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Essere donatori di organi: uno studio sul quoziente empatico, i vissuti

dattaccamento ed i meccanismi di difesa dellio


Rosa De Stefano
Abstract
Il presente lavoro intende valutare quanto il quoziente empatico, i vissuti
dattaccamento e i meccanismi di difesa si pongano in relazione con la scelta di
essere favorevoli alla donazione degli organi. La tematica di per s molto
impegnativa, dal momento che il divario esistente tra bisogno di organi e
disponibilit a donarli pu essere colmato solo comprendendo il peso che alcune
variabili assumono allinterno delle scelte che vengono fatte sul piano individuale.
Alla ricerca hanno preso parte 140 persone. Let dei soggetti favorevoli alla
donazione di organi che hanno partecipato alla ricerca compresa fra i 18 e i 76
anni (Media: 35,75; Ds 12,61). Sono stati inoltre esaminati 40 soggetti di et
compresa tra i 18 e i 75 anni (Media 37,72 e la Ds 16, 92) non disponibili alla
donazione degli organi, che hanno costituito il gruppo controllo.
I risultati di questo studio ci permettono di giungere ad una conclusione, di per s
certo non definitiva, ma che riguarda le modalit di costruzione dei legami affettivi
con le figure di attaccamento e la presenza di atteggiamenti empatici e altruistici.
Coloro che hanno avuto una figura di attaccamento, soprattutto materna, presente
senza essere ipercontrollante e invadente, affettuosa e che si relazionata con loro
con amorevolezza senza inibirne il desiderio di autonomia, hanno manifestato il
loro potenziale intendimento di donare gli organi. I comportamenti e gli
atteggiamenti equilibrati delle figure di attaccamento potrebbero infatti influire sugli
individui, determinando il loro corredo comportamentale e disponendoli
allautonomia decisionale, alla premura disinteressata verso laltro e i suoi bisogni.

Abstract

The present study aims to assess how the empathy quotient, the feelings of
attachment and defense mechanisms are connected with the decision to be in favor
of organ donation. The topic is very challenging, since the gap between organs need
and willingness to donate them, can be bridged only by understanding the
importance that some variables take in individual choices. This research has been
attended by 140 people. The age gap among subjects supporting organ donation that
participated the survey, is between 18 and 76 years (average: 35,75; 12,61 Ds). The
control group was made-up by 40 not-supporting organs donation subjects, aged
between 18 and 75 years (average is 37.72 and the DS is 16, 92) which were also
examinated.
The results lead to a, certainly not definitive, conclusion that affect the manner of
emotional ties construction with attachment figures and the presence of empathy
and altruistic behavior. Those who have had an attachment figure, especially
maternal, and present without being neither iper-controlling nor intrusive,
affectionate and who is related to them with kindness without inhibiting the desire
for autonomy, have demonstrated their potential intention to donate organs. The
balanced behaviors and attitudes of attachment figures may in fact affect
individuals, determining their accompanying behavioral and arranging decisionmaking autonomy, the disinterested kindness toward others and their needs.

Parole chiave
Donazione organi, attaccamento, empatia, altruismo.

Introduzione
In tutto il mondo esiste una notevole discordanza tra la richiesta di organi per il
trapianto e la loro effettiva disponibilit, nonostante le pratiche per incentivare la
donazione si giovino della diffusione sempre pi capillare di informazioni corrette
sotto il profilo medico-scientifico e di approcci multidisciplinari relativi anche al
rilevante ambito psico-sociale della questione (Jowsey, Schneekloth, 2008).
Il presente lavoro intende valutare quanto il quoziente empatico, i vissuti
dattaccamento e i meccanismi di difesa si pongano in relazione con la scelta di
essere favorevoli alla donazione degli organi. La tematica di per s molto
impegnativa, dal momento che il divario esistente tra bisogno di organi e
disponibilit a donarli pu essere colmato solo comprendendo il peso che alcune
variabili assumono allinterno delle scelte che vengono fatte sul piano individuale.
Un altro ulteriore settore di indagine ha riguardato il quoziente empatico, che
rappresenta un aspetto non trascurabile della prospettiva psicologica individuale con
cui si guarda al tema della donazione. Lempatia in tema di donazione stata presa
in considerazione da diversi Autori (Rossi, 2004; Melchiorre, 2007) che hanno
rilevato come, nella coscienza empatica, la qualit peculiare della donazione
consista essenzialmente nella sua intenzionalit vicariante, perch il donatore
intende laltro nella sua alterit, coglie le condizioni che definiscono la situazione in
cui laltro consegnato, vede e comprende le potenzialit di crescita che possono
aiutarlo a conquistare anche il bene personale.
Altri studi e ricerche sulla donazione degli organi hanno generalmente
privilegiato gli aspetti medico-sanitari ed etico-legali del problema, al fine di
stabilire, sotto questultimo aspetto, in che modo il consenso del donatore poteva
essere espresso (iscrizione nella lista dei donatori, tessera del donatore) affinch la
sua volont fosse indiscutibile in merito; oppure se, essendo dovere morale di tutti
salvare le vita di unaltra persona, non fosse necessario un esplicito consenso.
Linteresse sociale verso la complessa questione scaturisce da intenti di matrice
etica e sanitaria, ma anche finalizzata ad incrementare la cultura della donazione

come strumento di crescita della collettivit. La maggioranza delle ricerche condotte


da studiosi di Psicologia (Lefcourt e Shepherd, 1995) su potenziali donatori (per
consenso scritto) e non donatori, hanno rilevato che questi ultimi avevano maggiori
difficolt a prendere coscienza della propria mortalit, rispetto agli altri le cui
motivazioni erano di natura altruistica e orientate verso una naturale e consapevole
premura verso il prossimo.

Metodo

Alla ricerca hanno preso parte 140 persone di ambedue i sessi, selezionate tra i
donatori volontari di sangue dellAVIS di Reggio Calabria. Let dei soggetti
favorevoli alla donazione di organi che hanno partecipato alla ricerca compresa
fra i 18 e i 76 anni (Media: 35,75; Ds 12,61), allo scopo di poter disporre di un
ampio ventaglio di situazioni affettivo-relazionali e di atteggiamenti/comportamenti
correlati ad esperienze personali differenziate. Sono stati inoltre esaminati 40
soggetti di et compresa tra i 18 e i 75 anni (Media 37,72 e la Ds 16, 92) non
disponibili alla donazione degli organi, che hanno costituito un gruppo di confronto.
Tutti i partecipanti allo studio sono stati valutati attraverso la somministrazione
di

tre

questionari: il Quoziente di Empatia (Baron-Cohen, 2003), il Parental

Bonding Instrument (Parker et al., 1979), il Response Evaluation Measure (REM71) nella sua versione italiana (Prunas et al., 2006). Da ultimo stata loro sottoposta
una scheda Socio-demografica.
Il primo questionario, volto a misurare il Quoziente di Empatia, stato
elaborato da Simon Baron-Cohen nel 2006 dopo gli incisivi studi da lui condotti
sulle aree cerebrali coinvolte nel c.d. circuito empatico, soprattutto nei soggetti
affetti da Disturbo Borderline della personalit, Psicopatia e Narcisismo. Lo
studioso definisce tali casi di Zero-negativo, perch risultano trovarsi al grado 0
della scala di empatia. Baron-Cohen ritiene che la capacit individuale di esercitare
empatia dipenda dalla reciproca interazione di fattori ambientali e biologico-

genetici. A suo avviso, la comprensione e il supporto nei confronti dellaltro sono la


risorsa pi preziosa di cui luomo dispone (Baron Cohen, 2011). Il test di BaronCohen, che stato somministrato ai soggetti dello studio, composto da 60 items
Vero/Falso che concernono tanto le modalit con cui il soggetto si rapporta a se
stesso

(convincimenti

morali,

ansie,

aspirazioni,

desideri,

sensazioni

di

inadeguatezza e di disorientamento, sconforto, volitivit, capacit di gestire gli


insuccessi e le delusioni, bisogno di pianificare e di tenere tutto sotto controllo,
rigidit, ragionevolezza) che con gli altri (sensibilit ai problemi altrui, capacit
empatiche, senso di solidariet, tendenza a non giudicare, franchezza e sincerit
nelle relazioni, livello di socialit, rispetto del punto di vista altrui, capacit di
ascolto, spontaneit emotiva, apertura mentale).
Il Parental Bonding Instrument (Parker, Tupling e Brown, 1979) muove dagli
studi che Bowlby (1969), Ainsworth, Bell e Stayton (1975) hanno sviluppato sul
ruolo centrale della relazione tra un genitore e il bambino nello sviluppo normale di
questultimo. In particolare, Bowlby (1979) ha postulato che il comportamento di
attaccamento, che si osserva dai sei mesi in poi, determini le risposte istintivoaffettive che il soggetto fornir nel corso della sua esistenza, dal momento che il
modo con cui si costruisce il rapporto con la figura di attaccamento incider
fortemente sulle dinamiche psicologiche e sociali future. Tra i comportamenti,
Bowlby include il piangere, il sorridere, il ritrarsi, il protendersi, cio tutte quelle
modalit che il bambino usa per indicare come sia in grado di distinguere la figura
di attaccamento, generalmente la madre, da tutte le altre, aspettandosi che sia
proprio lei a interpretare i segnali e a fornire le risposte appropriate. Molti disturbi
psichiatrici sono da Bowlby attribuiti alle deprivazioni che, sotto il profilo
dellattaccamento, si sono verificate nel vissuto del bambino e che sono responsabili
delle incapacit affettivo-relazionali che si manifestano nellet adulta. Se la figura
di attaccamento principale non si mostrata amorevole e attenta ai bisogni,
incapace di fornire aiuto e protezione e distratta, il normale sviluppo affettivo verso
se stessi e verso gli altri ne risentir inevitabilmente.

Il Parental Bonding Instrument (PBI), delineato dunque per misurare la qualit


dellattaccamento o del vincolo affettivo tra il genitore, sia padre che madre, e il
bambino, ha tenuto presente anche precedenti studi (Roe & Seligman, 1963;
Schaefer, 1965; Raskin et al., 1971) che hanno dimostrato come la costruzione dei
vincoli affettivi si fondi essenzialmente su due dimensioni, ossia care e
control/overprotection. Per care si intende laffetto, il calore emotivo,
lattaccamento, lempatia; ma anche la chiusura, la freddezza emotiva,
lindifferenza,

il

distacco.

Il

control/overprotection

implica

invece

liperprotettivit, linvadenza, leccessivo controllo, e tutti quei comportamenti


adottati dalle figure di attaccamento per scoraggiare o prevenire lindipendenza e
lautonomia del bambino.
Il PBI somministrato ai soggetti coinvolti nella ricerca composto da due
fogli: uno per il padre ed uno per la madre. Ai 25 items doveva essere fornita una
risposta a scelta tra quattro diciture: Del tutto simile- Moderatamente simile Moderatamente diverso - Del tutto diverso su argomenti concernenti le capacit
affettive, di rassicurazione e di sostegno negli insuccessi e nelle delusioni, di
comprensione e di condivisione dei desideri, delle aspirazioni e dei bisogni del
soggetto; ma anche i comportamenti invadenti, scoraggianti, iperprotettivi, di
chiusura e di rifiuto. Ogni soggetto ha rivisitato i propri ricordi per fare affiorare
esperienze e vissuti che ne hanno contrassegnato lesistenza e determinato in buona misura

scelte e comportamenti.
Il Response Evaluation Measure (REM-71) nella sua versione italiana (Prunas,
Baio, Madeddu et alteri, 2006) Il REM-71 un questionario self-report composto da
71 item di cui 66 volti a valutare 21 meccanismi di difesa, 4 item neutri e un item
lie; al soggetto viene richiesto di rispondere a ciascuna affermazione indicando il
grado con cui essa possa considerarsi rappresentativa del suo modo di essere negli
ultimi mesi, servendosi di una scala Likert a 9 punti (in cui 1 corrisponde al
massimo disaccordo e 9 al massimo accordo). Allo scopo di familiarizzare con il

sistema di risposta, vengono inoltre proposte due affermazioni neutre nella prima
pagina del questionario.
Le affermazioni attengono ai modi di atteggiarsi e di comportarsi del soggetto
in situazioni che lo coinvolgono direttamente, riguardando il suo mondo interiore e
le modalit di reazione ad eventi spiacevoli, a delusioni, a problemi di salute (veri o
presunti) e a tutte quelle situazioni della vita quotidiana, familiare o professionale,
con cui ci si misura durante lesistenza, e che coinvolgono le risorse del soggetto e i
suoi meccanismi di difesa. Freud aveva interpretato i meccanismi di difesa come
funzioni dellIo del soggetto, chiamate in causa per proteggerlo dalle richieste
istintuali eccessive dellES o da quelle tendenze pulsionali avvertite come
pericolose. Questi meccanismi si creano durante let infantile quando soprattutto il
mondo interiore, pi di quello esterno, prospetta minacce, rappresentate
generalmente da impulsi sessuali e aggressivi. In questo caso, il soggetto ricorre a
strategie appropriate che hanno lo scopo di evitargli ansie e angosce, percepite come
rischiose per la propria sicurezza. I meccanismi di difesa, che possono spaziare
dalla negazione/rimozione allatteggiamento umoristico e

sdrammatizzante,

entrano in gioco anche in condizioni normali, dal momento che assumono


unimportante funzione di adattamento, per cui influenzano in modo decisivo il
carattere e, pertanto, il comportamento di ciascuno.
La scheda Socio-demografica, rigorosamente anonima, sottoposta ai soggetti
coinvolti nella ricerca, stata articolata in 12 domande a risposta chiusa (Si/No),
concernenti dati sensibili, quali il sesso, let, la nazionalit, lo stato civile, la
condizione familiare (presenza di fratelli e/o di sorelle), il titolo di studio
conseguito, la condizione personale circa la fede religiosa, lesplicito atteggiamento
verso la donazione degli organi, la partecipazione o meno a realt associative.
I risultati ottenuti dai test sono stati sottoposti ad analisi statistica descrittiva e
parametrica con SPSS (Statistical Package for Social Science).

Risultati
Lanalisi al PBI nella sezione relativa alla care e allover protection mostra
valori superiori alla media allinterno del gruppo dei soggetti potenziali donatori di
organi e una differenza statisticamente significativa ( p= 0,008) con il gruppo di
controllo dei non donatori.
Il dato permette di giungere ad una conclusione, di per s certo non definitiva,
ma che riguarda le modalit di costruzione dei legami affettivi con le figure di
attaccamento e la presenza di atteggiamenti empatici e altruistici. La teoria
dellattaccamento di Bowlby ha concettualizzato in modo efficace la tendenza
dellessere umano a strutturare solidi legami affettivi con particolari persone e ha
attribuito alle esperienze di attaccamento positive e felici lo sviluppo normale di
soggetti capaci di misurarsi e commisurarsi con il mondo esterno in maniera
concreta ed empatica. In effetti, lanalisi dei dati della ricerca porta a confermare
questa correlazione.
Tra i soggetti coinvolti, coloro che hanno avuto una figura di attaccamento,
soprattutto materna, presente senza essere ipercontrollante e invadente, affettuosa e
premurosa, accogliente, dolce e sensibile, che si relazionata con loro con
amorevolezza senza inibirne il desiderio di autonomia, hanno manifestato il loro
potenziale intendimento di donare gli organi. I comportamenti e gli atteggiamenti
equilibrati delle figure di attaccamento potrebbero infatti influire sugli individui,
determinando il loro corredo comportamentale e disponendoli allautonomia
decisionale, alla premura disinteressata verso laltro e i suoi bisogni.
Altri soggetti non hanno dimostrato disponibilit alla donazione degli organi,
ma il tenore delle loro risposte non pu suggerire conclusioni affrettate, nel senso
che non si pu evidentemente ritenere che la loro posizione in merito discenda dalla
strutturazione di legami affettivi deprivati e negativi con le figure di attaccamento,
dal momento che molte variabili di carattere oggettivo e ambientale possono
intervenire ad influenzare il soggetto nel momento stesso in cui fornisce le risposte
alle prove somministrate. Si pu pensare comunque che se un individuo avverte i

legami affettivi come fonte di sicurezza e di cura, egli risulter predisposto


allapertura, allesplorazione, allascolto e allempatia.
Ed invero, le relazioni affettive disfunzionali, in cui la figura genitoriale di
riferimento appare distratta, incapace di trasporto emotivo, rigida quando addirittura
anaffettiva, o eccessivamente invadente e castrante, inducono il soggetto al rifiuto e
alla chiusura, alla scarsa propensione verso le necessit e le esigenze dellaltro. Egli
sar incapace di assumere decisioni forti e determinanti, e sar in buona misura
dipendente dallopinione altrui. Torna conto ricordare difatti che il concetto di
attaccamento differisce di gran lunga da quello di dipendenza. []. La dipendenza
[...] non implica un legame duraturo, non necessariamente associata a forti
sensazioni. [], invece il comportamento di attaccamento non contiene alcun
carattere infantile o patologico ( Bowlby, 1979, p. 139). Il che significa che la
dipendenza da figure di attaccamento dispotiche e indiscrete strutturano
dipendenze emotive dalle quali difficile uscire, allorquando si posti davanti a
scelte non facili e complesse , come quella di donare gli organi. E necessaria una
significativa autonomia decisionale che non si lasci influenzare dalle opinioni delle
persone pi vicine, ma che tenga invece in debito conto del fatto che la misura in
cui ci si sente capaci di prendere tale decisione e si ritiene di avere il controllo su
di essa una variabile che presumibilmente riveste un ruolo importante nelle
previsioni e nelle scelte di qualunque altro genere ( Cicognani, 1999, p. 116).
Questo non significa che la discussione in famiglia circa la donazione degli
organi non sia importante. Il confronto sempre occasione di crescita personale
perch conduce alla dialettica delle posizioni e alla rivisitazione dei propri punti di
vista, specialmente se questi ultimi scaturiscono da un approccio superficiale e
stereotipato, fondato sulla inautenticit del si dice di matrice heideggeriana.
Quello della donazione degli organi non un tema facile da affrontare e da
sviscerare: si pu solo cercare di chiarirne i contorni, ponendosi da molteplici
prospettive. Quella di indagarlo attraverso lo studio del quoziente empatico e dei
vissuti di attaccamento pu rappresentare una pista percorribile, stante il divario tra

richiesta di organi ed effettiva disponibilit degli stessi. Non v dubbio che il


soggetto che ha potuto contare su genitori attenti senza essere iperprotettivi e
invadenti e che hanno saputo dosare la propria presenza emotiva, sia pi sicuro di
chi con grande difficolt riuscito a rendersi autonomo da un ambiente familiare
coprente.

Discussione
Lunico dato che emerge dalla ricerca che il gruppo dei soggetti donatori ha
avuto nel corso dellinfanzia un accudimento empatico maggiore rispetto al gruppo
dei non donatori. Riguardo allorganizzazione dei meccanismi di difesa e del
quoziente empatico non sono emerse differenze significative tra i due gruppi. Da
questo risultato non si segnalano differenze nellorganizzazione dellIo e nel
potenziale empatico dei due gruppi esaminati, bens una differenza nei vissuti di
accdimento che, nei soggetti donatori, sembra avere gettato le basi di un tipo di
relazione interpersonale basata sulla fiducia e sul sentimento di base sicura
(Bowlby, 1989). Quanto tale nucleo di attaccamento con la fiducia che da esso
scaturisce possa predisporre alla donazione di organi resta sicuramente un tema da
approfondire.
Ci sembra opportuno, a questo punto, richiamare il lavoro di Trabucco (2001),
secondo il quale le resistenze individuali alla donazione degli organi deriverebbero
da varie motivazioni, tra cui assumono un ruolo prevalente la negazione della
morte, che ingenera angoscia e dolore, a cui si associano le idee del forte vissuto di
menomazione al pensiero di essere privati dei propri organi e dellattaccamento
allintegrit dellimmagine corporea attuale; le convinzioni religiose, come il
cristianesimo per cui il credente confida nella resurrezione in cui ciascuno
riprender il proprio corpo, o la credenza nella reincarnazione; legoismo
individuale che non concede nulla di s agli altri; lidea latente di immortalit che si
unisce allo stupore, allorquando viene diagnosticata una malattia, della scoperta
della propria condizione di vulnerabilit (Trabucco, 2001, p. 194ss).

Dunque le resistenze alla donazione risentirebbero di molteplici fattori, siano


essi di carattere personale e culturale (sesso, et, classe sociale, titolo di studio,
condizione anagrafica); oppure familiare (ambiente, qualit del dialogo e opinioni in
merito allinterno del nucleo parentale); psicologico (credenze, timori, paure
inspiegabili,

esperienze

pregresse);

sociale

(informazione,

comunicazione,

conoscenze); religioso, morale, antropologico, come studi e ricerche hanno


documentato nel tempo (Skowronski, 1997). Tuttavia, pur senza negare lincidenza
delle varie ragioni che intervengono a determinare il rifiuto verso la donazione, si
potrebbe ritenere che la prospettiva psicologica individuale giochi un ruolo
determinante. Affrontare temi come il trapianto e la donazione degli organi significa
confrontarsi con vissuti emotivi intensi

e contraddittori come laltruismo,

legoismo, la disperazione, la speranza, il dolore, la gioia, la solitudine, la


condivisione . [] Impone altres di ripensarsi e ripensare alla concezione di vita e
di morte che ciascuno porta dentro di s e che, quotidianamente, manifesta nei
rapporti con le altre persone (Trabucco, 2001, p. 193).
Il punto critico di tale processo di rappresentazione e di riflessione sulla
propria condizione di mortalit insito nelle modalit con cui il soggetto in grado
di reggere il confronto con le paure e le tensioni emotive che prova davanti a scelte
cos importanti come la donazione degli organi. La necessit di allontanare i vissuti
psicologici conflittuali e ansiogeni lo porter a rimuovere il problema, a
procrastinarne la decisione, ad evitare di concretizzare la scelta in modo
consapevole e autonomo.
La resistenza a donare scaturisce quindi da un insieme di ragioni, consce e/o
inconsce, di pensieri, di fatti e di eventi, che sono alla radice delle dinamiche di
crescita psicologica del soggetto e che hanno conseguenze affettive e motivazionali
nel modo individuale con cui si guarda al problema (Holman, 2013).
La prospettiva del singolo appare dunque assolutamente cruciale e tale da
influenzare latteggiamento non solo individuale, ma anche collettivo verso la
donazione. La sfida sottesa alla questione si gioca sul piano delletica e della

solidariet sociale, e molto significativamente si continua a riflettere sulle possibili


sorgenti di disagio e/o di benessere psicologico del vissuto del singolo per
individuare le modalit pi efficaci e incisive che possano contribuire ad incentivare
la cultura della donazione. Proprio su tale scia si mossa la presente ricerca, in cui
si inteso ricostruire, sia pure non esaustivamente, secondo quale processo le
emozioni e le esperienze vissute da piccoli determinino il pensare e il decidere dei
soggetti adulti, segnatamente quando ci si trova nella possibilit di fare
autenticamente dono di s.

Bibliografia

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Tab. 1 Confronto tra le medie (ANOVA) al Parental Bonding Instrument


(PBI). Sono riportate le differenze statisticamente significative

Items Parental Bonding


Instrument

Media

Deviazione
Standard

Mi parlava con voce


calda e amichevole

2.16

0.91

9.01

0.003**

Comprendeva i miei
problemi e le mie
difficolt

2.24

0.91

7.85

0.006**

Mi trattava con affetto

2.57

0.78

6.93

0.009**

Le piaceva che io
prendessi da me le mie
decisioni

1.10

0.99

7.18

0.008**

Amava parlare con me

2.21

0.92

6.41

0.01*

Aveva Spesso un sorriso


per me

2.29

0.95

4.50

0.03*

Mi permetteva di
decidere da solo (da
sola) ci che mi
riguardava

1.20

0.99

9.41

0.003**

Non parlava molto con


me

1.89

0.88

7.28

0.008**

**Correlation is significant at the 0.01 level (2-tailed).


*Correlation is significant at the 0.05 level (2-tailed).