Sei sulla pagina 1di 120

Febbre

Un'immagine,un ricordo. Torno a casa, era sera, era il tempo delle scuole medie. Il buio che arriva presto, prima del solito e di quanto fossi abituato a vedere dopo una stagione di sole, ti ricorda che ora di mettersi a lavoro, che tutto ricominciato. Che potrai per trovare, quando rientri a casa e non c' nient'altro da fare, il camino acceso. Magari marted e c' pure l'ennesima partita dell'Inter in Coppa Uefa. Mio padre ha appena installato Windows 95. Che novit,e gira un video sul monitor, Good Times di Edie Brickell. Il senso di inquietudine per il domani si placa, che poi il domani di allora era solo un'interrogazione di italiano al massimo. La dimensione del presente serale era un mondo che gi in quel momento spariva, perch arrivava Windows e tutti i miei floppy con i giochi per Ms-Dos avrebbero fatto una brutta fine, ma io non lo sapevo. E infatti non si stava per niente male, del resto le prime riviste con i Cd pieni zeppi di demo per il nuovo sistema operativo riempivano il tempo e potevo pure passare ore a frugarci dentro. C'era pure una sorta di compilation, mi muovevo all'interno di un astronave lanciata nello spazio, osservando il cosmo illimitato passare lentamente al di l dei vetri virtuali. In alcune sale del veicolo spaziale, delle pedane da cui potevo provare i videogames del futuro. Ma il mio gioco prediletto era proprio l'interfaccia da cui potevo fare questo. Insomma, il ripiego nella dimensione individuale, il rifiuto dell'impegno sociale e della costrizione responsabile, l'utilizzo

volutamente dispersivo del mio tempo; stratagemmi di sopravvivenza e di equilibrio mentale come il mio blog. Quando ci devo e ci dovr essere per gli altri o per un altro non mancher, forse. Forse, gi. Perch ho sperimentato anche la possibilit di non rispondere bene pi nemmeno a me stesso, a fronteggiare comportamento e reazioni (del mio io e del mio corpo) che non conoscevo, non credevo possibili o pensavo di poter controllare agevolmente, rifuggite in base ad un etica tutta mia, forse stoltamente elevata al Giusto in un continuo di mancata umilt. Mi stato detto che spesso ho la forza di volare basso, di non sbattere i pugni anche quando ci sarebbe necessit. Ho troppa umilt allora? Comincio a non crederlo, anche perch di punto in bianco reagisco. E mi meraviglio. Un post sul blog una l'esigenza di razionalizzare la mia vita, e l'anteprima di una reazione a qualcosa. Ma quale reazione? Forse all'attesa di qualche mese fino ad un altro post. Era di questo che volevo parlare? In fondo non lo so, perch vedi, in fondo il problema sempre lo stesso. I pensieri e le riflessioni, le ipotesi e i tarli spingono con violenza sulle pareti del mio cranio, fanno male e da qualche parte devono pur uscire ma sono tanti e impazziti, quando escono trovano spesso una via di fuga inopportuna, voglio dire, non da l che dovevano uscire, forse non erano nemmeno quelli che dovevano vedere la luce per primi. Regna il caos e il disordine, l'anarchia della mente che talmente profonda ed ampia da divenire ingestibile. Ci vuole qualcuno che la gestisca da fuori, ecco. Perch io non basto pi probabilmente.

Gestitemi. Sull'uscio del mio cervello, dicevo, c' un imbuto pazzesco. La mia mente esausta vomita. E' un organo del corpo, malato e pulsante, che rigetta virus da piccole ferite. E' stato un fine settimana pesante, che ha offerto spunti per sublimazione di un po'di me. Scrivo col mio regolare mal di pancia, per la cronaca. In questi giorni ho sommato pi sofferenze, di vario tipo. Chiss perch ma non riesco mai a scindere gli eventi, ogni cosa che accade mi da occasione di riflettere su tutto, trovo un nesso a tutte le dimensioni della mia esistenza. Come un sistema perfettamente organico, come un tutto le cui parti sono interconnesse. Ogni volta il punto della situazione. O meglio, i due punti. Un discorso aperto, che non si chiude mai, come la vita. Anche la vita di chi non c' pi, improvvisamente. Che poi nessuno se ne va per sempre, sembra retorica ma non lo affatto, non lo credo affatto. Il senso di impotenza di fronte agli eventi, gi descritto in passato. Sapere che di fronte a certe dinamiche nulla si pu intrinsecamente limitante per l'uomo nel mondo. Ma molto importante comprendere che se nulla si pu, probabilmente nulla si deve o si dovrebbe. Tutto qua. Mi dispiace sinceramente per quello che accaduto, anche se non ho avuto modo di approfondire un rapporto o entrare nelle coordinate di un'amicizia propriamente detta. Brando stata una meteora feconda nella mia vita, una parentesi di un periodo che ha impresso una svolta brusca e inaspettata al corso dei miei eventi. Quando qualcuno se ne va in quel modo, le riflessioni sono scontate ma non banali. Non mi meraviglio pi, so che la

morte non guarda in faccia a nessuno, a chi sei e cosa fai, cosa hai ottenuto e cosa no, quali sono i tuoi sogni realizzati e quelli nel cassetto, quanto sei importante per le persone che ti circondano. La morte non una punizione e tantomeno un'eccezione. E'una fase esattamente identica a tante altre della vita. E'una parte della vita, che noi chiamiamo morte e la mettiamo in antitesi. Vedere qualcuno andar via cos spesso fa paura perch ci ricorda che potremmo essere noi. E' uno slancio egoistico, questa paura. Io forse non ho paura di morire, penso di poterlo dire. Non ne ho di certo paura per me. Ho avuto tanto, molto di quanto si poteva desiderare. Ho avuto innanzitutto la cosa di cui pi mi importa, ho solo 24 anni e l'ho avuta gi, sono molto fortunato: la stima delle persone che mi conoscono, senza quasi eccezione chiunque si sia imbattuto seriamente sulla mia persona ha percepito qualcosa di buono, questo davvero sufficiente. Quello insoddisfatto semmai sono io, sempre irrequieto e scontento di me stesso, causa dei miei mali e problemi, preda dei guasti e dei circuiti perversi del mio pensare, che dalla mente vanno al corpo e dal corpo al resto del mondo. Ho paura di mancare proprio alle persone che ci tengono, questo si, questa la mia unica paura. Non voglio ancora una volta fare del male a nessuno. Mi dispiacerebbe.

L'altra riflessione che bisogna fare della propria vita un'esperienza significativa, per quanto si riesce. Bisogna godere di tutto e cercare di stare bene. Bisogna difendere a denti stretti le idee e le persone care, bisogna mettere il cuore innanzitutto, bisogna vivere al massimo delle proprie

possibilit e anche oltre, ogni giorno. Bisogna impegnarsi per

gli altri, io penso questo. Lo penso davvero! La vita ha un senso solo se quello che faccio vale per gli altri,

fondamentalmente. E quando dico che bisogna godere, non un controsenso. Non un rigetto di individualismo,

menefreghista ed egoista, che mira a soddisfare me stesso in base ad un carpe diem, dato che prima o poi tutti passiamo a miglior vita. E' solo un modo per dire che devo cercare di dare il giusto valore a quello che gli altri mi danno e che fanno per me, alle cose belle che la vita mi offre, saperle cogliere e saperle tenere in alto. Eppure la morte fa soffrire, se anche si tenta di razionalizzarla e introdurla nei binari della normalit, che pur gli competono a pieno titolo. Perch? Forse perch appartiene alla famosa sfera dell'ingestibile, al di fuori della sfera materiale e sensoriale: forse la morte richiede uno sforzo in pi per comprenderla. E allora perch sono dispiaciuto? Per ragioni umane innanzitutto, perch la compassione e l'empatia sono cose normali. Perch seppur la morte normale, faremmo sempre di tutto per tenere un nostro caro attaccato saldamente alla vita, difenderemo la possibilit di poterlo vedere, sentire e toccare a fianco a noi con tutte le forze. Perch la morte quella parte della vita che non percepiamo direttamente. Sto sentendo il peso di una sofferenza, ed normale che debba fronteggiarlo. Capisco quanto forte pu essere un legame, anche pi forte di quello che potevo immaginare. Me lo dicono le proporzioni di una reazione. Ho gi subito, sette anni fa, la perdita di una persona molto cara. Molto cara. Ho avuto certamente il tempo di 'abituarmi' all'idea di una sua

scomparsa, tastando con mano, giorno per giorno e a stretto contatto,il calvario della malattia durato 3 anni. Ma il sapere che un male incurabile sempre dietro l'angolo, e pu far parte di noi improvvisamente, che potrebbe colpirci e costringerci a convivere con lui fino a trascinarci al di l della vita, questo si, pu essere paragonato a una scomparsa improvvisa, inaspettata. Il concetto il medesimo, nessuno immune da niente. Tutto possibile, niente un'eccezione. La prima lezione l'ho avuta sette anni fa, ed inutile sapere che cos, questo lo capisco bene. E' inutile almeno finch non ne constatiamo la veridicit. Come quando ho avuto paura di aver contratto un brutto virus:avevo paura seriamente, e

cominciamo ad entrare nell'ottica di dover conviverci. La mia mente ha costruito un'impalcatura che secondo alcuni era eccessiva, ma era soltanto una fase di preparazione e di accettazione del destino, del mio destino in quel momento legittimo, se quello fosse stato. Cominciamo gi a dare un nuovo senso alla mia vita, sbagliando perch il senso che dovremmo dargli tutti i giorni, la verit. Dovremmo dargli il senso pi alto, non posso fare a meno di ripeterlo. Quando lei se ne and, una persona era con me, e strinse le sue braccia sui miei fianchi con grande calore. Non mi lasci un istante. Mi teneva con se, mi guardava, mi sorreggeva. In quella chiesa era con me, i presenti ricordano il suo abbraccio durato un'ora ininterrotta come lo ricordo io. Ebbene si, fu in grado di attutire il mio dolore, in maniera forte. Occupava la mia mente e mi dava forza pensare che quella sensazione sarebbe proseguita, non mi avrebbe abbandonato, non mi avrebbe lasciato solo in quel momento di difficolt, ma

soprattutto dopo, quando la tempesta sarebbe finita, lei sarebbe stata ancora con me. Era bello. A posteriori mi dispiaciuto non aver perso una lacrima quel giorno. Non successo. Sono sicuro che il perch l. Sono l'antitesi di un insensibile, una ragione ci sar ed quella. Se ora perdessi una persona molto stretta forse non sarei in grado di trattenere le lacrime, nonostante gli appoggi. Ma avverebbe solo in determinati casi, ovvero nei casi in cui l'anima di queste persone strettamente connessa con la mia, e questi casi sono davvero pochi, lo assicuro. Ci sono persone che sono la mia vita, sono poche. Molte meno di quanto possiate immaginare. Si contano sulle dita di una mano. Per queste persone varrebbe la pena versare lacrime.

Comunque non mai bello scoprirsi impotenti, e capire che nonostante la mia vicinanza non potr (e non ho potuto) lenire il dolore, i pensieri e la sofferenza. Forse chi lo sa, un po' di stupida presunzione, avere la pretesa di assorbire con l'amore il male interiore degli altri. L'affetto non basta, forse un discorso ovvio. Un po' come il dire che si comunque soli. Ho provato anche un po' di sensi di colpa di fronte ai rimpianti, perch quando manca una persona cara, la sensazione che forse gli abbiamo dedicato meno tempo di quello che meritava. Vorremo sentirlo ancora una volta almeno. Un impulso tardivo. Il rimpianto dunque questo, e io sono in parte responsabile di questo allontanamento, di questa graduale sparizione dall'orizzonte. Ho fatto da ponte verso il cambiamento, che ha causato la fine 'effettiva' (anche se magari non voluta) di un rapporto, in qualsiasi forma potesse mantenersi. E'successo cos, e me ne dolgo.

Felicit a sprazzi, la sintesi di questo finale. Queste riflessioni si sommano al turbinio immenso di pensieri che da tanto tempo mi travolge. Ho scelto una strada difficile e l'ho fatto in base all'imperativo di vita che ho mostrato sopra,ovvero quello di vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo, di non avere paura delle responsabilit e dei cambiamenti, di non mettere mai dei freni di fronte alla volont e al desiderio, di castrare i sogni del cuore con i ferrei schemi della ragione. Potevo stare a casa fino a 30 anni, come tanti. Stavo bene, non mi mancava nulla. I soldi erano l'ultimo dei problemi. L'amore non c'era, ma l'amicizia si e con quella avevo trovato uno splendido equilibrio. Gli interessi erano tanti, la stima del mondo verso di me alta. La vita era comoda, diciamolo. L'amore ha cambiato tutto ed ha preso in mano le redini di me conducendomi a dove sono ora. In una situazione ricca di ostacoli, vero. Ogni giorno devo inventarmi la vita, i soldi non bastano mai e devo ricorrere a stratagemmi per andare avanti. Ma la vita cos, ho solo anticipato il corso degli eventi, volontariamente e per questo non mi dolgo. I pochi soldi mi precludono una vita da giovane e una normale vita di coppia, non posso fare tante cose che potrei e vorrei fare.

La mia vita ora frenetica, veloce e impegnativa, non sono pi soltanto lo studente in attesa di una laurea che (anche per colpa mia) sembra non voler arrivare mai, ma sono un uomo di fronte ai mille ostacoli della vita, che affronto con difficolt nonostante sappia bene che c' chi naviga in acque ben pi torbide delle mie. La frenesia quotidiana sottrae tempo ai miei studi, ai miei interessi, al mio tempo ed anche al nostro, di tempo. Il mio

fisico eroico e stoico, combatte con onore questi frutti amari della velocit, ma il mio intestino gi di per se delicato ha subito un ulteriore strattone. Soffro di continuo mal di pancia da stress e da alimentazione probabilmente, ho dovuto rinunciare ad un altro dei cardini della mia esistenza, un rito fondante, un'abitudine che va ben al di la di una bevanda,la birra. E la cosa seria, non pensiate. E' quel famoso sistema interconnesso. Il mio intestino che si ribella al bere ed al mangiare solo un simbolo, un sintomo dei tempi che corrono. Il nervosismo indotto condiziona a 360 gradi la mia/nostra esistenza, ostacola questa relazione, mette delle nuvole di fronte ad un sole finora solo immaginato. Tutto difficile. Tutto da superare, mai nulla limpido stabilmente. Mi sono iscritto a pieno titolo nella gabbia proto-borghese, nella durezza delle logiche di sopravvivenza, nella spesa per mangiare, nell'affitto e nelle bollette, nella benzina, nei medicinali e nella ricerca di un lavoro che non arriva e non pu ancora arrivare senza una laurea, ma anche con una laurea non avremo grossi cambiamenti coi tempi che corrono. Non sono pentito di nulla, questo deve essere chiaro. Sono affaticato, provato e sotto torchio. Questo si. Ma non sono solo, e soprattutto era un rischio prevedibile e assunto secondo responsabilit. In nome di qualcosa di pi grande, che da un senso alla vita. Tutto questo casino perch la mia vita in fondo un senso profondo lo dovr pur avere...

Futuro

Odio le persone che continuano a non capire. Ma possibile che in questo cazzo di mondo solo io faccio sempre sforzi per capire, per assecondare, per non urtare nessuno oddio,in questultimo punto non riesco tanto bene a dire il vero. Ma il mio cuore non vorrebbe mai. Se mi coprissi sul serio di quel mantello individualista che qualcuno porta non sapendo di portarlo. Mi dispiace proprio,mi dispiace tanto. Ma si pu essere fatti cos? Bene o male decidetelo voi. Ho bisogno di un altro corpo e un altro cervello. Il mio cervello ormai solo un lontano parente malato di quello che conoscevo prima. Prima avevo una proiezione di meero malinconico e pensatore ma pieno di legittima autostima. E la proiezione che questa generava era grandiosa. Mi sentivo una potenza che prima o poi si sarebbe rivelata. Si, in cuor mio me la tiravo, ero orgoglioso. Pensavo di essere non solo una bella persona, ma anche una persona valida. Ora mi sono incattivito, mi sono scoperto duro, irritabile e anche palesemente incapace e disabile in tutte le cose a cui tenevo. Mi far cambiare questo corpo e questo cervello inservibile, annerito e fumante. In fondo sono ancora una bella persona? Sono ancora in grado di essere felice, far felice chi mi circonda e non arrecare danni a me e agli altri. Devo tirare il freno ragazzi, altrimenti qui ci schiantiamo di brutto.

Elogio del Non-Essere

Cerco di vedere le cose in prospettiva. Forse un errorein quanto la prospettiva che posso vedere la mia, per forza di cose. Del tutto soggettiva. E se avessi ragione? E se invece ci avessi visto bene?In realt un ragazzo di 24 anni oggi non lo sa pi se ci ha visto bene o male. Perch siamo condannati al precariato esistenziale? Il problema devo essere per forza io, me lo sento. Intendiamoci. Se il problema realmente negli altri e nelle cose,e io ci ho visto bene e credo alla mia teoria fino in fondo, le cose non cambiano affatto. Perch se io fossi diverso, osservatore meno acuto o semplicemente acceso, non mi accorgerei di nulla e vivrei felice. Vivrei beato. Quindi gira e rigira il problema sono io. Uno strano mal di testa, come non ne avevo mai avuto forse in vita mia, da giorni mi perfora le tempie ed il cervelletto. La stanchezza comincia a stratificarsi, lusura del cervello comincia a mostrare i suoi effetti. Tento di mantenere un equilibrio ma anche per far questo bisogna utilizzare energie, e da qualche parte vanno recuperate. Sento che non posso pi trovarle dentro di me. Spero che qualcuno venga presto in mio soccorso, che accada quello che successo altre volte, che la macchina non sbandi e mi conduca dritto al di fuori da questa tortuosa strada, in modo che io possa osservare con serenit il paesaggio e sentirmi bene, come in un pomeriggio sardo al sole delle domenica. Dove osservo il mondo e mi dico che nonostante tutto,quel che vedo intorno a me bellissimo e ce lha fatta,e

con lui ce lho fatta anchio. Che sono una parte del tutto e sto bene, sono a posto veramente. Ho un odore addosso che mi accende e mi ferisce contemporaneamente. Il flusso del tempo che scorre e che passato mi attraversa a flusso continuo, e fa un gran rumore come quello dellacqua che circola in quella maledetta caldaia rotta.Vorrei dare dei pugni al muro se servisse. C un brutto muro natalizio. Lunica cosa dolce la testa del micio che sbuca dal cassetto. Si,sono effettivamente un bimbo, per tante cose.

Mi dolgo anche di questo. Ma la verit. Devo accettare le conseguenze della verit. Che la parte pi difficile,poi.Forse il peggio deve ancora venire. Credo che lanalisi pi lucida che posso fare sia questae cio che qualcosa che realmente non va esista davvero, e che ne sono causa in parte. Credo che abbia fatto e stia continuando a fare tanti errori soprattutto a causa della mia mente. Ma credo anche che non posso fare a meno di commetterli in quanto farei un torto alla mia essenza. E devo accettare la fatalit di fare tanto male in nome del bene. Il problema c. Si pu risolvere, forse.Ma ci vorrebbe un altro, per risolverlo. Io sono parte del problema. E come tale dovrei risolvere me. Avete mai visto un problema che si auto-risolve?

Qualcosa tra le righe del tempo

Immagino

un

grande oggetto

dalla

forma

del

tempo.

Questo oggetto sono io, e il brivido che mi attraversa una costante. Euna costante solo al pensiero, e qualcosa passa attraverso me, viene da me stesso e viene da prima, dallorigine. Etrasfigurata,ma riconoscibile. Il gatto fa stridere le sue unghie contro la sedia e mi distoglie temporaneamente dal brivido. Il radon ha tante propriet e non ha perso occasione di ricordarmene una. Quella di penetrare i corpi, di penetrare il mio corpo e fissare i suoi radioisotopi sulle pareti dellanima. Ruoto vorticosamente su me stesso,alla velocit di 30 giri al secondo. Ricevo ed emetto radiazioni. La griglia di internet di nuovo pronta a fissarne qualcuna. Nelletere, schegge di fragilit che appartiene a me e a tutti coloro che fanno parte della mia categoria. Farsi domande a risposte,che non avete affattoe forse non le avete perch le fate alla persona sbagliata. Non bisogna eccedere con lo stressare se stessi,allora si potrebbe porre la domanda ad unaltra persona,magari quella che ci sembra migliore. Ma non abbiamo affatto le risposte. Avrei preferito scivolare dalle pareti dellanima per i miei difetti consapevoli e caratteriali, piuttosto che Mi della per tengo forza

incontrollabili aggrappato ai

maledizioni brandelli

meta-psico-fisiche. della speranza e

dellorigine,sempre quella poi. Che De Benoist lha scritto,che lorigine tutto. A suo modo lo diceva anche Rosamunde Pilcher (mi si perdoni il paragone irriverente) anche se non il caso di cui parliamo. E spero di svegliarmi un giorno e poter tirare un bel sospiro senza incappare nei radioisotopi dolorosi ormai annidati tra le mura del cuore e della mente. Qualcosa tra le righe del tempo. Qualcosa di me frena me e lidea di me che intendevo proiettare. Sempre di me si parla,ma vorrei afferrare quel poco di me che si ribella e capirlo. Vorrei anche un manuale per interpretare il Mondo,il mondo che ho scelto. Vorrei qualche risposta essenziale alle domande essenziali. Non chiedo tanto,chiedo il Bignami pi ridotto che ci sia. Non voglio sapere tanto,voglio anche soffrire,non sia mai. Ma certe cose mi piacerebbe proprio scavalcarle. Sono diventato gradualmente pagano,ma mi sa che un salto in cattedrale ce lo faccio lo stesso.

Solo uno (ingorgo cerebrale)

In un certo senso una sorta di ritorno al passatoforzato se vogliamo. Anzi, oggi scriverei naturale e necessario. A volte mi trovo a gestire sensazioni decisamente contrastanti, e mai avrei pensato che una situazione di questo tipo (per non chiamarla col suo termine esatto, che non il caso) avesse insite certe contraddizioni. O forse sono come sempre insite nel mio cervello, lo stesso che non cambiato di una virgola in tutti questi mesi, lo stesso che mi portava ad imbrattare un blog e che mi spinge(va) oggi (?) alle 02.00 a prendere carta e

penna e venire in questa cucina. Sar la mia immaginazione iperattiva, sar il mio essere persona profonda, quel che volete Avete presente la sensazione di muro? Ebbene si, la rivedo far capolino qua e la ogni tanto. Il passato ritorna, non solo il mio ma anche quello degli altri. Esiste una sottile linea rossa che lega i tempi e prima o poi ci andiamo a sbattere contro, non possiamo far finta che non esista e condizioner sempre il nostro cammino. Non si pu pretendere che non ci sia stato, vivere come se nulla fosseallora mi ergo a difesa del Radon-mondo, di ci che mio e solo mio, mi proteggo, non pensavo nemmeno di esserne capace e invece mi sta venendo naturale. Ne sono in un certo senso contento. Per una volta, fanculo agli uomini veri. Mettiamoci una maschera e siamo uomini di carta, che gli uomini di carta sono pi felici. Viva Radon. Due anni fa iniziai a cercare anime sensibili e scontri fortuiti attraverso i meandri della rete, i famosi momenti dello spirito in cui due essenze si incontranoascolto Brain Salad Surgery degli ELP in questo istante e mi sembra che il mondo debba finire da un momento allaltro. La comunicazione non esiste. C la riflessione individuale, altruiche pu cadere in trappole o strade gi percorse, e farmi del male. Molto male. Non vedere con gli occhi di Radon naturale, ma male che Radon non possa mostrare la sua visuale. Eun difetto strutturale. Ce la devo fare, per me. Che strana notte. Ecome fare un numero di telefono e sbagliarlo in

continuazione. Come tre mesi fa, come sei anni fa, come sempre.

Alla fine si comunque soli, irrimediabilmente soli e non c nulla da fare. In ogni caso, devo laurearmi. Lo far, non so ancora bene quando ma lo far. Vivr solo con i miei spettri, non quelli degli altri di cui posso fare volentieri a meno. Con i miei, ho fatto amicizia da tempo. Popolano tutti i miei posts spaziali. Devi farlo, Radon. E io credevo che lo si desse per scontato, che lo devo fare. Che la contingenza a volte superiore e per essere pi uomo sei meno macchina. Sei pi pensiero e meno azione, sei pi trascendenza e meno immanenza. Sei pi Radon, e meno risultati conseguiti dal Radon. Ma sono evidentemente solo anche qui, nel credere alla giustezza o legittimit delle mie cause. E sono solo nei giudizi, come voi siete soli nei vostri. Non esiste la comprensione. La definirei costruzione mentale temporanea reciproca. Euna stolta convinzione. Ho i brividi lungo la schiena! Vorrei andare oltre il dolore del mio polso sinistro e del mio colon ribelle in questo momento, ma fa pi male ipotizzare che chi non ha capito mai, non capir poi o capir quel che vuol capire e vani saranno tutti i miei sforzi.

Siamo soli, gente, siamo soli! Si, sono proprio il tipico esempio di pensiero senza lazione. Male. Posso pensare che sia meglio cos, ma solo chi pensa soffre. Sono ripetitivo, sto

esaurendo anche gli argomenti del mio pensiero. Questo fatto di una gravit inaudita, immane. Non mi riconosco pi. Tengo i piedi su due staffe per ora. Io banale. Eh si. Sta succedendo. Non c nulla da dire. Ma dai, odio questo discorso (che poi non un discorso). Il mondo un continuo discorso, c sempre da dire. Luomo parola. Forse sarebbe meglio dire che non si sa cosa dire, non si capaci di dire o non c nessuno a cui dirlo, che sia degno o capace di far dire. Forse sono io uno di quelli, e mi fa male perch ho SEMPRE creduto il contrario. Presuntuoso. Ma vale anche il caso opposto. Non voglio smettere di scrivere, vorrei scrivere o dormire in eterno.Come cambia il mondo che ci circonda, come cambia. Perch io non cambio mai? Eccetto lautodifesa Si pu imparare a cambiare? Cambio abitudini, luoghi e azioni del vivere, idea e atteggiamento, ma non me stesso, c una radice profondaquella che traspira da ogni Radon-pensiero su queste pagine. Identit? Masochismo? Non vi confine, nemmeno differenza. Vorrei essere limitato, pragmatico, stronzo.A fanculo i posts spaziali. Venti minuti di Radon, fortissimamente Radon. Solo Radon. Vorrei vedermi tra cinque anni, anche soltanto un flash, per curiosit. Sicuramente Emmett DOC Brown non sarebbe affatto daccordo. Sto perdendo la testa, e questa volta pi grave che perderla per amore. La sto perdendo per troppo uso. Si sta usurando e non ce n unaltra di ricambio. Ma come si fa a spegnerla? Come? Karn Evil 9 3rd impression mi sta aiutandoanzi no. Ecome un cancro. Che brividi, che brividi!

Storie Oggi finita una storia. Che teoricamente ha visto il suo epilogo in una sera di settembre, quando come in un banalissimo film il cielo decise di sottolinearne il definitivo declino. Ma tale storia ha avuto delle scheggie, non ci si mai persi di vista, ci si frequentati sotto vecchie spoglie,magari solo per il sesso, o sotto nuove forme ed auspici, si tentato di dare nuova linfa ad un qualcosa. Doveva essere unaltra storia, una storia diversa. Ma alla fine dei conti stata sempre la stessa. E non importa se la controparte non la pensa cos. Perch la penso cos io, ed ora ci sono io e basta, per una volta. Una storia di grandi promesse e aspettative, splendidi momenti, picchi di grandezza immersi per in un perenne limbo di discussioni e tentativi di comprensione andati a male. E alla fine stancano, si sommano, qualcuno somatizza e cova nellombra. C chi si gi stancato prima di me.

Evidentemente, non sono io quello guasto, di questo mi do atto. E a guarnire il tutto c sicuramente da qualche parte una costante mancanza di tatto e sensibilit. Eppure, un velo di tristezza calato quando ho acceso la macchina e sono risalito su. Non so perch. Forse perch dopo quasi 4 anni, seppure sia tu a lasciare volontariamente qualcuno, il distacco sempre difficile e la sensazione di perdita inevitabile. Suonava Heroes of Sand degli Angra, nel mio lettore cd. E per una storia che finisce, ce n unaltra che inizia. Che tra le mie braccia da poco pi di tre mesi e la stringo forte. La stringo forte, si, sperando di non farle del male con

questa mia stretta. Ma la tengo vicina al cuore e prego tutti i giorni che qualcuno la protegga, perch sento che lo merita.E le splendide parole che mi hai regalato anche questa sera mi danno ennesima conferma. Non ho nessuna paura, ho cercato sempre il coraggio anche quando mi mancava. Ne valeva la pena. Ne vale la pena sempre! Per te. Che continui ad essere una splendida sorpresa nella mia vita e che continui a brillare tra le mie mani. Come un sms che chiedeva un abbraccio, come una finestra di MSN che lampeggia a tarda notte, come la tua mano che incontra la mia sul tavolo di un locale Ancora oggi continui a splendere come il 28 gennaio, su quel palco. Ero l per il mio sogno. Quel primo bacio linizio di un sogno da cui non vuoi svegliarti, me lhai detto tu. Dormi ancora con me...

L'intelligenza sta

Lintelligenza sta nel cercare con estrema cura possibili compagni davventura

La storia non si fa con i se, e nemmeno la vita. Per il beneficio della fantasia come sempre voglio concedermelo. E dunque, che sarebbe della nostra vita se sapessimo circondarci -nel pi dei casi- di ottimi compagni davventura? Credo che il grosso delle sofferenze, o pi semplicemente delle insoddisfazioni di tutti i giorni siano date proprio da scelte non azzeccate riguardo alle persone di cui ci circondiamo. Voi direte, il bello della vita anche qui: la perfezione non esiste e non sarebbe

nemmeno auspicabile. Limprevisto, la novit, lo scontro e la maturazione attraverso persone magari anche sbagliate, ma mai immaginate prima. Vero, ma forse non di questo che parlo. In ogni caso, quelle sono persone positive: che portano squilibro solo per lattimo in cui ci cozziamo, e gradualmente cominciano a diventare satelliti amici. Vi sono invece esistenze di cui sarebbe buono e giusto privarci. Anime oblique, nel migliore dei casi incompatibili, nel peggiore pericolose o fatali. Pensateci bene. Eppure non siamo tutti capaci allo stesso modo di discernere: tra queste persone, si potrebbe a mente fredda abbozzare una distinzione. I nemici espliciti, quelli che ci risultano ostili in breve tempo, in modo inequivocabile, ed anzi in alcune occasioni talmente diretto che troncare il rapporto pu essere pi semplice. Sono pericolosi per gli effetti a breve termine, ma hanno il vantaggio della riconoscibilit quasi immediata. I dissimulatori, una macro-categoria che comprende i falsi amici e gli interessati, che non sono sempre la stessa cosa. Anche questi vengono alla lunga allo scoperto, ma non sempre facile capire fino a che punto agiscano per interesse o siano persone deboli, che non fanno trasparire quello spirito di amicizia che tanto ci attenderemmo in alcune occasioni. Sono difficilissimi da scovare. Gli insensibili, quelli che possono avere anche unessenza buona, e vivere un rapporto in buona fede, con lealt e sincerit: ma hanno delle carenze sottilissime dal punto di vista umano, a volte peccano di individualismo e profondit , tatto e capacit di calarsi nella profondit del diverso, del

nostro Io. E la mancanza di una qualit spirituale. E triste dirlo, ma dovremmo evitare anche queste persone. Anche costoro in realt sono pi eterei e nascosti di quanto possa sembrare. Gli ossessivi, che hanno in comune con gli insensibili la mancanza di tatto e discrezione, con il distinguo che questi possono benissimo non essere in realt amici, ma agire in malafede (in tal caso si apparentano ai dissimulatori) o per una pura contingenza che li ha portati ad incrociarsi con noi. Dopo aver capito la tua bont, non vedono il discrimine tra il momento per dare e il momento per ricevere: non capiscono pi che ci che tu dai gratuito, e non dovuto.

Chiedono, chiedono, chiedono sempre. Magari in fondo non pretendono, ma si pongono esattamente come se lo facessero.E cascano dalle nuvole alla prima reazione

scomposta, ma legittima. Non sempre chiaro il metodo per identificarli. Sulfurei e ambigui anche loro. Gli autistici, che sono affini agli insensibili, con la differenza che non solo sono incapaci di capire il diverso, ma nemmeno ci provano con la dialettica. Vivono nel loro esclusivo mondo e alla prima divergenza non che sbagliano linterpretazione del tuo modo di vedere le cose -come appunto, gli insensibili-, ma proprio non vogliono saperne. Questi sono abbastanza visibili, per nostra fortuna. Gli obbligati, quelli di cui percepiamo (subito o dopo un po, in tal caso non conta pi) unessenza negativa o incompatibile con la nostra, ma che per forza di cose siamo costretti a mantenere nella nostra orbita, vuoi per motivi di educazione,

convivenza oppure - tristissimo dirlo- per stretta convenienza. Siamo a questo punto dei dissimulatori noi stessi? No, non credosemplicemente mi piace pensare che siamo persone in attesa delloccasione per rimediare a questa cattiva scelta, eliminando queste presenze solo nel momento in cui questa decisione non sia pi nociva che mantenerle. Insomma, ci libereremo di questi, cercando per di limitare i danni che ci siamo gi fatti legandoli a noi. I virtuosi fatali, quelli che ci hanno fulminato magari per una superba qualit specifica, o per un misterioso fascino, di cui non riusciamo ad afferrare verso e direzione, ma che come una calamita ci attrae. Pu andarci per male, e quando realizziamo che questo verso orientato ad un polo che non ci piace per nulla, potrebbe essere tardi: sar difficoltoso liberarci di tali virtuosi del negativo. Avranno gi fatto grossi danni, o potrebbero farne esponenzialmente sempre di maggiori. Sono riconoscibili, ma appunto in ritardo, ed questo il loro potenziale oscuro.

Incommunicado Vorrei raccontare le sensazioni della mia citt, soprattutto nella notte.Sensazioni nate spesso da un niente, che generano grandi emozioni personali. Forse qualcuno le chiamava epifanie, punti notevoli dellesistenza, che ci passano davanti agli occhi e non sappiamo perch sono cos importanti, ma evidente che lo sono. Paradossalmente si fondono ad emozioni del passato, anche piuttosto remoto, ad un cielo stellato estivo quando eri bambino come ad uno prossimo dove una nave si

staglia sullo sfondo con le sue luci accese. O in un locale fumoso e sempre pieno, o sulla strada, o nella macchina con i vetri appannati. Tra la musica assordante, quando ci si saluta, quando ci si osserva e ci si sorride. Quando non si fa proprio niente, ma lo si fa con piacere.

Sulla spiaggia alle 3 di notte,persino anche in un parcheggio. Non hanno niente in comune, questi momenti. Siamo anche in luoghi diversi. Sempre in luoghi diversi. Con persone diverse, ridiamo oppure tiriamo le somme di un presente ogni minuto gi passato. Ma una dolce malinconia. Sarebbe bello attualizzare sempre questo presente.

Eppure non possibile, naturalmente. Vorrei. Non possibile darsi interamente (ed probabilmente un bene). Mi viene per da pensare che in realt non ci si da per nulla. Non ci si pu mai mostrare realmente, non possibile spiegare cosa si vede e si sente, come lo si vede e quanto lo si sente. Come si sente anche una gran stronzata, insignificante per i pi, per tutti. Cruciale per noi, magari nella notte della tua citt, in quei costanti attimi.E forse la comunicazione tra gli esseri umani non esiste. Forse soltanto un compromesso, un eterno compromesso. Ed in realt due persone che si intendono sono solamente quelle che accettano di miglior grado i compromessi.Anche quello che ho scrittoa chi importa in fondo ? Davvero. Pensateci bene. In fondo ?

Il cuore del natale Tacete, voi adorabili stronzi.Tutti quanti insieme.

Non c nulla che potete cambiare. Avete perso il vostro tempo, lo avete perso da tanti anni. Siamo arrivati al punto di non ritorno. E voi altri, che in buona fede dispensate ovviet, tacete! La forza di gravit cambiata da tempo.Mi date fastidio. Non siete pi una proiezione gradevole. Vi user come oggetti di piacere, mi riserver una poltrona donore al vostro cospetto in ogni occasione. Ho studiato il libro delle mie massime, allinterrogazione mi presenter volontario. E se oltre il muro dominer il vuoto, la gioia o la tempesta, voi non vi godrete mai lo spettacolo. Mai. Si chiude il sipario.

Te la do io la libert Finanziare progetti di tecnologizzazione di aree in posizione subordinata o secondaria rispetto all'Occidente

industrializzato: prospettiva certo non nuova e richiamata di recente da un dossier sulle reti pubbliche nazionali. Torna dunque in gioco la questione del Digital Divide, ovvero il divario digitale (inerente al possesso e alla diffusione di moderne tecnologie) evidenziabile tra le zone del globo, che assume implicazioni degne di attenzione soprattutto nel caso del suo connubio col settore della comunicazione. In una situazione geopolitica come quella attuale, delineatesi in maniera estremamente evidente i rapporti di forza, quali le prospettive per le diversit del mondo di poter lanciare e

far trasparire messaggi differenti, se prive dei medesimi canali di scambio? Quale l'agibilit mediatica e

conseguentemente politico-culturale di modus vivendi e operandi altri, al di fuori dei mezzi che il dominante Primo Mondo utilizza? Internet in primo luogo, ma anche tecnologia satellitare, telefonia mobile e tutto ci che la rivoluzione digitale comprende sono la conditio sine qua non per la trasmissione globale della diversit? Diversi paradossi sono celati dietro una certa tipologia di ragionamento: sorge infatti il dubbio di trovarsi di fronte all'ennesima rilettura della (vera o presunta) filantropia liberale, secondo cui una parte del mondo possiederebbe le insindacabili chiavi per la libert dei pi, gli elementi neutri e pacifici a disposizione dell'umanit intera per la propria incondizionata espressione. Dopo i diritti umani, ecco i diritti digitali. In questo senso, un notebook tra le mani degli aborigeni australiani pu essere accolto come un segno della generosit occidentale; o come una prosecuzione del colonialismo secondo altri mezzi, in relazione ai punti di vista. Ha certamente qualche fondamento l'osservazione secondo cui la riduzione del gap digitale sia necessaria non in nome di una ineluttabile ideologia del Progresso, che vede il ritardo dei fratelli minori dell'umanit come lacuna da colmare, quanto piuttosto come soluzione politica ad una oggettiva configurazione di rapporti di forza: vale a dire che le superpotenze, omologanti e totalizzanti per eccellenza,

traggono linfa vitale dalla stessa situazione di predominio sulla comunicazione digitale, resa ormai unico mezzo di effettiva trasmissione dell'informazione. E' per altrettanto vero che lo scenario geopolitico e l'omologazione culturale

vanno di pari passo con l'ampliamento progressivo dei mercati, siano essi quelli inerenti alla tecnologia, siano essi conseguenti all'informazione-merce. E' dunque sempre lecito interrogarsi sulle operazioni pianificate come quelle ricordate in apertura di questo articolo, nel caso in cui vengano promosse da istituzioni governative, cartelli commerciali ma anche da associazioni no-profit. Certamente la globalizzazione laddove in fase oramai avanzata non necessariamente dovr tradursi nel dominio dei medesimi modelli e valori mercantili, ma la sua forzata prosecuzione tramite gli oggetti della tecnologia digitale dimostra quantomeno che la lezione di Marshall McLuhan ha probabilmente da attendere per esser compresa; ovvero che il medium il messaggio, e non soltanto un significante neutro al quale il popolo Maroon del Suriname o i contadini del Vietnam potranno integralmente imprimere il segno della propria specificit, magari

trasformandola in oggetto politico. Versione conciliante con certi intenti filantropici, ma poco attenta ai meccanismi deformanti che il medium opera sulla percezione di chi lo utilizza; l'estensione di se stessi quasi in senso fisico, uno spazio e tempo appiattiti e intercambiabili, un'idea di libert corrispondente a quella moderna, riposta sulla quantit (di immagini illusorie, suoni e luoghi virtuali, di informazioni troppe e tutte equivalenti, come su Internet ecc. ecc.) piuttosto che sulla magari qualit davvero di un vissuto per quotidiano, la singola

quest'ultimo

fondante

specificit. E' questo il vero ruolo che dovrebbe assumere una politica attenta agli usi della diversit, per riprendere una felice espressione di Clifford Geertz; permettere alle

singolarit di dimostrarsi e comunicare secondo mezzi e modi che in primo luogo esse stesse ritengono opportuni (sempre che lo ritengano). Prima ancora che fornire linguaggi e oggetti pi adatti ad essere se stessi. Evitando gli estremi opposti, per cui pools di antropologi scoraggiano gli indiani d'America dal dotarsi di strumenti della tecnologia; se anche alcune dinamiche possono avere radici esogene (ad esempio, nella colonizzazione dell'immaginario) ma nel contempo mostrano autonome decisioni endogene, altrettanto grottesco ergersi a tutori della libert di una comunit altra.

Sposando per programmi di dotazione massiva di telefoni cellulari per i Tuareg, pi che un servizio alla diversit, si rende un ennesimo omaggio alla societ mercantile.

Calciopoli a parte Diviene davvero difficile in un sistema dominato dai valori mercantili- riconoscere, qualora compaia, un fenomeno non determinato o intaccato dalla dura legge del profitto. Quandanche un misfatto politico o un intrigo economico viene a galla e vede la sua risoluzione a suon di provvedimenti legali o risvolti giudiziari, si tristemente costretti a chiedersi a propria volta quale sia il nuovo interesse a guida del meccanismo. Un po come chiedersi chi paga a proposito di un quotidiano o di una testata di informazione per avere le giuste risposte sul perch dei contenuti. E sopra le radici putrescenti di un intero sistema c il pubblico, spesso non avveduto e cieco di passione, o assolutamente consenziente e connivente se avveduto. Cos per il mondo del calcio.

Calciopoli o meno, il cittadino-tifoso medio non minimamente intaccato o scosso dai movimenti cos eclatanti del 2006. Un po perch in questo stritolante ingranaggio di lavoro-produzioneprofitto, chiedere al comune piccolo-borghese di rinunciare al credo di una passione (e dunque alla sua unica via di fuga dalla frenesia della quotidianit) solo perch altri signorotti ne hanno fatto un giocattolo ultramiliardario continua a

sembrarmi eccessivo, oltre che ingiusto. In altri termini, anche se il calcio malato, ce lo teniamo cos perch nonostante tutto vogliamo avere ancora qualcosa in cui credere. Un po perch certe bravate sono entrate cos tanto in circolo

nellimmaginario comune che non solo vengono accettate, ma persino condivise e ritenute ordinarie. I Moggi e i Galliani fanno quel che fanno perch normale che lo facciano. Si sapeva pi o meno tutto. Si immaginava pi o meno tutto. La messa al bando della classe arbitrale, il caso Agricola, lEpo, lo scandalo dei passaporti, la Gea, il conflitto dinteressi e la Lega Calcio, i diritti televisivi, la lista lunga. Ma soprattutto le decennali dicerie da curva sud, che al di fuori del provincialismo mantenevano un fondo di verit.

Improvvisamente gli scenari mutano, e i fantasmi che aleggiavano nellaria vengono a galla, e lo fanno in sequenza impeccabile. Le intercettazioni telefoniche innescano un meccanismo a catena che da origine alla rapidissima caduta del castello di Calciopoli a colpi di eventi e provvedimenti dalla puntualit disarmante. Il che, con i tempi che corrono gi sufficiente per dare il via alla nuova escalation di dubbi. Operazione corretta e necessaria. Nonch il mestiere primo del giornalista. Un pocome fa Claudio Cerasa, che sul Foglio del

2 dicembre del 2006, ci ricorda che all'Inter stato assegnato uno scudetto da un suo ex consigliere di amministrazione (Guido Rossi, commissario uscente della Figc, all'Inter dal 1995 al 1999) e dal figlio di un suo ex dipendente (Paolo Nicoletti, ex subcommissario della Figc, figlio di Francesco Nicoletti, collaboratore di fiducia di Angelo Moratti, pap di Massimo Moratti), nell'anno in cui nel cda dell'Inter ci sono tre membri su otto (Carlo Buora, Pier Francesco Saviotti, Marco Tronchetti Provera) che fanno (o facevano) capo a un'azienda guidata da un suo ex consigliere d'amministrazione (Guido Rossi) e che anche la stessa (la Telecom) che sponsorizza il campionato di serie A Tim. Si tratta di affermazioni difficilmente contestabili, dati alla mano. Il discorso in tutto e per tutto affine a quello della caduta della Prima Repubblica dopo Tangentopoli: da allora fino ad oggi abbiamo

semplicemente assistito alla continuazione del clientelismo e dei suoi mali sotto altre vesti. Il palazzo del calcio sempre l, occupato da nuovi signori. La ruota gira per tutti. E LInter vince esattamente come la Vecchia Signora, afferma Cerasa. Lo ha detto anche Zamparini, che qui peggio di Moggiopoli. Anche se la Gea ora si sciolta (perch aveva i giocatori pi bravi del mondo). E chi compie lescalation adesso lo fa appunto con la Juventus in B e il Milan penalizzato. Perch lInter ha fatto quel che ha fatto, la Roma ha un direttore sportivo ex Gea, Guidolin un ex della Gea e Spinelli vicino alla Gea. Che il calcio non sia lindo e quieto dopo la tempesta indubbio, sarebbe piuttosto ingenuo ritenere il contrario. E che dai meccanismi dominati dalleconomia e dalle logiche di

potere non si scappa. Ma certe affermazioni nascondono probabilmente il proposito di attenuare la portata degli eventi, uniformando il calderone degli attori alla stregua del sono tutti uguali, sono tutti ladri. Sono piuttosto tutti

imprenditori, questo che sfugge a Cerasa. E che lInter senza dubbio prima in classifica perch fa quel che fa oltre ad avere indubbiamente un organico tecnicamente impeccabile - , e la Roma viene subito dietro per lo stesso motivo. E gli altri sono dove sono perch hanno fatto quello che hanno fatto. Lo hanno fatto, per anni. Hanno svolto certi ruoli, deformato la struttura del calcio e determinato pesantemente i suoi esiti. Hanno ripetuto e reiterato i comportamenti, alimentando sospetti e polemiche domenica dopo domenica. Hanno scritto una storia del calcio non vera. E hanno avuto anche vita relativamente facile. Di pi, hanno alimentato addirittura a posteriori londa dei movimenti auditel relativi alla faccenda, se vero che Moggi tuttora intonso e ha fatto bella mostra di se e delle sue incomprensibili ragioni nel pomeriggio domenicale di Raidue. LInter, la squadra degli eterni perdenti, perdeva sul campo. Avrebbe sempre e comunque perso sul campo per la sciagura di avere una dirigenza suicida nelle scelte di mercato e nella gestione di organico e allenatore. Avrebbe continuato a perdere sul piano dellimmagine per lincapacit di gestire la fuga di dichiarazioni lesive e notizie dei suoi giocatori. Avrebbe fatto lInter ancora per anni. Ma avrei voluto continuare a vedere un Inter perdente al cospetto di una bianconera squadra di calcio a tutti gli effetti, piuttosto che un ibrido sportivo-politico. La Juve ha vinto come ha vinto, e non c dubbio alcuno sulle modalit quantomeno

oscure di almeno 4 o 5 stagioni dei campionati dellultimo decennio. In un sistema di gerarchie di potere, tutti i pretendenti tendono ad occupare un posto di rilievo nella piramide. Tutti sono colpevoli, tutti sono poco puliti. Qualcuno occupava un posto pi importante. Qualcuno riusciva ad arrivare dove altri non arrivavano. Gli altri stavano sotto, e non determinavano niente. Non contavano niente. Nel frattempo, giocavano a calcio, magari anche male. Il palazzo sempre in piedi, ma un palazzo pi grande, quello delleconomia e della politica, non soltanto del calcio. Chi ha pagato gli esiti della vicenda, doveva pagare.

La facile realt dell'Aut-aut (2004)

Se vero, come afferma Ramonet, che al giorno doggi il confine tra informazione e comunicazione sempre pi difficilmente tracciabile, forse altrettanto utile ammettere, abbandonando ogni aspettativa morale, che non esiste la possibilit di uninformazione per definizione oggettiva. Il problema non affatto nuovo. Ci che per attualmente spaventa in misura maggiore lunidirezionalit asfissiante delle interpretazioni proposte, quantomeno attenendosi ai mezzi che fanno opinione, con la televisione in testa. Ed il tanto sbandierato pluralismo liberale nel contempo si riduce ad uno falso dibattito sul quotidiano che sa tanto di inevitabile ed ordinaria amministrazione. E di pochi giorni fa la notizia del sequestro di alcuni hard disk dai servers di Indymedia (noto portale internet di controinformazione, come si autodefinisce) da parte della polizia

federale americana, la FBI. Al di l dei legittimi dubbi sulle possibilit giuridiche per una tale provvedimento (il

sequestro avvenuto in territorio britannico) e sugli estremi di censura, inevitabile notare come il mezzo internet, nella sua crescita vertiginosa e potenzialmente libera, possa in parte creare La grattacapi ai difensori seppur della al suo ideologia interno ufficiale. ricca di

rete

antagonista,

contraddizioni ed incongruenze (nonch di schemi ancora una volta ancorati a vecchie categorie) ha comunque intuito la necessit di agire sulla societ con strumenti tra i pi difformi, conscia che lassociazionismo e lazione partecipativa la reale chiave per scalfire i pregiudizi di un intero sistema, conseguentemente trasmessi alla mentalit comune.

Internet un mezzo ambiguo e senza dubbio caotico ; ma inutile rifiutarne le opportunit. Non purtroppo il tempo di esclusioni, quandanche un semplice editoriale del TG5 in grado di plasmare in un solo colpo milioni di coscienze. La logica per cui Enrico Mentana in prima serata pone pressantemente la necessit di un Aut-Aut tra noi (la progredita civilt occidentale) ed un non meglio precisato loro (il mondo islamico visto come blocco monolitico ed uniforme) quella che impone lutilizzo del maggior numero di mezzi possibili da parte di chi voglia mostrare il proprio dissenso. Senza discriminazioni di sorta, compresa ogni categoria di appartenenza politica o culturale. Purtroppo attraverso lo strumento del ricatto morale, stimolando i nervi scoperti dellascoltatore tramite il comprensibile sdegno per decapitazioni ed affini atrocit, si esclude aprioristicamente ogni dubbio sui sedimenti storici e sulle biasimevoli condotte

politiche

che

hanno

potuto

originare

il

fenomeno

del

terrorismo. Quandanche tutto ci che apprendiamo dellOssezia dalle emozionate parole di un bambino sopravvissuto alla strage, mentre non una parola sulle pregresse migliaia di vite umane sulla coscienza del democratico Putin. Quandoanche si fa ben presto a collocare negli inferi della storia un popolo che non sa nulla di eroi ne di football, come Sky Tg24 ha apostrofato gli uccisori dellex campione americano Pat Tillman. Per poi scoprire che si tratta dellennesima vittima del fuoco amico : ma poco importa, almeno al cospetto della aprioristica volont di chiarire una volta per tutte chi siano i veri Eroi.

Quandanche la sinfonia mediatica gioisce alle prime libere elezioni in Afghanistan, che gi funzionano male in Occidente, figuriamoci in un paese dalla cultura radicalmente difforme e per di pi in cui il candidato vincente era stranamente gi noto alle cronache da mesi. Si tratta infatti di Karzai, consulente della multinazionale americana Unocal, attiva casualmente nel settore estrattivo di gas e petrolio. Ma queste sono solo illazioni, ed a pensar male si va in galera, ma ci si azzecca sempre. E come se non bastasse, la spinta verso lo scontro tra due civilt (che forse soltanto due non sono, in quanto estremamente variegate al loro interno ed anzi reciprocamente influenzate da millenni) viene fomentato imponendo una falsa scelta o polarizzazione.

Da una parte il fondamentalista (sempre islamico e mai occidentalista, in onore alla precisione). Poco importa chiedersi se combatta per un ideale, se risponda ad una necessit

politica o davvero religiosa. Ancora meno utile chiedersi se la causa di talune reazioni sia davvero una interpretazione univoca dellIslam quanto piuttosto un sedimento culturale della propria specifica realt locale, una diversa concezione delluomo o un esasperazione di cui il bel mondo responsabile. Dallaltra il democratico uomo moderno, che rispetta i diritti umani (sua pura invenzione, da difendere alloccorrenza con le armi ), che si occupa del Grande Fratello nei servizi dei telegiornali in prima serata e che prima o poi ci porter su Marte. Daltronde questo uno dei ruoli della politica ; orientare le masse al consenso. Ed il meccanismo pienamente legittimo. Ma mai come ora tale consenso non per unidea come tanti credono, quanto piuttosto per lunica variabile disponibile, quella offerta dal grande palcoscenico della comunicazione.

Eroi da esposizione

Se vero che un popolo ha un bisogno continuo di eroi, lecito sperare che gli stessi non vengano - alla prova dei fatti vilipesi nel loro stesso status. Nicola Calipari probabilmente eroe lo era davvero, altro non fosse che per il suo estremo gesto. Ma c il sospetto che questo patriottismo facile ed mediaticamente indotto rientrato fino adora in un progetto di legittimazione cieca ed impulsiva della politica estera del Governo italiano, o per meglio dire delle lites a stelle e strisce che ne rappresentano l illuminante faro possa viceversa assumere un corollario grottesco, senza la necessaria luce sulla vicenda. Se in precedenza gli italici squilli di tromba sono

bastati per serrare le fila contro il feroce nemico islamico, stavolta la morte viene per mano del fuoco amico. Il caso vuole che il coraggioso operato (e sacrificio) del funzionario del Sismi venga oscurato nel caso in cui ancora una volta gli interessi americani prevarranno sul pi elementare senso di giustizia ed orgoglio. Ci si augura insomma che la vicenda del Cermis abbia insegnato qualcosa, ancor pi in tale frangente dove il contesto assolutamente pi grave. Se non verr fatta chiarezza sulle ragioni della sparatoria contro lauto che trasportava Giuliana Sgrena e lo sfortunato Calipari,

questultimo sar un eroe buono per lacritica memoria del popolo, ma un utile idiota per chi dovrebbe invece alzare la voce contro il gendarme planetario. Un eroe cornuto e mazziato, per usare una espressione in tal caso davvero nazional-popolare. La verit di comodo, la versione rassicurante di matrice americana non tarder ad arrivare, sar anzi probabilmente gi nellaria quando il lettore si trover di fronte a queste righe. Se tarder, in ogni caso non potr essere messa in discussione. Ad un cos grave gesto le risposte sarebbero dovute arrivare immediatamente; non ipotizzabile

comportamento migliore per evitare ipotesi di incompetenza totale o peggio ancora, quelle assurde di una strategia preordinata. Viceversa la Casabianca ed il comando americano hanno da subito spento il cellulare, e il buon George W.Bush dopo alcuni giorni ha risposto con decisione: verr rivelato qualcosa solo al termine di uninchiesta di indefinita durata e di altrettanto imprecisata modalit, in quanto comera ovviogli interessi americani sono prioritari. Il ministro Castelli e

la richiesta rogatoria internazionale- ha avuto presto il benservito. Scettici o pi semplicemente teste pensanti dovranno sottostare dora in poi allaccusa di pregiudiziale antiamericanismo, tutti gli altri passeranno come realisti che hanno compreso la delicatezza della situazione e la necessit di tempo per dare risposte al tragico evento ; e le risposte c da giurarci- andranno benone, di qualunque tenore siano. C da sperare che lopinione pubblica sappia trasformare liniziale ondata di sdegno in riflessione critica nei confronti delloperato americano e delle sue scelte planetarie, e la lettura dei quotidiani nei giorni immediatamente successivi allaccaduto lasciavano trasparire qualche spiraglio di luce. Ora sarebbe invero pi realista ricredersi: dopo la tempesta, la democratica quiete torna a farsi strada e presto maggioranza e opposizione hanno chiarito che lappoggio alle scelte di Washington non in discussione. Il bombardamento mediatico lunica cosa che persiste con violenza, al fine di stordire le coscienze piuttosto che muovere le idee. Il Corriere Della Sera continuer a presentare i suoi speciali sulla pagina della cultura per illustrare testi che spiegano quanto sia diffuso il pregiudizio antiamericano; Libero cos come era stato per le due Simone, Baldoni ed altri- continuer a lanciare strali contro la Sgrena e il suo compagno, contrariamente ad ogni senso di umanit e pudore; Mentana (cacciato perch scomodo a dire dei ferrei sostenitori del dualismo destra-sinistra) riappare in prima serata seppur per ragioni di audience contro il festival sanremese- con uno speciale su Oriana Fallaci, unitaliana di cui si sa poco e di cui si sentiva proprio il bisogno; anche in

Sardegna su lUnione Sarda - si sprecano editoriali che dimostrano quanta affinit leghi Usa ed Europa.

E mentre il turbinio mediatico continuer a riscaldare la medesima minestra inculcando la convinzione che faccia discutere, un numero non quantificabile di dettagli sulla recente tragedia viene taciuto, dai telegiornali in primo luogo ; come sempre si vaga nelloscurit e chiss se davvero quei 700 metri in direzione dellaeroporto di Baghdad sono realmente i pi pericolosi di tutto lIraq, come presto ci si affrettati a chiarire. Se lauto aveva superato i precedenti controlli, se la zona interamente presidiata da pattuglie americane (e magari se lIraq ora una nazione libera e democratica) , quantomeno lecito dubitarne e da qualche parte vi una falla evidente. In alternativa, rimane lo sconcerto per lassoluta impreparazione e listerismo di chi ha aperto il fuoco crivellando lauto con 300 colpi; permane il dubbio

sullefficienza organizzativa del comando americano e sulla regolarit della comunicazione di guerra. Il tutto sommato alle critiche generali che dallinizio del conflitto continuano fortunatamente a sollevarsi anche se tramite canali non sempre primari- nei confronti della politica estera U.S.A e delle ragioni del loro intervento armato.

Vi anche chi folle e sconsiderato- lancia ipotesi come quelle di un agguato premeditato, atto ad eliminare un potenziale possessore di informazioni scomode, teoria forse semplicistica e del tutto funzionale al gioco politico italiano; se davvero si volesse teorizzare unazione in malafede, il botto mediatico maggiore sarebbe derivato viceversa dallattribuzione di unidentit islamica agli uccisori, cos da confermare

lennesimo atto terroristico in un estremo colpo di coda. In ogni caso, non si preoccupino gli attanti del meccanismo politico italiano: tutto sta rientrando nei ranghi, presto il caso verr dimenticato e gli umori estremi verranno abilmente riconvertiti in termini di consenso.

Manuale per oscurantisti e vecchi bacucchi

Ed tempo finalmente di sostituire alla domanda kantiana come sono possibili giudizi sintetici a priori? unaltra domanda: perch necessaria la fede in tali giudizi? tempo, cio, di comprendere,che tali giudizi debbono essere creduti veri allo scopo di conservare gli esseri della nostra specie; per cui naturalmente potrebbero essere anche falsi giudizi! O, detto pi chiaramente, duramente e definitivamente: giudizi sintetici a priori non dovrebbero affatto essere possibili; non ne abbiamo alcun diritto Friedrich W. Nietzsche

A fare i ribelli non ci si guadagna, dicono. O si esotici, o bastian-contrario, oppure oscurantisti, reazionari, retrogradi e perch no? anche vecchi bacucchi. Come in ogni epoca, la nuova generazione critica la precedente; man mano che si cresce si critica il mondo in cui si vive e i suoi modelli: era meglio quando si stava peggio, i treni arrivavano in orario e magari potevi anche lasciare la porta aperta di notte. Poi passa il tempo, e tutto si risolve, si rinnova, il ciclo si compie e come dicevano i Beatles in Revolution, non sai che andr tutto a posto? Arriva, a questo punto, il solito moralizzatore di turno, con il dito puntato e scandito ritmicamente, a bofonchiare contro la televisione, internet, i social network, la

democrazia e le elezioni, la libert individuale ed il permissivismo ed aggiungete a piacimento tutti i gingilli e le belle cose che la modernit ha prodotto e ci offre, e che anzi noi stessi, gnomi brontoloni dell'ultim'ora, utilizziamo e in cui ci tuffiamo senza poi tante remore. Tutto regolare quindi? Forse no, forse qualcosa di nuovo sotto il sole c'. Perch in epoca liberale (che poi, stando ai manuali di scienza politica, nemmeno pi tanto tale ) quello che ci offre la societ non la Verit, la Redenzione, ma soltanto la libert e la possibilit di scelta, di partecipazione. Il critico invece il nostalgico di tempi e luoghi che meglio non citare, siano essi rossi o neri, il nemico della e delle libert. Del resto, come si fa a criticare cos radicalmente un qualcosa? Sembrer poco credibile, ma anche chi scrive piuttosto ostile al riduzionismo, ovvero alla lettura univoca dei fenomeni ed alla loro vera e propria riduzione ad una sola dimensione, sia essa quella scientifica, economica, religiosa o quello-che-vi-pare. I cosidetti nuovi filosofi di cui parlava De Benoist, o per tornare alla premessa, i filosofi in toto di cui parlava Nietzsche, non sono forse i veri detentori e proclamatori della Verit? Di una sola Verit, bench democratica e partecipativa? Per parlarci con pi semplicit, come si fa a criticare cos radicalmente la Televisione? I luddisti, distruggendo le macchine in fabbrica, hanno gi fallito una volta. Ed oggi nel 2010 c' ancora un movimento che porta le televisioni su un camion e le fracassa di randellate. Pochi a dire il vero, e meno male dir la massa. La televisione ha accresciuto il livello culturale di una nazione intera, che questa nazione stessa l'ha fatta attraverso la lingua e i modelli, i film e i telefilm che

hanno visto tutti e cementato una coscienza nazionale, un'identit e un sentimento di condivisione di valori che per quei modelli passavano. Tutti dietro ad una scatola, all'ora di pranzo o sul divano dopocena: la famiglia italica onesta e operosa durante la giornata, finalmente unita e complice: la Rai che parlava nelle case negli anni '60 e '70, coi suoi caroselli e i suoi intrattenitori cos vicini a noi e a cui vogliamo cos bene, l'informazione per tutti, accessibile e palpabile con mano, l'avvento della TV commerciale negli anni '80 che tanto ci ha fatto divertire e ridere, che ha cresciuto i nostri bambini e allietato i nostri pomeriggi e serate con i quiz, i variet , e poi lo sport e le canzoni, i pupazzi e le avventure. Come si fa a parlar male di tutto questo? Si pu e si deve. Altrimenti dovremmo dare degli idioti a fior fior di pensatori come il compianto Baudrillard, il liberalissimo Popper o il seminale McLuhan e milioni di altri ricercatori che hanno studiato e documentato gli effetti nefasti del medium passivizzante per eccellenza. Si sente spesso affermare che non pu mai essere condannabile il mezzo in s, ma l'uso che di esso si fa; che esso soltanto un contenitore ed il contenuto a connotarlo. Certo che non si pu condannare una scatola. Io in questa scatola posso anche guardare i pesci del mare dei tropici, un documentario sulla fecondazione in vitro o una commedia dialettale pugliese. Ma questa frase cos tanto ottimista distrugge superficialmente ed in un sol colpo il magistrale insegnamento secondo cui il medium stesso il messaggio. A prescindere da cosa esso ci dica, se ci informi bene o male, se dica o meno la verit (quale verit tra le tante poi?), se sia educativo o meno per i nostri figli, se ci sia troppa violenza o

sesso, se i modelli che propone sono giusti, se Santoro e Biagi e Travaglio e Luttazzi e la censura e Berlusconi e i padroni dell'informazione e l'informazione non libera e Rai per una Notte o per tutte le notti. E noi qua a farci dettare la realt sempre e comunque, la Realt della Televisione, bella o brutta, utile o dannosa. comunque quella, la Realt, che fa rima con Verit, s, quella verit dei Filosofi, magari democratici e liberi. Come si faccia a non vedere la ineluttabile passivit e passivizzazione di tutti noi di fronte al mezzo monodirezionale per eccellenza, rimane un mistero. E qualunque discorso si possa fare attorno ad essa la televisione (culturale, scientifico, politico e via discorrendo), la passivit del fruitore inconfutabile. Nemmeno con la famosa interattivit si potr arrivare a tanto. Il suo picco, finora, direi che stato il telecomando Quizzy dei primi anni '90 coi giochi a premi di Mike Bongiorno. La TV ci detta una realt che diventa l'unica possibile, di cui si parler a lavoro, nei bar, coi vicini di casa e sui giornali. E ci preoccuperemo i pi avveduti, quelli che sanno e non sono mica capre come gli altri, e magari votano PD o Di Pietro di quante fregnacce dicono i TG, di quante reti possieda il premier, delle epurazioni e delle censure, della costituzione violata e di tutti i temi scottanti del Dibattito, quello con la D maiuscola. E nel mentre il consiglio comunale che si riunisce a pochi minuti da casa nostra decide (o pi spesso NON decide) sul cambiare quel lampione nella nostra strada difettoso da 10 anni, su quell'appalto che premier questo o quel delinquente, sull'ennesimo autovelox da piazzare chiss dove. Il consiglio regionale decider di distruggere un altro pezzo di costa per un albergo che rimarr magari chiuso

o decider di autorizzare la coltivazione del pomodoro OGM brevettato in Texas nella tua terra. Il consiglio dei Ministri decider il resto, sempre che non l'abbia gi deciso l'Unione Europea. Ma l'importante sapere, e meno male che sappiamo, se solo la televisione ci dicesse la Verit. Se non creasse un'altra realt. Ma quello che non capiamo che la Realt comunque la creerebbe e la creer, e sar sempre altra, sempre la sua. I pi avveduti son preoccupati per i destini di Santoro e della costituzione, o per la dittatura di Berlusconi. Gli altri sono preoccupati per l'eliminazione del loro beniamino su Amici di Maria de Filippi, per la crisi tra Belen e Corona e qualche altro succulento orpello della nostra vita. Quelli che la TV la spegneranno, magari daranno una mano al proprio vicino di casa, pianteranno lattuga o zucchine in un pezzo di terra; faranno la spesa non seguendo la pubblicit ma tramite un gruppo di acquisto solidale, acquistando prodotti a chilometro zero; leggeranno un libro o impareranno a suonare uno strumento musicale; metteranno in piedi qualche iniziativa culturale o ricreativa; un concerto, una festa, una grande cena con gli amici. Faranno una passeggiata per le vie del centro, parleranno con le persone e magari decideranno insieme su qualcosa che prema a tutti, per il proprio quartiere. Costituiranno dei comitati spontanei, delle assemblee popolari, prenderanno la bicicletta o i mezzi pubblici e sentiranno la puzza di prossimo. Vivranno la realt e la cambieranno giorno per giorno, con il loro esistere e con le loro azioni. Gli altri, continuino pure ad occuparsi di Santoro. Quello che non si comprende, che non affatto pericoloso disinteressarsi dei Grandi Temi. Non pericoloso

non andare a votare. Non dannoso distrarsi di fronte alle avvisaglie di una Dittatura. pericoloso invece dargli ascolto. Lasciarli soli, senza seguito e senza utenza: la politicizzazione delle masse proprio qui, nel dare un'illusione di

partecipazione attraverso il medium, esautorando cos le collettivit dall'azione diretta sul proprio territorio. Non con il disinteresse della gente che si crea e alimenta il Potere, ma con l'appoggio diretto e soprattutto indiretto alla Realt che viene proposta e sancita. C' dentro fino al collo anche chi sostiene Rai Per Una Notte, Mediaset per Nessuna Giornata, chi vede in Travaglio il messia dopo Cristo e chi va al lavoro tutti i giorni orgoglioso con la sua copia del Manifesto sottobraccio. Siamo tutti complici ed artefici se non ritorniamo a vivere una volta per tutte. A non volere, per volere di nuovo. In questo senso non volere potere. Perch questo volere oggi un'illusione, diversa da quella che sosteneva la comunit nel medioevo. Diversa dai roghi in piazza per propiziare un raccolto, dal valore del rito pagano e dal fondamento delle credenze popolari. Noi oggi quelle illusioni positive le condanniamo e ne sorridiamo tranne qualche vecchio bacucco di cui sopra e ci preoccupiamo della vita di un unico toro in un arena (rito millenario che per carit potranno gli spagnoli stessi decidere di eliminare,ed con legittimit a quel punto) senza curarci di 30.000 mucche che vivono in un metro quadro allevate con cibi tossici e nate gi per morire. Da altro canto, per, non ci curiamo dell'altra Illusione, quella di partecipare con il voto, con il Dibattito intorno alla Realt della TV, con il nostro account su Facebook, con il diritto di opinione e con la creazione del

nostro

blog,

con

il

tutti

in

rete

attraverso

nostri

palmari/cellulari/smartphones da ogni dove, tutti vicini e tutti collegati, tutti partecipi e tutti democratici,ma cos soli e lontani. Non volere anche vivere il proprio territorio, la propria comunit e il vero prossimo non quello cattolico e generalizzato di tutto il mondo; non volere smetterla con i nostri giudizi sintetici a priori, le nostre Verit sui diritti umani violati in Africa, sui posti come diceva Gaber dove ancora non v' giustizia, democrazia o libert. Non volere innanzitutto non voler essere invadenti, non porsi in modo perentorio e definitivo ma nemmeno relativista: vivere il proprio guardando il resto in prospettiva, calandosi nell'Altro e facendo della sua esistenza la condizione per la nostra identit. Guardando al diverso per quello che e accettandolo, cogliendone i lati che ci possano arricchire, quando guardiamo ad esso nella sua realt, nella sua interezza e non nella Realt che ci viene proposta, qualunque essa sia.

Non di network sociali e blog v' bisogno, in cui il nostro Ego che traspare comunque sociale anch'esso, ovvero costruzione pubblica, riflesso lontano del prossimo che c' dietro coi suoi odori e con i suoi umori reali. Internet supera il gap della monodirezionalit di altri media, ed in questo importante correttivo delle distorsioni soprattutto dell'informazione,

parola invero orribile e che richiama gi una volont totalitaria nella sua etimologia: dare forma, disciplinare, insegnare. Ma rimane comunque un medium, un tramite illusiorio e creatore, come un Leviatano, di una realt che in pochi casi percentuali ha ricaduta sul vissuto.

Perch il vissuto fatto di distanze reali, di fatica e meraviglia

frammiste a paura per ogni nuova scoperta, piuttosto che di planetarie equivalenze tra un luogo e l'altro solo perch viste in Tv, o di virtuali amicizie e comunioni di spirito con un Diverso che ci piace perch la Rete lo rende uguale e vicino a noi. Il vissuto fatto di decisioni e sacrifici, di discussioni con l'alito del prossimo che ci disturba e ci ricorda che siamo vivi, di grandi azioni ed imprese da compiere insieme per cambiare quello che non va, di odori di terra e sapori dei suoi frutti. Il vissuto l'accorgersi di cosa succede nella strada a fianco, nel quartiere che ti ospita, nella terra che ti confina ma ti rende una persona vera. Allora forse non si dei reazionari ad enunciare i limiti di una modernit che ha annullato distanze e frontiere, che ci ha riempito di stimoli e possibilit , ma ha reso tutto cos vuoto ed eguale. Citando un amico, si pu affermare che erano forse meglio i tempi in cui potevi ancora perderti qualcosa, mentre oggi c' Youtube e lo puoi rivedere. O per dirla con l'altrettanto compianto Jean Cau, beati i tempi in cui non si sapeva nulla. Al Tg delle 20, Carestia in Etiopia. Uno scheletro vacilla ambulante verso il Nulla. Immagini terribili, domani tutti ne parleranno. No, hanno gi

dimenticato. Tra i Sofficini e il Conto Arancio, anche il mio negro di 25 chili. Allora c' un reale bisogno di passaggi al bosco, di non volere e rifiutare, di chiamarsi fuori per tornare dentro. Senza essere definiti oscurantisti o vecchi bacucchi, ma forse ancora troppo presto per pretenderlo.

Altrove

Secondo i dati riportati da Umberto Galimberti, il 53 per cento degli italiani soffre di disagio psichico per lo pi a sfondo depressivo (34 per cento), e il 32 per cento assume psicofarmaci il cui consumo aumentato del 60 per cento negli ultimi quattro anni: stime decisamente preoccupanti, e che fanno il paio con i famosi 566 americani su 1000 che ricorrono allausilio di sostanze per fronteggiare la quotidianit . E non a caso, linflusso della cultura americana probabilmente ci che fomenta questo progressivo consumo: labbattimento del senso del limite spinge lindividuo, eternamente insoddisfatto del suo presente e proiettato verso una meta sempre al di l venire, a ricercare un qualcosa che allevi chimicamente il suo senso dansia, che lo proietti in una condizione di fittizia onnipotenza meccanismo e di disinibizione. gran parte Nulla delle di droghe differente comuni, dal con

laggravante che la scintilla di tale dinamica proprio nellideologia del progresso e della scalata al successo. Devo essere di pi, per essere qualcuno. La qualit della vita non dunque mai nel qui ed ora, ma sempre e perennemente inafferrabile. Per frenare questo stato ansiogeno, si ricorre ad aiuti esterni, nellimpossibilit di vedere lobiettivo. Non necessariamente tale ausilio di tipo chimico: qualunque cosa in grado di sottrarre lindividuo dalla responsabilit del vissuto reale e di metterlo a contatto con una situazione di esclusiva agiatezza entra in gioco. E il caso ad esempio della tecnologia: in grado di svolgere numerosi compiti al posto delluomo, offre nel contempo ad esso lillusione di

onnipotenza, di soddisfazione e di controllo non solo della realt circostante, ma anche della propria psiche. Gli psicofarmaci illudono e piuttosto inibiscono il vissuto: la tecnologia, pervasiva e onnicomprensiva, svolge una funzione equiparabile. Come lo definisce lo stesso Galimberti,

lindividuo sovrano si illude che con la tecnologia controller ogni sfera dellesistente, magari anche del personale, rendendo sempre pi soggettivo ed integrato a se il mezzo tecnologico che utilizza. Emblematico il caso della telefonia cellulare, medium individuale per eccellenza, che sta evolvendosi sempre pi verso la tipologia di postazione multimediale portatile. Mentre in realt comanda sempre meno, ed affida

inconsapevolmente al mezzo altro la sua prerogativa. Ma alleviato dal peso della responsabilit e vive la sua condizione con maggior tranquillit. Da sottolineare che stata sufficiente la sola diffusione della tecnologia a generare un certo tipo di effetto alienante ed espropriante, a prescindere dalla sua natura. In altri termini, se la prospettata realt virtuale o i videogames sono piuttosto espliciti nel senso di un vissuto fittizio ricreato, il resto dei medium no. Eppure leffetto il medesimo. In questo senso, la tecnologia di per se una nuova droga, un palliativo dei mali moderni, uno psicofarmaco collettivo. Essa cos presente che diventa estensione fisica di se stessi (Marshall McLuhan). Diviene affine alla carne stessa, svolgendone al suo posto le funzioni. Il rapporto tra tecnologia e carne evidenziato dal regista David Cronenberg nel suo Existenz: qui luomo pu integrarsi ad una realt su misura, tutta tecnologica, interfacciandosi ad essa proprio come una normalissima periferica hardware, una

porta firewire o usb. Il futuro a sua misura. Secondo Anna Pazzaglia, Il film ci presenta una possibile, irreversibile crisi dei concetti di identit fisica indotta da uno sviluppo tecnologico cos intenso da ridurre luomo a un terminale; e la macchina, rinnovata in una struttura organica e vivente, finisce per gestire esistenza e trascendenza delluomo stesso. Gli elementi ci sono tutti: il senso di onnipotenza ed il futuro alla propria portata, lespropriazione di se, lillusione pronta alluso per la mente, la propria esistenza proiettata verso un lido altro. Se giochiamo bene, noi saremo i vincitori della battaglia per l'esistenza. Per un'esistenza priva di logica, insensata, violenta, sensuale e folle, che continua quella altrettanto insensata, ma anonima, di tutti i giorni. Anche Kathryn Bigelow, nel suo film di culto Strange Days, descrive un ipotesi dove lo SQUID, un comunissimo walkman cerebrale, in grado di catalogare e riprodurre intere sequenze di emozioni archiviate, pronte alluso per un esistenza soddisfacente. Lindividuo solo, la realt fuggevole. Il rifugio lemozione indotta, o ridotta, controllata.

Elezioni sarde tra tifosi e moralizzatori

Alla fine, ha vinto Cappellacci. Anche contro le mie personali aspettative. E gi tutti a lamentarsi, a gridare al disastro e a dolersi per i tempi cupi che attenderanno la Sardegna nei prossimi 5 anni. Ma soprattutto a chiedersi come mai si voti un Cappellacci di qua e un Berlusconi di l. Ci si chiede da dove venga la maggioranza silenziosa che vota a destra ma non lo dice, e come sia possibile che vengano eletti personaggi

rappresentanti di un qualcosa che in Italia profondamente non va, ed anzi ne sono diretti artefici e complici. E via con i links di Travaglio che ci arrivano per posta, dove si ripete ci che gi scritto da anni in libri da milioni di copie vendute e decantato tutt'ora sulle reti pubbliche; via con i gruppi su Facebook di persone che si chiamano fuori in anticipo dall'operato del neo-presidente e via con la divisione del popolo (parola quantomai vuota) in due ulteriori categorie gi , come se di categorie non ce ne fossero abbastanza: gli stupidi e gli ignoranti (i votanti per il centrodestra) contro gli svegli e avveduti (i votanti del centrosinistra). E durante tutta la campagna elettorale, mai come ora un culto del capo e del personaggio: tutti con gli slogan, la locandina Meglio Soru in automobile o come avatar sul forum o nei social networks, le bandierine in mano a bambine di 5 anni e famiglie distinte dai pap con la maglietta a righe che al comizio di Cappellacci gli fanno da guardia bianca spintonando gli studenti comunisti che manifestano contro il decreto Gelmini. Quasi come la squadra del cuore, si tifa un politico. Qualcuno non sa nemmeno cosa rappresenta e cosa ha combinato

probabilmente Renato Soru, ma del PD, contrapposto ad una marionetta di Berlusconi e per questo meglio, bisogna votarlo. Ancora una volta Berlusconi il perno che paralizza tutta la politica. la ragione delle decisioni, il discrimine. Se facessi la domanda quali sono le tue idee politiche?, tanti mi risponderebbero sono antiberlusconiano. Nemmeno fosse Hegel. Sono anti-hegeliano sarebbe pi comprensibile. Non stiamo parlando di un filosofo della politica, ma di un imprenditore dalla caratura filosofica di un fungo. E di contro,

ma non mi stupisco, i cultori di un forza Ugo, grande Ugo e sono contento per Ugo che fino a 10 minuti prima non si conosceva nemmeno, ma per qualcuno si doveva tifare, contro una sinistra che sa solo attaccare con sberleffi e insulti e per liberarsi una volta per tutte dei comunisti. Non c'e veramente nulla di nuovo sotto il sole: la solita vecchia bagarre tra quegli orribili e superficiali contenitori vuoti che sono destra e sinistra, il tutto reso ancora pi povero dal fatto che non si discute pi nemmeno di idee ma di volti. Da una parta la solita sinistra morale, moralista e moralizzatrice - ed ora anche e sempre pi garantista -, dall'altra la solita destra borghese, ignorante e pecoreccia. Qualcuno (molti?) dovrebbe capire che qua non si tratta semplicemente di una questione di ignoranza, o meglio non soltanto di quella: che la massa ignorante e sempre lo sar, un dato di fatto. Ed un altro dato di fatto che certe cose si sappiano. Chi delinquente, chi ha fatto cosa e via discorrendo. Insomma, tanti lo sanno. come quando dici che la guerra si fa per il petrolio e pensi che molti non lo sappiano, e la sostengano solo perch gli americani sono i buoni e Saddam il cattivo. S, una parte lo crede davvero, come si crede alla Befana o alla combinazione cocacola e aspirina. Ma altri ti risponderanno impassibili: Lo so, ma il petrolio meglio a noi che a loro, no?. Sono anche questi i problemi, e non solo gli ignoranti. Dove voglio arrivare? Voglio arrivare al fatto che il clientelismo la base della politica, di questa politica: io do una cosa a te, tu dai una cosa a me. Ed alla base non solo di questa politica, ma di tutto il sistema che la sorregge. Il sistema del liberalismo democratico e del neoliberismo economico. Non altro che la

sua estrema conseguenza, non un cancro da esportare per avere un capitalismo etico e buono per tutti. Dove vige il profitto, vige anche l'azione pi utile per ottenerlo. Soru in questi 5 anni ha rotto il giocattolo a tanti, e probabilmente ha distribuito giocattolini ad altrettanti. Evidentemente erano pi quelli che frignavano senza il giocattolo tra le mani. E gliel'hanno fatta pagare. Erano un poco-per-cento in pi. Le idee, Berlusconi-delinquente, Cappellacci tirapiedi e tutti questi discorsi non contano niente. Ha votato il 67 per cento degli aventi diritto. Quelli che non hanno votato, sono gli indifferenti, gli apatici, i delusi o i menefreghisti. C' di tutto, qualcuno lo giustifico e qualcun'altro no. Ma non il caso di discuterne qui. Tra quelli che hanno votato, un quarto sono i moralizzatori, un quarto gli ignoranti e l'altra met gli interessati. Quelli del ti do una cosa e mi dai una cosa. Quelli delle promesse, degli appalti e dei piani di governo per i prossimi 5 anni. Chi se ne frega di cosa dice Travaglio. vero, ma non ci costruir l'albergo o quello che mi pare se ascolto quello che dice. Cari moralizzatori, questo che dovete mettervi in testa. E che anche con un Soru rinnovato presidente della regione, i motivi alla base di tanto scempio morale non verranno eliminati: un imprenditore, avvezzo alla stessa logica, un Berluschino della Sardegna, dispensatore di aperture alla sua met. Niente di pi. Della destra e dei suoi elettori a dire il vero finora ho parlato poco, ma perch c' realmente da dire poco: che sia e siano da sempre refrattari alla cultura ed all'informazione un dato di fatto. Lo sono da sempre. A informarsi si rischia seriamente di pensare, e non va mica bene. Parlare male dell'ignoranza di una parte

dell'elettorato come sparare sulla croce rossa. una cosa fisiologica e non ci spiega tutti i perch dell'andazzo dell'Italia e del mondo. La cosa di cui ci dovremmo preoccupare noi sardi (che per lo ripeto non esistiamo) che un partito come Irs, unica realt degna di attenzione e che esce per ora dalle logiche che tanto odiamo, abbia preso a malapena il 3 per cento. Certo, una crescita rispetto alle scorse regionali. Ma chi sogna in qualcosa di diverso non pu e non deve accontentarsi. Perch fare il tifoso della politica proprio non mi va gi. Non ce la faccio anche io a tenere bandierine e scrivere slogan. Non dovrebbe accontentarsi nessuno, se ha veramente nel cuore quest'isola. ora di finirla seriamente con le battaglie degli altri. Ma quale Soru o Cappellacci. Scegliete voi stessi per una buona volta!

E l'italiano cantava Certo non ci si deve attendere un improvviso segnale di complessit dalla massa, una risposta sopra la media dalle menti ormai sature del brodo catodico. Eppure in Italia esistono valide realt musicali che sono ormai molto pi che dei fermenti underground. Nomi gi illustri, che se trovassimo gi stabilmente ai primi posti della classifica non avremmo di che lamentarci. Invece possono fare al massimo il botto per qualche settimana e dunque attestarsi dal 25mo posto in gi. Per non andare lontano, abbiamo Vinicio Capossela, i Quintorigo, gli stessi Subsonica. Il finale del 2006 ci ha riservato un triste panorama. A guidare la trafila, la povera Elisa, il cui innegabile talento andato via via naufragando

negli anni e nelle melense strategie di commercializzazione della sua figura. Allinizio unico prodotto italiano veramente esportabile dopo Toto Cutugno nei paesi dellEst, attualmente fenomeno pop dalla voce commovente che stride con la banalit dei suoni sui quali si staglia. Certo, il rock femminile Morrissette style di Pipes & Flowers degli esordi non brillava per originalit, ma era il primo tentativo di creare in Italia un suono lontano dai classici stereotipi dellitalica donna dietro il microfono. E con la crescita e i successivi album (fino a Then Comes The Sun) le reminiscenze colte fanno capolino qua e la. Del resto, Bjork il prototipo esatto di ci che non sentirete mai in un disco italiano. E la volta poi di Luce, i testi in italiano, che bello, finalmente anche Elisa canta in Italiano. Basta con questo anglicismo, tendenza da invertire. Il singolo Tomorrow, tratto da Lotus, mostra preoccupanti segni di involuzione stilistica. Ed ora tenetevi Gli ostacoli del cuore, in duetto con Ligabue. Ci hanno sterilizzato anche Elisa. Subito dopo la Pausini. Lei canta. Ho sempre pensato che fosse una cantante. Di pianobar, per lesattezza. E cos era, come mostravano i suoi video di Meteore agli esordi. Ecco, come fare di un bluff un fenomeno internazionale. C chi mi giura che dal vivo una potenza, e non ho ragioni di dubitarne. Credo che anni e anni di esperienza sul palco le abbiano fornito quelle capacit vocali e di presenza di cui difettava ai primordi della sua carriera. Ma resta una cantante di pianobar italiano, con chili di exciter alla voce e una mancanza assoluta di duttilit stilistica. Intendiamoci, non che si debba avere necessariamente un bagaglio accademico soul o in generale di black music per assurgere allo status di grande

cantante. Ma sentire i suoi gorgheggi in coda alle frasi in puro stile italico ma dallintento internazionale mi mette ogni volta i brividi. Ma ai miei vicini piace, non si accorgono di nulla. Ma che brava, la Pausini. Seguita da Renato Zero. Lo reputavo un grandissimo artista. Istrionico e dissacrante, capace di disturbare con stile. Lironia dei suoi vecchissimi brani si sposava a musiche che definire scintillanti dir poco. Lepoca del Triangolo e di Mi Vendo oggi confinata nei cd dei Djs per serate disco-revival e addirittura trash. Ed oggi per lappunto pezzi di quel tipo strapperebbero ai pi un sorriso di compassione. Non sarebbero affatto compresi. Eppure avevano musicalit e perizia strumentale da vendere. Teniamoci invece le sue noiosissime ballate e canzoni che ci ricordano che lui qui, che il sentimento trionfer e che siamo grandi. Del resto non solo un problema suo. Tutti i vecchi cantautori italiani eccetto Battiato sono effetti da una strana sindrome di rincoglionimento senile. Pino Daniele aveva una band stratosferica, da quando si messo a viaggiare con la scusa delle influenze etniche ha snaturato totalmente la botta del suo sound, poi si innamorato e non ci ha capito pi niente. Fossati fissato col mare, Baglioni fa raccolte di brani altrui, e vende i cd in edicola. De Gregori sforna dischi con pezzi che dopo 3 giorni ha bisogno di riascoltare altrimenti se li dimentica pure lui, Zucchero ci prende bellamente in giro e se la ride; il suo singolo Bacco Perbacco lennesima riproposizione dello stesso schema idiot-blues. Ha rubato sprazzi di grande black music, lha fatta sublimare in Spirito Divino (tutto sommato allaltezza dei numerosi mesi in cui rimasto in classifica), poi una discreta parentesi con

Bluesugar, ed in seguito il nulla pi assoluto. Ha pensato bene di ridicolizzare uno schema e ripeterlo fino alla nausea. E ogni tanto rubare brani di qua e di l. Del resto, squadra che vince non si cambia. E trovategli una donna, diamine, che deve avere il testosterone a mille e scrive sempre per doppi sensi da un paio danni. Poi viene Vasco, che tutto sommato credo sia sincero in quello che fa. Da sempre la sua forma rock stata italiana nel risultato, ma rozza negli intenti. Di Baglioni ne abbiamo gi parlato, aggiungo inoltre che anche nel suo periodo di grazia lo trovavo buono al massimo per gli iscritti allAzione Cattolica. Segue Mina, il cui anonimato mediatico dovrebbe essere corrisposto da quello musicale. Chi ha bisogno di Mina oggi? C anche Venditti, il mio preferito. Adoro principalmente i suoi occhiali, e quelle lenti ambrate. Della sua musica non ho mai capito il perch. Ci canta lamore, laltra mattina ascoltavo il testo del suo singolo in radio. Non lho mai conosciuto bene, e in fondo reputavo che magari otesse anche essere un cantautore al di fuori della classica rima baciata. Mi chiamo laura e sono laureata, dopo mille concorsi faccio l'impiegata. Ma grande Venditti, che ci racconta storie minime con uno stile minimo. LItalia che cresce, che cambia, questa si che la vera realt italiana, che bisogno c di andare oltre Laura che fa limpiegata, una volta laureata?

Musicalmente quanto di pi stantio si possa ascoltare oggi, i suoi giri armonici e turnaround italianissimi sono pungenti per le casalinghe al massimo, e bisognerebbe ricordargli che gli anni 80 sono finiti da un pezzo, nei suoni e nelle melodie. Allundicesima c Gigi DAlessio, il quale meriterebbe un articolo a parte. E poi Nek, i Pooh, linconcepibile Tiziano

Ferro - drammatica la sua figura al concerto di Natale, dove mostra in mondovisione i suoi evidenti limiti vocali,

probabilmente un buon corista ma un pessimo solista alle prese con la musica nera, per se il mio vicino dice che bravo un motivo ci sar. Siamo nel 2007 ed arriva il festival di Sanremo. Torna Milva e Albano, tra le novit Roby Facchinetti col figlio Dj Francesco. Sono gi in fibrillazione, anche se sono deluso per lassenza dellOrso Bear della Grande Casa Blu e i Teletubbies.

Alla musica ci pensa X-Factor Una volta lessi su Rockstar qualcuno che passava in rassegna i cantautori italiani di vecchia data, i pezzi grossi insomma, accusandoli di sindrome da rincoglionimento senile. Tra questi, ora vi ufficialmente anche Francesco Guccini, che ha dichiarato che X-Factor (format fantasmagorico di raidue dalle ambizioni di talent show che non sar sfuggito ai pi) salver la musica in Italia. Gi, perch si sentiva proprio il bisogno di questo programma. Il sillogismo aristotelicogucciniano suona un po cos: i giovani musicisti italiani hanno sempre meno possibilit e visibilit, X-Factor offre entrambe le cose, ergo X-Factor salver la musica. Il problema sempre lo stesso: nessuno pu affermare che attraverso gli Amici di Turno (e di Maria, di Morgan e di Simona Ventura) possa passare un po di qualit, qualcuno dotato e addirittura qualcuno dottissimo. la legge dei numeri. Il problema il messaggio che lesistenza stessa di questi formats televisivi lancia nella testa degli aspiranti artisti che a milioni seguono

dalla parte opposta del teleschermo. Nel mondo dellimmagine, si sa, niente immagine equivale a niente esistenza. In un epoca in cui non si vendono pi dischi (o se ne vendono sempre meno) e i cantanti eventi guadagnano mediatici, sempre di e pi da

partecipazioni,

pubblicit

sponsors

piuttosto che dai prodotti discografici, apparire lunica strada per diventare non principalmente cantanti, ma figure musicali pronte al consumo. Chi vuole andare a Talent1, chi pensa che la scuola di Amici sia la scuola di musica italiana per eccellenza, chi vuole andare a X-Factor e via partecipando. Magari saltando la gavetta, perch un Marco Carta qui a Cagliari, nei clubs e nei locali, nelle bands e nei festival, non lha mai visto nessuno, e con tutto il talento che pu avere, poteva provenire soltanto dal suo mestiere di parrucchiere. E la gavetta anche quella, quella per 50 euro a serata caricandosi chili e chili di strumenti nella Panda, cercando di acchiappare il pubblico di un locale e litigando con i gestori, mangiando spesso poco e male e rientrando a casa distrutti alle 6 del mattino dopo un lungo viaggio. Questo non ti fa diventare automaticamente un vero artista, ma la strada passa da l. Anche da l. Per intanto aprono scuole in tutta Italia sulla falsariga di quella di Maria de Filippi e la sua ghenga, pi che amici, amichetti: le mamme fanno a gara ad iscrivere le figlie convinte che diventeranno grandi cantanti. Le tv locali imitano i formats e via discorrendo. Cosa centri tutto questo con la Musica che finora ho conosciuto io, me lo devono ancora spiegare. Potrei fare anche io il professore di queste scuole. Con tutto il rispetto per molti dei nomi che siedono dietro il banco di Canale 5. Jurman un signor

cantante e un signor didatta, e non gli faccio una colpa di presenziare a quel format, in quanto uno dei pochi che mantiene il suo rigore e la sua professionalit. Fa il suo lavoro, in televisione ma fa il suo lavoro. E poi ci sono tutte le cose tremende dei reality: professori che istigati da copioni o mercenari consapevoli litigano tra loro, sputtanando pubblicamente il concetto di autorit della figura docente, dissertando su questioni elementari e promuovendo un relativismo della conoscenza tecnica/artistica che nuoce gravemente alla salute dellartista. Giovani divisi per

squadre e in sfida, in perenne competizione, come se cantare ognuno col proprio stile, magari con equivalente capacit ma con diversit equivalesse ad una partita di calcio. Passa il messaggio di una musica in competizione, pienamente funzionale al mondo del mercato, dellhomo homini lupus e dellartista artista lupus, dove il vincente solo il pi funzionale al discografico, alla telecamera o peggio ancora, al pubblico da casa, costituito (mi vergogno pure a doverlo dire) da una miriade di squinziette in fumo da menarca, mamme catodiche e zie nazional-popolari. Ma si parlava di X-Factor, mi sono infervorato, perdonatemi. Gi, X-Factor salver la musica. La musica poi nelle mani di Simona Ventura, quindi siamo in una botte di ferro. Come pu la musica italiana (e le relative nuove leve) passare attraverso il vaglio di soli tre giudici, di cui uno la neo-reginetta del variet della Rai, che negli ultimi anni ha assunto un atteggiamento di onnipotenza (dato dai continui nuovi incarichi e dalla corrispondente impennata iperbolica di autostima) tale da farle credere di poter dissertare in prima serata di argomenti

di cui sintende meno che un lombrico di fisica nucleare? E evidente che non capisca una cippa di musica, ma ha il 33% di facolt decisionale su quale sar la prossima Giusy Ferreri. Che, per inciso, qualche discografico ha pensato da subito di modellare secondo i canoni americanomorfi di una Amy Winehouse al pomodoro e basilico. Giusto per chiarire quali artisti sinceri possono venire fuori dalla panacea di raidue. Morgan poi, poveretto, un gran musicista e per certi versi un pesce fuor dacqua l, ma ha perso molti punti. Del resto, avrei dovuto immaginarlo: un dandy dei poveri, lo sempre stato e anche per lui limmagine tutto. Della vecchia non parlo, che poi mi si viene a srotolare il suo curriculum nel campo discografico italiano e allora vengo tacciato di ignoranza, solo perch giudico a prescindere dalle carte. Dovrei guardare meno televisione, gi. Ma te la sbattono in faccia, come si fa? In ogni caso, non si preoccupino i detrattori di chi come me sempre pronto a criticare ogni gingillo della modernit tra cui i reality: torno alla mia vita di musicista fallito, invidioso e pettegolo: son tranquillo, tanto alla musica ci pensa X-Factor.

Le dimensioni (del pensiero) contano

Devo avere il pensiero troppo grande, o gli altri ce lhanno troppo piccolo. Si, forse pi la seconda. Chiedo ai pi accorti di tentare di recuperarmi, perch la mia deriva reazionaria con tanto di stereotipato astio per la massa, alla Gustave Le Bon per intenderci sta assumendo proporzioni preoccupanti. Son quelli come me che hanno portato al nazifascismo, che poi non mai esistito ma i pi lo credono e sono abbastanza

stanco dalla mia giornata di lavoro per convincerli del contrario. Per accadono un sacco di cose buffe. Ci sono persone che si ritengono differenti, dagli altri e tra esse, che si osteggiano e si denigrano. Che criticano idee, concetti, o che al contrario promuovono visioni (visioni?) e affermazioni con fare messianico, convinti di detenere la verit. Saranno quelli che Nietzsche chiamava i filosofi? Eppure a ben vedere son tutti accomunati da una grande variabile: hanno il pensiero piccolo. E bench si senta spesso il contrario, le dimensioni contano eccome. Non importa che tu ce labbia gigante, che rischia di non servirti a niente e puoi addirittura arrecare danno. Ma se ce lhai microscopico allora sono guai. Voglio essere fecondo questoggi, e mi sento di dare un consiglio per riconoscere quelli dal pensiero piccolo. I riduzionisti, li chiama sempre il caro Alain de Benoist. E' semplice: hanno paura di qualcosa, tentano di squalificare un concetto o pi in generale leggono il mondo secondo un solo parametro. Semplificano, riducono, banalizzano: escludono. Tendono a non vedere le cose nella loro complessit, nella loro interezza. Ci sono ad esempio governi che fanno degli spots di pubblicit progresso (parola tipica del vocabolario cerebro-lillupuziano) in cui si parla di integrazione, e il mussulmano fa la pizza cantando O Sole Mio, un algerino prende il treno fischiettando Funicul Funicul e magari un arabo balla la quadriglia napoletana alla festa del paese. Ci sono governi invece che promuovono altri personaggi che sono rumeni ma apprezzano molto Antonello Venditti (che in me causa razzismo persino verso i miei connazionali). Forse questi governi hanno paura che qualcuno mantenga la sua vera identit? Vogliono proprio che

si arrivi a svendere se stessi al prezzo di unintegrazione che giover solo al mercato, malaticcio pure lui? Io che ho il pensiero pi grande, e non temo lidentit di nessuno, voglio che qualcun altro mi dica chi lui e che mi insegni qualcosa, senza che mi faccia la mia buffa imitazione. Ci sono poi un sacco di personaggi che affermano che lidentit in se non esiste, che bisogna temerla e rifuggirne il concetto. Che dato che il mondo un eterno divenire, e che siamo tutti figli di scambi, rivoluzioni e controrivoluzioni, il tentativo di

codificare essenze sia errato nonch pericoloso, foriero di totalitarismo in ogni frangente. Discorso parzialmente

comprensibile, se non fosse che il pensiero piccolo ancora una volta in azione riduca lidentit ad un oggetto fisso, immutabile e perenne. Mentre essa cambia. Ela mia risposta al mondo, il mio parlare e non essere parlato da altri. Elunica cosa che mi potr salvare dallo sparire, dallaffogare in mezzo al nulla ed anzi dal poter apprendere dagli altri. Se non c identit, non c dialogo alcuno. Due cose diverse possono parlare tra loro, confrontarsi, apprendere. E mutare a loro volta. Eun discorso estremamente logico. Ma qualche pensiero piccolo, che ha paura di qualcosa e legge tutto secondo la sua paura, non vuole capirlo. Dellidentit hanno paura i post-comunisti, i sinistri radicali, i progressisti di ogni genere e grado, i professori post-sessantottini, alcuni illustri scrittori (che a questo punto scriveranno per mano di altri, anzi lopera si scrive da sola) ecc ecc. Siamo strumenti dunque. Allopposto, molti dallaltra parte codificano le appartenenze: siamo tutti occidentali, americani, europei, italiani e via discorrendo. E vai elencando ed escludendo. Ci sono quelli

integri, tutti dun pezzo, non tantissimi per fortuna, che sono soliti affermare che abbiamo radici cristiane. Quelli che siamo celti,padani,longobardi. O quelli che siamo in fondo tutti pagani, anzi, Arii e indoeuropei. Marcia indietro dunque, scavate sotto casa, andate a cercare cosa siete, cosa vi compone. Cari Sardi, siete punici, cartaginesi, ma no che dico, nuragici! Via, riprendete scudo e lancia. Che aspettate? Recuperate vestiti, usi, costumi, cibi per il puro gusto di farlo. Limportante essere agiti dalla propria storia, dalla propria filologia. Codificare lidentit in una serie di norme fisse, di comportamenti da rispettare, di atteggiamenti da adottare. Lidentit di quelli dal pensiero piccolo.

Cosa penso io di tutto ci? Mi sovviene un piccolo-pensiero. Che non solo come sostengo destra e sinistra siano relegate al passato, ma che la nuova frontiera sar tra coloro che sono ancora qualcuno, che avranno qualcosa da dire, che sono disposti ad un dialogo ed hanno la mente aperta, un grande pensiero, e che un giorno porteranno finalmente a nuove sintesi, e coloro che come ladretti di galline si occupano di piccole cose, spacciando alle masse catodiche e non le loro micro-verit, che dannazione! sono cos tanto efficaci. Sar perch anche se il pensiero piccolo, le dimensioni non sono importanti ma ci che conta come lo si usa. In questo noi cervelloni dobbiamo ancora migliorare.

Buone notizie Ogni notizia proveniente dai canali ufficiali ormai mi fa incazzare, pi forte di me. Eun dramma quotidiano, non ce n una che mi lasci tranquillo ed indenne. Forse dovrei passare al bosco anche io, spegnere giornali e tv e dedicarmi solo alla vita vera, che poi fa incazzare anche quella, oppure dedicarmi alla vita immaginata, quella perfetta, che non d il pane magari, ma ti rende una persona migliore. Anche soltanto leggendo un libro, un buon libro, ad esempio. Per in seno alla famiglia che luomo diventa consumatore, come disse quellomosessuale di Pasolini (avanti, ho detto omosessuale, e per di pi a sproposito: fatene una notizia). Ed io una famiglia tutta mia non ce lho ancora, non fosse altro perch un fringuello mi costerebbe troppo ora come ora, per mi ci sto avvicinando e magari ad ore pasti con la mia compagna la televisione sono pi o meno costretto ad accenderla. Eccomi qua, anche io, consumatore di tv. Oggi il numero due (cos li chiamano, quelli, prima come numeri) di Al Qaeda ha definito Obama negro e filoisraeliano. E gi notizione. Se dici che abbronzato, fanno una notizia, se dici che negro ne fanno un'altra. E mamma mia. Per essere di colore (che colore? Nero) abbastanza di colore (che meno razzista ed etnocentrico, perch il bianco neutro, quindi normale, giusto, non alterato, noi siamo i bianchi e gli altri i colorati). Filoisraeliano, filoisraeliano. Lunica cosa che non ho capito perch quelli di Al Qaeda sono i numeri uno, due, tre o sedici, manco fosse ununiversit coi numeri di matricola. Odio i giornalisti, non sono voluto diventare giornalista. Non ce la

potevo fare a dover dire anche io il numero due di Al Qaeda. Vorrei che mi si dicesse dove stia Al Qaeda, se esista veramente, da chi vengano realmente questi messaggi, ma nessuno me lo dice. Un po come dove sia finito Bin Laden, larabo pazzo. Poi c quella di Brunetta che finalmente ci ha liberato dai fannulloni. Il paese ha capito. Siamo nella merda fino al collo ma almeno Brunetta ha risolto un problema. Ora i fannulloni nel settore pubblico non ci sono pi, e tutti gli facciamo un plauso al Brunetta, perch il primo che ha trovato il metodo sicuro per distinguere un fannullone da uno stacanovista. Ma alla massa piacciono i personaggi sicuri, autoritari in tempi di crisi, quelli che i treni arrivavano in orario. Basta dirlo et voil. Per al primo ufficio postale ti incazzi lo stesso come una bestia. Oppure i fannulloni si saranno trasferiti al privato, come ad Abbanoa, ente che gestisce le acque di tutti noi sardi. Li sono un azienda privata che gestisce un bene di sua natura pubblico, sono tutelati legalmente e ti possono far girar le palle allo stesso modo degli uffici pubblici. Che ti fanno pagare 126 euro di sopralluogo e allaccio per un tubo che cera gi: mettono una data fittizia sul modulo e dicono che sono venuti. Gli stacanovisti con lo stipendio fisso, e io porto i volantini e fatico ad arrivare a fine mese. Meno fannulloni nel pubblico, meno stato in generale e pi privato. La cura liberal-brunettiana funziona. Non parliamo della faccenda universitaria e della scuola in generale, che ho ancora sotto gli occhi il mio compagno col padre assessore che magicamente recuper 3 anni in 1 in un istituto privato. Era preparatissimo, gli mancava solo un bel capitolo di calci in culo per essere uguale a noi della scuola

pubblica. Ci sono le notizie, puntuali come la padrona di casa a fine mese, di quelli che si scandalizzano per le canzoni naziste su Youtube, per quella scritta sul muro, per quello striscione allo stadio, quella dichiarazione e via discorrendo. Il moralismo piace, anche se i responsabili sono alla peggio quattro ragazzini mentecatti in cerca di identit, o alla meglio delle persone che hanno coraggio di esprimere ci che pensano (per carit, magari spesso assolutamente non condivisibile e condannabile) in un epoca in cui non va pi di moda. Piace il moralismo, piacciono i politici che dichiarano che una vergogna prontamente. Piace il politically correct. E anche lo scorretto, se non politically, come Mourihno o Zenga, che per piacciono anche a me. Ma non piacciono alla stampa, perch sono poco politically correct. E abbiamo chiuso il cerchio, si spiega tutto. Poi ci sono notizie di ministri che in nome della Smithiana lezione, dichiarano che per far fronte alla crisi bisogna ridurre la pressione fiscale e ridare ai cittadini quello che lo stato gli ha tolto in modo da poterlo usare per i consumi natalizi. Per dare linfa alleconomia bisogna farla girare, risaputo. Aspettarsi unalternativa alleconomia cos come la conosciamo, chiedere troppo. Del resto, se in crisi, non mica perch qualcosa non va bene in s. Le notizie son tutte in tono allarmato perch i consumi caleranno nei prossimi 3 anni. Bene, dico io. Tutti nella merda, voglio vedere, come le ultime 2 o 3 generazioni non sono mai state. Ed infine, c lo spot del governo sulle droghe, puro terrorismo mediatico. Un cortometraggio volto a

banalizzare una questione complessa, discutibile dal punto di vista scientifico, moralista nei propositi, foriero di terrore nei

colori, nel montaggio e nel messaggio. Semplificare, ridurre, distrarre e spaventare. Per ottenere consensi. Sicuramente non dai giovani che continueranno a drogarsi, ma dai loro genitori s, che voteranno una classe politica che almeno manda a casa i fannulloni. Anche io da piccolo ero moralista e contro le droghe, fino a quando non ho cominciato a drogarmi anche io. Ed allora ho capito che prima o poi tutti ci droghiamo di qualcosa, ed ognuno sceglie la sua. Il borghese che tra poco sparir, tramutandosi in ricchissimo borghese o

poverissimo pirla si droga di certezze, governi decisi contro terroristi e fannulloni, televisori al plasma e carrelli pieni di bottiglie di acqua perch in offerta. Il piccolo borghese si droga di quel che pu, notizie, telegiornali, salame, caff, sigarette. E via discendendo. Io mi drogo di birra. Qualcuno si fa una canna. E si brucia il cervello. Io bevo litri e litri di birra al mese con gli amici, e anche lalcool brucia i neuroni. Sar meglio drogarmi di notizie? Fanno bene fanno male, sto bene sto male, cantava Morgan con i Bluvertigo. Al di l del bene e del male, diceva Nietszche. Chi non con me contro di me, diceva invece il buon Ges. La tipica mentalit totalitaria, quella di chi oggi ha in mano il mondo e ci droga di notiziecertezze, morale e giudizio: linformazione suona sempre pi come una sentenza a favore del pi forte, economicamente e politicamente. Atta a spaventare il debole e creare consenso, privandolo della capacit di comprendere il mondo reale. Il debole anche il piccolo borghese che ascolta al tg tutte queste cose: convinto che il pericolo sia il rumeno, che il bello sia un nuovo navigatore satellitare e il problema un vicino con la radio alta. Nonostante la crisi, a fine mese avr comunque pi

soldi di me, il carrello pieno di qualcosa in offerta e lo sentir dire alla moglie al supermercato : prendiamo questo per i bambini. Poi guardo meglio ed ha afferrato un pacco di carcasse di pollo, che nemmeno i miei gatti mangiano, costo 0,80 centesimi di euro. Potere della societ di massa.

Sono preoccupato

Sono preoccupato. In realt lo sono sempre stato, nulla di nuovo sotto il sole. Ma si sa, gli idealisti come me sono dotati di unirrazionale pulsione alla fiducia, anche quando tutti gli elementi giocano a sfavore e non c nulla, ma davvero nulla che possa far pensare ad un miglioramento di una situazione. Del resto, nello scenario attuale, non soltanto italiano ma mondiale, a trovar un fattore seriamente positivo si fa gran fatica, e la si fa da un po. Diciamo dalla rivoluzione francese in poi. Ma no, esagero dai. Comunque sia, non sono preoccupato perch ha vinto Berlusconi. Anzi, son quasi contento, dato che con il suo ebete sorriso, incontrovertibile metafora del gaio ottimismo del mondo mercantile, ci condurr pi presto di altri verso il declino, e forse dalle ceneri di un sistema che fa acqua da tutte le parti si potr setacciare qualcosa di valido. Per sai, magari vai a pensare che la massa una volta tanto ti smentisca e non faccia esattamente il gioco delle parti, di entrambe le parti, di quelle parti che sono cos uguali tra loro e che non aspettano altro che gli si consegnino nuovamente le chiavi del potere. Il Popolo della Libert e il Partito Democratico, per un bipolarismo allanglosassone anche in Italia, ancora imperfetto ma gi perfetto cos per

quello che mi riguarda. Il resto son solo dettagli. Magari qualcosa di diverso nei loro programmi ce lavranno pure, ma come parlare di mal di denti allospedale oncologico. C tanto che accomuna questa squallida classe politica, che accomunava la vecchia e che far stringere in un amichevole abbraccio anche quella futura. Tutti credono al Verbo del mercato, dello sviluppo, dei Diritti Umani, dellideologia del lavoro; al sistema bancario e alla grande finanza, alla finanza creativa ed alle finanziarie, ed alla alla grande distribuzione, alla

globalizzazione

democrazia

rappresentativa,

allOccidente unito e tutto uguale, alla pubblicit e alla circolazione di moneta, al bipolarismo ed agli Stati Uniti, allEuropa di Bruxelles, alle riforme istituzionali, al

liberalismo in salse varie, alla fine delle ideologie, al modello tedesco, anglosassone e al modello che volete fuorch un modello alternativo, al post-tutto fuorch al post-modernismo. Non c nessuno che osi superare quelle categorie di pensiero cos maledettamente moderne. Del resto, non si pu e non si potrebbe, perch andare fuori anche da soltanto uno dei binari sopramenzionati significherebbe lo scardinamento di un meccanismo che assicura alla stessa classe politica il suo mantenimento, sociologico ed economico. La politica attuale, si sa, si basa sul clientelismo, sul lobbismo, sulla connivenza con la grande finanza e la classe dei banchieri. E un sistema chiuso che si autoalimenta, distribuisce favori, appalti, posizioni in cambio di voti e appoggi del pi svariato tipo, spartisce il potere soltanto con lapice ed il vertice economico di una piramide di milioni di illusi. E la gente non sa, e vota. E se vota un motivo ci sar. E io che credevo stavolta in una

grande astensione, frutto delle delusioni ripetute e di un evidenza talmente eclatante (scandali, malgoverno, recessione, vicende giudiziarie, promesse non mantenute, grillismo e antipolitica, ingiustizie e divario sociale) da non poter non proiettare il suo riflesso alle urne. Il mio alter-ego dei cartoni animati disegnava addirittura uno scenario buffo e

paradossale, dove il popolo (che da oggi ufficialmente non esiste) gran furbetto e malandrino faceva un bel dispetto et voil! Viene fuori un bel 48 per cento alla Sinistra Critica, o a Bertinotti, o orrore degli orrori a Forza Nuova. Che poi, non ho dubbi che questo sistema fagociti tutto, perch il problema non in uomini nuovi o moralmente integri, immuni da compromessi e dallodore dei soldi, ma nel sistema stesso e nel denaro stesso che ne linfa. Se non scorre la linfa, il sistema muore e il suo cervello (i governanti) non si alimenta. Si sa che il cervello non pu star senza sangue per pi di 5 minuti. Per chi lo sa, magari qualcosa di curioso verrebbe fuori. No, lUnione Europa che bacchetta a destra e a manca per la democrazia in pericolo non una cosa curiosa. Per lo diceva gi Gaber, che se vincono troppo quelli di l, viene fuori una dittatura di L, se vincono troppo quelli di qua, vien fuori una dittatura di Qua. La dittatura di Centro invece? Quella agli Italiani va bene. Ma, un attimo, il centro lUDC, Casini, direbbe il popolo. Ma quale Casini, poveretto, lui solo il centro di un centro pi grande. Siamo tutti in buca, cari amici. Il centro un idea, un concetto statico di quella che oggi la vera anti-politica, lessenza dellesclusione del cittadino da una qualsivoglia partecipazione con linganno di un voto ogni 5 anni, che rimane un suo diritto, lunico e il pi

inutile. E il mezzo con cui gli si da a bere la faccenda della democrazia. Il centro lunico grande calderone che racchiude tutta la politica attuale, il credere in talmente tante cose tutti quanti, e si tratta di cose cos fondamentali, che non c fuga da un unico polo, da un unico pensiero che attira tutto come un buco nero. La cosa triste il continuare ad avere una stolta fiducia in una massa che va a votare e se parli pure con quelli che ritieni intelligenti ti ripetono che il voto un tuo diritto, che troppo importante. Magari questi stessi intelligentoni votano Veltroni perch se no vince Berlusconi, e Berlusconi un mafioso, fa le leggi per s, controlla linformazione e via discorrendo. Gi, perch quello il problema! O meglio, anche quello ma non solo quello. Ma chiedere alla massa di non votare Berlusconi perch oltre ad un soggetto ambiguo dal punto di vista giudiziario lemblema italiano di un liberismo e di uno sviluppismo che sta mandando alla rovina il pianeta terra davvero pretendere troppo. Nessuno sa ed ha mai saputo cosa vogliano dire entrambe queste cose, e non posso farne una gran colpa alla signora del piano di sopra, a mio padre che lavora tutto il giorno o al mio vicino che vota per simpatia come si fa il tifo per una squadra di calcio. Anzi no, a questultimo s. O forse dovrei farne una colpa anche ai primi due? Documentatevi, leggete, informatevi, mi verrebbe da dire. Gi, ma lavorando tutto il giorno come si fa? Una sola cosa imperdonabile, e assolutamente ingiustificabile per: lo smettere di pensare e farsi pensare dalla testa degli altri. Pensare ci ancora concesso, almeno. Non meglio chi vota Veltroni perch ci crede, uno cos proprio scemo, e mi perdoni chi legge. Non

parliamo di chi vota Berlusconi perch meno male che Silvio c, salvaci tu e cos via. Il fatto che la massa un dato di fatto immersa nelle difficolt e nei problemi. Viviamo gi di per se in una societ depressiva, come dice De Benoist, in uno schiacciante meccanismo dove gli idioti vivono per lavorare, e i poveracci lavorano ancora per vivere, ma sono costretti a lavorare troppo e male. Nel contempo, sempre pi non lavorano perch non ce n o lavorano a rate, a termine o si piegano alla flessibilit del mercato. Perch anche quel simpaticone di Cecchi Paone lha detto, che ci vuol pi flessibilit, pi mercato, pi sviluppo. E magari anche mia mamma, che mi sente imprecare contro il precariato e si preoccupa perch non ho e non c lavoro, e non c sicurezza di un futuro, vota il Popolo della Libert. Valle a spiegare perch le cose non possono cambiare con un nuovo governo, ed ancor meno con quel governo l. A lei e ad altri milioni di italiani. Che gli italiani sono gente concreta, si accontentano di poco, una promessa di tagliare le tasse, di alzare gli stipendi, di un generico sostegno alla famiglia e tante altre mirabilie. O come dice la stampa tedesca, han votato Berlusconi perch unico credibile interprete di un populismo in uno scenario di generale pessimismo. Se intervisti un italiano e gli chiedi come fare per risollevarci, ti risponde con lingenuit di un pirla: alzare gli stipendi. Ma bravo, il genio delleconomia, il messia che aspettavamo. La soluzione l, a portata di mano. Si capisce a che livelli siamo, se uno risponde cos e poi gli diamo anche il diritto di voto. Ci occupiamo dei ladretti di galline, rimproveriamo il vicino perch ha parcheggiato male o il coinquilino che alza lo stereo,

ci zittiamo al primo biscottino e ad un piccolo sollievo in denaro, deridiamo e condanniamo i nostri potenziali e veri salvatori, i presunti terroristi e i delinquenti. Accettiamo la spazzatura in casa, guardiamo il Grande Fratello, compriamo i canali a pagamento di Premium Gallery, mangiamo da McDonald e nel frattempo si decide delle nostre vite. Ci divertiamo, distratti appositamente da gioconi e gingilli mentre l fuori tuona. Ma abbiamo il diritto di voto. Non potremmo mai capire che se abbiamo problemi colpa delle banche, al massimo siamo capaci di fracassare la macchinetta del caff se si mangia un euro. Lunica combattivit, quella stupida, animalesca, che non richiede informazione. Ladretti di galline, i nostri nemici. E votiamo, senza sapere nulla di nulla, n dove sta il vero potere, n cosa bisognerebbe fare per cambiare, ovvero tutto tranne votare. Autoproduzione di beni e autoconsumo, accorciare la filiera produttiva e privilegiare il locale, uscire dal mercato e aiutare leconomia informale, quella tra i vicini. Boicottare le banche, la grande

distribuzione e le istituzioni sorde. E tante altre cose. Ma cosa sto dicendo! Sono pazzo. Vabb, da sardo, mi tengo la spazzatura in casa che mi hanno portato dalla Campania. Se mi incazzo e fracasso il cranio ai responsabili sono un delinquente. Un po come se scagazzassero nel tuo giardino e tu non fossi autorizzato a legnarli sulla nuca. Un po come i palestinesi, che subiscono dalla notte dei tempi le pi orribili angherie, poi si fanno esplodere e sono terroristi. E votiamo. Ora in parlamento sono tutti amici di Israele. Basta con gli antisemiti, era ora! Viva la democrazia. Laltro giorno ero in un grosso centro commerciale, forse il pi

grosso

del

campidano.

Hanno

creato

un

centro

di

intrattenimento per famiglie, dove il popolino, la massa, la plebe va a passare la domenica e accorre in gran flusso dai paesi limitrofi. Come la tv, senza laccorrere per . Tutti in fila, una fila spaventosa, spasmodica, dietro a quelle macchinette con le pinze che non stringono e che dovrebbero acchiappare i pupazzi. Una volta su venti tentativi qualcuno prende un pupazzo. Esce soddisfatto, avanti un altro (euro). Tutti in fila, ma tanti. Come al seggio elettorale. Tutti hanno diritto al voto, che molto importante. Tutti consumano il voto-euro. Tutti partecipano alla politica-mercato, e son contenti cos. Qualcuno contento, tranquillizzato dal suo giocone, dal suo Bart Simpson di peluche. Qualcuno si allontana arrabbiato, dice che una truffa e che la pinza non si chiude, ma il suo euro ce lo mette lo stesso. Tutti per sono contenti, erano al centro di intrattenimento per famiglie. I pi contenti sono i politici-banchieri, che incassano voti e denaro. Si torna a casa, lItalia sempre uguale, il mondo pure. Ora potrei dire cosa ci rimane da fare, ma ci voglio ancora pensar bene. Ho quattro o cinque teorie, tutte possibili, ma per qualcuna potrei finire al gabbio. Aspetto ancora un po. Voto IRS alle prossime regionali e mi godo la mia Sardegna per ora.

Eivind Aarset Light Extracts

Ho conosciuto Eivind Aarset all'European Jazz Expo tenutosi alla fiera campionaria di Cagliari nel novembre 2004. Nella rassegna internazionale, il nome di questo sconosciuto chitarrista norvegese spiccava come novit, assieme agli altri

musicisti della scena scandinava. Questo non jazz, ovvero la frase sulla bocca di un buon numero di coloro che hanno assistito alla performance del suo trio. Niente di nuovo sotto il sole. Bench la definizione di jazz come genere elitario non corrisponda alla realt gi da diverso tempo (la strada della contaminazione ne invece essenza e spirito vitale, da Miles Davis al nostrano Paolo Fresu), impeti puristi permangono, soprattutto nei casi in cui una presunta semplificazione della proposta musicale coincida con pure esigenze di mercato. Avvenne per la cultura londinese da club degli anni '90 ed il fermento Acid-Jazz (di cui Aarset in parte erede) come per le patinate produzioni di fusion commerciale dell'etichetta GRP. Qui parliamo di Nu Jazz, etichetta assolutamente leggera ed incapace di descrivere quella che in realt una proposta di musica post-moderna nel pieno senso del termine. Del jazz sono rimasti alcuni timbri tradizionali, come quelli del contrabbasso e della tromba, del clarinetto e della batteria con le spazzole, associati a patterns tipici dei singoli strumenti. Dalla modernit deriva la logica seriale del loop, del campionamento e dello sviluppo sequenziale della musica. La direzione lineare degli arrangiamenti, che si snodano attorno ad un tema mai troppo marcato, in continua evoluzione con lo scorrere del tempo musicale: qualsiasi approdo consentito, in cui la guida non una struttura circolare o

polidimensionale, bens il puro beat scandito dal ritmo (ora elettrico ed ora acustico) e l'esigenza intima dell'artista, in una sorta di espressionismo timbrico. In questa operazione di ibridismo elettronico ed acustico, Aarset coglie appieno il senso di una possibile nuova sintesi post-moderna: ho provato ad

ascoltare questo album in mezzo al maestrale della spiagga cagliaritana del Poetto, quasi completamente dimenticando la sua forma digitale. La simbiosi tra musica, psiche ed ambiente mi parsa subito naturale, con un senso di sorpresa. E mi difficile immaginare ad una mia volont preconcetta di renderla tale. Credo piuttosto che la natura di questo capolavoro norvegese si riponga dell'Uomo piuttosto che nel mezzo digitale. Ma allo stesso tempo, le atmosfere (perch di note non sempre agevole parlare) di Light Extracts potrebbero fungere da colonna sonora per un aeroporto, per una metropolitana o un viaggio nel traffico, per uno scenario subacqueo al rallentatore. Un lavoro, in altri termini, in grado di oltrepassare il materialismo numerico digitale, che in un incastro perfetto con la modernit riattualizza suoni acustici altamente comunicativi (fa un certo effetto udire il

contrabbasso ed una batteria compressa in Dust Kittens, cos come mette i brividi l'ingresso della tromba in Wolf Extract o il fraseggio del clarinetto di Between Signal & Noise, in un contesto cervellotico di rumore digitale e drumming

incalzante) e risveglia emozioni totalmente appartenenti alla sfera interiore. La tecnologia dunque per una volta strumento per un viaggio introspettivo e retrospettivo, secondo l'effetto del paradosso descritto dal sociologo Marshall McLuhan, che riguarda ogni medium di carattere tecnico: vi possiamo includere anche la musica ed i mezzi per produrla; se la tecnologia in tal caso quella digitale di campionatori, filtri e computers- un'estensione (quasi in senso fisico ) di noi stessi e come tale espropriante di una nostra forma di partecipazione effettiva (in altre parole, il principio di

alienazione), nell'epoca post-moderna il nostro compito porci nei confronti di essa in senso dialogico, consapevoli dei rapporti di dominio e schiavit che intercorrono tra essa e l'Uomo: da una parte gli si offre nuovo materiale (il timbro acustico), dall'altra le si lascia sfogo (in musica, fino alle conseguenze estreme; ascoltare la psicotica ed inquietante guerra sonora di Self Defence). Nel contempo, si sondano con profonda attenzione gli effetti che essa ha sulla nostra emotivit; inaspettatamente, dall'ascolto riaffiora tutto ci di cui essa apparentemente ci ha espropriato. Lo ricaviamo e lo scopriamo quasi tramite un'operazione di sottrazione, un dialogo accorto. E scopriremo che un computer ed un contrabbasso insieme possono trasportarci attraverso uno scenario etereo, fatto di luci tenui come i neon della copertina, ma anche attraverso i colori del mare di Sardegna. O dei fiordi norvegesi, se preferite.

Metallica Death Magnetic

E come poteva mancare un mio commento su Death Magnetic, nuova fatica (fatica?) discografica dei Metallica? Perch dei quattro cavalieri, si sa, ne parlano sempre tutti e in questo periodo, modaioli come siamo, non potevamo certo esimerci. Un pocome accaduto per la crisi finanziaria, per La Talpa su Italia 1 (Italia 1?) e per lo spegnimento dellanalogico. Come? Gi vero, di questi ultimi due non abbiamo parlato, ma abbiamo tutto il tempo di rimediare. Cominciamo dai Metallica dunque. Dopo il consueto sciame di interviste, copertine e books

fotografici dal rinnovato giuoco del pi cattivo non si pu ma sempre elegante, lucido e fighetto, ecco il disco. Ma no, cos non mi piace, sto ostentando cattiveria inconsapevole. Lorigine tutto, diceva De Benoist. Con questo che si vuol dire? Che ad essa compiremo un Eterno Ritorno in caso di allontanamento? Che essa un codice prestabilito, un simulacro definito, un quadro ideale in apice del letto a cui tendere? Faremo torto al fior fiore degli antropologi pi accorti della scienza novecentesca - ed un gran dono agli occidentalisti e progressisti di ogni ordine e grado se confondessimo la tradizione come il fardello che ci lega, come la gabbia che ci imprigiona, come il vincolo che ci riduce allimitazione di noi stessi come in una fiction. La tradizione fa rima con lidentit , ovvero la nostra personalissima risposta al mondo che ci circonda in un dato momento; lidentit ci che noi abbiamo da dire, il nostro dialogo. E il nostro cervello. E lo affermai gi in passato: il problema non il Divenire, che lunica legge che possiamo trarre dallosservazione reale del corso dei tempi. E in musica, non cambiare. Il problema la sincerit e la qualit di ci che si dice. Puoi dire tutto, basta che venga sempre da te e sia una tua rielaborazione del cosmo. Qualsiasi cosa avrebbero fatto, fanno e faranno in futuro i Metallica, sar sempre estremamente difficile chiedersi se essa rispetti appieno tale imperativo non scritto. I Metallica unidentit ce lavevano, qualcuno la codifica con i suoni degli anni 80, con quel Thrash che si autodefin proprio con loro, ma altro non che solo la forma esteriore, la Tradizione codificata in dati materiali che piace ai pi. Il sottile filo rosso che dovrebbe collegare la musica di una band, pur nelle sue pi

imprevedibili

evoluzioni,

dovrebbe

andare

oltre,

essere

qualcosa di pi. Essere quello per cui tu possa affermare, cazzo, son sempre loro. No, non come gli AC/DC. Anche l parliamo di forma pura, ma l il confine con la sostanza talmente sottile che un altro paio di maniche. I Metallica, con questo Death Magnetic, giocano a fare i Thrashers, ci sono tornati davvero? Ci credono, non ci credono pi? E un rigurgito spontaneo, un vagito ancestrale? O un operazione lennesima a tavolino di una band che ha provato varie strade e alla fine per ragioni in buona percentuale di mercato tornata sulle sue orme? La rete pullula di recensioni ruotanti intorno al fatidico quesito. Del resto, i Metallica di Load e Reload non erano sinceri, per la maggior parte della critica, per non parlare dei fans di vecchia data. Perch pareva evidente levoluzione graduale verso un suono rock

mainstream. E poco importa se questo poteva (perch poteva) anche essere un naturale cammino, un qualcosa di sentito in nome della sincerit. Come fare a rispondere? C poco da dire, non si pu sentenziare. E non lo si pu nemmeno nei confronti di questo Death Magnetic. A giudicare dalla formula ben intelleggibile (schema dei brani ricalcato sui vecchi successi, arpeggi cupi, riffs pi o meno azzeccati, cambi e idee in pieno stile techno-thrash, abbozzi di ballads malinconiche, The Unforgiven III e chi pi ne ha pi ne metta) parrebbe che ancora una volta (ancora una volta? Anche per Load e Reload? E St.Anger?) il neo-vagito dei rinati Metallica sinceri sia rimasto solo nella testa dei discepoli. Ma dato che non si pu sentenziare, sempre meglio giudicare la musica. La musica soltanto. Per i Metallica e per tutte le bands e i musicisti. Ora

e sempre. O almeno, questo il criterio che adotto io. Se la musica buona o cattiva, eccezionale o mediocre, innovativa o imitativa eccetera. Dobbiamo sempre slegare il disco dal suo contesto storico (bestemmia sociologica, caro opificista) per poter parlare di musica. E qui la musica dei Metallica scorre abbastanza accattivante, ben composta e ottimamente

suonata. La produzione azzeccata nonostante qualche parere contrario, le chitarre sembrano chitarre e il resto non conta poi pi di tanto. E penso che possa bastare. Non cera da aspettarsi di pi e ci che arrivato deve far piacere a tutti. C di peggio al mondo, che un disco dei Metallica come questo. Le banche, ad esempio. Se fossi un fan dei Metallica, io questo disco lo comprerei (non scaricatelo perch senno sincazzano). Ma per fortuna non lo sono.

Frank Zappa visto da Barry Miles

Frank Zappa era davvero un uomo absolutely free, come Barry Miles del New York Times lascia intendere dal titolo della sua biografia? A leggere le righe di questo libro, viene fuori un Ni. Che era un genio lho dapprima sospettato, quando il suo nome evocava in me soltanto limmagine di un uomo baffuto che suonava la chitarra, e come lo facesse per me era tutto da scoprire. E poi lho scoperto. E dire che mi stava anche un poantipatico, perch mi dissero che aveva parlato male dei Beatles. Ma poi venni a sapere che non era vero, e che in realt ce lavesse solo un pocon McCartney per una questione di copertine. E poi scoprii che anche i Beatles erano stati un fenomeno borghese, allora li retrocessi dal grado di semi-dei a

quello di normali esseri umani. Ma questo non importante. Tutto questo per dire che i tempi per il mio incontro con Frank Zappa erano maturi. Che fosse un uomo libero, sapevo anche quello. Uno dei freaks senza essere mai troppo freak, e del resto chi davvero libero inclassificabile. A modo suo un ribelle e non un rivoluzionario, specie se il rivoluzionario era disegnato attraverso i tratti della tipica figura americana intorno alle vicende del Vietnam: Zappa, infatti, aveva capito con trentanni di anticipo che pi che gli strilli di piazza forse bisognava arrivare ai media, e sosteneva che chi veniva schiacciato era il primo responsabile. Egli odiava la censura di qualsiasi tipo, cos come i formalismi esteriori del mondo contemporaneo; cantava, o parlava il suo sdegno, che pi che sdegno disincanto del ribelle, attraverso un humour che sembrava essere frutto del suo modo di essere reale, pi che di una scelta consapevole. Del resto, Frank Zappa rideva anche quando faceva sesso. E la domanda Does Humor Belong in Music? a questo punto suona pi che retorica. Eppure c anche il Frank Zappa maniaco del controllo, del mondo che lo circonda, dei suoi musicisti, delle loro vite, del suo fisico, il suo essere critico e immune da eccessi di qualunque tipo. Niente droghe, gi. A modo suo, puritano ed inflessibile, nellimpedire ai compagni di band qualsiasi comportamento a lui

personalmente sgradito, come un drink fuori posto. E poi la disciplina estrema nel comporre, quella che Lou Reed ha dichiarato di ammirargli allinterno del rock, la precisione dei dettagli e la cura della forma, di una musica comunque inclassificabile, dalle sembianze rock ma dalle armonie variabilissime, ora avanguardistiche ora contemporanee, la

complessit dei ritmi e lesigenza della padronanza totale del contesto sonoro: Frank Zappa suonava i suoi musicisti, e fu entusiasta della possibilit di sbarazzarsi di loro con larrivo del Synclavier. E poi c la sua concezione patriarcale della famiglia di derivazione siciliana, ed il suo spiccato senso dellautorit. Questo libro, grandiosamente scritto e di una fluidit inusuale per una biografia, in realt ci mostra che un genio indiscusso, folle e irripetibile soprattutto considerato il suo tempo, tale quando contraddittorio, e che lunivocit deve sempre far sospettare sulla genuinit di unartista. Frank Zappa era libero da tutto, fuorch da se stesso, nel suo essere restio al mostrare esplicitamente i suoi sentimenti, persino alla sua famiglia e finanche in punto di morte. Per il resto, vorrei spiegarvi meglio in poche righe cosa stato Zappa, ma ancora non lho capito bene nemmeno io, e non vorrei togliere altro tempo allascolto di Overnite Sensation, che ho riesumato in questi giorni. Vorrei imparare i cambi armonici di Fifty-fifty, sono piuttosto interessanti per un musicista rock con i baffi.

La tirannia della comunicazione

Qualche anno fa, per i tipi della casa editrice Asterios di Trieste, veniva pubblicato questo interessante saggio che in ossequio al titolo si propone di evidenziare i mutamenti intercorsi nelle dinamiche della comunicazione e

dellinformazione nel contesto dei processi di globalizzazione ma non solo. Chi si prefigge lintento di descrivere i percorsi economici, finanziari e politici sottostanti alla rivoluzione

mediatica, irti di ostacoli e punti oscuri, Ignacio Ramonet, direttore di Le Monde Diplomatique nonch figura nota nel panorama intellettuale comunemente ascritto agli ambienti della sinistra antagonista. In effetti, lanalisi precisa, interessante e condotta con rigore scientifico ma risente talvolta di un certo manicheismo alternativo che non di rado possibile riscontrare in testi dai tali propositi. Ramonet infatti lascia evincere da alcune affermazioni ladesione a schemi interpretativi che esulano dalloriginario contesto ben rappresentato da quel popolo di Seattle che comprendeva al suo interno umori tra i pi disparati e di differente provenienza politica o metapolitica, ma che piuttosto sono da leggersi dal versante volutamente politicizzato che ha imbrigliato lintero movimento no-global europeo. Nonostante lambiguit di alcuni concetti espressi dallautore, innegabile labbondanza di spunti utili al fine di comprendere la portata del ruolo assunto dai mezzi di comunicazione nella storia recente. Si parte dalla constatazione della portata della rivoluzione digitale, che ha accorciato spazio e tempo tramite lo sviluppo tecnologico,lassemblaggio dei singoli mezzi e fenomeni finanziari di respiro globale quali concentrazioni e fusioni; i nuovi ad imperi, un come li definisce Ramonet, rete

mirerebbero

controllo

globale

dellintera

dinformazione agendo secondo gli spietati dettami della concorrenza economica. Tra gli alfieri di questo meccanismo indicato dallautore il macro-blocco delle industrie americane in coazione col governo tramite il sostegno attivo dellOmc, che preme a livello planetario per la sottoposizione del flusso comunicativo alle leggi del mercato. Qui si colloca il rischio,

purtroppo reale, della tirannia prospettata dal titolo. La diffusione totale e continuativa di messaggi nelletere

mondiale appartiene ad una tipologia di potere finora sconosciuto e coerente con la rivoluzione del ruolo dei media rispetto alla politica stessa. Si tratta di una potenzialit ben pi ampia di quelle sperimentate con i regimi totalitari del novecento. Il rischio di un condizionamento mondiale del pensiero mediante la creazione di una world culture ci traspone in uno scenario di orwelliana memoria ; primo esempio addotto della possibilit di una comunione emotiva planetaria tramite lazione dei mass-media leco avuto dallevento della morte di Lady Diana, ed in seconda misura dal caso Clinton-Lewinsky. del In parallelo e con la

lindustrializzazione

sistema-informazione

mercificazione dellinformazione stessa, si assiste ad un proliferare delle categorie dei paparazzi, della televisioneverit ed al ritorno della cronaca popolare talvolta sotto le spoglie del giornalismo di divulgazione, atto allindagine privata del personaggio pubblico. In un continuo inseguimento reciproco dei media alla ricerca dello scoop e dellemozione spinta alleccesso, spesso tramite il ricorso ad immagini forti della pi svariata tipologia, il fenomeno del mimetismo mediatico mostra in tutta evidenza un nuovo scopo comune del sistema, entrato a pieno titolo nella logica del profitto. Ed a tal proposito interessante soffermarsi su uno dei cardini dellanalisi del saggio; nellattuale scenario mondiale,

incontestabilmente dominato dalleconomia., il famoso quarto potere meriterebbe forse una sua riconsiderazione ed una eventuale ricollocazione al secondo posto,secondo lintelligente

intuizione dellautore. Non si forse passati da una tipologia di potere verticale, in cui gerarchicamente la politica sovrasta i media e mira al loro controllo, ad un modello di influenza prettamente orizzontale, in cui il ruolo mediale spesso in grado di condizionare la politica in virt della sua entrata a pieno titolo nelle leggi delleconomia? Tale prospettiva condivisa da numerosi altri pensatori del calibro di Alain De Benoist, Jean Baudrillard e Pierre Bordieu . Il piccolo schermo, medium dominante di quella videosfera

riconosciuta come attualmente prevalente da Rgis Debray, divenuto lelemento centrale della stessa vita politica, a tal punto da condizionarne i meccanismi in base alle esigenze intrinseche della comunicazione. Ci ovviamente non esclude il pur frequente scenario inverso, ossia dellimpugnazione dello strumento comunicativo da parte di gruppi di potere ; il vero problema per differente. A livello di macro-dinamiche, indubbio negare questa avvenuta rivoluzione gerarchica, ma sarebbe nel contempo errato pensare ad unemancipazione del mezzo mediale dal settore politico ; si tratta piuttosto di uno slittamento dellautorit, e la sistematica prevaricazione delleconomia sulla politica in se spesso rende coincidente i contenuti e le forme dei mezzi comunicativi dominanti col pensiero egemone, oramai di matrice largamente economicista (di cui i media non sono altro che vettori) come la tendenza governativa e burocratica mondiale. Ma come avviene in realt tale fenomeno? Nellesplicitazione dei suddetti meccanismi, Ramonet difetta forse di precisione. Pi puntuali sono alcune considerazioni di Jean Baudrillard, che svela i rapporti di relazione ipnotica tra spettatore e medium, descrivendo ad

esempio la televisione come un mezzo che grazie alla sua sola presenza in grado di esercitare il controllo sociale favorendo il ripiegamento dellindividuo nella sfera privata e nel contempo imponendo un immaginario stereotipato, il mezzo televisivo pu adempiere alla causa del profitto oggigiorno assunta dallinformazione. Scopo del messaggio, aggiunge Pierre Bordieu, la sua massima diffusione, che pu essere ottenuta evitando di contrapporsi allo spirito del tempo, con il criterio della ricerca di quei fatti omnibus in grado di creare consenso ed opinione generalizzati, in accordo con lideologia dominante e in totale emarginazione di messaggi non conformisti o pi semplicemente inutili ai fini della fruibilit e vendibilit. Appare dunque pi chiara a questo punto la descrizione operata dallautore del fenomeno

dellimitazione e del mimetismo; le spietate leggi della concorrenza strutturano in maniera centripeta quella

apparente pluralit garantita dal proliferare di fonti e nodi del sistema-rete mediatico. Si svela cos la connivenza ancor viva tra uomini di potere (il cui connotato politico ha dunque eliminato i distinguo col versante delleconomia) e addetti al settore della comunicazione, nonostante lo slittamento

gerarchico dei settori. Siamo dunque lontani dal realismo democratico, il giornalismo eroico e di denuncia tanto in voga negli anni 80 sullondata del modello Watergate, creatore di figure intoccabili e talora assurte alla condizione di maestri di pensiero. Tali fenomeni sono, seppur inconsciamente, colti dal senso comune ed una nuova diffidenza attraversa lutenza mondiale; se negli anni 60 si additavano i media come strumenti del potere, ora ci si rende conto che forse il

sistema in se a rivelarsi inaffidabile. Unanalisi di Alain De Benoist pone il dubbio che in realt sia forse inutile cercare di capire se i media stiano dalla parte del potere politico, in quanto questultimo prevaricato e quasi proverbialmente sostituito da quello economico ; si pone lipotesi che i media oggi non siano pi intermediari bens siano essi stessi il fine, in quanto entrati in una logica di produttivit commerciale. Per dirla con Baudrillard, il medium fa evento da solo. Lo stesso concetto ripreso da Rgis Debray quando parla della mediasfera come trascendentale tecnico, divinit senza volto e terribilmente autosufficiente della societ occidentale. Lo stesso Ramonet la sembra tirannia gode convenire di una con questa ipotesi, quasi

evidenziando personificata,

comunicazione di vita

che

oramai

propria.

Come gi detto, qualcosa per negli umori del pubblico continua a muoversi : le ripetute menzogne e falsificazioni occorse ad esempio durante la prima guerra del Golfo o il falso eccidio di Timisoara in Romania, una volta smascherate, hanno alimentato dubbi e sospetti. Il mezzo televisivo, oramai preminente ed insidiato nella sua rapidit e produttivit soltanto dallemergente Internet, fonda la sua eccellenza, tra i tanti fattori, sullillusione di verit ricreata dallimmagine e dalla diretta. Limportante quello che appare, magari verisimile ma non reale, o addirittura falso ma bello e telegenico. Ci che visibile esiste in senso mediale, a discapito dellastratto e del non riproducibile. Il corollario di tale fenomeno la menzogna della non importanza del non mostrato, in quanto lonnipresenza della telecamera dovrebbe a rigor di logica immortalare ogni avvenimento degno di

diffusione. Ma lequazione zero immagine, zero realt purtroppo cosa nota e i casi delle guerre di Panama del 1989 o di Grenada del 1982 assurgono soltanto al ruolo di casuali esempi. Il concetto di credibilit dellinformazione dunque stravolto ; la veridicit non pi discriminante, al contrario dellesistenza mediatica, della realizzabilit tecnologica e dellattribuzione prioritaria dello status di vero da parte del mezzo comunicativo. Nella mente dellutente, si evince dunque una continua confusione tra il vedere ed il capire; con la prevalenza assoluta dellimmagine sul commento e sullanalisi (tra laltro motivo di crisi della classica forma di telegiornale, in cui la sola presenza dellinviato speciale, in tempo reale, sui luoghi caldi garanzia di verit in misura maggiore del contenuto del servizio), la pigrizia dellindagine si pone in contrasto con quella che a ragione lautore considera una vera e propria attivit: informarsi. Ma lo stesso cade in un pretestuoso e probabilmente consapevole abbaglio, tentando di ricondurre questa indotta amnesia dellutente ad un non rispetto degli insegnamenti del razionalismo settecentesco, secondo cui lintelletto e la ragione dovrebbero avere assoluta prevalenza sul senso, in questo caso quello della vista. Non necessario scomodare i Lumi per spiegare tale fenomeno ; in realt ,lo spettatore non elude la ragione, ma proprio con essa che attribuisce alla visione un ruolo di primaria importanza nellanalisi; i media inducono al ritenere, secondo un puro procedimento intellettuale, limmagine come materia prima per unanalisi da compiersi a posteriori, e che in effetti lutente compie secondo procedimenti tuttaltro che irrazionali. Ci che

sfugge a Ramonet che in realt la pur attiva ragione dellosservatore viene privata dellessenziale elemento

analitico e contestualizzante rappresentato dalleventuale commento. Loperazione avviene ugualmente tramite il

cervello, non attraverso la vista. Ma si tratta di un procedimento incompleto e "razionalmente" non concepito come tale. Ridurre ad un puro slittamento filosofico un fine procedimento che agisce sullo stesso terreno interpretativo dellutenza significa aggirare il problema. Altro aspetto da notare il corto-circuito avvenuto tra cultura, comunicazione ed informazione in uno scenario in cui questultima realmente sovrabbondante a causa del furore della

connessione che per puro scopo commerciale provvede a comunicare senza in realt informare; tutti, al giorno doggi e maggiormente tramite Internet, sono in grado di

comunicare, e questa realt ha messo in crisi il ruolo e la funzione del giornalista, sempre pi privo di specificit e identit. Non a caso in tanti settori si parla gi di mediaworkers, ossia semplici addetti al sistema mediale declassati al rango di operai di questa inedita e possente macchina industriale. Sul versante classico dei mass-media, questa proliferazione del sistema-rete porta ai gi evidenziati (e per un certo verso paradossali,in quanto si tratta di un ripiegamento della televisione su se stessa) fenomeni della tv verit o spazzatura, che va a ricercare la materia prima della comunicazione in settori bassi e alternativi, ma anche al depauperamento del format del telegiornale,quasi obbligato alla trattazione di cronaca locale a discapito di quella internazionale.

Ma la sovrabbondanza della comunicazione rende inoltre possibili quelle forme di censura democratica , di

falsificazione e di invenzione di cui ci vengono presentati, lungo le pagine del testo, numerosissimi esempi. In realt, in un sistema che si definisce democratico, linformazione non viene sistematicamente occultata o nascosta, bens

dissimulata e resa eccessiva ; la quantit rende impossibile, per lutente medio, accertare una eventuale mancanza e, per usare le parole dellautore del testo, la voragine

dellinterdizione. Sia ovviamente beninteso che continua ad avvenire anche il fenomeno classico di censura, ma la logica predominante oramai quella evidenziata ; tra gli esempi eclatanti possono essere collocate le cosiddette guerre invisibili come quella di Panama o le recentissime invasioni dellAfghanistan e dellIraq, per il vero mostrate secondo criteri di pulizia ed estetica televisiva, perfettamente aderenti ai piani di campagna mediatica sistematicamente considerati dalle autorit militari statunitensi, memori della diffusione di umori scomodi tra lopinione pubblica a seguito delle immagini provenienti dagli eventi del Vietnam. In ultimo (ma non per ordine di importanza) ci si potrebbe soffermare su un altro degli aspetti considerati dal libro, al quale dedicato quasi per intero un capitolo. Si tratta dellanalisi del rapporto tra la vicenda del falso eccidio di Timisoara del 1989 in Romania e il ruolo svolto dai principali media, esemplificativo di alcune dinamiche che intercorrono sistematicamente proprio

dallanno considerato, indicato dallautore come vero e proprio spartiacque tra la vecchia e la nuova strategia comunicativa. Einnegabile riconoscere come lesigenza del sensazionale ad

ogni costo abbia trovato nei fatti della rivoluzione rumena una grande opportunit mediatica ; la necessit di infiammare gli animi e di fomentare unisteria collettiva ha avuto un ruolo di primaria importanza nella costruzione mediale di atrocit del pi svariato tipo, culminata con la necrofilia televisiva rappresentata dallutilizzo di cadaveri altri per erigere la menzogna (ennesima) del suddetto eccidio. La diffusione di voci stato il principale criterio di discredito di un regime comunque tirannico quale quello di Ceausescu, facilmente assimilato alle sembianze vampiresche e demoniache per la sua provenienza. Ramonet ci spiega come tramite i mezzi comunicativi sia possibile ricorrere a miti ed analogie proprio per lintrinseca possibilit di crearli ; il mito della cospirazione viene in tal caso accreditato alla famigerata Securitate, polizia segreta del tiranno rumeno, e lanalogia tra comunismo e nazismo verrebbe utilizzata per mostrare, con una intenzione perentoria,il crollo fragoroso e definitivo dellultima illusione del ventesimo secolo. Paradossalmente, lautore sembra voler negare al regime hitleriano la possibilit ,puramente

eventuale, di un medesimo trattamento mediale riservatogli dagli anni del dopoguerra fino ad oggi ; esulando da intenti giustificativi riguardo agli orrori di cui il totalitarismo nazionalsocialista si indubbiamente macchiato, sorge il dubbio che col pretesto di identificare un uso dei meccanismi comunicativi a senso unico ed esclusivamente a partire dalla fatidica data che ha sancito la fine del bipolarismo mondiale, lintellettuale spagnolo tenti di rifuggire in assoluto ogni comparazione dal punto di vista strutturale e sociologico tra i due grandi fenomeni del secolo appena trascorso ;

fortunatamente, un acceso dibattito storiografico, forte delle opinioni di Nolte, Furet e dei recentissimi scritti di De Benoist pu colmare ogni dubbio a riguardo.

Ma se si rimane prettamente sul versante della comunicazione e sullanalisi dei meccanismi della sua ricorrenza sistematica alle categorie pregnanti per limmaginario collettivo, ancora una volta il ragionamento di Ramonet non pu essere contestato. Questi dunque alcuni degli aspetti che si evincono dalla lettura di questo interessante saggio, che prospetta un orizzonte apparentemente apocalittico ma assolutamente verisimile ; alla luce delle dinamiche globali e dellavvento oramai conclamato del tempo delle reti , ogni cittadino potenziale elemento di tale immenso organismo. Urgono dunque strumenti utili per la comprensione dei mutamenti in corso, e se, per dirla con Ramonet, informarsi stanca, necessario quantomeno informarsi sullinformazione ed assurgere al ruolo di ombudsman di se stessi, per quanto sia impresa ardua e difficile. Il testo in questione si pone forse un intento simile, ma da analizzarsi secondo la medesima ottica , assumendo la consapevolezza delle regole un sistema in cui la sfera comunicativa si presenta difficilmente scissa da quella informativa.

Planet Funk The Illogical Consequence

Non saprei se questo secondo capitolo dei Planet Funk possa essere definito come conseguenza illogica. Credo piuttosto il contrario, quantomeno nei metodi di composizione: rispetto all'esplosivo Non Zero Sumness di oramai 4 anni fa, la formacanzone rimasta invariata, specialmente nel suo lato housefunk, fatto di cassa in quattro, bassi sub da dancefloor, sospesi arpeggi di chitarre ed eterei tappeti tastieristici sui quali si stagliano malinconiche melodie. Lo stile l'uomo, e tali probabilmente sono i Planet Funk. Se vero che le conseguenze illogiche sono effetto di feconde casualit, non scontato che si debba rinunciare alle forme che permettono all'espressivit di mostrarsi in tutta la sua pienezza: in tale aspetto rintracciabile una precisa direzione di fondo del combo italiano. Nonostante questo, non era comunque facile ripetere l'exploit del capolavoro precedente, e ad essere sinceri non ci si riusciti. Si ha l'impressione di trovarsi di fronte ad una versione bignamesca del sound che ancora risuona nelle pareti dell'anima dal 2001, dove l'esplosivit tastieristica di una Inside All The People lascia posto alla linearit nostalgica di una Everyday o di una The End , dove le evoluzioni psichedeliche e progressive di una immensa Paraffin si tramutano nelle atmosfere compassate di una Inhuman Perfection o di una Laces . Si tratta per di pezzi che portano ancora in se quella profonda traccia di inafferrabile malinconia che ha contraddistinto l'umore dei primi Planet Funk, quando anche un semplice suono in grado di evocare sensazioni

proveniente dagli angoli pi remoti del proprio Io. Non mancano gli elementi techno e synth-pop, sublimati nella ipnotica Tears After The Rainbow o nel marziale primo (e forse non riuscitissimo) singolo Stop Me . Ci che manca invece la presenza di Dan Black , incredibile vocalist dal carisma alienante e dal timbro imperfetto, allucinato ma altamente comunicativo. Lo ritroviamo in soli 3 pezzi, come

nell'undicesima traccia ( Peak ) che forse non a caso strizza l'occhio ad un intento dance-floor simile al disco precedente. Ad accompagnarci attraverso questo viaggio invece la voce di John Graham , certamente gradevolissima e calda, ma anch'essa in linea con lo spirito dell'album, votato ad una maggiore linearit stilistica. Parte della critica ha sottolineato come le scelte musicali di questo capitolo dimostrino una volont di superamento di schemi pronti all'uso per il successo commerciale, sulla falsariga dell'opera prima: la defezione di Dan Black , immagine trainante del vecchio lavoro, ne sarebbe esempio lampante. E proprio per tale motivo stavolta presente su brani secondari ed ovviamente non estratti come singoli. E' pi probabile invece che i Planet Funk abbiano voluto operare un riassunto della loro formula proprio per cavalcare l'onda lunga da loro stessi creata e che ancora permane dopo 4 anni, a discapito di una sincera potenza esplosiva: sia ben chiaro per che una simile scelta non pregiudica in modo cos drastico la qualit, comunque elevatissima e tale da rendere questo album estremamente consigliabile, in quanto possibile continuare a definire questo collettivo italo/inglese come una delle realt pi feconde del panorama musicale europeo. Ed inoltre, una band che ha

avuto il singolo Stop Me come brano trainante della campagna pubblicitaria della Coca Cola, non pu certo essere elevata ad esempio di scheggia impazzita del music business. In definitiva, se avete amato la commistione di house-funk, chillout, psichedelia, rock ed electro-pop del primo capitolo, ritroverete in questo secondo un denominatore comune a livello di sentimento originale, la radice profonda del suono Planet Funk, in una forma maggiormente ordinata ma inattaccabile dal punto di vista dell'arrangiamento, della coesione stilistica e della limpida bellezza delle melodie. Ed una dimostrazione di come in epoca post-moderna, si possa (ed anzi, si debba) continuare parlare all'Uomo anche attraverso gli strumenti della tecnologia. Eppur si muove. Lungi dallessere una dimostrazione di ottimismo, purtroppo al giorno doggi assolutamente immotivata, la galileiana

citazione una semplice testimonianza di come messaggi non conformisti continuino a trasparire anche da versanti

insospettabili, come in un disco di musica leggera a distribuzione nazionale. Se il vaso sia pieno e stia cominciando a traboccare, nessuno pu affermarlo con certezza. Ma quantomeno i segnali di una certa insostenibilit esistono.
Samuele Bersani Caramella Smog

Lunico onanismo verbale che si pu evidenziare parlando di Bersani quello di alcuni suoi recensori : se c un cantautore su cui davvero oggi non si pu puntualizzare, in quanto il livello medio si attesta sempre su posizioni degne, proprio lautore di Caramella Smog. Perch se il pop dautore in Italia continua a dimostrarsi interessante, lo si deve anche alle 11 piccole perle contenute nellultima fatica discografica di questo

talento romagnolo. Il pop dunque, talvolta piacevolmente intinto nel jazz, in questo caso si fa strumento lieve per dipingere dubbi e anomalie della post-modernit ; se Bersani ci aveva commosso con il suo modo avvolgente di trattare lamore, ora dispensa critiche dolci-amare nei confronti della societ, dei media, delluomo che nel 2004 dimentica di essere tale e si concede gaiamente ai miraggi del villaggio globale. Appunti delicati, ma dal retrogusto malinconico proprio come caramelle. In questa occasione, laiuto del chitarrista Roberto Guarino ha dato vita ad arrangiamenti maggiormente dinamici rispetto al disco precedente (LOroscopo Speciale), dove pianoforte ed archi creavano una miscela al contempo fresca e struggente. Il risultato fatto di brani scorrevoli e capaci di ritagliarsi uno spazio nella mente dellascoltatore. In un mondo dove i preti pubblicano libri con le confessioni dei fedeli ed sufficiente avere una carta di credito per non commettere errori, Samuele sussurra (senza gridare) il bisogno di libert -vera e non illusoria di tornare ad essere uomini, evitando che logiche frenetiche e troppo grandi possano costringerci a diventare soci di minoranza di noi stessi. Una critica alla competitivit ed al bisogno imposto di razionalit si fa viva in Binario Tre, brano che si avvale della collaborazione di Fabio Concato. Non lunica presenza illustre che colora con classe i solchi dellalbum : in Se ti convincerai troviamo il pianoforte di Sergio Cammariere a dipingere sfondi delicati sotto la voce di Bersani, che torna a parlarci damore come in passato ; il rapporto di coppia, descritto in versi mai come ora dolci e protettivi, presente anche in Pensandoti. Rocco Tanica (tastierista di Elio E Le

Storie Tese) firma un solo di pianoforte in Concerto, simpatica considerazione sulla vita del musicista, ma pi in generale sui ritmi e sulle esigenze inevitabili del mondo dello spettacolo. La matrice sempre la medesima, linvito quello di fermarsi, riscoprire una vita a dimensione umana e cercare di sottrarsi ai meccanismi alienanti e perversi ereditati dalla modernit. Cos negli accenni country de Il Destino Di Un Vip ancora la fugacit e lillusione del successo a finire sotto la disincantata lente del cantautore, ed in Conforme alla Cee il disaccordo nei confronti di sterili parametri, talora dellestetica, della politica come mezzo esteriore o in primo ed ultimo luogo del grande mercato del mondo, lo stesso in cui dice Bersani- gli occhiali non mi servono pi per vedere, ma per piacere a tutti gli altri e anche un calcio nel culo va bene purch sia Conforme alla Cee. Si citano anche Meraviglia, il singolo Cattiva (caustico nei confronti del voyeurismo mediatico, indotto dalla spettacolarizzazione dellinformazione e della cronaca quella nera soprattutto, come il delitto di Cogne) e Salto la Convivenza, ambiguo quadretto di un divorzio. Menzione ultima per il brano che da il titolo al disco, ovvero Caramella Smog. Spunto integrale di Bersani e posto in chiusura, questo etereo e psichedelico affresco dal gusto retr indubbiamente il miglior modo di sintetizzare il messaggio che lascolto dellintero in album non ha cercato con di un comunicare, linguaggio

riuscendoci

modo

comune,

assolutamente ricco e calzante prima ancora che ermetico, autoreferenziale o addirittura onanistico. In ogni caso, amaro come la Caramella Smog, credo.

Caution Radiation Area

Leducazione alla complessit. questo uno dei capisaldi che dovrebbe animare una nuova rivoluzione delle coscienze; indubbio negare che la massa propriamente detta risponda a logiche distinte dalla persona, e che in via generale sia inadatta a recepire messaggi troppo strutturati. per indubbio che la massa, entit omologata e omologante per eccellenza, fonda la sua logica proprio sullappiattimento reciproco degli individui, che agiscono certo per il proprio personale interesse, ma in modi acritici e affini ad una tendenza sovraordinata. Ed in tal caso, la qualit specifica dellindividuo viene dispersa, cos come lunicit che viene a costituirlo pi propriamente come persona. Portare a livello popolare proposte complesse di interpretazione della realt, lontane da semplici dualismi (quello politico ne un esempio) o schematizzazioni, la strada per leducazione alla diversit. Concepire pi pensieri e modi di intendere lesistente la strada per il ritorno allunicit della persona nonch il cardine per destrutturare dallinterno lomologazione stessa.

Lo avevano capito gli Area, che tentavano di mettere in musica una complessit per il pubblico, esperimento indubbiamente coraggioso soprattutto nellItalia degli anni 70. Il fermento del rock progressivo europeo ha spesso avuto propositi affini ma con il passare del tempo ha esaurito i suoi rivoli verso un olimpo per appassionati e cultori, eccezion fatta per pochi nomi illustri. Il combo italiano ambiva viceversa - per esplicita dichiarazione di intenti- a fondere linguaggi disparati senza

mai perdere di vista la connotazione popolare. International POPular Group, questa la sigla che accompagnava infatti il nome della band. Ed ecco che un sistema complesso come quello del Free Jazz toccava i confini dellAvanguardia e dellElettronica, passando per la tradizione popolare e folk mediterranea (ma anche asiatica) fino a giungere talora allitaliana forma-canzone. Ed un tale proposito non poteva ovviamente che apparire spesso frenetico, incompiuto, in perenne divenire. Gli Area vengono culturalmente ascritti al fermento post-sessantotto ed appaiono come continuatori dei propositi della sinistra extra-parlamentare; quanto la

circostanza di immagine piuttosto che la reale adesione alla categoria abbia contribuito allattribuzione di un tale marchio, non dato saperlo. per indubbio che del caos

sessantottesco, gli Area si portano dietro la mancanza di un centro, di un nuovo progetto, di una univoca visione del mondo. Ma questo ne paradossalmente punto di forza; il loro obiettivo era la continua creazione, la riflessione spinta fino alle estreme conseguenze, la destrutturazione dei materiali sonori al fine di una ricerca che potesse lasciare semi produttivi. Gli Area come prime radici di una nuova sintesi, che rifiuta la semplicit dellesistente in nome di un futuro ancora non precisato, ma certo non timoroso di azzardare ipotesi. In Caution Radiation Area il linguaggio si fa pi caotico, estremo e talora spinto al limite del parossismo sonoro. Composizioni lunghe, intricate, a volte teatrali e rumoristiche sono poste con irruenza alle orecchie di un pubblico indubbiamente colto di sorpresa, ma senza alcun pregiudizio. Il solo scopo era quello di una ricerca, magari fine

a se stessa nel momento in cui la si compie, ma estremamente produttiva per chi verr dopo e si dedicher allanalisi, in quanto diverso. Come scritto nel booklet, si tratta di una ricerca che ammette anche lerrore, che ne corollario obbligato. Ed una tale complessit musicale ha un intento pedagogico per lascoltatore, non tanto in una forma compiuta ed assimilabile, quanto in tutto ci che di compiuto non vi . Lascoltatore spinto ad inferire i significati da ci che ascolta e decifrare passaggio dopo passaggio- il minestrone di elementi presentato dai musicisti. Si tratta dunque di un continuo scambio, dove lesercizio di ricerca formale in musica diventa esercizio di interpretazione della realt per lutente. Leducazione alla complessit (e la critica alla funzione omologante del mercato) racchiusa ancora una volta nel booklet: gli "scolari" devono essere tenuti fin dapprincipio a capire tutto ci che incontrano nella musica nel senso della funzione che ha in vista della totalit. Naturalmente questo ideale di pedagogia musicale gli astuti critici del rock ci comprendano- presuppone che le opere vengano scelte con grande senso di responsabilit. Ahim, la truffa consiste nel fatto che viene offerta sempre la stessa cosao no ?

Sally Price I primitivi traditi Pubblicato nel 1989 con il titolo Primitive art in civilized places, il saggio di Sally Price, costruito secondo la tecnica del patchwork o assemblaggio di fonti, rappresenta sicuramente una delle uscite pi interessanti ed appetibili anche per i non addetti ai lavori nel campo delletnografia e dellantropologia

dei tempi recenti. Lautrice, che ha insegnato antropologia e storia dellarte alla Johns Hopkins University e a Stanford, tramite il ricorso a fonte delle pi diverse si prefigge, come dal titolo, di dimostrare lasimmetria reale tra il giudizio occidentale sullarte (e sulle modalit di percezione della storia) prodotta in loco e quella appartenente a realt altre. Enecessaria tuttavia una premessa : pur conducendoci sapientemente attraverso le categorie dellestetica

antropologica, il libro segnato paradossalmente da un errore di impostazione ; lintera critica al giudizio ed alla percezione fondata proprio sui loci communes occidentali, e non precisa se nellintento di chi scrive sia ammessa la possibilit di unincongruenza sostanziale della sensibilit delluomo medio occidentale rispetto ad produttore/creatore altro. In altri termini, negando ad esempio (e a ragione, sfatando cos un diffuso pregiudizio) una matrice istintiva e primordiale alla base della creazione di una data tipologia di manufatti primitivi, non ci si pone il dubbio dellesistenza di una concezione differente di istintivit propria dellhumus culturale sotteso alle culture altre. Del resto,questo solo uno dei tanti nodi in cui possibile imbattersi durante la lettura ; ma in tempi in cui il valore della diversit mostra il suo volto pallido e i recenti eventi gonfiano le vele e alimentano la marcia di un modello grondante ipocrisia e stoltamente fiero di se come quello occidentale, anche un testo come I primitivi traditi potrebbe tornare utile alla causa della differenza. Partendo dalla definizione della concezione di arte primitiva, viene delineata la moneta corrente ideologica della nostra societ ; evitando di impelagarsi in sterminate dissertazioni

sul concetto di primitivo , viene dimostrato come larte altra venga primariamente deumanizzata, delegittimata e

successivamente riabilitata o promossa dal benefattore o conoscitore occidentale. Hooper e Burland puntano

lattenzione sulle cognizioni meccaniche insufficienti, cos come Douglas Newton indica nello scarso livello tecnologico raggiunto dalle societ produttrici un indizio plausibile ed un criterio certo per identificare la tipologia di arte primitiva. Altri criteri seguono gli elementi della vicinanza del prodotto ai disegni dei malati, dei bambini o delle scimmie, ad evocazioni pagane, religiose o spiritiche. Larte realizzata da tali persone assurge dunque al livello di prodotto dei fratelli minori della Famiglia dellUomo, non abituati a reprimere le loro pulsioni naturali secondo i parametri del comportamento civilizzato. Ma chi dunque abilitato a promuovere il manufatto etnografico a oggetto darte o viceversa ? Chi ha il compito di stabilire gerarchie estetiche ? Dalla descrizione della figura del Conoscitore, si evince un oscillazione tra un personaggio capace, tramite modalit comunque coscienti ed intenzionali , di selezionare e discernere secondo

uninclinazione innata (il buon gusto), ed una tipologia di esperto le cui griglie concettuali sono frutto esclusivo del processo di acculturazione della societ in cui vive. Secondo Kenneth Clarke (che si ricreder personalmente) era

addirittura da escludere la possibilit dellocchio come organo educato citando Franz Boas- e la pura fruizione estetica costituiva il discriminante di un mondo in cui tutti sono potenziali conoscitori al di la dei condizionamenti di mode, posizioni sociali o specializzazioni. Nella grande Famiglia

Umana dunque un esplicito orizzonte di universalit fa si che lintenditore occidentale possa promuovere e giudicare larte del mondo intero permettendosi di prescindere dal contesto culturale. Paradossalmente, il creatore altro non abilitato alloperazione inversa ; se si considera che nella nostra societ basta unetichetta a sancire il valore di un prodotto, si dimostra in tutta la sua banalit un concetto che dovrebbe essere diffuso ma purtroppo non lo ; lunidirezionalit sottesa ad un tale ragionamento si ripresenta dunque in ogni aspetto considerato dallanalisi del testo. Il secondo capitolo fondamentale nellarchitettura della tesi di Sally Price ; la definizione del principio di Universalit prende le mosse dalla considerazione sullo sviluppo della comunicazione e del mercato globale ; lillusione di un mondo alla portata di tutti ha per losservatore occidentale il sapore dellUnit,

dellEguaglianza e della Fraternit ;lidea implicita della famiglia umana si evince dai fenomeni pubblicitari,musicali o sociali quali ad esempio la teoria del Buon Selvaggio, i manifesti della Benetton, il successo della canzone We Are The World, la retorica delle associazioni solidaristiche di carattere planetario o la propaganda umanitaria (tra i topoi del caso da segnalare la bambina bionda che mostra affetto al bambino nero o il soldato che soccorre ed aiuta bambini, civili o feriti di parte avversa).Denominatore comune di una tale ispirazione filantropica il fatto che al botteghino dello spettacolo della Fratellanza Globale siedano soltanto bigliettai occidentali, che grazie alla loro benevolenza accordano ai loro fratelli minori la possibilit di mostrarsi e mostrare conseguentemente anche i loro prodotti una volta promossi allo status di oggetti darte.

Leonard Bernstein, forte dellinfluenza di Noam Chomsky, rintraccia questa universalit tramite la musica e la linguistica, arrivando a formulare la teoria di una monogenesi. Anche larte conseguentemente assurge al livello di

linguaggio universale, fattore unificante in quanto prodotto di sensibilit comuni a tutti gli uomini, tendenti

naturalmente alle stesse aspirazioni di fondo quali il benessere e la salute(Suzan Vogel). Si fondono dunque in un unico calderone e si mettono sullo stesso piano dei concetti che richiederebbero invece unanalisi endogena ed induttiva. Secondo Henry Moore, Paul Wingert e Ladislas Segy larte primitiva sarebbe espressione di pulsioni dirette ed elementari ; ponendo cos sulla medesima scala interpretativa ogni tipologia di produzione artistica vengono rase al suolo in un solo colpo le diversit. Ma si tratta di un pregiudizio assai diffuso anche nella sensibilit corrente; Judith Zilczer ha giustamente osservato che per gli artisti e i critici occidentali i neri africani rappresentano linfanzia culturale

dellumanit. Nella nostra societ gli stimoli essenziali e primordiali sarebbero stati sepolti da una moltitudine di stimoli parassitari (Wingert) ; tale scenario,prospettato da unaffermazione che tristemente si colloca negli anni70, si mostra ulteriormente legittimato dalla fallace

premessa,peraltro gi evidenziata, secondo cui tutti gli uomini, per la loro natura universale, dovrebbero condividere le stesse aspirazioni di fondo. Il lato oscuro delluomo, incarnato dalla produzione del diverso, dunque il tema sviluppato dal capitolo seguente. Jean-Louis Paudrat ci descrive come, secondo reminiscenze di

Voltaire, la figura del Negro sia automaticamente posta in relazione con il Maligno, infarcita di superstizioni in stretto contatto con le origini della storia dellumanit. Ma tale eredit illuminista viva e vegeta ai tempi nostri. Le rappresentazioni primitive parrebbero ispirate da paura ed ignoranza, e i loro limiti sarebbero sottoprodotti del lento sviluppo delle facolt intellettuali umane (Erwin

O.Christensen, 1955). Esemplare il caso dellopera africana nota in Occidente come testa Brummel, letta dallo scultore Jacob come evocazione di uno spirito emblematico di forze occulte. Ancora, secondo Myers per il nero dellafrica occidentale non sussiste la nostra distinzione tra realt e irrealt. In sintesi, larte altra sarebbe il prodotto del terrore di uomini succubi dellignoranza. Immagini di male e morte sarebbero unicamente alla base dellintenzione artistica. Da notare inoltre linsistenza sullerotismo e le pulsioni

primitive,nonch lossessione che ogni oggetto celi la fissazione per la sessualit ; ennesimo esempio di una sottocultura evoluzionistica, purtroppo in gran forma ai giorni nostri, che dipinge i popoli non occidentali come selvaggi incivili ed al contempo liberi dai condizionamenti di una societ (la nostra) che li seguirebbe cronologicamente. Come tale prospettiva sia abusata persino a livello pubblicitario ci viene mostrato dal noto dualismo tra la presunta genuinit del selvaggio e lartificialit del civilizzato.La sistematica decontestualizzazione di pratiche e usanze e lignoranza delle concezioni e visioni altre smaschera un etnocentrismo radicale che si manifesta persino nelle pi semplici operazioni di giudizio, e quanto il concetto di relativismo culturale sia

astruso dalla logica del pensiero popolare testimoniato dallatteggiamento di una custode del Metropolitan Museum of Modern Art, che descrivendo i costumi sociali della trib Asmat della Nuova Guinea esplicita una improponibile sequela di stereotipi a partire dalla confusione del luogo abitato dalla suddetta trib con lAfrica. La pur precisa esposizione dei dettagli etnografici coincide pedissequamente con il loro fraintendimento. Si passa poi a disquisire riguardo al pregiudizio dellanonimato dellartista e dellatemporalit del suo operato ; L enciclopedica distinzione occidentale di individualit e periodi stilistici si scontra con una visione asimmetrica del creatore altro e conduce inevitabilmente e erroneamente ad etichettare un qualsiasi scultore africano come impersonale strumento di una tradizione tirannica e ripetutamente uguale a se stessa, dove la personalit individuale del tutto assente. Tra i primi a focalizzare tale problematica troviamo Franz Boas, che ha invitato a porre maggior accento sulla creativit dei singoli e sui cambiamenti storici. Il rovescio della medaglia si manifesta nel fenomeno dellinquadramento dei reperti etnografici ; lapprofondimento contestualizzante, comprensivo di religione, societ e tecnica diviene un cardine della museografia e allopera primitiva viene negata la possibilit della fruizione estetica pura accordata invece alloggetto occidentale. Si apprezza perci il valore dellopera in maniera inversamente proporzionale alla quantit dei dati relativi informativi. Si profila cos la distinzione di Mairaux tra larte per destinazione, avente per oggetto larte in se, e larte per metamorfosi, che esplicita il suo uso e la sua funzione specifica in un determinato contesto.

Lunidirezionalit di una tale operazione logica si mostra in tutta la sua evidenza. Ancora interessanti riflessioni si evincono dalla definizione dei cosiddetti giochi di potere; locchio selettivo delloccidentale a promuovere gli oggetti etnografici ad opere darte,

decidendone le modalit di salvaguardia. Il sistema possiede le risorse finanziarie e comunicative per accordare il valore dellopera, e conseguentemente ne incentiva la produzione artistica in base alla richiesta, snaturalizzandone le ragioni secondo il ben noto meccanismo della mercificazione

dellarte.Nel migliore dei casi, la pregnanza artistica rimane in parte intatta al prezzo di unibridazione. Le regole per impossessarsi di tali opere sono ovviamente stabilite dagli occidentali, che spesso ricorrono a veri e propri furti violando lintegrit sociale e la dimensione spirituale di intere comunit ; caso esemplare la menzionata spedizione etnografica a Dakar del 1931, in cui la vergognosa sottrazione dei Kono, importanti maschere rituali della popolazione locale, ci documentata dalle pagine di un diario. Uno statuto degli anni 50 regoler in seguito lattivit museografica, ma eluder il problema in quanto porr i suoi cardini sul presunto diritto occidentale di preservare un patrimonio che in altri modi andrebbe perduto e sullindennizzo economico dei

proprietari, una volta introdotti della logica di mercati interni assolutamente estranei a determinate culture. In ultimo, importante segnalare le considerazioni intorno alla tipologia di amatore darte. Se gli oggetti etnografici sono inquadrati allinterno di un museo occidentale, cosa ne attesta il valore ?

Non la firma del creatore (come accadrebbe in altri casi) ma il pedigree, ossia la discendenza genealogica autenticata, avvalorata o macchiata dai precedenti possessori (in tal caso, loggetto svalutato dal senso comune) , da pubblicazioni, critiche e certificazioni del valore. Chiude il libro un intero capitolo ( un caso concreto ) dedicato alla popolazione Maroon del Suriname, in cui vengono affrontati tanti dei temi in cui ci si potuto imbattere nel corso della lettura. Emergono dunque, dal testo della Price, tantissimi spunti estremamente utili per il dibattito attuale consigliatissimo in relazione alla fluidit delle argomentazioni e ancor di pi per lingiustificata indifferenza con cui stato accolto al di fuori degli ambienti accademici o specialistici.

Tra Sessantotto e psichedelia, spazio e mente : la fuga centripeta dei Pink Floyd.

Per dirla con Hemingway, non si pu fuggir da se stessi vagando di luogo in luogo. Lossessiva ricerca dellaltro non riflette forse una mancanza personale, una necessit di indagine ? Con la giusta dose di astrazione, questo il caso dellepopea floydiana, che grazie allo strumento della

psichedelia ha attraversato le contraddizioni proprie di una quest apparentemente proiettata verso lesterno, ma invero rivolta alluomo ed alla sua condizione. I Pink Floyd, band onnipresente nellimmaginario del musicista medio prima ancora delle proprie stesse note, hanno contribuito a creare attorno a se un fitto alone cosmico e spaziale, in cui la motilit lisergica della mente del primo chitarrista Syd

Barrett ha influito non poco. Alone considerato a torto essenziale in tutta la loro carriera, fino ancora al vendutissimo album The Dark Side Of The Moon del 1973. Eppure, in questo stralunato e dissonante viaggio verso orizzonti lontani (ben rappresentato dai brani del primo album The Piper At The Gates Of Dawn del 1967), sono gi presenti i germi della futura svolta dei musicisti londinesi ; in parallelo con il forzato allontanamento di Barrett, ormai lanciato a folle velocit nel suo acido universo, la loro proverbiale aurea mediet di musiche, ora magniloquenti e rilassate, e di testi, ora proiettati verso linterno, prende il sopravvento. In questo i Pink Floyd riflettono le contraddizioni degli anni e dellatmosfera dalla quale anche loro in parte presero le mosse; nella translucente, psichedelica e borghese SwinginLondon della seconda met degli anni 60, la musica di questi cinque inglesi riesce ben presto a divincolarsi e sopravvivere alla deflagrazione ; e gi con il termine della Summer Of Love del 1967 un rispettabile contratto con la EMI (e la cacciata di Barrett) pone sui binari della normalit quello che pareva essere una versione europea della psichedelia tout-

court,colonna sonora del Flower Power doltreoceano. Con i dovuti distinguo; nel contempo riassuntiva e differente, tale musica aveva in effetti poco a che spartire con lacid rock americano. Dora in poi si potr invece parlare di psichedelia soltanto nel senso etimologico del termine. Dal punto di vista della forma, il gruppo si indubbiamente contraddistinto fin dagli inizi per una spiccata propensione alla dimensione live ; dai celebri light shows fino ai mastodontici e plurimiliardari tour mondiali (culminati con gli esorbitanti numeri per lo

spettacolo di The Division Bell del 1994), rintracciabile la linea comune di una carriera del tutto conforme ai dettami consumistici ; scheggia impazzita nata dagli anni della contestazione, i Pink Floyd hanno adeguato i loro schemi al turbinio del music business, con il non trascurabile pregio di non aver mai perso una propria identit. Dagli hippies agli yuppies, come polemicamente qualcuno ha sentenziato ; musicalmente, formalmente, psicologicamente. Eppure

erronea e fallace la lettura del fenomeno floydiano secondo una cos ferrea interpretazione ; eccezion fatta per Barrett, i restanti componenti del gruppo non sono mai assurti allo status di rock-star ne tantomeno di personaggi ; uomini schivi e riservati, quasi eclissati persino sul palco dal suono etereo della loro musica. Ed a livello di contenuti, innegabile stata la capacit, per un concept rock, di sondare i mali della societ contemporanea occidentale ; talvolta in maniera pur banale, altre sotto una tenue ma geniale luce, i temi considerati sono stati vagliati attraverso gli strumenti dellironia, del gioco linguistico, del teatro e soprattutto del metateatro ; nella mastodontica opera di The Wall del 1979, la condizione disagiata del musicista-showman si esplicita, autorappresentandosi e descrivendo egregiamente le tappe dellincomunicabilit dapprima tra uomo e pubblico, da estendersi tra uomo e uomo. Lautismo che si origina dunque derivato da traumi, meccaniche e pesanti sovrastrutture capaci di inquinare lautenticit dei contatti e dei legami: ben viva la descrizione dellattuale societ del bisogno forzato, sia esso degli applausi, della droga, del denaro, del potere.

Un caso significativo : Testi e musiche di The Dark Side Of The Moon

Il gi citato The Dark Side Of The Moon, disco da 30 milioni di copie, lemblema di come il successo planetario di un prodotto non sia di per se inversamente proporzionale al valore qualitativo. Quello che si presenta invece un calderone senza pari, che sotto legida della pazzia fotografa vizi ed affanni delluomo occidentale alle prese con i ritmi della vita e lassenza di un equilibrio, con il tempo, con il denaro e con i suoi labili appigli. Ovviamente ricorrente la metafora immediata con i riferimenti al sole ed alla luna, a scandire un immaginario parallelo con la luce e loscurit nella mente delluomo (nonch con il respiro cosmico, concepito in varie accezioni dalle filosofie orientali), la cui controparte, inevitabilmente

presente, proprio quel lato oscuro che altro non che la fisiologica incertezza che inconsciamente si rimuove,

chiudendosi spesso in unebete ottimismo ; un discorso, questultimo, che risulta facilmente applicabile allattitudine mentale dominante ancora ai giorni nostri. Il brano Breathe ( respira) una precisa fotografia della rincorsa quotidiana verso il nulla ; il verbo to run ( = correre ) presente nel brano nonch pi volte ripetuto nel disco, con accezioni differenti. Il monito quello di respirare, fermarsi, riscoprire il legame (parti, ma non lasciarmi , scegli il terreno adatto) nonostante le irremovibili spinte alle quali la societ sottopone (per quanto in alto voli / tutto ci che tocchi e che vedi). Ma il messaggio decisamente

pessimista, in pieno accordo con lindole di Waters : corri coniglio, corri, scavati un buco, dimentica il sole / per quanto tu via ed in alto voli . Linutilit e la pericolosit della frenesia moderna incarnata dagli ultimi versi, in quanto se cavalchi la corrente, tenendoti saldo sullonda pi grossa, vai velocemente verso il sepolcro. Il brano seguente non a caso si chiama ancora On The Run, intermezzo strumentale psicotico, sorretto da un ripetuto arpeggio del sintetizzatore. Il concetto del correre ripreso anche nel brano Time, che allinesorabile scorrere del tempo contrappone un uomo perennemente incapace di coglierlo in relazione al suo valore, sempre a disagio e mai appagato da esso. La rincorsa in questo caso tardiva e mai risolutiva : corri corri per raggiungere il sole, ma sta tramontando, correndo in tondo per rispuntare ancora dietro di te. Lo stesso sole, che simboleggia la vita agognata, rappresentato in movimento, in un circolo vizioso, in quella romantica tensione verso il nulla che oggi viene da pensare- inficiata dai venti squilibranti della competizione, non pi fisiologica bens indotta dal pervasivo utilitarismo. I rapporti reali sono stravolti, la percezione della propria osmosi umana e temporale alterata. Ed infatti non sembri mai pago del tempo, fra progetti che finiscono nel nulla, questa lamara constatazione di Waters, che dimostra testualmente di essere la prima vittima di tale meccanismo non avendo a disposizione ulteriori minuti nello stesso brano per continuare il discorso. Latmosfera perentoria

temporaneamente stemperata dagli episodi di Breathe reprise e dal bellissimo e commovente strumentale The Great Gig in the Sky.

Il caratteristico incedere in 7/4 ci conduce successivamente attraverso la famosa Money, invettiva contro il denaro, definito radice di ogni male contemporaneo ; interessante la successiva presenza dellavversativa introdotta da

But;ma se domandi un aumento, non sorprenderti se non ti concederanno nulla, questo il suono della frase, quasi a significare che il male del denaro insito inevitabilmente nel suo autonomo potere di richiamo e di mobilitazione stessa delluomo, e non ovviamente nel suo configurarsi come oggetto, al pari di altri. In ogni caso, in generale il brano descrive la contraddizione quotidiana generata nelluomo dallo sterco del demonio. Infine, utile citare i due brani conclusivi, ovvero Brain Damage ed Eclipse. Il primo ci descrive la pazzia come condizione fisiologica di chiunque si accorga ( o forse ammetta ) di aver perso determinate certezze (se la diga si squarcia prima del previsto / se la testa ti scoppia in oscure profezie ) ; il lato oscuro della luna il luogo in cui inevitabilmente ci si ritrova con chi abbia un pazzo nella propria testa, e non gi con chi sia pazzo egli stesso. Questa sottile intuizione di Waters ben si esprime nella frase c qualcuno nella mia mente, ma non sono io. E dunque il destino stesso ad imporre di convivere con il proprio fantomatico dark side. A riprova di questo, Eclipse ancora una volta ribadisce che ogni cosa sotto il sole in sintonia, ma il sole eclissato dalla luna. Lungi da un discorso di spazialit concreta o fantascientifica, la cinesi dei Pink Floyd evidentemente interna. Volendo estremizzare il discorso, lintera opera discografica del gruppo elude il concetto occidentale di dissociazione, rintracciabile da Platone in poi.

Spazio interiore e cosmico sono due facce della stessa medaglia. Come il sole e la luna, o la luna medesima nei suoi due lati. Spunti interessanti a proposito derivano dallanalisi storica del Buddismo coreano di Chontae (1055-1101). Non raro daltra parte rilevare linteresse per il buddismo in risposta alla voglia di fuga da un tipo di societ alienante e tecnocratico ; gi Jack Kerouac, in The Dharma Bums (I vagabondi del Dharma, 1958), evidenziava seppur in modo personale la sua adesione alla filosofia Zen. Il discrimine tra ricerca spirituale e decadenza alcolica in questo caso si per fatto molto labile ; la compentrazione tra il fenomeno beat, la psichedelia (e conseguentemente il clima lisergico)

ampiamente comprovata, ma c da dire che al contrario di tanti eroi di quegli anni, i Pink Floyd non ebbero il coraggio di premere il pedale dellaccelleratore fino in fondo ed immolarsi tali, imboccando per tempo il bivio della defluenza. O forse fu semplicemente unintuizione,una scelta,guidata da una non totale appartenenza che consent una fuga piuttosto che lemorragia verso i paradisi

centripeta

artificiali. Quella energia allo stato puro cos vivamente espressa dal protagonista di On The Road (Jack Kerouac, 1957), non era forse priva di meta ? Non si doveva, per detta dello stesso Kerouac, arrivare in qualche punto, trovare qualcosa ? Si tratta del medesimo saldo centro interiore mancante, che indicava Julius Evola nella sua critica alla figura del beatster. ed Inizialmente di una attratto tale dalla figura carica proto-

anarchica

antisociale

rivoluzionaria, egli ebbe modo di appurarne per tempo linconsistenza, nonch il rischio dello smarrimento nelle

illusioni

neo-borghesi.

Kerouac,

gi

partire

dalla

pubblicazione di Big Sur (1967) in grado di accorgersi della contraddizione, con il sopraggiunto successo paradossalmente alimentato dallunderground protestatario. Forse i Pink Floyd erano diversi, puntavano fin dagli inizi su altri lidi, con strumenti affini ; la direzione invertita ; la ricerca collassa su se stessa, attorno ad un punto ancora fuggevole ma in perenne via di definizione. E la nuova percezione del viaggio non ha pi a che fare in maniera pedissequa con il trip psichedelico, gi dal secondo disco A Saucerful Of Secrets del 1968. Se lo stile disturbato delle composizioni Barrettiane trovava un parallelo e similare riscontro nelle forme esplosive e sperimentali della prima prosa della Beat Generation, con i suoi stacchi e i suoi frammenti, la linearit ora plumbea, ora solare del tempo a quattro quarti lento dei nuovi Floyd, ci guida attraverso dei testi che a tutto mirano, fuorch ad allontanarsi da un indefinibile fulcro. Insomma, una fuga centripeta.

VERSI

Etereo pensare nel rosa dell'aria che avvolge la vita nel manto del corso ed intimo ardore sovrasta il rimorso che invade l'ebbrezza della memoria

Sulfureo vagare nel cielo di gloria stringendo le stelle del tempo trascorso antico calore offre un gravido sorso vivendo nel sole di un'immensa storia

Le ombre decise del male si smaltano d'aureo piacere brillando nel nuovo presente

Va via in un bisogno vitale l'oblio di parole sincere riempiendo di gioia la mente

(2) Se posi il tuo sguardo pi ingenuo nel vero il vago che grida dal cuore s'innalza ma il senno ed il tedio del senso rimbalza tra spazi di mente dipinti di nero

(MEMENTO)

le notti d'estate cos eterne cos erotiche, cos

totali

memori di un passato che si estende oltre se stessi che appartiene ad esperienze pensieri, talora il passato degli oggetti, di ci che sarebbe potuto essere e non stato e di ci che stato quelle stelle, sempre immense e rilassate ne sono consapevoli forse pi degli uomini la luna talvolta accesa, altre volte vivacemente caldamente fredda, sembra invitare i pensieri a correre verso lidi dimenticati, pregnanti, insondabili dalla finestra il suo disco appare permeato da un alone che come un'immaginaria bussola orienta la mente al ricordo

cos forse si svela l'essenza di questo grandioso e inarrestabile flusso che chiamiamo vita

ripartire ogni volta dal cuore setacciare i frammenti d'esistenza, discernere sospirare cos

totali

le notti d'estate sospirare respirare odori di prati e alberi di strade intinte di luce fioca ancora alberi, cani che abbaiano e quando si via odori diversi, talora opposti eppure uguali sotto il cielo d'estate cos totale il mare, l'amore la brezza, gli amici, ebbre di quello che fu le ore notturne si perdono in attesa di nuove epifanie quello che saranno, le notti

dunque in parte gi scritto il mare il terrazzo giacciono prima ed ora sotto l'unico cielo cos eterno un motore in lontananza, rumori, musica la gente parla, si muove, sorride quanti cuori rapisce la notte d'estate, risate vedo

mi perdo

grazie

Morale sotto i tacchi

Ho come limpressione che si stia tuffando nel mondo pseudoborghese e questo stia succedendo prima del previsto. Che poi, non mica obbligatorio andare a finire cos. Del resto nemmeno lui lo voleva. Daltra parte, lo testimonia quella bandiera rossonera di fronte, che per quanto i colori non mi garbino affatto per motivazioni a me stesso ignote giace anacronistica ancora l. Non so nemmeno dove sia ora, gi pi tardi del solito. Torner grondante di birra come ai vecchi tempi? Se lo pu concedere forse. Passo la maggior parte del mio tempo ad osservare questo panorama privato, queste mura che sono teatro del rifugio esistenziale. Perch diciamocelo chiaramente, poveretto, cosa dovrebbe fare? Vuoi forse dargli torto? Quando lunico rimedio alla squallidit delleccellente pelatone diviene un piatto di spinaci scongelati e una birra del discount, allora capisco che non il caso di puntarmi tanto con discorsi di principio sulla sua dimensione di

neo-trentenne. Mai una donna, qui. Eppure se qualche giorno mi facesse il favore, almeno potrei osservare lo spettacolo dalla mia prospettiva privilegiata. Non sono certo un guardone, e se lo sono perch si tratta della mia unica possibilit. In fondo io e lui ci assomigliamo un po. Con la differenza che io non mi pongo problemi di sorta. Sono un personaggio verghiano, sono nato dito piccolo e faccio da dito piccolo senza lamentarmi. Mi ritengo piuttosto fortunato, in questi tempi di precariato esistenziale. Comunque vada io sar qui e potr osservare la questione.

Eh, lo so. Sto bene, non ho avuto molto tempo ultimamente. Mi piacerebbe, dai, organizziamo prima o poi.

Lo so che c del non-detto. Vorrei proprio accendere quel pc per vedere dove si riversa il contenuto mancante di questa vita. Sono sicuro che la vera vita non da quelle parti. Alla fine giace compressa in queste quattro mura, nelle pareti sferiche del suo cervello e nei bit informatici di qualche documento o pagina di un blog. Ma come cazzo sto parlando? Non mi si addice proprio unanalisi cos profonda delle personalit umane. Sto facendo da dito grande. Mi sto contraddicendo, diamine. Non ci vediamo tanto spesso, se devo essere onesto. Mai la domenica. Ancora una volta non so dove vada, che si dedichi a qualche rigenerante passatempo? O sia preda di una mediocre abitudine italica? Anche in quel caso, per non mi sento in grado di elargire giudizi negativi, di sputare sentenze. Generalmente i giorni in cui un odore di alcool e doppio malto

invadeva letere sopra di me erano il mercoled e il sabato.

Pluc. Pluc. Bip.

Solo dieci anni fa abitavamo da unaltra parte. Lui non era solo, ma ancora con la famiglia. Quando venuto qui ho deciso di seguirlo, era cos carico di buoni propositi. Il tipico entusiasmo gaio di chi intraprende una nuova esperienza, convinto di avere di fronte a se le infinite vie di indipendenza ed autogestione. I soldi arriveranno, nel frattempo ci arrangiamo con un pacco di spinaci surgelati. Le giornate sono quasi tutte uguali ormai. Dicevo, dieci anni fa accendeva ancora il suo 486 Dx4 100 (gi in parabola pi che decadente) e metteva su il buon vecchio ZakMcKracken. La stanza di Zak era simile a questa. Manca il pesce nella boccia, e le assi sconnesse sotto il tappeto. Ma quella finestra che dava su San Francisco, facendo immaginare tutto ci che si sarebbe potuto fare e non si poteva fare, quella finestra una stretta parente di questa. Per fortuna mancano quegli orribili grattacieli, ma lincidenza della luce solare origina lo stesso continui sospiri. Dietro di me, finalmente la serratura rumoreggia. Che sia la volta buona?