata delle
evoluzioni, ma anche l'inquietudine verso le ignote modificazioni richieste dal futuro tecno-
liberista.

Ma guardiamo meglio. Immaginiamo anzi di trovarci già in quel futuro. Un gruppo di


cyb/archeologhe intente a osservare un passato lontano, ad analizzare alcuni reperti materialculturali
afro-diasporici del ventunesimo secolo. (Cfr. Eshun) I reperti sono delle immagini testuali, delle
visioni romanzesche le cui protagoniste appaiono in situazioni particolarmente complesse dal punto
di vista spaziotemporale. Scene che mostrano delle evidenti incongruenze logiche. Per potenziare il
nostro sguardo, indossiamo delle lenti speciali fatte di concetti e teorie filosofiche. Uno sguardo
femminista che smaschera, retrospettivamente, la freccia del tempo progressivo, svelandola come
un’illusione ottica dovuta a una mancanza del pensiero, oppure ad un suo intento dominatore: la
freccia, in fondo, è anche e soprattutto puntata per sopraffare e uccidere. Ma noi siamo ancora vive,
e questo dimostra che la teoria dell’evoluzione come selezione naturale ha già fallito, nel suo
intento di appiattire e azzerare il futuro.
Ora cominciamo ad analizzare i reperti. Siamo al buio, in una stanza morbida, calda, inter-
uterina. Tende color cremisi e un letto bianco. Un soffuso chiarore rossastro inizia piano a ricoprire
ogni cosa. E infine la vediamo. Lei, la grande Madre, attende, eretta, con le file di seni pendenti dai
lati del suo corpo come campane. È la sacra officiante di un misterioso rito chirurgico. Noi stesse
siamo parte di un pubblico di donne che siede intento a osservare lo spettacolo di un'amputazione
esemplare. Il camice di lui viene slacciato. L'inizio, l'origine della freccia del tempo, la radice
dell'albero genealogico, è l'intervento di castrazione che porta Evelyn, un professore di inglese, a
morire e a rinascere come donna, Eve, nel romanzo di Angela Carter The Passion of New Eve. Ma
sembra esserci un’incongruenza: non sappiamo se vedere il cambiamento di sesso come fine
maschile o inizio femminile.
A questo punto, la lente darwiniana ci riporta alla mente che individui e specie non hanno in
realtà un inizio né una fine (come accade ad esempio di frequente nella fantascienza social-
darwinista di H.G. Wells), ma soltanto una continua mutazione per discendenza ereditaria. E proprio
ne L'origine della specie, l'origine perde infatti la sua importanza ontologica: fondamentale, per
Darwin, non è come nasce la vita, ma solo il fatto che essa obbedisce ai principi della variazione
individuale e della selezione naturale. L'idea dell’origine è una semplice conseguenza della
compulsione tassonomica propria dell'umano, una mera funzione linguistica, una questione
puramente nominale, che dipende a sua volta da ciò che di volta in volta consideriamo come specie,
e dal punto in cui tracciamo la linea di demarcazione fra un gruppo e l'altro. Uomo/donna,
umano/animale, organico/inorganico. La prima linea di separazione tracciata da Darwin è l'origine
della vita stessa, del primordiale organico, in quanto mutazione della materia inorganica. Cos'è la
materia? Cos'è la vita? Il germe speculativo di questa linea, o punto di partenza, può essere fatto
risalire alle più semplici forme di vita, stringhe di proteine emerse da mescolanze chimiche della
materia. Ma si tratta, come le parole del biologo inglese evidenziano a tinte forti, soltanto di un
punto: una illusione di riconoscimento e staticità, un appiglio spaziotemporale da cui l'umana
volontà di conoscenza può cominciare a orientarsi nel flusso continuo e dinamico del reale. Occorre
allora ricordare che le questioni metafisiche vanno collocate nel particolare contesto sociale,
politico e storico da cui emergono. E tuttavia, nel distanziare l'ontologia dall'epistemologia,
rischiamo di perdere ogni possibilità di critica politica, in quanto perdiamo l'accesso al “fuori”
epistemico, a ciò che resta al di fuori delle conoscenze: il reale. La domanda ontologica ritorna
quindi, urgente, ad animare il pensiero, la pratica e la scrittura femministe, nella nostra ricognizione
cyb/archeologica.
Andando più a fondo nella nostra analisi arche-onto-logica, intuiamo che l'origine non può
essere un punto preciso ma solo una differenza: l'unità delle specie, e degli individui ad esse
appartenenti, deriva dalle oscillazioni e dai vacillamenti della differenza. Una specie non è che un
insieme di somiglianze scelte arbitrariamente, e che rendono le differenze marginali o insignificanti.
Quando le differenze individuali acquistano una gradazione significativa, arrivano a produrre delle
varietà che, a loro volta, possono produrre delle specie. In realtà, le differenze tra gli individui non
generano direttamente differenze di specie ma formano dei continua, differenze che si fondono l'una
nell'altra in una serie impercettibile; sono differenze di grado, piuttosto che di tipo. Ed è attraverso
la continua produzione dei gradi di differenza, che le differenze di specie emergono. Ma non sono
quindi le differenze a costituire la categoria ontologica fondamentale alla vita; sono piuttosto i gradi
di differenza, i passaggi da uno stadio della differenza a un altro, in un movimento di
differenziazione graduale tra le generazioni. La vita ha un'origine che non è una, ma è sempre
implicata nella molteplicità e nella differenza. L'evoluzione è questo movimento di dispiegamento,
nella durata, della differenza. Un accumulo di minuscole variazioni che si propagano.
Si tratta di una genealogia, di un processo temporale che possiamo soltanto analizzare
retrospettivamente piuttosto che prospettivamente, e nel quale la precedenza cronologica è un
fattore irriducibile. La freccia del tempo, il suo movimento propulsivo, è il principio termodinamico
che caratterizza le specie in quanto definite non dalle loro caratteristiche ma dalle loro relazioni di
discendenza e differenziazione. Dal loro divenire-altre, un dopo l’altra. È una freccia in continua
mutazione. La nostra iniziale domanda ontologica sull'origine sfocia allora in un pensiero altro, nel
pensiero della differenza e del “divenire”. E rivediamo Leilah, la cubista afro-americana dalle
lunghe gambe affusolate e inquiete inseguita all’inizio dal lussurioso ed egoista professor Evelyn,
fermarsi a bere un milk-shake rosa, ridendo con i suoi denti giallognoli, in un quartiere periferico
popolato da ratti, proprio come in un film di David Cronenberg. Lilith, la coraggiosa ribelle che alla
fine aiuterà la nuova Eve a fuggire, non è che una mutazione di Leilah.

Nella seconda immagine, osserviamo una mutazione che è in realtà la coesistenza di tre
incarnazioni, tre versioni della stessa donna: Janet dorme (o finge di dormire), mentre Joanna
ricama, e Jeannine sta in cucina. Sono le protagoniste del romanzo The Female Man di Joanna
Russ. Appartenenti a dimensioni spaziotemporali parallele, le tre si incontrano fisicamente nello
stesso mondo. La stessa donna, ma moltiplicata, simultaneamente. Come spiegarlo? A questo punto,
abbiamo bisogno di un ulteriore supporto concettuale. Partendo dalla teoria darwiniana come sua
origine speculativa, il testo di Elizabeth Grosz The Nick of Time si sviluppa lungo una linea
genealogica che opera una mutazione radicale del pensiero evoluzionista. La filosofa eredita dal suo
predecessore scientifico una ontologia che dota la materia di dinamismo e attività, piuttosto che
considerare la natura come irrimediabilmente separata e passivamente inerte rispetto alla cultura.
Eredità che le consente di dare al tempo un'esistenza autonoma, orientata verso un futuro che non è
mai predeterminato: il tempo come una forza attiva che spinge in avanti, una positività che fa e
disfa continuamente e imprevedibilmente. In questa visione, l'evoluzione appare come l'emergere,
nel tempo, dell'innovazione biologica come “differenza”. Un dinamismo, un imperativo a mutare,
che è la vita stessa. Assecondando questo dinamismo, la genealogia del pensiero di Grosz compone
un divenire, più che un'evoluzione, della freccia del tempo, passando per l’«eterno ritorno» di
Friedrich Nietzsche e l’«evoluzione creatrice» di Henri Bergson.
La «volontà di potenza», il più importante concetto fisico e biologico espresso nell'opera di
Nietzsche, non è, secondo Grosz, da intendersi come spirito di sopraffazione soggettiva e identitaria
(secondo uno stile che potremmo definire da Avengers), ma come volontà di potenza della vita
stessa, a cui si unisce il dinamismo della materia in quanto forza di eterno ritorno. Il riflesso di
questo sguardo nietzscheano nelle parole di Grosz ce ne svela il dualismo fondante. Un dualismo
che fa oscillare il pensiero tra due poli, per poi proliferare e creare una visione poliedrica. Tale
dualismo ripropone l’oscillazione che era già propria della linea evolutiva darwiniana, tra
somiglianza e differenza delle specie, rivestendola però di una nuova valenza ontologica, laddove la
somiglianza viene definita come ripetizione, o ritorno, per alternarsi alla vita come sintesi della
differenza. Se infatti la teoria cosmologica di Nietzsche riconosce il principio termodinamico di una
materia composta da un numero finito di combinazioni possibili, essa apre tale visione a quella
spinta vitale che determina la ripetizione infinita di tali combinazioni in un gioco di metamorfosi
continua. Scienza e metafisica, il peso del passato e l'apertura al futuro, storiografia (o filologia) e
gioco (o danza). La linea retta della freccia e il suo tremolio interno.
Puntando lo sguardo da Nietzsche a Bergson, la lente di Grosz apre poi la freccia del tempo,
dopo averla fatta vibrare tra finitezza ed eternità, alla percezione della sua durata. È questo il senso
dell’evoluzione creatrice: la durata (o coscienza, che è poi la vita) genera il tempo come il
dispiegarsi di una narrazione, di una memoria che crea il presente a partire dal passato, per poi
rielaborarlo nel futuro. Ma è soprattutto l’interesse per la generazione dell’inatteso che rende la
filosofia bergsoniana di particolare interesse. La possibilità di un vero e proprio salto nel virtuale.
Sostituendo la nozione di “virtuale” a quella di “possibilità”, Grosz arriva a concepire molteplici
linee di attualizzazione, piuttosto che un’unica traiettoria di realizzazione evolutiva: «l’emanazione
di una molteplicità a partire da una unità virtuale», in un movimento di percorsi di sviluppo
divergenti verso direzioni inattese. È il virtuale che si apre alla sorpresa di ciò che lo attende.
Diversamente dalle distopie di Philip K. Dick, dove il futuro è una ri-oc-correnza di condizioni di
oppressione già immaginate nelle ere preistoriche, la punta della freccia tremolante si dilata ora e si
propaga in una miriade di possibili direzioni. Janet, Joanna, Jeannine, a cui in seguito si aggiunge
anche Jael: traiettorie della stessa freccia che finiscono col toccarsi, creando una con-fusione di
identità e corpi, tempi e spazi. La trasgressione dei confini spaziotemporali arriva perfino a superare
i limiti materiali tra i corpi viventi e le cose, e ci sembra di vedere Janet uscire da una stanza
attraversando il muro, dissolvendo letteralmente la sua identità femminile in un rizoma molecolare.

Nella terza immagine vediamo Lilith, un'altra Lilith, non quella di Carter ma quella che anima
Dawn, di Octavia Butler, posizionare il suo corpo tra quello dell'alieno Oankali di sesso ooloi
Nikanj, e quello dell'umano Joseph, nella posizione intermedia che di solito è occupata da un ooloi
tra due esseri umani. Posizione che ci appare a dir poco sospetta. A questo punto, per chiarire la
cosa, o quantomeno vederla con occhi diversi, possiamo smettere le lenti di Grosz, per indossare un
altro strumento di pensiero-visione. Attraversiamo con lo sguardo i Mille Piani di Gilles Deleuze e
Felix Guattari, dove alla relazione di discendenza tra le specie di una stessa linea genealogica, si
affianca l’alleanza trasversale tra specie diverse (ciò che il neoevoluzionismo di Lynn Margulis
definisce come «endosimbiosi»). La freccia incontra altre frecce e intreccia il proprio percorso con
esse, in quella che Deleuze e Guattari preferiscono non vedere come una evoluzione ma come una
«involuzione». In altre parole, se la selezione naturale porta dal meno differenziato al più
complesso, nel senso di una progressione, l’involuzione simbiotica tra le specie non implica una
regressione ma la costituzione di mondi altri negli spazi tra le specie. La freccia, struttura
geometrica fondamentale dell’albero genealogico, diventa un rizoma.
Indossando poi la lente di Donna Haraway mentre percorriamo questi molteplici piani, e in
particolare sfogliando le pagine del suo Staying with the Trouble, vediamo che il femminismo del
ventunesimo secolo ha ormai ampliato la concezione del genere in quella della relazione “inter” e
“intraspecie”. Possiamo quindi intrecciare un’alleanza trasversale tra la scrittura fanta-scientifica di
Haraway e il rizoma filosofico di Deleuze e Guattari, arrivando a teorizzare la necessità di costruire
un piano di immanenza per l’incontro delle specie. In realtà il piano di immanenza esiste sempre e
comunque, nella nostra natura non soltanto umana o animale ma anche minerale, materiale,
aggregato di batteri e di elementi, di molecole. È vero che il pensiero presume già di per sé tagli e
divisioni del piano di immanenza. Ma natura e cultura non sono in realtà due entità ontologicamente
distinte e unite da una semplice congiunzione. Dovremmo piuttosto parlare, seguendo Haraway, di
assemblaggio «naturalculturale». In altre parole, la realtà è fatta soltanto di rappresentazioni, ma
queste non sono da intendersi come esclusivamente umane. Se lo stesso movimento può apparire
come spontaneo o coreografato, come sentito o artificiale, e quindi come naturale o culturale, a uno
sguardo di volta in volta diverso, cosa diventa lo stesso movimento, per un insetto che colpiamo
mentre stiamo danzando? La relazione interspecie pensata e proposta da Haraway non implica la
possibilità di parlare-per, ma soltanto di ascoltare, nella consapevolezza di stare comunque
interpretando, o rappresentando. Intrattenere delle relazioni interspecie significa riuscire ad aprire
dei buchi, delle falle, delle fenditure, delle crepe, nelle rappresentazioni umane, per far emergere le
relazioni non-umane che intratteniamo inconsapevolmente. Per far emergere, usando la
terminologia di Haraway, le forze ctonie della Terra, forze tentacolari, vermiformi.
La sensazione estetica, ad esempio, è una relazione che ci lega alle frequenze dello spettro
cromatico, ossia a degli atomi in movimento più o meno veloce. Questa relazione ci mette in stretto
contatto anche con altre specie, come gli uccelli o le api, sensibili a dei particolari cromatismi. La
stessa Haraway, facendo eco alle parole di Anna Tsing, ci parla dell’esempio del fungo matsutake e
le sue capacità di adattamento, o del modo in cui i corvi fanno il lutto. Si tratta di immagini che non
si propongono di interpretare o imitare, e che vanno perciò disinnescate da ogni possibile
antropomorfizzazione. Sono gli artisti i più bravi a sentire, ad ascoltare, senza voler conoscere,
senza preoccuparsi di sapere, o di tradurre. Rappresentano ma senza sentirsi come dei
rappresentanti. Possono seguire molte frecce simultaneamente. E sono Deleuze e Guattari i filosofi
che prendono le parti degli artisti, proprio nei momenti in cui si rifiutano di abdicare alla
rappresentazione (ma non all'ascolto). Intente ad ascoltare, più che osservare, le nostre immagini
attraverso le parole di Haraway, sentiamo Lilith svegliarsi in una cella-utero pallidamente
illuminata, su di un letto che cede al tatto e sembra crescere dal pavimento. La cella è parte di una
navicella spaziale fatta di materia organica, vivente, proprio come le pistole e le console dei
videogiochi di ExistenZ. Una navicella che le dà nutrimento e accoglie i suoi rifiuti in un unico
ciclo, sulla quale oggetti ed esseri viventi sono uniti da una stretta relazione simbiotica.

L'ultima immagine ci porta molto lontano, in un paesaggio glaciale, pittoresco e nudo:


Il vento che veniva dal nord portava sereno e tempo asciutto, ma il vento di nord-est o di nord-ovest portava neve, e
sollevava la neve già caduta, ghiacciata ma ancor friabile, in accecanti nubi mordenti, come tempeste di sabbia o di
polvere nel deserto, oppure, quando la neve sfarfallava intorno, il pulviscolo veniva portato da un vento più basso e
teso, e allora tutto diventava bianco, l'aria era bianca, il cielo era bianco, il sole non si vedeva più, le ombre sparivano: e
perfino la neve, perfino il Ghiaccio, sparivano sotto i nostri piedi.

Genly Ai ed Estraven, un uomo e un androgino getheniano, viaggiano nelle lande ghiacciate e


deserte del Gobrin, dove intrecceranno un rapporto difficile e intenso di comprensione, affetto,
amore. È una scena tratta dal romanzo The Left Hand of Darkness, che ci lascia soprattutto con un
nuovo senso di dispersione identitaria. Osserviamo quindi la scena attraverso la lente della filosofa
Karen Barad, la quale, nel suo Meeting the Universe Halfway, decide di rompere la predominanza
del pensiero della continuità che caratterizza la percezione e l'esperienza umane (sia nelle traiettorie
della storiografia che della biologia), per proporci di identificarci con un elettrone, e di farci
ospitare dal corpo fisico più microscopico. Questa micro-possessione, secondo Barad, ci consentirà
di esperire lo spaziotempo non più come continuità ma come una disconnessione quantica.
Concepiremo così l’altro nel suo senso più materialmente radicale. Ognuna delle micro-scene che
un elettrone percepisce diffrange delle temporalità diverse, per cui «le scene non si trovano mai in
stato di quiete ma sono riconfigurate dall’interno, disperse attraverso, e intrecciate reciprocamente».
Dalla complessa visione di Barad scaturisce un disorientante senso di différance come
aggrovigliamento quantico. Una deviazione o deriva elettronica della percezione, che non si pone
semplicemente come una metafora ma risponde letteralmente all’esortazione di Haraway ad essere
suggestive, creative e visionarie. A fare esplodere la freccia, frantumandola, in un pulviscolo simile
a neve o sabbia del deserto, fino a farla sparire. Le nostre cyb/archeologhe stanno ancora valutando
quest'ultima visione.
BIBLIOGRAFIA

CHARLES DARWIN
THE ORIGIN OF SPECIES
PENGUIN BOOKS, LONDON 2006 (1859)
496 PAGINE, 5,27 EURO
SULLA ORIGINE DELLE SPECIE PER ELEZIONE NATURALE
TRAD. IT. GIOVANNI CANESTRINI E LEONARDO SALIMBENI
BARION, MILANO 1933
524 PAGINE, 18 EURO
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KODWO ESHUN
FURTHER CONSIDERATIONS ON AFROFUTURISM
IN CR: THE NEW CENTENNIAL REVIEW
VOL. 3, 2, 2003
====
GILLES DELEUZE E FELIX GUATTARI
CAPITALISME ET SCHIZOPHRENIE. MILLE PLATEAUX
MINUIT, PARIS 1998 (1980)
645 PAGINE, 33 EURO
CAPITALISMO E SCHIZOFRENIA. MILLE PIANI
CASTELVECCHI, ROMA 2010
594 PAGINE, 30 EURO
====
LYNN MARGULIS
SYMBIOTIC PLANET: A NEW LOOK AT EVOLUTION
BASIC BOOKS, NEW YORK 1999 (1998)
176 PAGINE, 7,62 EURO
====
ANNA LOWENHAUPT TSING
THE MUSHROOM AT THE END OF THE WORLD: ON THE POSSIBILITY OF LIFE IN
CAPITALIST RUINS
PRINCETON UNIVERSITY PRESS PRINCETON 2015
352 PAGINE, 29,95 DOLLARI
====
KAREN BARAD
MEETING THE UNIVERSE HALFWAY. QUANTUM PHYSICS AND THE
ENTANGLEMENT OF MATTER AND MEANING
DUKE UNIVERSITY PRESS, DURHAM & LONDON 2007
544 PAGINE, 26,70 DOLLARI
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