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Un pregiudizio anacronistico e infondato oppone ancora oggi cultura e


natura, in una chiave interpretativa dell’ontologia umana fortemente connotata dall’essenzialismo e di
conserva separativa rispetto all’universo vivente. Ampie sono state le conseguenze nella cultura occidentale
di questa tendenza a costruire modelli dicotomici della realtà ove l’identità umana ha preteso di fondare il
proprio profilo sulla contrapposizione con un’alterità non-umana definita omogenea nella diversità e
sostanzialmente estranea rispetto alla cosmopolis umana. L’esasperazione della differenza e della estraneità
dell’animale rispetto all’umano nonché la tendenza ad appiattire la pluralità del non-umano in un’unica
categoria forzosamente omogenea e coerente è nondimeno funzionale al processo di ontogenesi identitaria
dell’uomo - l’essere umano come entità altra rispetto al consesso dei viventi - e alla giustificazione del
dominio in nome della supremazia, ove l’essere umano acquisisce diritti in nome di specifiche qualità
estranee al mondo animale.

La separazione cultura vs natura di fatto è un’operazione arbitraria condotta a posteriori; in realtà la virtualità
biologica istruita dal genoma si attualizza attraverso un preciso dialogo con l’ambiente condotto su livelli
gerarchici differenti a partire dal concepimento e condotto lungo tutto il processo embriogenetico: non esiste
perciò alcuna possibilità di separare innato e acquisito. Vale a dire che la vecchia opposizione
gene/ambiente è solo il frutto di una prospettiva essenzialista: di fatto è proprio il virtuosismo genetico - la
sua ridondanza, non la sua povertà - a dare all’ambiente la possibilità di cesellare con maggiore libertà gli
esiti del fenotipo.

L’idea di una essenza prestabilita, e in un certo senso omologata dell’essere umano, da una
parte nega il processo antropo-poietico di ibridazione con l’alterità non-umana, dall’altra apre la strada
all’antropocentrismo proiettivo ovvero all’assolutizzazione del modello umano.
Roberto Marchesini, “Post Human”

“Natura e cultura (il pregiudizio duro a morire)”, mariopireddu, 31 marzo 2007

« [...] principio di tutto è l'essenza: dall'essenza, infatti, partono i sillogismi»


(Aristotele - Metafisica VII, 9, 1034a, 30-31)

L’essenzialismo risale ai tempi dei Pitagorici e di Platone.

Per spiegare l'eterogeneità del mondo vivente si postulava l'esistenza di un ridotto numero di generi o specie
o “tipi” naturali, chiamati “eide” o essenze, nettamente distinti e immutabili.

La parola greca “eidos” significa "idea", "immagine", "forma". Il termine divenne significativo nella filosofia
greca quando Platone la usò nella sua teoria per fare riferimento alle forme ideali.

La varietà apparentemente infinita di forme fisiche, si diceva, era composta, in realtà, da un numero limitato
di queste essenze ideali, ciascuna delle quali formava una classe. I membri di ogni classe, inoltre, erano
ritenuti identici tra loro, immutabili e nettamente distinti dai membri di ogni altra classe.

Ad esempio, tutte le sedie condividono una comune essenza che è la “sedialità” ed è ciò che le
contraddistingue. Tutti gli umani condividono una comune essenza che è la “umanità” ed è ciò che li
contraddistingue.

L'eidos è la natura interna della cosa: è il relativo nucleo interno ed invisibile; è ciò che causa ad una cosa
quel che è, cosa è, e senza la quale perde significato.

Questa essenza ideale è ciò che dà forma, secondo la teoria di Platone, a tutto il reale: ogni sedia fisica è il
tentativo di catturare l’idea di sedialità perfetta, così come ogni essere umano fisico è il tentativo di catturare
l’idea di umanità perfetta. La diversità di forme è dovuta al fatto che è impossibile catturare perfettamente
l’essenza, perfetta, eterna e immutabile, per questo tutte le forme sono imperfette. La variazione, dunque, è
ritenuta inessenziale e accidentale.

Le idee di Platone non sono contenute solo nella mente, ma sono forme superiori, conoscibili unicamente
dall'intelletto, dotate di una valenza ontologica: sono reali, l’unica vera realtà, a differenza degli oggetti che
l'uomo conosce nella vita di tutti i giorni, i quali non sono che pure ombre della realtà.

Secondo la nota “allegoria della caverna”, la vera conoscenza è la conoscenza delle essenze delle cose,
non delle singole manifestazioni fenomeniche, la cui varietà è accidentale (determinata da circostanze locali,
contingenti). Per poter capire una sedia, dunque non bisogna studiare le singole sedie in tutte le loro diverse
forme, ma la Sedia Ideale, ovvero l’essenza della sedialità. Tutte le sedie fisiche non sono altro che ombre,
imperfette e incomplete, della Sedia Ideale, invisibile e immutabile.

Le immagini (“eidola”) delle cose sensibili (“crémata”) vengono a formare una “immagine globale” del mondo
(“doxa”), la quale è puro apparire della realtà (le idee), alla quale rimanda come una copia all'originale, ma
con la quale non coincide affatto.

Tutte le dottrine ispirate al Platonismo ripropongono in qualche misura questo fenomenismo della percezione
sensibile.

“Dell’essere si può dire solo che è” (Parmenide)


Per Parmenide, solo l'intelletto, nel quale l'Essere si rivela, può accedere alla verità, mentre i sensi, secondo
cui sarebbe possibile pensare il non-essere, attestano il falso.

L’approccio fenomenologico trascendentale di Edmund Husserl, che assegna primaria rilevanza, in ambito
gnoseologico, all'esperienza intuitiva, la quale guarda ai fenomeni, agli oggetti, come punti di partenza e
prove da cui estrarre le caratteristiche essenziali delle esperienze, è un approccio platonico-fenomenista che
guarda all'essenza di ciò che sperimentiamo.

Così come la fenomenologia dialettica di Hegel, che vede dietro i fenomeni l’agire di uno Spirito Assoluto.

Per Husserl, solo l' “intuizione eidetica” consente di cogliere l'essenza generale dei fenomeni, andando oltre i
preconcetti e i pregiudizi culturali, attraverso la sospensione del giudizio (“epoche”)

Kant, che partì da concezioni razionalistiche, secondo cui la conoscenza si attua mediante la ragione a
prescindere dall’esperienza, cioè mediante idee innate, giunge a conciliare razionalismo ed empirismo,
ridefinendo il processo gnoseologico: la conoscenza, nel criticismo kantiano, è la sintesi tra elementi “a
priori”, già presenti nella mente del soggetto (il concetto di spazio e tempo, ad esempio), ed elementi “a
posteriori”, che provengono dall'esterno, dall'oggetto della conoscenza, ovvero dal fenomeno, tra natura e
cultura.

L’uso critico della ragione risale a Socrate, in particolare alla maieutica, che esalta l’arte della dialettica, del
dialogo, per smascherare tutte le falsità, giungendo all’essenza delle cose. La vera conoscenza, secondo il
motto socratico, è “sapere di non sapere”.

Theory of Forms - Wikipedia

Fenomenismo Wikipedia

Razionalismo - Wikipedia

Gnoseologia - Wikipedia

Criticismo - Wikipedia

Maieutica - Wikipedia
In termini ontologici, l’essenzialismo corrisponde alla visione secondo cui alcune proprietà delle cose o degli
esseri viventi sono ad essi essenziali – la totalità delle proprietà essenziali costituisce l’essenza – anche se
le teorie essenzialiste differiscono nel definire queste proprietà.

In “Enquiry Concerning Human Understanding”, David Hume descrive l’essenzialismo come la ricerca dei
“principi originali” piuttosto che la ricerca della essenza o forma assoluta dell’essere.

L’umanismo classico ha una concezione essenzialista dell’essere umano in quanto crede in una natura
umana eterna e non modificabile. Un punto di vista duramente criticato da Marx, da Nietzsche, da Sartre e in
generale dall’esistenzialismo.

L’essenzialismo applicato alla biologia è diventato “pensiero tipologico”,


secondo cui i membri appartenenti ad un tipo sono semplici variazioni di uno stesso tema fondamentalmente
invariabili.

Questa scuola di pensiero, che non è in grado di spiegare la variabilità che caratterizza il mondo vivente, ha

dato origine al fuorviante concetto di razza. Per i tipologi, i caucasici, gli africani, gli asiatici, gli lnuit, sono tipi
che differiscono in modo cospicuo da altri gruppi etnici costituendo entità nettamente separate (un modo di
pensare che conduce al razzismo).

Darwin respinse totalmente il pensiero tipologico, introducendo il concetto, del tutto nuovo all’epoca, di
popolazione, per spiegare la variazione delle caratteristiche umane, e fondando la nota teoria
dell’evoluzione.

Oggi sappiamo che la Natura costituisce un Tutto dove tutto è in comunicazione con tutto. Che non esistono
parti distinte e separate, bensì esiste una fitta rete di comunicazione, caratterizzata da una irriducibile
complessità, che dà luogo ad una straordinaria varietà di forme e di organismi (bio-diversità) che muta nel
tempo.

La cui essenza, i cui principi originali, restano in buona parte avvolti dal mistero.

Essentialism – wikipedia

Typology - Wikipedia

LA TIPOLOGIA DA ARISTOTELE ALLE SCIENZE UMANE MODERNE (pdf)

Genetica delle popolazioni - Wikipedia

Esistenzialismo - Wikipedia

“We don’t need no education We don’t need no thought control


No dark sarcasm in the classroom
Teachers leave them kids alone”
Pink Floyd, “Another Brick in the Wall”

In inglese è definito “Nature vs. Nurture” (“Natura contro Nurtura”) – per Nurtura si intende nutrimento,
allevamento, educazione, cioè le dinamiche dello sviluppo relative all’ambiente e agli imprinting socio-
culturali - il dibattito senza fine che oppone le qualità umane individuali innate (innatismo, nativismo) a quelle
acquisite con l’esperienza (empiricismo, comportamentismo). Ai due estremi, si sostiene o che tutti i tratti
comportamentali degli umani derivino più o meno esclusivamente dalla Natura (“determinismo biologico”) o
dalla Nurtura (è l’ipotesi chiamata “tabula rasa”).
La psicologa statunitense Judith Harris, nel suo libro del 1998 "La presunzione dell'educazione" (in inglese
"The Nurture Assumption"), afferma che la personalità di un essere umano è per almeno un 50%
cento legata ai cromosomi, alla genetica, cioè al carattere ereditato, e per l'altro 50% è influenzata
dall'ambiente e dalla nurtura. Ma non tanto dalla nurtura familiare, messa in campo da genitori e parenti,
quanto da quella esterna, più precisamente quella di coetanei, amici, insegnanti, che determinano in maniera
molto più significativa le caratteristiche personali dei più giovani e le loro scelte di vita.

Judith Harris non solo afferma queste cose, ma le prova con una serie di dati provenienti da ricerche che, in
origine, erano state quasi sempre condotte per dimostrare esattamente il contrario e cioè che i genitori, con il
loro comportamento e le loro norme sono determinanti nel "plasmare" la personalità dei figli. Il meglio che i
genitori possono fare per influire in qualche modo sullo sviluppo e sul destino dei propri figli, dice Judith
Harris, è selezionare l'ambiente in cui farli vivere, perché sarà quello che determinerà le loro scelte e che
segnerà il loro carattere.

Dopo aver acquisito nel processo di formazione socio-culturale anche le influenze esterne al nucleo familiare
e fattori ambientali casuali, oggi il concetto di Nurtura si è ulteriormente esteso fino ad includere le influenze
esercitate dai mass-media, dalle strategie di marketing (la pubblicità), dello status socio-economico.

Per quanto riguarda la Natura, invece, i progressi della biologia molecolare hanno ormai affossato l’idea,
dietro al “determinismo biologico”, che sia la genetica, da sola, a determinare i tratti più complessi della
persona e della personalità, dimostrando come il DNA interagisce con i segnali trasmessi dagli altri geni e
dall’ambiente. Sebbene a livello dell’individuo particolari geni influenzano lo sviluppo di un dato tratto, ciò
avviene sempre nel contesto di un dato ambiente. Anche nei casi in cui si sono scoperti geni a cui si può
attribuire uno speciale contributo nella formazione di tratti psicologici come l’intelligenza e la personalità, in
diverse circostanze ambientali, ad esempio di deprivazione, gli stessi tratti subirebbero uno sviluppo
radicalmente diverso.

Lo psicologo Jay Joseph, nel suo libro del 2003 “The Gene Illusion”, citando una serie di studi sui
gemelli e sull’adozione, attacca le metodologie usate per stabilire il peso della genetica nel determinare
schizofrenia, comportamento criminale e quoziente intellettivo, sostenendo la fallacità della teoria psico-
genetica ancora imbevuta di ideologia razzista.

Contro la biologia come ideologia (biologismo), si è espresso Richard Lewontin con il suo libro dl 1991
“Biologia come ideologia. La dottrina del DNA” (“Biology as Ideology: The Doctrine of
DNA”).
Levontin enfatizza la capacità dell'organismo di interagire con il proprio ambiente, finanche a modificarlo,
mediante una relazione reciproca e dialettica.

Non è provato che il patrimonio genetico non sia modificabile durante la vita di una persona. Gli effetti
cancerogeni di alcuni cibi geneticamente modificati sono riconducibili a una riorganizzazione genetica indotta
dall'ingresso nelle cellule di geni estranei all'organismo.

Il progetto Genoma Umano si è concluso con la scoperta di 30.000 geni a fronte di 100.000 proteine a noi
note, smentendo l'esistenza di un legame deterministico 1 a 1 fra gene e proteina. L’idea che vi sia un
legame lineare fra i geni e un carattere psicofisico è una semplificazione, è riduzionismo. La natura del DNA
è complessa e comprende relazioni non-lineari ancora ignote.

Il dibattito “Natura Vs. Nurtura” ogni tanto si riaccende, specie quando le cronache
danno ampio risalto a episodi di violenza criminale come stupri, atti di pedofilia, omicidi-suicidi, e
puntualmente c’è chi invoca misure estreme come la castrazione chimica.

In Francia, dove negli ultimi anni il numero degli stupri è aumentato esponenzialmente, e dove il presidente
Nicolas Sarkozy se ne è uscito pubblicamente in campagna elettorale asserendo che “pedofili si nasce” , il
genetista Axel Kahn, direttore de l’Institut Cochin, autore di “Essai sur les racines de la nature humaine »
(“Saggio sulle radici della natura umana”), ha risposto con: « Un gène ne commande jamais un
destin humain » (un gene non comanda mai un destino umano).
Sarkozy, discutendo con il filosofo Michel Onfray, ha detto di ritenere la pedofilia una patologia di cui la
scienza e la medicina non hanno trovato sistemi di cura. Sarkozy ha fatto analoghe considerazioni a
proposito del suicidio degli adolescenti, dichiarandosi più propenso a credere a una «fragilità genetica» che
a una responsabilità affettiva dei genitori. Sarkozy sembra credere al destino predeterminato dell'individuo e
quindi escludere il lavoro di prevenzione.

L'arcivescovo di Parigi, monsignor André Vingt-Trois, ha giudicato «grave» e inaccettabile l'idea «che
l'individuo nasca predeterminato».

Secondo Kahn, l’uomo interviene all’interno di un programma biologico complesso fatto di interazioni sottili di
tutti i geni che definisce la reattività degli esseri viventi rispetto al loro ambiente. Per l’uomo si tratta di
ambienti di vari livelli (psicologico, psichico, educativo, sociale ecc.)

Kahn invita ad abbandonare una volta per tutte l’idea che esista un gene del suicidio, un gene del crimine,
un gene dell’aggressività o dell’omossessualità ecc. Il ché non significa che la materialità del nostro cervello
non eserciti alcuna influenza sul modo in cui il nostro spirito reagisce alle aggressioni del milieu ambientale.
Questa variabilità corrisponde a ciò con cui bisogna confrontarsi in situazioni in cui interviene il nostro senso
della responsabilità

Nelle dichiarazioni di Sarkozy, Kahn vede il desiderio di utilizzare il determinismo genetico come un modo
per esonerare la politica dalle sue responsabilità a nei confronti dei disordini comportamentali sociali: gli atti
di violenza, le aggressioni sessuali, i suicidi. È più confortante attribuire questi fatti alla natura piuttosto che
ammettere le responsabilità della nurtura, le anomalie di un sistema culturale che contribuisce alla
gestazione e alla propagazione del virus della violenza.

L’assunzione delle responsabilità implicherebbe la presa di coscienza che la realtà dell’uomo è caratterizzata
dalla diversità. Senza dubbio, vi sono individui più deboli, ma questa fragilità fa parte del ventaglio dei
comportamenti possibili.

Kahn cita uno studio condotto per valutare l’influenza della mutazione del gene «MAO-A », osservata in
alcuni quindicenni olandesi, sul comportamento criminale che questi giovani hanno poi sviluppato da adulti.

Non sono stati rilevati collegamenti statisticamente significativi tra le due forme del gene e l’evoluzione verso
la delinquenza finché non si è incluso un altro parametro: il maltrattamento subito durante l’infanzia. Ci si è
resi conto che i bambini maltrattati che hanno ereditato una forma del gene molto poco attiva, la frequenza di
una deriva verso la delinquenza era cinque volte maggiore rispetto ad altri bambini. Il gene MAO-A dunque
non può essere considerato determinante senza considerare i danni subiti dall’integrità psichica durante
l’infanzia.

Un altro esempio riguarda un gene che codifica un recettore della serotonina, essenziale per l’attività
cerebrale. All’interno di una popolazione, non è apparso niente di statisticamente che collega la forma del
gene alla depressione. Invece, negli individui che hanno vissuto avvenimenti gravi, come la morte di un
parente, la presenza di una delle forme del gene è apparsa in relazione con il rischio di cadere in
depressione e in alcuni casi anche con il tentativo di suicidio.

Da più di un secolo, senza discontinuità, si continuano ad esibire risultati scientifici che sono il risultato di
pregiudizi ideologici. Il filosofo Georges Canguilhem ha definito l’ideologia scientifica “un pregiudizio che si
appoggia sui brandelli della scienza stabilito per rinforzare la sua forza di convinzione”. Basta sfogliare
Nature e Science, le due maggiori riviste scientifiche, per rendersi conto di come l’80-90% dei commenti agli
articoli mostrino come gli autori siano viziati da pregiudizi sociobiologici (la sociobiologia cerca di dimostrare,
senza riuscirci, l’origine biologica dei comportamenti sociali). Mentre, più spesso, l’elemento genetico è
troppo debole rispetto a quello sociale ed emozionale.

« Un gène ne commande jamais un destin humain », humanite, 04 aprile 2007

“Pedofili si nasce. Bufera su Sarkozy”, Corriere, 09 aprile 2007


Nel saggio del 2005 “Nature via Nurture” (“Il Gene Agile. La Nuova Alleanza fra Eredità e
Ambiente”, Adelphi) Matt Ridley propone saggiamente una terza via, una “nuova alleanza” tra natura e
cultura.

La nostra vera natura non si può manifestare appieno senza la formazione e senza le esperienze della vita.
Per essere autenticamente uomini dobbiamo possedere il genoma di un essere umano e vivere in una
comunità umana, rapportarci con l’altro.

Più si considera rilevante l'azione dei geni, più risultano importanti la formazione e l'educazione, perché
senza di queste i geni non si possono esprimere fino in fondo: possederne di buoni o di ottimi sarebbe come
essere venuti in possesso di uno scrigno e non aprirlo mai. I nostri geni, infatti, come e più di quelli di ogni
altro organismo, sono fatti apposta per essere sfidati o assecondati dalle conseguenze delle esperienze
della vita e ne «prevedono» l' intervento per la messa a punto della propria azione.

Un esempio banale ma non irrilevante è dato dai geni necessari per produrre e secernere il latte. Tali geni
sono sempre presenti, ma la loro azione si può osservare soltanto in donne che abbiano partorito un figlio. In
assenza della catena di eventi che conduce una ragazza alla maternità, la loro azione non può essere
estrinsecata e neppure notata. Così come i geni che ci permettono di parlare non possono esercitare la loro
azione se chi li porta non vive in una comunità umana e non apprende almeno una lingua: non dettano quale
lingua parleremo ma si mettono a disposizione se vogliamo impararne e utilizzarne una.

“You're mostly a monkey”, The Observer, 30 marzo 2003

“La nuova alleanza di natura e cultura”, Corriere, 16 ottobre 2005

Nature versus nurture - Wikipedia

“Concepire natura e nurtura come due categorie distinte non solo è errato,
ma ostacola ogni nostro tentativo di comprendere la natura dello sviluppo e
dell’evoluzione, a ogni livello” (Evelyn Fox Keller).
In polemica con le prospettive riduzioniste del determinismo genetico, a metà degli anni Ottanta la Teoria dei
Sistemi propose per la prima volta un’approccio sistemico alla biologia, “metabiologico”, invitando a
considerare i rapporti fra le parti.

Susan Oyama, con il suo saggio del 1985 “The Ontogeny of Information Developmental
Systems and Evolution” (Duke University Press, 2000) ha mosso una critica illuminata, quantomai
attuale, al concetto di “informazione”, proponendo un ripensamento in termini ontogenetici.

Ontogenesi - Wikipedia

L’informazione, sostiene la Oyama, non è stipata da qualche parte per poi essere adoperata, come un
manuale di istruzioni, nella costruzione dell’organismo, ma è essa stessa soggetta ad uno sviluppo che è
appunto l’ontogenesi dell’informazione.

I due poli del processo – geni e ambiente, natura e cultura, natura e nurtura – cessano di essere separati e
in opposizione diventando complementari, cause soggette a reciproca costruzione e definizione.

«L’informazione è l’incarnazione moderna, tecnologica, della nozione di


disegno».
La Oyama parte chiamando in causa la versione classica dell’ “argomento del disegno”, secondo cui un
artefice intelligente crea un mondo ordinato dando forma (informando) alla materia caotica. La forma
impressa da Dio, secondo l’argomento del disegno, è responsabile dell’ordine e del fine.
Ad avviso di Oyama, tale attitudine dualistica permane in molte moderne concezioni dello sviluppo,
rappresentate con metafore come “piano genetico” o “programma”. Perdura l’idea che l’informazione goda di
una qualche autonomia e precedenza sulla materia (e sui processi naturali) e che la sua storia consista
semplicemente nel suo trasferimento (in-formare sta per dare, comunicare la forma). Questo privilegio,
questo potere “istruttivo”, è attribuito al materiale-codice genetico.

La distinzione in biologia tra “teleologia” (la credenza che ci sia un progetto, uno scopo, una direttiva, un
principio, una finalità nelle opere e nei processi naturali) e “teleonomia” (l’idea secondo cui tutti gli organismi
viventi sono dotati di un progetto conservato nelle loro strutture e realizzato meccanicamente nelle loro
prestazioni, senza interventi esterni) adoperata da Monod ne “Il Caso e la Necessità” (1970), consiste nel
trasferire il progetto dall’intelligenza divina alla intelligenza genetica, acquisita dai geni grazie alla selezione
naturale e all’evoluzione.

Teleologia - Wikipedia

Oyama fa notare che tale inclinazione non differisce, in fondo, dal preformismo pre-mendeliano, secondo cui
l’embrione preesiste «prodigiosamente più piccolo» nello spermatozoo o nell’uovo e il suo sviluppo consiste
semplicemente nel suo accrescimento.

La metafora del programma mantiene, pur con maggiore sofisticazione, l’idea di una causa speciale, di un
fine che guida lo sviluppo. Anche gli epigenisti, che pur si opponevano al preformismo (l’epigenetica studia il
modo in cui l’attività di regolazione dei geni influisce sulla modificazione del fenotipo ed eventualmente della
progenie), condividevano l’assunto secondo cui doveva esistere qualcosa che comunicasse la forma alla
materia vivente e che identificarono in un misterioso “principio vitale” (vitalismo).

Il vitalismo crede in una "forza", che guida i fenomeni biologici, di origine divina. In Nietzsche, diventa
esaltazione dell’istinto, della natura, del godimento dionisiaco, celebrazione della volontà di potenza, che
Shopenhauer chiamava volontà di vivere. Questa forza, secondo Nietzsche e D’annunzio, può rigenerare il
mondo.

Il vitalismo evoluzionista crede che la natura si serva della selezione naturale al fine di perpetuare la propria
volontà di vivere attraverso la sopravvivenza dei migliori.

Determinismo biologico - Wikipedia

Preformismo - Wikipedia

Epigenetica - Wikipedia

Vitalismo – Wikipedia

Nel corso del tempo, sempre nell’ambito del dibattito Natura vs. Nurtura, il determinismo biologico si è
progressivamente ammorbidito, arrivando ad ammettere che una parte dell’informazione derivi dall’ambiente
in cui è inserito lo sviluppo, giungendo così ad un compromesso tra la prospettiva “innatista” e quella
“empirista”, senza però alterare l’assunto secondo cui «l’ordine è spiegabile solo mediante l’imposizione
della forma su ciò che è privo di forma e del movimento su ciò che è inerte» (Oyama, “The Ontogeny of
Information”).

Le componenti ambientali continuano ad essere poste in secondo piano rispetto a quelle genetiche che
costituiscono la principale fonte dell’informazione. Il contesto ambientale può solo apporre dei vincoli alle
potenzialità già inscritte nei geni.

Il Premio Nobel Jacques Monod negli anni Settanta è stato il paladino di un riduzionismo «non più fisicalista
e meccanicista, ma informazionale» (Elena Gagliasso, “Verso un’Epistemologia del Mondo
Vivente”, Guerini e Associati, Milano, 2002).
Secondo Monod, entro la cellula sussistono delle condizioni iniziali che fanno sì che una sola fra le strutture
possibili sia realizzata: «le condizioni iniziali danno il loro contributo all’informazione che si trova racchiusa
alla fine nella struttura globulare, ma non per questo la specificano, soltanto eliminano le altre strutture
possibili e propongono così, o piuttosto impongono, un’interpretazione univoca di un messaggio
parzialmente equivoco a priori» (J. Monod, “Il Caso e la Necessità”, Mondadori, Milano 1970).
Il “messaggio” secondo Monod è dunque già carico d’informazione e di significato prima dell’intervento dei
fattori epigenetici, ai quali non spetta altro che selezionare una delle opzioni già previste nel genoma.
L’ambiente cellulare interviene dunque su una causa che è già attiva, su un pattern di sviluppo già stabilito
che può tutt’al più essere orientato o modulato da altri fattori. L’epigenesi, in breve, nella visione di Monod,
non è arricchimento o creazione ma mera “rivelazione”, non presenta alcuna autentica novità rispetto a
quanto contenuto nel DNA; così, «nella misura in cui tutte le strutture e prestazioni dell’organismo sono la
risultante delle strutture e delle attività delle proteine che lo costituiscono, si deve considerare tale organismo
l’espressione epigenetica ultima del messaggio genetico stesso» (J. Monod, op. cit.).

Riguardo alle “prestazioni teleonomiche di alto livello”, cioè i comportamenti messi in atto dagli organismi
nell’interazione con l’ambiente esterno, per Monod l’informazione fluisce in un solo senso, quello che va dal
DNA alla costituzione delle proteine. L’ontogenesi sarebbe dunque l’esecuzione di un “piano” che non rivela
in sé stesso alcuna novità; all’origine dell’innovazione evolutiva potrà dunque esservi soltanto la mutazione –
“l’errore nella trasmissione verticale dell’informazione” - che sarà eventualmente premiata dalla selezione
naturale.

“I geni sono le unità base dell'egoismo, sono i primi, sia in senso cronologico
che per importanza: i replicatori immortali, e non i singoli corpi, devono
esistere perché esista la vita, ovunque nell'universo […] Le macchine da sopravvivenza
(i veicoli, cioè gli organismi viventi) hanno due priorità: la sopravvivenza individuale e la riproduzione […]
Unici sul pianeta, abbiamo il potere di ribellarci ai nostri creatori, i replicatori egoisti: possiamo sviluppare
l'altruismo disinteressato, qualcosa che non è in natura” (Richard Dawkins, “Il Gene Egoista. La
Parte Immortale di Ogni Essere Vivente”, Mondadori, Milano, 1992).
Richard Dawkins, nella sua particolare e provocatoria interpretazione del neodarwinismo, afferma che l'unica
vera unità su cui agisce la selezione naturale è il “gene egoista”. Al quale oppone il “meme”, unità base di
informazione tipica della cultura umana (idea) replicabile e trasmettibile da mente a mente, anch’essa
soggetta a selezione e mutazione nel corso dell’evoluzione culturale.

Il mondo biologico di Richard Dawkins è costituito da due soli tipi di entità: “replicatori” e “interattori”. I primi, i
geni, contengono le informazioni necessarie per la costruzione dei secondi, gli organismi, che sono gli
intermediari fra i geni e l’ambiente. Gli esseri viventi appaiono così come “macchine” create dai propri geni, a
loro volta protagonisti di una competizione per lasciare il maggior numero di copie di se stessi.

Dawkins descrive il meme come una unità di informazione residente nel cervello. Si tratta di uno schema che
può influenzare l'ambiente in cui si trova (attraverso l'azione degli uomini che lo portano) e si può propagare
(attraverso la trasmissione culturale).

Questa definizione ha creato un grande dibattito tra sociologi, biologi e scienziati di altre discipline, perché
Dawkins non ha dato una spiegazione sufficiente di come la replica di unità di informazione nel cervello
controlli il comportamento umano e, alla fine, la cultura. A causa di ciò, il termine "unità di informazione" è
stato definito in molti modi diversi da scienziati diversi. A quasi trent'anni di distanza il dibattito è ancora in
corso sul valore della memetica come disciplina scientifica.

Nel 1981, i biologi Charles J. Lumsden e Edward Osborne Wilson (il fondatore della sociobiologia)
pubblicarono il libro “Genes, Mind, and Culture: The Coevolutionary Process” in cui
presentano la teoria di una co-evoluzione di geni e cultura. Evidenziarono che le unità fondamentali della
cultura, i memi, devono corrispondere biologicamente a delle reti di neuroni che fungono da nodi della
memoria semantica. Wilson successivamente adottò il termine meme come migliore nome possibile per
definire tali unità fondamentali di eredità culturale e sviluppò il ruolo fondamentale dei memi nell'unificare le
scienze naturali e le scienze sociali nel suo libro “Consilience: The Unity of Knowledge”.
In “La Macchina dei Memi Perché i Geni non bastano” (“The Meme Machine”), nel 1999 Susan
Blackmore ha introdotto il concetto generalizzato di “replicante” nell’ambito di un processo evolutivo
definendo il meme (“ciò che è imitato”) come l’informazione copiata da una persona ad un’altra e la
trasmissione di memi come evoluzione memetica, che secondo la Blackmore procede, come quella
geneticai, nel solo interesse dei memi (egoisti).

[…] Dawkins conclude il suo libro “The Selfish Gene” con le parole “noi soli possiamo ribellarci alla tirannia
dei replicanti egoisti”. Mi piacerebbe invece sostenere che noi siamo “macchine memetiche”, create solo da
e per gli stessi replicanti egoisti: la nostra unica vera libertà proviene dal non ribellarsi alla tirannia dei
replicanti egoisti, ma dal realizzare che non c’è nessuno a cui ribellarsi […]

Neodarwinismo - Wikipedia

“I memi e lo sviluppo del cervello”, Susan Blackmore, aprile 2003

“L’evoluzione delle macchine memetiche”, Susan Blackmore

Meme - Wikipedia

In questa visione cinica, fatalista, materialista, che ignora la realtà noumenica, metafisica, che riduce la
coscienza a reti di neuroni, la complessità delle interazioni tra natura e cultura ad una meccanica di
replicazione, gli organismi biologici diventano i portatori passivi dei propri geni (e dei propri memi) al servizio
della propagazione dell’informazione in essi contenuta.

Quest’ultima, dice Dawkins, è trasmessa attraverso due vie, una verticale, l’altra orizzontale: la prima è
quella che collega ogni generazione alla successiva attraverso le cellule della linea germinale; la seconda
concerne la moltiplicazione delle cellule non appartenenti alla linea germinale, entro le quali si svolge la
produzione delle proteine, secondo un processo in grado di esercitare «vari effetti sullo sviluppo embrionale
e perciò sulla forma del comportamento dell’adulto» (R. Dawkins, “ L’Orologiaio Cieco. Creazione
o Evoluzione?”, Mondadori, Milano, 2003).
La trasmissione verticale e quella orizzontale del DNA coincidono quindi rispettivamente con la
“riproduzione” e lo “sviluppo”’. Il rapporto fra i due processi è il seguente: la selezione naturale determina il
successo dei vari genomi rivali che competono per farsi trasmettere verticalmente, ma il criterio di tale
successo è determinato dall’azione dei geni sugli organismi, ossia dalla loro trasmissione orizzontale.

“Sempre più spesso, gli studi sui geni e sul genoma suggeriscono che un
significativo trasferimento orizzontale sia avvenuto tra i procarioti” (“Horizontal
gene transfer among genomes: The complexity hypothesis”, pnas, 19 gennnaio 1999)

Il trasferimento orizzontale dei geni è stato definito da alcuni "il nuovo paradigma della biologia"
(“Horizontal Gene Transfer A New Paradigm for Biology”, Peter Gogarten, Esalen Conference, 5-10
novembre 2000) ed enfatizzato da altri come un fattore importante nei "pericoli nascosti dell'ingegneria
genetica".

"Mentre il trasferimento orizzontale dei geni è ben noto tra i batteri, è soltanto negli ultimi 10 anni che si è
scoperta la sua presenza tra le piante superiori e gli animali. Il campo d’azione del trasferimento orizzontale
dei geni è essenzialmente l'intera biosfera, con batteri e virus nel doppio ruolo di intermediari per lo scambio
genico e di serbatoi per la moltiplicazione e ricombinazione dei geni stessi" (“Horizontal Gene Transfer The
Hidden Hazards of Genetic Engineering”, Mae-Wan Ho, Institute of Science in Society and
Department of Biological Sciences, Open University).

Questo approccio è stato portato alle estreme conseguenze da Lynn Margulis nella sua teoria della
simbiogenesi, secondo la quale la simbiosi, includendo la possibilità di ricombinare interi genomi, sarebbe la
principale sorgente di variazione ereditabile.
[...] Dal paramecio all'uomo, tutte le forme di vita sono dotate di un'organizzazione minuziosa, sono
aggregati raffinati di una vita microbica in evoluzione. Lungi dall'essere rimasti indietro nella “scala”
evolutiva, i microrganismi ci circondano e compongono il nostro essere. Tutti gli organismi attuali, essendo
sopravvissuti fin dagli albori della vita lungo una linea che non si è mai interrotta, si trovano ad un eguale
livello di evoluzione [...].

“Microcosmos: Four Billion Years of Microbial Evolution”, di Lynn Margulis e suo figlio
Dorion Sagan, un classico della microbiologia, è stato pubblicato per la prima volta più di 20 anni fa. La
visione darwiniana dell'evoluzione, una competizione cruenta tra individui singoli e specie, si rinnova nella
visione di un “super-organismo” vivente, caratterizzato da una co-evoluzione continua, un'interazione forte e
una dipendenza reciproca tra tutte le forme di vita.

L'uomo è il prodotto di una simbiosi protrattasi per miliardi di anni; il nostro corpo contiene in sé una vera e
propria “microstoria” della vita sulla Terra.

Secondo la Margulis, le simbiosi possono costituire un'importante componente dell'evoluzione. La sua teoria
implica l'incompletezza della nozione darwiniana dell'evoluzione guidata dalla competizione; piuttosto,
afferma la fondamentale importanza di processi quali la cooperazione, l'interazione, e la dipendenza mutuale
tra organismi.

Non più geni o memi egoisti, ma un “bio-comunismo” di livello planetario , in cui i


simbionti – organismi simbiotici – prendono il posto dei replicanti. Il ché significa spostare la prospettiva
dall’Io al Noi.

Non si può più pensare all'individuo o al singolo gene come ad entità autonome, indipendenti, separate dal
resto del vivente, e persino del non-vivente.

Endosymbiotic theory - Wikipedia

Rispetto al “programma”, Dawkins sostiene che la selezione naturale è un “orologiaio cieco” che non
pianifica nessun sviluppo positivo e non ha alcun fine se non quello di permettere la creazione di complessità
(Dawkins, op. cit.).

L’etologo e filosofo austriaco Konrad Lorenz, un pioniere dell’ambientalismo, introduce un differente tipo di
metafora, sostenendo che la selezione naturale produce negli organismi un incremento di conoscenza del
mondo, dovuto al miglioramento delle prestazioni adattative, e quindi una maggiore adesione alle
caratteristiche dell’ambiente ecologico. Le pinne dei pesci, per esempio, sono la riproduzione delle proprietà
idrodinamiche dell’acqua.

L’adattamento secondo Lorenz non è altro che l’immagazzinamento nel genoma di una maggiore quantità di
conoscenza di certe proprietà del mondo esterno, una sorta di «negativo della realtà, paragonabile al calco
in gesso di una moneta» (K. Lorenz, “L’altra faccia dello specchio”, Adelphi, Milano 1974).
L’evoluzione si configura così come il trasferimento dall’ambiente al genoma dell’informazione necessaria
alla costruzione dell’organismo.

Quest’idea o meme secondo cui vi è una derivazione lineare del fenotipo dal genotipo, secondo cui il
messaggio genetico determina i tratti strutturali e comportamentali dell’individuo a prescindere da qualsiasi
evento possa verificarsi a livello del “soma”a, può essere fatta risalire al principio conosciuto come “barriera
di Weismann” o “continuità del plasma germinale”, secondo il quale «la “linea germinale è separata dalla
linea somatica (soma) fin dai primi momenti di vita, e per questa ragione niente di ciò che accade al soma
può essere comunicato alle cellule germinali o ai loro nuclei» (E. Mayr, “Un Lungo Ragionamento. Genesi e
Sviluppo del Pensiero Darwiniano”, Bollati Boringhieri, Torino 1994).

A partire dal biologo e botanico tedesco August Weismann, che dopo Darwin definì la prima importante
teoria evoluzionista parlando per primo di una selezione interessata ai fattori genetici favorevoli, l’ortodossia
vuole che l’informazione fluisca in un solo senso, in quello che sarà poi ratificato da Francis Crick come il
“dogma centrale” della biologia molecolare: DNA → RNA → proteine.
Linea germinale - Wikipedia

Biologia molecolare - Wikipedia

La teoria dei sistemi contesta questo dogma operando un radicale ripensamento dell’ontogenesi.

L’informazione, tanto per cominciare, non preesiste allo sviluppo, ma ha essa stessa ha una propria genesi,
un proprio sviluppo, una propria evoluzione, una propria storia (tanti saluti al preformismo).

L’informazione diventa biologicamente rilevante solo quando «partecipa del processo fenotipico», diventa
“significativa per l’organismo solo in quanto è costituita dal suo sistema di sviluppo» (S. Oyama, “The
Ontogeny of Information“).

Per “sistema di sviluppo” s’intende l’insieme complesso di interattori e interazioni a più livelli che partecipano
al processo ontogenetico: genoma, strutture cellulari, ambiente uterino, ambiente sociale, ecc..
L’informazione (sia essa genetica, cellulare, ambientale o culturale) non preesiste allo sviluppo né è
trasmessa ereditariamente, ma si manifesta in “corso d’opera”, nel corso dell’ontogenesi, come riflesso delle
complesse interazioni fra le componenti del sistema.

«L’effetto
di ciascun interattore dipende sia dalle qualità che gli sono proprie
sia da quelle degli altri, spesso in combinazioni complesse» (Oyama).

L’espressione e la regolazione genica, dice la Oyama, sono il frutto delle reazioni e interazioni tra i geni. È
falso che l’informazione fluisce in un unico senso.
I geni pertanto influenzano né in modo lineare né in modo esclusivo, bensì interagiscono in modo complesso
con tutte le componenti del processo ontogenetico. È dunque del tutto sbagliato concepire geni e ambiente,
natura e cultura, natura e nurtura, come cause distinte rispetto al processo, perché di fatto interagiscono fin
dall’inizio.

“La funzione e l’espressione di ogni singolo gene è sempre contestuale” (Oyama).

Non ha senso l’esistenza, per esempio, di un gene per gli occhi azzurri senza occhi, nervi e quant’altro sia
richiesto per avere un “organismo con gli occhi”.

Lo stesso dicasi per i fenotipi metafisici quali sono i comportamenti. A definire un comportamento non sono
mai soltanto i dettagli dell’azione in sé, quanto il “ruolo” che essa gioca nel contesto più ampio di interazioni
sociali in cui si svolge.

“Distinguere le nozioni di gene e ambiente porta a fraintendere la natura dei processi di sviluppo. Il feto in
via di sviluppo, e l’individuo unico che esso si appresta a diventare, è sempre allo stesso tempo un prodotto
al 100% del suo DNA e al 100%o dell’ambiente in cui quel DNA è collocato – il quale include non solo
l’ambiente cellulare e materno ma anche l’ambiente sociale in cui è situata la madre in gravidanza. Proprio
come non vi è stato alcun replicatore nudo all’origine della vita, non esiste alcun programma genetico
nell’uovo fecondato che possa essere isolato dal contesto in cui viene espresso” (Steven. Rose, “Il
Cervello del Ventunesimo Secolo. Spiegare, Curare e Manipolare la Mente”,
Codice, Torino, 2005).

I geni non contengono alcun messaggio carico di informazione univoco, in grado di dare forma ad una
materia che si suppone inerte: la forma, lungi dall’essere imposta alla materia da qualche agente interno o
esterno, è frutto della reattività della materia stessa ai vari livelli di sviluppo.

“Poiché la mutua selettività, reattività e i reciproci legami hanno luogo soltanto nei processi in atto, sono
questi ultimi a orchestrare l’attività delle differenti porzioni di DNA, che rendono interdipendenti le influenze
genetiche e ambientali nella misura in cui i geni e i loro prodotti sono ambienti gli uni per gli altri, l’ambiente
esterno è reso interno tramite assimilazione psicologica o biochimica e lo stato interno è esternato attraverso
effetti comportamentali che selezionano e organizzano il mondo circostante” (Oyama)

L’interazione delineata da Oyama può così essere percorsa in due sensi: le attivazioni e le funzioni dei geni,
e le stesse porzioni di DNA di volta in volta coinvolte, sono definite “in fieri”, in funzione dello stato
complessivo del sistema e della sua storia.

Un esempio è dato dal fenomeno dello “splicing”, il passaggio dalla sequenza di nucleotidi del DNA alla
sequenza di amminoacidi di una catena polipeptidica, che non è mai punto a punto: una sequenza di DNA
viene trascritta in una di RNA, ma quest’ultimo, prima di giungere ai ribosomi per la produzione del
polipeptide, subisce, per opera di particolari RNA-proteine dette “spliceosomi”, un processo che elimina
alcune parti della sequenza, dette “introni”, accorpando le restanti, dette “esoni”; ciò significa che a partire da
una medesima sequenza di DNA si possono ottenere molteplici mRNA e svariati prodotti proteici. La cosa
importante è che la decisione di quali parti sono da escludere dipende dalle condizioni ambientali e di
sviluppo di quella specifica cellula, così come dagli altri geni presenti nel genoma.

L’unicità della dimensione storica, contingente, viene così a costituire l’alternativa al programma. Il gene non
possiede in sé stesso alcun privilegio di causalità nel contesto allargato dell’interazione storica: «un gene dà
inizio a una sequenza di eventi solo se uno sceglie di iniziare l’analisi da quel punto; non occupa alcun ruolo
causale privilegiato al di fuori del flusso di interazioni fisiche che costituiscono il mondo naturale (e
artificiale)» (Oyama).

Ciò che di volta in volta conta come “stimolo” ambientale è funzione congiunta dello stimolo stesso e
dell’organismo che lo riceve. «Le
forze esterne, di cui di solito parliamo come
ambiente, sono esse stesse in parte conseguenza dell’attività dell’organismo,
in quanto esso produce e consuma le condizioni della propria esistenza. Gli organismi non trovano il mondo
in cui si sviluppano. Lo fanno» (Oyama).

Nella revisione della Oyama, le categorie “biologico”, “genetico”, “naturale”, appaiono quanto mai vaghe. Non
definiscono alcunché d’inevitabile, poiché gli aspetti che un gene può condizionare non sono mai
predeterminati al concepimento o alla nascita e tratti fortemente radicati possono derivare tanto da basi
biologiche che ambientali.

In particolare, il fatto che l’apprendimento non sembri giocare un ruolo preminente nella comparsa di tratti
cosiddetti “naturali”, non significa che determinate condizioni di sviluppo non siano necessarie per la loro
comparsa. Qualsiasi capacità naturale – come la visione, il linguaggio, il saper camminare, ecc. – è soggetta
a periodi critici di attivazione in cui opportune stimolazioni risultano cruciali per un corretto sviluppo.

La capacità di camminare, ad esempio, non si sviluppa a partire da un genoma vergine, ma è legata al


particolare contesto di sviluppo, incluse le componenti “nurturali”: «la camminata appresa nel contesto del
tappeto sul pavimento di un salotto non sarà uguale a quella appresa nella savana o nel deserto; come per
tutti gli aspetti del comportamento, camminare significa camminare in un contesto» (Oyama)

«Così nel corso dello sviluppo si avranno taluni periodi critici o sensibili durante i quali il cervello è
specificamente chiamato a rispondere al contesto ambientale e in tal modo ad acquisire particolari capacità
o comportamenti. Durante tali periodi le particolari regioni cerebrali interessate esibiscono una grande
plasticità, modificando la loro struttura e connettività in risposta all’esperienza – poniamo, visiva o
linguistica» (S.Rose, op. cit.)

I processi che ciascun componente può influenzare, sia esso un gene o una proteina, sono sempre
contingenti e contestuali e non v’è alcuna asimmetria causale tra gli interattori in gioco, in quella che può
essere definita una sorta di “democrazia causale”.

Il controllo, dice Oyama, emerge in almeno tre sensi: innanzitutto, esso emerge nell’interazione, definito dalla
mutua selettività degli interattori. In secondo luogo, attraverso i livelli gerarchici, nel senso che le entità e i
processi a un certo livello interagiscono in modo da dar luogo alle entità e ai processi al livello successivo,
mentre i processi di livello superiore possono a loro volta ripercuotersi su quelli di livello inferiore. Terzo, il
controllo emerge nel tempo, talvolta mediante il suo trasferimento da un processo a un altro.
Il ripensamento ontogenetico dell’informazione sostituisce dunque all’idea di
programma e di predeterminazione della forma la dimensione del
“materialismo storico”, la storia delle interazioni tra geni e ambiente, tra natura e nurtura, tra natura
e cultura.

Una tale revisione implica la necessità di ripensare anche l’evoluzione, in particolare le nozioni di ereditarietà
e selezione naturale.

Richard Lewontin afferma che è un tradizionale errore della biologia volgare pensare che «siano solo i geni a
esseri trasmessi dai genitori alla prole. In realtà, un uovo, prima della fecondazione, contiene un apparato
completo di produzione depositatovi nel corso del suo sviluppo cellulare. Noi ereditiamo non solo i geni fatti
di DNA ma anche un’intricata struttura di meccanismo cellulare costituito di proteine» (R. Lewontin, “ Il
Sogno del Genoma Umano e altre Illusioni della Scienza”, Laterza, Roma-Bari 2004).
Oyama estende ulteriormente il concetto di pacchetto ereditario reinterpretando la trasmissione (a volte
descritta come semplice “passaggio”) come “la ricostruzione affidabile del network interattivo di risorse nel
ciclo di vita successivo».

La nozione di ereditarietà si allarga cioè fino a comprendere l’insieme complessivo delle risorse che
contribuiscono allo sviluppo: l’ambiente cellulare, uterino e financo sociale. La costanza di un tratto andrà
dunque attribuita alla ricostruzione fedele della rete di interazioni.

Simili considerazioni ribaltano l’approccio utilizzato dalla genetica di popolazioni, che tende a derivare la
distribuzione statistica dei genotipi da quella dei fenotipi, confondendo quella che è una proprietà “statistica”
relativa ad una popolazione, con una proprietà intrinseca del tratto.

«L’ereditabilità è un attributo non delle varianti ma delle loro descrizioni


statistiche (varianza)» (Oyama).
Ma se l’ereditarietà interessa qualcosa di più del semplice patrimonio genico, anche la selezione naturale
non potrà avere come proprio “target” soltanto il gene; in conseguenza della nozione sistemica di
ereditarietà, le pressioni selettive agiranno non già sui soli genotipi ma sull’intero sistema di sviluppo.

Se l’ortodossia darwiniana aveva considerato le differenze ontogenetiche come semplice effetto delle
variazioni geniche accumulate nell’evoluzione, la visione sistemica riconsidera l’evoluzione come “storia
derivata” dei sistemi di sviluppo, come descrizione dei mutamenti ontogenetici.

La pressione selettiva non può più essere pensata come indipendente dal sistema organismo-ambiente.

Infine, è l’idea stessa di selezione naturale – concepita dall’ortodossia


darwinista come la promozione dei genotipi più efficienti – a dover essere
ridefinita: a essere selezionato è l’insieme degli interattori implicati nel sistema di sviluppo.
Avere successo dal punto di vista riproduttivo non significa soltanto avere i“geni giusti”. Le cure parentali e le
influenze ormonali dalla madre sono cruciali per la crescita del feto, così come le interazioni con i
conspecifici.

Sono tanti e diversi i fattori in gioco che determinano lo sviluppo del singolo organismo e la misura del suo
successo riproduttivo. È lecito affermare, secondo Oyama, che la selezione naturale non crea nulla in senso
convenzionale, per quanto la si voglia vedere alla stregua di una qualche entità o forza attiva; essa non
plasma genomi che creano organismi, bensì è il risultato di sistemi di sviluppo che, per così dire, creano sé
stessi.

«Non sembra produttivo […] affrontare il problema dell’origine delle novità evolutive cominciando proprio dai
geni. Conviene invece ricordarsi del fatto che ogni forma organica, tradizionale o innovativa che sia, è
comunque il risultato di un processo di sviluppo. Pertanto, la comparsa di forme nuove dovrà dipendere da
qualche fatto nuovo proprio a livello dello sviluppo» (Alessandro Minelli, “Forme del Divenire. Evo-
devo: la Biologia Eoluzionistica dello Sviluppo”, Einaudi, Torino,2007).
L’esistenza di certe strutture anziché altre non sempre può essere ricondotta a ragioni squisitamente
adattative, ma a dinamiche che interessano lo sviluppo e l’embriogenesi degli organismi.

«Gli esseri viventi che popolano il nostro pianeta si trovano, dunque, all’incrocio fra due logiche, quella dello
sviluppo e quella dell’adattamento evolutivo. Entrambe devono essere soddisfatte e poca strada riusciamo a
fare se cerchiamo di leggere la storia delle forme biologiche solo in termini di espressione genica e di
variazioni nelle frequenze alleliche» (Minelli, op. cit.)

La revisione operata dalla visione sistemica non consiste nell’affermare che tutto interagisce con tutto, né
che tutto è sempre soggetto ad alterazione, ma consiste nel riconoscere:

(1) che in ogni momento le influenze e i vincoli esercitati sul sistema sono sia funzione degli stimoli presenti
che il risultato di stimoli, risposte e integrazioni passate, e che il significato di un componente non è mai dato
a priori ma è determinato in modo contingente allo svolgersi stesso delle interazioni;

(2) che sono gli organismi a organizzare e costruire l’ambiente circostante così come sono da questo
organizzati e costruiti;

(1) e (2) corrispondono ai livelli principali in cui si svolge il processo di sviluppo – l’uno interno all’organismo,
l’altro esterno –, a loro volta suscettibili di ulteriori suddivisioni: da un lato, un organismo consta di cellule,
tessuti, organi, ecc.; dall’altro, esso è inserito in gruppi operativi di scambi economici ed energetici con
l’ambiente (detti “avatar”), a loro volta collocati in una gerarchia di unità ecosistemiche sempre più ampie (N.
Eldredge, “Le Trame dell’Evoluzione”, Raffaello Cortina, Milano, 2002)
Il nostro modo di concepire l’evoluzione umana è profondamente cambiato negli ultimi anni. Il modello
lineare della “scala del progresso” ha dovuto cedere alla diversità dei percorsi evolutivi, alla molteplicità delle
specie e delle soluzioni adattative, alle deviazioni dell’evoluzione verso esiti imprevedibili a priori.

Come hanno dimostrato le recenti scoperte della specie “Orrorin tugenensis” (soprannominata “Millennium
Man)”, nel 2001, datata intorno a 6 milioni di anni fa, e della specie “Sahelanthropus tchadensis”
(soprannominata “Toumai”), nel luglio 2002, datata fra i 6 e i 7 milioni di anni fa, fin dagli inizi, il “cespuglio
degli ominidi” è stato caratterizzato dalla convivenza e dalla competizione fra specie, dalla ramificazione e
dalla migrazione in habitat diversificati dell’Africa.

Oggi sappiamo che tutti i popoli della Terra discendono da un unico ceppo africano, originatosi in tempi molto
recenti, circa 150mila anni fa, e votato ad un’espansione senza precedenti in ogni regione del globo. Questa
data di nascita africana ravvicinata e gli intricati percorsi dei mescolamenti e delle ibridazioni che hanno
caratterizzato il popolamento del pianeta escludono che possano esistere differenze genetiche e biologiche
regionali tali da giustificare anche solo l’esistenza delle cosiddette “razze umane”.

Secondo il paleontologo dell’American Museum of Natural History di New York, Niles Eldredge, l’evoluzione
segue i seguenti percorsi:

1) il percorso degli equilibri punteggiati e della “branching evolution” (secondo cui il cambiamento
nell’evoluzione umana, come nell’evoluzione di ogni altra forma animale, ha avuto un carattere
episodico, ramificato, contingente ed ecologico; non è stato un miglioramento graduale all’interno di
tendenze lineari di progresso, ma un’alternanza di lunghi periodi di stabilità e di brevi periodi di
cambiamento durante i quali le novità evolutive emergono in concomitanza con la gemmazione di
nuove specie);

2) il percorso dei processi “exattativi” (secondo cui alcune innovazioni cruciali dell’evoluzione umana,
come il bipedismo e l’anatomia per il linguaggio articolato, sono sorte per ragioni adattative
indipendenti dal loro utilizzo attuale; ovvero: caratteristiche originariamente sviluppatesi in un
contesto sono state in seguito cooptate per usi diversi in altri contesti);
3) il percorso delle direttrici evolutive spaiate (secondo cui all’interno del cespuglio ramificato di specie
ominidi, la tecnologia, l’organizzazione sociale, le facoltà cognitive e l’anatomia hanno seguito ritmi
di sviluppo non uniformi e non simultanei);

4) il percorso della “doppia gerarchia”, ecologica e genealogica, e delle sue interconnessioni (secondo
cui l’evoluzione umana non è stata sospinta soltanto dall’azione plasmante della selezione naturale
sul corredo genetico, ma anche e soprattutto da un’ampia e diversificata ecologia di fattori e di livelli
gerarchici sovrapposti e interdipendenti; ovvero: connessioni e retroazioni che legano
indissolubilmente in un’unica trama l’evoluzione organica degli ominidi, l’evoluzione degli ecosistemi
terrestri e l’evoluzione geologica del pianeta);

5) il percorso delle estinzioni di massa e delle “radiazioni adattive” (secondo cui le estinzioni di massa
sono stati di singolarità evolutiva che interrompono il normale flusso delle trasformazioni biologiche;
Homo sapiens, che pure discende in modo accidentale da tali discontinuità macroevolutive, è ora
immerso in un’estinzione di massa della biodiversità planetaria da lui stesso prodotta e della quale
stenta a comprendere i meccanismi e le retroazioni);

6) Il pattern della coevoluzione e delle comunità ecologiche lontane dall’equilibrio (ovvero: la biosfera e
Homo sapiens costituiscono oggi un sistema accoppiato di relazioni ecologiche ed economiche le
cui caratteristiche evoluzionistiche complessive sono tipiche di sistemi aperti, autorganizzati,
instabili, discontinui, imprevedibili e ricchi di proprietà emergenti; ciò implica che la nostra specie,
come ogni componente di un sistema complesso adattativo lontano dall’equilibrio, non è in grado di
prefigurare e di controllare la traiettoria futura del sistema di cui è parte).

Questi pattern, o concatenazioni di eventi ricorrenti, non sono leggi scritte ad imperitura memoria sulle sacre
pietre della scienza evoluzionistica. Sono schemi esplicativi provvisori, regolarità emergenti, indizi di una
nuova epistemologia evolutiva che nasce dal tentativo di riformare il pensiero neo-darwinista in chiave
pluralista, liberandosi dalla gabbia concettuale riduzionista e determinista che i programmi di ricerca della
sociobiologia e della psicologia evoluzionistica hanno costruito attorno alle scienze dell’evoluzione

“LA SPECIE CHE NON C’ERA”, Telmo Pievani, istitutoveneto

Orrorin tugenensis - Wikipedia

Sahelanthropus tchadensis - Wikipedia

La realtà biologica è una realtà strutturata su una pluralità di livelli, dove i


fenomeni di ciascun livello non sono mai riducibili a quelli dei livelli sottostanti, né sono la parte incompleta di
quelli ai livelli superiori – cioè non sono né identici né contrari, bensì sussistono come diversi livelli del
discorso e dell’indagine.

Da ciascuna posizione, cambiare livello significa cambiare scala, vocabolario, concetti e metodologia.

Steven Rose nota come, nel descrivere le relazioni fra i vari livelli, sia lo stesso linguaggio della causalità a
essere inadeguato. Il nostro concetto di causazione implica infatti la precedenza temporale della causa
sull’effetto, mentre le corrispondenze tra i livelli occorrono simultaneamente e non sono riconducibili a
sequenze causali lineari.

Nel momento in cui si invoca questa molteplicità di livelli, diventa impossibile far risiedere ciò che
consideriamo “natura” in uno soltanto di essi. Descrivendo gli organismi come il frutto combinato di cause
distinte, smarriamo il senso in cui essi sono esseri attivi che in una certa misura definiscono le proprie
possibilità.

Per abbandonare la miriade di sterili distinzioni Natura-Nurtura, occorre abbandonare la tradizionale e


semplicistica nozione di causa ed effetto, di soggetto e oggetto in quanto opposti mutuamente esclusivi, e di
ordine come traduzione o imposizione piuttosto che come trasformazione ed emergenza.
“Il
biologico, lo psicologico, il sociale e il culturale sono collegati non come
cause alternative bensì come livelli di analisi” (Oyama)
Non ha più senso considerare la natura come un prius, un insieme di condizioni di partenza che sovrastano
l’individuo, essa è bensì il “risultato”’ del processo di sviluppo e delle dinamiche interattive a più livelli che lo
caratterizzano.

La revisione concettuale della Oyama stabilisce che:

1. La natura non è trasmessa, ma costruita. La natura di un organismo – cioè le


caratteristiche che lo definiscono qui e ora – non è genotipica (un programma o progetto genetico che causa
lo sviluppo), ma fenotipica (un prodotto dello sviluppo). Poiché i fenotipi cambiano, le nature non sono
statiche ma transitorie, e ciascun genotipo, poiché ha una norma di reazione, può dare luogo a molteplici
nature.

2.La nurtura (cioè le interazioni di sviluppo a tutti livelli) è cruciale sia per i
caratteri tipici che per quelli atipici, forma i caratteri universali come quelli variabili, è
fondamentale per i caratteri stabili come per quelli labili.

3. Natura e nurtura non sono pertanto sorgenti alternative della forma e del potere causale. Piuttosto, la
natura è il prodotto dei processi interattivi di sviluppo che definiamo nurtura. Al contempo, la natura
fenotipica è una risorsa dello sviluppo per interazioni successive. La natura di un organismo non è altro che
la sua forma e la sua funzione. La natura, essendo fenotipica, dipende dal contesto di sviluppo con la stessa
profondità e intimità con cui dipende dal genoma. Pertanto, identificare la natura con il genoma significa
perdere l’intera storia dello sviluppo, come hanno fatto le spiegazioni preformiste.

4. L’evoluzione è dunque la storia derivata dei sistemi di sviluppo.


Ciò che chiamiamo “naturale” (o “biologico” o “genetico”) non ha dunque nulla a che vedere con le categorie
dell’innato, dell’immutabile o dell’universale. Se proprio dovessimo indicare il tratto universale di ciò che
chiamiamo “natura”, dovremo dire che è la sua stessa capacità di nurtura, la sua attitudine ad articolarsi in
un diversificato spettro di possibilità fenotipiche.

Non più natura ma nature: se la peculiarità stessa della natura è l’essere soggetta a nurtura,
esisteranno tante nature quante sono le condizioni di sviluppo, nei molteplici livelli ai quali esso si svolge.

Il problema della filosofia della biologia diventa allora trovare il modo di far dialogare i vari livelli esplicativi e
di coniugare, per dirla con S. Rose , “la pluralità epistemologica con l’unità ontologica del mondo vivente” (S.
Rose, “Linee di Vita. La Biologia oltre il Determinismo”, Garzanti, Milano 1997).
Organismi in costruzione

Teoria dei sistemi - Wikipedia

Metagenomica - Wikipedia

[…] Tutto dunque è stato “improvvisato”, senza un progetto, senza una meta;
nulla è stato previsto e programmato in anticipo; lo “strano primato dell'uomo” non è un'eccezione voluta da
Dio! La natura, dunque, non fa che brancolare! Va a braccio, all'impronta, in un libero, anarchico gioco di
forze fantasiose. E, attraverso una nebbia impenetrabile, attraverso la “selezione naturale della lotta per
l'esistenza”, attraverso un cieco vagabondaggio di casi fortuiti e di mutazioni nelle circostanze di volta in
volta prevalenti nell'ambiente dato, brancola verso un lontano futuro incerto e non voluto […]

(Carl M. Feuerbach, “L'Origine dell'Uomo alla Luce della Dottrina Esoterica”)


A riprendere l’argomento del disegno in tempi più recenti sono stati i fautori dell’Intelligent Design Theory. Il
“disegno intelligente” si presenta come una alternativa alle spiegazioni naturali per lo sviluppo della vita e
come tale si oppone alla biologia, che si basa sul metodo scientifico per spiegare la vita attraverso processi
osservabili come la mutazione e la selezione naturale.

L'obiettivo dichiarato del disegno intelligente è quello di indagare l'esistenza di prove empiriche che
dimostrino che la vita sulla Terra è stata “disegnata” da uno o più agenti intelligenti. William Dembski, uno dei
principali sostenitori del disegno intelligente, ha detto che l'affermazione principale del disegno intelligente è
che «esistono sistemi naturali che non possono essere spiegati adeguatamente in termini di forze naturali
non governate e che mostrano caratteristiche che in qualunque altra circostanza sarebbero attribuite
all'intelligenza».

I sostenitori del “disegno intelligente” affermano che, sebbene la prova a favore dell’esistenza di una "causa
o agente intelligente" possa non essere osservabile direttamente, i suoi effetti in natura possono essere
rilevati.

È da ricordare che per circa un millennio, i filosofi hanno sostenuto che la complessità del "disegno" della
natura, che opera per scopi complicati, indica l'esistenza di un progettista/creatore sovrannaturale; questo è
noto come l'argomento teleologico dell'esistenza di Dio. Le forme più importanti di questa argomentazione
furono espresse da Tommaso d'Aquino nella sua “Summa Theologica” (XIII secolo), in cui il progetto
era l'ultima delle cinque prove dell'esistenza di Dio, e da William Paley nel suo libro “ Natural
Theology” (XIX secolo) dove compare la sua analogia dell'orologiaio. Il concetto moderno di disegno
intelligente si distingue dall'argomento teologico in quanto non è volto ad identificare il disegnatore quanto
piuttosto il disegno stesso.

Nel libro “The Design Inference”, William Dembski, un filosofo e matematico della Baylor University,
ha proposto di considerare ogni sistema biologico in termini di “informazione”, che è sia “complessa”
(altamente improbabile) e “specifica” (al servizio di una particolare funzione), e che non può essere solo il
prodotto del caso o della selezione naturale.

La teoria del Disegno Intelligente riconosce che tutto in natura è frutto di informazione (da informare = dare
forma), e che il concetto, l'idea, precede il concreto (teoria delle idee di Platone).

In questa posizione è implicito un determinismo, seppur pseudoscientifico, che assegna alla natura e ai
processi evolutivi un misterioso finalismo, che vede replicatori e interattori agire in base ad un programma
complesso ma in qualche modo prestabilito.

Disegno Intelligente - Wikipedia

[…] Quella volta che siamo diventati umani, da qualche parte fra l’Africa e
l’Eurasia, si è aperta la danza coevolutiva fra natura e cultura, fra innato e
acquisito, fra eredità ancestrale e apprendimento […].
Secondo l’epistemologa americana Susan Oyama, le due dimensioni sono così intrecciate in un unico
“sistema di sviluppo” da apparire praticamente inscindibili, tanto che neppure lo studio della loro “interazione”
(per esempio, fra geni e ambiente) sembra descriverne adeguatamente la compenetrazione.

Oggi siamo “naturali per cultura”, perché la nostra nicchia ecologica, come ha notato
efficacemente lo scienziato cognitivo Terrence Deacon, è quella di una specie simbolica, immersa in un
contesto culturale che può addirittura retroagire sulla nostra costituzione biologica e neurale. Ma quando
carpiremo il segreto della rivoluzione paleolitica potremo dire di essere anche “culturali per natura”, cioè figli
di una filogenesi naturale che ha trasformato la materia grigia in immaginazione senza l’intervento di alcuna
mano invisibile.

Se possiamo modificare intenzionalmente l’identità biologica nostra e delle altre specie, se possiamo sempre
più “ibridare” l’identità umana con l’alterità animale e tecnologica, significa che saremo sempre più “naturali
attraverso la cultura”. Viceversa, quando sapremo ricostruire il percorso e i meccanismi evolutivi che hanno
fatto emergere l’intelligenza umana autocosciente in una specie “sapiens” uscita dall’Africa, potremo
finalmente affermare anche il reciproco, ovvero che siamo “culturali attraverso la natura”.
Potremo cioè abbattere le ultime resistenze che impediscono una spiegazione pienamente naturale delle
origini della mente umana, quale risultato di una complessa dinamica di speciazioni, di derive e di
riorganizzazioni neurali poi fissate dalla selezione naturale, comprendendo che anche la cultura è parte dello
sviluppo naturale degli esseri umani e che la rivoluzione darwiniana iniziata con L’origine dell’uomo del 1871
può finalmente compiersi […].

Telmo Piovani, “Quella volta che siamo diventati umani”, letterainternazionale, 2004

Volendo essere ancora più radicali, si può sostenere che “esiste solo la Natura”, che “la Natura
è Tutto”, che al di fuori della Natura non c’è niente.

La Natura è Madre e Padre universale.


Da dove viene allora questo attacco continuo, senza tregua, senza esclusione di colpi, portato dalla Cultura
alla Natura?

Perché la Cultura cerca di sopraffare la Natura, perché vuole porsi al di fuori, per porsi al di sopra? Perché
desidera uccidere il proprio padre e stuprare la propria madre, e di farlo ripetutamente?

Quali forze, quali energie, quali menti, quali anime congiurano contronatura?

Occorre ripensare il concetto stesso di evoluzione. Stiamo veramente evolvendo o forse


stiamo regredendo? Come mai all’avanzare del progresso culturale tecnico e scientifico non corrisponde lo
stesso avanzare del progresso civile e democratico? Come mai mentre lo sviluppo tecnologico compie passi
da gigante gli ecosistemi subiscono così tante ferite e perdite irreparabili?

Ma che progresso è questo? Un progresso contronatura.


L’umanità progredita del XXI secolo sta regredendo ad uno stato infantile, neo-barbarico, di “sviluppo
arrestato”, prigioniera del complesso di Edipo.

Un orda transumana avanza spedita a cavallo della Bestia trionfante, inneggiata dai paladini della scienza
dualista materialista, lasciando il deserto dietro di sé.

A guidarla è una volontà di (onni)potenza – hybris - che esalta i sensi e ottenebra la ragione, che
mira a sostituirsi a Dio inseguendo follemente la chimera dell’immortalità.

Paradossalmente, più progredisce la scienza e più il razionalismo del metodo scientifico sembra smarrire del
tutto il lume della ragione, proclamando irrazionalmente che non ci sono più limiti: l’uomo, incontrastato
padrone del mondo, con le sue magie tecniche può ridefinire la natura a suo piacimento e per il suo
esclusivo godimento; tutto il resto del vivente, e anche del non-vivente, deve sottostare a questa cultura
contronatura che è la volontà di potenza.

Metodo scientifico - Wikipedia

Ma che fine ha fatto la controcultura?


I movimenti di contestazione giovanile che si scatenarono in Nord America e in Europa negli anni Sessanta e
anni Settanta esprimevano un rifiuto radicale della visione del mondo contronaturale: il ricorso alle droghe
psichedeliche, enteogene, lo stile di vita comunitario, il pacifismo, le filosofie orientali, la rivoluzione
sessuale, l’anti-autoritarismo, miravano ad una ri-connessione della cultura con l’essenza della natura, con
una realtà spirituale che il materialismo, il razionalismo, l’umanismo stavano brutalmente assassinando (la
morte di Dio).

Molti dei tipici modi di espressione della controcultura sono poi stati assorbiti dalla società opulenta e
permissiva, ed entrati nel costume, come nel caso del cambiamento del rapporto tra uomo e donna, nei
costumi sessuali, nell'arte, nella musica e nello spettacolo. Tale assorbimento ha prodotto però una
sostanziale modificazione dell'idea controculturale originaria.

Spogliata della sua religiosità, della sua autenticità, delle sue istanze sovversive e rivoluzionarie, la
controcultura è servita così alla cultura borghese dominante come arma di scardinamento dei valori morali
su cui ancora si fondava la società occidentale, aprendo la strada al trionfo del laicismo, della
secolarizzazione, del disfacimento postmoderno e della porno-globalizzazione.

Counterculture - Wikipedia

Siamo esseri naturali prima che culturali.


Compito della cultura è di mettersi al servizio della natura: indagare, conoscere, la vera essenza della
natura, per poi amarla, proteggerla, esaudirla, piuttosto che cercare di sopraffarla.

Un compito non facile, perché ogni essenza è unica e irripetibile, perché la natura si esprime nella diversità.
Ma non impossibile, se si applicano i giusti metodi, se ci si mette la “buona volontà”.

In ogni creatura vivente vi è un frammento della natura divina, della unità e della
perfezione originaria. Il nostro compito di esseri umani è quello di farci creatori, di ricomporre i frammenti ed
essere così simili a Dio, di esaudire la volontà della natura che è volontà di bellezza, volontà di amore,
volontà di verità, volontà di vita.

Il progresso contronatura, invece, mosso dall’irrazionalità degli istinti, dalle passioni, dall’egoismo, dal
narcisismo, dalla cultura della violenza e della sopraffazione, va verso l’inautentico, l’artificiale, l’innaturale,
l’inorganico, è cultura della morte che conduce nelle fauci infernali del Regno di Satana.

L’invasione della cultura contronatura, l’incalzare inesorabile del progresso


tecnico e del nichilismo che lo guida, abbattono e dissolvono confini che parevano invalicabili.
La cultura contronatura si fa beffe di ogni morale. Il superuomo contronaturale non pone alcun limite alla sua
brama di potere. Mutando la forma dell’uomo, mutando la natura, attraverso la tecnica, relativizza i valori
morali, la concezione di bene e male, giusto e sbagliato, bello e brutto, perseguendo un solo scopo:
soddisfare la propria volontà di potenza.

La coscienza morale viene dunque a dipendere dal progresso tecnologico che ha voluto l’uomo
contronaturale.

Un progresso che afferma, sin da ora, di voler cancellare tutte le differenze - quelle tra uomo e donna, tra
uomo e animale, tra naturale ed artificiale - di voler creare un nuovo genere, un ibrido tecno-biologico, bio-
culturale, che è una sorta di coincidentia oppositorum che fa saltare tutte le categorie morali e fa sprofondare
il mondo nel caos dell’indifferenziato.

La spinta contronaturale che muove la tecnica odierna è negazione della natura in quanto diversità, unicità,
spontaneità, irrazionalità; esaltazione della cultura in quanto ars tecnica che aspira al dominio, al controllo, al
calcolo, alla rigidità, alla uniformità, alla razionalità.

Lungi dal voler conformarsi alle leggi divine della natura, la ragione contronaturale tende a rifiutarla, a
sopprimerla: essa riconosce solo quanto è un suo “artefatto”.
Questa ragione, puramente tecnica, è una ragione disumana, una ragione
irragionevole, priva di logos, incapace di contemplare il sublime della natura divina, del rapporto che lega
l’Uno al Tutto; l’unico sublime che vede è quello neo-tecnologico. È una ragione malata, strumentale, votata
al nichilismo.

Come ha scritto Jürgen Habermas ne “Il Futuro della Natura Umana” (Einaudi, 2002), la pretesa
della tecnica moderna di modificare la natura dell’uomo, di programmare la vita e la morte, fino ad intervenire
a livello atomico-molecolare, è un attacco concentrico all’idea di uomo teso a «modificare la nostra
autocomprensione etica del genere fino al punto da coinvolgere la stessa coscienza morale, intaccando quei
requisiti di naturalità in assenza dei quali non possiamo intenderci quali autori della nostra vita e membri
giuridicamente equiparati della comunità morale».

L’immoralità della scienza, la disinvoltura con cui il positivismo e il


materialismo giocano con i mattoni della vita, per Habermas preludono ad un’idea di
“selezione innaturale” che mina, alla radice, l’autonomia del soggetto e l’ordinamento democratico.

Secondo Allen Buchanan, citato da Habermas, «dobbiamo ammettere la possibilità che, a partire da un certo
momento del futuro, diversi gruppi di esseri umani possano seguire, usando l’ingegneria genetica, strade
evolutive divergenti. Se questo accadrà, ci saranno gruppi diversi di esseri, ciascuno con la sua propria
natura, che si relazionano l’un l’altro solo attraverso un comune antenato (la razza umana)».

La clonazione umana, in questo quadro contronaturale, si prefigura come volontà di privazione della
possibilità di una evoluzione naturale, di uno sviluppo originale, che riduce la forma della personalità ad un
“doppione”, menomato, di ciò che è già stata.

Il progresso tecnico-scientifico e la neo-eugenetica, invece di portare ad una maggiore libertà, vanno dunque
verso una pesante svolta antidemocratica, neo-maltusiana e neo-darwinista.

Il postumanesimo si avvia a creare una dittatura tecno-scientifica, un futuro distopico persino peggiore di
quello immaginato dagli incubi di scrittori come George Orwell o Aldous Huxley,

Lo stiamo già vedendo quanto è radioso il “Mondo Nuovo”.

“Se la natura umana viene rinnegata in nome dell’eugenetica positiva”, il sussidiario, 23 dicembre
2008

Konrad Lorenz aveva previsto che l’economia di mercato avrebbe portato ad una catastrofe ecologica nel
suo libro del 1973 “Gli Otto Peccati Capitali della Nostra Civiltà” (“Civilized Man's Eight
Deadly Sins”, Adelphi edizioni, Milano, 1974).

“Tuttii vantaggi che l’uomo ha guadagnato dalla sua sempre maggiore


comprensione del mondo naturale che lo circonda, i suoi progressi
tecnologici, chimici, medici, che sembrano alleviare le sofferenze umane,
tendono invece a favorire la sua distruzione”.
Tutte le specie viventi si sono adattate al loro ambiente mediante i meccanismi di feedback. Lorenz mette in
risalto in particolare i feedback negativi, che in modo gerarchico frenano gli impulsi costringendoli entro certe
soglie. Soglie che sono il prodotto dell’interazione di meccanismi in contrasto. Ad esempio, dolore e piacere
agiscono in modo da tenersi a bada a vicenda.

“I meccanismi inibitori funzionano come contrappeso agli effetti dei meccanismi di apprendimento. In natura,
questi meccanismi tendono verso uno stato di equilibrio (omeostasi) tra gli esseri viventi facenti parte di un
ecosistema”.

Omeostasi - Wikipedia
Un ecosistema è un sistema ecologico in cui gli elementi viventi (biotici) e non viventi (abiotici) sono
strettamente interdipendenti mediante cicli di retroazione (feedback) positivi o negativi.

Ogni sistema è costituito da tre elementi essenziali: i componenti che ne fanno parte, le relazioni tra essi e il
limite che lo separa dagli altri sistemi. In questo senso perciò possiamo considerare la Terra come un
complesso ecosistema (biosfera) in cui gli elementi biotici (gli animali, le piante, l’uomo) e quelli abiotici (la
luce, la terra, l’aria, l’acqua, la temperatura, il clima, ovvero i fattori ambientali) sono inscindibilmente legati
tra loro attraverso cicli di retroazione.

Tutta la vita sulla Terra, fondamentalmente, dipende da una sorgente di energia extraterrestre: il sole. Grazie
alla fotosintesi clorofilliana, l’insieme di reazioni da cui le piante verdi producono sostanze organiche a
partire da CO2 e dall’acqua, in presenza di luce, si rinnova il miracolo della vita a partire da sostanze
inorganiche.

La fotosintesi, il processo ancora dominante sulla Terra, è l'unico processo biologicamente importante in
grado di raccogliere l'energia solare . La nostra vita, la nostra sopravvivenza, così come quella di tutta la
biosfera, dipendono da questo meraviglioso e miracoloso processo naturale, da amare e salvaguardare.

L’uomo invece cosa fa: attraverso la cultura distrugge la natura, la schiaccia, la fa a pezzi, la cannibalizza,
distruggendo la sua stessa fonte di vita.

Ecosistema - Wikipedia

All’interno dell’ecosistema, normalmente, naturalmente, non solo gli organismi non si danneggiano l’un
l’altro, ma spesso costituiscono una comunità di interessi. È ovvio che il predatore è fortemente interessato
alla sopravvivenza di quelle specie, animali o vegetali, che costituiscono la sua preda e il suo nutrimento.
Per questo, spesso le specie predate derivano particolari benefici dalla loro interazione con le specie
predatorie.

L’uomo è l’unica specie svincolata da questi meccanismi, è l’unica specie che si pone al di fuori, o peggio
ancora al di sopra, dell’ecosistema, che ridefinisce il suo ambiente culturalmente in modo violento,
arrogante, irrispettoso, innaturale.

“Il passo dell’ecologia umana è determinato dal progresso della tecnologia”.


Non solo. L’ecologia umana, l’economia, è governata da meccanismi di feedback positivo che tendono a
incoraggiare certi istinti piuttosto che ad attenuarli.

“Il feedback positivo comporta sempre il pericolo di un effetto valanga... Un particolare tipo di feedback
positivo avviene quando individui della stessa specie entrano in competizione tra di loro... Per molte specie
animali, i fattori ambientali mantengono la selezione intraspecie al riparo da possibili disastri... ma non esiste
alcuna forza che esercita questo tipo di effetto regolatore sullo sviluppo culturale umano; sfortunatamente,
l’umanità ha imparato a vincere tutte queste forze ambientali esterne”.

“Questa ecologia del tutto nuova corrisponde in ogni modo a ciò che
l’umanità desidera”.
Il principio della competizione – il darwinismo sociale - distrugge così ogni chance omeostatica, di creare
stabilità e armonia.

“La competizione tra gli esseri umani distrugge con fredda e diabolica
brutalità... Sotto la pressione di questa furia competitiva non solo abbiamo dimenticato ciò che è utile e
prezioso per l’umanità intera, ma perfino ciò che è buono e vantaggioso per l’individuo” .

Ne “Il Sistema Tecnico – La Gabbia delle Società Contemporanee”, (Jaca Book,


2009), il suo testo manifesto uscito per la prima volta nel 1964 (“The Technological Society”), Jacques Ellul
definisce la tecnica quell’insieme di conoscenze e metodologie che consentono di fare una cosa nel modo
migliore possibile.

Le caratteristiche della tecnica sono: razionalità, artificialità, automatismo, auto-augmentation, monismo,


universalismo, autonomia. La razionalità della tecnica implementa l’organizzazione logica e meccanica
attraverso la divisione del lavoro, l’attivazione della produzione standard, ecc. creando un sistema artificiale
che “elimina o subordina il mondo naturale”.

Incece di realizzare la propria umanità, “gli esseri umani si adattano alla


tecnologia”, accettando i cambiamenti che essa impone.

“La moralità dei tecnici non fa alcuna differenza. La tecnica insegue un solo
principio: l’ordinazione efficiente”.
Si tratta di un meccanismo del tutto immorale che tende ad auto-indirizzarsi e ad auto-alimentarsi e che
macina tutto: la tecnica è un demone che possiede l’uomo e lo obbliga ad un processo inevitabile e continuo;
una scoperta tecnica, nata per risolvere un problema, porta inevitabilmente alla genesi di nuovi problemi. A
loro volta risolvibili con altre tecniche.

Basti pensare all’inquinamento. È prodotto da processi industriali. Per porvi rimedio, si utilizzano altri
processi industriali che impiegano formule chimiche. Tutto ciò produce nuovo inquinamento.

“La tecnologia moderna è diventata un fenomeno totale, una forza in grado di


definire un nuovo ordine sociale in cui il perseguimento dell’efficienza non è
più un opzione ma una necessità imposta su tutte le attività umane”.
Ellul aveva intuito che si stava mettendo in moto un processo che avrebbe distrutto l’uomo. Che l’evoluzione
tecno-scientifica è incontrollabile e destinata a produrre danni nefasti. Che mentivano quegli scienziati che si
ostinavano a sostenere che la tecnica si può usare bene, che tutto è sotto controllo: la verità è che tutti la
utilizzano, e basta.

Per Ellul, il rapporto con la tecnica è legato in modo indissolubile a quello con Dio. E, in particolare, alla
funzione che Dio ha affidato all’uomo nel mondo: quella di conoscere piuttosto che distruggere, di
preservare, di aspirare al meglio coltivando il senso del limite.

Era convinto che Dio agisce nella storia e che interverrà per salvare l’uomo da sé stesso.

“Ellul: contro il tecnicismo inesorabile, la fede nella Provvidenza”, aetnanet, 19 febbraio 2009

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