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ormai scomparire; le regole della buona educazione evitano i corpi, la decenza de

lle parole rende innocenti i discorsi. E ci che sterile, se insiste e s i mostra


troppo, si trasforma in anormale: ne ricever lo statuto e dovr pagarne le sanzioni
. Quel che non finalizzato alla generazione o non ne trasfigurato fuori legge, e
n on ha nemmeno diritto alla parola: cacciato, rifiutato e ridotto al silenzio
ad un tempo. Non solo non esiste, ma non deve esistere, e lo si far scomparire al
la prima manifestazione - atti o parole. I bambini, per esempio, si sa che non h
ann o sesso: ragione di pi per vietarglielo, per proibire che ne parlino, per chi
uder si gli occhi e tapparsi le orecchie dovunque dovessero farne mostra, ragion
e di pi per imporre un silenzio generale e rispettato. Questo sarebbe il caratter
e spe cifico della repressione, e quel che la distingue dai divieti che mantiene
la se mplice legge penale: funziona certo come condanna alla disparizione, ma a
nche co me ingiunzione di silenzio, affermazione d'inesistenza, e dunque constat
azione c he di tutto ci non c' niente da dire, n da vedere, n da sapere. Cos funzione
rebbe, ne lla sua logica zoppicante, l'ipocrisia delle nostre societ borghesi. Fo
rzata pur sempre a qualche concessione. Ma se bisogna veramente far posto alle s
essualit il legittime, che vadano a fare altrove il loro schiamazzo: l dove possib
ile reinscr iverle, se non nei circuiti della produzione, almeno in quelli del p
rofitto. La casa chiusa e la casa di cura saranno i luoghi di tolleranza: la pro
stituta, il cliente ed il protettore, lo psichiatra e la sua isterica - questi "
altri vittor iani," direbbe Stephen Marcus - sembrano aver surrettiziamente fatt
o passare il piacere indicibile nell'ordine delle cose che si contano; le parole
, i gesti, al lora autorizzati in sordina, vi si scambiano ad un alto prezzo. L s
oltanto il ses so selvaggio avrebbe diritto a qualche forma di realt, purch ben is
olata, ed a tip i di discorso clandestini, circoscritti, codificati. In qualsias
i altro luogo il puritanesimo moderno avrebbe imposto il suo triplice decreto di
divieto, d'ines istenza e di mutismo. Saremmo liberati da questi due lunghi sec
oli in cui la storia della sessualit dov rebbe leggersi innanzitutto come la cron
aca di una repressione crescente? Ancora molto poco, ci viene detto. Da Freud, f
orse. Ma con che circospezione, che prud enza medica, che garanzia scientifica d
'innocuit, e quante precauzioni per tenere tutto, senza timore di "straripamento,
" nello spazio pi sicuro e pi discreto, fra divano e discorso: ancora un bisbiglio
remunerativo su un letto. E come potrebb e essere diversamente? Ci viene spiega
to che, se la repressione stata, a partire dall'et classica, il tipo fondamentale
di legame fra potere, sapere e sessualit, non ce ne si pu liberare che ad un prez
zo molto alto: ci vorrebbe addirittura una trasgressione delle leggi, una rimozi
one dei divieti, un'irruzione della parola , una restituzione del piacere nel re
ale, e tutta una nuova economia nei meccani smi del potere; poich il minimo framm
ento di verit sotto condizione politica. Tali effetti non li si pu dunque attender
e da una semplice pratica medica, n da un dis corso teorico, per quanto rigoroso.
Si denunciano cos il conformismo di Freud, le funzioni di normalizzazione della
psicanalisi, tanta timidezza sotto i grandi s lanci di Reich, e tutti gli effett
i d'integrazione assicurati dalla "scienza" de l sesso e dalle pratiche, appena
ambigue, della sessuologia. Questo discorso sulla moderna repressione del sesso
regge bene. Probabilmente pe rch facile farlo. Una grossa cauzione storica e poli
tica lo protegge; facendo nas cere l'epoca della repressione nel diciassettesimo
secolo, dopo centinaia d'anni all'aria aperta e di libera espressione, la si po
rta a coincidere con lo svilup po del capitalismo: farebbe corpo con l'ordine bo
rghese. La piccola cronaca del sesso e delle sue vessazioni si traspone immediat
amente nella storia cerimoniosa dei modi di produzione; la sua futilit svanisce.
Si delinea in questo modo un pr incipio di spiegazione: se si reprime il sesso c
on tanto rigore, perch incompatib ile con una costrizione al lavoro generale ed i
ntensiva; nell'epoca in cui si sf rutta sistematicamente la forza lavoro si potr
ebbe tollerare ch'essa vada a disp erdersi nei piaceri, salvo in quelli, ridotti
al minimo, che le permettono di ri prodursi? Il sesso ed i suoi effetti non son
o forse facilmente decifrabili; cos r icollocata, invece, la loro repressione si
analizza agevolmente. E la causa del sesso - della sua libert, ma anche della con
oscenza che se ne acquisisce e del di ritto che si ha di parlarne - si trova con
piena legittimit legata all'onore di u
na causa politica: anche il sesso s'inscrive nell'avvenire. Una mente sospettosa
si chiederebbe forse se tante precauzioni per dare alla sto ria del sesso un pa
trocinio cos importante non portino ancora la traccia dei vecc hi pudori: come se
ci fosse bisogno di tutte queste correlazioni valorizzanti pe rch questo discors
o possa esser fatto o recepito. Ma c' forse un'altra ragione che ci rende cos grat
ificante formulare in termini di repressione i rapporti fra sesso e potere, ed q
uel che potremmo chiamare il "be neficio del locutore." Se la sessualit repressa,
cio destinata alla proibizione, a ll'inesistenza ed al mutismo, il solo fatto di
parlarne, e di parlare della sua repressione, ha un tono di trasgressione delib
erata. Colui che adopera questo li nguaggio si mette in una certa misura al di f
uori del potere; attacca la legge; anticipa, foss'anche di poco, la libert futura
. Di qui la solennit con cui oggi si parla del sesso. I primi demografi e gli psi
chiatri del diciannovesimo secolo, quando erano obbligati ad evocarlo, pensavano
di doversi far perdonare se fermav ano l'attenzione dei loro lettori su argomen
ti cos poco nobili e tanto futili. No i, da decine di anni