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Capitolo primo

Il pensiero maschile sulla donna e le leggi che la riguardano: Fin dall'antichità i pensatori e scrittori hanno cercato
di determinare che cosa rende le donne diverse dagli uomini. Prima del 500 quasi tutti i pensatori religiosi e laici
concordavano nel considerare la donna inferiore all'uomo e fornirono innumerevoli esempi della sua
imperfezione. Tra il 1500 e il 1750 qualcosa cambiò grazie al rinnovamento culturale avviato dal Rinascimento.
Il retaggio della tradizione: Nella Genesi, primo libro della Bibbia ebraica e cristiana, la creazione viene raccontata
in 2 modi piuttosto contrastanti: nella prima versione Dio crea la donna e l'uomo contemporaneamente, nella
seconda genera la donna, Eva da una costola di Adamo per procurargli una compagna. La maggior parte dei
commentatori scelse di presentare Eva e per estensione tutte le donne, come fonte del male e del peccato nel
mondo. Le donne erano considerate impure per 15 giorni al mese a causa del flusso mestruale come pure dopo il
parto per 40 giorni se il figlio era maschio, 80 se era femmina. L’immagine della donna secondo Gesù: parlava con
loro e le accoglieva tra i suoi fedeli, affermava che al pari degli uomini potevano accedere alla vita eterna e le città
in numerose parabole come esempi positivi pertanto molti studiosi lo definiscono femminista. Ma dopo la sua
morte le sue convinzioni furono stravolte da molti dei suoi seguaci. Paolo invece le cui lettere costituiscono circa
metà del nuovo testamento aveva un atteggiamento ambivalente rispetto alle donne: da una parte osserva che
non dovrebbero esistere distinzioni di genere, dall'altra dichiara che le donne non devono prendere la parola in
chiesa. Il cristianesimo si diffuse con rapidità e inizialmente le donne furono assai attive: parecchie svolgevano
funzioni sacerdotali come impartire il battesimo, dopo le donne vennero allontanate dal ministero sacerdotale
con l'affermarsi di una chiesa gerarchizzata a immagine dell'apparato politico romano, che le escludeva dalle
posizioni dirigenziali. Il più importante dei primi filosofi cristiani, Sant'AGOSTINO, affermava che la colpa originaria
di Adamo ed Eva, era stata creare il desiderio sessuale, adducendo come prova il fatto che la volontà e la ragione
sono sufficienti all'uomo per controllare il proprio organo sessuale. Dopo di lui quasi dappertutto la Chiesa
considerò peccaminoso anche il sesso nel matrimonio. Agostino affermava anche che la sottomissione della donna
era intrinseca alla creazione, poiché soltanto l'uomo fu fatto a immagine di Dio e la donna era inferiore. Il suo
contemporaneo San Girolamo concordava con lui, ma aggiungeva che se desiderava servire Cristo cessava di
essere donna e sarà detta uomo. Il pensiero di Aristotele: le donne erano uomini malriusciti, il risultato di un errore
di concepimento da parte di genitori troppo giovani o troppo vecchi o molto distanti tra loro per età. La donna è
una deformità. Riteneva la donna inferiore e considerava suo compito procreare. Anche Platone la pensava così,
che il vero amore e la vera amicizia potevano esserci solo tra uomini, e che in principio tutti gli esseri umani erano
maschi e che alcuni si erano reincarnati in femmine essendosi comportati in modo codardo. Nella sua opera più
importante Repubblica, ammetteva le donne ma solo quelle che avevano deciso di rinunciare al ruolo femminile
ed erano quindi più simili all'uomo. Tommaso D'Aquino affermò che l'inferiorità della donna non era il risultato
del comportamento di Eva ma intrinseca della creazione. Le donne hanno bisogno di essere assistite in tutto dai
maschi perché deboli. Si diffonde la figura di Maria. La sua condizione di vergine e madre le consentiva di essere
venerata e di rappresentare l'esatto opposto di Eva dando vita donna buona/donna cattiva. La Madonna era un
modello irraggiungibile per le donne poiché nessuna poteva sperare di dare la vita al Messia. Allo stesso tempo
Maria era una creatura umana e poteva costituire un esempio per le donne. Il punto di vista maschile sulla donna
emerge nella letteratura dell'alto e del basso medioevo. Dal XII secolo i poeti celebrano anche l'amore e la
dedizione per la donna.
Il dibattito sulla donna durante il Rinascimento: Intorno al 1380 Giovanni Boccaccio completò il De mulieribus
claris, un elenco di donne che si erano distinte per lealtà, coraggio e onestà. A prima vista il testo potrebbe apparire
un omaggio ma in realtà rivela un’ambiguità poiché l’elogio più cortese alle donne è che sono affini agli uomini.
Christine de Pizan, fu la prima donna che intervenne nella polemica, cercò di capire le ragioni della subordinazione
femminile. Christine ammette che le donne sono dipendenti in tanti campi ma per mancanza di cultura e di
autonomia economica. L’opera di Christine ebbe poco credito e la maggior parte dei trattati successivi ricalcarono
soprattutto il testo di Boccaccio, dopo di loro il De Nobilitate pubblicato ad Anversa nel 1529 fornì l’elenco di
donne illustri più completo e imitato del tempo, sostenendo che la donna è pari all’uomo o superiore. Eva è
superiore ad Adamo perché fu creata nel Paradiso e trasse vita da un osso, materiale più nobile dell’argilla con cui
fu plasmato l’uomo. Coloro che ripresero le sue idee ne ridussero la portata utilizzandole per lodare le donne
potenti a cui dedicavano le proprie opere cosicché è difficile valutare la loro sincerità. Lo stesso Agrippa dedica il
De nobilitate a Margherita d’Austria. I più accaniti sostenitori dell’inferiorità femminile si espressero con
affermazioni oltraggiose, secondo cui la donna non è un essere umano tanto da far pensare che il loro intento
fosse satirico. Nella prima età moderna la questione femminile fu oggetto di rappresentazione iconografica,
soprattutto attraverso stampe che venivano esposte nelle taverne e nelle case private. Si ricorreva rappresentare
la moglie ideale con la chiocciola o la tartaruga, animali che non abbandonano mai la casa e stanno sempre in
silenzio; più comuni erano però le immagini di mogli che picchiano il marito o nascondono l’amante. Paracelso,
medico e alchimista svizzero, sosteneva che le donne hanno una posizione speciale poiché partoriscono, il
matrimonio è indispensabile a entrambi i sessi perché è un ‘ unione fisica ma anche spirituale voluta da Dio.
Riformatori religiosi del XVI e XVII secolo:
Per Lutero, Zwingli, Calvino e i teorici del movimento puritano inglese, la donna è stata creata da Dio e può salvarsi
grazie alla fede, quindi dal punto di vista spirituale è pari all’uomo. Ma in ogni altro ambito deve essere
subordinata. La maggior parte riconosceva in Eva la principale responsabile del peccato originale, e riteneva che
ciò avesse accresciuto l’inferiorità delle donne. I teologi protestanti sostennero l’unione coniugale con opuscoli
per convincere uomini e donne a sposarsi. Le 3 finalità del matrimonio erano: procreazione, salvezza dal peccato,
mutua assistenza fra coniugi. Quest’ultima secondo Calvino era la più importante. I protestanti esortavano
soprattutto le donne per le quali il matrimonio era una vocazione e un progetto di vita. La risposta alla riforma
protestante fu la riforma cattolica, affermando che il celibato e la castità erano le scelte di vita più aderenti al
cristianesimo. In un secondo momento i cattolici capirono che malgrado l’esortazione al celibato, la maggior parte
delle donne europee desiderava sposarsi e iniziarono a redigere manuali matrimoniali per controbattere quelli
protestanti. Il loro ideale di moglie, obbediente, devota, coincide con quello proposto dai loro oppositori. Luis de
Leòn ad esempio, diede alle stampe un trattato: La sposa perfetta, in cui osservava che quando una donna riesce
a distinguersi in qualcosa di lodevole, conquista una vittoria su qualsiasi uomo impegnato nel medesimo compito.
La rivoluzione scientifica:
Nella seconda metà del 500 l’anatomia e fisiologia del corpo femminile divennero oggetto di dibattito. Aristotele
e Galeno: La questione più controversa che vide contrapposti aristotelici e galenisti era quella relativa al liquido
seminale femminile. I primi sostenevano che le donne non producevano seme, i seguaci di Galeno asserivano che
la donna produceva liquido seminale per la formazione del feto. William Harvey che in sostanza condivideva la tesi
di Galeno, riteneva che le donne producessero uova che contribuivano alla formazione del feto. La funzione
dell’uovo venne interpretata correttamente solo nel 1827, tardi se si considera che lo spermatozoo è stato
scoperto dopo il 1670. Tutti credevano nell’esistenza di 4 liquidi: sangue, flemma, bile nera e bile gialla. E che
causa della malattia fosse la mancanza di equilibrio fra tali liquidi. Gli uomini erano più caldi e asciutti, le donne
fredde e umide. L’assenza di calore nelle donne era la causa del ciclo mestruale, del fatto che non diventavano
calve (gli uomini bruciavano i capelli), per gli aristotelici le donne erano maschi imperfetti. La posizione galenista
sosteneva che ognuno dei 2 sessi è perfetto e che uomini e donne si completano. Un altro argomento era quello
relativo all’utero a cui veniva attribuita la responsabilità dei disturbi di origine psichica, la parola isteria deriva dal
termine greco che designa l’utero. Si pensava esistesse un utero vagante e fosse influenzato dalla luna. La
rivoluzione scientifica modificò la visione del mondo ma incise poco sull’inferiorità della donna.
Il diritto e la donna:
A partire dal 200 in Italia e nei paesi dell’Europa meridionale e dal 500 in Germania e altri Stati del Nord gli studiosi
di diritto incoraggiano i governi a modificare l’ordinamento giuridico per conformarlo al diritto romano
dell’imperatore Giustiniano nel VI secolo. I codici più vecchi imponevano a ogni donna non coniugata un tutore
maschio che la sostituisse quando per la risoluzione delle controversie era previsto il duello o l’ordalia. Questa
tutela andò riducendosi nel basso medioevo. In molti paesi europei esse ottennero il diritto di dettare disposizioni
sui propri averi, fungere da esecutrici testamentarie. Le restrizioni ai diritti delle donne si attenuarono ma a
limitare il loro status giuridico restò il matrimonio, il dovere di obbedire al marito impediva loro di agire come
soggetti autonomi. Tra il basso medioevo e la prima età moderna si incomincia ad offrire alle donne una certa
autonomia giuridica. A partire dai secoli XIV e XV le donne coniugate che conducevano un’attività economica, in
proprio o col marito, potevano dichiararsi non sposate. Ciò permetteva loro di concedere prestiti e contrarre
debiti. In Inghilterra vennero istituiti due tribunali speciali, la Court of Chancey e la Court of Requests, proprio per
giudicare ogni singolo caso sostituendo il principio di equità a una rigida interpretazione del diritto
consuetudinario. Tali tribunali, nel 500 divennero popolari perché consentivano alle donne di ricorrere all’autorità
giudiziaria, anche contro i mariti. La proliferazione di casi che derogavano alla regola e il fatto che le donne
riuscissero spesso a sfuggire alle maglie delle normative municipali incominciarono a preoccupare i legislatori. Si
impone il ripristino della tutela di genere: alle nubili adulte e alle vedove furono di nuovo assegnati dei tutori. Con
la diffusione del diritto romano che contempla solo la patria potestas, le donne perdevano la tutela dei figli se si
risposavano e potevano conservarla solo se alla morte del marito dichiaravano che non avrebbero contratto un
altro matrimonio. Nel 1731 il parlamento di Parigi approvò l’ordonnance des donations che ribadiva l’autorità
maritale e conteneva articoli limitativi dei diritti delle donne. Possiamo concludere che la diffusione del diritto
romano sortì effetti doppiamente negativi per lo status civile e legale delle donne determinando
un’interpretazione più restrittiva delle leggi già esistenti. L’incidenza che esercita sul diritto penale fu minore dal
momento che era meno influenzato dalla differenza di genere. In tutta Europa le donne erano responsabili dei
propri atti criminosi e venivano torturate e giustiziate come gli uomini. Si raccomandava clemenza nel caso di
gravidanza che però si risolveva nell’attendere il parto prima di procedere alla tortura. L’obbligo di obbedire al
marito era richiamato dal diritto penale con effetti positivi e negativi. In Inghilterra la condizione di coniugata
poteva influire sulla responsabilità personale e talvolta le donne affermavano di essere sposate e di essere state
indotte dal marito a compiere i crimini. Per contro, le uxoricide erano ritenute colpevoli di omicidio ma anche di
fellonia. In Spagna lo Stato si attribuì il diritto di punire la donna adultera al posto del marito solo nel XVI secolo,
e continuò a consentire agli uomini di farsi giustizia da sé purché oltre alla moglie uccidessero anche il suo amante.
In Germania la donna veniva esiliata insieme col coniuge che aveva compiuto reati- compreso l’adulterio- ma il
contrario non era previsto. Per gli aristocratici era connesso agli ideali cavallereschi. Per i borghesi era associato
alla rettitudine. Per le donne aveva connotazione sessuale: diffamazione e offese verbali. Le caratteristiche
attribuite al sesso femminile facevano sì che le donne fossero considerate incapaci di difendere la propria
reputazione senza l’appoggio di una figura maschile. Le donne del popolo potevano anche insultarsi e fare a botte,
ma da quelle di ceto sociale più elevato si esigeva che affidassero ai congiunti maschi il compito di difenderle in
pubblico.
Capitolo secondo
Il ciclo di vita della donna: A partire dall’antichità greca gli studiosi si sono interrogati sugli stadi della vita
dell’uomo. Il numero su cui convergeva la maggioranza era 7 come i pianeti identificati in fanciullezza, adolescenza,
giovinezza, età adulta, maturità e vecchiaia. Le donne non sono neppure citate. Nelle immagini iconografiche non
si sapeva come raffigurare le fasi della vita delle donne adulte, le quali indipendentemente dall’età vengono
ritratte nell’atto di filare. Nell’Europa premoderna il cambiamento più significativo per le donne era il matrimonio.
Ognuna si augurava una vita domestica gradevole. L’unica possibilità di sottrarsi a un matrimonio infelice era la
morte del coniuge. Era questo evento più di qualsiasi scelta personale a determinare il passaggio della donna da
una fase della vita a quella successiva. Le età della donna non corrispondevano quindi all’età anagrafica come per
gli uomini.
Infanzia e adolescenza: Le prime ricerche condotte sull’infanzia in età premoderna affermavano che i figli erano
oggetto di maltrattamenti e scarsa attenzione. Persino certe abitudini che a noi paiono crudeli, come quella di
fasciarli stretti, erano dettate dalla preoccupazione per la loro incolumità e salute, in un tempo in cui quasi tutte
le case avevano un focolare senza protezione davanti, animali domestici giravano liberamente, madri e fratelli
maggiori erano impegnati in lavori che impedivano di badare ai bambini piccoli. Normalmente le famiglie
preferivano mettere al mondo figli maschi. È difficile capire se i neonati e bambini ricevessero trattamento diverso
a seconda del sesso. Nei primi anni di vita i bambini venivano vestiti tutti nello stesso modo (non esisteva ancora
rosa bambine azzurro bambini). Le distinzioni emergevano a 4 o 5 anni, i figli incominciavano a venir preparati
all’età adulta. Alle femmine si insegnavano le incombenze necessarie per la buona conduzione della casa come
filare, cucire, cucinare e badare agli animali domestici. era raro che imparassero a leggere o ricevessero istruzione.
La comparsa delle mestruazioni che oggi chiamiamo menarca e nel 500 veniva definito “fiori” costituiva per la
ragazza il segno più evidente dei cambiamenti del corpo. È probabile che in età premoderna il flusso cominciasse
intorno ai 14 anni. Era opinione comune che il mestruo non fosse diverso dalle perdite di sangue dei maschi, quali
epistassi, emorroidi o altre emorragie spontanee. Si pensava che il sangue mestruale nutrisse il feto e si
trasformasse in latte dopo il parto. Si credeva che sperma e latte potessero venir prodotti indifferentemente da
femmine e maschi. L’amenorrea era considerata pericolosa perché il sangue impuro non veniva eliminato. Le
mestruazioni erano influenzate da molti tabu che traevano origine dalla religione e dalla superstizione. Era diffusa
la credenza popolare che il contatto, lo sguardo o la semplice presenza della donna mestruata potessero far:
arrugginire il ferro, inacidire il vino, marcire la carne, spuntare i coltelli. Nel corso del 600 queste idee furono
superate ma rimasero radicate nell’immaginario popolare fino al XX secolo. Per moltissime le mestruazioni erano
considerate un malanno o un segno di maledizione, ma un elemento naturale della loro vita; solo dal 1800 esse
cominciarono a essere viste come qualcosa di patologico. Definire qualcuno “pezzuola da mestruo” era un insulto
grave, ma lavare le pezze faceva parte della realtà quotidiana femminile.
Sessualità: Per la medicina ufficiale gli organi genitali maschili erano il riferimento fondamentale per qualsiasi
discorso sulla sessualità umana. La presenza di organi sessuali interni era segno dell’inferiorità della donna, fredda
e umida non aveva prodotto il calore necessario per espellerli. 2 pubblicazioni ebbero successo: Aristotle’s
Masterpiece pubblicato nel 1684 e Venus Minsieke Gasthuis. Il testo e le immagini di entrambi accomunano la vita
sessuale delle donne a quella degli animali e ne descrivono l’insaziabilità, testimoniata dalla capacità di avere
orgasmi multipli. Questi trattati consideravano l’orgasmo della donna indispensabile al concepimento. Tale
convinzione era dannosa in caso di stupro, perché se la donna restava incinta dimostrava che aveva raggiunto
l’orgasmo e perciò avendo provato piacere non c’era stata violenza. Nella prima età moderna la dottrina cattolica
ammetteva i rapporti purché avessero luogo all’interno del matrimonio, ma non la domenica e nelle altre feste
comandate. Imponeva all’uomo di stare sopra la donna nella posizione del missionario.
Il debito coniugale: era meglio che la donna gravida o mestruata consentisse al marito di giacere con lei piuttosto
che l’uomo in seguito al rifiuto si rivolgesse a una prostituta. I riformatori protestanti pensavano invece che il
rapporto fra i coniugi non fosse solo per procreare ma per accrescere l’affetto reciproco. La maggior parte dei
processi per questioni inerenti alla sfera sessuale riguardava i rapporti prematrimoniali definiti di fornicazione.
Quando una nubile temeva di essere incinta aveva di fronte a sé una serie di possibilità. Se era minorenne, il padre
poteva querelare il responsabile. La donna poteva rivolgersi di persona al tribunale per costringere l’uomo a
sposarla. Quando il matrimonio non era possibile perché l’uomo era già sposato, poteva capitare che il tribunale
gli imponesse di mantenere il bambino per un certo numero di anni. La donna poteva anche presentare denuncia
per violenza carnale. Spesso le donne denunciavano lo stupro per recuperare l’onore e talvolta chiedevano al
giudice di costringere il responsabile a sposarle. Certo per noi è difficile comprendere un simile comportamento
eppure per una donna deflorata il matrimonio era la via più semplice per riconquistare rispettabilità sociale. Molte
cercavano di nascondere la gravidanza e alcune cercavano di abortire. La donna non poteva essere sicura di essere
incinta finché non sentiva il bambino muoversi. Si usavano medicamenti e alcuni contenevano sostanze che
stimolavano le contrazioni uterine che però potevano risultare velenose. Spesso le donne non erano in grado di
dosare bene e poteva capitare che la dose fosse insufficiente, o troppo abbondante e causare malattie o la morte.
Nel Sacro Romano Impero abortire divenne reato passibile di pena capitale dal 1532, decapitazione per l’uomo e
annegamento per la donna. Ma in realtà era molto difficile scoprire i casi di aborto. Per molte nubili la gravidanza
rappresentava una tragedia. Ciò era vero quando il padre del bambino era il datore di lavoro, sposato, oppure un
uomo con cui avevano un rapporto di parentela o affinità; in tal caso erano colpevoli anche di adulterio o incesto.
Le donne in questa situazione erano costrette a tacere l’identità del padre del bambino o venivano licenziate. Una
volta licenziate le nubili che aspettavano un bambino potevano trovarsi nei guai poiché le autorità proibivano di
assumerle o accoglierle. Alcune decidevano di partorire di nascosto, davano alla luce il piccolo nella rimessa, nella
stalla, e nel fienile e lo portavano negli orfanotrofi, o lo sopprimevano. Un decreto emanato in Francia nel 1556
imponeva alle nubili di denunciare la gravidanza alle autorità e nel caso di morte del bambino prima del battesimo,
prevedeva la pena di morte per la madre che aveva nascosto la gestazione o il parto, che ci fosse o no la prova
dell’infanticidio. In Belgio le donne sospettate di infanticidio di solito erano anche incriminate per stregoneria, in
base alla logica che il diavolo può indurre una madre a sopprimere il figlio. La condanna a morte per infanticidio
era l’estrema conseguenza dei rapporti prematrimoniali, ma le donne veniva punite anche per molto meno,
fornicazione o solo per essere state sorprese ad amoreggiare in pubblico, potevano venir rinchiuse in istituti di
riabilitazione per prostitute. Questi ricoveri accoglievano ragazze violentate, mogli minacciate dai mariti, figlie di
prostitute. A queste case erano affiancati orfanotrofi. Erano luoghi molto simili a conventi, con la giornata divisa
in ore dedicate alla preghiera. Nel 1658 per ordine di Luigi XIV furono rinchiuse in prigione tutte le donne giudicate
colpevoli di prostituzione. La carcerazione femminile per reati sessuali è il primo esempio di detenzione punitiva
in Europa. Queste strutture furono poi prese a modello per istituzioni analoghe destinate agli uomini e ai giovani:
i riformatori. Quando si diffuse la prassi di rinchiudere oltre alle donne e fanciulle anche gli uomini e i ragazzi, i
reati sessuali non furono più l’unico motivo di carcerazione. E i rapporti omosessuali? Gli studi riguardano per lo
più gli uomini. L’omosessualità femminile era considerata meno grave di quella maschile questo era dovuto alla
scarsa conoscenza dell’anatomia femminile. Si pensava che senza penetrazione non si potesse parlare di rapporto
sessuale e consideravano l’omosessualità femminile una sorta di masturbazione. Le testimonianze di processi e
denunce per lesbismo sono pochissime perché non avendo come conseguenza la nascita di bambini agli occhi
delle autorità erano meno preoccupanti della fornicazione eterosessuale. I pochi casi di lesbismo portati in
tribunale riguardavano episodi di travestitismo, tipo donne che si erano arruolate nell’esercito o in marina e che
dichiaravano di aver assunto sembianze maschili non a scopo sessuale ma per approfittare delle maggiori
opportunità di lavoro. Alcune travestite si sposarono con altre donne, come Maria di Anversa (1719-1781) che fu
arrestata 2 volte per questo motivo. Durante il processo si descrisse non come donna che provava attrazione per
altre donne, ma come uomo in corpo di donna. Maria di Anversa fu esiliata e non riuscì a raccontarsi come donna
attratta da un’altra donna, ma altre lo fecero, anche se espressero le loro emozioni in termini sentimentali, in
“amicizie romantiche” e studi recenti negano si trattasse di lesbiche.
Matrimonio: Riti e tradizioni variavano- Le coppie si sposavano tra i 25 e i 30 anni. In prime nozze normalmente il
marito aveva solo 2 o 3 anni più della moglie. Altrove, compresa l’Europa orientale e meridionale il matrimonio
aveva luogo fra adolescenti, tra un uomo sui 30 o 40 anni e una donna giovane. Il modello nordoccidentale si
basava sul presupposto che i fidanzati acquisissero indipendenza economica prima di sposarsi. Il periodo di attesa
era così lungo e la somma di denaro così alta che spesso le donne non si sposavano prima dei 30 anni o non si
sposavano affatto. Essendo adulte diventavano subito padrone di casa ed erano meno dipendenti dal marito.
Ciò significa che le donne erano più libere nella scelta del coniuge? Diciamo che i giovani erano quasi sempre liberi
di sposarsi con chi volevano. Il marito migliore era quello che garantiva sicurezza, rispettabilità e una certa
posizione sociale. La scelta era motivata più da questioni materiali che dall’innamoramento. Comincia ad essere
consentito il divorzio, e seconde nozze per adulterio o impotenza. Nelle campagne di tutta Europa ci si sposava
prima che in città. Comunque in circa un quinto delle unioni almeno uno dei partner era vedovo, specialmente
donne ma quelle ricche e benestanti non avevano alcun vantaggio a contrarre un nuovo matrimonio mentre quelle
povere avevano difficoltà a trovare marito. Alle donne di ogni ceto era poi richiesta la dote, che per le povere si
limitava a pochi vestiti e arredamento, per le agiate erano cospicue quantità di denaro, beni proprietà e anche
schiavi. Ma com’erano veramente i rapporti tra i coniugi in casa? Per Lawrence Stone la famiglia era patriarcale e
autoritaria, i rapporti tra coniugi, e tra genitori e figli erano freddi e poco affettuosi. Il matrimonio era il segno
evidente della maturità sociale: per gli uomini perché da quel momento potevano ricoprire incarichi
nell’amministrazione del villaggio o della città, per le donne perché assumevano il controllo della servitù. E le
donne che non potevano o non volevano sposarsi? Quelle che non si sposavano mai erano poche e perlopiù
prendevano i voti. Ma le donne povere non avevano abbastanza denaro neanche per entrare in convento, cosicché
in certe città italiane come abbiamo visto vennero aperti istituti sovvenzionati da enti ecclesiastici, e le nubili
giovani potevano procurarsi la dote per poi forse, trovare marito. Le ortodossie religiose dominanti sempre
consideravano il matrimonio la naturale vocazione per le donne, così le donne che non si sposavano era innaturali
e perciò sospette.
Gravidanza, parto e maternità: Nell’Europa premoderna la maggior parte delle donne restava incinta poco dopo
le nozze. La procreazione era uno degli obiettivi principali del matrimonio e le coppie senza figli erano oggetto di
commiserazione. Se una coppia non aveva figli, tutta la responsabilità veniva attribuita alla donna. L’adulterio di
rado veniva punito se la moglie era sterile, le donne ovviamente non avevano la stessa possibilità. Capire di essere
incinta non era così facile, il primo segno era l’assenza di mestruazioni ma poteva essere anche di origine
patologica. Nausea, ingrossamento del seno e allargamento della vita potevano far pensare ad una maternità ma
poteva essere accertata solo quando la donna percepiva i movimenti del feto, cosa che avviene tra il quarto e il
quinto mese di gestazione. La presenza del feto non era confermata da strumenti esterni, quando sospettava o
era certa di essere gravida la futura mamma doveva mangiare alimenti nutrienti, evitare cibi indigesti, bere poco
vino, eliminare i liquori, non trasportare oggetti pesanti, indossare scarpe basse, allacciare lenti corsetti. Si
temevano soprattutto le conseguenze delle fantasie, una voglia se aveva desiderato vino rosso o fragole, il labbro
leporino se aveva avuto paura della lepre. Le malformazioni congenite venivano attribuite a qualche brutta
esperienza durante la gravidanza. Quando il momento del parto si avvicinava, la donna cominciava i preparativi
scegliendo quali amiche chiamare ad assisterla. Il parto fu una questione esclusiva delle donne fino a verso la metà
del 600 in tutta Europa, e in certe zone fino al 900. Il marito interveniva solo se la moglie stava morendo, il medico
veniva chiamato solo se la madre stava morendo, o il piccolo stava morendo o entrambi. Nel 600 invece il ricorso
agli ostetrici si diffuse in seguito all’invenzione del forcipe da parte dei fratelli Chamberlen, che per circa un secolo
si tramandarono il segreto di questo strumento e poi lo rivelarono soltanto ad altri maschi che svolgevano la loro
professione. Il forcipe consente di afferrare la testa del bambino per attirarla verso l’esterno. Quando iniziava il
travaglio le vicine trasformavano la stanza o il letto, in una sala parto. La tecnica del parto variava molto. Quali
fossero le effettive capacità delle ostetriche è oggetto di vivo dibattito, secondo alcune erano cialtrone, maldestre
e torturatrici patentate. La maggior parte delle donne metteva al mondo numerosi figli senza problemi, ma tutte
sapevano che c’era l’eventualità di perdere la vita. Le donne sapevano bene di correre dei rischi per questo
cercavano di farsi aiutare dall’ostetrica che ritenevano più competente. A qualsiasi religione appartenessero le
europee si rendevano conto che i rischi aumentavano se le gravidanze erano troppo ravvicinate e cercavano di
diradarle. L’avventura del parto non si concludeva con la nascita del bambino, era imposto un periodo di
convalescenze. Dovevano evitare i contatti con il mondo. Nella Russia ortodossa tutto ciò che aveva a che fare con
il parto era immondo, anche la levatrice, le donne che assistevano, la casa e il piccolo. Prima del rito di
purificazione, che aveva luogo 40 giorni dopo la nascita nessuno doveva mangiare in compagnia della partoriente,
spesso veniva rimandato il battesimo perché il neonato potesse restare impuro e bere il latte della madre impura.
In età premoderna la maggioranza delle donne allattava i figli fin oltre i 2 anni. Le donne che non avevano latte e
le borghesi, le aristocratiche cercavano una balia che accoglievano in casa se potevano permetterselo, altrimenti
le affidavano il piccolo anche per 2 o 3 anni. La ricerca era affrontata con cura, le più ambite erano le contadine
che avevano numerosi figli. Molte nutrici si affezionavano ai bambini ed erano poi riluttanti a restituirli ai genitori.
Certi studi sostengono che nell’Europa premoderna i bambini crescevano con turbe emotive, l’alternarsi delle
balie, l’assenza della madre. La maternità è comunque un evento non solo fisico ma emotivo, e malgrado quanto
affermavano gli studiosi a proposito della freddezza dei genitori, le madri della prima età moderna amavano
profondamente i propri figli.
Vedovanza e vecchiaia: Oggi di solito lo stato vedovile è collegato alla vecchiaia ma nell’Europa premoderna le
donne potevano restare vedove a qualsiasi età. La morte del coniuge influenzava lo status della donna, creando
difficoltà di sostentamento perché i suoi rapporti con il mondo del lavoro erano mediati dal marito. Mentre nel
resto del mondo la vedova tornava a vivere con la famiglia d’origine o si trasferiva presso un fratello o un cognato,
in molte regioni europee diventava capofamiglia. Non stupisce che la morte del marito rappresentasse un
peggioramento della condizione economica. Ma non sempre la vedovanza comportava un abbassamento del
tenore di vita, anzi a volte ereditavano denaro o rientravano in possesso della dote e dovevano farsi carico del
mantenimento della prole. Ciò costituiva un elemento di notevole disturbo per gli uomini perché le donne erano
finanziariamente indipendenti. Le norme in numerosi paesi favorivano seconde nozze, dal momento che
proibivano alle vedove transazioni senza la controfirma di un tutore che assumeva la potestà sulla prole. Ma le
stesse leggi prevedevano che la vedova che si risposava perdesse i diritti sui figli. Per i vedovi era il contrario:
tendevano a contrarre nuove nozze se avevano molti bambini e lo facevano poco dopo la morte della prima
moglie. I maschi si risposavano più spesso delle femmine. La “vedova allegra” è una figura ricorrente nella
letteratura, ma dagli studi fatti emerge che se riuscivano a resistere alle pressioni esterne, preferivano conservare
la propria indipendenza. L’invecchiamento comportava cambiamenti nella natura anche fisica, la menopausa
sopraggiungeva intorno ai 40 anni. Studiando il ciclo della vita femminile nell’Europa premoderna potremmo avere
l’impressione che ben poco sia cambiato rispetto all’antichità e l’esperienza delle donne passa attraverso
mestruazioni, gravidanza, l’allattamento, la menopausa. Si sono sempre sposate e hanno messo al mondo figli.
E’ indispensabile tenere conto del ciclo della vita femminile dal punto di vista fisico e sociale. Le donne hanno
conquistato un maggior controllo sul proprio ciclo di vita sociale: possono decidere se accettare o rifiutare un
partner, stabilire quanti figli vogliono, restare nubili o vedove senza sprofondare nella povertà. Si tratta di libertà
però da cui tanti si sentono minacciati, anche le donne stesse che vorrebbero ripristinare quello che considerano
il tradizionale ruolo femminile.
Capitolo Terzo Il ruolo economico delle donne
Identità professionale e ideologia del lavoro: Nelle società premoderne uomini e donne svolgevano mansioni
molto simili o identiche ma aveva un’identificazione col lavoro diversa. Le donne cambiavano lavoro più volte nel
corso della vita o svolgevano diverse attività nello stesso tempo, cosa che riduceva la possibilità di identificarsi con
un preciso ruolo. In età premoderna raramente le donne ricevevano una formazione riconosciuta. Durante il
Medioevo chi praticava medicina maschio o femmina, era definito medico, ma dal 500 il titolo veniva attribuito
solo agli uomini che avevano studiato all’università. Inizia ad essere richiesta professionalità, le donne potevano
preparare medicamenti a base di erbe ma soltanto gli uomini erano farmacisti e cambiava anche il compenso. Un
medico laureato in un anno guadagnava 10 volte più di una praticante. Se una donna confezionava vestiti veniva
catalogata come “lavoro di casa”, i suoi introiti risultavano ma si evitava di riportarne la provenienza. La medesima
attività svolta da un uomo era considerata “produzione”. Quindi la differenza di genere distingueva il lavoro
domestico da quello svolto a titolo professionale. Durante la prima età moderna la categoria di genere divenne
cruciale anche per definire i lavori qualificati: le donne erano giudicate inadatte a determinati mestieri. In seguito
alla diffusione dei macchinari certi mestieri maschili diventarono ripetitivi e furono assegnati alle donne, con
riduzione di prestigio e retribuzione. Ma in età premoderna si assistette al processo inverso, se in una certa zona
veniva introdotto il telaio per maglieria, gli uomini sostenevano di essere gli unici in grado di imparare ad
adoperare uno strumento così complicato; in realtà il telaio facilitava il lavoro, ma alle donne era proibito usarlo
con la scusa che non ne sarebbero state capaci. Erano costrette a confezionare le calze a mano e a venderle a un
prezzo inferiore rispetto a quelle prodotte a macchina, molto più velocemente dagli uomini. La connotazione di
genere faceva sì che il lavoro delle donne fosse sempre retribuito meno di quello degli uomini. Tutte le donne
erano sposate o sposabili, se erano sole non dovevano occuparsi di altri che di se stesse, se erano sposate
dovevano semplicemente essere di supporto economico al marito.
Il lavoro femminile nelle campagne: Gli uomini facevano lavori che richiedevano maggiore forza fisica, come
mietere con la falce; le donne dovendo accudire i figli avevano compiti che consentivano loro di non allontanarsi
troppo da casa e che potevano essere interrotti per allattare. Comunque per mandare avanti una famiglia
contadina erano necessari un maschio e una femmina adulti. Le contadine badavano al pollame, preparavano
latticini, birra e pane. Nelle aree in cui i maschi adulti si assentavano durante i mesi estivi come in Norvegia il
lavoro nei campi era a carico delle donne. In Italia le donne badavano agli uliveti e alle vigne e svolgevano la
maggior parte delle fasi della produzione della seta. A differenza dei cereali, il cui smercio era in mano ai mariti i
prodotti di cui si occupavano le donne non aveva carattere stagionale e rappresentavano un contributo rilevante
per l’economia familiare. Le donne dunque costituivano un importante anello di congiunzione fra l’economia
rurale e quella urbana. Nelle regioni agricole le contadine non vendevano soltanto i loro prodotti ma anche le loro
braccia. Uomini e donne delle famiglie meno abbienti venivano assunti dai benestanti. Nelle campagne le donne
venivano utilizzate anche in attività non connesse all’agricoltura soprattutto nell’industria estrattiva. Trasportano
legno, sale e minerali, selezionano e lavano questi ultimi, preparano mattonelle di carbone da adoperare nella
fusione. Fin dal basso medioevo l’attività di estrazione ebbe un forte sviluppo e portò allo scavo di gallerie più
profonde e a un utilizzo maggiore di macchinari. Tutte queste innovazioni favorirono la professionalizzazione del
minatore, che era riservato ai maschi anche se non fu mai proibito in modo esplicito alle donne. L’investimento di
capitali non si limitò alle miniere ma a partire dal 400 incominciò a trasformare l’organizzazione del lavoro nelle
aree di cerealicoltura. Il mercante affidava a intere famiglie contadine la produzione di filati e tessuti di lana, lino,
cotone, pagando soltanto il lavoro poiché il materiale gli utensili erano di sua proprietà. Si trattava di industria
domestica o a domicilio o sistema del PUTTING OUT, cioè la prima forma di produzione in serie. Specialmente in
regioni della Francia, il lavoro a domicilio veniva svolto solo dalle donne, mentre i maschi continuavano a coltivare
i campi. Tutto il peso della conduzione familiare gravava sulla moglie.
Il lavoro femminile nelle città: Il servizio domestico fu il settore che fornì più possibilità d’impiego alle donne. A
volte le bambine lasciavano il villaggio per andare a servizio nella vicina cittadina fin dall’età di 7 o 8 anni. In altre
città le giovani in cerca di occupazione si riunivano in precisi punti d’incontro, chiedevano informazioni alla gente
che incontravano per caso. Dovevano stare molto attente perché andare a servizio nella casa sbagliata poteva
significare fare lavori sgradevoli o rischiare di non essere pagate ed essere oggetto di molestie sessuali che
potevano portare a gravidanze indesiderate e infrangere le possibilità di trovare marito. La maggior parte delle
famiglie poteva permettersi solo una domestica. Di solito consumava i pasti e dormiva con i padroni, raramente
aveva a disposizione un locale per sé. Pur essendo di estrazione sociale più bassa, indossavano abiti più raffinati.
Questo turbava il concetto di borghese e a partire dal 500 furono emanate leggi suntuarie, che proibivano alle
serve di portare indumenti con tessuti preziosi e gioielli, ma fu ben poco rispettata. Legalmente erano sotto la
responsabilità del padrone che poteva punirle o licenziarle senza possibilità di ricorso. Se la cameriera restava
incinta, il datore di lavoro doveva accollarsi le spese del parto, e provvedere alla madre e al figlio per i primi 3 mesi
perché ciò non sarebbe accaduto se avesse fatto meglio il suo lavoro. La condizione di dipendenza comportava
che le domestiche non potessero sposarsi, ma come cosa veniva accettata perché consideravano il servizio solo
una fase della loro vita non un mestiere che sarebbe durato per sempre. Speravano di mettere da parte una dote
per poter procurarsi un marito migliore di quello che avrebbero trovato altrimenti. Nelle città italiane e tedesche
la condizione della domestica era considerata poco dignitosa perché la vedevano connessa ai desideri sessuali del
padrone. L’assunzione aveva scadenza annuale e il lavoro prevedeva il pulire, cucinare, lavare i panni, occuparsi
dei bambini, curare gli ammalati, preparare i morti per la sepoltura e vegliarli. Tante donne si dedicavano alle
opere pie negli ospedali, orfanotrofi e ospizi gestiti dalla Chiesa Cattolica. Si trattava perlopiù di ricoveri per malati
cronici non contagiosi, disabili, ritardati mentali. Ma se nessuno aveva niente da dire sul fatto che le donne
prestassero la loro opera in istituzioni pubbliche e religiose si diffonde l’intolleranza per quelle che assistevano
privatamente i malati. Gli studi universitari si basavano ancora sulla dottrina di Galeno: per accertare la malattia
si esaminava l’urina e gli occhi, e quasi sempre la terapia consigliata era il salasso che poteva o causare la morte o
nel migliore dei casi essere inutile. Essendo laureati i medici venivano pagati profumatamente, altre 2 categorie
più a buon mercato erano i cerusici per i salassi e i farmacisti per le medicine. La formazione avveniva per
apprendistato che fu proibito alle donne. Sempre più per essere pagate dovevano esibire un titolo e
indipendentemente dai risultati ottenuti erano ritenute ciarlatane. Ma le donne continuavano a essere le principali
dispensatrici di cure mediche: tutti i libri di cucina, erbari, manuali, contenevano ricette per il trattamento di
qualsiasi malattia. Il mestiere della levatrice era forse l’unico che favoriva un’identificazione con il proprio lavoro.
Oltre al servizio domestico anche la vendita al dettaglio accomunava la popolazione femminile, oltre a smerciare
articoli vari al mercato le donne gestivano piccole botteghe o taverne. Dal momento che il commercio al dettaglio
era appannaggio delle donne, nel 500 il compito veniva affidato alle donne che controllavano la qualità e
riscuotevano i dazi. A poco a poco le donne furono escluse da tutti i campi, anche dove non era necessaria la
preparazione specifica. L’industria a domicilio offriva lavoro come filatrici nelle campagne anche agli uomini, nelle
città non svolgevano quest’attività considerata femminile.
Il mercantilismo: era un florido commercio con l’estero che poteva essere raggiunto impiegando più persone
possibile nelle attività ritenute produttive. Come tutti, i mercantilisti negavano che i lavori svolti dalle donne
fossero produttivi e la filatura rappresentava la strozzatura del settore tessile e misero in atto sistemi per
incentivarla: furono premiate le donne più operose, agevolato il credito a quelle che accettavano il lavoro. Quelle
ricoverate negli ospizi o carcerate dovevano filare per contribuire al proprio mantenimento. Successivamente alle
donne fu precluso l’accesso a tutti i mestieri e questo restò l’unico loro concesso. La grande offerta di manodopera
mantenne bassi i salari, inoltre la convinzione che tutte le donne fossero sposate o da sposare faceva considerare
la filatura un’occupazione temporanea e invece che vivere da sole, queste donne abitavano con la famiglia del
mastro tessitore. Ma non sempre le donne accettavano di risiedere presso una famiglia guidata da un uomo. Le
filatrici di Augusta avevano deciso di mettere in comune i salari e vivere insieme (1597) affermando di non essere
così stupide da abitare con i mastri tessitori che avrebbero trattenuto una parte eccessiva della loro paga per vitto
e alloggio. L’amministrazione cittadina proibì nel modo più assoluto alle nubili di risiedere per conto proprio.
Un’altra fonte di preoccupazione per l’autorità erano le riunioni serali a cui le filatrici di città e di campagna si
recavano portando il filatoio, la rocca e il fuso, e venivano raggiunte da uomini e durante il lavoro si cantava,
scherzava e beveva. I mercantilisti le consideravano un’occasione per favorire le unioni coniugali. La
preoccupazione diminuì e cominciano a sorgere industrie dove le donne filavano sotto il controllo di sorveglianti
maschi. Questi centri chiamati manifatture si distinguono dalle fabbriche che sorsero in seguito alla rivoluzione
industriale. Le donne erano più richieste perché ricevevano salari bassi e perché si pensava avessero mani delicate,
anche se per faccende domestiche e lavori agricoli erano ruvide e gonfie e spesso le lavoratrici venivano multate
perché il materiale non sempre era di buona qualità. Oltre alle attività che le donne svolgevano in città e in
campagna ce n’erano altre nelle zone urbane quale la prostituzione. Nel Basso Medioevo in quasi tutte le città
c’era un bordello municipale o un quartiere in cui la prostituzione era autorizzata. Nel 400 molte amministrazioni
stabilirono regole. Durante il Medioevo il sesso a pagamento era lecito, ma le donne che lo praticavano furono
tenute ai margini della società e dalla fine del 400 si videro ridurre la libertà di abbigliamento ed erano obbligate
a portare particolari copricapi e segni speciali sugli abiti che le distinguevano. Dopo la Riforma chiusero i bordelli
municipali. La prostituzione si riduceva a una questione etica e perdeva le valenze economiche. La chiusura dei
bordelli non pose fine alla prostituzione ma la modificò: vennero aperte case più piccole; le donne si facevano
trovare fuori le mura della città e i poliziotti erano corrotti. Tra il 500 e il 700 si alternano periodi di tolleranza e
repressione. Firenze e Venezia erano le più permissive. A Firenze tutte le prostitute iscritte in un registro dovevano
versare ogni anno una tassa che serviva per finanziare un convento in cui si ritiravano quelle che volevano
abbandonare il mestiere. Ad Amsterdam nel 600 furono aperte le speelhuizen, in cui si passava la notte ballando
e facendo sesso a pagamento. Nel 1800, la prostituzione fu nuovamente legalizzata a patto che le donne si
lasciassero schedare e si sottoponessero settimanalmente a controlli per verificare che non fossero affette da
malattie veneree. A Roma molte prostitute oltre alla prestazione sessuale offrivano musica e poesia. A Parigi e
Londra ci furono donne che riuscirono a conquistare posizioni di prestigio come Madame de Maintenon, che fu
amante e moglie di Luigi XIV. Ma non bisogna dimenticare che la maggior parte delle donne che concedevano il
proprio corpo era soggetta a violenza, prigione, malattia e a partire al 600 alla deportazione. Poiché le prostitute
ogni tanto finivano in prigione, era normale che venissero in contatto con la malavita. Nei periodi di crisi
economica c’erano donne che si facevano arrestare apposta per mandare a casa i soldi che guadagnavano
lavorando in carcere. Per alcune il crimine divenne un’occupazione stabile.
Le corporazioni: tali associazioni divennero lo strumento di organizzazione della produzione e distribuzione delle
merci. In genere erano compagnie di soli uomini. Si entrava in età puberale con l’apprendistato, che poteva durare
da 4 a 10 anni, il giovane diventava lavorante e imparava il mestiere da diversi maestri. Al termine si stabiliva, si
sposava, apriva una bottega. La moglie avrebbe svolto il ruolo di assistente. Le donne entravano nelle corporazioni
in modo non ufficiale. Quando il maestro moriva, la vedova mandava avanti la bottega e pagava le quote, ma non
poteva far parte degli organismi direttivi. Ma mano a mano che venivano poste restrizioni, la situazione cambiava.
Fu stabilito un termine entro il quale le vedove potevano cessare l’attività, fu limitato il numero di figlie che il
maestro poteva impiegare in bottega. Comunque nonostante i provvedimenti le donne, chiedevano di poter
lavorare ma le autorità consideravano il lavoro maschile un diritto, quello femminile un’alternativa. Ma perché le
donne furono estromesse dalle corporazioni? L’attività delle corporazioni fu sempre vista come “arte colta che
compete agli uomini soltanto”. Successivamente le corporazioni cominciano a sfaldarsi, si afferma la tendenza a
costituire compagnie autonome. Erano gruppi di soli uomini, con orientamento ancor più maschile delle
corporazioni. I membri di queste compagnie erano i più ferrei oppositori del lavoro femminile.
La rispettabilità borghese: si comincia a ritenere che non fosse opportuno che mogli e figlie contribuissero alla loro
attività. Si riteneva conveniente che i maestri si sposassero perché l’uomo accasato garantiva maggiore serietà ma
la coppia non era più considerata un’unità produttiva.
Investimenti, amministrazione e commercio: Le grandi compagnie commerciali italiane (es. I Medici) erano
imprese familiari in cui le donne investivano denaro ereditato o acquisito grazie al matrimonio. In genere le più
intraprendenti erano le vedove, impegnate ad accrescere o almeno a conservare il capitale per figli e figlie. Una
seppur minima parte di azionisti di queste compagnie fu di sesso femminile. Ci furono anche donne a capo di
imprese commerciali che operavano a livello cittadino e alcune riuscirono ad accumulare grandi fortune; come
Elisabetta Baulacre, che rimasta vedova nel 1641 trasformò la piccola merceria del marito nella più grande azienda
di filati d’oro e tessuti per arredamento di Ginevra, dando lavoro a centinaia di operai. Una limitazione per le
donne che avviavano imprese commerciali era la minor disponibilità di capitali rispetto agli uomini. Potevano
utilizzare il denaro che ricevevano in lascito o in dote, ma venne progressivamente ridotta la loro libertà di investire
se ciò rischiava di compromettere l’eredità dei figli. Quindi le donne contribuivano ai piccoli movimenti di capitale
ma erano escluse dagli investimenti di notevole entità. A poco a poco si videro anche precluso l’accesso all’altra
fonte di ricchezza dell’economia, la terra. In Moscovia nel 1627, una legge proibiva alle vedove senza prole di
ereditare la terra di famiglia e ne limitava la trasmissione alle figlie a vantaggio dei maschi.
Concludendo: Le donne vennero espulse dalle corporazioni dei mestieri, svolgevano mansioni agricole da cui prima
erano escluse ma continuavano a ricevere salari dimezzati. Venne ridotta la loro opportunità di svolgere attività
economiche, praticavano lavori poco prestigiosi, sottopagati o non pagati affatto, precari. Eppure, ci rendiamo
conto che, nonostante tutto, le donne non abbandonarono la dimensione produttiva e continuarono a giocare un
ruolo determinante per lo sviluppo dell’economia.
Capitolo quarto Istruzione e cultura
Una delle richieste più pressanti avanzate nei secoli XIX e XX per chi si batteva per i diritti delle donne fu l'accesso
all'istruzione. Con essa le donne potevano diventare cittadini consapevoli. La cultura che a quel tempo significava
conoscere le lingue classiche, filosofia, scienze, per una donna era considerata un completamento della
personalità che non aveva niente a che fare con aspirazioni di tipo politico o professionale. Anna Maria Von
Schurman è universalmente riconosciuta come la donna più colta d'Europa. La forte opposizione dimostra che era
diffusa la convinzione che imparando a leggere e scrivere le donne avrebbero modificato la propria visione del
mondo e del posto che in esso dovevano occupare.
Alfabetizzazione: Di solito i genitori erano i primi insegnanti di lettura delle bambine. Le ebree italiane insegnavano
ai bambini l'alfabeto ebraico ma il lavoro di traduzione e commento era riservato ai maschi. L'apprendimento della
lettura divenne parte integrante dell'educazione religiosa. Nel 500 e 600 nascono alcuni istituti femminili, molti
dei quali scomparvero in seguito alla guerra dei 30 anni. Comunque questi istituti dispensavano una misera
formazione culturale. Frequentavano per poco più di un’ora al giorno per uno o due anni. Qual era per i protestanti
lo scopo dell'istruzione femminile? Abituare le fanciulle al catechismo, e a un comportamento corretto. Venivano
impartite lezioni di cucito e altre abilità pertinenti alla casa, le borse di studio riservate alle donne avevano lo scopo
di mandarle a scuola affinché imparassero a cucire. Nelle zone di campagna l'educazione delle femmine era simile
a quella dei fratelli e la differenza di genere era meno rilevante. In Italia e in Spagna c'erano scuole di catechismo
non ufficiali dove i bambini imparavano a leggere, ma ci si dedicavano solo 2 ore la domenica e nei giorni di festa
quindi il grado di preparazione raggiunto era abbastanza scadente. Le opportunità di istruzione femminile
aumentano con le ORSOLINE, ogni argomento veniva imparato a memoria. Se invece andavano a scuola le ragazze
lo facevano per un periodo molto più breve rispetto ai fratelli e imparavano a leggere ma non a scrivere, dal
momento che le due abilità non venivano insegnate contemporaneamente. Si preferiva insegnare alle donne a
leggere anziché scrivere perché scrivendo potevano esprimere opinioni e pensieri cosa per molti considerata
pericolosa. Più il tempo passa però più il divario diminuisce intorno al 1750, ma tra uomini e donne di ceti elevati.
Quali sono i testi che le donne avevano imparato a leggere? Nel 500 erano diffuse bibbie illustrate, piccole raccolte
di salmi e versetti o opuscoli che raccontavano la vita dei santi. Nel 600 e 700 aumentò la letteratura profana, e
nel 1750 le donne avevano quindi la possibilità di interessarsi ad una grande varietà di temi. Quasi tutti i trattati
indirizzati alle donne di ostetricia, cucito, erano scritti da uomini. Di qualsiasi materia si occupassero invitavano le
lettrici alla castità, obbedienza. Non possiamo sapere se accoglievano il messaggio ma conosciamo le
preoccupazioni dei governanti e degli autori rispetto agli effetti che anche il più innocente dei contenuti poteva
provocare. L'episodio più eclatante fu l'atto emanato da Enrico VIII nel 1543 che proibiva lettura della bibbia a
tutte le donne escluse le nobildonne e le gentildonne che possono leggerla in privato, non per altri. Thomas
Bentley arrivò al punto di contraffare il nuovo testamento per adattarlo ai suoi propositi: nel Monument of
matrones, raccolta di precetti per donne sposate pubblicate a Londra nel 1582 egli riporta tutti i passi delle lettere
di San Paolo ai Corinzi in cui viene rimarcata la remissività della donna e omette quelli che sostengono la
complementarietà.
L'educazione umanistica: Nel campo della cultura la novità fu la diffusione dell'umanesimo in Italia, da dove ebbe
origine, ai paesi dell'Europa. Il movimento valorizzava autori greci e latini come esempi di contenuto e stile, lo
studio dei classici era il fondamento di ogni sapere. Gli umanisti aprirono scuole si apre un atteggiamento
ambivalente degli umanisti nei confronti dell'istruzione femminile. Da un lato se i classici erano i più illustri modelli
di rettitudine perchè le donne avrebbero dovuto essere escluse da questa conoscenza?
Allo stesso tempo, come affermava un umanista italiano del 400, una donna che sa parlare in pubblico non può
essere casta. Se si pensava che solo imparare a leggere potesse distoglierla dagli impegni domestici come poteva
trovare il tempo per coltivare gli studi classici? Gli umanisti italiani giudicavano la retorica inadatta alle donne e
sostenevano quindi che se una giovane si sposava doveva interrompere gli studi se intendeva continuare a
coltivare il sapere l'unica via era quella del convento. A dispetto di tutti alcune donne acquisirono una vasta cultura
con l'aiuto dei padri o per contro proprio dal momento che nessuna accademia le accettava. Ricordiamo Laura
Cereta, Cassandra Fedele, Isotta Nogarola, i colleghi maschi affermano che esse avevano superato i limiti propri
del loro sesso. Molte umaniste si dispiacevano di essere nate donne, si lamentavano delle scarse facoltà mentali
del loro sesso. Si rendevano conto di non poter conciliare lo studio con le responsabilità del matrimonio e
sceglievano di ritirarsi e di vivere in solitudine. Nel 500 l'umanesimo si diffuse in Inghilterra. La più famosa fu la
figlia maggiore di Tommaso Moro, Margaret Roper. Scrisse un certo numero di orazioni, poesie, l'unica delle sue
opere che fu pubblicata nel 1524 è una traduzione in inglese della Precatio Dominica di Erasmo da Rotterdam.
L'opera ebbe grande successo. A differenza di quanto avveniva in Inghilterra e In Italia, le umaniste francesi erano
desiderose di far conoscere la propria cultura. Famosa fu Margherita di Navarra sorella di Francesco I e nonna di
Enrico IV di Francia. Attraverso l'Heptameron Raccolta di 72 novelle pubblicata poco dopo la sua morte la sua
influenza si estese al di fuori della Corte. Il libro ebbe grande successo in Francia umanisti inglesi non gradivano
che l'opera fosse la lettura preferita delle donne colte. Delinea donne sicure di sé ed offrendo alle lettrici altri
modelli alternativi alle pazienti mogli e figlie anche se lei aveva dalla sua la posizione sociale. Al pari di Isotta
Nogarola, Caterina de Roques decise che la penna e il fuso non potevano conciliare responsabilità domestiche con
produzione artistica. Caterina come Margareth e Isotta erano apprezzate in quanto eccezioni alla regola e le loro
opere non indussero mai gli intellettuali del tempo e neppure le loro colleghe a mettere in discussione l'educazione
femminile. Lo studio dei classici col tempo entrò a far parte dei programmi delle scuole, inoltre la diffusione
dell'Umanesimo e l'abolizione del celibato fece sì che gli uomini non fossero più costretti a scegliere tra
matrimonio e studio anzi la posizione più adatta all'uomo era quella di marito, padre e capo famiglia, mentre le
donne erano ancora posti di fronte ad un’alternativa.
Donne colte 1600 1750: Si inizia a pensare che anche le donne portavano il loro contributo mediante il benefico
influsso sui figli quando il marito era lontano o restavano vedove. Donna istruita poteva tenerlo lontano dalle
prostitute e da altri vizi. Coloro che si battevano per una seria educazione femminile non giudicavano soddisfacenti
le istituzioni specializzate che comparvero nel corso del secolo perché avevano come unico obiettivo quello di
preparare le fanciulle al loro futuro ruolo di mogli. I sostenitori e le sostenitrici di una seria educazione femminile
pubblicarono opere che erano elenchi di donne dotate di profonda cultura o ingegno. In genere questi letterati
badavano più alla quantità che alla qualità e menzionavano tutte le donne di cui avevano sentito. Ricorre di
frequente Anna Maria van Schurmann considerata la più colta del suo tempo nata in Olanda educata insieme ai
due fratelli dal padre. Coltivò pittura e incisione studio un certo numero di lingue antiche scrisse una grammatica
etiope ed ebbe il raro privilegio di frequentare le lezioni all'università di Utrecht pur se costretta a nascondersi
dietro un paravento. Nel 1673 Bathsua Makin ammiratrice e corrispondente della Schurmann, Makin sosteneva
che la cultura forniva alle donne qualcosa per esercitare la mente e con spirito più pratico di Schurmann consentiva
alle vedove di capire e gestire meglio i propri affari aiutare i mariti nel lavoro alle madri di educare i figli fin dalla
prima infanzia. Se Makin sottolineava i vantaggi concreti, Mary Astell riprese l'idea di Schurmann secondo cui le
donne potevano studiare: chiedeva l'istituzione di un luogo appartato in cui nubili e vedove potessero dedicarsi
allo studio nell'isolamento spirituale e intellettuale. Diciamo che il sistema scolastico si limitava a insegnare nozioni
di base ma se pensiamo che l'apprendimento è un processo che dura tutta la vita, le corti e salotti furono più utili
delle scuole per la formazione culturale delle gentildonne. Era frequente che le giovani benestanti venissero
invitate a trascorrere tempo presso famiglie di condizione sociale più elevata a corte. Questa nuova realtà
permetteva alle giovani damigelle di entrare in contatto con gli intellettuali. Nel 500 in Francia Spagna e Portogallo
e in Europa centrale e orientale i sovrani cominciarono ad accettare il potere nelle monarchie assolute. I nobili
autonomi dovevano assumere un nuovo ruolo quello del cortigiano per imparare la guida migliore era il libro del
cortigiano Baldessarre Castiglione. Il libro consigliava agli uomini di adottare il comportamento che ci si aspettava
dalle donne badare all'apparenza non parlare con arroganza essere discreti. I suggerimenti per le donne erano
pressappoco gli stessi la damigella dedicava molte ore all’abbigliamento e alla conciatura giocava a carte e perdeva
è la furba intratteneva il re e la regina con passatempi. Le incombenze più prestigiose erano connesse alle esigenze
del sovrano portargli la colazione il tovagliolo vuotare il vaso da notte. Fornivano l'opportunità di entrare in stretto
contatto con il monarca. Le damigelle capirono ben presto che si potevano ricavare notevoli privilegi concedendo
i propri favori diventando amanti del Re ed elevavano la favorita di turno al rango di amante ufficiale, maitresse
en titre. La più influente che fu l'amante ufficiale di Luigi quindicesimo per circa vent'anni, Madame de Pompadour
realizzò l'obiettivo umanista di utilizzare il potere per scopi politici in uno dei pochi modi possibili per una donna
di quel tempo. Accanto alle amanti dei potenti, altre donne colte furono le regine. Intorno alla metà del Seicento
alcune parigine diedero vita a una nuova istituzione che consentiva di accedere al mondo della cultura e delle
lettere: il salotto (Salon in francese). Esistevano questi saloni dove ricevevano nella propria casa uomini e donne
che si battevano su argomenti che loro stesse proponevano di volta in volta. Il primo vero salotto è considerato
quello di Madame de Rambouillet. Prendevano molto sul serio il loro impegno e si preparavano prima di ogni
riunione scrivendo lettere e raffinando le proprie doti di conversatrici. Nello stesso periodo i salotti si estesero in
Inghilterra e in Germania e furono un'esperienza straordinaria in cui le donne ebbero la concreta opportunità di
frequentare altre donne e uomini colti.
Patronato: Le dame di corte usarono il proprio ascendente per proteggere scrittori compositori e pittori a quel
tempo era arduo ottenere successo in campo letterario e artistico e senza l'aiuto di una persona influente. Con
l'aumento dell'alfabetizzazione anche le ricche borghesi iniziarono a proteggere gli artisti. Attraverso la lettura
conoscevano la vita dei palazzi e delle corti e cominciarono ad arredare meglio le loro case.
Capitolo quinto Donne e produzione artistica
Nel Medioevo la cultura era monopolio della Chiesa. Questa realtà inizio a cambiare durante il Rinascimento, la
produzione culturale non era più condizionata dalla Chiesa. In epoca medievale pittori e scrittori e compositori
erano considerati artigiani come ciabattini e fornai. Il Rinascimento favorire una nuova visione del genio creativo
gli autori cominciarono a firmare le loro composizioni ea certe arti come pittura scultura su attribuita maggiore
importanza soprattutto per effetto di Giorgio Vasari da molti ritenuto primo storico dell'arte. Pittura scultura e
architettura furono considerate le arti maggiori. Lo stesso bene per le opere scritte come poesie poema storico ed
epico. Le donne erano escluse da tutte le scuole e accademie e loro scritti dalla mente venivano accettati dalle
riviste di letteratura. La produzione artistica di una donna era considerata artigianato. Se la sua opera non si
prestava venire liquidata in questo modo si diceva che aveva superato i limiti propri del suo sesso era diversa o
ermafrodito.
Artiste figurative: Il pregiudizio di genere del Rinascimento in cui le arti figurative si distinguevano in arte e
artigianato e in maggiori e minori fece sì che alle donne non furono date mai soddisfazioni. Ad esempio i ritratti in
miniatura su avorio di Rosalba Carriera e i collage di Mary delany con quadri di fiori. Stando a quanto afferma uno
studioso degli anni Settanta del Novecento i quadri di fiori non richiedevano talento. L'esempio più eclatante della
perdita di valore di un’arte è quella del ricamo, sempre identificata con il lavoro femminile. E quanto più il ricamo
veniva eseguito in casa per uso domestico tanto più era considerato un completamento piuttosto che un’arte. Ma
il ricamo e bene da premoderno molti elementi in comune con la pittura riproduce va piante e fiori uccelli animali.
Le ricamatrici si cimentavano con la prospettiva, badavano alla proporzione. Le due arti si influenzavano a vicenda
ma l'arte del ricamo differiva dalla pittura negli aspetti più importanti. Per esempio non venivano firmati i ricami.
Nel 500 molte italiane divennero famose per i loro quadri anche se tutti o quasi tutte le loro opere sono andate
perdute. Pur con notevoli differenze il percorso professionale ci presenta molteplici analogie. Molte erano figlie
di pittori. La giovane che si dedicava alla pittura era quasi sempre la maggiore delle figlie oppure non aveva fratelli
maschi. Si erano sposati il marito faceva il pittore. Alle donne era proibito lo studio del nudo maschile quindi
realizzavano ritratti quadretti nature morte. Un'altra tecnica cui le donne non avevano accesso era l’affresco che
prevede l'applicazione dei colori sulla parete e impone di lavorare in un ambiente pubblico cosa che era ritenuta
in adatta per una donna. Sofonisba Anguissola fu la prima italiana che conquistò notorietà internazionale per la
sua produzione artistica. Per 10 anni fu pittrice di corte di Filippo secondo di Spagna e divenne famosissima come
ritrattista. All'inizio del Settecento divennero molto popolari i ritratti eseguiti con pastelli invece che con colori
tempera di in acqua. Ricordiamocelo illustri pittrici pre moderne Artemisia Gentileschi che è stata oggetto
dell'attenzione degli storici dell'arte più per essere stata violentata da uno dei suoi maestri che per i dipinti in cui
riecheggia la forza espressiva di Caravaggio. Il fatto di aver subito uno stupro sarebbe il motivo per cui in tanti
quadri raffigura donne robuste che compiono atti di violenza contro gli uomini.
Musiciste compositrici attrici: L'appartenenza al sesso femminile condizionava non solo Le pittrici ma anche le
cantanti e musicisti e attrici e limitava la varietà di generi musicali che le compositrici potevano produrre. Ma
talvolta ispirò il contenuto delle loro opere come nel caso di la liberazione di Ruggero dall'isola di Alcina di
Francesca Caccini. Caccini compose l'opera per una corte governata da una donna. Alla maggior parte delle
fanciulle di ceto medio alto che si dedicavano allo studio della musica non era consentito esibirsi in pubblico ma
solo in famiglia. Nel 1580 il duca di Ferrara diede vita a un gruppo femminile di cantanti il concerto di donna. Le
cantanti componevano personalmente buona parte dei brani che interpretavano e al pari delle pittrici molte erano
figlie d'arte. All'inizio del XVI secolo nei conventi ospedale si suona la musica polifonica eseguita è composta dalle
suore. In alcune città tali attività venivano incoraggiate, a Venezia dov'è il Municipio istituire scuole femminili di
musica presso 4 orfanotrofi pubblici. Dopo la chiusura del Concilio di Trento nel 1563 la Chiesa proibì agli ospedali
di tenere concerti e di suonare qualsiasi strumento che non fosse l'organo. Nel 1686 Innocenzo undicesimo estese
il divieto a tutte le donne nubili coniugate vedove o monache di ricevere un’educazione musicale.
Scrittrici: Per le donne la lettera è il più importante mezzo per dimostrare cultura. I diari, le raccolte erano spesso
destinati alle generazioni successive, possiamo affermare che spesso i testi privati venivano redatti con uno scopo
ma la maggior parte delle donne sentiva la necessità di giustificare la propria impudenza. Ad esempio nel caso di
un testo di argomento religioso erano state ispirate da Dio, di un libro di consigli dal senso del dovere Materno.
Non è semplice capire le reali motivazioni di questo bisogno di discolparsi. Accanto alle dotazioni al silenzio e alla
minore possibilità distruzione c'erano anche ragioni economiche che impedivano alle donne di dare alle stampe i
propri lavori. Chi non poteva sostenere la spesa della pubblicazione doveva trovarsi un finanziatore convincere
l'editore che avrebbe venduto un numero di copie sufficiente a recuperare la somma investita. non poteva
sostenere la spesa della pubblicazione doveva trovarsi un finanziatore convincere l'editore che avrebbe venduto
un numero di copie sufficiente a recuperare la somma investita. La maggior parte dei testi era di argomento
religioso preghiere e meditazioni. E anche quando affrontava argomenti non religiosi davano i precetti morali e
allusioni all'amore divino. I poeti maschi si riunivano in società letterarie e accademie per garantirsi un uditorio.
Tali istituzioni non ammettevano donne e alcune poetesse fondarono associazioni letterarie femminili. Le donne
non scrivevano solo poesia ma anche i romanzi e novelle e testi teatrali. Margaret Cavendish ricorda la facilità con
cui le donne perdono la propria identità dal momento che sposandosi cambiano nome. Margaret Cavendish
duchessa di Newcastle pensava che il matrimonio fosse alienante per molte donne. Per le donne anche
l'autobiografia e il libro di memorie erano un mezzo per trasmettere i precetti e insegnamenti morali presentando
la propria vita quale esempio da non seguire. Talvolta anche le carcerate scrivevano la propria storia.
Scienziate e filosofe: Filosofia e scienza, una fetta consistente del pubblico era formata da donne. Nel 1704
Inghilterra uscì il primo periodico femminile che conteneva articoli scientifici The Ladies Diary il direttore John
Tipper decise di pubblicare ricette e consigli per il governo della casa, le donne non facevano soltanto parte della
platea della nuova scienza avevano un ruolo da protagonista. Margaret Cavendish oltre alle opere teatrali e
biografiche scrisse i sette saggi di argomento filosofico e scientifico. Anche l'astronomia È una disciplina che in un
primo momento si forni del contributo femminile, questo perché nel Seicento la maggior parte degli osservatori
non si trovava in edifici pubblici o sedi universitarie ma nelle abitazioni private cosa che consentiva alle figlie e alle
mogli degli astronomi di scrutare con il telescopio i corpi celesti. Le donne potevano coltivare le discipline in casa
e persino uno strumento sofisticato come il microscopio rientrava tra le spese sostenute da molte famiglie e la
matematica non necessitava di alcuna apparecchiatura. Gli studi classici invece si addicevano agli uomini perché
solo l'intelletto maschile era adatto all'apprendimento del latino e del Greco che alla fine del Settecento è ritenuto
indispensabile per affrontare qualsiasi percorso universitario. La mancanza di cultura classica consentiva alle
donne di condurre la ricerca in modo più originale, dunque l'interesse per la scienza era un completamento, a
patto che non ne facessero una professione. La preclusione delle donne non compariva in alcuno statuto ma le
richieste di ammissione di scienziati e filosofi venivano respinte con riferimento al loro sesso. L'esclusione delle
donne significava per le studiose restare sempre ai margini. Dunque nel campo della scienza e della filosofia la
prima età moderna vide crescere il divario tra professionisti e dilettanti, tra formazione pubblica e privata.
Potevano definire arte il ricamo ma non si consideravano artiste. Suonavano il clavicembalo e cantavano ma non
erano musiciste. Osservavano le stelle ma non erano scienziate. Possiamo concludere che il genere divenne un
fattore sempre più determinante. Quando si lamentavano delle poche opportunità di cui godevano, venivano
invitate a consolarsi pensando che almeno nella sfera spirituale erano pari agli uomini.
Capitolo settimo Stregoneria
Le donne furono accusate e condannate per stregoneria per via di tre temi: paura povertà e sesso. Sono le cause
principali per cui a partire dal 500 furono interrogate processati e giustiziati quasi tutte le donne per i moderni
credevano nella magia nera.
Motivazioni della caccia alle streghe: ideologi europei si convinsero che la stregoneria consisteva in un patto col
diavolo. Si diffuse la convinzione che le streghe volassero di notte per partecipare al Sabba, che era una parodia
della messa, e sequestrassero bambini non battezzati per i propri riti. Alcuni demonologi sostenevano che queste
donne volevano distruggere il mondo cristiano. Nel 400 il Malleus Maleficarum scritto da due inquisitori
dominicani tedeschi Henry Kramer Jacob Sprenger è un manuale che conduceva la caccia alle streghe corredato
di istruzioni per riconoscerle e interrogarle. Le donne erano sospette del fatto che trasmettevano la cultura
popolare insegnando ai bambini proverbi e filastrocche che si facevano alla tradizione religiosa è magica.
L'impennata di processi si ebbe dopo la riforma luterana. La stregoneria è nociva e perversa. I processi ebbero
termine solo quando ci si concentra su altro come nazionalismo e difesa della proprietà. I processi di massa furono
favoriti da alcune novità in campo legale. Una di queste il passaggio dal sistema accusatorio a quello inquisitorio
nel primo caso chi accusa la poteva essere a sua volta incriminato, nel secondo caso era l'autorita' giudiziaria stessa
ad avviare il procedimento. Questo incoraggiò le denunce dal momento che chi le presentava non dovevo
assumersi la responsabilità. Il sistema inquisitorio comportava interminabili interrogatori e prevedeva che il
sospettato o la sospettata confessasse prima della condanna morte. Le tre più famose inquisizioni della prima età
moderna spagnola portoghese italiana assunsero un comportamento indulgente nei confronti delle denunce per
stregoneria erano convinti che le donne accusate erano contadine superstiziose e ignoranti. Secondo alcuni studi
la proliferazione dei processi per stregoneria scaturiva dai rivolgimenti sociali l'inflazione le carestie causate dai
cattivi raccolti le morti. Questa situazione determinò incertezza e scarsa fiducia nei vicini. Molte accuse venivano
da persone che avevano regalato aiuto a una vicina che per vendicarsi avrebbe procurato loro delle disgrazie.
Anche i mutamenti demografici è vero peso. Nel corso del Cinquecento aumentano le persone che non si
sposavano ed erano sospette agli occhi dei vicini. La caccia alle streghe fu anche provocata dalla misoginia ostilità
e diffidenza nei confronti delle donne. Un altro campo nel quale sono state svolte indagini è quello della medicina.
Le streghe venivano accusate di preparare pozioni e unguenti, le streghe non venivano accusate di ingerire i loro
intrugli bensì di spalmarli sulle scope o sui forconi con i quali si recavano alla Sabba. Nessuno dei fattori preso in
esame può fornire una spiegazione ma tutti insieme, culturale religioso politico giuridico sociale economico hanno
il loro peso.
Lo stereotipo: Si pensava che le donne fossero dotate di minor forza fisica e quindi più portate a ricorrere al
sortilegio per realizzare i propri fini. Nell'immaginario popolare le donne erano nubili o vedove se si risposavano
ciò avveniva con un vedovo con prole così diventavano matrigne ed erano sospettate di preferire i propri figli a
quelli del nuovo marito, la matrigna cattiva diventa una figura ricorrente nella letteratura popolare. La magia e il
maleficio sembravano essere le uniche spiegazioni di certi eventi. Le donne accudivano animali che morivano
misteriosamente, cucinavano cibi che si deterioravano, si prendevano cura di bambini che erano soggetti alla
malattia in un’epoca in cui l igiene era scarsa e le malattie infantili erano sconosciute. Per noi la stregoneria non
ha fondamento ma non era così per le donne e gli uomini della prima età moderna Aristotele descriveva le donne
come uomini difettosi e quindi più soggette alle tentazioni del maligno. Tra gli uomini colti era diffusa la
convinzione che la libidine femminile crescesse nel corso della vita è che dopo la menopausa la donna fosse più
soggetta alle tentazioni. Secondo la letteratura demonologica il sesso con il diavolo non procurava piacere perciò
le streghe si accoppiano anche con altri demoni e i rapporti in lasciavano una traccia sul corpo della donna. Durante
l'interrogatorio giudici e inquisitori spogliavano e depilavano l'imputata per facilitare la ricerca del marchio della
strega. Se non si trovava nessuna macchia della pelle la donna po0teva essere punta con un ago al fine di
individuare una parte insensibile al dolore indizio del rapporto con il diavolo. La stregoneria veniva identificata con
le donne che non erano viste come manipolatrici di forze diaboliche ma come esecutrici dei voleri di un demone.
Neppure le streghe potevano permettersi di contraddire la supremazia del maschio. la strega era l'opposto della
donna virtuosa. La caccia alle streghe non era dunque diretta contro le donne ma contro un tipo particolare di
donne.
I dati della persecuzione: Sia nei villaggi sia nelle città l'istruzione del processo prendeva le mosse da una denuncia
per maleficio. Erano donne oltre i 50 anni vedove o zitelle, povere, diverse, avevano un aspetto strano e si
comportavano in maniera bizzarra. Vivevano ai margini della società e si mantenevano grazie alla carità, erano
sospette perché non erano sotto il controllo di un uomo. Spesso la decisione di presentare denuncia era alimentata
dai contrasti familiari oppure il conflitto tra donne che sapevano tutto le une dalle altre come serve o padrone o
vicine di casa. A quel punto la sospettata veniva condotta di fronte ai giudici per essere interrogata, e se non era
possibile dimostrare che la sospettata avesse adorato il diavolo il più delle volte il caso veniva archiviato. Anche
se la donna era ritenuta colpevole gli inquisitori piuttosto che al rogo preferivano condannarla alla pubblica
umiliazione o alla gogna. In Inghilterra la persecuzione ebbe caratteristiche di massa solo negli anni 40 del Seicento
ad opera di Matthew Hopkins che si era autoproclamato scopatore di streghe. I paesi in cui il fenomeno assunse
dimensioni più vaste sono quelli in cui le denunce furono più numerose il Sacro Romano Impero e parte della
Francia. Il cristianesimo assumeva le caratteristiche di un’ideologia politica e la caccia alle streghe è un modo per
dimostrare la propria devozione e il proprio impegno nel mantenimento dell'ordine. La persecuzione di massa un
po' devo a scatenarsi in modi diversi. Talvolta prendeva avvio da indagini di scarso rilievo che a poco a poco si
allargava noi modo incontrollato. A Ellwagen ad esempio tra il 1611 e il 1618 furono mandati al rogo più di 400
persone, e le donne erano sempre più numerose degli uomini. I bambini fin dall'età di 7 anni potevano essere
sottoposti al giudizio o sentiti come testimoni. Gli uomini erano ritenuti responsabili di atti stregoneschi che
recavano danni in ambiti di competenza maschile come la moria dei cavalli o cattivi raccolti. L'abbattimento dello
stereotipo è la ragione per cui alla fine la grande caccia terminò. Forse esistevano verament e donne che avevano
stretto un patto con Satana ma non quelle che venivano catturate e non così tante. Persino chi credeva
nell'esistenza del diavolo incominciava a pensare che le donne anziane sicure di essere streghe fossero in realtà
visionarie o malate di mente meritevoli di pietà piuttosto che di punizione. La gente smise di presentare denuncia
sapendo che non avrebbero ricevuto credito.

Mancano cap 6, 7, 8