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Giovanni Verga

Il verismo

Giovanni Verga: la vita

Nasce a Catania nel 1840da una agiata famiglia di proprietari


terrieri. Si iscrive alla facoltà di Legge ma non termina i corsi, si
dedica invece al lavoro letterario e al giornalismo politico.
Nel 1869 si trasferisce a Firenze dove incontra e stringe amicizia
con Luigi Capuana. Qualche anno dopo si trasferisce a Milano
dove resterà per circa 20 anni fino ai primi anni ‘90 con qualche
breve soggiorno in Sicilia.
Sono questi gli anni della grande ispirazione artistica e della
produzione più importante dello scrittore che entra in contatto
con gli ambienti della Scapigliatura.
Nel 1878 avviene la svolta verso il Verismo, con la pubblicazione
del racconto Rosso Malpelo.
In questo periodo nascono i grandi romanzi e le novelle più
famose ( I Malavoglia, Mastro don Gesualdo, Nedda , Rosso
Malpelo, La Lupa , La roba...)
Intorno al 1896 torna a Catania ma assieme alla sua involuzione
politica verso posizioni nazionalistiche si assiste alla crisi
dell’ispirazione artistica che non sarà più in grado di creare dei
capolavori.
Morirà a Catania nel 1922.
Il verismo italiano
Il verismo fu la versione italiana del naturalismo francese.
Luigi Capuana fu lo scrittore che introdusse in Italia i canoni narrativi del
naturalismo francese, ma chi li osservò in modo più attento fu Giovanni
Verga che divenne il più importante rappresentante del verismo italiano, i
cui caratteri possono così sintetizzarsi:
• Nuovo tipo di scrittura: linguaggio spoglio e povero, con vari modi di dire,
paragoni e proverbi, adatto a tutte le classi sociali;
• La scomparsadell’eroe sostituito da individui comuni anzi spesso di classe
sociale inferiore;
• Una esposizione lineare dei fatti , seguendo quindi la fabula;
• L’uso di un narratore esterno impersonale, lo scrittore deve «eclissarsi»,
cioè non deve comparire nel narrato, la voce che racconta si colloca
all’interno del mondo rappresentato
• Temi comuni il mondo dei poveri, specie della Sicilia.
Il ciclo dei vinti
I temi
Verga è un autore fortemente pessimista: la società umana è per lui dominata dal
meccanismo della “lotta per la vita” (DARWINISMO SOCIALE). La legge del più forte vige
anche nelle classi sociali, in ogni classe ci sono vincitori e vinti.
In tal senso egli concepisce un ciclo di romanzi chiamato “Il Ciclo dei vinti” che delinea un
quadro generale della società italiana moderna in tutte le sue componenti, dai ceti
popolari(I Malavoglia) alla borghesia terriera(Mastro Don Gesualdo) all’ aristocrazia nelle
sue diverse fisionomie(La Duchessa de Leyra, solo abbozzato, e due romanzi mai realizzati).
Intento dell’ autore è illustrare la legge di sopraffazione che vige nella società, incentrando
la narrazione sui “vinti”.
I Malavoglia (1881)
Mastro-don Gesualdo (1889)

I MALAVOGLIA
Il romanzo narra la storia di una famiglia di pescatori di Aci Trezza, in Sicilia. Nel mondo arretrato
del paese irrompe la storia: all’indomani dell’unificazione italiana il giovane ‘Ntoni, figlio del
Bastianazzo, parte per il servizio militare e la famiglia, privata delle sue braccia, decide di
intraprendere un piccolo commercio: compera a credito dall’operaio zio Crocifisso un carico di
lupini, per rivenderli in un porto vicino. Ma la barca naufraga nella tempesta, Bastianazzo muore
e il carico va perduto.
I Malavoglia, oltre ad essere colpiti negli affetti, si trovano anche di fronte al debito da pagare.
Comincia di qui una lunga serie di sventure. La casa viene pignorata; Luca, il secondogenito,
muore nella battaglia di Lissa; la madre, Maruzza, è uccisa dal colera; la “Provvidenza”,
recuperata e riparata, naufraga ancora, e i Malavoglia sono costretti ad andare a giornata. La
sventura disgrega il nucleo familiare: ‘Ntoni, che ha conosciuto la vita delle grandi città, non si
adatta più ad una vita di dure fatiche e di stenti; comincia a frequentare l’ osteria e le cattive
compagnie, è coinvolto nel contrabbando e, sorpreso, finisce per dare una coltellata alla guardia
dogonale (spinto anche da motivi di rivalità a causa di donne e da motivi d’onore: don Michele
corteggia la sorella minore, Lia).
Al processo ‘Ntoni ottiene una condanna mite per attenuanti d’onore, ma Lia, ormai disonorata,
fugge dal paese e finisce in una casa di malaffare in città. A causa del disonore caduto sulla
famiglia, Mena non può più sposare compare Alfio. Il vecchio padron ‘Ntoni, atterrato dalle
sventure, va a morire all’ospedale. L’ultimo figlio, Alessi, riesce a riscattare la casa del nespolo,
continuando il mestiere del nonno.
‘Ntoni, uscito di prigione, torna una notte in famiglia, ma si rende conto di non poter più restare,
e si allontana per sempre.

MASTRO DON GESUALDO


Gesualdo Motta da semplice muratore, con la sua intelligenza e la sua energia infaticabile, è
arrivato ad accumulare una fortuna. Quando il racconto ha inizio, la sua ascesa sociale dovrebbe
essere coronata dal matrimonio con Bianca Trao, discendente di una famiglia nobile, ma in
rovina. Nei calcoli di Gesualdo, il matrimonio può aprirgli le porte del mondo aristocratico del
paese e consentirgli di stringere legami con tutti quelli che contano. Nonostante il matrimonio
con una Trao, Gesualdo resta escluso dalla società nobiliare che lo disprezza per le sue origini.
Anche la moglie non lo ama, anzi ha quasi orrore di lui e lo respinge. Nasce una bambina, Isabella,
che però è frutto di una relazione di Bianca con un cugino, prima del suo matrimonio, Isabella
crescendo, respinge a sua volta il padre, vergognandosi delle sue umili origini.
Gesualdo ha altre amarezze da parte del padre, che è geloso della sua fortuna, e dei fratelli,che
mirano a spogliarlo dei suoi averi. Isabella gli crea un altro dolore innamorandosi di un cugino
povero e fuggendo con lui. Per riparare Gesualdo la dà in moglie al duca de Leyra, nobile
squattrinato, ma deve sborsare una dote spropositata.
Tutte queste amarezze minano la salute di Gesualdo, che si ammala di cancro.
Viene accolto a Palermo nel palazzo del genero e della figlia, ma per le sue maniere rozze, viene
relegato in disparte. La figlia non lo ama, e vani sono i tentativi fatti da Gesualdo per comunicare
con lei. Gesualdo trascorre i suoi ultimi giorni in solitudine e muore solo, sotto lo sguardo
infastidito e sprezzante di un servo.
Rosso Malpelo
Rosso Malpelo, così chiamato per la rossa capigliatura, è un ragazzo che lavora
duramente in una cava di sabbia in Sicilia. E’ un povero infelice sfruttato e deriso.
L’opinione popolare attribuisce una personalità malvagia a coloro che hanno i capelli
rossi e per questo motivo Malpelo viene trattato con pregiudizio da tutti ed anche dalla
stessa madre. Egli è costretto a vivere emarginato e isolato, trattato come una bestia e
non come un essere umano.
Il padre, soprannominato “il bestia” per la sua remissività e la resistenza alla fatica,
proprio come se fosse una bestia da soma, è l’unico che ha dell’affetto per Malpelo ma
muore nella stessa cava sotto una frana di sabbia.
L’emarginazione e le difficoltà portano Malpelo ad assumere atteggiamenti cinici e
spietati, soprattutto nei confronti di chi vive una condizione ancora più debole e fragile
della sua, come Ranocchio, un ragazzetto infelice come lui che lavora come manovale
alla cava.
Dietro questo carattere indurito e indifferente Malpelo nasconde però una sua umanità
e un bisogno di amore che manifesta nei confronti dello stesso Ranocchio e del padre
morto nella cava per la caduta di un pilastro di sabbia.
Quando Ranocchio si ammala ed in breve tempo muore, stroncato dalla fatica e dalle
inumane condizioni di lavoro, Malpelo rimane completamente solo.
Nel finale Malpelo si offre volontario per esplorare un passaggio della cava, egli si
smarrisce così nei cunicoli intricati, nell’indifferenza generale e senza lasciare alcuna
traccia di sé.

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