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Altieri Gianmarco ! Storia delle Dottrine Politiche - Prof.ssa Ferronato !

Estratto: Marsilio da Padova

Marsilio da Padova
1275 - 1343

Nasce a Padova, dalla famiglia Mainardini, notai e giuristi.


Egli non segue la tradizione familiare e si iscrive alla Facoltà delle Arti. Arti vanno intese
come tutte le discipline fuorché la giurisprudenza. Consegue la qualifica di "Magister
Artium". Si sposta a Parigi, per dissidi con il Comune di Padova, e proprio a Parigi, egli
diviene rettore. Viene coinvolto in alcune vicende importanti, riguardanti i rapporti tra il
sommo pontefice e l'imperatore. L'imperatore del tempo, Arrigo VII (in realtà Enrico
VII di Lussemburgo. Dante lo chiama Arrigo). morì improvvisamente nel 1313.
La decisione sulla successione ad Arrigo 7°, secondo gli usi dell'epoca, sarebbe dovuta
spettare alla dieta imperiale. Da tener presente è che dal 1305 la sede papale era stata
spostata da Roma ad Avignone. Si tratta del periodo che qualche poeta ha definito
"cattività avignonese". Avignone era comunque un territorio soggetto al dominio
pontificio: non era territorio francese in senso stretto. Tutto sommato il papa rimaneva
nel suo territorio. Uno degli atti simbolici della rivoluzione francese fu proprio quello di
annettere il territorio avignonese, come uno dei primi atti compiuti. Dunque Avignone e
il territorio contiguo erano formalmente territori pontifici. In quel periodo quasi tutti i
papi, se non tutti, erano cardinali e provenivano dalla gerarchia ecclesiastica di Francia.
Era papa a quel tempo Clemente V. A lui succedette poi Giovanni XXII. Sia Clemente V
sia Giovanni XXII si trovarono coinvolti in vicende che costituiscono gli ultimi conflitti
tra Papato e Impero. Con la scomparsa prematura di Arrigo VII si presentarono due
candidature per l'elezione a imperatore: Federico d'Asburgo e Ludovico il Bavaro, un
principe della Baviera. Inizialmente la dieta non raggiunge un accordo su nessuno dei 2
candidati. Dopo un periodo di tempo, la dieta elegge Ludovico il Bavaro, a maggioranza.
La sua elezione non fu accolta serenamente dal pontefice, il quale non teneva in
considerazione il fatto che la dieta si poteva considerare esclusivamente legittimata
all'elezione dell'imperatore e dunque il papa non ritiene corretta l'elezione. Il papa
Clemente si oppone all'elezione e rifiuta di riconoscere Ludovico il Bavaro come
imperatore, giustificandosi dicendo che entrambi i candidati sono indegni per coprire la
carica di imperatore. Questa la sua scusa/motivazione. Proprio per questo giustificava la
sua stessa avversione all'incoronazione, atto che spettava unicamente al papa. Dunque, se
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non avveniva l'incoronazione, il nuovo imperatore non veniva riconosciuto. Si aprono


diverse dispute tra pontefice e il nuovo imperatore. Marsilio da Padova si schiera dalla
parte dell'imperatore. Vi è una seconda riunione della dieta imperiale, e dunque una
nuova votazione. Ludovico il Bavaro viene rieletto, questa volta ALL'UNANIMITÀ.
Nuovamente egli viene considerato (dal papa) INDEGNO di essere incoronato. I dubbi
e la ferma "opposizione" a incoronare Ludovico provengono dal successore di Clemente
V, ovvero Giovanni XXII. Quest'ultimo dunque continua a rifiutare di incoronare
Ludovico il Bavaro. L'imperatore neo eletto, MA NON INCORONATO, decide di
recarsi a Roma, convinto di meritare la qualifica imperiale, per farsi incoronare
imperatore da un esponente della famiglia Colonna. La famiglia Colonna è una nobile
famiglia romana. Con questo atto Ludovico riprende la tradizione antica praticata a
Roma, secondo cui l'imperatore doveva essere proclamato tale dal Senato e dal Popolo
(Senatus Populus Que Romanus - SPQR). Le vicende che seguono sono la scomunica da
parte del papa nei confronti dell'imperatore, la dichiarazione dell'imperatore secondo cui
il pontefice decade, facendo forzatamente subentrare un antipapa. Questo è il contesto
storico in cui opera Marsilio.
Marsilio aveva conosciuto l'esperienza del comune di Padova, che poi si era evoluto in
signoria. Marsilio coltiva, più che gli interessi nella attività politica, interessi per lo studio
universitario. A Padova in quel periodo era presente una scuola aristotelica che si ispirava
all'interpretazione averroistica (appunto di Averroè), di Aristotele. Averroè, Avicenna, Al-
Farabi sono importanti filosofi arabi grazie ai quali si era mantenuta la tradizione
aristotelica. Essi avevano continuato a studiare Aristotele: grazie alle loro opere, e
all'incontro tra cultura araba e spagnola avviene il recupero di Aristotele nel 200.
Marsilio ha dunque modo di studiare Aristotele, il quale sarà uno dei punti di
riferimento della sua opera politica più importante. Ci riferiamo a "Defensor Pacis",
pubblicata nel 1324.

Defensor Pacis: difensore della pace. Questa opera presenta elementi di innovazione e
modernità, rispetto alla tradizione più diffusa in età medievale. Il difensore pacis è
l'imperatore, nella fattispecie Ludovico il Bavaro. Lo scopo dell'opera dell'imperatore,
dunque il suo fine, è proteggere l'ordine e difendere la pace nei territori europei. Marsilio
era uomo molto colto e curioso. La sua opera ha una caratteristica peculiare, che è
l'elemento di novità a cui abbiamo accennato. Infatti è divisa in tre parti, che egli
chiamava "dictiones" (si può dire anche diziones): una prima dictio (diczio), una seconda
e una terza.

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In ciascuna delle tre parti egli affronta problemi differenti. La terza è un breve riassunto
delle altre due. Le prime due parti si differenziano tra loro per questo fatto: nella prima
dictio affronta i problemi in una prospettiva eminentemente laica, avvalendosi
esclusivamente di argomenti basati sulla ragione, nella seconda dictio si occupa dei
medesimi argomenti, sfruttando invece argomentazioni, temi e dunque giustificazioni
provenienti dalla fede, religione. In queste due dictio vi è NETTA SEPARAZIONE tra il
piano della ragione e il piano della fede. Mentre Tommaso aveva cercato di armonizzare
ragione e fede, per quanto riguarda Marsilio è necessario separare gli argomenti relativi
alla ragione, assegnandoli ad un determinato percorso argomentativo, dagli argomenti
provenienti dalla fede. Marsilio è personaggio "spurio" rispetto all'epoca in cui vive. La
sua opera, a causa della sua originalità, si presenta come un "unicum" nel panorama del
tempo. Le due parti rappresentano per Marsilio, due elementi necessariamente presenti.
Egli, pur avendo una propria visione (diversa rispetto a quella di Tommaso e alla visione
corrente) non poteva non essere cristiano. Nonostante le novità introdotte è comunque
un uomo del suo tempo.
Marsilio, nel 1327 viene condannato e scomunicato da Giovanni 22°. Il papa infatti
individua 5 eresie nella sua opera (Defensor Pacis):
1. Secondo Marsilio, Cristo sarebbe stato obbligato a pagare il tributo a Cesare.
2. Secondo Marsilio, Cristo non avrebbe individuato un suo successore: Cristo non
avrebbe cioè designato Pietro come colui che avrebbe dovuto guidare i discepoli dopo
la sua ascensione al cielo. Quindi Cristo non avrebbe lasciato un capo per la Chiesa.
Affermando cioè Marsilio intendeva opporsi alla teoria, abbastanza diffusa nel
Medioevo, secondo la quale il pontefice ricopre il primato all'interno della chiesa in
quanto destinatario del potere delle chiavi, tramandatogli per via ereditaria da Pietro
(che a sua volta lo avrebbe ricevuto da Cristo) - Questa eresia in pratica disconosce il
primato del pontefice.
3. Secondo Marsilio, non esisterebbe una dignità (cioè un livello gerarchico, una
gerarchia) differente tra sacerdoti e vescovi. Tutti, sacerdoti e vescovi, avrebbero gli
stessi compiti e stessa giurisdizione.
4. Secondo Marsilio, all'imperatore spetterebbe la scelta del pontefice e la sua eventuale
destituzione.
5. La Chiesa non può comminare sanzioni, se non per delega imperiale.

Il Defensor Pacis è un'opera originale e non è rappresentativa del suo tempo, come già
osservato. Va tenuto presente che solo negli anni più recenti, l'ultimo secolo, la politica

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era diventata oggetto di studio. Principalmente si studiava in opere che altro non erano
che commenti alla Politica di Aristotele.
Marsilio dunque innova introducendo una nuova "visione" rispetto alla filosofia
aristotelica.

Defensor Pacis ha un carattere polemico. E pure essa non tratta gli argomenti
affrontando le questiones, risolvendole dialetticamente, con pareri contrari e favorevoli e
giungere poi alla conclusione, come si faceva all'epoca nella prassi. Quale era lo scopo
polemico che Marsilio vuole perseguire? Egli, da lettore della politica di Aristotele e da
lettore della concezione del potere malato di Aristotele (che spiega le degenerazioni delle
costituzioni), osserva che lo stagirita (Aristotele, era nato a Stagira) NON aveva potuto
identificare una grande causa di degenerazione dell'ordine nella società. La causa delle
discordie, bersaglio polemico di Marsilio, è la Chiesa, che Aristotele non aveva potuto
conoscere. La Chiesa (e dunque i papi) stava conducendo l'Italia alla rovina. Il bersaglio
polemico è la chiesa, il pontefice. Il pontefice non sarebbe altro, secondo Marsilio, che un
altissimo funzionario dell'impero.
Esaminiamo la PRIMA DICTIO E LA SECONDA DICTIO.
Marsilio spesso rinvia alla Politica di Aristotele. Come Aristotele, individua LE PARTI
CHE NECESSARIAMENTE COMPONGONO IL REGNO (O CIVITAS CHE DIR
SI VOGLIA). Egli, sulla scia di Aristotele, ritiene che una polis/stato) sia rettamente
composta/o quando prevede al suo interno SEI PARTI:
1. Contadini e
2. Artigiani: funzione relativa alla sussistenza dello stato
3. Soldati: funzione del mantenimento dell'ordine e di difesa
4. Banchieri: funzione di dare a prestito il denaro
5. Sacerdoti
6. Pars Principans: colui che governa, ovvero il principe. Nell'ottica del tempo il
principe poteva essere o un monarca o un gruppo ristretto di persone. Gli uomini di
governo.

Queste sono le parti che necessariamente compongono ogni stato, secondo Marsilio. Solo
il principe, per esteso solo la Pars Principans, detiene la titolarità dell'uso della forza
coercitiva. La Pars Principans È TITOLARE DELL'AUTORITÀ. Nella pars principans
risiede l'autorità politica.

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Il principe dispone dell'uso legittimo della forza e UNICAMENTE IL PRINCIPE può


adoperare l'uso della forza.
L'uso della forza da parte del principe può essere esercitato perchè questo potere gli
deriva dal complesso del popolo, ovvero da quella che Marsilio chiama "Universitas
Civium" (totalità dei cittadini) o "Valentior Pars" (parte più rilevante della totalità dei
cittadini). Il principe esercita il suo potere perchè è delegato ad esercitarlo dalla
Universitas Civium (o dalla sua parte più RILEVANTE) che rappresenta il legislatore
umano. Le parti che abbiamo enunciato e numerato non prevedono l'esistenza di una
singola parte che si occupi dell'attività di legiferazione. Al principe spetta l'uso della
forza, rappresenta l'unità del comando che egli esercita, MA l'attività legislativa IN
SENSO STRETTO viene esercitata per Marsilio dall'Universitas Civium (o dalla sua
Valentior Pars).
Questa è grandissima novità: il popolo viene considerato IL LEGISLATORE.
Com'è possibile che il popolo possa occuparsi di emanare le leggi? E' possibile perchè,
secondo Marsilio, la ragione dell'uomo ha grandi capacità, ma la ragione del singolo è
limitata. Le ragioni degli uomini uniti - messi insieme - sono capaci di identificare
meglio/più agevolmente ciò che è giusto e ciò che è utile. Dunque, l'insieme dei
cittadini, o la parte migliore dei cittadini (Marsilio si esprime sempre in forma dubitativa
rispetto a questo), sarà in grado di scegliere di votare le leggi migliori, in vista del bene e
della pace dello stato.
Com'è possibile che le parti che compongono necessariamente lo stato possano al tempo
stesso svolgere questa funzione? Com'è possibile che un contadino faccia il legislatore?
Così per un artigiano.
E' possibile, in aggiunta alla motivazione secondo cui insieme gli uomini riescono a
capire cosa è buono e giusto per lo stato, SOPRATTUTTO perchè l'attività legislativa
NON era pensata come una attività che CONTINUATIVAMENTE dovesse essere
praticata in uno stato.
Le leggi sono poche, del resto cos'è la legge se non una prescrizione generale ed astratta?
Dunque teoricamente, le leggi dovrebbero essere poche.
Se si riflette su ciò, possiamo capire come un contadino o un artigiano possa
abbandonare la pratica che a lui spetta necessariamente nello stato per pochi giorni
all'anno, e partecipare all'Assemblea che emanerà le leggi.

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Dunque, non c'è contrasto tra l'esercizio di una funzione fondamentale, che viene
comunque praticata da ciascun membro di ogni parte, e il partecipare al processo
legislativo essendo in prima persona LEGISLATORE.

Domanda: Ma la funzione legislativa spetta ai cittadini nel loro complesso o solo alla
parte più rilevante (Valentior Pars)?
Marsilio oscilla. Egli parla di entrambe le ipotesi. Gli interpreti sono molto divisi
sull'interpretazione che deve essere data alla Valentior Pars. Secondo Marsilio questa
Valentior Pars c'è e può esserci.
Comunque anche intendendo la Universitas Civium intendiamo la totalità dei cittadini,
e per totalità non intendiamo, riferendoci all'epoca, le donne, i bambini, i servi, i non
liberi.
Proprio per questo, non possiamo avvicinare, e questo per certo, la dottrina di Marsilio
alle dottrine democratiche da Rousseau in avanti, alla fine dell'età moderna e all'inizio
della contemporanea.

La distinzione che comunque egli presenta tra Pars Principans, che esercita la forza
coattiva, e il legislatore è sicuramente esistente, certa e rilevante.

Una osservazione riguardo il Clero. Va sottolineato il fatto per cui Marsilio, uomo
medievale, riteneva che il Clero fosse necessario all'esistenza dello stato. Perchè?
Egli osserva, sulla base di considerazioni di ordine storico, che sempre la religione è stata
praticata dai popoli, e sempre una classe sacerdotale è stata identificata come dedita al
culto. Questa classe sacerdotale svolge un ruolo essenziale, nella società: la chiesa non è
entità diversa o opposta allo stato. Secondo Marsilio, la Chiesa rappresenta l'associazione
dei fedeli che aderiscono ad una stessa fede, che credono dunque in Cristo. SENZA
TUTTAVIA che essa costituisca un corpo a sé stante. Anzi, il Clero, i SACERDOTI,
rappresentano una sorta DI FUNZIONARI STATALI DEDITI AL CULTO, ESPERTI
DELLE COSE RELIGIOSE, i quali saranno interpellati dal potere politico, ovvero dalla
Pars Principans, nel momento in cui si presentino da risolvere questioni relative ad
esempio all'ortodossia o eresia, o nel momento in cui debbano essere comminate sanzioni
di tipo disciplinari (a seguito della trasgressioni riguardo la pratica del culto).
La chiesa non può essere considerata un corpo autonomo.
QUINDI Il pontefice NON GESTISCE ALCUN POTERE TEMPORALE, perchè
non ne ha il titolo (Cristo non aveva identificato alcun "successore" - vedi le eresie).

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Questo perchè NON ESISTE una gerarchia all'interno della Chiesa, essendo essa una
libera associazione che riunisce i fedeli di un unico credo. Al potere politico, potere in
senso stretto, inerisce l'uso della forza, la quale SPETTA ESCLUSIVAMENTE alla Pars
Principans. La Pars Principans viene delegata a questa funzione dal legislatore
(Universitas Civium o Valentior Pars).
Dunque, non esiste alcun potere spirituale accanto al potere temporale/profano. Dunque
il Pontefice non eserciterebbe non solo potere politico in uno stato, ma neppure potere
all'interno della Chiesa, perchè è caratteristico del potere esercitare la forza coattiva ed
imporre comandi coercibili ai sudditi ma ESCLUSIVO DEPOSITARIO dell'uso della
forza è la Pars Principans. Nessun altro è autorizzato ad esercitare tale funzione. Ciò
esclude quindi, in punto di principio e in punto di ragione, la possibilità che il pontefice
disponga di un potere temporale e di un potere spirituale.

Marsilio esplicitamente si propone di proseguire le argomentazioni sviluppate da


Aristotele nel quinto libro della Politica. Il suo aristotelismo è però letto o declinato sulla
base dell'averroismo diffuso a quell'epoca degli arabi. Proprio presso gli arabi Aristotele
aveva continuato ad essere letto. Questo imprime un certo naturalismo nella teoria di
Marsilio. Egli, tuttavia, nell'elaborare la sua dottrina tiene in conto esplicitamente o
implicitamente dell'esperienza comunale che aveva conosciuto prima che Padova si
trasformasse in signoria. Egli inoltre si avvale dell'esperienza personale, vissuta presso la
corte di Ludovico il Bavaro. Dunque elementi caratteristici dell'esperienza comunale
convivono nella dottrina di Marsilio con altri elementi suggeritigli dalla sua
frequentazione della corte di Ludovico il Bavaro.
Sotto il profilo dell'antropologia egli riprende la scansione aristotelica, sulla quale non ci
soffermiamo analiticamente se non per quanto riguarda l'innovazione introdotta da
Marsilio rispetto all'originario passaggio da famiglia, a tribù, a villaggio per finire alla
polis. (La polis è l'ultimo esito dello sviluppo storico perchè è dotata del carattere
dell'autarchia).
Dopo la famiglia, Marsilio inserisce un aggregato di famiglie che vivono in case vicine.
Crea una nuova fase di sviluppo all'interno del processo proposto da Aristotele. In
termini giuridici medievali questo aggregato di famiglie vicine è detta "vicinia".
Non si parla tanto di tribù o villaggio ma di vicinia: questo è uno di quegli esiti
dell'influenza che l'esperienza comunale apporta alla dottrina di Marsilio.
La vicinia è un insieme di più famiglie che si trovano a vivere l'una a ridosso dell'altra,
vicine appunto.

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La vicinia non è né tribù né villaggio in quanto introduce un elemento nuovo rispetto ad


Aristotele.
Marsilio nel riprendere la terminologia aristotelica, indica con "politia" proprio l'esito
ultimo del processo che abbiamo ricordato e che può essere variamente inteso anche
come regno, SENZA adoperare i termini latini corrispondenti (Egli prende pari pari il
vocabolo "politia", per indicare anche un "regno"). Dunque politia può anche essere
intesa come regno. Regno è espressione politica con un respiro territoriale molto più
ampio rispetto alla polis.
La vicinia è aggregato di famiglie e per certi versi è assimilata alla tribù. Tuttavia è un
insieme di famiglie che trattengono in proprio una certa quantità/misura/patrimonio che
è dunque privato ma che dispongono anche di una sorta di proprietà comune. Nella
vicinia dunque sono inclusi elementi di proprietà privata e elementi di una proprietà in
senso pubblico. Questo era tratto caratteristico dell'esperienza giuridica medievale.
Proprietà pubblica e proprietà privata convivono: non esiste solo quella privata e non
esiste solo quella pubblica (il patrimonio dello stato). La famiglia è contitolare di un
patrimonio pubblico assieme alle altre famiglie vicine. Si tratta di boschi, raccolti,
sottosuolo (cave).
Nella vicinia, in cui sono compresenti proprietà privata e pubblica, Marsilio scorge il
secondo momento di sviluppo della società dell'uomo che porta poi alla POLITIA.
Diversamente dal villaggio, precedentemente tribù, che per Aristotele non rappresentava
(sia tribù sia villaggio) un carattere politico (essendo momenti preparatori intermedi alla
polis) per Marsilio la famiglia è un nucleo di persone che vivono in modo ordinato i
rapporti reciproci. Egli ravvisa una certa armonia nella famiglia, o nelle famiglie. Nella
vicinia invece Marsilio rintraccia momenti conflittuali e di lotta. I rapporti sociali sono
segnati da contese e discordie. Questo è evidente già nella vicinia, e non lo sarà solamente
nella politia.
Il processo di evoluzione della socialità umana ricostruito da Aristotele, è ordinato e
pacifico.
Il processo ricostruito da Marsilio invece è segnato da una visione pessimistica dell'uomo
il quale dopo il superamento dell'esperienza della famiglia, passando oltre la famiglia e
all'esterno di essa,è già preda di egoismi, tende a rimarcare i propri interessi.
Precisazione: per Aristotele nella polis ci sono conflitti, per Marsilio ci sono conflitti nella
politia.
L'uomo raggiunge la sua perfezione, dopo la vicinia, in quella che Marsilio definisce
come politia.

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Quando Marsilio parla di politia egli può intendere variamente il comune o il regno.
Egli, come già detto, ebbe diretta testimonianza di queste due esperienze politiche.
Esperienza del comune, in quanto nato a Padova. Esperienza del regno, in quanto ha
vissuto in Francia.

La polis rappresentava l'esito finale dello sviluppo della socialità dell'uomo in quanto
organismo dotato di autosufficienza. Anche Marsilio parla di organismo "sibi sufficiens"
ovvero "per sé sufficiente". MA dobbiamo distinguere. MENTRE Aristotele ritevena che
comunque il fine ultimo della vita dell'uomo, che va intesa come vita piena e nella quale
si devono sviluppare tutte le potenzialità, ha carattere contemplativo e conoscitivo, PER
MARSILIO il fine della politia, sia essa considerata come Comune o come Regno, è
invece il benessere: benessere innanzi tutto di tipo materiale.
Registriamo in ciò uno "scivolamento" di Marsilio rispetto alla dottrina aristotelica.
Il benessere identificato da Marsilio è innanzi tutto materiale. Il benessere materiale non
era estraneo alla concezione di Aristotele: secondo Aristotele questo non esauriva la
totalità dei bisogni dell'uomo.
Per Marsilio il fine della vita NON È UN FINE CONTEMPLATIVO (conoscenza
all'interno della polis). In questo aspetto Dante Alighieri è molto più vicino ad Aristotele,
di quanto non lo sia Marsilio che dichiara esplicitamente di voler essere colui che
prosegue la riflessione politica aristotelica. Citiamo qui Dante pensando al suo "Fatti non
foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e conoscenza".
Il fine è leggermente più basso a livello assiologico, nella concezione di Marsilio.

La politia è articolata in varie partes (scorsa lezione). Tre partes sono legate alla
produzione dei beni, e altre tre sono rivolte alla produzione di servizi.
Produzione di servizi PER LA COMUNITÀ: Milizia, Sacerdoti (Clero), Pars Principans.

Marsilio presenta una particolare concezione della legge e del governo. La Pars
Principans, ovvero il governo (organo avente potere esecutivo e giudiziario) non è
concepita da Marsilio come lo stato nella sua interezza. ANCHE QUI ELEMENTI DI
NOVITÀ. Fino ad ora abbiamo sempre detto che solo da un certo punto in avanti esiste
la distinzione forma di stato/forma di governo. In questo caso, Marsilio introduce una
novità verso la direzione che porterà a distinguere tra forme di stato e governo.
Il governo non è lo stato, è solo una sua parte.

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Marsilio equipara il governo al cuore pulsante dell'uomo. Così come, anche


inconsciamente, il cuore pulsa costantemente, ugualmente accade per il governo, che
esercita costantemente la propria funzione. Se la funzione governativa venisse interrotta,
così come l'uomo muore se il cuore cessa di pulsare, anche lo stato cesserebbe di vivere.
Dunque pur essendo una parte accanto alle altre, il governo ha una funzione
notevolmente più importante.
L'attività di governo è attività che si avvale dell'uso della forza. Il governo raggiunge i
suoi fini (ovvero governare lo stato nella sua complessità e interezza) emanando una fitta
serie di comandi la cui obbedienza è garantita dalla minaccia dell'uso della forza. I
cittadini ubbidiscono ANCHE PER PAURA DELLA PUNIZIONE (non solo, ma
comunque anche). Senza l'uso della forza, per Marsilio, la pace e l'ordine, condizioni
necessarie per il benessere materiale dei cittadini, non sarebbero possibili. Se i cittadini
fossero lasciati a sé stessi e dunque se non intervenisse come evoluzione della socialità la
politia restando fermi alla vicinia, essi cittadini si sbranerebbero tra loro,
tendenzialmente. La tranquillità è assicurata proprio dall'uso della forza da parte della
pars principans.

La forza della quale si avvale il governo per esercitare la propria funzione, da quale fonte
proviene?
Secondo Marsilio la forza non può essere altro che quella che proviene da quanti
appartengono all'organismo politico: la forza dello stato è formata dalla forza stessa dei
cittadini che lo compongono. Il problema è come si possa trasformare la forza dei singoli
(la forza di cui ciascun uomo membro dello stato è dotato) in forza della Pars Principans.
Questo è un problema che appassiona gli studiosi di Marsilio. L'uso della forza, per
Marsilio, riguarda qualsiasi attività umana, non solo la milizia, ovvero i soldati che
materialmente difendono lo stato e mantengono l'ordine, ma chiunque svolga una
qualche attività. Anche il contadino lavorando il suo campo esercita forza. Così per le
altre attività, chi più chi meno.
Il problema teorico è capire come passare dalla titolarità della forza in capo al singolo alla
titolarità dell'uso della forza in capo al governo. Il problema/questione che si apre è
delicata. Marsilio, che ricordiamo riprende le teorie aristoteliche, potrebbe essere
considerato come uno che introduce fermenti di tipo contrattualistico dell'esperienza
politica e una concezione dell'origine del potere politico che invece presenta un carattere
di naturalità, in base alla dottrina aristotelica.

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Secondo Marsilio l'uomo accede alla vita politica gradualmente/lentamente, non da un


momento all'altro, così come è stata lenta la formazione storica che ha portato
all'affermarsi della politia. Lo stato, quando nasce LENTAMENTE ma comunque
NATURALMENTE, riceve dai consociati la forza necessaria per funzionare, senza la
quale il governo non potrebbe adempiere alla funzione che gli è riservata.
Se lo stato viene pensato come organismo naturale, come parrebbe possibile fare sulla
base dei suoi testi, nasce come organismo al quale i cittadini conferiscono, senza alcuna
necessità che intervenga patto tra loro o tra loro e governo, la forza necessaria. Così come
si potrebbe dire che non è necessario un contratto genitori-figli affinché i genitori
educhino e allevino i figli, allo stesso modo i cittadini affidano allo stato l'esercizio/l'uso
della forza per una via che potremo, secondo questa ottica, definire naturale, e non
pattizia o convenzionale.
Si diceva che per svolgere ciascuna attività pratica, sia essa funzionale alla produzione di
beni o servizi, è richiesto l'uso di una certa quantità di forza. Ogni uomo ha una certa
quantità di forza fisica: tratterrà per sé quella forza fisica che gli è necessaria per compiere
le attività legate al suo ruolo sociale, e riserverà ovvero "passerà" allo stato tutta la forza
restante (che gli resta dopo aver praticato le sue attività). Il cittadino non può cedere
tutta la propria forza allo stato, dato che altrimenti non potrebbe praticare tutte quelle
attività che invece sono NECESSARIE all'esistenza dello stato stesso.
Stato va inteso come pars principans. (A volte si intende invece nel suo complesso).
Fatta in forma algebrica la somma della forza che ciascuno tiene per sé e quella che
ciascuno "passa" allo stato, non resta nulla allo stato inteso come Pars Principans non
resta più nulla. Questa circostanza, cioè la confluenza di tutta la forza in capo allo stato,
Pars Principans, che ha lo scopo di consentire il benessere di tutti i cittadini, una vita
diffusamente agiata, segnala che NON RIMANE ALTRA FORZA, DA NESSUNA
PARTE.
QUESTO È ASPETTO IMPORTANTE: poiché tutta la forza residua (tutta la porzione
eccedente a quella necessaria per svolgere la propria attività da parte dei cittadini) VA IN
CAPO ALLA PARS PRINCIPANS, nessun altro potere è possibile che esista nello stato.
Tenendo conto dei rapporti chiesa-impero che caratterizzavano quell'epoca storica,
questa tesi originale stabilisce inevitabilmente il PRIMATO del potere temporale su
quello detto potere spirituale.

Vi è poi un'altra questione: lo stato, composto di 6 parti, è dotato comunque di un


carattere unitario. Lo stato, regno, comune, in ogni caso la politia, è dotato di una

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personalità propria: ha personalità giuridica (la teoria della persona giuridica era già a
quell'epoca tutta costruita, essendo stata elaborata da Innocenzo IV).
Il momento unitario dello stato, per Marsilio, sta non tanto nella funzione di governo,
ma piuttosto nel momento legislativo (momento di approvazione della legge).
Il momento unitario sta nell'atto legislativo perchè la legge è emanata dal popolo nella
sua interezza. Tutte le parti che formano lo stato concorrono a formare la noma giuridica.
Lo stato, che Marsilio intende come Universitas Civium ovvero "moltitudine dei
cittadini", detiene il potere di fare le leggi. Questa è una sorta di propensione
democratica, come si diceva la scorsa lezione.
L'Universitas Civium, o la sua Valentior Pars, esprime la legge e rappresenta cioè il
momento unitario dello stato.
Marsilio parla indifferentemente di Universitas Civium e della sua Valentior Pars (o
Savior Pars, da savio=saggio). Ci si chiedeva come fosse possibile usare entrambe le
ipotesi. Entrambe le ipotesi sono considerate accettabili da Marsilio. La giustificazione di
questa affermazione in punto teorico è legata ancora una volta alla conoscenza della realtà
politica medievale da parte di Marsilio, ovvero la pratica politica tipica dell'età di mezzo
tipica dei Comuni. È chiaro che non è la stessa cosa parlare dell'Universitas Civium o
affermare che le leggi sono approvate dalla sua parte più saggia/sapiente/importante
(Valentior Pars). Marsilio tra l'altro non specifica chi dovrebbe far parte della Valentior
Pars, e dunque non dice chi sono i più saggi.
A questo riguardo bisogna far riferimento all'esperienza politica COMUNALE che
prima di evolversi in signoria conosceva delle pratiche deliberative di tipo
DEMOCRATICO. Si trattava nei comuni più piccoli e di campagna, di forme di
DEMOCRAZIA DIRETTA. Quindi in questo caso l'Universitas Civium concorreva a
formare le leggi. MA nelle realtà politiche più ampie, i comuni più grandi e complessi
attivavano procedure che non esprimevano forme di democrazia diretta. Queste
procedure sono state riprese in forma spontanea, dunque non coattata, da tecniche
organizzative che si praticavano nelle abbazie o nei grandi conventi. In questo caso le
attività organizzative del comune, in particolare l'attività legislativa, si basavano sulla
volontà della maggioranza dei cittadini e non dell'Universitas Civium. Infatti nei
conventi e nelle abbazie succedeva che il priore o l'abate, quando doveva assumere
qualche decisione, radunava i propri confratelli e dialogava con loro. Infine assumeva la
decisione condivisa dalla maggioranza dei convenuti. Questa pratica di considerare
propria di tutto il convento/abbazia la scelta condivisa dalla maggioranza (e non la
totalità) viene SPONTANEAMENTE RIPRESA all'interno dei comuni. Dunque nei

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comuni vi erano organi con valore RAPPRESENTATIVO, modernamente


rappresentativo potremmo dire.

Dopo pausa.

Diciamo, d'accordo con la verità e l'opinione di Aristotele nella Politica, Libro 3°,
Capitolo 6°, che il legislatore, o la causa prima ed efficiente della legge è il popolo - o
l'intero corpo dei cittadini o la sua parte prevalente, mediante la sua scelta/volontà
espressa con le parole nell'assemblea generale dei cittadini, <questo è tratto da Defensor
Pacis, capitolo 12°, numero > che comanda che qualcosa sia fatto o non fatto nei riguardi
degli atti civili umani sotto la minaccia di una pena o punizione temporale.
Con il termine "parte prevalente" intendo prendere in considerazione non solo la
quantità ma anche la qualità delle persone in quella comunità per la quale viene istituita
una legge, e su detto corpo dei cittadini o sua parte prevalente è appunto il legislatore, sia
che faccia la legge da sé o invece ne attribuisca la funzione a qualche persona o persone,
le quali però non sono né possono essere legislatore in senso assoluto, ma lo sono invece
solo in senso relativo e per un periodo di tempo particolare ...

L'assemblea generale dei cittadini, o la sua Pars Valentior, mediante la sua scelta o volontà
comanda che qualcosa sia fatto o non fatto sotto minaccia di una pena o punizione
TEMPORALE. Il problema se vi sia o non vi sia contrasto tra questi aspetti è un
problema che pare non essere proprio di Marsilio. Potremo giustificare le sue
affermazioni ricorrendo alla pratica democratica dei comuni, che riprendeva i modelli
organizzativi di conventi e abbazie: le decisioni erano prese a maggioranza e non si poteva
raccogliere l'intera Universitas Civium nelle decisioni, i cittadini erano troppi. In certi
casi nei conventi le decisioni erano prese dal priore/abate in rappresentanza di tutti.
Quindi il complesso dei frati - universitas dei frati - era concepito come un tutto unico,
come una persona finta - ficta in latino - e in nome di questa unità dei frati, l'abate
poteva assumere le decisioni.

Dunque le decisioni che il capo assume, sono assunte in ragione del fatto che il capo,
colui che è vertice, rappresenta l'unità nel suo complesso. Per cui il numero dei
componenti della Pars Valentior non è rilevante: possono essere tanti, pochi, uno solo. Se
anche la Valentio Pars fosse composta da un solo uomo, egli rappresenta l'Universitas
Civium, e dunque agirebbe in nome dell'unità dell'intero del quale è capo.

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Marsilio fa anche una interessante notazione riguardo alla capacità dei singoli cittadini di
giudicare una legge come buona o meno, e dunque per esteso alla capacità di essere
legislatori.
Egli scrive: "Di fronte alla questione se la maggior parte degli uomini può arrivare alla
conoscenza del vero, bisogna distinguere l'individuo dalla collettività". Bisogna capire
perchè l'universitas civium, o la sua valentior pars, può approvare una legge. Riprende
"ma dire che il singolo è in grado di aver perfetta conoscenza è falso: a fatica vi riescono
uno o pochi". Come dice Seneca l'uomo buono e perfetto è come la fenice che rinasce
ogni 500 anni. Ma se vogliamo risolvere la questione in senso collettivo, diremo che nella
maggior parte degli uomini insieme riuniti la filosofia diventa perfetta scienza e tutti
pervengono collettivamente alla verità, perchè l'uno ne ha una parte e l'uno ne ha
un'altra, e così via. L'inclinazione naturale alla verità non è mai inattiva nella specie
umana".
DUNQUE Il legislatore può emanare la legge in quanto è il capo e dunque rappresenta
l'unità, e quindi ha conoscenza superiore agli altri in quanto prevalente rispetto ai singoli,
ma i singoli nel loro complesso, i quali svolgono varie attività (commercianti, mercanti,
finanzieri, artigiani...) che competenze hanno per votare la legge? Le dottrine anti
democratiche ritengono che non tutti gli uomini siano dotati della capacità necessaria di
distinguere il buono dal meno buono e di essere capaci di votare le leggi. Per Marsilio ciò
è possibile da parte dell'universitas civium (o valentior pars) perchè insieme gli uomini
sono in grado di conoscere la verità molto meglio che non da soli. Gli uni assieme agli
altri possono pervenire all'identificazione di ciò che è bene. Tuttavia, il fatto che il
legislatore che rappresenta il momento unitario dello stato possa essere costituito da tutti
i cittadini o dalla parte più rilevante, ha a che fare con la considerazione che secondo
Marsilio (e gli uomini dell'età di mezzo), ciò che riguarda tutti deve essere approvato da
tutti e che le norme devono essere tese alla realizzazione del benessere di tutti i consociati
e dunque hanno come oggetto la vita di tutti i cittadini. Questi cittadini devono essere
variamente coinvolti nell'approvazione della legge, anche perché la legge sarà meglio
identificata se insieme ci si confronta e si decide (anche se non tutti sono a decidere, ma i
più saggi). Anche questo è un chiaro riflesso alla realtà politica del tempo.
Da segnalare è questo: anche nell'età di mezzo le norme approvate dal consiglio, dalle
assemblee o da colui che rappresenta l'universitas civium, avevano per lo più un carattere
di tipo consuetudinario. La legislazione positiva emanata direttamente dal consiglio o da
tutto il popolo era parte residuale delle normative. La legge la cui fonte è stata la
consuetudine, veniva riconosciuta AUTOREVOLMENTE come legge e

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DIFFICILMENTE si dubitava della sua bontà. L'attività di normazione vera e propria


era attività svolta solo sporadicamente, solo quando cioè le circostanze rendevano
necessario un intervento integrativo del complesso di norme consuetudinarie che già
disciplinavano i rapporti tra cittadini. Le leggi dunque erano poche. Per questo, quando
le si doveva approvare esse venivano approvate dopo essere state preventivamente
preparate da un gruppo ristretto. Anche quando legiferava il popolo nella sua interezza,
benché il popolo nella sua interezza sia in grado di giungere alla verità in maniera più
sicura rispetto al singolo, se tutti i membri del popolo avessero dovuto discutere su quale
legge considerare migliore, il tempo che sarebbe stato richiesto loro non sarebbe stato
funzionale alla vita dello stato.
In altre parole, se l'universitas civium di un comune abbastanza grande comincia a
discutere su quale sia il modo migliore per disciplinare una determinata circostanza, le
discussioni avrebbero preso troppo tempo, distogliendo a lungo i singoli cittadini dallo
svolgere le funzioni di cui ciascuno è NECESSARIAMENTE esecutore affinché sia
garantita una vita agiata per tutti nello stato. In questi casi vi è una sorta di organismo
intermedio, piccoli consigli, che istruisce la pratica, identifica le varie leggi, preparandole.
Nel caso in cui debba votare poi tutta la collettività ovvero tutti i cittadini, costoro
votano e possono essere considerati il legislatore, senza che venga turbato l'andamento
dello stato, perchè essi si esprimono nelle proposte di legge preventivamente preparate da
altri.
Dopo che alcuni prudentes (UOMINI PRUDENTI), <la prudenza caratterizza tutta la
Politica di Aristotele> hanno preparato le proposte di legge, queste leggi possono essere
sottoposte al vaglio del popolo. In tal modo si riesce a giungere al popolo come
legislatore senza che tuttavia esso sia distolto dall'esercitare la propria funzione (necessaria
per l'esistenza dello stato - il contadino dietro alla terra, l'artigiano alle sue opere, ecc).
Questa possibilità appena citata viene ripresa da Marsilio non tanto sulla base della vita
del tempo ma piuttosto considerando la pratica repubblicana romana, dove i comizi
popolari venivano convocati per approvare le leggi che il Senato aveva identificato e
preparato per poi sottoporle ad approvazione.
Certo, sempre per Marsilio il momento più rilevante della funzione legislativa è esercitato
direttamente dal popolo: SE UN DISEGNO DI LEGGE NON PIACE AL POPOLO
NON DIVENTA LEGGE DELLO STATO.

Dopo che la legge è stata approvata, e dunque considerata come buona, è necessario che
sia ubbidita dal cittadino: aspetto della EFFETTIVITÀ DELLA LEGGE. Non basta che

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una norma sia validamente posta (approvata secondo le procedure previste). La norma
deve essere anche efficace. Se la norma è stata posta ma non viene rispettata essa non ha
valore, non riuscendo a intervenire nella vita dei consociati.
Se la legge è stata approvata secondo le modalità tipiche, secondo Marsilio la legge molto
facilmente diventa efficace: infatti se essa è stata emanata nelle forme opportune secondo
il principio democratico, la legge ha una efficacia di tipo psicologico. In altre parole
coloro che debbono ubbidire alla legge sono gli stessi che hanno contribuito ad
approvarla: dunque psicologicamente sono portati a rispettare la legge, proprio perchè
essi stessi sono stati coinvolti nel meccanismo di formazione della legge stessa.
La legge è un comando coattivo garantito dalla forza, per Marsilio. È comando diretto a
corpo sociale, munito di sanzione (o della minaccia della sanzione). La legge è presentata
come atto di volontà, il quale si impone con la forza. A questo atto di volontà può o
meno corrispondere anche un atto della razionalità che individui come buona o giusta
una determinata disposizione.
Il problema della giustizia o meno della legge è un problema quasi insussistente nella
teoria giuridica di Marsilio, è quasi un problema di poco conto per certi versi. Il fatto che
Marsilio individui le procedure democratiche per approvare una legge, assicura che il
popolo ubbidirà alla legge stessa, e assicura che il popolo dunque considererà giuste
quelle leggi, ovvero atti di volontà che saranno fatti valere mediante l'uso della forza.
Il disubbidire alla norma, alla approvazione della quale si è contribuito secondo modalità
di tipo consuetudinario per la Polis o in modalità deliberative, significa disubbidire a sé
stessi.
Così, in questo modo si ha garanzia dell'efficacia e dell'effettività delle norme, che
saranno ubbidite dai cittadini senza che essi si preoccupino di esprimere giudizio di
giustizia o ingiustizia inerente al contenuto delle norma stesse.
Mentre il legislatore è il corpo sociale nel suo complesso e nella sua unità, il potere
politico e il potere giudiziario vengono esercitati dalla PARS PRINCIPANS.
In questa epoca inizia a diffondersi il principio per cui la funzione legislativa e la
funzione esecutiva vadano distinte.
Dunque sono necessari DUE POTERI DISTINTI, due organi distinti, in modo che le
funzioni rimangano divise. Il potere legislativo spetta al popolo che lo esercita secondo le
modalità previste, nella forma della democrazia diretta o rappresentativa. Il potere
esecutivo e quello giudiziario in senso lato, viene conferito ad un organo diverso: la PARS
PRINCIPANS. Esaurita l'approvazione delle leggi il popolo torna alle proprie funzioni
(che riconducono alle famose 6 parti necessarie dello stato).

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Dopo che la legge è stata approvata è necessario che la stessa sia applicata: l'applicazione
della legge è simile a quanto accade nell'uomo con il cuore. Secondo Marsilio si tratta di
una soluzione, quella della divisione delle funzioni (che ancora non è la divisione dei
poteri), legata al buon senso. L'attività legislativa può e deve essere svolta solo in
momenti ben identificati nel corso dell'anno, previa convocazione dell'assemblea che
raccoglie i cittadini (o tutti o in numero rappresentativo). Poi, dopo l'approvazione
l'assemblea si scioglie. Non potrebbe essere diversamente: se colui che legifera dovesse
anche applicare la legge, se lo stesso rogano dunque esercitasse potere legislativo ed
esecutivo, lo stato COLLASSEREBBE. Se il legislatore, da universitas civium, detenesse
anche il potere esecutivo lo stato non potrebbe mantenere la sua vita. LE PARTES NON
POTREBBERO PIÙ SVOLGERE IL PROPRIO RUOLO.

Solo poche dunque saranno le norme, solo raramente si riunisce l'assemblea dei cittadini
e poi ciascuno torna alla propria occupazione MA lo stato stesso può funzionare solo se la
legge viene fatta rispettare COSTANTEMENTE.
Questo "costantemente" rende necessario il fatto che l'organo di governo agisca
durevolmente, per tutto l'anno e per tutti i giorni dell'anno.
Secondo Marsilio quasi sicuramente il potere esecutivo tende ad applicare la legge senza
distorcere la volontà del legislatore: questo perchè il potere esecutivo, anche esso, è di
elezione popolare. Il vertice del governo/la pars principans/ il vertice della pars principans
può essere ricoperto da una o più persone che, secondo certe modalità, sono espressione
della volontà popolare. La pars principans rimane sotto il controllo del popolo. Nel senso
che se il governo/pars principans si discostasse dall'eseguire fedelmente le leggi approvate,
il popolo ha il potere di REVOCARE I SUOI GOVERNANTI. Anche qui le
giustificazioni sono legate all'esperienza comunale, dove il potere esecutivo era esercitato
per delega da parte del popolo. Era dunque un potere, quello esecutivo, che era
caratterizzato da una sorta di investitura popolare MA non solo l'esperienza comunale
giustifica queste considerazioni. Anche l'elezione dell'imperatore va citata in merito.
L'elezione dell'imperatore è dovuta alla dieta, che riunisce i principi (o esponenti della
nobiltà) i quali individuano il soggetto che dovrà ricoprire il ruolo imperiale. I principi
elettori, nobili laici o ecclesiastici, da Marsilio sono interpretati come
RAPPRESENTANTI NATURALI della volontà popolare. La concezione del ruolo della
nobiltà feudale di quel tempo era che la nobiltà fosse espressione della volontà popolare.
Il ceto nobiliare è considerato ceto che svolge funzione di mediazione tra popolo e il
vertice dello stato (in questo caso vertice dell'impero). C'è una sorta di slittamento nella

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politica di Marsilio, tra una concezione di tipo democratico (di cui abbiamo parlato fino
ad ora) ad una che prelude a posizioni di tipo assolutistico, dove la figura dell'imperatore
viene per così dire assolutizzata. L'imperatore diventa una sorta di sommo magistrato,
supremo magistrato, che regola le sorti del mondo sulla base di una elezione che, secondo
tali teorie, ha la sua fonte ultima nel popolo (magari il popolo non sa nemmeno chi sia
l'imperatore!).
L'imperatore acquisisce ruolo sempre più importante nell'ottica di Marsilio.
L'imperatore esercita la forza e quindi in quanto colui che rappresenta il potere esecutivo,
deve accertare se una certa norma è stata trasgredita e quindi se una sanzione debba essere
combinata. Egli inoltre deve stabilire quale sanzione debba essere erogata.
Questa attenzione/accento sulla figura dell'imperatore, è contrastante per certi versi con
altri elementi della sua teoria politica, caratterizzata da elementi democratici che più
coerentemente riprendevano la pratica della rotazione delle cariche tipica dell'età
medievale (pensa a Dante, priore di Firenze). La durata delle cariche era circa 1 anno.
Questo consentiva al potere di non assolutizzarsi.
Diversamente, l'accento posto sulla figura dell'imperatore che, dopo essere stato eletto
mantiene a vita il suo incarico, implica uno scivolamento verso posizioni di tipo
assolutistico.
Nella seconda dictio, ovvero nel secondo discorso, Marsilio si occupa del ruolo della
chiesa nello stato. Egli esamina i rapporti tra chiesa e impero. Come già anticipato,
secondo Marsilio, esercitare il potere significa esercitare un comando munito di sanzione
e dunque sancito dalla forza/pena. Esercizio del potere richiede necessariamente l'uso
della forza. Ma se, come detto prima, dopo che la forza è stata distribuita non ne rimane
più, non si può pensare che la Chiesa sia depositaria di un qualche uso della forza.
Dunque la Chiesa non detiene alcun potere. Ciò significa che il pontefice non può
scomunicare l'imperatore e che l'imperatore ha possibilità di intervenire nella vita della
chiesa. A questo riguardo è necessario far riferimento alla ecclesiologia di Marsilio.
Secondo Marsilio, la Chiesa, ovvero la ECCLESIA, è l'assemblea dei fedeli ovvero
uomini che condividono la stessa fede. All'interno della Chiesa, i sacerdoti svolgono un
ruolo di mediazione tra il popolo (i singoli) e la divinità. Essi si occupano
prevalentemente della predicazione, del guidare i fedeli e della pratica del culto.
Il compito della Chiesa, considerata come INSIEME DI FEDELI, è per Marsilio quello
di riproporre il modello di vita seguito da Cristo, continuando l'insegnamento che egli
aveva predicato. Bisogna capire quali sono i dettami della predicazione di Cristo che

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hanno rilevanza secondo Marsilio. E poi che rapporto c'è tra Chiesa e Stato nella sua
interezza?
La parola "chiesa" è traslitterazione del vocabolo greco "ecclesia" che significa assemblea.
La versione latina, o per lo meno una delle versioni, di "ecclesia" è la parola "universitas".
Sulla base di ciò Marsilio identifica la Chiesa come associazione di uomini che
partecipano di una stessa fede, in questo caso Chiesa cattolica e dunque fede in Gesù
Cristo.
Alla Chiesa si appartiene per libera adesione, con il battesimo. La Chiesa non è dunque
altro se non l'insieme di quanti credono in Cristo.
Il problema che ci poniamo sono i rapporti tra chiesa e regnum (ovvero stato, ovvero
politia) e dunque i rapporti che secondo Marsilio dovrebbero riguardare potere spirituale
e potere temporale.

Il Clero, ovvero i sacerdoti, è una delle sei parti necessarie per l'esistenza dello Stato. Il
sacerdote dunque svolge una funzione necessaria alla vita dello stato stesso.
Il Sacerdozio/Clero rappresenta una delle sei parti e dunque i sacerdoti e la vita di fede
non sono eliminabili dall'interno dello stato (dunque anche secondo Marsilio non sono
eliminabili dall'interno dello stato).
Marsilio ritiene che la chiesa in quanto assemblea di fedeli, unità di fedeli, Universitas
Fidelium, non sia o non abbia/non detenga alcun potere. Tutta la forza presente nel
corpo sociale è già stata utilizzata e non ne rimane altra, dopo che ciascuno ha tenuto la
porzione necessaria per svolgere le funzioni "vitali" per lo Stato e "trasmesso" la porzione
in eccesso alla Pars Principans. La Pars Principans deve far si che le leggi dello stato siano
osservate dai cittadini, e ciò può avvenire solo grazie all'uso della forza (o la minaccia
dell'uso della forza).
Dunque non esiste più alcuna forza. Ecco che dunque non è possibile immaginare la
presenza di altri poteri all'interno dello stato. (MIO CONTRIBUTO: Ricordiamo che
per Marsilio un potere è tale solo se si avvale dell'esercizio della forza e della minaccia di
forza. La forza si è esaurita tra i cittadini e Pars Principans e non ne rimane per altri
eventuali poteri, come quello dell'Universitas Fidelium).

Quello che si pratica nella chiesa dai sacerdoti non si può configurare come un potere. I
sacerdoti rivolgono la loro attività allo scopo di disciplinare la vita dello stato stesso. Essi
hanno un compito di istruire i fedeli riguardo i contenuti della fede stessa, somministrare
i sacramenti, curare il culto, guidare i fedeli.

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In ogni caso, per quanto riguarda i sacerdoti, non si tratta dell'esercizio di un potere vero
e proprio. Innanzi tutto non è possibile sotto il profilo logico, come detto (non avanza
più forza da impiegare). Anche sotto il profilo strettamente religioso, Marsilio vuole
proporre come modello per la Chiesa quello della vita di Cristo, così come viene narrata
nei Vangeli, ed eventualmente quello della vita delle prime comunità cristiane. Ciò che i
sacerdoti devono fare è far si che i fedeli, e tener conto che questi fedeli sono
CITTADINI, apprendano l'insegnamento di Cristo e lo mettano in pratica,
PERSUADENDOLI DELLA BONTÀ DEGLI INSEGNAMENTI DI CRISTO
STESSO.

La norme orali, rintracciabili nei testi sacri del Cristianesimo, sono da intendersi come
norme legislative?
Per certi versi, alcune disposizioni, soprattutto quelle tra i dieci comandamenti, possono
essere tradotte in contenuti della norma giuridica positiva. Il non uccidere, il non rubare,
POSSONO, ANZI DEBBONO (o comunque constatiamo che così avviene per lo più)
costituire norme che, da espressione della legge divina, trovano accoglimento all'interno
del sistema giuridico dello stato.
Tuttavia, fin che il legislatore - ovvero Universitas Civium o la sua Valentior Pars - non
abbia assunto queste disposizioni tra quelle proprie dello stato, secondo procedure tipiche
del tempo (consuetudine o emanazione per deliberazione), allora esse fino a quel
momento non sono vere e proprie leggi dello Stato.
E' necessario che lo stato recepisca queste disposizioni, per farle diventare legge: se non
vengono recepite non sono leggi dello stato. Infatti, finché questi principi che
solitamente sono condivisi tra chiesa e stato (i già citati non uccidere e non rubare ad
esempio) non diventano effettivamente legge dello stato, per Marsilio, non possono
sanzionare avvalendosi della forza.
La sanzione per aver trasgredito la legge divina, ha carattere ultraterreno e non si esprime
necessariamente come una punizione mondana.
Il giudice, nel caso si trasgredisca una norma della legge divina, non è il sacerdote, ma
bensì Cristo stesso il quale, nel giudizio finale, darà premio a chi ha ubbidito e caccerà
all'Inferno i malvagi. (A giudicare dunque non è il sacerdote ma Cristo stesso, per quanto
riguarda la legge divina).
Nessuna punizione può provenire dai sacerdoti a chi trasgredisce la legge divina. I
sacerdoti diffondono la fede attraverso l'opera di predicazione che uno strumento che si
avvale della persuasione dei fedeli. Benché i vangeli ricordino Cristo che da le chiavi a

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Pietro, questo non equivale a dire che Pietro riceva e possa esercitare un potere vero e
proprio. Per Marsilio, Pietro deve dare disciplina e predicare, certificando la volontà di
Dio.
I sacerdoti sono esperti in materia teologica, e in quanto tali attestano quale sia la volontà
di Dio, e fanno in modo che essa venga accolta.
DUNQUE, PER CHIARIRE, non si parla di potere ma di attività dichiarativa da parte
dei sacerdoti.
Tra l'altro, non avrebbe senso che i cittadini fossero costretti ad aderire alla chiesa. La
conversione forzata non implica sicuramente una conversione interiore, e la conversione
interiore è necessaria per una "vera" Chiesa.
Sotto il profilo dell'ortodossia religiosa e del messaggio di Cristo, è impensabile che la
Chiesa gestisca in proprio un potere.
L'unità della fede non è un tema del quale Marsilio si disinteressa comunque. L'unità
della fede rappresenta anzi un traguardo auspicabile, ma non si deve costringere alcuno
ad aderire alla fede: deve essere scelta libera. L'unità deve derivare da un concorso
unanime dei cittadini e ugualmente libero.

Dunque, la chiesa non detiene alcun potere, i sacerdoti nemmeno. Marsilio sembrerebbe
tematizzare esplicitamente la distinzione tra potere temporale e potere spirituale (inteso
come forma dichiarativa e non come vero e proprio potere che necessita di uso della
forza), in maniera netta. Autorità sacerdotale, che ha compito di insegnamento/
educazione/disciplinamento/culto, e autorità legale sono assolutamente distinte per
Marsilio.
Tuttavia questa RADICALE SEPARAZIONE ipotetica, in realtà non è tale. Si da infatti
un problema: le due sfere di azione, dei sacerdoti da una parte e del potere politico
dall'altra, hanno lo stesso oggetto, riguardando cioè quei cittadini che sono anche
FEDELI. Infatti, nell'Europa del 1300, praticamente tutti i cittadini erano cristiani. La
presenza di ebrei e musulmani era statisticamente irrilevante. Una radicale separazione si
può avere sotto il profilo teorico in una situazione del genere, dato che sotto il profilo
pratico il cittadino è soggetto a due sfere contemporaneamente.
Il cittadino è anche un fedele in quanto cristiano. L'Universitas Civium, in altre parole,
spesso si identifica con l'Universitas Fidelium: si da una identità o una quasi totale
coincidenza tra chiesa e politia.
Questa circostanza identifica la sfera di azione della politica con quella della religione: gli
uomini sono gli stessi.

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Così come l'uomo è una figura unitaria, si presenta anche nei fatti la difficoltà di separare
in modo radicale il cittadino dal fedele.
Badare che queste argomentazioni vengono sviluppate in ordine alla Chiesa Cattolica, ma
se si trattasse ad esempio di uno stato arabo e se la maggior parte dei cittadini fosse araba,
ci sarebbe lo stesso "problema": cittadini contemporaneamente fedeli.
Un cittadino si trova contemporaneamente ad essere membro della politia e della chiesa.
E' indifferente il contenuto della fede, a questo livello.
I sacerdoti non hanno neppure un privilegio rispetto agli altri fedeli, che riguardi la
capacità di leggere e interpretare le scritture. Non è necessario che si dia una casta
sacerdotale affinché le sacre scritture possano essere lette, interpretate e capite. Il
sacerdote non svolge quindi, per Marsilio, funzione mediatrice e interpretativa della
volontà divina MA semplicemente dichiarativa, perchè ciascun uomo, in quanto essere
dotato di ragione, per quanto semplice egli sia È IN GRADO DI LEGGERE E CAPIRE
LA SACRA SCRITTURA e il messaggio evangelico. Del resto, Cristo si era rivolto a
persone che non erano necessariamente colte: pescatori, popolo. Marsilio dice: Se il
popolo era in grado di capire il messaggio di Gesù alla sua epoca, perchè ora bisogna
negare che il popolo sia in grado da solo di recepire il messaggio evangelico?
Il ruolo sacerdotale, ovvero la loro prerogativa di essere AUTENTICI INTERPRETI
DEL MESSAGGIO EVANGELICO O DELLA TEOLOGIA, non è accolto da
Marsilio: non serve gerarchia di saggi e sapienti nonché di personale specializzato, per
capire il Vangelo.
Tra l'altro, lo stesso popolo è il legislatore, nell'ottica di Marsilio. Dunque, se il popolo
nel momento dell'approvazione della legge (a sua volta preparata dai prudentes), è in
grado di identificare quale sia la legge che ha la possibilità di garantire benessere alla
politia, questo stesso popolo sarà in grado di identificare qual'è il bene e dunque il
messaggio di Cristo.

Marsilio non intende negare che una gerarchia sia necessaria, tuttavia affida ad essa un
compito dichiarativo del messaggio evangelico e una attività di disciplinamento
dell'azione sociale facendo in modo che i fedeli, contemporaneamente cittadini,
conformino il più possibile la propria condotta con le norme evangeliche. Se questo
avverrà sarà comunque funzionale al benessere dello stato nel suo complesso.
TUTTO È LEGATO ALL'UTILITÀ DELLO STATO, E DI UN BENESSERE
INTESO IN SENSO MATERIALE. Se i cittadini che sono anche fedeli, non rubano,
non commettono adulterio e dunque la famiglia rimane stabile, non uccidono, ecc.

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ALLORA anche la vita all'interno dello Stato sarà ordinata e potrà perseguire l'obiettivo
della tranquillità - TRANQUILLITAS e della pace.

Nel caso sorga controversia in materia di ortodossia religiosa, chi è deputato a risolverla?
Per Marsilio, non è che Cristo abbia conferito agli apostoli l'incarico di risolvere i
problemi riguardo la verità teologica e del messaggio religioso. Tutti i fedeli riuniti
insieme in assemblea POSSONO E DEVONO risolvere le questioni riguardanti
l'ortodossia. A questo riguardo Marsilio rinvia all'autorità del CONCILIO. Il concilio è
inteso come l'assemblea universale di tutti coloro che credono in Cristo. Non il papa
deve risolvere le questioni di fede ma il concilio, assemblea universale di tutti i fedeli.
Marsilio traspone al campo religioso l'argomentazione sviluppata nella Prima Dictio
riguardo il tema del legislatore, con una differenza: mentre l'Universitas Civium
identifica la legge più adeguata a conseguire il benessere per lo stato, la deliberazione dei
fedeli riuniti nel Concilio non ha il carattere della verità. Non si è cioè sicuri che il
concilio possa identificare una volta per tutte la verità di fede e dunque dichiarare
l'ortodossia. E' possibile, anzi accade, che le verità di fede possano essere suscettibili di
mutamento, secondo Marsilio stesso.
Il concilio ha semplicemente il compito di affermare ciò che più comunemente viene
considerato giusto in un certo periodo di tempo, e non quello di affermare di dichiarare
la verità. Provvisoria è quindi la deliberazione del concilio inteso come assemblea di tutti
i fedeli. Se successivamente un altro concilio ritenesse più conforme al dettato evangelico
un'altra disposizione, diversa da quella precedentemente approvata, può liberamente
farlo, senza alcun vincolo.
Dunque, sotto il profilo procedurale, l'Universitas Civium a livello deliberativo nel
momento in cui approva la legge, manifesta un potere che noi identifichiamo come
legislativo che garantisce che quella norma approvata sia legge.
Ciò che invece delibera il concilio è semplicemente l'attestazione della Communis
Opinio (Opinione Comune) in ordine ad un determinato argomento/articolo di fede.
Potremmo vedere la communis opinio come "punto di vista ritenuto valido dai
più" (personale contributo).
Se qualcuno avesse riserve morali sui contenuti della decisione del Concilio, potrebbe
legittimamente disubbidire. Non solo dunque una disubbidienza estemporanea ma
giustificata dalle perplessità stesse su ciò che è stato approvato.
Comunque Marsilio auspica che tutti i cittadini aderiscano ai contenuti della fede così
come il Concilio li identifica. Infatti, se nella politia permane per lungo tempo una

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diversità di vedute in materia di fede, proprio perchè l'Universitas Fidelium coincide con
l'Universitas Civium si incrinerebbero gravemente i rapporti tra i cittadini che sono
insieme fedeli. L'incrinarsi dei rapporti tra cittadini sarebbe un grave problema, un
MALE, per la stessa politia. Nei casi più gravi c'è addirittura il rischio che lo stato giunga
a sciogliersi: quando i dissidi in materia di fede sono particolarmente rilevanti e catturano
talmente i fedeli da farli combattere l'uno contro l'altro. Questo accade per la solita
circostanza: l'identificazione tra Universitas Fidelium e Universitas Civium.
I dissidi in materia religiosa rischiano quindi di distruggere l'unità dello stato, la
compagine politica. Per Marsilio è auspicabile che si cerchi, per quanto possibile, di
assicurare l'uniformità della fede all'interno di un medesimo stato. All'interno di uno
stato, il sacerdozio/il clero avrebbe il compito di favorire il disciplinamento dei cittadini,
che è legato non alla salvezza ultraterrena (può ANCHE avere questo scopo ma non è il
principale), ma ha come obiettivo primario quello di mantenere l'unità dello stato. La
predicazione è rivolta a persuadere tutti della bontà dei contenuti della fede, del rispetto
necessario da rivolgere ad essi, e ciò è funzionale al benessere e all'unità dello stato stesso.
Rovesciando i termini, i sacerdoti hanno il compito di impedire che, per motivi religiosi,
sorgano guerre civili. La funzione disciplinare svolta dal Clero è funzione decisamente
rilevante, anche se l'azione del sacerdote è sprovvista di alcuna forza. Dunque il sacerdote
non ha alcun potere di convincere, grazia all'uso di forza, alcun cittadino ad aderire
forzatamente alle verità di fede.

Nel caso un cittadino/fedele formulasse dottrine diverse rispetto all'ortodossia, si pone il


caso dell'eresia. Vediamo che succede. Nel caso si diffonda una dottrina eretica, il
sacerdote assume, in certi limiti, il compito di esaminare la dottrina incriminata. Egli
non può però erogare alcuna sanzione di scomunicare. Il potere della scomunica
appartiene all'imperatore, alla pars principans. L'imperatore, quando viene ravvisata
l'eterodossia, punisce e reprime la stessa con la scomunica. Questo si traduce con
l'allontanamento dalla società dei fedeli che hanno diffuso l'eresia. Ciò coincide, per la
solita coincidenza Universitas Civium-Universitas Fidelium, con l'allontanamento
dall'Universitas Civium. Lo stato, la persona dell'imperatore/pars principans, interviene
in materia religiosa dunque e lo fa in vista dell'unità dello stato stesso.
La chiesa non può intervenire con strumenti coattivi propri, nel caso dell'eresia. Può
intervenire direttamente con strumenti coattivi lo stato, quando ritiene che l'eresia sia
insidia per la vita dello stato stesso.

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Altieri Gianmarco ! Storia delle Dottrine Politiche - Prof.ssa Ferronato ! Estratto: Marsilio da Padova

Il potere della scomunica, che tradizionalmente spettava al pontefice, non spetta al papa
ma all'imperatore, in quanto espellere qualcuno dalla comunità dei fedeli significa
espellerlo contemporaneamente dalla comunità dei cittadini.
Sulla base di queste concezioni ecclesiologiche e politiche, Marsilio consiglia a Ludovico
il Bavaro di scomunicare a sua volta il papa e sostituirlo con un antipapa.
Il papa, per Marsilio, non può scomunicare l'imperatore. Quindi l'azione del papa che
scomunica l'imperatore è illegittima. Non può assolutamente darsi: è inefficace.
L'eventuale scomunica da parte del pontefice sull'imperatore non ha alcun valore. Non
solo la scomunica da parte del papa non ha alcun valore ma addirittura può essere
considerata come SOVVERSIVA e dunque da punire - suscettibile di condanna e
punizione.

L'imperatore ha un potere anche nei confronti del concilio: il concilio generale della
chiesa, che discute per decisioni provvisorie sulla fede, non ha il potere di auto
convocarsi. Ogni decisione riguardante la materia della fede ha risvolti politici: dunque
qualsiasi decisione potenzialmente può spaccare lo stato. Se alla corte dell'imperatore
giungono notizie del diffondersi di dottrine non conformi all'ortodossia e se l'imperatore
ritiene che queste dottrine mettano a rischio l'incolumità dell'impero, allora egli, A SUA
DISCREZIONE, decide di convocare un collegio di teologi e esperti per chiedere loro
consiglio (può accadere che gli esperti siano gli stessi sacerdoti). Se questo gruppo di
esperti ritiene che l'opinione che si sta diffondendo sia eterodossa e al tempo dannosa per
l'unità dello stato, l'imperatore deve irrogare il provvedimento della scomunica nei
confronti di coloro che diffondono l'eterodossia. Questo provvedimento ha significato di
ESCLUDERE IMMEDIATAMENTE DALLA CITTADINANZA IL FEDELE CHE
DIFFONDE DOTTRINE ETERODOSSE O ERETICHE.

Il problema della libertà di fede non è per Marsilio un vero problema: ciò che lo
preoccupa è l'UNITÀ DELLA COMPAGINE POLITICA, che viene seriamente messa
in pericolo dalla diffusione di dottrine eterodosse. Il problema della verità di fede è un
problema su cui soffermarsi proprio per il rischio che esso comporta nei confronti
dell'unità dello stato. Il problema della verità di fede dunque potenzialmente si trasforma
in problema politico, e sotto quel profilo è necessario che la questione possa essere sciolta
e risolta.
Tutto questo potere che Marsilio riconosce all'imperatore ha il significato di accentuare
l'aspetto assolutistico del potere imperiale. nel passaggio dalla prima dictio, in cui

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avevamo visto elementi di democrazia, alla seconda dictio si concretizza anche uno
scivolamento (inconsapevole o consapevole) verso l'assolutismo e il rafforzamento della
figura dell'imperatore a scapito dell'Universitas Civium.
L'imperatore, per quanto attiene alle questioni religiose (di cui si parla nella Seconda
Dictio) ha il POTERE ULTIMO. In quanto tale, in quanto potere di ultima istanza, si
configura come POTERE ASSOLUTO. Ciò significa che colui che esercita il potere lo fa
da solo, e che non esiste alcun sindacato superiore all'imperatore stesso, che possa
censurare la sua attività.
Sotto profilo della organizzazione istituzionale, il passaggio da prima a seconda dictio
determina passaggio da visione democratica a visione assolutistica tenendo presente che
l'obiettivo di Marsilio è far in modo che lo stato sia un organismo, istituzione efficiente
in grado di assicurare benessere materiale a tutti i cittadini. Il contenimento dell'azione
della chiesa ha sempre l'intento di salvaguardare l'autonomia dello stato stesso e nel
contempo salvare l'impero dalla malattia che Aristotele non aveva conosciuto.
Proprio per salvare lo stato da quella pestilenza, Marsilio nel secondo discorso -
SECONDA DICTIO identifica come rimedio atto a far si che la chiesa non eserciti nei
fatti alcun potere, rafforza il potere dell'imperatore, SCIVOLANDO VERSO UNA
CONCEZIONE DI ECCLESIOLOGIA POLITICA.

Nell'opera che Marsilio compone qualche anno dopo (e prima di morire), intitolata
Defensor Minor, egli accentua ulteriormente la prospettiva assolutistica, prefigurando
concezioni che solo di lì a qualche secolo saranno introdotte consapevolmente nella
riflessione politica e sempre finalizzate a MANTENERE L'UNITÀ DELLA
COMPAGINE POLITICA STESSA. Così come accadrà in Francia nel 500 le guerre
mineranno l'unità della monarchia francese rischiando di comprometterla e alcuni autori
proporranno l'unità religiosa, COSÌ FA Marsilio.
Quando in epoca medievale si parla di concezioni di tipo assolutistico, va tenuto presente
che nel Medioevo per lo più è diffusa la concezione della superiorità della legge e del
governo della legge. Dunque, eccezionalmente l'imperatore è considerato come una
figura al di sopra della legge stessa.
L'assolutismo vero e proprio viene pensato da omas Hobbes come subordinazione
rispetto alla legge: concezione molto lontana rispetto a quelle del Medioevo.

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