Sei sulla pagina 1di 5

Il dramma degli introversi nel nostro mondo

Queste riflessioni danno per scontata la lettura dell'articolo sull'introversione gi pubblicato. Esse
valgono ad aggiornare il discorso su di un problema che, un giorno o l'altro, dovr essere riconosciuto
e affrontato dalle famiglie, dalla scuola e dalla societ. Nell'immediato, la cosa pi importante che
sopravvenga una presa di coscienza da parte dei diretti interessati. Tale presa di coscienza, finch
rimarr individuale, non incider in alcun modo nell'organizzazione pregiudiziale del mondo. Potr
per contribuire ad evitare che l'introverso: 1) inforchi egli stesso gli occhiali del pregiudizio nei
propri confronti; 2) sviluppi una rabbia infinit verso gli altri, la cui incomprensione e la cui
insensibilit sono pi spesso involontarie; 3) eviti d'imboccare la via di una normalizzazione
mimetica, che consegue di solito effetti mediocri, quando non addirittura patetici.

1.

Sostenere che nel nostro mondo gli introversi vivono peggio di quanto sia accaduto nel corso di tutta
la storia dell'umanit probabilmente eccessivo. Per convincersi di questo, basta pensare a quella che
deve essere stata la loro sofferenza in tutte le societ organizzate comunitaristicamente e fondate su
di una perpetua interazione faccia a faccia, che non comportavano alcun riconoscimento della privacy
n autorizzavano alcun raccoglimento privato. In situazioni del genere, presumibilmente, alcuni
introversi riuscivano a mettere a frutto le loro qualit, spesso fuori dell'ordinario, assumendo il ruolo
di stregoni, sciamani, oracoli, sacerdoti, poeti, artisti, filosofi. Alcuni, sprovvisti o inconsapevoli della
loro creativit, si davano all'eremitaggio e al monachesimo. I pi, quasi di sicuro, finivano per con
l'essere ritenuti e con il sentirsi diversi, strani, bizzarri, e con il comportarsi di conseguenza fino al
punto di essere etichettati come malati di mente.

Pi volte ho considerato la possibilit d'interpretare in questi termini la misteriosa incidenza, costante


nel tempo e nello spazio, della schizofrenia che, nelle sue espressioni pi proprie, autistiche, non fa
altro che accentuare alcuni tratti di carattere intrinseci all'introversione. Ancora oggi, del resto, gran
parte dei soggetti diagnosticati schizofrenici appartengono di fatto allo spettro introverso. E' difficile
che questo sia un caso, anche se pregiudiziale affermare che l'introversione rappresenta una
predisposizione alla schizofrenia. Essa predispone ad un'interazione in qualche misura problematica
con il mondo, i cui esiti dipendono per dal contesto ambientale e culturale.

Se non lecito, dunque, sostenere che gli introversi non siano mai vissuti peggio di quanto vivono
nel nostro mondo, non v' alcun dubbio che essi, senza alcuna colpa, pagano, ancora oggi, prezzi
psicologici rilevanti. Su dieci soggetti che, per i disturbi pi diversi, entrano in terapia, i tratti
dell'introversione e alcune tappe tipiche della carriera introversa sono ricostruibili in una percentuale
estremamente significativa (6-7 su dieci). Perch ancora oggi accade questo il problema che intendo
affrontare. L'articolo sull'introversione fornisce molteplici spunti di riflessione a riguardo, ma forse
opportuno estrapolare quelli pi significativi.

2.

Un primo aspetto, di grande importanza, riguarda la genetica. E' merito di Jung avere identificato
nello spettro che va dall'introversione all'estroversione il fattore pi importante del carattere umano.
Egli ha giustamente rilevato che tale spettro non comporta, neppure agli estremi, delle forme pure.
Ogni costituzione si pu ritenere una combinazione di valenze introverse e di valenze estroverse.
L'introversione dunque attesta semplicemente la prevalenza, che pu essere pi o meno marcata, delle
valenze introverse su quelle estroverse.
Ammettere che il carattere umano riconosca una componente genetica non significa ovviamente che
la personalit umana determinata geneticamente. La costituzione genetica definisce solo un modo
particolare e per alcuni aspetti specifico di rapportarsi ai due mondi nell'interfaccia dei quali si
definisce la coscienza: il mondo esterno e quello interno. Il fatto che il primo sia dato oggettivamente,
nel senso che ha una realt indipendente dal soggetto, al quale preesiste, e che il secondo rappresenti
invece una dimensione che si sviluppa nel corso dell'evoluzione della personalit, alcuni aspetti della
quale rimangono comunque al di fuori della coscienza e della percezione sociale, importante. Posto
infatti che si dia un orientamento introverso, il mondo interno pu operare un effetto di "cattura" della
soggettivit via via che la personalit si sviluppa. Questo permette di capire perch alcuni adolescenti
introversi tendono a ritirarsi dal mondo proprio nel periodo in cui, per effetto dell'interesse sessuale,
ci si aspetterebbe che essi si aprissero e interagissero con esso. Il problema che quell'interesse pu
risultare meno rappresentato nel loro mondo interno rispetto ad altri - filosofici, letterari, scientifici,
politici, ecc.

In che cosa consiste, in s e per s, l'orientamento proprio dell'introversione in rapporto ai due mondi?
Jung lo ha definito con sufficiente precisione: la riflessivit, intesa in senso lato come piacere di
comunicare con la propria mente e di recepire il mondo esterno attraverso le sue rifrazioni soggettive.
Il mondo interno, nei suoi aspetti consci e ancora pi in quelli inconsci, il mondo dell'emozione,
della fantasia, dell'immaginazione, del pensiero intuitivo. La percezione di questo mondo, quasi
sempre vivace nell'introverso, cattura la soggettivit e opera come un filtro rispetto al mondo esterno.
Un bambino introverso facilmente identificabile: posto che non abbia ancora problemi, il suo
sguardo denso e penetrante, ma al tempo stesso non ha quella vivacit che propria degli estroversi,
catturati dagli stimoli esterni. C' in esso una sfumatura di fissit che riconduce ad una modalit di
rapporto "contemplativa".

L'orientamento introverso comporta, dunque, inevitabilmente un corredo emozionale pi ricco e pi


vivace rispetto alla media. Questa ricchezza concerne anche tutte le funzioni psichiche intimamente
correlate alle emozioni: la fantasia, l'immaginazione, l'intuizione. Il rapporto tra questo corredo e
l'intelligenza in senso stretto, intesa come capacit astratta e operativa, non costante. Si danno
indubbiamente introversi iperdotati sotto il profilo intellettivo, ma se ne danno anche di normodotati.
L'ipodotazione, invece, non mai associata all'introversione, forse perch anche l'intelligenza astratta
riconosce come sua matrice primaria l'emozionalit.

Tutto ci giustifica il considerare l'introversione nel suo complesso come una condizione
caratterizzata da potenzialit superiori alla norma. Ma, se questo vero, com' possibile che un
introverso, in molteplici fasi dello sviluppo e per alcuni aspetti, appare solitamente inadeguato e in
ritardo rispetto alla media?

3.

Questo mistero, in ci che esso ha di naturale, vale a dire non dipendente da interazioni negative con
l'ambiente, si risolve tenendo conto di alcuni aspetti evolutivi dipendenti dalla ricchezza del corredo
emozionale.

Un primo aspetto, di straordinaria importanza, concerne il fatto che tale corredo comporta una
sensibilit sociale che si esprime originariamente in un'identificazione totale con le figure genitoriali
e con il mondo adulto, che vengono idealizzati e sacralizzati. L'idealizzazione delle figure genitoriali
e degli adulti un momento proprio dello sviluppo psicologico di ogni bambino. Essa, per, negli
introversi, si realizza con una tale intensit da rendere del tutto secondario il rapporto con i coetanei.

In quest'identificazione potente e persistente almeno sino all'adolescenza si pu leggere l'espressione


di una vocazione viscerale ad essere sul registro della perfezione, della grandezza, della
consapevolezza - doti che vengono regolarmente attribuite ai grandi. E' come se il bambino introverso
alienasse le sue potenzialit di sviluppo vedendole gi realizzate dagli adulti. Di fatto,
quest'alienazione, che pu essere fonte di molteplici delusioni via via che si allenta, giustifica la
tendenza a privilegiare il rapporto con gli adulti.

La conseguenza di quest'idealizzazione per pu non essere positiva. Per un verso, essa infatti
promuove un'accondiscendenza totale del bambino in rapporto ai desideri, consci e inconsci, degli
adulti. Se questi lo investono di aspettative perfezionistiche, inevitabile che il bambino introverso
ne rimanga catturato e faccia ogni sforzo possibile per conformarsi ad esse. Questo meccanismo
rappresenta la matrice di un modo di essere infantile caratterizzato da una precoce maturit
comportamentale tale per cui, fin dall'et di 4-5 anni, il bambino introverso sembra un adulto in
miniatura. Questa condizione, che gli permette di ricevere gratificazioni molteplici dagli adulti, a
casa, nella cerchia dei parenti o degli amici di famiglia, a scuola, ecc., la stessa che scava un solco
rispetto ai coetanei, che sono pi spontanei, meno controllati, meno ligi alle regole educative.

L'altro aspetto legato al senso di giustizia, emozione innata che appare sempre precocemente
spiccata negli introversi. Nel momento in cui essi si rapportano, per un verso, alle autorit,
assolvendone le aspettative e rispettandone le regole, e, per un altro, agli altri con un'estrema
sensibilit che vieta loro di arrecare dispiacere, ferire, aggredire, essi sono indotti a vivere questo
come se fosse la cosa pi naturale del mondo. In conseguenza di questo, essi si aspettano che gli altri
si comportino allo stesso modo.

La delusione di quest'aspettativa, riguardi essa il mondo dei grandi o dei coetanei, determina spesso
reazioni di rabbia interiore molto intense,un irrigidimento e una diffidenza nei confronti del mondo
che, spesso, a livello inconscio, si mantiene anche in et adulta.

La precoce maturit comportamentale, riferita soprattutto alle aspettative del mondo adulto, e
l'irrigidimento conseguente alla scoperta delle "ingiustizie" perpetrate dagli adulti e dai coetanei,
determinano nel complesso un modo di essere "strano": sorprendentemente e eccessivamente maturo
per un verso, riservato e chiuso per un altro.

4.

La "chiusura" dell'introverso l'aspetto comportamentale destinato ad incidere profondamente nella


carriera sociale e nella definizione stessa di s. Esso rappresenta la somma di due diversi fattori che
vengono costantemente confusi. Per un verso, la chiusura fa capo ad una limitazione costituzionale
delle capacit comunicative. L'introverso dispone di un solo registro comunicativo congeniale, che
un registro profondo. Egli dunque riesce a sintonizzarsi solo laddove si d un certo grado di affinit.
La comunicazione quotidiana, che fatta di luoghi comuni, di convenzioni, di discorsi fatui, di parole
usate per scongiurare il silenzio lo imbarazza e lo mette a disagio.

Per un altro verso, la chiusura da ricondurre al timore di rimanere ferito dagli altri. L'introverso, in
nome della sua sensibilit, ha una tendenza naturale a preoccuparsi delle conseguenze dei suoi
comportamenti a carico degli altri: tendenzialmente scrupoloso. Interagire con un mondo nel quale
le persone si comportano spontaneamente, spesso dicendo e facendo, senza rendersene conto, cose
che dispiacciono, turbano o addirittura offendono gli altri, un dramma. L'introverso si chiede come
sia possibile una cosa del genere. Partendo dalla sua esperienza interiore, egli pu giungere solo a
pensare che gli altri siano rozzi e insensibili. Questa conclusione d alla chiusura un carattere
difensivo.

Purtroppo, dall'esterno, la chiusura dell'introverso non mai colta nel suo autentico significato. Pi
spesso viene scambiata per un modo di essere scostante, superbo, rifiutante, se non addirittura
sprezzante. D'acchito, insomma, a livello sociale l'introverso risulta antipatico alla maggioranza delle
persone, e viene trattato come tale. Egli si rende conto di questo, lo ritiene ingiusto, spesso si arrabbia.
Ma, non essendo in grado di esprimere la rabbia o avendo timore di esprimerla per non offendere gli
altri, la cova dentro di s. Questo significa che egli accentua le sue difese rispetto al mondo. S'instaura
di conseguenza un circolo vizioso interattivo, per cui pi l'introverso si chiude pi egli riceve delle
risposte sociali negative. La conseguenza di questo circolo vizioso un senso doloroso di diversit e
di estraneit rispetto al mondo, che convive spesso con una rabbia cieca contro tutto e contro tutti.
Naturalmente, la rabbia si produce pi facilmente se, come capita spesso in fase evolutiva, l'introverso
viene investito da giudizi negativi, attaccato verbalmente o addirittura fisicamente.

La percezione di una diversit radicale e la rabbia possono dare luogo a diverse carriere evolutive. Se
la diversit rimane associata ad un sentimento di valore, essa pu promuovere un isolamento sociale
sotteso da un disprezzo consapevole e profondo nei confronti degli altri. Se essa viceversa mina il
sentimento di valore personale, l'introverso pu essere spinto a tentare di normalizzarsi, di agire cio
come se fosse estroverso. Date le sue qualit, egli pu riuscire anche brillantemente in questa mimesi,
ma il prezzo un falso io, dietro il quale il giudizio nei confronti degli altri pu rimanere
implacabilmente denigratorio. Ovviamente, il falso io comporta anche una percezione negativa di s,
pi o meno consapevole. Lo sviluppo peggiore per avviene allorch un introverso, oppresso dalla
propria sensibilit, che lo induce ad essere scrupoloso e ad incolparsi per un nonnulla e ferito dagli
estroversi, che agiscono spesso senza interrogarsi sulle loro conseguenze a carico degli altri, decide
di risolvere il problema rimuovendo la propria sensibilit e dandosi una maschera di forza, di durezza
e, al limite estremo, di cinismo. Anche in questo caso, l'introverso, mettendo a frutto le sue qualit,
pu ingannare, oltre che se stesso, anche gli altri. La rimozione della sensibilit estingue i sensi di
colpa, che per si accumulano a livello inconscio, e, prima o poi, presentano il conto.

Sia che si voti all'isolamento sia che simuli di stare bene in mezzo agli altri, sia infine che si dia una
maschera d'insensibilit e di cinismo, l'introverso non vive bene. L'isolamento si associa, infatti, oltre
che alla rabbia nei confronti degli altri, alla percezione di sprecare delle potenzialit che potrebbero
essere investite in una vita di relazione significativa. La normalizzazione sul registro del falso io,
viceversa, fa s che l'introverso condannato a rimanere in una rete di rapporti superficiali, sottesi
dalla paura che un investimento pi profondo possa evocare negli altri un giudizio negativo (in
particolare, "l'essere pesante"). Il cinismo, infine, come ho accennato, d luogo all'accumulo di
enormi sensi di colpa. Tutt'e tre queste situazioni possono evolvere in una direzione psicopatologica.

5.

Se le cose stanno cos, c' da chiedersi che cosa si possa fare. Io penso che almeno due o tre cose si
possano fare immediatamente.

La prima consiste nell'acquisire, da parte della societ, e in particolare delle famiglie e delle scuole,
una consapevolezza piena del problema. Tale consapevolezza porterebbe a riconoscere e ad accettare
la diversit introversa come una scelta della natura: scelta problematica per quanto ricca di significato.
L'accettazione implicherebbe il riconoscimento del bambino introverso come un bambino difficile da
educare per via della sua enorme influenzabilit educativa, della reattivit emozionale che si cela
dietro di essa e delle elevate aspettative che egli ha nei confronti dei grandi. Da questo punto di vista,
sarebbe importante non pretendere troppo da lui, non ignorare che egli ha una sensibilit tale che,
bench inespressa, pu farlo sentire facilmente ferito, e, soprattutto, comportarsi nei suoi confronti in
maniera schietta in maniera tale da aiutarlo ad accettare i limiti e le contraddizioni dei grandi senza
destinarlo a scoprirle traumaticamente.

In secondo luogo, occorrerebbe accettare i suoi tempi e i suoi modi di sviluppo, senza insistere in
strategie di normalizzazione che lasciano il tempo che trovano. Quest'accettazione implica anche il
riconoscimento che il bambino introverso ha un bisogno molto maggiore rispetto alla media di capire
il significato delle regole, delle norme e dei valori che chiamato a rispettare.
Occorrerebbe infine tutelarlo in qualche misura dall'aggressivit dei coetanei, che non colpevole ma
spesso consegue effetti micidiali. Questo significherebbe progettare un intervento nelle scuole che
affronti il problema di un'interazione sociale tra coetanei che si sta modellando sempre di pi sulla
legge del pi forte.

La seconda cosa da fare riguarda gli introversi. Essi dovrebbero chiarirsi le idee sulla propria
condizione, accettare la diversit sia nel suo valore che nei suoi limiti (che riguardano essenzialmente
una spigliatezza sociale che non possono avere e un modo di essere riservato che evoca negli altri,
normalmente, un moto di avversione), coltivare il loro valore mettendo nel conto che, alla lunga, esso
sar riconosciuto da qualcuno, non vergognarsi della diversit n tentare di mimetizzarsi, prescindere
dalla tentazione di indurirsi e di incattivirsi, accettare di doversi impegnare in una comprensione
profonda del modo di essere degli altri, che sono la maggioranza, senza risentirsi del fatto che questi
possono vivere bene anche senza sottoporsi a sforzi di riflessione, sentire, infine, di doversi costruire
un loro mondo ristretto di relazioni sociali laddove gli altri possono adattarsi al mondo cos com'.

La terza cosa fondare una lega per la tutela dei diritti degli introversi che abbia come propri scopi
non gi di creare un'enclave protettiva, ma piuttosto di sensibilizzare la societ su questo problema e
d'indurre negli introversi confusi o preda dell'alienazione normativa il riconoscimento e la
valorizzazione della propria condizione.

Proprio mentre stavo scrivendo quest'articolo, ho letto su Internazionale (491, 6 giugno 2003)
l'estratto di un articolo comparso su di una rivista statunitense. L'autore, Jonathan Rauch - un
introverso che riuscito a prendere coscienza della propria diversit e ad uscire allo scoperto - spezza
con molto garbo e acume una lancia a favore della categoria cui appartiene, che egli ritiene
pregiudicata, incompresa, oppressa e addirittura maltrattata dagli estroversi (sia pure
incolpevolmente). Rauch si limita ad appellarsi agli estroversi perch si sforzino di capire gli inutili
tormenti che impongono agli introversi. Forse si pu fare qualcosa di pi.

La proposta di una lega per la tutela dei diritti degli introversi pu apparire bislacca. Se qualcuno
per, dopo la lattura degli articoli del sito, pensa di appartenere a questa componente preziosa
dell'umanit, potrebbe cominciare a aderire per via e-mail. Se son rose, fioriranno.

Giugno 2003

[Luigi Anepeta]