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Filippo Maria Leonardi

APPROCCIO GEOMETRICO
ALLA FONOSEMANTICA
01.07.2013

Il fonosimbolismo (in inglese sound symbolism) è un


fenomeno linguistico che consiste in un rapporto di analogia tra
la forma sonora delle parole e i significati che esse veicolano. In
tal senso costituisce una forma di iconismo fonologico.
Nell’antichità il fonosimbolismo è stato considerato come
un principio formativo delle lingue, tant’è che alla composizione
sonora delle parole veniva attribuito un valore etimologico. La
linguistica moderna invece ritiene il fonosimbolismo un
fenomeno marginale e non indispensabile ai fini della
comunicazione verbale, la quale si fonda prevalentemente
sull’arbitrarietà del segno, cioè su un rapporto puramente
convenzionale di corrispondenza tra significante e significato. Ne
riconosce l’esistenza ma non ne spiega le cause in modo
approfondito, né si cura delle sue implicazioni ad esclusione
dell’ambito letterario, dove in ogni caso è trattato come un
semplice espediente retorico.
La fonosemantica è la branca della linguistica che studia
le cause del fonosimbolismo e le sue applicazioni nella
comunicazione verbale. Questa definizione che ne diamo,
dichiara l’intento di restituire al fonosimbolismo il suo ruolo nella
formazione e trasformazione della lingua.
La questione, in ambito occidentale, risale almeno al IV
sec. a. C., quando Platone nel dialogo intitolato a Cratilo, si
chiese se il significato delle parole fosse naturale o
convenzionale, ovvero se si basasse sull’imitazione o su una
scelta arbitraria. Ne seguì una lunga disputa tra naturalisti e
convenzionalisti che si protrasse per diversi secoli. A partire dal
XVIII sec. i sostenitori dell’ipotesi naturalista focalizzarono la
loro attenzione su due fenomeni linguistici, di tipo imitativo, in
cui la forma fonetica ha un legame diretto e naturale con il
significato da essa indicato. Giambattista Vico (1730) nella
Scienza Nuova ipotizzava che il linguaggio primitivo, di tipo
naturale, fosse costituito da monosillabi di tipo onomatopeutico
e interiettivo.
Le onomatopee sono parole costruite foneticamente per
imitare un suono naturale in modo da rappresentare il medesimo
suono oppure l’azione o l’oggetto che lo ha prodotto. Le
interiezioni consistono nelle esclamazioni vocali prodotte

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dell’uomo come espressione spontanea dei diversi stati d’animo.
Quando Charles Robert Darwin propose la sua teoria
dell'evoluzione, ritenne ovvio considerare le onomatopee e le
interiezioni come i meccanismi che furono all'origine del
linguaggio umano (1871) non dubitando « che il linguaggio debba
la sua origine all'imitazione e alla modificazione dei vari suoni
naturali, delle voci di altri animali e delle grida istintive dell'uomo,
aiutato dai segni e dai gesti ». Al contrario, Max Müller (1861)
respinse l'ipotesi che l'uomo avesse cominciato a parlare per
meccanica imitazione dei suoni naturali. Anzi, volendo
ridicolarizzare questa opinione, la chiamò ironicamente teoria del
bow-wow e del pooh-pooh.
Per lungo tempo, sia i sostenitori che i detrattori
dell'ipotesi naturalista, hanno discusso unicamente sul caso
specifico delle onomatopee e delle interiezioni, trascurando
l'ipotesi di un criterio imitativo generale. Infine fu evidente che le
onomatopee e le interiezioni non hanno i requisiti sufficienti per
candidarsi come criterio universale di formazione delle parole,
poiché hanno un ambito di applicazione molto limitato,
differiscono sensibilmente da una lingua all’altra e hanno
comunque un certo grado di arbitrarietà. Così, agli inizi del XX
sec. d.C la linguistica moderna pose termine alla disputa
accettando il postulato di Ferdinand De Saussure (1922),

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secondo cui il rapporto tra il significante e il significato è
convenzionale, quindi arbitrario.
La questione sembrava dunque essersi chiusa in favore
della tesi convenzionalista, ma in realtà era stata sviata su una
falsa pista dal pregiudizio dei naturalisti di stampo illuminista ed
evoluzionista, che associavano l’origine del linguaggio allo stato
selvatico dell’uomo primitivo. Secondo la loro visuale era ovvio
considerare le onomatopee e le interiezioni come unica forma di
fonosimbolismo, trascurando il fatto che nei secoli precedenti
nessuno le avesse mai prese in considerazione. In effetti, sebbene
la questione sia scaturita dalla discussione intorno al Cratilo,
questo dialogo non parla affatto né di onomatopee, così come
oggi le intendiamo, né di interiezioni. Il valore fonosimbolico dei
singoli suoni verte piuttosto su concetti di tipo geometrico e
cinematico, quali ad esempio la grandezza, la lunghezza, il
movimento, la stasi, la sottigliezza, la levigatezza, l’interiorità, la
rotondità, etc.
Se consideriamo solo gli autori che hanno trattato in
modo esplicito del valore fonosimbolico dei singoli suoni
elementari, i più autorevoli hanno trascurato le onomatopee e le
interiezioni nelle loro considerazioni, ponendo maggiore
attenzione all’aspetto puramente iconico, cioè all’analogia dei
suoni con le immagini sotto l’aspetto della forma, del colore,
della traiettoria.

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Nel XVII sec. Marin Mersenne (1636) considera la A e la
O come adatte a significare le cose grandi, in particolare la A
come più adatta per rappresentare le cose aperte e la O per le
cose rotonde, la I per le cose piccole, la E per le cose lievi, la U
per le cose scure, la L per le cose molli e liquide, la R per le cose
aspre e dure, etc.
John Wallis (1653), elencando una serie di fonestemi,
considera il gruppo iniziale STR- come espressione della forza,
ST- della fermezza, WR- della torsione, BR- della rottura, SHR-
della contrazione, SM- della levigatezza, CL- dell’aderenza, SP-
dell’espansione, SK- della compressione violenta, etc.
Gottfried Wilhelm von Leibniz (1705), trattando dei
suoni liquidi, considera la R come espressione naturale di un
movimento violento in contrapposizione alla L che esprime
invece un movimento dolce.
Charles de Brosses (1765) considera la T come
rappresentazione della fissità, ST dell’immobilità, K e SC della
cavità, SM della diffusione, R della rapidità e della ruvidezza, FL
della fluidità, SL della scivolosità, etc.
Anche gli studi effettuati nel XX sec. su base
sperimentale, hanno trascurato le onomatopee e le interiezioni,
focalizzandosi sulle caratteristiche iconiche della forma sonora.
La maggior parte di queste ricerche non aggiungono
molto circa la casistica rispetto a quanto già espresso nel Cratilo

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ventiquattro secoli fa. Per esempio, Platone aveva già detto che la
vocale [i] esprime ciò che è sottile « τῷ δὲ αὖ ἰῶτα πρὸς τὰ
λεπτὰ πάντα, ἃ δὴ µάλιστα διὰ πάντων ἴοι ἄν ». Così pure
Jespersen (1922) ribadisce che questa vocale « serve molto spesso
a indicare ciò che è piccolo, leggero, insignificante o debole ». La
motivazione che ne dà non è psicologica, ma fisico-meccanica: il
tono alto di questa vocale è associato per ragioni acustiche
all’idea di piccolezza perché cose piccole o animali piccoli
producono suoni acuti. Analogamente l’apparato fonatorio
dell’uomo, pronunciando la vocale [i], deve spingere la lingua in
avanti e in alto, per restringere il volume della cavità della bocca e
produrre in questo modo un suono più acuto.
Un altro esempio di correlazione geometrica la troviamo
nell'esperimento ideato dallo psicologo Köhler (1929) che
dimostra l'associazione fonosimbolica della forma spigolosa e
della forma arrotondata, con i due termini inventati, "takete" e
"maluma").
Anche Jakobson (1979) prende in esame coppie di qualità
opposte di tipo visivo, come ad esempio piccolo/grande,
veloce/lento, vicino/lontano, chiaro/scuro, frastagliato/liscio,
che poi ricollega per sinestesia anche a caratteristiche sensoriali di
tipo diverso come ruvido/liscio, duro/morbido, aspro/dolce,
leggero/pesante.

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Studi ancor più recenti hanno ribadito la connessione del
fonosimbolismo con la geometria. E' cambiato solamente
l’approccio in quanto gli antichi stabilivano i valori fonosimbolici
in modo soggettivo, mentre gli studiosi moderni si affidano alla
statistica e all'analisi del suono, ma i risultati convergono quando
si basano su considerazioni di tipo geometrico-spaziale. Così,
come per Platone l'alfa e lo iota esprimono l'idea di grandezza e
piccolezza, anche di recente, seppure in modo diverso, Ohala
(1994) riscontra la stessa correlazione, cioè che « le frequenze più
alte sono associate alla piccolezza, le frequenze più basse con la
larghezza, poichè queste sono le frequenze caratteristiche emesse
rispettivamente dalle cose piccole e grandi ».
Ebbene, quando Platone prende in considerazione le
unità minime della voce, cioè i fonemi, li chiama στοιχεία vale a
dire "elementi". Ma questo stesso termine era usato per indicare
anche gli enti geometrici, tant'è che il celebre trattato di Euclide
sulla geometria, porta appunto questo nome. Indicava altresì i
principi costitutivi del mondo fisico come la terra, l'acqua, l'aria e
il fuoco, che lo stesso Platone, nel Timeo, associò a delle forme
geometriche particolari: rispettivamente il cubo, l'icosaedro,
l'ottaedro e il tetraedro.
Pertanto, fin dall'origine della questione linguistica, il
valore fonosimbolico dei fonemi risulta associato a valutazioni di
tipo geometrico. In pratica il carattere imitativo del linguaggio

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umano si basa sull'analogia di forma, stante che la forma può
essere propriamente descritta soltanto in termini geometrici, che
si tratti di una forma statica oppure cinematica, poiché anche il
movimento, se riportato lungo l'asse temporale, può essere
rappresentato come una traiettoria e quindi descritto come una
forma geometrica.
A questo punto dobbiamo chiederci se una correlazione
di tipo geometrico, sia in grado di collegare un qualsiasi
significante ad un qualsiasi significato e, allo stesso tempo, se tale
correlazione sia la stessa per tutti gli uomini. In pratica dobbiamo
verificare se la geometria possa essere considerata come un
criterio di formazione del linguaggio autosufficiente ed
universale. La risposta finora è stata cercata solamente nella
configurazione meccanica dell'apparato fonatorio, oppure
considerando il suono in sé, mediante l'analisi del segnale
acustico. Per completare il quadro dobbiamo invece
approfondire l'aspetto fisiologico, perché la facoltà del linguaggio
è una produzione dell'attività cerebrale. Ebbene, la percezione
sonora è rappresentata nella corteccia cerebrale in modalità
tonotopica: i suoni sono trasposti sotto forma di mappe
sensoriali, ovvero in immagine acustiche, sulla base di precise
regole di corrispondenza tra frequenza e posizione. In pratica
qualsiasi tipo di sensazione corporea è rappresentato nel cervello
sotto forma di mappa sensoriale, ovvero da una sorta di

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immagine impressa nella corteccia cerebrale, che possiamo
chiamare propriamente "idea", poiché questo termine che deriva
dal Greco, significa appunto "immagine".
Per quanto possiamo intravedere, è nel cervello che
troveremo la connessione tra i suoni e le idee. Là dove ogni
concetto o percezione è rappresentato come una immagine, è
possibile ipotizzare un meccanismo di associazione basato
sull'analogia di forma, ovvero su valutazioni di tipo geometrico.

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

- de Brosses, Charles. 1765 : Traité de la formation méchanique des


langues et des principes physiques de l'étymologie, Saillant, Vincent &
Desaint, Paris, p. 261-269.

- Darwin, Ch. R. 1871 : The Descent of Man, and Selection in Relation to


Sex, John Murray, London, p. 56 ¦ [1972] 1995 : L'origine dell'uomo,
Newton Compton, Roma, Cap. 3, p. 105.

- Jakobson, Roman - Waugh, Linda R. 1979 : The Sound Shape of


Language, Indiana University Press, Bloomington ¦ 2002 : Mouton de
Gruyter, Berlin – New York.

- Jespersen, Otto. 1922 : The Symbolic Value of the Vowel i, Philologica vol.
I, 1-19, London ¦ 1933 : Linguistica, College Park, Maryland, p. 283-303 ¦
[1960] 2010 : Selected Writings of Otto Jespersen, Routledge, Abingdon.

- Köhler, Wolfgang. 1929 : Gestalt Psychology, Liveright, New York.

- von Leibniz, Gottfried Wilhelm. 1705 : Nouveaux Essais sur


l'entendement humain, Lib. III, Cap. II, ¦ 1772 : Esprit de Leibnitz ou
recueil des pensèes choisies, Bruyset, Lyon, Tome II, p. 226-227.

- Mersenne, F. Marin. 1636 : L'Harmonie universelle, Sébastien Cramoisy,


Paris, p. 75-76.

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- Müller, F. M. 1861 : Lectures on the Science of Language, Longman –
Green - Roberts, London, p. 344 ¦ 1864 : Letture sopra la scienza del
linguaggio, Daelli, Milano, p. 365 e seguenti.

- Ohala, John J. 1994 : The biological bases of sound symbolism ¦ 1994 :


Leanne Hinton – Johanna Nichols – John Ohala, Sound Symbolism,
Cambridge University Press, New York, p. 336.

- Platone, Cratilo, 426d-427d.

- de Saussure, Ferdinand. 1916 : Cours de linguistique générale, Paris ¦


[1967] 2009 : Corso di linguistica generale, Laterza, Bari, p. 87.

- Vico, Giambattista. 1730 : Principj d'una Scienza nuova d'intorno alla


comune natura delle nazioni, Felice Mosca, Napoli, 1730, Lib. II, p. 223.

- Wallis, John. 1653 : Grammatica linguae anglicanae, Oxford ¦ 1688 :


Schultzen, Hamburg, § Soni rerum indices, p. 134 e seguenti.

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