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TATEO.

MODERNITA DELLUMANESIMO
II. PROIEZIONI
1. Una malattia moderna
FRANCESCO PETRARCA (1304-1374)
Al centro del dialogo che Petrarca attribuisce a Francesco, sua controfigura, e Agostino, suo maestro spirituale,
impegnati in un colloquio che un dramma interiore (De secreto conflictu curarum mearum, II segreto conflitto dei miei
pensieri, generalmente chiamato Secretum), e che vuol essere anche un documento della crisi che occup l'umanista
intorno al quarto decennio del secolo XIV, vi la discussione sull'accidia, uno dei vizi capitali passati in rassegna. La
discussione sull'amore e sulla gloria, anch'essa simbolica della conflittuale condizione umana, riguarder pi da vicino i
dati biografici del poeta, ma nel discutere di questo male dellanima sembra che il poeta colga il punto pi profondo della
sua coscienza, ma anche della coscienza moderna, e quasi un aspetto del subconscio(L'accidia ,che la teologia morale
considerava una forma di scarso vigore, di scarso impegno nella vita religiosa e nellamore di Dio, viene descritta, sul
fondamento delle Tusculanae disputationes cicemniane, come quella malattia dell'anima che potremmo chiamare 'angoscia'
. Come riconosce il poeta che finge in Agostino un analista della sua psiche, il quale tenta di fargli avere consapevolezza
del suo stato e delle sue cause, considerandole una per una, il male oscuro si annida al fondo della coscienza e gli
impedisce talora di agire, e reagire, e lo conduce perfino a disperare della possibilit di riacquistare la salute. La
condizione angosciosa diventa cosi non solo la propria condizione, ma la condizione universale dell'uomo in quanto soggetto
ai colpi della fortuna e incapace, in definitiva, di far altro se non sottostare e prendere atto di questo suo destino. Per il
personaggio di Agostino, nel quale parla l'aspirazione e la consapevolezza morale di Petratra, questa accettazione della
sconfitta un male non perch sia possibile liberarsi in tutto dai condizionamenti della fortuna (che sarebbe come
pretendere di non esser soggetto alle leggi della natura umana), ma perch doveroso e possibile che la mente comprenda
la realt della situazione e aiuti almeno la volont a sottrarsi alla necessit del destino. Il primato della volont, intesa in
questo senso psicologico che tien conto dei condizionamenti della natura umana, e non nel senso volgarmente pragmatico
secondo cui la volont comunque capace con le sue forze di scegliere il bene conoscendolo, ricollega la meditazione
petrarchesca alla crisi dellintellettualismo scolastico. Ma per un'idea efficace, documentata anche dalla situazione
attuale degli studi, della complessiva presenza petrarchesca nei secoli, si rimanda a Petrarca nel tempo.

2. Sentimento del tempo


FRANCESCO PETRARCA
Il primo sonetto, rivolto al pubblico dei lettori e aggiunto in cima alla raccolta delle sue Rime sparse quando il poeta
decise di raccoglierle in un Canzoniere testimone della sua storia, o meglio "non storia" d'amore, trasformando
profondamente le consuete dediche, il documento consapevole di una crisi che ha modificato il senso delle esperienze
passate. Il pubblico dei lettori viene coinvolto non per gustare lesercizio lirico, ma per `comprendere' e perdonare il
poeta che si confessa e si pente per aver tanto sospirato invano, perch solo ora si accorge che quel sospirare non poteva
essere che vano, come qualunque desiderio che pretenda di trovare soddisfazione in terra. Veramente il poeta non
presume nemmeno un soddisfacimento nell'aldil, come avverr sia nelle rime spirituali del petrarchismo, che pur si
ispireranno lungamente al suo modello, sia nei trattati d'amore d'impronta platonica, ma tiene a dare un senso all'alterna
vicenda dei suoi sentimenti, che non raccontano propriamente una storia, perch non hanno propriamente un inizio e una
fine, se non nella coscienza dell'io, capace di accorgersi del tempo passato e di rimpiangerlo, nel senso che ne piange
l'inesorabile spreco. In questo senso tutto moderno, e non nel senso che la storia abbia un compimento come pretendeva
la poetica classica, quella del nostro poeta umanista stata una favola, un'opera aperta e composta di metaforici
frammenti di vita interiore, Rerum vulgarium fragmenta.
<<Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond'io nudriva 'l core
in sul mio primo giovenile errore

quand'era in parte altr'uom da quel ch'i' sono>>.

3. Principe si diventa
FRANCESCO PETRARCA
Si pu dire che questa epistola, nella quale Petrarca esprime a Niccol Acciaiuioli, gran siniscalco del Regno e precettore
del figlio di Roberto d'Angi, i modi con i quali educare il giovane al governo, dia inizio alla discussione moderna sulla
educazione del Principe. Tuttaltro che ingenua, o platonica, nella enucleazione della meta ideale dell'educazione l'epistola
nasce dalla consapevolezza che si pu nascere destinati a regnare, ma che per regnare necessaria un'educazione, n
automatico riuscire a portarla a termine nel modo pi utile. La riflessione contiene un forte pessimismo sulla natura
umana, la quale tende a far diventare tiranno chi si trova nella condizione privilegiata del principe, e cos ostacola la
realizzazione stessa di quello che non pu non essere il fine dell'educazione politica, ossia il bene pubblico. Molte volte
pi pericoloso non aver opposizione alcuna, perch induce allo strapotere, che incontrare ostacoli. Anche l'apparente
idealismo con cui Petrarca ritiene che si siano potuti verificare due casi di principi perfetti, Augusto e Roberto d'Angi,
nasconde un profondo atteggiamento critico nei confronti della realt attuale e l'aspirazione ad una diversa soluzione
politica, tendente alla repubblica, dato anche il giudizio talora negativo su Cesare, 'dittatore' e moralmente discutibile, e
il giudizio sempre positivo su Scipione, onesto esponente della repubblica romana (la questione interesser ulteriormente
la cultura umanistica e avr un peso nella formazione della coscienza politica: cfr. D. C'anfora).->Francesco Petrarca,
Epistole Familiari.

4. La guerra e la pace
FRANCESCO PETRARCA
La giustificazione della guerra come un mezzo per instaurare la pace un antico argomento che si sostenuto ai nostri
tempi per scatenare imprudenti conflitti e ingiustificate sopraffazioni. Petrarca non manca di propugnare la difesa della
civilt dalla barbarie mediante l'eroismo delle armi, obbedendo ad un altro motivo ricorrente che torner a farsi sentire
nei momenti di reviviscente patriottismo. Eppure nella lettera inviata al doge Andrea Dandolo, come in una lettera analoga
inviata alla repubblica di Genova, lumanista utilizza le ragioni contrarie che consigliano a non aggravare le tensioni interne
all'Italia pericolose per tutti, e comunque a non pensare che la guerra possa rinforzare la posizione politica essendo di per
se stessa un motivo di debolezza che non estingue l'odio, ma non fa che rinvigorirlo. Il discorso petrarchesco, che pur
cercava di utilizzare argomenti diplomatici di riappacificazione, parso sostanzialmente utopico e perci non atto a
confrontarsi con una politica realistica, espressa anche nella risposta del doge, il quale non rinuncia alla guerra quando
essa pu passare come giusta e inevitabile. In realt parla in Petrarca una ragione pi profonda, tipicamente Umanistica,
che considera la pace necessaria alla civilt e alla cultura, obiettivi primari, e in nome di essa sconfessa i pretesti che
nascondono l'ira, l'inimicizia a l'avidit di dominio, e la cecit di fronte ai pericoli. Su questi ultimi, in pi tarda et, egli
insiste delineando la figura del condottiero come aveva fatto con quella del principe, e riproponendo la questione del
rapporto fra le armi e le lettere che conoscer alterne vicende: Strepitino pure quanto vogliono e si facciano beffe i
nostri condottieri e i nostri re e principi, che hanno dichiarato guerra alla virt e alla cultura e col simulato disprezzo
nascondono la loro tardit d'ingegno (...) E tuttavia non voglio essere inteso nel senso che io dica necessaria ai condottieri
la filosofia o la poesia, ma solo quella letteratura attraverso cui possano apprendere i precetti della milizia e i fatti della
storia>>. Un atteggiamento, quello di Petrarca, che vuol essere un modello di comportamento umano pi che un astratto
principio morale, e analogamente gli fa sdegnare l'alterco dialettico e politico che nasce dalla presunzione di possedere la
verit, e gli fa gradire il dialogo, se non risolutore, almeno chiarificatore delle divergenze.
<< poich parlo di pace, volentieri riferisco le parole d'Annibale: e son parole tanto contrarie alla natura di lui, cos amante
della guerra, che bisogna dire che la verit stessa gliele abbia strappate di bocca. Che dice egli, secondo Livio:Migliore e
pi sicura una pace certa che una sperata vittoria() se l'ardore di questa guerra imminente non venga smorzato da una
fonte di piet, dalle ferite che verranno non sgorgher sangue numantino o cartaginese ma italiano(..)Se dunque tra i tuoi
consiglieri, che non dubito sian molti e autorevoli, si dar ascolto alla mia voce, tu non solo non rifiuterai un'offerta di
pace, ma le andrai incontro e abbracciandola con trasporto facendo si che resti in eterno tra voi>>->Francesco Petrarca,
Epistole familiari

5. Impegno civile dello storico


LEONARDO BRUNI (1370-1444)
Che interessarsi di storia riguardi non solo lo scrittore e l'erudito, ma principalmente l'uomo impegnato nella vita politica
e nella formazione del cittadino, un'acquisizione fra le pi salde dell' Umanesimo e fra le pi durature nell'et moderna
(si pensi almeno alla storiografia illuministica e liberale). Un merito va attribuito a Leonardo Bruni, cancelliere della
Repubblica fiorentina allepoca in cui essa dovette difendersi dalle tendenze espansionistiche del ducato di Milano e del
Regno di Napoli. Gi nell'Elogio della citt di Firenze la novit essenziale consisteva <<nel continuo rapporto che il Bruni
instaura, e spiega, fra la citt e i suoi abitanti>>. Nell'affrontare la storia della citt di Firenze egli motiva la sua scelta
con la grandezza degli avvenimenti, come si conviene ad uno scrittore che cerca una materia alta per un genere alto, per la
necessit di conservare la memoria del presente in modo da uguagliare gli antichi che hanno reso famosi i loro tempi, e con
l'allusione precisa ai "potentissimi principi", ossia agli stati monarchici, con cui la repubblica aveva dovuto confrontarsi.
Non per altro l'epoca repubblicana di Roma segnata dalle sue lotte interne e dalla rivalit con Cartagine che viene
evocata, non quella imperiale. Ma il Bruni, rilanciando la valenza pragmatica della storiografia, in quanto utile a far
acquisire attraverso l'esperienza la prudenza politica, la oppone all'ozio e al silenzio. un modo di ribadire il concetto che
lo scrivere possa equivalere all'agire; motivo prettamente umanistico, questo, che emerger variamente in Vittorio Alfieri
o nel teatro illuministico. In altre situazioni istituzionali lengagement dello storico si manifesta in forme diverse, come la
celebrazione o legittimazione del principe e dello stato, l'attivit diplomatica o la passione cittadina, l'elogio di un
personaggio emblema della citt. Lo studio dell'attivit umanistica ha contribuito a far riscoprire la dimensione
propriamente 'cittadina' della citt papale con le sue tradizioni e con la sua progressiva acquisizione d'identit come
centro culturale ed editoriale. Al di la di questa coscienza civile che proietta la cronaca e la storia verso la riflessione
politica, e nonostante il riflusso municipale che vi si potr scorgere, l'orizzonte cittadino della storiografia locale
continuer a svolgere una funzione aggregatrice ed educativa nelle regioni italiane, anche in aree meno attraversate dall'
Umanesimo storico.
<<E senza dubbio il conquisto di quella, e prima l'assedio con grande ostinazione durato, appresso i vinti e i vincitori,
contengono tante cose degne di memoria, che non sono da essere riputate inferiori a quelle degli antichi, le quali leggendo,
ci sogliono dare grande ammirazione. [...] E volesse Iddio, che i nostri antichi, in qualunque modo eruditi, piuttosto
avessero voluto ognuno scrivere le cose dei suoi tempi che passarle con silenzio. Perocch egli era ufficio degli uomini
dotti d'ingegnarsi ognuno di far viva la sua et e celebrarla con le lettere, e quanto era posto in loro, farla perpetua alla
memoria de' successori>>.
Leonardo Bruni, proemio della Istoria Fiorentina

6. Il difficile metodo della traduzione


LEONARDO BRUNI
Tradurre per rendere accessibile un testo scritto in una lingua diversa diventato sempre pi necessario nell'epoca della
globalizzazione; con l'incremento delle traduzioni che inondano il mercato librario diventato anche importante affinare
il metodo del tradurre, in modo che il testo di partenza non venga frainteso nel suo contenuto, ma neanche travisato nella
sua forma, in quanto sempre pi evidente che la comunicazione affidata non solo al mero significato degli enunciati, ma
anche al senso che questi ultimi contengono e che derivano da specifiche qualit delle singole lingue. La cultura europea
conosce una fase importante di traduzioni che il passaggio del patrimonio letterario greco nella letteratura latina, e
quindi una lunga fase di traduzione delle opere greche e arabe nel latino medievale soprattutto per ragioni scolastiche,
dove i problemi formali hanno un'incidenza relativa. Le traduzioni di testi letterari latini e di area francese nel nascente
volgare italiano hanno costituito uno del pi formidabili apporti allo sviluppo dell'italiano, ma solo con l'incremento del
fenomeno in area umanistica, per la massiccia opera di traduzione del patrimonio greco che giungeva in Italia, o che
richiedeva una nuova traduzione nel rinnovato e filologicamente attento latino degli umanisti, si svilupp la sensibilit per
una traduzione 'perfetta', che evitasse l'errore, ma riuscisse anche a rendere il testo nelle sue sfumature espressive,
trattandosi spesso di testi raffinati dal punto di vista filosofico e retorico. Leonardo Bruni, che svolse una intensa
attivit di traduttore, enuclea in questo trattatello principii lungimiranti, dal momento che sono tuttora validi, quando
filologia e linguistica hanno dedicato molta attenzione al problema. La principale accortezza di evitare la scolastica

traduzione "parola per parola", che provoc e provoca varie questioni, e l'ammonimento ad affrontare un tale lavoro
quando si conoscano come lingue proprie quella di partenza e quella di arrivo, e soprattutto quest' ultima, sono una pietra
miliare nella problematica moderna della traduzione. Non va per altro trascurata la sensibilit linguistica che dimostra il
discorso di Bruni, corredato con esempi che non potevano riguardare allora se non il rapporto greco-latino, pur essendo
trasferibili al rapporto latino-volgare e a quello fra idiomi diversi, che costituisce ora il nostro problema.
[...] Dico, dunque, che tutta l'efficacia di una traduzione consiste in questo: che ci che stato scritto in una lingua venga
rettamente trasportato in un'altra lingua. Ma rettamente questo nessuno pu farlo senza avere una vasta e grande
pratica dell' una e dell'altra lingua. E ci non basta. Infatti, molti sono capaci a comprendere, ma non sono capaci ad
esporre. Alla stessa maniera che molti giudicano rettamente sulla pittura, ma non sanno dipingere, e molti si intendono di
musica, ma non sanno cantare. Cosa grande e difficile , dunque, la retta traduzione. In prima luogo, infatti, bisogna avere
conoscenza di quella lingua da cui si traduce. Chiunque non abbia letto tutti questi autori, che non li abbia voltati e
rivoltati da ogni parte e non li abbia posseduti, non pu capire la propriet e i significati delle parole: e questo
specialmente perch lo stesso Aristotele e Platone furono, per cosi dire, sommi maestri nelle lettere e hanno usato un
modo di scrivere elegantissimo, ripieno di detti e di sentenze degli antichi poeti, oratori e storici [...]Non sia poi ignaro
del consueto modo di esprimersi e delle figure del parlare di cui si servono i migliori scrittori. E questi li imiti anch'egli
scrivendo, ed eviti i neologismi di parole e di stile, specialmente quelli inadatti e rozzi.(..)Infine, difetti del traduttore
sono: o capire male ci che da tradurre, o renderlo male oppure (..)non elegante e disordinato>>.->Leonardo Bruni, Della
perfetta traduzione

7. Utilit della storia contemporanea


LAPO DA CASTIGLIONCHIO il giovane (+ 1438)
Colp gli Umanisti, dedicatisi inizialmente alla storiografia su imitazione degli antichi, la scelta fatta da Biondo di
affrontare la storia dalla caduta dell'impero fino alla storia contemporanea, ed ha avuto un notevole effetto innovativo
sulla storiografia moderna il suo nuovo interesse corografico che integra geografia e storia. Alla contemporaneit era
riservata preferibilmente la cronaca, cui mancava la distanza critica e la dignit letteraria per avere l'autorevolezza e la
funzione educativa e politica richiesta da un libro di storia. Questa ammirazione per l'impresa dell'autore delle Decadi
espressa per tempo da Lapo da Castiglionchio (1437; cfr. M. Regoliosi, "Res gestae patriae" e "res gestae ex universa
Italia"). Egli, gi con un'esperienza di traduttore da Plutarco, da Giuseppe Flavio, da Senofonte e da Demostene,
nonostante il carattere oratorio della sua epistola, dimostra un'acuta intelligenza della necessit di non trascurare la
storia contemporanea. Si accorge della ripetitivit cui vanno incontro coloro che tornano sulle vicende gi narrate dai
grandi del passato, e addita agli storici moderni la gloria di cimentarsi con il racconto di fatti che possono pi di quelli
antichi entusiasmare e ottenere l'effetto che dalla storia ci si aspetta, l'impulso a difendere la libert della patria e la
sicurezza dei cittadini. Sicch, pur entro i limiti di una concezione 'retorica' della storiografia, egli gi segnala alcuni
motivi fondamentali della trasformazione di un genere antico confinante con la poesia in un genere moderno di
storiografia, reso vivo talora dalla partecipazione personale agli eventi, reso veritiero dal confronto delle testimonianze,
e reso utile dalla testimonianza di ci che potrebbe andare altrimenti perduto.
<<Essi, infatti, desiderando la gloria (nel loro ingegno e volendo essere ritenuti studiosi dell'antichit, hanno cercato
argomenti quanto pi lontani dalla loro memoria. Ora, poich su di essi esistono gi molti libri di storia, scritti con grande
facondia ed eleganza, capitato a loro motto diversamente da quello che avevano immaginato, e cio non hanno conseguito
quella gloria che cercavano, perch non hanno potuto uguagliare nell'eloquenza quegli antichi e sono incorsi nello sdegno e
net risentimento dei contemporanei che avevano defraudato del dovuto elogio. Tu, invece, lasciate le cose antiche non per
incapacit, ma deliberatamente..e perch ti accorgevi che le vicende del nostro tempo sarebbero veramente illustri, se
qualcuno volesse portarle al la luce, ma che esse giacciono trascurate nell'oscurit delle tenebre per mancanza di
scrittori, ti sei portato ad illustrarle affinch gli uomini di questa et sappiano che, se dovessero agire coraggiosamente e
rettamente, o al contrario in modo indegno ed ingiusto, le loro azioni non solo non potranno sfuggire al vivi, ma saranno
anche note ai posteri. Per cui necessariamente saranno moltissimi coloro che verranno incitati da te al sacrificio e
all'azione per la speranza ed il desiderio di fama, e non saranno pochi coloro che verranno tenuti lontani dalla indolenza e
dalla inoperosit. Pertanto, come hai evitato il paragone con gli storici del passato, paragone odioso ed inutile, hai

conseguito la lode da parte di tutti e per l'ingegno(..)E poi come pregevole lo stile, mio Dio!, come sciolto e scorrevole,
come privo di asprezze, come scorre senza durezze>>->Traduzione dall'epistola di Lapo da Castiglionchio a Biondo Flavio.

8. Il viaggio
L'importanza che assunse il viaggio nella mente degli umanisti si pu ricavare per rovescio da alcuni interventi, che
s'inquadrano nel gusto della facezia e sembrano fare la caricatura di questa smania crescente. In un registro faceto
appariva gi in Boccaccio il tema collaterale della 'noia' del viaggio, ripreso nelle satire ariostesche, e pi tardi in
ambiente secentesco, a testimoniare la continuit della dialettica gi tipicamente umanistica fra serio e faceto. Petrarca
invero esprimeva ancora delle perplessit sugli eccessi di un costume che avevano contratto lui stesso e il suo amico
Giovanni Colonna. E mentre sentiva il bisogno di difendersi dicendo che non aveva cercato il guadagno come i mercanti
(<<non posso accusare in altri quel che scuso in me stesso; anch'io sono stato trascinato dall'ardore di portarmi per terre
e per mari, e specialmente anche che il piacere mi ha tratto allestremit della terra, sospinto da una parte dal tedio e
dall'avversione per i costumi (...) Ma il nostro amico non per diventare pi dotto, ma per tornare pi ricco non c' angolo
che non raggiunga, e con ogni vento, alla maniera della foglia caduca, va in giro>>, Epistole familiari, III 2), altrove con un
p d'ironia scriveva che, potendo trarre tante informazioni dal libri, era inutile e rischioso per lui affrontare viaggi
lontani (si trattava dell'Irlanda: <<e se per non spendere troppa fatica nella ricerca di quel luogo, che forse, aria volta
trovato, lasceremmo con molto piacere, dovr porre fine alla mia lettera e spendere tempo in interessi migliori>>). Pi
affine alla facezia era il consiglio dato al Colonna di Starsi un po fermo e di considerare la podragra una grazia di Dio.
Una vera e propria battuta di spirito invece quella intorno all inutilit dei viaggi, riportata da Poggio con paradossale
dissimulazione sembra un pensiero logico. Eppure Poggio aveva documentato la sua opera sulla variet della fortuna col
racconto di un viaggio in Oriente fatto da un mercante fiorentino, Niccol de' Conti, che rappresenta una delle prime
testimonianze del gusto dell'esotico e dell'orientale. Poggio aveva d'altra parte celebrato Enrico il Navigatore come un
eroe dei nuovi tempi, provvisto di un coraggio che non ebbero nemmeno gli antichi, segno di una trasgressione cui
l'umanista era incline, ma anche riflesso di quelle discussioni che a Firenze erano diffuse fra i dotti circa le nuove
prospettive della geografia.
-

La smania del viaggio, FRANCESCO PETRARCA, Traduzione da Epistole familiari.

Il viaggio inutile, POGGIO BRACCIOLINI (1380-1459), Facezie

9. Lingua come libert


LORENZO VALLA (1405/07-1457)
Nella Prefazione all'opera in cui restaura il latino corrotto attraverso i secoli barbari, restituendogli leleganza, cio la
necessaria chiarezza e propriet della lingua, Valla svolge un teorema che rimane una pietra miliare nellinterpretazione
dell'antico e della sua Rinascita, ma anche un principio moderno d'interpretazione del fenomeno culturale e della sua
necessaria universalit. I romani crearono un impero politico, che hanno perso, ma l'egemonia linguistica e culturale che
aiut i popoli a perfezionare il loro idioma, senza soffocarlo, ma permettendo una sorta di incontro e di conversazione
universale, costituisce un patrimonio inestinguibile e molto pi utile allumanit, che va coltivato nella maniera dovuta. In
effetti nella storia dell'Occidente il latino ha agito come motivo unitario, nonostante le divergenze nazionali, e Valla
esprime con molto vigore il pensiero secondo il quale il culto delle lettere, in cui inclusa ogni disciplina in quanto affidata
alla trasmissione scritta, il contrario delle orribili guerre che dividono gli uomini, e la ricostruzione della lingua
superiore alla ricostruzione della citt. famosa soprattutto l'acuta metafora di Camillo vero liberatore di Roma e suo
rifondatore, perch le restitu in pieno la libert: la lingua , in ogni forma culturale, il fondamento prima, perch
garantisce la corretta e significativa comunicazione, senza la quale non vale alcun genere di scrittura (in questo consiste
lelegantia, frutto di conoscenza e di scelta adeguata), come la libert il primo fondamento della convivenza. Ma
linteresse valliano per la lingua latina, oltre a incontrarsi con le vivaci discussioni umanistiche circa la sua origine e
sopravvivenza, riguarda la sua battaglia per il rinnovamento della dialettica; riguarda inoltre la fondazione dei nuovi studi
grammaticali e linguistici in Europa.

<<Quelli che estendono il dominio sogliono essere molto onorati e vengono chiamati imperatori; ma coloro che hanno
migliorato la condizione umana sono celebrati con lode degna non di uomini ma di dei, perch non hanno provveduto
soltanto alla grandezza alla gloria della propria dna, ma al vantaggio e al riscatto in genere dell'umanit intera>> (...)Poich
di tanto il valore di Camillo soverchia quello degli altri, che senza di lui neppur si salverebbero i difensori del Campidoglio,
di Ardea, di Veio. Cosi anche gli altri scrittori trarranno non poco vantaggio da chi faceva qualcosa per la lingua latina>>.
Lorenzo Valla, Elegantiarum latinae linguae libri VII, prefazione.

10. Il piacere
LORENZO VALLA
II rilancio dell'epicureismo, mediante la reinterpretazione di una dottrina tacciata di immoralit per l'importanza che
attribuiva al piacere quale prima motore dell'azione umana, a uno dei pi importanti fattori di modernit dell' Umanesimo.
Conosciuta soprattutto attraverso il compendio che ne faceva Cicerone nei suoi trattati morali al fine di ridimensionarla,
e attraverso il poema De rerum natura di Lucrezio, riscoperto da Poggio Bracciolini destinato a suscitare entusiasmi e
ancora sospetti, la dottrina di Epicuro fu dal Valla rivisitata con criteri filologici e spirito ribelle, al limite della
provocazione e con qualche effettiva esagerazione di amorale imprudenza. Certi eccessi di spregiudicatezza contenuti
nell'intervento del personaggio di Antonio Panormita si spiegano infatti con la logica del dialogo, che ama contrapporre le
tesi estremizzandole. E tuttavia nel De voluptate non solo si contrappone il principio genuino e naturale del piacere, come
fondamento della vita morale, all'onest predicata dagli stoici, ma si riconosce storicamente e filologicamente come il
piacere figuri alle origini dellideale cristiano della felicit e della gioia paradisiaca. La confutazione del piacere terreno e
la celebrazione del piacere soprannaturale dei corpi risorti, attribuita ad un sant'uomo, anch'essa una filologica
rivisitazione della mistica cristiana, che dimostra di reggersi sulla sublimazione di una ineludibile aspirazione al godimento
dei sensi che nella natura. La stesso titolo (De voluptate, 'Il piacere"), che in seguito l'autore mut in De vero bono ("il
vero bene") conservandone per il contenuto, ripreso in un 'opera di Marsilio Ficino la cui prospettiva spiritualistica
recuperava sostanzialmente il concetto epicureo di atarassia (piacere come assenza di turbamento), sar rarissimo, ma
comparir in momenti significativi della sensibilit moderna, il sensismo illuministico di Pietro Verri (al suo Discorso
sull'indole del piacere e del dolore pu collegarsi d'altra parte la morale materialistica di Leopardi, incentrata sul piacere)
e la narrativa decadente di Gabriele d'Annunzio (Il piacere). Il concetto di piacere, tuttavia, riguarda tutta la riflessione
e la letteratura secolare sullamore, dove lanalisi psicologica occupa un posto rilevante, ed un punto di riferimento anche
della poetica, poich ledonismo formale riemerge spesso in et moderna, in modo pi o meno 'sofisticato, sublimato o
travestito, quale finalit della poesia.
- La fornicazione e l'adulterio non sono da riprovare. (..)se misuri tutte le case dal piacere, ed agisci non per altri ma per
te? Come la fame e la sete, cos la libidine ha bisogno di alimento, e non di un alimento qualunque, ma di quello che essa
concupisce. (..) Cosi chi ama una certa donna, non c' verso ad esortarlo che si dedichi ad un'altra che non ama. Dirai che
possibile contenersi non solo dalla violenza, ma da ogni unione, solo volendolo. Se una donna mi piace ed io le piaccio,
perch ti vuoi intromettere per dividerci? Dividi quelli che sono in discordia e che tentano di ferirsi scambievolmente, non
quelli che sono concordi e che si fanno grazia a vicenda. Che cosa significa commettere un adulterio? Se vogliamo ben
guardare la natura delle cose, secondo me, odioso chi inveisce contro gli adulteri.
- Del piacere dei sensi nei celesti. I nostri corpi saranno pi splendenti del sole meridiano, non perch la loro luce abbaglia
e offende il nostro sguardo, ma perch apparendo pi chiari siamo pi attraenti. Quale sar poi lo splendore dell'anima?
Quanti beni non sono riservati da Dio padre, nei cieli, per godimento dei sensi, ai figliuoli che ritornano vittoriosi, se in
questo luogo di battaglia che si chiama valle di lacrime, cre tante cose piacevoli?
- Nel cielo vi saranno piaceri che qui non si possono avere. Ma vi saranno nel cielo altri infiniti piaceri che qui non dato
desiderare n sperare. Nel cielo vi sono molti godimenti, migliori e pi grandi. Da queste considerazioni si pu dedurre che
tutti i desideri che formano ora il nostro diletto, alieni dalla maest del Paradiso, cesseranno, come le cavalcate, le
cacciagioni, la caccia agli uccelli, la pesca.->Lorenzo Valla, il piacere.

11 Il Primato della pratica

LEON BATTISTA ALBERTI (1404 -1472)


La trattazione della materia economica svolta dall'Alberti nel solco dei libri dell'antichit (il pi noto era quello di
Senofonte) con una straordinaria attenzione alle questioni poste dalla borghesia moderna, ma soprattutto superando il
livello empirico della precettistica e della enucleazione di esperienze personali. Si pu dire che la Famiglia e il De iciarchia
aprano la strada al progresso moderno della scienza economica, che ha nel Settecento un momento importante di rilancio.
La Famiglia un libro educativo, pi che scientifico in senso stretto, ma la sua problematicit, che si manifest anche
nella forma dialogica e qualche volta nel contrasto delle opinioni, la colloca gi su un piano scientifico. Soprattutto il libro
III, dedicato allo specifico governo della 'villa', lunit economica che vede il massacro' impegnato a difendere e
accrescere il patrimonio immobiliare, ha una valenza polemica che illumina anche gli altri problemi trattati (leducazione
difficile dei figli, scelta della moglie, la pratica dell'amicizia come sostegno nella vita pubblica), poich eleva l'esperienza
diretta, finanche empirica, a metodo pragmatico, considerato anche superiore ad ogni mediazione letteraria. Cos,
sfiorando la contraddizione (un'opera letterariamente pensata polemizza con la stessa letteratura), la Famiglia diventa
uno dei libri pi diffusi nella borghesia terriera moderna, con effetti anche sul piano linguistico e letterario. In quel libro
si sancisce per la prima volta il 'valore' economico del 'tempo' e si oppone paradossalmente agli insegnamenti teorici degli
antichi, perfino a quelli di Aristotele, la pratica del pi autorevole massaro' della famiglia Alberti, Giannozzo,
apparentemente 'semplice' teorizzatore dei modi prudenti di conduzione del patrimonio familiare. Ma la pi famosa delle
opere albertiane, favorita dal dettato volgare come lo stesso autore auspicava, va visto ormai nel quadro dell'ampia
produzione anche latina dell'Alberti, di cui negli ultimi decenni si affrontata la lettura critica sistematica, importante
non solo per l'interpretazione dell' Umanesimo nel suo complesso e specialmente di una delle sue forme pi tipiche , ma
per il posto rilevante che occupa negli studi attuali sul Rinascimento.
Leon Battista Alberti, I libri della famiglia, III

12. Divulgazione del sapere


LEON BATTISTA ALBERTI
Alberti ha bisogno, come a suo tempo Dante, di difendersi dalle critiche di colora che non ritenevano adeguato luso del
volgare per trattare argomenti scientifici e filosofici. Arrivato al terzo libro, quando deve far parlare un uomo non
letterato, e quindi deve ricorrere anche all'uso del linguaggio quotidiano per ottenere efficacia di comunicazione, lo
scrittore introduce questa parte del dialogo con un discorso di valore generale, e di grande valore polemico e propulsivo.
L'uso del volgare appare, come del resto gi in Dante, un alto rivoluzionario che peser sullo sviluppo secolare della lingua
italiana, la quale in questi anni non acquista unimmediata egemonia, ma l'acquister in seguito anche per effetto di questo
libro, utilizzato ampiamente dai compilatori del futuro Vocabolario della Crusca. Altra cosa il livello di elaborazione che
il volgare raggiunge ad opera dell'Alberti, che scrittore bilingue, e come sceglie il latino per trattare le questioni morali
e le questioni artistiche e civili, cos sceglie il volgare quando intende rivolgersi ad un pubblico di "non letterati", senza
tuttavia dimenticare la struttura colta della frase, necessariamente costellata di termini tecnici e latineggianti.
L'inconfondibile stile che ne risulta, anche per effetto della mescolanza con la tipica espressione quotidiana, rappresenta
un momento fortemente dinamico nella formazione della nostra lingua.
<<Avea certo in s lantico nostro imperio dignit e maiest maravigliosa, ove a tutte le genti amministrava intera iustizia e
summa equit, ma tenea non forse minore ornamento e autorit in un principe la perizia della lingua e lettere latine che
qualunque fosse altro sommo grado a lui concesso dalla fortuna. ()N a me qui pare da udire coloro, e' quali di tanta
perdita maravigliandosi, affermano in que' tempi e prima sempre' in Italia essere stata questa una qual oggi adoperiamo
lingua commune, e dicono non poter credere che in que' tempi le femmine sapessero quante cose oggi sono in quella lingua
latina molto a' bene dottissimi difficile e oscure, e per questo concludono la lingua in quale scrissero e' dotti essere una
quasi arte e invenzione scolastica pi tosto intesa che saputa da' molti(..)E sento io questo: chi fusse pi di me dotto, o
tale quale molti vogliono essere riputati, costui in questa oggi commune troverebbe non meno ornamenti che in quella,
quale essi tanto prepongono e tanto in altri desiderano>>. Leon Battista Alberti, I libri della Famiglia

13. Figura e movimento


LEON BATTISTA ALBERTI

Nel contesto dell' Umanesimo si avvia anche il processo di innalzamento sociale delle arti meccaniche, quelle una volta
distinte dalle arti liberali perch guidate dal sapere tecnico piuttosto che dalla scienza. Lungo i tre secoli del
Rinascimento si matura lequiparazione fra le lettere e le arti che nell'et moderna non pi materia di discussione, anche
se si acuisce sul piano del pensiero estetico il problema, molto avvertito nella prospettiva umanistica, del rapporto e della
superiorit fra le arti, nelle quali compresa la retorica, cio la tecnica sottesa alla scrittura e in particolare alla poesia
(di tutta questa problematica, riscoperta nel Novecento, diventa un punto di riferimento il "Journal of Warburg and
Courtauld Institutes" iniziato nel 1936-1937). Nel trasferire l'insegnamento retorico, ossia la scienza dei modi di
rappresentare le idee, all'arte della pittura, Alberti da un contributo notevolissimo a questo processo di modernizzazione,
perch definisce la particolare `difficolt' di un'arte ritenuta manuale, che quanto dire la sua scientificit. Per
rappresentare la figura umana, che argomento della storia tradizionalmente affidata alla scrittura, bisogna conoscere la
fisiologia, la scienza dei movimenti del corpo, e l'analogia fra gli stati d'animo e la loro manifestazione esterna, ossia la
fisiognomica; con un'analoga correlazione nella tradizione retorica la poesia era considerata specchio dell'anima. La
scoperta del movimento come specchio della 'vita' un contributo non solo alla resa estetica, alla bellezza e alla grazia,
dell'opera pittorica, ma alla conoscenza dell'uomo e della natura (l'argomento riguarda, al di la delletica e dell'estetica, la
filosofia naturale). Per questa via la rappresentazione artistica, specialmente nella stampa, si svilupper anche come
illustrazione della scrittura e porta il problema della sua superiorit espressiva rispetto al testo scritto, che non
rappresenta il movimento immediatamente alla vista. Inoltre lo stesso 'movimento', il quale sollevava la pittura almeno al
livello della letteratura, sar motivo di vanto ai giorni nostri per la nuova riflessione estetica che mirer a sostenere
l'autonomia, il primato, del 'cinema', arte per eccellenza del movimento visivo nella rappresentazione del mondo umano.
<<Adunque il pittore, volendo espriemere nelle case vita, far ogni sua parte in moto; ma in ciascuno moto terr venust e
grazia(..)Poi mover l'istoria l'animo quando gli uomini ivi dipinti molto porgeranno suo propio movimento d'animo. Ma
questi movimenti d'animo Si conoscono dai movimenti del corpo.(..)Cos adunque conviene siano ai pittori notissimi tutti i
movimenti del corpo, quali bene impareranno dalla natura, bene che sia cosa difficile imitare i molti movimenti dello animo.
E chi mai credesse, se non provando, tanto essere difficile, voiendo dipignere uno viso che rida, schifare di non lo fare
piuttosto piangioso che lieto?(..)Ma noi dipintori, i quali vogliamo coi movimenti delle membra mostrare i movimenti
dell'animo, solo riferiamo di quel movimento si fa mutando el luogo.>>
Leon Battista Alberti, De pictura, in Opere volgari.

14. II piano regolatore


LEON BATTISTA ALBERTI .
Il trattato albertiano sulla scienza della costruzione edilizia , nella cultura dell'Umanesimo, fra i pi grandi esempi di
recupero dell'antico con un'incidenza di modernizzazione tale da segnare i secoli futuri. Ma ci avviene non solo perch le
conoscenze tecniche vengono impiegate per la progettazione di edifici funzionali alle esigenze moderne, le chiese, i teatri,
i palazzi pubblici e privati, le ville di campagna, ma perch lanalogia fra lurbs, il complesso degli edifici della citt e del
circondario su cui essa gravita, la civitas, lorganismo sociale degli abitanti nella sua configurazione politica, prevede gi
un piano regolatore sulla base di esplicite esigenze civili. E su questo piano prevista anche - come si vedr - una risposta
equilibrata al problema, gi posto allora da alcuni in forma razziale, della necessit di tener lontani dallo stato gli stranieri
che inquinerebbero il tessuto sociale. Alcune regole edilizie erano gi previste in pratica da parte della consuetudine a
dell'amministrazione pubblica nell'autorizzare e nel favorire ledilizia, ma lopera dell'Alberti applica anche nel De re
aedificatoria (1450) la 'filosofia' che guidava la sua meditazione sull'uomo. Oltre al rapporto fra ragioni di bellezza e di
funzionalit, quello fra edificio e paesaggio porta a rivolgere l'attenzione anche agli spazi privati, ai giardini e alle strade
extraurbane, e soprattutto alla collocazione della villa in modo da favorire la vista del paesaggio. Perfino la pittura del
paesaggio trarr spunto dalle indicazioni albertiane come di pi tardi trattati che ad esse si ricongiungono, e in
particolare perfino una traduzione inglese del trattato nel Settecento diventa il fondamento di una moda architettonica
in Inghilterra.

<<Si detto che l'architettura si divide in pi parti, delle quali alcune sono comuni ad ogni e qualsivoglia tipo di edificio com'e il caso dell'area, della copertura, e simili - , altre si differenziano da costruzione a costruzione. Finora s' trattato
degli ornamenti del primo dei due gruppi suddetti, nei limiti che il presente assunto richiedeva; resta ora da parlare di
quelli che si applicano a questo secondo gruppo. Questa trattazione sar di cosi grande che perfino i pittori,
raffinatissimi ricercatori di bellezze, la reputeranno d'importanza imprescindibile...di non pentirsi per averne intrapreso
la lettura.(..)Gli edifici, dunque, possono essere pubblici o privati:, a loro volta sia i pubblici che i privati possono essere
sacri o profani. Tratteremo prima di quelli pubblici. Le mura delle citt solevano, presso gli antichi, essere inalzate con
religiosa solennit, e dedicate a una divinit tutelarevuoi per l'incuria dei cittadini, vuoi per l'odio dei vicini, essi
reputavano le sorti della propria citt legate all' imprevisto e sempre in preda ai pericoli, come una nave in balia delle
onde. (..)Nessuna meraviglia, quindi, se venivano considerate sacre le mura entro cui i cittadini si raccoglievano in comunit
e da cui venivano difesi.(..)E che la giustizia medesima sia nella sua essenza un dono divino, non si pu porre in
dubbio..(..)Sia l'ambiente sia l'area in cui la citta e pasta riceveranno decoro dall essere gli edifici situati e distribuiti
nelle posizioni pi adatte, Secondo Platone, il contado e l'area urbana dovevano esser divisi in dodici zone, tra le quali si
sarebbero equamente ripartiti templi e cappelle. Da parte nostra vi aggiungeremo gli altar al crocicchi, i seggi per giudici
subalterni, le postazioni di difesa.Negli autori dell' antichit si riscontra l'opinione secondo cui le citt situate in pianura
devono essere tenute in minor pregio, perch sarebbero le meno antiche.(..)Ma il principale ornamento di una citta
costituito dalle strade, dal foro, da ogni edifici e dalla sua posizione, costruzione, forma, collocazione: tutti questi
elementi dovranno esser disposti e distribuiti in guisa da rispondere nel modo pi adeguato alla funzione di ciascun'opera
e alle sue esigenze di praticit e di decoro. Giacch, ove manchi l'ordine, anche la comodit, la piacevolezza e la dignit
scompaiono(..)la cittadinanza non si inquini con l'accesso di elementi estranei(..)Si narra di un'antica usanza greca: per gli
estranei costituivano poco fuori del pomerio un mercato di generi di consumo; sicch i nuovi arrivati potevano procurarsi
quanto era loro necessario, e i cittadini erano al sicuro da eventuali pericoli>>
Leon Battista Alberti, De re aedificatoria.

15. Problemi di didattica


- Necessit del metodo
PIER PAOLO VERGERIO (1370-1444)
<<Ci che caratterizza lo spirito di tutta leducazione umanistica l'esigenza della formazione dell'uomo integrale, buon
cittadino e, se occorre, buon soldato, ma, insieme, uomo colto, uomo di gusto, che sa godere della bellezza e sa gustare la
vita; che dal mondo sa trarre tutto quanto il mondo pu dargli>> (E.Garin, Introduzione a Educazione umanistica in Italia,
Laterza, Bari, 1971). Questo obiettivo si riscontra esemplarmente in un maestro, originario di Capodistria, che insegn a
Firenze e Bologna, partecip al concilio di Costanza e segu limperatore Sigismondo in Boemia e in Ungheria:
un'educazione laica e non settoriale che ebbe grande fortuna in tutta Europa, i cui principi si ritrovano al fondo della
pedagogia moderna, insuperati e insuperabili, particolarmente utili quando l'esigenza di una formazione integrale viene
minata dal tecnicismo pedagogico astratto (sul rapporto fra leducazione umanistica, la rinascita degli auctore e la
formazione dellintellettuale in una prospettiva che giunge fino ad Erasmo). Anche l'insegnamento del Vergerio si
soffermava sui livelli preliminari e generali del 'metodo', ma con un senso veramente pragmatico e costruttivo, che ha
risposto alla battaglia umanistica per un metodo nuovo rispetto all'astrattismo medievale, e ha potuto adattarsi alla
migliore scuola dei secoli moderni, come si vede in questa limpida pagina di consigli pratici.
<<Si prenda dunque a fare una cosa per volta, con tutto l'amore, e tentando di seguire, nell'apprendere le varie dottrine,
lo stesso metodo che seguirono gli autori. Perch chi legge senz'ordine, ora dall'indice passando alla prefazione, ora
spigolando qua e la dal mezzo del volume, ora rifacendosi dal leggere innanzi quel che dovrebbe essere letto poi, tutti
costoro senza dubbio ricavano tanto frutto dalla lettura, quanto ne avrebbero se non avessero letto mai. Sar pure cosa
ben fatta consultare parecchi autori intorno alla medesima disciplina, per poter scegliere sempre i migliori.
Aggiungo che non mi sembra bene stabilire una regola uguale per tutti i lettori, ma che ognuno ha da misurare in questo le
condizioni e la forza del proprio ingegno. Difatti, se mi fosse lecito, direi che certi ingegni nella loro potenza somigliano al
piombo, altri invece al ferro. I primi, se ottusi, poco valgono, se acuti riescono per molli, facili ad essere influenzati,
hanno spesso bisogno di schiarimenti, e se non penetrano di prima acchito nel senso di do che leggono, quanto pi vi si
arrovellano sopra, tanto meno ne capiscono. I secondi poi, cio quelli dotati d'ingegno ferreo, se hanno dell'acuto, trovano

tutto agevole e piano, ne si rompono se non dove una cruda necessit che ogni cosa pia dura si spezzi: se poi invece
hanno dell'ottuso, allora con lo studio assiduo e costante superano qualsivoglia difficolt. Perci se di primo acchito
qualcuno non arriva a intendere qualche cosa, non deve peccare di orgoglio, chiudendo il libro e gettandolo, n cadere nel
vizio opposto, cio in un pusillanime scoraggiamento, ma deve perseverare con l'intenzione di vincere l'ostacolo
trovato.Vero per, che gl'ingegni, quanto pi son ricchi di acume tanto pi sono poveri di memoria, e mentre agevolmente
capiscono, poco ritengono. Perci a conservare la memoria e fortificarla giova assai il precetto insegnatoci e praticato da
Catone, di ripassare la sera tutto ci che si fatto, veduto e letto nella giornata, facendo l'esame, e rendendoci conto
non solo di quanto abbiamo operato lavorando, ma anche dello svago preso in mezzo alle nostre fatiche. Procuriamo di
farlo anche noi, almeno per le cose pia importanti, al fine di ritenerle a memoria con maggiore tenacia.
Utilit delle dispute. Giova anche parlare spesso degli studi comuni tra compagni; ch la disputa assottiglia l'ingegno,
muove la lingua, fortifica la memoria; non gi perch a discutere si impari molto, ma perch per codesta via meglio si
approfondiscono le cognizioni acquistate, pi acconciamente si esprimono e pi saldamente si ritengono. Anche col fare da
maestri ad altri otteniamo grande vantaggio, purch non ci accada il guaio che solitamente accade ai novizi, i quali,
avendola appena assaggiata, credono di possedere gi la scienza tutta quanta, e come gi fossero dotti pretendono di
tener cattedra e con arroganza fanno sentire i loro pareri.
Il dubbio metodico. II primo passo verso il sapere il poter dubitare; ne vi cosa tanto contraria al sapere quanto il
presumere della propria dottrina, e troppo confidare nel proprio ingegno, poich la presunzione spenge l'amore dello
studio, e la folle fiducia lo diminuisce; di guisa che gli ingegni presuntuosi arrivano a ingannare se stessi, cosa punto
comoda, ma d'altra parte facile a succedere e grandemente dannosa. Avviene cosi che essi, privi di esperienza, nemmeno
sognano gli andirivieni, le circonlocuzioni ed i precipizi che si nascondono nelle scienze, e quindi, o correggono male quello
che non intesero bene, chiamando ignoranti e trascurati gli scrittori, passano sopra ai punti che non capiscono, mentre
invece dovrebbero chiarirli con lo studio e con la pazienza.
Distribuzione razionale del tempo. Tutto questo per si far agevolmente, se in modo opportuno si divider il tempo, se in
certi giorni e in certe ore determinate si far la lettura; badando di non lasciarsi prendere talmente dalle occupazioni
diverse che manchi il tempo di leggere quotidianamente qualcosa.
utile poi che ognuno stimi grande la pi piccola perdita di tempo, e del tempo faccia conto come del vivere e star sano,
n lo sciupi in bazzecole, e quelle ore che altri forse consuma nell'ozio, egli le spenda in studi meno gravi e in piacevoli
letture. Infatti una buona trovata il raccogliere anche quello che altri butta via, Come appunto fanno coloro che, dopo
aver cenato leggiucchiano, o aspettando il sonno, o anche per allontanarlo; i medici dicono che questo fa male agli occhi, e
credo anch'io che sia vero, ma solo quando se ne abusi, e il libro richieda molta attenzione, e il leggere sia troppo
prolungato.
Pier Paolo Vergerio, Del nobili costumi, in Eugenio Garin, Educazione umanistica in Italia,cit., pp. 102-104.

Scolari e maestro
MATTEO PALMIERI (1406-1475)
Par appartenendo al circolo degli umanisti fiorentini restauratori del latino, Matteo Palmieri, politico e letterato, adotta
in versi e in prosa il volgare, e in questa opera riprende dal Decameron la forma dell'insegnamento di vita attraverso
l'incontro e il colloquio. I tre giovani scampati dalla peste del 1430, anch'essi introdotti a dialogare in una casa di
campagna, discutono di educazione e affrontano due principii fondamentali della pedagogia moderna, il rapporto fra
maestro e discepolo e la funzionalit di tutte le discipline alla formazione dell'uomo. Il rapporto fra maestro e discepolo,
al di la della riaffermazione del pensiero pitagorico per cui il discepolo debba osservare il silenzio e imparare, prima di
parlare, che potrebbe essere rilanciata come ma provocatoria risposta all'odierna dilagante improvvisazione e maniera
degli interventi estemporanei, e che saggiamente interpretato come `collaborazione' (si insiste sull'attitudine del
discepolo all'ascolto e alla riflessione), non ribadisce il concetto di autorit, anzi insiste sulla amanita del maestro non
severo, ne troppo rigido, ne di dissoluta piacevolezza),, e fa dipendere da questa la scelta stessa del maestro. Scelta
affidata, allora, all'oculatezza del padre, ma che chiaramente si riferisce alla necessit comunque di non lasciare al caso
leducazione, di scegliere, predisporre e adeguare convenientemente il personale didattico.

<<Del maestro. Venuti a questa et, tutta la diligenzia del padre sia in dargli buono e bene intendente maestro, e chi
potesse, infino da principio il tolga ottimo, perch cosi piace ai sommi autori... Sopra ogni cosa sieno net maestro
approvati costumi, per che, giovando alla doctrina e nocendo al bene vivere, sare' contro allo intendimento nostro, che
Sempre propognamo l'onestamente vivere all'optimamente imparare. Non sia dunque il maestro vizioso, e non desideri
d'essere; non stia severo, ne troppo rigido, ne anche di dissoluta piacevolezza; spesso parli di cose buone ed oneste,
dando precepti di buoni costumi; non s'adiri, ne anche finga non vedere i mancamenti da esser 'corretti; e piacevole
risponda quando domandato, spontaneamente domandi quegli che pi tardi sanza domandare si stessono pigri. Poi scelto
tale maestro, il padre comandi figliuoli che quello seguitino, a quello ubidiscano, e da quello sollecitamente imparino le cose
gli monstra; admonisca ii fancitillo che il maestro gli in luogo di padre, non di corpo, ma dell'animo, e de' costumi.

Degli scolari. Voi fanciulli seguitate poi tale uomo, credete che ci ch'egli v'insegna sia approvato ed utile, stimate per la
sua doctrina dovere riuscire onorati fra gli uomini, non date al maestro legge, dicendo: insegnami questo, quest'altro non
voglio imparare; ma in tutto siate contenti del suo iudicio, perch ognuno giudica bene le cose conosce, e ogniuno rozzo
delle cose non ancora imparate. Seguitate in questa il parere di Pictagora, il quale a ciascuno de' discepoli veniano a sua
doctrina comandava silenzio di certo tempo ed almeno di dua anni, parendogli cosa necessaria molto udire innanzi che
cominciare a parlare.
Cosi faccino i discepoli, conoscendo non essere atti a bene parlare, e molto meglio tacere che avezzarsi a parlare quello
di che non s'intende; per che come per parlare poco e di cose bene esaminate e intese s'acquista optimo iudicio, con
sermone ordinato e mirabile, cosi per parlare assai come le parole vengono in bocca s'acquista sciocco disordinato dire
con poca prudenzia.
Consideri in se il fanciullo quello gli 6 insegnato; esaminilo; e se da se lo ingegno non pu, domandi il maestro. Con gli altri
scolari benignamente conversi, sia con loro allegro e lieto, non s'adiri ne si sdegni dell'essere emendato e corretto.
perocche il proprio ufficio del maestro insegnare, e del discepolo farsi atto ad essere insegnato: Matteo Palmieri, Della
vita civile [1433], in E. Garin, Educazione umanistica in Italia, cit., pp. 126-128.

16. Una vita ecologica


MARSILI0 F1C1NO ( 1433-1499)
La medicina del secolo XV presenta ovviamente aspetti e nozioni riconducibili ad una tradizione non sperimentale, dove
hanno peso l'arte magica e la scienza degli influssi stellari. Ma nel Ficino, il quale adotta e sviluppa il neoplatonismo,
insistendo sulla centralit dell'uomo e sulla sua fisionomia di microcosmo che riflette in s i caratteri del macrocosmo al
quale organicamente congiunto, i limiti particolari della scienza medievale vengono superati dalla nuova considerazione
della totalit della figura umana: merito del Ficino fu anche quello di rinnovare con l'Accademia platonica una forma di
organizzazione della cultura e d'integrazione fra le lettere, scienze e filosofia che funzioner per secoli (vedi ora la
rivista "Academia" della Societe Marsile Ficin). In questo senso la considerazione platonica e mistico-religiosa del corpo
come impedimento alla vita dell'anima perde quota di fronte all'interesse per la medicina fisica, che coadiuva la
formazione superiore della persona umana quando non scelga di abbrutirsi. importante che questa considerazione
dell'uomo nella sua integrit venga da un filosofo che professionalmente un medico, e che una delle opere da lui dedicate
alla cura del corpo sia compresa in una serie di studi dedicati al modo come trarre dalla natura, astrologicamente
identificata col cielo, ossia con la totalit dell'universo che include la terra, gli incentivi alla salute psichica e corporale.
La 'vita', ossia l'energia vitale, che diventa parola carica di significato come nella odierna attenzione rivolta alla qualit
della vita nella prospettiva biologica ed ecologica, va salvaguardata e incrementata mediante le forze della natura celeste
(De vita coelitus comparanda, 1489), che equivale alla `natura' in quanto energia, non in quanto ostacolo inerte. Un
esempio particolare la seguente serie di consigli per garantire anche alla vecchiaia la vita, trasferendo sul piano medico,
si direbbe geriatrico, i consigli morali e consolatori di un'antica tematica cui la nobilt della vecchiaia (De senectute).
Analogamente, l'attenzione rivolta dal Ficino ad uno dei malanni che affliggevano quei secoli, la peste, che stata in gran
parte debellata ma che sopravvive come epidemia in diverse malattie, dimostra - al di la dei caduchi consigli terapeutici
del tempo - una medesima 'filosofia' nella difesa della vita, dove possiamo ritrovare espresse convinzioni riscoperte nella
moderna prospettiva ecologica, come l'effetto positive del buon umore. E tuttavia l'attenzione rivolta da un filosofo
umanista al fenomeno della peste ricorda anche i risvolti positivi cui ha condotto la grave esperienza che se n' fatta per
secoli, come l'idea del contagium vivum, che trionf con Pasteur rivoluzionando la biologia e la medicina, il sistema

ospedaliero, l'assistenza medica gratuita, l'assistenza sociale su un piano non pi di caritas>> (G. Moraglia). N va
trascurata la presenza anche nella letteratura moderna del triste tema messo a fuoco nell'et umanistica.
<< opportuno che chi giunto ad estrema vecchiezza abbia ben presente che in natura e ormai debole e non va
affaticata con alimentazione pesante e tirata in diverse parti con eccessiva variet di cibi (..) I vecchi migrino d'inverno
verso luoghi solatii come fanno le pecore, e d'estate cerchino luoghi ameni, come gli uccelli. (..)il miele infatti cibo
particolarmente amico ai vecchi, tranne quando si tema infiammazione biliare(..) ed come se la vita risiedesse in quella
cosa volatile che lo spirito, piuttosto che negli umori e nelle membra; e se fosse altrimenti, ma causa della loro grassa
viscosit, la vita si comunicherebbe alle membra con maggior lentezza, come con maggior lentezza se ne rintanerebbe.
Allora, voi tutti che bramate prolungare la vita nel corpo, curate in primo luogo lo spirito>>
Marsilio Ficino, Consilio contro la pestilenzia.

17. L' inutile smania della Crociata


PIO II, ENEA SILVIO PICCOLOMINI (1405-1464)
Il pi grande papa umanista anche una figura complessa, il cui zelo religioso bilanciato da una grande attenzione elle
opportunit politiche e da un uso abile della parola. Nonostante le sollecitazioni di chi voleva ancora portare la Crociata in
Medio Oriente, mostr cautela politica e un intelligente proposito di spostare su Roma l'attenzione dei fedeli, favorendo
il trasporto delle reliquie di sant'Andrea, fratello di san Pietro, presso la sede del primo pontefice. Eletto papa nel 1458
dopo un periodo giovanile cui appartengono scritti in versi e in prosa di argomento profano, e dopo unimportante attivit
ecclesiastica in curia e nei concilii in terra germanica, Pio II narra la storia dei suoi tempi e quindi anche della sua ascesa
al pontificato con un titolo che ricorda gli appunti e la cronaca della Guerra gallica e della Guerra civile di Cesare. Nudo e
conciso il suo stile, sia in questa sia in altre opere storiche e geografiche, e perfino nelle prove comiche (la plautina
Chrysis) e narrative (la novella De duobus amantibus), che hanno ottenuto in questi ultimi tempi una notevole fortuna. Ma
limpegno di storico di Pio II va ricordato particolarmente, perch i Commentarii (pubblicati postumi nel 1484) conservano
la memoria, in pagine fra le pi spregiudicate della letteratura umanistica, degli intrighi cardinalizi che il Papa riusc a
svelare, e del discorso che egli avrebbe pronunciato per giustificarsi del fatto di non aver realizzato la Crociata che pur
aveva promesso al mondo cattolico. A parte il fatto che Pio II mor ad Ancona nell'estremo e inutile tentativo di mostrare
la sua intenzione di partire finalmente per la conquista di Gerusalemme, sono importanti le sue titubanze, dovute ad
un'intelligente percezione politica e strategica delle difficolt di affrontare i Turchi senza strumenti sufficienti, e
soprattutto ad una segreta speranza di mantenere la pace e forse di venire a patti con gli infedeli nellutopica presunzione
di trovare con loro un punto di accordo anche dottrinale. Del resto Pio II era amico di uno dei maggiori filosofi dell'epoca,
Nicol Cusano, teorizzatore della coincidentia oppositorum, il principio secondo cui gli opposti coincidono, ossia
s'incontrano piuttosto che escludersi come nella dialettica aristotelica. Un rapporto fatto al collegio cardinalizio sul suo
comportamento per quel che riguardava la Crociata un'orazione al popolo per invitarlo a lasciar perdere la guerra,
godersi le reliquie del santo venute dall'Oriente e lasciar l'affare dei Turchi nelle mani di Dio, sono un capolavoro di
abilit retorica e di dissimulazione, fra buon senso e ironia.
<<(..) infiacchiti dall'inazione, lasciavamo che il nome cristiano andasse in rovina. Il nostro cuore stato spesso gonfio e il
sangue nostro, pur vecchio, col montare dell'ira, s' messo a ribollire. A volte siamo stati presi dal desiderio di dichiarare
guerra al Turco e di lanciarci con tutte le forze nella lotta in difesa della religione. Ma quando misuriamo da un lato le
forze nostre e dall'altro quelle del nemico, ci accorgiamo che ln Chiesa Romana non in grado con le sole sue forze di
sconfiggere i Turchi. Nessuna persona che abbia un poco di senno vuol muovere guerra a chi gli superiore: chi decide di
scendere in guerra, bisogna che si senta superiore o almeno pani di forze al nemico. ()Ma se ci viene l'idea di tenere un
congresso, Mantova ci insegna quanto sia inutile tale progetto. Se mandiamo ambasciatori a chiedere l'aiuto dei re,
vengono derisi. Se imponiamo le decime al clero, vien fatto appello al futuro Concilio. Se promulghiamo indulgenze e
incoraggiamo con grazie spirituali i donatori di denaro, ci si accusa di cupidigia. Tutto quello che facciamo viene
interpretato nel senso peggiore e poich tutti i re sono ingordi di oro e tutti i prelati delle diverse chiese sono servi del
denaro, essi giudicano ogni nostro pensiero prendendo a misura be loro inclinazioni.(..) C' forse qualcuno che non si sente
turbato sin nell' intimo, che non si sente infiammare nel profondo del cuore, che non si sente sgorgare lacrime di gioia
davanti alle preziose reliquie di un apostolo di Cristo?>>.

Pio II, Commentarii, VII 16, VIII

18. Confronto fra nemici


MATTE0 MARIA BOIARDO (1440/41-1494)
Lo sviluppo dell'epica cavalleresca alla corte di Ferrara corrisponde anche all'affermazione della narrativa come svago
intellettuale, posto che occupa nell'et moderna il romanzo; col Boiardo si ha l'esempio evidente della. tendenza a
sollevare l'intrattenimento popolare ai livelli della riflessione etica mediante la penetrazione simbolica dei personaggi e
degli episodi. Svanita la motivazione simbolica e nazionale delle gesta dei Paladini, divenuti eroi di un mondo fantastico,
ancorch nella cornice delle Crociate, la narrazione pu ospitare perfino un momento eccezionale, importante proprio
perch eccezionale, di celebrazione della pace, propriamente di una sorta di amnistizio fra nemici nel segno di un'intesa
culturale. L'episodio in cui Orlando, campione dei Cristiani, e Agricane, campione dei Musulmani, interrompono lo scontro
per l'avvento della notte, e come avviene nei conviti, a sera, discutono quasi amichevolmente e pur con opinioni dissimili,
sui fondamenti della nobilt, significativo per le teorie cui si fa riferimento e che continueranno ad interessare la
letteratura dialogica, se sia pi valida la cultura filosofica o quella delle armi, ma soprattutto significativo perch
rappresenta esso stesso una manifestazione di cultura che supera lo scontro armato. Alla fine non ci sar la conversione
dell'infedele che Orlando si riproponeva di ottenere, anzi ci sar una riaffermazione della diversit, ma lo scontro - per
una sorta di tregua paradossale (l'amore, che furia, rinnover lo scontro) - viene sollevato al livello della parola
correttamente adoperata come strumento intellettuale. Non va trascurato il fatto che l'opera fu scritta proprio negli
anni in cui lostilit verso i Turchi attraversava un momento drammatico e sanguinoso nella guerra di Otranto (1180-82).
Matteo Maria Boiardo, L'innamoramento di Orlando, I xviii

19. Originalit dello scrittore


ANGELO POLIZIANO (1454 -1494)
Al centro del dibattito umanistico sul 'mestiere' dello scrittore stata giustamente individuata la polemica fra Angelo
Poliziano e Paolo Cortesi, un letterato dell'Accademia romana di Pomponio Leto, autore di una storia dell'evoluzione
recente del Ciceronianismo (De hominibus doctis) e poi di un trattato sul comportamento e sul ruolo culturale del prelato
(De cardinalatu), sulla linea del De oratore di Cicerone e del futuro Libro del Cortegiano di Baldassar Castiglione. Al
Cortese il Poliziano rimproverava la scelta del grande scrittore latino come modello ottimo e quindi adottato praticamente
come massimo punto di riferimento nella prosa mediante il metodo dell'imitazione. Ma il discorso sull'imitazione a
proposito della prosa, e l'accusa di formare in tal modo delle scimmie di Cicerone, assumeva una valenza ben pi ampia
contro una delle pratiche letterarie fondamentali nella pedagogia umanistica e in difesa della originalit dello scrittore,
che non dovrebbe essere soggetto ad un solo modello, ma libero di seguire modelli diversi e molteplici come lape che
succhia da pi fiori per dare un miele frutto della sua individuale operazione. Sul piano della poesia ne derivavano per
Poliziano la celebrazione di Omero come primo e vero poeta perch non preceduto da modelli, e la difesa della sua stessa
poesia, esempio straordinario di raffinatissima 'riscrittura', nel senso modernissima - si direbbe leopardiano - di una
copiosa tradizione letteraria. Di qui non solo la reazione, che vedremo, di Cortesi e di tutto il filone umanistico che
riabilita l'imitazione (Pietro Bembo riprender il discorso polemizzando con Gianfrancesco Pico che con altre ragioni,
anche religiose, riabilita invece l'individualit della persona e dello stile nella scrittura, ma anche la questione moderna
della supremazia fra Omero e Virgilio, luno campione della creativit assoluta e laltro della imitazione creativa. Una
questione che emerge nell'affermazione del primato omerico sostenuto da Giambattista Vico e dai Romantici ostili
all'imitazione come in generate al metodo pi rigido del classicismo.
(...) C' una cosa, a proposito dello stile, in cui io dissento da te. A quel che mi sembra, tu non approvi se non chi riproduca
Cicerone. A me sembra pi rispettabile l'aspetto del toro o del leone che non quello della scimmia, anche se la scimmia
rassomiglia di pi all'uomo. Come ha detto Seneca, non sono simili tra loro quelli che si crede siano stati i massimi
esponenti dell'eloquenza. Quintiliano deride coloro che credevano di essere i fratelli germani di Cicerone per il fatto che
finivano i loro periodi con le sue stesse parole. Orazio condanna coloro che sono imitatori e nient'altro che imitatori.
Quelli che compongono solamente imitando ml sembrano simili ai pappagalli che dicono cose che non intendono. Quanti
scrivono in tal modo mancano di forza e di vita; mancano di energia, di affetto, di indole; sono sdraiati, dormono, russano.
Non dicono niente di vero, niente di solido, niente di efficace. Tu non ti esprimi come Cicerone, dice qualcuno. Ebbene? lo

non sono Cicerone; io esprimo me stesso.(..) non ti lasciassi avvincere da codesta superstizione che ti impedisse di
compiacerti di qualcosa che sia completamente tuo, che non ti pennette di staccare mai gli occhi da Cicerone() vorrei che
tu rischiassi mettendo in giuoco tutte le tue capacit.() E ricordati infine che solo un ingegno infelice imita sempre,
senza trarre mai nulla da s. Addio.>>
Angelo Poliziano, Epistola a Paolo Cortese, in Prosatori latini del Quattrocento

20. Continuit e innovazione


PAOLO CORTESE (1465-1510)
L'autore del De hominibus doctis (cfr. il cap. precedente) componeva in realt, esaminando gli scrittori contemporanei in
relazione alla loro maggiore o minore osservanza dello stile ciceroniano, una storia della letteratura contemporanea con un
disegno unitario, proprio quello che presieder alle pi moderne storie letterarie guidate da un'ideologia retorica, o
estetica, a politica, a sociale.. Un primato del genere va riconosciuto anche a Gianfrancesco Pico (cfr. il cap. precedente)
che nel De studio divinae et humanae philosophiae passa in rassegna gli scrittori moderni per definirne lo stile, preludendo
a vere e proprie storie della letteratura contemporanea che fioriscono gi nel Cinquecento. Questo interesse a tessere
una storia, superando la raccolta dei singoli uomini illustri, nasce proprio dal tipo di risposta che Cortese da a Poliziano,
difendendo l'imitazione come rapporto fra figlio e padre, le cui fattezze. pur mutate, sono riscontrabili nei discendenti,
costituendo una continuit non priva di innovazione. La considerazione storica della diversit nella continuit un principio
guida della storicismo moderno, ma anche il riflesso di alcuni processi reali della cultura, quando sia orientata da un
umanesimo di base, come avviene in Italia perfino nella stagione secentesca ,che segna la crisi dell'umanesimo
rinascimentale. D'altro canto il concetto di imitazione, caduto in disuso con la battaglia romantica, rivalutato proprio
secondo la direttiva umanistica, sul piano pedagogico e in occasione della polemica fra classicisti e romantici. da
Alessandro Manzoni, allorch considerava che <<losservare l'andamento, i trovati, gli svolgimenti dell'ingegno altrui un
lume al nostro; che questo, ancor quando non metta direttamente un tale studio nella lettura, ne resta, senza
avvedersene, nutrito e raffinato; che molte idee, molte immagini, che approva e gusta, gli sono scala per arrivare ad altre
lontanissime in apparenza; che insomma per imparare a scrivere giova leggere, e che questa scola allora pi utile, quando
si fa sugli scritti d'uomini di motto ingegno .e di molto studio, quali appunto erano, tra gli scrittori che ci rimangono
dell'antichit, quelli che specialmente sono denominati classici>> (Lettera sul Romanticismo).
<<lnnanzi tutto di buon grado confesso che vedendo in tanta decadenza gli studi d'oratoria, e quasi inesistente l'eloquenza
forense, come se gli uomini del nostro tempo avessero perso la nativa parola, pi di una volta ho apertamente dichiarato
che non era possibile ai nostri giorni parlare in modo elegante e variato se non si imitasse un qualche modello, a quel modo
che gli stranieri ignari della lingua non potrebbero percorrere le terre altrui senza una guida, e i bambini nati da poco non
potrebbero camminare so non nella carrozzina o sorretti dalla nutrice. E bench molti siano stati insigni in ogni genere di
eloquenza, io ricordo di avere scelto Marco Tullio come esemplare degno d'essere proposto a tutti gli uomini dotti. lo non
ignoravo che vi sono stati molti eminenti nell'arte oratoria, capaci di raffinare e di arricchire d'eloquenza gli ingegni; ma
vedevo che il consenso di tanti secoli aveva giudicato il solo Cicerone primo fra tutti. E fin da bambino avevo imparato che
conviene sempre scegliere il meglio. Ed anche adesso mi permetterei di sostenere, come tante altre volte, che nessuno
dopo Marco Tullio ha raggiunto la gloria dello stile se non da lui quasi educato e allattato. Era tuttavia viva allora una
particolare imitazione che mentre sdegnava la simiglianza possedeva quel medesimo lucido stile, e tutta era animata da un
proprio vigore; il che dagli uomini del nostro tempo del tutto trascurato o ignorato. Io voglio, caro Poliziano, che la
somiglianza non sia quella della scimmia con l'uomo, ma quella del figlio col padre. La scimmia imita in modo ridicolo
soltanto le deformit e i vizi del corpo in un' immagine deformata; il figlio rende il volto, l'andatura, il portamento..eppure
in tanta somiglianza ha qualcosa di proprio, di naturale, di diverso()C' tuttavia una grande differenza fra il metodo
dell'imitazione e chi non intende irnitare nessuno. Secondo me non solo nell'eloquenza, ma in tutte quante le altre arti e
necessaria l'imitazione. Ogni sapere si fonda su una precedente cognizione>>
Paolo Cortese, Epistola al Poliziano,cit., pp. 905-911.

21. Egemonia e lingua


LORENZO DE MEDICI (1449-1492)

Il concetto espresso da Lorenzo Valla sulla durata della lingua latina, diffusa per effetto dell'Impero, ma sopravvissuta
allImpero, riemerge in prospettiva nelle pagine in cui Lorenzo de' Medici, un politico impegnato nel perseguimento
dell'egemonia politica fiorentina, si difende per aver scelto la lingua della tradizione fiorentina in sonetti che continuano
e innovano quella tradizione poetica. La lingua fiorentina ha dei pregi intrinseci che le provengono dalla sua storia
letteraria, avendo acquisito soprattutto attraverso Dante, Petrarca e Boccaccio l'abilit a trattare di tutti gli argomenti,
scientifici compresi (ed egli insister su temi naturalisticamente psicologici), a raggiungere ogni livello espressivo e ad
ottenere l'armonia, per cui merita di diventar comune al di l del limiti territoriali; ma se la fortuna aiuter Firenze,
l'<<imperio potr rendere la lingua fiorentina necessaria come la romana. A parte l'affermazione precoce di quello che
sar il fiorentinismo' (il principio della superiorit intrinseca del fiorentino), dovuta proprio alla tempra del politico,
importa in queste considerazioni la coscienza dello stretto legame fra lingua e politica che ha avuto un ruolo nella
formazione della stesso concetto moderno di egemonia, oltre alla proposizione di un problema cruciale nella costituzione
delle comunit internazionali, dove l'adozione di una lingua prevalente coinvolge ancor oggi sia i rapporti di forza politica,
sia la qualit, la duttilit e la diffusione di una lingua rispetto alle altre.
[...]ogni bene essere tanto migliore quanta pi comunicabile e universale, come di natura sua quella che si chiama
"sommo bene": perch non sarebbe sommo se non fussi infinito, n alcuna cosa si pu chiamare infinita, se non quella che
comune a tutte le cose. E per non pare che l'essere comune in tutta Italia la nostra materna lingua li tolga dignit, ma
da pensare in fatto la perfezzione o imperfezzione di detta lingua..vera laude della lingua lo essere copiosa e abundante
e atta a exprimere bene il senso e concerto della mente.. la lingua greca pi perfetta che la latina, e la latina pi che la
ebrea[...] L'altra condizione che fa pi excellente una lingua quando in una lingua sono scritte cose subtili e gravi e
necessarie alla vita umana, cos alla mente nostra come alla utilit degli uomini e salute del corpo: come si pu dire della
lingua ebrea per la ineffabile verit della fede nostra; e similmente della lingua greca, contenente molte scienzie
metafisiche, naturali e morali molto necessarie alla umana generazionela lingua abbi fatto l'officio d'instrumento, el
quale buono o reo secondo il fine..Resta un'altra sola condizione che da reputazione alla lingua>>.
Lorenzo de' Medici, Proemio al Comento de' suoi sonetti.

22. Il disagio della citt


LORENZO DE' MEDICI
Prima di costituire un acuto problema di ordine antropologico, economico e sociale, come divenuto nel secolo scorso,
quello della contrapposizione fra citt e campagna stato un motivo poetico di lunga durata, anch'esso variamente e
ciclicamente sollecitato da ragioni politiche e sociali, da situazioni e atteggiamenti spirituali, da opinioni sulla qualit della
vita. Il tema della sofferenza per il trambusto della vita cittadina risale alla poesia antica ed in relazione con lo sviluppo
dell'inurbamento e la crisi del mondo agricolo-pastorale, simbolo della stessa poesia per il fatto di rappresentare il tempo
ed il luogo d'incontro fra creature divine ed umane, oggetto di nostalgica rievocazione. Nell Umanesimo quel tema
riprende vigore ed spesso collegato con la reale trasformazione del mondo cittadino in un centro di affari, di sviluppo
economico, ma anche di affanni e disagi. NellAltercazione di Lorenzo il Magnifico il contrasto fra citt e campagna viene
assunto in funzione di una riflessione etica circa l'incontentabilit umana giacch chi vive in citt sogna la campagna e
chi vive in campagna sogna la citt - e la necessit di spingere il desiderio al di la dei limiti che offre la vita terrena. Ora,
la prospettiva un po' obbligata del platonismo e il carattere retorico dell'esagerata contrapposizione ne fanno un testo
molto datato, ma lelaborazione metaforica e l'assunzione del tema nella cornice filosofica non eliminano, e anzi
ribadiscono, limportanza che lumanesimo attribuiva a quel tema largamente evocato e dibattuto nella letteratura del
pieno e del tardo Rinascimento e riscoperto nel Settecento, nell'Ottocento e nel Novecento. Un'opera risalente agli
stessi anni del poemetto laurenziano e particolarmente fortunata, lArcadia. di Iacopo Sannazaro, nasce anch'essa, senza
pretese filosofiche, come rifiuto della sofferenza cittadina e si svolge ambiguamente come dolorosa e gaudiosa
esperienza dell'esilio in campagna in una lingua volgare che arieggia ad ogni passo il latino: ii ritorno al latino s'incontrer
con il ritorno alla bucolica perfino nel poema religioso (vedi n. 32). Regressione, si direbbe in termini moderni, non
generosi, utilizzati per pascoliano particolarmente vicino alloperazione umanistica. ->Lorenzo de' Medici, De summo bono
(Altercazione), I.

23. Superstizione

GIOVANNI PONTANO (1429-1503)


Lo svergognato costume dei potenti e la connivenza del volgo, l'arrivismo venale, l'incultura presuntuosa sono l'obiettivo
polemico di buona parte dei Dialoghi faceti (Charon, Antonius) di Pontano. Questi sceglie la figura popolaresca di Caronte,
introdotta in un colloquio accanto a quella di Mercurio, il dio che rappresenta la sapienza occulta e rivelata (il nome del dio
era collegato con quello del mitico Ermete Trismegisto, autore di trattati filosofico-religiosi della tarda et ellenistica),
per sbeffeggiare le stoltezze e le malvagit ataviche del mondo. Il nocchiero infernale, cui s'intitolava un dialogo del
greco Luciano, ironizzatore delle tradizioni religiose e delle stupidaggini umane, riprende il carattere burbero e il buon
senso comune che gli attribuiva la tradizione, per dimostrare in forma comica linfondatezza della superstizione, la
cavillosit e l'ignoranza dei filosofi, l'ipocrisia della gente per bene, le inutili illusioni degli uomini fondate sulla favola
della loro superiore natura, e frattanto rivelare con i suoi giudizi - sia pure con una sfumatura scherzosa - quanto sia
importante l'educazione culturale acquisita attraverso la consuetudine con i dotti dai quali per s'imparano talora anche
sciocchezze. Il ricorso a figure mitiche e alla forma dell'apologo sar ancora un vezzo della letteratura, specialmente
sulla scia di Luciano, per alleggerire la satira. Uno di questi obiettivi satirici, quello contro i medici, aveva trovato posto
nella polemica petrarchesca con profonde ragioni che discutevano il naturalismo scolastico, ma diventer topico in senso
serio e faceto. Allo stesso nodo la contraffazione dell'insegnamento grammaticale e lessicale, ispirato agli scherzi
linguistici del teatro plautino con lo sguardo rivolto agli spropositi del sillogismo, ricalca la presunta - quando presunta
elementarit del metodo pedagogico, valida anche ai nostri giorni. Pontano non abbandona quasi mai un tono umoristico e
scanzonato, non privo di stranezze, sia quando mette in evidenza le assurdit, ossia la follia vera degli uomini, per esempio
di coloro che fondano il sapere sui valori nominali, sia quando guarda con una sottile ironia, confrontata con l'apparente
rozzezza di Caronte, il sussiego sapienziale dei giudici infernali, sia quando metter a confronto, alla fine del dialogo, il
sapiente ridanciano e il sapiente pensoso, complementari ed entrambi funzionali a una equilibrata considerazione della
vita.-> Giovanni Pontano, Caronte
<<Merc: I medici: possono uccidere impunemente.
Car. Non punito di morte lomicidio?
Merc: Si, per la legge non solo assolve i medici, ma vuole anche che siano pagati.
Car: Mi pare una legge iniqua>>

24. Un'ipotesi di critica stilistica


GIOVANNI PONTANO
La critica retorica degli umanisti, quando viene condotta come in questa pagina dell' Antonius di Pontano dedicata alla
difesa di Virgilio quale esempio di poesia originale e carica di emozione, ricorda la sensibilit formate della critica
stilistica dei nostri tempi. Il dialogo coinvolge altri accademici come Elisio Calenzio e Andrea Contrario, ai quali Pontano
affida il ricordo di Antonio Panormita lettore attento dei testi, riconoscendo la loro competenza in materia. Il passo che
riportiamo va in effetti ben oltre lanalisi formale, poich mostra come le scelte lessicali di Virgilio, distinguendosi da
quelle di Pindaro rivolte ad altro effetto mediante altra serie di metafore, rispondono ad una sorta di poetica della
meraviglia e con liperbole suscitino l'immaginazione esuberante e l'emotivit, sicch perfino quel che pu sembrare un
abbozzo va interpretato come scelta raffinata, quasi un "non finito", per un effetto straniante. La finezza di lettore
dell'Umanista conduce insomma perfino a rivalutare per la sua completezza espressiva anche quello che un grammatico
poteva considerare, e semmai scusare, come un abbozzo, un lavoro incompiuto. L'exuperantia e ladmiratio sono i
presupposti di una poetica tratta dal seno della retorica e divenuta feconda nel manierismo e nel barocco secentesco,
oltre a toccare un frequente tasto delle poetiche attente all'emozione e all'orrore. La novit pontaniana risiede tuttavia
anche nella qualit del metodo critico, rivolto cogliere il proprio di un poeta, ad entrare nel suo laboratorio, e a spostare il
discorso dalla considerazione del rapporto imitativo fra scrittori, come nel manierismo, al rapporto fra lo scrittore e la
realt di cui abbia diretta esperienza, che il mito estetico sia del barocco, convinto che il poeta penetri nei fenomeni
della natura con le sue metafore, sia del realismo moderno non insensibile allo straniamento metaforico. Nell'Actius poi,
da cui tratto il secondo brano, l'esame degli effetti della variet, fra considerazioni che riguardano legamenti e

contrazioni, iati e pause della metrica e accostamenti vocalici, prelude all'analisi cui Bembo sottoporr i versi volgari di
Petrarca, e all'artificio poetico del tardo Rinascimento. Tutto ci testimonia gi la fortuna che nella nuova retorica
assume l'insegnamento di Ermogene di Tarso, retore del II secolo, autore di un trattato Sulle idee, particolarmente
attento ad un complesso di accorgimenti linguistici al fine di ottenere le varie qualit dello stile, e destinato a divenire fra
Cinque e Seicento un'auctoritas nel campo della critica letteraria e ben al di la dell'et umanistica una guida del gusto
formale. La nuova critica formale, pur nella trasformazione del gusto, trovava una base sicura nei parametri virgiliani (cos
in un notevole, quantunque oscuro, critico napoletano che continua la tradizione pontaniana).
<<Favorino afferm che Virgilio aveva abbozzato versi pi che comporli. Sembra dar la sensazione di scusare il Poeta, pi
che accusarlo..Del resto, non da tutti addurre un giudizio sugli abbozzi, sulle ombreggiature e sullastuzia artistica dei
poeti. Egli poi celebra lastuzia del poeta nelluso delle parole, attraverso cui il lettore riesce ad udire e vedere ci di
cui parla. Alcune parole usate sono: horrificis, interdum, tonat, nubem, turbine piceo (indica limpeto e il colore)>>. >Traduzione da Giovanni Pontano, Antonius,
<<Il ritmo anzitutto diletta e fa crescere la meraviglia. Il suo primo pregio quello di produrre la variet, cui la natura
sembra aver dedicato attenzione prima di tutto. Cosa c di pi squallido che mettere insieme parole con lo stesso
andamento? Con il ritmo, talora sollevando e frenando un suono, o invece affrettando le voci e le sillabe, si ottiene anche
una certa gravit, sia quella che con un nome appropriato si chiama dignit; sebbene entrambe si ottengano anche con
altre arti, queste sono della meraviglia compagne e guide principali. Viene assunto come esempio linizio dellEneide, verso
sonoro, grave e molto ritmico, che non sarebbe ugualmente maestoso con diverse parole come illa e multumque. Perci la
scelta che si chiede al poeta perfino raffinatissima>>.->Traduzione da Giovanni Pontano, Actius, in Dialoghi

25. Fortuna e follia: il rovescio della virt


GIOVANNI PONTANO
La fortuna, protagonista esplicita o implicita di molta letteratura narrativa, assorbe anche molta parte della riflessione
medievale e umanistica, nonostante che la divinizzazione pagana della figura si scontrasse con la concezione cristiana della
provvidenza e dell'ordine della natura. Intesa ora come casualit estrema, ma pi spesso come il complesso delle cause
sconosciute, necessariamente o provvidenziali o solo previste da Dio, degli eventi esterni all'anima e sottratti alla volont
umana, essa poteva rientrare nel quadro dell'etica ed essere considerata ora in conflitto ora in alternativa con la virt,
ora perfino ad essa estranea o soggiacente. Negli ultimi anni di vita (1501), al culmine della bufera politica che investe
l'Italia, dopo aver trattato di astrologia, di virt e fra queste di prudenza, allo stesso tempo in cui meditava sul
capovolgimento dell'ordine morale rappresentato non dal vizio ma dalla disumanit (De immanitate), Pontano scrive tre
libri De fortuna scandalizzando i religiosi e rilanciando il mito laico della fortuna come 'caso' assoluto, indicandola quale
causa irrazionale degli eventi, impeto della natura esterna ed interna all'uomo, sottratta ad ogni ragione di ordine morale
e divino. Nonostante le molte professioni di fede nella mano di Dio comunque presente ai pi alti livelli del mondo celeste,
e nell'eccezionale intervento della volont, anche questa per equiparata talora ad un impulso naturale, il senso dell'opera
decisamente proiettato, pur con tutto il suo linguaggio aristotelico, verso un nuovo concetto di natura, varia, mutevole e
imprevedibile, che richiede un approccio diverso, e dove tuttavia la cautela ricavata da schemi acquisiti pu non avere
alcun effetto pratico. L'identificazione della fortuna con il gioco dei dadi, ossia con il caso assoluto, ha un riscontro nello
studio moderno delle probabilit e nella teoria del caos. A parte l'applicazione politica di questa spregiudicata
concezione, che avr in Guicciardini la sua moderna soluzione storiografica, pagine centrali del trattato pontaniano, dove
si delinea la sconcertante figura dell'uomo fortunato senza alcuna ragione n umana n divina, sono importanti per una
prima rappresentazione del folle come ingegno eccezionale e come poeta, il cui furore riceve la denominazione di divino'
solo perch non si riesce a scoprire la causa.
<<I fortunati. Su costoro la fortuna vigila anche quando dormono, come si dice comunemente. Non sono molti tuttavia,
quantunque tutti desiderino avere la fortuna dalla loro parte. Allo stesso modo sono abbastanza pochi quelli che si danno
da fare per conoscere le cose naturali, quantunque tutti desiderino possedere la scienza della natura.. hanno ricevuto da
parte della natura un sostegno maggiore di coloro che si lasciano andare senza rispondere a questo innato desiderio di
sapere..
Sibille, indovini e poeti: un'analogia. Ne mancano esempi per dimostrare quel che diciamo di esseri fortunati quali gli
indovini, le sibille e i poeti. Anche gli indovini e le Sibille, ne si muovono da s, n sono guidati dalla ragione. Quale capacit

di divinare, infatti, potrebbe esserci in un uomo ignorante, spesso in un uomo di campagna, o anche in una donnetta quasi
rozza e mezza sciocca? Eppure indovinano e presagiscono ii futuro di moltissimi secoli. Che poi gli indovini e le Sibille siano
mossi soltanto da quell'impulso naturale, indipendentemente da ogni ponderazione (...) Omero e Virgilio, due luminari della
poesia in due lingue diverse, entrambi per un simile impulso innato hanno conseguito che,se gli dei stessi volessero cantare
in greco o in latino in versi eroici, non canterebbero con altra voce, n con altro canto, n con altro metro, n con altra
dolcezza, dignit e grandezza se non con quella usata da loro per cantare. Questo spirito naturale, o impulso che dir si
voglia, poich sembra contenere qualcosa di divino, e certamente pi che umano, stato detto sacro. Quell'impulso
dunque, sia che provenga dal cielo, sia dalla natura o da entrambi,Adunque, poich la fortuna natura, e natura priva di
ragione, per il fatto che senza ragione e consiste in un impulso, che non altro se non un moto irrazionale, sembra che la
fortuna debba ricondursi a Dio come alla causa principale di tutte le cose. Ma bisogna stare attenti a che, facendo questo,
noi diamo a Dio la colpa dell'ingiustizia e di una poco retta distribuzione di beni>>
Traduzione da I. I. Pontani De fortuna,in Opera omnia soluta oratione composita, Manuzio, Venezia 1518.

26. Affabilit della conversazione


GIOVANNI PONTANO
Fra le novit introdotte dall'Umanesimo nella civilt moderna, specialmente attraverso l'incremento della consapevolezza
retorica, vi quel modo garbato di discutere le opinioni che evita la durezza e rigidit della logica e l'odiosa scortesia del
diverbio e della rissa. Non che venisse meno l'uso dell'invettiva sin nella polemica politica e culturale, sia nella satira e
nell'epigramma, ma si venne creando uno spazio sempre maggiore per l'incontro verbale improntato a civilt e cortesia. I
dialoghi platonici e in particolare il Convito, le parti introduttive e le pause dei dialoghi morali di Cicerone, le discussioni
riferite da Aulo Gellio nelle Noctes Atticae e da Macrobio nei Saturnales, offrivano modelli di distensione intellettuale. Il
dialogo era anche un modo di dibattere con leggerezza argomenti scientifici. Ma l'Umanesimo svilupp nella forma del
dialogo soprattutto, e nella forma di quel dialogo a distanza che l'epistola, il gusto di quella che modernamente
diventata la 'conversazione', particolarmente coltivata nella corte e nelle accademie cinquecentesche e settecentesche,
fino alla moda pi recente del salotto. Al di la delle molteplici forme sociali di questa fenomeno, vale la pena di tener
presente un momento fondamentale di presa di coscienza di questa necessit civile di adoperare la lingua per l'incontro
cortese e per la ricreazione umana: Pontano dedica un trattato, largamente utilizzato almeno fino a tutto il secolo
successivo (De sermone, 1499) per illustrare, anche can esempi, l'uso della conversazione in quei momenti in cui
particolarmente necessario lo 'spirito' al fine di allentare la tensione con l'umorismo della facezia, e dimostrare
affabilit con il sorriso vari i livelli, mai eccessivi, del comico. I nuovi termini, introdotti proprio da Pontano, sono
soprattutto facetitas (l'arte della facezia) e comitas (l'affabile cortesia), e i loro concetti costituiscono una guida
essenziale del linguaggio medio e brillante.
<<Grandissima forza e autorit del linguaggio. ben noto che nelle citt molto popolose e negli stati piuttosto ampi si
siano procurati una posizione elevatissima e un grandissimo prestigio coloro che si sono distinti particolarmente fra gli
altri per il modo di esprimersi, talch chi eccelleva in quella virt era chiamato `oratore'. Ma noi non parliamo in questo
trattato di quella che si chiama arte oratoria, bens soltanto di quella forma comune di esprimersi di cui gli uomini si
servono nei contatti con gli amici, nelle relazioni di lavoro, nel colloquio giornaliero [.. .]
Origine della denominazione di urbani' e faceti. Certamente gli urbani furono definiti cos perch adoperavano un
linguaggio degno di un cittadino o di chi frequenta l'ambiente della citt, mentre erano pi rustiche sia la vita sia la
maniera di esprimersi degli abitatori dei campi..I faceti' furono inoltre cos definiti per il fatto che nelle riunioni e nelle
conversazioni private, e anche in quelle di carattere intimo e amichevole, parlavano con amabilit incontrando il piacevole
divertimento di chili ascoltava.Era infatti consuetudine nei giorni di festa parlare al popolo affabilmente e allegramente,
e dilettare, durante i giochi che si celebravano in onore delle divinit..Si comportavano in modo gradito verso la
popolazione e i forestieri, ed escogitavano discorsi capaci di indurre ad una spensierata allegria, a buona ragione venivano
definiti `festosi'poich essa richiesta nei momenti di riposo e di sollievo dell'animo.
L'affabile cortesia: E se uno indaga rettamente ed osserva in profondit gli elementi e le funzioni di questa virt, gli
risulter chiaro come essa consista nell'affabile cortesia..laffabilit si adopera comunemente verso tutti e non verso un
numero ristretto di personenon offendere minimamente, e non ci si allontana mai dallonesto e dallutile [...]. Ed proprio

dell'uomo affabilmente cortese rinunciare alla severit, conservare la mitezza, compiacere piuttosto che
contrastare..Questa di cui ora abbiamo parlato e quella accortezza che consiste net rendere onore con le parole per
attirarsi una maggiore simpatia da parte dei soldati: cercare questo compito proprio di questa virt. Non dobbiamo
trascurare neppure quello che Livio dice di Quinto Fabio: iniziata la battaglia con i Sanniti, egli chiam a se il figlio
Massimo e i tribuni Marco e Valerio e, chiamandoli per nome tutti e due li colm, con pari affabilit, di lodi e di
promesseOh disse che non potevano tuttavia passare inosservati gli atti di valore che venivano compiuti
nell'accampamento romano.. per guadagnarsi il favore, per ottenere la benevolenza ricordando he imprese eroiche. E dopo
aver detto "sia gloria al tuo valore"non senza evitare comunque di incorrere talvolta in offese rivolte alle orecchie o al
cuore, tuttavia con riserbo e molta moderazione, pur di giovare, pur di distogliere.
Giovanni Pontano, De sermone, trad. a cura di F. Tateo.

27. Fra dialogo e teatro


GIOVANNI PONTANO
Il rilancio del teatro comico avviene nel Rinascimento con le commedie in volgare di Ludovico Ariosto, che riprendono modi
e temi plautini adattandoli alla societ attuale; ma il recupero, anche linguistico, di Plauto e di Terenzio ( quest'ultimo era
pi frequentato nel Medioevo) era avvenuto nell'umanesimo latino sia ad opera di Poggio, che vi cercava spunti per le sue
facezie e per la ricerca di un linguaggio pia vivo, sia ad opera di Pontano che ricorse ai comici per le facezie incluse nel De
sermone e prima ancora per i suoi dialoghi faceti. Uno di questi dialoghi, composto intorno al 1486 ma pubblicato postumo,
l'Asinus, ha una impostazione scenica che ne fa una vera e propria commedia moderna anteriore all'irrigidimento
classicistico della divisione in atti e della riduzione delle scene e dei personaggi. La mescolanza di personaggi popolari e di
personaggi nobili, il mutamento delle scene, dalla piazza alla villa di Pontano con una parte al di qua e una all'interno del
giardino, perfino l'uso dei lazzi, ripetono la libert della tarda sacra rappresentazione, ma l'argomento autobiografico,
con l'autore che finge di essere impazzito per un asino, di far discorsi ultraseriosi sull'agricoltura e sugli influssi stellari,
e sconci con il contadino, rappresentano una novit assoluta nella tradizione dialogica e comica. Soprattutto l'autoironia,
che Pontano anche teorizzava nel trattare della facezia, e la ricerca di mimesi, in latino, del linguaggio quotidiano con
sospensioni e didascalie, ne fanno un esercizio sperimentale di gusto modernissimo.
Giovanni Pontano, Asinus, a cura di F. Tateo, in Lorenzo Poliziano Sannazaro, Poggio e Pontano, Cit., pp. 687-692,701-702.

28. La spettacolarit
GIOVANNI PONTANO
Le rovine romane, da cui muove la riflessione egli umanisti sulla degenerazione dei tempi e sulla necessit di una
restaurazione della grandezza antica, rimarranno nel gusto pittorico e scenico dell'et moderna come un modo simbolico
per rappresentare la nobilt e la bellezza quale sfondo della vita signorile in contrasto col paesaggio rustico. Pontano fa
rientrare il gusto per la grandezza della realizzazione artistica nella virt della magnificenza, ossia della spesa opportuna
e dignitosa di un uomo di alto rango o provvisto di un ruolo pubblico nel far costruire edifici e allestire feste e spettacoli.
In questi passi del trattato l'umanista ricorda la meraviglia provata a Roma insieme all'amico Gabriele Altilio, in occasione
di una missione diplomatica (1493), nel riconoscere dalle rovine la grandezza, come una delle qualit della bellezza cui
s'ispirava l'architettura romana perfino nella costruzione degli acquedotti e della cloaca. Ma importante il riferimento
ai teatri e agli spettacoli pubblici che andranno sempre rispondendo alla domanda del pubblico moderno. A questo modello
si ispir a Napoli Francesco Laurana nell'ideazione del marmoreo prospetto d'ingresso del Maschio Angioino (1455/58) e
ad esso si conform l'allestimento del Trionfo che Alfonso celebra al suo ingresso a Napoli, narrato in tutti i suoi
particolari scenici da Antonio Panormita (cfr. G. Distaso, Scenografia epica: ii trionfo di Alfonso, epigoni
tassiani,Adriatica, Bari 1999). E tuttavia lo stesso Pontano, come nella poesia conosce il sublime della scienza astrologica
e l'elegia degli affetti familiari, cos nel trattare delle virt, non solo esalta la magnificenza a la magnanimit che
riguardano la vita pubblica dell'uomo di rango, ma rivolge anche l'attenzione alle virt private che implicano la parsimonia,
con un gusto che stato riscoperto in et moderna.

<<Chi dice che la magnificenza sia frutto del danaro, Gabriele Altilio, a mio parere esprime un pensiero giusto e fondato
sulla esperienza reale. Lo dimostrano le opere pubbliche del passato e in primo luogo i porti artificiali, i moli lanciati del
mare e i templi grandiosi degli dei immortali, cosi come anche gli altri edifici, coi quali si e provveduto allutilit degli
uomini e in pi alla loro sicurezza. Hai attraversato con me buona parte .dell'Italia, hai visto porti fatti costruire dai
nostri antenati.hai ammirato bagni coperti da voltee comodissime e lussuosissime; non hai potuto esprimere tutta la tua
ammirazione per i dirupi resi attraversabili, i monti perforati con grande faticaQuando partii per Roma, per andare dal
Sommo Pontetice Innocenzo ottavo assieme a te a comporre la pace col re Ferdinando, fu tanta (Dio buono!) la grandiosit
delle vedute che tu potesti ammirare con la massima attenzione, tanta la bellezza e, per cosi dire, la maest di tante
opere private e pubbliche, da farti pensare che la grandiosit degli edifici avrebbe potuto in certo qual modo gareggiare
con la grandezza dell'Impero. [...] essendo da uomo troppo misurato risparmiare il danaro in queste opere, ed
assolutamente estraneo a lui il pensiero di fare i conti e di risparmiare: non altrimenti le opere potranno riuscire piene di
dignit e di decoro. Anzi bisogna sforzarsi e darsi da fare perche esse suscitino ammirazione in chi le visita e le
contempla. [...] spese..esenti da ingiustizia..opera in un caso che risulti utile e necessario, altrimenti..persona
sconsiderata..unopera se priva di ornamento e meschina, se fatta di materia di basso costo e non garantisce una lunga
durata, non pu certamente essere grande, n per tale deve tenersi. E per quel che riguarda l'ornamento, poich esso pi
d'ogni altra cosa rende valida un'opera, ii superamento della misura costituisce un pregio, giacche vediamo che la stessa
natura si e dedicata in modo mirabile alla bellezza dell'ornamento; ma la stessa cosa non pub apprezzarsi quando si tratti
della grandezza, se doe quest'ultima supera di troppo i limiti, poiche toglie all'opera la sua dignitosa misura e ne accusa 11
committente non meno che l'architetto. [...]bisogna distinguere le opere pubbliche dalle private>>.
Giovanni Pontano, De magnifieentia, in I libri (Idle virtet sociali, a cura di F. Tateo, Bulzoni, Roma 1999, pp. 165-166.

29. Meraviglia della poesia


GIOVANNI PONTANO
Pontano affronta in queste pagine dell'Actius il problema della distinzione della poesia dall'oratoria, riproponendo un tema
antico della retorica, ma trasfigurandone i termini tradizionali in modo da far risaltare l'eccellenza della poesia rispetto
al normale discorso letterario e prefigurare un problema che interesser la riflessione moderna circa la distinzione fra
poesia e prosa. Dal fine pratico dell'oratoria, la persuasione, viene distinto infatti il fine straordinario della fama, intesa
come eternit (l'eterna fama dei Trionfi petrarcheschi e delle Stanze di Poliziano), che equivale ad una sorta di
eccellenza e autonomia dell'arte, in quanto ii poeta non aspirerebbe che alla mera ammirazione (meritata, non
necessariamente ottenuta), senza darsi cura di nascondere i mezzi profusi, ma anzi attento a farli emergere e a
sublimarli, sciogliendoli dalla loro natura retorica e facendone addirittura l'essenza della .scrittura poetica. Su tali
fondamenti la poesia viene distinta anche dall'impegno storiografico, accostato a quello poetico come nella famosa
definizione ciceroniana, opus oratorium, sebbene su un livello minore, e con compiti diversi, come testimonia l'opera di un
altro storico della monarchia aragonese (Bartolomeo Facio), laddove Lorenzo Willa indicava proprio gli ornamenti e le
invenzioni della poesia come la ragione del suo livello minore rispetto alla storia del 'vero'. Perci ladmiratio in quanto fine
'specifico' e allo stesso tempo universale della poesia serba il significato di 'meraviglia' che sar proprio - comunque se
ne calibrer il concetto - delle poetiche successive non ignare a loro volta della tradizione retorica; donde l'irriducibile
problema moderno, variamente risolto, o rimosso, della distinzione fra il discorso poetico e quello prosastico. In questa
parte della trattazione, assegnata ad un interlocutore di spicco quale Azio Sincero, cio Iacopo Sannazaro, Pontano fa
attribuire a se stesso (il noioso 'Vecchio') il merito di quella definizione, interpretando in quel senso (la poesia come
meraviglia divina) le parole della Bucolica virgiliana eris alter ab illo (Virg. Buc. 5, 49), che erano an elogio al cantore per
essere "il secondo" dopo il riconosciuto 'divino' maestro della poesia bucolica. L'evoluzione del concetto di admiratio
verso quello di mervaviglia appunto in relazione con la distinzione della poesia dalla prosa in base al fine, e quindi
all'essenza, alla qualit estetica, non retorica e tecnica, della forma poetica, e alimenter le teorie idealistiche e
neoidealistiche, come quelle mistiche o estetistiche che identificano il poeta col vate: nella trattazione pontaniana,
fondata anche e ancora su argomenti di carattere retorico, si prevede ii riflusso che spesso ii formalismo moderno
segner, quantunque animato da altri presupposti teorici, verso il formalismo tradizionale. In effetti l'admiratiomeraviglia riguardo il genere epico comunque lo stile alto e sublime, e pur recepita in modo vario, sar un elemento di
distinzione della poesia per eccellenza, non solo dalla oratoria e dalla storia ma dalle forme liriche 'minori' come
lepigramma e l'elegia, caratterizzate dal registro moderato. Tuttavia anche questi generi ebbero nell'Umanesimo un

incremento, e conservarono una loro identit fino al Novecento, confluendo anche in forme liriche diverse quali ad es. il
sonetto e la canzone.
<<acceleramenti e rallentamenti..sui versi eroici, cio di alto stile, dalla loro opportuna collocazione e sapiente mescolanza
deriva la dignit che rende pregevole la poesia; se poi a questo si aggiunge la scelta lessicale, la selezione delle sillabe, di
cui ho detto qualcosa, la sapienza nel mescolare parole e sillabe, inoltre la grandezza del pensieri, l'esposizione piacevole e
ponderata della materia a seconda delle circostanze, e in stessa variet artistica del ritmo e quell'abbellimento che non
solo in ogni genere di vita. ma anche in ogni genere di scienza e di ante richiesta dalla stessa natura, per non parlare
dellinvenzione, della disposizione e del criterio di scelta..io per non disconoscer le arti che hanno come fine la sola
persuasione. Per parte mia..mi adopero perch la mia poesia appaoa anche come oggetto di meraviglia. Bramo che nel mio
lavoro si veda la poesia e lapplicazione delle mie fatiche e vuole essere il primo che si dedica a questo lavoro>>.
Traduzione da Giovanni Pontano, Actius, in Dialoghi.

30. Lo strumento dell' esperienza


LEONARDO DA VINCI (1452-1519)
Il trattato della Pittura, in cui Leonardo confronta con larte figurativa quella letteraria e attribuisce alla prima una
superiore capacit di conoscenza e di espressione, il segno del suo ingegno moderno, non tanto perch contribuisce, dopo
il grande apporto dato da Leon Battista Alberti all'emancipazione delle arti meccaniche, ad avviare con riflessioni
teoriche l'arte pittorica verso quella sorta di egemonia che essa conquister fra le arti nella civilt del Rinascimento, ma
perch in maniera esplicita assegna allo strumento della figurazione, l'occhio, il primato nella conoscenza del reale. Non
la prima volta che l'organo della vista viene anteposto alle altre forme di conoscenza: gi la contemplazione', considerata
superiore alla pratica del fare e della scrivere, era considerata nell'estetica medievale atto della vista, vista metaforica
oppure onirica, ma certamente collegata con il senso visivo, esaltato per la sua immaterialit al di sopra degli altri sensi.
Ma Leonardo, collegando l'occhio alla pittura concretamente intesa come disegno e colore, come strumento di
rappresentazione delle cose nella loro effettiva consistenza corporea, raccoglie intorno all'analisi delle capacit
conoscitive dell'occhio tutta la scienza del mondo naturale. Il paragone con le lettere, favorevole alla pittura anche
quand'egli riconosce alla pittura gli stessi pregi espressivi delle lettere, ricalca la sua provocatoria e metaforica
autodefinizione di uomo senza lettere, che significa non formato alla maniera tipica dell'umanista, e mira soprattutto a
privilegiare la conoscenza intuitiva rispetto a quella che richiede il tempo della descrizione e della penetrazione filosofica.
I segni e i colori rappresentano, se visti con occhio acuto, l'oggetto naturale pi di qualunque descrizione e ragionamento.
Si avvia in tal modo sia l'uso della figurazione nel campo della meccanica, sia l'uso dell' illustrazione come compagna della
scrittura, non al fine semplicemente esornativo, ma di approfondimento e arricchimento interpretativo, come in molte
esperienze pittoriche e tipografiche degli ultimi secoli.
<<1. Se la pittura scienza o no. Nessuna umana investigazione si pu dimanare vera scienza, se essa non passa per le
matematiche dimostrazioni; e se tu dirai che le scienze, che principiano e finiscono nella mente, abbiano verit, questo non
si concede, ma si nega per molte ragioni; e prima, che in tali discorsi mentali non accade esperienza, senza la quale nulla da
di se certezza.
3. Quale scienza e pi utile, ed in che consiste la sua utilit. Quella scienza pi utile della quale il frutto pi
comunicabile, e cos per contrario meno utile quella che meno comunicabile. La pittura ha il suo fine comunicabile a tutte
le generazioni dell'universo, perch il suo fine subietto della virt visiva, e non passa per l'orecchio al senso comune col
medesimo modo che vi passa per il vedere. Adunque questa non ha bisogno d'interpreti di diverse lingue, come hanno le
lettere, e subito ha satisfatto all'umana specie, non altrimenti che si facciano le cose prodotte dalla natura. E non che alla
specie umana, ma agli altri animali, come si e manifestato in una pittura imitata da un padre di famiglia, alla quale facean
carezze i piccioli figliuoli, che ancora erano nelle fasce, e similmente il cane e la gatta della medesima casa, ch'era cosa
maravigliosa a considerare tale spettacolo.
La pittura rappresenta al senso con pi verit e certezza le opere di natura, che non fanno le parole o le lettere, ma he
lettere rappresentano con pi verit le parole al senso, che non fa la pittura. Ma dicemmo essere pi mirabile quella

scienza che rappresenta le opere di natura, che quella che rappresenta le opere dell'operatore, cio le opere degli uomini,
che sono le parole, come la poesia, e simili, che passano per la umana lingua.
5. Come la pittura abbraccia tutte le superficie de' corpi, ed in quelli si estende. Chi biasima la pittura, biasima la natura,
perch le opere del pittore rappresentano le opere di essa natura, e per questo il detto biasimatore ha carestia di
sentimento. Si prova la pittura esser filosofia perch essa tratta del moto de' corpi nella prontitudine delle loro azioni, e
la filosofia ancora lei si estende nel moto. Tutte le scienze che finiscono in parole hanno si presto morte come vita,
eccetto la sua parte manuale, che lo scrivere, ch'e parte meccanica.
9. Come il pittore e signore d'ogni sorta di genie e di tutte le cose. Il pittore padrone di tutte le cose che possono
cadere in pensiero all'uomo, perciocch s'egli ha desiderio di vedere bellezze che lo innamorino, egli signore di
generarle, e se vuol vedere cose mostruose che spaventino,ei n signore e creatore. E se vuol generare siti deserti,
luoghi ombrosi o freschi ne' tempi caldi, esso li figura, e cos luoghi caldi ne' tempi freddi. Se vuol valli.. gli alti monti, o
dagli alti monti le basse valli e spiaggie. Ed in effetto ci che nell'universo per essenza, presenza o immaginazione, esso
lo ha prima nella mente, e poi nelle mani, e quelle sono di tanta eccellenza, che in pari tempo generano una proporzionata
armonia in un solo sguardo qual fanno le cose.
10. Del poeta e del pittore. La pittura serve a pi degno senso che la poesia, e fa con pi verit le figure delle opere di
natura che il poeta, e sono molto pi degne le opere di natura che le parole, che sono opere del l'uomo; la natura va da Dio.
pi degna cosa imitare la natura che imitare i fatti e le parole degli uomini. Il poeta superato con potenza dal pittore..
ma se vuoi vestirti delle altrui scienze separate da essa poesia, elle non sono tue,.. ti trasmuti, e non sei pi quello di che
qui si parla..Si muovono i popoli con infervorati voti a ricercare i simulacri degl'iddii; e non a vedere le opere de' poeti,
che con parole figurino i medesimi iddii. Con questa s'ingannano gli animali.
18.

Differenza infra poesia e pittura. La pittura immediate ti si rappresenta con quella dimostrazione per la quale il

suo fattore l'ha generata, e da quel piacere al senso massimo, qual dare possa alcuna cosa creata dalla natura. Ed in
questo caso il poeta, che manda le medesime cose comun senso per la via dell'udito, minor senso, non da all'occhio altro
piacere che se uno sentisse raccontare una cosa. Or vedi che differenza e dall'udir raccontare. una cosa che dia piacere
all'occhio con lunghezza di tempo, o vederla con quella prestezza che si vedono le cose natural!Per le opere lette e
ascoltate bisogna fare commenti, ma l'opera del pittore immediate compresa da' suoi risguardatori.
19.

Della differenza ed ancora similitudine che ha la pittura con la poesia. La pittura ti rappresenta in un subito la

sua essenza nella virt visiva, e per il proprio mezzo, d'onde la impressiva riceve gli obietti naturali, ed ancora nel
medesimo tempo, nel quale si compone l'armonica proporzionalit delle parti che compongono il tutto, che contenta il
senso; e la poesia riferisce il medesimo, ma con mezzo meno degno dell'occhio..pi confusamente.
20. Dell'occhio. L'occhio, dal quale la bellezza dell'universo specchiata dai contemplanti, e di tanta eccellenza, che chi
consente alla sua perdita, si priva della rappresentazione di tutte le opere della natura, per la veduta delle quali l'anima
sta contenta nelle umane carceri. mediante gli occhi, per i quali essa anima si rappresenta tutte le vane case di natura. Ma
chi li perde fascia essa anima in una oscura prigione..non c nessuno che non volesse piuttosto perdere l'udito e l'odorato
che l'occhio..perderela bellezza del mondo.
Leonardo. Trattato della Pittura.

31. Felicit dei primitivi


ANTONIO DE FERRARO GALATE0 (1446/48-1517)
L'approccio 'morale' degli Umanisti a questioni di ordine schiettamente fisico e antropologico pu essere letto
tradizionalmente come limite della scientificit della loro riflessione, mentre pu essere un antidoto moderno
all'atteggiamento meramente positivistico o tecnologico imperanti, e un richiamo alla considerazione 'civile' della societ,
pi volte richiamata attraverso i secoli. L'epistola inviata a Jacopo Sannazaro poco dopo la scoperta del Nuovo Mondo da
Antonio Galateo, umanista e naturalista salentino che aveva studiato a Padova e soggiornato nell'ambiente aragonese di
Napoli, il documento eccezionale di una discussione avvenuta a corte, la corte aragonese di Napoli, sul problema
geologico della formazione e trasformazione delle terre e dei mari (il moderno interesse scientifico del Galateo, che lo

conduce a far confluire insieme ricerca geologica, antropologica). Gi in questa questione, pur discussa con gli strumenti
conoscitivi e metodologici di allora, si delineano due tesi che si fronteggeranno sino ai giorni nostri fra sostenitori del
catastrofismo' e sostenitori della lenta trasformazione della crosta terrestre, con importanti accenni al principio del
"nulla si crea e nulla si distrugge" e critiche alla presunzione di conoscere al di la dell'esperienza e della documentazione.
Quel che colpisce di pi, invece, proprio la risoluta risposta, apparentemente conservatrice, all'invasione europea delle
nuove terre, che rifiuta l'interpretazione celebrativa superficiale del Mito di Ulisse, e guarda alla conquista del Nuovo
Mondo con occhio disincantato, rilanciando con esuberanza retorica in satira ben nota contro i costumi, ma prefigurando
sostanzialmente la critica illuministica fondata sul mito del "buon selvaggio," che Leopardi sintetizzer liricamente
concludendo linno ai Patriarchi o dei principii genere umano. L'umore polemico del Galatea rappresenta una sorta di
coscienza critica dell'Umanesimo, quando pensiamo al suo rifiuto esplicito e vivace del ciceronianismo ad oltranza, e quindi
alla propensione a rompere lequilibro fra res e verba in favore delle 'cose' , a utilizzare cio il famoso principio etico
agostiniano, che sia meglio peccare nelle parole che nella vita morale, verbis quam moribus, nel senso di dover trascurare
l'eleganza per il discorso chiaro, priva di fronzoli e scientificamente proprio, cui corrisponde la critica, ugualmente vivace
e quasi solitaria, rivolta all'operazione di uniformare i dialetti alla unit e bellezza di una lingua egemonica come il toscano.
La polemica contra la degenerazione dei costumi, inoltre, raggiunge toni di particolare gravit nei confronti delle autorit
ecclesiastiche, da essere paragonati a quelli, insoliti fra gli umanisti italiani, dei campioni della Riforma protestante.
[...1 Se vero quello the raccontano, quante popolazioni, quante citta bisogna pensare che siano state distrutte da una
sola rovina, da un solo diluvio? Ma mi sia concesso, caro Azio, di parlare con te senza che altre persone ci ascoltino... Che
cosa facciamo qui? Che vita trasciniamo fra tanti disastri?.. Evviva il valore di questi uomini, non solo assai degni di essere
ricordati, ma meritevoli della gratitudine nostra e dei posteri, perch hanno osato affidarsi all'ignoto ed infinito mare,
perch hanno osato penetrare in quel non so che sconfinato e vuoto regno della naturale. Ci hanno insegnato che non c'
luogo dove manchino uomini, tanta cura ha avuto la madre natura di tutti noi. . Ma non so se sia andata bene alle
popolazioni che avete scoperte. Popolazioni veramente fortunate, e, come dice Orazio, isole beate, contente di quel che
avevano, esistettero nell'et dell'oro. Temo che, mentre vi illudete di conclude ad una vita pi civile, mentre vi
preoccupate di portare loro leggi e altre cose senza le quali la vita sarebbe pi felice, introduciate anche i nostri vizi, le
tirannidi, gli onori, le cariche pubbliche, le ambizioni..la magia, le pozioni, veleni.. E non mancher in un popolo cosi
numeroso qualcuno, cui la natura ha infuso un lume d'ingegno (poich uomini sono), che si accorga come da fuori non
provenga tanto la civilt quanto la depravazione, e che compiangendo la gente dica: <<Felice, ah troppo felice, se nemmeno
le sponde della nostra terra avessero mai navi straniere toccato>.->Antonio De Ferrariis Galateo, Epistole.

32. Regressione bucolica e pacifismo


IACOPO SANNAZARO (1455/56-1530)
Ancor oggi per rappresentare la pace si ricorre a immagini simboliche della vita quotidiana raccolta, non scossa da eventi
improvvisi e grandi, ma allietata dalla festa e dal gioco, e della vita campestre. In particolare la ripresa, all'alba del
Novecento, di una poesia ispirata alla semplicit e genuinit della fanciullezza e della memoria infantile, ha fatto parlare
di regressione' La simbologia del mondo bucolico come mondo pacifico anteriore alla turbolenza cittadina un motivo
ricorrente della letteratura umanistica, dove esso a ragion valuta rappresenta la nascita stessa della poesia. Il
Quattrocento vede infatti la rinascita del genere bucolico nella doppia figura dell'hortus conclusus e della spazioso
paesaggio naturale. Ma il genere bucolico si collegava anche alla favola mitologica: significativo, per gli stessi sviluppi
posteriori del genere, la presenza notevole del mondo bucolico nel teatro. Il Sannazaro si dedica allArcadia, libro non
privo di scenografia teatrale e di figurativit mitologica, ma dove il richiamo quotidiano della vita semplice, persino
infantile, dei pastori, le opere e I giorni, talora interrotto dalla festa e dal gioco, e l'inconsapevole felicit del gregge
rappresentano simbolicamente un'oasi di tranquillit e un aspetto della poesia autentica, vissuta fra i dolori
dell'esistenza. Ma l' Umanesimo ereditava dall'antichit l'idea della pace augustea e dalla tradizione cristiana la saldatura
fra la pace augustea e quella della Redenzione che si compie originariamente in una scena pastorale. Sannazaro, che
sperimenta nell'et giovanile, come tutta la generazione, i rivolgimenti bellici che inducono le speranze escatologiche di
fine secolo, e nella maturit le attese ireniche della Renovatio cristiana, colleg strettamente l'uno e l'altro mito nelle
sue esperienze letterarie apparentemente diverse, passando dal romanzo bucolico in volgare al poema epico-religioso in

latino sul Parto della Vergine. Infatti, nel narrare la storia cristiana, canta (II 116-234) il mito della pace ricordando
l'evento storico pagano del censimento di Augusto, che i Vangeli collegano al viaggio di Giuseppe e Maria e che diventa il
simbolo della confluenza nell'Impero di tutti i popoli della terra, diversi ma accomunati da un identico spirito di
convivenza come auspicio di pace (si riporta qui un brano iniziale nella traduzione in versi italiani di Giovanni Bartolomeo
Casaregi, che testimonia oltre tutto, in ambiente arcadico, la persistenza del bilinguismo umanistico). Nel nome della pace
Redenzione e Rinascita s'incontrano in una prospettiva globale che fa pensare ai modi non limitatamente rituali con cui
Manzoni canter, dando al motivo cristiano un senso universale, la Pentecoste che unisce in un solo ideale di pace fedeli e
infedeli. Questa convergenza di fondo che alimenta il pi consapevole pacifismo attuale, in nome di un valore comune come
la pace, e in nome di una solidariet e religiosit nuove, non confessionali, agendo al di l del pi vistoso conflitto fra
religioni diverse e fra religione e laicismo, ha la sua genesi proprio in quell'atteggiamento umanistico, riflesso nel mito
classico, punto di riferimento ideologico della tolleranza' , che sopravviver sia allo spirito confessionale e
controriformistico, sia a quello anticlericale. Il risvolto filosofico di questo atteggiamento fu la docta religio di Marsilio
Ficino (De doctrina christiana), una sorta di religione della cultura che accomuna tutte le fedi.
Era gia per lo tramontAre del sole tutto i'occidente sparso di mile varieth di nuvoli, quali violati, quali cerulei, alcuni
sanguigni, altri tra giallo e nero, e tali si rilucenti per la ripercussione de' raggi, che di forbito e finissimo oro pareano.
Per the essendosi le pasto-relle di pan i consentimento levate da sedere intorno a la chiara fontana, i duo amanti pusero
fine a le loro canzoni. Le quail sl come con maraviglioso silenzio erano state da tutti udite, cosi con grandissima
ammirazione furono da ciascuno eguabnente comendate, e massi-mamente da Selvaggio. il quale non sapendo discernere
quale fusse stato pi prossimo a la vittoria, arnboduo giudico degni di somma lode; al cui giudicio tutti consentemmo di
commune parere. E senza poterli pi 6 comendare the comendati ne gli avessemo, parendo a ciascuno tempo di dovere omai
ritornare verso la nostra villa, con passo lentissimo, molto degli avuti.piaceri ragionando, in camino ne mettemmo.
Jacopo Sannazaro, Arcadia e Iacopo Sannazaro, De partu virginis.

33. Incertezze della politica


NICCOL MACHIAVELLI (1469-1427)
indubbio che fra tutti gli umanisti quello considerato generalmente come il pi attuale l'autore del Principe per lo
spregiudicato realismo che ispira la sua riflessione politica, segno di un definitivo distacco dalla tradizione della
trattatistica politica fondata su principii morali e sul rispetto sacrale delle istituzioni. Ma in sostanza anche
l'antimachiavellismo ha dovuto fare i conti, nei secoli, con l'offensiva machiavelliana contro le immagini ideali di governo e
con il richiamo alla realt effettuale, ossia ai modelli storici dai quali trarre le regole del successo politico. L'esperienza
di regimi che hanno messo in pratica senza infingimenti e con sistematica consapevolezza, ma anche senza moderazione, il
principio della slealt e della violenza come metodo per costruire e mantenere lo stato, e il sopravvivere del materialismo
storico diretto a fondare la lotta politica su meri rapporti di forze, sia pure con obiettivi sociali, hanno rilanciato
modernamente la dottrina di Machiavelli e favorito lo studio critico e approfondito del suo messaggio con esiti diversi.
Fra le molte, preziose indagini rivolte a definire l'originalit dell'autore del Principe di fronte alle dottrine politiche del
passato e soprattutto del recente passato umanistico (cfr. D. Canfora), a segnalarvi le eventuali anticipazioni, ma
specialmente a penetrare nella formazione e nelle ragioni della dottrina machiavelliana, a valutare la fortuna e sfortuna di
quest'ultima, va tenuta soprattutto presente in questa sede l'eredit problematica lasciata do quell'opera straordinaria.
Il fatto pi umanisticamente significativo non sono tanto, infatti, la concezione naturalistica dell'uomo, il pragmatismo e
l'orizzonte esclusivamente politico e civile, il ricorso all'esempio storico, l'intuizione della necessit di uno stato grande,
forte e coeso, quanta la difficolt di sostenere fino in fondo con tanta risoluta certezza l'idea della virt del Principe in
un contesto condizionato dall'inspiegabile fortuna. Perci vanno raffrontati due passi che si riferiscono alla celebrazione
di un principe quasi perfetto perch calcolatore, se un suo errore ed un evento inatteso non avessero vanificato il suo
successo (Cesare Borgia), e al ricordo indispettito, e quasi imbarazzato, di un principe impetuoso (Giulio II), pervenuto al
successo nonostante la sua imprudenza, solo perch i tempi avevano per caso corrisposto alla sua indole. Ma la conclusione
sulla convergenza fra l'esito felice e l'agire impetuoso ed irrazionale richiama ii trattato pontaniano sulla fortuna (vedi
qui n.25) e la sua impostazione che identifica il caso con la natura irrazionale.
Niccol Machiavelli, Il principe, VII, XXV.

34. Critica della Provvidenza


FRANCESCO GUICCIARDINI (1483-1540)
Il motivo ricorrente della 'provvidenza' Si affievolisce nell'et umanistica e scompare se non come rara e metaforica
alternativa alla 'fortuna' nei secoli successivi, e lo stesso motivo ricorrente della fortuna' diventa sempre pi sinonimo di
complesso inestricabile di influssi stellari, di "situazione politica" determinata da tali e tanti fattori da impedire la
previsione e perfino la spiegazione. Con la 'Storia dItalia Francesco Guicciardini certamente contribuisce a questa
trasformazione, ma nel racconto della morte di papa Alessandro VI (1503) la sua concezione immanente degli eventi umani
espressa in termini talmente vigorosi da non lasciar dubbi sullo scetticismo del narratore, nonostante certe residue
considerazioni sulla imperscrutabilit del volere divino, che servono piuttosto a confondere quei presuntuosi i quali
credono di giustificare i mali occorsi all'uomo come segno della volont divina. Anzi lo storico rasenta l'empiet quando
constata il successo sempre ottenuto da chi avrebbe dovuto essere ostacolato da Dio, e non accenna minimamente ad una
giustizia punitrice, ma tiene ad attribuire la morte del Papa, pur cos gradita e giusta, ad un mero accidente. Cos la
fortuna gi s'identifica con la moderna considerazione della complessit delle cause, di fronte alle quali il politico, non
potendo dominare gli eventi n condizionarli, non pu far altro che adattarsi alle circostanze per evitare il peggio o trarre
un minimo vantaggio adoperando la `discrezione'. Questo atteggiamento ha fatto definire in un altro modo l'eredita
moderna dell'umanesimo di Guicciardini, gi assunto quale esempio di fiacchezza morale (Francesco De Sanctis), di
vocazione all'accomodamento politico, esempio di mancanza di volont attiva, di virt. Ma in effetti Guicciardini addita
con il suo atteggiamento essenzialmente critico un realismo diverso da quello paradossalmente caratterizzato da risvolti
utopici, di Machiavelli, sicch possono considerarsi entrambi alternativamente o dialetticamente proiettati nella teoria e
nella prassi politica moderna.
Valentino avvelena Adriano cardinale di Corneto (papa Alessandro VI?), fingendo di bere lui stesso e salvandosi forse la
vita con un potente antidoto->Francesco Guicciardini, Storia d'Italia.

35. La casta
ERASMO DA ROTTERDAM (1466/69-1536)
Al giorni nostri, che hanno visto non solo l'applicazione diffusa, ma perfino la teorizzazione del riso, del capovolgimento,
della maschera quali forme alternative di espressione, un libro come l'Elogio della pazzia (Encomium Morias, 1511), in cui
Erasmo rappresenta, in un modo che fu a quei tempi sconcertante, i mali del mondo ma non sempre rivelando con chiarezza
se la follia fosse in quei mali o nella loro rivelazione, rimane un classico della libert di parola sospesa fra la finzione, la
satira e la denuncia. Il libro ha alimentato per secoli l'atteggiamento critico nei confronti di ogni tipo di controriforma e
di conformismo, di intolleranza e di oppressione della libert di coscienza. In una parte riservata alla frequente disonest
pubblica e immoralit privata dell' uomo di governo, sembra di vedere quella che stata definita come la casta dei politici,
inconsapevoli degli obblighi che competono loro, ma capaci di assumere in maschera che li rende popolari. Particolarmente
sottile e in raffigurazione del principe come un attore inchiodato alla sua maschera, che tutto fa fuorch quello che
dovrebbe fare, raggiungendo tuttavia il successo: pazzia sua, pazzia del popolo che l segue, pazzia di chi riesce a
scoprirne il volto. E il culmine di una secolare denuncia condotta con un tono bizzarro e brillante, ma divenuta fondamento
di umori antichiesastici e libertari anche recenti
<<Se uno tentasse di strappare la maschera agli attori che sulla scena rappresentano un dramma, mostrando nuda agli
spettatori in loro faccia autentica, forse che costui non rovinerebbe lo spettacolo meritando di esser preso da tutti a
sassate e cacciato dal teatro come un forsennato? Di colpo tutto muterebbe aspetto: al posto di una donna, un uomo; al
posto di un giovane, un vecchioMa dissipare l'illusione significa togliere senso all'intero dramma. A tenere avvinti gli
sguardi degli spettatori proprio la finzioneL'intera vita umana non altro che uno spettacolo in cui, chi con una
maschera, chi con un'altra, ovunque recita la propria parte finch ad un cenno del capocomico, abbandona la scena. Costui,
tuttavia, spesso lo fa recitare in parti diverse..Nulla di pi stolto di una saggezza intempestiva; nulla di pi fuori posto del
buon senso alla rovescia. Agisce appunto contro il buon senso chi non sa adattarsi al presente, chi non adotta gli usi
correnti, e dimentica persino la regola conviviale: o bevi o te ne vai concesso in sorte, fare buon viso all'andazzo
generale e partecipare di buon grado alle umane debolezze. Ma, dicono, proprio questo follia....Chi assume il potere
supremo deve occuparsi degli affari pubblici, non dei propri interessi; deve pensare esclusivamente alla pubblica utilit;
non deve scostarsi neanche di un pollice dalle leggi, di cui autore ed esecutore..Ma se il principe, con la posizione che

occupa, Si scosta appena dalla retta via, subito la corruzione si diffonde contaminando moltissimi uomini.. Se, dico, il
principe riflettesse a queste cose e a moltissime altre del genere - e ci rifletterebbe se avesse senno - non dormirebbe,
credo, sonni tranquilli, ne riuscirebbe a gustare il cibo>>.->Erasmo da Rotterdam, Elogio alla follia.

36. Come imporre le tasse


ERASMO DA ROTTERDAM
Certamente una delle prove pi difficili di un governo, nel mondo moderno, quello di reggere le spese pubbliche
attraverso il contributo del cittadini, ma riuscendo a conservarne il consenso. Prelevare danaro dalle tasche dei
contribuenti diventata anche una volgare espressione per definire ii cattivo governo degli avversari, come appellarsi alla
solidariet costituisce un'utile forma propagandistica per ricorrere alla tassazione evitando ii suo aspetto pi odioso.
Erasmo riconosce gi, in questo capitolo del trattato sull'educazione dell'ottimo principe, identificato con quello che
applica le norme cristiane dell'equit e della beneficenza, tulle le precauzioni necessarie ad evitare la ribellione popolare
oltre che la punizione divina. La materia viene giustamente trattata come un'antica questione, ma viene attentamente
svolta con lo sguardo rivolto anche alla giustificazione dell' utile privato o statale, nel quadro pero di un'etica cristiana,
intesa come generalmente 'umana', del principe. La risposta a quesiti come quello se sia meglio che il politico sia amato o
temuto, se debba preoccuparsi del prossimo o solo delle sue mire, la gloria o il vantaggio economico, se debba privilegiare
lo staff che lo sostiene a il pi vasto pubblico, quesiti di sempre, data con quella buona dose di prudenza che fa
coincidere l'utilit con l'onest, e che compare alle origini stesse della teoria intesa ad arginare la provocazione
machiavelliana. Eppure la posizione umanistica di Erasmo lungimirante, perch egli consapevole della contraddizione
che nell'et moderna si riacuisce fra la necessit dell'utile e la volont dell'onesto.
<<Se si leggono le storie degli antichi, Si scoprir che la maggior parte delle rivolte sono state dovute a imposte inique.
Perci il buon principe deve fare di tutto per non scatenare lira della plebe con tasse esagerateCi sono stati molti
principi pagani che dalle azioni ben condotte a vantaggio dello stato non hanno riportato alcunch, se non la gloria, nelle
proprie dimore. Un paio di loro, come Fabio Massimo e Antonino Pio, si disinteressarono persino della gloria conquistata sul
campo . Ancor pi dunque converr a un principe cristiano esser pago della consapevolezza del bene compiutoalcuni
cortigiani..altri non fanno se non inventarsi nuovi pretesti per mungere il popolo..ritengono di fare davvero gli interessi del
principe. Ebbene, chi di ascolto a loro, sappia di essere quanto mai distante dal titolo e dal concetto stesso di buon
principe. Semmai lo sforzo e l'impegno deve essere quello di richiedere al popolo il meno possibile..Se tuttavia si necessita
impone di richiedere qualcosa al popolo, allora il buon principe dovr preoccuparsi di farlo in modo che ai pi umili quasi
non ne giungano le conseguenzecostringere i meno abbienti alla fame e all'indigenza non solo disumano, ma anche
pericoloso>>. -> Erasmo da Rotterdam, Institutio principi christiani.

37. II piacere della parola


PIETRO BEMBO (1470-1547)
Edonismo = dottrina che pone il piacere, comunque inteso, a nome e fine della vita.
L'edonismo nel costume e nell'arte fra le conquiste moderne del laicismo scaturito dalla polemica umanistica contro il
moralismo monastico. Il gusto mondano si riflette nella critica letteraria, che si fa autonoma rispetto alle norme religiose
mediante quella che si potrebbe considerare una nuova religione, l'osservanza della grazia e della `vaghezza' fin nell'uso
della parola. Retorica e poetica, mirando a far penetrare nell'animo i concetti attraverso la persuasione, prediligono la
scelta di un eloquio dolce e cattivante, e richiedono una nuova norma, non rigida come il precetto scolastico, ma passibile
di perfezionamento, e soprattutto assunta attraverso l'esperienza della scrittura e di sensi quali l'udito nel caso delle
lettere e della musica, e la vista nel campo dell'arte figurativa. E come Cicerone veniva letto per rintracciarvi i segreti
della grazia espressiva della prosa latina, Petrarca veniva letto per conoscere e valutare i segreti della lingua poetica,
Pietro Bembo nelle Prose della volgar lingua esamina Boccaccio per ricavarne modelli di prosa e soprattutto Petrarca per
ricavarne modelli di versificazione, ma discutendo, come nel caso seguente, anche mediante una vera e propria "critica
delle varianti d'autore" quale si affermer ai nostri giorni nella pratica della stilistica. Inoltre, analogamente alla critica
stilistica, Bembo offre un esempio di considerazione della qualit delle parole come si trattasse di oggetti corposi da
valutare con i sensi, per cui usa una serie di straordinarie metafore critiche, in parte tattili in parte visive, instaurando un
importante scambio lessicale fra critica letteraria e critica d'arte, che si approfondir nei secoli. La sottile analisi dei
primi versi del Canzoniere petrarchesco ricorda quella altrettanto impegnata stilisticamente che Pontano fa del primo

verso dell'Eneide (brano 24). Del resto le Prose sono una trasposizione nel registro volgare della critica retorica e
metrica applicata al massimo poeta latino nell'Actius.
<<Molte altre parti possono le voci avere, che scemano loro grazia o dense e riserrate; pingui, aride; morbide, ruvide;
mutole, strepitanti; e tarde e ratte, et impedite e sdrucciolose, e quando vecchie oltra modo, e quando nuove. Da questi
difetti adunque, e da' simili, chi pi si guarder, a buoni avertimenti dando maggiore opera, colui si potr dire che nello
scegliere delle vocimiglior compositore scegliere si fa, una voce semplicemente con un'altra voce, o con due le pi volte
comparando; dove, a dispor bene, non solamente bisogna una voce spesse fiate comparare a molte voci, anzi molte guise di
voci ancora con molte altre guise di voci comporre e agguagliare fa mestiero il pi delle voile. Dico adunque, che si come
sogliono i maestri delle navi, che vedute potete avere in pi parti di questa citta fabricarsi, i quali tre case fanno
principali; perci che primieramente risguardano quale legno, o quale ferro, o quale fune, a quale legno a ferro o fune
compongano>> ->Petro Bembo, prose della volgar lingua.

38.Il rovescio della sapienza


LUDOVICO ARIOSTO (1474-1533)
S'ebbene l'antichit avesse trasmesso con I'Hercules furens di Seneca il modello di una follia toccata ad un uomo
superiore, simbolo di virt e di sapienza, la scelta ariostesca di intitolare ad un campione della cristianit un poema
incentrato sull'amore che provoca il furore risponde all'uso umanistico di esaltare i valori positivi con lo sguardo rivolto al
loro limite e al loro capovolgimento. La seriet richiama facezia, che il suo contrario, la virt richiama la fortuna,
lumanit il piacere, che sono il suo limite e il suo contrario, La sapienza richiama la stoltezza e la follia. l'ironia che
opera questo capovolgimento e che ha in Boccaccio, alle soglie dell'Umanesimo, un maestro con la sua rappresentazione
dell'amore come piacere, della fortuna come alternativa alla virt, e della beffa come contraffazione dell'intelligenza. Su
questa linea troviamo, al culmine dell'Umanesimo, l'innamoramento di Orlando narrato da Boiardo ancora in un registro
romanzesco al limite e oltre limite del divertimento, e la follia d'amore di Orlando, il quale si sente tradito e abbandona
come Achille il suo compito di guerriero trasferendo la sua forza sublime in una furia sublime e in un modello di graduale
perversione psichica (l'episodio comincia con lo sforzo che fa Orlando di non credere alle scritte che testimoniano
l'amore di Angelica e Medoro e gradualmente descrive l'esasperazione montante del paladino). Nel frattempo la cultura
umanistica aveva conosciuto la considerazione, ironica e non ironica (si vedano Pontano ed Erasmo), della follia come forma
di liberazione dai limiti della comune umanit, e quindi anche identificabile con quella irrazionalit che conduce alla
divinazione, alla poesia, e che alimenta la passione e l'amore. L'irrazionalit non come annullamento della ragione, ma come
altro dalla ragione, che pu far parte della vita, anzi fa parte della vita comune al di la del caso eccezionale ed eroico
narrato nel poema, come Ariosto confessa nelle stanze autobiografiche che commentano l'episodio della furia di Orlando,
rappresentata nella forma iperbolica degli effetti della follia , che porta la tragedia a confinare con la commedia.

39. Un viaggio interplanetario


LUDOVICO ARIOSTO
Ariosto sceglie Astolfo, il paladino bizzarro, poco saggio ma intraprendente e fortunato, per riportare dalla luna, dove era
finito con tutte le cose che si perdono sulla terra, il senno di Orlando. La traversata a volo, prima sulla cima del monte pi
alto e pi vicino al mondo astrale, poi verso il cielo, poco meno che una parodia del viaggio intellettuale di Dante al
paradiso terrestre e di li alle sfere celesti, ma serba ambiguamente ii senso di un gioco impossibile e dell'aspirazione
umana all'avventura stratosferica, animata da un bisogno di superare la legge fisica della gravit, che la scienza ha poi
reso possibile e che sappiamo come il Rinascimento avesse conosciuto col genio di Leonardo. L'intenzione satirica chiara
(sono finite sulla luna tutte le vanit degli uomini, che son tante, meno la follia che rimasta in terra), ma il gioco ironico
complesso e insidioso, tanto da dare a Leopardi, nel Dialogo della terra e della luna, lo spunto per dichiarare l'impossibilit
di trovar fuori del nostro mondo qualcosa che non gli rassomigli, e quindi anche linfelicit universale. Ariosto ha alle spalle
sia l'audacia umanistica della scoperta di nuovi modelli, sia lo scetticismo sulla possibilit che valga la pena scoprirli, sia il
discutibile merito attribuito nell'avventura alla fortuna e alla bizzarria, sia l'ambigua considerazione della follia e del
senno come intercambiabili (il senno di Orlando, e quello dello stesso Astolfo si recuperano fra le cose perdute, ma anche
fra le cose inutili che si perdono e finiscono sulla luna).-> Ludovico Ariosto, lOrlando furioso

40. S'ei piace ei lice


TORQUATO TASSO (1544-1595)
La distinzione e il possibile conflitto fra piacere e onest sono gi argomento dell'etica classica (si pensi al De officiis di
Cicerone), ma vengono risolti generalmente nella morale cristiana in senso gerarchico con l'assoluta supremazia della virt
delle anime elette sul piacere di chi dominato dalle cure mondane. Nella sensibilit cristiana, ma moderna, di Petrarca il
conflitto si interiorizza e diviene frattura inesorabilmente dovuta alla condizione umana. Il Cristianesimo racconta
tuttavia la caduta da un paradiso perduto analogo all'et dell'oro favoleggiata dai pagani e concepita come un tempo e un
luogo di perfetta felicit terrena, in cui la natura offre all'uomo tutto ci che a lui piace senza lo scotto della sofferenza.
Nel primo coro dellAminta, introducendo il racconto di un amore ostacolato dalla vergogna, il Tasso avverte come
inesorabile la moderna frattura, ma la biasima ricostruendo il mito della felicit, e mentre corregge la favola antica
fondata su elementi fiabeschi, sostiene - riconducendola ad un passato irrecuperabile - l'utopia di una vita morale in cui il
piacere si identifichi con l'onore. Il luogo di questa felicit un modello morale, identificato con la vita semplice della
natura idilliaca e opposto alla deviazione moderna della corte, che ha trasformato l'onest in una serie di formalit
moralistiche con le quali il piacere si scontra. Il mito tassesco, nonostante il contesto controriformistico in cui viene
concepito, uno straordinario modello di ogni moderna aspirazione alla genuinit di un'esistenza autentica. -> Torquato
Tasso, Aminta, coro dellAtto I.

41. Il teatro del mondo


TORQUATO TASSO
Quando gli umanisti hanno attribuito alle lettere il compito fondamentale di tramandare la memoria dei fatti notevoli, e
hanno riconosciuto nella parola non solo la capacit di attribuire la giusta dimensione alle cose, ma di ingrandirle e
rimpicciolirle secondo un metodo proprio della retorica, hanno anche posto le premesse per rilanciare il genere teatrale
che pone le azioni dell'uomo su un palco accrescendone la visibilit. La rappresentazione del mondo, sia umano sia naturale
sia architettonico, come un teatro si fa strada in alcune similitudini, metafore e figurazioni del Tasso, in un tempo in cui il
termine stesso di `teatro', al di la della sua pratica mondana, aveva fortuna come un modo di presentare in maniera
organica, visibile e memorizzabile il materiale enciclopedico utile all'invenzione linguistica e letteraria (i luoghi comuni e le
figure) e alla conoscenza del mondo, e il teatro come genere letterario e come forma di rappresentazione ambiva a
sintetizzare ii dramma stesso della cultura moderna. Nel raccontare lo straordinario duello fra Tancredi e Clorinda (canto
XII) Tasso lamenta che la notte e il luogo appartato non permettano la visione pubblica, come in un teatro, del tragico
avvenimento. Agli occhi di Solimano, il re arabo accorso in aiuto degli infedeli di Gerusalemme (canto xx), lo stato umano
appare come una tragedia in cui venga rappresentata la vita e in cui egli cerca di trovare la morte, eroicamente, ma senza
speranza e soprattutto in modo visibilmente teatrale. Il castello di Armida risplende come la scena di un teatro (canto
VII). Rinaldo (canto V) pronto a dare spettacolo del suo valore in un duello che sar come una feroce tragedia. Il luogo
dove Tancredi e Argante 'reciteranno' il loro duello all'ultimo sangue (canto XIX) conformato dalla stessa natura,
modello dell'arte umana e capace anch'essa di artificio, come un anfiteatro.

42. Gusto teatrale


GIOVAN BATTISTA GIRALDI CINZIO (1504-1573)
Il teatro, in particolare quello tragico, alle origini della riflessione sulla poesia e sull'arte in genere, quando pensiamo
alla Poetica di Aristotele, da cui derivano il De arte poetica di Orazio e tulle le moderne trattazioni, sia che confermino,
sia che intendano correggere o capovolgere la posizione aristotelica. Ma nell'et umanistica si pongono le basi per la
considerazione del testo teatrale - a differenza dell'opinione aristotelica - come necessariamente connesso, come oggi lo
si considera, con la rappresentazione scenica al punto di non poter funzionare senza di essa. Ci avvenne per via della
trasformazione sociale che richiese testi da rappresentarsi per lo svago di corte e allestimenti scenici destinati alla
fruizione pubblica delle commedie e delle tragedie (sulla continuit, ancora nel Seicento, del recupero quattrocentesco
del teatro antico). Il Giraldi Cinzio, che pur assistette e partecip alla rinascita dell'aristotelismo critico e ai primi
sviluppi della Riforma cattolica appropriatasi della poetica e della retorica aristoteliche al fine di una regolamentazione
strutturale e morale del genere teatrale, nel formulare la prima trattazione organica del poema, assimilato ai romanzi,
della tragedia e della commedia (1544), dimostra una particolare sensibilit per un problema che continuer a tormentare

la composizione teatrale, al di la delle dispute sulla verisimiglianza, sulla coerenza dei personaggi, sulla distinzione fra il
tragico e il comico, quello cio se lallestimento scenico e l'azione degli attori debbano essere previsti con i necessari da
parte dell'autore, o se il testo debba o possa conservare la sua autonomia (una particolare consapevolezza 'scenica' si
ebbe per tempo con A. Ingegneri, Della poesia rappresentativa e del modo di rappresentare le favole sceniche). Si pensi
come le riflessioni sulla parte dell'oratoria che riguarda ractio, ossia il gesto, la pronunciatio, insomma lo show
dell'oratore, abbiano potuto affinare l'arte della recitazione. interessante che il Giraldi tragga dalla stessa tradizione
umanistica l'incentivo ad assumere qualche atteggiamento meno rigido rispetto all'aristotelismo, come quando appunto
respinge l'autonomia assoluta del testo teatrale, oscilla sul problema se si debba rappresentare sulla scena l'azione truce
e la morte (lo aveva fatto lui nelle Orbecche), prevede qualche strappo alla rigida distinzione fra comico e tragico,
ammette il poema cavalleresco che sostanzialmente un genere misto, aristotelicamente inammissibile, e sostiene la
novit del teatro dell'orrore, applicato nella sua tragedia. A parse l'influenza che questo filone ebbe su Shakespeare, e la
sua ascendenza senechiana, esso costitu una variante significativa della pi classica tragedia, una tendenza alla
trasgressione e all'eccesso (si eccedeva appunto nell'interpretazione della catarsi e nel considerare il piacere che
proviene dalla vista dell'estremo orrore o dolore), che emerge ora come uno dei generi in voga, dal momento che la
cinematografia favorisce, pi di quanto non possa fare il teatro, la rappresentazione dell'orribile e del mostruoso.
<<Non dico per questo perch io voglia che solo spettacolo sia quello che mova il terribile e il compassionevolesenza lo
spettacolo non si rappresenti favolalo spettacolo, induca tali effetti negli animi di chi legge>>.<<non vi sar la
commiserazione, perch non lo spettacolo che da s induca la commiserazione, ma le affettuosissime parole, mandate
fuori con affetto compassionevole, il quale affettorimane egli nondimeno molto vivace nelle parole che tale affetto
esprimono, levatone lo spettacolo. E questo quello che dice Aristotile essere officio de' migliori poeti. [...]>>
<<Lo apparato, il quale posto tra le parti quali della comedia e della tragedia, e quantunque egli non entri nella favola
con l'apparato s'imita la vera azione, e si pone ella negli occhi degli spettatori manifestissima. E posto che questo
apparato non appartenga al poeta, ma sia tutta impresa del corago, cio di colui al quale data in cura di tutto
l'apparecchio della scena, dee nondimeno procurare il poeta di fare che si scopra, all'abbassar della coltrina, scena degna
della rappresentazione della favola, sia ella comica o tragica. Neppure si dee porre molto studio nella scena, ma intorno
agli istrioni, perch debbono anch'essi aver movimenti, parole e vesti convenevoli alla azione che si rappresenta... vi
acconciate all'uso de' nostri tempi, qualunque volta sia da voi messa comedia in iscena...Non sar nondimeno se non bene
che nell'una e nell'altra scena siano gli abiti degli istrioni di lontano paese. Perch la novit degli abiti genera
ammirazione, e fa lo spettatore pi intento allo spettacolo che non sarebbe se vedesse gli istrioni vestiti..che egli ha
continuamente negli ochiche le persone ch'essi rappresentano siano cosi gentilmente fate che paiano vere, non solo
quanto alla qualit della favella, ma quanto al movere gli affetti "piacevoli ' o dogliosi o benigni>> ->De' romanzi, delle
commedie e delle tragedie. Ragionamenti di Giovan Battista Giraldi Cinzio
43. Infinit dei mondi
GIORDANO BRUNO (1548-1600)
Il concetto di 'infinito' come movimento continuo e cangiante, pur ripreso dall'antica dottrina di Democrito ed Epicuro e
contrapposto al concetto risalente a Parmenide di un mondo finito e sempre uguale pur nelle sue variazioni interne, rompe
con la tradizione tolemaica e aristotelica confluita nella teologia cristiana e si avvicina alla concezione copernicana, la
quale non ammette la terra al centro fisico dell'universo attorniato da cieli concentrici e governato da un Dio che muove il
tutto dal suo Empireo. In questa polemica contro una religione gretta, che immagina lo spazio limitato dalle sfere celesti,
il loro moto sempre uguale, il soglio divino <<arto>> ('stretto'), la sua sede <<angusta>> e non <<augusta>> come dovrebbe
essere quella della divinit infinita, il Bruno si vale della diffidenza umanistica verso la fisica e la teologia tradizionali, che
pretendevano di ricavare i massimi veri dalla misera esperienza dei sensi. Ci sembra in contraddizione con una cultura
che sosteneva la filologia dell'esperienza, ed invece in sintonia con la critica profonda rivolta dall'Umanesimo alle verit
tramandate, accettate dalla logica comune e confermate .dalla filosofia scolastica. L' infinito una grande immaginazione
che solo l'intelletto, privo di condizionamenti teologici pu concepire: un movimento infinito e sempre diverso come la
realt che sperimentiamo, se non guardiamo la natura con gli schemi imposti dalla convenzione. L'esaltazione di un mondo
infinito, in questo senso, a suo modo comprensione dell'infinit autentica di Dio, sostanzialmente identificato con
l'universo e privato dei tratti antropomorfici attribuiti alla divinit dalle religioni positive. Per tale esaltazione anche la

lingua assume una forma adeguata, lussuosamente retorica, ma anche piena di vivacit provocatoria. La renovatio punta
ancora sulla capacit della lingua di accompagnare e suffragare l'avventura del pensiero e dell'immaginazione contro
l'imitazione riduttiva della formula, caricandosi della potenza allegorica dell'arte figurativa. Bruno ,<trasforma un
linguaggio asfittico, svuotato di ogni rapporto con il mondo, in un universo aperto in cui la parola ritrova tutta la sua vitale
energia. Riassegna alle "pitture parlanti" un ruolo fondamentale nei complessi percorsi della conoscenza>>
[...] Non sono fini, termini, margini, muraglia che ne defrodino e suttragano la infinita copia de le cose..sempre nova copia
di materia sottonasce. Di maniera che megliormente intese Democrito ed Epicuro che vogliono tutto per infinito rinovarsi
e restituirsi, che chi si forza di salvare eterno la costanza de l'universo, perch medesimo numero a medesimo numero
sempre succeda e medesime parti di materia con le medesime sempre si convertano.>> <<per quella scienza che ne
discioglie da le catene di uno angustissimo, e ne promove alla libert d'un augustissimo imperio, che ne toglie dall'opinata
povert ed angustia alle innumerevoli ricchezze di tanto spacio>>
Giordano Bruno, De infinito, universo e mondi, Dialoghi italiani 1, Dialoghi metafisici.

44. Il progresso della ragione


GALILEO GALILEI (1564-1642)
Nel famoso dialogo in cui il vecchio Galilei difende il sistema copernicano sulla mobilit della terra viene confutato
anzitutto il metodo antico di obbedire alle 'autorit': giunge cos a compimento il metodo umanistico di respingere e
ridicolizzare soprattutto lostinazione degli aristotelici. Infatti viene introdotto l'umanista Salviati a discutere, con la
figura dell'aristotelico ottuso che porta il finto. nome di Simplicio, alla presenza di un ascoltatore quasi ignaro del
problema. Sagredo, che domanda ed obietta secondo l'opinione comune.. La difficolta consiste nel far valere le ragioni
della ricerca scientifica, della evidenza della ragione, la quale ricorre all'esperienza diretta (il pi breve spazio tra due
punti coperto da una retta, e lo si vede tracciando una linea fra A e B), respingendo i pregiudizi che potevano anche
avere senso an tempo, ma di cui lo stesso Aristotele si sarebbe liberato se fosse vissuto ai tempi delle moderne scoperte.
La scienza progredisce, e per esempio nel campo della geometria, a proposito dei solidi, non ci si pu pi accontentare di
definirli con tre dimensioni per il fatto che tre il numero perfetto. Il simbolismo dei numeri appartiene ad una cultura
che voleva tener nascosta ai pi la conoscenza scientifica. Letta in senso moderno, la polemica galileiana non solo respinge
le autorit, ma sostiene anche il principio civile della necessaria divulgazione e della partecipazione del pubblico alla
discussione sulle scoperte scientifiche, nonch consacrare lidea del progresso. ->Galileo Galilei, Dialogo sopra i due i
massimi sistemi del mondo,

45. Meraviglia della natura


GIAMBATTISTA MARINO (1569-1625)
Il clima nel quale il Marino compose lAdone, il poema mitologico che narra gli amori di Venere e Adone, non quello
solitamente riferito alla culture umanistica, ma anzi, con qualche esagerazione, quello del barocco per gli eccessi della
forma e dell' immaginazione favolosa, oltre che per la sensualit dei motivi psicologici, il naturalismo delle figurazioni e il
senso allegorico complessivo. Eppure il carattere lugubre della conclusione, con la morte di Adone pi che con la sua
apoteosi, pu non essere assunto come disconoscimento del mito della rinascita promosso dall'Umanesimo, quanto
riconferma, sia pur tragica, del principio etico della medietas che la cultura umanistica aveva proclamato: il senso verace
dell'allegoria e dello stesso autore riassunto in smoderato placer termina in doglia>>. Allo stesso tempo egli accettava un
principio di poetica diffusa << del poeta in fin la meraviglia>>, precisando che solo il poeta eccelso potesse permetterselo
e che la moderazione dovesse avere il suo posto persino nella poesia; assumeva cio un atteggiamento sancito dal suo
conterraneo Giovanni Pontano, che abbiamo visto impegnato sia nella meditazione sui sublimi accorgimenti dell'arte
poetica, che andranno di moda nel cosiddetto Manierismo - e che lo stesso Marino adotta in tutta la sua opera ed
esemplarmente in questo famoso brano dedicato al canto dell'usignolo - sia nella definizione della poesia epica come
quella, fra i generi, tesa ad ottenere ladmiratio, e tuttavia non dimentico, sul piano morale, del richiamo alla moderazione.
Che ladmiratio latina, riferita propriamente al sommo apprezzamento da parte del pubblico, corrisponda al pi moderno
concetto di meraviglia' , proprio Marino a suggerirlo con la sue arte che in tutto e per tutto corrisponde al pi raffinato
metodo dell'umanesimo retorico e di ogni corrente letteraria dei secoli successivi che si sia proposta un obiettivo di

carattere essenzialmente formale (sotto un altro profilo, tematico in questo caso, un percorso da Petrarca a Marino
attraverso Sannazaro Tasso e Bruno si pu registrare in R. Cavalluzzi; II sogno umanistico e la morte, Serra editore,
Pisa-Roma 2007). Non va trascurato il fatto che questo passo esemplare della rappresentazione della natura ha come
precedente il regno di Venere del Poliziano, di per s un'allegoria della natura divinizzata dell'arte , che suggeriva
analoghi esperimenti immaginosi in Ariosto e Tasso, dove gi predominava il magico e l'artificioso.
46. Dignit della donna
Alle principali conquiste della modernit appartiene indubbiamente l' obiettivo dell'emancipazione femminile, per il quale
generalmente Umanesimo non si considera un punto di riferimento storico. L'alto apprezzamento della donna, che si muove
sul piano dell'ideologia poetica sin dalle soglie del secolo XIII e trova uno sviluppo anche sul piano sociale nell'esplosione
di una parte consistente del petrarchismo del Cinquecento, non basta a costituire una tradizione che abbia il suo culmine
nella pi moderna elaborazione del problema. Si deve anche alla sensibilit del femminismo la rinnovata simpatia e il
recupero di una poetessa minore dotata d'ingegno e di autonomia culturale e perci vittima del conformismo feudale
(Isabella Morra fra luci e ombre del Rinascimento. Sondaggi e percorsi didattici, cura di I. Nuovo e T. Gargano, Graphis,
Bari 2007). Si consideri che perfino nel Settecento riformatore e a volte spregiudicato s'incontrano forme di chiusura
anche fra i pi illuminati cultori delle nuove scienze; andando indietro, un'asserzione della necessaria sottomissione della
donna, pur eticamente fondata e funzionale all'importante ruolo attribuito alla moglie nelleconomia familiare, si trova nel
libro secondo del famoso trattato di Leon Battista Alberti , il quale per altro verso un grande iniziatore.
Nella cultura umanistica, che conosce riflessioni morali sullerotismo nello spirito del moralismo biblico e monastico, alcune
voci sono gi sulla linea della vera e propria emancipazione, quando affrontano il problema in chiave polemica e celebrativa,
non in senso ideale, ma antropologico; ci si spinge a proclamare la superiorit del sesso femminile o almeno luguaglianza
dei due sessi, sebbene sulla base della reinterpretazione del mito biblico o del rilancio del mito platonico dell'origine del
genere umano. S'intende che si tratta di voci che valorizzano i motivi femministi della tradizione religiosa, come il tema
delle martiri cristiane e della conversazione di San Gerolamo con la comunit delle pie donne, oppure Ia 'lode' della
tradizione stilnovistica e della trattatistica d'amore; n poteva essere altrimenti. Ma significativo il senso che traspare
da alcuni di questi interventi, di cui proponiamo due esempi appartenenti a versanti diversi della cultura fra Quattro e
Cinquecento, quello di Antonio Galateo, profondamente umanista ma un po' atipico, e quello di un narratore che valorizza
della tradizione boccacciana e petrarchesca i segni del riscatto della personalit della donna. Nel Firenzuola il principale
obiettivo era quello di mostrare attraverso la donna l' ideale stesso della bellezza quale si affermava nella prospettiva
artistica del Rinascimento e tuttavia la sua attenzione ai valori profondi della persona e evidente nelle conclusioni. Anzi,
c' in lui una comprensione storica e antropologica molto moderna, sia pure moralmente atteggiata, quando sottolinea la
discrezione della donna nell'avere scelto un ruolo apparentemente minore ma di pari dignit. Ci infatti non pregiudica le
pari i attitudini, se non le pari opportunit (sulle contraddizioni e incertezze moderne a proposito della problematica
femminile significativo latteggiamento che mostra ancora una narratrice moderna, pur sensibile alla sventura femminile,
nel dipingere il mondo borghese e popolare. Il Galateo, del quale nota la polemica per rivalutare anche il volgare nella sua
forma autentica e riaffermare il concetto della vera nobilt, riscatta la donna mostrandone addirittura la superiorit
sull'uomo con l'esaltazione delle sue virt e soprattutto della sincerit rispetto allipocrisia `maschile'.

Le virt femminili
ANTONIO DE FERRARIS GALATEO: Le donne ci superano in devozione religiosa, in fede, in umanit, in onesta, in piet,
in modestia, in sobriet, in moderatezza, in frugalit, in pudore. Noi invece le vinciamo in crudelt, in aviditnegli inganni,
nelle menzogne, negli spergiuri, nel disprezzo delle leggi morali, di quelle divine e di quelle umane. Noi perpetriamo stragi,
guerreSiamo inoltre pi sfrenati, proprio su quel punto per cui accusiamo la donna con tanta insolenza [...] Esempi di virt
sono Bona e Isabella Sforza, Maria di Lusitania. quando considero la tua condotta e la tua vita morale, mi sembra di
vedere una di quelle donne antiche che Gerolamo e altri dottissimi uomini hanno celebrato con si grandi lodi. Fra tante e
tali virt femminili, c' un difetto: le donne di pi limitata intelligenza sono dominate dalle superstizioni, le donne
d'intelligenza superiore sono credule pi del necessario, e questa deriva dalla onesta. Perch le donne che non hanno vizi
esse stesse, ma li detestano, non credono minimamente the ne abbiano gli altri. -> Traduzione da Antonio De Ferrariis
Galateo, Epistola a Maria di Portogallo. Parit dei due sessi,
AGNOLO FIRENZUOLA (1493-1543): noi siamo la meta l'uno dell'altro, cos savie come noi uomini, cos atte alle
intelligenzie e morali e speculative..alle meccaniche azioni e cognizioni come noi.Si parte in due parti uguali ugualmente,

di necessit tanto da una parte quanto dallaltra, tanto buona e bella quanto laltra, lo dice ai nemici che spirino e poi
dietro vi sonino le prandelle (parlano male di voi), che siete uguali a noi, anche se non appare in atto cos universalmente,
perch si prendono cura degli affari familiari. Lo'ngegno e le altre doti e virt dell'animo non ci fanno mestieri. Lautore
si definisce un pittore non adatto a dipingere le virt delle donne. ->Agnolo Firenzuola, Dialogo delle bellezze delle
donne.

PROIEZIONI
1.

Una malattia moderna (Francesco Petrarca)

2. Sentimento del tempo (Francesco Petrarca)


3. Principe si diventa (Francesco Petrarca)
4. La guerra e la pace (Francesco Petrarca)
5. Impegno civile dello storico (Leonardo Bruni)
6. Il difficile metodo della traduzione (Leonardo Bruni)
7. Utilit della storia contemporanea (Lapo di Castiglionchio il giovane)
8. Il viaggio
La smania del viaggio (Francesco Petrarca)
Il viaggio inutile (Poggio Bracciolini)
9. Lingua come libert (Lorenzo Valla)
10. Il piacere (Lorenzo Valla)
11. Il primato della pratica (Leon Battista Alberti)
12. Divulgazione del sapere (Leon Battista Alberti)
13. Figura e movimento (Leon Battista Alberti)
14. Il piano regolatore (Leon Battista Alberti)
15. Problemi di didattica
Necessit del metodo (Pier Paolo Vergerio)
Scolari e maestro (Matteo Palmieri)
16. Una vita ecologica (Marsilio ficino)
17. Linutile smania della Crociata (Pio II)
18. Confronto fra nemici (Matteo Maria Boiardo)
19. Originalit dello scrittore (Angelo Poliziano)
20. Continuit e innovazione (Paolo Cortese)
21. Egemonia e lingua (Lorenzo de Medici)
22. Il disagio della citt (Lorenzo d Medici)
23. Superstizione (Giovanni Pontano)
24. Unipotesi di critica stilistica (Giovanni Pontano)
25. Fortuna e follia: il rovescio della virt (Giovanni Pontano)
26. Affabilit della conversazione (Giovanni Pontano)
27. Fra dialogo e teatro (Giovanni Pontano)
28. La spettacolarit (Giovanni Pontano)
29. Meraviglia della poesia (Giovanni Pontano)
30. Lo strumento dellesperienza (Leonardo da Vinci)
31. Felicit dei primitivi (Antonio Galateo)
32. Regressione bucolica e pacifismo (Iacopo Sannazaro)
33. Incertezze della politica (Niccol Machiavelli)
34. Critica delle Provvidenza (Francesco Guicciardini)

35. La casta (Erasmo da Rotterdam)


36. Come imporre le tasse (Erasmo da Rotterdam)
37. Il piacere della parola (Pietro Bembo)
38. Il rovescio della sapienza (Ludovico Ariosto)
39. Un viaggio interplanetario (Ludovico Ariosto)
40. Sei piace ei lice (Torquato Tasso)
41. Il teatro del mondo (Torquato Tasso)
42. Gusto teatrale (Giovan Battista Giraldi Cinzio)
43. Infinit dei mondo (Giordano Bruno)
44. Il progresso della ragione (Galileo Galilei)
45. Meraviglia della natura (Giambattista Marino)
46. Dignit della donna
Le virt femminili (Antonio Galateo)
Parit dei due sessi (Agnolo Firenzuola)