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Giuseppe Della Torre

Il debito del Tesoro e degli enti locali nell’Italia liberale, 1864-1914.


Dalle case bancarie ai circuiti istituzionalizzati1

1. Il debito pubblico al momento dell’Unificazione: il collocamento all’estero e le


case bancarie

1.1. L’arretratezza del sistema creditizio - L’Unificazione nazionale vede


l’arretratezza del sistema creditizio nazionale caratterizzato dall’assoluta prevalenza
delle monete metalliche, rispetto alle banconote e ai depositi bancari, e da un numero
esiguo di banche di deposito2. Piuttosto sostenuti sono invece il numero e l’attività
delle case bancarie, peraltro non quantificabili3. L’attività di queste ultime è fondata
sulla mediazione tra risparmiatori e debitori finali, più che sulla trasformazione
qualitativa della raccolta del risparmio presso la clientela in impieghi con assunzione
del rischio di controparte da parte delle case bancarie. Le dimensioni del debito del
Tesoro e degli enti locali si collocano ben al di sopra dell’entità dell’intermediazione
creditizia moderna (misurata dalla raccolta o dagli impieghi degli istituti di emissione,
delle casse di risparmio, delle banche popolari e delle società ordinarie di credito).
Ciò porta ad assegnare un deciso rilievo al collocamento del debito del Tesoro verso
1
Questo saggio sviluppa quanto esposto in I finanziamenti agli enti locali nell’Italia liberale,
1864-1915: disavanzi di parte corrente, investimenti in opere pubbliche e gestione del debito
pregresso. Punti aperti e primi risultati di un’analisi quantitativa, in “Rivista di Storia Finanziaria”,
12 (2004), e in Collocamento del debito pubblico e assetto normativo del sistema creditizio in Italia,
1861-1914, in Storia d’Italia, Annali: La Banca, a cura di C. Bermond, A. Cova, S. La Francesca, A.
Moioli, P. Pecorari, Torino, Einaudi, in preparazione. Ho beneficiato dei suggerimenti ricevuti in
diverse occasioni da numerosi colleghi su parti di questo lavoro. Ringrazio Giuseppe Bognetti,
Giuseppe Conti, Alberto Cova, Giuseppe Felloni, Giuseppe Mastromatteo, Angelo Moioli,
Giandomenico Piluso, Fausto Piola Caselli, Rosanna Scatamacchia, Maria Carmela Schisani e Gianni
Toniolo.
2
G. Della Torre, M. Coccìa, V. De Leonardis, M. C. Schisani, La crescita del sistema finanzario
italiano dopo l’Unificazione: financial deepening o errori statistici e metodologici?, testo del
seminario tenuto presso l’Ufficio Ricerche Storiche, Villa Huffer, Banca d’Italia, novembre 2006, §
2 [http://www.bancaditalia.it/studiricerche/seminari/2006/27_11_06].
3
Il computo della dimensione dell’intermediazione creditizia include quella degli intermediari
moderni (R. De Mattia (a cura di), I bilanci degli istituti di emissione italiani dal 1845 al 1936,
Roma, Banca d’Italia, 1967; e F. Cotula et al. (a cura di), I bilanci delle aziende di credito, 1890-
1936, Roma – Bari, Laterza, 1996). Da tale computo è esclusa invece l’attività, pur rilevante,
delle case bancarie. Rinvio ad A. Polsi, Sportelli bancari e sistema creditizio in età giolittiana, in
Dare credito alle città. Studi sulla banca in età liberale, a cura di L. Garbini, Bologna, CLUEB,
1995, pp. 51-55; G. Piluso, L’arte dei banchieri. Moneta e credito a Milano da Napoleone
all’Unità, Milano, F. Angeli, 1999, pp. 57 segg.; G. Della Torre, Strutture finanziarie e crescita
economica in Italia, 1861-1981, in Banche e reti di banche nell'Italia postunitaria, a cura di G.
Conti e S. La Francesca, Bologna, Il Mulino, 2000, app. 1, pp. 165-166; e L. Segreto, I banchieri
privati e l’industrializzazione italiana, in “Imprese e Storia”, 24 (2001), pp. 272 segg.

1
le grandi case estere e alle case bancarie nazionali nella probabile riallocazione
all’interno dei titoli collocati inizialmente all’estero, poiché al momento dell’Unità
manca «un intermediario italiano credibile, in grado di drenare le risorse finanziarie
interne»4. Coerentemente con questo, per il debito locale emerge la centralità del
collocamento di titoli obbligazionari da parte delle case bancarie.
Negli anni che seguono il sistema del debito pubblico (del Tesoro e degli enti
locali) passa, anche per l’azione normativa statuale, da una struttura centrata sulla
mediazione delle case bancarie ad un’altra più moderna, imperniata
sull’intermediazione con assunzione in proprio dei titoli pubblici.
Il lavoro è così organizzato. Nei §§ 1.2 e 1.3 espongo la struttura del debito del
Tesoro e degli enti locali al momento dell’Unificazione, caratterizzata rispettivamente
dal prevalere del collocamento all’estero del debito e della mediazione delle case
bancarie. Di rilievo è lo spazio che dedico alla struttura del debito degli enti locali
negli anni che seguono l’Unificazione, cui non è dedicata un’ampia letteratura. Nel
prosieguo del lavoro tratto degli interventi normativi che portano, per il debito del
Tesoro, al «rimpatrio della rendita» (§ 2) e, per il debito locale, al passaggio dalle
forme obbligazionarie sostenute dalle case bancarie ai circuiti della Cassa Depositi e
Prestiti (§ 3). Nel § 4 sviluppo delle considerazioni a mo’ di conclusione.

1.2. I prestiti del Tesoro della prima metà degli anni ‘60 e la casa Rothschild - Il
Regno d’Italia eredita dagli Stati preunitari uno stock di debito pari al 20% del PIL
negli anni che precedono l’Unità (1858), che risulta ragguardevole rispetto alle
modeste capacità di prelievo fiscale del Regno. La storia finanziaria del nuovo Regno
inizia nel 1861 con l’istituzione del Gran Libro del debito pubblico, con
«l’unificazione» dei debiti pregressi e la conversione dei vecchi titoli nella rendita
italiana 5% e 3%. Le procedure di unificazione e di conversione continuano con i
debiti del Monte veneto (1868) e con il debito pontificio (1871). La somma dei debiti
pregressi degli Stati preunitari e di quelli accesi dal Regno d’Italia porta a uno stock
del debito negli anni dell’Unità (1861-1863) intorno al 50% del PIL, alla consistente
crescita sino agli anni 1882-1900 (dove il debito si colloca tra il 100% e il 110% del
PIL) e alla progressiva riduzione sino alla prima guerra mondiale (72% del PIL nel
1913)5.
4
M. de Cecco, Introduzione, in idem (a cura di), L’Italia e il sistema finanziario internazionale,
1861-1914, Roma – Bari, Laterza, 1990, pp. 25, 29, 46.
5
Debito del Tesoro del Regno d’Italia, 1861-1913: elaborazioni di G. Della Torre, Fatti stilizzati
per una storia quantitativa della Cassa depositi e prestiti, in Storia della Cassa Depositi e Prestiti, a
cura di M. de Cecco e G. Toniolo, Roma – Bari, Laterza, 2000, su dati relativi al debito del Settore
statale di V. Zamagni, Il debito pubblico italiano 1861-1946: ricostruzione della serie storica, in
“Rivista di storia economica”, 3 (1998); debito pubblico degli Stati preunitari, 1845-1861: G. Della
Torre et al., La crescita del sistema finanzario italiano dopo l’unificazione, cit.; PIL ai prezzi
correnti, 1840-1914: P. Malanima, An Age of Decline. Product and Income in Eighteenth-Nineteenth
Century Italy, in “Rivista di storia economica”, 1 (2006).

2
La storia del periodo vede, in analogia con quanto accadeva per le «antiche
province»6, l’intenso collocamento all’estero del debito del Tesoro. Il riferimento è in
particolare con la Casa Rothschild di Parigi, dove è istituita una delegazione del
Tesoro italiano. In mancanza di indicazioni sul debito pubblico detenuto dai non
residenti, ho utilizzato la quota sul totale delle cedole pagate sulle piazze estere, quale
indicatore di lungo periodo dei consols detenuti all’estero. La possibilità di ricevere il
pagamento in lire–oro all’estero comporta che tale indicatore non sia del tutto
soddisfacente. La serie, tuttavia, tranne per gli anni di crisi 1891-93, rappresenta
un’approssimazione della quantità di rendita detenuta dall’estero, che oscilla tra ¼ e
⅓ del totale sino alla fine del secolo (fig. 1)7. La figura mostra una struttura del debito
del Tesoro proiettata verso l’estero al momento del collocamento, con un significativo
rientro della rendita tramite le case bancarie nazionali: «[la] raccolta del risparmio che
finanzia i prestiti si fa in due tempi. Nel primo lo Stato emette propria rendita e la
vende a fermo a grandi case finanziarie, prevalentemente francesi. Nel secondo, le
stesse case si liberano della rendita acquistata, mettendola sul mercato e, in buona
sostanza, vendendola a finanzieri italiani che la rivendono poi a risparmiatori
italiani»8. Dalla figura si evince, inoltre, l’innalzamento della quota della rendita
pagata all’estero tra il 1861 e il 1864, a seguito dell’emissione della nuova rendita
italiana 5% sulla piazza di Parigi con la progressiva riduzione della quota man mano
che le cartelle rientravano all’interno.

Fig. 1 – La composizione del debito del Tesoro: il debito estero, 1861-1914

Fonti statistiche: V. Zamagni, Una rettifica, in “Rivista di storia economica”, 3 (1999), pp. 339-342.

1.3. Il debito degli enti locali alla metà degli anni ’70: le obbligazioni e le case
bancarie – Poco indagata è l’evoluzione del debito degli enti locali tra l’Unità e il
primo conflitto mondiale. Ciò è sorprendente perché si tratta di una componente
minoritaria del debito pubblico e di quello complessivo, ma certo non trascurabile9.
Lo stato insoddisfacente dell’analisi è il portato di dati statistici lacunosi, in

6
A titolo di esempio, per il debito del Regno delle Due Sicilie rinvio a M. C. Schisani,
Restaurare un regno e una credibilità a rischio: il ruolo di Karl Mayer Rothschild a Napoli negli
anni dell’occupazione austriaca (1821-26), in questo volume.
7
V. Zamagni, Il debito pubblico italiano, cit., pp. 211-214.
8
M. de Cecco, Introduzione, in L’Italia e il sistema finanziario, cit., pp. 25, 29, 46.
9
G. Felloni, Temi e problemi nella storia finanziaria degli stati italiani, in “Rivista di storia
finanziaria”, 2 (1999), p. 101; e F. Balletta, La storiografia italiana dell’ultimo trentennio sulla
finanza in età contemporanea: borsa, assicurazioni e finanza pubblica, in “Rivista di storia
finanziaria”, 9 (2002), pp. 130 segg. Una situazione analoga di disinteresse è evidenziata da J. F.
Wilson, The finance of municipal capital experience in England and Wales, 1870-1914, in “Financial
History Review”, 4 (1997), pp. 31-50.

3
particolare tra il 1861 e il 1877 e a cavallo dei due secoli, quando i bilanci comunali e
provinciali non sono raccolti dal ministero di Agricoltura, Industria e Commercio
(Maic)10.
Il debito degli enti locali passa dal 6-8% del PIL degli anni 1877-1882 al 10-12%
degli anni 1891-1900, per poi scendere al 9% del 1911. La figura 2 mostra nel 1877
una struttura orientata verso le obbligazioni, 64% del debito totale, a fronte del 30%
dei mutui bancari e del 6% dei mutui della Cdp11.

Fig. 2 – La composizione del debito degli enti locali: obbligazioni, mutui bancari, della Cassa
Depositi e Prestiti e della Sezione autonoma del credito comunale e provinciale, 1877-1911

Fonti statistiche: G. Della Torre, I finanziamenti agli enti locali nell’Italia liberale, 1864-1915:
disavanzi di parte corrente, investimenti in opere pubbliche e gestione del debito pregresso. Punti
aperti e primi risultati di un’analisi quantitativa, in “Rivista di Storia Finanziaria”, 12 (2004).

L’ampia dimensione del debito obbligazionario è il risultato dell’elevato livello di


operazioni di brokeraggio in titoli attuato dalle case bancarie. Il ruolo contenuto dei
mutui della Cdp negli anni ’70 è dovuto al fatto che, sino alla creazione delle Casse di
risparmio postali (1875), la raccolta e gli impieghi della Cdp erano di poco conto,
essendo legati ai depositi in numerario per cauzione e per le altre finalità previste
dalla legge.
Per quanto attiene al debito obbligazionario, sarebbe utile individuare i c.d.
operatori creditori di contropartita, cioè i settori che detengono le obbligazioni: in
particolare, le famiglie, le ditte bancarie e gli intermediari creditizi propriamente
detti12. I dati elaborati dal Maic non espongono questa informazione cruciale per il
segmento obbligazionario, per cui non è possibile separare l’attività di brokeraggio
delle case bancarie e delle banche di deposito da quella di assunzione di posizioni in
proprio (individuata dai titoli obbligazionari detenuti tra le attività patrimoniali degli
intermediari).
Ho, pertanto, fatto riferimento alle informazioni del Veritas finanziario (1888) e
del volume di A. Tronci (1891)13, che riportano il dettaglio dei prestiti obbligazionari

10
G. Melis e M. L. D’Autilia, L’amministrazione della statistica ufficiale, in ISTAT, Statistica
ufficiale e storia d’Italia. Gli Annali di statistica dal 1871 al 1997, in “Annali di statistica”, a cura di
P. Geretto, serie X, vol. 21, Roma, 2000, p. 41. Per un lavoro di ampio respiro sulla statistica italiana,
ufficiale ed accademica, dell’epoca rinvio al saggio di A. Baffigi, Cultura statistica e cultura
politica: l’Italia nei primi decenni unitari, Banca d’Italia, “Quaderni dell’Ufficio Ricerche Storiche,
15 (2007).
11
G. Della Torre, I finanziamenti agli enti locali nell’Italia liberale, 1864-1915: disavanzi di
parte corrente, investimenti in opere pubbliche e gestione del debito pregresso. Punti aperti e primi
risultati di un’analisi quantitativa, in “Rivista di Storia Finanziaria”, 12 (2004), pp. 7-33.
12
Vedi più avanti il § 2.1 relativo al concetto di debito «istituzionalizzato».
13
Il Veritas finanziario. Annuario delle banche, dei banchieri e del capitalista, vol. I, Firenze,
Fratelli Bocca Editori, 1888, cap. VII, pp. 401 segg. Il volume di A. Tronci, Le operazioni e la

4
comunali in esistenza alla fine degli anni ‘80, articolati per forma di emissione
(pubblica sottoscrizione, contratti privati, collocamento tramite ditte bancarie, società
ordinarie di credito, ecc.) e tra quotati e non (tavv. 1 e 2). Da questi dati ho tratto
indicazioni sul ruolo delle ditte bancarie e degli intermediari creditizi nel
collocamento dei titoli. L’elaborazione ha consentito di osservare il ruolo esclusivo
avuto dalle case bancarie nel collocamento (99 prestiti su 400) e parziale tra le forme
di emissione per pubblica sottoscrizione (164)14. Poco rilevante è stata invece l’azione
degli intermediari bancari (35) e delle casse di risparmio (10), mentre del tutto
dominanti sono state le vecchie forme di intermediazione bancaria (senza assunzione
in proprio delle obbligazioni), peraltro in assenza di mercati secondari dei titoli
obbligazionari (i titoli sicuramente quotati erano soltanto 63 su 400).
La composizione del passivo e degli attivi finanziari di alcune primarie case
bancarie milanesi sembra confermare questa interpretazione15. D’altra parte, la
rilevanza delle case bancarie non deve meravigliare se si tiene mente che «i banchieri
privati hanno rivestito un ruolo molto importante nel processo di intermediazione
creditizia nell’Ottocento. Anzi dai dati sembra che nel corso della parte finale del
secolo, forse sino alla crisi del 1893, il ruolo e il peso della banca privata sia cresciuto
[almeno] in termini assoluti [nel 1888 erano presenti 960 ditte bancarie a fronte delle
571 del 1872]»16.

Tav. 1 – Numero dei prestiti obbligazionari dei Comuni in esistenza a fine 1886

Fonti statistiche: Il Veritas finanziario. Annuario delle banche, dei banchieri e del capitalista, vol. I,
Firenze, Fratelli Bocca Editori, 1888, cap. VII, pp. 401-598.

Tav. 2 – Obbligazioni dei Comuni quotate in borsa intorno al 1890

Fonti statistiche: A. Tronci, Le operazioni e la materia di borsa. Guida pratica ad uso delle banche,
banchieri, capitalisti, agenti di cambio, cambia-valute, ecc., Torino, L. Roux e C. Editori, 1891,
sezione II, pp. 343 segg.

materia di borsa. Guida pratica ad uso delle banche, banchieri, capitalisti, agenti di cambio,
cambia-valute, ecc., Torino, L. Roux e C. Editori, 1891, sezione II, pp. 343 segg., consente di
verificare le informazioni del Veritas finanziario, limitatamente alle obbligazioni quotate.
14
Le forme di collocamento per pubblica sottoscrizione (pubblicizzate in molti casi con avvisi
sulla stampa, specialistica e non) vedevano l’intervento delle case bancarie e degli intermediari (G.
Cerboni, Enciclopedia di amministrazione, industria e commercio. Dizionario pratico ad uso dei
commercianti, industriali, banchieri, ecc., Milano, Vallardi, voce “pubblica sottoscrizione”).
15
G. Piluso, L’arte dei banchieri, cit., tabb. 3-6, pp. 133-135.
16
A. Polsi, Sportelli bancari e sistema creditizio, cit., pp. 51-55.

5
2. Il debito del Tesoro dall’Unificazione alla grande guerra: dal debito estero al
debito «istituzionalizzato».

2.1. Una nota sul concetto di debito istituzionalizzato – Il processo di rientro


dall’estero del debito del Tesoro sul finire dell’800 (fig. 1) è la conseguenza di misure
volte a stabilizzare la finanza pubblica, a gestire i rapporti con l’estero e il tasso di
cambio. In particolare, le cedole pagate all’estero mostrano una pronunciata riduzione
dal 189317.
Dalla figura derivo succintamente alcuni episodi della storia del debito sino al I
conflitto mondiale18: 1. gli anni 1861-1863, con livelli elevati della quota di
pagamenti all’estero a seguito delle prime tranches di debito collocate all’estero; 2. il
ridimensionamento fisiologico della quota, con il riafflusso di parte delle cartelle
all’interno e il minimo storico del 187419; 3. la fuoriuscita di cedole, l’introduzione
dell’affidavit20 e il debito acceso negli anni 1881-1882 per l’eliminazione del corso
forzoso; 4. la crisi 1891-1893 con la reintroduzione dell’affidavit; 5. la preparazione
della grande conversione della rendita del 1906.
La riduzione della quota dei pagamenti all’estero sul finire del XIX secolo è
l’esito del «rientro» dall’estero del debito pregresso per le ragioni sopra ricordate, ma
anche della costruzione di un sistema creditizio capace di collocare all’interno le
successive tranches di debito emesso. In questo paragrafo individuo i meccanismi
finanziari in senso lato (creazione di specifiche istituzioni creditizie, previsione di
norme giuridiche e regolamentari21, organizzazione tecnica della raccolta del
risparmio postale, «relazioni» tra ministro delle Finanze e amministrazione di alcuni
intermediari creditizi), costruiti nella seconda parte dell’800 per favorire la «stabile
detenzione» dei titoli pubblici all’interno dell’economia, contenendo con ciò il debito
estero e il ricorso alla «circolazione».
La trattazione di questi meccanismi finanziari dà rilievo alla detenzione più che al
momento del collocamento degli strumenti finanziari. Richiede, pertanto, l’individua-
zione dei settori creditori di contropartita dei titoli e del debito fluttuante («from

17
V. Zamagni, Una rettifica, cit., tab. L, p. 340.
18
A. J. De Johannis, La finanza, in Mezzo secolo di vita italiana, 1861-1911, Milano, Vallardi,
1911, pp. 31-39; e M. de Cecco, Introduzione, in L’Italia e il sistema finanziario internazionale, cit.,
pp. 22-42.
19
P. Masi, L’influenza del debito pubblico sulla costituzione dei sistemi finanziari: il caso
italiano, 1860-93”, in “Rivista di storia economica”, 1 (1989), p. 65.
20
«Dato che le cedole della rendita erano pagate in valuta legale all’interno del Regno e in valuta
metallica all’estero, si verificarono numerose fuoriuscite di cedole, tanto che in due periodi (1874-
1881 e 1893-1903) fu introdotto l’affidavit, un giuramento che attestava la proprietà estera delle
cedole». Cfr. P. Masi, L’influenza del debito, cit, p. 62.
21
G. Carriero, P. Ciocca, M. Marcucci, Diritto e risultanze dell’economia nell’Italia unita, in
Storia economica d’Italia. 3. Industrie, mercati, istituzioni. 2. I vincoli e le opportunità, a cura di P.
Ciocca e G. Toniolo, Roma – Bari, Laterza, 2003, pp. 477 segg.

6
whom to whom», nella terminologia dei sistemi dei conti finanziari) 22. Per fare questo
ho ripreso il concetto di debito «istituzionalizzato», introdotto da Antonio
Confalonieri, per illustrare l’esperienza del «circuito dei capitali» negli anni 1935-
194323. Tale partizione individua la porzione del debito detenuta dalle unità creditizie
e previdenziali, che costituiscono – per la loro natura pubblica o per essere
condizionate dai provvedimenti e dalla moral suasion delle autorità di politica
economica – un gruppo stabile di sottoscrittori. Tra questi intermediari rammento, tra
l’Unificazione e la grande guerra, gli istituti di emissione (Banca Nazionale nel
Regno, poi Banca d’Italia, Banco di Napoli e Banco di Sicilia), le Casse di Risparmio
Postali e la Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) con l’annessa Sezione del Credito
Comunale e Provinciale (Saccp), la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde
(Cariplo) e gli istituti di previdenza amministrati dalla Cdp.

2.2. Il finanziamento al Tesoro degli istituti di emissione, i biglietti di Stato, e i


titoli di Stato a garanzia delle anticipazioni alle banche – Il finanziamento monetario
è pari al ricorso del Tesoro agli istituti di emissione più la «creazione diretta di
liquidità» (biglietti e monete di Stato)24. I finanziamenti degli istituti di emissione al
Tesoro mostrano un rapido innalzamento con l’abbandono del regime di convertibilità
della lira (1866) (fig. 3). Successivamente, il finanziamento della Banca Nazionale nel
Regno si riduce drasticamente, tra il 1873 e il 1874. Decisamente più importante è il
ruolo della somministrazione di biglietti al Tesoro, «più controllabile ed economica»:
la circolazione del Tesoro passa dai 169 milioni del giugno 1866 ai 790 milioni del
marzo 1874. Certo è che, dopo la fine del corso forzoso, il ruolo dei finanziamenti
degli istituti di emissione e dei biglietti di Stato si colloca su valori decisamente
contenuti sino al 191425.
22
R. Bonci e M. Coletta, I conti finanziari dell’Italia dal 1950 a oggi, in I conti finanziari: la
storia, i metodi, l’Italia, i confronti internazionali, Roma, Banca d’Italia, 2006, p. 117.
23
A. Confalonieri, Aspetti della politica del debito pubblico, in “Moneta e Credito”, 19-20
(1952), tabb. 11-12, pp. 275-277; e idem, La politica del debito pubblico in Italia e in alcuni paesi
europei, in La politica del debito pubblico in Italia, 1919-1943, a cura di A. Confalonieri ed E. Gatti,
Roma – Bari, Laterza, vol. I, 1986, pp. 32 segg. Riferimenti a tale categoria di debito sono presenti in
P. Masi, L’influenza del debito, cit., pp. 77-79; M. de Cecco e G. Toniolo, La Cassa Depositi e
Prestiti nell’economia italiana, 1850-2000, in Storia della Cassa Depositi e Prestiti, cit., pp. XXIII
segg.; G. Della Torre, La finanza di guerra e il “circuito dei capitali” in Italia, 1935-1943: una
valutazione quantitativa, in “Rivista di storia economica”, XVII, 2 (2001), pp. 183 segg.; e G.
Mastromatteo, inserire titolo del saggio riportato in questo volume.
24
Ufficio Ricerche Storiche, Tratti essenziali della normativa sulle principali operazioni degli
istituti di emissione in Italia, 1859-1918, in Ricerche per la storia della Banca d’Italia, Roma – Bari,
Laterza, 1990, vol. I, pp. 371 segg.; G. Sangiorgio e G. Vittimberga, Introduzione, in La normativa
sulla Banca d’Italia dalle origini a oggi, Roma – Bari, Laterza, 1992, pp. 44 segg. Fonti statistiche in
G. Della Torre, Appendice. Dati quantitativi, fonti statistiche e note metodologiche, in Storia della
Cassa Depositi e Prestiti, cit., tav. B.4.
25
P. Masi, L’influenza del debito, cit., pp. 64 segg.; E. Tuccimei, L’ordinamento e le operazioni
della Banca Nazionale nel Regno d’Italia, in Ricerche per la storia della Banca d’Italia, vol. I, cit.,

7
Accanto ai finanziamenti in senso stretto, una norma del 1893 prevede la
possibilità per i tre istituti di emissione (Banca Nazionale nel Regno, Banco di Napoli
e Banco di Sicilia) di effettuare anticipazioni ordinarie in conto corrente a favore delle
banche, a fronte di una serie di garanzie, tra cui il deposito a cauzione di titoli emessi
o garanti dallo Stato. Pur anticipando che l’informazione qui fornita ha solo valore
indicativo26, i depositi cauzionali sulle anticipazioni concesse dagli Istituti di
emissione salgono dallo 0,4% (del debito totale del Tesoro) degli anni 1894-1898 al
2,0% degli anni 1909-1914.

2.3. La Cassa Depositi e Prestiti e le casse di risparmio postali – La legge


istitutiva della Cdp «italiana» (1863) attribuisce all’istituto l’obiettivo di finanziare gli
enti locali, con la possibilità di impiegare i fondi «eccedenti il bisogno» in rendita, in
buoni del Tesoro e in c/c col Tesoro27. La Cassa riceve depositi giudiziari,
amministrativi e cauzionali (in contanti e in cartelle del debito pubblico) e depositi
volontari «in numerario». Il deposito di titoli è preferito rispetto a quello in numerario
perché quest’ultimo risulta infruttifero o non produce che un tenue interesse28.
Tuttavia, il deposito in titoli non consente un’attività di intermediazione in senso
proprio della Cassa, mentre i depositi in contanti sono utilizzati in prestiti agli enti
locali e al Tesoro.
Le potenzialità di finanziamento della Cdp sono esaltate dall’istituzione delle
Casse di Risparmio Postali (Crp) e del deposito postale (1875). L’incorporazione
delle Crp negli uffici postali e la diffusione capillare di questi ultimi anche nelle zone
rurali e montane (che riducono i costi di transazione), la garanzia dello Stato (che
azzera il rischio d’insolvenza del debitore) e la possibilità della conversione a vista
del deposito postale in banconote presso qualsiasi sportello (che ne esalta la liquidità)
determinano la forte espansione della raccolta delle Crp e, quindi, degli impieghi della
Cdp29.

pp. 264-265; D. Fausto, Lineamenti dell’evoluzione del debito pubblico in Italia (1861-1916), in
“Rivista di storia finanziaria”,15 (2005), p. 82.
26
M. Caron e L. Di Cosmo, I bilanci degli istituti di emissione in Italia, 1894-1990, Roma –
Bari, Laterza, 1993, pp. 27-28, 87-88, 172.
27
S. Medolaghi, Cenni sulla Cassa dei Depositi e dei Prestiti, Roma, Tipografia Manuzio, 1911,
pp. 9-11; M. de Cecco e G. Toniolo, La Cassa Depositi e Prestiti, cit., e L. Conte, Amministrare il
risparmio: la Cassa Depositi e Prestiti da azienda a impresa-organo del Ministero del Tesoro, 1850-
1913, in Storia della Cassa Depositi e Prestiti, cit., pp. XV segg., 94-101.
28
E. Bruni, Il debito pubblico italiano. Consistenza, operazioni, formule, legislazione, Milano,
Hoepli, 1915, p. 81.
29
Ministero delle Poste e dei Telegrafi, Casse postali di risparmio: Istituzione, legge,
modificazioni, prospetti statistici, Roma, Unione cooperativa editrice, 1900, pp. 4, 11; M. Pavan, Le
casse di risparmio postali in Italia dalle origini alla prima guerra mondiale, in “Storia economica”,
1 (1999), pp. 86-95; e C. Badon, L’organizzazione degli uffici, in Le Poste in Italia. Vol. II: Nell’età
del decollo industriale, 1889-1918, a cura di A. Giuntini e G. Paoloni, Roma – Bari, Laterza, 2006,
pp. 101 segg.

8
Da ricordare, inoltre, una serie di norme tecniche dirette a incentivare la raccolta
del risparmio minuto e negli ambienti rurali e montani, a contenere i costi di
transazione della raccolta postale (e del collocamento dei titoli di Stato) e a risolvere
il problema del «taglio minimo» del libretto postale e della cartella della rendita30: 1.
possibilità di raccolta presso gli uffici postali, ma anche presso le scuole elementari,
gli opifici civili e gli enti militari; 2. attribuzione alle «collettorie postali di I classe»
della qualità di intermediarie tra il pubblico e gli uffici di posta; 3. istituzione del
deposito in francobolli, da convertire in deposito postale al raggiungimento del costo
del libretto; 4. istituzione del servizio dei depositi postali per gli emigranti; 5.
possibilità delle Crp, per conto dei depositanti, dell’acquisto dei titoli di rendita e
della loro amministrazione (riscossione e versamento delle cedole sui libretti postali,
custodia delle cartelle): «questo canale distributivo era considerato con grande favore,
poiché si riteneva che la rendita finita in provincia, acquistata nei centri minori e dai
meno agiati, avesse stabile collocamento, finendo di pesare sulle Borse»31.
Alle norme che portano all’espansione dei mezzi raccolti dalle Crp e riversati
dalle Poste sul conto corrente con la Cdp, si aggiungono i vincoli amministrativi che
indirizzano gli impieghi di quest’ultima verso il Tesoro. Una legge del 1893 impone
alla Cassa di anticipare al Tesoro i fondi per il pagamento del debito vitalizio sino
all’estinzione delle pensioni concesse anteriormente. Il fenomeno continua con altre
finalità sino al secondo dopoguerra. Decisamente più incisiva è la legge del 1895 che
istituisce l’obbligo di investimento minimo in titoli di Stato, commisurato ad almeno
il 50% della raccolta postale. Di rilievo, dal 1904, anche l’obbligo di investimento in
titoli di Stato delle eccedenze degli Istituti di previdenza amministrati dalla Cdp32.
Complessivamente, il totale dei finanziamenti della Cassa al Tesoro cresce
dall’1% circa (rispetto al debito totale del Tesoro) del 1863 al 22% del 1913 (fig. 3).
Tra il 1863 e il 1895 detto stock è costituito prevalentemente dai titoli di Stato di
proprietà di terzi a cauzione. Successivamente si amplia l’attività di intermediazione
di modo che la quota del 1913 consta di titoli di Stato in proprietà (per il 12% rispetto
al totale del debito), di titoli di Stato di terzi a cauzione (per l’8%) e di debito
fluttuante (per il 2%).

30
Direzione generale delle Poste, Istruzione per le Casse di risparmio nelle scuole, Roma,
Stamperia Reale, 1879; Ministero delle Poste e dei Telegrafi, Casse postali di risparmio, cit., pp. 5-8,
19; M. Pavan, Le casse di risparmio postali, cit., pp. 108-109; e C. Badon, L’organiz-zazione degli
uffici, cit., pp. 101-108.
31
M. Pavan, Le casse di risparmio postali, cit., p. 97.
32
G. Della Torre, M. Maio e M. C. Schisani, “Prima” dell’INPS: gli istituti di previdenza
amministrati dalla Cassa Depositi e Prestiti, 1878-1934, in Assistenza, previdenza e mutualità nel
Mezzogiorno moderno e contemporaneo, a cura di E. De Simone e V. Ferrandino, vol. I, Milano, F.
Angeli, 2006, pp. 244-245.

9
2.4. La Cassa di Risparmio delle Province Lombarde e le casse di risparmio
ordinarie – Alla fine del 1913 più di ¾ dell’apporto fornito dalle aziende di credito al
Tesoro è di pertinenza delle Casse di risparmio ordinarie (Cro)33. I titoli di Stato
detenuti dalle Casse rispetto al debito totale del Tesoro mostrano un tendenziale
incremento tra l’Unificazione (1% del debito del Tesoro) e gli anni della conversione
della rendita (intorno al 7%) (fig. 3). Negli anni preunitari le Cro non presentano un
orientamento verso gli impieghi in titoli di Stato34. Questi si collocano intorno al 10%
delle attività intermediate. La quota dei titoli di Stato sul totale delle attività delle Cro
è invece crescente dopo l’Unificazione, passando dal 10% del 1870 al 56% del 1898,
cui segue un assestamento su valori intorno al 35% sino al primo conflitto mondiale35.
Questo orientamento verso i titoli di Stato è spiegato secondo l’adagio che «le
Casse sono istituti di credito i quali si propongono soprattutto di attirare i depositi dei
piccoli risparmiatori mediante una particolare sicurezza degli investimenti», opinione
che trova riscontro negli scopi fissati dai singoli statuti 36. «Quanto alle forme di
impiego, la legge [di riordino del 1888] riconosce il potere autodeterminante delle
casse tramite gli statuti, ma prescrive che gli statuti indichino la proporzione massima,
rispetto al totale delle attività amministrate, dei mutui e c/c con ipoteca e degli
impieghi o dei mutui a corpi morali, e pone un esplicito divieto riguardante l’acquisto
di immobili. Il messaggio sugli impieghi a lunga durata rivolto alle Casse è reso
esplicito nel regolamento del 1897, contenente un principio generale che fissa i
contorni dell’autoderminazione statutaria: “si deve curare che gli impieghi presentino
i requisiti della sicurezza e della facile riscossione e realizzazione”. Il regolamento
introduce inoltre una disposizione di tipo limitativo sulle anticipazioni e sui riporti,
che possono essere effettuati solo su titoli di Stato, garantiti dallo Stato, azioni
dell’istituto di emissione, ecc.»37. In sintesi le norme inducono cautela per le forme
d’impiego a lungo termine, per quelle meno sicure e/o di difficile realizzazione,

33
F. Cotula e P. Garofalo, Le aziende di credito nel sistema finanziario italiano. Aggregati
monetari e creditizi. Concentrazione e conti economici delle banche, in I bilanci, a cura di F. Cotula
et al., cit., tav. 7, p. 85.
34
Maic, Le casse ordinarie di risparmio in Italia dal 1822 al 1904. Notizie storiche presentate
all’Esposizione di Milano del 1906, Roma, Tipografia Bertero, 1906, p. 18.
35
I bilanci, a cura di R. De Mattia, cit., vol. II, pp. 869 segg.; e I bilanci, a cura di F. Cotula et
al., cit., pp. 759 segg.
36
V. Germanò, Elementi della normativa sulle categorie giuridiche di aziende di credito dal
1890 al 1936, in I bilanci, a cura di F. Cotula et al., cit., p. 268. Su questa posizione G. Conti, Le
caratteristiche strutturali delle Casse di Risparmio in Italia dalla loro origine agli inizi del
Novecento, in La documentazione per lo studio delle Casse di Risparmio e il riordino dell’Archivio
della Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto, Trento - Rovereto, 29-30 novembre 1996.
37
V. Germanò, Elementi della normativa, cit., pp. 255, 270-272. Per un rapido cenno alle norme
che precedevano cfr. A. Antoniotti, Le casse di risparmio in Italia: origine, leggi che le governano,
amministrazione e contabilità, Torino : Tipografia L. Roux e C., 1892, pp. 31-37.

1
0
producendo un orientamento delle Casse verso i titoli di Stato, utilizzati, in particolare
i buoni del Tesoro, come fondo di riserva38.
Accanto alla cautela strutturale della politica degli impieghi delle Casse e
l’incidenza su di essa della normativa 1888 e 1897, va menzionato che le Cro non
sono leggibili come operatore omogeneo, a ragione della presenza del più grande
istituto di credito (la Cariplo), accanto a un certo numero di Casse di dimensioni
ragguardevoli (Torino, Firenze, Roma, ecc.) e di centinaia di Casse decisamente
piccole39.
È allora interessante vedere se e in quale misura le dinamiche relative al
complesso delle Cro risentano delle politiche seguite dalla Cariplo e quanto dalle
“altre” Casse. Ho, pertanto, distribuito il rapporto tra titoli di Stato e totale delle
attività delle Cro tra i titoli detenuti dalla Cariplo e dalle altre Cro40. Da questa
elaborazione è scaturito il ruolo decisivo della Cassa milanese sino agli anni ’90,
mentre dalla fine del secolo (con le norme di riordino del 1888 e il regolamento del
1897) cresce il peso degli impieghi in titoli di Stato delle altre Cro.
Nella spiegazione dell’evoluzione del finanziamento al Tesoro da parte di questo
segmento del sistema bancario diventa allora cruciale richiamare il rapporto
istituzionalizzato tra Cariplo e Tesoro dello Stato41. Nel 1866 si ha un deciso
intervento del ministro delle Finanze che sollecita la Banca Nazionale nel Regno
d’Italia e la Cariplo a finanziare le province «per supplire le quote non soddisfatte dai
privati». Nel 1870 si ha il prestito diretto concesso al Tesoro, con una quota
sottoscritta dalla Cassa di ammontare in linea con quelle della Banca Nazionale e del
Banco di Napoli. «Il prestigio derivante dall’abitudine e dalla facilità di contatti a
livello governativo» porta alla convocazione dei responsabili della Cariplo presso il
ministero con i quattro istituti di emissione. Riferendosi agli anni 1870-1880, vi è da
dire che la dirigenza della Cassa cura personali contatti con il Governo e partecipa a
«riservate trattative nelle supremi sedi sullo stesso piano delle banche di emissione e,
non raramente, in concorrenza con queste ultime». Nel 1880-1881, con il prestito per
38
A. Antoniotti, Le casse di risparmio, cit., p. 64.
39
A fine agosto 1883 le Casse di Milano, Firenze e Roma contavano un attivo di 346, 56 e 57
milioni su un totale di 562 milioni. Cfr. I. Sachs, L’Italie, ses finances et son développement
économique depuis l’unification du royaume 1859-1884, Paris, Guillaumin, 1885, p. 904. A questo
proposito rinvio alla ricostruzione del credito dei depositanti delle singole Casse tra il 1822 e il 1890,
anno di avvio della serie di F. Cotula et al. (a cura di), I bilanci, cit., CD allegato. Cfr. M. Coccìa e
G. Della Torre, La raccolta delle casse di risparmio ordinarie, Italia: 1822-1914, dattiloscritto,
2004.
40
Si tratta di un’elaborazione a scopi indicativi. Nella costruzione dei titoli del Tesoro detenuti
dalla CARIPLO abbiamo utilizzato i buoni del Tesoro e i «fondi pubblici», che sovrastimano la rendita
detenuta. Cfr. R. Bachi, Storia della Cassa di risparmio delle provincie lombarde, 1823-1922, s.l.,
1923?, pp. 29-53.
41
A. M. Galli, L’Ottocento, in Finanza e sviluppo economico sociale. La Cassa di risparmio
delle Provincie Lombarde dalla fondazione al 1940, a cura di A. Cova e A. M. Galli, Milano e Roma
– Bari, Cariplo – Laterza, 1991, vol. I.

1
1
eliminazione del corso forzoso, nel riparto della quota assegnata la Cariplo si colloca
sui valori degli istituti di emissione. Nel periodo 1888-1895 il sostegno della Cassa
alle finanze statali, «in aggiunta alle sempre massicce sottoscrizioni di buoni del
Tesoro (10-15% dell’attivo) e di rendita (37-46%) si concretizz[a] anche in alcune
importanti e specifiche operazioni»42.
Lo sviluppo del peso delle Cro nella detenzione dei titoli del debito pubblico
costituisce l’esito dei rapporti istituzionali tra Cariplo e Tesoro (in particolare nella
parte iniziale del periodo), mentre dopo il 1888 – 1897 non può essere escluso anche
un effetto positivo legato alla legislazione sulle Casse.

2.5. L’evoluzione del debito «istituzionalizzato» del Tesoro - Nella figura 3 riporto
i pesi del debito collocato all’estero e quelli del debito «istituzionalizzato», con le
componenti istituti di emissione, Cassa Depositi e Prestiti e Casse di risparmio
ordinarie. Da queste indicazioni risulta confermato il ruolo del debito
istituzionalizzato dopo gli anni ’80-90 del XIX secolo. Particolarmente incisivo
sembra essere stato il ruolo della Cdp e degli istituti di previdenza dopo il 1895 e il
1904 (obbligo di investimento in titoli di Stato a carico della Cdp e poi degli Istituti di
previdenza). Risulta evidente la sostituzione tra il debito monetizzato verso gli istituti
di emissione e il debito collocato all’estero nella prima fase con il debito verso la Cdp
e le Casse di risparmio nella fase successiva.

Fig. 3. Il debito istituzionalizzato del Tesoro, 1861-1913.

3. Il debito degli enti locali dall’Unificazione alla grande guerra: dalle case
bancarie alla Cassa depositi e prestiti

3.1. La composizione del debito degli enti locali negli anni ‘70 – Agli inizi del
periodo di disponibilità delle informazioni del debito locale, le obbligazioni
rappresentano una quota del 64% del debito totale; i mutui della Cdp contano per
il 6%; e le altre forme (chirografari, ipotecari, ecc.) per il 30%. Tra il 1877 e il
1911 si verificano la crescita impetuosa delle dimensioni della Cdp e la riduzione
delle dimensioni delle obbligazioni (in particolare, dopo il 1896). Così, a fine
1911, la situazione è nettamente diversa: mutui della Cdp, 75%; mutui in
obbligazioni, 16%; altri mutui, 9% (fig. 2).

42
A. M. Galli, L’Ottocento, cit., pp. 163-165, 187-188, 276-277, 318.

1
2
I valori del Maic hanno dati mancanti nella fase tra l’Unificazione nazionale e il
1877 e nei due sotto – periodi, 1897-1898 e 1901-1910, in cui si realizza un punto
di svolta nell’importanza relativa del circuito obbligazionario rispetto a quello
della Cdp – Gestione principale e della Cdp-Sezione autonoma del credito
comunale e provinciale (Saccp).
Ho tratto indicazioni sulla dinamica del debito per gli anni mancanti, sfruttando le
informazioni sui finanziamenti delle banche, degli istituti di emissione, della Cdp
e della Saccp43. Nel § che segue tratto dei finanziamenti di queste due istituzioni
che tanta importanza hanno avuto in quello scorcio temporale.

3.2. I finanziamenti agli enti locali della Cassa Depositi e Prestiti e della Sezione
autonoma del credito comunale e provinciale – Le rassegne sul ruolo creditizio
della Cdp centrano l’attenzione sulla “Gestione principale” di questa, ma anche le
“Gestioni annesse” e gli Istituti di previdenza “amministrati dalla Cdp” sono parti
importanti nel finanziamento agli enti locali44.
Le Gestioni annesse sono previste da specifiche norme con finalità particolari. Di
particolare interesse, per l’ambito qui analizzato, è la costituzione nel 1897 della
“Sezione autonoma per il credito comunale e provinciale” (Saccp), prevista con
l’obiettivo di convertire – consolidare i debiti pregressi dei Comuni delle isole
maggiori, con l’emissione di prestiti in cartelle e, quindi, con una raccolta diversa da
quella del circuito postale.
Più in dettaglio, i mutui della Cdp crescono dai valori estremamente contenuti del
1875 (anno di creazione delle Casse postali) sino al 1896. Già nel 1882 i mutui
della Cdp superano gli “altri” mutui (chirografari, ipotecari, ecc.), per la gran parte
attribuibili alle banche. Da notare che la contrazione della Cdp dopo il 1894, in
particolare nel biennio 1899-1900, è l’esito di due fattori: a) l’introduzione nel
1895 dell’obbligo, per la Cassa, di investimento minimo in titoli di Stato, in una
situazione iniziale in cui lo stock di titoli in proprietà della Cassa si pone al di
sotto del livello – soglia, frena la concessione di mutui agli enti locali45; b) l’inizio
dell’attività della Saccp nel 1897 porta, tra l’altro, alla conversione di “vecchi”
mutui della Cdp-Gestione principale con “nuovi” mutui della Saccp46.
Giova ricordare che le dinamiche che seguono la costituzione della Saccp sono il
portato delle norme del 1896 sulla dimissione di debiti onerosi. «La legge 11
giugno 1896 si estendeva a tutta Italia, ma si limitava alla trasformazione dei
prestiti concessi dalla Cassa depositi. La legge del 21 dicembre sta nella cerchia
insulare del Regno, ma abbraccia ogni e qualunque debito, la cui conversione
43
G. Della Torre, I finanziamenti agli enti locali, cit.
44
G. Della Torre, Impieghi e provvista della Cassa Depositi e Prestiti, 1850-1990, in Storia
della Cassa depositi e prestiti, cit., pp. 37-40.
45
G. Della Torre, Fatti stilizzati per una storia quantitativa, cit., § 2.2 e Fig. B.7.
46
S. Medolaghi, Cenni sulla Cassa dei Depositi, cit., pp. 142-144, 249-270, 291-294.

1
3
portasse alleggerimento di annualità e di carico di bilancio. Accennata questa
differenza fra le due leggi, vi è l’altra considerevolissima che con la prima la
concessione del [nuovo] debito non implica somministrazione di capitali, mentre
per la seconda occorrono e non pochi»47.
La prima norma non ha effetti, ovviamente, sul profilo evolutivo dei mutui della
Cdp-Gestione principale. Diversamente, la seconda norma, prevedendo la
possibilità per i Comuni e le Province delle isole maggiori di convertire il debito
oneroso in qualsiasi forma costituito (obbligazionaria, chirografaria, ecc.) e non
solo verso la Cdp, comporta per la Gestione principale e per il debito
obbligazionario la riduzione dei mutui convertiti dalla Saccp. Il confronto tra la
dinamica dei mutui della Saccp e delle obbligazioni in circolazione (sia pure, con
dati mancanti) rende plausibile la sostituzione tra i “nuovi” mutui della Saccp e i
“vecchi” prestiti in obbligazioni, soprattutto negli anni 1897-1898.

3.3. I finanziamenti per la dimissione dei debiti onerosi e per degli investimenti in
opere pubbliche – In questo paragrafo sviluppo l’analisi dei finanziamenti alle
opere pubbliche e della dimissione di debiti onerosi da parte della Cdp e della
Saccp e degli «altri mutuanti». Per quanto attiene al ruolo dei finanziamenti per le
opere pubbliche e per la dimissione dei debiti da parte della Cdp-Saccp48, sino al
1896, la fetta più consistente è quella destinata ai finanziamenti delle opere
pubbliche (intorno al 60-70% del totale), per scendere drasticamente con i
consolidamenti e le conversioni del periodo 1897-190949.
Informazioni analoghe non sono disponibili singolarmente per il circuito bancario
e per quello obbligazionario. E’ invece presente un’informazione congiunta dei
due circuiti, sfruttando una tabella costruita dal Maic, contenente la suddivisione
dei mutui dei Comuni in esistenza a fine 1911, secondo lo scopo per il quale
furono contratti 1. la trasformazione di “vecchi” debiti con la Cdp e la Saccp in
“nuovi” debiti senza erogazione monetaria; 2. la dimissione di debiti con
erogazione monetaria; 3. i finanziamenti per gli investimenti in opere pubbliche;
4. i finanziamenti per coprire le “deficienze di bilancio”. Ciascuna voce è
articolata tra Cdp – Saccp e “altri mutuanti” (circuiti obbligazionari e bancari)50.
Ne risulta: a) la trasformazione di mutui già contratti con la CDP conta molto: 447
su 1911 milioni; b) la dimissione di debiti conta ancor di più (754 su 1911 milioni)
e comporta un ruolo degli “altri mutuanti” (45% ca.) in linea con quello della Cdp
47
Cdp, Relazione e rendiconti consuntivi per la Cdp e per le gestioni annesse. Anno 1897,
Roma, Tipografia Cecchini, 1898, vol. I, p. 330.
48
G. Della Torre, Fatti stilizzati per una storia quantitativa, cit., p. 21.
49
L. Conte, Amministrare il risparmio, cit., pp. 133-142; e G. Della Torre, Fatti stilizzati per
una storia quantitativa, cit., pp. 18-21, e fig. C.3.
50
Maic, Statistica dei debiti comunali per mutui al 31 dicembre 1911, Roma, Tipografia G.
Bertero & C., 1914, pp. XIII segg.

1
4
(55%); c) il finanziamento alle opere pubbliche conta meno delle dimissioni di
debiti (654 milioni) ed è sostenuto dagli “altri mutuanti” per un’entità leggermente
superiore a quella della Cdp; d) la “deficienza di bilancio” non è una voce
rilevante.

3.4. Una sintesi – Pur in presenza di vuoti informativi nell’apparato quantitativo,


su alcuni aspetti ritengo di poter avanzare alcune considerazioni. La costruzione
dell’evoluzione delle principali componenti del debito locale tra il 1901 e il 1915
consente di inferire elementi per sostenere l’ipotesi di un’importante modificazione
strutturale in quella fase storica. Strutturalmente la conversione dei debiti pregressi è
un fenomeno rilevante in tutto il periodo analizzato, ma in particolare dopo il 1896.
Tra il 1896 e il 1911-1915 è sostenibile l’idea che il fenomeno di dimissione dei debiti
abbia riguardato intensamente i debiti in obbligazioni a vantaggio dei mutui verso la
Cdp-Saccp, con una profonda sostituzione tra il debito obbligazionario, gestito in
particolare dalle case bancarie, e i mutui verso l’operatore istituzionalizzato della
Cdp-Saccp.

4. Conclusioni

Ho trattato in forma separata l’evoluzione del debito del Tesoro e degli enti locali
per le nette differenze nei due operatori, nelle loro caratteristiche e nelle loro
possibilità di incidenza sui sistemi di finanziamento. Tuttavia ritengo di aver
verificato una linea di fondo comune nella composizione delle due tipologie di debito.
Tanto il debito del Tesoro che quello locale mostrano il passaggio da un struttura
iniziale fondata sulla “vielle banque”, con larga parte di attività gestita attraverso
forme di mediazione tra risparmiatori di cospicue dimensioni ed enti pubblici, e
“banque nouvelle”, con una significativa acquisizione di debito pubblico in proprio da
parte delle banche di deposito. Tuttavia, tanto per il Tesoro che per gli enti locali, lo
sviluppo dei finanziamenti da parte della banca moderna riguarda prevalentemente il
sistema delle Casse di Risparmio Ordinarie. Da notare ancora che per il caso italiano
non si ebbe soltanto il travaso dalle case bancarie alle moderne banche di deposito,
ma anche – e per dimensioni significative – lo sviluppo impetuoso del circuito
istituzionalizzato fondato sulla raccolta, minuta e decentrata, delle Casse postali e
sugli impieghi accentrati della Cassa Depositi e Prestiti.

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5