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FLASH-BACK – BOZZA 1 (aggiornato cronologia)

-I-

E' il 24 maggio 1970, una domenica. Puntualissimo alle ore 7.30 il volo
Pan Am proveniente da New York atterra a Roma. E' una splendida
giornata di sole che già preannuncia l'estate. Attraverso le grandi vetrate
l'uomo aitante di una cinquantina d'anni, ma molto ben portati,
perfettamente visibile nel suo sgargiante vestito azzurro, ha seguito il lento
avvicinamento dell'aereo, la dolce discesa, il leggero contatto con il suolo,
l'arresto. Ora attende nell'ampio atrio degli arrivi la comparsa del suo
vecchio amico Thomas McWine. Non lo rivede da parecchio, pregusta il
piacere dell'incontro, si domanda curioso, sfregando inconsapevolmente la
pancia con una mano, se lo troverà un po' ingrassato, come purtroppo sta
accadendo a lui. La folla si addensa, sono in molti ad attendere i
viaggiatori provenienti da New York. Colleghi, amici, parenti, qualche
tonaca, incaricati delle agenzie turistiche con vistosi cartelli in mano. Tutti
si assiepano verso il varco che si aprirà tra poco. Anche Philip, l'uomo
elegante amico di McWine, si fa avanti e cerca di mantenersi bene in vista.
Ecco i primi, i più frettolosi, poi tutti gli altri. Ed infine i più lenti che
escono alla spicciolata, senza fretta. Tra questi Philip riconosce subito
l'inconfondibile profilo dell'amico. Il caso ha deciso che, senza saper nulla
l'uno dell'altro, indossino vestiti quasi identici, un elegante completo
estivo, solo il colore è diverso. Quello di McWine è bianco. Si vedono e si
sorridono da lontano. Philip agita la mano, cerca di richiamare l'attenzione
con ampi gesti, anche se non sarebbe necessario. Si capisce, dal modo in
cui si muovono e sorridono, che sono entrambi molto felici.
«Welcome in Rome!» urla Philip accentuando comicamente il suo accento
del Tennessee, non appena Thomas è più vicino. Si abbracciano con forza.
Hanno all'incirca la stessa età, ma Thomas sembra più giovane, forse per la
corta barba bionda e i capelli più lunghi che gli coprono le orecchie, o
forse anche per il suo fisico più esile.
E' Philip a guardarsi intorno e a richiamare l'attenzione del fattorino
affinché trasporti la pesante valigia. E' solo il bagaglio essenziale, le cose
che servono immediatamente. Tutto il resto arriverà con comodo via mare.
Infatti Thomas McWine non è un turista come tanti che si affollano intorno
a loro, anche se il suo aspetto potrebbe ingannare. Vacanze romane, la
dolce vita, non sono questi i suoi progetti. E' una intenzione maturata da
tempo, vuole vivere in Italia. Perché? Probabilmente in quel momento
neanche lui saprebbe dirlo. Per tutto il viaggio quella è stata la domanda
che gli ha girato a lungo in testa e ha riempito i suoi sogni confusi nel
sonno spezzato, sullo scomodo sedile. Sto facendo una cosa assurda, si è
detto. Ma so che è esattamente quello che devo fare. Infatti, le ragioni per
questo passo drastico sono tante, ma in quel momento, nella gioia
dell'incontro, preferisce non pensarci, restano nascoste al fondo della sua
mente.
Philip tiene un braccio sulle spalle dell'amico, lo guida verso l'uscita. Si
vede che è a suo agio e conosce perfettamente la strada. Vive a Roma
ormai da molti anni, come addetto alle pubbliche relazioni nell'ambasciata
statunitense. In realtà, i suoi incarichi sono anche altri, non tutti alla luce
del sole. Ha capelli molto corti, biondi e imbrillantinati, una lunga cicatrice
gli segna la guancia sinistra, un souvenir dalla guerra di Corea.
Scendono lungo le scale mobili, escono sull'ampio piazzale.
«Quali novità mi porti dall'America? Qualcosa sta cambiando. Nixon si è
dato da fare, ci ha portati sulla luna, speriamo che ci porti fuori dal
Vietnam. Laggiù siamo nella merda fino al collo.» Philip è ossessionato
dalla politica, coinvolto in prima persona.
Un sorriso ironico passa per un istante sul volto di Thomas, conosce
abbastanza bene la brutalità dell'amico. Solo apparenza. Si ferma sul
marciapiede assolato, lo trattiene per un secondo.
«Lasciamo perdere tutto questo, non roviniamoci la giornata. Piuttosto
cosa mi racconti sulla tua ricerca della mia futura sistemazione? Sei stato
bravissimo, ti ringrazio.»
L'altro lo guarda, allargando le braccia. «E gli amici che ci stanno a fare?
A dirti la verità, la cosa mi ha anche divertito. Tante telefonate e un bel po'
di viaggetti verso quelle terre selvagge. In realtà la distanza da Roma non è
molta. E – a proposito – laggiù si mangia benissimo.»
Ridono tutti e due incamminandosi verso i parcheggi. Quasi al centro
spicca il rosso di una spider decappottabile. Quando le sono accanto
Philip, con evidente compiacimento, estrae dalla tasca il mazzo di chiavi.
Thomas lo guarda stupito.
«Non farti strane idee sul mio conto in banca» dice Philip ridendo. «E' una
gentile concessione dell'ambasciata. Mi serve.»
Salgono. Philip fa rombare con gusto il potente motore, volgendosi verso
l'amico, silenziosamente invitandolo con lo sguardo ad apprezzare il suono
ruggente. «Saremo laggiù in un attimo.».
In pochi minuti sono già su una strada poco trafficata scandita da un filare
continuo di pini marittimi. Philip guida sicuro.
Thomas si gode il piccolo viaggio. Si guarda attorno, lo colpisce il colore
della luce, la luce italiana, diversa da tutti i posti in cui è stato in
precedenza. Quello che sto facendo – pensa – è un po' un ritorno alle
origini. Da queste terre proveniva mia madre, la sua famiglia.
In un lampo doloroso si accende nella sua mente il ricordo della madre.
Come un'onda che trascina via dalla riva, sente tutto il peso della sua
perdita. E' morta da poco, senza soffrire. Anche questa è una delle ragioni
per cui ha deciso di partire. Chiudere con gli Stati Uniti, dove è nato, è
cresciuto, ha incontrato un enorme e imprevedibile successo con il suo
primo libro. Dove gli anni, poi, sono volati stancamente tutti uguali,
concludendo ben poco dei tanti progetti che aveva in testa. Ecco la svolta,
l'Italia, ripartirà da capo, senza fretta. Guarda l'amico che, tranquillo,
continua a guidare silenzioso.
«Dove si trova il bel posto che mi hai trovato, dove vivrò i miei prossimi
anni?» chiede.
Philip si volta ridendo. «E pensare che io, all'inizio pensavo scherzassi.
Quando mi hai raccontato come, con un impulso improvviso, avevi fatto
un cerchio sulla carta geografica che avevi di fronte – la stavi consultando
per preparare il tuo nuovo romanzo, mi hai detto – e avevi pensato “Ecco
andrò a vivere più o meno qui”, come se fosse la cosa più normale del
mondo decidere di tagliare tutti i ponti e iniziare una vita completamente
nuova in un posto che nemmeno si conosce. Thomas, sei proprio tu!»
Philip continua a ridacchiare batte una mano sulla coscia dell'amico e
ripete divertito: «Più o meno, davvero, più o meno...»
Thomas cerca di spiegarsi, avverte il bisogno di chiarirsi anzi tutto con se
stesso. Pensa al modo incredibile in cui è arrivato a ciò che ora sta
vivendo, come l'inclinazione casuale di poche pietre che produce la caduta
di un' intera parete.
«Vedi, Phil, questi posti hanno sempre avuto un significato per la mia
famiglia, qui mia madre era vissuta da bambina e spesso mi raccontava
qualcosa. Era come un'immagine mitica, abbastanza confusa se le
chiedevo qualche dettaglio. Ricordava qualche nome. Assisi – la città del
santo poverello, diceva – Spoleto, Norcia. Ma se le chiedevo quale fosse il
nome del suo paese non lo ricordava, gliene uscivano diversi,
probabilmente tutti storpiati.
Avevo solo capito che era un piccolo borgo, poche case, in una zona molto
boscosa. Lei non ci era più tornata.»
Philip lo interrompe. «Piccolo borgo, poche case, in mezzo ai boschi. Caro
Tom è quello che ti abbiamo trovato!».
Con un ampio gesto della mano indica tutto intorno. «Certo non possiamo
garantirti che sia proprio quello il posto esatto, al cento per cento. Diciamo
un dieci, un cinque per cento. Vabbè non esageriamo. Come dicono qui in
Italia, è come cercare un ago in un pagliaio.» Thomas lo ferma. «Non ha
importanza. E' un colpo di dadi, l'inizio di una nuova partita. Per me è
importante quello che significa.»
Philip guarda l'amico con aria fintamente sconsolata. «Dovevi proprio
essere mal messo per arrivare a simili decisioni.» Thomas non risponde.
Da un po' di tempo si sono inoltrati in una valle stretta e ombrosa, molto
suggestiva. La piccola strada tortuosa costeggia un torrente tra due alte
pareti di roccia. Si percepisce, qui, il dominio della natura.
Infine, quando la gola si apre, ecco una città turrita, in alto. Spoleto, legge
Thomas con piacere sul cartello stradale, ad alta voce.
Philip lo guarda soddisfatto. «Siamo quasi arrivati. Si trova qui vicino,
dietro la montagna.»
«E come si chiama?» chiede Thomas.
«Monastico.»
Thomas riflette un poco. Poi dice, come tra sé e sé: «Monastico... mi piace
questo nome. Fa pensare a un luogo solitario, appartato. Monos, monaco.
Sì, è proprio quello che voglio.»
«Ed è esattamente quello che stai per avere. Lo scoprirai tra poco.»
«Immagino che per te è stato un grosso impegno trovarlo.»
«Ma no, per nulla, anzi è stato divertente, e si sono divertiti anche gli
uomini che avevo incaricato della ricerca. Ho dei contatti in queste zone, e
sono stati ben felici di fare questa esplorazione per me.» Philip è
compiaciuto delle sue parole, lo si vede bene. Aggiunge. «Qui le case
costano molto poco. Te le tirano dietro per pochi dollari.»
«Ti ringrazio. Non vedo l'ora di vedere tutto questo con i miei occhi.»
La spider rossa fila via veloce. McWine nota che da parecchio tempo non
hanno quasi incontrato altre auto. Indicando davanti a sé, dice: «Sembra
davvero di essere a Manhattan.» L'altro ride. «La tranquillità non ti
mancherà mai da queste parti!». La strada ora è più larga e procede diritta
sotto il fianco della montagna. Si intravedono, al lato opposto della stretta
pianura, linee ondulate di verdi colline uscite direttamente da certi quadri
del Rinascimento italiano che McWine ricorda di aver visto al
Metropolitan Museum. Sempre più vicina si delinea sul fianco della
montagna una splendida città circondata da mura e ricca di campanili.
«Quella è Assisi» indica Philip con la mano.
«E questo, dall'altro lato, cos'è?» C'è una distesa di croci e una piccola
cappella poco lontano. «Un cimitero di guerra, degli Alleati. Qui gli
scontri con i tedeschi sono stati molto duri.»
Queste ultime parole dell'amico sono come una piccola fiammella che
accende nuovi ricordi. Nella mente di Thomas ricompare sua madre. Lei
aveva vissuto vicino a quei luoghi durante la guerra, gliene aveva parlato
quando lui era bambino, come se gli raccontasse una favola. I buoni e i
cattivi in lotta tra loro e la libertà che era stata conquistata. Gli aveva
descritto le difficoltà e le sofferenze patite in quegli anni difficili,
paragonando tutto questo alla tranquillità e al benessere della loro vita in
America. Si insinua nella sua mente una nota malinconica. Ora lei non c'è
più, pensa. Ma qui intorno è ancora presente, questi sono i suoi luoghi. Le
labbra di McWine si muovono senza suono, bisbigliano silenziosamente il
suo nome, con un sorriso appena accennato. Adanella Ciancaleoni. Non
era mai riuscito a pronunciarlo bene, troppo complicato per un americano
come lui. E lei si divertiva – gli ritorna in mente con affetto - glielo faceva
ripetere in una specie di gara, mentre lui si confondeva sempre di più,
sbagliando gli accenti e masticando la catena delle sillabe. Sua madre
allora rideva e, alla fine, accentuando comicamente un sospiro, concludeva
sempre allo stesso modo: «Wonderful Italy!» con una lieve sfumatura di
nostalgia. Lei era arrivata a New York subito dopo la prima guerra
mondiale, ancora bambina. E l'immagine dell'Italia che conservava
gelosamente dentro di sé assumeva i contorni leggendari della lontananza,
come il luogo privilegiato della sua infanzia. Quanto era diverso, in questo,
suo padre! Nella mente di McWine la sua figura si è fatta meno netta, la
sua morte è ormai un evento lontano.
E' così, si dice. E sente ancora più forte una tranquilla sicurezza per ciò che
sta realizzando, la scelta più giusta.
Proprio in quel momento Philip interrompe il lungo silenzio.
«Tom, se ricordo bene, tu hai studiato in Italia, vero?
«Sì, praticamente ho passato qui quattro anni bellissimi nella mia
adolescenza. Un'idea di mia madre con la complicità dei suoi parenti
italiani. Mio padre non voleva, ma lei ha insistito. Diceva, «Devi far
crescere bene anche la tua parte italiana. Sei già stato in America sin
troppo tempo. Vedrai l'Italia ti piacerà. Così ho fatto le high school in
Italia, in un college del nord. Ricordo le montagne, innevate buona parte
dell'anno.
«Ma allora l'avrai girata parecchio l'Italia, immagino?»
«Per niente, questa è la prima volta.»
Philip ride e lo guarda sorpreso. «Eppure, dal modo in cui descrivi certi
piccoli paesi dell'Italia centrale, tra la costa e le montagne, avrei detto il
contrario. Sai, mi capita a volte, vedendo qualcuno di quei borghi, di
ricordare quelle tue descrizioni così vivide e partecipi nel tuo famoso
romanzo, Miserere.»
Thomas si volta di scatto. La nota beffarda avvertibile nelle ultime parole
dell'amico lo ha ferito. Fa finta di niente.
«Tutto merito dei miei genitori. La famiglia di mia madre Adanella era
originaria di queste parti. E mio padre Ethan era stato in Italia durante la
guerra, come giornalista al seguito della IV armata. Me ne ha parlato tante
volte, racconti anche raccapriccianti sulle dure condizioni della
popolazione durante l'occupazione tedesca. Lui ha visto realmente quello
che io poi ho raccontato nel mio romanzo: un piccolo paese appena
abbandonato dai tedeschi, i morti per le strade, la disperazione dei
parenti.» Thomas riflette un attimo e poi aggiunge: «E' un po' come se io
ci fossi stato insieme a lui. Quando ho scritto il libro, mi è bastato
ricordare. E' un po' come se Miserere l'avesse scritto lui.»
«A proposito, non mi hai ancora detto niente su quello che stai facendo.
Che cosa hai in serbo?»
La strada inizia a salire lungo i dolci tornanti verso Assisi. Philip ha
buttato lì questa domanda con un tono casuale e disinteressato, ma è da
parecchio che gli gira ossessivamente in testa. Vuole capire che cosa si
nasconda – perché c'è sempre qualcosa che si nasconde, Philip ne è
convinto – dietro la vita enigmatica dell'amico.
Thomas tace, guarda in alto e si sfrega nervosamente le mani. Con una
smorfia amara, liquida il discorso con una battuta. «Questa è davvero la
domanda da un milione di dollari! Se me la proponessero a un quiz
televisivo credo che sarei subito eliminato!» Cerca di ridere, ma è chiaro il
suo imbarazzo. Philip se ne accorge e cerca di venirgli in aiuto. Dice
ridendo: «E' quello che succede a tutti!» Ma, se Thomas lo osservasse in
quel momento, abbassando lo sguardo, vedrebbe chiara sul suo volto
l'insoddisfazione per la sua risposta.
L'amico precocemente famoso è sempre stato per Philip un oggetto
misterioso, come l'imprevedibile traiettoria di un proiettile invisibile.
Pensa a loro due ventenni: lui metodico, impegnato negli studi e l'altro
distratto da mille cose, inquieto e ribelle. Poi, incredibilmente, senza che
nessuno nella cerchia del college ne sapesse nulla, sbuca fuori
all'improvviso quel romanzo che tutti vogliono leggere. L'irrequieto e
inconcludente Thomas McWine diviene l'argomento del giorno di cui tutti
parlano. I giornali lo celebrano come il “giovane promettente scrittore per
un'epoca nuova”. Chi ha mai avuto – riflette Philip – una strada così
aperta e libera, la gloria al primo colpo? Eppure Thomas non ne fa nulla o
quasi. Philip, anche adesso, mentre viaggia con lui seduto accanto, non lo
sopporta. Non riesce ad accettare che non ci sia una spiegazione
ragionevole. Non è abituato a fermarsi davanti ai misteri inspiegabili.
Scava scava e troverai la strada: è sempre stato il suo motto.
Hanno abbandonato da un po' di tempo la strada principale e si stanno
addentrando tra i fitti boschi dietro la montagna.
«Accidenti, queste strade sembrano tutte uguali, come fai a ricordartene
così bene?» domanda Thomas, indicando lo stretto percorso che si apre
davanti a loro. E' palese a tutti e due il suo desiderio di cambiare discorso.
Philip si volge verso di lui e sorride con sicurezza.
«Segreti del mestiere! Se passo in un posto lo ricordo per sempre.»
«Non so se saprei fare altrettanto» constata Thomas, fingendo una grande
ammirazione per la preziosa dote dell'amico.
Philips accelera su un corto rettilineo finalmente in piano.«Siamo quasi
arrivati.».
Infatti già si intravede di fronte, sulla piccola collina verso cui è diretta la
strada, quasi nascosto tra la fitta cortina dei lecci, il profilo arroccato di un
paese, con un tozzo campanile al centro. In pochi minuti l'auto si ferma
sulla piazzetta che si apre di fronte alla chiesa.
Phillip, volgendosi con un' aria fintamente supponente formula ad alta
voce una domanda. «Tu sai, caro Tom, che ci troviamo in una nazione
profondamente cattolica. E quale sarà mai, secondo te, la massima autorità
che potremo trovare in questo luogo?»
Ridendo, subito si dà da solo la risposta. «Il parroco!» Thomas lo guarda
divertito e aggiunge: «Caro Phil, io so qualcosa di più. Dove ci troviamo in
questo momento?» Philip riflette, un po' disorientato. «In Umbria?»
Thomas agitando un dito in segno di riprovazione, precisa: «Risposta
insufficiente! Noi siamo nell'antico stato della Chiesa, il regno del papa!»
E scoppia anche lui in una fragorosa risata. «Scusa Phil, a parte gli scherzi,
perché me lo hai chiesto?»
Philip subito chiarisce. «Sarà da lui che dovremo recarci per avere le
chiavi del tuo regno. Della tua casa tra i boschi!». E aggiunge. «Gli sono
state lasciate dai vecchi proprietari, una garanzia di fiducia.»
E' questione di pochi minuti, già erano attesi, Don Mario li accoglie con
grande cordialità. «Se volete, posso accompagnarvi io alla casa. Si trova
un po' fuori del paese.» Il vecchio parroco ha parlato in italiano. Senza
lasciare all'amico il tempo di intervenire, Thomas risponde con ottima
padronanza: «La ringrazio, ci è davvero utile e ci fa molto piacere.»
Thomas lo dice con un sorriso sulle labbra. E' chiaro la soddisfazione che
sta provando nell'usare dopo anni questa lingua che ha amato, la lingua che
era stata di sua madre e dei suoi avi, quella che lei gli aveva insegnato in
tante fredde serate invernali, per mantenere un piccolo legame – diceva –
con la sua terra. «Sai davvero parlare molto bene l'italiano!» esclama
Philips. «Me la cavo abbastanza.» si schernisce Thomas con un sorriso.
La spider rossa, più adatta ai rettilinei autostradali che a quella dissestata
stradina in terra battuta, procede lentamente. La nuova casa di Thomas è
meno lontana dal paese di quanto lui si aspettasse. Meglio – si dice –
potrò spostarmi a piedi senza problemi. Thomas la vede da lontano sul
ripido crinale; una lunga fila di cipressi accompagna la strada sulla salita.
E' una piccola casa colonica, come se ne vedono tante tra Umbria e
Toscana, quasi in cima ad una collina circondata dai boschi. Una fitta
macchia di alberi proietta la sua ombra su un fianco. La solitudine sembra
che aleggi nell'aria. E questo a Thomas piace, è ciò che voleva.
Il tempo di scaricare i bagagli e Philip è già in macchina. Thomas lo
guarda sorpreso. «Non ti fermi un poco?» Philip avvia il motore. «Ma no,
non è il caso. Debbo riportare don Mario alla sua chiesa e non posso
proprio fermarmi di più. Mi aspettano a Roma. Ti lascio le chiavi, dentro è
tutto a posto. Abbiamo acquistato la casa con tutti i mobili che già vi si
trovavano. Ho provveduto, qualche giorno fa a farla sistemare. Ormai, qui,
non servirei più a molto.» Thomas sta ancora ringraziando, quando la
spider rossa si allontana, Philip lo saluta con un ampio gesto del braccio e
si avvia verso la stretta discesa. Ancora agita la mano quando è a una
settantina di metri.
Thomas si guarda intorno, improvvisamente solo sul piccolo spiazzo
erboso di fronte alla casa. La guarda con una nuova curiosità, come se
appena in quel momento si facesse concreta. Ancora non la conosce, ma la
sente come una presenza amichevole, tutta da scoprire.
Qui starò bene – si dice avvicinandosi verso l'ingresso. E' certo che questa
solitudine benigna lo accompagnerà negli anni a venire.

Maria, con la sua borsa capiente, è intenta da più di un'ora alla raccolta
delle erbe. Gli serviranno per il pranzo di domani. Lungo le siepi, vicino
al ruscello, ha trovato i luppoli, ed ora il declivio del prato poco distante da
casa gli ha offerto ciò che più gli serviva: cicoria e finocchi selvatici.
Serviranno per condire i succulenti piatti umbri che sa preparare sin da
quando era bambina. Come gli accade spesso, muovendosi lentamente
lungo il prato, riflette su se stessa, sul piccolo mondo in cui è sempre
vissuta, come se la luce ormai bassa del tramonto spargesse su di lei
questi pensieri più lenti e tranquilli. I tanti impegni della piccola locanda
la costringono a fare tutto in fretta, senza respiro. Maria indugia nella
raccolta, è uno dei momenti belli della giornata. Sa bene che non può
tardare. Ormai ha imparato che chi si siede a tavola pretende di essere
subito servito. Purtroppo i clienti sono ancora pochi, meno degli anni
passati. Ma siamo soltanto all'inizio della bella stagione, si dice. La
Madonna ci aiuterà.
Primo, suo marito, che ha una volontà di ferro, ha voluto lanciarsi in
questa impresa: la loro bella pensioncina completa di un ottima trattoria
molto apprezzata nei dintorni. Il nome l'ha scelto lui: Vallechiara. A
Maria piace. Chiara è anche il nome della santa che Maria ama di più. E'
vissuta ad Assisi, subito dietro il monte. Basta rivolgersi a lei con le
preghiere, guardando la cima più alta di fronte a Monastico per averla
vicina, in aiuto. Maria ne è profondamente convinta ed è stata favorevole
fin dall'inizio a ciò che il marito le ha proposto di creare dal niente, la
pensione Vallechiara. Uno sforzo molto impegnativo in questo piccolo
borgo lontano da Assisi e dalle principali città. I clienti sono ancora pochi
– si ripete di nuovo – ma sicuramente aumenteranno. Bisogna pazientare,
non avere fretta, confidare nella Provvidenza. Non bisogna lasciarsi
trascinare dalle preoccupazioni. Lo ripete di nuovo con forza a se stessa,
quasi volesse fissare in questo modo una sicurezza che le sta sfuggendo.
Intanto, quasi senza accorgersi, tutta presa dai suoi pensieri, si è avvicinata
alla strada che, un poco più in alto, con un'ampia curva porta verso il
paese. Con il piccolo falcetto sta tagliando sul bordo un bel mazzo di
strigoli. Serviranno per le torte salate, riempite di prosciutto crudo e
scaldate sotto la cenere.
Alzando gli occhi incontra quelli di un uomo che non conosce,
sicuramente un forestiero. E' fermo, in alto, dinanzi a lei, sul bordo della
strada. Indossa un elegante vestito bianco, certo poco adatto per la
campagna che c'è intorno, dove è così facile sporcarsi. Maria è colpita dai
suoi capelli biondi e piuttosto lunghi. Gli ricorda un attore che ha visto
spesso in televisione. Ma quell'aspetto, il bianco del vestito soprattutto,
evoca nella sua mente anche l'immagine di un angelo, come lo
immaginava da bambina. Fermo sul ciglio l'uomo la sta osservando,
probabilmente già da un poco. Maria prova un istintivo moto di paura, si
ritrae e allontana il suo sguardo. Sente però una voce gentile e sicura,
l'uomo allarga le braccia in un gesto di discolpa. «Scusi signora, mi spiace
averla spaventata. Mi serve un'informazione, per favore.». L'uomo ha
pronunciato queste parole molto lentamente, si capisce che non è italiano.
Maria si sposta, sale a sua volta sul bordo della strada. «Mi dica, se posso
esserle utile...»
L'uomo indica dietro di sé. «La mia nuova casa è laggiù a circa un
chilometro. Sono arrivato da poco. Mi servirebbe qualcosa da mangiare.
Può dirmi dove posso trovare un negozio?»
A Maria quel modo di parlare così strascicato le appare insolito. Non ha
mai sentito niente di simile. Questo la diverte. Risponde allora con
sicurezza. «Non si preoccupi, qui troverà tutto. E' un piccolo posto isolato,
ma non ci manca niente.» L'uomo sorride, ha colto una nota di fierezza
nelle ultime parole di Maria.
«Sono sicuro che qui starò molto bene. Grazie.»
Sta per incamminarsi verso il paese quando Maria aggiunge
frettolosamente: «E c'è anche un'ottima trattoria dove potrà assaggiare
tante cose buone. E' il benvenuto.»
L'uomo ride, trova quella donna davvero simpatica.
«Ci andrò sicuramente.» La saluta con la mano.

-II-

E' il 24 maggio 1971, un lunedì. E' passato un anno dal suo arrivo. Seduto
sul piccolo patio erboso di fronte alla casa, lui vede Maria sulla sua
vecchia bicicletta avvicinarsi sulla breve salita. Forse non oserebbe
ammetterlo con se stesso, ma da quasi un'ora sta lì seduto sulla comoda
poltrona di vimini, con la splendida vista delle colline verdeggianti tutto
intorno, in paziente attesa dell'arrivo di lei, pregustando il piacere del loro
veloce incontro come uno dei momenti più belli della giornata.
Lei alza gli occhi e lo vede, lassù in cima, tutta impegnata sui pedali,
arrancando a zig-zag sulla strada dissestata; ancora non è vicina, ma già gli
sorride. Anche lei forse non lo ammetterebbe mai, nemmeno con se stessa,
ma desidera incontrarlo, stare un poco con lui, parlargli e ascoltarlo, così
diverso da suo marito e da tutti gli altri, così solo.
Nella luce tersa di mezzogiorno, sotto un cielo azzurro e un sole già caldo
che preannuncia l'estate, lei ha abbandonato il viottolo più ampio che con
poca strada porterebbe al castelletto medievale mezzo diroccato in mezzo
al bosco, e prosegue su quello più piccolo e stretto che sale direttamente
verso la casa dello scrittore. Affrontando l'ampia curva del tornante finale,
fa un cenno con la mano quando è ormai vicina. Anche lui la saluta con il
braccio levato e la attende in piedi sorridendo.
«Buon anniversario!» lei grida con la sua bella voce, quasi cantando,
quando è ormai vicina. Lui resta interdetto per pochi attimi, poi ricorda.
Gli ritorna in mente quel giorno, terso e pieno di sole come oggi, la sua
inquietudine per la brusca giravolta che aveva impresso alla vita, i discorsi
di Philip pieni di sottintesi e anche lo spaesamento che aveva provato nel
ritrovarsi solo in quel luogo sconosciuto. Poi, il caso aveva posto sul suo
cammino Maria e con lei tutto era cambiato. Il tempo aveva iniziato a
volare.
«Ecco qui, ancora caldo, il tuo buon pranzetto! Ti ho portato qualcosa da
leccarti i baffi, anzi la barba!» Maria lo guarda ridendo. Il suo sorriso è
radioso, una luce gioiosa attraversa i suoi occhi.
«Alle tue cose buone mi dedicherò dopo con la giusta attenzione! Ma
adesso stiamo un po' insieme. Mi sei mancata.»
«Da ieri?» Lei ride ancora, come in un gioco scherzoso divenuto abituale
tra loro.
«Sempre!» Lui risponde con una posa fintamente altera e le cinge le spalle
con un braccio, incurante degli occhi indiscreti che potrebbero esserci
attorno. Lei è abituata da tempo a quel gesto affettuoso.

Nei mesi precedenti Thomas si è accordato con Primo, suo marito. Maria
provvede a portargli un buon pranzo cinque volte la settimana. Thomas –
sempre intento a fare mille cose, come Robinson sulla sua isola – non ama
cucinare e si accontenta delle poche pietanze fredde e frugali che conserva
a volte per giorni nel suo frigorifero perennemente vuoto. Gli piace
quell'aria quasi eremitica che ha improntato la sua vita in Umbria sin
dall'inizio.
«Ma come farai a vivere solitario in quel posto?» Glielo hanno chiesto
quasi tutti gli amici americani nelle costose telefonate transcontinentali,
immaginando luoghi sperduti e impervi. Ed ogni volta lui li ha rassicurati:
«Tranquilli, non sono un anacoreta in mezzo al deserto!» In realtà, la vita
solitaria lo affascina da sempre. Già da ragazzo leggeva avidamente il
racconto di Thoreau al lago di Walden. Era per lui un personaggio
esemplare, con il quale immedesimarsi, l'espressione più tangibile di
un'enorme forza d'animo. Chi vive completamente solo non deve rendere
conto a nessuno di se stesso, se non a Dio, ama ripetere. E questo, secondo
Thomas McWine, è il segno più chiaro della vera libertà, esattamente la
cosa che più aveva desiderato e che più gli era mancata.
Thomas conosce bene le leggende che per anni hanno circolato sul suo
conto, le domande curiose sulla sua vita alimentate dai giornali.
Si era divertito qualche volta a seguire ed annotare le illazioni più
strampalate e ogni tanto gli era passata per la testa la tentazione di
costruirne lui stesso di ancora più fantasiose.
Meglio questa vita, questo luogo, questa gente – pensa ora afferrando la
borsa che Maria gli sta porgendo.
Maria lo guarda perplessa, vede come una nube scura nei suoi occhi, lo
sguardo farsi improvvisamente severo. Teme che sia rivolto a lei, come se
qualcosa non lo soddisfacesse. «Va tutto bene?», chiede. Lui ripete, e
questa volta con un sorriso: «Sempre». Come vinto da un impulso
irrefrenabile la bacia. Lei lo segue in casa.

– III -

E' l' 11 marzo 1972, un sabato. E' una giornata fredda e ventosa, con
intermittenti scrosci di pioggia, un tempo adatto a restare in casa al caldo
della stufa. Lo pensa McWine raccogliendo a manciate dagli scaffali i
tantissimi fogli di appunti che sparge disordinatamente sulla tavola. E' ciò
che da tempo aveva intenzione di fare ed ha colto l'invito di quella grigia
giornata per procedere in questo compito che un poco lo angoscia. E'
sempre difficile vedere se stessi rispecchiati nei propri fallimenti. Come
aveva letto da qualche parte, un dente marcio lo si può estrarre e tutto
finisce lì. Ma con le illusioni è diverso, perché anche da morte continuano
a marcire e puzzare dentro di noi. Impossibile sfuggirne il lezzo e il
sapore. E' esattamente ciò che avverte in quel momento, di fronte a quel
vecchio scaffale. Quei fogli sono i testimoni silenziosi del suo passato, di
tanti errori che ora vorrebbe dimenticare. Perché li ho portati con me? Si
chiede. E mormora con un sorriso rassegnato: «Già, è il mio cimitero degli
elefanti. I loro fantasmi mi seguiranno ovunque vada.» Il suo sguardo è
perso tra i ricordi, come preso in un incantesimo che immobilizza lo
scorrere del tempo.
Qualcuno batte alla porta, poi una voce affannata, che McWine conosce
bene, dice: «Sono io.» . McWine, come se si risvegliasse in quel momento,
è sorpreso, incerto, non prevedeva la sua visita.
Maria è stremata, deve aver salito tutta la strada quasi di corsa. «Calmati
un poco. Poi mi dirai cosa ti ha spinto a venire qui all'improvviso»
Maria tronca le sue ultime futili parole con un'unica frase:«Thomas,
aspetto un figlio. Ne sono sicura.». Lui la guarda perplesso, incerto, come
se non avesse capito, come se il fiume su cui stava tranquillamente
navigando si fosse avvicinato senza preavviso ad una cascata impetuosa.
Maria resta in silenzio, aspetta che lui dica qualcosa.
Thomas appare confuso, come se fosse costretto a vestire un abito che non
gli si addice, che lo imbarazza, obbligandolo a recitare un ruolo
imprevedibile che mai prima di allora aveva vissuto.
«E allora?» Le sue parole quasi non si sentono.
Maria lo guarda esterefatta.
«Solo questo sai dirmi?»
Con un brusco gesto della mano Thomas si stropiccia gli occhi, come se
cercasse disperatamente di svegliarsi.
«Perdona la mia stupidità. E' la sorpresa. Volevo dirti... che cosa
potremmo fare?»
Un lampo beffardo attraversa gli occhi di lei. La sua voce si incrina.
«Potremmo?»
Nel mentre si è fatta avanti, gli è ormai vicina.
«Riguarda solo me. Non sono venuta per chiederti qualcosa, ma solo per
dirtelo, farlo sapere a te per primo.»
Thomas nota lo sforzo con cui lei sta cercando di essere chiara, tranquilla,
anche se le parole le escono con fatica. Prova un istintivo moto di
protezione. Protende il braccio per cingerle le spalle, ma lei lo ferma.
«No, tu non c'entri.»
Si siede, con lo sguardo fisso a terra, le sue parole sono appena mormorate.
«Ci sono i giorni ordinari e i giorni di festa. Tu sei stato la mia festa, che
tengo stretta dentro di me, solo per me stessa.» Lo guarda teneramente,
riflette, poi lentamente continua.
«Ma in qualunque giorno nasca un bambino, è sempre lui, non importa da
dove venga. E' della madre, è lei che lo mette al mondo con la sua carne.
Per questo non provo sensi di colpa.»
Maria ora è serena, contenta di quello che ha saputo afferrare con le sue
parole nel mare confuso che si agita dentro di lei. I suoi occhi ritornano
luminosi. Continua con dolcezza.
«Sì, non provo sensi di colpa. Non so se il bimbo che sta arrivando sia tuo
o di Primo. Il caso ha deciso, o la Provvidenza, non so. Primo ci tiene
tanto, già temeva che non avremmo avuto figli, perché il tempo passava.
Voglio un erede, diceva, maschio o femmina che sia è lo stesso. Sarà
contento, adesso, quando glielo dirò.»
McWine l'ha ascoltata in silenzio, come se la voce del destino avesse
annunciato attraverso quelle parole la sua sentenza. Che cosa farà, ora?
Continua a chiederselo e non sa rispondere.
Impacciato, le ha afferrato le mani che ora stringe in una stretta quasi
dolorosa. Poi con fatica la sua voce finalmente riesce a dire ciò che sta
pensando dal primo momento in cui lei ha parlato.
«Potrò vederlo?»
Maria lo guarda sorridendo. «Certo, quando vorrai. Lui crescerà in questi
luoghi, tra queste persone. E se tu ci sarai ancora...»
Thomas la interrompe con foga.
«Naturalmente! Resterò qui. Ora ho una ragione in più per non andarmene
mai.»
Si abbracciano come due naufraghi appena giunti sulla riva.

E' quasi sera. Dal momento in cui Maria lo ha salutato, molte ore prima,
Thomas McWine non è più riuscito a far nulla.
I fogli che appartengono al suo passato, che con diligenza al mattino
aveva iniziato a risistemare, giacciono ancora disordinatamente sulla
tavola dove erano stati abbandonati. Thomas non ha pranzato. Grosse nubi
grigie si muovono veloci nel vento di tramontana ancora teso e nella sua
mente. Con il suo vecchio giaccone addosso, Thomas si è seduto sulla
poltrona di vimini ormai logora, fuori sull'erba ancora bagnata, e ha
passato il tempo a riflettere.
Con calma ha esaminato la situazione, le alternative possibili, le scelte più
ragionevoli, ha elaborato piani e proposte. Tutto questo gli ha portato
perlomeno un po' di tranquillità, ciò di cui più sentiva il bisogno, ma non
gli ha dato l'unica risposta che servirebbe in quel momento: che cosa fare?
Il sole è ormai tramontato da un pezzo, l'aria si fa gelida, ma è come se
Thomas non avvertisse tutto questo. E' come se anche i suoi pensieri
fossero raggelati e si insinuasse inavvertitamente in lui il soffio
agghiacciato proveniente da anni lontani. Rivede in un lampo se stesso,
giovane, sicuro di sé, e poi quello che invece è stato. «Sì, io sono l'uomo
della rinuncia, la mia vita ne è tappezzata.» La voce, nello scandire queste
parole gli si incrina. «Non ho mai saputo decidere, sono sempre fuggito.»
Ride beffardo. Si afferra il volto, sconvolto. La solitudine ora lo opprime.
Si alza, chiude la porta di casa e si avvia verso il paese.
Scende lungo il ripido viottolo illuminando la strada con la sua piccola
lampada che disegna un cerchio nelle tenebre fitte e senza luna. In alto le
stelle brillano terse nel cielo di nuovo sereno.
Alla fioca luce dei pochi lampioni vede sulla porta della chiesa ancora
aperta il vecchio parroco sempre più curvo. Era stata la prima persona che
aveva incontrato, ricorda. Lo saluta da lontano.
Come seguendo una traccia invisibile, giunge di fronte al solo luogo in cui
desidera trovarsi in quel momento. Voci concitate ed allegre giungono
attutite attraverso la porta. C'è un'aria di festa diffusa nella sala calda ed
accogliente. Ai tavoli i numerosi avventori ridono di gusto. Bottiglie di
vino circolano tra di loro.
«Buona sera, professore! Che cosa posso portarle? Un bel rosso
dell'Umbria? Oggi si festeggia, offre la casa!»
Primo è quasi irriconoscibile, non sta in sé dalla gioia. E' un uomo non
molto alto, con grossi baffi neri che quasi nascondono la bocca, in genere
piuttosto taciturno, come tanti altri in paese. Ora, invece, si muove
frenetico, spostandosi tra i tavoli, senza mai smettere di parlare. E' quasi
palpabile la schietta cordialità che cerca con piacere di comunicare a tutta
la sala. Qualcuno urla: «Alla salute del neo-papà!» E un'altra voce gli
risponde: «Attenzione, che lui manco ci crede ancora!» seguita dalla
rombante risata di tutti, che alzano i bicchieri brindando insieme.
McWine gira lo sguardo intorno. Maria non c'è.
Maria si è isolata in cucina con il pretesto del notevole impegno di quella
serata speciale. Ascolta, attutite, le risate e le grida incomprensibili. Gira
con foga la pietanza che sta preparando, il suo sguardo è fisso, incerto,
perduto tra i tanti pensieri preoccupati che si muovono dentro di lei. Sul
suo viso cereo tutto questo si disegna nella fitta rete di rughe che increspa
la sua fronte. Per questo ha preferito rimanere sola, non vuole testimoni in
quell'ora difficile.
Sente Primo nella sala che incita gli altri a bere con lui. Riconosce
improvvisamente una voce per lei inconfondibile. Si accosta alla porta per
ascoltare meglio e sente Thomas complimentarsi con il marito. «Grazie
Primo, un ottimo vino. Alla sua salute, sono contento per lei.»
Non le sembra possibile: perché è venuto? L'ansia incomincia a salirle
dentro. Con una zuppiera calda in mano – un utile pretesto – esce in sala
e lentamente si avvicina alle spalle dell'uomo biondo che è entrato nel suo
cuore.
«Ecco la minestra di verdure che aveva chiesto, l'ho fatta come piace a
lei.»
E bisbigliando, senza attendere oltre, aggiunge: «Perché sei venuto?»
La risposta di lui è già nel sorriso con cui la guarda. Primo si è fermato e li
sta osservando. Thomas mantiene la calma e riesce a rispondere a voce alta
nel modo più scontato. «Grazie signora, davvero gentile. Le sue minestre
sono sempre buonissime. Me la gusterò fino in fondo.» Ma in un soffio
bisbiglia la sua vera risposta: «Non sono riuscito a fare a meno di
rivederti.» Maria resta un attimo incerta, come sospesa nel vuoto, il viso
mostra solo a lui un subitaneo turbamento nei suoi occhi. Ma sono pochi
attimi, subito si ricompone.
«La ringrazio, professore, il piacere è tutto mio nel vederla contento. Buon
appetito.»
Thomas la segue con lo sguardo mentre si allontana. Primo è di nuovo
indaffarato. E' bastata questa piccola scena conclusa senza drammi a far
capire a Thomas la reale situazione in cui si trovano. Il cuore semplice di
Maria non vuole inutili sconvolgimenti, lacerazioni romantiche fatte in
nome di un amore folle. La sua vita è questa, – lui pensa – e vuole
conservarla.
Bene – si dice – saprò adattarmi anche a questo. Almeno per una volta
non fuggirò. Alza il bicchiere ancora colmo e brinda con tutti gli altri.

- IV -

E' il giorno di Natale del 1972. E' un lunedì nuvoloso che minaccia altra
neve. Gelida soffia la tramontana. L'inverno è stato precoce; già dalla fine
di ottobre un manto bianco ha avvolto le colline. Monastico è in festa.
Uomini, donne e bambini, come ogni Natale, sono in fermento per
preparare la tradizionale processione di angeli e pastori. L'intero paese è
mobilitato da giorni nei preparativi. Tutti vi partecipano con impegno ed
allegria, chi come comparsa e chi, con ruoli ambitissimi, come
personaggio principale. Le vie sono gremite di gente. Negli ultimi anni, la
fama si è diffusa e i turisti non mancano.
E' quasi mezzogiorno, la messa solenne è terminata da poco e la campana
suona a festa per annunciare l'inizio della sacra rappresentazione. La folla
si assiepa lungo la strada che verrà percorsa, attende con curiosità il
passaggio del corteo. Angeli e pastori avanzano compatti verso la
capanna costruita al margine del paese. Intonano canti accompagnati da
trombe e tamburi. Qualcuno, di soppiatto, saluta amici e parenti.
Il lungo corteo procede lentamente; in testa c'è il vecchio parroco un po'
claudicante, che avanza solennemente. Su un cuscino rosso che porta tra
le mani è posta una piccola veste bianca ricamata d'oro. Accanto a lui,
piccoli angeli impersonati dai bambini della scuola elementare spargono
tutto intorno petali di fiori secchi.
Thomas McWine si è già avvicinato al punto d'arrivo e attende. Canti e
suoni giungono attutiti e lontani. La Sacra famiglia non ha ancora preso
posto nel piccolo locale, accanto al bue e all'asinello.
Thomas, in piedi poco distante dalla capanna, si guarda intorno. Ha sempre
assistito volentieri a questa rappresentazione, sin da quando era giunto in
paese tre anni prima.
Il cattolicesimo – riflette sedendosi più comodamente – non è stato solo
culto dell'autorità e superstizione; c'è anche questo, ed è bello: la capacità
di rendere tangibile il mistero, ciò che più è venuto a mancare nell'America
calvinista figlia dei Padri Pellegrini. Abbiamo perso il calore della vita –
pensa – la capacità di trasformare gli astratti concetti della dottrina in
immagini che arrivano al cuore.
La processione si sta lentamente approssimando, cresce il fermento intorno
alla piccola costruzione. Rapidamente alcuni si avvicinano alla mangiatoia
fatta di poche assi e vi sistemano stoffe spesse e calde. Una donna che ha
atteso poco discosta si avvicina con un bambino. Thomas, con
commozione, riconosce immediatamente Maria con suo figlio nato ad
ottobre. L'ansia si impadronisce di lui, lo rende inquieto. Le sue mani si
contraggono. Quel bambino forse è mio figlio, – pensa – Maria non
dovrebbe portarlo in giro con questo gelo.
Maria culla il bambino tra le braccia, rimboccandogli uno scialle di lana
intorno al viso, gli bisbiglia qualcosa. Thomas continua ad osservarla con
attenzione. Immersa nella contemplazione del minuscolo viso Maria non si
è ancora accorta della sua presenza. Thomas nota una donna dai capelli
rossi che ha visto qualche volta in giro per il paese avvicinarsi rapidamente
a Maria. Sembra adirata con lei, le parla con foga nel dialetto locale
agitando le mani., forse gli rinfaccia qualcosa. Thomas non la capisce, ma
vede Maria farsi pallida. Sorpresa ed incerta sfugge lo sguardo aggressivo
dell'altra, poi in pochi istanti si tranquillizza e di nuovo sicura di sé le
domanda: «Perchè mi dice questo?» La donna non risponde, fissa Maria
un'ultima volta, poi si allontana.
Istintivamente Thomas prova la tentazione di intervenire. Ma con quale
diritto potrebbe intromettersi, chiedere conto di ciò che è accaduto?
Qualcuno discute la scena con i vicini.
«Quella donna ha ragione! Probabilmente si è lamentata per il modo in cui
quella madre sta esponendo il suo bambino a questo freddo tremendo!»
Thomas sente altri che assentono.
«Dovrebbero togliere il figlio a chi si comporta così!»
Qualcuno lo dice con forza proprio accanto a lui con tono sarcastico e
sprezzante.
Thomas si volta di scatto. Vede un quarantenne con una macchina
fotografica al collo , piccolo e tarchiato; tiene in mano un taccuino su cui
ha annotato qualcosa. Nella foga del momento Thomas non riesce ad
esprimersi come vorrebbe. Scandisce le parole.
«Non è un' idiota! Io la conosco bene!»
L'uomo che ha parlato lo guarda ironico. «Non ho detto questo, scusi se
le ho mancato di rispetto. Ma ha visto anche lei che cosa è successo»
Thomas capisce di avere esagerato. Effettivamente la stessa idea circolava
nella sua mente appena un attimo prima. Il vicino continua a guardarlo con
uno sguardo bonario e comprensivo. Quasi sicuramente è un italiano del
sud, pensa Thomas. Con il volto sorridente e additando se stesso risponde:
«Nessun problema. Avevo pensato anch'io la stessa cosa.» Ridono
insieme.
«Lei è americano, vero? Ho orecchio per le lingue.»
«Certo, ma continui pure a parlarmi in italiano. Mia madre era italiana,
questa è un po' la mia seconda patria.»
«Complimenti, Parla bene l'italiano!»
Thomas continua a sorridere e indicando il taccuino chiede: «E' un
giornalista?»
L'altro ride di nuovo. «Più o meno!»
Thomas lo guarda divertito. Il caso gli ha fatto incontrare una persona
simpatica. «In che senso più o meno?»
Lo sconosciuto finge di riflettere. «Vede, c'è effettivamente qualcosa in
comune tra quello che faccio io e un giornalista: tutti e due diciamo di
amare tanto la verità e vogliamo solo i fatti, però non resistiamo alla
tentazione di romanzare un poco la realtà.» Ridono di nuovo.
«Di che cosa si occupa allora?»
«Sono un antropologo, insegno all'Università di Napoli, quando non sono
in giro per il mondo a studiare le bizzarrie delle società umane. Cerco di
capire gli usi e i costumi dei popoli, soprattutto la loro mentalità. Scusi,
non mi sono ancora presentato. Alfonso Di Giacomo.»
«Onorato, mi chiamo Thomas McWine. E, mi dica, crede di esserci
riuscito, a capire tutte quelle cose difficili che ha elencato?».
Alfonso assume scherzosamente la posa del professore, e dopo un attimo
di sospensione sentenzia ridendo: «Mi pare proprio di no!»
Thomas continua a guardarlo interessato come se si aspettasse qualcosa
di più di una semplice battuta. L'altro nota questo e continua: «Vede,
secondo me non è ancora nato l'uomo capace di capire veramente se stesso
e gli altri. Gli uomini – non so se lei è d'accordo – sono troppo strani.
Credono facilmente cose assurde, superstiziose. Ma soprattutto gli uomini
hanno tanta, tantissima paura. La paura è la regina delle nostre società .»
Alfonso dice queste ultime parole con aria rassegnata come se rivivesse
dentro di sé preoccupazioni e dolori del passato. Non sta più scherzando.
Thomas percepisce questo velo di amarezza e ne è catturato. Sono
riflessioni che fa spesso anche lui, che lo hanno sempre affascinato.
Non segue più con lo sguardo il corteo sempre più vicino, si è anche
dimenticato per qualche istante di Maria, che poco prima ha deposto il suo
piccolo nella mangiatoia. Intorno crescono la concitazione e il rumore.
Una chiacchierata casuale iniziata per passare il tempo dell'attesa si sta
trasformando in una vera discussione. Entrambi avvertono istintivamente
la loro intesa. Ognuno dei due percepisce nell'altro la capacità di capirlo.
Thomas ne gioisce, come se ritrovasse in quel momento un cibo che gli era
molto mancato. La vita tranquilla e solitaria nel piccolo borgo non offre
spesso simili occasioni.
«Vede – riprende lo studioso, indicando Maria – quella donna laggiù si
guarderebbe bene nella sua vita quotidiana dal fare quello che sta facendo.
Ma nella dimensione del sacro tutto cambia, siamo inconsapevolmente
soggiogati. Ho visto in Nuova Guinea rituali orrendi fatti da persone che
un attimo dopo salivano in macchina o fumavano una sigaretta come se
niente fosse.»
Thomas lo ferma, ha lui in mente la conclusione giusta. La chiave di tutto
è in quella parola.
«Inconsapevolmente lei ha detto. E forse siamo anche inconsapevoli di
essere inconsapevoli!» L'antropologo fa un segno d'assenso con la testa e
lo continua a guardare con il suo sguardo ammiccante. Poi domanda, con
finta ingenuità: «Ma inconsapevoli di che cosa?»
«Della molla segreta che ci spinge a fare, pensare, volere, credere. E in
tutti scatta allo stesso modo.»
Alfonso lo interrompe. «Anche in questo momento, in questo piccolo
paese, accade esattamente quello che lei ha detto.» Guarda Maria che è
sempre vicina alla capanna, poi gira gli occhi tutto intorno.«E' come se li
vedessi all'opera nelle menti di queste persone, i miti della nascita e della
morte, le credenze ancestrali tramandate da generazioni.»
Notando lo sguardo perplesso di Thomas, si interrompe per un attimo, poi
chiede: «La sto annoiando? Mi scusi, faccio troppo il professore. Lo studio
dei miti è il mio pane quotidiano. Lei se ne è mai interessato?»
Thomas riflette un attimo. E' un discorso impegnativo, non è nemmeno
sicuro di aver capito bene quello che l'altro ha detto. Ma sente che è un
problema che lo coinvolge direttamente, qualcosa che tocca da vicino il
centro profondo della sua vita. Il frastuono intorno a loro continua a
crescere. Autenticamente interessato, Alfonso attende pazientemente una
risposta. Thomas cerca allora di spiegare ciò che ha in mente
«Io amo le storie. Ho sempre amato sentirle e raccontarle.»
Si interrompe per un secondo, gli occhi gli si contraggono, come se stesse
cercando di fissare meglio dentro di sé il senso di quest'ultima
osservazione. Con un lampo ironico nello sguardo riprende, alzando la
voce nello sforzo di farsi sentire.
« Cosa sono i miti? Sono storie bellissime! Non possiamo farne a meno.
Circolano ancora adesso e non ce ne accorgiamo. Come se fossero parte
dell'aria che respiriamo. Eppure sicuramente ci sono stati alcuni
tantissimo tempo fa che hanno raccontato per primi ognuna di queste
storie. Ma è importante il loro nome, la fama ? Non basta la potenza di
quello che hanno creato? »
«Bella domanda!» risponde Alfonso alzando anche lui la voce. «Lei che ne
pensa?» Il suo tono oscilla quasi inavvertitamente tra la serietà e lo
scherzo.
Anche Thomas ci prende gusto, sta al gioco. «Succede che gli uomini non
capiscono qualcosa. Bene, allora cosa fanno? E' semplice: si mettono a
raccontare. Per questo, in qualunque posto e in qualunque tempo andiamo
– diecimila, mille cento, dieci, due anni fa, è lo stesso – c'è sempre
qualcuno che racconta. Non è importante il suo nome! E' indispensabile
che ci sia sempre qualcuno che sappia raccontare! Per questo i narratori
sono indispensabili!»
La voce di Thomas quasi non si sente più, ma l'altro ha capito. La sua
grossa testa si muove con un rapido segno di assenso.
Alfonso guarda l'orologio. C'è qualche impegno che lo attende, dovrà
affrettarsi. Ma la persona con cui sta conversando ormai da parecchio
tempo lo incuriosisce. Gli viene spontanea un'ultima domanda.
«Mi pare di capire che pure lei allora è un narratore. Uno scrittore?»
Thomas ha avvicinato l'orecchio per sentire meglio. Con un moto di
sorpresa si drizza in piedi di fronte ad Alfonso ed esclama: «Come si dice
in Italia, questo è un bel punto interrogativo! Lo sono stato, questa è
l'unica cosa sicura. Adesso: chissà! Da parecchio tempo la fonte
dell'ispirazione, come si dice, si è asciugata.» Ride e con un tono
fintamente esagerato aggiunge: «Cerco un'altra fonte in mezzo al deserto!»
«E' la cosa più difficile. Non creda, capita spesso anche a noi studiosi. Non
siamo poi così diversi.» Alfonso è ormai vicinissimo e accompagna le sue
ultime parole con una bonaria manata sulle spalle. «Bisogna crederci, mai
rinunciare!»
La riconoscenza accende lo sguardo di Thomas. «Sì, forse qualcosa si sta
muovendo. Faccio tesoro delle mie esperienze difficili e provo a
trasformarle in un racconto. Ci sto provando.»
«Allora, tra poco la vedremo nelle vetrine delle librerie!» commenta
Alfonso scherzosamente.
«No, non credo proprio. Sono esperienze che ancora si muovono, non è
facile fissarle su una pagina.»
«Auguri!»
Offre la sua mano a McWine che la stringe con calore.
La festa è ormai al culmine. Il parroco lentamente si sta avvicinando alla
capanna.
Alfonso con un espressione buffa finge di guardarsi intorno e dice: «Ma
che cosa diavolo stiamo facendo? Ci mettiamo a filosofeggiare qui al
freddo, dimenticandoci del motivo per cui siamo venuti?» . Thomas gli
stringe di nuovo la mano.«E' stato davvero un piacere parlare con lei.»
L'altro si allontana verso la parte più alta del paese.
In quel momento anche la folla che seguiva gli angeli e i pastori sta
arrivando sul piccolo spiazzo di fronte alla capanna. Le musiche si
fermano, continua salmodiante la preghiera. Poco prima il bimbo è stato
circondato da un velo dorato e immerso tra coperte e tessuti sgargianti.
Agita le braccia paffute e si guarda tutto intorno. Il parroco gli si avvicina
lentamente, depone su di lui la ricca veste e bacia i suoi piccoli piedi.
Subito le trombe suonano di nuovo all'unisono sempre più forte, rulli di
tamburo accompagnano il corteo che si allontana. Anche la folla a poco a
poco si dirada. Thomas, come preso dai suoi pensieri, si è seduto all'angolo
della via e senza avvedersene ha abbassato gli occhi a terra. Si tormenta la
barba con la mano, riflette a lungo.
Maria ha ripreso tra le sue braccia il figlio, lo vezzeggia bisbigliandogli
qualcosa, poi lo depone nella carrozzina già pronta lì accanto, cerca di
addormentare il piccolo ormai stanco ed attende l'arrivo del marito.
Vorticano ancora nella sua mente le parole aggressive con cui la donna dai
capelli rossi l'ha aggredita poco prima. La conosce bene, hanno quasi la
stessa età. E' un'antica fiamma di Primo, sono stati fidanzati per diversi
anni, poi lui l'ha lasciata e lei non se ne è mai data pace. Le ha urlato in
modo quasi incomprensibile una storia che ripete da parecchio. Che è
stata Maria a sedurre Primo, che lui non avrebbe mai scelto di lasciarla.
Ma perché tanta violenza? Mi ha trattata come una stupida, pensa.
Muovendo dolcemente la carrozzina, riflette serenamente su se stessa,
riconosce i propri limiti, Si accetta per quello che è, non ha pretese e
proprio per questo è serena, priva di doppiezza. Non ho fatto nulla di cui
debba pentirmi, dice a se stessa. So quello che faccio.
Alza gli occhi e tra i pochi rimasti lungo la strada vede Thomas che la
osserva fissamente. Lo saluta con un cenno e gli sorride. Lui non le
risponde. E' intimidito, sorpreso, incerto, come se si risvegliasse in quel
momento da un lungo sogno. Lei continua a guardarlo e il sorriso che
rimane sul suo volto è come un invito a raggiungerla, a parlarle.
Sente Primo quando è quasi vicino e la chiama. «Maria, è andato tutto
bene, vero?» Il suo sguardo bonario come sempre la tranquillizza. Lo
guarda anche lei con tenerezza, pensando alla sicurezza che quest'uomo ha
saputo darle. E' come il fuoco tranquillo del camino – riflette – dove è
bello stare nelle sere fredde, quando fuori c'è vento e neve.
Thomas segue con attenzione ciò che sta accadendo: l'arrivo di Primo, i
suoi gesti affettuosi verso la moglie e il figlio. Una bella famiglia, pensa.
Va bene così. Questa immagine lo rasserena. Si alza per ritornare.
Ma ecco che lei, sorridente, lo guarda di nuovo, come se lo invitasse con i
suoi occhi ad avvicinarsi. Thomas fa un cenno di saluto con la mano.
Anche Primo si è accorto di lui, lo chiama.
«Professore, ha visto che bella festa? E nostro figlio è stato il
protagonista! Quando glielo racconterò da grande quasi non ci crederà!»
Thomas gli risponde con cordialità. E' percepibile la simpatia reciproca tra
i due uomini. «Davvero! Ha avuto la parte più importante, in prima fila. E
come l'ha recitata bene!»
Ridono tutti e due. Primo non se ne avvede, tutto preso dalla
soddisfazione per ciò che ha appena detto, ma lo sguardo di Thomas
continua a muoversi come incantato tra il volto di Maria e la carrozzina
che lei scuote dolcemente. Maria lo guarda con tenerezza, è colpita dal
velo di malinconia nel suo sguardo. Come se riuscisse a leggere ciò che è
nascosto dentro di lui, vede il dubbio che lo attraversa e un solo pensiero:
questo forse è mio figlio. Lei ne è commossa. Allora si rivolge a lui,
cercando di liberare il suo sguardo da quelle ombre tristi.
«Professore, vuole vederlo da vicino? Mi pare che non ce ne sia ancora
stata l'occasione.» Maria si china verso l'interno della carrozzina e
vezzeggia il piccolo, poi con una buffa vocina dice: «Piacere signor
McWine. Io sono Serse.»
Thomas sta al gioco. «Piacere Serse, hai davvero un bel nome, era quello
di un grande condottiero.»
«Era il nome di mio nonno.» interviene Primo come a voler fornire un'utile
precisazione.
Thomas lo guarda a lungo, poi dice: «I nomi sono importanti, ci
accompagnano tutta la vita. Questo piccolino con questo nome importante,
chissà, potrebbe diventare un grande uomo.» Il tono diventa scherzoso.
«Serse è stato addirittura un imperatore. E' un buon augurio!»
«Mamma mia, ma è un po' troppo!» esclama Primo.
Nel frattempo Maria ha alzato il bambino, lo tiene tra le braccia e si
avvicina a McWine. «Questo è il nostro piccolo imperatore!» dice.
McWine frena la sua emozione, con la mano sfiora dolcemente la guancia
rosea, gioia e dolore in quel momento si contendono il suo cuore. Cerca di
dissimulare il proprio turbamento. «A proposito, Maria, che cosa le ha
detto quella donna? Ho visto che si è avvicinata a lei con aria piuttosto
decisa.»
«Cose brutte. Meglio dimenticarle.» Guarda Thomas intensamente quasi
volesse così renderlo partecipe del male che quelle parole le hanno fatto.
Dicerie, sospetti, calunnie meschine che, secondo quella donna cattiva,
circolano in paese. Lui resta perplesso, riconosce nel suo sguardo una
richiesta di aiuto.
Guarda Maria e con voce calma e distaccata gli offre la scialuppa che lei
attendeva. «Cara signora, quando vorrà potrà tornare ad aiutarmi nelle
piccole faccende quotidiane, come aveva fatto prima della gravidanza. »
Poi rivolgendosi verso Primo aggiunge ridendo: «Il suo aiuto mi è sempre
stato prezioso. Io sono un grande pasticcione!»
Primo, con spontanea cordialità tocca il braccio di McWine e lo invita: «A
proposito, professore, abbiamo sempre tante cose buone in cucina, e lei
manca da parecchio dal nostro ristorantino. Venga quando vuole, è sempre
il benvenuto! E la Maria, anche con il figlio cucina ancora benissimo!»
Thomas ricambia il gesto cordiale. «La prendo in parola. Mangiando
sempre da solo in casa rischio di dimenticare il piacere della buona tavola.
Questa sera sarò da voi, promesso.»

-V-

E' il 14 ottobre 1980, un martedì. Un' Autobianchi A112 targata Roma sta
affrontando l'ultimo tratto della stretta stradina verso Monastico. Il piccolo
abitacolo è abbondantemente occupato dalla corporatura ampia e molle di
un uomo quasi calvo che, nonostante la mite temperatura della mattinata,
si deterge continuamente il sudore dalla fronte. Philip guida lentamente,
guardando con piacere le dolci colline screziate di giallo.
“Qui in alto l'autunno è già arrivato – pensa – è davvero un bel posto.”
L'altra volta, nella fretta non ci aveva fatto caso. Ricorda però
perfettamente ogni dettaglio del tragitto percorso otto anni prima. Nella
mente di Philip il tempo si fa avanti, mostra questo piccolo numero in
tutta la sua imponenza, la lunga ombra proiettata sulla sua vita. Otto anni,
accidenti! Un sacco di tempo!
“Chissà se anche Thomas è cambiato come me!” Sorride, ricorda di essersi
posto la stessa domanda quando lo aveva incontrato otto anni prima
all'aeroporto di Roma e, come allora, si sfiora la pancia, divenuta ormai un
ampio emisfero che emerge sopra la cintura.
“Sì, è un mucchio di tempo, non l'ho più incontrato da allora.” Solo una
letterina annuale con gli auguri di Natale ha mantenuto tra loro un esile
contatto.
E' ormai sulla salita finale dove la strada si stringe ancora di più. “Queste
non c'erano.” pensa osservando le nuove costruzioni che si addossano alla
strada. Attraversa il centro del paese, la vista della chiesa gli riporta alla
mente il vecchio prete che lo aveva accompagnato alla casa di Thomas.
“Chissà se è ancora vivo,” si domanda. Fuori dall'abitato, la strada si
impenna, si immerge nel bosco, si fa sempre più tortuosa. Philip guida di
gusto lungo quest'ultimo tratto, la piccola utilitaria fatica un poco.
Miracolosamente il paesaggio da questa parte è intatto, come se il tempo
non fosse passato.
McWine ha saputo della visita dell'amico circa quindici giorni prima. Una
lettera che il postino gli ha recapitato in una mattinata piovosa, imprecando
contro quel viottolo trasformato in una scia di pantano. «Lei vive fuori dal
mondo!» gli ha detto consegnandogliela. Con un tranquillo segno di
assenso, lui come sempre ha sorriso.
La lettera di Philip lo ha divertito. Con il suo solito tono spiccio lo
avvertiva di una sua prossima visita.
“Dannazione, – scriveva – come fai a vivere in quel posto sperduto senza
telefono? Forse questa lettera ti arriverà con un piccione viaggiatore. Posso
venire a trovarti verso la metà di ottobre? Sono in Italia e mi piacerebbe
scambiare due chiacchiere con te su qualche bel progetto che bolle in
pentola. Ho scaldato la tua curiosità? Bene. Spero che ci sia almeno un
telefono dalle tue parti, allora chiamami tu per darmi una conferma. Il
numero è sempre lo stesso, all'ambasciata. A presto (io spero). Philip.”
McWine sapeva che da qualche anno l'amico aveva abbandonato Roma ed
era tornato in America.
“Ma che cosa fa precisamente a Washington?” Questa domanda circola
ora insistente nella sua testa mentre trasporta le vecchie sedie fuori dalla
rimessa. Rammenta l'impressione che ha sempre avuto stando con lui, di
un'abile copertura dei suoi veri traffici.
“Bene, – si ripromette, mentre risistema il tavolino e le sedie sul piccolo
prato antistante – questa è l'occasione giusta per chiederglielo.” Ride tra
sé, si guarda attorno. “E' una bella giornata, potremo godercela bevendo
qualcosa qui fuori”.
Thomas sente in lontananza il rumore di un motore, si avvicina al bordo
del viottolo inghiaiato e fissa il punto più in basso dove tra poco comparirà
l'auto che sta salendo. Dopo qualche minuto, vede una piccola utilitaria
bianca arrampicarsi lentamente sull'ultimo tratto. Avvicinandosi l'amico lo
saluta dal finestrino. La sua felicità è autentica. “E' davvero un americano
standard” pensa istintivamente Thomas notando già da lontano le sue
notevoli dimensioni. “Un bel formato oversize”.
Si abbracciano stretti, si guardano e con robuste pacche sulle spalle Philip
urla: «Vedi? I veri amici non si dimenticano!» Anche Thomas manifesta
intensamente la gioia di ritrovarsi insieme dopo tanto tempo, ma anche in
quel momento si chiede: perché è venuto? Philip non ha mai fatto niente
per niente. Con un braccio intorno alle sue spalle lo accompagna verso le
sedie.
«Allora, cosa mi racconti, quali novità bollono in pentola a Washington?
Jimmy Carter sta finendo i suoi primi quattro anni...»
«...che saranno anche gli ultimi!» lo interrompe Philip con aria sicura.
«Perchè dici questo? Ricordo che a vent'anni votavi per i democratici e
adesso...»
Philip lo interrompe di nuovo, come se avesse fretta di arrivare al punto
che veramente gli interessa. «Non solo, lavoro per loro in questa
amministrazione.» Poi aggiunge compiaciuto: «Ho un posto importante al
dipartimento di stato. Per questo vengo spesso in Italia. Hai saputo cosa è
accaduto da queste parti con il terrorismo rosso? L'importante uomo
politico assassinato e tutto il resto? Questo è un paese di confine, i
comunisti sono a un passo, Jugoslavia, tutto l'Est. E che cosa ha combinato
quel cagasotto di Carter in Iran, la questione degli ostaggi all'ambasciata?
Non ti racconto i particolari, c'è da rimanere secchi. Che vergogna per
l'America...»
Ecco, pensa Thomas, questo è il punto a cui voleva arrivare al più presto.
Adesso ci siamo.
«Sai che non seguo molto la politica.»
«Già, troppo comodo. L'America ha bisogno della riscossa. Deve tornare
grande!»
Philip fa una lunga pausa, come se volesse preparare l'amico alla notizia
che sta per dargli. Thomas sorseggia tranquillamente la limonata che è
sulla tavola.
«Ho deciso di cambiare casacca. Sono passato con gli altri, di loro mi
fido.»
«Ma tu stai ancora lavorando per i democratici, come è possibile?»
«Le elezioni saranno tra venti giorni. Reagan vince a mani basse, è
sicuro.»
«Reagan? E perché non John Wayne, che ha più grinta? Un cowboy vale
l'altro. L'America, Phil, non è un western, la politica non si fa a
Hollywood. Quando sono partito, nel '70, l'America era ancora
impantanata in Vietnam. Poi, da allora, è stato un disastro. Un po' l'ho
seguito. I giornali arrivano anche qui, sai? Adesso volete la rivincita con i
russi e i cinesi. E' un gioco senza fine. Preferisco davvero starne fuori.»
«Vedrai, Reagan farà grandi cose. E tu puoi servirci, abbiamo bisogno di
gente come te, non compromessa.»
Il tempo è improvvisamente cambiato, le nubi hanno velato il sole, inizia
a soffiare un fastidioso vento di tramontana.
«Forse è meglio che andiamo dentro,» propone Thomas.
Mentre stanno dirigendosi verso l'ingresso, vedono salire sul viottolo una
donna trentenne in bicicletta. Appesi al manubrio porta dei grossi pacchi.
Arranca faticosamente sull'ultimo tratto, poi appoggia la bicicletta alla
rimessa e si avvicina. «Posso iniziare?», chiede. «Certo, Maria, non c'è
problema.» le risponde McWine.
Passando loro davanti squadra a lungo Philip che, quando lei è ormai
entrata, domanda incuriosito: «E quella chi è?» Indica la porta d'ingresso
con un espressione buffa simile a un bonzo cinese.
«Una donna del paese. Viene spesso a darmi una mano.»
«Solo una mano?» chiede Philip ammiccando con uno sguardo da triglia.
Compiaciuto della propria battuta ridacchia a lungo.
McWine si irrigidisce, resta in silenzio un attimo, poi risponde con uno
sguardo paziente: «Sei sempre lo stesso, non resisti.»
Attraversano l'ampio ingresso. Thomas fa strada, indica una porta in fondo
al corridoio. «Possiamo stare in biblioteca.»
Entrando, Philip ha un moto di stupore. «Accidenti, quanti libri!»
Thomas scuote la testa con un sorriso. «Mi raccomando, non farmi la solita
domanda se li ho letti tutti. Ti rispondo subito di no.»
«Che c'entra?» Ride anche Philip. «Si vede che questo è il tuo nido.»
Philip gira attorno nella stanza. «Ma è fantastico!»
McWine lo segue con uno sguardo svagato, poi con tono ironico nota: «E
pensare che l'hai comprata tu!»
Philip lo guarda stupito. «Che cosa? Cosa hai detto?»
«Non ricordi? I proprietari precedenti avevano fretta di vendere la casa e
noi – anzi tu, io ero lontano, potevo fare ben poco – l'avevamo acquistata a
un buon prezzo con tutto quello che c'era dentro.»
Con un risolino indica tutto intorno. «E dentro c'era questa.» Philip si batte
la fronte e soffia rumorosamente. «Perdinci, che sberla!»
Thomas ride. «Anche per me, quando sono entrato la prima volta è stata
una grossa sorpresa.»
Philip si muove lungo gli scaffali, osserva qualche titolo. Questo lo
conosco anch'io, I promessi sposi. The Betrothed! E quanta filosofia! Ma
sono tutti in italiano! Che te ne fai?»
Thomas ride di nuovo. «Ovviamente! Siamo in Italia. Ma molti riesco a
leggerli anch'io. Stando qui il mio italiano è migliorato.»
«Scherzi? Già eri bravo quando siamo arrivati! Me lo ricordo.»
McWine ripensa a quel momento, allo sconcerto che aveva provato
vedendo l'amico partire immediatamente, lasciandolo solo davanti a quella
casa che non conosceva.
«Phil, ricordi? Tu non eri nemmeno entrato», osserva con un tono un poco
risentito. «Avevi dovuto partire subito, impegni importanti ti
aspettavano.»
Philip ci pensa, come se rivedesse quella scena. «Già, allora avevo sempre
fretta...» Dopo un istante aggiunge con un sorriso di intesa: «Adesso non
più! Anzi, sai che ti dico? E' quasi mezzogiorno, perché non ce ne andiamo
a mangiare un boccone giù in paese?. Scommetto dieci contro uno che c'è
di sicuro un ottimo posto. In Italia è sempre così!»
«Non ti sbagli, c'è un ristorantino molto buono.»
Philip si sfrega involontariamente la pancia. «Non vedo l'ora! Parleremo
meglio a tavola davanti a un bel piatto di strangozzi al tartufo. Non ti ho
ancora spiegato niente.»
Quando sono vicini alla porta e stanno per uscire McWine si volta. «Maria,
per favore, chiuda pure lei tutto!» Sentono una voce dal fondo di una
stanza che risponde. «Non si preoccupi, ci penso io!»
Philip sogghigna ammiccante accennando con la testa in direzione della
voce. McWine lo precede e si incammina verso la discesa. Philip si arresta
interdetto: «Dove stai andando?» Girandosi indietro McWine studia
l'amico in tutta la sua mole. «Il tempo è migliorato, scendiamo a piedi, il
paese non è distante.»
«Scherzi!» Urla Philip con aria patetica. «Vuoi vedermi morto?»
I singulti della sua risata singhiozzante quasi lo soffocano davvero. Intanto
si accosta alla propria auto.
Thomas, ancora fermo, assiste imperturbabile alla scena, poi gli urla con
tono fintamente severo come se intendesse chiedere una spiegazione: «Che
fine ha fatto la spider rossa?» Thomas si volta simulando una grande
paura, con un gesto di difesa.
«Regola numero uno, non dare nell'occhio!», scandisce a voce bassa.
L'altro ride. Philip aggiunge: «Alla fine l'ho capito anch'io.»

Il piccolo ristorante di Primo che McWine frequenta abbastanza spesso, è


già pieno di gente, anche se la stagione turistica è finita da un pezzo. La
fama del locale si è allargata, merito di Maria e della sua buona cucina. I
buongustai, se possono, vi fanno tappa molto volentieri, preferendo il
pranzo alla cena: troppo faticoso tornare con il buio lungo la piccola strada
curvosa.
«Professore, come va?» Primo è contento di rivederlo e si dà da fare per
trovare un posticino nella sala affollata.
Philip, che già annusa i profumini che si spandono nell'aria, si impegna
nella lettura del menù. Dopo pochi istanti, alza la testa soddisfatto.
«Perfetto, c'è proprio quello che pensavo. Per me, allora, un bel piatto
abbondante di strangozzi al tartufo.»
«Allora anche per me.» Thomas si aggiunge alla richiesta dell'amico,
divertito dal suo intenso coinvolgimento.
Primo segna la scelta sul taccuino e spiega, come per scusarsi: «Purtroppo
in questa parte dell'anno non ci sono i tartufi neri, secondo la ricetta
originale di Norcia. Ma abbiamo dei tartufi bianchi ancora più buoni. Me li
hanno portati freschi stamattina!»
«E vada per i bianchi, allora! Ci fidiamo di lei.» conferma Philip ansioso
di gustare il piatto prelibato. «Ci vorrà molto?»
«Pochi minuti, appena il tempo di cucinare tutto per bene. E da bere?»
«Il vino della casa, naturalmente – interviene Thomas – Meglio un rosso.
Grazie.»
«Ve lo faccio portare subito. Buon appetito!»
Mentre Primo si allontana verso la cucina, Philip tocca il braccio
dell'amico, richiama la sua attenzione.
«Tom, visto che ci sarà un poco da aspettare, ne approfitto per concludere
il discorso che avevamo appena iniziato. Ho una proposta da farti.»
Thomas lo guarda attento.
Philip ora parla lentamente in modo quasi solenne. «Vedi, Thomas, tutto
sta cambiando in America, nel mondo. La storia sta girando.» Riflette
alcuni secondi come per dare più forza a ciò che sta per dire. «Vogliamo
che tu lavori per noi, nella squadra che Reagan sta mettendo in piedi. Mi
pare che qualcosa del genere l'hai già fatto parecchio tempo fa per il
governatore Robertson in Virginia.»
Ridendo McWine alza un braccio, interrompe il discorso tirato dell'amico.
«Un momento, Phil, non scherziamo. Ti ricordi ancora dell'aiuto
praticamente irrilevante che avevo dato alla sua campagna elettorale,
scrivendo qualche discorso e qualche opuscoletto che nessuno leggeva? Il
fatto che Robertson abbia vinto davvero quelle elezioni, non significa per
niente che il mio contributo sia stato rilevante per la sua vittoria. Avevo
bisogno di tirar su un po' di grana. Il romanzo era stato appena pubblicato
e il suo successo cosmico, galattico, non si intravedeva nemmeno
all'orizzonte. Se è per questo, a quell'epoca avevo anche racimolato un po'
di denaro scrivendo scadentissimi romanzetti rosa di cui mi sarei
vergognato se non avessi prudentemente usato ogni tipo di pseudonimo.
Philip lo ha lasciato parlare, subito riprende a battere sullo stesso punto,
con calma. «Ma adesso è diverso. Hai l'occasione di entrare sul serio nelle
stanze del potere dalla porta principale. Tu vali molto, Tom, non devi
sminuirti!»
Philip batte con forza sul piccolo tavolo facendo tremare il vino nella
bottiglia che è appena arrivata. Qualcuno lì vicino lo osserva con curiosità.
«Mi spiace, Phil, è una bella tentazione, ma non posso dirti di sì.»
«Accidenti, Tom! Tu devi essere dei nostri!» Philip ha alzato la voce, si
irrigidisce. Altri ai tavoli vicini si girano verso di loro.
«Hai ancora un nome! Il tuo libro è letto ed apprezzato anche oggi. Per
diversi anni sei stato un intellettuale influente, potenzialmente un leader...»
Thomas continua a guardarlo tranquillamente, senza apparenti reazioni a
quella catena di lodi. Philip guarda il soffitto, riflette di nuovo un poco.
Poi riprende.
«Sul Vietnam, ad esempio, ti ricordi? I tuoi articoli sul New York Times
nel 1973, sfortunatamente pochi e brevi. Ho ancora in mente l'inizio di un
tuo pezzo formidabile: “Stelle e strisce sono impregnate di sangue.
L'America affonda e io sento da lontano il suo rantolo.” Fantastico. Eri già
qui in Italia, ricordi? Ma da lontano avevi visto giusto, in anticipo su tutti,
che sarebbe finita male, che sarebbe stata una catastrofe. Adesso siamo di
nuovo in un momento difficile, abbiamo bisogno di gente pulita,
intelligente. L'America sta cambiando. Sta cambiando, Tom. Con Reagan
usciamo dal tunnel buio, saremo di nuovo grandi...»
«Ti ho già detto, mi pare, che i film di Donald Reagan non mi sono mai
piaciuti...» lo interrompe Thomas sogghignando.
«Tom, non scherzare, è importante...» La voce di Philip si è fatta accorata.
«Vedi, Phil, conosco poco la situazione. Ma io vivo fuori dal mondo, sto
bene così. Non ho auto, TV, telefono. Qualche volta ascolto la radio o
leggo un giornale...»
«Ma cosa accidenti vuoi che me ne importi!» Philip sbraita, incurante dei
numerosi sguardi preoccupati che arrivano dagli altri tavoli.
«Sei diventato un monaco, praticamente! Ma dove è finito il vecchio Tom,
quello combattivo, coraggioso... Ma che cosa diavolo combini tutto il
giorno chiuso nel tuo piccolo eremo? Io impazzirei!»
«Phil, è tutto vero quello che dici. Ma sono fatto così. Non saprei
spiegartelo, ma è tutto chiaro dentro di me.»
«Dimmi almeno che ci ripenserai.»
«Te lo prometto. Ti farò sapere.»
«E mi scaricherai come al solito.» Philip ha un'aria rassegnata, estenuato
da questo lungo confronto che immaginava diverso. Si rincuora un poco
vedendo Primo arrivare con i piatti fumanti.
Gustano tutto con grande piacere. Dopo gli strangozzi un piatto di carne
stufata con accompagnamento di funghi.
Mentre stanno sorseggiando con calma un caffè espresso, la porta
principale si apre, Maria entra, ha l'aria stanca ed accaldata. Vede subito la
coppia di amici seduti al tavolo più lontano. Non si cura di loro, procede
verso la cucina.
«Questo non me lo avevi detto!» esclama Philip seguendola con lo
sguardo. Thomas non risponde, si guarda anche lui attorno, indifferente.
La curiosità di Philip cresce quando Maria, ritornata nella sala, si avvicina
al marito. Primo la ascolta, guarda verso di loro, poi si avvicina con una
bottiglia in mano. «Ho saputo che c'è qui un ospite importante che arriva
dall'America. Posso offrirvi un goccino di amaro fatto in casa? E' un buon
digestivo.» Philip ride e accetta volentieri. «Grazie! Ma spero non mi
ubriachi ancora di più!»
Maria li guarda da lontano, mentre ridono insieme alla battuta di Philip.
Osserva pensierosa Primo e Thomas. “Chi dei due? Di quale dei due è
figlio?” Una sottile sofferenza anima questa domanda dentro di lei, ma
senza angoscia, come chi, immobile, cerca di capire da quale direzione il
vento spiri.
Mentre Primo si sta allontanando soddisfatto del suo gesto cortese, Philip
accenna verso di lui con la testa, domanda: «E' il marito, vero?»
«Sì, risponde Thomas con noncuranza, «si chiama Primo. Un nome poco
consueto in Italia, come se un americano si chiamasse First; sarebbe
strano.»
Dalla porta della cucina entrano un bambino magro e vivace, con una folta
zazzera di capelli chiari, e una piccola bambina intimidita di circa tre anni.
Maria sta portando un piatto di pietanze verso un tavolo. I due piccoli
attendono che ritorni verso di loro. Le si avvicinano. Maria gli bisbiglia
qualcosa, si capisce che sta invitandoli a non disturbare. Primo lì ha visti e
velocemente li raggiunge. Parla con Maria, indica il tavolo più lontano. Si
avviano tutti insieme verso Philip e Thomas.
«Posso presentarvi mia moglie e i miei due piccoli diavoletti?» chiede
rivolgendosi ora all'uno e ora all'altro.
«Ho già avuto l'onore di conoscere la signora alla casa del mio amico
McWine. Ma non abbiamo avuto il tempo di presentarci. Piacere Philip
Rogers.
«Il signor McWine lo conosciamo bene – dice Primo guardando Philip – è
spesso ospite gradito qui da noi.»
Maria intanto è rivolta verso Thomas, come se cercasse un segno di
assenso. Un lieve cenno del capo glielo offre. Anche lei si volge verso
Philip e indicando i bambini dice: « Lui è Serse e lei è Vera.»
Philip si allunga verso la bambina, con una voce infantile le chiede: «Ciao,
Vera, quanti anni hai?
«Lei ne ha tre, anzi tre e mezzo ormai.» risponde prontamente Primo. «E' il
ritratto di mia madre. Me lo hanno già ripetuto in tanti. Le stesse ciglia
folte, nere nere, e gli occhi chiarissimi. Davvero un bel contrasto! Quando
era giovane, si dice, mia madre faceva furore con il suo sguardo!»
La piccola Vera li guarda a bocca aperta.
«Allora, un brindisi alla madre di Primo e alla piccola Vera!» dice Philips
alzando il bicchierino ancora colmo.
«E questo è Serse, ha otto anni.» interviene cautamente Maria, spingendo
il bambino verso la tavola. Lui resiste, si agita come se volesse correre via,
lei lo trattiene per la mano.
«Questo mese Serse ha iniziato la terza elementare.» spiega Maria,
guardando come di sfuggita verso Thomas.
«Accidenti! Allora sei grande se vai già in terza!» commenta Philips. Tutti
ridono. Thomas accarezza velocemente una guancia del bambino.
Primo guarda McWine con deferenza, come intimidito. «A proposito,
Professore, grazie per il bel regalo che ha voluto fare a Serse. Gli sarà
molto utile quest'anno a scuola.» Queste parole rimangono come sospese
in un lungo istante di silenzio contornato dai rumori della sala.
Philip, da acuto osservatore qual è, ha notato qualcosa, come se una specie
di onda anomala passasse per un attimo lungo un porto tranquillo, quasi
inavvertita. “Non può essere stato solo il caso – pensa – ad aver ordito il
gioco di specchi dei loro sguardi in questo strano modo. Mentre il marito
parlava, Maria e Thomas si sono guardati – nota – in quel modo rapido ed
intenso che possiedono solo coloro che hanno molto in comune. Primo,
parlandomi, era come se evitasse volutamente di intrecciare lo sguardo con
loro. Poi Thomas, con uguale intensità ha guardato Serse che continuava il
suo tentativo di fuga. E in quel medesimo momento è stato Primo a
rivolgere gli occhi verso Maria, che ha distolto lo sguardo.”
Un'immagine precisa si è formata in un lampo nella mente di Philip. “E'
così allora...” ha pensato, come lo spettatore che a teatro intuisce il
significato della vicenda ben celato dall'autore.
Con grande cordialità Primo stringe la mano a Philip. «Sono felice di
averla conosciuta. E' stato un piacere.» dice chinando il capo. E poi rivolto
a McWine: «Professore, lei è sempre il nostro ospite gradito, spero che
ritornerà presto. E ancora grazie per il regalo.»
La famiglia si disperde nella sala. Primo si affaccenda tra i tavoli.
« Ma cosa gli hai regalato, al bambino?» Chiede Philips con uno sguardo
scrutatore.
«Niente di importante. Un semplice astuccio di colori. Hai sentito, va a
scuola.» Philip continua a fissarlo a lungo in silenzio.
Pochi minuti dopo escono, vanno verso la macchina parcheggiata poco
distante. Philip è un po' brillo e continua a decantare la bontà di quello che
hanno mangiato. «Non succede spesso, di mangiare cose così buone!» Lo
ribadisce più volte con la certezza di un professore nell'aula.
Thomas lo accompagna in silenzio e, quando sono a pochi metri dall'auto,
lo ferma toccandogli un braccio: «Non è il caso che ti disturbi a riportarmi
a casa. Torno volentieri a piedi. Un po' di moto mi farà bene.»
Philip resta un attimo interdetto, come se la richiesta dell'amico gli
arrivasse inaspettata. Poi, con sguardo divertito picchietta con le nocche la
pancia piatta di Thomas che è fermo accanto a lui e cantilena un verso.
«You're like a stick with a blonde wig. Sì, biondo e magro lo sei davvero!
Ti ricordi quella che te lo ripeteva in continuazione? Dovresti vederla
adesso!»
Ridono insieme, ripensando a quegli anni lontani. Si abbracciano. Philip è
imbarazzato, tergiversa un poco, poi dice velocemente: «Scusa per poco
fa, sono stato troppo brusco. Sono fatto così, mi accendo subito.» Si ferma
un attimo e battendogli la mano sulla spalla aggiunge: «Credo di aver
capito.» Guarda Philip negli occhi, piega il braccio tendendo il bicipite e ,
come a volergli trasmettere ciò che ha dentro gli urla: «Sempre forte, Tom!
Noi eravamo i migliori!» L'altro lo guarda con un sorriso malinconico.
Poi la piccola utilitaria con il grosso uomo al volante ridiscende da dove
era venuta.

VI -

E' il 13 maggio 1984, una domenica. Un ragazzo di circa dodici anni,


magro e molto alto per la sua età, con i capelli chiari e molto lunghi che si
arruffano in un grande ciuffo sulla fronte, corre sul piccolo prato verde con
le braccia allargate. Emettendo un lungo sibilo si inclina in direzione del
bosco. In quel momento, nella sua mente, sta sorvolando la foresta
amazzonica. Dopo poco, inclinandosi sempre di più vira in basso e si butta
a terra. Con gli occhi spalancati guarda l'azzurro intenso del cielo e
immagina. «Un giorno ci andrò davvero.». Ha visto un documentario in
TV la sera precedente. C'era un piccolo aereo che senza paura si
avvicinava ad un getto altissimo di acqua che cadeva da una verde
montagna piatta allargandosi in una pioggia di piccole gocce. Il salto
Angel in Venezuela, diceva la voce del commentatore, la cascata più alta
del mondo. Serse ha fissato affascinato quelle immagini, si è ripromesso di
vederlo.
Ora si guarda attorno. Tutto il mondo lo affascina. Vuole vedere tutto,
girare, conoscere le cose bellissime che si trovano lontano da Monastico,
molto lontano. Viaggia con la fantasia e pensa: «Farò l'esploratore.»
Volta la testa verso il bosco. Vede qualcosa di nero spuntare. Due occhi
scuri lo fissano.
McWine è seduto sulla poltrona bianca di fronte a casa. Scrive con un
sorriso sulle labbra. Si ferma un poco, riflette, forse ricorda, poi aggiunge
qualcosa. La sua preziosa stilografica si muove veloce sul foglio, altri fogli
sono per terra accanto.
A chi lo vedesse da lontano potrebbe sembrare un pittore intento ad
abbozzare i suoi schizzi dal vero, in muta contemplazione delle colline
cariche di luce che lo circondano tutto intorno.
Ha ancora capelli molto lunghi, ormai un po' ingrigiti e radi, che continua
ad allontanare dalla fronte ad ogni movimento della testa.
Dietro gli occhiali che ora è costretto a portare, lo sguardo non è cambiato,
sempre attento e sicuro. Il suo viso disteso è lo specchio della serenità che
ha dentro, il segno visibile di una pacificazione con se stesso finalmente
trovata.
Thomas si interrompe spesso, segue con lo sguardo la corsa del piccolo
Serse più in basso. Sorride, capendo benissimo dai suoi movimenti ciò che
avviene in quel momento nella sua testa. Tanti sogni, immagini incantate
– riflette – come accadeva anche a me quando ero bambino. E soprattutto
il gusto di raccontare a noi stessi storie capaci di sorprenderci. Poi, quasi
inavvertitamente, si ripete dentro di lui un gioco a cui si abbandona spesso.
Serse corre, muove le braccia, agita i suoi lunghi capelli. E Thomas legge,
come in un libro, la sua postura, i suoi gesti, il suo modo di muoversi.
Cerca di decifrare nel suo comportamento uguale a quello di tanti altri
bambini, piccoli segnali rivelatori che dissolvano almeno un poco i dubbi
da tanto tempo insediati nel suo cuore.
Thomas alza gli occhi e vede Serse disteso sul margine più lontano del
prato, perso nei suoi pensieri. Poi, improvvisamente, Serse si alza, si
avvicina al bosco. Anche Thomas si alza, segue con attenzione i suoi
movimenti, timoroso di ciò che potrebbe accadergli.
Maria gli ha affidato il figlio all'inizio della mattinata, come succede
ormai da tempo, e come sempre con un tono apparentemente scherzoso ha
ripetuto il lungo elenco delle raccomandazioni.
Dal bosco è uscito qualcosa. Un grande cane nero che ora fissa il bambino.
Thomas è troppo lontano, non sarebbe in grado di intervenire velocemente
e ogni suo urlo o gesto violento potrebbe soltanto peggiorare la situazione.
Non può che essere spettatore di ciò che sta accadendo.
Il cane si è avvicinato al bambino, ora è più visibile e McWine ne
individua la razza. Ne ha visto le immagini da qualche parte e lo riconosce:
un cane Corso, un ottimo cane da guardia. Ma da dove accidenti è
sbucato? McWine pensa subito al castelletto poco più in alto. La strada
principale per raggiungerlo sale ancora parecchi tornanti, ma attraverso il
bosco la distanza è poca. Con un impegnativo lavoro durato alcuni mesi, il
vecchio rudere è stato trasformato in una residenza di lusso abitata da
persone molto facoltose e molto riservate. “Sì – pensa in pochi istanti
McWine con fastidio – quel grosso cane è sicuramente loro. Solo degli
imbecilli lascerebbero andare libero in giro un cane così.”
In quel momento accade una cosa inaspettata. Serse parla al cane, allunga
una mano e lo accarezza, il cane si accuccia ai suoi piedi e scodinzola. Poi
Serse scatta, cerca intorno, finché non trova il ramo adatto. Lo spezza e lo
lancia. Il cane corre uggiolando a raccoglierlo. Inizia così un gioco
frenetico, come se il cane e il bambino si conoscessero da sempre.
Thomas è rimasto pietrificato al suo posto, quasi attendendosi il peggio.
Vedendo i due che giocano felici si rilassa, ride. Poi pensa alla strana dote
che Serse ha rivelato. “Un'intesa incredibile”, si dice. Riflette su quanto
poco ancora conosce quel bambino che forse è suo figlio.
In quel momento, Thomas sente il rombo di un auto che arriva a grande
velocità lungo la salita dissestata, i freni che stridono. Sullo spiazzo di
fronte alla casa sbuca una grossa jeep militare. Al volante c'è una donna
che scende correndo. E' molto alta, con un corpo splendido, e porta capelli
biondi cortissimi.
Chiede decisa in modo spiccio quando è di fronte a McWine: «Avete visto
passare da queste parti un grosso cane nero?»
Lui non ha il tempo di rispondere. Lei ha già notato il bambino e il cane
che giocano sul prato. «Ecco dove si era cacciato!» grida, muovendosi
decisa verso di loro.
«Calmati, Deborah, non è successo niente.»
E' la voce di un uomo che sta scendendo dall'auto e si avvicina con passo
tranquillo a McWine. E' piuttosto piccolo e si muove con un'andatura
traballante. Ha in testa un grande cappello estivo che quasi gli nasconde il
viso, occupato in buona parte da un grosso paio di occhiali scuri e
circondato da una corta barba bianca.
«Devi essere gentile con i signori, – dice – hanno trattenuto Fonzie prima
che scappasse chissà dove.» Si volge verso la macchina da cui intanto è
uscita un'altra ragazza dai capelli neri e lisci, con tratti tipicamente asiatici.
«Orathai, per favore, vai tu a recuperarlo?»
La ragazza non dice nulla e si incammina anche lei verso Serse che si è
fermato e li squadra. Fonzie gli è accanto, anche lui immobile. Ha notato
che qualcosa sta accadendo e non gli piace. Mostra i denti ed inizia a
ringhiare.
Deborah gli è vicina per prima. «Fonzie, vieni subito qui!» Lo chiama con
un gesto deciso della mano. Lui arretra, continua a ringhiare. Serse scatta.
«Andiamo Fonzie, mettiamoci in salvo!» urla indirizzandosi verso il lato
opposto del prato. Il cane lo segue. A un certo punto Serse incrocia le
gambe, finge di cadere come qualcuno che stia fuggendo ed è colpito alle
spalle. Fonzie gli è addosso, uggiola, lo lecca. Serse ride. «Basta, basta! Mi
anneghi!»
L'uomo con gli occhiali scuri ha seguito tutta la scena. Ride di gusto.
«Ma guarda un po', Fonzie ha adottato il ragazzino!», dice divertito
voltandosi verso Thomas.
Dopo un primo momento di paura, anche McWine si sta divertendo.
«Appena si sono visti, poco fa, si sono subito capiti.» commenta.
Osservano per un poco in silenzio le corse frenetiche sul prato.
L'altro si volta con un sorriso verso Thomas. «Però! Ci sa fare il ragazzino!
E' suo figlio?»
McWine si blocca per un attimo, incerto sulla risposta da dare.
«No, ma viene spesso da me a giocare. Vive giù in paese.»
«Perdoni, non mi sono ancora presentato. Patrizio Tumiana, piacere.»
«Thomas McWine»
Si stringono la mano, poi con un cenno Thomas invita l'altro a sedersi.
In quel momento Deborah si avvicina a loro con aria contrariata. Parla in
modo deciso a Patrizio; lui intanto si è tolto il cappello e si asciuga la
fronte.
«Patrizio, scusa, ma dobbiamo andare. Il coproducer ci sta aspettando...»
«Che fretta c'è? Lascia che aspetti.» Risponde Patrizio con calma.
L'altra si allontana sbuffando. Patrizio, indicandola, chiarisce: «Non ci
faccia caso, è la mia assistente. E' lei che tiene l'agenda degli impegni.»
Thomas indicando il tavolino all'ombra chiede: «Posso offrirle qualcosa di
fresco?»
«Grazie, bevo volentieri un bicchiere; è una giornata molto calda per
essere soltanto alla metà di maggio!»
Thomas si allontana per qualche minuto verso la casa. Patrizio, molto
rilassato, osserva ciò che accade poco più sotto sul prato. Orathai ha
raggiunto Serse. Fonzie corre eccitato dall'uno all'altra. Salta e cerca di
addentare ciò che hanno in mano.
Thomas ritorna con in mano una brocca e alcuni bicchieri.
«Ho solo questo. Una limonata fatta in casa, credo che le possa piacere.
Me la procura la mamma del ragazzino. Hanno un piccolo ristorante giù in
paese. Glielo consiglio!»
«Ci sono già stato! Si mangia divinamente!»
Patrizio si è tolto gli occhiali, li appoggia sul tavolino rotondo, sorseggia il
bicchiere colmo di limonata fresca e dopo un poco domanda a bassa voce,
come se non volesse essere indiscreto.
«Scusi la mia curiosità. Posso farle una domanda? Ma lei che cosa fa qui?»
McWine scoppia a ridere. Poi, coprendosi la bocca, come timoroso di aver
offeso il suo interlocutore, chiarisce: «Mi scusi, ma rido per il ciclico
ritorno di questa domanda. Prima o poi me la fanno tutti. Ufficialmente
sono uno scrittore.»
«E non ufficialmente?» chiede Patrizio con sguardo divertito.
«Come dite voi in Italia? Probabilmente questa parola: un perditempo.
Time Waster.»
«Ah, un mestiere che anche io prediligo!» risponde l'altro ridendo.
Thomas riflette qualche istante. Scandisce lentamente, come tra sé e sè:
«Per-di-tem-po. E' una bella parola. In effetti non possiamo che perderlo il
tempo, mi pare. Nessuno lo mette in banca!»
I loro sguardi si incontrano, ridono insieme. “Niente più di una risata
condivisa facilita l'intesa,” pensa McWine. C'è tra loro uno spontaneo
moto di simpatia reciproca.
«E lei di che cosa si occupa?» chiede Thomas.
«Cinema. Uno dei modi migliori per fare un mucchio di soldi... Anzi, altri
li fanno per me!»
Tumiana squadra la figura snella di McWine, la camicia a grandi quadri e
i jeans usurati che indossa, si guarda attorno, come se volesse confrontare
Thomas e il suo piccolo casale con la propria condizione privilegiata.
Thomas non si offende, comprende che l'altro è il tipo d'uomo che ama
molto vantare la propria splendente superiorità, di cui pare fermamente
convinto.
Serse ha interrotto le sue corse, risale la china con il grosso cane che lo
segue. Quando è di fronte a Patrizio chiede: «Scusi, signore, potrei tenerlo
ancora un poco?»
Patrizio sorride. «Avete fatto amicizia in fretta.»
Serse lo guarda fisso in attesa. Aggiunge a bassa voce: «Io e lui ci
capiamo, anche se io sono un umano e lui è un cane. Ha bisogno di
qualcuno che lo ami.»
Tumiana si muove sulla sedia, imbarazzato.
Deborah, che ha sentito le ultime parole del ragazzo, scoppia in una risata
rumorosa.
«Ha bisogno di qualcuno che lo ami!» ripete con una vocina in falsetto.
«Hai sentito, Patrizio? Tu non lo ami abbastanza!»
Patrizio la ignora. Torna a rivolgersi a McWine.
«Per me non c'è problema – dice – potete tenerlo ancora un poco. Me lo
riporterete più tardi. Io sono su al piccolo castello. Al bodyguard se vi
chiede dite che vi ho chiamati io.»
Poi si incammina con passo lento verso la jeep. Si rivolge a Deborah
seccamente: «Allora, andiamo?»
Le due donne lo seguono. Lui si volta di nuovo, saluta Thomas e Serse con
un cenno. «Arrivederci. A più tardi.»

Sono quasi le sei di sera. Sopra il monte il sole è già basso, il cielo sfuma i
suoi colori screziandosi di rosa, l'aria inizia a rinfrescarsi. Serse, disteso
sull'amaca tesa tra i due alberi accanto alla casa, è completamente
assorbito nella lettura di un libro, Fonzie sonnecchia ai suoi piedi.
Seduto sulla poltrona di vimini sulla quale ha trascorso buona parte della
giornata, McWine non ha più voglia di scrivere. Guarda la discesa di
fronte a lui. Sa che Primo tra poco verrà a riprendere il bambino.
L'amicizia con Primo si è consolidata con il passare degli anni e per
McWine è sempre un piacere incontrarlo, scambiare quattro chiacchiere
insieme.
Resta in silenzio, appagato da quel momento di pace che si allarga tutto
intorno, come accade quasi ogni sera. Il rumore intenso di un vecchio
motore anticipa l'imminente arrivo. Il furgone azzurro sbuca dall'ultima
curva.
Anche Serse lo ha sentito, si riscuote, si guarda attorno. «Accidenti, è già
qui!» esclama contrariato guardando Fonzie. Il cane ha alzato la testa, lo
osserva con sguardo assonnato, come se fosse in attesa di una sua
decisione.
«Tranquillo, Serse, gli parlo io. Dirà sicuramente di sì.»
Thomas si alza, quando il furgone si arresta gli va incontro.
«Ciao, Primo, come va?»
«Tutto a posto. Ma erano in parecchi a pranzo. Non si finiva più.»
Thomas lo guarda sorridendo, preparando nella propria mente le parole più
adatte per la sua richiesta.
«Se posso, ti vorrei chiedere un favore. Anzi più che per me, è per Serse. I
nuovi residenti del castelletto, forse li hai già visti, ci hanno lasciato quel
bel cane per qualche ora. Non sto a raccontarti tutto. Adesso dovremmo
salire a riportarglielo.»
Thomas osserva la reazione dell'altro. Primo, un po' contrariato, protesta
con la sua solita aria bonaria: «Caspita, Professore! Se ti decidessi a
mettere una buona volta il telefono, mi avresti risparmiato questa corsa
inutile!» Ride lui stesso alle sue parole, cancellando qualunque apparenza
di rimprovero.
«Già già il telefono, ancora non mi sono deciso...» borbotta Thomas.
E' sempre stato un suo costante puntiglio non volerlo, come se questa
fosse la dimostrazione tangibile della propria indipendenza. Il momento in
cui, di lì a qualche anno, la scelta diverrà inevitabile è ancora lontano.
Primo si rivolge verso Serse. «Ma si vai pure, non c'è problema.
Ritornerai a casa più tardi con il Professore.»
Serse agita le braccia in un gesto di gioia. «Grazie papà!»
McWine, accanto a lui, ha un attimo di incertezza, come se sentisse il
proprio nome indirizzato ad un altro. Gli pare di percepire nel viso
compiaciuto di Primo, che ancora lo guarda, un veloce lampo, come la
sicurezza di una sfida vinta. E' solo un attimo, Primo si volta, ritorna verso
il furgone. Riparte da solo in una nuvola di polvere.
Thomas recupera in casa la piccola lampada che potrebbe servire al
ritorno.
«Che dici, andiamo?» Si capisce che Serse è restio a partire, la sua
immaginazione anticipa una infinità di cose che potrebbe ancora fare
insieme con il grosso amico che gli dormicchia accanto. Si alza di
malavoglia, ostenta la sua contrarietà sbuffando rumorosamente.
Thomas lo osserva comprensivo, senza fretta. Lo rincuora: «Dai Serse,
chiederemo a quei signori di lasciarlo anche in futuro un poco con noi.»
Serse resta in silenzio, lo guarda. «Thomas, a te come sono sembrati?»
chiede con finta ingenuità. Thomas ha colto un lampo di allegra malizia
nei suoi occhi. Finge di non capire.
«Chi?»
«I signori che sono venuti a riprendere il cane.» Nel tono di Serse c'è una
sfumatura di sfida.
Thomas lo studia flemmatico per un attimo, poi osserva con noncuranza:
«Mi era sembrato che tu fossi tutto preso a giocare con il tuo nuovo amico,
senza far caso a noi.»
«No, vi guardavo da lontano. Allora?»
«Beh, certo siamo molto diversi, ma il signor Tumiana mi è piaciuto, l'ho
trovato simpatico...»
«Simpatico?» Serse ostenta incredulità.
«Sì, una persona con cui si parla volentieri. In questo senso dico
simpatico...»
Thomas percepisce che in quel momento Serse, per qualche suo motivo, lo
sta mettendo alla prova.
«E' pieno di soldi, lo sai?» Serse rimarca queste parole a voce più alta.
Thomas continua a studiarlo. «Già, lo ha fatto capire anche a me. Ho
l'impressione che gli piaccia molto mettersi in mostra.»
Fissa deciso Serse che intanto si è avvicinato e con un sorriso gli domanda:
«E a te come sono sembrati?»
Serse guarda nel vuoto, ci pensa per parecchio, poi butta lì con
noncuranza: «Mi sembravano finti, come se recitassero in un film. Anche
la ragazza che giocava con me.»
McWine lo guarda stupito. Sta scoprendo qualcosa di nuovo nel ragazzino
che ha di fronte, un aspetto della sua personalità che ancora non
conosceva. Serse, quasi a voler togliere importanza alle sue parole, si è
avvicinato di nuovo a Fonzie, gioca con lui accanto al tavolo.
Per una frazione di secondo nella mente di McWine passa un rapido
pensiero che subito scaccia. “Proprio come ero io.”
Fissa Serse con ironia e la domanda decisiva gli esce spontanea.
«E io come ti sembro?»
C'è un momento di imbarazzo, come se Serse volesse sfuggire ad una
richiesta per lui troppo difficile. Afferra il dischetto rosso di gomma, lo
lancia nel prato, Fonzie corre felice a riprenderlo. Poi, come se
improvvisamente la parola più giusta fosse emersa chiaramente dentro di
lui, si volta verso il viso teso di McWine, rimasto silenziosamente in
attesa, e con un sorriso gli dice a bassa voce: «Tu sei speciale!»
La risonanza profonda di queste parole illumina lo sguardo di Serse, come
se volesse dare maggior forza a quello che ha appena detto. E' come una
squarcio di luce che dirada la nebbia malinconica accumulata nel cuore di
McWine.
Si incamminano insieme verso la discesa, ad un cenno di Serse il cane li
segue obbediente.
Thomas ripensa alla figura piccola e piena di sé di Patrizio, a
quell'osservazione acre della sua assistente. «Tu non lo ami abbastanza!»
che lasciava trapelare un forte risentimento. Ma per quale ragione? si
domanda. Eppure deve ammettere con se stesso che, nel breve incontro, ha
provato davvero simpatia per quel piccolo uomo pieno di sé, per quella sua
ridicola aria sbruffona ed ostentata. “Chissà la sua casa, lassù al castelletto
– pensa – come splenderà di ricchezza.” La domanda lo stuzzica.
Al bivio sulla strada principale svoltano verso l'alto, in mezz'ora di
cammino sono in cima, dove la strada finisce. Le mura in rovina sono state
consolidate con nuovi materiali e lasciano intravedere una serie di piccoli
edifici collegati tra loro.
All'ingresso sono già attesi. Una graziosa ragazza di colore con un attillato
tailleur viola li accompagna verso alcuni tavoli posti al centro della corte.
Patrizio allargando le braccia li accoglie con grande cordialità.
«Benissimo, vi stavamo aspettando!» Volgendosi verso le persone
eleganti che sono vicino a lui, indica Fonzi che scodinzolando gli si è
avvicinato: «Dovevate vederlo alla casa di sotto! Lui e il ragazzino in
pochi minuti sono diventati amici fraterni!» Con voce suadente si rivolge
a Serse che si sta guardando attorno un po' intimidito. «Sembra quasi che
tu abbia una dote speciale.» Gli sguardi incuriositi si incrociano, qualcuno
commenta a bassa voce con i vicini.
Patrizio si guarda attorno. Vede ferma accanto a un tavolo Orathai, la
chiama: «»Orathai, per favore occupati tu del ragazzino. Portalo a
mangiare qualcosa di buono.»
Solo in quel momento la ragazza tailandese, girandosi, vede Serse che la
sta salutando amichevolmente, contento di trovare finalmente una persona
che conosce. Lei gli si avvicina e lo prende per mano. «Sei venuto a
trovarmi?» gli domanda con uno splendido sorriso. «Vieni, ti faccio vedere
la casetta di Fonzie.» Mentre si muovono si volta verso Patrizio che con un
lieve cenno del capo acconsente.
Patrizio indossa un elegante vestito di lino che lo fa sembrare un poco a
un possidente coloniale di fine '800. Senza gli occhiali scuri – nota
McWine – è come se il suo sguardo non trovasse mai un punto saldo su cui
fermarsi e si rendesse visibile una perplessità inappagata che la voce
decisa non lascerebbe supporre. “E' questa forse la ragione per cui
quest'uomo vive di apparenze. Chissà se è felice.” si chiede.
Indicando le tavole imbandite Patrizio invita McWine: «Prego, si serva
pure!» Fa un cenno rapido a un cameriere che si avvicina con un vassoio.
McWine ringraziando afferra un calice di champagne, si volta verso
Tumiana e brinda con lui. E' rilassato, come se partecipasse a un gioco. Lo
diverte pensare al proprio abbigliamento dimesso in mezzo a quella
cerchia di gente elegante, come se – pensa – si evidenziasse così la mia
distanza da loro.
«Festeggiate qualcuno?» chiede.
«Più o meno è sempre così,» risponde Patrizio con aria compiaciuta. «Ma
oggi c'è un motivo in più per brindare insieme. Abbiamo finito le riprese.
Le ultime scene sono state girate proprio qui.» Indica con una mano la
torre cadente rimessa a nuovo.
Notando che l'altro mantiene un'aria quasi indifferente, continua con aria
provocatoria come se volesse ad ogni costo far colpo. «Il film uscirà a
Natale, come al solito. Una commedia idiota con parecchio sesso e tante
battutacce volgari. Insomma, quello che la gente vuole.»
Thomas lo guarda attentamente con un sorriso appena accennato. Gli pare
ridicola una simile ostentazione di cattivo gusto. E' come se in quel
momento vedesse il personaggio che ha davanti, il ricco produttore,
acquistare i suoi più veri contorni. Osserva, dopo un lungo silenzio:
«Da come lo ha detto, non mi pare che lei sia molto contento...»
«Al contrario, sono felicissimo!» lo interrompe subito l'altro. «Sono tanti
bei soldini assicurati. Denaro sonante, come diciamo in Italia.»
McWine lo guarda perplesso. «Ma lei ama il cinema? Da quel che dice mi
sembra...»
Tumiana lo interrompe di nuovo con veemenza, come se volesse, davanti a
questo misterioso americano solitario, giustificare ciò che fa, ciò che lo
rende ricco.
«Lei è uno scrittore, scrive per l'arte...»
Questa volta è McWine a interromperlo ridendo. «Ma no, mi creda, non
così puro. Ho scritto anch'io per i soldi, in passato.» Con uno scherzoso
tono di ostentata rassegnazione aggiunge dopo poco: «Bisogna pure
mangiare!» Tumiana ridacchia rumorosamente, è come se vedesse in quel
momento scendere l'artista dal piedistallo su cui l'aveva innalzato e farsi
più simile a lui. Si avvicina e mettendogli una mano sulla spalla con tono
confidenziale gli dice: «Ci conosciamo ancora poco, mister McWine, ma
lei mi piace. Le faccio una piccola proposta: vuole entrare nella nostra
squadra? Avrebbe l'incarico di scrivere i soggetti, i dialoghi, le scene dei
nostri film. Abbiamo sempre bisogno di belle storie, di qualcuno che
sappia proporre qualcosa di nuovo. Se sarà bravo potrà guadagnare
parecchio.» E aggiunge con un gesto di intesa: «Mi creda, i soldi non
mancano.»
McWine non risponde, ma il sorriso ammiccante che continua a mantenere
pare a Tumiana come il segnale silenzioso della buona accoglienza della
sua proposta. Allora si lascia andare, come se volesse giustificare ancor
meglio il suo lavoro. Si abbandona ai ricordi: «Lei mi chiedeva se amo il
cinema. Anch'io da giovane ho avuto le mie velleità artistiche. Ho
frequentato la scuola nazionale di cinematografia a Roma, ho imparato il
mestiere. Mi immaginavo già autore di film straordinari, regista famoso.
Solo sogni. Ho fatto qualche film interessante, all'inizio, la critica ne ha
parlato bene. Presto, però, non ci ho più creduto. A che serve inseguire la
gloria?»
McWine ora lo sta ascoltando con interesse, un po' si riconosce in quelle
parole. “Già – pensa – la gloria. A che serve tanto impegno?”
«Ma cosa conta davvero?» chiede pur sapendo già la risposta.
«Gli incassi! Ho scelto deliberatamente di mettermi da parte, di non essere
famoso. Girare i film, litigare con gli attori, con i loro capricci, restare al
caldo e al freddo per giorni interi. E perché poi? Tutto questo lavoro lo
lascio alla manovalanza. Ho ottimi registi, operatori, tutto quello che serve.
Io mi limito a produrre. E a guadagnare.»
Fissa a lungo McWine, sicuro dell'effetto delle sue parole.
In quel momento un uomo corpulento, con una folta capigliatura bianca
imbrillantinata e gli occhi di un azzurro molto chiaro si avvicina a loro.
Senza curarsi di Patrizio, parla in inglese rivolgendosi direttamente a
McWine: «Io la conosco. Mi sono ricordato di lei.»
Thomas lo squadra, si domanda dove mai lo ha incontrato. Resta
sorridente in attesa di un chiarimento. Riconosce nella parlata dell'altro, la
stessa cadenza di Philip. “Guarda un po' che combinazione...” nota
divertito. Il suo pensiero corre per un secondo all'amico lontano. Ormai ne
ha perse le tracce. Lettere sempre più rade, poi più nulla. Guarda il grosso
uomo che gli sta davanti con un atteggiamento cordiale. Lo punta con
l'indice di una mano e domanda: «Viene dal Tennessee?»
L'altro è sorpreso. «Accidenti, come ha fatto a indovinare?»
Un sottile sorriso increspa il volto barbuto di Thomas.
«Laggiù siete inconfondibili!»
L'altro ride, continua con la sua parlata strascicata.
«Il suo libro, lo ricordo bene. Era l'inizio degli anni '60, giusto? Tutti ne
parlavano a Nashville. Lo lessi anch'io. Mi è piaciuto, sprigionava energia,
qualcosa di nuovo.»
«Cose ormai vecchie,» commenta Thomas «è passato tanto tempo...»
L'altro fa un gesto deciso con la mano, con forza controbatte: «Ma le cose
buone rimangono.» Il sorriso sottile di Thomas si inclina malinconico.
Sono esperienze che preferisce non ricordare, non in quel momento
almeno. Parliamo d'altro, pensa.
Accenna con la testa verso Patrizio e domanda: «Lei è un amico del signor
Tumiana?»
L'altro si illumina, è una domanda che gli piace.
«Lavoro per Mister Tumiana. Scrivo qualcosa.» Osserva la reazione di
McWine, che ha inarcato leggermente le sopracciglia e sembra perplesso.
Allora precisa con modestia. «Niente di importante come i suoi libri, si
figuri. Soltanto qualche testo per i film. Non è male come guadagno...»
Si ferma, non capisce la reazione di McWine, l'inquietudine che trapela
dalla sua fissità. Thomas coglie in quel momento, riflesso nello sguardo
vacuo e soddisfatto dell'altro, il proprio possibile futuro. Non è così che
vede se stesso, è una strada che non gli piace.
L'uomo di Nashville si sfrega le mani, è imbarazzato. Lo saluta
frettolosamente, si allontana verso il cameriere che sta portando altri
bicchieri di champagne.
McWine si volta verso Tumiana, che è rimasto in piedi poco distante. Sta
parlando concitatamente con Deborah che gli è accanto. Lei gli indica
qualcosa in una cartellina, battendo decisa con un dito. La risposta
bisbigliata da Tumiana non le basta. Guarda duramente il suo principale e
con passo deciso rientra in casa.
Patrizio è visibilmente turbato come se fosse costretto improvvisamente a
fare i conti con una situazione inaspettata.
Vede McWine che lo sta osservando. Dopo un attimo di sorpresa, come se
rientrasse nella parte che aveva momentaneamente dimenticato, si
riavvicina a lui sorridendo.
«Avevamo lasciato a metà la nostra conversazione, mi scusi. Non c'è
affatto bisogno che lei decida subito. Mi faccia sapere se quello che le ho
proposto potrebbe interessarla.» Squadra McWine, poi indica l'ampio
ingresso in pietra della sua tenuta con un ampio gesto e aggiunge ridendo:
«Siamo vicini di casa!»
Thomas sente la voce di Serse che si avvicina. Lo vede passare tra i
tavoli, Orathai lo tiene per mano, gli dice qualcosa che lo fa ridere.
Quando sono a pochi metri Serse grida eccitato. «C'è una piscina pazzesca
là dietro. Come se fossimo nell'antica Roma!»
Thomas si gira verso Tumiana. «Si è fatto tardi, è meglio che andiamo.»
Congedandosi domanda: «A proposito, dimenticavo di chiederle una cosa,
per il ragazzino. Sarebbe molto contento di poter stare ancora con il suo
bel cane. Ci terrebbe molto.»
Tumiana lo guarda con aria condiscendente e con la solita ostentazione
scandisce: «Va benissimo. Può venire quando vuole. E' sempre il
benvenuto.»
Scendono nella semioscurità del bosco. Il fiotto di luce della lampada
anticipa i loro passi sulla piccola strada.
Serse interrompe il lungo silenzio. «Ha detto che potrò rivederlo, vero?».
La domanda gli girava in testa da un poco.
«Certo, potrai andarci quando vorrai.»
Thomas sente la piccola mano di Serse che cerca la sua. La stringe.

VII

E' il 3 agosto 1991, un sabato . Sono le sei e mezza di mattina, il sole si è


levato da poco e fa già molto caldo. Thomas McWine è sulla porta di casa
e guarda perplesso il mucchio accatastato disordinatamente sullo spiazzo
poco più avanti. Si domanda se è stata una buona idea acquistare così
presto la legna per l'inverno. Guarda il sole, poi il mucchio e non trattiene
una risata. Forse sono matto, pensa. E' stato Primo a spingerlo all'acquisto.
«Un prezzo così conveniente non lo trovi da nessuna parte. Meglio
sbrigarsi.» E lui l'ha fatto, senza immaginare che chi l'ha trasportata due
giorni dopo, non avrebbe anche provveduto alla sua sistemazione nella
vecchia baracca degli attrezzi.
Rassegnato si incammina lentamente verso la piccola carriola ed inizia il
lavoro. “Dovrò sbrigarmela da solo” dice tra sé e sé, “come sempre.” Ma
scaccia immediatamente questo pensiero. Non gli piace il vittimismo,
l'autocommiserazione. Preferisce, invece, considerare la sua vita come un
solido edificio costruito interamente da lui. E' un po' il suo maggiore
orgoglio confermato nei tanti anni solitari trascorsi nella sua casa tra i
boschi. Similmente alle poche nubi bianche che vede ora intorno al monte
di fronte a lui, si soffermano pigre nella sua mente queste riflessioni sul
senso della propria vita e lui le scruta con grande tranquillità, come se
appartenessero a un altro, a un giovane Thomas McWine ormai distante
anni luce da ciò che è ora.
Senza fretta si muove tra il mucchio e il piccolo capanno. Il sudore bagna
la sua schiena nuda. Si ferma, si asciuga la fronte guardandosi intorno.
Sente un rumore lontano, un auto che sta salendo dal paese. “Ne passavano
tante, qualche anno fa – ricorda – fino a quando c'è stato Patrizio su al
castelletto. Tutto è finito in fretta. Così tramonta la gloria del mondo.”
Pensa questo con un po' di nostalgia. Era piacevole incontrare quell'uomo
di mondo sicuro di sé e scambiare quattro chiacchiere insieme. “Ora i suoi
guai lo hanno rinchiuso in spazi molto più stretti.” pensa con un po' di
malizia.
Riconosce l'inconfondibile color amaranto del nuovo fuoristrada di Primo.
Ne è sorpreso, non riesce ad immaginare quale motivo possa averlo spinto
a questa visita mattiniera. Resta fermo in attesa. L'auto sale a velocità
sostenuta, quasi nascosta dalla nube di povere che la circonda. In un attimo
è sullo spiazzo.
Primo scende trafelato, si legge immediatamente sul suo volto una grande
preoccupazione. Non lascia a Thomas il tempo di fiatare. Chiede concitato:
«Hai visto Serse?»
Thomas lo squadra. Il suo corpo obeso si strizza a malapena in una maglia
troppo piccola, ha sandali vecchi ai piedi, si capisce che è uscito in fretta.
Il suo sguardo sopra i grandi baffi bianchi che lo rendono simile a un
pistolero del West, è angosciato e carico di incertezza.
«Ti vedo molto agitato. Che cosa è successo?» chiede interessato.
«Le solite discussioni con Serse. Ieri sera è uscito da casa e non è più
tornato.»
McWine ripensa a quando, tante volte, Serse si è confidato con lui. I suoi
rapporti con il padre sono sempre stati difficili. Troppo diverso il loro
carattere. Primo fatica a seguire il figlio nei suoi voli. Le sue aspettative
anche ora sono concrete, legate all'ambiente che ha intorno. Si aspetta da
Serse una scontata identificazione con le sue vedute, le stesse che erano
già di suo padre e del padre di suo padre, strette come quell'angolo di
mondo in cui il destino lo ha fatto vivere.
«E' già da un po' di tempo che non lo vedo. Se so qualcosa ti avviso
subito.»
Dietro il tono distaccato di queste parole trapela un poco di
preoccupazione. McWine non ha mai potuto garantirsi la certezza di ciò
che istintivamente sente, ma Serse per lui è sempre stato come un figlio.
Primo non sta ad ascoltare, in fretta, contrariato, riparte con uno sbrigativo
saluto.
Thomas resta fermo ancora un istante, poi lentamente riprende il suo
lavoro. Difficilmente riuscirà a completarlo, pensa. L'aria è immobile, la
giornata molto afosa.
Il sole è ormai a picco quando, alzando gli occhi, con la schiena
indolenzita che invoca riposo, lo vede in basso, al fondo del prato
ingiallito. E' uscito dal bosco e guarda il terreno come se dovesse cercare
qualcosa che ha perduto, intanto si avvicina con passo titubante alla casa.
Quando è ormai vicino alza gli occhi e per un attimo incrocia quelli di
Thomas, che ridendo gli urla in inglese: «Benvenuto! Qual buon vento ti
porta?» Serse non risponde. Sempre ad occhi bassi continua a salire. Sul
suo petto nudo si apre la vecchia camicia a grandi quadri che McWine gli
ha regalato e il solito paio di jeans sdruciti. Lo sguardo è assonnato.
“Chissà dove ha dormito”, si chiede Thomas. Serse arriva allo spiazzo di
fronte alla casa, continua sempre a tacere. Impacciato, si guarda attorno.
Ma Thomas, a braccia conserte, aspetta che sia l'altro a parlare per primo.
Gli pare di intravedere qualche lacrima sul bordo degli occhi, in effetti
quando finalmente Serse si decide a dire qualcosa la sua voce è incrinata.
«Ho litigato con mio padre.» dice con fastidio sottolineando con tono duro
l'ultima parola.
E' difficile per Thomas, in quel momento decidere l'atteggiamento da
tenere. “Posso chiedergli conto di ciò che ha fatto? Qual è davvero il mio
ruolo? Chi sono io per lui?” Thomas, come tante altre volte, fatica a
trovare una risposta. Sceglie la via più facile.
«E dove hai dormito questa notte?»
Serse accenna indietro verso il bosco. «Su al castelletto.»
«Ma è chiuso da un pezzo! Come hai fatto?» Involontariamente Thomas
ha alzato il tono della voce.
Serse fa un gesto noncurante con la mano, fissa Thomas con sguardo
provocatorio.
«So come entrarci. Non è difficile.»
Thomas sorride, ponendogli una mano sulla spalla.
«Certo lo conosci bene quel posto! Ci sei stato così tante volte. Ti ricordi
di Orathai? »
A quel nome anche Serse sorride. Chiede: «E di Fonzie, ti ricordi? Era
forte quel cane!» Si rasserena un poco, abbandona la sua aria di sfida.
«Ho dormito accanto alla piscina asciutta, ci sono ancora le vecchie sdraio.
E' tutto in rovina.»
Thomas capisce che può ora proporre la domanda più importante.
«Ma che cosa è successo ieri sera con tuo padre? »
«La solita discussione. Pretende di essere lui a stabilire il mio futuro.»
Thomas lo ascolta attento. “Sì, il nostro futuro – pensa tra sé – a chi
appartiene veramente?” Serse tace, come se attendesse una valutazione di
ciò che ha detto dalla persona con la quale tante volte si è confidato.
Ma Thomas di nuovo domanda: «E tu cosa gli hai detto?»
«Che ha già deciso troppe volte per me!» Continua con tono concitato: «
Quando ero più piccolo volevo vedere il mondo, non ho mai visto un bel
niente, chiuso in questo buco! Giusto le gite scolastiche, una volta all'anno,
te le raccomando! E anche la scuola che ho appena finito, chi l'ha scelta?
Oh lui direbbe di no, che non è vero, ma mi ha fatto il lavaggio del
cervello. “Serse Serse, pensaci bene, devi fare qualcosa di utile, che ti
consenta di lavorare.” E così addio liceo classico, che avrei tanto
preferito.» Serse si interrompe di scatto, si muove intorno inquieto.
Thomas lo ha lasciato parlare. “E' uno sfogo che gli fa bene”, pensa.
Capisce che è venuto il suo turno. Non deve avere paura, tirarsi indietro
come sempre. Deve aiutare quel ragazzo ribelle che è venuto a cercarlo,
deve trovare le parole giuste. Con calma, con un gesto della mano lo invita
a sedere.
«Serse, non devi rinunciare a scegliere.»
Serse lo guarda sorpreso a bocca aperta. Non era questo che si aspettava.
Era già pronto a parare il colpo, come una corda tesa pronta a scattare.
Quello che McWine ha appena detto lo coglie impreparato. Cerca di
mantenere la posa sicura e scontrosa che ha esibito sin dall'inizio, prende
tempo.
«Che cosa vuoi dire con questo?» chiede con tono brusco.
McWine sorride.
«E' molto semplice. Non c'è che una sola alternativa: o si sceglie o si viene
scelti...» Dà un tono scherzoso alle sue parole. «...questa è la prima scelta!
Non si scappa!» Lo guarda fisso e con tono deciso conclude: «Per questo
non devi rinunciare a scegliere.»
Serse lo sta guardando con attenzione. Si vede che queste riflessioni lo
coinvolgono profondamente.
Thomas continua. «Non bisogna però far finta.» Osserva la reazione
dell'altro. Si vede che Serse è disorientato, la sua posa polemica è ormai un
fucile scarico. Prende di nuovo tempo, assume un'aria provocatoria e
strafottente.
«Fingere che cosa? Adesso non ti capisco!»
Thomas non si scompone, procede con pazienza, non dà peso all'irritazione
dell'altro.
«Fingere di scegliere. E' la cosa più facile. E' quello che fanno tanti.»
Serse ora pare esasperato, si agita sulla poltrona di vimini. «Scusa, e quale
sarebbe questa straordinaria differenza?»
Thomas sorride di nuovo. «Facciamo finta noi, adesso, di essere più o
meno nel 1979. Ti voglio raccontare una favoletta.
C'era un asinello e un topolino.»
Serse ha l'aria di chiedersi dove vuole andare a parare. Lo ascolta
incuriosito.
«La storia è questa. C'è un asinello che ha fame, trova un granaio pieno
zeppo e riesce a entrarci attraverso uno stretto varco nel muro.
Ovviamente, tanto è affamato che si abbuffa senza limite di tutto quello
che riesce ad addentare.»
Thomas si interrompe un attimo. Serse lo guarda concentrato, come
quando era piccolo ed ascoltava le storie raccontate vicino al camino.
«E poi?»
«Poi succede che è ormai tardi, l'asinello ha mangiato tutto il giorno, prova
ad uscire da dove era entrato e non ci riesce. Si è ingrossato troppo. E'
allora che compare un topolino che gli dice: “Devi vomitare quello che hai
mangiato, per restringerti abbastanza da poter passare.” Ecco, questa è la
favola. L'ho letta in uno dei libri della mia biblioteca piena di sorprese. E'
un autore italiano, non ricordo il nome. Ma il messaggio è chiaro.»
«E cosa cavolo c'entra con quello che stavamo dicendo?»
«Che se vuoi essere libero c'è sempre un prezzo: devi rinunciare a
qualcosa.»
Serse appare colpito. Le parole di McWine arrivano fino al fondo del suo
cuore.
«Ogni scelta porta con sé una rinuncia. Ma proprio per questo non devi
rinunciare a scegliere. Devi assumerti però la responsabilità della tua
scelta, perciò devi essere capace, devi allenarti ad accettare la rinuncia,
devi imparare a rinunciare.» Si interrompe un attimo e rimarca le sue
ultime parole con tono deciso: «E non si torna indietro! Se vuoi essere
libero devi anche sapere che c'è sempre un prezzo da pagare, devi sempre
rinunciare a qualcosa!»
E' come se in quel momento McWine rivolgesse queste parole anche a se
stesso.
Serse nota nel suo sguardo severo come una luce che sale direttamente
dalle profondità più nascoste della sua vita. Coglie lo sforzo di autenticità
che lo anima. Ne è affascinato.
«Io non voglio rinunciare a ciò che mi appassiona. Non sarò mai un
ingegnere o un commercialista come vorrebbe mio padre! O un agronomo!
Questa è la sua ultima idea!» Sottolinea con tono acceso queste parole
«E che cosa ti appassiona?»
Lo sguardo di Serse si illumina. «La filosofia! Il pensiero umano!»
Poi aggiunge. «E girare il mondo, conoscere popoli diversi da noi.»
Guarda McWine e con una strizzatina d'occhio aggiunge ridendo: «Ma
questo lo farò da grande!» McWine ride con lui. E' contento nel vederlo
più sereno. Allora si decide a buttare con noncuranza la proposta a cui già
stava pensando: «Senti, se vuoi, fai un po' di colazione, poi possiamo
andare insieme a casa tua e parliamo con tuo padre e tua madre. Un bel
dibattito aperto! E' la cosa migliore!»
«Volentieri!» grida Serse. La gioia si accende nei suoi occhi.

«Buon giorno Professore! Ciao Serse!» Qualcuno li saluta dai campi


mentre passano, interrompendo per un attimo il lavoro. Il sole picchia
feroce e luccica nelle gocce di sudore che imperlano la fronte di quegli
uomini chini sulla terra. La giornata è molto afosa.
Serse gli cammina accanto, silenzioso, tutto preso dalle tante cose che ha
dentro. McWine con la coda dell'occhio lo osserva. Guarda le loro due
ombre ballonzolanti che si proiettano sulla strada polverosa, come se
riuscisse a riconoscere in quella che procede dinoccolata accanto alla sua
il contorno sfocato di se stesso: il giovane Thomas McWine ormai
lontanissimo nel tempo.
Ripensa agli uomini al lavoro poche centinaia di metri più sopra e alla
propria condizione privilegiata. “Vivo in pace nel luogo che ho scelto e ho
tutto ciò che mi occorre grazie ai guadagni di quel giovane che
quarant'anni fa scrisse un libro.” E' un pensiero triste, come la
consapevolezza di un tradimento. Subito lo scaccia. Si ammonisce: “Non
essere patetico con le tue fantasie egocentriche”. Butta un'altra occhiata
verso Serse che intanto ha iniziato a fischiettare.
Serse si volta, gli sorride. E' contento. Il suo sguardo è carico di
ottimistiche aspettative. La figura alta e diritta che cammina accanto a lui
lo rassicura. Anche Serse in quel momento pensa al passato, ma sono
ricordi sereni. Passano velocemente nella sua mente immagini lontane
delle tante ore trascorse insieme e ripensa con piacere alle montagne di
libri che Thomas ha offerto alla sua passione inesauribile, alle discussioni
lunghe e accese sugli scrittori preferiti. Lo ha sempre affascinato l'alone di
mistero che lo circonda, quando era più piccolo ci fantasticava sopra
inventando storie avventurose e improbabili sulla sua vita precedente: un
agente segreto costretto a vivere nascosto, un ricco banchiere andato in
rovina, un traditore inseguito dalla mafia. Ora che ha quasi diciannove
anni e si sente grande se lo domanda spesso: chi è veramente quell'uomo
che da tanti anni vive da solo al limitare dei boschi? “Ecco un'occasione
buona per chiederglielo”, pensa guardandolo ancora una volta.
«Thomas, anche tu alla mia età volevi girare il mondo?»
L'altro riflette un attimo. «Non solo questo mondo, anche tutti gli altri,
visibili ed invisibili» Guarda Serse con aria ammiccante.
«Che cosa vuoi dire?»
Ora Thomas è più serio, non è solo una battuta di spirito quello che vuole
dire.
«Niente di strano, non ti sto prendendo in giro. Dico semplicemente che,
secondo me, oltre alla terra su cui anche adesso stiamo camminando ci
sono altri luoghi ancora più vasti e inesplorati nelle teste di tutti noi. E' in
quelle terre che ho tentato di avventurarmi quando avevo più o meno la tua
età...»
«E poi?» lo interrompe Serse incuriosito.
«E poi...» Thomas ci pensa a lungo. «E poi mi sono fermato. Tutto qui.»
«Vuoi dire che ti sei fermato a Monastico?» dice Serse ridendo.
Thomas ride insieme a lui. «Certo, anche quello!»
Serse butta con noncuranza la domanda a cui stava pensando.
«Ma tu sei uno scrittore, vero?»
«Sì, ho scritto qualcosa.»
«E adesso non più?»
Thomas è pensieroso, tace a lungo. Non era questo che si aspettava
durante questa breve passeggiata insieme. Ma è una domanda giusta, lo
riconosce.
«Sto cercando di nuovo, con più convinzione che in passato. Non so cosa
ne saprò ricavare.»
«Vorrei saperlo fare anch'io.» mormora Serse.
Thomas lo guarda con un brivido lungo la schiena. Le parole che gli
escono spontanee sono anche un'altra resa dei conti con se stesso:
«Scopri la tua strada e seguila. Non fermarti mai.»
Intanto hanno raggiunto le prime case del paese. Molte delle vecchie
abitazioni sono state ristrutturate come case di vacanza, si notano la grande
cura dei dettagli, l'eleganza delle rifiniture delle facciate, i tanti fiori che le
abbelliscono. E' agosto, tanti sono in ferie. In giro c'è gente diversa dai
soliti volti ben conosciuti che si incontrano tutto l'anno.
Le ultime parole di McWine prolungano ancora la loro eco nel cuore di
Serse, gli trasmettono un nuovo senso di sicurezza. Chiede con tono
tranquillo: «Dimmi una cosa, Thomas, ma tu che pensi di dire a mio padre
e a mia madre?»
Thomas si arresta, come se solo in quel momento la domanda sin troppo
chiara e netta rendesse pienamente visibile il ruolo incerto che il destino
gli ha assegnato. “Rischio di essere ridicolo”, pensa. Ancora una volta si
affaccia nella sua mente la sfida che già tante volte lo ha messo alla prova.
“Già, chi mi dà il diritto di parlare? Posso offrire i miei consigli, ma
quanto possono valere per Primo? Meno di nulla.” Capisce in quel
momento che dovrà affidarsi interamente alla forza delle proprie parole.
«Sicuramente non farò il tuo avvocato!» dice con una strizzatina d'occhi
«Cerchiamo di discutere un po' insieme. Probabilmente il tuo papà non è
così contrario a valutare altre scelte... certo, se tu inizi la guerra con lui e te
ne scappi...» Serse lo sta ascoltando con attenzione. Thomas si ferma e
conclude deciso: «A proposito, la prima cosa che devi fare quando
arriviamo è chiedergli scusa per la paura e il disagio che gli hai procurato.
Partiamo con il piede giusto., come si dice in Italia.»
Con aria scherzosa, Serse piega la testa, si inchina più volte, accentuando i
gesti di una totale sottomissione. Anche Thomas ride.
«Sì, signore, farò come tu mi chiedi.»
Una luce ironica si accende nei suoi occhi.
«Scusa la domanda impertinente, ma tu perché lo stai facendo?» esclama
allargando le braccia. «Chissà che non si riduca tutto a un gran fastidio e a
una inutile arrabbiatura. Chi te lo fa fa'!» Resta fermo, il suo sguardo,
dietro quel finto tono sfottente è un invito a non nascondere la verità.
Anche Thomas si è fermato, risponde con uno sguardo affettuoso.
«Perché ti conosco praticamente da quando sei nato, perché ti voglio
bene.»
Serse appoggia una mano sulla spalla di McWine, è la prima volta che lo
fa. «Anch'io ti voglio bene» dice sorridendo. Thomas lo guarda assorto per
qualche secondo. Riparte con passo scattante verso la pensione
Vallechiara, ormai vicina.
E' quasi l'ora del pranzo, tutti nel piccolo ristorante di Primo sono
indaffarati. Anche lui sta sistemando le tovaglie sui tavoli posti sullo
spiazzo esterno. Li vede arrivare. I suoi occhi seguono fissi l'avvicinarsi di
Serse che si guarda intorno svagato cercando di dare a vedere una grande
sicurezza. Quando sono a pochi metri, distogliendo lo sguardo Primo urla
verso l'interno: «Vera, c'è il Professore, fallo accomodare!» Finge di non
aver visto il figlio che quasi gli è accanto. Vera è già sulla porta, piccola ed
esile, ha una bella camicetta a fiori e una corta gonna bianca, i capelli neri
sono lisci, con una simpatica frangetta che quasi le scende sugli occhi. Si
volta verso il fratello e gli sorride. Serse borbotta un quasi impercettibile
saluto.
McWine va verso Primo con aria cordiale e, indicando Serse, con tono
scherzoso gli dice: «Ti ho riportato il figliol prodigo. Non so se è il caso di
uccidere il vitello più grasso come nel vangelo, visto il profumo di tante
cose buone che c'è già qui intorno.»
Primo si liscia i lunghi baffi bianchi, guarda Serse con occhi accesi,
pronto allo scontro. La rabbia accumulata, non aspetta che un pretesto per
esplodere.
Serse gli si avvicina, lo abbraccia stretto e bisbiglia con qualche lacrima:
«Perdonami papà, sono stato troppo impulsivo...»
Primo è sorpreso, incerto, si vede bene che quella che sta vivendo non è la
scena che aveva immaginato nelle lunghe ore piene di ansia. Non sa cosa
fare. Borbotta rapidamente con tono brusco qualche parola di circostanza.
«Certo certo. Ma non hai pensato alla preoccupazione che hai dato a me e
a tua madre? Non ha quasi dormito questa notte. »
Proprio in quel momento Maria si affaccia sull'uscio. Ha i capelli un po'
ingrigiti che si raccolgono dietro le spalle in una piccola coda. Pare che il
tempo l'abbia soltanto sfiorata. Solo lo sguardo, sempre limpido e
innocente, ha acquisito negli anni una nuova profondità. Dalla cucina ha
riconosciuto la voce tranquilla di McWine, ha sentito quello che ha detto.
Il cuore le si è quasi fermato. Si è rasserenata pensando: “Sicuro, non
poteva che essere così.” Si è trattenuta dall'impulso di correre subito ad
abbracciarli. Ha preferito attendere un poco e lasciare al marito il ruolo
che gli spetta.
Quando esce intravvede per un attimo le braccia di Serse allacciate intorno
al corpo massiccio del padre. “Non è mai successo,” pensa “qualcosa forse
sta cambiando.” Si avvicina. Rivolgendosi a McWine lo ringrazia. «Ce lo
ha riportato sano e salvo.»
Con un gesto di diniego, Thomas ride. «Grazie, ma io ho fatto molto poco.
Non ho alcun merito.»
Lei si rivolge senza rimproveri al figlio, non gli rinfaccia la notte insonne
ma chiede: «Forse avrai fame? Vuoi mangiare qualcosa?»
«No, grazie, non ne ho bisogno.» Di nuovo sicuro di sé, indica McWine
con la mano. «Ci ha pensato Thomas a passarmi una buona colazione...»
Maria si volta verso Thomas. I suoi occhi ridenti lo ringraziano più di tante
parole.
Primo, un po' affaticato, si è seduto all'ombra. Sentendo quel che Serse sta
dicendo ha uno scatto stizzito. «Come sarebbe... una buona colazione!»
Fissa McWine, quasi a chiedergli conto di ciò che effettivamente è
accaduto.
Thomas con calma lo tranquillizza.
«Ha dormito da solo su al castelletto e questa mattina presto è comparso a
casa mia.»
Primo lo guarda spaventato. I suoi occhi si spostano sul figlio.
«Come è possibile? Ma chi credi di essere? Tutti quei libri ti hanno bevuto
il cervello?» urla arrossendo in volto.
Serse si volge verso McWine, i suoi occhi sono una richiesta di aiuto.
Maria si è avvicinata, si rivolge pacatamente al marito e nel mentre con
una mano fa segno agli altri di non intervenire. Circonda alla vita Primo,
che ancora agita la testa inquieto e gli dice a bassa voce: «Primo, non
arrabbiarti di nuovo, ragioniamo tutti insieme. In fondo non è successo
niente, non ha fatto del male a nessuno. Sentiamo anche Serse una buona
volta, con calma.»
Primo si è immediatamente tranquillizzato, come se le parole di Maria
agissero magicamente sul suo cuore. Lei lo conosce più di ogni altro.
«Va bene, allora sentiamo. Che cosa hai da dire?»
Serse è colto impreparato. Abituato a contrastare il padre, ora non sa bene
come rispondere. McWine lo incoraggia con uno sguardo.
«Vedi papà, io non voglio disubbidire. Ma cosa diresti se qualcuno
prendesse un cane da tartufi, del tipo che ci sono qua vicino, e lo mettesse
legato a una catena a far la guardia a un casale? Sarebbe un uso sbagliato
viste le cose in cui riesce meglio, giusto? E' questo che diresti, penso.
Ecco, appunto. Io sono un cane da tartufi!»
Serse muove lo sguardo dal padre agli altri, compiaciuto della similitudine
bislacca che gli è spuntata in testa, adatta a farsi capire da uno come
Primo.
Tutti ridono, anche Primo sorride. Si volta verso la moglie e con le braccia
allargate e una finta aria rassegnata dice:
«E allora cerca i tuoi tartufi! Ma devi essere bravo!»
- VIII -

E' il 30 novembre 1995, un giovedì. Il vento di tramontana muove poche


nuvole bianche in un cielo terso. E' quasi mezzogiorno quando Maria
arranca sul tratto finale della salita asfaltata da poco. Pigia sui pedali con
impegno come in una sfida contro gli anni che passano, la borsa appesa al
manubrio appesantisce i suoi movimenti, si ferma, percorre gli ultimi metri
a piedi.
Apre la porta e subito sente i colpi violenti della tosse. Lo trova che
cammina ansioso nella piccola cucina, stringendo le braccia al petto,
scosso dai brividi.
Maria lo guarda con dolcezza. «Dovresti essere a letto,» gli sussurra.
«Non ce la faccio per niente!» Con un gesto di insofferenza Thomas
continua a camminare intorno alla tavola ancora apparecchiata dal giorno
prima, alza gli occhi scintillanti.
«Bella sfortuna! Proprio oggi – this fucking fever!
Il suo volto smagrito è segnato dalla rabbia.
Maria gli si avvicina, cerca di consolarlo. «Dai, verrà lui a salutarti più
tardi.»
Queste parole bastano a calmarlo. Un lieve sorriso si fa strada nei suoi
lineamenti induriti, pensa a Serse e a quanto ha saputo realizzare. Il sorriso
si allarga ancor più quando ricorda quell'espressione: “il nostro cane da
tartufi” usata scherzosamente da Primo, tutto compiaciuto.
In serata ci saranno i festeggiamenti per la laurea di Serse. «A pieni voti!»
ha scandito Primo con evidente piacere quando si è recato apposta da
McWine per comunicarglielo.
Serse si è laureato pochi giorni prima. Ma Torino, dove lui ha trascorso
quattro intensi anni alternando lo studio e il lavoro, per Primo e Maria era
troppo lontana. Al padre che titubante gli aveva telefonato dicendo “Non
so se ce la facciamo ad esserci alla tua laurea, gli impegni a Villachiara
sono tanti...” Serse aveva risposto ridendo: “Non ha importanza,
festeggeremo insieme a Monastico quando tornerò presto.” Aggiungendo
poi, con una voce grintosa e divertita: “E non mi spiace per niente l'idea di
vedermela da solo contro tutti! Da solo nella fossa dei leoni!”
McWine pensa ora a quei momenti, vissuti da Serse quasi in apnea, che
non dimenticherà mai. Si consola al pensiero che presto potrà parlarne con
lui. Serse gli racconterà tutto con grande precisione, come gli è sempre
piaciuto fare.
Il pensiero di non poter essere presente al ristorantino di Primo, insieme
con tanti altri del paese, ritorna con forza a contrariarlo. Anche Primo ne
sarà dispiaciuto. Ricorda quando lo aveva fermato per la strada e con una
vigorosa pacca sulle spalle lo aveva invitato: «Professore, mi raccomando,
non puoi mancare. Questo risultato è anche merito tuo. Quanto tempo gli
hai dedicato! Ti ringrazio.»
Maria ripulisce la tavola in silenzio, recupera nel ripostiglio la scopa e dà
una spazzata tutto intorno. McWine la segue con gli occhi. E' come se
questa immagine si sovrapponesse spontaneamente alle cose che ha
appena pensato: questa donna semplice che si muove tranquilla nella
stanza, vissuta sempre nel piccolo borgo isolato, e suo figlio laureato in
filosofia a Torino. “Chissà a cosa sta pensando?” si chiede. La guarda con
affetto.
«Maria, sarai contenta per quello che Serse è riuscito a fare?» Un nuovo
attacco di tosse lo piega.
Lei si volta, interdetta, lo fissa a lungo come se volesse leggere sul suo
viso il senso della domanda. Coglie nei suoi occhi i segni di un profondo
coinvolgimento. Anche in lei, in quel momento, l'immagine del figlio si
sovrappone semplicemente a quella dell'uomo che le è vicino, che tanto gli
somiglia, che è stato per lui come un padre. “Come è strana la vita.” pensa
illuminando il suo sguardo di tenerezza.
«Spero che il Signore lo aiuti e che possa trovare la sua strada. E' un bravo
ragazzo e si è impegnato tanto.» Riflette per qualche istante, sfiora la
mano di Thomas. «E' anche grazie a te che ci è riuscito.»
Thomas fa un segno noncurante con la mano e borbotta sbrigativamente:
«Sarebbe stato un gran peccato non dargli l'opportunità di realizzare i suoi
sogni.»
Non gli sono mai piaciute le scene cariche di pathos, le pose troppo
teatrali. Quasi a voler alleggerire la commozione che è nell'aria osserva
divertito: «Ti ricordi, Maria, il primo Natale che è tornato da Torino?
L'entusiasmo che aveva galleggiava su un mare di incertezza. “Ma saprò
farcela?” mi aveva chiesto appena ci eravamo visti, come se non si fidasse
molto di se stesso.»
Maria ride. Ricorda molto bene quei momenti, gli scatti nervosi di Serse,
la sua insofferenza per il piccolo mondo sempre uguale sospeso tra i
boschi.
Thomas è felice di vederla ridere, si rispecchia in quell'allegria che
ringiovanisce il suo bel volto. Cerca con le sue parole di mantenere viva la
gioia di quell'istante condiviso, di conservarla il più a lungo possibile.
Impetuoso aggiunge: « E ti ricordi quando era più piccolo, i discorsi che
già allora faceva. Veniva a trovarmi quasi ogni giorno. Le nostre
chiacchierate erano interminabili, mi parlava dei suoi progetti, delle idee
che aveva avuto, dei viaggi che avrebbe fatto. Questa era già allora la cosa
che più desiderava: voleva vedere il mondo, “oltre quell'orizzonte” mi
diceva indicando la linea delle colline lontane.»
Maria lo interrompe e a voce bassa rimarca: «E tu sei rimasto qui con lui.»
Una luce di gratitudine illumina il suo sguardo. Poi per un attimo si fa
pensierosa e quasi bisbigliando chiede: «Ma perché lo hai fatto?»
Thomas si siede, prende tempo qualche secondo e poi, guardando
allegramente verso l'alto, con aria disinvolta spiega:
«Tanti anni fa una domanda molto simile me la fece Serse. E, se ricordo
bene, io, colto un po' di sorpresa, gli diedi la risposta più semplice: “perché
ti voglio bene.”» Si ferma e la guarda. «Ecco, è la stessa risposta che posso
dare anche a sua madre, adesso: è perché vi voglio bene.» Cammina un
poco nella stanza e poi, con un veloce cenno della mano, conclude quasi
tra sé: «E non ho bisogno d'altro.»
I segni della stanchezza si fanno di nuovo ben visibili sul suo volto,
rabbrividisce a lungo. Rassegnato, osserva: «Hai ragione, devo mettermi a
letto.»
«Ti preparo qualcosa di caldo» dice Maria aggiustandogli la coperta sulle
spalle.
A testa bassa Thomas va verso la porta. Si ferma, come se un pensiero
improvviso lo riportasse a quanto è stato detto. Le stringe le mani e
guardandola con un sorriso le chiede: «Ma che cosa conta davvero?»
Tranquillo si incammina nell'altra stanza. Maria sente ancora la sua voce
affaticata, che le si rivolge da lontano: «A volte mi chiedo – dice
lentamente – che cosa sarebbe stata la mia vita se al mio arrivo non ti
avessi incontrata.»
Il cuore di Maria sobbalza, resta in ascolto, attende una conclusione che
non arriva. Thomas tace, sicuro di aver detto ormai tutto ciò che importa
davvero.