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Se la giraffa ha il collo corto


I libri di Marco Revelli e Stefano Rodot. I danni prodotto dal neoliberismo e la solidariet
come principio regolatore della vita socioeconomica nelle riflessioni pi recenti dei due
studiosi DI VITTORIO BONANNI
Gli ultimi trentanni di economia iperliberista hanno cambiato strutturalmente il pianeta in
tutte le sue sfaccettature. Pochi ricchi sono diventati sempre pi ricchi. E tanti poveri sono
diventati sempre pi poveri senza essere per di pi capaci di aiutarsi tra di loro
realizzando quel regime solidale che alla fine dellOttocento ha fatto nascere a sinistra e
poi nel mondo cattolico sindacati e leghe di mutuo soccorso. Un vero disastro sociale,
dove i penultimi fanno la guerra agli ultimi invece di coalizzarsi per un obiettivo comune come successo dopo la
sconfitta del nazifascismo nellet delloro il trentennio 1945-75, chiamato cos da Eric Hobsbawm .
La casa editrice Laterza, che negli ultimi anni in particolare ha dedicato molte sue pubblicazioni al contrasto di
quello che una volta chiamavamo il pensiero unico, ha arricchito ultimamente il proprio catalogo con La lotta di
classe esiste e lhanno vinta i ricchi. Vero! del sociologo e storico Marco Revelli (pp. 96, euro 9,00) e con
Solidariet, unutopia necessaria del giurista Stefano Rodot (pp. 142, euro 14,00). Due uscite pressoch
simultanee, quasi a testimoniare il legame forte che c tra questi due aspetti della crisi mondiale.
Revelli, nel suo breve ed efficace lavoro, dimostra come il paradigma secondo il quale leguaglianza non pi
una virt, vera e propria reazione antikeynesiana dopo mezzo secolo di egemonia culturale del pensatore
britannico, sostituisca di fatto il concetto egualitario che era diventato un vero e proprio elemento regolativo sul
quale scrive lo studioso si erano orientate le politiche pubbliche dellOccidente democratico, diventando un
indicatore anche della solidit della democrazia nei diversi paesi.
Nel suo libro il figlio del grande partigiano Nuto descrive bene come i poteri forti, quelli veri per intenderci e non i
presunti nemici di Renzi, abbiano convinto anche le grandi forze della socialdemocrazia europea e lopinione
pubblica pi in generale che un po di disparit sociale in fondo faccia solo bene allandamento delleconomia,
capace poi di assestarsi da sola, senza lintervento, ormai demonizzato, dello Stato. Lidea che un un secolo di
eguaglianza faccia male alleconomia o, pi semplicemente, che una buona dose di diseguaglianza faccia bene
alla crescita , ha alimentato le politiche di deregulation prevalse nellepicentro anglosassone e affermatesi nel
circuito della globalizzazione. Tutto questo ha portato alla fine della tassazione progressiva e del concetto
appunto di eguaglianza sociale che aveva permeato mezzo secolo di storia. Realizzando, come avrebbe detto
Antonio Gramsci, unegemonia culturale ora dura da contrastare e da sconfiggere.
Un paradigma smentito dai fatti
Revelli spiega come e con quali strumenti ideologici si arrivati a questa situazione e cita, a riguardo, la
cosiddetta teoria del trickle-down, che significa gocciolamento, mutuata da una vecchia intuizione di Georg
Simmel che nel 1904 laveva applicata alla moda, sostenendo che i gusti delle classi pi elevate si sarebbero, con
il tempo, trasferiti anche verso le classi pi basse, con un beneficio diciamo cos stilistico ed estetico generale.
Unottantina di anni pi tardi sottolinea Revelli il meccanismo stato traslato al campo delleconomica per
sostenere che i benefici goduti in un primo momento dalle classi pi ricche sarebbero poi fatalmente discesi verso
quelle pi povere. Un paradigma smentito clamorosamente dai fatti in questi decenni, soprattutto nelle societ
occidentali.
Questa teoria stata esplicitata graficamente dalla curva di Laffer, un economista abbastanza sconosciuto vicino
per allo staff presidenziale degli Stati Uniti negli anni 70, e da quella di Kuznets, figura ben pi autorevole della
precedente insignito del Premio Nobel nel 1971. Sia pure in modi e finalit diverse, le due curve sostenevano
limpossibilit di continuare a procedere con una tassazione oltre la quale si sarebbe disincentivata ogni possibile
crescita economica. Nel caso di Kuznets, la sua teoria veniva estesa anche alla problematica ambientale, la quale

affermava che il degrado ambientale era confinato ad una fase precoce dello sviluppo. Insomma pi sviluppo,
meno danni ambientali, era il risultato di questo ragionamento, smentito, tanto per fare un esempio, dalla pesante
responsabilit dei paesi pi emancipati nei riguardi delleffetto serra, ben maggiore di quelli pi arretrati.
Per invertire la rotta fin qui descritta Marco Revelli fa ancora riferimento al mai abbastanza rimpianto Keynes.
Lautore richiama la metafora delleconomista sulle giraffe, quella parabola zoologica secondo la quale anche
quelle dal collo corto hanno diritto in un branco a nutrirsi e a non essere vittime della voracit di chi, grazie al
collo pi lungo, riesce a fare piazza pulita di tutto il nutrimento disponibile. Ed ecco che a questo punto appare
dirimente introdurre il concetto di solidariet per ridare allo Stato quel ruolo positivo di regolatore delleconomia e
dello sviluppo e alla societ quella dimensione etica e appunto solidale della quale si sente molto la mancanza.
Una parola proscritta
Stefano Rodot affronta il tema con la sua consueta perizia dividendo il volume in undici punti e sottolineando fin
dallinizio come la parola solidariet sia diventata proscritta, non pi tratto che lega benevolmente le persone,
ma delitto, appunto, di solidariet, quando i comportamenti di accettazione dellaltro, dellimmigrato irregolare ad
esempio, vengono considerati illegittimi e si prevedono addirittura sanzioni penali per chi vuol garantirgli diritti
fondamentali. Eppure da secoli che insigni pensatori mettono in guardia sulla necessit che lo Stato si doti di
regole certe per fare in modo che non prevalga la discriminazione, andando dunque oltre la dimensione
caritatevole. Basti citare Montesquieu in un discorso del 1748 riportato da Rodot, dove il filosofo francese
ammonisce lo Stato sostenendo che [q]ualche elemosina fatta a un uomo nudo per le strade non basta ad
adempiere gli obblighi dello Stato, il quale deve a tutti i cittadini la sussistenza assicurata.
Andando ancora pi indietro nel tempo il giurista ricorda quanto scrisse Etienne de La Botie nel 1549 quando
sosteneva, parlando della natura, che questa nella distribuzione dei suoi doni, ha avvantaggiato nel corpo o nello
spirito gli uni piuttosto che gli altri senza tuttavia volerci mettere in questo mondo come in un campo di battaglia.
Oppure, qualche decennio dopo, nel 1660, John Locke quando nel primo dei Due trattati sul governo afferma:
Come la giustizia d ad un uomo diritto alla propriet di ci che ha prodotto con il suo onesto lavoro; cos la carit
d diritto ad ogni uomo a quella parte della ricchezza di un altro che gli necessaria per fuggire una situazione di
estremo bisogno.
Queste considerazioni dovrebbero essere sufficienti per fare piazza pulita di ogni idea dice Rodot di societ
concepita come naturalmente armonica, e quindi capace di autocorrezione di fronte alla privazione di beni
fondamentali. Nei tempi odierni il concetto di solidariet rischia di essere ricacciato nellalveo della compassione,
della carit, come avviene nella politica statunitense che resta confinata in una logica caritatevole che mette ai
margini il diritto della persona e al centro quella della propriet. Se nel secolo breve le cose sono andate
diversamente lo si deve al grande ruolo giocato dal movimento operaio che ha permesso la promulgazione di
costituzioni molto avanzate in questo senso. La mancanza ora di un soggetto in grado di svolgere quel ruolo,
scrive Rodot, non ci deve impedire di individuare proprio nella solidariet uno strumento che pu consentire di
contrastare una lotta condotta da una classe imprenditoriale proprio per ridimensionare i diritti sociali.
A questo ruolo che pu giocare la solidariet se ne aggiunge un altro finalizzato alla ridefinizione del concetto di
cittadinanza che in Europa pu e deve andare oltre quello di nazionalit cos da trasformare il Vecchio continente
in unEuropa dei cittadini e non solo dei mercati. Solo cos si potr rimediare al vulnus creato dallEuropa che ha
escluso la Carta dei diritti fondamentali dal quadro costituzionale europeo, ponendo in tal modo le premesse della
odierna e intollerabile situazione dove regna lodio tra paesi creditori e paesi debitori in luogo di un necessario
rapporto solidale. Tutto ci dovrebbe spingere le varie nazioni a introdurre o a rafforzare nelle proprie costituzioni
quei punti riguardanti proprio la solidariet facendo a meno di quel pareggio di bilancio che paesi solerti come
il nostro si sono affrettati a introdurre.
A conclusione di questo lungo ragionamento vale la pena ricordare lultimo film dei fratelli belgi Dardenne, Due
giorni, una notte, spesso citato proprio da Rodot nelle interviste da lui rilasciate sul libro. I due cineasti
raccontano con perizia la storia di una lavoratrice che a fatica cerca la solidariet appunto dei colleghi per evitare
il suo licenziamento. Non ottiene esattamente quello che vuole ma apre una breccia importante nel muro
dellindifferenza e dellegoismo. Questo il punto dal quale ripartire. Tenendo conto, come scrive Rodot, che la
produzione di solidariet non a costo zero ed esige capitale sociale e risorse finanziarie. Come dire che la

solidariet appunto deve tornare a essere un elemento strutturale nelle scelte politiche di chi una volta
rappresentava le classi sociali pi deboli della societ. Altrimenti a vincere sar la barbarie come sosteneva nel
1916 Rosa Luxemburg non a caso citata da Stefano Rodot allinizio di questa sua ultima fatica.